LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 4
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(parte)
MEN.
Ed io gli voglio donare questa pernice.
(parte)
SCENA SETTIMA
DONNA LAVINIA e DONNA FLORIDA; poi SERVITORE.
FLO.
Che voglia è venuta a don Mauro di giocare al trucco a quest'ora? Per causa sua tutti ci hanno lasciate sole.
LAV.
È meglio che giochino al trucco, piuttosto che al faraone.
FLO.
Fa cose don Mauro, che non si posson tollerare.
LAV.
In che mai può mancare un cavaliere così compito, che ha tutti i numeri della civiltà e del buon garbo?
FLO.
Cara amica, non sapete niente.
Lo difendete, perché non lo praticate.
L'uomo non ho veduto più disattento di lui.
È capace di uscire dalla sua camera due ore dopo di me.
Conoscerà ch'io non ho voglia di discorrere, e mi darà una seccatura terribile con istorielle che non importano niente affatto.
Se siamo in camera soli, avrà l'abilità di prendere un libro, porsi a leggere, e lasciarmi dormire; e poi, quel ch'è peggio, se gli dico una parola, se gli do un rimprovero, si ammutolisce, non dice niente, mi lascia taroccar da me sola, che è una cosa che mi fa la maggior rabbia di questo mondo.
LAV.
In verità, donna Florida, siete assai delicata: queste non mi paiono cose da farvelo dispiacere.
FLO.
Ne sono stufa, stufissima, che non ne posso più.
LAV.
Ho paura che vi piaccia mutar spesso i serventi.
FLO.
Se non se ne trova uno, che sappia servire.
LAV.
Non so che dire.
Don Mauro mi pareva il caso vostro.
FLO.
No, no; non è il mio caso per niente.
LAV.
Ma perché dunque lo continuate a tener soggetto?
FLO.
Perché non voglio star senza.
Se qui ci fosse un altro che mi desse nel genio, vorrei farvi vedere a piantarlo caldo, caldo, di bel domani.
LAV.
Povero cavaliere, gli vorreste fare un bel tratto.
FLO.
Eh, non piangerebbe no per questo; e poi, se piangesse, ci sarebbe chi gli asciugherebbe le lagrime.
LAV.
Chi mai, donna Florida?
FLO.
Chi mai? Cara donna Lavinia, non entriamo in questo discorso.
LAV.
Capisco benissimo che cosa volete dire, e l'ho capito poc'anzi ancora, quand'egli venne vicino a me per osservare quel che leggevo: ma v'ingannate assaissimo, non mi conoscete davvero.
Stimo don Mauro, ma non vi è pericolo che ve l'usurpi.
Prima di tutto, sono impegnata con don Paoluccio...
FLO.
Stimo assai, che l'abbiate aspettato due anni.
LAV.
E anche sei l'avrei aspettato.
Non ho motivo di trattar male con chi meco ha trattato bene.
Non lo lascierò per un altro; e senza questo ancora, assicuratevi, donna Florida, che non ho l'abilità d'insidiare nessuno, che rispetto le amiche, e male azioni non sono capace di farne.
FLO.
Certamente, quantunque sia annoiata di don Mauro, mi spiacerebbe ch'ei fosse il primo a lasciarmi.
LAV.
Per conto mio statene pur sicura.
SERV.
Signora, è arrivato in questo punto il signor don Paoluccio.
LAV.
Perché non viene innanzi?
SERV.
Parla con il padrone.
LAV.
Digli che l'aspetto, per dargli il benvenuto.
(Servitore parte)
FLO.
Donna Lavinia, mi rallegro con voi.
LAV.
Per dir vero, son contenta del di lui arrivo.
FLO.
Eccolo ch'egli viene correndo.
SCENA OTTAVA
DON PAOLUCCIO e dette; poi SERVITORI.
LAV.
Ben ritornato, don Paoluccio.
PAOL.
Ben ritrovata, donna Lavinia.
Servitore di donna Florida.
LAV.
Avete fatto buon viaggio?
PAOL.
Buonissimo.
La fortuna ha preso impegno di favorirmi.
I miei viaggi, le mie dimore, tutto è stato piacevole, e per compimento di due anni di vero bene, ho l'onore di riverirvi.
FLO.
Molto compito, don Paoluccio.
PAOL.
Mi rallegro, donna Florida, vedervi in compagnia di donna Lavinia.
La vostra amicizia è sempre la stessa, costante, singolare, esemplare.
(verso donna Lavinia)
LAV.
La costanza della mia amicizia vi dovrebbe esser nota.
(a don Paoluccio)
PAOL.
È vero, ho prese anch'io le prime lezioni sotto una sì gentile maestra; ma! non saprei: l'aria del gran mondo guasta il cuore degli uomini.
Lo credereste? Dacché manco dal mio paese, la mia costanza non ha avuto periodo lungo più di quindici giorni.
FLO.
Veramente è una cosa comoda quel variare.
LAV.
Dunque don Paoluccio non ha per me la bontà solita, non ha la solita stima.
PAOL.
Sì certamente.
Ho tutto il rispetto per donna Lavinia.
Voi meritate di essere adorata.
Ho sempre riputati felici i primi giorni della mia libertà che a voi ho sacrificata; e l'unico rammarico mio fu sinora, non sapere chi sia stato il mio successore nel possedimento della grazia vostra.
LAV.
Voi mi offendete, dubitando che possa avere mancato con voi al dovere dell'amicizia.
PAOL.
Questo è un dovere che non impegna a vivere solitari.
Voi mi farete arrossire, se mi parlerete di cotali eroismi.
So che lo dite per farmi insuperbire, ma non lo credo.
Donna Florida, con realtà, in confidenza, chi è il cavalier servente di donna Lavinia?
FLO.
Ch' io sappia, non ne ha nessuno.
PAOL.
È oculata a tal segno? Non vuole che le sue inclinazioni traspirino? (verso donna Lavinia)
LAV.
Arguisco dal vostro modo di dire, che giudicate in altri impossibile quella costanza di cui non siete capace.
PAOL.
Facciamo a parlar chiaro, donna Lavinia.
Torno al mio posto, se la piazza è disoccupata; ci ritorno a costo di riceverla dalle mani dell'ultimo posseditore: ma non mi obbligate a comparirvi dinanzi coll'impostura di una fedeltà romanzesca.
Sarei stato costante, se avessi creduto necessario di esserlo; ve lo saprei dare ad intendere, se vi credessi pregiudicata a tal segno: ma io tengo per fermo, che la semplice servitù abbia più limitato il confine.
FLO.
Dice benissimo.
In distanza non obbliga la servitù.
Non fa poco chi si mantiene in vicinanza costante, e mi piace infinitamente quella limitazione di una quindicina di giorni.
LAV.
Sarebbe meglio per voi, don Paoluccio, che non aveste viaggiato.
PAOL.
Anzi, compatitemi, io credo d'avermi procurato un gran bene.
Oh, se sapeste di quanti pregiudizi liberato mi sono! In proposito dell'amore, ho scoperto de' grandi errori.
LAV.
Avrete inteso a dir da per tutto, che l'onore impegna la parola del cavaliere.
PAOL.
Eh, che non s'interessa l'onore in queste picciole cose.
FLO.
Questa è una franchezza ammirabile.
Dove l'avete appresa, don Paoluccio?
PAOL.
Dove l'ho appresa, l'esercitano con troppo fuoco: l'ho temperata sotto un clima più docile.
Ho fatto un misto di cose, che qualche volta mi hanno fatto del bene.
Spero non mi renderanno indegno della grazia di donna Lavinia.
LAV.
Per quindici giorni non prendo impegno.
FLO.
È meglio quindici giorni di servitù polita, che un anno di servitù male aggraziata.
PAOL.
Signora, voi avete sopra di me l'antico potere.
La mia soggezione sarà illimitata.
LAV.
Se questo mio da voi chiamato potere, non ha avuto forza di conservarsi in distanza, non posso lusingarmi di riacquistarlo sì presto.
Questa sincerità che mi ha confessato la vostra incostanza, potrebbe ora essere tradita dalla soggezione.
Però pensateci, che vi è tempo.
Compatitemi, ci rivedremo.
(in atto di partire)
PAOL.
Voi andate a consigliarvi col mio rivale.
Ci scommetto che il favorito è qui, senza che nessuno lo sappia.
LAV.
Mi maraviglio che pensiate sì bassamente di me.
FLO.
Eppure, eppure si potrebbe dare che faceste l'astrologo.
(a don Paoluccio)
LAV.
Donna Florida, voi mi offendete.
PAOL.
Ecco qui i pregiudizi nostri; noi prendiamo sovente le galanterie per offese.
SERV.
Quando comandano, si dà in tavola.
(parte)
LAV.
Andiamo, se vi contentate.
PAOL.
Permettetemi ch'io vi serva.
(a donna Lavinia)
LAV.
La sala della tavola non è lontana: vi rendo grazie.
(parte)
PAOL.
Ma voi altre italiane siete pur puntigliose.
(a donna Florida)
FLO.
Oh, io non lo sono certo.
PAOL.
Sempre più mi confermo, che donna Lavinia abbia la sua passione.
FLO.
Anch'io ho de' sospetti.
PAOL.
Due anni senza passione? Una donna costante in lontananza due anni? Non me lo dia ad intendere, che non lo credo.
(parte)
FLO.
Dice bene, non è da credere.
In due anni io ne ho cambiati sette.
Quando sono in campagna, non mi ricordo più niente di quelli della città; quando sono in città, non mi ricordo più niente di quelli della campagna.
Sono amante della novità, e quando arrivi ad essere costante un anno, faccio subito testamento.
Posso però vantarmi, che nessuno ancor mi ha piantato; che se ho la facilità di lasciar chi voglio, ho anche l'abilità d'incatenar chi mi preme.
E s'io da per me stessa non li disciolgo, si disperano, si tormentano, ma stanno lì finch'io voglio, finché mi piace; fremono, ma stanno lì.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
La LIBERA e la MENICHINA coi loro cesti infilati nel braccio, coperti da un panno bianco.
LIB.
Oggi non la finiscono mai di pranzare.
MEN.
Sarà per causa del forestiere che è venuto.
LIB.
Sarà contenta l'illustrissima signora dama, ch'è ritornato il suo damo.
MEN.
E poi dirà di noi..
LIB.
E ella fa peggio di noi...
MEN.
Ella lo ha tutto l'anno al fianco, e noi solamente un poco ora, da questa stagione.
LIB.
E ne avrà tre o quattro.
MEN.
Io non parlo con altri che con don Gasparo e con don Eustachio.
LIB.
Io con don Gasparo qualche volta, perché è il padrone di mio marito; per altro non faccio torto a don Riminaldo.
Non vedo l'ora di dargli questo po' di selvatico.
(accenna essere nel cestino)
MEN.
Aspetto anch'io don Eustachio, per dargli questo.
Credete voi che lo aggradiranno?
LIB.
Eccome! Egli è vero che qui non lo mangieranno, perché don Gasparo loro dà da mangiare, ma lo manderanno in città a regalare gli amici.
MEN.
Mi dispiace ch'è poco.
LIB.
Se don Gasparo ce ne donerà dell'altro, lo serberemo per loro.
MEN.
State zitta, voglio vedere se ne posso avere da Cecco.
LIB.
Da Cecco lavoratore?
MEN.
Sì, lo sapete che mi vuol bene, che mi ha fatto chiedere alla madre mia per isposa.
Si diletta anch'egli nei dì di festa d'andare a caccia.
Se prende delle beccaccie, voglio che me le doni.
LIB.
Per darle al signor don Eustachio.
MEN.
S'intende.
LIB.
Anch'io ho mandato mio marito al bosco a raccogliere de' funghi, e li ho regalati a don Riminaldo.
MEN.
Eh! anche don Eustachio mi dona poi qualche cosa.
LIB.
Don Riminaldo mi ha portato quest'anno da coprire un busto.
MEN.
E a me un bel paio di scarpe: ma zitto, che non vo' che Cecco lo sappia.
LIB.
Le vedrà bene, quando le porterete.
MEN.
Gli dirò che me le ha comprate mia madre.
LIB.
E vostra madre non dirà niente?
MEN.
Oh ella! me ne dessero, come ne prenderebbe!
LIB.
Anche mio marito lo ha per ambizione, che mi regalino.
MEN.
E le altre contadine hanno di noi un'invidia terribile.
LIB.
Eccome! Dicono ch'io sono la favorita.
MEN.
E me? Mi chiamano la figlia dell'oca bianca.
LIB.
Vedete il paggio, che viene con non so che cosa nelle mani.
MEN.
Andrà alla tavola facilmente.
Vorrei far chiamare don Eustachio.
LIB.
Sì, facciamolo; ma con maniera che non se ne avveda.
SCENA SECONDA
ZERBINO con un tondo o altra cosa simile, con cose dolci; e dette.
ZER.
Oh giovanotte, vi saluto.
LIB.
Addio, Zerbino.
MEN.
Dove andate ora?
ZER.
A portar questi dolci.
MEN.
Alla tavola?
ZER.
Sì, alla tavola.
Mi hanno mandato a prenderli dalla credenza.
LIB.
Sarà stata la padrona, per fare onore al suo forestiere.
ZER.
Oibò.
È stato quello scroccone di don Ciccio, che li ha domandati.
Dopo aver mangiato come un lupo, ha detto che non vi erano dolci in tavola, che se non mangia un poco di biscotteria sul fine, gli pare di non aver desinato.
Il padrone si è posto a ridere, e mi ha mandato a prendere queste galanterie per soddisfare quel ghiottonaccio.
LIB.
Ehi, dite: sono vicini a tavola donna Lavinia col forestiere?
ZER.
Oibò; sono lontanissimi anzi.
Uno da un capo, e uno dall'altro.
MEN.
L'avranno fatto per guardarsi meglio nel viso.
LIB.
Siete ben maliziosa, la mia Menichina.
MEN.
Non si fa così anche da noi? Chi si vuol bene, non istà mai da vicino.
Sono le occhiate che giocano.
ZER.
Così fate voi altre ragazze in villa; ma in città tutto all'opposto: chi si vuol bene, procura starsi d'appresso, per poter giocar di piedino.
LIB.
Donna Lavinia starà di lontano per non fare sospettare il marito.
Per altro mi ricordo tre anni sono, che con don Paoluccio erano sempre vicini.
ZER.
Ora pare che si conoscano appena.
Egli non fa che parlare dei viaggi, delle città che ha veduto, delle avventure che gli sono accadute; e la padrona tiene gli occhi sul tondo, e non parla mai.
LIB.
Eh, farà così...
MEN.
La gatta morta...
LIB.
Per non parere...
MEN.
Perché non si dica...
LIB.
Dopo tavola poi...
MEN.
Al passeggio...
LIB.
Nel laberinto...
ZER.
Oh che buone lingue che siete! Vado, vado, che non mi aspettino.
LIB.
Ehi, sentite.
Vorrei che mi faceste un servizio.
ZER.
Anche due, se son buono.
LIB.
Vorrei...
Ma non sono io veramente che lo vorrebbe, è la Menichina.
ZER.
Son qui: anche alla Menichina.
MEN.
Non occorre dire di me; lo vorressimo tutte due.
ZER.
Comandatemi tutte due.
LIB.
Vorrei che diceste...
diteglielo voi, Menichina.
MEN.
Se glielo dico io, non vorrei che credesse...
diteglielo voi, madonna Libera.
LIB.
Sentite.
Vorrebbe la Menichina che diceste al signor don Eustachio e al signor don Riminaldo, che venissero qui, che una persona vorrebbe loro parlare.
ZER.
La Menichina vorrebbe il signor don Eustachio e il signor don Riminaldo?
MEN.
Per me, quando s'ha da dire, mi basta il signor don Eustachio.
ZER.
Lo dirò a lui dunque.
LIB.
Ditelo a tutti due.
ZER.
Uno per lei, e uno per voi.
(alla Libera)
LIB.
Dite che venghino, e non pensate altro.
ZER.
Una per l'uno, l'altra per l'altro.
E per me niente.
MEN.
Eh, voi avete la cameriera per voi.
Non vi degnate di noi.
ZER.
Mi degnerei io di voi, se vi degnaste di me.
LIB.
Se non ci donate mai niente.
ZER.
Che cosa volete che vi doni un povero ragazzo, che serve per le spese, senza salario?
LIB.
Quell'altro che c'era prima di voi, mi donava sempre qualche cosa di buono.
MEN.
Anch'io aveva sempre da lui qualche pezzo di torta, qualche bastone di cioccolata.
LIB.
Quasi tutti i giorni mi dava il caffè, e mi regalava de' cartocci di zucchero.
MEN.
E io? portavo via sempre qualche fiaschetto di vino buono.
ZER.
Se potessi farlo, lo farei ancor io; ma non mi lasciano la libertà di poterlo fare.
LIB.
Eh, quando si vuole, si fa.
MEN.
Chi vi tiene ora, che non ci diate due di quei dolci che avete su quel tondino?
ZER.
Il credenziere me li ha contati.
LIB.
Anche il lupo mangia le pecore contate.
MEN.
Due più, due meno, non se ne potranno accorgere.
ZER.
Per due ve li posso dare.
Uno per una.
MEN.
Che ne ho da fare di uno?
ZER.
Tenetene due dunque.
(alla Menichina)
LIB.
E a me niente?
ZER.
E due anche a voi.
(alla Libera)
LIB.
Vi ringrazio.
ZER.
L'è, che ne voglio due per me ancora.
(ne prende due per sé)
MEN.
Preziosi! datemene altri due.
(dolcemente)
ZER.
Altri due?
LIB.
E a me, caro?
ZER.
Caro?
MEN.
Due soli
ZER.
Tenete.
LIB.
E a me?
ZER.
Caro?
LIB.
Sì, carino.
ZER.
Tenete.
Ma ne voglio altri due per me.
LIB.
Ecco don Riminaldo.
MEN.
E don Eustachio.
ZER.
Povero me! la tavola sarà finita.
Non sono più a tempo.
M'avete fatto perdere...
LIB.
Avete paura?
ZER.
Oh, per ora non mi lascio vedere.
MEN.
Dove porterete quei dolci?
ZER.
Non lo so davvero.
LIB.
Date qui, date qui.
(gli leva il tondo di mano)
MEN.
A noi, a noi.
(s'accosta alla Libera)
ZER.
Ma io come ho da fare?
LIB.
Niente, niente; metà per uno.
(divide i dolci colla Menichina)
MEN.
Le parti giuste.
ZER.
E a me?
LIB.
Il tondo.
(rende il tondino a Zerbino)
ZER.
Almeno due.
LIB.
Andate, che non vi trovino.
ZER.
Voi avete gustato il dolce, e a me toccherà provare l'amaro.
Basta, verrò da voi, che s'aggiusteremo.
Addio, ragazze.
Vogliatemi bene, che non vi costa niente.
(parte)
SCENA TERZA
La LIBERA e la MENICHINA.
LIB.
Che ne dite, eh? Il buon ragazzino!
MEN.
Eh, non è poi tanto piccolo.
LIB.
Certo, che per voi non sarebbe fuor di proposito.
MEN.
Se potessi, mi mariterei in città volentieri.
LIB.
Vi compatisco io; colà se ne vedono sempre delle belle parrucche.
MEN.
E qui s'aspettano una volta l'anno.
LIB.
Eccoli, eccoli.
MEN.
Non vorrei che venisse qui la signora, e che ci trovasse.
LIB.
Spicciamoci presto, che poco potrà tardare.
SCENA QUARTA
DON EUSTACHIO, DON RIMINALDO e dette.
EUS.
Oh ragazze, che fate qui?
MEN.
Aspettavo vossignoria.
(a don Eustachio)
LIB.
Ed io lei aspettavo.
(a don Riminaldo)
RIM.
Avete bisogno di qualche cosa?
LIB.
Niente, signore, vorrei prendermi una libertà.
RIM.
Dite pure; che non farei per la mia cara Libera?
MEN.
E io pure gli vorrei dare una cosa, se si contentasse...
(a don Eustachio)
EUS.
Volete regalarmi? Io accetterò per una finezza.
MEN.
La prego di godere per amor mio questo po' di selvatico.
EUS.
Volete voi privarvene?
LIB.
Noi non mangiamo di questa roba.
Anch'io, signor don Riminaldo, la prego di accettare...
(gli dà il selvatico)
RIM.
Vi sono bene obbligato.
Ma noi siamo qui trattati da don Gasparo, amico nostro.
LIB.
Lo tenghi per sé, non lo faccia vedere a don Gasparo.
MEN.
Lo mandi a regalare a qualche amico suo di città.
LIB.
È fresco, fresco; preso questa mattina.
EUS.
Da chi l'avete avuto questo selvatico?
LIB.
L'ha preso mio marito.
MEN.
Me l'ha regalato mio zio.
RIM.
Non so che dire.
Vi sono molto obbligato.
(alla Libera)
LIB.
Oh caro signore, che cosa non farei per vossignoria?
EUS.
Gradisco il vostro buon cuore.
(alla Menichina)
MEN.
Il mio cuore, signore, gli vorrebbe dare qualche cosa di più.
RIM.
Aspettate, qualche cosa voglio donarvi anch'io.
Tenete questo fazzoletto da collo.
(alla Libera)
LIB.
Oh bello! Menichina.
Bello! (mostrandole il fazzoletto)
EUS.
(Avete niente da dare a me, che mi faccia onore?) (piano a don Riminaldo)
RIM.
(Son buon amico.
Servitevi).
(dà a don Eustachio un involto con del gallone)
EUS.
Tenete questo gallone per guarnire un paio di maniche.
(alla Menichina)
MEN.
Oh bello! Libera.
Bello! (mostrando il gallone)
LIB.
Il fazzoletto è bello.
MEN.
Il gallone è più bello.
LIB.
Obbligata.
(a don Riminaldo)
MEN.
Grazie.
(a don Eustachio)
LIB.
(Non dite niente, sapete).
(alla Menichina, piano)
MEN.
(Eh! nemmeno voi).
(alla Libera piano)
LIB.
(Dirò che me l'ha mandato...
una mia sorella).
(come sopra)
MEN.
(Io dirò che me l'ha donato...
chi mai?) (come sopra)
LIB.
(Dite ch'io ve l'ho donato).
(come sopra)
MEN.
(Oh sì, sì, voi).
(come sopra)
RIM.
Vien gente, mi pare.
LIB.
Oh andiamo, andiamo, che non ci vedano.
Padrone la ringrazio tanto.
Verrà a ritrovarmi; questa sera l'aspetto.
(a don Riminaldo, e parte)
RIM.
Arrivederci.
(alla Libera)
MEN.
Grazie.
La riverisco.
(a don Eustachio)
EUS.
Vogliatemi bene.
(alla Menichina)
MEN.
Tanto, tanto.
(parte)
SCENA QUINTA
DON EUSTACHIO e DON RIMINALDO, poi DON GASPARO.
EUS.
Son godibili queste donne.
Vi ringrazio del gallone, che a tempo mi avete dato, ditemi il valor suo, che intendo di soddisfarvi.
RIM.
Ve lo dirò un'altra volta.
Quando vengo in villa, porto sempre in tasca qualche cosa da regalare a costoro.
EUS.
Esse a noialtri darebbono il cuore.
RIM.
Ma che cosa vogliamo fare di questo selvatico?
EUS.
Io non saprei.
Possiamo darlo in cucina.
RIM.
Ecco don Gasparo.
Doniamolo a lui, che ci faremo un poco d'onore.
EUS.
Sì, sì, lo gradirà, ora che c'è un forestiere.
GASP.
Avete veduto il paggio?
EUS.
Qui non l'abbiamo veduto.
GASP.
Non si trova più il disgraziato.
RIM.
Signor don Gasparo, compatite l'ardire.
Ci permetterete di mandar in cucina questo po' di selvatico.
EUS.
È poco, ma compatirete.
GASP.
Vi ringrazio.
RIM.
Eccolo.
Voi ve ne intenderete.
EUS.
Siete cacciatore; conoscerete se è buono.
GASP.
Certo, son cacciatore; lo conosco, e conosco benissimo che queste pernici e queste beccaccie le ho ammazzate io questa mane con il mio schioppo.
Come le avete avute?
RIM.
Da un contadino...
EUS.
Ci sono state...
RIM.
Vendute.
GASP.
Eh, ora che mi ricordo io le ho donate alla Menichina e alla Libera.
Ed esse le avrebbono forse donate a voi, eh?
RIM.
Non le potrebbono aver vendute?
EUS.
Caro don Gasparo, accettatele da noi; graditele, e non curate di più.
(Chi mai se lo poteva sognare?) (da sé, e parte)
RIM.
Il dono è sempre dono.
I doni girano; e non c'è un male al mondo per questo.
(Quest'accidente mi fa un poco ridere, e un poco arrossire).
(da sé, e parte)
GASP.
Ho capito.
Egli è poi vero, che questi signori ospiti villeggianti non si contentano di mangiare e di bevere in casa mia, e di giocare; ma vogliono anche il divertimento delle villanelle, e colle mie s'attaccano; e io fo loro il mezzano.
Ed io regalo le donne, e le donne regalano loro.
Bella, bella, da galantuomo.
Causa mia moglie; causa ella di tutto.
Se non fosse per lei, verrei qui solo, da me, e tutto il buono sarebbe il mio.
Hanno avuto il selvatico, e dopo il selvatico si prenderanno il domestico.
Basta, basta, non ne vo' più.
Un altro anno, io a ponente, e la signora a levante.
Già a che serve che stiamo insieme? Ella viene nel letto quando io mi alzo.
Povero matrimonio! (si soffia sulla mano, e parte)
SCENA SESTA
DONNA LAVINIA, DONNA FLORIDA, DON MAURO e DON PAOLUCCIO.
PAOL.
Compatitemi, se mi scaldo in un proposito che mi tocca sul vivo.
Il signor don Mauro ed io siamo di contraria opinione intorno ad alcune massime della vita civile.
Donna Lavinia si è dichiarata del suo partito; ed io non son contento, se non vi vedo convinti.
LAV.
Sarà difficile, signor mio caro...
FLO.
Lasciatelo parlare, se volete intendere la ragione.
PAOL.
Qui s'abbiamo a battere non colla spada, ma colle parole.
LAV.
Ricordatevi, che le leggi di buona cavalleria vogliono che sia il combattimento con armi eguali.
Voi non l'avete da soverchiare.
PAOL.
Volete dire, ch'io parlo troppo.
L'avete detto con grande spirito: alla maniera francese.
Un frizzo simile mi disse un giorno madama di Sciantillon, cognata del duca di Scenleuriè.
FLO.
Fan buono queste applicazioni concise.
MAU.
Voi non mi farete uscire dal mio costume.
Se vi comoda udire le mie ragioni, ascoltatele: quando no, io non vo' gareggiare né colla vostra voce, né colle vostre parole.
PAOL.
Parliamo alla foggia vostra, basso quanto volete, e adagio quanto vi comoda.
Sediamo, se comandate.
LAV.
Chi è di là? Da sedere.
(Servitori accostano le sedie, e tutti siedono)
PAOL.
Favorite, don Mauro, acciò possiamo ridurre la questione al suo vero principio.
Favorite darmi la definizione della costanza.
MAU.
La costanza è una fermezza d'animo, una perseveranza in un proposito creduto buono, la quale né dal timore, né dalla speranza può essere deviata.
PAOL.
Signore mie, vi sottoscrivete a questa definizione? (alle donne)
LAV.
Io sì certamente, e non può essere concepita meglio.
FLO.
Io non ne sono assai persuasa.
Mi aspetto da don Paoluccio qualche cosa di più.
PAOL.
Per dir il vero, la definizione di don Mauro è scolastica troppo, e troppo comune.
Questo termine di perseveranza è buonissimo in altre occasioni, non in quella in cui ci troviamo, non nel proposito di cui si tratta.
Piacquemi, quando egli disse essere la costanza una fermezza d'animo; ma l'animo può esser fermo, senza essere perseverante.
Fermezza non vuol sempre dire durevolezza in un proposito che non si muta; ma fortezza, virilità, superiorità di spirito nelle passioni, quello che dagli oltramontani si chiama spirito forte: ond'io riduco la virtù ammirabile della costanza ad una intrepidezza di animo che tutto soffre, e delle proprie passioni non si fa schiavo.
LAV.
Voi dunque distruggete la fedeltà.
PAOL.
No, perdonatemi, non la distruggo; ma questa bella virtù non può mai esser tiranna.
MAU.
Permettetemi dunque ch'io dica...
FLO.
Voglio dire la mia opinione ancor io.
Ho paura che voi altri signori abbiate preso una chimera per argomento; prima di decidere qual sia la fedeltà e la costanza, conviene riflettere se la costanza, se la fedeltà, si ritrovino.
PAOL.
Bellissima riflessione.
Se donna Florida fosse stata a Parigi, non potrebbe dir meglio.
Colà si burlano di queste passioni sì malinconiche; ma io sono ancora italiano; non voglio adular me stesso, facendo forza per non sentirle; intendo profittar solamente delle cognizioni acquistate, per moderarle; e vorrei far questo bene alla patria mia, spregiudicando un poco gli animi, che si affaticano per impegno a tormentar se medesimi.
LAV.
Ringraziate il cielo, don Paoluccio, che vi siete ben bene spregiudicato; voi non mi tormenterete, per quel ch'io sento, colla soverchia costanza.
PAOL.
Io non dico per questo...
MAU.
Signore, voi avete finora parlato solo.
Se mi darete luogo a rispondere...
PAOL.
Bene; è giusto che difendiate la vostra tesi.
FLO.
Scommetterei la testa in favore di don Paoluccio.
MAU.
Alla costanza, di cui parliamo dee presupporsi un impegno.
Che un uomo volesse essere costante (per esempio) nell'amare una donna che non lo amasse, nel servire una dama che nol gradisse, la sua non si potrebbe dire costanza, ma ostinazione o stoltezza, poiché le virtù non vanno mai disgiunte dalla ragione.
Supposto dunque l'impegno che lega l'animo colle parole, necessaria è la costanza per uno de' due motivi, o per affetto, o per gratitudine.
Chi per affetto è costante, prova dolci le sue catene; chi è astretto ad esserlo dalla gratitudine, non può sottrarsi senza un delitto.
Chi crede poterlo fare, mi ha da trovare una legge che autorizzi l'essere ingrato per proprio comodo, che distrugga le convenienze tutte della vita civile, e riduca la società all'interesse unico della propria soddisfazione, rendendo l'uomo ben nato alla vilissima condizione di chi non conosce i vincoli dell'onore.
LAV.
Ah, don Mauro, voi avete studiato le vere massime dell'onest'uomo.
Mi glorio sempre più di quel cielo sotto di cui son nata, se altrove pensasi diversamente.
PAOL.
Credete voi che il ragionamento di don Mauro non ammetta risposta?
FLO.
Benché io non sia stata né a Parigi, né a Londra, vorrei, donna qual sono, abbattere i di lui sofismi.
LAV.
Non è cosa meravigliosa, che fra di noi si trovi chi non pensa nella maniera comune.
PAOL.
Anche a Parigi si suol dir per proverbio: tante teste, e tante opinioni.
Ma la più universale è questa: abbiamo tanti mali congiunti alla nostra misera umanità; perché vogliamo noi procacciarci di peggio, con una serie d'incomodi dalla nostra immaginazione prodotti?
MAU.
L'esentarsene è cosa facile.
Niente obbliga in questo mondo ad incontrare un impegno che costi pena.
La costanza può trionfare egualmente nella libertà degli affetti.
Mi spiegherò con un paragone: chi obbliga l'uomo a contrarre un debito con un altr'uomo, facendosi, per esempio, prestar danaro od altra cosa di che abbisogni? Ma contratto che ha il debito, qual legge lo disimpegna dalla dovuta restituzione? Chi obbliga un cavaliere alla rispettosa servitù di una dama, impegnandola a distinguere lui dagli altri? Ma ottenuta la distinzione con il reciproco impegno, qual legge d'onestà lo può esimere dalla costanza?
PAOL.
Il paragone è fuor di proposito.
Poiché chi contrae un debito, sa di dover restituire cosa che ha realmente ottenuta; e quest'impegni di servitù sono, come suol dirsi, castelli in aria.
LAV.
(Alzandosi) Orsù, vedo che il vostro ragionamento si avanzerebbe un po' troppo.
Lasciatemi continuare nell'abbaglio de' miei pregiudizi, giacché non avete l'abilità di disingannarmi.
Restate voi nella quiete delle novelle massime, che avete sì facilmente adottate.
L'unica grazia che ardisco chiedervi, è questa: parlatemi di tutto altro, che di servitù e di costanza.
(parte)
SCENA SETTIMA
DONNA FLORIDA, DON MAURO, DON PAOLUCCIO.
PAOL.
Eccola montata in isdegno.
La conversazione è finita.
Qui non si può sperare di trattar lungamente un articolo di galanteria.
A Parigi, in una questione simile, sarebbesi trovata materia di discorrere una veglia intera.
FLO.
Donna Lavinia è dominata dalla passione.
Le spiace che don Paoluccio, dopo due anni d'assenza, torni colle massime di uno spirito forte.
Un po' più debole lo vorrebbe sul proposito di cui si tratta.
PAOL.
Io non ho detto per questo di aver cambiato nell'animo il proposito di servirla; ma vorrei ch'ella mi accordasse il merito della gratitudine, senza l'obbligo della costanza.
MAU.
Amico, la distinzione vostra, la vostra bizzarra idea, ha un poco troppo del metafisico.
Le donne fra di noi non sono a tal segno speculative, e se lo sono, non crediate ch'esser lo vogliano in nostro solo vantaggio.
Il disimpegno vostro dalla costanza è una proposizione che salta agli occhi.
Voi le comparite in aria d'un uomo franco, e la franchezza vostra ha tutto l'aspetto della indifferenza, la quale rammentando gli impegni vostri, non può che dirsi incostanza.
PAOL.
S'ella pensa così di me, non so che giudicare di lei.
Posso credere che non le dispiaccia trovarmi disposto a lasciarla nella sua libertà, e posso eziandio giudicare che i vostri ragionamenti tendano a confermarla nelle sue massime, per occupare il mio posto.
Se così fosse, userei la costanza dell'animo mio nel non curarmi di lei, ma altresì delle mie ragioni, per sostenere i miei diritti contro di voi.
MAU.
Amico, voi non mi conoscete.
La materia di cui si tratta, è delicata un po' troppo.
Nel luogo in cui siamo, non mi è lecito giustificarmi, assicuratevi però, che in ogni altro sito mi troverete pronto a difender l'onor della dama ed il mio.
(parte)
SCENA OTTAVA
DONNA FLORIDA e DON PAOLUCCIO.
FLO.
Credetemi, don Paoluccio, che voi non pensate male.
Il cuore di don Mauro e quello di donna Lavinia veggio che s'intendono.
Dai detti loro poco si può raccogliere, ma gli occhi mi fanno dubitare di qualche cosa.
PAOL.
È bellissima la pazzia di favellare cogli occhi; di là dai monti non s'usa.
Ma s'io non erro, donna Florida, parmi aver rilevato, dalle poche ore che qui mi trovo, che don Mauro sia il cavalier che vi serve.
FLO.
Volete dire il cavalier che m'annoia.
Son pochi mesi che mi fa le sue distinzioni.
L'ho accettato, conoscendolo poco; ma il suo temperamento non ha che far col mio.
PAOL.
È melanconico, egli mi pare.
FLO.
Ed io sono allegrissima.
Oh, vedete se andiamo d'accordo.
Ma quest'è il meno.
Pare anche geloso.
PAOL.
Geloso di che? Non siete voi maritata?
FLO.
Non sapete che questi nostri adoratori sono gelosi perfino delle parole nostre?
PAOL.
Oh Francia felicissima in questo, perché in essa la gelosia è sconosciuta.
Guai a quell'uomo, in cui notata fosse una sì vil passione.
Fanno studio anzi gli amanti, non che i serventi, di occultare in faccia del pubblico la parzialità, l'inclinazione, l'amore.
Pompa si fa dell'indifferenza.
Non vedrete mai nei ridotti star vicine due persone che s'amino.
Non vedrete mai al passeggio incontrarsi affettatamente due che abbiano dell'inclinazione.
Vegliano sopra di ciò i curiosi; e guai a chi è scoperto per debole; diviene il ridicolo delle conversazioni.
Mi direte voi: colà non si ama? Vi risponderò, che si ama.
Mi domanderete: di che si pasce l'amore? Vi dirò, che tutto il mondo è paese, ma che in pubblico l'amore cede il luogo alla società, e non s'incomoda altrui per il frenetico umore della gelosia.
FLO.
Don Paoluccio, le vostre parole m'incantano.
In un luogo simile viverei vent'anni di più.
PAOL.
Certamente a Parigi voi fareste col vostro spirito una figura non ordinaria.
FLO.
Ma se la mia costituzione non mi permette di andarvi, non sarebbe però impossibile che s'introducesse qui il bel costume.
PAOL.
Principiate voi ad usarlo.
FLO.
Sola non posso farlo.
Se voi mi deste animo coll'opera e col consiglio...
PAOL.
Facilissimo è il farlo.
Avete voi dell'inclinazione per me?
FLO.
Chi non l'avrebbe per un cavaliere di tanto spirito?
PAOL.
Io l'ho per voi.
Ecco fatto il contratto della nostra amicizia.
FLO.
Che dirà donna Lavinia?
PAOL.
Ella non lo ha da sapere.
FLO.
Se ne accorgerà col tempo.
PAOL.
Non se ne deve accorgere.
FLO.
Ma se vedrà che mi usate delle distinzioni?...
PAOL.
Questo è quello che non deve né da lei, né da altri, vedersi.
Io non userò distinzioni a voi; voi non ne userete a me.
FLO.
Come si coltiverà la nostra amicizia?
PAOL.
Col sapere che siamo amici.
FLO.
Vedendosi solamente?
PAOL.
Vedendoci in mezzo agli altri; favellandoci all'altrui presenza; ma in cotal modo, che né dalle nostre parole, né dagli occhi nostri, si possa arguire la nostra occulta parzialità.
FLO.
È un poco difficile veramente.
PAOL.
Il merito sta appunto nella difficoltà.
FLO.
Mai ci abbiamo a vedere a quattr'occhi?
PAOL.
Non abbiamo da procurarlo.
Il tempo offre a caso dei momenti felici.
FLO.
Il metodo è assai bizzarro.
La novità mi piace; ma se don Mauro, o alcun'altro più gentile di lui, credendomi in libertà, mi offerisce servirmi?
PAOL.
Accettate la servitù.
Noi rideremo della lor debolezza, e saremo amici senza essere conosciuti.
FLO.
Questo mi proverò di farlo.
E voi, se donna Lavinia insiste perché le facciate giustizia?
PAOL.
La servirò in pubblico per convenienza; ma noi in segreto saremo amici.
FLO.
E qual pro della nostra amicizia?
PAOL.
Il piacere unico di saperlo noi soli.
FLO.
Si riduce a poco, mi pare.
PAOL.
Provatelo, e vi chiamerete contenta.
Assicuratevi, che in ciò consiste la più fina delicatezza della passione.
Viva chi ha inventato il felice metodo; viva Parigi; non ci lasciamo trovare uniti.
Principiamo da ora l'osservanza delle nostre leggi.
Siamo amici.
Vi servo coll'animo.
Il cuore è vostro.
Addio, madama, non mi ricercate di più.
(parte)
SCENA NONA
DONNA FLORIDA sola.
FLO.
È poco veramente, è poco.
Non che mi caglia d'aver vicino il servente, per aver in esso un amante.
Son maritata, son dama onesta, e non posso pensare diversamente dal mio carattere e dal mio costume.
Ma che dirà di me il mondo, se mi vedrà andar sola, senza uno che con impegno mi favorisca? Chi potrà mai immaginarsi, che il mio cavaliere mi serva alla moda di Francia? Non so che dire.
Proverò per un poco, e se non mi comoda la foggia nuova, penerò poco a ritornare all'antica.
(parte)
SCENA DECIMA
La LIBERA e la MENICHINA.
LIB.
Sono andati via tutti; non c'è più nessuno.
MEN.
Se tornasse qui don Eustachio, glielo vorrei dire che non mi basta.
LIB.
Non vi basta l'argento per le maniche?
MEN.
No; ne mancherebbono quattro dita.
LIB.
Aspettiamolo, che verrà.
MEN.
Se voi non volete restare, non preme, ci starò da me.
LIB.
Carina! vorreste restar qui sola, eh?
MEN.
Dico così, perché ho sentito dire dalla castalda, che vostro marito vi cerca.
LIB.
Che importa a me di mio marito? Mi cerchi pure, a qualche ora mi troverà.
MEN.
Non vorrei che per causa mia vi gridasse.
L'ho sentito dire anche questa mattina, che non ha piacere che venghiate qui.
LIB.
È curioso quel mio marito.
Non vorrebbe ch'io venissi, che praticassi; e poi, quando ha bisogno di qualche cosa, si raccomanda a me.
Se non foss'io, non si starebbe nella casa dove si sta.
Non paga mai la pigione, e il padrone di casa non dice niente.
MEN.
Sta zitto per voi?
LIB.
E per chi poi? Per me.
MEN.
Anche mia madre mi racconta, che quando andava in città con mio padre, stavano dei mesi da un suo compare, e non ispendevano niente.
LIB.
Quand'io vado in città, mio marito non ce lo voglio; ma quando torno poi, gli porto sempre qualche cosa.
MEN.
Non ci sono stata ancora in città io; mia madre non mi ci vuol condurre.
LIB.
Perché non vi vuol condurre?
MEN.
Dice così, che le pietre della città scottano e bruciano per noi altre.
LIB.
Per dirla, non dice male.
E si trovano certi tali...
MEN.
E chi sono?
LIB.
Sono gente, che quando possono...
MEN.
Che cosa fanno?
LIB.
Lo sa ben vostra madre.
MEN.
E voi lo sapete?
LIB.
So, e non so.
Così, e così...
SCENA UNDICESIMA
DON CICCIO e dette.
CIC.
Oimè non posso più.
Mi sento crepare.
LIB.
Che c'è, signor don Ciccio?
CIC.
Ho mangiato tanto, che non posso più.
MEN.
Sarà stato un bel desinare.
CIC.
Roba assai, ma tutta cattiva.
LIB.
Se la roba era cattiva, perché ha mangiato tanto?
CIC.
Perché, quando ci sono, ci sto.
L'appetito ordinariamente non mi serve male.
MEN.
Mi ricordo ancora, quando è venuto da noi il signor don Ciccio.
Ha mangiato egli solo quello che doveva servire per tutti gli uomini che crivellavano il grano.
CIC.
Val più una minestra delle vostre, e un paio di polli grassi, com'erano quelli di quel giorno, che tutto il desinare di oggi.
Uno di questi giorni ci vo' tornare da voi.
(alla Menichina) E anche da voi voglio venire, madonna Libera.
LIB.
Sarò anche capace di dargli da desinare.
Non siamo signori, ma abbiamo il nostro bisogno in casa; abbiamo le nostre posate di stagno, i nostri tondi di terra, la nostra biancheria di lino nuovo.
CIC.
Lasciatemi sedere, che la pancia mi pesa.
(siede)
MEN.
Che cosa ha mangiato di buono?
CIC.
Ho mangiato due piatti di minestra, un pezzo di manzo che poteva essere una libra e mezza, un pollastro allesso, un taglio di vitello, un piccione in ragù, un tondo ben pieno di frittura di fegato ed animelle, due bragiolette colla salsa, tre quaglie, sedici beccafichi, tre quarti di pollo grasso arrostito, un pezzo di torta, otto o dieci bignè, un piatto d'insalata, del formaggio, della ricotta, dei frutti, e due finocchi all'ultimo per accomodarmi la bocca.
LIB.
Non si può dire che non si sia portato bene.
MEN.
Mi par che sia stato un buon desinare, e perché dice tutta roba cattiva?
CIC.
Era tutto magro; vi era pochissimo grasso.
A me piace la carne grassa: i polli colla pelle grassa, i stufati col lardo grasso, l'arrosto che nuoti nel grasso, e anche l'insalata la condisco col grasso.
LIB.
Come diavolo vi piace il grasso, e siete così magro?
CIC.
Ho piacere io d'essere magro; se fossi grasso, mangierei meno.
Perché, vedete? il grasso che si vede di fuori, è anche di dentro; e si restringono le budella, e vi capisce tanta roba di meno.
(sbadiglia)
LIB.
Gli piace molto il mangiare, signor don Ciccio.
CIC.
In che cosa credete ch'io abbia consumato il mio? Tre quarti in mangiare, e un quarto negli altri piccoli vizi.
Se si potesse vivere senza mangiare, tant'e tanto vorrei mangiare.
(sbadiglia)
LIB.
Ha sonno, signor don Ciccio?
CIC.
Quando ho mangiato, mi vien sonno.
Se fossi a casa mi spoglierei tutto, e andrei a gongolare nel letto.
MEN.
Se ha sonno, può dormire anche qui.
Queste sedie poltrone sono buonissime per dormire.
CIC.
Non vi è pericolo; quando non sono a letto con tutti i miei comodi, non posso dormire.
(va sbadigliando e contorcendosi per il sonno)
LIB.
Io poi, quando ho sonno, dormo per tutto.
CIC.
Volete mettere voi con me? (stirandosi)
LIB.
Come sarebbe a dire? Chi sono io?
CIC.
Voialtre avete gli ossi duri.
(appoggiando le testa)
LIB.
Noialtre? Chi siamo noialtre?
CIC.
Sì...
due gentildonne...
di campagna.
(addormentandosi)
LIB.
Or ora, se non fossimo qui...
MEN.
Non vedete? è briaco, che non sa quello che si dica.
LIB.
Scrocco, che va a sfamarsi di qua e di là.
MEN.
Linguaccia cattiva.
LIB.
Venga, venga da me, che sarà ben accolto!
MEN.
Neanche da noi non iscrocca più certo.
Lo dirò a mia madre.
LIB.
Ehi! dorme.
Quello che, se non è sul letto, non può dormire.
MEN.
Ha le ossa delicate, il signor porcone.
LIB.
Mi vien voglia ora di pelarlo come un cappone.
MEN.
Se avessi un lume, vorrei dar fuoco a quella sua parrucca di stoppa.
LIB.
Facciamo una cosa, giacché dorme, leghiamolo.
MEN.
Con che volete che lo leghiamo?
LIB.
Osservate, che gli cadono i legaccioli delle calze.
MEN.
Che sudicione!
LIB.
Procuriamo levarglieli del tutto, e leghiamolo alla sedia.
MEN.
Sì, sì, facciamolo.
Pian piano, che non si desti.
(gli vanno levando i legaccioli, e poi lo legano alla sedia)
LIB.
Io crederei che questi nodi non si sciogliessero.
MEN.
Né meno i miei certamente.
LIB.
Lasciamo che si desti da sé.
MEN.
Vien gente; non ci facciamo vedere.
(parte)
LIB.
Sta lì, mangione, scroccone; che tu possa dormire sino ch'io ti risveglio.
(parte)
SCENA DODICESIMA
DON CICCIO addormentato e legato; poi DON RIMINALDO e DON GASPARO.
RIM.
Caro amico, non vi offendete di questo.
Sono galanterie.
GASP.
Ma io queste contadinelle me le vado allevando...
Chi è quello?
RIM.
Don Ciccio.
GASP.
Dorme?
RIM.
Non volete ch'ei dorma? Ha mangiato e bevuto come un vero parassito.
GASP.
Oh diavolo! chi l'ha legato?
RIM.
Qualcheduno che si è preso spasso di lui.
GASP.
Questa la godo da galantuomo.
Bisognerebbe destarlo.
RIM.
Se ci vede, crederà che siamo stati noi, e se n'averà a male.
Sapete che lingua egli è.
GASP.
Eh niente; sono burle che in villeggiatura si fanno.
Aspettate; ora mi viene in mente di far la cosa più amena.
Sapete tirar di spada voi?
RIM.
Qualche poco.
GASP.
Aspettatemi, che vengo subito.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
DON RIMINALDO, DON CICCIO come sopra; poi la LIBERA e la MENICHINA.
RIM.
Ma chi può essere mai, che siasi preso lo spasso di legare don Ciccio?
LIB.
Ehi.
(si fa un poco vedere)
RIM.
Oh madonna Libera, che vuol dire? qui ancora?
LIB.
Vedete don Ciccio?
RIM.
L'hanno legato.
LIB.
Zitto: sono stata io.
RIM.
Bravissima.
MEN.
E una manina ce l'ho messa anch'io.
(facendosi vedere)
RIM.
Brave tutte due.
Ecco qui don Gasparo.
LIB.
Zitto.
(parte)
MEN.
Non gli dite niente.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
DON RIMINALDO, DON CICCIO come sopra, DON GASPARO
con due spade, due cappelli di paglia, due mute di baffi.
GASP.
Presto, presto.
RIM.
Che imbrogli avete portato?
GASP.
Levatevi il giustacore.
RIM.
Perché?
GASP.
Fate quel che vi dico.
Me lo levo anch'io.
RIM.
Eccolo levato.
GASP.
Mettetevi questi baffi e questo cappello di paglia.
RIM.
Bene, e poi? (fa come dice don Gasparo)
GASP.
Tenete questa spada spuntata; tiriamoci de' colpi, facciamo svegliare don Ciccio, e facciamolo spiritar di paura.
RIM.
Ma non vorrei...
GASP.
Quando ci sono io, di che cosa potete voi dubitare?
RIM.
Facciamo come volete.
GASP.
Animo.
Ah!
RIM.
Ah! (si tirano dei colpi)
CIC.
(Si sveglia) Aiuto.
GASP.
Ti voglio cavare il cuore.
Ah!
RIM.
Ti caverò l'anima.
Ah! (tirano verso don Ciccio)
CIC.
Oimè! sono assassinato.
(Li due seguono a tirar fra li loro, prendendo in mezzo don Ciccio, il quale, trovandosi legato, fa sforzi per isciogliersi; ed essi due dopo qualche tempo si ritirano, mostrando di battersi)
SCENA QUINDICESIMA
DON CICCIO come sopra, poi DONNA LAVINIA, DONNA FLORIDA, DON PAOLUCCIO e DON MAURO; poi ZERBINO.
PAOL.
Venite, venite: non abbiate timore
LAV.
Ch'è questo strepito?
FLO.
Che ha don Ciccio?
CIC.
Non vi è nessuno che mi sciolga per carità?
MAU.
Se mi permette donna Lavinia, lo scioglierò io.
LAV.
Sì, scioglietelo pure.
PAOL.
Ha troppo mangiato, ha troppo bevuto il poverino.
L'hanno legato, perché non poteva reggersi.
CIC.
Quest'è un affronto, che mi è stato fatto mentre dormiva; e di più, mi hanno voluto uccidere colle spade.
FLO.
Oh bella! bellissima veramente!
LAV.
Sarà stato uno scherzo, una burla amichevole.
PAOL.
Una burla simile ho veduto fare a Marsiglia.
CIC.
Queste non sono burle da farsi; e ne voglio soddisfazione.
LAV.
No, don Ciccio, acchetatevi.
CIC.
Ne voglio soddisfazione.
MAU.
Non l'hanno fatto per offendervi.
CIC.
Tant'è, ne voglio soddisfazione.
FLO.
È curioso davvero.
PAOL.
Un pazzo tal e quale, come lui, l'ho conosciuto a Lione.
CIC.
E non ci verrò più in questa casa di pazzi, di malcreati.
LAV.
Come parlate, signore?
MAU.
Moderate il caldo, don Ciccio.
FLO.
È temerario un po' troppo.
PAOL.
(A me, a me).
Signore.
(a don Ciccio)
CIC.
Che cosa vuole vossignoria?
PAOL.
Voi avete perduto il rispetto a tutta questa conversazione.
CIC.
E tutta questa conversazione l'ha perduto a me.
PAOL.
Chi ha d'aver, si paghi.
Fuori di qui.
CIC.
A far che, fuori di qui?
PAOL.
A batterci colla spada.
CIC.
Colla spada?
PAOL.
Sì, colla spada.
LAV.
Eh, non fate.
(a don Paoluccio)
PAOL.
(Contentatevi; anderà bene, un caso simile è accaduto a Brusseles).
Avete coraggio? (a don Ciccio)
CIC.
Ho coraggio, sicuro.
PAOL.
Andiamo dunque.
CIC.
Andiamo.
PAOL.
Seguitemi.
(parte)
CIC.
Vengo.
FLO.
Eh via, don Paoluccio, non istate a precipitare.
(parte dietro a don Paoluccio)
CIC.
Lasciatelo fare.
LAV.
(Le preme che non precipiti don Paoluccio.
Come presto si è interessata per lui! ) (da sé, e parte)
CIC.
Gl'insegnerò io, come si tratta.
MAU.
Caro amico fermatevi; lasciate operare a me.
CIC.
No certo; voglio soddisfazione.
MAU.
Portate rispetto al padrone di casa.
CIC.
Non conosco nessuno.
MAU.
Volete battervi con don Paoluccio?
CIC.
Battermi con don Paoluccio.
ZER.
Signori, con licenza.
Il signor don Paoluccio fa divotissima riverenza al signor don Ciccio, e gli manda queste due spade, perché scelga delle due quella che più gli piace.
CIC.
(Ora son nell'impegno).
(da sé)
MAU.
Animo dunque; già che siete risoluto, scegliete.
CIC.
Orsù ho pensato a quello che mi avete detto.
Non voglio che per causa mia si funesti la conversazione.
Le donne si spaventano; la villa si mette sossopra.
Vedete voi di accomodarla amichevolmente.
Fatemi dare qualche onesta soddisfazione, e dono tutto, mi scordo tutto; non crediate già ch'io lo faccia per paura di don Paoluccio, ma lo faccio...
perché son generoso.
MAU.
Viva don Ciccio.
Vado ora a procurarvi le vostre soddisfazioni, e a pubblicare a tutti la vostra magnanima generosità.
(parte)
ZER.
Certo vossignoria è un signore magnanimo; me ne sono accorto questa mattina alla tavola.
CIC.
Porta via quelle spade, e di' a don Paoluccio, che se l'intenderà con don Mauro.
ZER.
Sì signore, pubblicherò a tutto il mondo la vostra magnanima poltroneria.
(parte)
CIC.
Sarebbe bella, che dopo le insolenze fattemi, mi ammazzassero per darmi soddisfazione.
Voglio vivere ancora un poco.
Voglio salvar la pancia, non per i fichi, ma per i beccafichi.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
DON EUSTACHIO e DON RIMINALDO.
RIM.
Vi assicuro che ho riso la parte mia.
EUS.
Don Ciccio è il condimento migliore di questa villeggiatura.
RIM.
La scena poi con don Paoluccio ha finito graziosamente.
EUS.
Ora ha una paura grandissima, non si lascia vedere nemmeno.
RIM.
Don Gasparo per altro m'ha detto che la vuole accomodare con don Ciccio; che non vuol perdere una sì bella occasione di ridere e di divertirsi.
EUS.
Poveri noi se restiamo senza don Ciccio.
È terminato lo spasso.
In casa, fuori di un po' di gioco, non si fa altro.
RIM.
E da qui innanzi non vogliono che si giochi più al faraone.
I piccioli giochi non mi divertono, onde faccio conto d'andarmene.
EUS.
È venuto ora don Paoluccio a stordirci il capo col suo Parigi, colla sua Londra.
RIM.
E credo sia anche venuto a disseminare un poco di discordia fra queste nostre signore.
EUS.
Per me ci penso poco di questo.
Non bado io alle signore, mi diverto più volentieri colle contadine.
RIM.
Anch'io, per un poco, ma mi stufo presto; quando non si gioca, non so che fare.
SCENA SECONDA
ZERBINO e detti.
ZER.
Servitore umilissimo di lor signori.
EUS.
Che c'è, buona lana?
ZER.
Male assai.
Se non mi aiutano, son per terra.
RIM.
Che vuol dire? Che cosa è stato?
ZER.
La padrona mi ha licenziato.
RIM.
Perché vi ha licenziato?
ZER.
Per niente.
EUS.
Già, per niente.
È il più buon ragazzo di questo mondo.
L'averà licenziato per niente.
(con ironia)
ZER.
Per un poco di roba dolce mi ha licenziato.
RIM.
Sarà quella che si aspettava sul fin della tavola.
EUS.
Quella che ha domandato don Ciccio.
RIM.
Ve l'averete mangiata, eh?
ZER.
Un poco mangiata, un poco donata.
EUS.
A chi donata?
ZER.
A due belle ragazze.
EUS.
Ah barone!
ZER.
Sono baroni quelli che danno alle ragazze? (a don Eustachio)
EUS.
Sicuro.
ZER.
Quei che danno la roba dolce, sono baroni? (a don Riminaldo)
RIM.
Sicurissimo.
ZER.
E quei che danno i fazzoletti e l'argento, che cosa sono?
RIM.
Ehi! sentite? (a don Eustachio)
EUS.
Che galeotto!
RIM.
Che cosa sapete voi di fazzoletto, d'argento?
ZER.
So tutto io.
So anche del padrone, che va a tirar alle beccaccie e poi le dona alle contadine.
EUS.
E per questo? voi non ci avete da entrare.
Un ragazzo non si ha da mettere cogli uomini; un servitore non si ha da mettere con i padroni.
ZER.
Dice bene vossignoria.
Ma ho un natural così fatto: quando le donne mi pregano, non posso dire di no.
RIM.
Vi hanno pregato dunque?
ZER.
Ehi! zitto.
Mi hanno fatto carezze.
EUS.
Ah briccone!
ZER.
Sono un briccone, perché mi hanno fatto carezze? (a don Eustachio)
EUS.
Sicuro.
ZER.
Perché mi hanno fatto carezze, sono un briccone? (a don Riminaldo)
RIM.
Certo.
ZER.
Zitto, che nessuno ci senta.
Ne hanno fatto anche a lor signori.
EUS.
E chi sono costoro?
ZER.
La Menichina e la Libera.
EUS.
Noi le abbiamo regalate, perché ci han donato dei fiori.
ZER.
Ed io perché mi han promesso dei frutti.
RIM.
Che ne dite eh, di costui? (a don Eustachio)
EUS.
Vuol essere un bel fior di virtù.
ZER.
Mi facciano la carità.
Parlino per me alla padrona che la mi tenga almeno fino che sono in istato di maritarmi.
Perché poi, quando sarò maritato, non avrò più necessità di servire.
RIM.
Che mestiere farete quando avrete moglie?
...
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