LETTERE A CENCIA 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 5
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Io, che, se forse con soverchio orgoglio, senza però troppo timore di essere smentito posso vantare non lieve anzianità fra la maggior parte de' vostri amici attuali, spero che il mostrarmivi non ancora dimentico del 5 di aprile mi varrà nel vostro animo un pensier generoso di preferenza, la quale io disputerei a chiunque me ne volesse defraudare in virtù di recenti titoli comunque sanciti da non interrotte consetudini.
Diciannove anni della rapida umana vita non paiono un fragil merito fra persone la cui promessa amicizia non mai si avvelenò nel disprezzo, comunque compromessa forse talvolta da qualche inevitabile vicenda.
Eccomi dunque anch'io nella schiera dei festeggiatori del Vostro nome, nome che in me oggi si associa a tutte piacevoli e rispettose reminiscenze.
Possa questo nome esser da Voi udito per molti anni a ripetere con emozione da coloro che amate e da quanti altri vorrà il cielo suscitarvi attorno per aumento della vostra famiglia e per conforto della futura vostra vecchiezza.
Il buon Pirro e la cara Matilde facciano eco a queste mie calde parole, della cui sincerità prego dalla provvidenza un premio di benedizione sul capo del mio figliuolo.
Se non discari saranno a Voi giunti gli affettuosi augurii o presagî della mia benevolenza, fate una sola volta risuonare ancora del nome mio le vostre domestiche pareti, fra i brindisi di quanti hanno su me il vantaggio di esservi in questo giorno vicini.
Sono sinceramente
Il vostro aff[ezionatissi]mo e dev[otissi]mo amico
Giuseppe Gioachino Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Perugia, 19 settembre 1840
Mia gentilissima Amica
Non può né sorprendermi né sembrarmi irragionevole il dolore che vi deriva dalla lontananza di vostra figlia, e il tedio delle giornate trascorse da Voi senza la sua compagnia.
Se la natura nostra si affeziona a quelle persone o a quelle cose ancora colle quali ci troviamo uniti per lunga consuetudine, quanto maggiore attaccamento non sarà in noi suscitato dalla continua convivenza coi figli, che sembrano già antichi amici al cuor nostro sin dal primo istante medesimo della loro comparsa nel mondo? Se poi consideriamo l'affetto materno, sempre più tenero e pauroso che l'amore di un padre; se apprezziamo questo affetto verso una figliuola, compagna ed amica naturale di una madre di cui deve ricopiare in se stessa tutte le tendenze dell'animo e le domestiche sollecitudini; se a que' riflessi aggiungiamo la unicità di prole in quella figlia medesima, dalla quale non può distrarsi l'amore per dividersi ed esercitarsi sopra altri oggetti di simile importanza; se finalmente quell'unica figlia sia gentile, sia amabile, sia virtuosa, sia giunta ad età di matura intelligenza per concepire la tenerezza della Madre sua e sentire in sé il bisogno e la capacità del contracambio, allora la vostra tristezza comparirà a tutti non solo naturale e giustissima ma superiore ancora a quanto sappiate esprimere colle parole.
Nulladimeno l'amore, il vero amore, prende forza e si manifesta coi sacrifizi; e se il vivere sempre al fianco de' figli nostri dà testimonianza di non dubbio affetto, il sapersene talora distaccare per la loro futura felicità trasforma la virtù umana quasi in divina, e la prepara a consolazioni più che terrene.
Niuno è però obbligato ad atti maggiori delle sue forze; e così quando Voi realmente sentiate colla esperienza che la lontananza di Matildina vi riesca troppo penosa, oppure vediate Lei stessa incapace di vivere un anno separata dalla sua buona Mamma, non dovete al certo cimentare con funesto eroismo né la vostra né la sua vita, sì necessarie una all'altra, e sì care entrambe ad un ottimo marito e padre che in Voi due ripone e divide tutte le sue compiacenze.
Nulla delle create cose è infinita, ed ogni atto della umana natura ha una linea di confine, oltre la quale la stessa virtù degenera in vizio.
Ma a quella linea bisogna arrivare, e badar bene che le passioni seduttrici non ci faccian credere estremo il mezzo della misura.
Io parlo ad una donna virtuosa e illuminata sui proprii doveri così come sulla propria morale attività per compierli degnamente.
Mi riesce assai grato l'udire da Voi la memoria che Monsignor Vescovo Teloni conserva di me e della mia famiglia, seppure possa più meritar nome di famiglia una casa mancante di una moglie o di una madre che la diriga e ne sia centro.
Quando rivedrete quell'ottimo prelato presentategli i miei rispettosi ossequî e ditegli che il tempo di tanti anni mai non ha in me diminuita la stima indottavi da' suoi meriti sin da quando ebbi l'onore di averlo a compigionale nel medesimo casamento da me abitato colla mia povera Mariuccia.
Avrei anche desiderio di sapere da Voi se viva e stia bene la Contessa Cavallini, sorella di Monsignore, donna di molte amabili prerogative.
Nel Mercoldì 16 adunque si celebrò dalle Monache e dalle convittrici del Monistero il vostro giorno natalizio.
Brava Cencia! Mentre quasi ogni donna procura di nascondere quelle fatali ricorrenze, Voi senza vanità o pregiudizi le fate solennizzare da una intiera comunità.
Sarete così più stimata da chi non valuta i pregi di una donna in ragione inversa della età sua.
La gioventù ogni giorno fugge, e la virtù si accresce ogni giorno.
Io vi auguro di raddoppiare l'attual vostra vita onde aumentarvi di altrettanto la mia odierna amicizia, seppure ancor'io possa lusingarmi di rimanere sì lungamente in questa locanda del mondo.
Ciro sta sempre bene e va di giorno in giorno sviluppando uno spirito amenissimo, senza però uscir mai dai termini della moderazione.
Ha poi un'arte sua propria di star sempre e ad ogni incontro in pace con tutti.
Fra tre giorni io lascerò Ciro e Perugia, e, trattenutomi un poco per affari lungo la via, sarò in Roma verso il finire del mese.
Mille amichevoli parole al mio Pirro, alla vostra Matildina e a tutti i vostri parenti.
Sono di cuore
Il V[ostr]o a[mi]co aff[ezionatissi]mo
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 8 dicembre 1840
Gentilissima Amica
Alla seconda lettera che mi dirigeste a Perugia (parlo di quella dell'11 settembre) io risposi di là il giorno 19 del medesimo mese partecipandovi la mia non lontana partenza da quella città per tornarmene bel bello a tirare il vomere in questo mio campo aratorio.
Fin là dunque le nostre partite sono saldate.
All'avvicinarsi però delle feste natalizie e del nuovo anno preparo questa carta per aprirvi un conto novello, nel quale io registro intanto a mio credito una bella somma di augurii anticipati, che potranno figurare come arra e caparra del mio debito d'amicizia verso di Voi, di Pirro, di Matildina, della Marchesa, dello zio Checco e di tutti i parenti, agnati, cognati, consanguinei, affini, sino alla decima generazione.
Fra i nomi de' soprannotati miei creditori, notati tutti in rubricella del libro mastro, ne avrete trovato uno scritto in carattere più cancelleresco che gli altri.
Ciò indica, secondo il sistema della mia contabilità, che su quel nome ha da cadere scrittura doppia.
Animo dunque.
Come sta Matildina? Ama il suo soggiorno claustrale? Vi resta non oltre al tempo carnevalesco? Ve la lasciate di più? Tante interrogazioni puzzano un po [sic] di curiosità de' fatti altrui; ma io tengo sott'occhio la vostra lettera dell' 11 settembre, e vi trovo scritte queste parole: in seguito saprò dirvi qualche cosa di più positivo su questo punto.
Voi dunque autorizzaste la mia ficcanaseria: voi pagatene oggi la pena, e parlate.
Andiamo adesso al conto di Ciro.
Esso gode sempre di robustissima salute; e non so se vi abbia mai detto che su questo proposito della sua fibra tenace lo chiamano il beduino, al che forse ancora contribuisce la fosca tinta della sua pelle.
Non ha sortito certamente dalla natura le doti da venirne un vagheggino e un fustarello di latte e miele, di giglio e rosa.
Quello va innanzi per la sua via come un corazziere della guardia del corpo, fermo di mente e duro di membra.
Negli scorsi giorni gli ho mandato i partimenti di Fenaroli perché si addestri nel musicale accompagnamento.
È un pezzo, mia cara Signora dacché nelle vostre lettere non è più parola della vostra salute.
Intendo pertanto oggi di diffidarvi formalmente, chiedendovi con positive e chiare parole un ragguaglietto preciso del vostro stato sanitario, del quale tanto più m'interesso in quanto che in Roma avevate certe ubbie pel capo, dalle quali al certo non poteva derivarvi il beneficio dell'elixire campacentanni.
È vero che parlavate di un tale anno climaterico con assai sangue freddo; ma simili idee, amica mia, non sono fiori di malva.
- La mia capoccia va meglio, e n'è uscita fuori una romanzaccia, degna della musica de' gatti incimurriti.
La Carità (vedi che titoli!)
Ah non vantate o prodighi
Di sterili parole,
Quell'apparir benefici
Dove più splenda il sole;
Non il gettar per gloria
Di ree lusinghe e vane
Un vile argento, un pane
Sul letto del dolor.
La carità, che ingenua
Abita in cor non guasto,
Abborre dagli strepiti,
Sdegna le pompe e il fasto;
E pari a casta vergine
Al guardo altrui si cela,
Né in sua bellezza anela
A effimero splendor.
Ah di fortuna il giubilo
E il superbir del sangue
Al muto aspetto estinguasi
D'un poverel che langue:
Felici se una lagrima
Vi turba il cuore in festa,
E il senso in voi ridesta
Dell'egra umanità.
Allora, allor de' miseri
Nel consolato petto
Susciterete un palpito
Di non mentito affetto;
E quanto men fra gli uomini
Scenda orgogliosa e grave
Sarà più a Dio soave
La Vostra carità.
Vi parrà questa romanza stravagante e bizzarra.
E così è.
Ma se togliete dalla mente de' poeti la stravaganza e la bizzarria, non vi resta più altro.
In questa romanza, per difenderla pure un tantino, non vi sono sfoghi d'amore né altri vaniloquii di un'anima che non intenda se stessa.
Io, al postutto, non so se la carità possa associarsi alla musica, e se i maestri di cappella avranno note caritatevoli da farne una salsa alla mia scipita vivanda.
E quì vi auguro di cuore pace, sanità e alegrezza come i ciechi rapsodisti di piazza.
Sono il vostro aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
Per Morrovalle
Di Roma, 23 gennaio 1841
G.[entilissi]ma amica
Rispondo con poche linee alla vostra del 17, giacché ho 3/4 di brighe per ogni 1/4 di tempo.
Il vostro paragrafo sulle costipazioni dei Tomassini è saporitissimo: l'ultimo periodo poi relativo al Pagliaroni, alla sua cura sentimentale e al poco peso de' suoi cadaveri pe' beccamorti, mi è sembrato un tratto degno dello spirito di Walter-Scott.
Non vi vorrei poetessa nemica.
- Brava! Del 44 non se ne parli più: se me ne dite un'altra parola vi attizzo contro i miei carboni rimati.
Scottano poco, ma tingono.
Quel Marocco pel quale avete concepito tanto interesse e che sì volentieri (credo) frustereste sopra un asino da due carlini, è uno stracciapane, un cervellaccio pieno di memoria e di stravaganza, un temerario da fiera, che ha fatto tutte le arti, tutti i mestieri, buono a intraprender tutto, a perfezionar niente, vivace, focoso, miserabile, attualmente tornitore in borgo e poeta in città.
Si aiuta come può e si contenta di tutto: di un paolo, di un pranzo, di una cena, di una presa di tabacco.
Stampò i suoi due canti a debito, che pagò poi per la sua instancabilità di girare offrendo il suo libro a chi lo voleva e vendendolo a chi nol voleva comprare.
È una piattola che cava sangue dai sugheri.
Non so come in provincia abbiano ficcato i suoi versi nella collezione che vi mandai.
Quì si tiene per poeta da bettole.
E tuttociò voglio aver detto con tutta la venerazione.
Il suggello era della Tiberina; e il bollo che impresse sul mio plico per Voi fu l'ultimo che mi uscì dalle mani prima di passar quell'arnese al Segretario mio successore.
Per quest'anno m'han creato Vice-Presidente.
Figuratevi l'arietta che ho presa; Mi son fatto insino inamidare le falde.
Salutatemi sempre Matilde, e dite a Pirro che meglio di quel che qui segue non ho saputo né potuto fare pel povero Liberati, di cui piango sinceramente la perdita.
Di lui poco io sapeva, e quel poco non mi uscì dalla penna con troppa grazia, perché non m'intendo di comporre in epigrafia.
Riposo.alle.ceneri
Onore.alla.memoria di.Carlo.Liberati
Uomo.giusto.erudito.benefico
il.quale
rispettoso.alla.Chiesa
utile.
alla.patria
caro.agli.amici
illustrò.la.sua.vita.con.nobili.costumi
con.
animo.inalterabile
con.soave.piacevolezza
Nato.in.....
il.....
17 ..
Morì.tranquillo.in.Morrovalle
il.15.gennaio.1841
non.
trovando.
in.
se.stesso
di.che.temere.l'eternità.
Sono al solito
il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co frettoloso
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 5 aprile 1841
Carissima amica
Giuntami il pr[im]o corrente la vostra lettera del 26 marzo mi avrebbe lasciato spazio di tempo e per riscontrarla e per arricchire la mia risposta coll'invio degli auguri pel vostro onomastico del 5.
Ma alcune parole che terminavano il vostro foglio mi trattennero dal così regolarmi.
Voi dicevate: la mancanza di carta mi fa terminare: proseguirò nell'ordinario venturo.
Io previdi dunque un incrociamento di lettere, e per evitarlo mi posi ad attendere quel vostro proseguimento, onde poi rispondere a tutto insieme, e significarvi contemporaneamente che se gli augurii del 5 non gli espressi in carta li formai in cuore.
L'augurio infatti non è una parola ma un sentimento.
Intanto però il vostro proseguimento va tardando, ed io voglio anticiparvi i miei pensieri sulle diverse parti della vostra lettera interessante.
L'impiego di quasi intiero il vostro tempo in atti relativi alla vostra figlia non può sorprendere alcun'animo [sic] retto né temer censura da chi specialmente conosce la potenza dell'amor de' figliuoli, e lo stato di orgasmo che si prova nel vedersi lontani da queste sì necessarie parti della nostra esistenza.
In quegli improvvisi viaggi però, in quegli accessi subitanei di desiderio, in quegl'impeti di volontà non colmabili che da una istantanea soddisfazione, lì riconosco chiaramente la madre, e nella madre la donna, e nella donna la mia buona amica Vincenza Roberti-Perozzi, che fu sempre impaziente di contraddizioni e di ostacoli.
Nulladimeno il motivo delle attuali vostre velleità è sì sacro e sì puro che a darvici torto bisognerebbe prima pensarci due volte.
Comunque però la sia, mi par sempre certo che i vostri incontrastabili pregi Vi hanno in ogni epoca della vita guadagnati amici indulgentissimi; e la esclusiva deferenza non è poi il più efficace elixire per corroborar gli animi contro gli attacchi della volontà.
Vi ho fatto una predicuccia, eh? No, cara Cencia, non dovete udire in me che un amico il quale esprime celiando le sue idee intorno alla vita morale di noi povere macchinette.
Nel caso attuale, a buon conto, voi avete forse più ragione di me, e chi sa se io ne' vostri panni non facessi peggio di voi.
Vi ringrazio delle obbliganti parole che mi dite circa al mio prossimo viaggio per Morrovalle.
I giorni però che passeremo insieme non potranno essere che pochissimi, secondo il rigoroso diario che mi sarà forza di osservare in quella occasione e in quel tempo.
Voi stessa farete tacere in ciò la vostra cortesia e parlar la ragione.
Mi converrebbe allungare i giorni come Giosuè.
Il matrimonio progettato da vostra sorella, e così favorito dai voti di tutta la parentela, mi par cosa da non disprezzarsi; e per poco che s'incontrasse il genio de' due giovanetti io vi consiglierei ad accettarlo.
Mi dorrebbe anzi moltissimo che da parte della mia casa nascessero motivi atti a prevenir l'animo della cara Matildina e attraversare le mire della buona zia di lei, la quale non merita questo rammarico.
Il cuore dev'esser certamente consultato in progetti di matrimonii; ma io credo che a formare la felicità di due sposi basti un moderato affetto unito a molta stima.
Se poi su queste basi riposi anche l'edificio di una brillante fortuna, come potrei io cooperare onestamente a confermarvi ne' vostri antichi divisamenti in favore di un'altra alleanza? Incontrerei prima la mia stessa disapprovazione, e poi quelle di tutti i vostri parenti, per non dire di tutti gli uomini virtuosi.
Ora sta a Voi il dirmi se fosse o no ben fatto che io dimettessi l'idea del viaggio di settembre.
Non già voglio intendere che Ciro sia pericoloso, che anzi credo il contrario; ma poiché doveva esser questa una conoscenza sperimentale, sarebbe forse meglio l'evitare uno sperimento che poi avesse a contrariare disegni di famiglia che senza questa prevenzione potrebbero riuscire a buon fine.
Consultatene Pirro.
Egli è onesto e prudente: io forse delicato: voi ragionevole.
Nell'epigrafe del frate io trovo (ma posso ingannarmi) improprietà di espressioni, inesattezza di vocaboli, equivoci di sensi, imbarazzi di sintassi, prolissità di estensione, ridondanza di epiteti, cacofonie.
La epigrafe può nulladimeno esser bella, perché io per verità me ne intendo poco.
Un abbraccio a Pirro, mille saluti a Matildina, tante cose amichevoli agli altri di vostra casa.
Sono di cuore
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
P.S.
- Dimani è pasqua.
Mille felicità a tutti.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 17 maggio 1841
Gentilissima amica
Senza accusarmi da me stesso o difendermi, e piuttostoché attribuire il mio silenzio o alla mia salute o alle mie brighe o alla mia pigrizia, vengo a saldare oggi i miei conti, e insieme colla vostra 10-15 Maggio corrente riscontro ancor l'altra del 30 Marzo e 5 Aprile.
Non consumiamo più carta intorno ai versi e alla epigrafia del frate.
Quel cervellaccio balzano non è buono ad altro che a farne frittura pe' gatti o concime per un cavoleto.
Ma non varrebbe egli meglio che questo buon servo di Dio zappasse la vigna del Signore, e lasciasse in pace i poveri morti colle sue vie più belle, colle sue soglie del cielo, colla terra fella, colla orditura di miserie, e la respirazione di luce, e la disunazione de' mortai, e gli scabelletti di raggi, e tutta quella tantafera di zacchere con cui va impiastricciando le pietre delle sepolture? E Voi, Signora cultrice esimia delle lettere belle, perché non lo consolate con cinque lettere bellissime dandogli il nome di Fra Zucca o Fra Asino? - Intanto non me lo menate più fra gli stinchi.
Stando alla vostra opinione sul conto di vostro cognato mi duole se mi sono ingannato nel buon concetto che ho formato di lui.
E certo è bene che sino ad ora nulla ho in esso rimarcato che non sia degno di stima.
I suoi modi son disinvolti, civili ed ameni: il suo spirito è sveglio e piacevole: le sue attenzioni per la sposa assidue e delicate.
Che ne aveva io da pensare? Con tuttociò il malumoretto che sembra volersi rinnovare o mantenere fra lui e voi altri, mi disgusta e rammarica: queste sono faccende da sbrigarsi poi a voce.
Intanto i malaugurosi pronostici vostri per la tranquillità futura della sposa mi turbano anch'essi, perché io amo questa figlia dei Cini.
Della M[arche]sa Solari dopo le vostre poco buone notizie ne ho avuto di simili dal can[oni]co Vecchiotti, fratello del maestro di Cappella di Loreto.
Povera Signora! Vive molto penosam[ent]e e fa non meno penare la buona Ignazîna.
Se le vedete e se crediate che un mio saluto non venga troppo in isconcio fra le loro afflizioni, salutatemele, e fatele certe della mia pena per le sofferenze a cui la provvidenza le inchina.
Il vostro bel paragrafo ragguardante alla scelta di un compagno, importantissimo negozio per una bennata giovanetta, mostra seducentissima specie di verità.
Io però mi farei temerario sino ad instituirne una analisi per mostrarvi le parti nelle quali il successo da voi con sì leale convinzione vagheggiato potrebbe forse non intieram[ent]e rispondere alla sincerità delle massime vostre intorno a questo grave argomento di felicità.
Ma si entrerebbe in una assai larga discussione di principii; epperò io conchiuderò questo articolo colle stesse vostre finali parole: a voce nel futuro settembre.
Prima nulladimeno di troncarne affatto le fila pregovi di riflettere sui seguenti quesiti.
1° - Il bene e il male si scopre meglio e più chiaro in un ampio che in un ristretto numero d'uomini? Sì; ma una scelta di pochi, fatta dalla esperienza di amorosi educatori, preserva la semplicità de' giovani dal pericolo delle illusioni e dalla fatica d'instituire da se stessi il criterio de' proprii sentimenti.
2° - Nel 10° uomo non si scopriranno forse migliori qualità che nel 9°? Certamente.
Ma il 100° ce ne mostrerà fors'anche delle più belle che il 99°, e il 1000° più che il 999°, e così di seguito.
I due estremi del bene e del male dove hanno i confini? Su queste basi una scelta non si farà mai, o sarà timorosa e infelice.
3° - Una grata impressione fatta in un cuore da un piacevole aspetto non potrà ella esser vinta o superata da altra successiva, che renda poi amari e desolanti i primi e irrevocabili impegni?
A simile quesito applicherei la risposta del 2°.
- In mezzo a questo scetticismo di sensazioni come riposarci mai nel futuro? E la soverchia cautela contro i possibili eventi non potrebbe ella condurci o all'indifferentismo o alla instabilità?
4° - Il genio de' giovani va consultato o asservito?
Va consultato; ma l'amorosa vigilanza dell'autorità deve preparar loro le terne.
Per queste sì che gioverà più la massa dei 1000 che quella dei 100.
5° - A chi dunque apparterrà la scelta: all'educatore o all'alunno?
A niuno de' due, e a tutti e due insieme.
6° - Dove dovrà cadere la scelta? Nell'anima o nei sensi?
Né in questi né in quella; ma nell'accordo dell'una e degli altri.
7° - Si darà preferenza alla virtù o alla bellezza?
Alla prima, indivisa però dalla seconda.
8° - Ma il genio quando potrà dirsi veramente soddisfatto?
Per non ritornare alle dubbiezze del 2° quesito dirò: quando la sommessione sarà d'accordo colla libertà del decidere.
Per le successive contingenze una soda virtù starà in guardia del cuore, la virtù che non mostra piacevole se non quello ch'è onesto.
In un gran circolo di attrattive esteriori corre il rischio dell'inganno sulle doti interne; e data facoltà al genio di spaziare all'aperto in un vasto campo onde poi arrestarsi ad un punto possono derivarne alla pace effetti forse non meno funesti che da una scelta in piccolo spazio, ma pieno di oggetti già scelti per opera di una esterna e già matura esperienza.
Tuttociò non è quanto io vorrei e potrei sviluppare circa l'attuale quistione.
Ma basti per ora, e poi c'illumineremo a vicenda nel conversare.
Intanto persuadetevi che il passato mio scrupolo sul viaggio di Ciro non aveva alcuna relazione con simili propositi, ma si fissava nell'unico pensiero che se la scelta potesse un giorno cadere su lui, mi dorrebbe assai che fosse il mio figlio colui al quale in un colla sorte felicissima dello appartenervi toccasse l'uficio di attraversare i progetti della vostra buona sorella.
Io vorrei tutti contenti.
La più bella delle tre sciarade di Pirro è quella del Cortigiano.
Son poi tutte e tre facilissime.
La terza del Vapore porta quasi la sua spiegazione scritta in fronte.
Bisogna dare veri, giusti, esatti elementi allo spirito della soluzione, ma un po' di buio convien pure cacciarvelo dentro: altrimenti finisce col se c'indovini te ne do un rampazzo.
Il Cortigiano tocca il perfetto in questo genere di enimmi.
Circa alla 1a ottava del C.o XIV non v'è alcun dubbio che il Tasso parli della Notte.
Egli dice nettamente la notte oscura.
Né è vero quel che a voi pare, cioè che la ruggiada [sic] cade solo nell'avvicinarsi dell'aurora.
Essa cade in tutta la notte ma è più sensibile verso l'aurora, perché allora è più fredda la terra dopo più ore di abbassamento di temperatura.
La moderna teoria del calorico radiante spiega per eccellenza le cause e le condizioni della formaz[ion]e della rugiada.
Fra tante cose non vi è restata carta per Matildina.
Ah! quanto era meglio che le riserbassi l'intero spazio concesso a mio controgenio al frate Cipolla! Immaginatevi però voi le più care espressioni, e queste sian per Matilde in mio nome.
Abbraccio Pirro, saluto tutti e bacio le mani a Voi.
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
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Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 27 luglio 1841
Amica gentilissima
Risposi alla lettera in cui la cara Matildina mi annunziò l'infaustissimo avvenimento, che io già udii in casa Cini, della morte dell'ottimo ed onest'uomo S.r Giuseppe Perozzi.
Di quella perdita io mi afflissi moltissimo, e meco ne provaron dolore quanti lo conoscevano.
Io non dubiterei punto di attribuire un più sollecito fine della sua vita ai travagli di corpo e di spirito, frutti della velenosa causa contro que' ribaldi succhiatori del sangue de' parenti.
Il di lui temperamento era robusto, e avrebbe al certo retto più anni alla dissoluzione, senza la cagion distruttiva che amareggiò tanta parte de' suoi giorni burrascosi.
Iddio conceda a' suoi figli quella pace e quel trionfo che a lui furon negati dalla pravità degli uomini e dalla incertezza delle civili instituzioni.
Dopo le condoglianze passiamo a ricrearci il cuore co' rallegramenti.
Ed io ve ne porgo di sincerissimi pel ritorno in famiglia e al vostro fianco della figliuola vostra, che deve farvi trascorrere felicissime ore.
Anche io ho in questi giorni avuto motivi di consolazione.
Dietro un felicissimo esame generale in filosofia morale, in fisica e in matematica, il mio Ciro ha nella Università di Perugia ottenuto il grado e il diploma del baccalaureato.
Alla sua lettera di partecipazione io risposi dando a Ciro per la prima volta il titolo di onorevole, laddove sino a quel punto non gli diressi mai lettere che coll'indirizzo al S.r Ciro Belli.
Egli n'è rimasto profondam[ent]e scosso, conoscendo il fondo del mio concetto.
Fino ad ora non era egli stato nulla al mondo fuorché un buono e studioso ragazzo.
Oggi principia ad ottenere considerazione con un grado riconosciuto onorevole nelle istituzioni civili.
Probabilmente io vado ad ottenere un impiego assai decoroso.
Nulla però v'è ancora di certo.
Ma se accadrà, dovrei lavorare senza stipendio sino a gennaio.
Allora il posto diverrebbe anche non poco lucroso; né è impossibile pure il caso che dopo aver lavorato gratis sino a quel punto, me ne dovessi tornare a casa colle pive nel sacco.
Il tutto dipende da due successivi avvenimenti, sino ad ora probabili ma soggetti a vicenda.
Verificandosi intanto il primo, io entrerei in esercizio entro il mese di agosto, né potrei più avere che pochissimi giorni per correre a riprendermi Ciro in settembre.
Allora, per quest'anno almeno, addio il viaggio delle Marche! Ma come potrei fare? Avrei appena il tempo di fermarmi i soliti pochi giorni a Terni per gli affari del patrimonio di Ciro.
Questo sarebbe un evento superiore alle forze della mia volontà.
Dare un calcio ad una bella sorte, benché non certissima sin quì, mi guadagnerebbe il nome d'uomo stolto e di pessimo padre.
Ci sentiremo poi meglio.
Intanto travaglio assai per dirigere le cose a buon successo.
Nella vostra del 27 giugno mi diceste guardatevi dal caldo.
Saprete forse che il 17 corrente il termometrografo segnò in Roma gradi 35 e una linea: orribile temperatura che disseccò le uve e le olive! A mezzodì andai quel giorno a S.
Pietro in Vincoli dal mio amico Procurator Generale de' Canonici Lateranesi [sic] .
Mi ardevano e dolevano le carni.
Ma nulla mi fece, e la mia salute non ne soffrì.
Ora sto bene, o, almeno, sinora sto bene.
Salutatemi Pirro, Mamà, Matilde, Checco ecc., e credetemi il sincero e frettolosissimo
Vostro a[mi]co e s[ervito]re
G.G.
Belli.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 7 Ottobre 1841
Carissima Amica
Voi mi scrivevate l'8 settembre, io partiva di Roma colla diligenza del 9, e la vostra lettera è rimasta sul mio scrittoio fino al mio ritorno.
Giunsi a Perugia nella notte tra il 10 e l'11.
La mattina dell'11 vidi Ciro.
Nella domenica 12 fu la general premiazione al Collegio, e Ciro ebbe sei premii.
Nel giorno 19 lo tolsi da quell'instituto, e il 23 partimmo per Roma, senza neppure aspettare le feste pel Papa che giunse colà il 25.
La sera del 25 giungemmo a Terni e vi restammo sino alla mattina del 2 corrente, trattenutivi dal mal-tempo, da' nostri affari in campagna e dalla scarsezza delle vetture non che dalla mala-fede de' vetturini.
Verso la sera di domenica 3 si giunse a Roma.
Non prima d'oggi ho potuto prender la penna per rispondervi, perché le mie brighe arretrate e i gravi doveri dell'impiego (che mi occupa sette ore consecutive ogni giorno) me lo hanno vietato.
Sono impiegato al Debito pubblico, ma prima del venturo gennaio non avrò alcuno stipendio.
Deve però verificarsi un altro caso, cioè che in un certo concorso da farsi fra i circa 50 impiegati del Dicastero niuno riesca abile a coprire il posto che in tal caso darebbesi a me.
Si crede che così dovrà riuscire, ma intanto è sempre uno scoglio.
In questo frattempo io faccio pratica delle astruse e complicate materie del Dicastero stesso, ond'essere allora in grado di esser nominato capo della corrispondenza, la quale va sino a risguardare gli Stati esteri per le convenzioni diplomatiche di Vienna e Milano all'epoca della ristauraz[ion]e delle Corti europee.
Queste cose ve le comunico in confidenza.
Duolmi oltremodo delle cause che tengono divisa d'animo e d'interessi la famiglia Perozzi.
Ora io sto come in mezzo a due parti belligeranti, e vedo con vera amarezza le spiacevoli contese nate fra esse, contese che disgraziatamente non posso soffocare.
Come mai questa benedetta pace e concordia che è sì dolce cosa, debba esser sagrificata all'interesse! Credetemi, cara amica, se potessi dare porzione del mio sangue per veder tornare fra voi la tranquillità e la alterata benevolenza, io non esiterei a chiamare il salassatore.
Dunque il verme che cominciò a rodere i Perozzi nella passata generaz[ion]e seguiterà a divorarli nella presente? Ciò che mi dite della sposa Cini mi sorprende, avendola sempre trovata umanissima, dolcissima e amorosissima.
E così dico di questa famiglia Cini, che ho sempre sperimentata piena di cuore, e tal giudizio ne f[accio] [macchia] tuttora.
Quì sotto vi dev'essere qualche cosa, la quale dichiarata con pace e buono accordo diluciderebbe l'operato del S.r Cini, che io credo incapace di menzogna e viltà, avendo altre prove del personal suo carattere.
Ah! se io fossi fra voi tutti, chi sa che a forza di preghiere e di buoni uficii non mi riuscisse di condurvi ad intendervi e ricomporvi in armonia? Un amico deve prender le due destre de' due contendenti e forzarle a congiungersi.
Ma io sono lontano, e queste son faccende da colloquii.
Ciro sta bene e vi saluta tutti.
Anch'io pregovi dir mille cose a Pirro, a Mamà, alla cara Matildina, e con una fretta da cursore mi riconfermo
il V[ostr]o a[mi]co
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 22 settembre 1842
Gentilissima amica
Nessuno vi ha mai detto che non dobbiate far alcun passo nel tristo affare di vostra sorella: nessuno pretese consigliarvi a sopportare in silenzio le dilapidazioni e gl'inganni del di lei seduttore.
La opinione sulla inefficacia di un diretto ricorso al Papa è fondata sulla quotidiana esperienza de' di lui rifiuti d'accoglier riclami ed accuse di competenza di appositi magistrati; né di poco peso parvemi in ciò il voto dello stesso Uditor Ill[ustrissi]mo, per le cui mani passar sogliono simiglianti vertenze.
La interpella[zion]e fatta a questo principale ed anzi unico organo delle sovrane decisioni in materia contenziosa e giuridica, e la successiva consultazione prudentemente diretta a un dottissimo e onestissimo Uditor di Rota onde averne consigli e norme sulla più utile e sicura iniziativa da darsi a simile affare, potean provarvi che parte fredda e inoperosa io non mi rimasi in uno sgraziato avvenimento che sì a ragione vi addolora ed infiamma.
Circa al resto io v'indicava la parte che a voi intanto spettava di prendere per contribuire ad incamminar la faccenda co' suoi piedi: parte per cui a me mancavano gli elementi, nel senso che non trascurai di svilupparvi minutamente.
A voi però, sorvolando su tutto, è piaciuto dimetterne il pensiero, ed io non posso replicare che amen.
Intorno alla moglie di vostro cognato, che avete creduto chiamare la mia protetta, mi limiterò a rispondervi che io non proteggo alcuno, dappoiché le mie protezioni farebbero ridere anche un condannato a morte.
Tuttociò che mi è lecito di fare a simil proposito si restringe a lodare ed anche a difendere chi siami sembrato degno di elogî e difesa, quando abbia saputo colla propria condotta e colle sue gentilezze cattivarsi la mia amicizia e benevolenza.
Niuno però mi supera in buona fede nel confessare il torto allorché una più inveterata esperienza mi dimostri che que' nobili sentimenti erano stati mal collocati; né allorá arrossisco di un inganno nato dall'obbligo che ha ogni onest'uomo di concepir buon concetto e ricevere nell'animo una stima di chicchesia, dove ogni contatto con esso somministri lunghe e ripetute occasioni di apprezzarne le doti.
Il cuore poi non lo vede occhio umano; e se un giorno dan fuori viziose qualità che una fina scaltrezza seppe celare per anni, altro non v'è a fare che stringersi nelle spalle, alzar gli occhi al cielo, e dire: ecco un disinganno di più.
Quando voi, secondo le vostre parole, riguardavate quel Maestro di musica come uno de' vostri migliori amici, quando lo introducevate presso i vostri parenti, quando lo mettevate al fianco di vostra sorella e di vostra figlia nella persuasione che fosse un galantuomo ed a voi affezionato, quando insomma lo proteggevate (ché questo è veramente un caso di protezione), che facevate voi allora? obbedivate a un sentimento involontario, scaturito da amabili e interessanti apparenze.
Ed oggi? Siete ridotta a chiamarlo traditore ed infame, parole che piglian sorgente da ben altro che qualche compatibil leggerezza o difetto.
Ma su questo articolo basti.
La malattia di vostro cognato è stata creduta per quella che da lui si è asserita.
Vi augurate che le assidue mie fatiche avran tregua allorché siasi da me dato all'uficio un esatto e ordinato andamento.
Ma non andrà a questo modo.
I miei travagli procedono dalla stessa macchina che debbo condurre, e non da disordine de' suoi ordigni.
L'ordine è già stabilito, e il lavoro dipende dalla quantità e qualità degli affari che tuttogiorno si riproducono.
Mi son certamente caricato di un peso non più in proporz[ion]e delle mie forze.
Ogni anno ne cresce uno.
Ma!
A quest'ora dovete aver visto la soluz[ion]e di quanto Pirro desiderava dal S.r Ferrieri, benché per verità in parte.
Mi rispose questo Signore che il Card[ina]le Pro-Tesoriere aveva già da molti giorni firmato gli ordini per le piantagioni vostre e per quelle dell'Ospedale: gli altri due non aveva voluto ancora firmarli.
La Delegaz[ion]e pertanto avrà già pagato quel che risponde a' detti ordini già spediti.
Ciro gode perfetta salute; buono, dolce, tollerantissimo, lieto e di severi costumi.
- Saluto cordialm[ent]e Pirro, Matilduccia, la S.a M.sa ecc.
ecc.
e mi ripeto alla strozzata.
Il vostro aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 30 genn[ai]o 1843
Gentilissima amica
Giunta a Roma il 29 dicembre 1842 la cara vostra del 23 d[ett]o mese, mi trovò entrando nel letto per un reuma di petto e di testa, il quale, dopo avermi favorito con tutte quelle carezze che soglionsi praticare nella cura di simili infermità, mi permise finalmente dopo intieri trenta giorni di riuscir fuori dalle coperte nella mattina del 28, cadente gennaio.
Ancor mezzo fracassato dal sofferto malanno, il primo atto di esercizio della mia libertà è il prendere in mano la penna per restituirvi gli augurii del buon'anno, che vi rimando zoppi d'una delle lor dodici zampe, benché nulladimeno io già aveva complito con voi intorno a ciò nella mia precedente.
Senza bisogno di dirvelo Voi già capirete che io non ho potuto eseguire la vostra commissione presso il S.r Ferrieri.
Ciro non ha prevenzioni di sorta.
Egli non conosce che Università, tavolino, qualche passeggiata, qualche intervento al teatro; e del resto silenzio, e indifferenza per tutte le cose.
È un carattere di nuovo stampo; né ho mai veduto altri che con sì poca spesa abbia saputo comperarsi come lui l'affezione di tutti.
Ha de' modi tutti suoi proprii.
Insomma è un gentile, contegnoso e costumato vecchietto di 19 anni.
Io lo amo, e glielo dimostro in atti, in fatti e in parole: egli mi ama, e me lo prova solo coi fatti, ma sono di quei decisivi.
-
La vostra bontà vi fa desiderare di vederlo nel futuro settembre.
Non so peraltro quanto ciò sarà combinabile per parte mia, perché, debbo pure ripetervelo, io sono legato al mio impiego da una catena saldata e senza lucchetto.
Il mio uficio non concede libertà di alcuna specie, e sulla porta di esso potrebbero scriversi le due grandi parole colle quali suol principiare proseguire e chiudere ogni missionario la sua predica sul terzo novissimo: MAI e SEMPRE.
Rivedetene la parafrasi in Dante.
Basta, diam tempo al tempo, e vedremo se finché si sta al mondo potessi per un momento cambiar l'inferno in paradiso, amen.
Non mi dilungo di più perché il braccio e la testa mi si ribellano, ed altronde nel decorso di questo mese di SOAVE riposo non so dirvi quante lettere di affari e di non affari sianmisi accumulate sul tavolino, e debbo dar resto a tutte, e sta per ricominciare il mio esercizio all'impiego dalla mattina alla sera! Mille saluti a tutti di casa, e uno schiaffetto da parte mia (di quelli episcopali da cresima) sopra una guancia della vostra Matilde.
Son vecchio, ed ormai mi è lecito il concedermi simili libertà verso una giovinetta la quale un giorno potrebbe anche darmi la pappa, se la scodella si trovasse fra lei e me.
Se poi lo schiaffetto lo ricusa per parte mia, dateglielo a contro vostro in penitenza della sua poca compiacenza pe' vecchi, i quali si appagano di queste innocenze verso la gioventù, mentre fan la barchetta e il pulcinella di carta ai ragazzetti che li tirano per le falde del giustacore.
Così insomma ci riduciamo, dopo aver tagliato il mondo a spicchi come un'appiuòla! Oh basta, ché la mano non ne vuol più, e la carta ci si mette d'accordo.
Sono cordial[ment]e di Voi, Pirro, di Matilde, della Marchesa e di Checco
aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
G.G.
Belli
P.S.
- Il saluto del S.r Ant[oni]o Lazzarini, che contracambio, mi ricorda il trovarsi ancora presso di me certe sue pietruzze.
Ah! se quando il Signor Lorenzo fu in Roma me lo avesse fatto sapere, le avrei date a lui!
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 29 luglio 1843
Carissima e gentilissima amica
Le cose stanno così.
La Vostra del 23 mi giunse il 27 e mi trovò a letto con febbre mal di capo e una infiammazioncella di intestini, frutto probabilmente delle frequenti e rapide variazioni della temperatura atmosferica.
Scrissi subito un biglietto a un tale impiegato della Computisteria camerale a cui nel giorno 13 giugno consegnai il rescritto del Card[inal]e Pro-Tes[orier]e pel noto premio di piantagioni.
Ieri (28) venne egli da me, e mi disse che l'ordine pel pagamento era stato subito steso e passato alla Segreteria del Tesorierato per la firma del Cardinale.
Ma il fatto è che questa firma non è stata ancor fatta né a quell'ordine né ad altri, o simili, o consimili, o, poco diversi.
La vostra esigenza dunque non può mancare, ma ci vuole qualche altro paternoster in onore e gloria di Santa Pazienza, potentissima avvocata contro tutte le tribulazioni, delle quali non è la minore l'aspettar quattrini e non vederli mai giungere.
Venendo ora a replicare un'ultima parola sullo sproloquio della mia antecedente (15 giugno), le cose stanno così.
Voi mi scrivevate: Torno a raccomandarvi la riscossione etc.
Siccome in queste, benché semplici ed oneste parole, si racchiudeva sempre un senso di giusto rimprovero alla negligenza di chi aveva bisogno di simile nuova raccomandazione, e siccome altresì il S.r Ferrieri non era in Roma ma a Pesaro, né si sapeva quando potesse tornare (come già io vi aveva avvisata), così m'importò moltissimo lo scuotere dalle spalle mie la polvere di qualunque parte d'imputazione che potesse esservi di rimbalzo da fatto non mio.
Circa poi al genere di delicatezza che mi aveva fatto precedentemente astenere dal mettermi spontaneam[ent]e di mezzo alle faccende di altro uomo, vi richiamo alla succitata mia lettera del 15.
Quì voi soggiungevate: ma io ignorava se il Ferrieri fosse tornato.
Non avete torto; ma io già vi consigliai a far vigilare il di lui ritorno a Macerata, cosa che stimai non difficile, essendomi stato supposto che sia egli di quella Città e possa avervi parenti ed amici.
Del resto, cara Amica, non avevate bisogno con me né di giustificazioni né di schiarimenti.
Bastava che mi fossi giustificato io con voi altri.
In quanto all'altro punto sulla gita di Ciro in Casa Perozzi Ettore a Macerata, le cose stanno così.
Tempo fa io dissi con una certa mia compiacenza alla S.a Pellegrina Cini: in settembre mando Ciro a Morrovalle.
Ciò si ripeté poi nella famiglia Cini quando vi erano Ettore e Rita.
Essi gentilmente invitarono Ciro anche a casa loro, colla clausola del prendere per un affronto il rifiuto.
La nostra risposta fu un generico ringraziamento al cortese invito, senza specificar poscia né il sì, né il no, né il come, né il quando, né il quanto, né il prima, né il dopo, né il fra, né altro articolo di qualsivoglia natura.
Una negativa a una obbligante profferta neppur era decente, ed anzi avrebbe potuto farsi origine di asprezze fra noi ed essi, fra essi e voi.
Certamente una visita bisognerà che Ciro lor la faccia; ma egli viene da Voi, e questo è il motivo del viaggio alla Marca.
Costì poi combinerete le cose alla meglio e con decente soddisfaz[ion]e di tutti.
Mi piacerà anzi assai se mio figlio vi troverà al Casino.
Questa circostanza preverrà ogni etichetta di precedenza, perché, se steste a Morro, i primi non lo vedreste voi altri, ed egli potrebbe trovarsi imbarazzato dalla sua stessa civiltà e dalla civiltà de' vostri parenti.
Il premurare è una parolaccia da confessarsi alla prima domenica.
- Ed oggi come state, Belli? Così così, ma in piedi.
Ecco come stanno le cose.
Saluti infiniti a tutti.
Sono il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi, N.a Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 6 settembre 1843
Gentilissima amica
Non v'ha dubbio che il meglio che da me farsi potesse, e che io farei dove le circostanze mel consentissero, sarebbe il condurre sempre il mio figlio con me, ovvero, che torna lo stesso, il seguir sempre i suoi passi.
Ma poiché la mia personale situazione mi vieta di adottare il più sano partito, ed altronde è pur necessario il concedere a un giovane qualche sollievo onde non condannarlo alle privazioni di chi oltre alla stanchezza della età sente in se stesso il freno di doveri che comandano rassegnazione, procuro di conciliare un estremo coll'altro, ravvicinandoli per quanto è possibile colla scorta della prudenza.
Dopo nove anni di dimora in un clima schietto e salubre, dal quale fu, si può dire, formato il temperamento e create le abitudini della vita di Ciro, io bene mi avvidi che le prime due stagioni estive da lui trascorse sotto il cielo romano, senza per la verità alterargli la salute ne diminuirono purtuttavia il vigore e la prontezza all'operare, inducendo in esso qualche parte di quel floscio e cascante che forma il carattere delle complessioni esposte a quest'aria torpida e così poco refrigerante.
Gli avvezzi a queste estive caligini se la passano per solito senz'altro danno che di un poco di debolezza, di perdita di appetito e di svogliataggine; ma i non abituati corrono rischi più gravi, e non di rado salutano l'estate con qualche brindisi di china-china.
Per prevenire adunque, almeno ne' primi anni, qualche malanno in mio figlio, me lo sono tolto dal fianco mandandolo a respirare in atmosfere più fresche, più toniche e più pure di quella che stagna fra il Campidoglio il Pincio e la Cupola di s.
Pietro.
Ciò non ho fatto peraltro a chiusi occhi.
Nel viaggio l'ho sempre associato ad ottime compagnie, e a Perugia l'ho situato tra una famiglia rispettabile per ogni titolo, e degna della più estesa fiducia.
Poi verrà egli da Voi, e su ciò non occorre dir altro.
L'unico tratto in cui Ciro rimarrà solo e abbandonato a se stesso, sarà quello da Fuligno a Macerata; perché a Fuligno vi ha un altro mio vicegerente.
Ma diamine! che gli potrebbe accadere tra Macerata e Fuligno? Qualche incontro di ladri? Spererei di no, e poi contro i ladri non valgono tutori.
Nel ritorno poi le città per le quali avrà transito sono (oltre Fuligno) Spoleto e Terni; e in entrambi i detti luoghi ho eccellenti e sicuri rapporti.
Allorché sarà Ciro in vostra Casa voi gli terrete luogo di Madre e lo troverete docile e rispettoso, mansueto e di facilissimo umore.
L'ho anzi avvisato che si regoli esattamente in tutto secondo i vostri consigli.
E Voi dategliene.
Egli partirà (è il diario che gli ho prescritto) verso il 15 di questo mese per Macerata.
Il giorno più o il giorno meno potrà dipendere da imprevedibili circostanze, fra le quali non è l'ultima la combinazione di vettura.
Se queste med[esim]e circostanze gli permetteranno di prevenirvi del giorno di sua partenza, lo farà: altrimenti è già da me bene istruito del luogo dove Voi vi troverete, secondo le indicazioni da Voi datemene nella Vostra del 27 agosto.
Veramente Voi mi diceste in detta lettera che allorché sareste giunta al Casino me ne avreste dato avviso; ma poiché aggiungeste che ad ogni modo vi ci trovereste ai primi di questo mese, ho creduto di anticipare le mie istruzioni a Ciro onde evitare il caso di imbrogliare simile organizzazione troppo alle strette, con un carteggio fra Macerata, Roma e Perugia.
Ciro dunque aspettatevelo fra pochi giorni sopra alla salita di Sforzacoste, cioè sopra la prima salita dopo quella di Sforzacoste, a due miglia prima di Macerata, a destra del viaggiatore.
Diriggo [sic] questa mia a Morrovalle per buona regola, onde abbiate questi miei avvisi se mai non ne foste partita.
Se poi già siete al Casino, ve la manderanno, e il ritardo di essa non potrà in tal caso più nuocere.
Mille saluti a Mamà, a Pirro, e alla mia cara Matilde.
Sono di cuore il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 3 Novembre 1843
Amica carissima
Giunto a Roma mio figlio dopo varii giorni di dimora in Terni per ragioni di affari, mi ha dato contezza dell'obbligante modo con cui è stato trattato in Vostra casa per tutto il tempo da lui trascorsovi dandovi disturbo ed incomodo.
Trovandomi io pertanto debitore di riscontro alla gentilissima Vostra del 22 ottobre, credo mio stretto debito cominciare dal ripetervi mille grazie in suo e mio nome per tutte le amabilità di cui egli è stato lo scopo per parte vostra e della vostra famiglia: dovere al quale mi assicura Ciro di non aver mancato al suo giungere in Terni, mediante una lettera che di là Vi diresse.
Piacciavi dunque accogliere la presente qual complemento de' sinceri sensi del nostro animo riconoscente.
Mi duole che fermo Ciro nel proposito di partire col mezzo del velocifero onde appagare le mie premure che si trovasse egli in Terni ad un'epoca determinata onde abboccarvisi con persone da me colà chiamate per lettera dai varii lor domicilii, Vi cagionasse il dispiacere di vederlo intraprendere il viaggio con pessimo tempo, ed esponesse ai medesimi rischi il S.r Triccoli, il cocchiere convalescente e la cavalla gravida.
Egli però mi dice che poco dopo la partenza il cielo si rasserenò, e si mantenne poi sempre così; di modo che io spero non sia nulla accaduto di sinistro per tutto ciò di che ragionevolmente mi Vi mostraste in pena.
Il permesso di questa amministrazione postale per servirsi dello speditivo mezzo del velocifero glielo mandai io da Roma, e tantopiù mi lasciai indurre a simil partito in quanto che calcolai che risparmiando egli così un paio di giorni di viaggio in vettura, poteva consumarli meglio presso di Voi, siccome è accaduto.
Posso accertarvi che in Roma, ad eccezione di qualche ora di passeggio che di assai buon grado io gli accordo, Ciro passa il suo tempo sempre al tavolino.
Lo faccia di buona o di mala voglia non so; ma di questo son certo che mai non mi è occorso di scorger dal suo esteriore alcuna ombra di disgusto per simile tenore di vita.
Nelle sere antecedenti ai giorni di vacanza della Università soglio talvolta procurargli il piacere del teatro, ricreazione però che non mi ha egli mai dimandata, aspettandola dal mio buon piacere.
In simili circostanze, propenso ed anche spesso obbligato qual sono al ritiro, soglio affidarlo alla compagnia di persone meritevoli di tutta la mia fiducia.
Che nulladimeno la mia vita sia per qualche anno ancora a lui vantaggiosa e forse pur necessaria a fronte della sua non cattiva condotta, lo riconosco vero come Voi lo pensate.
È un giovanetto ancora immaturo, e poco avanti nella retta cognizione del mondo, non che nella pratica de' più fini doveri sociali, e presso i racconti da Voi con lodevole sincerità fattimi su qualche svista in cui costì è andato cadendo, mi accorgo della necessità di mettergli un po' più d'accordo fra il cervello e il cuore, benché né l'uno né l'altro manchino in lui delle qualità fondamentali di rettitudine e sentimento.
Lo sconcerto consiste finora nelle dosi de' diversi morali e intellettuali ingredienti da combinarsi per farne un uomo degno di stima e di affetto.
A poco a poco si osserverà la ricetta, se io vivo.
Se muoio ci penserà la provvidenza che mi avrà voluto toglier dal mondo.
Intanto il nostro favorito progetto si è dissipato: farò eco alla vostra conclusione: pazienza! Mille saluti a Pirro, Matilduccia, Mamà ecc.
ecc.
Sono il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co
G.G.
Belli
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi,
N.a M.sa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 25 Novembre 1843
A.[mica] C.[arissima]
Trattenuta dai soliti ritardi mi giunse il 22 la vostra lettera del 12, dimodoché questo mio riscontro, sebbene io ve lo invii pel particolar mezzo del nostro comune amico Meconi, vi perverrà forse con maggiore speditezza che non sarebbe accaduto per la via della posta, divenuta oggimai troppo tortuosa, sassosa, macchiosa, montuosa, tenebrosa, per credere che il pagamento della tassa ci dia più dritto o speranza ad una sollecitudine alquanto più viva di quella che si potrebbe ottenere se per corrieri si scegliessero le tartarughe, e per postali ministri i mutilati alle battaglie d'Austerlitz, o di Marengo o di Lodi.
Poco prima di me ricevé Ciro altro vostro foglio gentilissimo ed obbligante e riconobbe che il suo concetto sul viaggio de' corpi santi non era stato del sapore che potesse convenire al vostro gusto, né al palato di chi trovisi avvezzo a più squisite sensazioni e a più graziosamente piccante solletico.
Vi dette egli dunque completa ragione quale vi si doveva, tanto più che le frasi della vostra giudiziosa rimostranza implicavano un senso di cortese premura per la di lui dignità.
Domenica lo condussi dalla Sig.a Chichi che non avealo più veduto dall'epoca anteriore alla di lui partenza pel Collegio; e simile visita la facemmo onde prendere e poi darvi le notizie che intorno alla d[ett]a signora desideravate.
La S.a Nanna sta ora sufficientemente benino, di quella specie però di benino che può intendersi rispetto a una donna soggetta frequentemente a lunghe e tediose malattie umorali, l'ultima delle quali l'ha essa sofferta recentemente.
La morte del Colonnello Porti, ed alcuni squilibri economici avvenuti in seguito di quell'avvenimento nella borsa della povera Signora, il tutto accompagnato da non poche inquietudini, contribuirono assai ad aggravare il di lei abituale stato di languore e di flaccidezza.
La nipote sta bene, ma noi non la vedemmo.
Aggradì la S.a Nanna la vostra memoria di lei, e c'incaricò di salutar voi e la vostra famiglia, siccome oggi io faccio e per mio discarico e per quello di Ciro.
Questi dice mille cose rispettosam[ent]e amichevoli a Voi, alla Marchesa, a Matilde, a Checco, e ringrazia i SS.i Lazzarini e Laurenti de' loro onorevoli saluti, rendendone sincero contracambio.
Voi poi vi compiacerete fare in vostra casa i miei speciali uficii con tutti, e mi ricorderete spesso alla buona Matildina.
Sono cordialmente
Il V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co e serv[itor]e
G.G.
Belli
* * *
Alla nobile e gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi
Nata Marchesa Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 28 Xcembre 1843
Gentilissima Amica
Poiché dunque non sempre il ritardo delle vostre lettere avviene, come Voi dite, per difetto postale, ma accade talvolta per invecchiamento di data sul vostro scrittoio, ne conchiuderemo che molto meglio della vostra dichiarazione mi farà veder chiaro nella faccenda il costume che io vado a suggerirvi, quello cioè di scriver la data nel giorno in cui sarà compiuta la lettera.
Resterà così a Voi tutto l'agio di stendere il vostro foglio per intervalli, secondoché le occupazioni di famiglia vi permetteranno di attendere a questo esercizio, e ne verrà a me il vantaggio di non accrescere con falsi giudizi il mal concetto in cui per molte altre esperienze mi è forza tenere i ministri incaricati del movimento della macchina epistolare.
A fronte, per esempio, della Vostra spiegazione, indovinala grillo se l'ultima lettera, scritta il 17 e arrivata il 25, abbia riposato piuttosto innanzi alla sua partenza che in viaggio! Ma passando dai corrieri al vocabolario, che non è un piccolo salto, la parola ripienare entra fra quelle capaci
"Di far movere i vermini ai ragazzi
E inacidire il latte alle nutrici."
Per riporre a numero i militari reggimenti è pur troppo invalsa quella ladra parolaccia del ripienare, quandoché col rintegrare si renderebbe il medesimo senso, e si risparmierebbe una grinza alla fronte di que' poveri accademici del buratto.
Circa poi all'effettuo e all'effettuare, spieghiamoci bene, sorella mia.
Voi mi chiedete precisamente se possa dirsi effettuo per effettuare; e in questo caso Voi intendete meglio di me che la non può stare, perché effettuo è di persona prima singolare dell'indicativo presente, ed effettuare è voce dell'infinito.
Ciascuna delle due voci però, usata al suo luogo non deve incontrare il minimo biasimo.
Effettuare, è buon verbo italiano quindi sta in tutta regola l'effettuo che da quello procede.
Io EFFETTUO ciò che si può EFFETTUARE.
Chi parlasse così parlerebbe benissimo.
Il mistificare, finalmente, è volgarizzamento del mistifier, verbo francese di recente invenzione, e venuto oggi assaissimo in moda, il quale significa burlare, beffare, accalappiare gli ignoranti, i timorosi e creduli, od i vanagloriosi.
A questo proposito lasciate che io indovini che il vostro Pigault-Lebrun è una traduzione italiana.
Se fosse l'originale francese non mi avreste scritto mistiphier, ma sì mistifier come in francese si scrive.
Il ph rappresenta la f soltanto ne' vocaboli derivati dal greco e passati attraverso al latino con quella ortografia.
Ma quì intanto non c'è più carta.
Dunque passiamo a riempire un cantoncello, e qui incastriamo la firma del
V[ostr]o aff[ezionatissi]mo a[mi]co G.G.
Belli
Quando la vostra Matilde voglia schiaffetti, datele gusto e applicatelene una serqua per guancia a guisa di uovi e di poma.
Solo mi duole che di questa merce Voi resterete con me sempre in credito, perché se ne spacciate per mio conto io non ho lecito il potervene restituire.
Oh anche il sig.r Pirro l'è un bel bofonchino! Per una volta che non lo nomino là alla spacciata, mi guarda a sghimbescio e toglie sù la balestra.
Ditegli mo dunque che l'ho nominato in tanta buon'ora quel Messer Peperone da condir fricassee.
E buon capo d'anno a lui, a Voi, a Matilde, a Mamma vostra, a Checco e a tutti quelli che c'entrano.
E ciò anche da parte di Ciro che vi saluta e vi ringrazia de' saluti di chi l'ha salutato per mezzo vostro.
* * *
Alla Nobile e gentil Donna
Sig.a Vincenza Perozzi, N.a March.a Roberti
Macerata
per Morrovalle
Di Roma, 15 febbraio 1845
Gentilissima amica
Ho veduto, e più volte, vostra sorella, che trovo molto bene in salute, molto amabile al tratto, molto disinvolta nelle maniere.
Sembrami quella Ignazîna di un tempo, della quale io vi scriveva la buona Ignazîna.
Nulla de' suoi modi mostra del monacale, nulla del troppo secolaresco, nulla di piccolezza ne' suoi discorsi, nulla di ambiguo nel suo contegno.
Circa a' di lei progetti per l'avvenire, è questo un punto ben delicato su cui non par bene il trattenersi e insister di soverchio; la veggo però assai tranquilla sul passo che ha fatto e sulle sue conseguenze.
La mia voce (e vi ripeto oggi più seriamente quanto vi dissi con un po' di celia nella mia precedente dell'8) non può avere che lieve efficacia per iscuotere risoluzioni prese con animo deliberato.
Di molto però è capace il tempo: di molto son feraci le circostanze.
Principale scopo di questa mia lettera è il darvi avviso che Ignazîna partirà co' SS.i Bruni nella diligenza di sabato 22, cosicché presto si troverà in vostra compagnia.
Fate i conti sul vostro lunario, perché i lunarii dan buone lezioni sul passato e sul futuro.
Mille cordiali saluti a Pirro, a Matilde, alla Marchesa, a Checco.
Son quattro: è facile la divisione con un taglio in croce.
Co' miei saluti sono stemprati anche quelli di Ciro; è tutta una frittata.
Sono con molta stima e sincerità
Il Vostro aff[ezionatissi]mo a[mi]co e servitore
Trofonio
(Voltate)
P.S.
- Nel punto di mandare alla posta il presente mio foglio ricevo l'altro vostro del 12, e ve ne accuso ricevimento.
Dopo il già dettovi nella pagina quì a tergo, poco mi resta ad aggiungere.
Se vostra sorella è stata sorpresa e spogliata da genti avide del suo, parmi doversi dire più colpa di quelle che di lei.
Il lasciarsi spogliare dimostra tutto-al-piú debolezza: lo spogliare è poi assoluta birberia.
- Con Ignazîna ho io creduto assumer parole assai moderate, e consigli ben circospetti, che sogliono fruttificar meglio che non le vive censure, allorché non si scherza.
La vostra voce, e quella della madre, compiran, forse, l'opera.
Mi dite d'amar sempre vostra sorella: lo credo.
L'amore adunque troverà i più persuasivi argomenti ché n'è ben capace.
Oh adesso va bene.
Quando ci son tutti i lunarii sino ab initio, la faccenda cammina come un frate cercante.
Si contano i libretti, e si aiuta così la memoria, appunto al modo che Voi mi dite andar talvolta facendo.
Uno, due, tre, quattro etc., e il dato anno è trovato.
Io poi conto gli anni con un altro metodo, cioè dalle ciabatte, perché per solito con un paio di calzature all'anno me la sfango sovranamente; e se in uno di questi anni m'accade qualche avvenimento di maggior rilievo, lo noto sotto la suola accanto al numero del millesimo che non manco mai di notarvi con un certo contrassegno di bollette.
Così le mie ciabatte mi tengono luogo de' chiodi de' Consolati della buona memoria di Roma.
Vi ringrazio della premura che dimostrate per la mia salute.
Ne avrò cura per quanto potrò.
Fate anche voi così della vostra, e guardatevi soprattutto dall'aria notturna, perché nuoce alla testa ed al petto, le due parti le più delicate.
Mi avvertite che lo scrivere Madem invece di Madam fu error vostro; ed io avverto voi che non si sc
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