LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 9
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GASP.
LAV.
Innanzi sera.
GASP.
E piantare la compagnia?
LAV.
Vi preme dunque la compagnia più della vita di vostra moglie?
GASP.
Non dico questo io.
Ma non vi sarà poi tal pericolo.
LAV.
Tornerete fuori, quando io starò meglio.
Tornerete solo: vi divertirete meglio di quel che ora fate.
GASP.
Benissimo.
Lo desidero per verità star un poco solo, senza questa folla di seccatori.
Ma come ho da fare ora a dirlo alla compagnia?
LAV.
Vi vuol tanto? Lo dirò io, se non lo volete dir voi.
GASP.
Facciamo le cose con buona grazia.
LAV.
Sì, anderà tutto bene; lasciate fare a me, che ora fo che lo sappiano.
I nostri due legni servono per tutti.
Vado io ad allestirmi; date voi gli ordini opportuni alla servitù; tutto si fa in un'ora; tre ne mancano a sera; siamo in città prima del tramontar del sole.
(parte correndo)
SCENA UNDICESIMA
DON GASPARO solo.
GASP.
Dice che ha le palpitazioni, le lassitudini, i giramenti; mi pare che parli bene e cammini meglio.
Non la so intendere.
Queste donne si fanno venir male quando vogliono.
Dubito che sia un pretesto questa sua lassitudine.
Don Paoluccio le averà fatto venire le pulsazioni.
È venuto il diavolo quest'anno, a farmi perdere il gusto della villeggiatura.
(parte)
SCENA DODICESIMA
DONNA FLORIDA e DON MAURO.
FLO.
Che cavaliere sgarbato! vi domando se sapete dove si trovi don Paoluccio, e mi rispondete con sì bella grazia?
MAU.
Signora, con voi ho poca fortuna.
Il dirvi che non lo so e non mi curo saperlo, non è risposta che vi possa offendere.
FLO.
È una delle solite risposte vostre, ruvide ed incivili.
MAU.
L'inciviltà posso assicurarmi di non averla né con voi, né con chi che sia.
La ruvidezza poi è un difetto mio naturale, che se vi dispiace, potete disfarvene facilmente.
FLO.
Fate conto che me ne sia disfatta.
MAU.
Accetto per grazia la libertà che vi compiacete restituirmi.
FLO.
Se vi premeva la libertà, chi vi ha tenuto in catene?
MAU.
Il mio rispetto, signora.
FLO.
Potevate ben conoscere dalla maniera mia di condurmi, che poco mi premeva della vostra amicizia.
MAU.
È vero, l'ho conosciuto benissimo.
Ciò non ostante, una volta che impegnato mi era a servirvi, mi vedeva in debito di soffrire, per non comparire incivile.
FLO.
Che pensar ridicolo! Oh sì, se vi sentisse don Paoluccio riderebbe davvero!
MAU.
Vi ringrazio della mercede con cui ricompensate la mia sofferenza.
FLO.
Compatite la mia schiettezza.
Vedo che avete dell'amore per me, ma io...
MAU.
No, signora, v'ingannate; non ho un'immaginabile passione per voi.
L'ho avuta a principio, quando meno vi conosceva; ma è qualche tempo che mi sono disingannato.
FLO.
Ma perché seguitare a venir con me?
MAU.
Per impegno d'onore.
FLO.
E non per altro?
MAU.
Non per altro.
FLO.
E non penate un poco a lasciarmi?
MAU.
Niente davvero; niente, signora mia, niente affatto.
FLO.
Siete un simulatore dunque.
MAU.
La mia simulazione derivò da un principio buono.
FLO.
Da un principio stolido, dovevate dire.
MAU.
Come comandate.
FLO.
Ora dite così, perché vi piace lo spirito letterato della padrona di casa.
MAU.
A voi non rendo conto de' miei pensieri.
FLO.
Capperi! si è messo in gravità il signor don Mauro.
MAU.
Non cambio temperamento.
Sono il medesimo che sono stato.
FLO.
Sì, è vero; sempre burbero ed accigliato.
SCENA TREDICESIMA
DON PAOLUCCIO e detti.
PAOL.
Signori miei, la sapete la bella nuova?
FLO.
C'è qualche novità di don Ciccio?
PAOL.
No di don Ciccio, ma di donna Lavinia.
Ella dice che ha il mal di capo: si allestisce per andare in città a farsi cavar sangue.
Il marito crede, o finge di credere.
Vuol partire con lei, e noi siamo tutti belli e licenziati.
FLO.
Questa è una vendetta di donna Lavinia.
PAOL.
Lo credo ancor io.
Se questo caso nascesse a Parigi, lo metterebbono sul Mercurio Galante.
FLO.
E con tanta inciviltà licenzia la compagnia?
PAOL.
Non dicono che si vada via.
Offeriscono anzi casa, cuoco, servitù e libertà di restare; ma chi è quello che accettar voglia una simile esibizione?
FLO.
Io non ci resterei per tutto l'oro del mondo.
PAOL.
Non volendo restare, esibiscono il comodo di due legni; e ora con don Gasparo abbiamo fatto la distribuzione così: in uno donna Lavinia, don Eustachio, don Riminaldo ed io; nell'altro donna Florida, don Mauro, don Gasparo e don Ciccio, se vorrà venire.
FLO.
La distribuzione non è ben fatta.
Don Mauro anderà volentieri nella carrozza di donna Lavinia.
MAU.
Anderò dove mi sarà detto ch'io vada.
PAOL.
Anzi, s'egli è vero che don Mauro abbia della parzialità per donna Lavinia, cercherà di starle lontano per non far conoscere la sua passione.
MAU.
Così voi farete con donna Florida.
FLO.
Bene dunque, don Paoluccio, per far vedere che non avete premura alcuna per me, venite voi nella mia carrozza.
MAU.
Così tutti due manifestate la vostra passione, egli allontanandosi colla sua costanza di animo; voi desiderandolo vicino colla debolezza comune.
PAOL.
Bravo, don Mauro.
Ha parlato ora come un visionario di Londra.
MAU.
Credetemi, che anche senza viaggiare, uno si può erudire nello studio delle passioni.
FLO.
Ecco donna Lavinia.
Sentiamo che cosa sa dire.
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA LAVINIA e detti.
LAV.
Avete inteso, signori miei, la necessità in cui mi trovo di andar in città per le mie indisposizioni...
FLO.
(Poverina!) (da sé)
LAV.
Mio marito non vuole lasciarmi andar sola nello stato in cui mi ritrovo...
FLO.
(Che tenerezza di sposo!) (da sé)
LAV.
Non intendiamo per questo di disturbare la compagnia...
FLO.
(C'intendiamo).
(da sé)
LAV.
Chi vuol restare, è padrone.
FLO.
(Bel complimento!) (da sé)
LAV.
Se il cielo mi darà presto la mia salute, ritorneremo anche noi..
FLO.
(Potrebbe crepar davvero).
(da sé)
LAV.
Vi chiedo scusa di tal disordine; ma quando il male c'è, non si può dissimulare.
FLO.
(Non si può fingere con più franchezza).
(da sé)
PAOL.
Dispiace a tutti l'incomodo che dice di soffrire donna Lavinia, quantunque la cera non lo dimostri.
Ci sono dei mali interni, che non si credono se non da quei che li provano.
Tutta volta sappiamo, che senza un giusto motivo donna Lavinia non fa una tale risoluzione; e per quello che sento dire da tutti, ciascheduno vuol avere il contento d'accompagnarvi.
FLO.
Sì, donna Lavinia, il vostro male lo conosco benissimo.
Sarete più quieta in città; risanerete più presto.
PAOL.
Eppure l'allegria può essere il migliore vostro medicamento.
Io certo procurerò divertirvi.
LAV.
Il mio gravissimo dolor di capo non mi permetterà d'ascoltarvi.
Voi non vi potrete adattar a tacere.
Vi prego passar nell'altra carrozza.
FLO.
Don Mauro tace assai volentieri; sarà una compagnia buonissima per il vostro bisogno.
MAU.
Voi, signora, non fate che disporre di me, in tempo che avete rinunziato solennemente a quell'autorità che vi avevo concessa.
(a donna Florida)
PAOL.
Vi ha rinunziato donna Florida? (a don Mauro)
MAU.
Sì, per grazia del cielo.
PAOL.
Male, signora, male.
(a donna Florida)
FLO.
Bene, anzi benissimo.
PAOL.
Voi, avendo ciò fatto dopo la mia venuta, farete credere d'averlo licenziato per mia cagione.
Signori, protesto dinanzi a lei, che per donna Florida ho il rispetto che devesi ad una dama, ma niente più.
FLO.
(Dite il vero, signore?) (piano a don Paoluccio)
PAOL.
(Arguite da ciò, se vi son vero amico).
(piano a donna Florida)
FLO.
(Non capisco niente).
(da sé)
PAOL.
Prima che di qua si parta, vuole don Gasparo che si complimenti don Ciccio, come egli merita; e l'idea non può essere più graziosa.
Vado, per meglio intendere la condotta di certa baia che gli si prepara.
Donna Lavinia, assicuratevi che la mia costanza di animo non può mancare; che se mi è vietato il difendermi, spero però di essere conosciuto; che cento donne mi vedranno far il galante d'intorno a loro, ma una sola è la dama ch'io venero, una sola avrà il mio cuore divoto, la mia servitù, la mia sincera amicizia.
(Le parole a lei, ed il cuore a voi; questa è la vera foggia di mantenere la fede in segreto).
(piano a donna Florida, e parte)
SCENA QUINDICESIMA
DONNA LAVINIA, DONNA FLORIDA, DON MAURO.
FLO.
(Mi pare un poco difficile, per dir vero.
Temo che se un altro, che mi piaccia più di don Mauro, si esibisce di servirmi in pubblico, mi scorderò di quello che mi vuol servire in segreto).
(da sé)
LAV.
Se voi, donna Florida, ricusate di star qui, e che vi risolviate di venir con noi, fate voi la vostra partita.
Scegliete chi vi comoda nella vostra carrozza.
FLO.
Lascio disporre alla padrona di casa.
LAV.
Faremo così dunque.
Voi, don Paoluccio, don Mauro e don Eustachio.
FLO.
E voi vorreste andare in compagnia del marito?
LAV.
Vi cederò anche lui, se il volete.
FLO.
Troppo generosa, signora.
Io non intendo di togliervi il cavaliere, e molto meno il marito.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
DONNA LAVINIA e DON MAURO.
LAV.
La sentite, don Mauro? Che ve ne pare di lei?
MAU.
Non posso giudicare delle altrui debolezze.
Ho troppo da corregger le mie.
LAV.
Voi siete un cavalier prudentissimo.
MAU.
Vorrei esserlo, ma altro non so di certo, che di essere sfortunato.
LAV.
Perché vi lagnate della fortuna?
MAU.
Perché mi ha fatto impiegare le mie attenzioni in chi non le ha degnate d'aggradimento.
LAV.
Ed io poteva essere trattata peggio?
MAU.
E pur si danno queste combinazioni fatali!
LAV.
Se ne danno anche di favorevoli.
MAU.
Certamente gli avvenimenti di questo mondo non sono che una vicenda di male e di bene di piacere e di dispiacere.
LAV.
L'ingratitudine di don Paoluccio mi ha profittato l'acquisto della mia libertà.
MAU.
E l'alterigia di donna Florida mi ha disimpegnato dalla più severa catena.
LAV.
Pensate voi di mantenervi sempre così?
MAU.
Sarebbe tempo, che io pure gustassi il dolce di qualche amabile servitù.
LAV.
Fortunata colei che saprà conoscere i pregi vostri, e avrà il vantaggio della vostra amicizia!
MAU.
La bontà vostra mi fa sperare ogni maggiore felicità.
LAV.
Basta, don Mauro, voi mi favorirete nella mia carrozza.
MAU.
Obbedirò agli ordini vostri.
LAV.
Vi spiacerà di perdere donna Florida?
MAU.
Come dispiacerebbe ad un ammalato la perdita della febbre.
LAV.
Graziosissimo! (ridente) Andiamo.
(parte)
MAU.
Che compitissima dama! (parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
Giardino con pergolati, sedili erbosi, uno de' quali in mezzo.
DON GASPARO, DONNA FLORIDA, DON PAOLUCCIO, DON RIMINALDO, DON EUSTACHIO a sedere in fondo; la LIBERA e la MENICHINA da un lato; poi DON CICCIO e ZERBINO.
ZER.
Favorisca di venire con me.
CIC.
Tu sei quello che ha mangiato le robe dolci.
ZER.
La padrona mi ha perdonato; mi perdoni anche vossignoria.
CIC.
Ti perdono, ma con patto che me ne porti dell'altre.
ZER.
Lasci fare, che sarà servita.
CIC.
Ora, che cosa vogliono da me?
ZER.
Vogliono domandargli scusa di quello che gli hanno fatto.
Eccoli lì tutti preparati.
S'accomodi, che ora verranno.
(Credo che lo vogliano burlare più che mai.
Se posso, voglio far anch'io la mia parte).
(si ritira)
CIC.
Se mi daranno le mie soddisfazioni, m'acquieterò; altrimenti farò qualche risoluzione.
Dovevano veramente venire a casa mia a farmi il complimento di scusa, ma ho piacere che non vedano i fatti miei; non ho certo modo di riceverli.
È stato meglio che sia venuto qui.
(siede) Oh, non si credano già che sia un babbuino! So mantenere il mio punto fino all'ultimo sangue; e se non mi dispiacesse di disgustar don Gasparo...
ma da lui si può venir a desinar qualche volta, onde convien soffrire, e contentarsi di quel che si può.
GASP.
Signor don Ciccio, io, come padron di casa, e vostro buon servitore ed amico, vengo prima di tutti a domandarvi scusa della burla fattavi, di cui avete mostrato di sentir dispiacere; ed in segno di buona amicizia, vi prego, finché dura la presente nostra villeggiatura, venire ogni giorno a pranzo da noi.
CIC.
(Sedendo con gravità) Gradisco le scuse che voi mi fate, e per attestarvi un amichevole aggradimento, accetto per capitolazione le vostre grazie, e sarò esattamente, fino che durerà la villeggiatura presente, vostro quotidiano commensale perpetuo.
GASP.
(Oh sì, che vuol mangiare un pezzo alla lunga).
(da sé)
FLO.
Signor don Ciccio, sento che siete adirato con tutti, e dubito che lo siate ancora con me.
Se il ridere è delitto, v'accerto che son rea la mia parte; però vi domando scusa, e per farvi vedere quanta stima ho di voi, voglio preferirvi a tutti, e fin che stiamo qui in villeggiatura, voglio che siate il mio cavaliere.
CIC.
Voi altre donne credete di poter offendere impunemente.
Ma i galantuomini della mia sorta si rispettano un poco più.
Dono al sesso, dono alla gioventù, dono anche alla buona grazia, accetto l'onor che mi fate di essere il vostro cavaliere, e può essere che facciamo disperar qualcheduno.
FLO.
Credo anch'io che passerà poco tempo, che vedremo alcuno in disperazione.
PAOL.
Eccomi a voi dinanzi, don Ciccio, supplichevole in atto; e dell'ardire presomi di farvi vergognosamente tremare, vi chiedo orgogliosamente perdono.
Prometto in faccia di questa dama e di questi cavalieri, che vi hanno sonoramente burlato, prometto in attestato di quella stima che non ho mai avuta per voi, ma che procurerò d'avere in appresso, prometto in tutto quel tempo che resteremo in questa villeggiatura, servirvi e mantenervi di tabacco di Spagna perfetto, di cioccolata di Milano esquisita, di rosolio di Corfù preziosissimo, e di veneziani sceltissimi parpagnacchi.
CIC.
Quantunque io non rilevi bene che razza di parlare sia il vostro, tuttavia, credendolo oltramontano, vi perdono ogni cosa.
Vi accetto per buon amico, e vi prendo in parola circa al tabacco, al rosolio, alla cioccolata; e benché non sappia che cosa sieno, credendoli mangiativi e buoni, mi saranno cari anche i veneti parpagnacchi.
PAOL.
Bravissimo! che gravità ammirabile! Voi mi parete uno di quei superbi villani di Castiglia, che vanno a lavorare i campi colla spada di Catalogna.
CIC.
Un villano?
PAOL.
Acchetatevi, caro don Ciccio, che se finora avete avute le umiliazioni de' rei secondari, ora vi si presentano dinanzi agli occhi i rei principali.
Venite, arditelle, tracotanti, maligne: venite a chieder perdono a don Ciccio della vostra audacia.
(verso la scena, da dove vengono le due donne) Gli uomini di questa sorta non si legano per le braccia, ma per il cuore; e però domandategli scusa, e contentatevi di ripetere le parole che dirò io.
MEN.
(Io non mi posso tener di ridere).
(piano alla Libera)
LIB.
(State forte, che rideremo dopo).
(piano alla Menichina)
PAOL.
Signor don Ciccio...
MEN.
Signor don Ciccio...
PAOL.
Gli domandiamo perdono...
LIB.
Gli domandiamo perdono...
PAOL.
Dispiacendoci aver fatto poco..
MEN.
Dispiacendoci aver fatto poco...
PAOL.
Aver fatto poco il nostro dovere...
LIB.
Il nostro dovere...
PAOL.
E gli promettiamo..
MEN.
Gli promettiamo...
PAOL.
Fino che dura la presente villeggiatura..,
LIB.
Fino che dura la presente villeggiatura...
PAOL.
Mandarlo...
MEN.
Mandarlo...
PAOL.
A servire di lavature di biancheria...
MEN.
Di lavature di biancheria...
PAOL.
Serva umilissima del signor don Ciccio.
LIB.
Serva umilissima del signor don Ciccio.
PAOL.
Serva umilissima del signor don Ciccio
MEN.
Serva umilissima del signor don Ciccio.
PAOL.
Siete contento? (a don Ciccio)
CIC.
Sono cose, e non sono cose; intendo, e non intendo.
Basta, siete donne, e non voglio guerra con donne.
Lavatemi la biancheria fino che si sta qui, e non se ne parli più.
SCENA DICIOTTESIMA
DONNA LAVINIA e detti.
PAOL.
A voi, donna Lavinia, tocca a voi far i vostri complimenti a don Ciccio.
LAV.
Io posso esibire al signor don Ciccio un posto nella mia carrozza, se vuol venire con noi.
CIC.
Dove?
LAV.
In città.
CIC.
A far che in città?
LAV.
Non lo sa che ora si parte, e che per quest'anno è terminata la nostra villeggiatura?
CIC.
Come! terminata ora la villeggiatura? Don Gasparo, che dite voi?
GASP.
Io dico quel che dice donna Lavinia.
Le carrozze sono pronte, si parte or ora, e per quest'anno è finita.
CIC.
E le promesse fattemi finché dura la villeggiatura?
PAOL.
La parola vi si mantiene.
Tutti sono impegnati con voi finché dura; disgrazia vostra, ch'ella abbia finito presto.
CIC.
Questa è una sbeffatura peggiore ancor della prima.
Con i pari miei non si tratta così.
Giuro al cielo, domando soddisfazione; e se partite ora, saprò raggiungervi...
(Ma se partono, che fo io qui?) (da sé) Sono azioni che non sono da farsi.
Son chi sono; mi chiamo offeso, e cospetto di bacco, voglio vendetta, voglio soddisfazione.
(parte)
PAOL.
Oh, se fosse in Venezia, che bella commedia che farebbono di lui!
LAV.
Non vorrei però ch'ei ci disturbasse.
GASP.
Non dubitate.
Non ha spirito, non ha forze, si placherà.
LIB.
Dunque partono davvero?
RIM.
Così è; a rivederci un altr'anno.
LIB.
Povera me, mi vien da piangere.
MEN.
Anche il signor don Paoluccio?
PAOL.
Partiamo tutti.
Restate, ninfe gentili, coi vostri amanti pastori.
EUS.
Se vi basta Zerbino, ve lo faremo restare.
ZER.
Eh, signore, in città ne trovo ancor io di meglio.
GASP.
Garbate giovani, ho capito; in avvenire mi regolerò.
SCENA ULTIMA
DON MAURO e detti.
MAU.
Signori, ho trovato don Ciccio afflitto.
Egli si duole d'essere stato doppiamente deriso; ma più si duole, che non sa che fare restando qui, e non ha il modo di condursi decentemente in città, dice avergli donna Lavinia offerto un posto nella carrozza, ed ei l'accetta, se si contentano.
PAOL.
Non ve l'ho detto io?
GASP.
Venga, venga, è padrone.
Anche questa è accomodata.
Vo a consolarlo, e voi altri, signori, accomodatevi per i posti, ché le carrozze vi aspettano.
(parte)
LAV.
Scegliete, donna Florida, chi v'aggrada.
FLO.
Ci sarà nessuno, che si degni di venir con me? Che dice il signor don Mauro?
MAU.
Un cavaliere da voi scartato non può aspirare all'onor di servirvi.
Dispensatemi, signora, altri vi sono di me più degni.
FLO.
Il signor don Paoluccio mi fa la grazia?
PAOL.
Non posso, donna Florida, e già sapete il perché.
FLO.
Parmi il vostro perché una scioccheria, una stolidezza.
Ricusare di servire una dama, perché non si sveli la stima che s'ha di lei, è un'ingiuria che le vien fatta, come se indegna fosse di esser servita.
Ho voluto pubblicare il fanatismo delle belle regole della vostra cavalleria, per non espormi ad esser ridicola presso di chi mi vede.
Venite, non venite, per me è lo stesso.
Se uno ricusa di palesare la stima che fa di me, troverò dieci che se ne faranno una gloria; e voi, colle vostre massime oltramontane, nella nostra Italia non troverete un can che vi guardi.
(parte)
PAOL.
Vedete? Ecco il caso della costanza.
Uno spirito forte non si risente, e di perderla non m'importa un zero.
MEN.
Serva, illustrissima.
LIB.
Buon viaggio, illustrissima.
LAV.
Vi riverisco.
State bene.
A rivederci; e vi avviso, per vostra regola, non prendervi in avvenire tanta confidenza coi villeggianti, perché di già vi burlano, e correte pericolo di perdere la vostra quiete e la vostra riputazione.
LIB.
Grazie del buon avviso.
Se lo tenga per lei.
MEN.
Eh signora, si vedono i difetti degli altri, e non si conoscono i suoi.
LAV.
Intendo quel che vogliono dire queste due buone donne.
Mi vogliono rimproverare qualche mia debolezza.
Per quanto abbia studiato celarla, qualche cosa si è traspirato.
Voi, don Paoluccio, ne foste causa.
PAOL.
Vi domando perdono.
Castigatemi, che lo merito.
Privatemi della vostra grazia.
Cedo il posto a don Mauro, ed io colla mia costanza di animo soffrirò quest'ultimo dispiacere.
LAV.
Volete dire, che v'importa di me, come di donna Florida.
Don Paoluccio, vi consiglio mutar paese e mutar costume, o voi sarete il ridicolo delle nostre conversazioni.
Qui s'apprezza la vera costanza, quella che in una nobile servitù è l'unico prezzo della fatica.
Ero io disposta a serbarvela eternamente, voi m'insegnaste a mutar pensiero.
Non vi lagnate che di voi stesso, se lasciandovi in quella libertà che mostrate desiderare, consacrerò in avvenire tutte le mie oneste attenzioni, tutte le mie nobili brame, al virtuoso don Mauro.
PAOL.
Costanza d'animo, non mi abbandonare.
LAV.
Ecco terminata la nostra Villeggiatura: sarebbe stata assai più piacevole, se le gelosie, se i puntigli non l'avessero intorbidata; comunque stata ella sia, potrà dirsi felice, se onorata sarà dagli umanissimi spettatori di un clementissimo aggradimento.
Fine della Commedia.
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