LETTERE A CENCIA 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 5
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Adesso vedete quest'altro.
Esso è la chiave del senso occulto, che lo stesso Mosè dispose tra le 22 lettere dell'alfabeto da lui dato agli Ebrei nell'uscire d'Egitto.
L'applicazione può piacervi quanto quella dell'altro.
Saluto tutti pezzo per pezzo e sono al solito
Vostro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.a Roberti
Macerata
per Morrovalle
A.[mica] C.[arissima]
Il morto è stato appunto Menicuccio.
Ne ho preso un'altro [sic] (cioè di servitore) che fu lacché o vogliam dire volante della Principessa di Galles crepata Regina d'Inghilterra: e indovinate un po'! gli è venuta una sciatica; e così è andata a spasso la parte più buona.
- Volevo mandare a Pirro un libretto qui pubblicato sulla Grippe per consolare coloro che la credono un araldo del cholera: ma non mi è sembrata cosa degna di lui.
Godrò di vedere e conoscere il s.e Giuseppe Perozzi.
Ecco qui appresso le ragioni per le quali io non capivo niente sulla faccenda Leandra.
"Ma come mai non è giunta fino a voi la mia prima lettera! Questo caso mi fa nascere sospetto che qui siasi usata una porcheria per toglierla alla posta; ed eccone il motivo.
Vi narravo in essa (solo per farvi ridere) che Leandra Persiani, la quale si era fatta un merito con voi della stiratura delle vostre camicie mise poi a mio carico questa partita prima delle altre quando io fui a soddisfarla dell'alloggio prestatovi.
Mi presi gusto di far conoscere a Leandra che vi avrei scritto per esimervi dalla obligazione che le avreste dovuto se realmente si fosse prestata gratuitamente alla stiratura della vostra biancheria.
Essa mi pregò di non farvene parola.
Dubito che dietro questo timore abbia trovato mezzo di troncare il corso alla mia lettera".
Queste parole, tradotte in lingua mia, vengono a dire: io ho pagato Leandra della stiratura delle vostre camicie; Leandra non ve le ha stirate gratis come volle farvi credere, e per non pregiudicarsi mi ha raccomandato il silenzio.
Dunque voleste farmi ridere, ed io rido con voi.
- Sul fustagno avete mille ragioni, ma io non ho mille torti, perché Antonia, Domenico e Ciriuccio, andarono a toglierlo alle Zoccolette, e la maestra bizzoca consegnò quella porcheria e disse quelle tali parole.
Vi farò provvedere la canna del peloso da bai: 50 e la unirò al resto che tengo preparato per voi.
Su questo io non ho altro pensiero che quello del ritardo che ne verrete a soffrire: verbo quattrini, sino agli scudi novantanove e 99 baiocchi posso far credito sino ad un anno e un giorno.
Solamente mi sorprendeva che il Crocenzi non fosse più comparso dopo che il 13 Novembre mi assicurò che fra 20 giorni sarebbe stato nuovamente in Roma.
E mi duole del rinaccio largo più di mezzo baiocco.
Ma, come si fa? Guardata la qualità in globo, si passa alla misura e difficilmente si giunge a scoprire quello che minutamente può osservarsi sotto la forbice del sarto.
Nulla di meno un'altra volta starò molto più attento in cose delle quali neppure è in colpa il mercante, essendo vizii di fabbrica.
Io ho fatto per me un soprabitone di pelone cenerino mischio, col quale indosso mi mischio in qualunque ceto di persone.
Qualche volta mi si fa il viso dell'armi, ed io prendo tabacco.
- Sicuro che mi è possibile di rinvenire l'inventario che feci prima del settennio magro di Giuseppe: anzi l'ho sotto gli occhi.
I documenti dati al Borghi furono n.
280, descritti pezzo per pezzo dalla mia penna.
Ma l'archivio del Borghi pare che porti per impresa que' versi della Pronèa.
"Molt'è che lento il padre irrefrenabile degli anni - Calca forme sull'alma, e rode, e passa - E qualc' [sic] aura di me seco si porta".
Intanto il palazzo Nicolini dimora del Borghi mi è sempre in pensiero: que' 99 gradini sono la mia passeggiata ordinaria, e i biglietti al procuratore il mio ordinario passatempo.
Ieri mattina mi vi recai con un biglietto in saccoccia, giusto il mio costume, per non gettare la visita in caso di assenza del visitato! All'avvicinarmi alla porta, ne usciva un uomo vestito peggio di me, ed io perciò più galantuomo di lui.
Con questa giusta prevenzione, eh là, non chiudete, imperiosamente io gli dissi.
Il buon'uomo, che forse era più buono di me, lasciò aperto, stimandomi per avventura il re di Sterlicche in incognito fece un inchino, e andò giù.
Gira gira per casa: nessuno.
Chiamai, deo-gratias, è permesso? Nessuno.
Finalmente lasciai il mio biglietto accanto a un calamaio d'argento che fui tentato di portarmi via.
Ma ricordai il parallelo de' galantuomini per buona sorte di Borghi.
Seguiterò le mie passeggiate e il resto.
A proposito di Curiali, vostro suocero da chi era assistito qui a Roma? Non mi diceste Nasselli? È morto.
Ma sarà un mio sogno d'averlo udito nominare per di lui procuratore.
- E trentotto! "Com'è confusa la sapienza umana!".
Il Sr.
Francioni venne circa le 3.
Io pranzavo e fui chiamato fuori dal baulle.
M'aspettava vedere il Crocenzi, e vidi una fisionomia che conciliai con un nome, lo pronunziai e andai al segno.
Due complimenti e non altro.
Come stanno a Morro? - Tutti bene.
- Ho piacere.
- Servo, padrone: ed egli via, ed io a pranzo.
Ciro non ci entrò punto né poco.
Dunque avete scherzato o frizzato sui saluti di Ciro e sui miei? Ciro non fu veduto e non parlò, ché mangiava.
Io non mandai saluti perché li avrei scritti fra poco.
Però, se non avete scherzato e frizzato, stimo il S.r Francioni un don Desiderio.
- Mi è grata la felicità alla quale si avvicina la famiglia Perozzi pel ritorno de' due individui che n'erano sgraziatamente lontani.
Ed eccoci coll'aiuto di Dio all'opuscolo relativo al libro maceratese.
- Nota di Giuseppe Gioachino Belli al tomo I, pag.e 153-5 dell'Antologia epistolare impressa in Macerata pel Cortesi, 1830, con l'aggiunta di dodici lettere inedite del Monti, Perticari, Bragagli, e Ruga.
- "Poiché talvolta le parole di spregio che escono da penne autorevoli lanciate contri scrittori novelli, possono per avventura, a chi più addentro non sa, apparire sentenza di morte letteraria, o poco meno; noi ci siam fatti coscienza a appellare a miglior Foro di una simil condanna, cui un uomo chiarissimo, non ha guari defunto, si lasciò andare alquanto leggermente contro un nostro amorevole ch'egli ancor tutto non conosceva, ma che bene conobbe di poi e tenne onorato per parecchi anni di reciproca benevolenza.
Al quale uficio pietoso, di salvar da morte un innocente, non dovremmo noi oggi sentirci commossi dalla voce imperiosa dell'amicizia, se un egual voce, avesse avuto fortuna di persuader prima ad altre coscienze che il pubblicare inopportunamente, con ingiuria al vero e ferita alla carità, scritti privati e confidenziali, spira assai poco di quella fragrante cortesia, il cui benedetto nome tra tanto vapore di perifrasi e di superlativi suole a' di' nostri esalare dai santi-petti di certi arbitri della italica letteratura.
- Né di nudi argomenti si aiuterà la difesa contro l'acerbo decreto: documenti vittoriosissimi soccorreranno a palesar tali fatti, che, risaputi dagli uomini di buona volontà, riporranno più di una fama nel suo giusto dovere.
- Non tutti i gentili italiani conobbero, per fermo, il convizio: non tutti i culti lo confermarono: non tutti i generosi fecergli plauso: ma a tutti insieme s'indirizza quì una preghiera: e questa è, di entrar nell'esame, e deliberar poi da quale spirito potesse movere il sacrificio di ogni riguardo sociale alla importanza di mandare una pagina di più a un libro di colletta." Eccovene l'esemplare che m'avete mostrato desiderare.
Questa è la introduzione.
Il libro però per certi motivi cadetti non vedrà più luce: si componeva di tali elementi che avrebbero forse suscitato fra' letterati una guerra che, me vivo, voglio evitare.
Quel che ho scritto e i documenti di quello si troveranno, me morto, fra' miei scartafacci romiti.
Del resto la salvezza da morte verrà d'altra parte senza concorso di scandali.
Dunque silenzio sino all'anno...; qui va inserito l'anno MORTIS NOSTRAE, AMEN, che pure una cifra la darà per riempir la lacuna: - Sciarada alla Signora Vincenza Perozzi.
"Città greca è il mio primo illustre al mondo:
Si fa bianco per gli anni il mio secondo:
Penetra il tutto mio dentro il cervello
Od in un buco che il tacere è bello".
(Del fu Giulio da Pesaro)
Quelli tali sillabe che crescevano a Morro, e crebbero in via, crescono sempre e sono arrivate a 47,740.
Questo esercito ha alla testa un proemio oratione soluta.
Giunto a 154,000, andrà a battersi col futuro allorché il presente sarà divenuto passato.
Chi leggesse questi enigmi e non ne avesse la chiave, direbbe: per lo santo nome di Dio, che costui di scrittore gli è un carbonaio! Domine, fallo Tristo! È tardi ed io voglio andare al teatro.
Dunque, fuori i saluti.
Vi ringrazio di quelli che mi avete fatti, e ripeteteli.
E fuori la firma.
Eccola
Il vostro quel che volete
Calossi
Il primo giorno fra l'ottava della Befana del 1832
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, sabato 28 gennaio 1832
A.[mica] C.[arissima] Met.[?]
Ecco come stanno le cose.
Rispondo alla [sic] vostre 4 pagine del Gemelli-Carèri, partite da voi il 14, arrivate a Roma il 24 e recate a me il 25.
Amen: questo dopo la requiemeternam e la stampella.
Ringrazio Pirro de' saluti e del suo giudizio sul mio giudizio intorno al suo giudizio.
La vostra ambasciata l'ho intesa: intendete la mia: e un altro amen.
Non ho voluto affatto farvi valutare né moltitudine né fatica di mie visite al Borghi; ma semplicemente tracciarvi una storia dolorosa del niun conto che ne tenne sin quì il Borghi stesso, al quale i gradini di casa sua non sono cosa straniera.
Dopo altre visite e ambasciate e biglietti, lo afferrai un giorno allo scrittoio.
"Borghi, bisogna finirla - Ma Monsignore...
ma bisogna...
ma pare...
Quello che pare e bisogna è di finirla.
Io vi accordo il dritto.
Voi concedetemi il fatto."
Quì il Borghi e il Belli protrassero un mezzo altercuccio, la conseguenza del quale fu un biglietto del primo al Monsignore onde ottenere le debite licenze.
Io lo portai al Monsignore.
Trovatolo assente, vi tornai: assente ancora.
Lasciai il foglio.
Nel giorno consecutivo in moto il successore del Menicuccio per la risposta.
Eccola "Bisogna che io parli prima col Borghi".
Aspetta aspetta: silenzio.
Impenno: mi si risponde "Va bene".
Incontro il Prelato, dirigendomi a lui "Uh, Belli, avete ragione, il mio affare mi ha tolto di mente il vostro".
E per verità il Monsignore ne ha avuto uno gravissimo con un suo emulo di tribunale.
Ecco come stanno le cose.
-
I difensori di vostro Suocero non li conosco che di vista.
Il Cini è ora sostituto di camera.
Vi ho però servita con raccomandazione al Tribunale.
Il S.r Perozzi non lo incontrerò certo, perché non vado in alcun luogo.
- Mi rallegro nuovamente delle vostre consolazioni di famiglia.
Famiglia! Oh nome di dolore in Romagna!
Ecco come stanno le cose.
I Mercanti (almeno quelli di questa Capitale) non sogliono farsi imporre dalla qualità ma dell'esperienza de' compratori.
Io non capisco niente: Domenico è sarto, e Antonia sartrice, cuffiara, ricamatrice, parrucchiera, ecc.
ecc.
ecc.
Purtuttavia, sappiatelo, alla compera de' difettosi peloni intervenni anch'io in terzo, e il mercante ci corbellò ambitre, come disse la bo[na] me[moria] del Viscardi da Roma.
Ecco perciò che il servizio che mi chiedete doppio per un'altra volta, non ve l'ho reso sdoppio neppure in questa.
È certo purtuttavia che questo stingere io lo previdi e lo minacciai: ma nel vostro cuore io non feci mai breccia, per grazia di Dio.
Il lustro english fashon [sic] sarà provveduto, provveduta la polvere odontalgica, e andranno col resto nel magazzino di deposito; ché il Crocenzi, cercato da me ai tre alberghi, era già da tre giorni ripartito, se il vero mi disse lo stalliere di Sant'Antonio.
Come diavolo! con otto pezzetti di legno ottenere tante combinazioni diverse di un medesimo risultato! 41! e poi? Siamo di tutto debitori al peccato di Adamo.
Oh felix culpa! - Ecco come stanno le cose.
Geppè vivo scrisse male di Effemtè vivo ad Essebè vivo.
Morto Geppè, Essebè donò quello scritto, con torto del vivo e vergogna del morto, ad un Ceemme.
Ceemme lo passò a Peccè, e Peccè, e Beccè lo pubblicò: Geggebè allora, sapendo molte cose degne di rivelazione, prese la penna, sputò nel calamaio per mettervi bile, e scriveva.
Ma alcuni nuovi risguardi vennero a cambiare l'olografo in postumo.
Ecco la spiegazione chiarissima del primo enigma.
- Al secondo.
Tutti gli elementi della soluzione gli avete notati nella vostra lettera a me e poi?...
Ma a quest'ora indovinaste per certo.
Pure pel probabile Nisi, prendete in mano il Tasso o l'Ariosto, e la prima prima parola dopo i frontespizii e i preludii, è quella.
Sillogismo n'è sinonimo.
Io intesi di scrivere Calossi e non Culossi.
Diavolo! Culossi! Gesummaria mia cara! avvertite veh! - E quegli altri da 310 sono già passati a 380.
Hanno preso un certo colore che non potete immaginare dietro i già uditi: cosa tutta diversa! Ma sapete come finisce? Uno stampatore ci ha guadagno, ed io ci vado in galera.
- In Roma il Pirata lo abbiamo per ballo, dopo averlo avuto negli anni passati per musica.
Di questo il Teatro regio dà tre spartiti, il Zadig, il Malek Adel, e la Straniera.
Io ho il palco, e sino ad ora russo, non russo moscovita, ma russo dormiglione.
Udremo il Malek? - Adel che in arabo vuol dire, vuol dire, vuol dire, diciamolo: Il Re Giusto!
Andiamo avanti - Sciarada di Geggebè
Il primo ha gli occhi quanto un pavone:
L'altro è peloso più d'un c...one;
Pur benché intendansi - di pelo ed occhi,
Non è l'intiero merce da sciocchi.
Andiamo avanti - Epigramma di Effeesse: 1831.
Per l'Ambasciata del Mezzofanti
Sagacemente invia Bologna a Roma
Un orator che intende ogni idioma:
Ché a Roma, a farsi onore,
È d'uopo un oratore
che sappia delle lingue almeno quelle
Parlate nella Torre di Babelle (sarà continuato).
Finiamola.
Della Persiana Leandri basta.
Nel resto della vostra lettera non vi è di lodevole che una tarda sincerità.
Basta anche di ciò per omnia saecula saeculorum: ed ecco il terzo amen, per farne un collegio.
[Parola cancellata] Che parola era? Indovinala grillo.
È finito.
Sono il Vostro A.[ffezionatissimo] A.[mico]
?????
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 22 Marzo 1832
A.[mica] C.[arissima]
Mi accingo a riscontrare la vostra de' 7, dopo perduta speranza di avere per ora le carte da Borghi.
Il prelato non trova più altro mezzo che citarlo alla restituzione avanti all'Uditore della Camera: prima però di venire a tale estremo, che non onora neppur lui, egli avrebbe desiderato e desidererebbe vedere finita la cosa all'amichevole.
- Di molto piacere mi è giunto il dettaglio de' profitti della vostra figliuola.
Essa possiede assai buoni elementi per poter riuscir bene.
Le rendo un bacio di cuore.
- Il Gemelli Careri fu un buon galantuomo che stampò la relazione di una sua passeggiata attorno al mondo: ma la sua fama perì col suono, ché non potè salvarla quel pregio di eloquenza che ci fa care e ricordevoli le minchionerie cinesi e giapponesi del Bartoli.
- Non Saverio Broglio, ma Salvador Betti: non C...matto, ma Carlo Emmanuele Muzzarelli.
Ecco: ????? = Calòs = bello: Calossi = Belli.
Potendo sapere quando parta per Roma il Liberato, favorite avvertirmene.
Voglio sperare che il vostro raffreddore sia finito, e se così è come spero, mi piace assai di congratularmene.
Vi ringrazio della spedizione del mio quadruccio a Loreto.
Saluto tutta la vostra famiglia.
Sono al solito.
Il Vostro servitore ed amico
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, mercoledì 6 marzo 1833
A.[mica] C.[arissima],
Ho veduto varie altre volte vostro suocero, e, per la più recente, questa mattino; e ci siamo intesi sull'articolo Carte ecc.
Egli ne scriverà al figlio.
A quanto posso comprendere, l'esemplare di calligrafia che possedete è ottimo pel vostro bisogno.
I pochi elementi che vi precedono il carattere cosiddetto grosso, sono sufficientissimi all'uopo, non di altri movimenti abbisognano addestrare la mano de' fanciulli destinati ad una buona scrittura.
Dai segni che voi mi riportate nella vostra lettera distinguo sei specie di esercizi ciascuno di essi per tante linee e tante pagine di scrittura quante si conoscano essere state sufficienti alla franca esecuzione dell'esempio.
Ciascuna di queste mostre è appunto una classe.
Purtuttavia ve ne aggiungerei una settima che comprendesse delle aste lunghe e diritte a questo modo...
Riepilogando il tutto, ecco: ma però più in grande, nella proporzione cioè indicata dal vostro posseduto esemplare.
Circa poi al carattere, sceglietene precipuamente tre specie, la prima cioè e l'ultima dell'esemplare, e la media fra queste.
Ecco altre tre classi, il carattere grande per prima, il mezzano per seconda, e il piccolo per terza.
Con questo metodo s'insegna per tutto la calligrafia all'antica.
Della moderna, cioè col metodo anglo-americano, non occorre qui far parola, mentre è necessario averne speciale cognizione.
Certo è però che con un maestro che ne indichi bene il particolar movimento ai bambini, questi fanno prodigi, tanto in celerità quanto in perfezione.
Io dunque crederei farvi gettar danari se vi mandassi altro esemplare che presso a poco sarebbe sempre consimile a quello che avete.
Vengo all'Atlante.
Non crediate che si abbia veramente un Atlante quale converrebbe a ragazi, secondo le vostre idee.
Più questi atlanti sono grandi, e più confusi appariscono, per la maggior quantità di luoghi indicativi, e spiegati con parole di carattere sempre minutissimo.
Io ne posseggo uno superbo de' SS.i Lapie.
Geografi della Casa di Francia, che innamora a vederlo; ma dove un fanciullo si smarrirebbe di terrore appunto per la sua diligenza e perfezione.
Io credo che il principale scopo nell'insegnare la geografia a' fanciulli debba essere quello d'imprimer loro bene nella mente la figura, e direi quasi profilo o fisonomia delle varie regioni, onde le distinguano a colpo d'occhio dalle altre di diversa superficie.
Conosciuta che ne abbiano e ritenuta la idea di periferia, poche altre nozioni bastano sulle interne collocazioni di provincie, terre, monti, fiumi.
Per simile fine un atlante di piccole carte, sufficientemente distinte de' principali luoghi può meglio giovare che uno di grandi fogli, dove le regioni troppo dilatate, oltre il danno della interna ripienezza, non possono essere bene abbracciate e percette in un colpo d'occhio dalla vista novella del principiante.
Presso tuttociò, il piccolo atlante dell'Olivieri, che costa bai: 50 sarebbe da me preferito al mio del Lapie che vale scudi 20.
- Eccovi il dettaglio di detto piccolo Atlante "Atlante tascabile, ossia serie di 21 cartine geografiche, nelle quali si rappresenta in ristretto lo stato attuale di tutte le parti del globo terraqueo: cioè 1 la sfera armillare; 2 il mappamondo; 3 l'Europa; 4 la Svezia, la Norvegia e la Danimarca; 5, 6 la Russia europea e l'indicazione di tutti i governi attuali di questo impero; 7 la Regione del Caucaso; 8 i regni brittannici; 9 la Germania antica; 10 Germania moderna; 11 la Polonia; 12 la Spagna; 13, 14 la Francia e la sua divisione in dipartimenti; 15 l'Italia; 16 la Turchia europea; 17 l'Asia; 18 l'Indostan; 19 l'Africa; 20 l'America settentrionale; 21 l'America centrale; 22 l'America meridionale; 23 l'antica Giudea.
- Il sesto dell'Atlante (bell'e legato alla rustica) è simile al presente foglio, compresovi il margine che circonda le carte: le demarcazioni sono colorate.
Io per me, a prima giunta, mi servirei di questo, che alla fine costa sì poco da non potersi mai dire: oh che denari gettati! - Prima di insegnare però la geografia, non sarebbe male di dare all'alunno alcune idee preliminari di geometria piana: e in quanto al testo geografico, io mi varrei del Letronne e del Balbi.
-
Per la storia universale, dovessi leggerla io, prenderei piuttosto il Ségur che il Calmet, perché tra due buoni libri, uno antico e uno moderno, io mi appiglio piuttosto a questo che a quello: ma trattandosi di fanciulli è più prudente scegliere il Calmet che il Ségur.
Mneme, in greco, significa memoria: mnemon, ricordevole; Mnemosina (o Mnemosine) era la Dea della memoria che partorì a Giove le nove muse.
Quindi la mnemonica è l'arte della memoria o la memoria artificiale.
È vero che ho messo il mio Ciro in Collegio a Perugia.
Dopo la mia ultima lettera sono stato anche indisposto: ora sto meglio.
- Mi pare di aver dato sfogo alle dimande della vostra del 28 di febbraio.
Non mi resta pertanto che salutarvi tutti, e ripetermi al solito.
V.ro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Onorevole
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 14 Novembre 1833
Gentilissima amica,
Al mio ritorno in questa dominante trovai una vostra lettera del 3 corrente, e mia moglie mi annunziò esservene un'altra venuta o in Maggio o in Giugno trascorsi.
Questa però, riposta da lei in un voluminoso fascio di altre carte accumulatesi sul mio scrittoio duranti i molti mesi della mia assenza, io non l'ho trovata; come pure mi vedo mancante di qualche altro foglio che vi doveva rinvenire.
Ciò io debbo attribuire ad una lunga malattia sofferta da mia moglie lungo la mia dimora in Perugia, malattia (da cui neppur'oggi è ben libera) la quale mi ha saputo sempre celare così bene, che né il continuo suo carteggio, mantenuto da lei regolare con mille sforzi sulla natura, né altro indizio qualunque poté mai farmi sospettare.
In questo lungo intervallo, malato anche un'individuo nella mia servitù, chi sa come siano andate le cose dentro il mio studio! Ripetetemi dunque, se così vi piace, le dimande che mi dite avermi fatte in quella lettera che ignoro dove possa essersi cacciata.
Veramente io non era al giorno della morte di vostra suocera, cosicché mi dolgo oggi di questa disgrazia.
Ringrazio la vostra Matildina della memoria che conserva di me, e della infantile pazienza che mostra nell'intertenersi in colloquia con un pezzo di carta imbrattata dalla inutile immagine di un assente che varrebbe meglio obliare.
Lasciai Ciro a Perugia il 12 Ottobre, ma mi trattenni quindi per circa un mese a Terni, dove molte brighe noiose tuttora mi durano.
Ciro sta bene, cresce, fiorisce, e credo poter dire che si distingue.
Vedremo un giorno quale uomo sarà.
Non ho mai saputo essere in Roma la Signora Tomassini, né l'ho veduta ne' pochi giorni trascorsi dal mio ritorno.
Salutatemi Pirro, e ditegli che riguardo alle carte vostre patrimoniali ho seguito le sue istruzioni, mettendomi d'accordo con M.r Piccolomini, e presentando la opportuna memoria all'Uditor Illustrissimo.
Ne saprete poi l'esito allorché sarà accaduto.
Riveritemi la Vostra famiglia, state bene, e aggradite le nuove assicurazioni del mio rispetto.
Il Vostro servitore ed amico
G.G.
Belli
P.S.
- Favoritemi di far sapere a Lazzarini che appena io tornato mi sono abboccato coll'antiquario Visconti onde procurare in quest'anno qualche esito del suo medagliere, ecc.; all'opportunità gliene darò avviso.
* * *
Alla Nobile Gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 14 Xcembre 1833
A.[mica] C.[arissima],
Scrivo in gradissimo mal'umore.
Dalla vostra ultima lettera (giuntami come vi dissi, il 9) fino ad oggi sono andato da Monsignor Piccolomini otto volte! Senza mai trovarlo.
Io non so che diavolo farmi.
Altronde non tutti i giorni, e non tutte le ore sono a proposito perché io possa uscire di casa colla mia delicata salute.
Inoltre io sono affollato in brighe infinite, e familiari ed esterne.
Oggi ho avuto sei lettere da varie parti, e in tutte e sei vi son commissioni per La Segreteria di Stato, o per la Tesoreria, e per le sacre indulgenze etc.
etc.
E compre, e vendite, e impegni, e ambasciata, e forastieri raccomandati, e via discorrendo.
Io non so più come dividermi, e sto tutto il giorno col diavolo in corpo.
Ma questo sia per non detto.
Soltanto ve lo accenno, onde conosciate che se non riesco, e son tardo, non mia colpa.
Questo è un paese d'inferno.
Dunque io seguiterò a viaggiar per la casa Piccolomini e poi vi dirò cosa diavolo mi avrà risposto, e cosa diavolo avrò potuto fare.
Queste stesse cose dite a vostro marito in riscontro alla mia del 9 corrente.
Passiamo alle vostre dimande.
Circa all'esemplare di carattere, quello che un tempo mi diceste di possedere è ottimo e poco più poco meno già tutti si rassomigliano.
Le penne temperate è inutilmente ve le mandi, perché convien temperarle a seconda del bisogno e della mano, ed altronde le creature han bisogno di una nuova temperatura ogni volta che scrivono, di modo che le penne già preparate, quando anche andassero bene, non vi basterebbero per dieci giorni.
Così chi dovrebbe ritemprarle poi, può anche temperarle prima.
L'Atlante che avete è migliore di quello dell'Olivieri.
Per l'oceanica avreste poi tempo da pensarvi.
Se però non vi va bene così, ho cercato un'altro [sic] atlante un poco più adatto.
Esso è l'Atlante universale in 18 carte, piuttosto grandicello, tradotto dall'originale tedesco pubblicato in Gotha da Reichard e Stieler il 1829.
Contiene le recenti scoperte, le altezze del globo, i sistemi planetarii, ed alcune pagine di testo, e vale al ristretto S.
4:50.
Per la geografia descrittiva il miglior libro mi pare quello del Letronne, e ve lo provvederò.
Ivi sono le poche notizie preliminari geometriche sufficienti ai fanciulli.
Per la mitologia quasi tutte le opere sono disposte in ordine alfabetico, a guisa di un dizionario.
Questo metodo, ottimo per reminiscenze di chi già sa, non serve a nulla per chi deve imparare mentre non da' serie d'idee.
Il Démoustier riunisce in tante lettere, la eleganza, l'ordine, e la concisione; ma è francese.
Ve n'è la traduzione italiana, ma, per quanto io la cerco, qui ancora non la trovo.
Di Mnemonica è meglio per ora non parlarne.
Pensandoci sopra veggo che ai fanciulli recherebbe più impaccio che utile.
Potrà servire quando vostra figlia avrà già molte notizie che vorrà ritenere.
E poi, come questo studio è qui pressoché sconosciuto, di libri che ne trattino non se ne trovano.
Finalmente quest'arte è più difficile a insegnarsi che ad apprendersi.
V'è un altro sistema recente del francese Du Roux, che è un caos.
Il mio particolare è il più semplice, ma pure di una certa complicazione per meriti non sperimentate, ed abbisogna di varii elementi non comunicabili che a viva voce.
Dopo il Calmet, potreste far leggere a vostra figlia le storie romane del Rollin e suoi continuatori.
Le altre storie italiane di classici autori moderni, tanto italiani che stranieri, sono troppo politiche e sublimi per una tenera mente.
Potrà leggerle in gioventù.
Così per es.: il Denina, il Roscoe, il Sismondi, il Giannone, il Daru, il Gibbon, il Botta, ecc.
ecc.
E le storie straniere: meglio mandarle appresso alla patria.
Però dopo il Rollin potrete dare a vostra figlia la storia d'Italia del Bossi divisa in 19 volumi.
Essa viene fino ai tempi nostri e rimonta fino alle origini de' popoli italiani.
Il tempo vi darà poi consiglio.
Passiamo ora al Crocenzi.
Egli non va già al popolo, ma molto fuori la porta del popolo.
Non sapendo io quando arrivi dovrei spendere molti viaggi anticipati; e, dopo arrivato, non sempre lo troverei, mentre i vetturali girono pe' loro interessi.
Calcolate quindi le brevi giornate d'inverno; il maltempo, e le poche ore in che un vetturale è reperibile; e poi dite se vi pare che io non dovrei gettare molti viaggi col fagottello sotto al braccio.
Non sarebbe meglio che il S.r Crocenzi, che viene dalla Marca sino a Roma, favorisse me d'una sua visita ne' giri che egli farà dentro Roma? V'è però in tuttociò un altro imbroglio; ed è che io circa a Natale riparto da Roma per Terni e Spoleto, e poi forse anche per Perugia.
Quì forse vi stringerete nelle spalle, e torcerete la bocca; ma io come ho da fare? Saluto vostro marito, la marchesa e Checco.
Do un bacio a Matildina, e sono pieno di stima.
Vostro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, primo Marzo 1834
A.[mica] C.[arissima],
Riscontro la vostra del 23 passato [perento?] [?] febbraio.
Io tornai l'ultimo giorno di Carnevale, e ben tosto mi posi in letto col solito male di reuma.
Ora ne son libero, meno un certo stordimento di capo che non mi abbandona mai.
Torno a ripetervi che la vostra idea di farmi dirigere da quì le occupazioni di vostra figlia non può da me venire appagata, e neppur so se ciò potessi eseguire da vicino, perché, conveniamone, i nostri modi di vedere sono due, e assai distinti.
La lontananza rimedia in parte a questo secondo punto, prevenendo, difficoltando, o troncando lo spirito di controversia.
Resta però sempre a danno della distanza l'ostacolo della mancante inspezione locale.
Io non conosco il Signor Cerquetti, né se lo conoscessi saprei positivamente cosa dovessi consegnarli per voi privo come mi trovo di vostre risoluzioni definitive.
Riguardo al Signor Borghi, avete udito da vostro suocero cosa mi rispose in sua presenza.
Ringrazio e risaluto Pirro, il Signor Tomassini, la cara Matildina, e tutti gli altri di vostra famiglia.
Sono al solito
Vostro aff.mo servitore ed amico
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 29 Marzo 1834
A.[mica] C.[arissima],
Riscontro la vostra del 15, giuntami con marchio d'arrivo del 24.
Appena vostro suocero potrà avere una occasione, vi spedirà il Letronne ch'è presso di me, del prezzo di sei paoli.
Se potrò avere una carta isolata della Oceanica la prenderò e, trovatala, ve ne darò avviso.
Il Demoustier tradotto non l'ho trovato.
Mi pare però che nella Enciclopedia de' fanciulli che vi portai nel 1831 si trovi in mitologia quanto avanzi per una bambina.
Tanto più poi se quella è la edizione di Livorno del 1829, con una lunga tavola di figurine mitologiche tratte da monumenti antichi.
Per raccapezzare una volta un volume scompagnato degli annali del Muratori cercai qualche anno.
Non so se sarò fortunato più presto per quello del Calmet che mi designate.
Ringrazio vostro marito e il resto della vostra famiglia pe' loro saluti che contracambio; e dice a Matildina, la quale chiede notizie di Ciro, che egli sta bene, studia, e si fa grande.
Sono co' soliti sentimenti
Vostro Aff.mo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi, nata M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 22 luglio 1834
C.[arissima] A.[mica],
Ricevo e riscontro la vostra, data di Morrovalle luglio 1834.
Già le date da Morrovalle a Roma sono sempre state cose curiose.
Dunque cosa vi fece dire mia moglie da vostro suocero? Ripetiamo il libello.
Peppe non vuol dirigere in modo alcuno la educazione della di lei figlia.
Sono queste le precise parole? Io dunque non ci trovo nulla che esprima la seccatura che voi ci volete incastrare, né le considero tali da cagionarvi la mortificazione non poca che ne voleste cavare.
I motivi, o le scusa che vi piaccia chiamarle, sono nelle mie due o tre lettere responsive alle vostre dimande.
Ripescatele se le conservate, confrontatene l'espressioni, e dovrete conchiudere che il mio voto stava pel nò, perché tutto quello che non è sì è no.
Ma qui, come non entra la noia e non entra la seccatura, così non può entrare la mortificazione.
Io vi ripeto tutte quelle ragioni, da voi dette pretese, e chi abbia preso l'equivoco si conoscerà manifesto dalla sintesi di esse.
Godo dell'accaduto arrivo del libro, benché mi pare che o doveva darvisi prima o almeno dirvene una parola.
Lo studiarlo non era una ragione che ne dovesse escluderne altre.
Prenderò i sei paoli donde verranno.
Non era però soggetto di tanta importanza.
Tornai in Roma per una settimana.
Mi vi chiamò una causa.
La causa si azzoppicò in via, ed io son restato a farle compagnia.
Già però sto rifacendo bagaglio; e a rivederci, Roma, pel fresco.
Ringrazio i vostri inviti e quelli di Pirro.
Non posso venire.
D'altra parte vi ricorderete quel che vi dissi passeggiando per la vostra anticamera nel settembre 1831.
"Noi saremo sempre più amici da lontano che da vicino".
Dopo la verità del quattro e quattr'otto vien questa.
Anzi vengono insieme una e l'altra, come tutte le dimostrazioni geometriche.
Il signor G.G.
Belli non ha né tempo, né voglia né abilità per iscrivere una mitologia uh, a proposito di mitologia: vi manderò in ginocchio.
Mi avete schiccherato cento volte miteologia.
All'analisi.
Mitologia vuol dire discorso di favole, perché mitos significa favola.
Dicendo mitologia si può essere indotti in inganno da quel teologia che pur sembra che vi si possa annicchiare.
Ma del mi allora che ne facciamo? Dunque mitologia: altrimenti frustate.
Secondo l'ordine de' vostri saluti, io risaluto Pirro, Mamà, e sopra tutti Matilde.
Si sarà fatta grande, e non girerà forse più per la camera con l'angiolo-custode.
Parlo del palpabile, poiché dell'invisibile nessun cristiano ne manca.
È articolo di fede, come possono dirvi gli Abati (Dio guardi).
Sono co' soliti sentimenti e con una fretta insolita
Il V.o aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, martedì 28 Ottobre 1834
A.[mica] C.[arissima]
La vostra del 22 mi giunse col marchio di posta di jeri.
Udendo la vostra urgenza di essere quì circa i primi di Novembre mi fece smarrire pensando che non mi sarebbe rimasto che il corrente ordinario per darvi un riscontro da giungervi in tempo, se pure in tempo è per colpa del ritardo della vostra lettera.
Nulladimeno, malgrado la orribile giornata di jeri ci mettemmo in giro Mariuccia ed io, uno per una parte e uno per l'altra.
Abbiamo seguitato il giro questa mattina, ma inutilmente.
Quello che a voi pare facilità, qui è invece difficoltà.
Una sola camera, per un solo mese (ora che tutti pongono in assetto i loro appartamenti onde affittarli per tutto l'inverno ai forastieri che già principiano ad arrivare) non si trova ad averla, ed i prezzi sarebbero orribili.
Tutti vi ripetono la difficoltà del poter perdere un lungo affitto quante volte capitasse l'occasione mentre la stanza fosse occupata.
Un letto grande poi in una stanza unica è cosa anche difficoltosa.
Il comodo di cucina per una stanza unica, più difficoltoso ancora.
La cucina si vuole concedere per uso di chi prenda un appartamento.
Eppoi tante altre difficoltà, che troppo andrei per le lunghe se volessi enumerarvele.
Ho ritentato pure dalla Chichi.
La ho trovata né morta né moribonda, ma pur sempre inferma, ed incapace di abbandonare la sua unica stanza, che in istato di salute vi avrebbe ceduto volentieri, come disse al S.
Cristofori.
Vi avrei voluto albergare io, che circa a ciò sono con voi in debito molto: ho però due ostacoli, uno superabile, l'altro insuperabile, malgrado che la mia casa sia grande da buttarne via.
A voce ve lo proverò.
In questo stato di cose che dirvi? Voi avete fretta, ed io non trovo.
Dunque se arriverà in tempo questa mia ad avvertirvi, potrete al vostro giungere dirigervi in Via del pozzetto (presso la piazza di S.
Claudio de' Borgognoni) al n.
108 secondo piano, in casa della S.a Carolina Cerroti parente di mia moglie, dove potrete ricoverarvi per due o tre giorni, e starvi anche il mese qualora il comodo e il prezzo (figuratevi S.
15!!!) vi potesse convenire.
Le persone sono eccellenti, ma la camera è situata in modo che ed esse e voi non godreste tutta la possibile libertà che potreste altrove desiderare ed ottenere.
Ma se intanto non si trova di meglio, per due o tre giorni potrete star lì sufficientemente contenta, e poi Dio provvederà.
In questo tempo io seguiterò a cercare, e se avrò trovato, al vostro arrivo lo saprete.
Mi pare però che nell'angustia in cui siamo, riuscirà difficile assai che prima ce la possiamo intendere circa al prezzo d'affitto che desiderate sapere.
Questo per ora non posso dirvelo perché l'albergo di tutto vostro genio non l'ho trovato: circa poi i pochi giorni che potrete restare là dove vi ho provisionalmente indicato, non merita che se ne parli avanti.
Se avete tempo di farlo, indicatemi il giorno dell'arrivo, per farvi trovare le cose in ordine.
Sono le due: e non ho avuto cinque minuti per iscrivervi la presente dopo tornato dalla escursione fatta per voi.
Dunque pigliate quel che ho potuto aver scritto, a senso o a controsenso.
Saluto tutti anche a nome di Mariuccia, e addio ché la posta parte.
Il Vostro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 20 Novembre 1834
Gentilissima amica,
In questo punto ricevo la vostra del 16, e vi rispondo subito.
È stato per accadere un guaio.
La Signora Cerroti aveva trovato ad affittare, la sua stanza, e me ne interpellò.
Io risposi di nulla più sapere dé fatti vostri.
Ella però rifiutò l'occasione onde non fare a mia moglie ed a me un dispiacere nell'esporvi a non sapere dove scender di legno.
Ma se voi tardavate a riscrivermi, io lasciavo le mani libere per una nuova circostanza.
Come poi volete che io v'indichi per ora altro alloggio? Non si è d'accordo fra noi, sopra alcun saggio di prezzo: tutte le altre difficoltà da me espostevi, ancora son vive: ignoravo il giorno del vostro arrivo: e qui prima di prendere un alloggio bisogna destinare invariabilmente il saggio di locazione e la durata di essa: bisogna entrar subito in godimento e in contribuzione e non rimettere la cosa incertamente a un futuro: e finalmente bisogna trovarsi in concerto su tutte le altre condizioni.
Io mancavo di carta bianca per obligarvi a mio senno sul tempo, sul modo, sul luogo, e sulla spesa.
Venite, e vedremo insieme.
Riguardo all'articolo del pranzo mi avete messo di buono umore.
Tanto siete voi sicura dell'ora precisa del vostro arrivo onde trovare un pranzo o non crudo o non guasto? E tanto terrore provate voi della vostra fame per istabilire epistolarmente una mangiata che si può da un momento all'altro ordinare e ottenere senza pensarci col calendario alla mano? Allorché ho avuto la vostra lettera tornavo appunto dalla Tesoreria pel vostro lasciapassare.
Ho dovuto mettere impegni, e può darsi che l'ottenga.
Non ne sono però al tutto sicuro.
La supplica che ho dovuto fare è a nome della Marchesa Vincenza Roberti Perozzi procedente da Macerata.
Sotto questa indicazione fatene dimanda all'ufficio doganale di Porta del Popolo.
Se vi sarà, ve ne andrete trionfante: se no, vi accompagnerà un commesso alla dogana di terra in piazza di pietra.
Ecco fatto.
Ai miei riunisco i saluti di mia moglie per voi e per tutta la vostra famiglia.
E sono
Il vostro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 13 agosto 1835
G.[entilissima] A.[mica],
Rispondo alla vostra del 6.
Io sto bene.
Il mio viaggio non poteva per niun verso riuscirmi aggradevole, fuorché nel rapporto del rivedere mio figlio, di che non era luogo a dubbiezza.
Ho soddisfatto alla vostra commissione de' saluti alla Chichi, benché ve la foste salutata da voi nel medesimo ordinario e nello stesso foglio di carta; del quale però la palomba toccò a me, e le palombe son nunzie.
Per le Cerroti vi sarà tempo a pensare.
- Mia moglie vi ringrazia delle ordinate mazzoche, e saluta sia voi che la vostra famiglia.
- Le gastrichette della Matilde mi paiono alquanto frequenti.
Badate alla bocca ed ai gustarelli.
- Credo che ormai non tossirete più.
Ad ogni modo la tosse rispettatela, ricordando avere anch'essa avuto sacerdoti ed altari.
Infine, dite bene: passerà anche questa.
- Già io conosceva il destino della Ruspoli.
Intendo in qual modo debba spiacervi.
Duole anche a me, tanto più che ne conosco il marito e lo stimo come un nobile non insolente.
Vi prego rendere i miei rispetti a' SS.ri Liberati e Tomassini, dire a Pirro che si prepari al brutto impero de' Medici, il quale è assoluto quando uno Stato sia divenuto uno spedale.
Saluto il resto de' vostri, e vi rinnovo le proteste della mia servitù.
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 5 gennaio 1837
Gentilissima amica,
Ho mostrato a Pirro la vostra lettera del 29 dicembre che a me dirigeste per dare a lui notizie di voi, prima di dover rispondere a' suoi caratteri.
Non so cosa dire sulla vostra agonia latina: trista però vi ci credo senza difficoltà.
Il buon Pirro ci fece subito visita, né si stancò di rinnovarcene, accordando così i suoi favori co' nostri desideri.
Quello che non abbiam visto da ben oltre un anno è il padre: lo so peraltro molto occupato co' suoi cirenei e crocifissori.
Mia moglie dopo una malattia cerebrale di nove mesi starebbe ora meglio se non le andasse mancando di giorno in giorno la vista.
Pare che la voglia esser faccenda seria.
Ciro gode ottima salute: e ragionevole, e prosegue con fervore il corso de' suoi studi e specialmente delle matematiche.
Io? io mangio, bevo, dormo e m'invecchio: che, aggiuntovi poco poco di portar ceste e di cantare, somiglierebbe come due gocciole d'acqua alla vita dell'asino: vita in Roma onorevolissima.
Ritorno molti saluti a Matildina, a tutta la vostra famiglia e all'ottimo Signor Carlo Liberati, pel cui mezzo (o direttamente) favoritemi riverire da mia parte la Sig.a Contessa Beatrice Bonarelli.
Udii a suo tempo il funesto caso del marito.
Senza estendermi su ciò in vane e tarde condoglianze convenzionali pregovi farle sapere che io per simile avvenimento associo colle debite proporzioni i miei a' suoi sentimenti.
Dunque la Contessina Ippolita Marefoschi unì la sua sorte a quella del nostro avvocato Bruti? Se io li vedessi non saprei con quale rallegrarmi prima: pensandoci però un poco a mente quieta il bandolo lo troverei e farei le cose con giudizietto.
Come diamine andare a venire il cholera in Italia malgrado il divieto o le predizioni di quel tal medico de' vostri contorni! Non mi ricordo come si chiami né so dove stia, ché gli scriverei una lettera di rallegramento in nome della Liguria, di Livorno, di Brescia, della Brianza, di Napoli ecc.
Ancona, se lo conosce, gliene avrà già fatti i suoi complimenti direttamente.
E la diligenza mo non andrà più a passar per Colfiorito! Tutte a' tempi nostri.
E il 37 lo vogliam credere piú buonzitello del suo fratel maggiore? Staremo a vedere.
Voi me lo augurate così, ma io vi risponderò a tuono il 31 dicembre: a cose fatte.
Circa ai voti miei prendeteveli intanto a genio vostro: ne ho d'ogni specie: non si tratta che di aprire una scatola piuttosto che un'altra.
Sono il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentile Signora
S.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 19 agosto 1837
A.[mica l C.[arissima],
Quando ebbi la vostra del 14 luglio io era nello stato che vi avrà dipinto il Signor Giuseppe.
Quando mi giunse l'altra del 10 corrente mi trovava in letto infermo dalle mie vecchie infiammazioni, riaccese dalle afflizioni, dalle angustie e dalla fatica.
Non posso enumerarvi i molti e grandi motivi di queste tre cagioni di danno.
Vi basti che son tali da tenermi quì incatenato malgrado il pur troppo prossimo pericolo di cholera che già mi ha ucciso varii conoscenti.
Non m'è possibile, no, non mi è possibile allontanarmi da Roma.
Se ne sapeste tutti i perché, direste: povero Belli, hai ragione.
Vi scrivo in fretta.
Tra le infinite brighe che mi assediano, debbo oggi rispondere a dodici lettere, e mi sono oggi alzato dal letto.
È arrivata l'ora mia.
Venti anni di calma! è tempo dello sconto.
Perdonatemi se raramente vi scriverò: sarebbe una occupazione rara, ma è pure una occupazione di più; e ne ho tante! Non sospettate di esagerazioni: dico la verità.
Perdonatemi.
Ringrazio il buon Pirro delle esibizioni unite alle vostre; e le tengo nel cuore.
Saluto Matildina e tutta la vostra famiglia.
Sono
Il vostro affezionatissimo amico
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
Per Morrovalle
Di Roma, 9 settembre 1837
A.[mica] C.[arissima]
Son vivo: per ora son vivo, ma infermiccio e oppresso da travagli e cure.
Si dice che i disordinati muoiono di cholera.
Benché ho veduto attorno a me moltissime eccezzioni [sic] a questo canone, ad ogni modo lo stato del mio spirito equivale a un disordine.
La morte della povera Mariuccia, le circostanze che rispetto a me l'accompagnarono, il nuovo peso cadutomi sul capo d'improvviso, le necessità infinite e gravi di essenziali, urgenti cambiamenti nel mio personale e nelle cose domestiche, non potevano esser peggio associate che ad un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana società.
Quì tutto crolla, e quel che non crolla trema.
Una generale insocialità rimove l'uomo dall'uomo; e il danno reale di moltissimi dà pretesto ai rimanenti per coprirsi del manto rispettabile della sventura.
Dovunque sbarre, cancelli, profumi infernali che danno apoplessia o asfissia per cambio di cholera.
Una solitudine, una mestizia, uno squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce.
Non t'imbatti in due individui che non ti lascino nelle orecchie in passando qualche parola di sventura o di morte.
Io sono solo in casa come il tempo che mi trascina.
Eppure debbo star qui a Roma e avvoltolarmi fra carte, fra creditori, fra debitori, fra curiali; e cercarli se non li trovo.
Una sola di queste classi di genti viene a cercar me e mi trova, e se non muoio mi troverà sempre.
La mia salute insomma è assai trista.
Sono tornato alle vecchie infiammazioni, e ci si aggiungono frequenti accessi di furore, e, diciamolo pure perché è vero, di quasi aberrazione di mente.
In alcuni giorni temo d'impazzire; e chi sa?...
Io vi ringrazio, ringrazio il buon Pirro, la Matildina, e tutti, delle vostre amorevolezze.
Non vi date pena.
Forse la falce rispetterà la felce.
Ebbene? Tanti condannati vogliono il lor bicchiere di vino prima della corda che li strangoli.
Io dico un calembourg [sic].
Che male c'è?
Oh, ecco una lettera troppo lunga per le mie forze abbattute e pel mio povero tempo.
Vi assicuro che non ve ne scriverò più così presto, perché anche volendo e potendo, ché pure vorrei ma non posso, corro rischio di scordarmene.
Ditemi una requiem aeternam, che non si sprecherà mai.
Sarà per quando sarà: nunc pro tunc, come dicono i buoni curiali.
Anzi, fatemi il piacere, non mi scrivete neppur voi.
A cose fatte chi resta raccoglie le bucce.
Non so, mi chiamerete ingrato, ma se volete da me lettere frequenti potete vedere anche una promessa delusa.
Ci cercheremo passato l'uragano.
I Cristofori gli ho incontrati recentemente.
Pure, siccome adesso chi sente battere un'ora non è sicuro di udir l'altra seguente, manderò ad informarmi di loro, e in vostro nome.
Se la risposta arriva prima che parta il corriere ve la metto qui abbasso.
Siamo tutti imbussolati: si aspetta di momento in momento a chi tocca il numero.
Bei tempi! Bella vita! Bel mondo! Iddio scampi voi altri.
Ecco i miei voti.
Ciro sta bene, è buono, costumato, gentile, ingenuo, studia e prende premi.
Ne ha il 5 corrente avuto un primo in letteratura: un secondo in geometria gli è stato negato dal bussolo.
Prega per la madre e per me.
Io sono l'unico suo sostegno, com'egli l'unico mio legame alla vita.
Dunque la desidero sino a che sia ora di spogliarmi della mia tutela.
Sono il vostro affezionatissimo amico
G.G.
Belli
P.S.
- Sono andato io medesimo a informarmi dai Cristofori.
Ho parlato col signor Luigi.
Stanno entrambi in ottima salute fino ad oggi, e ringraziano.
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 19 ottobre 1837
A.[mica] C.[arissima],
Fra i tanti avvenimenti me n'è accaduto uno del quale non vi debbo tenere al buio.
Ho dovuto cambiar casa, mentre intanto debbo pagare un altro anno e mezzo di pigione al palazzo Poli e farci ballare i sorci.
Si divertiranno, con due dozzine di camere.
Ditemi come state, voi e i vostri.
Io sto sempre male in qualunque senso vogliate guardar la parola.
Sono ridotto uno scheletro, e spero di andar presto a far compagnia a' miei originali.
Ho pensato alla tutela di Ciro, e ciò basta per chiuder gli occhi in pace.
Persuaso che non ci vedremo più vi saluto di cuore e vi prego fare questi miei uficii con Pirro e tutti gli altri di vostra famiglia.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 14 novembre 1837
A.[mica] C.[arissima],
È veramente singolare che in una lettera da me scrittavi collo scopo di parteciparvi la mia nuova dimora, abbia io poi omessa l'indicazione di quella.
Non me ne so ancora persuadere benché dal 2 corrente (in cui mi giunse la vostra del 26 ottobre) io ci abbia pensato dodici giorni.
Ma né in capo né a piedi della mia lettera v'indicai il Monte della Farina n.
18? Ed io realmente quì abito dove voi mi indirizzaste il vostro cortesissimo foglio.
Vedete come ho la testa per aria! Povero Belli!
Motivi molti e gravi mi fecero lasciare il Palazzo Poli: gravi e molti motivi.
Oggi però è scomparsa l'apparente contraddizione del pagare il fitto d'una casa vuota.
L'ho subaffittata al Signor Vincenzo Compagnoni, dopo superate immense difficoltà, e sofferti durissimi sagrificii nella roba.
Ma io doveva partire.
Eppure ogni giorno rondeggio di là come un passere intorno al nido distrutto.
Ho collocato tre de' miei domestici in alcune adobbate [sic] camerette superiori che ritenevo per nolo separato, e quanto più spesso mi riesce li vado a visitare.
Essi non sono più miei servi ma uguali.
Io non ho più famiglia: vivo a dozzina in casa di alcuni parenti dove mi sono ammobiliato modestamente due stanze cogli avanzi della mia rovina.
Quì se ci capirà, verrà un giorno anche Ciro: presto o tardi.
Ma non entriamo in amari discorsi che vogliono voce e non inchiostro.
Vi atterrirò con due sole parole: Siamo poveri, cara Amica.
Queste parole però io dico all'orecchio dell'amicizia discreta; e in casa vostra e nel vostro paese non le ascoltino che l'orecchio vostro e quello di Pirro.
Come dunque insistete nel venirvi io a trovare? Io, ve l'ho già detto, son quì impennato dalle fatiche e dalla necessità della mia continua presenza: presenza e fatiche, e, diciamolo ancora, cordogli, che dureranno più anni, e poi?...
E poi lo sa Iddio cosa sarà.
Chi sa se potrò trovare i momenti per visitar Ciro nella estate futura! Quando vi diceva di avere io provveduto alla tutela di Ciro, intesi pel caso della mia morte.
Ho fatto testamento e ho nominato i tutori.
Ma, finché vivo, il tutore, il protettore, la guida del mio figlio son io.
Io solo gli mostrerò dove si cela il serpe che uccide: io solo preserverò questa tenera pianticella dalle corruzioni del secolo.
Ecco la mia vita.
Mi alzo alle sei antimeriadiane: fatico al tavolino (per affari) fino alle 10.
Allora esco, e porto meco una lista de' luoghi dove ho da correre, spesso più volte, fino alle 2.
Torno a pranzo, e poi fra le carte, e poi verso sera termino qualche interrotto giro della mattina.
A mezz'ora di notte al travaglio, alle 11 cena: a mezzanotte a letto per vegliar quasi sempre fino alle sei del giorno seguente.
E non ho alcuno che mi serva o che mi porti in giro un biglietto quando son malato o diluvia.
Ma se un giorno Ciro sarà istruito, onorato e cortese, mi considererò pagato di tutto, anzi in debito verso la provvidenza.
Come mai l'ottimo Signor Pantaleoni non disse in fin de' conti: ma quì non abita un Belli? chiamatemi Belli.
Io ho sempre ignorato l'aneddoto che mi narrate.
Ringraziatelo, salutatelo, e chiedetegli scusa per me per le conseguenze spiacevoli di questo equivoco.
Ora per esempio sta per suonare la mezzanotte tra il giorno 13 e il 14, ed io tra la cena ed il letto di spine preparo questa lettera onde portarla da me dimani alla posta.
Prima non ho potuto scriverla: dopo non potrei.
Eppoi giudicate se non reo scrivendovi tardi, di rado e poco.
Saluto Pirro, Matilde e tutti, e vado a letto dopo caricata la trappola perché ho i sorci in camera che m'invidiano mezz'ora di sonno.
Sono il vostro affezionatissimo amico
G.G.
Belli
P.S.
- Un altro segreto.
Procuro in ogni modo di sollevare dal mio carico personale il piagato patrimonio di Ciro.
Se i vostri amici di codesti luoghi avessero bisogno d'affidare a qualcuno in Roma i loro affari (non mi vergogno delle onorate fatiche) e voi lo sapeste...
mi sono spiegato.
Cara Amica, è venuto il tempo della prova.
Unirei i negozi altrui a' miei, e tirerei due carretti con un solo sforzo di petto.
Voi siete delicata e riservata.
Pensate che il mondo perdona più facilmente un delitto che una disgrazia.
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti.
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 28 novembre 1837
Cara amica,
Alle premurose dimande della vostra del 23 non posso rispondere.
Vi vorrebbero molte parole e assai dolorose.
Ne parleremo un giorno, quando Iddio vorrà.
Intanto assicuratevi che io vi ho narrato il vero, e, se ne siete meravigliata, sappiate che ne ho stupore io medesimo.
Vi ripeto anche una volta che io non potrei movermi da Roma non solo per viverne lontano ma neppure per via di sollievo.
Farò molto se potrò nel venturo anno recarmi a vedere Ciro.
Le mie cose sono in modo tale costituite che per molti anni abbisogneranno della mia continua presenza, delle mie continue fatiche e dalla mie continue veglie ond'essere risolute in modo da poter dire o bene o male: è finito.
Vi parrà strano: vi avrà l'aria di un indovinello; eppure è così.
Tutte le vostre riflessioni son giuste e il ricordo del passato è esatto; ma il presente ha un altra [sic] trista realtà.
Si camminava sul precipizio coperto di fiori.
La tenerezza di mia moglie le persuase il falso calcolo di celarmi il vero per lasciarmi una quiete che un giorno doveva svanire tutta in un punto.
Convengo pienamente con voi: la vita dell'agente non è pel mio carattere, ma...
- L'affare che mi proponete tuttavia ha più natura d'impegno che di gestione.
Non so di chi mi parliate.
Io potrò usar qualche pratica in suo favore allorché me ne avrete palesato il nome.
Ma se credete che gli uffici del prelato abbiano più efficacia, e l'avranno di certo, non ritirate la commissione che già gliene deste.
Già se ne potrebbe offendere, e poi se io non riesco?
Ringraziate con parole di fuoco il caro, l'ottimo Pirro, per le sue amorose espressioni.
Nelle mie sventure ecco un compenso: la pietà degli amici.
Sono di cuore il vostro Belli
P.S.
- Le Cerroti stan bene.
La Chichi sempre infermiccia.
Me lo disse Petronilla in istrada l'altrieri.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 24 Febbraio 1838
Gentilissima amica,
La vostra del 4 corrente mi trovò infermo, e questa mia mi lascia convalescente.
Io sono sventuratamente tornato sotto il maligno impero del mio sangue che ad ogni lieve cagione si infiamma e ribolle come vetro in fornace.
Così dalla mia riperduta salute e dal nuovo stato di isolamento in cui vivo nasce una tristezza invincibile che mi consuma e fa di me un uomo al tutto perduto.
Poco più peraltro mi resterà da penare, e il mio povero Ciro rimarrà presto orfanello.
Io sono nato per le vive e durevoli affezioni, ed ora non trovo più intorno a me chi mi ami né chi sappia mettersi all'unisono col mio cuore.
Tutto quel che mi circonda è squallore, e il tedio della vita, il fastidio delle cose giungono ormai nel mio spirito a un grado veramente insopportabile.
Contuttociò mi è forza travagliare di continuo, poco cibandomi e quasi nulla dormendo, e mi adopero a tutt'uomo onde almeno lasciare a mio figlio qualche real prova di amore e un'esempio [sic] dell'intiero sacrificio che deve fare di se stesso un uomo profondamente penetrato de' proprii doveri.
Qualche amico viene talvolta tentando il diradare la nebbia che mi oscura l'anima, ma deve partirsene col rammarico di veder perduta l'opera e vana l'amorevole intenzione.
Io che sovente era sì tristo quando altri al mio luogo si sarebbe chiamato beatissimo, cosa non debbo soffrire oggi che tante vere cause di malinconia mi si sono addensate dattorno E intanto se non muoio, invecchio, e la vecchiezza è per se stessa sì gran male e sì gran fonte di abbandono e sconforto! - E quel non poter più godere della consolazione di un libro? Che se pure ben di rado mi avviene di aprirne alcuno macchinalmente e per distrazione, i miei occhi vi trascorrono sopra senza la cooperazione dell'animo.
Io leggo, torno a leggere, e non ne conservo un pensiere: condizione mortificante, desolatrice per un uomo che in altri tempi si sentiva formato di non sola materia.
Ah! Iddio preservi sempre ogni mio più crudo nemico dalla sventura di perdere la sua famiglia e di restar solo sulla terra.
Nessuna imprecazione potrebbesi lanciar più amara e terribile di questa: possa tu sopravvivere ai tuoi cari.
Mio figlio è in troppo tenera età perché io ne vagheggi un conforto, che, potendo anche sorgere un giorno fra le disgrazie con cui dovrà lottare questo povero fanciullo, giungerebbe assai tardo e quando la mia logora sensibilità sarebbe incapace di gustarne le dolcezze.
Uno spirito snervato e dei sensi ottusi quale compensazione offriranno ad una vita consumata nel dolore e nella solitudine? Orvia lasciamo queste vane lamentazioni, che non mi aveste da prender per uno Young arrabbiato, per un incivile spargitore di querimonie.
Ho udito il testamento della fu vostra Zia Volumnia, la quale ha certo, riguardo a Voi, vestita la giustizia coi panni della generosità, regalandovi ciò che per contratto era già vostro.
Ma!
Moriva Argante e tal moria qual visse.
La similitudine per verità conviene assai poco ad una pia donna che lascia il mondo per volare in paradiso: la mia erudizione però non ha saputo somministrarmi di meglio.
Anche il mio Ciro suona il pianoforte, ma credo assai agramente.
Io voleva risecare questa spesa: mi sembrò che egli se ne mortificasse, ed io lascio correre l'acqua alla china.
Nelle matematiche e nella eloquenza si distingue molto di più e mi si fanno altissimi elogi della normalità di ogni sua azione.
Vien dolce riflessivo, e sensitivo oltremodo all'onore.
Ha fra un mese 14 anni e mantiene tutta la sua robustezza.
Voi non lo conoscete.
Lo conoscerete? chi sa! - Io conosco vostra figlia e so che ben guidata può formare la gloria de' suoi educatori.
Cara amica, qualche lagrima anticipata risparmia poi gran sospiri.
Felici allora voi genitori! e più felice chi apparterrà a quella cara fanciulla! Riveritela in mio nome, e abbracciatevi per me il vostro e mio Pirro, uno de' più cari uomini coi quali io mi sia in terra incontrato.
Mille saluti alla Marchesa, a Checco, ed anche a que' di Loreto allorché loro scriverete; e pregate tutti pace all'anima della mia povera Mariuccia, vittima di travagli e della generosità del suo cuore.
Errò per virtù, e scontò l'errore colla vita.
Benedizione alla sua memoria.
Sono il vostro amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma 5 maggio 1838
Carissima Amica,
Prima di riscontrare la vostra 15 aprile ho voluto fare qualche passo pel vostro raccomandato.
La inefficacia de' miei mezzi mi dà sufficientemente a conoscere non esser cosa nella quale io possa riuscire.
In simili richieste il cui successo va sempre in ragione inversa della concorrenza, abbisognano impegni forti e potenti, e credito certo e immediato del raccomandatore.
Io manco di rapporti; e così la mia nullità come il genere di solitaria vita che sempre seguii mi lasciano ora nella solitudine dalla quale non volli prima uscirne per elezione.
Né la mia età, né lo
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