LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
.
LIB.
Eh, farà così...
MEN.
La gatta morta...
LIB.
Per non parere...
MEN.
Perché non si dica...
LIB.
Dopo tavola poi...
MEN.
Al passeggio...
LIB.
Nel laberinto...
ZER.
Oh che buone lingue che siete! Vado, vado, che non mi aspettino.
LIB.
Ehi, sentite.
Vorrei che mi faceste un servizio.
ZER.
Anche due, se son buono.
LIB.
Vorrei...
Ma non sono io veramente che lo vorrebbe, è la Menichina.
ZER.
Son qui: anche alla Menichina.
MEN.
Non occorre dire di me; lo vorressimo tutte due.
ZER.
Comandatemi tutte due.
LIB.
Vorrei che diceste...
diteglielo voi, Menichina.
MEN.
Se glielo dico io, non vorrei che credesse...
diteglielo voi, madonna Libera.
LIB.
Sentite.
Vorrebbe la Menichina che diceste al signor don Eustachio e al signor don Riminaldo, che venissero qui, che una persona vorrebbe loro parlare.
ZER.
La Menichina vorrebbe il signor don Eustachio e il signor don Riminaldo?
MEN.
Per me, quando s'ha da dire, mi basta il signor don Eustachio.
ZER.
Lo dirò a lui dunque.
LIB.
Ditelo a tutti due.
ZER.
Uno per lei, e uno per voi.
(alla Libera)
LIB.
Dite che venghino, e non pensate altro.
ZER.
Una per l'uno, l'altra per l'altro.
E per me niente.
MEN.
Eh, voi avete la cameriera per voi.
Non vi degnate di noi.
ZER.
Mi degnerei io di voi, se vi degnaste di me.
LIB.
Se non ci donate mai niente.
ZER.
Che cosa volete che vi doni un povero ragazzo, che serve per le spese, senza salario?
LIB.
Quell'altro che c'era prima di voi, mi donava sempre qualche cosa di buono.
MEN.
Anch'io aveva sempre da lui qualche pezzo di torta, qualche bastone di cioccolata.
LIB.
Quasi tutti i giorni mi dava il caffè, e mi regalava de' cartocci di zucchero.
MEN.
E io? portavo via sempre qualche fiaschetto di vino buono.
ZER.
Se potessi farlo, lo farei ancor io; ma non mi lasciano la libertà di poterlo fare.
LIB.
Eh, quando si vuole, si fa.
MEN.
Chi vi tiene ora, che non ci diate due di quei dolci che avete su quel tondino?
ZER.
Il credenziere me li ha contati.
LIB.
Anche il lupo mangia le pecore contate.
MEN.
Due più, due meno, non se ne potranno accorgere.
ZER.
Per due ve li posso dare.
Uno per una.
MEN.
Che ne ho da fare di uno?
ZER.
Tenetene due dunque.
(alla Menichina)
LIB.
E a me niente?
ZER.
E due anche a voi.
(alla Libera)
LIB.
Vi ringrazio.
ZER.
L'è, che ne voglio due per me ancora.
(ne prende due per sé)
MEN.
Preziosi! datemene altri due.
(dolcemente)
ZER.
Altri due?
LIB.
E a me, caro?
ZER.
Caro?
MEN.
Due soli
ZER.
Tenete.
LIB.
E a me?
ZER.
Caro?
LIB.
Sì, carino.
ZER.
Tenete.
Ma ne voglio altri due per me.
LIB.
Ecco don Riminaldo.
MEN.
E don Eustachio.
ZER.
Povero me! la tavola sarà finita.
Non sono più a tempo.
M'avete fatto perdere...
LIB.
Avete paura?
ZER.
Oh, per ora non mi lascio vedere.
MEN.
Dove porterete quei dolci?
ZER.
Non lo so davvero.
LIB.
Date qui, date qui.
(gli leva il tondo di mano)
MEN.
A noi, a noi.
(s'accosta alla Libera)
ZER.
Ma io come ho da fare?
LIB.
Niente, niente; metà per uno.
(divide i dolci colla Menichina)
MEN.
Le parti giuste.
ZER.
E a me?
LIB.
Il tondo.
(rende il tondino a Zerbino)
ZER.
Almeno due.
LIB.
Andate, che non vi trovino.
ZER.
Voi avete gustato il dolce, e a me toccherà provare l'amaro.
Basta, verrò da voi, che s'aggiusteremo.
Addio, ragazze.
Vogliatemi bene, che non vi costa niente.
(parte)
SCENA TERZA
La LIBERA e la MENICHINA.
LIB.
Che ne dite, eh? Il buon ragazzino!
MEN.
Eh, non è poi tanto piccolo.
LIB.
Certo, che per voi non sarebbe fuor di proposito.
MEN.
Se potessi, mi mariterei in città volentieri.
LIB.
Vi compatisco io; colà se ne vedono sempre delle belle parrucche.
MEN.
E qui s'aspettano una volta l'anno.
LIB.
Eccoli, eccoli.
MEN.
Non vorrei che venisse qui la signora, e che ci trovasse.
LIB.
Spicciamoci presto, che poco potrà tardare.
SCENA QUARTA
DON EUSTACHIO, DON RIMINALDO e dette.
EUS.
Oh ragazze, che fate qui?
MEN.
Aspettavo vossignoria.
(a don Eustachio)
LIB.
Ed io lei aspettavo.
(a don Riminaldo)
RIM.
Avete bisogno di qualche cosa?
LIB.
Niente, signore, vorrei prendermi una libertà.
RIM.
Dite pure; che non farei per la mia cara Libera?
MEN.
E io pure gli vorrei dare una cosa, se si contentasse...
(a don Eustachio)
EUS.
Volete regalarmi? Io accetterò per una finezza.
MEN.
La prego di godere per amor mio questo po' di selvatico.
EUS.
Volete voi privarvene?
LIB.
Noi non mangiamo di questa roba.
Anch'io, signor don Riminaldo, la prego di accettare...
(gli dà il selvatico)
RIM.
Vi sono bene obbligato.
Ma noi siamo qui trattati da don Gasparo, amico nostro.
LIB.
Lo tenghi per sé, non lo faccia vedere a don Gasparo.
MEN.
Lo mandi a regalare a qualche amico suo di città.
LIB.
È fresco, fresco; preso questa mattina.
EUS.
Da chi l'avete avuto questo selvatico?
LIB.
L'ha preso mio marito.
MEN.
Me l'ha regalato mio zio.
RIM.
Non so che dire.
Vi sono molto obbligato.
(alla Libera)
LIB.
Oh caro signore, che cosa non farei per vossignoria?
EUS.
Gradisco il vostro buon cuore.
(alla Menichina)
MEN.
Il mio cuore, signore, gli vorrebbe dare qualche cosa di più.
RIM.
Aspettate, qualche cosa voglio donarvi anch'io.
Tenete questo fazzoletto da collo.
(alla Libera)
LIB.
Oh bello! Menichina.
Bello! (mostrandole il fazzoletto)
EUS.
(Avete niente da dare a me, che mi faccia onore?) (piano a don Riminaldo)
RIM.
(Son buon amico.
Servitevi).
(dà a don Eustachio un involto con del gallone)
EUS.
Tenete questo gallone per guarnire un paio di maniche.
(alla Menichina)
MEN.
Oh bello! Libera.
Bello! (mostrando il gallone)
LIB.
Il fazzoletto è bello.
MEN.
Il gallone è più bello.
LIB.
Obbligata.
(a don Riminaldo)
MEN.
Grazie.
(a don Eustachio)
LIB.
(Non dite niente, sapete).
(alla Menichina, piano)
MEN.
(Eh! nemmeno voi).
(alla Libera piano)
LIB.
(Dirò che me l'ha mandato...
una mia sorella).
(come sopra)
MEN.
(Io dirò che me l'ha donato...
chi mai?) (come sopra)
LIB.
(Dite ch'io ve l'ho donato).
(come sopra)
MEN.
(Oh sì, sì, voi).
(come sopra)
RIM.
Vien gente, mi pare.
LIB.
Oh andiamo, andiamo, che non ci vedano.
Padrone la ringrazio tanto.
Verrà a ritrovarmi; questa sera l'aspetto.
(a don Riminaldo, e parte)
RIM.
Arrivederci.
(alla Libera)
MEN.
Grazie.
La riverisco.
(a don Eustachio)
EUS.
Vogliatemi bene.
(alla Menichina)
MEN.
Tanto, tanto.
(parte)
SCENA QUINTA
DON EUSTACHIO e DON RIMINALDO, poi DON GASPARO.
EUS.
Son godibili queste donne.
Vi ringrazio del gallone, che a tempo mi avete dato, ditemi il valor suo, che intendo di soddisfarvi.
RIM.
Ve lo dirò un'altra volta.
Quando vengo in villa, porto sempre in tasca qualche cosa da regalare a costoro.
EUS.
Esse a noialtri darebbono il cuore.
RIM.
Ma che cosa vogliamo fare di questo selvatico?
EUS.
Io non saprei.
Possiamo darlo in cucina.
RIM.
Ecco don Gasparo.
Doniamolo a lui, che ci faremo un poco d'onore.
EUS.
Sì, sì, lo gradirà, ora che c'è un forestiere.
GASP.
Avete veduto il paggio?
EUS.
Qui non l'abbiamo veduto.
GASP.
Non si trova più il disgraziato.
RIM.
Signor don Gasparo, compatite l'ardire.
Ci permetterete di mandar in cucina questo po' di selvatico.
EUS.
È poco, ma compatirete.
GASP.
Vi ringrazio.
RIM.
Eccolo.
Voi ve ne intenderete.
EUS.
Siete cacciatore; conoscerete se è buono.
GASP.
Certo, son cacciatore; lo conosco, e conosco benissimo che queste pernici e queste beccaccie le ho ammazzate io questa mane con il mio schioppo.
Come le avete avute?
RIM.
Da un contadino...
EUS.
Ci sono state...
RIM.
Vendute.
GASP.
Eh, ora che mi ricordo io le ho donate alla Menichina e alla Libera.
Ed esse le avrebbono forse donate a voi, eh?
RIM.
Non le potrebbono aver vendute?
EUS.
Caro don Gasparo, accettatele da noi; graditele, e non curate di più.
(Chi mai se lo poteva sognare?) (da sé, e parte)
RIM.
Il dono è sempre dono.
I doni girano; e non c'è un male al mondo per questo.
(Quest'accidente mi fa un poco ridere, e un poco arrossire).
(da sé, e parte)
GASP.
Ho capito.
Egli è poi vero, che questi signori ospiti villeggianti non si contentano di mangiare e di bevere in casa mia, e di giocare; ma vogliono anche il divertimento delle villanelle, e colle mie s'attaccano; e io fo loro il mezzano.
Ed io regalo le donne, e le donne regalano loro.
Bella, bella, da galantuomo.
Causa mia moglie; causa ella di tutto.
Se non fosse per lei, verrei qui solo, da me, e tutto il buono sarebbe il mio.
Hanno avuto il selvatico, e dopo il selvatico si prenderanno il domestico.
Basta, basta, non ne vo' più.
Un altro anno, io a ponente, e la signora a levante.
Già a che serve che stiamo insieme? Ella viene nel letto quando io mi alzo.
Povero matrimonio! (si soffia sulla mano, e parte)
SCENA SESTA
DONNA LAVINIA, DONNA FLORIDA, DON MAURO e DON PAOLUCCIO.
PAOL.
Compatitemi, se mi scaldo in un proposito che mi tocca sul vivo.
Il signor don Mauro ed io siamo di contraria opinione intorno ad alcune massime della vita civile.
Donna Lavinia si è dichiarata del suo partito; ed io non son contento, se non vi vedo convinti.
LAV.
Sarà difficile, signor mio caro...
FLO.
Lasciatelo parlare, se volete intendere la ragione.
PAOL.
Qui s'abbiamo a battere non colla spada, ma colle parole.
LAV.
Ricordatevi, che le leggi di buona cavalleria vogliono che sia il combattimento con armi eguali.
Voi non l'avete da soverchiare.
PAOL.
Volete dire, ch'io parlo troppo.
L'avete detto con grande spirito: alla maniera francese.
Un frizzo simile mi disse un giorno madama di Sciantillon, cognata del duca di Scenleuriè.
FLO.
Fan buono queste applicazioni concise.
MAU.
Voi non mi farete uscire dal mio costume.
Se vi comoda udire le mie ragioni, ascoltatele: quando no, io non vo' gareggiare né colla vostra voce, né colle vostre parole.
PAOL.
Parliamo alla foggia vostra, basso quanto volete, e adagio quanto vi comoda.
Sediamo, se comandate.
LAV.
Chi è di là? Da sedere.
(Servitori accostano le sedie, e tutti siedono)
PAOL.
Favorite, don Mauro, acciò possiamo ridurre la questione al suo vero principio.
Favorite darmi la definizione della costanza.
MAU.
La costanza è una fermezza d'animo, una perseveranza in un proposito creduto buono, la quale né dal timore, né dalla speranza può essere deviata.
PAOL.
Signore mie, vi sottoscrivete a questa definizione? (alle donne)
LAV.
Io sì certamente, e non può essere concepita meglio.
FLO.
Io non ne sono assai persuasa.
Mi aspetto da don Paoluccio qualche cosa di più.
PAOL.
Per dir il vero, la definizione di don Mauro è scolastica troppo, e troppo comune.
Questo termine di perseveranza è buonissimo in altre occasioni, non in quella in cui ci troviamo, non nel proposito di cui si tratta.
Piacquemi, quando egli disse essere la costanza una fermezza d'animo; ma l'animo può esser fermo, senza essere perseverante.
Fermezza non vuol sempre dire durevolezza in un proposito che non si muta; ma fortezza, virilità, superiorità di spirito nelle passioni, quello che dagli oltramontani si chiama spirito forte: ond'io riduco la virtù ammirabile della costanza ad una intrepidezza di animo che tutto soffre, e delle proprie passioni non si fa schiavo.
LAV.
Voi dunque distruggete la fedeltà.
PAOL.
No, perdonatemi, non la distruggo; ma questa bella virtù non può mai esser tiranna.
MAU.
Permettetemi dunque ch'io dica...
FLO.
Voglio dire la mia opinione ancor io.
Ho paura che voi altri signori abbiate preso una chimera per argomento; prima di decidere qual sia la fedeltà e la costanza, conviene riflettere se la costanza, se la fedeltà, si ritrovino.
PAOL.
Bellissima riflessione.
Se donna Florida fosse stata a Parigi, non potrebbe dir meglio.
Colà si burlano di queste passioni sì malinconiche; ma io sono ancora italiano; non voglio adular me stesso, facendo forza per non sentirle; intendo profittar solamente delle cognizioni acquistate, per moderarle; e vorrei far questo bene alla patria mia, spregiudicando un poco gli animi, che si affaticano per impegno a tormentar se medesimi.
LAV.
Ringraziate il cielo, don Paoluccio, che vi siete ben bene spregiudicato; voi non mi tormenterete, per quel ch'io sento, colla soverchia costanza.
PAOL.
Io non dico per questo...
MAU.
Signore, voi avete finora parlato solo.
Se mi darete luogo a rispondere...
PAOL.
Bene; è giusto che difendiate la vostra tesi.
FLO.
Scommetterei la testa in favore di don Paoluccio.
MAU.
Alla costanza, di cui parliamo dee presupporsi un impegno.
Che un uomo volesse essere costante (per esempio) nell'amare una donna che non lo amasse, nel servire una dama che nol gradisse, la sua non si potrebbe dire costanza, ma ostinazione o stoltezza, poiché le virtù non vanno mai disgiunte dalla ragione.
Supposto dunque l'impegno che lega l'animo colle parole, necessaria è la costanza per uno de' due motivi, o per affetto, o per gratitudine.
Chi per affetto è costante, prova dolci le sue catene; chi è astretto ad esserlo dalla gratitudine, non può sottrarsi senza un delitto.
Chi crede poterlo fare, mi ha da trovare una legge che autorizzi l'essere ingrato per proprio comodo, che distrugga le convenienze tutte della vita civile, e riduca la società all'interesse unico della propria soddisfazione, rendendo l'uomo ben nato alla vilissima condizione di chi non conosce i vincoli dell'onore.
LAV.
Ah, don Mauro, voi avete studiato le vere massime dell'onest'uomo.
Mi glorio sempre più di quel cielo sotto di cui son nata, se altrove pensasi diversamente.
PAOL.
Credete voi che il ragionamento di don Mauro non ammetta risposta?
FLO.
Benché io non sia stata né a Parigi, né a Londra, vorrei, donna qual sono, abbattere i di lui sofismi.
LAV.
Non è cosa meravigliosa, che fra di noi si trovi chi non pensa nella maniera comune.
PAOL.
Anche a Parigi si suol dir per proverbio: tante teste, e tante opinioni.
Ma la più universale è questa: abbiamo tanti mali congiunti alla nostra misera umanità; perché vogliamo noi procacciarci di peggio, con una serie d'incomodi dalla nostra immaginazione prodotti?
MAU.
L'esentarsene è cosa facile.
Niente obbliga in questo mondo ad incontrare un impegno che costi pena.
La costanza può trionfare egualmente nella libertà degli affetti.
Mi spiegherò con un paragone: chi obbliga l'uomo a contrarre un debito con un altr'uomo, facendosi, per esempio, prestar danaro od altra cosa di che abbisogni? Ma contratto che ha il debito, qual legge lo disimpegna dalla dovuta restituzione? Chi obbliga un cavaliere alla rispettosa servitù di una dama, impegnandola a distinguere lui dagli altri? Ma ottenuta la distinzione con il reciproco impegno, qual legge d'onestà lo può esimere dalla costanza?
PAOL.
Il paragone è fuor di proposito.
Poiché chi contrae un debito, sa di dover restituire cosa che ha realmente ottenuta; e quest'impegni di servitù sono, come suol dirsi, castelli in aria.
LAV.
(Alzandosi) Orsù, vedo che il vostro ragionamento si avanzerebbe un po' troppo.
Lasciatemi continuare nell'abbaglio de' miei pregiudizi, giacché non avete l'abilità di disingannarmi.
Restate voi nella quiete delle novelle massime, che avete sì facilmente adottate.
L'unica grazia che ardisco chiedervi, è questa: parlatemi di tutto altro, che di servitù e di costanza.
(parte)
SCENA SETTIMA
DONNA FLORIDA, DON MAURO, DON PAOLUCCIO.
PAOL.
Eccola montata in isdegno.
La conversazione è finita.
Qui non si può sperare di trattar lungamente un articolo di galanteria.
A Parigi, in una questione simile, sarebbesi trovata materia di discorrere una veglia intera.
FLO.
Donna Lavinia è dominata dalla passione.
Le spiace che don Paoluccio, dopo due anni d'assenza, torni colle massime di uno spirito forte.
Un po' più debole lo vorrebbe sul proposito di cui si tratta.
PAOL.
Io non ho detto per questo di aver cambiato nell'animo il proposito di servirla; ma vorrei ch'ella mi accordasse il merito della gratitudine, senza l'obbligo della costanza.
MAU.
Amico, la distinzione vostra, la vostra bizzarra idea, ha un poco troppo del metafisico.
Le donne fra di noi non sono a tal segno speculative, e se lo sono, non crediate ch'esser lo vogliano in nostro solo vantaggio.
Il disimpegno vostro dalla costanza è una proposizione che salta agli occhi.
Voi le comparite in aria d'un uomo franco, e la franchezza vostra ha tutto l'aspetto della indifferenza, la quale rammentando gli impegni vostri, non può che dirsi incostanza.
PAOL.
S'ella pensa così di me, non so che giudicare di lei.
Posso credere che non le dispiaccia trovarmi disposto a lasciarla nella sua libertà, e posso eziandio giudicare che i vostri ragionamenti tendano a confermarla nelle sue massime, per occupare il mio posto.
Se così fosse, userei la costanza dell'animo mio nel non curarmi di lei, ma altresì delle mie ragioni, per sostenere i miei diritti contro di voi.
MAU.
Amico, voi non mi conoscete.
La materia di cui si tratta, è delicata un po' troppo.
Nel luogo in cui siamo, non mi è lecito giustificarmi, assicuratevi però, che in ogni altro sito mi troverete pronto a difender l'onor della dama ed il mio.
(parte)
SCENA OTTAVA
DONNA FLORIDA e DON PAOLUCCIO.
FLO.
Credetemi, don Paoluccio, che voi non pensate male.
Il cuore di don Mauro e quello di donna Lavinia veggio che s'intendono.
Dai detti loro poco si può raccogliere, ma gli occhi mi fanno dubitare di qualche cosa.
PAOL.
È bellissima la pazzia di favellare cogli occhi; di là dai monti non s'usa.
Ma s'io non erro, donna Florida, parmi aver rilevato, dalle poche ore che qui mi trovo, che don Mauro sia il cavalier che vi serve.
FLO.
Volete dire il cavalier che m'annoia.
Son pochi mesi che mi fa le sue distinzioni.
L'ho accettato, conoscendolo poco; ma il suo temperamento non ha che far col mio.
PAOL.
È melanconico, egli mi pare.
FLO.
Ed io sono allegrissima.
Oh, vedete se andiamo d'accordo.
Ma quest'è il meno.
Pare anche geloso.
PAOL.
Geloso di che? Non siete voi maritata?
FLO.
Non sapete che questi nostri adoratori sono gelosi perfino delle parole nostre?
PAOL.
Oh Francia felicissima in questo, perché in essa la gelosia è sconosciuta.
Guai a quell'uomo, in cui notata fosse una sì vil passione.
Fanno studio anzi gli amanti, non che i serventi, di occultare in faccia del pubblico la parzialità, l'inclinazione, l'amore.
Pompa si fa dell'indifferenza.
Non vedrete mai nei ridotti star vicine due persone che s'amino.
Non vedrete mai al passeggio incontrarsi affettatamente due che abbiano dell'inclinazione.
Vegliano sopra di ciò i curiosi; e guai a chi è scoperto per debole; diviene il ridicolo delle conversazioni.
Mi direte voi: colà non si ama? Vi risponderò, che si ama.
Mi domanderete: di che si pasce l'amore? Vi dirò, che tutto il mondo è paese, ma che in pubblico l'amore cede il luogo alla società, e non s'incomoda altrui per il frenetico umore della gelosia.
FLO.
Don Paoluccio, le vostre parole m'incantano.
In un luogo simile viverei vent'anni di più.
PAOL.
Certamente a Parigi voi fareste col vostro spirito una figura non ordinaria.
FLO.
Ma se la mia costituzione non mi permette di andarvi, non sarebbe però impossibile che s'introducesse qui il bel costume.
PAOL.
Principiate voi ad usarlo.
FLO.
Sola non posso farlo.
Se voi mi deste animo coll'opera e col consiglio...
PAOL.
Facilissimo è il farlo.
Avete voi dell'inclinazione per me?
FLO.
Chi non l'avrebbe per un cavaliere di tanto spirito?
PAOL.
Io l'ho per voi.
Ecco fatto il contratto della nostra amicizia.
FLO.
Che dirà donna Lavinia?
PAOL.
Ella non lo ha da sapere.
FLO.
Se ne accorgerà col tempo.
PAOL.
Non se ne deve accorgere.
FLO.
Ma se vedrà che mi usate delle distinzioni?...
PAOL.
Questo è quello che non deve né da lei, né da altri, vedersi.
Io non userò distinzioni a voi; voi non ne userete a me.
FLO.
Come si coltiverà la nostra amicizia?
PAOL.
Col sapere che siamo amici.
FLO.
Vedendosi solamente?
PAOL.
Vedendoci in mezzo agli altri; favellandoci all'altrui presenza; ma in cotal modo, che né dalle nostre parole, né dagli occhi nostri, si possa arguire la nostra occulta parzialità.
FLO.
È un poco difficile veramente.
PAOL.
Il merito sta appunto nella difficoltà.
FLO.
Mai ci abbiamo a vedere a quattr'occhi?
PAOL.
Non abbiamo da procurarlo.
Il tempo offre a caso dei momenti felici.
FLO.
Il metodo è assai bizzarro.
La novità mi piace; ma se don Mauro, o alcun'altro più gentile di lui, credendomi in libertà, mi offerisce servirmi?
PAOL.
Accettate la servitù.
Noi rideremo della lor debolezza, e saremo amici senza essere conosciuti.
FLO.
Questo mi proverò di farlo.
E voi, se donna Lavinia insiste perché le facciate giustizia?
PAOL.
La servirò in pubblico per convenienza; ma noi in segreto saremo amici.
FLO.
E qual pro della nostra amicizia?
PAOL.
Il piacere unico di saperlo noi soli.
FLO.
Si riduce a poco, mi pare.
PAOL.
Provatelo, e vi chiamerete contenta.
Assicuratevi, che in ciò consiste la più fina delicatezza della passione.
Viva chi ha inventato il felice metodo; viva Parigi; non ci lasciamo trovare uniti.
Principiamo da ora l'osservanza delle nostre leggi.
Siamo amici.
Vi servo coll'animo.
Il cuore è vostro.
Addio, madama, non mi ricercate di più.
(parte)
SCENA NONA
DONNA FLORIDA sola.
FLO.
È poco veramente, è poco.
Non che mi caglia d'aver vicino il servente, per aver in esso un amante.
Son maritata, son dama onesta, e non posso pensare diversamente dal mio carattere e dal mio costume.
Ma che dirà di me il mondo, se mi vedrà andar sola, senza uno che con impegno mi favorisca? Chi potrà mai immaginarsi, che il mio cavaliere mi serva alla moda di Francia? Non so che dire.
Proverò per un poco, e se non mi comoda la foggia nuova, penerò poco a ritornare all'antica.
(parte)
SCENA DECIMA
La LIBERA e la MENICHINA.
LIB.
Sono andati via tutti; non c'è più nessuno.
MEN.
Se tornasse qui don Eustachio, glielo vorrei dire che non mi basta.
LIB.
Non vi basta l'argento per le maniche?
MEN.
No; ne mancherebbono quattro dita.
LIB.
Aspettiamolo, che verrà.
MEN.
Se voi non volete restare, non preme, ci starò da me.
LIB.
Carina! vorreste restar qui sola, eh?
MEN.
Dico così, perché ho sentito dire dalla castalda, che vostro marito vi cerca.
LIB.
Che importa a me di mio marito? Mi cerchi pure, a qualche ora mi troverà.
MEN.
Non vorrei che per causa mia vi gridasse.
L'ho sentito dire anche questa mattina, che non ha piacere che venghiate qui.
LIB.
È curioso quel mio marito.
Non vorrebbe ch'io venissi, che praticassi; e poi, quando ha bisogno di qualche cosa, si raccomanda a me.
Se non foss'io, non si starebbe nella casa dove si sta.
Non paga mai la pigione, e il padrone di casa non dice niente.
MEN.
Sta zitto per voi?
LIB.
E per chi poi? Per me.
MEN.
Anche mia madre mi racconta, che quando andava in città con mio padre, stavano dei mesi da un suo compare, e non ispendevano niente.
LIB.
Quand'io vado in città, mio marito non ce lo voglio; ma quando torno poi, gli porto sempre qualche cosa.
MEN.
Non ci sono stata ancora in città io; mia madre non mi ci vuol condurre.
LIB.
Perché non vi vuol condurre?
MEN.
Dice così, che le pietre della città scottano e bruciano per noi altre.
LIB.
Per dirla, non dice male.
E si trovano certi tali...
MEN.
E chi sono?
LIB.
Sono gente, che quando possono...
MEN.
Che cosa fanno?
LIB.
Lo sa ben vostra madre.
MEN.
E voi lo sapete?
LIB.
So, e non so.
Così, e così...
SCENA UNDICESIMA
DON CICCIO e dette.
CIC.
Oimè non posso più.
Mi sento crepare.
LIB.
Che c'è, signor don Ciccio?
CIC.
Ho mangiato tanto, che non posso più.
MEN.
Sarà stato un bel desinare.
CIC.
Roba assai, ma tutta cattiva.
LIB.
Se la roba era cattiva, perché ha mangiato tanto?
CIC.
Perché, quando ci sono, ci sto.
L'appetito ordinariamente non mi serve male.
MEN.
Mi ricordo ancora, quando è venuto da noi il signor don Ciccio.
Ha mangiato egli solo quello che doveva servire per tutti gli uomini che crivellavano il grano.
CIC.
Val più una minestra delle vostre, e un paio di polli grassi, com'erano quelli di quel giorno, che tutto il desinare di oggi.
Uno di questi giorni ci vo' tornare da voi.
(alla Menichina) E anche da voi voglio venire, madonna Libera.
LIB.
Sarò anche capace di dargli da desinare.
Non siamo signori, ma abbiamo il nostro bisogno in casa; abbiamo le nostre posate di stagno, i nostri tondi di terra, la nostra biancheria di lino nuovo.
CIC.
Lasciatemi sedere, che la pancia mi pesa.
(siede)
MEN.
Che cosa ha mangiato di buono?
CIC.
Ho mangiato due piatti di minestra, un pezzo di manzo che poteva essere una libra e mezza, un pollastro allesso, un taglio di vitello, un piccione in ragù, un tondo ben pieno di frittura di fegato ed animelle, due bragiolette colla salsa, tre quaglie, sedici beccafichi, tre quarti di pollo grasso arrostito, un pezzo di torta, otto o dieci bignè, un piatto d'insalata, del formaggio, della ricotta, dei frutti, e due finocchi all'ultimo per accomodarmi la bocca.
LIB.
Non si può dire che non si sia portato bene.
MEN.
Mi par che sia stato un buon desinare, e perché dice tutta roba cattiva?
CIC.
Era tutto magro; vi era pochissimo grasso.
A me piace la carne grassa: i polli colla pelle grassa, i stufati col lardo grasso, l'arrosto che nuoti nel grasso, e anche l'insalata la condisco col grasso.
LIB.
Come diavolo vi piace il grasso, e siete così magro?
CIC.
Ho piacere io d'essere magro; se fossi grasso, mangierei meno.
Perché, vedete? il grasso che si vede di fuori, è anche di dentro; e si restringono le budella, e vi capisce tanta roba di meno.
(sbadiglia)
LIB.
Gli piace molto il mangiare, signor don Ciccio.
CIC.
In che cosa credete ch'io abbia consumato il mio? Tre quarti in mangiare, e un quarto negli altri piccoli vizi.
Se si potesse vivere senza mangiare, tant'e tanto vorrei mangiare.
(sbadiglia)
LIB.
Ha sonno, signor don Ciccio?
CIC.
Quando ho mangiato, mi vien sonno.
Se fossi a casa mi spoglierei tutto, e andrei a gongolare nel letto.
MEN.
Se ha sonno, può dormire anche qui.
Queste sedie poltrone sono buonissime per dormire.
CIC.
Non vi è pericolo; quando non sono a letto con tutti i miei comodi, non posso dormire.
(va sbadigliando e contorcendosi per il sonno)
LIB.
Io poi, quando ho sonno, dormo per tutto.
CIC.
Volete mettere voi con me? (stirandosi)
LIB.
Come sarebbe a dire? Chi sono io?
CIC.
Voialtre avete gli ossi duri.
(appoggiando le testa)
LIB.
Noialtre? Chi siamo noialtre?
CIC.
Sì...
due gentildonne...
di campagna.
(addormentandosi)
LIB.
Or ora, se non fossimo qui...
MEN.
Non vedete? è briaco, che non sa quello che si dica.
LIB.
Scrocco, che va a sfamarsi di qua e di là.
MEN.
Linguaccia cattiva.
LIB.
Venga, venga da me, che sarà ben accolto!
MEN.
Neanche da noi non iscrocca più certo.
Lo dirò a mia madre.
LIB.
Ehi! dorme.
Quello che, se non è sul letto, non può dormire.
MEN.
Ha le ossa delicate, il signor porcone.
LIB.
Mi vien voglia ora di pelarlo come un cappone.
MEN.
Se avessi un lume, vorrei dar fuoco a quella sua parrucca di stoppa.
LIB.
Facciamo una cosa, giacché dorme, leghiamolo.
MEN.
Con che volete che lo leghiamo?
LIB.
Osservate, che gli cadono i legaccioli delle calze.
MEN.
Che sudicione!
LIB.
Procuriamo levarglieli del tutto, e leghiamolo alla sedia.
MEN.
Sì, sì, facciamolo.
Pian piano, che non si desti.
(gli vanno levando i legaccioli, e poi lo legano alla sedia)
LIB.
Io crederei che questi nodi non si sciogliessero.
MEN.
Né meno i miei certamente.
LIB.
Lasciamo che si desti da sé.
MEN.
Vien gente; non ci facciamo vedere.
(parte)
LIB.
Sta lì, mangione, scroccone; che tu possa dormire sino ch'io ti risveglio.
(parte)
SCENA DODICESIMA
DON CICCIO addormentato e legato; poi DON RIMINALDO e DON GASPARO.
RIM.
Caro amico, non vi offendete di questo.
Sono galanterie.
GASP.
Ma io queste contadinelle me le vado allevando...
Chi è quello?
RIM.
Don Ciccio.
GASP.
Dorme?
RIM.
Non volete ch'ei dorma? Ha mangiato e bevuto come un vero parassito.
GASP.
Oh diavolo! chi l'ha legato?
RIM.
Qualcheduno che si è preso spasso di lui.
GASP.
Questa la godo da galantuomo.
Bisognerebbe destarlo.
RIM.
Se ci vede, crederà che siamo stati noi, e se n'averà a male.
Sapete che lingua egli è.
GASP.
Eh niente; sono burle che in villeggiatura si fanno.
Aspettate; ora mi viene in mente di far la cosa più amena.
Sapete tirar di spada voi?
RIM.
Qualche poco.
GASP.
Aspettatemi, che vengo subito.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
DON RIMINALDO, DON CICCIO come sopra; poi la LIBERA e la MENICHINA.
RIM.
Ma chi può essere mai, che siasi preso lo spasso di legare don Ciccio?
LIB.
Ehi.
(si fa un poco vedere)
RIM.
Oh madonna Libera, che vuol dire? qui ancora?
LIB.
Vedete don Ciccio?
RIM.
L'hanno legato.
LIB.
Zitto: sono stata io.
RIM.
Bravissima.
MEN.
E una manina ce l'ho messa anch'io.
(facendosi vedere)
RIM.
Brave tutte due.
Ecco qui don Gasparo.
LIB.
Zitto.
(parte)
MEN.
Non gli dite niente.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
DON RIMINALDO, DON CICCIO come sopra, DON GASPARO
con due spade, due cappelli di paglia, due mute di baffi.
GASP.
Presto, presto.
RIM.
Che imbrogli avete portato?
GASP.
Levatevi il giustacore.
RIM.
Perché?
GASP.
Fate quel che vi dico.
Me lo levo anch'io.
RIM.
Eccolo levato.
GASP.
Mettetevi questi baffi e questo cappello di paglia.
RIM.
Bene, e poi? (fa come dice don Gasparo)
GASP.
Tenete questa spada spuntata; tiriamoci de' colpi, facciamo svegliare don Ciccio, e facciamolo spiritar di paura.
RIM.
Ma non vorrei...
GASP.
Quando ci sono io, di che cosa potete voi dubitare?
RIM.
Facciamo come volete.
GASP.
Animo.
Ah!
RIM.
Ah! (si tirano dei colpi)
CIC.
(Si sveglia) Aiuto.
GASP.
Ti voglio cavare il cuore.
Ah!
RIM.
Ti caverò l'anima.
Ah! (tirano verso don Ciccio)
CIC.
Oimè! sono assassinato.
(Li due seguono a tirar fra li loro, prendendo in mezzo don Ciccio, il quale, trovandosi legato, fa sforzi per isciogliersi; ed essi due dopo qualche tempo si ritirano, mostrando di battersi)
SCENA QUINDICESIMA
DON CICCIO come sopra, poi DONNA LAVINIA, DONNA FLORIDA, DON PAOLUCCIO e DON MAURO; poi ZERBINO.
PAOL.
Venite, venite: non abbiate timore
LAV.
Ch'è questo strepito?
FLO.
Che ha don Ciccio?
CIC.
Non vi è nessuno che mi sciolga per carità?
MAU.
Se mi permette donna Lavinia, lo scioglierò io.
LAV.
Sì, scioglietelo pure.
PAOL.
Ha troppo mangiato, ha troppo bevuto il poverino.
L'hanno legato, perché non poteva reggersi.
CIC.
Quest'è un affronto, che mi è stato fatto mentre dormiva; e di più, mi hanno voluto uccidere colle spade.
FLO.
Oh bella! bellissima veramente!
LAV.
Sarà stato uno scherzo, una burla amichevole.
PAOL.
Una burla simile ho veduto fare a Marsiglia.
CIC.
Queste non sono burle da farsi; e ne voglio soddisfazione.
LAV.
No, don Ciccio, acchetatevi.
CIC.
Ne voglio soddisfazione.
MAU.
Non l'hanno fatto per offendervi.
CIC.
Tant'è, ne voglio soddisfazione.
FLO.
È curioso davvero.
PAOL.
Un pazzo tal e quale, come lui, l'ho conosciuto a Lione.
CIC.
E non ci verrò più in questa casa di pazzi, di malcreati.
LAV.
Come parlate, signore?
MAU.
Moderate il caldo, don Ciccio.
FLO.
È temerario un po' troppo.
PAOL.
(A me, a me).
Signore.
(a don Ciccio)
CIC.
Che cosa vuole vossignoria?
PAOL.
Voi avete perduto il rispetto a tutta questa conversazione.
CIC.
E tutta questa conversazione l'ha perduto a me.
PAOL.
Chi ha d'aver, si paghi.
Fuori di qui.
CIC.
A far che, fuori di qui?
PAOL.
A batterci colla spada.
CIC.
Colla spada?
PAOL.
Sì, colla spada.
LAV.
Eh, non fate.
(a don Paoluccio)
PAOL.
(Contentatevi; anderà bene, un caso simile è accaduto a Brusseles).
Avete coraggio? (a don Ciccio)
CIC.
Ho coraggio, sicuro.
PAOL.
Andiamo dunque.
CIC.
Andiamo.
PAOL.
Seguitemi.
(parte)
CIC.
Vengo.
FLO.
Eh via, don Paoluccio, non istate a precipitare.
(parte dietro a don Paoluccio)
CIC.
Lasciatelo fare.
LAV.
(Le preme che non precipiti don Paoluccio.
Come presto si è interessata per lui! ) (da sé, e parte)
CIC.
Gl'insegnerò io, come si tratta.
MAU.
Caro amico fermatevi; lasciate operare a me.
CIC.
No certo; voglio soddisfazione.
MAU.
Portate rispetto al padrone di casa.
CIC.
Non conosco nessuno.
MAU.
Volete battervi con don Paoluccio?
CIC.
Battermi con don Paoluccio.
ZER.
Signori, con licenza.
Il signor don Paoluccio fa divotissima riverenza al signor don Ciccio, e gli manda queste due spade, perché scelga delle due quella che più gli piace.
CIC.
(Ora son nell'impegno).
(da sé)
MAU.
Animo dunque; già che siete risoluto, scegliete.
CIC.
Orsù ho pensato a quello che mi avete detto.
Non voglio che per causa mia si funesti la conversazione.
Le donne si spaventano; la villa si mette sossopra.
Vedete voi di accomodarla amichevolmente.
Fatemi dare qualche onesta soddisfazione, e dono tutto, mi scordo tutto; non crediate già ch'io lo faccia per paura di don Paoluccio, ma lo faccio...
perché son generoso.
MAU.
Viva don Ciccio.
Vado ora a procurarvi le vostre soddisfazioni, e a pubblicare a tutti la vostra magnanima generosità.
(parte)
ZER.
Certo vossignoria è un signore magnanimo; me ne sono accorto questa mattina alla tavola.
CIC.
Porta via quelle spade, e di' a don Paoluccio, che se l'intenderà con don Mauro.
ZER.
Sì signore, pubblicherò a tutto il mondo la vostra magnanima poltroneria.
(parte)
CIC.
Sarebbe bella, che dopo le insolenze fattemi, mi ammazzassero per darmi soddisfazione.
Voglio vivere ancora un poco.
Voglio salvar la pancia, non per i fichi, ma per i beccafichi.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
DON EUSTACHIO e DON RIMINALDO.
RIM.
Vi assicuro che ho riso la parte mia.
EUS.
Don Ciccio è il condimento migliore di questa villeggiatura.
RIM.
La scena poi con don Paoluccio ha finito graziosamente.
EUS.
Ora ha una paura grandissima, non si lascia vedere nemmeno.
RIM.
Don Gasparo per altro m'ha detto che la vuole accomodare con don Ciccio; che non vuol perdere una sì bella occasione di ridere e di divertirsi.
EUS.
Poveri noi se restiamo senza don Ciccio.
È terminato lo spasso.
In casa, fuori di un po' di gioco, non si fa altro.
RIM.
E da qui innanzi non vogliono che si giochi più al faraone.
I piccioli giochi non mi divertono, onde faccio conto d'andarmene.
EUS.
È venuto ora don Paoluccio a stordirci il capo col suo Parigi, colla sua Londra.
RIM.
E credo sia anche venuto a disseminare un poco di discordia fra queste nostre signore.
EUS.
Per me ci penso poco di questo.
Non bado io alle signore, mi diverto più volentieri colle contadine.
RIM.
Anch'io, per un poco, ma mi stufo presto; quando non si gioca, non so che fare.
SCENA SECONDA
ZERBINO e detti.
ZER.
Servitore umilissimo di lor signori.
EUS.
Che c'è, buona lana?
ZER.
Male assai.
Se non mi aiutano, son per terra.
RIM.
Che vuol dire? Che cosa è stato?
ZER.
La padrona mi ha licenziato.
RIM.
Perché vi ha licenziato?
ZER.
Per niente.
EUS.
Già, per niente.
È il più buon ragazzo di questo mondo.
L'averà licenziato per niente.
(con ironia)
ZER.
Per un poco di roba dolce mi ha licenziato.
RIM.
Sarà quella che si aspettava sul fin della tavola.
EUS.
Quella che ha domandato don Ciccio.
RIM.
Ve l'averete mangiata, eh?
ZER.
Un poco mangiata, un poco donata.
EUS.
A chi donata?
ZER.
A due belle ragazze.
EUS.
Ah barone!
ZER.
Sono baroni quelli che danno alle ragazze? (a don Eustachio)
EUS.
Sicuro.
ZER.
Quei che danno la roba dolce, sono baroni? (a don Riminaldo)
RIM.
Sicurissimo.
ZER.
E quei che danno i fazzoletti e l'argento, che cosa sono?
RIM.
Ehi! sentite? (a don Eustachio)
EUS.
Che galeotto!
RIM.
Che cosa sapete voi di fazzoletto, d'argento?
ZER.
So tutto io.
So anche del padrone, che va a tirar alle beccaccie e poi le dona alle contadine.
EUS.
E per questo? voi non ci avete da entrare.
Un ragazzo non si ha da mettere cogli uomini; un servitore non si ha da mettere con i padroni.
ZER.
Dice bene vossignoria.
Ma ho un natural così fatto: quando le donne mi pregano, non posso dire di no.
RIM.
Vi hanno pregato dunque?
ZER.
Ehi! zitto.
Mi hanno fatto carezze.
EUS.
Ah briccone!
ZER.
Sono un briccone, perché mi hanno fatto carezze? (a don Eustachio)
EUS.
Sicuro.
ZER.
Perché mi hanno fatto carezze, sono un briccone? (a don Riminaldo)
RIM.
Certo.
ZER.
Zitto, che nessuno ci senta.
Ne hanno fatto anche a lor signori.
EUS.
E chi sono costoro?
ZER.
La Menichina e la Libera.
EUS.
Noi le abbiamo regalate, perché ci han donato dei fiori.
ZER.
Ed io perché mi han promesso dei frutti.
RIM.
Che ne dite eh, di costui? (a don Eustachio)
EUS.
Vuol essere un bel fior di virtù.
ZER.
Mi facciano la carità.
Parlino per me alla padrona che la mi tenga almeno fino che sono in istato di maritarmi.
Perché poi, quando sarò maritato, non avrò più necessità di servire.
RIM.
Che mestiere farete quando avrete moglie?
ZER.
Il mestier di mio padre.
RIM.
Che vuol dire?
ZER.
Niente affatto.
EUS.
E chi manteneva la casa?
ZER.
Mia madre.
EUS.
Che mestiere faceva?
ZER.
Niente affatto.
EUS.
Figliuolo mio, siete la bella birba.
ZER.
Obbligatissimo alle grazie sue.
RIM.
Crescete così, che sarete un bel capo d'opera.
ZER.
Mi fanno questa grazia di parlare per me? Anch'io, se occorrerà, parlerò per loro.
EUS.
A chi?
ZER.
Alla Libera e alla Menichina.
EUS.
Mi fa ridere costui.
Don Riminaldo, vediamo di fargli questo servizio.
RIM.
Fate voi, che farò ancor io quel che posso.
EUS.
Via dunque, parleremo a donna Lavinia.
Spero che vi terrà a riguardo nostro; ma siate buono, se volete che la vi tenga.
ZER.
Che sia buono! se sono la stessa bontà.
Fatemi questa grazia, signori, e se ora non potrò far niente per loro, può essere che un giorno sposi la Menichina, e farò ch'ella faccia le parti mie.
Servitor umilissimo di lor signori.
(parte)
SCENA TERZA
DON RIMINALDO e DON EUSTACHIO.
EUS.
Crediamo noi che parli con malizia, o con innocenza?
RIM.
Io credo che colui abbia più malizia di noi.
EUS.
Per altro è un ragazzo che serve i forestieri con attenzione.
Per solito la servitù suol fare delle male grazie agli ospiti, quando non regalano bene.
Zerbino si contenta di poco: onde vo' parlare per lui; e siccome il mancamento è leggiero, voglio credere che donna Lavinia mi farà il piacere di tenerlo.
RIM.
Fate pure come vi aggrada.
Già io me ne vado domani.
EUS.
Che dite eh, delle nostre ninfe? S'attaccano a tutto: padroni, servitori, grandi e piccoli.
Pur che buschino qualche cosa, tutto loro comoda.
RIM.
Benché siano donne di villa, non invidiano quelle della città nell'arte del saper fare.
EUS.
L'interesse domina da per tutto.
Non vi è altra differenza, se non che in città vi vogliono dei zecchini, e qui con pochi paoli si fa figura.
(parte)
SCENA QUARTA
DON RIMINALDO, poi la LIBERA.
RIM.
Don Eustachio va con economia nelle cose sue.
E uno di quelli che vanno in villa cogli amici, per risparmiar la tavola a casa loro.
LIB.
Ebbene, signor don Riminaldo, come è andata la cosa di don Ciccio?
RIM.
Benissimo.
Avete dato motivo a tutti di ridere coll'averlo legato su quella seggiola.
LIB.
Ora mi dispiace, che si vorrà vendicare.
Mi raccomando a lei che ci difenda.
RIM.
Io vi posso difender per poco.
LIB.
Perché?
RIM.
Perché domani me ne voglio andare.
LIB.
Bravo! vuol andar via? Così, senza dirmi niente?
RIM.
Che? vi ho da domandare licenza per andar via?
LIB.
Quando si vuol bene, non si fa così.
RIM.
Io voglio bene a voi, come voi ne volete a me.
LIB.
Me ne vorrà assai, dunque.
RIM.
Appunto tanto, quanto voi ne volete a Zerbino.
LIB.
Io a Zerbino?
RIM.
Poverina! a Zerbino! oh figuratevi.
LIB.
Non so niente io di Zerbino.
SCENA QUINTA
DON PAOLUCCIO e detti.
PAOL.
Bravo don Riminaldo.
Chi è questa bella ragazza?
LIB.
(Si pavoneggia)
RIM.
È una giovine qui del paese; villereccia, ma benestante.
PAOL.
Sì sì, anche a Versaglies si trovano di queste bellezze del basso rango, piacevolissime quanto mai dir si possa.
Che nome ha questa bella ragazza?
RIM.
Ha nome Libera.
PAOL.
La signora Libera! oh bellissimo nome ch'è la signora Libera!
LIB.
Io non sono signora; son chi sono, e non mi burlate, che vi saprò rispondere come va risposto.
PAOL.
Garbata! Avete alcuna giurisdizione sopra di lei? (a don Riminaldo)
RIM.
È maritata.
PAOL.
Non parlo io della giurisdizion di marito, ma di quella di buon amico, di quella che vien dal cuore.
RIM.
Veramente ho qualche stima per questa giovane.
LIB.
Per sua bontà del signor don Riminaldo.
PAOL.
Avete alcuna difficoltà, ch'io mi trattenga a ragionar seco?
RIM.
Servitevi pure liberamente.
PAOL.
Ci ho tutto il mio piacere a stare una mezz'ora in buona compagnia, fuori di soggezione.
LIB.
Non crediate già di prendervi confidenza con me.
PAOL.
Mi par di vedere una pastorella di Francia, polita, linda, graziosa.
RIM.
Amico, se mi permettete, vi lascio in buona compagnia.
PAOL.
Mi fate piacere.
RIM.
Vado per un affare.
PAOL.
Accomodatevi con libertà.
A buon rivederci.
(alla Libera)
LIB.
Discorreremo poi sul proposito di Zerbino.
RIM.
Sì, sì, accomodatevi con chi volete, che non me n'importa un fico.
(parte)
SCENA SESTA
LIBERA e DON PAOLUCCIO.
LIB.
(Sentite che bel modo di dire? Se dicesse davvero il signor don Paoluccio, scambierei in meglio).
(da sé)
PAOL.
Cara signora Libera! quanti adoratori averà la signora Libera?
LIB.
Io non sono signora, vi torno a dire; e non occorre diciate d'adoratori, ch'io non ho nessuno che mi guardi.
PAOL.
Nessuno che vi guardi? Una bellezza come la vostra nessuno la guarda? nessun la coltiva?
LIB.
Chi volete che si degni di me?
PAOL.
Mi degnerei ben io, se voi ne foste contenta.
LIB.
E che cosa vorrebbe da me?
PAOL.
Niente altro che la grazia vostra.
LIB.
Vossignoria è un cavaliere, ed io sono una contadina...
PAOL.
Ora non so niente di cavalleria.
Andatevi voi alzando bel bello, io bel bello mi anderò abbassando, e vo' che siamo del pari.
LIB.
Che caro signor don Paoluccio!
PAOL.
Sapete anche il mio nome?
LIB.
L'ho veduto qui delle altre volte negli anni passati: me ne ricordo, e ho sempre detto...
Basta; non dico altro.
PAOL.
Ed io non mi ricordo di avere veduta voi.
Sfortunatissimo che sono stato! se prima vi conosceva, non andavo a Parigi, non andavo a Londra, non andavo in Fiandra; non mi partivo da questa villa.
LIB.
Oh, oh! adesso capisco che mi burlate.
PAOL.
Dico davvero, siete la più bella giovine di questo mondo...
SCENA SETTIMA
La MENICHINA e detti.
MEN.
L'ho trovata alla fine.
PAOL.
Chi è quest'altra ragazza? (alla Libera)
LIB.
Una mia amica.
MEN.
La riverisco.
(a don Paoluccio)
PAOL.
Bella, bella essa pure.
LIB.
È ancora ragazza la Menichina.
PAOL.
La Menichina! oh bella la Menichina! graziosa la Menichina!
MEN.
Non sono una signora io; non sono per piacere a lei.
PAOL.
Mi piacete assaissimo; vi stimo più di una principessa.
LIB.
E io, signore, non vi piaccio più dunque?
PAOL.
Sì, tutte due mi piacete.
Non faccio torto a nessuna io.
LIB.
La Menichina ha il suo merito, non dico, ma io sono una donna, alla fine.
PAOL.
È maschio forse la Menichina?
MEN.
Signor no, sono femmina.
PAOL.
È tutt'uno dunque.
LIB.
Ma ella sa poco di questo mondo.
Che cosa volete fare di lei?
PAOL.
Quello che voglio fare di voi.
Tutte due servirvi, se posso; amarvi, se vi contentate.
SCENA OTTAVA
DONNA LAVINIA e detti.
LAV.
(Chi direbbe che fosse quello?) (da sé)
PAOL.
Oh! donna Lavinia, compatitemi per oggi non sono colla nobiltà: sono colla campagna.
Ho trovato qui due ninfe di questi boschi, che mi fanno ricordare le pastorelle di Siena.
LAV.
Ma voi altre siete qui a tutte l'ore.
LIB.
Sentite? dice a voi.
(alla Menichina)
LAV.
Dico a tutte due io; ma sarà finita.
LIB.
(Ha invidia, si conosce).
MEN.
(Ha paura che le si levi).
PAOL.
Donna Lavinia, la vostra gentilezza non ha da permettere che siate rigorosa a tal segno.
LAV.
E la loro petulanza non dovrebbe a tanto avanzarsi.
PAOL.
Zitto, per carità.
LIB.
Gli leveremo l'incomodo.
(Signore, sto qui poco lontana).
(a don Paoluccio, e parte)
MEN.
Non verremo più a disturbarla.
(Venga da mia madre, che lo vedrà volentieri).
(a don Paoluccio, e parte)
PAOL.
Non credeste già ch'io facessi caso di loro.
Mi diverto: così si fa in Inghilterra.
(a donna Lavinia)
LAV.
In Inghilterra, in Francia, e per tutto il mondo, si deve usare la civiltà.
PAOL.
Ed io dappertutto l'ho usata, siccome intendo d'usarla qui.
LAV.
Non mi pare che voi l'usiate moltissimo.
PAOL.
Che a voi non paia, spiacemi infinitamente; ma non so come possa chiamarsi atto incivile il dire due barzellette a delle villane, che si trovano accidentalmente in campagna.
LAV.
Se usar sapete la civiltà, mostratelo almeno in questo.
Lasciatemi sfogare almeno la mia passione, e non vi sottraete colla vostra disinvoltura da un rimprovero che vi è giustamente dovuto.
PAOL.
Giusto o non giusto che sia il rimprovero, lo riceverò senza scuotermi, e vi prometto di non difendermi, per timore che la difesa mia vi possa essere di dispiacenza.
LAV.
Lasciatemi dire, e quando ho detto, difendetevi se potete.
Bello spirito, bella disinvoltura che acquistata avete ne' vostri viaggi! Poteva dare io maggior prova di stima ad un cavaliere, oltre questa di vivere per due anni lontana da ogni impegno civile, per aspettare il vostro ritorno? E voi potevate meco più ingratamente, più villanamente procedere?
PAOL.
Ma signora mia...
LAV.
Mantenetemi la parola.
PAOL.
Non parlo.
LAV.
Vantate in faccia mia l'incostanza, ponete in ridicolo i miei giusti risentimenti.
Il primo giorno del ritorno vostro mi lasciate sola in un canto; preferite a me un'altra dama non solo, ma donne ancora di bassissimo rango; e dovrò io dissimulare cotali insulti e donarvi tutto, in grazia del bel profitto che fatto avete ne' viaggi vostri?
PAOL.
Finalmente, madama...
LAV.
Mantenetemi la parola.
PAOL.
Non parlo.
LAV.
No, non mi conviene soffrirlo, senza meritarmi i dispregi vostri.
Tutto quello ch'io posso fare per voi, si è il rendervi la libertà intera, senza che vi resti alcun rimorso di dispiacermi.
Vi resterà quello di esser meco un ingrato; ma tal sia il premio di chi è la colpa.
Finita sia l'amicizia nostra.
PAOL.
Avete terminato, madama?
LAV.
Sì, ho terminato.
PAOL.
Posso difendermi?
LAV.
No, arditissimo, non vi potete difendere.
PAOL.
Se non mi posso difendere, altro non mi resta adunque che usare della mia costanza di animo, inchinarvi e partire.
(parte)
SCENA NONA
DONNA LAVINIA sola.
LAV.
S'egli cammina di questo passo, non arriva domani, che mi rende ridicola a tutta la conversazione, ma prima che giunga domani, vi rimedierò, e forse pria che giunga la sera.
Non mi comprometto di tanta virtù che vaglia a frenarmi nell'occasione di risentirmi.
È meglio sciogliere la compagnia, troncar le scene per tempo, finir la villeggiatura, e con un pretesto ragionevole e sano tornare innanzi sera in città.
Quattro miglia si fanno presto.
Le carrozze son leste; chi vuol restar, resti; io vado certo, e spero che mio marito non mi lascierà partir sola.
La compagnia di don Mauro non mi sarebbe discara; ma non voglio che di me si dica quello che in altri da me si condanna.
Quantunque donna Florida lo disprezzi, lo tiene ancora soggetto né per me vo' che risolvasi di abbandonarla.
S'ei fosse in libertà...
potrebbe darsi...
Basta...
ecco mio marito.
SCENA DECIMA
DON GASPARO e detta.
GASP.
Siete qui? Appunto di voi cercava.
LAV.
Sono qui a prendere un poco d'aria.
Ho un dolor di capo grandissimo.
GASP.
Gran che! voi altre donne avete sempre qualche cosa che vi duole.
LAV.
E credo d'aver la febbre ancora.
GASP.
Eh, malinconie! divertitevi, e non sarà niente.
Tutti vi cercano.
Abbiamo da godere una bella scena.
Don Ciccio è imbestialito contro di tutti, per la burla fattagli delle legature e delle spade, e perché gli altri lo sbeffano.
Ora abbiamo pensato di dargli soddisfazione, domandandogli scusa tutti, e perdono dell'offesa fattagli; ma questo domandargli perdono, ha da essere un nuovo motivo di ridere, perché studierà ciascheduno di farlo in modo particolare.
LAV.
Voi badate a discorrere, ed a me cresce il dolor di capo a segno che non mi posso reggere in piedi.
GASP.
Me ne dispiace assaissimo.
Andate a letto, cara consorte, che vi passerà.
LAV.
Marito mio, ho del mal grande intorno, mi sento una pulsazione interna, un'agitazione negli spiriti, una lassitudine universale con giramenti di capo, che mi minaccia qualche disgrazia.
GASP.
Niente, saranno convulsioni.
LAV.
Assolutamente conosco e sento, che se non mi cavano sangue, vado a pericolo di morire.
GASP.
Andate a letto; e domani si farà venire il chirurgo, e vi caverà sangue.
LAV.
Da qui a domani posso essere precipitata.
GASP.
In questa villa non c'è chirurgo.
Bisogna mandare in città.
LAV.
Fatemi un piacere, don Gasparo; ve lo domando per grazia, per quanto amor mi portate, per quanto vi preme la mia vita e la mia salute andiamo noi in città.
GASP.
Quando?
LAV.
Innanzi sera.
GASP.
E piantare la compagnia?
LAV.
Vi preme dunque la compagnia più della vita di vostra moglie?
GASP.
Non dico questo io.
Ma non vi sarà poi tal pericolo.
LAV.
Tornerete fuori, quando io starò meglio.
Tornerete solo: vi divertirete meglio di quel che ora fate.
GASP.
Benissimo.
Lo desidero per verità star un poco solo, senza questa folla di seccatori.
Ma come ho da fare ora a dirlo alla compagnia?
LAV.
Vi vuol tanto? Lo dirò io, se non lo volete dir voi.
GASP.
Facciamo le cose con buona grazia.
LAV.
Sì, anderà tutto bene; lasciate fare a me, che ora fo che lo sappiano.
I nostri due legni servono per tutti.
Vado io ad allestirmi; date voi gli ordini opportuni alla servitù; tutto si fa in un'ora; tre ne mancano a sera; siamo in città prima del tramontar del sole.
(parte correndo)
SCENA UNDICESIMA
DON GASPARO solo.
GASP.
Dice che ha le palpitazioni, le lassitudini, i giramenti; mi pare che parli bene e cammini meglio.
Non la so intendere.
Queste donne si fanno venir male quando vogliono.
Dubito che sia un pretesto questa sua lassitudine.
Don Paoluccio le averà fatto venire le pulsazioni.
È venuto il diavolo quest'anno, a farmi perdere il gusto della villeggiatura.
(parte)
SCENA DODICESIMA
DONNA FLORIDA e DON MAURO.
FLO.
Che cavaliere sgarbato! vi domando se sapete dove si trovi don Paoluccio, e mi rispondete con sì bella grazia?
MAU.
Signora, con voi ho poca fortuna.
Il dirvi che non lo so e non mi curo saperlo, non è risposta che vi possa offendere.
FLO.
È una delle solite risposte vostre, ruvide ed incivili.
MAU.
L'inciviltà posso assicurarmi di non averla né con voi, né con chi che sia.
La ruvidezza poi è un difetto mio naturale, che se vi dispiace, potete disfarvene facilmente.
FLO.
Fate conto che me ne sia disfatta.
MAU.
Accetto per grazia la libertà che vi compiacete restituirmi.
FLO.
Se vi premeva la libertà, chi vi ha tenuto in catene?
MAU.
Il mio rispetto, signora.
FLO.
Potevate ben conoscere dalla maniera mia di condurmi, che poco mi premeva della vostra amicizia.
MAU.
È vero, l'ho conosciuto benissimo.
Ciò non ostante, una volta che impegnato mi era a servirvi, mi vedeva in debito di soffrire, per non comparire incivile.
FLO.
Che pensar ridicolo! Oh sì, se vi sentisse don Paoluccio riderebbe davvero!
MAU.
Vi ringrazio della mercede con cui ricompensate la mia sofferenza.
FLO.
Compatite la mia schiettezza.
Vedo che avete dell'amore per me, ma io...
MAU.
No, signora, v'ingannate; non ho un'immaginabile passione per voi.
L'ho avuta a principio, quando meno vi conosceva; ma è qualche tempo che mi sono disingannato.
FLO.
Ma perché seguitare a venir con me?
MAU.
Per impegno d'onore.
FLO.
E non per altro?
MAU.
Non per altro.
FLO.
E non penate un poco a lasciarmi?
MAU.
Niente davvero; niente, signora mia, niente affatto.
FLO.
Siete un simulatore dunque.
MAU.
La mia simulazione derivò da un principio buono.
FLO.
Da un principio stolido, dovevate dire.
MAU.
Come comandate.
FLO.
Ora dite così, perché vi piace lo spirito letterato della padrona di casa.
MAU.
A voi non rendo conto de' miei pensieri.
FLO.
Capperi! si è messo in gravità il signor don Mauro.
MAU.
Non cambio temperamento.
Sono il medesimo che sono stato.
FLO.
Sì, è vero; sempre burbero ed accigliato.
SCENA TREDICESIMA
DON PAOLUCCIO e detti.
PAOL.
Signori miei, la sapete la bella nuova?
FLO.
C'è qualche novità di don Ciccio?
PAOL.
No di don Ciccio, ma di donna Lavinia.
Ella dice che ha il mal di capo: si allestisce per andare in città a farsi cavar sangue.
Il marito crede, o finge di credere.
Vuol partire con lei, e noi siamo tutti belli e licenziati.
FLO.
Questa è una vendetta di donna Lavinia.
PAOL.
Lo credo ancor io.
Se questo caso nascesse a Parigi, lo metterebbono sul Mercurio Galante.
FLO.
E con tanta inciviltà licenzia la compagnia?
PAOL.
Non dicono che si vada via.
Offeriscono anzi casa, cuoco, servitù e libertà di restare; ma chi è quello che accettar voglia una simile esibizione?
FLO.
Io non ci resterei per tutto l'oro del mondo.
PAOL.
Non volendo restare, esibiscono il comodo di due legni; e ora con don Gasparo abbiamo fatto la distribuzione così: in uno donna Lavinia, don Eustachio, don Riminaldo ed io; nell'altro donna Florida, don Mauro, don Gasparo e don Ciccio, se vorrà venire.
FLO.
La distribuzione non è ben fatta.
Don Mauro anderà volentieri nella carrozza di donna Lavinia.
MAU.
Anderò dove mi sarà detto ch'io vada.
PAOL.
Anzi, s'egli è vero che don Mauro abbia della parzialità per donna Lavinia, cercherà di starle lontano per non far conoscere la sua passione.
MAU.
Così voi farete con donna Florida.
FLO.
Bene dunque, don Paoluccio, per far vedere che non avete premura alcuna per me, venite voi nella mia carrozza.
MAU.
Così tutti due manifestate la vostra passione, egli allontanandosi colla sua costanza di animo; voi desiderandolo vicino colla debolezza comune.
PAOL.
Bravo, don Mauro.
Ha parlato ora come un visionario di Londra.
MAU.
Credetemi, che anche senza viaggiare, uno si può erudire nello studio delle passioni.
FLO.
Ecco donna Lavinia.
Sentiamo che cosa sa dire.
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA LAVINIA e detti.
LAV.
Avete inteso, signori miei, la necessità in cui mi trovo di andar in città per le mie indisposizioni...
FLO.
(Poverina!) (da sé)
LAV.
Mio marito non vuole lasciarmi andar sola nello stato in cui mi ritrovo...
FLO.
(Che tenerezza di sposo!) (da sé)
LAV.
Non intendiamo per questo di disturbare la compagnia...
FLO.
(C'intendiamo).
(da sé)
LAV.
Chi vuol restare, è padrone.
FLO.
(Bel complimento!) (da sé)
LAV.
Se il cielo mi darà presto la mia salute, ritorneremo anche noi..
FLO.
(Potrebbe crepar davvero).
(da sé)
LAV.
Vi chiedo scusa di tal disordine; ma quando il male c'è, non si può dissimulare.
FLO.
(Non si può fingere con più franchezza).
(da sé)
PAOL.
Dispiace a tutti l'incomodo che dice di soffrire donna Lavinia, quantunque la cera non lo dimostri.
Ci sono dei mali interni, che non si credono se non da quei che li provano.
Tutta volta sappiamo, che senza un giusto motivo donna Lavinia non fa una tale risoluzione; e per quello che sento dire da tutti, ciascheduno vuol avere il contento d'accompagnarvi.
FLO.
Sì, donna Lavinia, il vostro male lo conosco benissimo.
Sarete più quieta in città; risanerete più presto.
PAOL.
Eppure l'allegria può essere il migliore vostro medicamento.
Io certo procurerò divertirvi.
LAV.
Il mio gravissimo dolor di capo non mi permetterà d'ascoltarvi.
Voi non vi potrete adattar a tacere.
Vi prego passar nell'altra carrozza.
FLO.
Don Mauro tace assai volentieri; sarà una compagnia buonissima per il vostro bisogno.
MAU.
Voi, signora, non fate che disporre di me, in tempo che avete rinunziato solennemente a quell'autorità che vi avevo concessa.
(a donna Florida)
PAOL.
Vi ha rinunziato donna Florida? (a don Mauro)
MAU.
Sì, per grazia del cielo.
PAOL.
Male, signora, male.
(a donna Florida)
FLO.
Bene, anzi benissimo.
PAOL.
Voi, avendo ciò fatto dopo la mia venuta, farete credere d'averlo licenziato per mia cagione.
Signori, protesto dinanzi a lei, che per donna Florida ho il rispetto che devesi ad una dama, ma niente più.
FLO.
(Dite il vero, signore?) (piano a don Paoluccio)
PAOL.
(Arguite da ciò, se vi son vero amico).
(piano a donna Florida)
FLO.
(Non capisco niente).
(da sé)
PAOL.
Prima che di qua si parta, vuole don Gasparo che si complimenti don Ciccio, come egli merita; e l'idea non può essere più graziosa.
Vado, per meglio intendere la condotta di certa baia che gli si prepara.
Donna Lavinia, assicuratevi che la mia costanza di animo non può mancare; che se mi è vietato il difendermi, spero però di essere conosciuto; che cento donne mi vedranno far il galante d'intorno a loro, ma una sola è la dama ch'io venero, una sola avrà il mio cuore divoto, la mia servitù, la mia sincera amicizia.
(Le parole a lei, ed il cuore a voi; questa è la vera foggia di mantenere la fede in segreto).
(piano a donna Florida, e parte)
SCENA QUINDICESIMA
DONNA LAVINIA, DONNA FLORIDA, DON MAURO.
FLO.
(Mi pare un poco difficile, per dir vero.
Temo che se un altro, che mi piaccia più di don Mauro, si esibisce di servirmi in pubblico, mi scorderò di quello che mi vuol servire in segreto).
(da sé)
LAV.
Se voi, donna Florida, ricusate di star qui, e che vi risolviate di venir con noi, fate voi la vostra partita.
Scegliete chi vi comoda nella vostra carrozza.
FLO.
Lascio disporre alla padrona di casa.
LAV.
Faremo così dunque.
Voi, don Paoluccio, don Mauro e don Eustachio.
FLO.
E voi vorreste andare in compagnia del marito?
LAV.
Vi cederò anche lui, se il volete.
FLO.
Troppo generosa, signora.
Io non intendo di togliervi il cavaliere, e molto meno il marito.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
DONNA LAVINIA e DON MAURO.
LAV.
La sentite, don Mauro? Che ve ne pare di lei?
MAU.
Non posso giudicare delle altrui debolezze.
Ho troppo da corregger le mie.
LAV.
Voi siete un cavalier prudentissimo.
MAU.
Vorrei esserlo, ma altro non so di certo, che di essere sfortunato.
LAV.
Perché vi lagnate della fortuna?
MAU.
Perché mi ha fatto impiegare le mie attenzioni in chi non le ha degnate d'aggradimento.
LAV.
Ed io poteva essere trattata peggio?
MAU.
E pur si danno queste combinazioni fatali!
LAV.
Se ne danno anche di favorevoli.
MAU.
Certamente gli avvenimenti di questo mondo non sono che una vicenda di male e di bene di piacere e di dispiacere.
LAV.
L'ingratitudine di don Paoluccio mi ha profittato l'acquisto della mia libertà.
MAU.
E l'alterigia di donna Florida mi ha disimpegnato dalla più severa catena.
LAV.
Pensate voi di mantenervi sempre così?
MAU.
Sarebbe tempo, che io pure gustassi il dolce di qualche amabile servitù.
LAV.
Fortunata colei che saprà conoscere i pregi vostri, e avrà il vantaggio della vostra amicizia!
MAU.
La bontà vostra mi fa sperare ogni maggiore felicità.
LAV.
Basta, don Mauro, voi mi favorirete nella mia carrozza.
MAU.
Obbedirò agli ordini vostri.
LAV.
Vi spiacerà di perdere donna Florida?
MAU.
Come dispiacerebbe ad un ammalato la perdita della febbre.
LAV.
Graziosissimo! (ridente) Andiamo.
(parte)
MAU.
Che compitissima dama! (parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Giardino con pergolati, sedili erbosi, uno de' quali in mezzo.
DON GASPARO, DONNA FLORIDA, DON PAOLUCCIO, DON RIMINALDO, DON EUSTACHIO a sedere in fondo; la LIBERA e la MENICHINA da un lato; poi DON CICCIO e ZERBINO.
ZER.
Favorisca di venire con me.
CIC.
Tu sei quello che ha mangiato le robe dolci.
ZER.
La padrona mi ha perdonato; mi perdoni anche vossignoria.
CIC.
Ti perdono, ma con patto che me ne porti dell'altre.
ZER.
Lasci fare, che sarà servita.
CIC.
Ora, che cosa vogliono da me?
ZER.
Vogliono domandargli scusa di quello che gli hanno fatto.
Eccoli lì tutti preparati.
S'accomodi, che ora verranno.
(Credo che lo vogliano burlare più che mai.
Se posso, voglio far anch'io la mia parte).
(si ritira)
CIC.
Se mi daranno le mie soddisfazioni, m'acquieterò; altrimenti farò qualche risoluzione.
Dovevano veramente venire a casa mia a farmi il complimento di scusa, ma ho piacere che non vedano i fatti miei; non ho certo modo di riceverli.
È stato meglio che sia venuto qui.
(siede) Oh, non si credano già che sia un babbuino! So mantenere il mio punto fino all'ultimo sangue; e se non mi dispiacesse di disgustar don Gasparo...
ma da lui si può venir a desinar qualche volta, onde convien soffrire, e contentarsi di quel che si può.
GASP.
Signor don Ciccio, io, come padron di casa, e vostro buon servitore ed amico, vengo prima di tutti a domandarvi scusa della burla fattavi, di cui avete mostrato di sentir dispiacere; ed in segno di buona amicizia, vi prego, finché dura la presente nostra villeggiatura, venire ogni giorno a pranzo da noi.
CIC.
(Sedendo con gravità) Gradisco le scuse che voi mi fate, e per attestarvi un amichevole aggradimento, accetto per capitolazione le vostre grazie, e sarò esattamente, fino che durerà la villeggiatura presente, vostro quotidiano commensale perpetuo.
GASP.
(Oh sì, che vuol mangiare un pezzo alla lunga).
(da sé)
FLO.
Signor don Ciccio, sento che siete adirato con tutti, e dubito che lo siate ancora con me.
Se il ridere è delitto,
...
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