LA VEDOVA SCALTRA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Ros.
Conte, voi mi offendete.
Mil.
(Costui è geloso come una bestia.)
Con.
(ironico) Veramente non si può negare che Milord non abbia tutte le amabili qualità desiderabili in un cavaliere.
Mil.
(Sono annoiato).
SCENA IX
Eleonora e detti
Ele.
È permesso il godere di sì gentile conversazione?
Ros.
Venite, Eleonora, venite.
Mil.
(a Rosaura) Chi è questa signora?
Ros.
Mia sorella.
Ele.
E sua devotissima serva.
(Milord la saluta senza parlare.)
Ros.
(ad Eleonora) Sedete presso a Milord.
Ele.
Se me lo permette.
Mil.
(senza mirarla) Mi fate onore.
Ele.
Egli è Inglese, non è vero?
Mil.
(come sopra) Sì, signora.
Ele.
È molto tempo che è in Venezia?
Mil.
(come sopra) Tre mesi.
Ele.
Gli piace questa città?
Mil.
(come sopra) Certamente.
Ele.
Ma, signore, perché mi favorisce con tanta asprezza? Sono sorella di Rosaura.
Mil.
Compatitemi, ho la mente un poco distratta.
(Costei non mi va a genio.)
Ele.
Non vorrei sturbare i vostri pensieri...
Mil.
Vi sono schiavo.
(salza)
Ros.
Dove, dove, Milord?
Mil.
Alla Piazza.
Ros.
Siete disgustato?
Mil.
Eh, pensate.
Oggi ci rivedremo.
Madama, addio.
Conte, a rivederci.
Ros.
Permettete chio almeno...(vuol alzarsi)
Mil.
No no, non voglio.
Restate a consolare il povero Conte.
Vedo chegli muore per voi.
Vi amo anchio, ma appunto perché vi amo, godo in vedervi circondata da più adoratori, che facciano giustizia al vostro merito e applaudiscano alla mia scelta.
SCENA X.
Rosaura, Eleonora, ed il Conte.
Ele.
Sorella, bella conversazione che mi avete fatta godere; vi son tenuta davvero!
Ros.
Compatite.
Quegli è un uomo di buonissimo cuore, ma ha le sue stravaganze.
Ele.
Per me non lo tratterò più certamente.
Con.
Milord ha il bellissimo cuore, ma io lho amareggiato dal dolor di vedermi mal corrisposto.
Ros.
Di che vi lagnate?
Con.
Di vedervi far parte delle vostre grazie ad un forestiero.
Ros.
Ma che? Sono io cosa vostra? Mi avete forse comperata? Son vostra moglie? Pretendete di comandarmi? Dichiaratevi, con qual autorità? Con qual fondamento? Conte, io vi amo, e vi amo più di quello che voi pensate; ma non voglio per questo sagrificarvi la mia libertà.
La conversazione, quandè onesta, è degna delle persone civili.
La donna di spirito tratta con tutti, ma con indifferenza.
Così ho fatto sinora, e se alcuno ho distinto, voi siete quegli; ma se ve ne abusate, io vi rimetterò nella massa degli altri, e forse vi sbandirò affatto dalla mia casa.
(parte)
SCENA XI.
Eleonora ed il Conte.
Ele.
Signor Conte, siete rimasto molto sconsolato.
Ma vostro danno; la maledetta gelosia è il flagello delle povere donne.
Fa bene mia sorella a levarvi questa pazzia dal capo.
In quanto a me, se mi toccasse un marito geloso, lo vorrei far morir disperato.
(parte)
Con.
Come si può fare a non esser geloso? Amo una bella donna e la trovo a sedere accanto dun altro.
Oh! la conversazione è onesta e civile.
Sarà non lo nego.
Ma si comincia colla civiltà, e si termina colla tenerezza.
Anchio mi sono innamorato un poco alla volta.
Sia maledetto chi ha introdotto il costume di questo modo di conversare.
(parte)
SCENA XII
Strada con la casa di Rosaura
Il Dottore e Pantalone
Pan.
La xe cussì, el mio caro amigo e parente.
Mio fradello Stefanelo xe morto senza fioi, e acciò no perissa la nostra casa senza eredi, me son resolto de maridarme mi.
Dott.
La massima non è cattiva.
Tutto sta che vi riesca daver figliuoli.
Pan.
Ve dirò, son avanzà in età; ma siccome mho sparagnà in zoventù, cussì spero de valer qualcossa in vecchiezza.
Dott.
Avete stabilito e fissato con chi accompagnarvi?
Pan.
Mio fradelo ha tiolto per mugier siora Rosaura, e mi inclinerave a siora Eleonora, e cussì tutte do le vostre putte le sarìa in casa mia, quando che vu, colla solita vostra cortesia, no me dis de no.
Dott.
Io per me sarei contentissimo; e vi ringrazio della stima che fate di me e delle mie figlie.
Basta che Eleonora sia contenta, prendetela chio ve laccordo.
Pan.
Ve dirò, la xe avezza a star in casa mia, in compagnia de so sorella, onde spererìa che no la disesse de no, e me par che no la me veda de mal occhio.
Dott.
Io, se vi contentate, ne parlerò con Eleonora; voi ditene una parola a Rosaura, e fra voi e me, col consiglio della sorella, spero la cosa riuscirà in bene.
Amico, vo per un affar di premura, e avanti sera ci rivedremo.
SCENA XIII.
Pantalone, poi Monsieur Le Blau.
Pan.
Eppur è vero, se mi no ghavea quella putta in casa, mi mìno me insuniava de maridarme.
Ghho chiapà a voler ben, e no posso viver senza de ela.
Mon.
Monsieur Pantalone, vostro servitor di buon cuore.
Pan.
Servitor obbligatissimo, monsù Le Blò.
Mon.
Voi tenete in molto prezzo la vostra persona.
Pan.
Perché disela cussì?
Mon.
Perché vi lasciate poco godere dai vostri amici.
Pan.
Oh la vede; son vecchio.
No posso più far nottolae; el goto me piase, ma bisogna che vaga lizier, e co le donne ha battuo la ritirada.
Mon.
Eppure io non mi batterei con voi a far allamore con una bella donna.
Siete vecchio ma li portate bene i vostri anni.
Pan.
Certo, che schinele mi no ghe nho.
Mon.
Evviva monsieur Pantalone de Bisognosi.
Io ho una bottiglia di Borgogna di dodici anni, che potrebbe dar la vita ad un morto.
Voglio che ce la beviamo insieme.
Pan.
Perché no? Per una bottiglia ghe stago.
Mon.
E voi come state a vino di Cipro? una volta ne ho bevuto del buono alla vostra casa.
Pan.
Ghho una barila preziosa, con una mare cussì perfetta, che farave deventar bone anca le lavaùre dei fiaschi.
Mon.
Buono, buono.
Lo sentiremo.
Pan.
Quando vol.
Mon.
Alon: chi ha tempo, non aspetti tempo.
Pan.
Adesso no xe tempo.
In casa ghe xe della suggezion.
Lassemo che le donne le vaga fore decasa, e po staremo colla nostra libertà.
Mon.
Le donne non mi mettono in soggezione.
Andiamo, andiamo.
Pan.
Bisogna averghe sta poca de convenienza.
Mon.
Eh, madama Rosaura avrà piacere che le andiamo a far un poco di conversazione.
è una donna di grande spirito: avete una gran cognata, signor Pantalone.
Pan.
(Adesso ho capìo che sorte de vin chel vorave bever; ghe xe anca in casa quella putta.
No vorave...No no, alla larga) (a Monsieur) Certo, la xe una vedoa propria, civil e modesta.
Mon.
Amico, fatemi il piacere, conducetemi a darle il buon giorno.
Pan.
Oh la fala, mi ghho nome Pantalon, no ghho nome condusi.
Mon.
Voi che siete il padrone di casa potete farlo.
Pan.
Posso farlo, ma no devo farlo.
Mon.
Perché?
Pan.
Perché? Ghe par a ela chel cugnà abbia da batter el canafio alla cugnada?
Mon.
Eh, lasciate questi pregiudizi.
Siate amico, siate galantuomo.
Farò io lo stesso per voi.
Pan.
Mi la ringrazio infinitamente, no ghho bisogno de sti servizi, e no son in stato de farghene.
Mon.
O io son pazzo, o non mi capite.
Mi piace la signora Rosaura, vorrei vederla da vicino; vi prego che mi facciate lintroduzione, e pare a voi che vi chieda una gran cosa?
Pan.
Eh, una bagatela.
A chi non patisce le gatorigole, no vol dir gnente.
Mon.
Ma io poi vi anderò senza di voi.
Pan.
La se comoda.
Mon.
Ella è vedova voi non le comandate.
Pan.
La dise ben.
Mon.
Volevo aver a voi questobbligazione.
Pan.
No mimporta gnente.
Mon.
Un altro si pregherebbe di potermi usare una tal finezza.
Pan.
E mi son tutto il contrario.
Mon.
Non è galantuomo chi non sa servire allamico.
Pan.
In te le cosse lecite e oneste.
Mon.
Io sono un onestuomo.
Pan.
Lo credo.
Mon.
Volete una dozzina di bottiglie? Ve la manderò.
Pan.
Me maraveggio dei fatti vostri.
No ghho bisogno delle vostre bottiglie; che in ti liquori ve posso sofegar vu e cinquanta della vostra sorte.
Ste esibizion le se ghe fa ai omeni de altro carattere, no a Pantalon de Bisognosi.
Mavè inteso.
Ve serva de regola; per vu in casa no ghe xe né Cipro, né Candia.
(parte)
SCENA XIV.
Monsieur Le Blau, poi Marionette.
Mon.
Ah, ah, ah.
Costui mi fa rider di cuore.
è un buon uomo, ma è troppo Italiano.
Ma che mimporta sei non mi vuole introdurre? Che bisogno ho io di questo mezzo? Non ho franchezza bastante per battere e farmi aprire? (batte) O di casa!
Mar.
(venendo alla finestra) Chi batte?
Mon.
Vi è madama...
oh! Marionette!
Mar.
Monsieur le Blau?
Mon.
Tu qui?
Mar.
Voi in Venezia?
Mon.
Sì.
Madama Rosaura è in casa?
Mar.
Salite, salite, che parleremo con comodo.
(chiude la finestra e apre la porta)
Mon.
Oh, questo è il vero vivere.
(entra in casa)
SCENA XV
Rosaura a sedere, leggendo un libro, poi Marionette.
Ros.
Bella erudizione che è questa! Chi ha scritto questo libro, lha fatto con animo di farsi ben voler dalle donne.
(legge) «Il padre deve provvedere alla figlia il marito, ed ella deve provvedersi del cicisbeo.
Questo sarà lintimo segretario della signora e di esso avrà più soggezione del marito.
La persona più utile ad u buon marito suol esser il cicisbeo, perché questo lo solleva di molti pesi e modera lo spirito inquieto di una moglie bizzarra».
Questo autore incognito non ha scritto per me.
In fin, che fui maritata, non ho voluto dintorno questi ganimedi, che pretendono comandare più del marito.
Chi non ha cicisbei è soggetta ad un solo; chi ne ha, moltiplica le sue catene.
Mar.
Non vorrei disturbare la vostra lezione.
Ros.
Prendi questo tuo libro, non fa per me.
Mar.
Che non piaccia a voi, mi rimetto; ma credetemi, che in oggi anco in Italia è la grammatica delle donne.
Ma lasciamo ciò, che meno ci deve importare.
Signora mia, la sorte vi offre una felicissima congiuntura di profittare del vostro merito.
Ros.
In che modo?
Mar.
Vi è un cavalier francese che arde per le vostre bellezze e sospira
la vostra corrispondenza.
Ros.
Come si chiama questo cavaliere?
Mar.
Monsieur Le Blau.
Ros.
Ah, lo conosco.
Ier sera ballava de minuè al festino con grande affettazione; quando mi dava la mano, pareva mi volesse storpiare.
Mar.
Ciò non importa: è un cavaliere molto ricco e nobile, giovine, bello e spiritoso, niente geloso, niente sofistico, e poi, basta dire che sia Francese.
Ros.
Tu non vuoi lasciar questo vizio di esaltare in ogni minima cosa la tua nazione.
Mar.
Ma se dico la verità! Insomma egli è nellanticamera, che aspetta la permissione di entrare.
Ros.
E tu lhai introdotto in casa con tanta facilità?
Mar.
è mio paesano.
Ros.
Che importa a me che sia tuo paesano? Devo saperlo anchio.
Mar.
Eh via, non mi fate la scrupolosa.
Anchegli avrà degli anelli.
Ros.
Eh, non mi fare limpertinente, che poi poi ...
Mar.
Burlo, burlo signora padrona.
Se non volete chei passi...
SCENA XVI
Monsieur Le Blau e dette
Mon.
Marionette, dorme madama?
Mar.
No, signore, ma per ora non può.
Mon.
Eh, se non dorme, dunque permetta chio avanzi.
(entra nella camera)
Mar.
(a Monsieur) Che avete fatto?
Ros.
Signore, qui non si costuma sì francamente...
Mon.
(singinocchia) Eccomi ai vostri piedi a domandarvi perdono della mia impertinenza.
Se avete bello il cuore, come bello è il vostro volto, spero non me lo saprete negare.
Mar.
(Bravo Monsieur Le Blau!)
Ros.
Alzatevi: lerror vostro non è sì grave, che vabbiate a gettar ai piedi di chi non merita sì tenere umiliazioni.
Mon.
Oh cielo! Le vostre parole mi hanno ricolmo il cuore di dolcezza.
Ros.
(da sé) (Ancorché vi sia un poco di caricatura, questa maniera obbliga infinitamente).
Mon.
(a Marionette) (Marionette, di te non ho più bisogno; puoi andartene a far gli affari di camera).
Mar.
Mi comanda, signora padrona?
Ros.
Avanza due sedie...
Mar.
Eccole.
(a Monsieur) (Ricordatevi, Monsieur, del costume del nostro paese.)
Mon.
(a Marionette) (Sì, i guanti per la cameriera.
Vi saranno.)
Mar.
(In quanto a questo poi, mi piace lusanza inglese.
Quel subito è la bella cosa).
SCENA XVII
Rosaura e Monsieur Le Blau.
Mon.
Ah madama! il cielo, che ha fatto tutto bene, non può aver fatta voi sì bella per tormentare gli amanti; onde dalla vostra bellezza argomento la vostra pietà.
Ros.
Siccome so di non esser bella, così non mi vanto di esser pietosa.
Mon.
La bassa stima che volete aver di voi medesima, proviene dalla vostra gran modestia.
Ma viva il cielo! Se Apelle dovesse ora dipinger Venere, non potrebbe fare che il vostro ritratto.
Ros.
La troppa lode, Monsieur, degenera in adulazione.
Mon.
Io vi parlo col cuore sincero, del migliore senno chio mabbia, da cavaliere, da vero Francese: voi siete bella sopra tutte le belle di questa terra.
Ros.
(E séguita di questo passo).
Mon.
Alla bellezza naturale, avete poi aggiunta la bellarte di perfettamente assettarvi il capo, che mi sembrate una Flora.
Chi vi ha frisato, madama? La nostra Marionette?
Ros.
Ella per lappunto.
Mon.
Conosco la maniera di Parigi.
Ma vi domando perdono, un capello insolente vorrebbe desertare dal vostro tuppè.
Ros.
Non sarebbe gran cosa.
Mon.
Oh perdonatemi, sta male.
Lo leverò, se vi contentate.
Ros.
Chiamerò la cameriera.
Mon.
No, voglio io aver lonore di servirvi: aspettate.
(Tira fuori di tasca un astuccio dargento da cui cava le forbici, e taglia il capello a Rosaura; poi dal medesimo astuccio cava uno spillone e le accomoda i capelli.
Trovando che non va bene, da unaltra tasca tira fuori un piccolo pettine dalla sua custodia e accomoda il tuppè.
Da una scatola dargento tira fuori un buffettino con polvere di Cipro, e le dà la polvere dove manca; poi dallastuccio cava il coltellino per levar la polvere dalla fronte.
Con un fazzoletto la ripulisce, e dopo tira fuori uno specchio, perché si guardi, e finalmente tira fuori una boccetta con acqua odorosa, e se la getta sulle mani per lavarsele, e se le asciuga col fazzoletto, dicendo qualche parola frattanto che fa tutte queste funzioni; e Rosaura si va maravigliando, e lascia fare; dopo, sedendo, séguita:) In verità ora state perfettamente.
Ros.
Non si può negare che in voi non regni tutto il buon gusto e non siate il ritratto della galanteria.
Mon.
Circa il buon gusto, non fo per dire, ma Parigi facea di me qualche stima.
Ros.
Veramente si vede che il vostro modo di vestire non è ordinario.
Mon.
Ah, mirate questo taglio di vita! (salza e passeggia).
Vedete quanto adornano la persona questi due fianchi! Appunto lequilibrio i cui son eglino situati, è la ragione per cui mi avete veduto riuscire mirabilmente nel ballo.
Ros.
(Non si potea far peggio.)
Mon.
Ma io perdo il tempo in cose inutili, e mi scordava di dirvi che mi piacete eccessivamente; che vi amo quanto la luce degli occhi miei, e desidero la vostra corrispondenza per unico refrigerio delle mie pene.
Ros.
Signore, che io vi piaccia è una fortuna, che voi mi amiate è vostra bontà; ma il corrispondervi non è in mio arbitrio.
Mon.
Da chi dipendete? Non siete padrona di voi medesima?
Ros.
La vedova è soggetta alla critica più daltra donna.
se mi dichiarassi per voi, non si farebbe che parlare di me.
Mon.
Ma voi non avete da far caso di questa gente.
Dovete vivere secondo il buon sistema delle donne prudenti.
Ros.
La donna prudente o deve vivere a s, o deve accompagnarsi con uno sposo.
Mon.
Questa proposizione potrebbe non esser vera, ma se così volete, io vi esibisco uno sposo.
Ros.
E chi è questi, o signore?
Mon.
Le Blau che vadora.
Io, mia cara, vi donerò la mia mano come vi ho donato il mio cuore.
Ros.
Datemi qualche tempo a risolvere.
Mon.
Sì, mio bene, prendete quanto tempo vi piace; ma intanto non mi lasciate morire.
(saccosta per prenderla per la mano)
Ros.
Eh, monsieur, un poco più di modestia.
Mon.
Non si permette alcuna piccola cosa ad uno che deve essere il vostro sposo?
Ros.
è ancor troppo presto.
Mon.
(torna come sopra) Ma io ardo, e non posso vivere.
Ros.
(Convien finirla.) ( salza)
Mon.
Non mi fuggite.
(le va dietro) Abbiate pietà.
Ros.
Modestia, vi dico.
Siete troppo importuno.
Mon.(singinocchia) Vi domando perdono.
Ros.
(E siamo da capo).
Deh, alzatevi, e non mi date in simili debolezze.
Mon.
Madama, un affanno di cuore mimpedisce levar da terra senza il soccorso della vostra mano.
Ros.
Via, vaiuterò a sollevarvi.
(gli dà la mano, ed egli la bacia)
Mon.
Non è buon amante chi non sa commetter dei furti.
Ros.
Ah! monsieur, siete troppo accorto.
Mon.
E voi troppo bella.
Ros.
Orsù, non mi è ora permesso goder più a lungo le vostre grazie.
Mon.
Sarei indiscreto, se pretendessi di prolungarvi lincomodo.
Partirò per lasciarvi in tutta la vostra libertà.
Ros.
Mi riserbo ad altro tempo di rispondere alla vostra proposizione.
Mon.
Questa mano è impegnata per voi.
Ros.
Ed io non son lontana dallaccettarla.
(Ci penserò molto bene prima di farlo.)
Mon.
Addio mia regina, governatrice del mio cuore e de miei pensieri! Che bellezza! Che grazia! Peccato che non siate nata a Parigi!
(parte)
SCENA XVIII
Rosaura sola.
Certo! se fossi nata a Parigi, varrei qualche cosa di più! Io mi pregio essere di un paese ove regna il buon gusto quanto in qualunque altro.
Italia in oggi dà regola nella maniera di vivere.
Unisce tutto il buono delle nazioni straniere, e lascia lor tutto il cattivo.
Questo è che la rende ammirabile e fa innamorare del suo soggiorno tutte le nazioni del mondo.
Questo Francese non mi dispiacerebbe, se non fosse così affettato.
Dubito che le sue parole sien tutte studiate, che non sia veramente sincero e che abbia a riuscire più volubile dellInglese; onde se quegli non promette damarmi fuor di questa città, temo che questo cominci anche in essa a nausearsi dellamor mio.
ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.
Il Dottore e Rosaura.
Ros.
Pare che il mio genitore si sia scordato di me; non venite mai a vedermi.
Dott.
Figliuola mia, lo sapete; ho i miei affari, e non avendo entrate, conviene che mi procacci il vitto co' miei sudori.
Ros.
Se avete bisogno di qualche cosa, comandate.
Dott.
No, non voglio caricarvi di maggiori pesi.
Pur troppo tenendo con voi Eleonora vostra sorella, mi sollevate dal maggior fastidio del mondo.
Ros.
Bisognerebbe procurar l'occasione di maritarla.
Dott.
Per questo sono venuto da voi.
Sappiate che il signor Pantalone vostro cognato inclinerebbe a sposarla.
Ros.
Oh, non le date un vecchio.
Dott.
Un vecchio l'avete preso anche voi.
Ros.
E per questo vi dico che non lo diate a lei.
Dott.
Basta, parlerò con la ragazza; e s'ella v'inclina, non le togliamo la sua fortuna.
Ros.
Se v'inclina, lo faccia.
Ma avvertite di non violentarla.
Dott.
E voi, Rosaura, volete rimaritarvi?
Ros.
Perché no? Se mi capitasse una buona occasione, forse l'abbraccerei.
Dott.
Vi è un cavaliere spagnuolo, che ha dell'inclinazione per voi.
Ros.
Come si chiama?
Dott.
Don Alvaro di Castiglia.
Ros.
Lo conosco.
Era ier sera alla festa di ballo.
Dott.
Egli m'ha pregato acciò l'introduca da voi, ed è venuto meco sin qui.
So che è un cavaliere pieno di civiltà e di onestà; onde, se non avete cosa in contrario, mi farete piacere a riceverlo, tanto più che può darsi non sia inutile per voi la sua inclinazione.
Ros.
Quando mio padre me lo presenta, non ricuso di ricevere il cavaliere spagnuolo.
Dott.
Figliuola mia, sarebbe bene che vi rimaritaste.
Compatitemi se ve lo dico.
Una vedova sui festini non fa la miglior figura di questo mondo.
(parte)
SCENA II
Rosaura poi Don Alvaro.
Ros.
Mi mortifica gentilmente.
Ma gran conquiste che ho fatte io ier sera! Tutti rimasero incantati.
Non so che cosa avessi di straordinario.
Ma ecco lo Spagnuolo.
Viene con passo geometrico.
Solita gravità della sua nazione.
Alv.
Riverisco donna Rosaura de' Bisognosi.
Ros.
M'inchino a don Alvaro di Castiglia.
Alv.
Vostro padre mi ha obbligato ch'io venga a darvi il presente incomodo, ed io non ho mancato di compiacerlo, anche per il piacere di riverirvi.
Ros.
Mio padre è stato troppo indiscreto andare a voi un sì gran disturbo, e condurvi ad annoiarmi della mia stucchevole conversazione.
Alv.
Voi siete una dama di molto merito, e però trovo bene ricompensata qualunque pena per voi mi prendo.
Ros.
Vuol favorire? S'accomodi.
Alv.
(É ancor più bella di giorno che di notte.) (siede)
Ros.
(Mi mette in una gran soggezione.) (siede)
Alv.
Eccovi una presa del mio tabacco.
(le dà il tabacco)
Ros.
Veramente prezioso.
Alv.
Questo l'ebbi ieri, con una staffetta speditami dalla duchessa mia madre.
Ros.
Certo non può esser migliore.
Alv.
Eccolo al vostro comando.
Ros.
Non ricuserò l'onore di metterne un poco nella mia tabacchiera.
Alv.
Servitevi della mia.
Ros.
Non permetterei che doveste restarne senza.
Alv.
Ebbene, datemi in cambio la vostra.
Ros.
Ma la mia è d'argento, e la vostra è d'oro.
Alv.
Che oro! Che oro! Noi stimiamo l'oro, come il fango.
Fo più conto di una presa del mio tabacco, che di cento scatole d'oro.
Favorite.
Ros.
per compiacervi.
(fa il cambio della scatola) Don Alvaro, come vi piace la nostra Italia?
Alv.
É bella, ma non ci vedo quell'aria maestosa, che spira per tutti gli angoli della Spagna.
Ros.
E delle Italiane che ne dite?
Alv.
Non conoscono la loro bellezza.
Ros.
Perché?
Alv.
Perché? S'avviliscono troppo, e non sanno sostenere bastantemente il decoro del loro merito.
Ros.
Ma che? Le vorreste superbe?
Alv.
Le vorrei più gravi e meno popolari.
Ros.
Ma il nostro costume è tale.
Alv.
Piano, non parlo di voi.
Voi non sembrate italiana.
La scorsa notte mi sorprendeste.
Vidi sfavillare dai vostri occhi un raggio di luminosa maestà, che tutto mi empié di venerazione, di rispetto, e di maraviglia.
Voi mi sembraste per l'appunto una delle nostre dame, le quali, malgrado la soggezione in cui le teniamo, hanno la facoltà d'abbattere ed atterrare co' loro sguardi.
Ros.
Vi ringrazio della favorevole prevenzione che di me avete.
Ma avvertite a non ingannarvi.
Alv.
Uno Spagnuolo non è capace di restare abbagliato.
Noi abbiamo la vera cognizione del merito.
Ros.
Lo credo, ma qualche volta la passione fa travedere.
Alv.
No, no, non è possibile che gli Spagnuoli amino per una passione brutale.
Prima d'accendersi, vogliono conoscere l'oggetto delle loro fiamme.
La bellezza appresso di noi non è il più forte motivo de' nostri amori.
Ros.
Ma di che dunque vi solete invaghire?
Alv.
Del contegno e della gravità.
Ros.
(Genio veramente particolare della nazione).
Alv.
Non vorrei esservi di soverchio incomodo.
Che ora abbiamo?
Ros.
Sarà il mezzogiorno poco lontano.
Alv.
Vediamo che dice il nostro infallibile.
(tira fuori l'orologio) Questa è l'opera più perfetta del Quare inglese.
Ros.
In Ispagna non fanno orologi?
Alv.
Eh pensate, in Ispagna pochi travagliano.
Ros.
Ma come vivono le genti basse?
Alv.
In Ispagna non vi è gente bassa.
Ros.( Oh questo è originale!)
Alv.
(mentre vuol guardare le ore, gli casca in terra l'orologio) Va' al diavolo! (gli dà un calcio, e lo getta in fondo alla scena)
Ros.
Che fate? Un orologio così perfetto?
Alv.
Quello che ha toccato i miei piedi , non è più degno della mia mano.
Ros.
(Dice bene).
Alv.
Ma voi, in mezz'ora che siete meco, non mi avete ancora richiesto cosa veruna.
Ros.
Non saprei di che pregarvi, oltre l'onore della vostra visita.
Alv.
La grazia d'uno Spagnuolo non si acquista sì facilmente; siete bella, siete maestosa, mi piacete, vi amo, ma per obbligarmi ad esser vostro, vi mancano ancora delle circostanze.
Ros.
Favorite dirmi che cosa manca.
Alv.
Sapere in qual grado di stima teniate la nobiltà.
Ros.
Essa è il mio nume.
Alv.
Conoscere se sapete sprezzare l'anime basse ed ignobili.
Ros.
Le odio e le abborrisco.
Alv.
Sperimentare se avete la virtù di preferire un gran sangue ad una vana bellezza.
Ros.
Di ciò mi pregio costantemente.
Alv.
Or siete degna della mia grazia.
Questa è tutta per voi.
Disponetene a piacer vostro.
(s'alza)
Ros.
Volete di già lasciarmi?(s'alza ella pure)
Alv.
Non voglio più a lungo cimentare il mio contegno.
Comincerei a indebolirmi.
Ros.
(Voglio provarmi se so dargli gusto all'usanza del suo paese.)Da me non isperate uno sguardo men che severo.
Alv.
Così mi piacete.
Ros.
Vi lascerò penare prima d'usarvi pietà.
Alv.
Lo soffrirò con diletto.
Ros.
Ad un mio cenno dovrete trattenere sino i sospiri.
Alv.
Che bel morire per una dama che sa sostener la gravità!
Ros.
Principiate ora a temermi.
Partite.
Alv.
Sono costretto a ubbidirvi.
Ros.
Non mi guardate.
Alv.
Che incanto è questo! Che severità prodigiosa! Provo il massimo de' contenti nel sofferire la maggior pena del mondo.
(si volta un poco e con un sospiro parte)
SCENA III
Rosaura sola
Oh! questo è il più ameno carattere di quanti ne abbia trattati.
Ha piacere di esser tormentato, e in grazia di questa sua idolatrata gravità fa più conto dei disprezzi che delle finezze.
Eccomi provveduta di quattro amanti, ognuno dei quali ha il suo merito, e le sue stravaganze.
L'Italiano è fedele, ma troppo geloso: l'Inglese è sincero ma incostante: il Francese è galante, ma troppo affettato: e lo Spagnolo è amoroso, ma troppo grave.
Vedo che volendo levarmi dalla soggezione, uno di questi dovrei scegliere, ma quale, ancor non saprei.
Dubito poi che dovrò preferire il Conte ad ogni altro, tuttoché qualche volta mi si renda molesto co' suoi sospetti gelosi.
Egli è il primo che si è dichiarato; e poi ha il privilegio sopra degli altri d'essermi quasi paesano: privilegio che assai prevale in tutte le nazioni del mondo.
(parte)
SCENA IV.
Camera nella locanda.
Monsieur Le Blau ed Arlecchino.
Mon.
Tu sei un uomo spiritoso; è peccato che ti perdi in una locanda, ove non può spiccare la tua abilità.
Arl.
Ghe dirò patron; siccome la mia gran abilità la consiste in magnar, no me par de poder trovar meio d'una locanda.
Mon.
No, amico non è questa la tua abilità.
Conosco io dalla tua bell'idea, che sei un capo d'opera per fare un'ambasciata amorosa.
Arl.
In verità l'è un cattivo astrologo, perché mi non ho mai fatt el mezan
Mon.
Ecco come in Italia si cambiano i termini a tutte le cose.
Che cos'è questo mezzano? Un ambasciatore di pace, un interprete dei cuori amanti, un araldo di felicità e contenti, merita tutta la stima, ed occupa i più onorati posti del mondo.
Arl.
Ambasciator de pase, araldo di felicità e contenti, in bon italian vol dir batter l'azzalin.
Mon.
Orsù, io sarò quello che metterà in luminoso prospetto la tua persona.
Conosci madama Rosaura, cognata di Pantalone de' Bisognosi?
Arl.
Signor sì, la cognosso.
Mon.
Hai tu coraggio di presentarti ad essa in mio nome, e recarle in dono una preziosissima gioia che ti darò?
Arl.
Elo fursi qualche anello?
Mon.
Oh, altro che anello! É una gioia che non ha prezzo.
Arl.
Perché, se l'era un anello, no la lo toleva siguro.
Basta, me provarò; ma la se arecorda che ogni fadiga merita premio.
Mon.
Eseguisci la commissione, e sarai largamente ricompensato.
Arl.
La me diga, cara ela: Vuossioria el mai stà in Inghilterra? Salo l'usanza de quel paese?
Mon.
Non ci sono stato, e non so di qual usanza tu parli.
Arl.
La sappia che in Inghilterra se usa regalar avanti.
Mon.
Questo da noi non si costuma.
La mercede non dee precedere il merito.
Opera bene, e non temere.
Arl.
Basta, mi stagh sulla vostra parola.
Mon.
Non voglio però che tu dica esser un servitore di locanda, che non mi conviene mandarti con questo titolo.
Arl.
Chi oio da dir che son?
Mon.
Devi passar per il mio cameriere, giacché, come tu sai, sono tre giorni che l'ho licenziato dal mio servizio.
Arl.
Ghe vorìa mo i abiti aproposito.
La vede ben...
Mon.
Vieni nella mia camera.
Ti vestirò alla francese.
Arl.
Alla franzese! Oh magari! Anca mi, diventerò monsù.
Mon.
Dovrai porti sul gusto della nostra nazione, dritto, svelto, spiritoso, pronto.
Cappello in mano, riverenze senza fine, parole senza numero e inchini senza misura.
Arl.
( si va provando e non gli riesce)
Mon.
Ecco la gioia che tu le devi recare.
Questo è il mio ritratto; e son sicuro ch'ella apprezzerà la delicatezza di questa effige, più che la ricchezza di tutte le gioia del mondo.
Arl.
Oh che zoggia! Oh che bella zoggia!
Mon.
Odi, mio caro Arlecchino, odi il complimento che le dovrai fare per me; apprendilo bene, non te ne dimenticare parola, poiché in ogni accento è rinchiuso un mistero.
Arl.
No la se dubita; la diga pur, che l'ascolto.
Mon.
Tu le devi dir così: Madama, chi aspira a farvi l'intiero dono del rispettoso ed umile originale, v'invia anticipatamente il ritratto.
Tenetelo in luogo di amoroso deposito, fintanto che la sorte gli conceda l'onore...
Arl.
Basta, basta, per amor del cielo.
No me ne recordo più una parola.
Mon.
Orsù, vedo che tu hai poca memoria.
Sai leggere?
Arl.
Qualche volta.
Mon.
Vieni nella mia camera, che lo registrerò sopra un foglio.
Lo leggerai tante volte finché ti resti nel capo.
Arl.
Se l'ho da lezer fin che el me resta nella memoria, ho paura de averlo da lezer tutto el tempo de vita mia.
Mon.
Caro Arlecchino, seguimi, non ti trattenere.
Sono impaziente di sentir la risposta che madama averà la bontà di mandarmi, e a misura della risposta sarai ricompensato.
Avverti di custodire con ogni esattezza la gioia che or ora ti diedi.
Gioja che ha fatto sospirare le prime principesse d'Europa.
Arl.
Gioia che faria sospirar un pover om dalla fame.
SCENA V
Il Conte poi Folletto lacchè
Con.
Rosaura restò meco sdegnata, chiamandosi offesa da' miei gelosi sospetti.
Convien placarla.
Finalmente conosco che la gelosia è un tormento dell'amante, e un'ingiuria all'amata.
Spero con questa lettera facilitarmi il di lei perdono, e ritornare al dolce possesso della sua grazia.
Lacchè!
Fol.
Illustrissimo.
Con.
Sai dove stia di casa il signor Pantalone dei Bisognosi?
Fol.
Illustrissimo sì.
Con.
Conosci la signora Rosaura sua cognata?
Fol.
Illustrissimo sì, la conosco.
Con.
Devi andare alla di lei casa, e portarle questa mia lettera.
Fol.
Vossignoria illustrissima sarà servita.
Con.
Procura farti dar la risposta.
Fol.
Illustrissimo sì.
Con.
Con questa occasione osserva se vi è nessuno a conversazione.
Fol.
Vossignoria illustrissima lasci fare a me.
Con.
Fàllo con buona maniera.
Fol.
Non abbia timore, Illustrissimo, che questo è il nostro mestiere.
Si stima più un lacchè che sappia portare una lettera, che uno che sappia correr la posta.
(parte)
Con.
Convien poi dire la verità, i nostri servitori italiani sono tutti pieni di civiltà; qualche volta col troppo lustrarci ci burlano, ma non importa.
L'adulazione è una minestra che piace a tutti.
SCENA VI.
Milord, e poi Birif.
Mil.
(passeggia da sé solo, senza parlare, su e giù per la scena; poi tira fuori uno scrignetto di gioie, e le guarda, indi lo chiude, e chiama) Birif!
Bir.
(viene e si cava il cappello senza parlare).
Mil.
Prendi questi diamanti, portali a madama Rosaura: la conosci?
Bir.
Sì signore.
Mil.
Dille che mando te, non potendo andar io.
Bir.
Sì signore.
Mil.
Portami la risposta.
Bir.
Sì signore.
(parte)
Mil.
Mille ducati, ah! costan poco.
Merita più .
Si farà, si farà.
(parte)
SCENA VII
Arlecchino con un foglio in mano, avuto dal Francese, poi Don Alvaro.
Arl.
Stavolta pol esser che arriva a far la me fortuna: a bon cont, el Frances me vestirà, e sperarìa de avanzar l'abit, se l'è galantomo come i altri Franzesi, che ho cognossù.
No vorave scordarme el complimento, che ho da far a siora Rosaura.
El tornerò a lezer, per cazzarmelo ben in te la memoria.
(apre il foglio e vedendo venire lo Spagnuolo, lo serra e lo ripone)
Alv.
Galantuomo.
Arl.
(guarda intorno, non credendo parli con lui) Con chi parlelo?
Alv.
Amico, parlo con te.
Arl.
La ringrazio de la bona opinion.
Alv.
Dimmi, conosci donna Rosaura, cognata di don Pantalone?
Arl.
Signor sì, la conosco.
(Diavolo tutti intorno a custìa!)
Alv.
Tu avrai l'onore di presentarle in mio nome un tesoro.
Arl.
Un tesoro.
Una bagatella! Lo presentarò; ma la se recorda che ogni premio vol la so fadiga.
Al.
Prendi, portale questo foglio, e sarai largamente rimunerato.
Arl.
Elo questo el tesoro?
Alv.
Sì questo è un tesoro inestimabile.
Arl.
Cara éla, la perdona la curiosità, coss'èlo mo' sto tesoro?
Alv.
Questo è l'albero del mio casato.
Arl.
(se ne ride) (L'è un tesoro compagno de la zoggia del Franzese).
Alv.
Lo darai a donna Rosaura, e le dirai così: Gran Dama, specchiatevi nei gloriosi antenati di Don Alvaro vostro sposo, e consolatevi che avrete l'onore di passare fra l'eroine spagnuole.
Arl.
La senta, el tesoro lo porterò, ma tutte ste parole è impossibile che mi le diga.
Se la vol che me arecorda, bisogna che la le scriva.
Alv.
Sì, lo farò; vieni alla mia camera, e se mi porti una lieta risposta, assicùrati che vi sarà un piccolo tesoretto ancora per te.
Arl.
No vorave che el piccolo tesoretto fusse qualche piccolo alberetto.
(Ma co ste do incombenze pero de far una buona zornada).
SCENA VIII.
Camera di Rosaura, con tavolino, carta, calamaio e sedie.
Il Dottore ed Eleonora.
Dott.
Figliuola mia, il partito ch'io vi propongo delle nozze del signor Pantalone è molto vantaggioso per voi, mentre se il signor Stefanello era ricco, suo fratello, che ha aggiunte alle proprie le facoltà ereditate, deve essere ricco al doppio.
Ele.
Caro signor padre, per dirvi la verità, non mi dispiace altro che la sproporzione dell'età: io troppo giovine, ed egli troppo vecchio.
Dott.
La di lui età avanzata non vi ha da far ostacolo.
Egli è un uomo garbato, sano e gioviale; e, quello che più importa, vi vuol bene, e vi tratterà da regina.
Ele.
Mentre credete voi che possa essere un matrimonio conveniente per me, non ricuserò di farlo, coll'unico oggetto di obbedire un vostro comando.
Dott.
Brava, la mia figliuola; voi mi consolate.
Vado subito dal signor Pantalone; e prima che qualche altra idea lo frastorni, vo' procurare d'assicurar la vostra fortuna.
SCENA IX.
Eleonora, poi Marionette.
Ele.
É una gran lusinga quel dire sarò ricca, sarò padrona.
Ma quell'esser vecchio il marito, non mi finisce.
Marionette ti ho da dar una buona nuova.
Son fatta sposa.
Mar.
Me ne rallegro infinitamente; ma, s'è lecito, chi è lo sposo?
Ele.
Il signor Pantalone.
Mar.
E questa la chiamate una buona nuova? E ne siete allegra e contenta?
Ele.
Perché no? Non è egli forse un buon partito?
Mar.
Sì, per una vecchia di cinquant'anni, ma non per voi, che siete una giovanetta.
Ele.
Anch'io pensava prima così; ma poi, in riguardo della sua ricchezza, l'esser vecchio mi pare che poco importi.
Mar.
Importa moltissimo, importa tutto.
Domandatelo a vostra sorella, che cosa voglia dire una giovane maritata ad un vecchio.
Se fosse lecito il dirvi tutto, ve ne farei passare la voglia.
Io non son vecchia, e dei mariti ne ho avuti tre, ma se dovessi rimaritarmi, io vorrei un giovinotto di primo pelo.
Ele.
Certamente, se lo trovassi, anch'io non direi di no.
Mar.
Per voi che siete una giovane di buon garbo, disinvolta e di spirito, vi vorrebbe per l'appunto un Francese.
Ele.
Trovarlo un Francese, che mi volesse!
Mar.
Eh, quando non volete altro, ve lo troverò io.
Ele.
Ma oltre l'esser giovine, lo vorrei bello e ricco.
Mar.
Di questi non ne mancano in Francia.
Ele.
Dovrò io andare in Francia a maritarmi?
Mar.
No, mia signora, in Venezia ne capitan tutto dì.
Ce ne sarebbe uno a proposito, il quale mostra essere inclinato per vostra sorella, ed essa pare che poco gli corrisponda.
Potrebbe darsi che si dichiarasse per voi.
Ele.
Se ama mia sorella, non si curerà di me.
Mar.
Eh, facilmente poi questi Parigini si cambiano.
Con due sospiri lo fate cader in terra.
Ele.
Tu me lo dipingi per incostante.
Mar.
Che importa a voi? Quando siete maritata, vi basta.
Ele.
E l'amor del marito?
Mar.
Oh, ne sapete poco.
Parliamo d'altro.
Lo volete vedere questo Francese?
Ele.
Lo vedrò volentieri.
Mar.
Lasciate condurre l'affare a me.
Già vostra sorella è perduta per ilo geloso, e non fa stima di verun altro: peggio per lei.
Sarà la vostra fortuna.
Un Francese! Oh che matrimonio felice!
Ele.
Ma la parola che ho dato a mio padre di sposar il signor Pantalone?
Mar.
Ditegli che avete cambiata opinione.
Ele.
Mi chiamerà volubile.
Mar.
Scusatevi con dir: son donna.
Ele.
Mi sgriderà.
Mar.
Lasciatelo dire.
Ele.
Minaccerà.
Mar.
Non vi spaventate.
Ele.
Vorrà obbligarmi per forza.
Mar.
La festa non si può fare senza di voi, battete sodo.
Ele.
Ho paura di non resistere.
Mar.
Lo dirò a vostra sorella; tutte due vi assisteremo.
Ele.
Cara Marionette, mi raccomando.
SCENA X.
Rosaura e dette.
Mar.
Venite, signora Rosaura, venite in soccorso delle vostra cara sorella.
Suo padre la vorrebbe dare in sposa al signor Pantalone, vostro cognato; ella apprende ciò per una disgrazia, ma non ha il coraggio di opporsi ai comandi del genitore.
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