LETTERE A CENCIA 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 11
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Quando io vi ho assicurata che mi mancava sino il tempo per dormire e mangiare: quando vi ho affermato in parola d'onore che le fatiche e i patimenti e i miei tanti pensieri mi lasciavano spesso privo di forze per sostenermi in piedi: quando finalmente è un fatto certo che io dovevo sino trascurare di dar le mie nove a Ciro e a chi lo aveva in custodia, cosa potrei dire adesso di più per chiamare indulgenza su quel mio reato? Voi peraltro, Signora mia bella, giungeste a Morrovalle il 13 luglio, e mi dovevate scrivere almeno un eccoci quà, e se non pure a me potevate scriverlo a vostro suocero, il quale trovavasi mondo del mio peccato del 1837.
Egli poi avrebbe comunicate a me quelle due vostre parole, e le cose avrebbero camminato alla meglio.
Ma diamine! di tre persone niuna piglia la penna per dire a due poveri suoceri: siam giunti, stiam bene e buona notte! E lasciamo star parentela e amicizia: rifugiamoci almeno nelle regole della etichetta.
Come! etichetta? Sissignora, etichetta: in difetto di moventi migliori anch'essa è buona a qualche cosa, e bene o male sostiene essa pure i vincoli sociali.
Basta, mettiamo da parte tutte queste ciarle, e come voi dite bene, non se ne parli più.
Un articolo però ancora rimane in sospeso, ed è la vostra salute.
Perché non mi avete voi detto come state? Partiste ancora acciaccatella.
Vi siete rimessa? La tosse vi ha essa lasciata in pace? Ecco un punto essenziale su cui richiamo la vostra attenzione e le vostre parole.
Godo assai nell'udire le vostre lusinghe sul sollecito ristabilimento del Signor Giuseppe.
Certamente il figlio lo deve curare con premura ed amore, ed accelerarne al possibile la guarigione, seppure l'infermo non ne ritarda i successi con qualche disobbedienza di cura, che verso un medico-figlio è facile a verificarsi.
Inculcategli, anche in mio nome, docilità alle igieniche perscrizioni.
Oh vedete! È stato infermo anche Pirro! Comprendo vivamente le vostre agitazioni per lui, sì degno di affetto e di felicità.
Rendetegli l'abbraccio che mi manda a rendeteglielo di cuore.
Ciro dunque si guadagnò varii libri nella solenne premiazione del giorno 8 settembre, ed oltre ai libri ebbe una medaglia di argento, appiccatagli al petto da Monsignor Delegato.
Suonò il pianforte in pubblico, e le cose andarono bene.
Nel prossimo anno scolastico 1839-40 studierà logica e metafisica, fisica generale e qualche altra coserella, compresa la prosecuzione di lingua greca, già da lui principiata nell'anno corrente.
Sapete cosa ho scoperto? che Ciro nelle ore di ricreazione passa il suo tempo nella botanica, occupandosi a coltivare erbe e fiori, nel quale esercizio ha già qualche pratica, acquistata da sé da sé e zitto zitto.
Io gli ho dunque regalato un libro d'istituzioni botaniche del Savi, e poi da Roma gli spedirò qualche manuale di giardiniere.
Quel figlio è un vero galantuomo, ed è laggiù comunemente chiamato la pace del collegio.
Accanto a Ciro convien parlare di Matildina vostra.
Ditele che la ringrazio dell'aggiunta da lei fatta alla vostra lettera, e che io appena giunto a Roma (per la qual città parto dimani) mi occuperò della cara sua commissione.
Di là poi le scriverò direttamente, tanto più che mi dite dovervi esistere una di lei letterina per me.
Ripetete, di grazia, i miei saluti a tutti, e credetemi al solito
Il vostro affezionatissimo amico vero
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donzella
Signora [sic] Matilde Perozzi
Morrovalle
Di Roma, 26 settembre 1839
Mia cara Matildina,
Le sgridate, pel ritardo di notizie intorno al vostro ritorno a casa, le ho già fatte a Mammà.
Voglio purtuttavia aggiunger quì un codicilletto anche per voi dicendovi che il disfare il baule, il recarsi a Loreto, il metter la testa a segno, e lo studiar la musica, sono tutte ottime cose; ma neppure può sembrar pessimo lo scriver siam giunti, e scriverlo ad un amico al quale non si era già creduto inutile di scriver verremo.
Oltrediché, Matildina mia, restava quì il Nonno, che meritava da Morrovalle una particella almeno delle cure e del tempo che ottenevano da Roma coloro, o parenti o amici, che avevate in Morrovalle lasciati.
Ma tuttociò è stato soggetto di un colloquio maceratese, e passiamo oltre.
Mi congratulo e colla Mamma e con voi dei gentili incontri fatti presso Belforte e della lieta sera trascorsa a Tolentino.
Io da Perugia a questa Roma non ho passato che ore noiose e affligenti, perché io là lascio tutto e quì non è più alcuno che mi aspetti.
Ho però detto male: qualche cosa quì mi aspettava, cioè la vostra letterina del 15 agosto, giunta sul mio scrittoio il 22.
Ma non aveva detto io più volte che la mia partenza per Perugia accadrebbe il 17? - Ho ritirato i vostri solfeggi dalla Signora Deangelis per mezzo della Signora Chichi che vi saluta.
Sono piccola mole: un foglio.
La difficoltà sta ora nel farveli avere.
Chi partirà per costì? Vedremo.
Non ho trovato in casa il maestro Basili.
Ci tornerò e gli farò i saluti vostri e della zia Ignazîna, la quale poteva mandare un saluto anche a me per pagamento di senseria.
Le nuove che mi chiedete del mio Ciro sono ottime e per la salute e pel resto.
Cresce, studia, prospera, e si fa uomo di mente e di cuore.
Le mie poi non posso darvele quali la vostra buona amicizia desidererebbe.
Mi tormenta sempre il dolore di testa, e ne divengo a poco a poco un uomo da nulla.
Poco già sempre, figuratevi ora! Addio mia cara Matildina: siate felice quanto io ve lo desidero; e se mai Papà vi tornasse a dir Toppacchina scrivetemelo subito e ci penserò io.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 26 settembre 1839
A.[mica] C.[arissima],
Le cose delle quali Matildina ha empito la sua lettera del 15 agosto non sono così inconcludenti come voi giudicate.
Si scorge da esse la sua ingenuità che le fa dir tutto ciò che può aver piaciuto a lei ed a voi.
Non cercate, per carità, di estinguere nel suo animo questo bel pregio, e solamente modificatelo quando vi parrà che ecceda in soverchia semplicità.
Allorché Voi eravate in Roma al vostro tavolino scrivendo, non avevate forse bisogno di quelle sue espansioni perché ve ne mancava qui il soggetto, e perciò dovevate pensare ad altre materie; ma una giovanetta al primo fior della vita che rivede anche prima del tempo le persone più care alla sua famiglia, se non sa frenarne la sua gioia e la comunica a un altro amico lontano con franche parole non fa che quanto avrete fatto ancor Voi alla età sua innocente.
Son persuaso che Voi stessa avrete partecipato a Belforte e a Tolentino e a Morrovalle delle di lei sensazioni; ma in Voi, più forte di essa, ne avrebbe assunto il discorso un senso meno piccante e festivo, mancando la età nostra del vezzo che nasce dalla infantile sincerità.
Lasciando ora da parte le sue e le vostre affezioni, aggiungerò non essermi sembrata riprovevole la sua lettera neppure dal lato della estensione.
Scrive essa con naturalezza e buon garbo; e pochi nei, sparsi quà e là, non sono da farne alcun caso nella scrittura di una signorina di 12 anni.
In seno alla vostra famiglia e presso ai vostri amici della Marca ricordatevi in ogni vostra occorrenza che avete amici anche in Roma, e salutatemi Pirro, Mammà, Checco e il Signor Giuseppe, ottimo galantuomo.
Sono sinceramente
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donzella
S.a Matilde Perozzi
Morrovalle
Di Roma, 3 ottobre 1839
Mia cara Matildina,
Ciro non si fa nella musica tanto onore quanto mostrate di credere.
Suonò bensì egli in pubblico, ma vi sarebbe stato un poco a dire circa all'agilità della mano.
Su questo punto un di lui compagno lo supera, benché poi, a dir vero, sia egli superato da Ciro nella cognizione del tempo.
Sin da quando io mi decisi ad applicar Ciro a questa dilettevole occupazione ebbi in mente ciò che voi mi consigliate oggi di fare, cioè abilitarlo all'accompagnamento, parte la più necessaria ed utile della musica per chi non possa riuscire un suonatore di mano, distinto dalla mediocrità.
Né a ciò potrebbe certamente il mio Ciro aspirare, specialmente in risguardo del poco tempo che gli altri studi più solidi gli lasciano ad impiegare sul pianoforte.
Egli dunque studierà l'accompagnamento e accompagnerà il vostro canto.
La vostra Mammà vuol sapere da me come sia bravo il maestro di Ciro e di qual metodo siasi servito per istruirlo.
Ditele in mio nome che il Maestro Tancioni, Direttore della Cappella di Perugia, è uno de' buoni allievi del Conservatorio di Napoli.
Circa il metodo io comperai quello di Ascoli: il Maestro poi ha preso un po' qua e un po' là e ne ha fatto quasi un metodo proprio.
Cercate sul dizionario osier e vi troverete chiara e netta la risposta alla vostra dimanda relativa al tissu.
Siccome vi dissi nella mia precedente, i vostri solfeggi son già presso di me.
Udii a dire che le signore Serafini avevano ricevuta una vostra lettera ma che non credevano doversi molto affrettare a riscontrarla.
Il motivo di simile loro opinione potete figurarvelo facilmente.
Le firme delle vostre lettere a me dirette non mi piacciono.
Amichetta sta bene perché mi professate amicizia e siete giovanetta ma perché scolara? Di che? A 150 e più miglia di distanza?! Belle e facili lezioni! Oltrediché la mia mente non è più capace d'insegnar nulla ad alcuno.
Mi duole sempre il capo, e presto mi renderò forse stupido affatto.
Nella età matura l'intelletto che se ne va a spasso non torna più come tornate voi allegramente dalle vostre trottate nel legnetto di casa.
Ciò che è volato è volato, né posso richiamarlo come voi richiamate i vostri canarini o i passeri quando saltano sulla finestra.
Io vado a divenire un povero vecchio, al quale appena un giorno useranno la generosità di dire: come sta, Signor Giuseppe? si accomodi.
Voi però spero, mi userete qualche indulgenza maggiore in memoria della mia antica amicizia colla vostra famiglia per impulso del vostro cuor sensitivo.
Sono sinceramente il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Di Roma, 3 ottobre 1839
Gentilissima Amica,
Tutto quanto della vostra lettera del 26 settembre concerneva musica e Ciro, è stato da me riscontrato nell'annesso foglio diretto a Matildina, per distinguere le cose in classi e non tornarvi più sopra.
L'articolo più interessante che resta della detta vostra lettera è la vostra salute.
Mi rallegro della cessata tosse, ma insieme vi prego di non disprezzare tanto la raucedine ad essa succeduta, benché non ne sentiate fastidio.
Non fate prendere vizio alla gola: curatela ed ascoltate i consigli di Pirro.
Badate ai cibi e alla traspirazione.
Voi altre Signore donne vi buttate troppo i riguardi dietro le spalle: siete tutte o quasi tutte simili nel cospirare a render difficili le guarigioni.
Non voglio udir richiami da Pirro, vostro marito insieme e amico e medico.
Dunque docilità, o, diciam meglio, deferenza.
Aggradisco sommamente i saluti di Pirro e del padre, del cui sollecito ristabilimento sono molto desideroso.
Nella giornata di domenica 29 settembre avemmo qui in Roma dalle 6 antimeridiane alle 4 pomeridiane un continuo formidabile diluvio con centinaia di fulmini.
In poche case non corse l'acqua a torrenti per tutte le camere e gli appartamenti.
Il fiume, che il dì innanzi era più magro del Venerdì Santo, minacciò di portare le acque sino ai gradini di San Rocco! Ma quel santo miracoloso n'entendit raillerie e fu salvo.
- Addio
Il vostro amico e servitore vero
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, primo febbraio 1840
G.[entilissima] A.[mica],
Col solito indugio di parecchi giorni mi è giunta ieri la vostra del 26 perduto gennaio, e per buona mia sorte mi ha essa trovato in circostanza di salute alquanto men triste che non accadde alla sua precedente: altrimenti restavan in purgatorio sì l'una che l'altra.
Nella seconda voi accennate un timore di mia infermità: nella firma del 26 dicembre non faceste un sol cenno di simil suggetto, benché dalla mia del 12 (alla quale la vostra era responsiva) mi pare non ve ne venisse delineato un bel quadro.
Lungi dal diminuirsi i miei dolori di capo sono andati a grado a grado aumentando; ed io dopo soddisfatto a tutti i miei giornalieri impegni di varia natura, non ho altra forze che di trascinarmi alla mia poltrona per rimanervi fino a che la voce del dovere non mi richiami a vita come la tromba del giudizio universale.
Allora chi può pensare a lettere? Lo stesso mio figlio ne va spesso di mezzo.
Adesso alle altre mie brighe si è aggiunto il segretariato dell'Accademia tiberina, al quale sono stato eletto dopo esser passato per la terna di presidente; e, come ciò non bastasse mi è stata raddossata la direzione del Tesoro della storia ecclesiastica, vastissima opera che quì si stampa in latino da due dottissimi Romani.
Dunque il mio silenzio a tutt'altro va attribuito fuorché a pigrizia.
Ma poiché, siccome vi ho detto, oggi la mia cagna di testa latra un po' meno, rispondo insieme e alla vostra 26 dicembre e all'altra 26 gennaio.
Rattristandomi della morte del buon Solari rimasi pure soddisfattissimo all'udire come egli nel partirsi dal mondo pensasse lasciarvi bene agiate e la moglie e la nipote di quella le quali ebbero sempre per lui grande affetto e usarongli delicati riguardi.
La virtuosa Ignazîna non meritava meno, in premio della sua eccellente condotta e de' non pochi sacrificii a cui il suo flessi[bi]l carattere e l'amore della domestica pace per tanti anni la persuasero.
Io me ne rallegro con lei, e con voi che ve l'avete a sorella.
Se è vero che nessuno dei sonetti della mia raccolta appartiene al numero di quelli de' quali piacevi oggi suscitar memoria, avrete purtuttavia conosciuto che gli ultimi tre versi della Interna pace uscirono da quel vecchio fondo.
Voi però non gitterete per questo il mio libro, quando pensiate che una solenne verità da me detta a Voi in altri tempi poteva convenire assai bene allo spirito del mio figliuolo, perché a lui è destinato quel breve moral concetto della pace dell'anima.
Che se io non vi ho apposto, come in tanti altri l'indirizzo Al mio Ciro, proviene ciò dal non avere ancora mio figlio capacità di delitti per la sua tenera età, vaso purissimo d'innocenza.
Così l'altro sonetto a carte 79 diverrà cosa sua il 12 aprile 1845, nel qual giorno ci diverrà maggiorenne.
E quì ripeto: non gittate il mio libro.
Bensì potreste ardere nel vostro camminetto, e alla presenza di chi vi ci tien compagnia, tutte quelle altre cartacce scritte si male in un tempo e sotto un influsso che vanno oggi onorati col fuoco.
Voi mi augurate buon capo d'anno e un seguito di altri 50.
Troppi, cara mia, me ne bastano e avanzano soli altri dieci.
Il 12 aprile 1845 è appunto nel centro di questi.
Che desiderare di più?
Eccoci alla vostra lettera 26 gennaio e alle tre questioni da voi in quella promosse.
Sotto quel nome di Sidèria potrebbe star velato un mio segreto; ma non v'è.
Potrete quindi ritenere che in Sidèria si figuri ogni donna possibile, che lette le mie poesie, volesse giudicarmi uomo beato di soavi contentezze? Il nesso dello Sciscitor ve lo spiegherebbe facilmente il primo vocabolario latino che capitasse alle mani di qualunque membro della vostra conversazione.
Pure ve lo farò dire dal vocabolario mio.
Sciscitor significa chieggo per sapere, dimando con istanza.
Sul più grave articolo poi de' baffi e della pipa, di cui vi costituite avvocato posso rispondervi non aver mai voluto condannare le persone pel pelo e pel fumo, ma il fumo e il pelo per le persone.
In Roma almeno accade così: i mustacchi, le barbette e i sigari rappresentano quanto di più imbecille e di scostumato è attualmente dagli ospedali e dalle leggi lasciato vivere per la città.
Molti s'impelano e si affumicano per solo vezzo di imitazione; e per questi io certamente non sento peggio che pietà, vista la prova natura de' lor modelli.
Ma la massa è carne da frusta, e lode a chi avesse libero il braccio! Le mie satire stan tutte all'ombra, ne' tirati della mia scrivania.
Al solo vedere nella vostra lettera enunciato il vocabolo baffi io già prevedeva che sarebbe stato seguito dallo altro vocabolo ritratto.
È vero, per un momento io assunsi mustacchi, e così a Milano mi ritrassero.
Prima di tutto vi do carta bianca per giudicarmi caduto tra quello e questo tempo nel general vizio umano della contraddizione.
Però, o cara amica, in 13 anni, quanti ne corsero dal 1827 a questo attuale anno di grazia, molte e molte cose di più ho viste ed apprese.
Eppoi, non concedete voi nulla al querulo, inesorabile ed acre di Orazio ne' poveri uomini che indurano il cuore invecchiando? Io invecchio.
Avete torto di nominare individui in questa generale quistione di riprovazione e d'antipatia.
Io non dirò mai: ogni baffo copre un labbro abbietto; ogni sigaro associa il puzzo del tabacco bruciato al fumo di un vano cervello.
Se io non nomino alcuno, tacete anche voi, e non mi gettate alle prese con Pirro, che io amo stimo e rispetto.
Del resto mettete poi baffi anche alla buona memoria di Gaspare, io vi rimarrò sempre indifferentissimo.
Con Ciro forse non ci riuscireste, e se ci riusciste mi ferireste il cuore.
Voi non conoscete la classe de' barbuti romani.
Il mio ritratto peloso non merita di presiedere, come voi dite, alla società del vostro camminetto.
Potrebbe invece servire a questo di alimento, ed ad accrescer fumo con quello de' tizzoni e de' sigari per profumare l'ambiente che voi respirate conversando, lavorando, e forse ridendo a ragione delle mie satirische follie, degne di un ispido vecchio e riottoso.
Lo so in questa odierna mia opinione noi due non andiamo d'accordo.
Voi amaste sempre il forte, il virile (o almeno ciò che ne avesse apparenza) anche nel vostro sesso, ed anche in voi stessa, benché andasse a scapito più delle molli attrative per le quali voi donne potete soltanto cattivare durevolmente i cuori degli uomini, e farvi gioia del creato.
Su questo io vi scrissi a lungo allorché per giovanile fantasia mi chiedeste modula [sic] di una supplica con cui volevate celiando chiedere una nomina di carabiniere-a-cavallo al fu colonnello Liberati.
Io nol giudicai bel vezzo in un'amabile signorina quale eravate.
Né amo io gli uomini effeminati.
Vorrei vedere più armi e men pelo, né un fuggir nelle botti con in capo un cappello avvilito da due svergognate parole.
Non servirà che io le ricordi: il fumo de' sigari non può averle assopite nella memoria italiana.
E Matilde neppur mi saluta? Giuoca sempre a tombola? Faremo i conti tutti insieme.
Il vostro Belli.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 27 Maggio 1840
A.[mica] C.[arissima],
Voi direte: Belli è morto.
Non è morto, no, ma ben ferito.
Lo sanno le mignatte e i vescicanti.
Il mio dolor di capo, che in marzo erasi un poco alleggerito, ha sino dai primi giorni di aprile accresciuto i suoi furori, e sto sempre peggio.
Nel Venerdì santo mi fu tratto sangue con quelle maledette bestie; poi sempre cure; ed oggi vi scrivo con un vescicante dietro al collo, il quale non fa altro che raddoppiarmi i tormenti.
- La cara Matildina vorrebbe da me una romanza? Ma come scriverla? Non ho un pensiere, e quel ch'è peggio non ho un momento per pensare.
Mal grado del mio stato di abituale infermità, debbo lavorare da quindici a sedici ore al giorno! E la mia testa vorrebbe almeno un anno di assoluta inazione! Le occupazioni mi aggravano il dolor di capo: il dolor di capo mi appesantisce ed allunga le occupazioni.
Queste sono tutt'altro che lavori di genio; e tanto peggio.
Eppoi come potrei lavorare di mente, se questa affatto mi rifiuta? Le mie facoltà intellettuali ogni giorno mi scapitano: la memoria poi...
oh! la memoria! che mortificazione! Non mi ricordo più niente, non mi ricordo mai niente.
Pregate la nostra Matildina a perdonare il povero Belli.
Perdonatemi anche voi.
Io non merito sdegno ma compassione.
Se mai un giorno ritornerò in possesso del mio tempo e del mio cervello, ne userete come di cosa vostra.
Ma per ora se mi uccideste non potreste cavarne che sangue.
Cosa era un tempo per me lo scrivere una romanza? L'avrei fatta insipida, ma temperata la penna era tutto finito.
Non la dite superbia.
La mia mente sana e tranquilla mi obbediva al momento.
Oggi però qual mutazione! E in queste cose a che giova la volontà? A peggiorare l'afflizione dell'animo incapace di cooperare con essa.
Che può leggere Matilde? Non saprei.
La eccellente Storia universale del tedesco Giovanni de Müller, recata in italiano dal prof.
Barbieri.
La storia d'Italia del prof.
Luigi Bossi di Milano.
Le crociate di Michaud.
Le opere di Buffon...
non saprei.
Donna, in età pericolosa...
veramente mi trovo imbrogliato.
Attualmente si stampa la grande Storia universale di Cesare Cantù; ma, dico, si stampa.
Intraprendere una lettura che poi fosse ritardata dalla periodicità delle pubblicazioni!...
Se ci togliamo dalle spere storiche si va subito o alle artistiche o alle filosofiche.
O v'è dell'arido, o del grave o del pericoloso, parlando sempre di una giovinetta.
Romanzi non vi consiglierei, per ora almeno.
Dunque? Storie.
Ma quali? Ve ne son molte.
Scelga Pirro le migliori che gli capitino alle mani.
Vi ho nomato Buffon, perché fra le storie civili può entrarne bene anche una naturale.
Sta un po' indietro ai nuovi lumi; ma pure beato chi tenesse a mente tutte le sue belle ed eloquenti descrizioni!
Io non rispondo direttamente a Matilde, perché mi manca il tempo e la carta.
Ma pure no: vo' dirle due parole.
Cara Matildina.
Temo che invece di suonar Ciro con voi la sinfonia della Italiana ecc., udrà suonar voi sola, perché il di lui maestro mi dice che la musica egli la sente assai ma gliene riesce molto difficile l'esecuzione; sicché i progressi sono lentissimi e scarsi.
Dunque dubito quasi che leveranno mano.
Non gli mancheranno altre cose da fare.
Io però lascio il tutto a sua scelta.
Continui, non continui, farà a modo suo.
Sul resto udite Mamà e non vi prendete collera con me.
Me ne dorrebbe infinitamente, senza che ci potessi rimediare.
Salutate e abbracciate Papà.
Sono di tutti l'affezionatissimo
Belli
I pensieri, ossiano le due sentenze di Matildina hanno molta giustezza, e dimostrano maturità di senno e rettitudine di cuore.
Brava Matildina mia!
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 13 agosto 1840
Mia gentilissima Amica,
Noi ci possiamo dire in bilancio riguardo a carteggio, poiché mentre stava correndo verso di voi la mia del 27 maggio Voi mi scrivevate la vostra del 29.
Uno però di noi due deve muoversi: mi movo io, come anche è ben giusto in linea di civiltà.
Voglio dirvi che dimani io parto per Gubbio e poi sarò a Perugia il 21.
Ho veramente bisogno di un po' di conforto perché sono ammazzato di fatica e di caldo.
Tutto ciò che potrei rispondervi relativamente alle vostre considerazioni sui baffi l'ho già detto nelle mie precedenti: aggiungo soltanto che se poi la futura sposa di Ciro, non contenta delle altre di lui compiacenze per lei, esigesse una prova di affetto in alquanti peli sul mento, mi guarderei dal contrariare fra loro questo lieve aumento di felicità.
I casi però della vita insegnerebbero assai presto ad entrambi con quali occhi debbono due sposi imparare a guardarsi, e a distinguere il pregio delle varie scambievoli deferenze.
Lasciamo intanto questo soggetto, non meritevole per verità di più diffusi discorsi.
Quello che a me interessa di sapere è se voi e la mia Matildina siate in collera con me per la non fatta romanza che mi aveva essa richiesta.
Ah, non sareste giuste conservando anche il minimo rancore per questa che vi piacesse chiamare mia scompiacenza.
Se aveste mai qualche fiducia nella mia sincerità non è questo il motivo per ritogliermela.
Io vi dissi il vero.
Io non ho né la mente, né il tempo, né il consenso de' professori onde pensare a versi, e molto meno del genere di quelli a cui son rivolti i desiderii della vostra cara figliuola.
Se un giorno mi sarà concesso di potermi inspirare fra la pace e l'amicizia della famiglia vostra, tenterò di risuscitare qualche scintilla di un fuoco già vicinissimo a spegnersi sotto il gelo delle sventure e degli anni.
Per ora chi altri più di voi vorrebbe essermi indulgente? In uno degli scorsi mesi, mentre il mal di capo mi dava alquanto tregua, non potei dispensarmi dallo scrivete quì in Roma un componimentuccio.
Ma che? Vi consumai quindici giorni e venne fuori un diavolo zoppo e colle stampelle: stento di gotta e ghiaccio polare.
Dunque o non siete in collera, o facciamo la pace.
Iustitia et pax osculatae sunt.
Mi chiedete cosa io pensi di vostro cognato.
Mi pare un eccellente e stimabil giovane, d'ingegno pronto e di interessanti maniere.
Eccovi la impressione che ho conservata di lui, e mi lusingo di non essermi ingannato malgrado del poco tempo del nostro contatto.
Ditemi or voi come sta vostro suocero, la cui salute mi giova credere ristabilita.
Debbo lasciarvi: mi chiamano il vetturino, il passaporto, la valigia, il curiale e mille altri cancherini inseparabili dallo stato d'un pover'uomo che deve farsi tutto da sé.
Mi ristora il pensiere di andare ad ascoltare i privati saggi che Ciro darà in filosofia e il pubblico esperimento di fisica e lingua greca.
Ricordatemi a tutta la vostra famiglia, e specialmente a Pirro e alla graziosa polpettina di Matilduccia.
Sono di cuore
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 11 Xcembre 1841
G.[entilissima] A.[mica],
Volendo parlare con verità, noi due siamo entrambi debitori, l'uno verso l'altro, di un riscontro ad una lettera contemporanea di ciascuno di noi.
Il sette di ottobre io rispondevo alla vostra dell'8 settembre, e intanto stava giungendo a Roma l'altra vostra 5 ottobre che io ebbi il dì 8.
La corrispondenza è rimasta lì, e bisogna svegliarla oggi che ci avviciniamo a Natale, tempo d'augurii fra i nuovi amici e fra i vecchi.
Noi siam fra questi ultimi, perché 20 anni passati fra gente che si confessava e si comunicava non son già lieve faccenda né tenero osso da rodere.
Tutte le cose che mi dite relativamente alle due fazioni della famiglia Perozzi mi rammaricano moltissimo.
Io vorrei pace fra tutti e specialmente fra gli amici miei.
Quanto voi mi narrate è ben forte, né men forte è la pittura de' caratteri e la probabilità che ne possa nascere un giorno qualche mala intelligenza.
Intendete che colle ultime parole io vi rispondo sul conto degli sposi.
Mi dorrebbe non poco che aveste ad esser indovina, benché io mi lusinghi sinceramente del contrario.
Nulladimeno le vostre due ultime lettere fanno gelare il sangue così su questo come sugli altri rapporti; e il peggio è che io non potrei rimediarci.
Del resto voi due vi lagnate di quelli.
Io non so se quelli si lagnino di voi due per gli stessi motivi; né, se lo sapessi, ve lo direi; ma procurerei di difendervi da ogni specie di accusa perché son convinto della vostra rettitudine e di quella di Pirro.
Pare a me però che neppure Ettore abbia l'animo ingiusto; e se qualche buono amico si intromettesse con garbo fra tutti voi, forse v'intendereste meglio, e le cose si comporrebbero in pace e con generale soddisfazione.
Circa poi all'avvocato Cini, quel che abbia stipulato col fu vostro suocero io nol so: conosco peraltro che in Roma gode generale ed unica voce di probità; e bisognerebbe che io conoscessi bene il fondo e le origini delle cose per poterle spiegare in modo corrispondente alla lor vera natura e al buon concetto che io ho di quest'uomo.
Parlo così pel caso in cui si potesse credere che qualche preferenza accordata da vostro suocero a Ettore derivasse da insinuazioni di Cini.
Quello che ho sempre udito a narrare è che Cini abbia fatto moltissime concessioni ai Perozzi sul punto de' dritti di difesa nella loro eterna causa contro i parenti di Ancona.
Intanto però il primo mio dispiacere è il saper Voi rammaricata e Pirro ugualmente, senza che io abbia mezzi di rimettervi in calma.
Nulla è più amaro quanto i disturbi in famiglia.
Il vaticinio poi che formate sugli eventi del capitar Ciro in casa Cini, posso assicurarvi cara amica, che non si verificherà mai.
Delle quattro persone dalle quali dipenderà il successo conforme alle vostre previsioni, niuna affatto ha la mente disposta alle cause che produr potrebbero quell'effetto.
La Signora poi ed io volgiamo pel capo idee al tutto differentissime.
Tra le altre cose, inoltre, Ciro ed io frequentiamo assai poco questa casa.
La differenza del domestico orario adottato pe' nostri due figli studenti nell'università, unita alle mie gravissime occupazioni, ha prodotto gran rarità nelle visite che Ciro ed io facciamo alla famiglia Cini, per la quale però ho sempre la stessa amicizia.
Io non vedo più Roma che dalla mia casa all'uficio.
Vado là alle 9 del mattino e ne torno verso l'ave-maria.
Allora pranzo, poi riposo un ora [sic] sopra una sedia, poi lavoro pe' miei affari fino alle 10, poi vado a dormire: alle 4 o 4 1/2 mi alzo e chiamo Ciro, che si pone a studiare per andare alle 8 alla università.
Intanto io mi vesto, mi ripulisco, mi do un po' di faccenda per le camere, leggo un'oretta, scrivo qualche cosa o per la mia famigliuola o per l'uficio, faccio colazione, e fuggo via per trovarmi all'impiego alle 9.
Ancora però di pliffete non se ne parla.
Vedremo a gennaio.
Ciro è sempre un buon giovinetto; modesto, affabile, tranquillo, moderato, alieno da leggerezze, ed esattissimo ne' suoi doveri.
Sapete? Per attendere con più assiduità a' suoi gravi e vastissimi studi, ha voluto sacrificare la musica, temendo di perderci tempo.
Ditemi qualche cosa di Voi, di Pirro, di Matilduccia, di tutti: e tutti abbiatevi buone feste e miglior capo d'anno.
Il vostro Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 23 giugno 1842
N° 1° ed ultimo di questa natura.
Oggetto
Vapori dilatati
Se la vecchiaia non mi avesse rinfrescato il sangue, dolcificati gli umori e abbassato il morbino, questa mia lettera vi giungerebbe abbastanza acidula perché stemprata nell'acqua e aggiuntovi un cucchiaio di zucchero potesse tenervi luogo di limonea.
Gli anni però e le peripezie della vita ci riducono in un punto della età nostra ad un tal grado di mansuetudine e di floscia natura, che quelle esterne cause dalle quali saremmo stati in altra epoca accesi fino a gittar fumo dagli occhi e faville per le narici, valgono appena a riscaldarci la pelle come può farlo a mezzo dicembre la cenere tiepida di un braciere estinto dalla vigilia.
- In questa benigna disposizione di temperamento mi trovò dunque il vostro rimprovero del 16 giugno corrente; né il vocabolo OFFESA, che vi campeggia fra non poche altre parole o frasi risentitelle e amarette, seppe portarmi la mosca al naso come la circostanza avrebbe voluto.
Ma lasciamo l'estrinseco ed entriamo nella sostanza di questa vostra gran collera, provocata da quella mia più grande bricconeria.
Alla Signora Cini, amica nuova, non ho accordato su voi, amica di antica data, alcun grado di preferenza, perché niuna notizia le partecipai circa la mia nomina, né le inviai dietro veruna specie di lettera, o epistola, o dispaccio, o altro foglio di qualsivoglia natura.
Questa notizia, concernente i miei vantaggi, gliel'ha data spontaneamente la sua famiglia; la famiglia, alla quale, composta di marito e figli, niuna fretta disdice, se non solo dopo quattro giorni di lontananza.
Ma dopo appena 24 ore dà principio alla sua corrispondenza con una moglie e madre assente: sul qual punto (voi mi direte, e direte benissimo) non può cadere alcuna quistione, siccome non saprebbe esser soggetto di disputa il privilegio che godono i divisi parenti di scriversi scambievolmente ciò che lor va per la fantasia.
Ho dunque ringraziato il Signore che per questa parte il mio peccato se n'è ito in vapore.
Resta mo a diluirsi l'altra parte di accusa dell'aver taciuta, o, meglio, ritardata la notizia a voi; ma spero coll'aiuto di Dio di mandare a spasso anche questa mea maxima culpa.
Il 9 corrente giugno venne dalla Segreteria per gli affari di Stato interni alla Direzione Generale del Debito pubblico un dispaccio, nel quale, dopo molto preambolo circa al mal riuscito esperimento di questi impiegati che concorsero, al posto si diceva potersi far luogo alla nomina del Signor Giuseppe Gioachino Belli.
Ma poiché il Signor Giuseppe Gioachino Belli non è ancora stato installato, e poiché non ha egli peranco toccato il suo stipendio, e poiché infine tuttociò andrà probabilmente ad accadere fra giorni; così il Signor Giuseppe Gioachino Belli, avvezzo dalla esperienza a non dir quattro se non l'ha nel sacco, aspettava l'avvenimento consumato, per dirvi poi subito e tutto in un colpo: sapete? sono capo di corrispondenza e godo mensili 40, ovvero 38, scomputata la quota del rilascio per la cassa giubilazioni.
Intanto e finché non arrivasse quel santo giorno, che non è ancora arrivato, io teneva bell'e ammannita sul mio scrittoio domestico e sotto un bel peso di giallo-antico quella tal vostra lettera del 24 marzo, in cui mi dicevate: ditemi quando verrà il punto decisivo.
Questo punto decisivo pareva, dai primi di marzo in poi, dovesse venire ad ogni momento; ma non veniva, e, dovendo pur venire, io aspettava, per rispondervi, il poteri dire è venuto.
Al giorno in cui siamo il punto decisivo si può dir quasi arrivato, ma io non gli farò i miei complimenti fuorché quando udrò dirmi: Signor Belli, eccole il suo scrittoio, eccole i suoi commessi, eccole i suoi quattrini.
Ciò dovrebbe accadere al primo luglio, e a quel tempo la Signoria vostra sarebbe stata la prima, e assai probabilmente anche l'unica, ad esserne da me informata fra quelli a cui non avrei potuto parteciparlo che per via della posta.
Ma ella, signora fumantina di antica data, ha rotto l'incanto, e così prendasi oggi la notizia imperfetta e acerba qual'è.
Le gentilezze che mi dirige pel vostro mezzo la Matildina mi riescono assai care ed han sempre luogo, benché nel senso che voi attribuite a questa frase io confessi che non può mai piacermi attraversare le mire che sovr'essa ha la ottima zia.
Ricambiate, di grazia, quelle gentilezze con altrettante belle e dolci parole.
Io non vi promisi la mia visita per tre anni continui, rimettendola sempre, come voi dite, all'anno venturo.
Siamo esatti.
Ve la promisi nel 1839 a Roma pel 1841, in cui Ciro doveva uscir di collegio.
Dovete però ricordarvi qual circostanza mi obbligò l'anno scorso a tornar quì di volo.
Quest'anno poi sarebbe impossibile che io ottenessi un permesso di assenza.
Dove son dunque i tre anni? E qual colpa n'ho io in tuttociò?
Circa poi alla mia pigrizia in genere nello scrivere, convincetevi che io fatico dalla mattina alla sera, e debbo anche trascurare qualche affar di famiglia.
E malgrado la stanchezza del giorno, rare sono le sere in cui non mi occupi a casa delle molte e complicate teorie sulle quali è basata la macchina del Debito-pubblico.
Quest'altro travaglio teoretico lo faccio per addestrarmi alle cose di pratica onde sapere ove mi metter le mani.
Dunque un po' di pazienza anche voi.
Oggi Ciro ha ottenuto alla Università il baccellierato in diritto civile, canonico e criminale.
Ecco il primo passo per l'avvocatura.
Mille abbracci a Pirro, un bacio sulla mano alla eccellente Ignazîna, molti saluti a mammà ecc.
ecc.
ecc.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 5 luglio 1842
Nulla meglio che la vostra spaventosa e funesta lettera del primo corrente potea dimostrarmi la sconvenevolezza di chiamar buona Ignazîna una donna che smentisse in un punto ogni buon credito in cui la ebbi tanti anni.
Ma quando Voi stessa che mi fate rimarcare il mio errore, voi stessa la dite dipoi una sorella che formava l'orgoglio della famiglia; quando, in proposito dell'aria ingenua de' suoi esterni modi, aggiungete che vi sareste tutti rimproverati come un delitto il formare il più lieve sospetto sulla sincerità sua; quando in altri fogli precedenti, e specialmente in quello di annunzio della morte di vostra Zia, me ne faceste sempre onorevol menzione; tuttociò stabilisce che a di lei riguardo vivevate in inganno anche voi che ve l'aveste continuamente sott'occhio, e giustifica quindi la mia buona fede, se, mancandomi agio e occasione di considerarla da presso, io regolava i miei giudizi sulle altrui relazioni, sulla apparente di lei tenerezza pe' suoi congiunti, e fino sulla soverchia rigidità di coscienza che molti anni indietro la consigliò di troncare ogni epistolare corrispondenza che me povero profano, pel solo motivo che io non le apparteneva per vincoli di sangue.
Poteva io però crederla alquanto scrupolosa e forse un poco pinzochera; ma ipocrita e perfida non la tenni giammai.
Queste turpi sue qualità le imparo oggi per la prima volta, e me ne sento raccapricciato.
I caratteri che accompagnavano la di lei partenza e distinguono il tradimento col quale ha ferito la misera madre, e voi, e la nipote, e i parenti, e gli amici e il proprio onore, le meriterebbero un nome di cui voglio risparmiarvi il suono mortificante fra tante altre amarezze da cui avete oggi l'anima oppressa.
Ma se di tanto biasimo si è ella coperta, se tal macchia (come voi dite) ha portata al nome della sua casa, se con sì nero obbrobrio ha corrisposto all'affetto di due zii che scendendo nel sepolcro provvedevano amorosamente alla di lei felicità, quale esecrazione non meritavan poi que' ribaldi che han fatto sì tristo mercato della di lei debolezza? Ecco la necessità di una vita e di un tribunale fuor della terra: ecco il bisogno di un rimuneratore non passibile di umani rispetti, e pel quale i gradi, i caratteri, i nomi, le convenienze, la falsa carità, la riguardosa politica (vere tirannie di questa nostra massa di vermi soggetta all'orgoglio, all'avarizia e alla concupiscenza di tante tronfie e ridicole gerarchie) son fumo simile a quello in cui converrebbe risolvere i vigliacchi e crudeli insidiatori delle inermi vittime di cieca credulità e di sconsigliate passioni.
Ma pure come taccion le leggi? Come si lascerà fra le zanne del lupo la sostanza di una debole agnella che cede a una seconda seduzione per redimersi dalla prima, o per giustificare un malfatto con un fatto peggiore? Qual legittimità potrà essa ottenere una donazione carpita senza forme, senza motivo, senza pudore?
Della futura sorte di quella sventurata pazzerella chi saprebbe formarsi un pronostico? L'abbandono altrui e il proprio rimorso potranno forse esserne i salvatori, ma a prezzo di dolore e per mezzo di flagelli di sangue.
Un chiostro ne ricovrerà forse gli ultimi anni di una vecchiezza precoce, perché le passioni deluse e i tormentosi disinganni ci fan cadaveri anche innanzi alla morte.
Niun consiglio, niun conforto, niun soccorso intanto io mi sento capace di offrirvi in una sventura che purtroppo è reale e per la quale il rimedio non è in mano dell'amicizia.
La sola provvidenza può spargervi sul cuore il balsamo della consolazione; e il primo di lei beneficio lo riconoscerete nel sentirvi rinascere il coraggio pel sentimento del personale onore, contro cui l'altrui prevaricazione non sarà mai un titolo giusto di biasimo.
La tenerezza di sorella, l'amor di madre, vedono con lagrime il fallo di una sorella e di una figliuola; ma anche il decoro offeso è uno scudo contro gli assalti delle affezioni mal collocate; né l'onorato splendore di una famiglia si oscura per le tenebre dell'anima di un individuo.
Sono il vostro affezionatissimo
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma 9 marzo 1843
G.[entilissima] A.[mica],
Alla vostra lettera del 26 febbraio rispondo assai prima che nella attual mia posizione, ed anche nella inerzia che ne consegue, io non soglia fare circa ad epistolare corrispondenza.
Ricevetelo come un miracolo d'amicizia: miracolo veramente che non risana né storpii né feriti, ma pur tale, se vogliam considerarlo dal senso più ovvio, cioè mirabile avvenimento.
La mia salute, che per vostra bontà è l'articolo principale da cui principiate a parlarmi, si mantiene fragiletta in sulla indole delle umane speranze, ovvero tanto solida quanto i castelli in aria, che la nostra cara Matildina deve saper chiamare anche altrimenti, cioè Chateaux en Espagne.
Ci ho indovinato? Or bene questi castelli spagnuoli non sorgono oggi mai più nel mio cervello, ma van mettendo piede ne' solidi e ne' liquidi dalla mia materiale esistenza.
E di ciò basti.
Il vostro solito computo de' 44 anni l'ho già altre volte chiamato una sgradevole ubbìa, e non amo più udirmelo intonare come un salmo malauguroso.
Non sonate, per carità, questa campanellaccia a tre tocchi per ogni minuto secondo.
Mi è già sì molesto il campanone di Montecitorio che ogni mattina mi chiama a ravvoltolarmi fra le aride stoppie de' consolidati e degli altri pubblici debiti, che il doppietto della vostra campanella da cimiterio mi cimenta quel po' di tranquillità che mi può esser rimasta.
E basti anche di ciò.
La Signora Rita la ho veduta un momento nella passata domenica: vostro cognato l'ho incontrato jeri per via, mentre verso la sera me ne tornava a casa per mangiar la minestra e, ci s'intende, qualche altra cosa.
Posso però dire che, non ho ancora parlato né colla moglie né col marito.
Dunque, giacché alla Matildina non dispiacque lo schiaffetto, sia questa volta una tiratina d'orecchio, in pena d'aver detto che io mal valuti i di lei graziosi sentimenti per un vecchio amico della famiglia, qual mi son io.
E questa sullodata tiratina d'orecchio equivalga alle seguenti parole che la mia voce non può farlevi giungere fino di quà: stammi bene, la mia amabile amichetta, e ricordati del povero impiegato del debito pubblico, al quale è negato il venirti a trovare.
E così è in verità.
Che mi parlate voi di settembre e di miei viaggi in settembre?! Tutti i mesi sono eguali dentro quella famosa porta del sempre e del mai; e voi cocciutaccia non la volete capire.
Vi batterei la testa contro una muraglia di rose d'ogni mese! - Ma insomma bisognerà pure accomodarla in qualche maniera.
Se nulla nel frattempo non vi si oppone (attenti bene a queste premesse) nel futuro settembre vi manderò Ciro, e farà egli la visita e per sé e per me.
Non dubitate: è savio, rispettoso e modesto: giuratene sulla mia parola.
Ha più virtù di me, che già si fa presto a passarmi.
Egli va assai di rado in casa Cini, benché io abbia piacere ch'egli ci vada.
Ma le sue occupazioni poco tempo gli lasciano.
Quando ci va non vede quasi mai la Signorina Clelia, che poco esce dalle sue stanze; e se rarissimamente fra loro si vedono, non si dicono quasi mai una parola.
Timori panici son dunque i vostri e assolutamente privi di fondamento.
Eppoi assicuratevi che tutt'altre sarebbero le idee della buona famiglia Cini, e tutt'altre le mie.
Quella ragazza merita meglio.
Però merita meglio anche M...
Il Signor Ferrieri è fuori di Roma.
Più volte l'ho io pregato pel vostro affare, o, che è lo stesso, per l'affare di Pirro.
Appena sarà tornato (che io non so dove sia né quando ritorni) troverà un mio biglietto di ricordo sul suo tavolino.
Ma! adesso il Cardinal Tosti va viaggiando per due mesi, e se pria di partire non lasciò gli ordini firmati, a rivederci a quando li firmerà! Salutatemi tutti al solito, capo per capo, e credetemi secondo il consueto
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, lunedì 10 aprile 1843
G.[entilissima] A.[mica],
Il sistema di vigilanza che nella cara vostra 21 marzo mi dite esser da voi tenuto per riguardo alla Matildina, fa onore a voi, vantaggio a lei, e piacere a chiunque (capace esso medesimo di virtù) vi riconosca sì delicata e gelosa in un punto di tanta importanza pel decoro e per la pace della famiglia.
Mi sento anzi così penetrato di rispetto verso la nobiltà e la giustizia delle vostre massime in simil proposito, che se, a malgrado della fiducia che potesse meritare al mio Ciro la sua onesta condotta, inclinaste ad escluderlo dalla generalità de' principii di una saviissima cautela, non solamente non ve ne ringrazierei, ma sarei tentato a indirizzarvene qualche lagnanza partendo dalla regola che una confidenza anche la più ben collocata può farsi cagione di non lieti successi, e allora in ispecie quando la stessa innocenza ed ingenuità di due giovani cuori li faccia ritrovar disarmati contro le ostilità di una passione che arriva quasi sempre di fianco, alla sordina e senza ambasciata.
Voi dovete perciò sempre osservare i nostri due ragazzi, nello scopo ancora della loro felicità, se saranno essi destinati a rallegrar colla loro unione la nostra vecchiezza.
Nulladimeno non è necessario alla vostra perspicacia che io vi faccia avvertire come la stessa prudenza, consigliatrice di vigilanza, suggerisca altronde il precetto che la vigilanza medesima assuma un carattere di franchezza e disinvoltura, poiché se mai si presentasse inopportuna e importuna sotto l'aspetto di diffidenza ed inquisizione, potrebbe da un eccesso di cure snaturarsi il buon frutto che si coltivi, inducendo nelle svegliatissime teste giovanili la curiosità di penetrare il perché di una indagine suppositoria, la quale in tal caso non derivando da alcun male preesistente, diverrebbe per avventura origine ella stessa o di male più artificiosamente commesso, dove le occasioni lo secondassero, o vagheggiato almeno qualora le circostanze nol favorissero: sempre pessimi effetti della diffidenza reciproca che fosse entrata di mezzo fra l'osservato e l'osservatore.
Conchiudendo però questo noioso mio squarcio di morale educazione, mi confesso persuasissimo che voi, così sagace ed illuminata, converrete con me nel ritenere che la miglior vigilanza e la più proficua sia quella che senza rallentar mai della sua intensità, e senza mai interrompere la continuità sua, simigli piuttosto un blocco che non un assedio.
Sono anzi convinto che questo e non altro sia il metodo che si segua tanto da voi quanto dal buon Pirro, che pregovi salutarmi.
Rettissimo, e ricco assai di giudizio, io stimo il discernimento di Matildina nel regolarsi ne' diversi incontri de' suoi contatti sociali, e solidissimi i di lei criterii nel formarsi concetto degli uomini coi quali le civili convenienze la espongono ad incontrarsi.
Quanto mi narrate su questo proposito onorerebbe anche una donna munita de' più validi soccorsi della esperienza.
Tanto più vedrei quindi con soddisfazione combinarsi un nodo che supera anche i limiti di quanto mi fosse lecito desiderare.
Ciro però ha molto meno di quello che potrà un giorno possedere Matilde.
Forse però non istarà colle mani alla cintola e sarà capace di guadagnare per dar ristoro al suo patrimonio.
Per le qualità esterne voi dite che (a quanto sapete) non è niente brutto.
Non mi negherete peraltro che debbo saperne qualche cosa ancor io; e quindi vi posso rispondere che non è niente bello.
A me è geniale perché gli son padre, ed ogni scimia accarezza il proprio scimiotto.
Per saviezza altronde, dolcezza, gravità non pedantesca, e onestà, quì gli fo sicurtà io.
Eppure fra le vaghezze che avrebbe a' miei occhi questa architettata alleanza, avvi la sua spinetta che mi punge il cuore.
La vostra famiglia pare che per varie ragioni non abbandonerebbe codesti luoghi: io non potrei muovermi di quì, dove mi incatena non la inclinazione ma il dovere e la necessità.
Chi di noi dunque dovrebbe togliersi dal fianco ciò che più ama? Ah! già lo prevedo: toccherebbe al povero vecchio di Belli! Dovrei forse restar solo quando più sentissi il bisogno di compagnia.
In quanto a Ciro il vivere in provincia e presso i campi sarebbe la sua delizia.
Né io provo inclinazioni diverse: Roma mi annoia.
Ma come vivrei abbandonando l'impiego? Per ottener giubilazione mi mancherebbe il tempo dell'esercitato servizio, poiché i sedici anni della trascorsa quiescenza non potrebbero a senso di legge essermi valutati.
Pria di 20 anni non interrotti di servizio non si ottiene alcuna giubilazione: dopo i 20 si ha la metà del soldo: dopo i 25 i due terzi: dopo i 30 i 3/4: dopo i 35 i 4/5: dopo i 40 l'intiero: sempre però col concorso della fisica impotenza, da certificarsi legalmente per via di governo.
Vedete che tibi egli è questo? Bisogna crepar qui.
Sin dal 1° giorno di questo mese ho consegnato al Signor Cavaliere Vincenzo Colonna le 82 pietruzze de' Signori Lazzarini.
Sul premio della piantagione, io non posso dirvi né dove né come trovisi la faccenda.
Ho nuovamente cercato del Signor Ferrieri, e mi si è detto trovarsi egli tuttora assente, anzi a Pesaro e per affari.
Né san dirmi se tornerà presto.
Potreste fargli dare la caccia se ripassi da codeste parti.
Ciro vi reverisce.
Egli dopo dimani (12) compie il 19° anno ed entra nel 20° della età sua.
Salutatemi Pirro, Matilde, la Marchesa, Checco ecc.
Sono il vostro amico Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi N.a Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 15 giugno 1843 Festa del Corpus-Domini
C.[arissima] A.[mica],
Nella grata vostra lettera del 28 maggio mi diceste: torno a raccomandarvi la riscossione del credito di Pirro col nome di Laurenti.
Senza la cognizione che ho della vostra gentilezza, quelle parole avrei potuto prenderle nel senso di un rimprovero di negligenza; benché, anche prescindendo dalla vostra incapacità di mortificarsi gratuitamente, lo stesso tenore delle precedenti vostre commissioni sul medesimo soggetto avrebbe valuto a tranquillizzarmi dove pure nelle succitate parole fosse caduto il bisogno di una interpretazione la più favorevole alla mia responsabilità.
Non originato pel mio mezzo l'affare del premio di piantagioni, ma sì per quello del Sig.
Ferrieri, voi mi avevate sempre incaricato di tenere sveglia la memoria di detto Signore sul procurar l'esito della faccenda; ed io sempre adempiei la mia incombenza, sino al punto del parteciparvi l'allontanamento del Signor Ferrieri da Roma e la mia ignoranza del quando ci fosse per ritornare.
Del resto la mancanza di vostre istruzioni per operare senza lui, la molta difficoltà di potermi assentare dal mio dicastero per occuparmi di una cosa che avrebbe dovuto trattarsi nelle stesse ore del mio uficio, la incertezza dell'epoca e del modo in cui si fosse dato principio alla istanza di cui si trattava, mi tenevano nella inazione di un più diretto cooperare.
Giuntami però la vostra ultima lettera, posi tosto da parte ogni altra considerazione, e mi applicai con premura a metter le mani in simil pendenza.
Ebbene, il rescritto da Voi bramato esisteva fra le carte d'archivio del Tesorierato, steso e firmato dall'Eccellentissimo Pro-Tesoriere sin dal 13 giugno 1842 colle seguenti espressioni:
"Presi in esame gli annessi documenti presentati da Rocco Laurenti sulla coltivazione di n.
100 olivi e n.
42 moragelsi, da lui effettuata nel territorio di Civitanova: riconoscendosi che una tal coltivazione si è eseguita a forma delle prescrizioni stabilite nel regolamento disciplinare indicato nella notificazione del 4 agosto 1830, viene il postulante ammesso al conseguimento del premio ripromesso nella stessa notificazione in [?] S.
13:15".
Questo rescritto, benché non fossi io la persona indicata per ritirarlo, mi fu pure consegnato, ed io lo portai subito alla computisteria generale per la redazione dell'analogo ordine di pagamento.
Questo si farà quanto prima, poi deve passare novamente al tesorierato per la firma del Cardinale, e poi sarà spedito alla Delegazione di Macerata per la soddisfazione correlativa.
Tuttociò produrrà che sino ai primi giorni del prossimo luglio non potrete procurarne l'incasso.
Circa poi alla esigenza, che rimane intestata al Signor Laurenti, Pirro prenderà le sue misure con lui per rientrare nel suo.
Mi ha, cara amica, veramente edificato e fatto piacere la enumerazione de' prudenti e gentili artificii sui quali è fondato il vostro sistema di vigilanza sulla condotta di Matildina; e tanto voi che Pirro meritate per ciò elogi ed ammirazione.
Vedo che, senza conoscerli, eravate entrata appuntino nello spirito de' miei stessi principii, in ordine alla adozione di una norma, facile apparentemente nella sua intrinseca difficoltà, per ottenere con sicurezza l'adempimento di uno scopo al quale dovessi pervenire senza indurre nella giovanetta né libertà né sospettò di schiavitù.
Chi non desidererebbe alleanza preparata da sì prosperi auspicii? Né si deve inquietarsi con profetiche idee del successo, quando pel nostro canto si è sperato il meglio che secondar potesse le benigne disposizioni della natura.
Rara è la mancanza di premio alle solerzie del coltivatore.
Vi sono, è vero, le tempeste; ma queste non può egli né prevederle né allontanarle; e in tutti i casi una ben culta pianta ritorna senza molti sforzi alla fertilità.
Calcolata la differenza del sesso e delle esigenze ad esso connaturali, il mio piano verso Ciro armonizza mirabilmente col vostro verso l'amabile Matilduccia.
Ho anch'io le Bagatelle del Ferretti.
Questi è mio amico da 32 anni, il più fertile ed immaginoso letterato di Roma; di estesissime cognizioni, di memoria portentosa, e di bollente fantasia.
Le malattie lo han distolto dall'esercizio della poesia estemporanea, nella quale niuno (o quasi) in Italia lo superava! L'unico suo difetto è una poco esatta analisi delle idee, frutto in lui del lungo uso dell'improvvisare, non che di una soverchia prontezza nel concepire e nell'enunciare il concetto.
Conservatemi Voi, Pirro e tutti la vostra amicizia, e Matildina conceda qualche reminiscenza al povero vecchio brontolone.
Sul viaggio di Ciro siamo già intesi: verrà dentro settembre; la più precisa epoca sarà soggetto di futuri accordi.
Egli intanto vi riverisce alla sua ferma e poco viva maniera.
Quanto è curioso! Lepidezze talora non gliene mancano, ma in poche parole, e la seria indole sempre vi domina.
Io sono stato, e ancor sono, molto più burattino.
Brutto nome per venirmi dicendo vostro amico e servitore!
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, martedì 26 settembre 1843
alle 2 pomeridiane
Mia carissima amica,
Mentre io era per mandare alla posta una mia lettera per Ciro, scritta da me in questa medesima mattina, mi è giunta la vostra del 24, annunziatami già da mio figlio dal dì 20.
Io la riscontro subito, trovandomi in casa, e peggio che in casa, stando in letto a far compagnia ad un reuma di petto e di schiena.
Insomma io vi aveva detto la verità.
Ciro è buono, modesto, non bello, non deforme, poco lusinghiero, e risguardante le donne stimabili cogli stessi riguardi che usa agli uomini di egual merito.
Colle giovanette, lo so, è anche più riservato che colle adulte, particolarmente ne' primi periodi della conoscenza, e più le stima e più si regola così.
Tutte queste cose io le ho cavate dalla osservazione, perché egli non ne tien mai proposito; e son sicuro che se vorrò sapere quel ch'egli pensi del fisico di Matilde, dovrò espressamente interrogarnelo: altrimenti non ne udirei da esso una parola.
Lo ha giudicato benissimo.
È un piccolo stoico.
Posso però assicurarvi che il di lui animo è candido e affettuoso: chiunque peraltro dovrà far vita con lui dovrà contentarsi più di buoni fatti che di belle parole.
Così debbo contentarmi ancor io.
Circa alla barba vedo che non ne avrà mai molta: nulladimeno gliene crescerà quanto basti a mostrarlo uomo robusto.
Lo sviluppo materiale è stato in Ciro sempre più lento che lo sviluppo morale.
Simile procedimento non mi dispiace.
Gli sviluppi nel fisico molto precoci fan sì che una funzione cresca a spese dell'altra.
Su questo articolo però non so bene spiegarmi, e non vorrei dire spropositi.
Uditene Pirro, che di siffatte faccende è giudice competente.
Ma in quanto al lasciarsi Ciro crescere la barba, quando ne avrà tanta che meriti il vocabolo crescere, non solamente troverebbe una opposizione ne' sentimenti miei, che finalmente si piegherebbero alle circostanze quando il meglio non ne andasse di mezzo: il maggiore ostacolo lo incontrerebbe nella opinione di chi fra noi regola la battuta.
Questi barbuti son lasciati tranquilli, ma anche troppo tranquilli, perché, riputati generalmente la parte più leggiera della società, se ne fa poco conto, e difficilmente lasciansi correre nella loro carriera.
Ciro abbisogna di formarsi uno stato nel Foro, e il cominciare col volto pieno di barba gli nuocerebbe molto ai solleciti progressi.
Sarà, è ancora, un pregiudizio, ma quando il pregiudizio vive, e di più alligna nella mente di chi può, sarebbe prudenza il disprezzarlo? Allorché la riputazione sociale è formata, è lecito azzardare un po' più che non pria di formarla.
Tornando a dire qualche altra parola sui diportamenti di Ciro verso Matilde, mi dorrebbe poi assai se, calcolato anche il di lui carattere, fossero essi incivili.
Quasi, ma non so come dirlo, quasi v'incaricherei di quest'altra vece paterna col pregarvi a fargli conoscere che ciò va contro il dovere e a rovescio de' miei sentimenti: Voi però regolatevi colla vostra prudenza.
Né io ho creduto dirgliene io stesso alcuna diretta parola, potendo ciò per avventura dispiacervi.
Forse però col crescere la familiarità, potrà aumentarsi in esso la pieghevolezza verso codesta cara fanciulla.
E in quanto ad altri sentimenti più teneri, aspettiamo: chi sa? Parmi che di francese Ciro ne sappia troppo poco per istruire Matilde.
Salutatemi tutti uno per uno, e permettetemi che finisca perché sono stanco, ed oltre a ciò diluvia e non vedo quel che mi scrivo.
Sono di cuore il Vostro affezionatissimo amico
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 22 febbraio 1844
A.[mica] C.[arissima],
Alla vostra dell'11, giuntami il 15, avrei più presto di oggi risposto, se la commissione che al fine di essa mi davate fosse stata più facilmente eseguibile in modo che non apparisse venirmi da Voi.
Fra le altrui distrazioni carnevalesche e le mie occupazioni consuete mi è sempre fuggita la opportunità di un particolare colloquio colla Signora Pellegrina, in cui venir giù piano-piano e come alla sbadata sul proposito dell'acquisto del Casino, del quale credevate aver essa intenzione.
Senza mio starvi a ritessere il dialogo da me con lei finalmente tenuto, salto di lancio alla conclusione.
Se mai qualche idea ha questa Signora avuto su tale proposito, credo potervi assicurare che attualmente ne ha dimesso affatto il pensiere.
Mi è stato molto sensibile il racconto da voi fattomi circa ai crudeli dissapori passati fra vostro cognato e la moglie, e più spiacevole ancora trovo il danno che n'è derivato ad entrambi per la pubblicità che la leggerezza di molti ha dato ad un avvenimento già in se stesso abbastanza funesto.
Non una sola parola sopra siffatti particolari è mai stata quì a me profferita dai parenti di lei, né io mi sono mai sentito il coraggio di muovere la più lieve allusione a un soggetto tutt'altro che consolante pel cuore di genitori che, se si sono ingannati nel promuovere un modo malaugurato, meritano sempre un delicato riguardo e sincera compassione pel rammarico che non possono non provare sulle conseguenze di un passo che si poteva forse da essi meditare un po' meglio, studiando maggiormente i caratteri delle due persone che volevan congiungere, cercando migliori informazioni sulla indole dell'uomo, e ponderando se le morali forze della donna avrebbero resistito alle tentazioni del mondo, tantopiù seduttrici quanto meno si trovi dalla moglie nella corrispondenza del marito un compenso alle vittorie ch'essa abbia voluto e saputo per qualche tempo riportare su passioni pericolose e fomentate dalle arti de' libertini.
Intanto io non so positivamente se o quanta notizia de' fatti da Voi narratimi sia pervenuta a questa famiglia.
Combinando però i dati generali e desumendone una illazione, mi sembrerebbe che, almeno in parte, ne fosse istruita, poiché ad altra causa non saprei attribuire il recente viaggio del figlio per codesti paesi, in tempo di carnevale e nel cuore di una stagione inclemente.
Una semplice visita si fa in altri tempi.
Ma il giovane sarà stato bene informato della verità? Ne dubito assai.
A Voi pare impossibile che io non conosca il Pigault.
Infatti lo conosco, avendone fatto lettura in mia gioventù.
In caso diverso non sarebbe or più tempo di leggerlo, e resterei senza la soddisfazione che già provai nello scorrere quelle spiritosissime opere.
Pigault non cede in ispirito a Voltaire, secondo quanto io ne penso.
Mettendo ora mano al paragrafo de' saluti principiamo dal Sor Pirro che mai non avesse altrimenti a salire in sui fummajuoli per sospetto di dimenticanze.
Salutatemelo dunque tre volte, e se non gli basta il terque, dategli anche il quaterque, e mandiamolo contento quel crestosaccio.
Poi salutate Matilde con qualche distinzione di affettuosità.
Son vecchio: si può azzardar la parola.
Poi salutate Mamà con Checco, e tutti e due pregateli a ricordarsi del Vostro affezionatissimo servo ed amico e dal figlio suo che Vi dice a tutti: Mille cose amichevoli.
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 2 gennaio 1845
G.[entilissima] A.[mica],
Non vi rammaricate né vi offendete se così raramente io vi scrivo.
Circa all'offendervene avreste forse anche ragione, ma in ciò io mi appello più alla vostra indulgenza che alla vostra giustizia, assicurandovi che da quando son caduto nell'afflizione del mio abbattimento cerebrale, il dispormi colla mente e colla mano alla penna mi costa uno sforzo indicibile.
Né con voi sola osservo questo sistema di taciturnità, ma con tutti que' pochi ai quali io soleva una volta indirizzare il discorso mercè l'epistolare commercio.
Posso dire, metà con vergogna, metà con dolore, che niuno vede più i miei caratteri se prima non li abbia provocati; e quel prima talvolta ben molto discosto dal poi.
Deve ognun ormai persuadersi a riguardarmi uom nullo.
Tale è il mio stato che sin dal 6 di novembre ho per impulso di medici dovuto ritirarmi dall'impiego e da qualunque genere di occupazione mentale.
Passo ora le mie giornate nella beatitudine nell'ozio e dell'isolamento, che l'è un bel conforto da spiritare anche i cani, e farebbemi cacciar giù filatesse di bestemmie, se le bestemmie non fosser peccati.
Pure dal 4 dicembre impoi non posso dirmi assolutamente solo, poiché mi fa compagnia una cara e fedele damina, che chiamasi tosse, che tratto-tratto vien anche meco a giacersi; e allora siamo in tre: essa, io, e un certo Signor Reuma-di-petto, il più giovialaccio compagnone del mondo.
Oggi, per esempio, vi scrivo da canto al letto, donde escii ieri, per forse tornarvi dimani.
E così tocca via la viola, e ringraziamo iddio di non essere ancora crepati, cosa che l'un dì o l'altro dovrà pure succedere.
Io giunsi a Roma in ottobre, perché ottenni un'altra buona fetta di tempo da spendere in giri; e in ciò fu più umana Monna Direzione del Debito pubblico che non Monna testa privata del Signor Belli; perché quella mi lasciava lente le briglie mentre quest'altra le raccoglieva per ristringermi il morso.
E Sissignora.
Do oggi in baie per tenere addietro quella tal filatessa.
Può aver ragione il Signor Cantù: posso averla io.
L'uno e lo altro non mancheremmo di curiali.
Egli conta così, perché parecchi si son figurati che il primo anno sia zero, dicendo non potersi contare uno sia che le parti di quell'uno non sian tutte complete.
E nell'uno dunque dovrà principiarsi a contare il due: cosa che mi pare un imbroglio; ma pure que' parecchi la intendon così.
Non si dice né le bon, né la bonn'année.
No le bon perché année è femminile; no la bonn' perché questa parola non si tronca neppure innanzi la vocale, né perciò soffre l'apostrofe.
Si dice dunque: Madame, je vous souhaite la bonne année.
Tuttociò in riscontro alla vostra del 25 dicembre ultimo, aggiungendovi che Ciro sta bene ed atende con alacrità al suo 4° ed ultimo anno di leggi, per prendere in luglio la laurea.
Egli con me vi dice Madame, je vous souhaite la bonne année, come voi la desideraste a noi; e noi poi, e specialmente io, facciamo altrettanto con Matildina, ed entrambi con Pirro, colla Marchesa e con Checco e con tutti.
Ed eccovi una lettera più lunga d'una portonata, o d'un giro-di-mura.
Sono con sincerità.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli.
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 8 febbraio 1845
G.[entilissima] A.[mica],
Ricevo oggi la vostra del 4, e subito la riscontro.
Trovomi io sempre senza salute, frase che equivale al sempre male; e la ultima sera di carnevale mi fu forza passarla sotto l'azione di un buon numero di sanguisughe (con rispetto) al preterito, per coronare così un Carnevale passato in una perfetta privazione di qualunque sollievo.
La generosa sanguigna emorroidale non servì, al solito, che a viemmaggiormente convincermi della impotenza di noi poveri uomini nel cercare di allontanare da noi le sventure che ci travagliano.
E tutto questo entra nell'ordine.
Non potendo io dunque escire di casa, specialmente nel pessimo tempo che corre, mi sembra difficile il poter vedere la Madre Ignazia: difficilissimo poi, se ella, come mi dite, poco si tratterrà in Roma; in questa circostanza, non è faccenda da zoppi.
Non deriverà però da volontà mia il non vederla e parlarci; che anzi farò quanto per me si possa onde appagare questa vostra premura.
Dunque vedremo.
Mi maraviglio peraltro che fra i contingibili voi travediate in nube qualche lieve probabilità che le mie parole fossero capaci di dissuadere la Reverenda dal tornare in Convento; perché Voi sapete, come so io, che simili vocazioni procedono dal Signore, contro la voce del quale riesce troppo meschina ed invalida la lingua di un povero peccatore quale io sono, e peggio ancora la lingua di un omiciattolo par mio, verso il quale l'animo della pia donna non sembra molto benevolo: quantunque Voi potreste citarmi in contrario tanti belli ed edificanti esempii di poverissimi strumenti de' quali la provvidenza volle spesso valersi per ottenere gravi e strepitosi successi, atti a modificare la umana superbia.
Così la fionda di David, così le trombe dei trecento, così la mascella dell'asino, servirono a debellare un gigante, a diroccare una città, a distruggere una mezza popolazione.
La visita alla Signora Chichi entrerà ancor essa nel calcolo delle probabilità mie sanitarie.
Dalla conchiusione degli affari Perozzi, come presentiste, io già n'era informato, e me ne rallegro con Voi.
Meglio oggi un magro tordo che non dimani una grassa gallina.
Mi servo di proverbii usuali e accreditatissimi.
Dite da regina (perché le regine dicono sempre bene) che scherzando io sopra i miei malanni faccio meglio che non bestemmiare.
Non dubitate però: passano ore, e sono frequenti, nelle quali se non commetto il peccato della bestemmia, do in frasi di un coloretto molto ad essa limitrofo.
Bisognerebbe essere un Giobbe per avere sempre sulle labbra parole inzuccherate e bocconcini di marzapane.
Veniamo all'indirizzo francese, su cui mi consultate come l'oracolo dell'antro di Trofonio.
Nella vostra lettera lo trovo scritto così: A Madam la Marquise Vincence Roberti Perozzi Pour compter les'annes de ma tendre amitiè.
- Sull'A ci va un accento grave, e va scritto À.
Non si scrive Madam, ma bensì Madame.
- Si dice Vincence come ha detto l'autore, e non Vincente come pretendono i critici di cui mi parlate.
Non devesi scrivere les'annes, ma les annèes, e senza apostrofo.
Il resto va pe' suoi piedi.
Il concetto però per la dedica o pel dono di un lunario, non mi par troppo giudizioso e acconcio.
Per contar gli anni di un'amicizia da un lunario, bisognerebbe avere e contare tutti i libretti dall'anno della cominciata amicizia in appresso: altrimenti la semplice data dell'anno corrente (che si ha tuttodì nelle orecchie e nella testa, e si segna sino sulla lista del bucato) basterebbe per sé sola a supplire alla efficacia del lunario, il quale non vi dice altrimenti gli anni decorsi dalla nascita dell'amicizia, ma sì quelli passati dalla nascita di Gesù Cristo.
Queste epigrafette sono arzigogoli di galanteria e non altro; ma la galanteria sarebbe ancor più graziosa se nel suo linguaggio si consigliasse almeno colla serva del senso comune.
Vi ho salutato Ciro che amichevolmente Vi corrisponde.
Intanto, per vostra regola, sappiate che il corso di studi lo compirà alla fine di giugno, e sarà laureato alla fine di luglio.
Finito quest'ultimo mese lo potrete chiamar Dottore quanto vi parrà e piacerà.
Mille saluti al buon Pirro, alla buona Matildina, e alle altre buone persone di vostra famiglia.
Scrivo cogli occhiali e collo zeppo.
Dunque dubito pure se comprenderete appena che il carattere è del
Vostro vecchio amico senza lunario
G.G.
Belli
P.S.
- Ho da rispondervi a un'altra cosa.
La mia giubilazione è stabile e non precaria.
Non sarò più impiegato.
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Filottrano
Di Roma, 11 aprile 1845
G.[entilissima] A.[mica],
Riscontro il vostro foglio del 6.
Voi non avete alcuna colpa nella omissione degli auguri in prevenzione del mio giorno onomastico.
In questo caso avrei mancato in circa alla posta di S.
Vincenzo.
Son minuzie da non tenerne alcun conto.
Ringraziate in mio nome quel tal Signore per la gentilezza usatami di appellarsi a me stesso in cosa per la quale veggo in lui sufficiente capacità di giudicare da sé: aggiungendogli però non convenirmi il concessomi titolo di professore, giacché nulla io professo fuorché la fede e legge di Cristo, come dobbiamo far tutti.
Ma per rispondere al suo quesito ritorniamo un po' indietro ne' fatti.
Nella vostra del 4 Febbraio trascrivendomi voi l'indirizzo con cui vi fu accompagnato il lunario del corrente anno, scriveste fra le altre parole pour compter les annes, e poi su tutto chiedeste il mio voto.
Vedendo io quello annes ritenni essersi voluto esprimere con quella parola années piuttosto che ans, giacché alla prima di queste due più somiglia; e così, partendo da quel dato, corressi annes in années.
Non v'ha poi dubbio che, secondo quanto opina oggi l'interrogante, non sarebbe errore il dire anche les ans; ma nel caso in quistione, avendo il donator del lunario avuto appunto in mira la durata, la estensione, la progressività della tendre amitié, questo corso di tempo sembra meglio inteso e indicato col vocabolo années che non col vocabolo ans; dopodiché l'anno tradotto in an esprime una idea di carattere più assoluto e astronomico che non convenisse alla circostanza del perseverare dell'amicizia.
Queste mie distinzioni appariranno forse un po [sic] troppo sottili, e dalla sottigliezza è un assai breve passo al cavillo.
Non intendo io però cavillare; e al postutto so bene che tanto an quanto année dicono anno, cioè lo spazio di dodici mesi, né più né meno.
Ma appunto nell'avere i francesi adottato due distinti vocaboli per rendere una medesima idea, si conosce che la duplicità implica una distinzione delicata e alquanto sfuggevole, se non vogliam chiamarla sottile.
La lingua francese è forse (non mi accusate di bestemmia) più esatta della italiana; e di siffatte ideologiche distinzioni fra parola e parola di uno stesso significato ve se ne sono introdotte parecchie, che un lettore svegliato ed attento riconosce nello scorrere le opere de' buoni scrittori di quella dotta e gentile nazione.
Dopo il ritorno di vostra sorella non ho io potuto vederla che una sola volta, attesa la incomodità del luogo ove essa dimora e la molta fragilità della mia povera salute.
Ma ci tornerò.
Pirro sta in Ancona pe' suoi affari, e Ciro è da alcuni giorni in Terni per lo stesso motivo.
I saluti ad entrambi li daremo dunque appena li rivedremo, voi a Pirro per me, io a Ciro per me, io a Ciro per voi.
Ricordatemi alla cara Mitirdola, a Mamà, a Checco, e credetemi al solito
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 28 febbraio 1846
Gentilissima amica nella Chiesa militante
Il mio epistolare silenzio non deriva dalla morte vostra; ma dalla mia, e potete ben dire che abbiate la voce assai miracolosa quando con essa avete avuto il potere di risvegliare quattro ossa dentro la lor sepoltura.
Io sono morto e seppellito da un pezzo, e di me non se ne parla più.
L'unico bene pertanto che possa farmisi adesso, ristringesi a qualche deprofundis o requiem-eternum, seppure (che nol capisco troppo) io mi sto in luogo di salvazione.
Alzo oggi per un momento il teschio dal mio sepolcro; e stendendo l'arido braccio al calamaio di mio figlio, tuttora mortale, vergo queste due linee per poi ricadere nella pigrizia de' morti.
Non più studii, non più passeggi, non più visite, perché i trapassati nulla costumano di tutto ciò, a meno che qualche volta per decreto del cielo non escano dalla lor fossa, involti alla eroica in un gran lenzuolone, per far voltare la bocca dietro a qualche vivente privilegiato.
Queste apparizioni Iddio le tenga lontane da casa vostra però, né desideriate mai simili privilegi.
Basti lo spavento che vi toccherà risentire al conoscere che questa lettera viene dall'altro mondo e la scrisse un interrato defunto.
In quanto a voi, se mi farete celebrar de' suffragi, il mio povero spirito ve ne rimeriterà col pregare l'Altissimo a raddoppiarvi almeno il Climaterico 44, dove così Vi piaccia, perché vi godiate molti e molti altri festini a Filottrano, a Jesi, a Macerata, a Morrovalle, ed ovunque desideriate rallegrare la vostra esistenza.
In qual luogo io conti passar l'anno voi mi chiedete? Nulla a ciò può rispondere chi giace lungo-lungo sotto una pietra, dipendendo al tutto dagli scaricatori de' cemeterii.
Per solito in simili casi di sgombramenti di tombe, i vecchi abitanti, per dar luogo ai nuovi, viaggiano per qualche campaccio; e lì rimangono poi sempre, ingrassando cavalli sino al dì del giudizio, qualora prima non soffrano altro trasporto in grazia di un mare o di un fiume.
Circa a mio figlio, nel volare io lieve-lieve alla sua stanza, per vergare questa mia lettera, mi parve ch'egli fruisse di ciò che in terra de' viventi si chiama salute.
Nel regno della eternità la salute è il paradiso, che Iddio conceda (a suo tempo) a Voi, a Pirro, a Matilde, a Mammà, a Checco, e a tutti i vostri amici e benefattori.
Paragonate questo carattere di Belli morto a quello del già Belli vivo, e conoscerete anche da esso se abbiavi scritto un vivo od un morto.
I morti non facendo complimenti, posso dirmi soltanto
Il quondam vostro amico e servitore
Giuseppe Gioachino di bona memoria
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Filottrano
Di Roma, 30 ottobre 1846
G.[entilissima] A.[mica],
Questo riscontro alla vostra del 25, giuntami oggi, è da me diretto a Filottrano, perché tornandoci voi dopo i Santi, siccome mi avvisate, non vi troverebbe esso più a Morrovalle, qualora la mia lettera impiegasse tanti giorni in cammino quanti ne ha occupati la vostra.
Il sonetto da voi compiegatomi, chiunque ne sia l'autore, fu da me conosciuto al cadere dell'anno 1844, e la sua lezione era allora quale ve la scrivo sullo stesso foglietto che vi rispingo.
[sic] L'originale non si è trovato mai.
Vi contenterete perciò di quello che vi mando, seppure non è peggiore dell'altro.
Appena io ricordo i travagli che posso aver sofferti durante la malattia di Ciro, e senza che cerchi di ristararmene con altrettanta calma ed altrettanto riposo, secondoché voi amichevolmente mi esortate, me ne trovo oggi abbastanza risarcito dal solo fatto della guarigione dello stesso mio figlio.
Circa alle mie intime relazioni maschili e muliebri (sottosegnando io quì le parole da voi sottosegnate), o Rita si è male espressa, o voi l'avete male compresa.
Tranne la famiglia Cini, a cui sono amico da non più che otto anni, tutte le altre mie relazioni intime, che non oltrepassano il numero di tre, si sono invecchiate con me.
Io non tratto che il Signor Francesco Spada, già compagno della mia fanciullezza, il Signor Domenico Biagini da me conosciuto nel 1811, e il Signor Avvocato Filippo Ricci mio amico sin dal 1812.
Un solo di questi ha moglie, la cui gentile amicizia per me non può meritare lo epiteto di intima sottolineato, tanto più riflettendosi che io amo assai il marito e son vecchio, due circostanze da non perdersi di vista da chi mi conosce.
A parecchi altri qualche saluto e una visita ogni anno, seppure.
Del resto io vivo sempre ritirato, ed ogni giorno mi trovo più misantropo del giorno antecedente, cadendo qui in acconcio la parola misantropia da voi usata nel vostro poscritto.
Ciro vi ritorna mille saluti; altrettanti vi prego farne in mio nome a Pirro, a Matilde nonché alla Marchesa e a Checco allorché scriverete a Morrovalle, ed altresì a Rita ed Ettore, quando, siccome dite, verranno a trovarvi costì.
Il vostro affezionatissimo e obbligatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 29 Xcembre 1846
A.[mica] C.[arissima],
Per rendervi gli augurii del capo-d'anno anche in nome di mio figlio, ho atteso il costui ritorno da Orbetello (stato toscano) dov'egli trovavasi all'arrivo della vostra lettera del 20.
Gli ho io dunque comunicato il vostro foglio, ed egli mi incarica di essere presso di Voi e della vostra famiglia l'interprete de' di lui sentimenti, simili in ciò ai miei, desiderandovi entrambi quelle stesse felicità che voi ci augurate.
La stagione è assai strana anche in Roma; ed abbiamo, oltre il resto, sofferto triste conseguenze di una ben significante inondazione del Tevere.
In quanto a me, vado sentendo i miei reumi invernali, ma fino ad ora non ho mai avuto necessità di guardare il letto, come è accaduto negli anni passati.
Ma quanto la vorrà andare in lungo?
Il sonetto che mi avete trascritto è un pasticciaccio.
Quello che da qualche anno io conosco è seconda la lezione che troverete nella carta seguente.
Neppur esso è nulla di buono.
Quale de' due sia poi da dirsi l'originale io non saprei.
Duolmi grandemente lo stato del povero Checco.
Salutatemelo purtuttavia, e così i vostri.
Sono con perfetta stima
Vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
Li pensieri der monno
Er chirichetto, appena attunsurato
Pensa a ordinasse prete, si ha cervello:
Er prete pensa a diventà prelato;
Er prelato, se sa, pensa ar cappello.
Er cardinale, si tu vôi sapello,
Pensa gnisempre d'arrivà ar papato;
E dar su' canto il papa, poverello!,
Pensa a gode la pacchia c'ha trovato.
Su l'esempio de quelle personcine
Gni giudice, impiegato, o militare,
Pensa a le su mesate e a le propine.
Chi pianta l'arbero pensa a li frutti.
Quà insomma, per ristrigneve l'affare
Ognuno pensa a sé, Dio pensa a tutti.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 6 Marzo 1847
G.[entilissima] A.[mica],
Sembrerà che tardi risponda alla vostra del 27 febbraio, e non vorrei figurare tiepido e lento nell'unire il mio al vostro dolore per la perdita di un uomo che amai e che eravi giustamente sì caro.
Ma il vostro foglio mi arrivò ieri verso la notte.
Mi colpì quella notizia, e giunse a turbarmi il riposo, avendo io le fibre già disposte alla commozione per causa di una penosa malattia di reuma che da molti giorni mi travaglia stranamente.
Povero Checco! Mi affligge la sua fine come quella di una persona che mi appartenesse.
Ed avete ragione: la sua vita che era oggimai? Un continuo tormento.
Eppure, la morte non è il rimedio che noi cerchiamo ai patimenti di chi ci occupa il cuore.
Quando questa arriva, benché prevenuta, quantunque in apparenza benefica, non cessa di comparirci in tutta l'orridezza della sua natura, e pare che ci abbia reciso un fiore quando ci porta via una pianta già quasi putrida o polverosa.
Ah! lasciare o esser lasciati: ecco la sorte degli uomini.
Ma il colmo della sventura è il restar solo sulla terra.
Allora si invidia chi ci precedette, né il morto è il più disgraziato.
Sono stato al punto di fare il terribile sperimento! Dio però nol volle; ché se lo avesse permesso, oggi non sarei più in grado di scrivervi e di rammaricarmi con voi.
Salutatemi Pirro e Matilde.
Della Chichi nulla posso dirvi, e chi sa quando lo potrò con questi nostri belli tempi e con questa mia bella salute! Già, chi vedo più io? La mia stanza e i quadretti che vi stanno appesi d'attorno.
Mi gira il capo, e mi sforza a finire.
Sono sinceramente
Il vostro affezionatissimo servitore ed amico
G.G.
Belli
P.S.
- Ciro sta come un leone, e vi saluta.
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 1° febb.o 1848
A.[mica] C.[arissima],
Il mio lungo silenzio verso la vostra del 29 dicembre non è frutto di pigrizia, benché ve n'entri anche di quella.
Io sto sempre col reuma addosso, che in alcuni giorni mi toglie il potere di scrivere, e in altri me ne vieta la voglia.
Oggi la è giornata di mezzo calibro, e cerco la penna, che neppure so dove stia.
Il più bel mestiere è quello del poltrone: l'ho imparato e non me ne dimentico più.
Bocca chiusa, occhi chiusi, orecchie chiuse, e mani in tasca ove stan calde, e gambe insaccate entro scarperoni più pelosi nell'interno che non le braccia d'Esaù, a cui neppur valsero contro la onnipotenza di poche lenti civaie, laddove il pel mio mi dà a vitalizio la primogenitura di tutto il genere umano, il quale, salvo qualche scarsa eccezione, ho preso a tenerlo dove ho detto di tenere le mani.
E così passeranno questi altri pochi o anni o mesi o giorni che ci rimangono a sbadigliare fra la luce del sole e quella della lanterna.
Benché, secondo l'almanacco, non sia più tempo di auguri prendetevene pure, un contracambio de' vostri, quanti e quali volete, ché tanti ve ne do quanti n'ho e come gli ho, e valgan poi quel che ponno valere, non per difetto di sincerità nel donante, ma sì per la inefficacia di queste chiacchiere in mutare gli eventi, che, fausti o sinistri, stan lì ad aspettarci saldi ed immobili come il Monte Corno o il picco di Teneriffa.
Della mia lettera del 29 luglio altro non so dire sennon che la scrissi e la mandai a Filottrano.
Voi mi dicevate il 6 giugno: dimani partiremo per Filottrano, dove resteremo fin presso alla festa del nostro protettore S.
Bartolomeo.
Mi scrivete poi il 29 Dicembre: la lettera che dite avermi diretta a Filottrano il 29 dello scorso luglio non mi é giunta affatto.
Io tornai a Morro il 23 di quel mese.
Se dunque tornaste a Morro un mese prima del tempo indicatomi non ce l'ho colpa.
Io scrissi la mia lettera tempore abili, come dicono i curiali, che la san lunga più delle mogli dei medici.
Ma questo, al postutto, l'è un incidente che non monta una scorza di noce.
Sicuro, Ciro si divertì, cosa che da quelle parti non gli accadrebbe attualmente.
Egli vi porge i suoi rispettosi saluti.
Non capisco bene come la morte di uno zio scompigli il matrimonio d'un nipote, quando questo nipote non è morto, ed ha un altro zio che non è morto, e che pareva avesse intenzioni che non sembravano dover morire neppur esse, e v'era in mezzo a tanti vivi un buon principio d'attaccamento che forse nemmeno esso è ancor morto, seppure fra gli altri miei imbalordimenti non debba io contare ancor quello di non saper più
"Distinguere dal brodo lo stufato"
(Petrarca)
Una giovanetta che si disgusta del matrimonio per lo scompiglio di un matrimonio, sembra mostrar chiaro che il suo cuore sta in viaggio, e chi lo cerca nol trova a casa.
Salutate Mammà, Pirro e Matilde.
Sono con distinta stima
Il vostro affezionatissimo servo ed amico
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 2 agosto 1849
G.[entilissima] A.[mica],
È vero non v'ha dubbio, avete ragione: mi son fatto un poltronaccio; e la mia poltroneria giunge al segno di lasciar correre senza osservazione né riscontro il grazioso paragrafetto vostro intorno al matrimonio di Ciro, paragrafetto non molto dissimile in natura dalla vecchia manna del deserto, dotata di più sapori secondo il gusto e l'intendimento di chi se l'accostava al palato: a malgrado de' quali pregi, pizzicanti un po' del miracoloso, lasceremo il paragrafetto nel dimenticatoio, come già vi lasciammo (dopo alcune poche parole) l'altro articoletto vertente sulla mia devozione verso quella gentil Signora che non va più nominata.
E queste due frasi di lettera io intendo possan bastare all'odierno bisogno sì vostro che de' vostri ufficiosi referendarii.
Dettagliate notizie di me non saprei darvene che avessero qualche merito di specialità, non avendo io sofferto che quanto afflisse generalmente i moltissimi altri: pericoli di bombe e di palle, timori di spogli, terrori di persecuzioni, spettacoli di rovine, previsioni d'eccidii, lutto di morali depravazioni, prospetto di universali miserie, raccappriccio d'illegali supplizî...
e via discorrendo di questo tenore.
Conseguenze di tutto ciò i sonni perduti, le digesioni viziose, le fughe di domicilio in domicilio, ed altre simili deliziole: di che la salute di un poveraccio non ha potuto avvantaggiarsi gran fatto.
Ciro è a Frascati.
Al suo vicino ritorno gli presenterò la vostra lettera perché ivi legga i vostri saluti.
Voi salutatemi Mamà, Pirro e Matilde, ed abbiatemi sempre
Vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 30 settembre 1850
G.[entilissima] A.[mica],
Pensaste benissimo nel ritenere che piacevole sarebbemi riuscita la partecipazione del prossimo maritaggio di Matildina, la quale, ottima e amabile giovanetta, merita tutte le felicità di cui mi esponete nel prospetto.
Io me ne rallegro con Lei, e pregovi di farle aggradire l'interesse che prendo alla futura sua sorte.
Avrei amato che Vi fossero giunte per tutt'altro mezzo che pel mio le notizie delle Chichi.
La povera Nanna cessò di vivere circa dieci mesi indietro lasciando il poco che aveva alla Petronilla, che, assai decaduta di aspetto, campa ora alla meglio o alla peggio, ma ignoro dove attualmente dimori.
Ce ne andiamo l'un dopo l'altro, e ormai sembrami o d'essere divenuto in Roma un forastiere, o di non abitare più in Roma, tanto mi si è rinnovato il popolo attorno.
O lasciare o esser lasciati: ecco la nostra sorte; e chi più va oltre negli anni sconta il beneficio della esistenza col dolore del restar solo, perché ai vecchi nuove amicizie non toccano o giungono tarde per allignar loro nel cuore.
Ben grato favore mi renderete nel ritornare i miei saluti alla Marchesa, e alla buona Matildina, serbandone bella porzione per Pirro se non è ancora tornato dalla futura residenza della figliuola.
Sono con molta stima e rispetto
Il vostro affezionatissimo e obbligatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
G.[entilissima] A.[mica],
Riconosco la mia pigrizia, la confesso, eppure non penso affatto-affatto a correggermene, persuaso della inutilità del tentativo in una età nella quale tuttociò che possa un uomo fare di meglio è prepararsi pel più o meno prossimo termine della vita, avendo il vecchio molto maggior motivo che non il giovane di tener sempre sugli occhi la sentenza di un poeta popolare di Roma:
"La morte sta anniscosta in ne l'orloggi
Pe ffermavve le sfere immezzo all'ora;
E gnisuno po' ddì: ddomani ancora
Sentirò bbatte er Mezzoggiorno d'oggi."
Per quanto però impigrito e quasi trasecolato io mi senta, non dirò purtuttavia di esser giunto a tale estremo di apatia da rimanermi insensitivo come di coloro che debbono interessarmi, e perciò vedo ragione di ringraziarvi dello aver Voi voluto spontaneamente accomunare l'animo vostro nelle mie domestiche dolcezze e amarezze, le seconde delle quali han superato in intensità e in durata le prime.
Ma non si venne già al mondo per averle tutte vinte; e le contrarietà pazientemente sopportate ci arrecano allo stringer de' conti più guadagno che scapito.
Basti fin quì di morale, che sulla mia penna potrebbe anche parervi ridicola, qualora vi ricordiate le mie vanità giovanili.
Rendo, facendone Voi mediatrice, mille cordiali saluti alla Marchesa di cui godo udire la buona salute, a Pirro meritevole di ogni conforto, ed alla vostra Matilde alla quale auguro felice maternità.
Tuttociò per istrenna di Natale e capo-d'anno.
Al Signor Matteini, per quanto io ci ripensi su, non mi risovviene di aver detto volere io inviarvi alcun mio libercolo.
O fu dunque per parte sua un malinteso, o io in quel momento vaneggiava.
Sono con perfetta stima
Di Roma, 15 dicembre 1851
Il Vostro divotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi N.a Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 17 agosto 1853
G.[entilissima] A.[mica],
Ebbi dal Molto Reverendo Padre Salvatore da Morrovalle la vostra lettera del 25 luglio; ma prima di riscontrarla io attendeva di aver reso una visita a quel Religioso, ciocché non è potuto accadere prima del recente sabato 13 per varii miei motivi, non tutti lieti, senza pur calcolarvi la difficoltà derivante dalla enorme differenza fra il mio diurno orario e quello de' Cappuccini.
Vi ringrazio di questa conoscenza, convenientissima all'umor mio; e trovo il Suggetto più di mio genio che quel tale antico Maestrino di Loreto.
Godo delle domestiche contentezze vostre e della vostra Matilde.
Per me non va così.
Il mio nipote, cioè il piccolo Giuseppe Gioachino, come lo nominate, era perfettamente risanato dalla sua coxalgia e correvami sempre attorno.
Nel passato giugno morì per uno stravasamento di sangue al cervello.
Portento di bellezza, di grazia, e d'ingegno, ha colla sua morte quasi ammazzato il Giuseppe Gioachino vecchio.
In gennaio era già morta una delle sue sorelline gemelle.
L'altra vive, ma nella diecina di questo mese accennò male ancor essa.
Ora sta novamente bene, carnosetta e vivace.
Vedremo!
Che la Civiltà Cattolica abbia, come dite, cose di poco conto fra tante altre assai belle, assai buone, assai erudite, assai instruttive, non deve recar maraviglia, considerandola, quale è, opera non angelica ma umana.
Dubitate poi scritto esso periodico sotto la influenza gesuitica? È anzi redatto da Gesuiti, e in apposita Officina esistente entro una delle Case della lor Compagnia.
Ve lo dico perché lo sappiate, augurandomi nulladimeno che la vostra ripugnanza verso gli autori non si riverberi contro la eccellente Opera e non ve la faccia leggere cogli occhi appannati dalla prevenzione.
Io non esco più da Roma, neppure per passeggiare.
Figuratevi per un viaggio! Credo che il mio ultimo viaggio sarà fuori la porta S.
Lorenzo, al campo Verano.
Se mi chiedete che cosa là sia, vi rispondo Le Croci.
Comunque poi a Morrovalle non verrei mai, perché litigheremo sempre sul proposito de' Gesuiti.
Riverisco e saluto tutta la vostra famiglia, e di voi mi confermo
Affezionatissimo amico e servitore.
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 15 febbraio 1854
Gentilissima amica e Signora,
Una balia! E la madre non alleva ella stessa i suoi nati! E dopo queste frasi ammirative la vostra lettera del 22 gennaio continua sullo stesso tono per intiera una pagina di riflessioni e di epifonemi
Insomma, o bene o male,
m'avete fatto un lago di morale.
E non pensavate frattando fra le vostre meraviglie a quali altri stupori aprireste in me poco-stante la via col prospetto dell'infausto matrimonio di vostra figlia, e appunto e solamente infausto per cagioni che forse potean prevedersi in tempo opportuno: cosicché se io volessi darla giù per traverso a giudizii e sentenze lo che non mi è lecito
Anch'io oggi potrei per parte mia
Farvi un pantano di filosofia.
Ora udite in succinto come stanno le cose.
Mia nuora, spasimata di allevare i suoi figli da sé, allattò felicemente il primogenito per un anno.
Quindi ella ammalò di una nervosa, lunga e pericolosissima.
Si tentò allora di svezzare il bambino; ed eccoti che dopo tre giorni cadde anch'egli in gravissima infermità.
Dunque balia: e le balie una dopo la altra furon diverse, e tutte per imprevedibili cause riuscirono male.
Il seguito della storia di quel povero figlio sino alla sua morte, che lo colpì presso al terzo suo anno, sarebbe qui fuori del nostro proposito.
Venne poscia il parto di due gemelle.
La madre non avea latte per due.
Ne tenne dunque una per sé: per la seconda fu necessaria una balia, e fu ottima sotto ogni risguardo.
In capo a due mesi morì l'allieva di Cristina, e questa volea prendersi al petto l'altra figlioletta.
Aveva essa però il latte poco avviato per motivo dello scarso tiro della delicata bambina allora perduta.
Era inoltre molto sciupata, specialmente per la diurna e notturna assistenza prestata al padre suo, mortole di recente dopo undici mesi di penosissima malattia.
Altronde la gemella superstite andava mirabilmente prosperando al seno della balia, e questa eccellente donna si affliggeva pel troncarsi dell'allievo.
Di accordo perciò col savio medico della mia famiglia io stabilii che le cose rimanessero come stavano, tantoppiù che mia nuora avea bisogno di riaversi mediante la virtù del riposo.
Ma chi prevede il futuro? La robusta balia nel 2 del passato dicembre cadde inferma e vi restò per 43 giorni.
Poco dopo infermò pur la creatura, e quindi impoi andò sempre deperendo sino al non più darci oggimai troppa speranza di guarigione.
Si è provato anche con essa il rimedio di una nuova nutrice; ma la bambina non ne ha voluto affatto sapere.
Ora aspettiamo che mitighi alquanto di forza il soverchio freddo e il rigido vento di questi correnti giorni per mandare (con voto del medico) e la madre e la figlia ad un luogo di mare il più vicino che abbiamo; e poi?...
e poi aspetteremo il resto dalla mano della Provvidenza.
Che ne dite voi adesso co' vostri punti ammirativi? Eppure non vi ho narrato che un centesimo delle sventure.
In quanto a me, io non uscirò più da Roma, senza averne però fatto voto per non dar nel balordo.
Vi ringrazio adunque de' vostri obbliganti inviti, ma non verrò.
Tutto deve al mondo avere il suo termine: anche il girare.
E la mia salute? A vanvera, a babboccio, alla sciamannata.
Sempre dolori intestinali.
Lasciamoli fare a modo loro.
Peggio che colla morte non potrà poi finire.
Ad hoc nati sumus, disse il Cardinale Maldacchini vedendo passare un buon galantuomo che andava a morire impiccato.
Riverisco e saluto la Marchesa, Pirro e Matilde; e di voi mi confermo co' soliti sentimenti
Vostro affezionatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
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