LETTERE A CENCIA 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 16
...
.
Intanto io non so positivamente se o quanta notizia de' fatti da Voi narratimi sia pervenuta a questa famiglia.
Combinando però i dati generali e desumendone una illazione, mi sembrerebbe che, almeno in parte, ne fosse istruita, poiché ad altra causa non saprei attribuire il recente viaggio del figlio per codesti paesi, in tempo di carnevale e nel cuore di una stagione inclemente.
Una semplice visita si fa in altri tempi.
Ma il giovane sarà stato bene informato della verità? Ne dubito assai.
A Voi pare impossibile che io non conosca il Pigault.
Infatti lo conosco, avendone fatto lettura in mia gioventù.
In caso diverso non sarebbe or più tempo di leggerlo, e resterei senza la soddisfazione che già provai nello scorrere quelle spiritosissime opere.
Pigault non cede in ispirito a Voltaire, secondo quanto io ne penso.
Mettendo ora mano al paragrafo de' saluti principiamo dal Sor Pirro che mai non avesse altrimenti a salire in sui fummajuoli per sospetto di dimenticanze.
Salutatemelo dunque tre volte, e se non gli basta il terque, dategli anche il quaterque, e mandiamolo contento quel crestosaccio.
Poi salutate Matilde con qualche distinzione di affettuosità.
Son vecchio: si può azzardar la parola.
Poi salutate Mamà con Checco, e tutti e due pregateli a ricordarsi del Vostro affezionatissimo servo ed amico e dal figlio suo che Vi dice a tutti: Mille cose amichevoli.
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 2 gennaio 1845
G.[entilissima] A.[mica],
Non vi rammaricate né vi offendete se così raramente io vi scrivo.
Circa all'offendervene avreste forse anche ragione, ma in ciò io mi appello più alla vostra indulgenza che alla vostra giustizia, assicurandovi che da quando son caduto nell'afflizione del mio abbattimento cerebrale, il dispormi colla mente e colla mano alla penna mi costa uno sforzo indicibile.
Né con voi sola osservo questo sistema di taciturnità, ma con tutti que' pochi ai quali io soleva una volta indirizzare il discorso mercè l'epistolare commercio.
Posso dire, metà con vergogna, metà con dolore, che niuno vede più i miei caratteri se prima non li abbia provocati; e quel prima talvolta ben molto discosto dal poi.
Deve ognun ormai persuadersi a riguardarmi uom nullo.
Tale è il mio stato che sin dal 6 di novembre ho per impulso di medici dovuto ritirarmi dall'impiego e da qualunque genere di occupazione mentale.
Passo ora le mie giornate nella beatitudine nell'ozio e dell'isolamento, che l'è un bel conforto da spiritare anche i cani, e farebbemi cacciar giù filatesse di bestemmie, se le bestemmie non fosser peccati.
Pure dal 4 dicembre impoi non posso dirmi assolutamente solo, poiché mi fa compagnia una cara e fedele damina, che chiamasi tosse, che tratto-tratto vien anche meco a giacersi; e allora siamo in tre: essa, io, e un certo Signor Reuma-di-petto, il più giovialaccio compagnone del mondo.
Oggi, per esempio, vi scrivo da canto al letto, donde escii ieri, per forse tornarvi dimani.
E così tocca via la viola, e ringraziamo iddio di non essere ancora crepati, cosa che l'un dì o l'altro dovrà pure succedere.
Io giunsi a Roma in ottobre, perché ottenni un'altra buona fetta di tempo da spendere in giri; e in ciò fu più umana Monna Direzione del Debito pubblico che non Monna testa privata del Signor Belli; perché quella mi lasciava lente le briglie mentre quest'altra le raccoglieva per ristringermi il morso.
E Sissignora.
Do oggi in baie per tenere addietro quella tal filatessa.
Può aver ragione il Signor Cantù: posso averla io.
L'uno e lo altro non mancheremmo di curiali.
Egli conta così, perché parecchi si son figurati che il primo anno sia zero, dicendo non potersi contare uno sia che le parti di quell'uno non sian tutte complete.
E nell'uno dunque dovrà principiarsi a contare il due: cosa che mi pare un imbroglio; ma pure que' parecchi la intendon così.
Non si dice né le bon, né la bonn'année.
No le bon perché année è femminile; no la bonn' perché questa parola non si tronca neppure innanzi la vocale, né perciò soffre l'apostrofe.
Si dice dunque: Madame, je vous souhaite la bonne année.
Tuttociò in riscontro alla vostra del 25 dicembre ultimo, aggiungendovi che Ciro sta bene ed atende con alacrità al suo 4° ed ultimo anno di leggi, per prendere in luglio la laurea.
Egli con me vi dice Madame, je vous souhaite la bonne année, come voi la desideraste a noi; e noi poi, e specialmente io, facciamo altrettanto con Matildina, ed entrambi con Pirro, colla Marchesa e con Checco e con tutti.
Ed eccovi una lettera più lunga d'una portonata, o d'un giro-di-mura.
Sono con sincerità.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli.
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 8 febbraio 1845
G.[entilissima] A.[mica],
Ricevo oggi la vostra del 4, e subito la riscontro.
Trovomi io sempre senza salute, frase che equivale al sempre male; e la ultima sera di carnevale mi fu forza passarla sotto l'azione di un buon numero di sanguisughe (con rispetto) al preterito, per coronare così un Carnevale passato in una perfetta privazione di qualunque sollievo.
La generosa sanguigna emorroidale non servì, al solito, che a viemmaggiormente convincermi della impotenza di noi poveri uomini nel cercare di allontanare da noi le sventure che ci travagliano.
E tutto questo entra nell'ordine.
Non potendo io dunque escire di casa, specialmente nel pessimo tempo che corre, mi sembra difficile il poter vedere la Madre Ignazia: difficilissimo poi, se ella, come mi dite, poco si tratterrà in Roma; in questa circostanza, non è faccenda da zoppi.
Non deriverà però da volontà mia il non vederla e parlarci; che anzi farò quanto per me si possa onde appagare questa vostra premura.
Dunque vedremo.
Mi maraviglio peraltro che fra i contingibili voi travediate in nube qualche lieve probabilità che le mie parole fossero capaci di dissuadere la Reverenda dal tornare in Convento; perché Voi sapete, come so io, che simili vocazioni procedono dal Signore, contro la voce del quale riesce troppo meschina ed invalida la lingua di un povero peccatore quale io sono, e peggio ancora la lingua di un omiciattolo par mio, verso il quale l'animo della pia donna non sembra molto benevolo: quantunque Voi potreste citarmi in contrario tanti belli ed edificanti esempii di poverissimi strumenti de' quali la provvidenza volle spesso valersi per ottenere gravi e strepitosi successi, atti a modificare la umana superbia.
Così la fionda di David, così le trombe dei trecento, così la mascella dell'asino, servirono a debellare un gigante, a diroccare una città, a distruggere una mezza popolazione.
La visita alla Signora Chichi entrerà ancor essa nel calcolo delle probabilità mie sanitarie.
Dalla conchiusione degli affari Perozzi, come presentiste, io già n'era informato, e me ne rallegro con Voi.
Meglio oggi un magro tordo che non dimani una grassa gallina.
Mi servo di proverbii usuali e accreditatissimi.
Dite da regina (perché le regine dicono sempre bene) che scherzando io sopra i miei malanni faccio meglio che non bestemmiare.
Non dubitate però: passano ore, e sono frequenti, nelle quali se non commetto il peccato della bestemmia, do in frasi di un coloretto molto ad essa limitrofo.
Bisognerebbe essere un Giobbe per avere sempre sulle labbra parole inzuccherate e bocconcini di marzapane.
Veniamo all'indirizzo francese, su cui mi consultate come l'oracolo dell'antro di Trofonio.
Nella vostra lettera lo trovo scritto così: A Madam la Marquise Vincence Roberti Perozzi Pour compter les'annes de ma tendre amitiè.
- Sull'A ci va un accento grave, e va scritto À.
Non si scrive Madam, ma bensì Madame.
- Si dice Vincence come ha detto l'autore, e non Vincente come pretendono i critici di cui mi parlate.
Non devesi scrivere les'annes, ma les annèes, e senza apostrofo.
Il resto va pe' suoi piedi.
Il concetto però per la dedica o pel dono di un lunario, non mi par troppo giudizioso e acconcio.
Per contar gli anni di un'amicizia da un lunario, bisognerebbe avere e contare tutti i libretti dall'anno della cominciata amicizia in appresso: altrimenti la semplice data dell'anno corrente (che si ha tuttodì nelle orecchie e nella testa, e si segna sino sulla lista del bucato) basterebbe per sé sola a supplire alla efficacia del lunario, il quale non vi dice altrimenti gli anni decorsi dalla nascita dell'amicizia, ma sì quelli passati dalla nascita di Gesù Cristo.
Queste epigrafette sono arzigogoli di galanteria e non altro; ma la galanteria sarebbe ancor più graziosa se nel suo linguaggio si consigliasse almeno colla serva del senso comune.
Vi ho salutato Ciro che amichevolmente Vi corrisponde.
Intanto, per vostra regola, sappiate che il corso di studi lo compirà alla fine di giugno, e sarà laureato alla fine di luglio.
Finito quest'ultimo mese lo potrete chiamar Dottore quanto vi parrà e piacerà.
Mille saluti al buon Pirro, alla buona Matildina, e alle altre buone persone di vostra famiglia.
Scrivo cogli occhiali e collo zeppo.
Dunque dubito pure se comprenderete appena che il carattere è del
Vostro vecchio amico senza lunario
G.G.
Belli
P.S.
- Ho da rispondervi a un'altra cosa.
La mia giubilazione è stabile e non precaria.
Non sarò più impiegato.
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Filottrano
Di Roma, 11 aprile 1845
G.[entilissima] A.[mica],
Riscontro il vostro foglio del 6.
Voi non avete alcuna colpa nella omissione degli auguri in prevenzione del mio giorno onomastico.
In questo caso avrei mancato in circa alla posta di S.
Vincenzo.
Son minuzie da non tenerne alcun conto.
Ringraziate in mio nome quel tal Signore per la gentilezza usatami di appellarsi a me stesso in cosa per la quale veggo in lui sufficiente capacità di giudicare da sé: aggiungendogli però non convenirmi il concessomi titolo di professore, giacché nulla io professo fuorché la fede e legge di Cristo, come dobbiamo far tutti.
Ma per rispondere al suo quesito ritorniamo un po' indietro ne' fatti.
Nella vostra del 4 Febbraio trascrivendomi voi l'indirizzo con cui vi fu accompagnato il lunario del corrente anno, scriveste fra le altre parole pour compter les annes, e poi su tutto chiedeste il mio voto.
Vedendo io quello annes ritenni essersi voluto esprimere con quella parola années piuttosto che ans, giacché alla prima di queste due più somiglia; e così, partendo da quel dato, corressi annes in années.
Non v'ha poi dubbio che, secondo quanto opina oggi l'interrogante, non sarebbe errore il dire anche les ans; ma nel caso in quistione, avendo il donator del lunario avuto appunto in mira la durata, la estensione, la progressività della tendre amitié, questo corso di tempo sembra meglio inteso e indicato col vocabolo années che non col vocabolo ans; dopodiché l'anno tradotto in an esprime una idea di carattere più assoluto e astronomico che non convenisse alla circostanza del perseverare dell'amicizia.
Queste mie distinzioni appariranno forse un po [sic] troppo sottili, e dalla sottigliezza è un assai breve passo al cavillo.
Non intendo io però cavillare; e al postutto so bene che tanto an quanto année dicono anno, cioè lo spazio di dodici mesi, né più né meno.
Ma appunto nell'avere i francesi adottato due distinti vocaboli per rendere una medesima idea, si conosce che la duplicità implica una distinzione delicata e alquanto sfuggevole, se non vogliam chiamarla sottile.
La lingua francese è forse (non mi accusate di bestemmia) più esatta della italiana; e di siffatte ideologiche distinzioni fra parola e parola di uno stesso significato ve se ne sono introdotte parecchie, che un lettore svegliato ed attento riconosce nello scorrere le opere de' buoni scrittori di quella dotta e gentile nazione.
Dopo il ritorno di vostra sorella non ho io potuto vederla che una sola volta, attesa la incomodità del luogo ove essa dimora e la molta fragilità della mia povera salute.
Ma ci tornerò.
Pirro sta in Ancona pe' suoi affari, e Ciro è da alcuni giorni in Terni per lo stesso motivo.
I saluti ad entrambi li daremo dunque appena li rivedremo, voi a Pirro per me, io a Ciro per me, io a Ciro per voi.
Ricordatemi alla cara Mitirdola, a Mamà, a Checco, e credetemi al solito
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 28 febbraio 1846
Gentilissima amica nella Chiesa militante
Il mio epistolare silenzio non deriva dalla morte vostra; ma dalla mia, e potete ben dire che abbiate la voce assai miracolosa quando con essa avete avuto il potere di risvegliare quattro ossa dentro la lor sepoltura.
Io sono morto e seppellito da un pezzo, e di me non se ne parla più.
L'unico bene pertanto che possa farmisi adesso, ristringesi a qualche deprofundis o requiem-eternum, seppure (che nol capisco troppo) io mi sto in luogo di salvazione.
Alzo oggi per un momento il teschio dal mio sepolcro; e stendendo l'arido braccio al calamaio di mio figlio, tuttora mortale, vergo queste due linee per poi ricadere nella pigrizia de' morti.
Non più studii, non più passeggi, non più visite, perché i trapassati nulla costumano di tutto ciò, a meno che qualche volta per decreto del cielo non escano dalla lor fossa, involti alla eroica in un gran lenzuolone, per far voltare la bocca dietro a qualche vivente privilegiato.
Queste apparizioni Iddio le tenga lontane da casa vostra però, né desideriate mai simili privilegi.
Basti lo spavento che vi toccherà risentire al conoscere che questa lettera viene dall'altro mondo e la scrisse un interrato defunto.
In quanto a voi, se mi farete celebrar de' suffragi, il mio povero spirito ve ne rimeriterà col pregare l'Altissimo a raddoppiarvi almeno il Climaterico 44, dove così Vi piaccia, perché vi godiate molti e molti altri festini a Filottrano, a Jesi, a Macerata, a Morrovalle, ed ovunque desideriate rallegrare la vostra esistenza.
In qual luogo io conti passar l'anno voi mi chiedete? Nulla a ciò può rispondere chi giace lungo-lungo sotto una pietra, dipendendo al tutto dagli scaricatori de' cemeterii.
Per solito in simili casi di sgombramenti di tombe, i vecchi abitanti, per dar luogo ai nuovi, viaggiano per qualche campaccio; e lì rimangono poi sempre, ingrassando cavalli sino al dì del giudizio, qualora prima non soffrano altro trasporto in grazia di un mare o di un fiume.
Circa a mio figlio, nel volare io lieve-lieve alla sua stanza, per vergare questa mia lettera, mi parve ch'egli fruisse di ciò che in terra de' viventi si chiama salute.
Nel regno della eternità la salute è il paradiso, che Iddio conceda (a suo tempo) a Voi, a Pirro, a Matilde, a Mammà, a Checco, e a tutti i vostri amici e benefattori.
Paragonate questo carattere di Belli morto a quello del già Belli vivo, e conoscerete anche da esso se abbiavi scritto un vivo od un morto.
I morti non facendo complimenti, posso dirmi soltanto
Il quondam vostro amico e servitore
Giuseppe Gioachino di bona memoria
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Filottrano
Di Roma, 30 ottobre 1846
G.[entilissima] A.[mica],
Questo riscontro alla vostra del 25, giuntami oggi, è da me diretto a Filottrano, perché tornandoci voi dopo i Santi, siccome mi avvisate, non vi troverebbe esso più a Morrovalle, qualora la mia lettera impiegasse tanti giorni in cammino quanti ne ha occupati la vostra.
Il sonetto da voi compiegatomi, chiunque ne sia l'autore, fu da me conosciuto al cadere dell'anno 1844, e la sua lezione era allora quale ve la scrivo sullo stesso foglietto che vi rispingo.
[sic] L'originale non si è trovato mai.
Vi contenterete perciò di quello che vi mando, seppure non è peggiore dell'altro.
Appena io ricordo i travagli che posso aver sofferti durante la malattia di Ciro, e senza che cerchi di ristararmene con altrettanta calma ed altrettanto riposo, secondoché voi amichevolmente mi esortate, me ne trovo oggi abbastanza risarcito dal solo fatto della guarigione dello stesso mio figlio.
Circa alle mie intime relazioni maschili e muliebri (sottosegnando io quì le parole da voi sottosegnate), o Rita si è male espressa, o voi l'avete male compresa.
Tranne la famiglia Cini, a cui sono amico da non più che otto anni, tutte le altre mie relazioni intime, che non oltrepassano il numero di tre, si sono invecchiate con me.
Io non tratto che il Signor Francesco Spada, già compagno della mia fanciullezza, il Signor Domenico Biagini da me conosciuto nel 1811, e il Signor Avvocato Filippo Ricci mio amico sin dal 1812.
Un solo di questi ha moglie, la cui gentile amicizia per me non può meritare lo epiteto di intima sottolineato, tanto più riflettendosi che io amo assai il marito e son vecchio, due circostanze da non perdersi di vista da chi mi conosce.
A parecchi altri qualche saluto e una visita ogni anno, seppure.
Del resto io vivo sempre ritirato, ed ogni giorno mi trovo più misantropo del giorno antecedente, cadendo qui in acconcio la parola misantropia da voi usata nel vostro poscritto.
Ciro vi ritorna mille saluti; altrettanti vi prego farne in mio nome a Pirro, a Matilde nonché alla Marchesa e a Checco allorché scriverete a Morrovalle, ed altresì a Rita ed Ettore, quando, siccome dite, verranno a trovarvi costì.
Il vostro affezionatissimo e obbligatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 29 Xcembre 1846
A.[mica] C.[arissima],
Per rendervi gli augurii del capo-d'anno anche in nome di mio figlio, ho atteso il costui ritorno da Orbetello (stato toscano) dov'egli trovavasi all'arrivo della vostra lettera del 20.
Gli ho io dunque comunicato il vostro foglio, ed egli mi incarica di essere presso di Voi e della vostra famiglia l'interprete de' di lui sentimenti, simili in ciò ai miei, desiderandovi entrambi quelle stesse felicità che voi ci augurate.
La stagione è assai strana anche in Roma; ed abbiamo, oltre il resto, sofferto triste conseguenze di una ben significante inondazione del Tevere.
In quanto a me, vado sentendo i miei reumi invernali, ma fino ad ora non ho mai avuto necessità di guardare il letto, come è accaduto negli anni passati.
Ma quanto la vorrà andare in lungo?
Il sonetto che mi avete trascritto è un pasticciaccio.
Quello che da qualche anno io conosco è seconda la lezione che troverete nella carta seguente.
Neppur esso è nulla di buono.
Quale de' due sia poi da dirsi l'originale io non saprei.
Duolmi grandemente lo stato del povero Checco.
Salutatemelo purtuttavia, e così i vostri.
Sono con perfetta stima
Vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
Li pensieri der monno
Er chirichetto, appena attunsurato
Pensa a ordinasse prete, si ha cervello:
Er prete pensa a diventà prelato;
Er prelato, se sa, pensa ar cappello.
Er cardinale, si tu vôi sapello,
Pensa gnisempre d'arrivà ar papato;
E dar su' canto il papa, poverello!,
Pensa a gode la pacchia c'ha trovato.
Su l'esempio de quelle personcine
Gni giudice, impiegato, o militare,
Pensa a le su mesate e a le propine.
Chi pianta l'arbero pensa a li frutti.
Quà insomma, per ristrigneve l'affare
Ognuno pensa a sé, Dio pensa a tutti.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 6 Marzo 1847
G.[entilissima] A.[mica],
Sembrerà che tardi risponda alla vostra del 27 febbraio, e non vorrei figurare tiepido e lento nell'unire il mio al vostro dolore per la perdita di un uomo che amai e che eravi giustamente sì caro.
Ma il vostro foglio mi arrivò ieri verso la notte.
Mi colpì quella notizia, e giunse a turbarmi il riposo, avendo io le fibre già disposte alla commozione per causa di una penosa malattia di reuma che da molti giorni mi travaglia stranamente.
Povero Checco! Mi affligge la sua fine come quella di una persona che mi appartenesse.
Ed avete ragione: la sua vita che era oggimai? Un continuo tormento.
Eppure, la morte non è il rimedio che noi cerchiamo ai patimenti di chi ci occupa il cuore.
Quando questa arriva, benché prevenuta, quantunque in apparenza benefica, non cessa di comparirci in tutta l'orridezza della sua natura, e pare che ci abbia reciso un fiore quando ci porta via una pianta già quasi putrida o polverosa.
Ah! lasciare o esser lasciati: ecco la sorte degli uomini.
Ma il colmo della sventura è il restar solo sulla terra.
Allora si invidia chi ci precedette, né il morto è il più disgraziato.
Sono stato al punto di fare il terribile sperimento! Dio però nol volle; ché se lo avesse permesso, oggi non sarei più in grado di scrivervi e di rammaricarmi con voi.
Salutatemi Pirro e Matilde.
Della Chichi nulla posso dirvi, e chi sa quando lo potrò con questi nostri belli tempi e con questa mia bella salute! Già, chi vedo più io? La mia stanza e i quadretti che vi stanno appesi d'attorno.
Mi gira il capo, e mi sforza a finire.
Sono sinceramente
Il vostro affezionatissimo servitore ed amico
G.G.
Belli
P.S.
- Ciro sta come un leone, e vi saluta.
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 1° febb.o 1848
A.[mica] C.[arissima],
Il mio lungo silenzio verso la vostra del 29 dicembre non è frutto di pigrizia, benché ve n'entri anche di quella.
Io sto sempre col reuma addosso, che in alcuni giorni mi toglie il potere di scrivere, e in altri me ne vieta la voglia.
Oggi la è giornata di mezzo calibro, e cerco la penna, che neppure so dove stia.
Il più bel mestiere è quello del poltrone: l'ho imparato e non me ne dimentico più.
Bocca chiusa, occhi chiusi, orecchie chiuse, e mani in tasca ove stan calde, e gambe insaccate entro scarperoni più pelosi nell'interno che non le braccia d'Esaù, a cui neppur valsero contro la onnipotenza di poche lenti civaie, laddove il pel mio mi dà a vitalizio la primogenitura di tutto il genere umano, il quale, salvo qualche scarsa eccezione, ho preso a tenerlo dove ho detto di tenere le mani.
E così passeranno questi altri pochi o anni o mesi o giorni che ci rimangono a sbadigliare fra la luce del sole e quella della lanterna.
Benché, secondo l'almanacco, non sia più tempo di auguri prendetevene pure, un contracambio de' vostri, quanti e quali volete, ché tanti ve ne do quanti n'ho e come gli ho, e valgan poi quel che ponno valere, non per difetto di sincerità nel donante, ma sì per la inefficacia di queste chiacchiere in mutare gli eventi, che, fausti o sinistri, stan lì ad aspettarci saldi ed immobili come il Monte Corno o il picco di Teneriffa.
Della mia lettera del 29 luglio altro non so dire sennon che la scrissi e la mandai a Filottrano.
Voi mi dicevate il 6 giugno: dimani partiremo per Filottrano, dove resteremo fin presso alla festa del nostro protettore S.
Bartolomeo.
Mi scrivete poi il 29 Dicembre: la lettera che dite avermi diretta a Filottrano il 29 dello scorso luglio non mi é giunta affatto.
Io tornai a Morro il 23 di quel mese.
Se dunque tornaste a Morro un mese prima del tempo indicatomi non ce l'ho colpa.
Io scrissi la mia lettera tempore abili, come dicono i curiali, che la san lunga più delle mogli dei medici.
Ma questo, al postutto, l'è un incidente che non monta una scorza di noce.
Sicuro, Ciro si divertì, cosa che da quelle parti non gli accadrebbe attualmente.
Egli vi porge i suoi rispettosi saluti.
Non capisco bene come la morte di uno zio scompigli il matrimonio d'un nipote, quando questo nipote non è morto, ed ha un altro zio che non è morto, e che pareva avesse intenzioni che non sembravano dover morire neppur esse, e v'era in mezzo a tanti vivi un buon principio d'attaccamento che forse nemmeno esso è ancor morto, seppure fra gli altri miei imbalordimenti non debba io contare ancor quello di non saper più
"Distinguere dal brodo lo stufato"
(Petrarca)
Una giovanetta che si disgusta del matrimonio per lo scompiglio di un matrimonio, sembra mostrar chiaro che il suo cuore sta in viaggio, e chi lo cerca nol trova a casa.
Salutate Mammà, Pirro e Matilde.
Sono con distinta stima
Il vostro affezionatissimo servo ed amico
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 2 agosto 1849
G.[entilissima] A.[mica],
È vero non v'ha dubbio, avete ragione: mi son fatto un poltronaccio; e la mia poltroneria giunge al segno di lasciar correre senza osservazione né riscontro il grazioso paragrafetto vostro intorno al matrimonio di Ciro, paragrafetto non molto dissimile in natura dalla vecchia manna del deserto, dotata di più sapori secondo il gusto e l'intendimento di chi se l'accostava al palato: a malgrado de' quali pregi, pizzicanti un po' del miracoloso, lasceremo il paragrafetto nel dimenticatoio, come già vi lasciammo (dopo alcune poche parole) l'altro articoletto vertente sulla mia devozione verso quella gentil Signora che non va più nominata.
E queste due frasi di lettera io intendo possan bastare all'odierno bisogno sì vostro che de' vostri ufficiosi referendarii.
Dettagliate notizie di me non saprei darvene che avessero qualche merito di specialità, non avendo io sofferto che quanto afflisse generalmente i moltissimi altri: pericoli di bombe e di palle, timori di spogli, terrori di persecuzioni, spettacoli di rovine, previsioni d'eccidii, lutto di morali depravazioni, prospetto di universali miserie, raccappriccio d'illegali supplizî...
e via discorrendo di questo tenore.
Conseguenze di tutto ciò i sonni perduti, le digesioni viziose, le fughe di domicilio in domicilio, ed altre simili deliziole: di che la salute di un poveraccio non ha potuto avvantaggiarsi gran fatto.
Ciro è a Frascati.
Al suo vicino ritorno gli presenterò la vostra lettera perché ivi legga i vostri saluti.
Voi salutatemi Mamà, Pirro e Matilde, ed abbiatemi sempre
Vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 30 settembre 1850
G.[entilissima] A.[mica],
Pensaste benissimo nel ritenere che piacevole sarebbemi riuscita la partecipazione del prossimo maritaggio di Matildina, la quale, ottima e amabile giovanetta, merita tutte le felicità di cui mi esponete nel prospetto.
Io me ne rallegro con Lei, e pregovi di farle aggradire l'interesse che prendo alla futura sua sorte.
Avrei amato che Vi fossero giunte per tutt'altro mezzo che pel mio le notizie delle Chichi.
La povera Nanna cessò di vivere circa dieci mesi indietro lasciando il poco che aveva alla Petronilla, che, assai decaduta di aspetto, campa ora alla meglio o alla peggio, ma ignoro dove attualmente dimori.
Ce ne andiamo l'un dopo l'altro, e ormai sembrami o d'essere divenuto in Roma un forastiere, o di non abitare più in Roma, tanto mi si è rinnovato il popolo attorno.
O lasciare o esser lasciati: ecco la nostra sorte; e chi più va oltre negli anni sconta il beneficio della esistenza col dolore del restar solo, perché ai vecchi nuove amicizie non toccano o giungono tarde per allignar loro nel cuore.
Ben grato favore mi renderete nel ritornare i miei saluti alla Marchesa, e alla buona Matildina, serbandone bella porzione per Pirro se non è ancora tornato dalla futura residenza della figliuola.
Sono con molta stima e rispetto
Il vostro affezionatissimo e obbligatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
G.[entilissima] A.[mica],
Riconosco la mia pigrizia, la confesso, eppure non penso affatto-affatto a correggermene, persuaso della inutilità del tentativo in una età nella quale tuttociò che possa un uomo fare di meglio è prepararsi pel più o meno prossimo termine della vita, avendo il vecchio molto maggior motivo che non il giovane di tener sempre sugli occhi la sentenza di un poeta popolare di Roma:
"La morte sta anniscosta in ne l'orloggi
Pe ffermavve le sfere immezzo all'ora;
E gnisuno po' ddì: ddomani ancora
Sentirò bbatte er Mezzoggiorno d'oggi."
Per quanto però impigrito e quasi trasecolato io mi senta, non dirò purtuttavia di esser giunto a tale estremo di apatia da rimanermi insensitivo come di coloro che debbono interessarmi, e perciò vedo ragione di ringraziarvi dello aver Voi voluto spontaneamente accomunare l'animo vostro nelle mie domestiche dolcezze e amarezze, le seconde delle quali han superato in intensità e in durata le prime.
Ma non si venne già al mondo per averle tutte vinte; e le contrarietà pazientemente sopportate ci arrecano allo stringer de' conti più guadagno che scapito.
Basti fin quì di morale, che sulla mia penna potrebbe anche parervi ridicola, qualora vi ricordiate le mie vanità giovanili.
Rendo, facendone Voi mediatrice, mille cordiali saluti alla Marchesa di cui godo udire la buona salute, a Pirro meritevole di ogni conforto, ed alla vostra Matilde alla quale auguro felice maternità.
Tuttociò per istrenna di Natale e capo-d'anno.
Al Signor Matteini, per quanto io ci ripensi su, non mi risovviene di aver detto volere io inviarvi alcun mio libercolo.
O fu dunque per parte sua un malinteso, o io in quel momento vaneggiava.
Sono con perfetta stima
Di Roma, 15 dicembre 1851
Il Vostro divotissimo obbligatissimo servitore ed amico Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi N.a Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 17 agosto 1853
G.[entilissima] A.[mica],
Ebbi dal Molto Reverendo Padre Salvatore da Morrovalle la vostra lettera del 25 luglio; ma prima di riscontrarla io attendeva di aver reso una visita a quel Religioso, ciocché non è potuto accadere prima del recente sabato 13 per varii miei motivi, non tutti lieti, senza pur calcolarvi la difficoltà derivante dalla enorme differenza fra il mio diurno orario e quello de' Cappuccini.
Vi ringrazio di questa conoscenza, convenientissima all'umor mio; e trovo il Suggetto più di mio genio che quel tale antico Maestrino di Loreto.
Godo delle domestiche contentezze vostre e della vostra Matilde.
Per me non va così.
Il mio nipote, cioè il piccolo Giuseppe Gioachino, come lo nominate, era perfettamente risanato dalla sua coxalgia e correvami sempre attorno.
Nel passato giugno morì per uno stravasamento di sangue al cervello.
Portento di bellezza, di grazia, e d'ingegno, ha colla sua morte quasi ammazzato il Giuseppe Gioachino vecchio.
In gennaio era già morta una delle sue sorelline gemelle.
L'altra vive, ma nella diecina di questo mese accennò male ancor essa.
Ora sta novamente bene, carnosetta e vivace.
Vedremo!
Che la Civiltà Cattolica abbia, come dite, cose di poco conto fra tante altre assai belle, assai buone, assai erudite, assai instruttive, non deve recar maraviglia, considerandola, quale è, opera non angelica ma umana.
Dubitate poi scritto esso periodico sotto la influenza gesuitica? È anzi redatto da Gesuiti, e in apposita Officina esistente entro una delle Case della lor Compagnia.
Ve lo dico perché lo sappiate, augurandomi nulladimeno che la vostra ripugnanza verso gli autori non si riverberi contro la eccellente Opera e non ve la faccia leggere cogli occhi appannati dalla prevenzione.
Io non esco più da Roma, neppure per passeggiare.
Figuratevi per un viaggio! Credo che il mio ultimo viaggio sarà fuori la porta S.
Lorenzo, al campo Verano.
Se mi chiedete che cosa là sia, vi rispondo Le Croci.
Comunque poi a Morrovalle non verrei mai, perché litigheremo sempre sul proposito de' Gesuiti.
Riverisco e saluto tutta la vostra famiglia, e di voi mi confermo
Affezionatissimo amico e servitore.
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 15 febbraio 1854
Gentilissima amica e Signora,
Una balia! E la madre non alleva ella stessa i suoi nati! E dopo queste frasi ammirative la vostra lettera del 22 gennaio continua sullo stesso tono per intiera una pagina di riflessioni e di epifonemi
Insomma, o bene o male,
m'avete fatto un lago di morale.
E non pensavate frattando fra le vostre meraviglie a quali altri stupori aprireste in me poco-stante la via col prospetto dell'infausto matrimonio di vostra figlia, e appunto e solamente infausto per cagioni che forse potean prevedersi in tempo opportuno: cosicché se io volessi darla giù per traverso a giudizii e sentenze lo che non mi è lecito
Anch'io oggi potrei per parte mia
Farvi un pantano di filosofia.
Ora udite in succinto come stanno le cose.
Mia nuora, spasimata di allevare i suoi figli da sé, allattò felicemente il primogenito per un anno.
Quindi ella ammalò di una nervosa, lunga e pericolosissima.
Si tentò allora di svezzare il bambino; ed eccoti che dopo tre giorni cadde anch'egli in gravissima infermità.
Dunque balia: e le balie una dopo la altra furon diverse, e tutte per imprevedibili cause riuscirono male.
Il seguito della storia di quel povero figlio sino alla sua morte, che lo colpì presso al terzo suo anno, sarebbe qui fuori del nostro proposito.
Venne poscia il parto di due gemelle.
La madre non avea latte per due.
Ne tenne dunque una per sé: per la seconda fu necessaria una balia, e fu ottima sotto ogni risguardo.
In capo a due mesi morì l'allieva di Cristina, e questa volea prendersi al petto l'altra figlioletta.
Aveva essa però il latte poco avviato per motivo dello scarso tiro della delicata bambina allora perduta.
Era inoltre molto sciupata, specialmente per la diurna e notturna assistenza prestata al padre suo, mortole di recente dopo undici mesi di penosissima malattia.
Altronde la gemella superstite andava mirabilmente prosperando al seno della balia, e questa eccellente donna si affliggeva pel troncarsi dell'allievo.
Di accordo perciò col savio medico della mia famiglia io stabilii che le cose rimanessero come stavano, tantoppiù che mia nuora avea bisogno di riaversi mediante la virtù del riposo.
Ma chi prevede il futuro? La robusta balia nel 2 del passato dicembre cadde inferma e vi restò per 43 giorni.
Poco dopo infermò pur la creatura, e quindi impoi andò sempre deperendo sino al non più darci oggimai troppa speranza di guarigione.
Si è provato anche con essa il rimedio di una nuova nutrice; ma la bambina non ne ha voluto affatto sapere.
Ora aspettiamo che mitighi alquanto di forza il soverchio freddo e il rigido vento di questi correnti giorni per mandare (con voto del medico) e la madre e la figlia ad un luogo di mare il più vicino che abbiamo; e poi?...
e poi aspetteremo il resto dalla mano della Provvidenza.
Che ne dite voi adesso co' vostri punti ammirativi? Eppure non vi ho narrato che un centesimo delle sventure.
In quanto a me, io non uscirò più da Roma, senza averne però fatto voto per non dar nel balordo.
Vi ringrazio adunque de' vostri obbliganti inviti, ma non verrò.
Tutto deve al mondo avere il suo termine: anche il girare.
E la mia salute? A vanvera, a babboccio, alla sciamannata.
Sempre dolori intestinali.
Lasciamoli fare a modo loro.
Peggio che colla morte non potrà poi finire.
Ad hoc nati sumus, disse il Cardinale Maldacchini vedendo passare un buon galantuomo che andava a morire impiccato.
Riverisco e saluto la Marchesa, Pirro e Matilde; e di voi mi confermo co' soliti sentimenti
Vostro affezionatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
...
[Pagina successiva]