LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Gran cosa che in una villeggiatura non s'abbiano ad aver solamente quelle persone che piacciono; ma che si debbano soffrire ancora quei che dispiacciono.
Se don Gasparo volesse fare a mio modo...
ma egli non si cura di niente.
Non bada a chi va e chi viene.
Tanti giorni non sa nemmeno chi mangi alla nostra tavola.
Egli non pensa ad altro che alla sua caccia, e a divertirsi con i suoi villani.
Bel marito che mi ha toccato in sorte! Ehi, chi è di là?
ZER.
Signora.
LAV.
È ritornato ancora il padrone?
ZER.
Non signora, non si è ancora veduto.
LAV.
A che ora è partito questa mattina?
ZER.
Appena, appena si vedeva lume.
Quei maladetti cani da caccia mi hanno destato, ch'io era sul primo sonno.
LAV.
Che indiscretezza! partir dal letto senza dirmi nemmeno addio.
ZER.
Non le ha detto niente, prima di levarsi dal letto?
LAV.
Non l'ho sentito nemmeno.
ZER.
È molto che non l'abbia sentito, perché, quando s'alzò il padrone, poco tempo poteva essere passato da che ella erasi coricata.
LAV.
Così credo ancor io, ma il sonno mi prese subito.
ZER.
Tutti due dunque si sono portati benissimo.
Ella coricandosi ha lasciato dormire il marito, ed egli alzandosi non ha disturbato la moglie.
LAV.
Gran dire che con don Gasparo non si vada d'accordo mai!
ZER.
Anzi mi pare che vadano d'accordo bene.
Se ciascheduno fa a modo suo, non ci sarà che dire fra loro.
LAV.
Sarà andato alla caccia dunque.
ZER.
Sì signora.
Ha preso seco i suoi cani, il suo schioppo, un uomo con del pane, del salame e del vino, e camminava come se fosse andato a nozze.
LAV.
Eh, quando andò a nozze, non camminava sì presto!
ZER.
Sento i cani che abbaiano.
Il padrone sarà tornato.
LAV.
Sarà capace di non venir nemmeno a vedermi.
ZER.
Vorrà prima riposare un poco.
LAV.
Va a vedere s'egli è tornato.
Digli che favorisca di venir qui.
ZER.
Lo vuole subito?
LAV.
Subito.
ZER.
Puzzerà di selvatico.
LAV.
Spicciati; non mi stordire.
ZER.
(Poverina! la compatisco.
Vorrebbe ora l'addio che non le ha dato questa mattina).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
DONNA LAVINIA, poi DON GASPARO da cacciatore, collo schioppo in spalla.
LAV.
Non so s'egli lo sappia, che oggi si aspetta don Paoluccio.
Vorrei che gli si preparasse un accoglimento onorevole.
È un cavalier che lo merita, ed ha per me una bontà assai grande.
Oh, se mio marito avesse tanta stima di me, quanta ne ha don Paoluccio, sarei contentissima!
GASP.
Eccomi qui ai comandi della signora consorte.
Per venir presto, non mi ho nemmeno levato dalle spalle lo schioppo.
LAV.
Eh voi quel peso lo soffrite assai volentieri.
GASP.
Sì certo.
Tanto a me piace lo schioppo, quanto a voi un mazzo di carte.
LAV.
Io gioco per mero divertimento.
GASP.
Ed io vado a caccia per mera soddisfazione.
LAV.
Non so come facciate a resistere.
Ogni giorno faticare, camminare, sudare! Non siete più giovinetto.
GASP.
Io sto benissimo.
Non ho mai un dolore di capo.
LAV.
Fareste molto meglio a starvene a letto la mattina, come fanno gli altri mariti colle loro mogli.
GASP.
Allora non istarei bene, come sto.
LAV.
Già, chi sente voi, la moglie è la peggiore cosa di questo mondo.
GASP.
La moglie è buona e cattiva secondo i tempi, secondo le congiunture.
LAV.
I tempi e le congiunture fra voi e me sono sempre simili.
GASP.
Perché non c'incontriamo nell'opinione.
LAV.
Il male da chi deriva?
GASP.
Non saprei.
Io vado a letto alle quattro.
Ci sto fino alle dodici.
Ott'ore non vi bastano?
LAV.
E chi è, che da questi giorni voglia andare a letto alle quattro?
GASP.
E chi è colui, che ci voglia stare sino alle sedici?
LAV.
Non c'incontreremo mai, dunque.
GASP.
Mai, se seguiteremo così.
LAV.
La sera non posso abbandonare la conversazione.
GASP.
La mattina non lascierei la caccia per la più bella donna di questo mondo.
LAV.
Per la moglie non si può lasciare la caccia?
GASP.
Per il marito non si può lasciare la conversazione?
LAV.
Bene.
Lasciate voi la caccia, ch'io vedrò di sottrarmi dalla conversazione.
GASP.
Verrete voi a dormire, quando ci anderò io? Verrete voi a letto alle quattro?
LAV.
Sì, ci verrò.
E voi starete a letto sino alle sedici?
GASP.
Diavolo! dodici ore si ha da stare nel letto?
LAV.
Dunque vi anderemo più tardi.
GASP.
Dunque ci leveremo più presto.
LAV.
Già, quando si tratta di stare meco, vi pare di essere nel fuoco.
GASP.
Dodici ore di letto? altro che andare a caccia.
LAV.
Ma io non posso la mattina levarmi presto.
GASP.
Ed io non posso la sera stare levato tardi.
LAV.
Pare siam fatti apposta per essere d'un umore contrario.
GASP.
Divertitevi dunque, e lasciatemi andare a caccia.
LAV.
E dopo la caccia, in conversazione con i villani e colle villane.
GASP.
Io con i villani, e voi con i cavalieri.
Se non v'impedisco di fare a modo vostro, perché volete impedirmi di fare al mio?
LAV.
Bene, bene.
Lo sapete che oggi si aspetta don Paoluccio?
GASP.
Ben venga don Paoluccio, don Agapito, e don Marforio, e tutta Napoli, se ci vuol venire.
LAV.
Voi forse non lo vedrete nemmeno.
GASP.
Lo vedrò a desinare; non basta?
LAV.
Un cavaliere amico di casa, che torna dopo tre anni, merita che gli si faccia un accoglimento grazioso.
GASP.
Ehi! viene per trovar me, o viene per ritrovar voi?
LAV.
Non è amico di tutti due?
GASP.
Sì; ma circa all'accoglimento pensateci voi, cara donna Lavinia.
LAV.
Qual camera, qual letto gli vogliamo noi dare?
GASP.
Basta che non gli date il mio.
LAV.
Spropositi! il vostro ed il mio non è il letto medesimo?
GASP.
Per questo diceva...
LAV.
Voi avete voglia di barzellettare.
GASP.
Sono allegro questa mattina.
Ho preso sei beccaccie, quattro pernici ed un francolino.
LAV.
Ho piacere che vi sia del selvatico.
Se viene don Paoluccio...
GASP.
Oh, del mio selvatico don Paoluccio non ne mangia.
LAV.
E che ne volete fare dunque?
GASP.
Mangiarmelo con chi mi pare.
LAV.
Colle villane?
GASP.
Colle villane.
LAV.
Si può sentire un gusto più vile?
GASP.
Consolatevi, che voi avete un gusto più delicato.
LAV.
Se non foss'io che sostenessi l'onore della casa...
GASP.
Veramente vi sono obbligato.
Se non ci foste voi, non averei la casa piena di cavalieri.
LAV.
E che cosa vorreste dire?
GASP.
Zitto; non andate in collera.
LAV.
Se stesse a me, quanti meno verrebbono a mangiar il nostro.
Don Ciccio per il primo non ci verrebbe.
GASP.
Guardate che diversità d'opinione! Ed io quello me lo godo infinitamente.
LAV.
Fra voi e me non si va d'accordo perfettamente.
GASP.
Ehi, ps, ps.
(chiama verso la scena)
LAV.
Chi chiamate?
GASP.
Chiamo quelle ragazze.
LAV.
Che cosa volete da loro?
GASP.
Quello che vogl'io, non lo avete da saper voi.
LAV.
Andate lì; che bisogno c'è che le facciate venire in sala?
GASP.
Non ci possono venire in sala? Avete paura che dai piedi delle contadine sia contaminata la sala della vostra nobile conversazione?
LAV.
Quando ci sono io, non ci devono venire le contadine.
GASP.
Il ripiego è facile, cara consorte.
LAV.
Come sarebbe a dire?
GASP.
Non ci devono essere, quando ci siete voi: io voglio che ci sieno, dunque andatevene voi.
LAV.
Ho da soffrir anche questo?
GASP.
Soffro tanto io.
LAV.
Non occorr'altro; sarà questo l'ultimo anno che mi vedete in campagna.
GASP.
Oh, il ciel volesse che mi lasciaste venir da me solo!
LAV.
Indiscretissimo.
GASP.
Tutto quel che volete.
LAV.
Nemico della civiltà.
GASP.
Sfogatevi pure.
LAV.
Senza amore per la consorte.
GASP.
C'è altro da dire?
LAV.
Ci sarebbe pur troppo.
Ma la prudenza mi fa tacere.
Parto per non vi dire di peggio; perché l'onore non vuole ch'io faccia ridere la brigata di me, di voi, e del vostro modo di vivere e di pensare.
Divertitevi colle villane; meritereste ch'io vi amassi come mi amate, e che insegnassi ad un marito indiscreto come si trattano le mogli nobili, le mogli oneste.
(parte)
SCENA SESTA
DON GASPARO, poi la MENICHINA e la LIBERA.
GASP.
Servitor umilissimo.
(dietro a donna Lavinia) Ehi, venite, ragazze, che non c'è nessuno.
LIB.
È andata via la signora?
GASP.
Sì, è partita.
Venite pure liberamente.
Non abbiate paura.
LIB.
Paura di che? Non ho paura di nessuno io.
MEN.
Ed io? Non ho paura di mia madre; figuratevi se avrò paura di lei.
GASP.
Lo sapete; quando ella c'è, non vorrebbe che ci veniste voi.
LIB.
E io ci voglio venire.
Son nata qui; son figlia di un lavoratore di qui; son moglie dell'ortolano; ci sono sempre stata, e ci voglio venire.
MEN.
Quando ci veniva la padrona vecchia, ero sempre qua io, e mi voleva bene.
Che cosa è di più questa signora sposa, che non mi vuole?
GASP.
Lasciamo andare, lasciamo andare.
Finalmente sono padrone io.
Quando vi chiamo io, veniteci; quando c'è la signora, sfuggitela.
MEN.
Lo so io, per che cosa è in collera meco.
GASP.
Perché? che cosa le avete fatto?
MEN.
Un giorno sono andata nella sua camera, ch'ella non c'era.
Ho trovato sul tavolino un vasetto con certa polvere rossa; vi era la sua cagnolina; ed io, sapete che ho fatto? l'ho tinta tutta di rosso.
È venuta la signora, la mi voleva dare uno schiaffo.
Ho gridato: la cagnolina si è spaventata; è fuggita via; e tutta la villa ha detto che la cagnolina era dipinta come la sua padrona.
GASP.
Avrei riso anch'io, se ci fossi stato.
LIB.
E con me se sapeste per che cosa è sdegnata!
GASP.
E perché è sdegnata con voi?
LIB.
Perché vede che tutti quelli che vengono qui, mi vedono volentieri.
Per bontà loro mi fanno delle finezze.
Vengono a ritrovarmi a casa.
Mi vogliono a ballar con loro.
MEN.
E io dirò, come dice il signor don Eustachio, sono l'idolo di questa terra.
LIB.
Il signor don Riminaldo m'ha detto cento volte, che se non ci fossi io qui, non ci verrebbe nemmeno lui.
GASP.
Ehi, donne mie, a che gioco giochiamo? Non vorrei così bel bello venir qui io a farvi il mezzano.
Mi è stato detto che si divertono con voi questi signori che mi favoriscono.
LIB.
Signor don Gasparo, che dic'ella? Io sono una donna che, non fo per dire, ma nessuno può dire...
MEN.
Io sono stata allevata da mia madre, che certo era una donna che per allevare...
LIB.
E ponno fare con me, e ponno dire, che non c'è da dire...
MEN.
Io sono una fanciulla, che non c'è da pensare...
LIB.
Se venissero coll'oro in mano...
MEN.
Né meno se mi dessero non so cosa..
LIB.
E ho da fare con un marito...
MEN.
Ho una madre, che per diana..
LIB.
Qui ci si viene così, così...
MEN.
Si viene, perché si viene...
GASP.
Avete finito?
LIB.
Se mio marito se lo potesse pensare.
MEN.
Se io sapessi che si dicesse...
GASP.
Non ancora?
LIB.
Posso andare così io, colla faccia mia, sì signore.
MEN.
E chi dicesse ch'io...
per questo...
non lo potrebbe dire...
LIB.
E sono conosciuta da tutta questa viggilatura...
MEN.
E la Menichina può stare in conversazione...
LIB.
E domandatelo...
MEN.
E sì signore.
GASP.
Ma finitela una volta.
Tenete, voglio regalarvi un poco della mia caccia.
LIB.
Chi mi vuole, mi prenda; e chi non mi vuole mi lasci.
MEN.
Non c'è pericolo ch'io dica...
GASP.
Tenete.
(dà qualche selvatico alla Libera)
LIB.
Non sono una donna...
che si lasci...
così per poco...
GASP.
Tenete voi.
(fa lo stesso colla Menichina)
MEN.
Se qualcheduno vuol dire, che cosa può dire? (prendendo il selvatico con disprezzo)
GASP.
Questo è bello.
Tenete.
(alla Libera, poi alla Menichina)
LIB.
Sono stomacata di queste cose.
(come sopra)
MEN.
Certe bocche non si ponno soffrire.
GASP.
Ma voi mi avete stordito.
LIB.
Chi è, che di me possa dire?
GASP.
Nessuno.
MEN.
Chi può vantarsi che io...
GASP.
Nessuno.
LIB.
Chi l'ha detto?
GASP.
Nessuno.
MEN.
Chi ha parlato?
GASP.
Nessuno.
LIB.
L'averà detto la signora.
MEN.
L'illustrissima l'averà detto.
GASP.
Oh povero me!
LIB.
E se l'ha detto lei...
MEN.
E se è venuto da quella parte...
LIB.
Anch'io potrò dire.
MEN.
Anch'io mi potrò sfogare.
GASP.
Non posso più.
LIB.
Che ne so di belle di lei.
MEN.
E di lei, e di lui, e di loro.
GASP.
Vado via.
LIB.
E di loro, per cagione di lei.
MEN.
E di lei, per cagione di loro.
GASP.
E di lei non ci penso, e di voi sono stanco.
Vado via: mi avete fatto tanto di testa.
(parte)
LIB.
Vado a dirlo al signor don Eustachio.
MEN.
Vado a raccontarlo al signor don Riminaldo.
LIB.
E gli voglio donare queste beccaccie.
(parte)
MEN.
Ed io gli voglio donare questa pernice.
(parte)
SCENA SETTIMA
DONNA LAVINIA e DONNA FLORIDA; poi SERVITORE.
FLO.
Che voglia è venuta a don Mauro di giocare al trucco a quest'ora? Per causa sua tutti ci hanno lasciate sole.
LAV.
È meglio che giochino al trucco, piuttosto che al faraone.
FLO.
Fa cose don Mauro, che non si posson tollerare.
LAV.
In che mai può mancare un cavaliere così compito, che ha tutti i numeri della civiltà e del buon garbo?
FLO.
Cara amica, non sapete niente.
Lo difendete, perché non lo praticate.
L'uomo non ho veduto più disattento di lui.
È capace di uscire dalla sua camera due ore dopo di me.
Conoscerà ch'io non ho voglia di discorrere, e mi darà una seccatura terribile con istorielle che non importano niente affatto.
Se siamo in camera soli, avrà l'abilità di prendere un libro, porsi a leggere, e lasciarmi dormire; e poi, quel ch'è peggio, se gli dico una parola, se gli do un rimprovero, si ammutolisce, non dice niente, mi lascia taroccar da me sola, che è una cosa che mi fa la maggior rabbia di questo mondo.
LAV.
In verità, donna Florida, siete assai delicata: queste non mi paiono cose da farvelo dispiacere.
FLO.
Ne sono stufa, stufissima, che non ne posso più.
LAV.
Ho paura che vi piaccia mutar spesso i serventi.
FLO.
Se non se ne trova uno, che sappia servire.
LAV.
Non so che dire.
Don Mauro mi pareva il caso vostro.
FLO.
No, no; non è il mio caso per niente.
LAV.
Ma perché dunque lo continuate a tener soggetto?
FLO.
Perché non voglio star senza.
Se qui ci fosse un altro che mi desse nel genio, vorrei farvi vedere a piantarlo caldo, caldo, di bel domani.
LAV.
Povero cavaliere, gli vorreste fare un bel tratto.
FLO.
Eh, non piangerebbe no per questo; e poi, se piangesse, ci sarebbe chi gli asciugherebbe le lagrime.
LAV.
Chi mai, donna Florida?
FLO.
Chi mai? Cara donna Lavinia, non entriamo in questo discorso.
LAV.
Capisco benissimo che cosa volete dire, e l'ho capito poc'anzi ancora, quand'egli venne vicino a me per osservare quel che leggevo: ma v'ingannate assaissimo, non mi conoscete davvero.
Stimo don Mauro, ma non vi è pericolo che ve l'usurpi.
Prima di tutto, sono impegnata con don Paoluccio...
FLO.
Stimo assai, che l'abbiate aspettato due anni.
LAV.
E anche sei l'avrei aspettato.
Non ho motivo di trattar male con chi meco ha trattato bene.
Non lo lascierò per un altro; e senza questo ancora, assicuratevi, donna Florida, che non ho l'abilità d'insidiare nessuno, che rispetto le amiche, e male azioni non sono capace di farne.
FLO.
Certamente, quantunque sia annoiata di don Mauro, mi spiacerebbe ch'ei fosse il primo a lasciarmi.
LAV.
Per conto mio statene pur sicura.
SERV.
Signora, è arrivato in questo punto il signor don Paoluccio.
LAV.
Perché non viene innanzi?
SERV.
Parla con il padrone.
LAV.
Digli che l'aspetto, per dargli il benvenuto.
(Servitore parte)
FLO.
Donna Lavinia, mi rallegro con voi.
LAV.
Per dir vero, son contenta del di lui arrivo.
FLO.
Eccolo ch'egli viene correndo.
SCENA OTTAVA
DON PAOLUCCIO e dette; poi SERVITORI.
LAV.
Ben ritornato, don Paoluccio.
PAOL.
Ben ritrovata, donna Lavinia.
Servitore di donna Florida.
LAV.
Avete fatto buon viaggio?
PAOL.
Buonissimo.
La fortuna ha preso impegno di favorirmi.
I miei viaggi, le mie dimore, tutto è stato piacevole, e per compimento di due anni di vero bene, ho l'onore di riverirvi.
FLO.
Molto compito, don Paoluccio.
PAOL.
Mi rallegro, donna Florida, vedervi in compagnia di donna Lavinia.
La vostra amicizia è sempre la stessa, costante, singolare, esemplare.
(verso donna Lavinia)
LAV.
La costanza della mia amicizia vi dovrebbe esser nota.
(a don Paoluccio)
PAOL.
È vero, ho prese anch'io le prime lezioni sotto una sì gentile maestra; ma! non saprei: l'aria del gran mondo guasta il cuore degli uomini.
Lo credereste? Dacché manco dal mio paese, la mia costanza non ha avuto periodo lungo più di quindici giorni.
FLO.
Veramente è una cosa comoda quel variare.
LAV.
Dunque don Paoluccio non ha per me la bontà solita, non ha la solita stima.
PAOL.
Sì certamente.
Ho tutto il rispetto per donna Lavinia.
Voi meritate di essere adorata.
Ho sempre riputati felici i primi giorni della mia libertà che a voi ho sacrificata; e l'unico rammarico mio fu sinora, non sapere chi sia stato il mio successore nel possedimento della grazia vostra.
LAV.
Voi mi offendete, dubitando che possa avere mancato con voi al dovere dell'amicizia.
PAOL.
Questo è un dovere che non impegna a vivere solitari.
Voi mi farete arrossire, se mi parlerete di cotali eroismi.
So che lo dite per farmi insuperbire, ma non lo credo.
Donna Florida, con realtà, in confidenza, chi è il cavalier servente di donna Lavinia?
FLO.
Ch' io sappia, non ne ha nessuno.
PAOL.
È oculata a tal segno? Non vuole che le sue inclinazioni traspirino? (verso donna Lavinia)
LAV.
Arguisco dal vostro modo di dire, che giudicate in altri impossibile quella costanza di cui non siete capace.
PAOL.
Facciamo a parlar chiaro, donna Lavinia.
Torno al mio posto, se la piazza è disoccupata; ci ritorno a costo di riceverla dalle mani dell'ultimo posseditore: ma non mi obbligate a comparirvi dinanzi coll'impostura di una fedeltà romanzesca.
Sarei stato costante, se avessi creduto necessario di esserlo; ve lo saprei dare ad intendere, se vi credessi pregiudicata a tal segno: ma io tengo per fermo, che la semplice servitù abbia più limitato il confine.
FLO.
Dice benissimo.
In distanza non obbliga la servitù.
Non fa poco chi si mantiene in vicinanza costante, e mi piace infinitamente quella limitazione di una quindicina di giorni.
LAV.
Sarebbe meglio per voi, don Paoluccio, che non aveste viaggiato.
PAOL.
Anzi, compatitemi, io credo d'avermi procurato un gran bene.
Oh, se sapeste di quanti pregiudizi liberato mi sono! In proposito dell'amore, ho scoperto de' grandi errori.
LAV.
Avrete inteso a dir da per tutto, che l'onore impegna la parola del cavaliere.
PAOL.
Eh, che non s'interessa l'onore in queste picciole cose.
FLO.
Questa è una franchezza ammirabile.
Dove l'avete appresa, don Paoluccio?
PAOL.
Dove l'ho appresa, l'esercitano con troppo fuoco: l'ho temperata sotto un clima più docile.
Ho fatto un misto di cose, che qualche volta mi hanno fatto del bene.
Spero non mi renderanno indegno della grazia di donna Lavinia.
LAV.
Per quindici giorni non prendo impegno.
FLO.
È meglio quindici giorni di servitù polita, che un anno di servitù male aggraziata.
PAOL.
Signora, voi avete sopra di me l'antico potere.
La mia soggezione sarà illimitata.
LAV.
Se questo mio da voi chiamato potere, non ha avuto forza di conservarsi in distanza, non posso lusingarmi di riacquistarlo sì presto.
Questa sincerità che mi ha confessato la vostra incostanza, potrebbe ora essere tradita dalla soggezione.
Però pensateci, che vi è tempo.
Compatitemi, ci rivedremo.
(in atto di partire)
PAOL.
Voi andate a consigliarvi col mio rivale.
Ci scommetto che il favorito è qui, senza che nessuno lo sappia.
LAV.
Mi maraviglio che pensiate sì bassamente di me.
FLO.
Eppure, eppure si potrebbe dare che faceste l'astrologo.
(a don Paoluccio)
LAV.
Donna Florida, voi mi offendete.
PAOL.
Ecco qui i pregiudizi nostri; noi prendiamo sovente le galanterie per offese.
SERV.
Quando comandano, si dà in tavola.
(parte)
LAV.
Andiamo, se vi contentate.
PAOL.
Permettetemi ch'io vi serva.
(a donna Lavinia)
LAV.
La sala della tavola non è lontana: vi rendo grazie.
(parte)
PAOL.
Ma voi altre italiane siete pur puntigliose.
(a donna Florida)
FLO.
Oh, io non lo sono certo.
PAOL.
Sempre più mi confermo, che donna Lavinia abbia la sua passione.
FLO.
Anch'io ho de' sospetti.
PAOL.
Due anni senza passione? Una donna costante in lontananza due anni? Non me lo dia ad intendere, che non lo credo.
(parte)
FLO.
Dice bene, non è da credere.
In due anni io ne ho cambiati sette.
Quando sono in campagna, non mi ricordo più niente di quelli della città; quando sono in città, non mi ricordo più niente di quelli della campagna.
Sono amante della novità, e quando arrivi ad essere costante un anno, faccio subito testamento.
Posso però vantarmi, che nessuno ancor mi ha piantato; che se ho la facilità di lasciar chi voglio, ho anche l'abilità d'incatenar chi mi preme.
E s'io da per me stessa non li disciolgo, si disperano, si tormentano, ma stanno lì finch'io voglio, finché mi piace; fremono, ma stanno lì.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
La LIBERA e la MENICHINA coi loro cesti infilati nel braccio, coperti da un panno bianco.
LIB.
Oggi non la finiscono mai di pranzare.
MEN.
Sarà per causa del forestiere che è venuto.
LIB.
Sarà contenta l'illustrissima signora dama, ch'è ritornato il suo damo.
MEN.
E poi dirà di noi..
LIB.
E ella fa peggio di noi...
MEN.
Ella lo ha tutto l'anno al fianco, e noi solamente un poco ora, da questa stagione.
LIB.
E ne avrà tre o quattro.
MEN.
Io non parlo con altri che con don Gasparo e con don Eustachio.
LIB.
Io con don Gasparo qualche volta, perché è il padrone di mio marito; per altro non faccio torto a don Riminaldo.
Non vedo l'ora di dargli questo po' di selvatico.
(accenna essere nel cestino)
MEN.
Aspetto anch'io don Eustachio, per dargli questo.
Credete voi che lo aggradiranno?
LIB.
Eccome! Egli è vero che qui non lo mangieranno, perché don Gasparo loro dà da mangiare, ma lo manderanno in città a regalare gli amici.
MEN.
Mi dispiace ch'è poco.
LIB.
Se don Gasparo ce ne donerà dell'altro, lo serberemo per loro.
MEN.
State zitta, voglio vedere se ne posso avere da Cecco.
LIB.
Da Cecco lavoratore?
MEN.
Sì, lo sapete che mi vuol bene, che mi ha fatto chiedere alla madre mia per isposa.
Si diletta anch'egli nei dì di festa d'andare a caccia.
Se prende delle beccaccie, voglio che me le doni.
LIB.
Per darle al signor don Eustachio.
MEN.
S'intende.
LIB.
Anch'io ho mandato mio marito al bosco a raccogliere de' funghi, e li ho regalati a don Riminaldo.
MEN.
Eh! anche don Eustachio mi dona poi qualche cosa.
LIB.
Don Riminaldo mi ha portato quest'anno da coprire un busto.
MEN.
E a me un bel paio di scarpe: ma zitto, che non vo' che Cecco lo sappia.
LIB.
Le vedrà bene, quando le porterete.
MEN.
Gli dirò che me le ha comprate mia madre.
LIB.
E vostra madre non dirà niente?
MEN.
Oh ella! me ne dessero, come ne prenderebbe!
LIB.
Anche mio marito lo ha per ambizione, che mi regalino.
MEN.
E le altre contadine hanno di noi un'invidia terribile.
LIB.
Eccome! Dicono ch'io sono la favorita.
MEN.
E me? Mi chiamano la figlia dell'oca bianca.
LIB.
Vedete il paggio, che viene con non so che cosa nelle mani.
MEN.
Andrà alla tavola facilmente.
Vorrei far chiamare don Eustachio.
LIB.
Sì, facciamolo; ma con maniera che non se ne avveda.
SCENA SECONDA
ZERBINO con un tondo o altra cosa simile, con cose dolci; e dette.
ZER.
Oh giovanotte, vi saluto.
LIB.
Addio, Zerbino.
MEN.
Dove andate ora?
ZER.
A portar questi dolci.
MEN.
Alla tavola?
ZER.
Sì, alla tavola.
Mi hanno mandato a prenderli dalla credenza.
LIB.
Sarà stata la padrona, per fare onore al suo forestiere.
ZER.
Oibò.
È stato quello scroccone di don Ciccio, che li ha domandati.
Dopo aver mangiato come un lupo, ha detto che non vi erano dolci in tavola, che se non mangia un poco di biscotteria sul fine, gli pare di non aver desinato.
Il padrone si è posto a ridere, e mi ha mandato a prendere queste galanterie per soddisfare quel ghiottonaccio.
LIB.
Ehi, dite: sono vicini a tavola donna Lavinia col forestiere?
ZER.
Oibò; sono lontanissimi anzi.
Uno da un capo, e uno dall'altro.
MEN.
L'avranno fatto per guardarsi meglio nel viso.
LIB.
Siete ben maliziosa, la mia Menichina.
MEN.
Non si fa così anche da noi? Chi si vuol bene, non istà mai da vicino.
Sono le occhiate che giocano.
ZER.
Così fate voi altre ragazze in villa; ma in città tutto all'opposto: chi si vuol bene, procura starsi d'appresso, per poter giocar di piedino.
LIB.
Donna Lavinia starà di lontano per non fare sospettare il marito.
Per altro mi ricordo tre anni sono, che con don Paoluccio erano sempre vicini.
ZER.
Ora pare che si conoscano appena.
Egli non fa che parlare dei viaggi, delle città che ha veduto, delle avventure che gli sono accadute; e la padrona tiene gli occhi sul tondo, e non parla mai.
LIB.
Eh, farà così...
MEN.
La gatta morta...
LIB.
Per non parere...
MEN.
Perché non si dica...
LIB.
Dopo tavola poi...
MEN.
Al passeggio...
LIB.
Nel laberinto...
ZER.
Oh che buone lingue che siete! Vado, vado, che non mi aspettino.
LIB.
Ehi, sentite.
Vorrei che mi faceste un servizio.
ZER.
Anche due, se son buono.
LIB.
Vorrei...
Ma non sono io veramente che lo vorrebbe, è la Menichina.
ZER.
Son qui: anche alla Menichina.
MEN.
Non occorre dire di me; lo vorressimo tutte due.
ZER.
Comandatemi tutte due.
LIB.
Vorrei che diceste...
diteglielo voi, Menichina.
MEN.
Se glielo dico io, non vorrei che credesse...
diteglielo voi, madonna Libera.
LIB.
Sentite.
Vorrebbe la Menichina che diceste al signor don Eustachio e al signor don Riminaldo, che venissero qui, che una persona vorrebbe loro parlare.
ZER.
La Menichina vorrebbe il signor don Eustachio e il signor don Riminaldo?
MEN.
Per me, quando s'ha da dire, mi basta il signor don Eustachio.
ZER.
Lo dirò a lui dunque.
LIB.
Ditelo a tutti due.
ZER.
Uno per lei, e uno per voi.
(alla Libera)
LIB.
Dite che venghino, e non pensate altro.
ZER.
Una per l'uno, l'altra per l'altro.
E per me niente.
MEN.
Eh, voi avete la cameriera per voi.
Non vi degnate di noi.
ZER.
Mi degnerei io di voi, se vi degnaste di me.
LIB.
Se non ci donate mai niente.
ZER.
Che cosa volete che vi doni un povero ragazzo, che serve per le spese, senza salario?
LIB.
Quell'altro che c'era prima di voi, mi donava sempre qualche cosa di buono.
MEN.
Anch'io aveva sempre da lui qualche pezzo di torta, qualche bastone di cioccolata.
LIB.
Quasi tutti i giorni mi dava il caffè, e mi regalava de' cartocci di zucchero.
MEN.
E io? portavo via sempre qualche fiaschetto di vino buono.
ZER.
Se potessi farlo, lo farei ancor io; ma non mi lasciano la libertà di poterlo fare.
LIB.
Eh, quando si vuole, si fa.
MEN.
Chi vi tiene ora, che non ci diate due di quei dolci che avete su quel tondino?
ZER.
Il credenziere me li ha contati.
LIB.
Anche il lupo mangia le pecore contate.
MEN.
Due più, due meno, non se ne potranno accorgere.
ZER.
Per due ve li posso dare.
Uno per una.
MEN.
Che ne ho da fare di uno?
ZER.
Tenetene due dunque.
(alla Menichina)
LIB.
E a me niente?
ZER.
E due anche a voi.
(alla Libera)
LIB.
Vi ringrazio.
ZER.
L'è, che ne voglio due per me ancora.
(ne prende due per sé)
MEN.
Preziosi! datemene altri due.
(dolcemente)
ZER.
Altri due?
LIB.
E a me, caro?
ZER.
Caro?
MEN.
Due soli
ZER.
Tenete.
LIB.
E a me?
ZER.
Caro?
LIB.
Sì, carino.
ZER.
Tenete.
Ma ne voglio altri due per me.
LIB.
Ecco don Riminaldo.
MEN.
E don Eustachio.
ZER.
Povero me! la tavola sarà finita.
Non sono più a tempo.
M'avete fatto perdere...
LIB.
Avete paura?
ZER.
Oh, per ora non mi lascio vedere.
MEN.
Dove porterete quei dolci?
ZER.
Non lo so davvero.
LIB.
Date qui, date qui.
(gli leva il tondo di mano)
MEN.
A noi, a noi.
(s'accosta alla Libera)
ZER.
Ma io come ho da fare?
LIB.
Niente, niente; metà per uno.
(divide i dolci colla Menichina)
MEN.
Le parti giuste.
ZER.
E a me?
LIB.
Il tondo.
(rende il tondino a Zerbino)
ZER.
Almeno due.
LIB.
Andate, che non vi trovino.
ZER.
Voi avete gustato il dolce, e a me toccherà provare l'amaro.
Basta, verrò da voi, che s'aggiusteremo.
Addio, ragazze.
Vogliatemi bene, che non vi costa niente.
(parte)
SCENA TERZA
La LIBERA e la MENICHINA.
LIB.
Che ne dite, eh? Il buon ragazzino!
MEN.
Eh, non è poi tanto piccolo.
LIB.
Certo, che per voi non sarebbe fuor di proposito.
MEN.
Se potessi, mi mariterei in città volentieri.
LIB.
Vi compatisco io; colà se ne vedono sempre delle belle parrucche.
MEN.
E qui s'aspettano una volta l'anno.
LIB.
Eccoli, eccoli.
MEN.
Non vorrei che venisse qui la signora, e che ci trovasse.
LIB.
Spicciamoci presto, che poco potrà tardare.
SCENA QUARTA
DON EUSTACHIO, DON RIMINALDO e dette.
EUS.
Oh ragazze, che fate qui?
MEN.
Aspettavo vossignoria.
(a don Eustachio)
LIB.
Ed io lei aspettavo.
(a don Riminaldo)
RIM.
Avete bisogno di qualche cosa?
LIB.
Niente, signore, vorrei prendermi una libertà.
RIM.
Dite pure; che non farei per la mia cara Libera?
MEN.
E io pure gli vorrei dare una cosa, se si contentasse...
(a don Eustachio)
EUS.
Volete regalarmi? Io accetterò per una finezza.
MEN.
La prego di godere per amor mio questo po' di selvatico.
EUS.
Volete voi privarvene?
LIB.
Noi non mangiamo di questa roba.
Anch'io, signor don Riminaldo, la prego di accettare...
(gli dà il selvatico)
RIM.
Vi sono bene obbligato.
Ma noi siamo qui trattati da don Gasparo, amico nostro.
LIB.
Lo tenghi per sé, non lo faccia vedere a don Gasparo.
MEN.
Lo mandi a regalare a qualche amico suo di città.
LIB.
È fresco, fresco; preso questa mattina.
EUS.
Da chi l'avete avuto questo selvatico?
LIB.
L'ha preso mio marito.
MEN.
Me l'ha regalato mio zio.
RIM.
Non so che dire.
Vi sono molto obbligato.
(alla Libera)
LIB.
Oh caro signore, che cosa non farei per vossignoria?
EUS.
Gradisco il vostro buon cuore.
(alla Menichina)
MEN.
Il mio cuore, signore, gli vorrebbe dare qualche cosa di più.
RIM.
Aspettate, qualche cosa voglio donarvi anch'io.
Tenete questo fazzoletto da collo.
(alla Libera)
LIB.
Oh bello! Menichina.
Bello! (mostrandole il fazzoletto)
EUS.
(Avete niente da dare a me, che mi faccia onore?) (piano a don Riminaldo)
RIM.
(Son buon amico.
Servitevi).
(dà a don Eustachio un involto con del gallone)
EUS.
Tenete questo gallone per guarnire un paio di maniche.
(alla Menichina)
MEN.
Oh bello! Libera.
Bello! (mostrando il gallone)
LIB.
Il fazzoletto è bello.
MEN.
Il gallone è più bello.
LIB.
Obbligata.
(a don Riminaldo)
MEN.
Grazie.
(a don Eustachio)
LIB.
(Non dite niente, sapete).
(alla Menichina, piano)
MEN.
(Eh! nemmeno voi).
(alla Libera piano)
LIB.
(Dirò che me l'ha mandato...
una mia sorella).
(come sopra)
MEN.
(Io dirò che me l'ha donato...
chi mai?) (come sopra)
LIB.
(Dite ch'io ve l'ho donato).
(come sopra)
MEN.
(Oh sì, sì, voi).
(come sopra)
RIM.
Vien gente, mi pare.
LIB.
Oh andiamo, andiamo, che non ci vedano.
Padrone la ringrazio tanto.
Verrà a ritrovarmi; questa sera l'aspetto.
(a don Riminaldo, e parte)
RIM.
Arrivederci.
(alla Libera)
MEN.
Grazie.
La riverisco.
(a don Eustachio)
EUS.
Vogliatemi bene.
(alla Menichina)
MEN.
Tanto, tanto.
(parte)
SCENA QUINTA
DON EUSTACHIO e DON RIMINALDO, poi DON GASPARO.
EUS.
Son godibili queste donne.
Vi ringrazio del gallone, che a tempo mi avete dato, ditemi il valor suo, che intendo di soddisfarvi.
RIM.
Ve lo dirò un'altra volta.
Quando vengo in villa, porto sempre in tasca qualche cosa da regalare a costoro.
EUS.
Esse a noialtri darebbono il cuore.
RIM.
Ma che cosa vogliamo fare di questo selvatico?
EUS.
Io non saprei.
Possiamo darlo in cucina.
RIM.
Ecco don Gasparo.
Doniamolo a lui, che ci faremo un poco d'onore.
EUS.
Sì, sì, lo gradirà, ora che c'è un forestiere.
GASP.
Avete veduto il paggio?
EUS.
Qui non l'abbiamo veduto.
GASP.
Non si trova più il disgraziato.
RIM.
Signor don Gasparo, compatite l'ardire.
Ci permetterete di mandar in cucina questo po' di selvatico.
EUS.
È poco, ma compatirete.
GASP.
Vi ringrazio.
RIM.
Eccolo.
Voi ve ne intenderete.
EUS.
Siete cacciatore; conoscerete se è buono.
GASP.
Certo, son cacciatore; lo conosco, e conosco benissimo che queste pernici e queste beccaccie le ho ammazzate io questa mane con il mio schioppo.
Come le avete avute?
RIM.
Da un contadino...
EUS.
Ci sono state...
RIM.
Vendute.
GASP.
Eh, ora che mi ricordo io le ho donate alla Menichina e alla Libera.
Ed esse le avrebbono forse donate a voi, eh?
RIM.
Non le potrebbono aver vendute?
EUS.
Caro don Gasparo, accettatele da noi; graditele, e non curate di più.
(Chi mai se lo poteva sognare?) (da sé, e parte)
RIM.
Il dono è sempre dono.
I doni girano; e non c'è un male al mondo per questo.
(Quest'accidente mi fa un poco ridere, e un poco arrossire).
(da sé, e parte)
GASP.
Ho capito.
Egli è poi vero, che questi signori ospiti villeggianti non si contentano di mangiare e di bevere in casa mia, e di giocare; ma vogliono anche il divertimento delle villanelle, e colle mie s'attaccano; e io fo loro il mezzano.
Ed io regalo le donne, e le donne regalano loro.
Bella, bella, da galantuomo.
Causa mia moglie; causa ella di tutto.
Se non fosse per lei, verrei qui solo, da me, e tutto il buono sarebbe il mio.
Hanno avuto il selvatico, e dopo il selvatico si prenderanno il domestico.
Basta, basta, non ne vo' più.
Un altro anno, io a ponente, e la signora a levante.
Già a che serve che stiamo insieme? Ella viene nel letto quando io mi alzo.
Povero matrimonio! (si soffia sulla mano, e parte)
SCENA SESTA
DONNA LAVINIA, DONNA FLORIDA, DON MAURO e DON PAOLUCCIO.
PAOL.
Compatitemi, se mi scaldo in un proposito che mi tocca sul vivo.
Il signor don Mauro ed io siamo di contraria opinione intorno ad alcune massime della vita civile.
Donna Lavinia si è dichiarata del suo partito; ed io non son contento, se non vi vedo convinti.
LAV.
Sarà difficile, signor mio caro...
FLO.
Lasciatelo parlare, se volete intendere la ragione.
PAOL.
Qui s'abbiamo a battere non colla spada, ma colle parole.
LAV.
Ricordatevi, che le leggi di buona cavalleria vogliono che sia il combattimento con armi eguali.
Voi non l'avete da soverchiare.
PAOL.
Volete dire, ch'io parlo troppo.
L'avete detto con grande spirito: alla maniera francese.
Un frizzo simile mi disse un giorno madama di Sciantillon, cognata del duca di Scenleuriè.
FLO.
Fan buono queste applicazioni concise.
MAU.
Voi non mi farete uscire dal mio costume.
Se vi comoda udire le mie ragioni, ascoltatele: quando no, io non vo' gareggiare né colla vostra voce, né colle vostre parole.
PAOL.
Parliamo alla foggia vostra, basso quanto volete, e adagio quanto vi comoda.
Sediamo, se comandate.
LAV.
Chi è di là? Da sedere.
(Servitori accostano le sedie, e tutti siedono)
PAOL.
Favorite, don Mauro, acciò possiamo ridurre la questione al suo vero principio.
Favorite darmi la definizione della costanza.
MAU.
La costanza è una fermezza d'animo, una perseveranza in un proposito creduto buono, la quale né dal timore, né dalla speranza può essere deviata.
PAOL.
Signore mie, vi sottoscrivete a questa definizione? (alle donne)
LAV.
Io sì certamente, e non può essere concepita meglio.
FLO.
Io non ne sono assai persuasa.
Mi aspetto da don Paoluccio qualche cosa di più.
PAOL.
Per dir il vero, la definizione di don Mauro è scolastica troppo, e troppo comune.
Questo termine di perseveranza è buonissimo in altre occasioni, non in quella in cui ci troviamo, non nel proposito di cui si tratta.
Piacquemi, quando egli disse essere la costanza una fermezza d'animo; ma l'animo può esser fermo, senza essere perseverante.
Fermezza non vuol sempre dire durevolezza in un proposito che non si muta; ma fortezza, virilità, superiorità di spirito nelle passioni, quello che dagli oltramontani si chiama spirito forte: ond'io riduco la virtù ammirabile della costanza ad una intrepidezza di animo che tutto soffre, e delle proprie passioni non si fa schiavo.
LAV.
Voi dunque distruggete la fedeltà.
PAOL.
No, perdonatemi, non la distruggo; ma questa bella virtù non può mai esser tiranna.
MAU.
Permettetemi dunque ch'io dica...
FLO.
Voglio dire la mia opinione ancor io.
Ho paura che voi altri signori abbiate preso una chimera per argomento; prima di decidere qual sia la fedeltà e la costanza, conviene riflettere se la costanza, se la fedeltà, si ritrovino.
PAOL.
Bellissima riflessione.
Se donna Florida fosse stata a Parigi, non potrebbe dir meglio.
Colà si burlano di queste passioni sì malinconiche; ma io sono ancora italiano; non voglio adular me stesso, facendo forza per non sentirle; intendo profittar solamente delle cognizioni acquistate, per moderarle; e vorrei far questo bene alla patria mia, spregiudicando un poco gli animi, che si affaticano per impegno a tormentar se medesimi.
LAV.
Ringraziate il cielo, don Paoluccio, che vi siete ben bene spregiudicato; voi non mi tormenterete, per quel ch'io sento, colla soverchia costanza.
PAOL.
Io non dico per questo...
MAU.
Signore, voi avete finora parlato solo.
Se mi
...
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