LETTERE A CENCIA 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 7
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Io non so più come dividermi, e sto tutto il giorno col diavolo in corpo.
Ma questo sia per non detto.
Soltanto ve lo accenno, onde conosciate che se non riesco, e son tardo, non mia colpa.
Questo è un paese d'inferno.
Dunque io seguiterò a viaggiar per la casa Piccolomini e poi vi dirò cosa diavolo mi avrà risposto, e cosa diavolo avrò potuto fare.
Queste stesse cose dite a vostro marito in riscontro alla mia del 9 corrente.
Passiamo alle vostre dimande.
Circa all'esemplare di carattere, quello che un tempo mi diceste di possedere è ottimo e poco più poco meno già tutti si rassomigliano.
Le penne temperate è inutilmente ve le mandi, perché convien temperarle a seconda del bisogno e della mano, ed altronde le creature han bisogno di una nuova temperatura ogni volta che scrivono, di modo che le penne già preparate, quando anche andassero bene, non vi basterebbero per dieci giorni.
Così chi dovrebbe ritemprarle poi, può anche temperarle prima.
L'Atlante che avete è migliore di quello dell'Olivieri.
Per l'oceanica avreste poi tempo da pensarvi.
Se però non vi va bene così, ho cercato un'altro [sic] atlante un poco più adatto.
Esso è l'Atlante universale in 18 carte, piuttosto grandicello, tradotto dall'originale tedesco pubblicato in Gotha da Reichard e Stieler il 1829.
Contiene le recenti scoperte, le altezze del globo, i sistemi planetarii, ed alcune pagine di testo, e vale al ristretto S.
4:50.
Per la geografia descrittiva il miglior libro mi pare quello del Letronne, e ve lo provvederò.
Ivi sono le poche notizie preliminari geometriche sufficienti ai fanciulli.
Per la mitologia quasi tutte le opere sono disposte in ordine alfabetico, a guisa di un dizionario.
Questo metodo, ottimo per reminiscenze di chi già sa, non serve a nulla per chi deve imparare mentre non da' serie d'idee.
Il Démoustier riunisce in tante lettere, la eleganza, l'ordine, e la concisione; ma è francese.
Ve n'è la traduzione italiana, ma, per quanto io la cerco, qui ancora non la trovo.
Di Mnemonica è meglio per ora non parlarne.
Pensandoci sopra veggo che ai fanciulli recherebbe più impaccio che utile.
Potrà servire quando vostra figlia avrà già molte notizie che vorrà ritenere.
E poi, come questo studio è qui pressoché sconosciuto, di libri che ne trattino non se ne trovano.
Finalmente quest'arte è più difficile a insegnarsi che ad apprendersi.
V'è un altro sistema recente del francese Du Roux, che è un caos.
Il mio particolare è il più semplice, ma pure di una certa complicazione per meriti non sperimentate, ed abbisogna di varii elementi non comunicabili che a viva voce.
Dopo il Calmet, potreste far leggere a vostra figlia le storie romane del Rollin e suoi continuatori.
Le altre storie italiane di classici autori moderni, tanto italiani che stranieri, sono troppo politiche e sublimi per una tenera mente.
Potrà leggerle in gioventù.
Così per es.: il Denina, il Roscoe, il Sismondi, il Giannone, il Daru, il Gibbon, il Botta, ecc.
ecc.
E le storie straniere: meglio mandarle appresso alla patria.
Però dopo il Rollin potrete dare a vostra figlia la storia d'Italia del Bossi divisa in 19 volumi.
Essa viene fino ai tempi nostri e rimonta fino alle origini de' popoli italiani.
Il tempo vi darà poi consiglio.
Passiamo ora al Crocenzi.
Egli non va già al popolo, ma molto fuori la porta del popolo.
Non sapendo io quando arrivi dovrei spendere molti viaggi anticipati; e, dopo arrivato, non sempre lo troverei, mentre i vetturali girono pe' loro interessi.
Calcolate quindi le brevi giornate d'inverno; il maltempo, e le poche ore in che un vetturale è reperibile; e poi dite se vi pare che io non dovrei gettare molti viaggi col fagottello sotto al braccio.
Non sarebbe meglio che il S.r Crocenzi, che viene dalla Marca sino a Roma, favorisse me d'una sua visita ne' giri che egli farà dentro Roma? V'è però in tuttociò un altro imbroglio; ed è che io circa a Natale riparto da Roma per Terni e Spoleto, e poi forse anche per Perugia.
Quì forse vi stringerete nelle spalle, e torcerete la bocca; ma io come ho da fare? Saluto vostro marito, la marchesa e Checco.
Do un bacio a Matildina, e sono pieno di stima.
Vostro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, primo Marzo 1834
A.[mica] C.[arissima],
Riscontro la vostra del 23 passato [perento?] [?] febbraio.
Io tornai l'ultimo giorno di Carnevale, e ben tosto mi posi in letto col solito male di reuma.
Ora ne son libero, meno un certo stordimento di capo che non mi abbandona mai.
Torno a ripetervi che la vostra idea di farmi dirigere da quì le occupazioni di vostra figlia non può da me venire appagata, e neppur so se ciò potessi eseguire da vicino, perché, conveniamone, i nostri modi di vedere sono due, e assai distinti.
La lontananza rimedia in parte a questo secondo punto, prevenendo, difficoltando, o troncando lo spirito di controversia.
Resta però sempre a danno della distanza l'ostacolo della mancante inspezione locale.
Io non conosco il Signor Cerquetti, né se lo conoscessi saprei positivamente cosa dovessi consegnarli per voi privo come mi trovo di vostre risoluzioni definitive.
Riguardo al Signor Borghi, avete udito da vostro suocero cosa mi rispose in sua presenza.
Ringrazio e risaluto Pirro, il Signor Tomassini, la cara Matildina, e tutti gli altri di vostra famiglia.
Sono al solito
Vostro aff.mo servitore ed amico
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 29 Marzo 1834
A.[mica] C.[arissima],
Riscontro la vostra del 15, giuntami con marchio d'arrivo del 24.
Appena vostro suocero potrà avere una occasione, vi spedirà il Letronne ch'è presso di me, del prezzo di sei paoli.
Se potrò avere una carta isolata della Oceanica la prenderò e, trovatala, ve ne darò avviso.
Il Demoustier tradotto non l'ho trovato.
Mi pare però che nella Enciclopedia de' fanciulli che vi portai nel 1831 si trovi in mitologia quanto avanzi per una bambina.
Tanto più poi se quella è la edizione di Livorno del 1829, con una lunga tavola di figurine mitologiche tratte da monumenti antichi.
Per raccapezzare una volta un volume scompagnato degli annali del Muratori cercai qualche anno.
Non so se sarò fortunato più presto per quello del Calmet che mi designate.
Ringrazio vostro marito e il resto della vostra famiglia pe' loro saluti che contracambio; e dice a Matildina, la quale chiede notizie di Ciro, che egli sta bene, studia, e si fa grande.
Sono co' soliti sentimenti
Vostro Aff.mo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi, nata M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 22 luglio 1834
C.[arissima] A.[mica],
Ricevo e riscontro la vostra, data di Morrovalle luglio 1834.
Già le date da Morrovalle a Roma sono sempre state cose curiose.
Dunque cosa vi fece dire mia moglie da vostro suocero? Ripetiamo il libello.
Peppe non vuol dirigere in modo alcuno la educazione della di lei figlia.
Sono queste le precise parole? Io dunque non ci trovo nulla che esprima la seccatura che voi ci volete incastrare, né le considero tali da cagionarvi la mortificazione non poca che ne voleste cavare.
I motivi, o le scusa che vi piaccia chiamarle, sono nelle mie due o tre lettere responsive alle vostre dimande.
Ripescatele se le conservate, confrontatene l'espressioni, e dovrete conchiudere che il mio voto stava pel nò, perché tutto quello che non è sì è no.
Ma qui, come non entra la noia e non entra la seccatura, così non può entrare la mortificazione.
Io vi ripeto tutte quelle ragioni, da voi dette pretese, e chi abbia preso l'equivoco si conoscerà manifesto dalla sintesi di esse.
Godo dell'accaduto arrivo del libro, benché mi pare che o doveva darvisi prima o almeno dirvene una parola.
Lo studiarlo non era una ragione che ne dovesse escluderne altre.
Prenderò i sei paoli donde verranno.
Non era però soggetto di tanta importanza.
Tornai in Roma per una settimana.
Mi vi chiamò una causa.
La causa si azzoppicò in via, ed io son restato a farle compagnia.
Già però sto rifacendo bagaglio; e a rivederci, Roma, pel fresco.
Ringrazio i vostri inviti e quelli di Pirro.
Non posso venire.
D'altra parte vi ricorderete quel che vi dissi passeggiando per la vostra anticamera nel settembre 1831.
"Noi saremo sempre più amici da lontano che da vicino".
Dopo la verità del quattro e quattr'otto vien questa.
Anzi vengono insieme una e l'altra, come tutte le dimostrazioni geometriche.
Il signor G.G.
Belli non ha né tempo, né voglia né abilità per iscrivere una mitologia uh, a proposito di mitologia: vi manderò in ginocchio.
Mi avete schiccherato cento volte miteologia.
All'analisi.
Mitologia vuol dire discorso di favole, perché mitos significa favola.
Dicendo mitologia si può essere indotti in inganno da quel teologia che pur sembra che vi si possa annicchiare.
Ma del mi allora che ne facciamo? Dunque mitologia: altrimenti frustate.
Secondo l'ordine de' vostri saluti, io risaluto Pirro, Mamà, e sopra tutti Matilde.
Si sarà fatta grande, e non girerà forse più per la camera con l'angiolo-custode.
Parlo del palpabile, poiché dell'invisibile nessun cristiano ne manca.
È articolo di fede, come possono dirvi gli Abati (Dio guardi).
Sono co' soliti sentimenti e con una fretta insolita
Il V.o aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, martedì 28 Ottobre 1834
A.[mica] C.[arissima]
La vostra del 22 mi giunse col marchio di posta di jeri.
Udendo la vostra urgenza di essere quì circa i primi di Novembre mi fece smarrire pensando che non mi sarebbe rimasto che il corrente ordinario per darvi un riscontro da giungervi in tempo, se pure in tempo è per colpa del ritardo della vostra lettera.
Nulladimeno, malgrado la orribile giornata di jeri ci mettemmo in giro Mariuccia ed io, uno per una parte e uno per l'altra.
Abbiamo seguitato il giro questa mattina, ma inutilmente.
Quello che a voi pare facilità, qui è invece difficoltà.
Una sola camera, per un solo mese (ora che tutti pongono in assetto i loro appartamenti onde affittarli per tutto l'inverno ai forastieri che già principiano ad arrivare) non si trova ad averla, ed i prezzi sarebbero orribili.
Tutti vi ripetono la difficoltà del poter perdere un lungo affitto quante volte capitasse l'occasione mentre la stanza fosse occupata.
Un letto grande poi in una stanza unica è cosa anche difficoltosa.
Il comodo di cucina per una stanza unica, più difficoltoso ancora.
La cucina si vuole concedere per uso di chi prenda un appartamento.
Eppoi tante altre difficoltà, che troppo andrei per le lunghe se volessi enumerarvele.
Ho ritentato pure dalla Chichi.
La ho trovata né morta né moribonda, ma pur sempre inferma, ed incapace di abbandonare la sua unica stanza, che in istato di salute vi avrebbe ceduto volentieri, come disse al S.
Cristofori.
Vi avrei voluto albergare io, che circa a ciò sono con voi in debito molto: ho però due ostacoli, uno superabile, l'altro insuperabile, malgrado che la mia casa sia grande da buttarne via.
A voce ve lo proverò.
In questo stato di cose che dirvi? Voi avete fretta, ed io non trovo.
Dunque se arriverà in tempo questa mia ad avvertirvi, potrete al vostro giungere dirigervi in Via del pozzetto (presso la piazza di S.
Claudio de' Borgognoni) al n.
108 secondo piano, in casa della S.a Carolina Cerroti parente di mia moglie, dove potrete ricoverarvi per due o tre giorni, e starvi anche il mese qualora il comodo e il prezzo (figuratevi S.
15!!!) vi potesse convenire.
Le persone sono eccellenti, ma la camera è situata in modo che ed esse e voi non godreste tutta la possibile libertà che potreste altrove desiderare ed ottenere.
Ma se intanto non si trova di meglio, per due o tre giorni potrete star lì sufficientemente contenta, e poi Dio provvederà.
In questo tempo io seguiterò a cercare, e se avrò trovato, al vostro arrivo lo saprete.
Mi pare però che nell'angustia in cui siamo, riuscirà difficile assai che prima ce la possiamo intendere circa al prezzo d'affitto che desiderate sapere.
Questo per ora non posso dirvelo perché l'albergo di tutto vostro genio non l'ho trovato: circa poi i pochi giorni che potrete restare là dove vi ho provisionalmente indicato, non merita che se ne parli avanti.
Se avete tempo di farlo, indicatemi il giorno dell'arrivo, per farvi trovare le cose in ordine.
Sono le due: e non ho avuto cinque minuti per iscrivervi la presente dopo tornato dalla escursione fatta per voi.
Dunque pigliate quel che ho potuto aver scritto, a senso o a controsenso.
Saluto tutti anche a nome di Mariuccia, e addio ché la posta parte.
Il Vostro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 20 Novembre 1834
Gentilissima amica,
In questo punto ricevo la vostra del 16, e vi rispondo subito.
È stato per accadere un guaio.
La Signora Cerroti aveva trovato ad affittare, la sua stanza, e me ne interpellò.
Io risposi di nulla più sapere dé fatti vostri.
Ella però rifiutò l'occasione onde non fare a mia moglie ed a me un dispiacere nell'esporvi a non sapere dove scender di legno.
Ma se voi tardavate a riscrivermi, io lasciavo le mani libere per una nuova circostanza.
Come poi volete che io v'indichi per ora altro alloggio? Non si è d'accordo fra noi, sopra alcun saggio di prezzo: tutte le altre difficoltà da me espostevi, ancora son vive: ignoravo il giorno del vostro arrivo: e qui prima di prendere un alloggio bisogna destinare invariabilmente il saggio di locazione e la durata di essa: bisogna entrar subito in godimento e in contribuzione e non rimettere la cosa incertamente a un futuro: e finalmente bisogna trovarsi in concerto su tutte le altre condizioni.
Io mancavo di carta bianca per obligarvi a mio senno sul tempo, sul modo, sul luogo, e sulla spesa.
Venite, e vedremo insieme.
Riguardo all'articolo del pranzo mi avete messo di buono umore.
Tanto siete voi sicura dell'ora precisa del vostro arrivo onde trovare un pranzo o non crudo o non guasto? E tanto terrore provate voi della vostra fame per istabilire epistolarmente una mangiata che si può da un momento all'altro ordinare e ottenere senza pensarci col calendario alla mano? Allorché ho avuto la vostra lettera tornavo appunto dalla Tesoreria pel vostro lasciapassare.
Ho dovuto mettere impegni, e può darsi che l'ottenga.
Non ne sono però al tutto sicuro.
La supplica che ho dovuto fare è a nome della Marchesa Vincenza Roberti Perozzi procedente da Macerata.
Sotto questa indicazione fatene dimanda all'ufficio doganale di Porta del Popolo.
Se vi sarà, ve ne andrete trionfante: se no, vi accompagnerà un commesso alla dogana di terra in piazza di pietra.
Ecco fatto.
Ai miei riunisco i saluti di mia moglie per voi e per tutta la vostra famiglia.
E sono
Il vostro aff.mo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobil Donna
S.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 13 agosto 1835
G.[entilissima] A.[mica],
Rispondo alla vostra del 6.
Io sto bene.
Il mio viaggio non poteva per niun verso riuscirmi aggradevole, fuorché nel rapporto del rivedere mio figlio, di che non era luogo a dubbiezza.
Ho soddisfatto alla vostra commissione de' saluti alla Chichi, benché ve la foste salutata da voi nel medesimo ordinario e nello stesso foglio di carta; del quale però la palomba toccò a me, e le palombe son nunzie.
Per le Cerroti vi sarà tempo a pensare.
- Mia moglie vi ringrazia delle ordinate mazzoche, e saluta sia voi che la vostra famiglia.
- Le gastrichette della Matilde mi paiono alquanto frequenti.
Badate alla bocca ed ai gustarelli.
- Credo che ormai non tossirete più.
Ad ogni modo la tosse rispettatela, ricordando avere anch'essa avuto sacerdoti ed altari.
Infine, dite bene: passerà anche questa.
- Già io conosceva il destino della Ruspoli.
Intendo in qual modo debba spiacervi.
Duole anche a me, tanto più che ne conosco il marito e lo stimo come un nobile non insolente.
Vi prego rendere i miei rispetti a' SS.ri Liberati e Tomassini, dire a Pirro che si prepari al brutto impero de' Medici, il quale è assoluto quando uno Stato sia divenuto uno spedale.
Saluto il resto de' vostri, e vi rinnovo le proteste della mia servitù.
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 5 gennaio 1837
Gentilissima amica,
Ho mostrato a Pirro la vostra lettera del 29 dicembre che a me dirigeste per dare a lui notizie di voi, prima di dover rispondere a' suoi caratteri.
Non so cosa dire sulla vostra agonia latina: trista però vi ci credo senza difficoltà.
Il buon Pirro ci fece subito visita, né si stancò di rinnovarcene, accordando così i suoi favori co' nostri desideri.
Quello che non abbiam visto da ben oltre un anno è il padre: lo so peraltro molto occupato co' suoi cirenei e crocifissori.
Mia moglie dopo una malattia cerebrale di nove mesi starebbe ora meglio se non le andasse mancando di giorno in giorno la vista.
Pare che la voglia esser faccenda seria.
Ciro gode ottima salute: e ragionevole, e prosegue con fervore il corso de' suoi studi e specialmente delle matematiche.
Io? io mangio, bevo, dormo e m'invecchio: che, aggiuntovi poco poco di portar ceste e di cantare, somiglierebbe come due gocciole d'acqua alla vita dell'asino: vita in Roma onorevolissima.
Ritorno molti saluti a Matildina, a tutta la vostra famiglia e all'ottimo Signor Carlo Liberati, pel cui mezzo (o direttamente) favoritemi riverire da mia parte la Sig.a Contessa Beatrice Bonarelli.
Udii a suo tempo il funesto caso del marito.
Senza estendermi su ciò in vane e tarde condoglianze convenzionali pregovi farle sapere che io per simile avvenimento associo colle debite proporzioni i miei a' suoi sentimenti.
Dunque la Contessina Ippolita Marefoschi unì la sua sorte a quella del nostro avvocato Bruti? Se io li vedessi non saprei con quale rallegrarmi prima: pensandoci però un poco a mente quieta il bandolo lo troverei e farei le cose con giudizietto.
Come diamine andare a venire il cholera in Italia malgrado il divieto o le predizioni di quel tal medico de' vostri contorni! Non mi ricordo come si chiami né so dove stia, ché gli scriverei una lettera di rallegramento in nome della Liguria, di Livorno, di Brescia, della Brianza, di Napoli ecc.
Ancona, se lo conosce, gliene avrà già fatti i suoi complimenti direttamente.
E la diligenza mo non andrà più a passar per Colfiorito! Tutte a' tempi nostri.
E il 37 lo vogliam credere piú buonzitello del suo fratel maggiore? Staremo a vedere.
Voi me lo augurate così, ma io vi risponderò a tuono il 31 dicembre: a cose fatte.
Circa ai voti miei prendeteveli intanto a genio vostro: ne ho d'ogni specie: non si tratta che di aprire una scatola piuttosto che un'altra.
Sono il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentile Signora
S.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 19 agosto 1837
A.[mica l C.[arissima],
Quando ebbi la vostra del 14 luglio io era nello stato che vi avrà dipinto il Signor Giuseppe.
Quando mi giunse l'altra del 10 corrente mi trovava in letto infermo dalle mie vecchie infiammazioni, riaccese dalle afflizioni, dalle angustie e dalla fatica.
Non posso enumerarvi i molti e grandi motivi di queste tre cagioni di danno.
Vi basti che son tali da tenermi quì incatenato malgrado il pur troppo prossimo pericolo di cholera che già mi ha ucciso varii conoscenti.
Non m'è possibile, no, non mi è possibile allontanarmi da Roma.
Se ne sapeste tutti i perché, direste: povero Belli, hai ragione.
Vi scrivo in fretta.
Tra le infinite brighe che mi assediano, debbo oggi rispondere a dodici lettere, e mi sono oggi alzato dal letto.
È arrivata l'ora mia.
Venti anni di calma! è tempo dello sconto.
Perdonatemi se raramente vi scriverò: sarebbe una occupazione rara, ma è pure una occupazione di più; e ne ho tante! Non sospettate di esagerazioni: dico la verità.
Perdonatemi.
Ringrazio il buon Pirro delle esibizioni unite alle vostre; e le tengo nel cuore.
Saluto Matildina e tutta la vostra famiglia.
Sono
Il vostro affezionatissimo amico
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
S.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
Per Morrovalle
Di Roma, 9 settembre 1837
A.[mica] C.[arissima]
Son vivo: per ora son vivo, ma infermiccio e oppresso da travagli e cure.
Si dice che i disordinati muoiono di cholera.
Benché ho veduto attorno a me moltissime eccezzioni [sic] a questo canone, ad ogni modo lo stato del mio spirito equivale a un disordine.
La morte della povera Mariuccia, le circostanze che rispetto a me l'accompagnarono, il nuovo peso cadutomi sul capo d'improvviso, le necessità infinite e gravi di essenziali, urgenti cambiamenti nel mio personale e nelle cose domestiche, non potevano esser peggio associate che ad un contagio distruttore e quasi paralizzatore della umana società.
Quì tutto crolla, e quel che non crolla trema.
Una generale insocialità rimove l'uomo dall'uomo; e il danno reale di moltissimi dà pretesto ai rimanenti per coprirsi del manto rispettabile della sventura.
Dovunque sbarre, cancelli, profumi infernali che danno apoplessia o asfissia per cambio di cholera.
Una solitudine, una mestizia, uno squallore, per tutte le vie, per tutte le case, in tutte le facce.
Non t'imbatti in due individui che non ti lascino nelle orecchie in passando qualche parola di sventura o di morte.
Io sono solo in casa come il tempo che mi trascina.
Eppure debbo star qui a Roma e avvoltolarmi fra carte, fra creditori, fra debitori, fra curiali; e cercarli se non li trovo.
Una sola di queste classi di genti viene a cercar me e mi trova, e se non muoio mi troverà sempre.
La mia salute insomma è assai trista.
Sono tornato alle vecchie infiammazioni, e ci si aggiungono frequenti accessi di furore, e, diciamolo pure perché è vero, di quasi aberrazione di mente.
In alcuni giorni temo d'impazzire; e chi sa?...
Io vi ringrazio, ringrazio il buon Pirro, la Matildina, e tutti, delle vostre amorevolezze.
Non vi date pena.
Forse la falce rispetterà la felce.
Ebbene? Tanti condannati vogliono il lor bicchiere di vino prima della corda che li strangoli.
Io dico un calembourg [sic].
Che male c'è?
Oh, ecco una lettera troppo lunga per le mie forze abbattute e pel mio povero tempo.
Vi assicuro che non ve ne scriverò più così presto, perché anche volendo e potendo, ché pure vorrei ma non posso, corro rischio di scordarmene.
Ditemi una requiem aeternam, che non si sprecherà mai.
Sarà per quando sarà: nunc pro tunc, come dicono i buoni curiali.
Anzi, fatemi il piacere, non mi scrivete neppur voi.
A cose fatte chi resta raccoglie le bucce.
Non so, mi chiamerete ingrato, ma se volete da me lettere frequenti potete vedere anche una promessa delusa.
Ci cercheremo passato l'uragano.
I Cristofori gli ho incontrati recentemente.
Pure, siccome adesso chi sente battere un'ora non è sicuro di udir l'altra seguente, manderò ad informarmi di loro, e in vostro nome.
Se la risposta arriva prima che parta il corriere ve la metto qui abbasso.
Siamo tutti imbussolati: si aspetta di momento in momento a chi tocca il numero.
Bei tempi! Bella vita! Bel mondo! Iddio scampi voi altri.
Ecco i miei voti.
Ciro sta bene, è buono, costumato, gentile, ingenuo, studia e prende premi.
Ne ha il 5 corrente avuto un primo in letteratura: un secondo in geometria gli è stato negato dal bussolo.
Prega per la madre e per me.
Io sono l'unico suo sostegno, com'egli l'unico mio legame alla vita.
Dunque la desidero sino a che sia ora di spogliarmi della mia tutela.
Sono il vostro affezionatissimo amico
G.G.
Belli
P.S.
- Sono andato io medesimo a informarmi dai Cristofori.
Ho parlato col signor Luigi.
Stanno entrambi in ottima salute fino ad oggi, e ringraziano.
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 19 ottobre 1837
A.[mica] C.[arissima],
Fra i tanti avvenimenti me n'è accaduto uno del quale non vi debbo tenere al buio.
Ho dovuto cambiar casa, mentre intanto debbo pagare un altro anno e mezzo di pigione al palazzo Poli e farci ballare i sorci.
Si divertiranno, con due dozzine di camere.
Ditemi come state, voi e i vostri.
Io sto sempre male in qualunque senso vogliate guardar la parola.
Sono ridotto uno scheletro, e spero di andar presto a far compagnia a' miei originali.
Ho pensato alla tutela di Ciro, e ciò basta per chiuder gli occhi in pace.
Persuaso che non ci vedremo più vi saluto di cuore e vi prego fare questi miei uficii con Pirro e tutti gli altri di vostra famiglia.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 14 novembre 1837
A.[mica] C.[arissima],
È veramente singolare che in una lettera da me scrittavi collo scopo di parteciparvi la mia nuova dimora, abbia io poi omessa l'indicazione di quella.
Non me ne so ancora persuadere benché dal 2 corrente (in cui mi giunse la vostra del 26 ottobre) io ci abbia pensato dodici giorni.
Ma né in capo né a piedi della mia lettera v'indicai il Monte della Farina n.
18? Ed io realmente quì abito dove voi mi indirizzaste il vostro cortesissimo foglio.
Vedete come ho la testa per aria! Povero Belli!
Motivi molti e gravi mi fecero lasciare il Palazzo Poli: gravi e molti motivi.
Oggi però è scomparsa l'apparente contraddizione del pagare il fitto d'una casa vuota.
L'ho subaffittata al Signor Vincenzo Compagnoni, dopo superate immense difficoltà, e sofferti durissimi sagrificii nella roba.
Ma io doveva partire.
Eppure ogni giorno rondeggio di là come un passere intorno al nido distrutto.
Ho collocato tre de' miei domestici in alcune adobbate [sic] camerette superiori che ritenevo per nolo separato, e quanto più spesso mi riesce li vado a visitare.
Essi non sono più miei servi ma uguali.
Io non ho più famiglia: vivo a dozzina in casa di alcuni parenti dove mi sono ammobiliato modestamente due stanze cogli avanzi della mia rovina.
Quì se ci capirà, verrà un giorno anche Ciro: presto o tardi.
Ma non entriamo in amari discorsi che vogliono voce e non inchiostro.
Vi atterrirò con due sole parole: Siamo poveri, cara Amica.
Queste parole però io dico all'orecchio dell'amicizia discreta; e in casa vostra e nel vostro paese non le ascoltino che l'orecchio vostro e quello di Pirro.
Come dunque insistete nel venirvi io a trovare? Io, ve l'ho già detto, son quì impennato dalle fatiche e dalla necessità della mia continua presenza: presenza e fatiche, e, diciamolo ancora, cordogli, che dureranno più anni, e poi?...
E poi lo sa Iddio cosa sarà.
Chi sa se potrò trovare i momenti per visitar Ciro nella estate futura! Quando vi diceva di avere io provveduto alla tutela di Ciro, intesi pel caso della mia morte.
Ho fatto testamento e ho nominato i tutori.
Ma, finché vivo, il tutore, il protettore, la guida del mio figlio son io.
Io solo gli mostrerò dove si cela il serpe che uccide: io solo preserverò questa tenera pianticella dalle corruzioni del secolo.
Ecco la mia vita.
Mi alzo alle sei antimeriadiane: fatico al tavolino (per affari) fino alle 10.
Allora esco, e porto meco una lista de' luoghi dove ho da correre, spesso più volte, fino alle 2.
Torno a pranzo, e poi fra le carte, e poi verso sera termino qualche interrotto giro della mattina.
A mezz'ora di notte al travaglio, alle 11 cena: a mezzanotte a letto per vegliar quasi sempre fino alle sei del giorno seguente.
E non ho alcuno che mi serva o che mi porti in giro un biglietto quando son malato o diluvia.
Ma se un giorno Ciro sarà istruito, onorato e cortese, mi considererò pagato di tutto, anzi in debito verso la provvidenza.
Come mai l'ottimo Signor Pantaleoni non disse in fin de' conti: ma quì non abita un Belli? chiamatemi Belli.
Io ho sempre ignorato l'aneddoto che mi narrate.
Ringraziatelo, salutatelo, e chiedetegli scusa per me per le conseguenze spiacevoli di questo equivoco.
Ora per esempio sta per suonare la mezzanotte tra il giorno 13 e il 14, ed io tra la cena ed il letto di spine preparo questa lettera onde portarla da me dimani alla posta.
Prima non ho potuto scriverla: dopo non potrei.
Eppoi giudicate se non reo scrivendovi tardi, di rado e poco.
Saluto Pirro, Matilde e tutti, e vado a letto dopo caricata la trappola perché ho i sorci in camera che m'invidiano mezz'ora di sonno.
Sono il vostro affezionatissimo amico
G.G.
Belli
P.S.
- Un altro segreto.
Procuro in ogni modo di sollevare dal mio carico personale il piagato patrimonio di Ciro.
Se i vostri amici di codesti luoghi avessero bisogno d'affidare a qualcuno in Roma i loro affari (non mi vergogno delle onorate fatiche) e voi lo sapeste...
mi sono spiegato.
Cara Amica, è venuto il tempo della prova.
Unirei i negozi altrui a' miei, e tirerei due carretti con un solo sforzo di petto.
Voi siete delicata e riservata.
Pensate che il mondo perdona più facilmente un delitto che una disgrazia.
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti.
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 28 novembre 1837
Cara amica,
Alle premurose dimande della vostra del 23 non posso rispondere.
Vi vorrebbero molte parole e assai dolorose.
Ne parleremo un giorno, quando Iddio vorrà.
Intanto assicuratevi che io vi ho narrato il vero, e, se ne siete meravigliata, sappiate che ne ho stupore io medesimo.
Vi ripeto anche una volta che io non potrei movermi da Roma non solo per viverne lontano ma neppure per via di sollievo.
Farò molto se potrò nel venturo anno recarmi a vedere Ciro.
Le mie cose sono in modo tale costituite che per molti anni abbisogneranno della mia continua presenza, delle mie continue fatiche e dalla mie continue veglie ond'essere risolute in modo da poter dire o bene o male: è finito.
Vi parrà strano: vi avrà l'aria di un indovinello; eppure è così.
Tutte le vostre riflessioni son giuste e il ricordo del passato è esatto; ma il presente ha un altra [sic] trista realtà.
Si camminava sul precipizio coperto di fiori.
La tenerezza di mia moglie le persuase il falso calcolo di celarmi il vero per lasciarmi una quiete che un giorno doveva svanire tutta in un punto.
Convengo pienamente con voi: la vita dell'agente non è pel mio carattere, ma...
- L'affare che mi proponete tuttavia ha più natura d'impegno che di gestione.
Non so di chi mi parliate.
Io potrò usar qualche pratica in suo favore allorché me ne avrete palesato il nome.
Ma se credete che gli uffici del prelato abbiano più efficacia, e l'avranno di certo, non ritirate la commissione che già gliene deste.
Già se ne potrebbe offendere, e poi se io non riesco?
Ringraziate con parole di fuoco il caro, l'ottimo Pirro, per le sue amorose espressioni.
Nelle mie sventure ecco un compenso: la pietà degli amici.
Sono di cuore il vostro Belli
P.S.
- Le Cerroti stan bene.
La Chichi sempre infermiccia.
Me lo disse Petronilla in istrada l'altrieri.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 24 Febbraio 1838
Gentilissima amica,
La vostra del 4 corrente mi trovò infermo, e questa mia mi lascia convalescente.
Io sono sventuratamente tornato sotto il maligno impero del mio sangue che ad ogni lieve cagione si infiamma e ribolle come vetro in fornace.
Così dalla mia riperduta salute e dal nuovo stato di isolamento in cui vivo nasce una tristezza invincibile che mi consuma e fa di me un uomo al tutto perduto.
Poco più peraltro mi resterà da penare, e il mio povero Ciro rimarrà presto orfanello.
Io sono nato per le vive e durevoli affezioni, ed ora non trovo più intorno a me chi mi ami né chi sappia mettersi all'unisono col mio cuore.
Tutto quel che mi circonda è squallore, e il tedio della vita, il fastidio delle cose giungono ormai nel mio spirito a un grado veramente insopportabile.
Contuttociò mi è forza travagliare di continuo, poco cibandomi e quasi nulla dormendo, e mi adopero a tutt'uomo onde almeno lasciare a mio figlio qualche real prova di amore e un'esempio [sic] dell'intiero sacrificio che deve fare di se stesso un uomo profondamente penetrato de' proprii doveri.
Qualche amico viene talvolta tentando il diradare la nebbia che mi oscura l'anima, ma deve partirsene col rammarico di veder perduta l'opera e vana l'amorevole intenzione.
Io che sovente era sì tristo quando altri al mio luogo si sarebbe chiamato beatissimo, cosa non debbo soffrire oggi che tante vere cause di malinconia mi si sono addensate dattorno E intanto se non muoio, invecchio, e la vecchiezza è per se stessa sì gran male e sì gran fonte di abbandono e sconforto! - E quel non poter più godere della consolazione di un libro? Che se pure ben di rado mi avviene di aprirne alcuno macchinalmente e per distrazione, i miei occhi vi trascorrono sopra senza la cooperazione dell'animo.
Io leggo, torno a leggere, e non ne conservo un pensiere: condizione mortificante, desolatrice per un uomo che in altri tempi si sentiva formato di non sola materia.
Ah! Iddio preservi sempre ogni mio più crudo nemico dalla sventura di perdere la sua famiglia e di restar solo sulla terra.
Nessuna imprecazione potrebbesi lanciar più amara e terribile di questa: possa tu sopravvivere ai tuoi cari.
Mio figlio è in troppo tenera età perché io ne vagheggi un conforto, che, potendo anche sorgere un giorno fra le disgrazie con cui dovrà lottare questo povero fanciullo, giungerebbe assai tardo e quando la mia logora sensibilità sarebbe incapace di gustarne le dolcezze.
Uno spirito snervato e dei sensi ottusi quale compensazione offriranno ad una vita consumata nel dolore e nella solitudine? Orvia lasciamo queste vane lamentazioni, che non mi aveste da prender per uno Young arrabbiato, per un incivile spargitore di querimonie.
Ho udito il testamento della fu vostra Zia Volumnia, la quale ha certo, riguardo a Voi, vestita la giustizia coi panni della generosità, regalandovi ciò che per contratto era già vostro.
Ma!
Moriva Argante e tal moria qual visse.
La similitudine per verità conviene assai poco ad una pia donna che lascia il mondo per volare in paradiso: la mia erudizione però non ha saputo somministrarmi di meglio.
Anche il mio Ciro suona il pianoforte, ma credo assai agramente.
Io voleva risecare questa spesa: mi sembrò che egli se ne mortificasse, ed io lascio correre l'acqua alla china.
Nelle matematiche e nella eloquenza si distingue molto di più e mi si fanno altissimi elogi della normalità di ogni sua azione.
Vien dolce riflessivo, e sensitivo oltremodo all'onore.
Ha fra un mese 14 anni e mantiene tutta la sua robustezza.
Voi non lo conoscete.
Lo conoscerete? chi sa! - Io conosco vostra figlia e so che ben guidata può formare la gloria de' suoi educatori.
Cara amica, qualche lagrima anticipata risparmia poi gran sospiri.
Felici allora voi genitori! e più felice chi apparterrà a quella cara fanciulla! Riveritela in mio nome, e abbracciatevi per me il vostro e mio Pirro, uno de' più cari uomini coi quali io mi sia in terra incontrato.
Mille saluti alla Marchesa, a Checco, ed anche a que' di Loreto allorché loro scriverete; e pregate tutti pace all'anima della mia povera Mariuccia, vittima di travagli e della generosità del suo cuore.
Errò per virtù, e scontò l'errore colla vita.
Benedizione alla sua memoria.
Sono il vostro amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Onorevole e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma 5 maggio 1838
Carissima Amica,
Prima di riscontrare la vostra 15 aprile ho voluto fare qualche passo pel vostro raccomandato.
La inefficacia de' miei mezzi mi dà sufficientemente a conoscere non esser cosa nella quale io possa riuscire.
In simili richieste il cui successo va sempre in ragione inversa della concorrenza, abbisognano impegni forti e potenti, e credito certo e immediato del raccomandatore.
Io manco di rapporti; e così la mia nullità come il genere di solitaria vita che sempre seguii mi lasciano ora nella solitudine dalla quale non volli prima uscirne per elezione.
Né la mia età, né lo stato dell'animo né le interne brighe patrimoniali sono elementi favorevoli a una mutazione di sistema.
Giunto l'uomo a un certo punto del viver suo nulla può più intraprendere di veramente nuovo: gliene manca il tempo, l'ardire e il vigore, e quando anche raccogliendo un avanzo di forze si lanciasse in un tentativo non avvalorato da speranze, presto la vecchia natura lo ritrarrebbe alle prime abitudini spossato dallo sforzo imprudente.
Belli dunque è morto, e se ancora non si può dire ciò con materiale verità, la vita ch'egli conduce somiglia il vegetare al buio di quelle pianticelle di frumento destinate nella Settimana Santa ad ornare i Sepolcri.
La lettera che mi annuciate avermi scritta nel passato marzo non mi è sicuramente pervenuta.
Gli ultimi vostri caratteri anteriori a quelli del 15 aprile, furono del 4 febbraio, e a questi io risposi il 24 dello stesso febbraio.
Mi dite che nella lettera di marzo mi parlavate a lungo de' Vostri affari colla defunta Marchesa Volumnia, ma ciò fu materia della lettera di febbraio.
Sarebbe dunque possibile che voi equivocaste fra la lettera di febbraio e quella di marzo? In tutti i modi sappiate non essermi in Marzo giunto alcun vostro foglio.
Facilmente mi persuado dell'amabilità della vostra Matildina, in cui l'età non può non andare maturando le felici doti e di corpo e di spirito onde alla provvidenza piacque di favorirla.
E spero, ed anzi ne sono convinto (questo però ve lo dico all'orecchio, e timidamente) che qualche di lei antica disposizione ad un certo impeto ed imperio, siasi di già dal suo carattere totalmente dissipata.
La dolcezza della sua indole come voi mi dite, deve condurmi di necessità a questo consolante giudizio.
Del mio Ciro, di cui avete la bontà di mandarmi notizie, non ho che motivi di conforto.
Ecco un paragrafo recentissimo di lettera, in cui il Rettore da me non provocato mi parla di lui: "Il nostro Ciro a dispetto della stagione stravagantissima è stato per tutto l'inverno e vi si mantiene egregiamente in fior di salute.
Grasso, tondo, colorito, non lascia a desiderare di meglio.
Di cuor sempre ottimo; ed attento a' suoi doveri di buona voglia, per intimo sentimento di virtù, e per tutta brama (che senza dir con parole gli si legge all'opportunità nel viso) di esser la consolazione del padre cui egli ama teneramente e da cui ben mostra conoscere di essere teneramente amato".
Egli ha compiuto il suo 14° anno nella sera del 12 aprile.
Le lettere che mi scrive sono corrette, concepite e stese come potrebbero esser quelle d'un culto giovane di 20 anni.
Il lor pregio maggiore consiste nella facilità e disinvoltura.
Conosce egli già bene l'algebra, la geometria, le due trigonometrie; ed ora si applica con fervore alla geodesia.
Nelle lettere studia retorica e principia a ben gustare i classici latini.
Credo che nell'anno venturo comincerà il greco.
Suona poi il pianoforte, ma di questo non conosco i profitti.
Passerà qualche tempo prima che i nostri figli possano vedersi; e poi? chi sa qual diverso destino è lor riservato.
Pel mio Ciro pochissimo ci spero.
In terra soffia mal vento.
- Torno sempre a ringraziarvi de' vostri inviti.
Chi sa se neppure ad estate molto inoltrata potrò andare a vedere per quattro giorni quel mio povero orfanello! Salutatemi teneramente la vostra famiglia, ed abbracciate il buono, l'ottimo Pirro.
Iddio non poteva concedervi un miglior compagno.
Sono il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 2 febbraio 1839
Gentilissima amica,
Giuntami appena l'ultima vostra, senza data, mi accingo a rispondervi soddisfacendo così alla espressa ingiunzione che me ne fate e nello stesso tempo compiacendo a me stesso con un atto di gratitudine alle vostre premure.
È vero, io scrivo poco, anzi nulla, e forse ancora non iscriverei mai se non vi fossi stimolato.
Lo vedo, lo so e lo confesso.
Ma ne esistono bene i motivi.
A tre voi li riducete:
1° carestia di tempo,
2° incomodi di salute,
3° poca amicizia;
e mi usate la gentilezza di voler credere l'avarizia dei miei caratteri proceder dal primo.
Quì l'avete indovinata: ma metteteci ancora un po [sic] del secondo.
Al terzo potete pur dare assoluta esclusione e in sua vece includeteci una certa mia macchinale e moral pigrizia a tutte le buone opere oltre quella di far da padre e da madre al mio povero Ciro.
Questo uficio procuro di esercitarlo con tutta la diligenza che mi è possibile; ma poi?...
poi mi cadon le braccia e resto in preda all'accidia: se non che presto risorgono cagioni da togliermi a quel brutto peccato, il quale insieme colla superbia dirige e mantiene gl'impulsi all'altalena de' sette vizi capitali degli uomini.
La superbia spinge la tavola di su, e l'accidia di giù.
Gli altri cinque stanno in mezzo e se la godono in quel perpetuo movimento.
Che se il posto centrale è quello d'onore, e l'onore appartiene al più degno, pare che l'ira dovrebbe avere in mano uno scettro e una corona sul capo.
E vi dico il vero, carissima, amica: io riconosco in me una sovranità di questa ira perché vivo sempre arrabbiato.
Dunque ricapitoliamo sul conto mio.
Un po' di superbiaccia, molta pigrizia, e moltissima ira contro tutti fuorché contro Ciro e i miei amici: notate bene.
Le altre due coppie di vizi non istanno allegre per me.
Questa non la chiamerete, spero, la confessione del fariseo, che si dichiarava l'uom senza taccia come il cavalier Baiardo di buona memoria.
Tre miei difettucci bene o male ve gli ho confessati; e potrò così almeno attribuirmi un tantin di virtù di sincerità senza troppo temere il titolo d'impostore.
In questo luogo possono cadere non affatto fuor di proposito alcuni versettucci che scrissi a Ciro per guida de' suoi giudizi al prossimo suo ingresso nel mondo.
Potrete anche dirli alla vostra figliuola, dacché non sono essi di que'versi che accendono il sangue:
La virtù, Ciro, ha una minor sorella,
Detta con greco nome ipocrisia
Che per aspetto e ugual fisionomia
Sua cadetta non par, ma sua gemella.
A le vesti, a la voce, e la favella
Fra lor t'inganni e non sai dir qual sia;
Tanto che s'una ti si mostri pria,
L'altra, venendo poi, ti sembra quella.
L'unico mezzo a non restar deluso
È il pensar che la prima è nota a pochi,
Però c'ama i silenzi e l'ombre e il chiuso
Dovunque in vece tu virtute invochi
La seconda vedrai, ch'ella ha per uso
Cercar la luce e i frequentati lochi.
Vi regolate bene circa alle letture di Matildina.
Dov'è pericolo si salta, come fanno i preti alle lettere rosse.
Salutatemela codesta signorina.
Ciro studia ora il greco, e quì come nel resto mi va a dare il pagozzo.
Godrei tanto da vecchio nel divenir suo scolare! E se non muoio prima accadrà.
A primavera sarò in Roma sicuramente.
Credo che partirò per Perugia il 17 di agosto.
Dunque venite, e ci vedremo.
Saluto Pirro di cuore e così tutta la vostra famiglia.
Sono sinceramente.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 14 maggio 1839
Mia gentilissima amica,
I mezzi pe' quali io otteneva qualche cosa erano tutti di relazione di Mariuccia.
La mia vita solitaria, e direi quasi selvaggia, non mi ha aperto mai porte.
Così oggi che mi abbisognerebbero spalancate, le trovo tutte chiuse e spalmate di pece come quella dell'Arca dopo entratovi Noè colla semenza di tutti i viventi.
Ed io starò di fuori.
Duolmi però che terrò al presso anche Ciro.
Nulladimeno, ricevuta appena ieri la cara vostra del 10 corrente, mi posi subito in moto pel lascia-passare e ne feci la vistanza a nome della Marchesa Vincenza Roberti Perozzi proveniente da Morrovalle, delegazione di Macerata.
L'ho chiesto libero da ogni visita anche a domicilio.
Se mi riuscirà di ottenerlo sarà da me immediatamente depositato all'uficio doganale della porta del popolo; e Voi là ne farete ricerca secondo le soprascritte indicazioni.
Spero che vorranno rilasciarmelo; e non per nulla ho nella dimanda fatta menzione del vostro titolo di famiglia.
Alla nobiltà si concedono più facilmente o meno difficilmente.
Male: molto bene.
Eccovi la parola che mi chiedete sulla mia salute: eccovi le due che mi dimandate su quella di Ciro.
Se più ne aveste volute più ve ne direi, ma ne aggiungerò in voce.
Intanto Vi basti sapere che Voi non riconoscerete più il vostro vecchio amico né all'aspetto né all'umore.
Il perfetto isolamento e le angoscie alterano la fronte e inaspriscono l'animo.
Ciro è ancor nuovo al mondo è alla vita.
Per lui olezza ancor qualche fiore, avendo pure per sé un avvenire e sorridendogli alcuna speranza.
Il di lui bel cuore e la soda mente possono realizzare a suo vantaggio i sogni coi quali tento raddolcire questi ultimi giorni miei.
Pel 15° anniversario della di lui nascita, accaduto il 12 aprile, io gl'inviai rilegate in un libretto alcune poesie morali ch'egli ha aggradite e comprese mal grado della poca età sua.
Altro regalo non ho potuto fargli: una volta erano cose: oggi son parole; ma il caro mio figlio da me accetta tutto e mi ringrazia di tutto.
Nella seguente pagina vi trascriverò 28 versi di quelli.
Io gli ho in pregio: ma sapete perché? perché son cosa di Ciro.
Voi non potete credere quanto io ami quel ragazzo: cioè potete crederlo se pensate alla vostra Matilde.
Sapete quale idea mi passa pel capo? No.
Ve la dirò io.
Voi venite a Roma.
Vi starete fino al 16 agosto; e il 17 ne ripartirete con me e verrete per un giorno a Perugia.
Là conoscerete il mio successore nell'amicizia per la vostra famiglia.
Non è che il cambio d'un Giuseppe in un Ciro.
A me pare che vada bene così.
Vi saluto tutti e vi aspetto.
Il vostro amico
G.G.
Belli
A Ciro, pel di lui giorno natalizio.
Però che l'uomo, a cui va morte appresso,
Vive di giorno in giorno e d'ora in ora,
Ad ogni sol cadente e ad ogni aurora
Crede in forze e in età d'esser lo stesso.
Ma se un ricordo si risveglia in esso
Della sua vita giovanetta ancora,
Quanto ahi diverso da quel ch'era allora
D'animo e volto ei si ritrova adesso!
Così se ne' miei verdi anni io mi specchio
Né guardo al tempo che mi viene accanto
Veggo pur troppo, o figliuol mio, che invecchio.
Ma in dolce illusion ricado io poi
Qualor te miro sì fiorente, e intanto
Misuro il viver mio dagli anni tuoi.
La vita.
Vedete voi questo mantel consunto
Sì che a traverso vi traspare il cielo,
E più che un panno si può dire un velo,
A tanto stremo di vecchiezza è giunto?
Esso, l'anno primier che l'ebbi assunto,
Sfidar potea degli aquiloni il gelo;
Ed or s'è dileguato a pelo a pelo,
Or s'è tutto sdrucito a punto a punto.
O giovanetti, vi scolpite in mente
Che a quella del mantel pari è la sorte
Cui volle il ciel soggetto ogni vivente.
Bello è il garzone, e rigoglioso e forte;
Ma poi? Oggi un capel, dimani un dente,
Ciò che il natal gli diè rende a la morte.
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.ra Vincenza Perozzi, N.a March.a Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Terni, 19 settembre 1839
Gentilissima amica,
Ho puntualmente avuto in questa città la carissima vostra 11 corrente.
Le ragioni che mi adducete a giustificazione del vostro silenzio dopo partita di Roma, mentre sono obbligantissime, non mi sembrano regger molto al paragone in cui mettete il tacer vostro col mio del 1837 durante il cholera.
Quello era per tutti un tempo di confusione e di stordimento: per me poi di vera agonia, stanti i disastri miei personali venutisi ad aggiungere ai pubblici per gettarmi in un oceano di tempesta.
Voi potevate, è vero, sentirvi in pena pel dubbio della mia salvezza tra quel terribil flagello, ma pure io qualche volta vi scrissi.
In qualunque modo però andasse la faccenda, sapete pure che nel recente vostro soggiorno a Roma io vi descrissi il mio stato e di corpo e di spirito in quell'epoca sventurata.
Quando io vi ho assicurata che mi mancava sino il tempo per dormire e mangiare: quando vi ho affermato in parola d'onore che le fatiche e i patimenti e i miei tanti pensieri mi lasciavano spesso privo di forze per sostenermi in piedi: quando finalmente è un fatto certo che io dovevo sino trascurare di dar le mie nove a Ciro e a chi lo aveva in custodia, cosa potrei dire adesso di più per chiamare indulgenza su quel mio reato? Voi peraltro, Signora mia bella, giungeste a Morrovalle il 13 luglio, e mi dovevate scrivere almeno un eccoci quà, e se non pure a me potevate scriverlo a vostro suocero, il quale trovavasi mondo del mio peccato del 1837.
Egli poi avrebbe comunicate a me quelle due vostre parole, e le cose avrebbero camminato alla meglio.
Ma diamine! di tre persone niuna piglia la penna per dire a due poveri suoceri: siam giunti, stiam bene e buona notte! E lasciamo star parentela e amicizia: rifugiamoci almeno nelle regole della etichetta.
Come! etichetta? Sissignora, etichetta: in difetto di moventi migliori anch'essa è buona a qualche cosa, e bene o male sostiene essa pure i vincoli sociali.
Basta, mettiamo da parte tutte queste ciarle, e come voi dite bene, non se ne parli più.
Un articolo però ancora rimane in sospeso, ed è la vostra salute.
Perché non mi avete voi detto come state? Partiste ancora acciaccatella.
Vi siete rimessa? La tosse vi ha essa lasciata in pace? Ecco un punto essenziale su cui richiamo la vostra attenzione e le vostre parole.
Godo assai nell'udire le vostre lusinghe sul sollecito ristabilimento del Signor Giuseppe.
Certamente il figlio lo deve curare con premura ed amore, ed accelerarne al possibile la guarigione, seppure l'infermo non ne ritarda i successi con qualche disobbedienza di cura, che verso un medico-figlio è facile a verificarsi.
Inculcategli, anche in mio nome, docilità alle igieniche perscrizioni.
Oh vedete! È stato infermo anche Pirro! Comprendo vivamente le vostre agitazioni per lui, sì degno di affetto e di felicità.
Rendetegli l'abbraccio che mi manda a rendeteglielo di cuore.
Ciro dunque si guadagnò varii libri nella solenne premiazione del giorno 8 settembre, ed oltre ai libri ebbe una medaglia di argento, appiccatagli al petto da Monsignor Delegato.
Suonò il pianforte in pubblico, e le cose andarono bene.
Nel prossimo anno scolastico 1839-40 studierà logica e metafisica, fisica generale e qualche altra coserella, compresa la prosecuzione di lingua greca, già da lui principiata nell'anno corrente.
Sapete cosa ho scoperto? che Ciro nelle ore di ricreazione passa il suo tempo nella botanica, occupandosi a coltivare erbe e fiori, nel quale esercizio ha già qualche pratica, acquistata da sé da sé e zitto zitto.
Io gli ho dunque regalato un libro d'istituzioni botaniche del Savi, e poi da Roma gli spedirò qualche manuale di giardiniere.
Quel figlio è un vero galantuomo, ed è laggiù comunemente chiamato la pace del collegio.
Accanto a Ciro convien parlare di Matildina vostra.
Ditele che la ringrazio dell'aggiunta da lei fatta alla vostra lettera, e che io appena giunto a Roma (per la qual città parto dimani) mi occuperò della cara sua commissione.
Di là poi le scriverò direttamente, tanto più che mi dite dovervi esistere una di lei letterina per me.
Ripetete, di grazia, i miei saluti a tutti, e credetemi al solito
Il vostro affezionatissimo amico vero
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donzella
Signora [sic] Matilde Perozzi
Morrovalle
Di Roma, 26 settembre 1839
Mia cara Matildina,
Le sgridate, pel ritardo di notizie intorno al vostro ritorno a casa, le ho già fatte a Mammà.
Voglio purtuttavia aggiunger quì un codicilletto anche per voi dicendovi che il disfare il baule, il recarsi a Loreto, il metter la testa a segno, e lo studiar la musica, sono tutte ottime cose; ma neppure può sembrar pessimo lo scriver siam giunti, e scriverlo ad un amico al quale non si era già creduto inutile di scriver verremo.
Oltrediché, Matildina mia, restava quì il Nonno, che meritava da Morrovalle una particella almeno delle cure e del tempo che ottenevano da Roma coloro, o parenti o amici, che avevate in Morrovalle lasciati.
Ma tuttociò è stato soggetto di un colloquio maceratese, e passiamo oltre.
Mi congratulo e colla Mamma e con voi dei gentili incontri fatti presso Belforte e della lieta sera trascorsa a Tolentino.
Io da Perugia a questa Roma non ho passato che ore noiose e affligenti, perché io là lascio tutto e quì non è più alcuno che mi aspetti.
Ho però detto male: qualche cosa quì mi aspettava, cioè la vostra letterina del 15 agosto, giunta sul mio scrittoio il 22.
Ma non aveva detto io più volte che la mia partenza per Perugia accadrebbe il 17? - Ho ritirato i vostri solfeggi dalla Signora Deangelis per mezzo della Signora Chichi che vi saluta.
Sono piccola mole: un foglio.
La difficoltà sta ora nel farveli avere.
Chi partirà per costì? Vedremo.
Non ho trovato in casa il maestro Basili.
Ci tornerò e gli farò i saluti vostri e della zia Ignazîna, la quale poteva mandare un saluto anche a me per pagamento di senseria.
Le nuove che mi chiedete del mio Ciro sono ottime e per la salute e pel resto.
Cresce, studia, prospera, e si fa uomo di mente e di cuore.
Le mie poi non posso darvele quali la vostra buona amicizia desidererebbe.
Mi tormenta sempre il dolore di testa, e ne divengo a poco a poco un uomo da nulla.
Poco già sempre, figuratevi ora! Addio mia cara Matildina: siate felice quanto io ve lo desidero; e se mai Papà vi tornasse a dir Toppacchina scrivetemelo subito e ci penserò io.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 26 settembre 1839
A.[mica] C.[arissima],
Le cose delle quali Matildina ha empito la sua lettera del 15 agosto non sono così inconcludenti come voi giudicate.
Si scorge da esse la sua ingenuità che le fa dir tutto ciò che può aver piaciuto a lei ed a voi.
Non cercate, per carità, di estinguere nel suo animo questo bel pregio, e solamente modificatelo quando vi parrà che ecceda in soverchia semplicità.
Allorché Voi eravate in Roma al vostro tavolino scrivendo, non avevate forse bisogno di quelle sue espansioni perché ve ne mancava qui il soggetto, e perciò dovevate pensare ad altre materie; ma una giovanetta al primo fior della vita che rivede anche prima del tempo le persone più care alla sua famiglia, se non sa frenarne la sua gioia e la comunica a un altro amico lontano con franche parole non fa che quanto avrete fatto ancor Voi alla età sua innocente.
Son persuaso che Voi stessa avrete partecipato a Belforte e a Tolentino e a Morrovalle delle di lei sensazioni; ma in Voi, più forte di essa, ne avrebbe assunto il discorso un senso meno piccante e festivo, mancando la età nostra del vezzo che nasce dalla infantile sincerità.
Lasciando ora da parte le sue e le vostre affezioni, aggiungerò non essermi sembrata riprovevole la sua lettera neppure dal lato della estensione.
Scrive essa con naturalezza e buon garbo; e pochi nei, sparsi quà e là, non sono da farne alcun caso nella scrittura di una signorina di 12 anni.
In seno alla vostra famiglia e presso ai vostri amici della Marca ricordatevi in ogni vostra occorrenza che avete amici anche in Roma, e salutatemi Pirro, Mammà, Checco e il Signor Giuseppe, ottimo galantuomo.
Sono sinceramente
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donzella
S.a Matilde Perozzi
Morrovalle
Di Roma, 3 ottobre 1839
Mia cara Matildina,
Ciro non si fa nella musica tanto onore quanto mostrate di credere.
Suonò bensì egli in pubblico, ma vi sarebbe stato un poco a dire circa all'agilità della mano.
Su questo punto un di lui compagno lo supera, benché poi, a dir vero, sia egli superato da Ciro nella cognizione del tempo.
Sin da quando io mi decisi ad applicar Ciro a questa dilettevole occupazione ebbi in mente ciò che voi mi consigliate oggi di fare, cioè abilitarlo all'accompagnamento, parte la più necessaria ed utile della musica per chi non possa riuscire un suonatore di mano, distinto dalla mediocrità.
Né a ciò potrebbe certamente il mio Ciro aspirare, specialmente in risguardo del poco tempo che gli altri studi più solidi gli lasciano ad impiegare sul pianoforte.
Egli dunque studierà l'accompagnamento e accompagnerà il vostro canto.
La vostra Mammà vuol sapere da me come sia bravo il maestro di Ciro e di qual metodo siasi servito per istruirlo.
Ditele in mio nome che il Maestro Tancioni, Direttore della Cappella di Perugia, è uno de' buoni allievi del Conservatorio di Napoli.
Circa il metodo io comperai quello di Ascoli: il Maestro poi ha preso un po' qua e un po' là e ne ha fatto quasi un metodo proprio.
Cercate sul dizionario osier e vi troverete chiara e netta la risposta alla vostra dimanda relativa al tissu.
Siccome vi dissi nella mia precedente, i vostri solfeggi son già presso di me.
Udii a dire che le signore Serafini avevano ricevuta una vostra lettera ma che non credevano doversi molto affrettare a riscontrarla.
Il motivo di simile loro opinione potete figurarvelo facilmente.
Le firme delle vostre lettere a me dirette non mi piacciono.
Amichetta sta bene perché mi professate amicizia e siete giovanetta ma perché scolara? Di che? A 150 e più miglia di distanza?! Belle e facili lezioni! Oltrediché la mia mente non è più capace d'insegnar nulla ad alcuno.
Mi duole sempre il capo, e presto mi renderò forse stupido affatto.
Nella età matura l'intelletto che se ne va a spasso non torna più come tornate voi allegramente dalle vostre trottate nel legnetto di casa.
Ciò che è volato è volato, né posso richiamarlo come voi richiamate i vostri canarini o i passeri quando saltano sulla finestra.
Io vado a divenire un povero vecchio, al quale appena un giorno useranno la generosità di dire: come sta, Signor Giuseppe? si accomodi.
Voi però spero, mi userete qualche indulgenza maggiore in memoria della mia antica amicizia colla vostra famiglia per impulso del vostro cuor sensitivo.
Sono sinceramente il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Di Roma, 3 ottobre 1839
Gentilissima Amica,
Tutto quanto della vostra lettera del 26 settembre concerneva musica e Ciro, è stato da me riscontrato nell'annesso foglio diretto a Matildina, per distinguere le cose in classi e non tornarvi più sopra.
L'articolo più interessante che resta della detta vostra lettera è la vostra salute.
Mi rallegro della cessata tosse, ma insieme vi prego di non disprezzare tanto la raucedine ad essa succeduta, benché non ne sentiate fastidio.
Non fate prendere vizio alla gola: curatela ed ascoltate i consigli di Pirro.
Badate ai cibi e alla traspirazione.
Voi altre Signore donne vi buttate troppo i riguardi dietro le spalle: siete tutte o quasi tutte simili nel cospirare a render difficili le guarigioni.
Non voglio udir richiami da Pirro, vostro marito insieme e amico e medico.
Dunque docilità, o, diciam meglio, deferenza.
Aggradisco sommamente i saluti di Pirro e del padre, del cui sollecito ristabilimento sono molto desideroso.
Nella giornata di domenica 29 settembre avemmo qui in Roma dalle 6 antimeridiane alle 4 pomeridiane un continuo formidabile diluvio con centinaia di fulmini.
In poche case non corse l'acqua a torrenti per tutte le camere e gli appartamenti.
Il fiume, che il dì innanzi era più magro del Venerdì Santo, minacciò di portare le acque sino ai gradini di San Rocco! Ma quel santo miracoloso n'entendit raillerie e fu salvo.
- Addio
Il vostro amico e servitore vero
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, primo febbraio 1840
G.[entilissima] A.[mica],
Col solito indugio di parecchi giorni mi è giunta ieri la vostra del 26 perduto gennaio, e per buona mia sorte mi ha essa trovato in circostanza di salute alquanto men triste che non accadde alla sua precedente: altrimenti restavan in purgatorio sì l'una che l'altra.
Nella seconda voi accennate un timore di mia infermità: nella firma del 26 dicembre non faceste un sol cenno di simil suggetto, benché dalla mia del 12 (alla quale la vostra era responsiva) mi pare non ve ne venisse delineato un bel quadro.
Lungi dal diminuirsi i miei dolori di capo sono andati a grado a grado aumentando; ed io dopo soddisfatto a tutti i miei giornalieri impegni di varia natura, non ho altra forze che di trascinarmi alla mia poltrona per rimanervi fino a che la voce del dovere non mi richiami a vita come la tromba del giudizio universale.
Allora chi può pensare a lettere? Lo stesso mio figlio ne va spesso di mezzo.
Adesso alle altre mie brighe si è aggiunto il segretariato dell'Accademia tiberina, al quale sono stato eletto dopo esser passato per la terna di presidente; e, come ciò non bastasse mi è stata raddossata la direzione del Tesoro della storia ecclesiastica, vastissima opera che quì si stampa in latino da due dottissimi Romani.
Dunque il mio silenzio a tutt'altro va attribuito fuorché a pigrizia.
Ma poiché, siccome vi ho detto, oggi la mia cagna di testa latra un po' meno, rispondo insieme e alla vostra 26 dicembre e all'altra 26 gennaio.
Rattristandomi della morte del buon Solari rimasi pure soddisfattissimo all'udire come egli nel partirsi dal mondo pensasse lasciarvi bene agiate e la moglie e la nipote di quella le quali ebbero sempre per lui grande affetto e usarongli delicati riguardi.
La virtuosa Ignazîna non meritava meno, in premio della sua eccellente condotta e de' non pochi sacrificii a cui il suo flessi[bi]l carattere e l'amore della domestica pace per tanti anni la persuasero.
Io me ne rallegro con lei, e con voi che ve l'avete a sorella.
Se è vero che nessuno dei sonetti della mia raccolta appartiene al numero di quelli de' quali piacevi oggi suscitar memoria, avrete purtuttavia conosciuto che gli ultimi tre versi della Interna pace uscirono da quel vecchio fondo.
Voi però non gitterete per questo il mio libro, quando pensiate che una solenne verità da me detta a Voi in altri tempi poteva convenire assai bene allo spirito del mio figliuolo, perché a lui è destinato quel breve moral concetto della pace dell'anima.
Che se io non vi ho apposto, come in tanti altri l'indirizzo Al mio Ciro, proviene ciò dal non avere ancora mio figlio capacità di delitti per la sua tenera età, vaso purissimo d'innocenza.
Così l'altro sonetto a carte 79 diverrà cosa sua il 12 aprile 1845, nel qual giorno ci diverrà maggiorenne.
E quì ripeto: non gittate il mio libro.
Bensì potreste ardere nel vostro camminetto, e alla presenza di chi vi ci tien compagnia, tutte quelle altre cartacce scritte si male in un tempo e sotto un influsso che vanno oggi onorati col fuoco.
Voi mi augurate buon capo d'anno e un seguito di altri 50.
Troppi, cara mia, me ne bastano e avanzano soli altri dieci.
Il 12 aprile 1845 è appunto nel centro di questi.
Che desiderare di più?
Eccoci alla vostra lettera 26 gennaio e alle tre questioni da voi in quella promosse.
Sotto quel nome di Sidèria potrebbe star velato un mio segreto; ma non v'è.
Potrete quindi ritenere che in Sidèria si figuri ogni donna possibile, che lette le mie poesie, volesse giudicarmi uomo beato di soavi contentezze? Il nesso dello Sciscitor ve lo spiegherebbe facilmente il primo vocabolario latino che capitasse alle mani di qualunque membro della vostra conversazione.
Pure ve lo farò dire dal vocabolario mio.
Sciscitor significa chieggo per sapere, dimando con istanza.
Sul più grave articolo poi de' baffi e della pipa, di cui vi costituite avvocato posso rispondervi non aver mai voluto condannare le persone pel pelo e pel fumo, ma il fumo e il pelo per le persone.
In Roma almeno accade così: i mustacchi, le barbette e i sigari rappresentano quanto di più imbecille e di scostumato è attualmente dagli ospedali e dalle leggi lasciato vivere per la città.
Molti s'impelano e si affumicano per solo vezzo di imitazione; e per questi io certamente non sento peggio che pietà, vista la prova natura de' lor modelli.
Ma la massa è carne da frusta, e lode a chi avesse libero il braccio! Le mie satire stan tutte all'ombra, ne' tirati della mia scrivania.
Al solo vedere nella vostra lettera enunciato il vocabolo baffi io già prevedeva che sarebbe stato seguito dallo altro vocabolo ritratto.
È vero, per un momento io assunsi mustacchi, e così a Milano mi ritrassero.
Prima di tutto vi do carta bianca per giudicarmi caduto tra quello e questo tempo nel general vizio umano della contraddizione.
Però, o cara amica, in 13 anni, quanti ne corsero dal 1827 a questo attuale anno di grazia, molte e molte cose di più ho viste ed apprese.
Eppoi, non concedete voi nulla al querulo, inesorabile ed acre di Orazio ne' poveri uomini che indurano il cuore invecchiando? Io invecchio.
Avete torto di nominare individui in questa generale quistione di riprovazione e d'antipatia.
Io non dirò mai: ogni baffo copre un labbro abbietto; ogni sigaro associa il puzzo del tabacco bruciato al fumo di un vano cervello.
Se io non nomino alcuno, tacete anche voi, e non mi gettate alle prese con Pirro, che io amo stimo e rispetto.
Del resto mettete poi baffi anche alla buona memoria di Gaspare, io vi rimarrò sempre indifferentissimo.
Con Ciro forse non ci riuscireste, e se ci riusciste mi ferireste il cuore.
Voi non conoscete la classe de' barbuti romani.
Il mio ritratto peloso non merita di presiedere, come voi dite, alla società del vostro camminetto.
Potrebbe invece servire a questo di alimento, ed ad accrescer fumo con quello de' tizzoni e de' sigari per profumare l'ambiente che voi respirate conversando, lavorando, e forse ridendo a ragione delle mie satirische follie, degne di un ispido vecchio e riottoso.
Lo so in questa odierna mia opinione noi due non andiamo d'accordo.
Voi amaste sempre il forte, il virile (o almeno ciò che ne avesse apparenza) anche nel vostro sesso, ed anche in voi stessa, benché andasse a scapito più delle molli attrative per le quali voi donne potete soltanto cattivare durevolmente i cuori degli uomini, e farvi gioia del creato.
Su questo io vi scrissi a lungo allorché per giovanile fantasia mi chiedeste modula [sic] di una supplica con cui volevate celiando chiedere una nomina di carabiniere-a-cavallo al fu colonnello Liberati.
Io nol giudicai bel vezzo in un'amabile signorina quale eravate.
Né amo io gli uomini effeminati.
Vorrei vedere più armi e men pelo, né un fuggir nelle botti con in capo un cappello avvilito da due svergognate parole.
Non servirà che io le ricordi: il fumo de' sigari non può averle assopite nella memoria italiana.
E Matilde neppur mi saluta? Giuoca sempre a tombola? Faremo i conti tutti insieme.
Il vostro Belli.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 27 Maggio 1840
A.[mica] C.[arissima],
Voi direte: Belli è morto.
Non è morto, no, ma ben ferito.
Lo sanno le mignatte e i vescicanti.
Il mio dolor di capo, che in marzo erasi un poco alleggerito, ha sino dai primi giorni di aprile accresciuto i suoi furori, e sto sempre peggio.
Nel Venerdì santo mi fu tratto sangue con quelle maledette bestie; poi sempre cure; ed oggi vi scrivo con un vescicante dietro al collo, il quale non fa altro che raddoppiarmi i tormenti.
- La cara Matildina vorrebbe da me una romanza? Ma come scriverla? Non ho un pensiere, e quel ch'è peggio non ho un momento per pensare.
Mal grado del mio stato di abituale infermità, debbo lavorare da quindici a sedici ore al giorno! E la mia testa vorrebbe almeno un anno di assoluta inazione! Le occupazioni mi aggravano il dolor di capo: il dolor di capo mi appesantisce ed allunga le occupazioni.
Queste sono tutt'altro che lavori di genio; e tanto peggio.
Eppoi come potrei lavorare di mente, se questa affatto mi rifiuta? Le mie facoltà intellettuali ogni giorno mi scapitano: la memoria poi...
oh! la memoria! che mortificazione! Non mi ricordo più niente, non mi ricordo mai niente.
Pregate la nostra Matildina a perdonare il povero Belli.
Perdonatemi anche voi.
Io non merito sdegno ma compassione.
Se mai un giorno ritornerò in possesso del mio tempo e del mio cervello, ne userete come di cosa vostra.
Ma per ora se mi uccideste non potreste cavarne che sangue.
Cosa era un tempo per me lo scrivere una romanza? L'avrei fatta insipida, ma temperata la penna era tutto finito.
Non la dite superbia.
La mia mente sana e tranquilla mi obbediva al momento.
Oggi però qual mutazione! E in queste cose a che giova la volontà? A peggiorare l'afflizione dell'animo incapace di cooperare con essa.
Che può leggere Matilde? Non saprei.
La eccellente Storia universale del tedesco Giovanni de Müller, recata in italiano dal prof.
Barbieri.
La storia d'Italia del prof.
Luigi Bossi di Milano.
Le crociate di Michaud.
Le opere di Buffon...
non saprei.
Donna, in età pericolosa...
veramente mi trovo imbrogliato.
Attualmente si stampa la grande Storia universale di Cesare Cantù; ma, dico, si stampa.
Intraprendere una lettura che poi fosse ritardata dalla periodicità delle pubblicazioni!...
Se ci togliamo dalle spere storiche si va subito o alle artistiche o alle filosofiche.
O v'è dell'arido, o del grave o del pericoloso, parlando sempre di una giovinetta.
Romanzi non vi consiglierei, per ora almeno.
Dunque? Storie.
Ma quali? Ve ne son molte.
Scelga Pirro le migliori che gli capitino alle mani.
Vi ho nomato Buffon, perché fra le storie civili può entrarne bene anche una naturale.
Sta un po' indietro ai nuovi lumi; ma pure beato chi tenesse a mente tutte le sue belle ed eloquenti descrizioni!
Io non rispondo direttamente a Matilde, perché mi manca il tempo e la carta.
Ma pure no: vo' dirle due parole.
Cara Matildina.
Temo che invece di suonar Ciro con voi la sinfonia della Italiana ecc., udrà suonar voi sola, perché il di lui maestro mi dice che la musica egli la sente assai ma gliene riesce molto difficile l'esecuzione; sicché i progressi sono lentissimi e scarsi.
Dunque dubito quasi che leveranno mano.
Non gli mancheranno altre cose da fare.
Io però lascio il tutto a sua scelta.
Continui, non continui, farà a modo suo.
Sul resto udite Mamà e non vi prendete collera con me.
Me ne dorrebbe infinitamente, senza che ci potessi rimediare.
Salutate e abbracciate Papà.
Sono di tutti l'affezionatissimo
Belli
I pensieri, ossiano le due sentenze di Matildina hanno molta giustezza, e dimostrano maturità di senno e rettitudine di cuore.
Brava Matildina mia!
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 13 agosto 1840
Mia gentilissima Amica,
Noi ci possiamo dire in bilancio riguardo a carteggio, poiché mentre stava correndo verso di voi la mia del 27 maggio Voi mi scrivevate la vostra del 29.
Uno però di noi due deve muoversi: mi movo io, come anche è ben giusto in linea di civiltà.
Voglio dirvi che dimani io parto per Gubbio e poi sarò a Perugia il 21.
Ho veramente bisogno di un po' di conforto perché sono ammazzato di fatica e di caldo.
Tutto ciò che potrei rispondervi relativamente alle vostre considerazioni sui baffi l'ho già detto nelle mie precedenti: aggiungo soltanto che se poi la futura sposa di Ciro, non contenta delle altre di lui compiacenze per lei, esigesse una prova di affetto in alquanti peli sul mento, mi guarderei dal contrariare fra loro questo lieve aumento di felicità.
I casi però della vita insegnerebbero assai presto ad entrambi con quali occhi debbono due sposi imparare a guardarsi, e a distinguere il pregio delle varie scambievoli deferenze.
Lasciamo intanto questo soggetto, non meritevole per verità di più diffusi discorsi.
Quello che a me interessa di sapere è se voi e la mia Matildina siate in collera con me per la non fatta romanza che mi aveva essa richiesta.
Ah, non sareste giuste conservando anche il minimo rancore per questa che vi piacesse chiamare mia scompiacenza.
Se aveste mai qualche fiducia nella mia sincerità non è questo il motivo per ritogliermela.
Io vi dissi il vero.
Io non ho né la mente, né il tempo, né il consenso de' professori onde pensare a versi, e molto meno del genere di quelli a cui son rivolti i desiderii della vostra cara figliuola.
Se un giorno mi sarà concesso di potermi inspirare fra la pace e l'amicizia della famiglia vostra, tenterò di risuscitare qualche scintilla di un fuoco già vicinissimo a spegnersi sotto il gelo delle sventure e degli anni.
Per ora chi altri più di voi vorrebbe essermi indulgente? In uno degli scorsi mesi, mentre il mal di capo mi dava alquanto tregua, non potei dispensarmi dallo scrivete quì in Roma un componimentuccio.
Ma che? Vi consumai quindici giorni e venne fuori un diavolo zoppo e colle stampelle: stento di gotta e ghiaccio polare.
Dunque o non siete in collera, o facciamo la pace.
Iustitia et pax osculatae sunt.
Mi chiedete cosa io pensi di vostro cognato.
Mi pare un eccellente e stimabil giovane, d'ingegno pronto e di interessanti maniere.
Eccovi la impressione che ho conservata di lui, e mi lusingo di non essermi ingannato malgrado del poco tempo del nostro contatto.
Ditemi or voi come sta vostro suocero, la cui salute mi giova credere ristabilita.
Debbo lasciarvi: mi chiamano il vetturino, il passaporto, la valigia, il curiale e mille altri cancherini inseparabili dallo stato d'un pover'uomo che deve farsi tutto da sé.
Mi ristora il pensiere di andare ad ascoltare i privati saggi che Ciro darà in filosofia e il pubblico esperimento di fisica e lingua greca.
Ricordatemi a tutta la vostra famiglia, e specialmente a Pirro e alla graziosa polpettina di Matilduccia.
Sono di cuore
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 11 Xcembre 1841
G.[entilissima] A.[mica],
Volendo parlare con verità, noi due siamo entrambi debitori, l'uno verso l'altro, di un riscontro ad una lettera contemporanea di ciascuno di noi.
Il sette di ottobre io rispondevo alla vostra dell'8 settembre, e intanto stava giungendo a Roma l'altra vostra 5 ottobre che io ebbi il dì 8.
La corrispondenza è rimasta lì, e bisogna svegliarla oggi che ci avviciniamo a Natale, tempo d'augurii fra i nuovi amici e fra i vecchi.
Noi siam fra questi ultimi, perché 20 anni passati fra gente che si confessava e si comunicava non son già lieve faccenda né tenero osso da rodere.
Tutte le cose che mi dite relativamente alle due fazioni della famiglia Perozzi mi rammaricano moltissimo.
Io vorrei pace fra tutti e specialmente fra gli amici miei.
Quanto voi mi narrate è ben forte, né men forte è la pittura de' caratteri e la probabilità che ne possa nascere un giorno qualche mala intelligenza.
Intendete che colle ultime parole io vi rispondo sul conto degli sposi.
Mi dorrebbe non poco che aveste ad esser indovina, benché io mi lusinghi sinceramente del contrario.
Nulladimeno le vostre due ultime lettere fanno gelare il sangue così su questo come sugli altri rapporti; e il peggio è che io non potrei rimediarci.
Del resto voi due vi lagnate di quelli.
Io non so se quelli si lagnino di voi due per gli stessi motivi; né, se lo sapessi, ve lo direi; ma procurerei di difendervi da ogni specie di accusa perché son convinto della vostra rettitudine e di quella di Pirro.
Pare a me però che neppure Ettore abbia l'animo ingiusto; e se qualche buono amico si intromettesse con garbo fra tutti voi, forse v'intendereste meglio, e le cose si comporrebbero in pace e con generale soddisfazione.
Circa poi all'avvocato Cini, quel che abbia stipulato col fu vostro suocero io nol so: conosco peraltro che in Roma gode generale ed unica voce di probità; e bisognerebbe che io conoscessi bene il fondo e le origini delle cose per poterle spiegare in modo corrispondente alla lor vera natura e al buon concetto che io ho di quest'uomo.
Parlo così pel caso in cui si potesse credere che qualche preferenza accordata da vostro suocero a Ettore derivasse da insinuazioni di Cini.
Quello che ho sempre udito a narrare è che Cini abbia fatto moltissime concessioni ai Perozzi sul punto de' dritti di difesa nella loro eterna causa contro i parenti di Ancona.
Intanto però il primo mio dispiacere è il saper Voi rammaricata e Pirro ugualmente, senza che io abbia mezzi di rimettervi in calma.
Nulla è più amaro quanto i disturbi in famiglia.
Il vaticinio poi che formate sugli eventi del capitar Ciro in casa Cini, posso assicurarvi cara amica, che non si verificherà mai.
Delle quattro persone dalle quali dipenderà il successo conforme alle vostre previsioni, niuna affatto ha la mente disposta alle cause che produr potrebbero quell'effetto.
La Signora poi ed io volgiamo pel capo idee al tutto differentissime.
Tra le altre cose, inoltre, Ciro ed io frequentiamo assai poco questa casa.
La differenza del domestico orario adottato pe' nostri due figli studenti nell'università, unita alle mie gravissime occupazioni, ha prodotto gran rarità nelle visite che Ciro ed io facciamo alla famiglia Cini, per la quale però ho sempre la stessa amicizia.
Io non vedo più Roma che dalla mia casa all'uficio.
Vado là alle 9 del mattino e ne torno verso l'ave-maria.
Allora pranzo, poi riposo un ora [sic] sopra una sedia, poi lavoro pe' miei affari fino alle 10, poi vado a dormire: alle 4 o 4 1/2 mi alzo e chiamo Ciro, che si pone a studiare per andare alle 8 alla università.
Intanto io mi vesto, mi ripulisco, mi do un po' di faccenda per le camere, leggo un'oretta, scrivo qualche cosa o per la mia famigliuola o per l'uficio, faccio colazione, e fuggo via per trovarmi all'impiego alle 9.
Ancora però di pliffete non se ne parla.
Vedremo a gennaio.
Ciro è sempre un buon giovinetto; modesto, affabile, tranquillo, moderato, alieno da leggerezze, ed esattissimo ne' suoi doveri.
Sapete? Per attendere con più assiduità a' suoi gravi e vastissimi studi, ha voluto sacrificare la musica, temendo di perderci tempo.
Ditemi qualche cosa di Voi, di Pirro, di Matilduccia, di tutti: e tutti abbiatevi buone feste e miglior capo d'anno.
Il vostro Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 23 giugno 1842
N° 1° ed ultimo di questa natura.
Oggetto
Vapori dilatati
Se la vecchiaia non mi avesse rinfrescato il sangue, dolcificati gli umori e abbassato il morbino, questa mia lettera vi giungerebbe abbastanza acidula perché stemprata nell'acqua e aggiuntovi un cucchiaio di zucchero potesse tenervi luogo di limonea.
Gli anni però e le peripezie della vita ci riducono in un punto della età nostra ad un tal grado di mansuetudine e di floscia natura, che quelle esterne cause dalle quali saremmo stati in altra epoca accesi fino a gittar fumo dagli occhi e faville per le narici, valgono appena a riscaldarci la pelle come può farlo a mezzo dicembre la cenere tiepida di un braciere estinto dalla vigilia.
- In questa benigna disposizione di temperamento mi trovò dunque il vostro rimprovero del 16 giugno corrente; né il vocabolo OFFESA, che vi campeggia fra non poche altre parole o frasi risentitelle e amarette, seppe portarmi la mosca al naso come la circostanza avrebbe voluto.
Ma lasciamo l'estrinseco ed entriamo nella sostanza di questa vostra gran collera, provocata da quella mia più grande bricconeria.
Alla Signora Cini, amica nuova, non ho accordato su voi, amica di antica data, alcun grado di preferenza, perché niuna notizia le partecipai circa la mia nomina, né le inviai dietro veruna specie di lettera, o epistola, o dispaccio, o altro foglio di qualsivoglia natura.
Questa notizia, concernente i miei vantaggi, gliel'ha data spontaneamente la sua famiglia; la famiglia, alla quale, composta di marito e figli, niuna fretta disdice, se non solo dopo quattro giorni di lontananza.
Ma dopo appena 24 ore dà principio alla sua corrispondenza con una moglie e madre assente: sul qual punto (voi mi direte, e direte benissimo) non può cadere alcuna quistione, siccome non saprebbe esser soggetto di disputa il privilegio che godono i divisi parenti di scriversi scambievolmente ciò che lor va per la fantasia.
Ho dunque ringraziato il Signore che per questa parte il mio peccato se n'è ito in vapore.
Resta mo a diluirsi l'altra parte di accusa dell'aver taciuta, o, meglio, ritardata la notizia a voi; ma spero coll'aiuto di Dio di mandare a spasso anche questa mea maxima culpa.
Il 9 corrente giugno venne dalla Segreteria per gli affari di Stato interni alla Direzione Generale del Debito pubblico un dispaccio, nel quale, dopo molto preambolo circa al mal riuscito esperimento di questi impiegati che concorsero, al posto si diceva potersi far luogo alla nomina del Signor Giuseppe Gioachino Belli.
Ma poiché il Signor Giuseppe Gioachino Belli non è ancora stato installato, e poiché non ha egli peranco toccato il suo stipendio, e poiché infine tuttociò andrà probabilmente ad accadere fra giorni; così il Signor Giuseppe Gioachino Belli, avvezzo dalla esperienza a non dir quattro se non l'ha nel sacco, aspettava l'avvenimento consumato, per dirvi poi subito e tutto in un colpo: sapete? sono capo di corrispondenza e godo mensili 40, ovvero 38, scomputata la quota del rilascio per la cassa giubilazioni.
Intanto e finché non arrivasse quel santo giorno, che non è ancora arrivato, io teneva bell'e ammannita sul mio scrittoio domestico e sotto un bel peso di giallo-antico quella tal vostra lettera del 24 marzo, in cui mi dicevate: ditemi quando verrà il punto decisivo.
Questo punto decisivo pareva, dai primi di marzo in poi, dovesse venire ad ogni momento; ma non veniva, e, dovendo pur venire, io aspettava, per rispondervi, il poteri dire è venuto.
Al giorno in cui siamo il punto decisivo si può dir quasi arrivato, ma io non gli farò i miei complimenti fuorché quando udrò dirmi: Signor Belli, eccole il suo scrittoio, eccole i suoi commessi, eccole i suoi quattrini.
Ciò dovrebbe accadere al primo luglio, e a quel tempo la Signoria vostra sarebbe stata la prima, e assai probabilmente anche l'unica, ad esserne da me informata fra quelli a cui non avrei potuto parteciparlo che per via della posta.
Ma ella, signora fumantina di antica data, ha rotto l'incanto, e così prendasi oggi la notizia imperfetta e acerba qual'è.
Le gentilezze che mi dirige pel vostro mezzo la Matildina mi riescono assai care ed han sempre luogo, benché nel senso che voi attribuite a questa frase io confessi che non può mai piacermi attraversare le mire che sovr'essa ha la ottima zia.
Ricambiate, di grazia, quelle gentilezze con altrettante belle e dolci parole.
Io non vi promisi la mia visita per tre anni continui, rimettendola sempre, come voi dite, all'anno venturo.
Siamo esatti.
Ve la promisi nel 1839 a Roma pel 1841, in cui Ciro doveva uscir di collegio.
Dovete però ricordarvi qual circostanza mi obbligò l'anno scorso a tornar quì di volo.
Quest'anno poi sarebbe impossibile che io ottenessi un permesso di assenza.
Dove son dunque i tre anni? E qual colpa n'ho io in tuttociò?
Circa poi alla mia pigrizia in genere nello scrivere, convincetevi che io fatico dalla mattina alla sera, e debbo anche trascurare qualche affar di famiglia.
E malgrado la stanchezza del giorno, rare sono le sere in cui non mi occupi a casa delle molte e complicate teorie sulle quali è basata la macchina del Debito-pubblico.
Quest'altro travaglio teoretico lo faccio per addestrarmi alle cose di pratica onde sapere ove mi metter le mani.
Dunque un po' di pazienza anche voi.
Oggi Ciro ha ottenuto alla Università il baccellierato in diritto civile, canonico e criminale.
Ecco il primo passo per l'avvocatura.
Mille abbracci a Pirro, un bacio sulla mano alla eccellente Ignazîna, molti saluti a mammà ecc.
ecc.
ecc.
Il vostro affezionatissimo amico e servitore
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 5 luglio 1842
Nulla meglio che la vostra spaventosa e funesta lettera del primo corrente potea dimostrarmi la sconvenevolezza di chiamar buona Ignazîna una donna che smentisse in un punto ogni buon credito in cui la ebbi tanti
...
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