LE AVVENTURE DELLA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 4
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Le parerebbe di aver fatta una bella cosa, se fosse causa del precipizio di sua nipote? Se ella vede che vi sia qualche cosa, non ha da permettere che continui, e non ha da essere quella che attizzi il foco, stuzzichi la gioventù, ché pur troppo il diavolo è grande; e quel ch'è stato, è stato, e non bisogna parlarne, e non mettere degli scandali e delle dissensioni nella famiglia.
SABINA: Mandatemi a chiamare il signor Ferdinando.
SCENA QUARTA
Ferdinando e dette.
FERDINANDO: Eccomi, eccomi.
Sono qui; sono qui a servirla.
SABINA: Dove siete stato finora? (Sdegnata.)
FERDINANDO: Sono stato dallo speziale.
Mi sentiva un poco di mal di stomaco, e sono stato a masticar del reobarbaro.
SABINA: State meglio ora? (Dolcemente.)
FERDINANDO: Sì, sto un poco meglio.
SABINA: Poverino! Per questo non sarete venuto da me a prendere la cioccolata.
(Come sopra.)
BRIGIDA: (Ma si può dare una vecchia più pazza, più rimbambita?).
FERDINANDO: Mi è dispiaciuto moltissimo a non poter venire.
Ma so che ha dell'amore per me, mi compatirà.
SABINA: Andate via di qua, voi.
(A Brigida.)
BRIGIDA: Oh! sì, signora, non dubiti, che io non interromperò le sue tenerezze.
(Parte.)
SCENA QUINTA
Ferdinando e Sabina.
SABINA: (Dicano quel che vogliono; mi basta che il mio Ferdinando mi voglia bene).
FERDINANDO: (Ora ho da digerire tutto il divertimento che ho avuto questa mattina).
SABINA: Caro il mio Ferdinando.
FERDINANDO: Cara la mia cara signora Sabina.
SABINA: Datemi da sedere.
FERDINANDO: Subito.
Volentieri.
(Le porta una sedia.)
SABINA: E voi, perché non sedete? (Siede.)
FERDINANDO: Sono stato a sedere finora.
SABINA: Sedete, vi dico.
FERDINANDO: Me lo comanda?
SABINA: Sì, posso comandarvelo, e ve lo comando.
FERDINANDO: Ed io deggio obbedire, e obbedisco.
(Va a prendere la sedia.)
SABINA: (Ma che figliuolo adorabile!).
FERDINANDO: (Quanto ha da durare questa seccatura?).
(Porta la sedia.)
SABINA: (Ma quanto ben che mi vuole!).
FERDINANDO: Eccola obbedita.
(Siede.)
SABINA: Accostatevi un poco.
FERDINANDO: Sì, signora.
(Si accosta un poco.)
SABINA: Via, accostatevi bene.
FERDINANDO: Signora...
ho preso il reobarbaro...
SABINA: Ah bricconcello! M'accosterò io.
(S'accosta.)
FERDINANDO: (Che ti venga la rabbia).
SABINA: Caro figliuolo, governatevi, non disordinate.
Ieri sera avete mangiato un poco troppo.
Basta; questa mattina a tavola starete appresso di me.
Vi voglio governar io; mangerete quello che vi darò io.
FERDINANDO: Eh! da qui all'ora del pranzo vi è tempo.
Può essere ch'io stia bene, e che mangi bene.
SABINA: No, gioia mia; voglio che vi regoliate.
FERDINANDO: Che ora è presentemente?
SABINA: Ecco, diciassett'ore; osservate.
Non avete anche voi l'oriuolo? (Mostrando il suo.)
FERDINANDO: Ne aveva uno...
non saprei...
andava male; l'ho lasciato a Livorno.
SABINA: Perché lasciarlo? Un galantuomo senza l'oriuolo, specialmente in campagna, fa cattiva figura.
FERDINANDO: È vero, se sapessi come fare...
Arrossisco di non averlo.
Andrei quasi a posta a pigliarlo.
SABINA: Se il mio avesse la catena da uomo, ve lo presterei volentieri.
FERDINANDO: Una catena d'acciaio si può trovare facilmente: a Montenero se ne trovano.
SABINA: Sì, si potrebbe trovare.
Ma io poi avrei da restare senza il mio oriuolo?
FERDINANDO: Che serve? Credete ch'io non lo sappia, che l'avete detto per ridere, per burlarmi? Andrò a Livorno...
SABINA: No, no, caro; ve l'ho detto di cuore.
Tenete, gioia mia, tenete.
Ma ve lo presto, sapete?
FERDINANDO: Oh! ci s'intende.
(Questo non lo avrà più).
SABINA: Vedete, se vi voglio bene?
FERDINANDO: Cara signora Sabina, siete certa di essere corrisposta.
SABINA: E se continuerete ad amarmi, avrete da me tutto quel che volete.
FERDINANDO: Io non vi amo per interesse.
Vi amo perché lo meritate, perché mi piacete, perché siete adorabile.
SABINA: Anima mia, metti via quell'oriuolo, che te lo dono.
(Piangendo.)
FERDINANDO: (Oh! se potessi ridere! Riderei pur di cuore).
SABINA: Senti, figliuolo mio, io ho avuto diecimila scudi di dote.
Col primo marito non ho avuto figliuoli.
Sono miei, sono investiti, e ne posso disporre.
Se mi vorrai sempre bene, io ho qualche anno più di te, e un giorno saranno tuoi.
FERDINANDO: E non vi volete rimaritare?
SABINA: Briccone! per che cosa credi ch'io ti voglia bene? Pensi ch'io sia una fraschetta? Se non avessi intenzione di maritarmi, non farei con te quel ch'io faccio.
FERDINANDO: Cara signora Sabina, questa sarebbe per me una fortuna grandissima.
SABINA: Gioia mia, basta che tu lo voglia.
Quest'è una cosa che si fa presto.
FERDINANDO: E avete diecimila scudi di dote?
SABINA: Sì, e in sei anni che sono vedova, ho accumulati anche i frutti.
FERDINANDO: E ne potete disporre liberamente?
SABINA: Sono padrona io.
FERDINANDO: Che vuol dire, non avreste difficoltà a farmi una piccola donazione.
SABINA: Donazione? A me si domanda una donazione? Sono io in tale stato da non potermi maritare senza una donazione?
FERDINANDO: Ma non avete detto, che un giorno la vostra dote può essere cosa mia?
SABINA: Sì, dopo la mia morte.
FERDINANDO: Farlo prima, o farlo dopo, non è lo stesso?
SABINA: E se ci nascono dei figliuoli?
FERDINANDO: (Oh vecchia pazza! Ha ancora speranza di far figliuoli).
SABINA: Ditemi un poco, signorino, è questo il bene che mi volete senza interesse?
FERDINANDO: Io non parlo per interesse.
Parlo perché, se fossi padrone di questo danaro, potrei mettere un negozietto a Livorno, e farmelo fruttare il doppio, e star bene io, e fare star bene benissimo la mia cara consorte.
SABINA: No, disgraziato, tu non mi vuoi bene.
(Piange.)
FERDINANDO: Cospetto! se non credete ch'io vi ami, farò delle bestialità, mi darò alla disperazione.
SABINA: No, caro, no, non ti disperare, ti credo: che tu sia benedetto!
FERDINANDO: Ho un amore per voi così grande, che non lo posso soffrire.
SABINA: Sì, ti credo, ma non mi parlare di donazione.
Non ti basta ch'io t'abbia donato il core?
FERDINANDO: (Eh! col tempo può essere che ci caschi).
SCENA SESTA
Filippo e detti.
FILIPPO: E così, signor Ferdinando, volete ora che facciamo quattro partite a picchetto?
SABINA: Cosa ci venite voi a seccare col vostro picchetto?
FILIPPO: Io non parlo con voi.
Parlo col signor Ferdinando.
SABINA: Il signor Ferdinando non vuol giocare.
FERDINANDO: (Non saprei dire delle due seccature, quale fosse la peggio).
FILIPPO: Volete giocare, o non volete giocare? (A Ferdinando.)
FERDINANDO: Con permissione.
(S'alza.)
FILIPPO: Dove andate?
FERDINANDO: Con permissione.
(Corre via.)
SABINA: Lasciatelo andare.
Ha pigliato il reobarbaro.
FILIPPO: Mangia come un lupo, e poi gli si aggrava lo stomaco.
SABINA: Non è vero, è delicato, e ogni poco di più gli fa male.
FILIPPO: Dove ha preso il reobarbaro?
SABINA: Dallo speziale.
FILIPPO: Non è vero niente: appena è egli uscito di qui, sono io andato dallo speziale.
Ho giocato a dama finora, e non c'è stato, e non ci può essere stato.
SABINA: Siete orbo, e non l'avrete veduto.
FILIPPO: Ci vedo meglio di voi.
SABINA: Il signor Ferdinando non è capace di dir bugie.
FILIPPO: Sapete, quando dice la verità? Quando dice per tutto il mondo, che voi siete una vecchia pazza.
(Parte.)
SABINA: Bugiardo, vecchio catarroso, maligno! Lo so perché lo dice, lo so perché lo perseguita.
Ma sì, gli voglio bene, e lo voglio sposare al dispetto di tutto il mondo.
(Parte.)
SCENA SETTIMA
Giacinta, poi Guglielmo.
GIACINTA: Ah! Guglielmo vuol essere il mio precipizio.
Non so dove salvarmi.
Mi seguita dappertutto.
Non mi lascia in pace un momento.
GUGLIELMO: Ma perché mi fuggite, signora Giacinta?
GIACINTA: Io non fuggo; bado a me, e vado per la mia strada.
GUGLIELMO: È vero, ed io sono sì temerario di seguitarvi.
Un'altra, che non avesse la bontà che voi avete, mi avrebbe a quest'ora per la mia importunità discacciato.
Ma voi siete tanto gentile, che mi soffrite.
Sapete la ragione che mi fa ardito, e la compatite.
GIACINTA: (Non so che cosa abbiano le sue parole.
Paiono incanti, paiono fattucchierie).
GUGLIELMO: S'io credessi che la mia persona vi fosse veramente molesta, o ch'io potessi pregiudicarvi, a costo di tutto vorrei in questo momento partire; ma esaminando me stesso, non mi pare di condurmi sì male, che possa io produrre verun disordine, né alterare la vostra tranquillità.
GIACINTA: (Eh! pur troppo mi ha fatto del male più di quello che egli si pensa).
GUGLIELMO: Signora, per grazia, due parole a proposito di quel che vi ho detto.
GIACINTA: Quest'anno non ci possiamo discontentare.
Il bel tempo ci lascia godere una bella villeggiatura.
GUGLIELMO: Ciò non ha niente che fare con quello ch'io vi diceva.
GIACINTA: Che cosa dite della cena di ieri sera?
GUGLIELMO: Tutto è per me indifferente, fuor che l'onore della vostra grazia.
GIACINTA: Non so se il nostro pranzo di questa mattina corrisponderà al buon gusto del trattamento, che abbiamo avuto iersera.
GUGLIELMO: In casa vostra non si può essere che ben trattati.
Qui si gode una vera felicità, e s'io sono il solo a rammaricarmi, è colpa mia, non è colpa di nessun altro.
GIACINTA: (Si può dare un'arte più sediziosa di questa?).
GUGLIELMO: Signora Giacinta, scusatemi se v'infastidisco.
Mi date permissione ch'io vi dica una cosa?
GIACINTA: Mi pare che abbiate parlato finora quanto avete voluto.
(Con un poco di caldo.)
GUGLIELMO: Non vi adirate: tacerò, se mi comandate ch'io taccia.
GIACINTA: (Che mai voleva egli dirmi?).
GUGLIELMO: Comincio ad essere più sfortunato che mai.
Veggio che le mie parole v'annoiano.
Signora, vi leverò l'incomodo.
GIACINTA: E che cosa volevate voi dirmi?
GUGLIELMO: Mi permettete ch'io parli?
GIACINTA: Se è cosa da dirsi, ditela.
GUGLIELMO: So il mio dovere, non temete ch'io ecceda, e che mi abusi della vostra bontà.
Dirovvi solamente ch'io vi amo; ma che se l'amor mio potesse recare il menomo pregiudizio o agli interessi vostri, o alla vostra pace, son pronto a sagrificarmi in qualunque modo vi aggrada.
GIACINTA: (Chi può rispondere ad una proposizione sì generosa?).
GUGLIELMO: Ho detto io cosa tale, che non meriti da voi risposta?
GIACINTA: Una fanciulla impegnata con altri non dee rispondere ad un tale ragionamento.
GUGLIELMO: Anzi una fanciulla impegnata può rispondere, e deve rispondere liberamente.
GIACINTA: Sento gente, mi pare.
GUGLIELMO: Sì, ecco visite.
Rispondetemi in due parole.
GIACINTA: È la signora Costanza con sua nipote.
GUGLIELMO: Vi sarò tanto importuno, fino che mi dovrete rispondere.
GIACINTA: (Sono così confusa, che non so come ricevere queste donne.
Converrà ch'io mi sforzi per non mi dar a conoscere).
SCENA OTTAVA
Costanza Rosina, Tognino e detti.
GUGLIELMO (si ritira da una parte).
COSTANZA: Serva, signora Giacinta.
GIACINTA: Serva sua, signora Costanza.
ROSINA: Serva divota.
GIACINTA: Serva, signora Rosina.
TOGNINO: Servitor suo.
GIACINTA: Signor Tognino, la riverisco.
COSTANZA: Siamo qui a darle incomodo.
GIACINTA: Anzi a favorirci; mi dispiace che saranno venute a star male.
COSTANZA: Oh! cosa dice? Non è la prima volta ch'io abbia ricevute le sue finezze.
GIACINTA: Ehi, chi è di là? Da sedere.
(I Servitori portano le sedie.) (Perché non venite avanti?) (A Guglielmo, piano.)
GUGLIELMO: (Sono mortificato).
(A Giacinta.)
GIACINTA: Le prego di accomodarsi.
(Siedono.) Favorisca, signor Guglielmo, qui c'è una seggiola vuota.
vicino a lei.
GUGLIELMO: (Quella non è per me, signora).
GIACINTA: (E per chi dunque?).
GUGLIELMO: (Non tarderà a venire chi ha più ragion di me di occuparla).
GIACINTA: (Se principiate a far delle scene, vi darò quella risposta che non ho avuto cuore di darvi).
GUGLIELMO: (Vi obbedirò, come comandate).
(Siede.)
COSTANZA: (Che dite, eh? Anch'ella ha il mariage alla moda).
(A Rosina.)
ROSINA: (Eh! sì, queste due signore illustrissime vanno a gara).
GIACINTA: Che fa il signor Tognino? Sta bene?
TOGNINO: Servirla.
GIACINTA: Che fa il signor padre?
TOGNINO: Servirla.
GIACINTA: Non è andato in Maremma, mi pare?
TOGNINO: Servirla.
GIACINTA: (Che sciocco!).
(Piano a Guglielmo.)
GUGLIELMO: (Ma è fortunato in amore).
(Piano a Giacinta.)
COSTANZA: Anch'ella, signora Giacinta, s'è fatto il mariage alla moda?
GIACINTA: Eh! un abitino di poca spesa.
COSTANZA: Sì, è vero, è un cosettino di gusto.
Mi piace almeno, ch'ella lo spaccia per quel che è; ma la signora Vittoria ne ha uno cento volte peggio di questo, e si dà ad intendere d'avere una cosa grande, un abito spaventoso.
GIACINTA: Vogliono divertirsi? Vogliono fare una partita? Gioca all'ombre la signora Costanza?
COSTANZA: Oh! sì signora.
GIACINTA: E la signora Rosina?
ROSINA: Per obbedirla.
GIACINTA: E il signor Tognino?
TOGNINO: Oh! io non so giocare che a bazzica.
GIACINTA: Gioca a bazzica la signora Rosina?
ROSINA: Perché vuol ella ch'io giochi a bazzica?
GIACINTA: Non saprei.
Vorrei fare il mio debito.
Non vorrei dispiacere a nessuno; s'ella volesse far la partita col signor Tognino...
ROSINA: Oh! non vi è questo bisogno, signora.
COSTANZA: Via, la signora Giacinta è una signora compita, e fra di noi c'intendiamo.
Ma il signor Tognino, che giochi o che non giochi, non preme; starà a veder a giocare all'ombre, imparerà: starà a veder la Rosina.
GIACINTA: Ella sa meglio di me, signora Costanza, l'attenzion che ci vuole nel distribuir le partite.
COSTANZA: Oh! lo so, per esperienza.
Lo so che si procura di unire quelle persone, che non istanno insieme mal volentieri.
Anch'io ho tutta l'attenzione per questo; ma quel che mi fa disperare si è, che qualche volta vi è fra di loro qualche grossezza, o per gelosia, o per puntiglio, e s'ingrugnano, senza che si sappia il perché: a chi duole il capo, a chi duole lo stomaco, e si dura fatica a mettere insieme due tavolini.
Verrà una per esempio, e dirà: ehi, questa sera vorrei far la partita col tale.
Verrà un'altra: ehi, avvertite, non mi mettete a tavolino col tale e colla tale, che non mi ci voglio trovare.
Pazienza anche, se lo dicessero sempre.
Il peggio si è, che qualche volta pretendono che s'indovini.
Ci vuole un'attenzione grandissima: pensare alle amicizie e alle inimicizie.
Cercare di equilibrar le partite fra chi sa giocare.
Scegliere quel tal gioco, che piace meglio a quei tali.
Dividere chi va via presto, e chi va via tardi, e qualche volta procurar di mettere la moglie in una camera, ed il marito nell'altra.
GIACINTA: Vero, vero; lo provo ancor io: sono cose vere.
Sento una carrozza, mi pare.
Sarà la signora Vittoria e il signor Leonardo.
Fatemi un piacere, signor Guglielmo, andate a vedere se sono dessi.
GUGLIELMO: Sì, signora, è giusto; questa seggiola non è per me.
(S'alza.)
GIACINTA: Se non volete, non preme...
GUGLIELMO: Contentatevi.
Son giovane onesto, e so il mio dovere.
(Parte.)
GIACINTA: (Oggi m'aspetto di dover passare una giornata crudele).
COSTANZA: Dica, signora Giacinta, è egli vero che il signor Guglielmo si sia dichiarato per la signora Vittoria?
GIACINTA: Lo dicono.
COSTANZA: Siccome deve essere sua cognata, ella lo dovrebbe sapere.
GIACINTA: Finora non c'è stata gran confidenza fra lei e me.
COSTANZA: E le nozze sue si faranno presto?
GIACINTA: Non so, non glielo so dire.
E ella, signora Costanza, quando fa sposa la signora Rosina?
COSTANZA: Chi sa? potrebbe darsi.
ROSINA: Oh! non c'è nessun che mi voglia.
TOGNINO: (Nessuno?).
(Piano a Rosina, urtandola forte.)
ROSINA: (Zitto, malagrazia).
(Piano a Tognino.)
GIACINTA: Mi pare, se non m'inganno...
(Verso Tognino ecc..)
COSTANZA: Le pare, signora Giacinta? (Sogghignando per piacere.)
ROSINA: Qualche volta l'apparenza inganna.
GIACINTA: Il signor Tognino non è giovane capace di burlare.
TOGNINO: Ah? (Fa uno scherzo a Rosina ridendo, poi s'alza e passeggia sgarbatamente.)
GIACINTA: (È un buon ragazzo, mi pare).
(A Costanza.)
COSTANZA: (Non ha molto spirito).
(A Giacinta.)
GIACINTA: (Cosa importa? Basta che abbia il modo di mantenerla).
(A Costanza.)
COSTANZA: (Oh! sì, è figlio solo).
(A Giacinta.)
SCENA NONA
Leonardo e Vittoria, servita di braccio da Guglielmo, e detti.
Tutti s'alzano.
GIACINTA: Serva, signora Vittoria.
(Incontrandola.)
VITTORIA: Serva, la mia cara signora Giacinta.
(Si baciano.)
LEONARDO: Scusate, vi prego, signora Giacinta, se ho tardato più del solito questa mattina a venire a vedervi.
Ho dovuto far delle visite, ho avuto degli altri affari domestici, che mi hanno tenuto occupato.
Spero che compatirete la mia mancanza, né mi vorrete perciò incolpare di trascuratezza, o di poco amore.
GIACINTA: Io non credo che mi abbiate mai conosciuta indiscreta.
Quando venite, mi fate grazia; quando non potete, io non vi obbligo di venire.
LEONARDO: (Non so s'io l'abbia da credere discretezza, o poca curanza).
GIACINTA: Favoriscano d'accomodarsi.
(Costanza, Rosina e Tognino siedono ai loro posti.) Signor Guglielmo, favorisca presso la signora Vittoria.
GUGLIELMO: Come comanda.
(Siede presso a Vittoria, Giacinta presso Guglielmo, e Leonardo presso Giacinta.)
VITTORIA: Questa mattina non si è degnato di favorirmi il signor Guglielmo.
GUGLIELMO: In verità, signora, non ho potuto.
VITTORIA: So pure che siete stato tutta la mattina in casa.
GUGLIELMO: È verissimo, sì signora ho avuto da scrivere delle lettere di premura.
VITTORIA: C'era anche da noi il calamaio e la carta.
GUGLIELMO: Non mi sarei presa una simile libertà.
VITTORIA: Sì, sì, carino, ho capito.
(Sdegnosa.)
GIACINTA: Signora Vittoria, non bisogna essere sì puntigliosa.
LEONARDO: Imparate dalla signora Giacinta.
Ella è compiacentissima.
Non tormenta mai per iscarsezza di visite.
GIACINTA: Io non credo che vi siano degli uomini, a' quali piacciano le seccature.
LEONARDO: Eppure vi sono di quelli che volentieri si sentono rimproverare, e prendono qualche volta i rimproveri per segni d'amore.
GIACINTA: Tutti pensano diversamente; ed io non amo le affettazioni.
LEONARDO: Ora che so il genio vostro, mi affannerò molto meno nella premura di rivedervi.
GIACINTA: Siete padrone d'accomodarvi, come vi pare.
COSTANZA: (Ho paura che voglia essere il loro un matrimonio di poco amore).
(A Rosina.)
ROSINA: (Sì, sarà un matrimonio più per impegno che per inclinazione).
(A Costanza.)
SCENA DECIMA
Sabina, servita di braccio da Ferdinando, e detti.
TOGNINO: (Ehi, la vecchia).
(A Rosina.)
ROSINA: (La vecchia).
(A Costanza.)
COSTANZA: (Sì, col suo amorino).
(A Rosina.)
SABINA: Serva umilissima di lor signori.
VITTORIA: Serva sua, signora Sabina.
COSTANZA: Riverisco la signora Sabina.
ROSINA: Come sta la signora Sabina?
SABINA: Bene, bene, sto bene.
Che bella compagnia! Chi è quel giovanotto? (Accennando a Tognino.)
TOGNINO: Servitor suo, signora Sabina.
SABINA: Vi saluto, caro: chi siete?
ROSINA: Non lo conosce? È il figliuolo del signor dottore.
SABINA: Di qual dottore?
COSTANZA: Del medico; del nostro medico.
SABINA: Bravo, bravo, me ne consolo.
È un giovanetto di garbo.
È maritato? (A Rosina.)
ROSINA: Signora no.
SABINA: Quanti anni avete? (A Tognino.)
TOGNINO: Sedici anni.
SABINA: Perché non ci venite mai a trovare?
ROSINA: Ha da fare.
COSTANZA: Ha da studiare.
ROSINA: Non va in nessun luogo.
SABINA: Sì, sì, ho capito.
Bravi, bravi; non dico altro.
Io poi, quando si tratta...
se mi capite, non abbiate paura, che non sono di quelle.
Ferdinando.
FERDINANDO: Signora.
SABINA: Cara gioia, datemi il fazzoletto.
FERDINANDO: Vuole il bianco?
SABINA: Sì, il bianco.
Ieri sera ho preso dell'aria ed ho una flussioncella a quest'occhio.
FERDINANDO: Eccola servita.
(Le dà il fazzoletto con un poco di sdegno.)
SABINA: Cos'è, che mi parete turbato? (A Ferdinando.)
FERDINANDO: (Niente, signora).
(A Sabina.)
SABINA: (Avete rabbia, perché ho parlato con quel giovanotto?).
(A Ferdinando.)
FERDINANDO: Eh! signora no.
(Ho rabbia di dovermi in pubblico far minchionare).
SABINA: (No, caro, non abbiate gelosia, che non parlerò più con nessuno).
(A Ferdinando.)
FERDINANDO: (Parli anche col diavolo, che non ci penso).
SABINA: (Tenete il fazzoletto).
(A Ferdinando.)
FERDINANDO: (Mi stanno sul cuore quei diecimila scudi).
SABINA: (Non dico tutto, ma qualche cosa bisognerà poi ch'io gli doni).
GIACINTA: Orsù, signori, si vogliono divertire? Vogliono fare qualche partita?
VITTORIA: Per me faccio quello che fanno gli altri.
COSTANZA: Disponga la signora Giacinta.
SABINA: Di me non disponete, ché la mia partita l'ho fatta.
(A Giacinta.)
GIACINTA: E a che vuol giocare la signora zia?
SABINA: A tresette in tavola col signor Ferdinando.
FERDINANDO: (Oh povero me! Sto fresco).
Signora, questo è un gioco che annoia infinitamente.
(A Sabina.)
SABINA: Eh! signor no, è un bellissimo gioco.
E poi, che serve? Avete da giocare con me.
FERDINANDO: (Ci vorrà pazienza).
SABINA: Avete sentito? Per me sono accomodata.
(A Giacinta.)
GIACINTA: Benissimo.
Faranno un ombre in terzo la signora Vittoria, la signora Costanza e il signor Guglielmo.
COSTANZA: (Poteva far a meno di mettermi a tavolino con quella signora del mariage).
VITTORIA: (Mettermi con lei! Non sa distribuir le partite).
(Da sé.)
GUGLIELMO: (Non sono degno della vostra partita?).
(A Giacinta.)
GIACINTA: (Mi maraviglio che abbiate ardir di parlare).
(A Guglielmo.) Faremo un altro tavolino d'ombre il signor Leonardo, la signora Rosina ed io.
ROSINA: Come comanda.
(Può essere ch'io goda qualche bella scena).
(Da sé.)
GIACINTA: È contento, signor Leonardo?
LEONARDO: Io sono indifferentissimo.
GIACINTA: Se volesse servirsi a qualche altro tavolino, è padrone.
LEONARDO: Veda ella, se le pare che le partite non sieno disposte bene.
GIACINTA: Io non posso sapere precisamente il genio delle persone.
LEONARDO: Per me non ho altro desiderio che di dar piacere a lei, ma mi pare che sia difficile.
GIACINTA: Oh! è più facile ch'ella non crede.
Ehi! chi è di là? (Vengono i Servitori.)
GUGLIELMO: Accomodate tre tavolini.
Due per l'ombre, ed uno per un tresette in tavola.
(I Servitori eseguiscono.)
VITTORIA: Mi pare un po' melanconico il signor Guglielmo.
(A Guglielmo.)
GUGLIELMO: Non lo sa, signora? Son così di natura.
VITTORIA: Voi amate poco, signor Guglielmo.
GUGLIELMO: Anzi amo più di quello che vi credete.
VITTORIA: (Manco male, che mi ha detto una buona parola).
GIACINTA: (Bravo, signor Guglielmo, me ne consolo.
Ho piacere che amiate la signora Vittoria).
(A Guglielmo.)
GUGLIELMO: (Ognuno può interpretar le cose a suo modo).
(A Giacinta.)
LEONARDO: (Signora Giacinta, che cosa avete detto piano al signor Guglielmo?).
(A Giacinta.)
GIACINTA: (Ho da rendervi conto di tutte le mie parole?).
(A Leonardo.)
LEONARDO: (Mi pare che ci sia un poco troppo di confidenza).
(A Giacinta.)
GIACINTA: (Questi ingiuriosi sospetti non sono punto obbliganti).
(A Leonardo.)
LEONARDO: (È una condizione la mia un poco troppo crudele).
(Da sé.)
GIACINTA: Orsù, è preparato, signori.
L'ora è tarda, e se non si sollecita, or ora ci danno in tavola.
SABINA: Per me son lesta.
Andiamo, Ferdinandino.
FERDINANDO: Eccomi ad obbedirla.
(Per una volta si può soffrire).
(Da sé, e va a sedere al tavolino indietro con Sabina.)
VITTORIA: Favorite, signor Guglielmo.
GUGLIELMO: Sono a servirla.
VITTORIA: S'accomodi, signora Costanza.
COSTANZA: (Vuole stare nel mezzo per non guastare il bell'abito).
(Siedono a tavolino.)
GIACINTA: Se comanda, signora Rosina...
ROSINA: Eccomi.
(Tognino, venite con me.) (A Tognino.)
TOGNINO: Signora, sì.
(Vorrei che si andasse a tavola).
(Tutti siedono, e principiano a giocare.)
SCENA UNDICESIMA
Filippo e detti.
FILIPPO: Servo di lor signori.
(Tutti salutano senza moversi.) E io non ho da far niente? Tutti giocano, e per me non c'è da giocare?
GIACINTA: Vuol giocare, signor padre?
FILIPPO: Mi parerebbe di sì.
GIACINTA: Ehi! portate un altro tavolino.
Vada a giocare a bazzica col signor Tognino.
FILIPPO: A bazzica?
GIACINTA: Non c'è altra partita.
Il signor Tognino non sa giocare che a bazzica.
FILIPPO: E non posso giocare con qualcun altro? Non posso giocare a picchetto col signor Ferdinando?
SABINA: Il signor Ferdinando è impegnato.
FILIPPO: Oh! questa è bella da galantuomo.
ROSINA: Caro signor Filippo, non si degna di giocare col signor Tognino?
FILIPPO: Non occorr'altro.
Andiamo a giocare a bazzica.
(A Tognino.)
TOGNINO: Avverta ch'io non gioco di più d'un soldo la partita.
FILIPPO: Sì, andiamo; giocheremo d'un soldo.
(S'incammina al tavolino.) Ehi! senti, va subito in cucina, e di' al cuoco che si solleciti quanto può, e che, crudo o cotto, dia in tavola.
(Ad un Servitore, che parte.) (Figurarsi s'io voglio star qui un'ora a giocare a bazzica con questo ceppo!).
(Siede al tavolino con Tognino e giocano.)
VITTORIA: Mi pare che un addio stamane si poteva venire a darmelo.
(A Guglielmo.)
GUGLIELMO: Ma non vi ho detto, signora, che non sono uscito di casa?
VITTORIA: Sì, è vero; state in casa assai volentieri.
Io dubito che a questa casa siate un poco troppo attaccato.
GUGLIELMO: Non so con qual fondamento lo possiate dire.
COSTANZA: Ma, signori miei, si gioca o non si gioca?
GUGLIELMO: Ha ragione la signora Costanza.
VITTORIA: (Or ora getto le carte in tavola).
GIACINTA: (Vittoria, per quel ch'io sento, vuol far nascere delle scene).
LEONARDO: Perché non bada al suo gioco, signora Giacinta?
ROSINA: Via, risponda.
Ho giocato picche.
GIACINTA: Taglio.
ROSINA: Taglia? Se ha rifiutato a trionfo.
LEONARDO: Non vuol che rifiuti? Non ha il cuore al gioco.
GIACINTA: Fo il mio dovere.
Sento che qualcheduno si lamenta, e non so di che.
LEONARDO: (Non veggio l'ora che finisca questa maladetta villeggiatura).
SABINA: Ah! ah! gli ho dato un cappotto; un cappotto, gli ho dato un cappotto.
FERDINANDO: Brava, brava; mi ha dato un cappotto.
VITTORIA: Ha sempre gli occhi qui la signora Giacinta.
(A Guglielmo.)
GUGLIELMO: La padrona di casa ha da tenere gli occhi per tutto.
VITTORIA: Sì, sì, difendetela.
Trionfo.
(Giocando con dispetto.)
COSTANZA: Questo non è trionfo, signora.
VITTORIA: Che so io che diavolo giochi?
COSTANZA: In verità, così non si può giocare.
(Forte.)
GIACINTA: Che ha, signora Costanza?
COSTANZA: Sono cose...
VITTORIA: Eh! badi al suo gioco, signora Giacinta.
(Ridendo.)
GIACINTA: Perdoni...
sento che si lamentano...
TOGNINO: Bazzicotto, bazzicotto.
FILIPPO: Sì, sì, bazzicotto, bazzicotto.
(Con rabbia.)
GIACINTA: Mi pare che la signora Vittoria non abbia per me grande amicizia.
(Piano a Leonardo.)
LEONARDO: Non so che dire; ma in ogni caso si mariterà.
(Piano a Giacinta.)
GIACINTA: Quando?
LEONARDO: Può essere che non passi molto.
GIACINTA: Sperate voi che il signor Guglielmo la sposi?
LEONARDO: Se il signor Guglielmo non prenderà mia sorella, né anche in casa vostra non ci verrà più.
GIACINTA: Davvero?
LEONARDO: Davvero.
ROSINA: Ma via, risponda.
(A Giacinta.)
VITTORIA: (Parlano di me, mi pare).
SCENA DODICESIMA
Servitore e detti.
SERVITORE: Signori, è in tavola.
(Parte.)
COSTANZA: (Sia ringraziato il cielo).
(S'alza.)
SABINA: Io voglio finire la mia partita.
FILIPPO: Finitela, che noi pranzeremo.
(S'alza.)
FERDINANDO: Con sua permissione, ho appetito.
(S'alza.)
SABINA: Bravo, bravo; il reobarbaro ha operato bene.
(S'alza.)
TOGNINO: Tre soldi, signor Filippo.
FILIPPO: (Scioccone!).
Via, favoriscano.
Andiamo.
GIACINTA: Si servino.
Fanno ceremonie?
VITTORIA: Si servino pure.
ROSINA: Io non vado avanti sicuro.
SABINA: Orsù, senz'altri complimenti.
Favorisca, signor Ferdinando.
(Gli chiede la mano.)
FERDINANDO: Sono a servirla.
(Le dà braccio.)
SABINA: Con permissione.
(Fa una riverenza.)
FERDINANDO: E chi ha invidia, suo danno.
(Parte con Sabina.)
GIACINTA: Via, si serva, signora Vittoria.
VITTORIA: Favorisce? (A Guglielmo, chiedendogli che la serva.)
GUGLIELMO: Sono a servirla.
(Le dà braccio.)
VITTORIA: Soffra; compatisca.
(Parte con Guglielmo.)
GUGLIELMO: (Sì, soffro più di quello ch'ella si crede).
(Parte con Vittoria.)
GIACINTA: Vadano, signore.
(A Costanza e Rosina.)
COSTANZA: Andate innanzi, Rosina.
ROSINA: Andiamo, Tognino.
TOGNINO: (Oh! che mangiata che voglio dare).
(Parte con Rosina.)
COSTANZA: Con licenza.
(A Giacinta, in atto di partire.)
FILIPPO: Vuole che abbia l'onor di servirla? (A Costanza.)
COSTANZA: Mi fa grazia.
(A Filippo.)
FILIPPO: Se si degna.
(A Costanza.)
COSTANZA: Mi fa onore.
(A Filippo.)
FILIPPO: Qualche cosa anche a me poveruomo.
(Le dà braccio.)
COSTANZA: Povero signor Filippo! Qualche cosa anche a lui.
(Parte con Filippo.)
GIACINTA: Vuol che andiamo? (A Leonardo.)
LEONARDO: Vuol che la serva? (A Giacinta.)
GIACINTA: Se non lo merito, non lo faccia.
LEONARDO: Ah crudele!
GIACINTA: Non facciamo scene, signor Leonardo.
LEONARDO: Vi amo troppo, Giacinta.
GIACINTA: Sì, al mio merito sarà troppo.
LEONARDO: E voi mi amate pochissimo.
GIACINTA: Vi amo quanto so, e quanto posso.
LEONARDO: Non mi mettete alla disperazione.
GIACINTA: Non facciamo scene, vi dico.
(Lo prende con forza e lo tira.)
LEONARDO: (Sorte spietata!).
(Parte con Giacinta.)
GIACINTA: (Oh amore! oh impegno! oh maladetta villeggiatura!).
(Parte con Leonardo.)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Boschetto.
Brigida e Paolino.
BRIGIDA: Qui, qui, signor Paolino.
Fermiamoci qui, che godremo un poco di fresco.
PAOLINO: Ma se il padrone mi cerca, e non mi trova...
BRIGIDA: Ora sono tutti in sala a pigliare il caffè.
Dopo il caffè si metteranno a giocare.
State un poco con me, se non vi dispiace la mia compagnia.
PAOLINO: Cara signora Brigida, la vostra compagnia mi è carissima.
BRIGIDA: Propriamente desiderava di star con voi mezz'oretta.
PAOLINO: Bisogna poi dire la verità, in campagna si possono trovare più facilmente dei buoni momenti, delle ore libere, dei siti comodi per ritrovarsi a quattr'occhi.
BRIGIDA: Li trovano le padrone e i padroni? Li possiamo trovare anche noi.
PAOLINO: Sì, è vero, nascono in villa di quegli accidenti, che non nascerebbono facilmente in città.
BRIGIDA: N'è nato uno alla mia padrona degli accidenti, che dubito se ne voglia ricordar per un pezzo.
PAOLINO: Che cosa le è accaduto?
BRIGIDA: Mi dispiace che non posso parlare; del resto sentireste delle cose da far arricciar i capelli.
PAOLINO: Qualche cosa certo convien dir che sia nato.
Il mio padrone è agitatissimo; la signora Giacinta pare stordita.
Io sono stato dietro di loro, come sapete, a servire a tavola; e so che in tutti e due non hanno mangiato un'oncia di roba.
BRIGIDA: E chi era dall'altra parte della mia padrona?
PAOLINO: Il signor Guglielmo.
BRIGIDA: Maladetto colui! non la vuol finire.
Vuol essere la rovina di questa casa.
PAOLINO: Vi è qualche imbroglio forse fra lui e la vostra padrona?
BRIGIDA: Eh! no, non c'è niente.
E la signora Vittoria dov'era?
PAOLINO: Vicino anch'essa al signor Guglielmo.
BRIGIDA: Guardate che galeotto! Andarsi a mettere in mezzo di tutte e due.
PAOLINO: Di quando in quando con quella sua patetichezza diceva qualche parola alla signora Giacinta; ma non ho potuto capire.
BRIGIDA: Se n'è accorto il signor Leonardo?
PAOLINO: Una volta mi pare di sì.
Tant'è vero, che nel darmi il tondo da mutare, l'ha fatto con tal dispetto, che ha urtato nella spalla della signora Giacinta, e le ha un poco macchiato l'abito.
BRIGIDA: Le ha macchiato l'abito nuovo? Avrà dato nelle furie la mia padrona.
PAOLINO: No, no, se l'è passata con somma disinvoltura.
BRIGIDA: È molto; si vede bene che qualche cosa le sta nel cuore più dell'abito.
PAOLINO: Anzi il padrone la volea ripulire, ed ella non ha voluto.
BRIGIDA: Eppure la pulizia è la sua gran passione.
Oh povera fanciulla! È fuor di sé propriamente.
PAOLINO: Ci gioco io, che l'occasione ed il comodo l'ha fatta innamorare del signor Guglielmo.
BRIGIDA: Eh! via, che diavolo dite? Vi pare? Non è ella promessa al signor Leonardo? Non ci sono dei discorsi fra il signor Guglielmo e la signora Vittoria?
PAOLINO: Oh! io credo che la mia padrona si lusinghi assai male.
Non faceva a tavola che tormentar il signor Guglielmo, ed egli non le dava risposta, non le badava nemmeno.
BRIGIDA: E parlava colla mia padrona?
PAOLINO: Sì, qualche volta colla bocca, e qualche volta col gomito, e qualche volta coi piedi.
BRIGIDA: Cospetto di bacco! Se fossi stata lì io, dove eravate voi, non so se mi sarei tenuta di dargli il tondo sul capo.
PAOLINO: Vedete? Se non ci fossero delle cose fra loro, non ci sarebbe bisogno che deste voi in queste smanie.
BRIGIDA: Orsù, parliamo d'altro.
La vecchia sarà stata vicina a quel drittaccio di Ferdinando.
PAOLINO: Sì, certo; e non faceva che dirgli delle cosette tenere ed amorose, ed egli mangiava, o piuttosto divorava, che pareva fosse digiuno da quattro giorni.
BRIGIDA: E la povera padrona non mangiava niente?
PAOLINO: Come poteva ella mangiare, s'era lì angustiata fra lo sposo e l'amante?
BRIGIDA: Eh! via, lasciamo questi discorsi.
Come si sono portate a tavola la signora Costanza e la signora Rosina?
PAOLINO: Eh! non si sono portate male; ma chi ha fatto bene la parte sua, quasi quanto il signor Ferdinando, è stato quella cara gioia del signor Tognino.
BRIGIDA: Era vicino alla sua Rosina?
PAOLINO: Ci s'intende, e come se la godevano! Hanno sempre parlato sottovoce fra loro due, che era una cosa che faceva male allo stomaco.
BRIGIDA: Anche quello è un matrimonio vicino.
PAOLINO: Per quel che si vede.
BRIGIDA: Anche quella è un'amicizia fatta in villeggiatura.
Se la signora Rosina non veniva qui, difficilmente in Livorno si sarebbe maritata, ed io, in tanti anni che ci vengo, sono ancora così.
Convien dire, o che non abbia alcun merito, o che sia sfortunata.
PAOLINO: Signora Brigida, avete desiderio di maritarvi?
BRIGIDA: Ho anch'io quel desiderio che hanno tutte le fanciulle che non si vogliono ritirare dal mondo.
PAOLINO: Quando si vuole, si trova.
BRIGIDA: Per me, so che non l'ho ancora trovato; eppure son giovane.
Bella non sono, ma non mi pare di esser deforme: dell'abilità ne ho quant'un'altra, e forse più di tant'altre.
Per dote, fra denari e roba, tre o quattrocento scudi non mi mancano.
Eppure nessun mi cerca, e nessun mi vuole.
PAOLINO: Mi dispiace che devo andar via, per altro vi direi qualche cosa su questo proposito.
BRIGIDA: Dite, dite, non mi lasciate con questa curiosità.
PAOLINO: È peccato che perdiate così il vostro tempo.
BRIGIDA: Avreste qualche cosa voi da propormi?
PAOLINO: Avrei io...
ma...
BRIGIDA: Ma che?
PAOLINO: Non so se fosse di vostro genio.
BRIGIDA: Quando non ho da prendere un galantuomo, un uomo proprio e civile come siete voi, voglio star piuttosto così come sono.
PAOLINO: Signora Brigida, ci parleremo.
BRIGIDA: Questa sera, in tempo della conversazione.
PAOLINO: Sì, avremo quanto tempo vorremo.
Verrò da voi, verremo qui nel boschetto.
BRIGIDA: Oh! di notte poi nel boschetto...
PAOLINO: Via, via, ho detto così per ischerzo.
Son galantuomo, fo stima di voi, e spero che le cose anderanno bene.
BRIGIDA: Voi mi consolate a tal segno...
PAOLINO: Addio, addio.
A questa sera (Parte.)
BRIGIDA: Chi sa che la campagna in quest'anno non produca qualche cosa di buono ancora per me? (Parte.)
SCENA SECONDA
GIACINTA (sola): Vorrei respirare un momento.
Vorrei un momento di quiete.
Giochi chi vuol giocare.
Niente mi alletta, niente mi diverte, tutto anzi m'annoia, tutto m'inquieta.
Bella villeggiatura che mi tocca fare quest'anno! Non l'avrei mai pensato.
Io che mi rideva di quelle che spasimavano per amore, ci son caduta peggio dell'altre.
Ma perché, pazza ch'io sono stata, perché lasciarmi indurre sì presto e sì facilmente a dar parola a Leonardo, ed a permettere che se ne facesse il contratto? Sì, ecco l'inganno.
Ho avuto fretta di maritarmi, più per uscire di soggezione, che per volontà di marito.
Ho creduto, che quel poco d'amore ch'io sentia per Leonardo, bastasse per un matrimonio civile, e non mi ho creduto capace d'innamorarmi poi a tal segno.
Ma qui convien rimediarci.
Quest'amicizia non può tirar innanzi così.
Ho data parola ad un altro.
Quegli ha da essere mio marito, e voglia o non voglia s'ha da vincere la passione.
Finirà quest'indegna villeggiatura.
A Livorno Guglielmo non mi verrà più per i piedi.
Sfuggirò le occasioni di ritrovarmi con esso lui.
Possibile che col tempo non me ne scordi? Ma intanto come ho da vivere qui in campagna? Le cose sono a tal segno, che temo di non potermi nascondere.
Cent'occhi mi guardano; tutti mi osservano.
Leonardo è in sospetto.
Vittoria mi teme.
La vecchia è imprudente, ed io non posso sempre dissimulare.
Oh cieli! cieli, aiutatemi.
Mi raccomando, e mi raccomando di cuore.
SCENA TERZA
Guglielmo e la suddetta.
GUGLIELMO: Finalmente vi ho potuto poi rinvenire.
GIACINTA: Che volete da me? Anche qui venite ad importunarmi?
GUGLIELMO: Parto, sì, non temete.
Concedetemi ch'io possa dirvi due parole soltanto.
GIACINTA: Spicciatevi.
(Guardando d'intorno.)
GUGLIELMO: Vi supplico della risposta, di cui vi avea pregato stamane.
GIACINTA: Io non mi ricordo che cosa mi abbiate detto.
GUGLIELMO: Ve lo tornerò a replicare.
GIACINTA: Non c'è bisogno.
GUGLIELMO: Dunque ve ne sovverrete benissimo.
GIACINTA: Andate, vi prego, e lasciatemi in pace.
GUGLIELMO: Due parole, e me ne vado subito.
GIACINTA: (Qual arte, qual incanto è mai questo!).
E così?
GUGLIELMO: Ho da vivere, o ho da morire?
GIACINTA: Sono queste domande da fare a me?
GUGLIELMO: Bisogna ch'io lo domandi a chi ha l'autorità di potermelo comandare.
GIACINTA: Pretendereste voi ch'io mancassi al signor Leonardo, e che mi facessi scorgere da tutto il mondo?
GUGLIELMO: Io non ho l'ardir di pretendere; ho quello solamente di supplicare.
GIACINTA: Fareste meglio a tacere.
GUGLIELMO: Non isperate ch'io taccia, senza una positiva risposta.
GIACINTA: Orsù dunque, giacché s'ha da parlare, si parli.
Riflettete, signor Guglielmo, che voi ed io siamo due persone infelici, e lo siamo entrambi per la cagione medesima.
Se la nostra infelicità si estendesse soltanto a farci vivere in pene, si potrebbe anche soffrire; ma il peggio si è, che andiamo a perdere il decoro, l'estimazione, l'onore.
Io manco al mio dovere, ascoltandovi; voi mancate al vostro, insidiandomi il cuore.
Io manco al rispetto di figlia, al dovere di sposa, all'obbligo di fanciulla saggia e civile; voi mancate alle leggi dell'amicizia, dell'ospitalità, della buona fede.
Qual nome ci acquisteremo noi fra le genti? Qual figura dovremo fare nel mondo? Pensateci per voi stesso, e pensateci per me ancora.
Se è vero che voi mi amiate, non procacciate la mia rovina.
Avrete voi un animo sì crudele di sagrificare alla vostra passione una povera sfortunata, che ha avuto la debolezza d'aprire il seno alle lusinghe d'amore? Avrete un cuore sì nero per ingannare mio padre, per tradire Leonardo, per deludere sua germana? Ma a qual pro tutto questo? Qual mercede vi promettete voi da sì vergognosa condotta? Tutt'altro aspettatevi, fuor ch'io receda dal primo impegno.
Sì, vel confesso, io vi amo, dicolo a mio rossore, a mio dispetto, vi amo.
Ma questa mia confessione è quanto potete da me sapere.
Assicuratevi ch'io farò il possibile per l'avvenire o per iscordarmi di voi, o per lasciarmi struggere dalla passione, e morire.
Ad ogni costo noi ci abbiamo da separare per sempre.
Se avrete voi l'imprudenza d'insistere, avrò io il coraggio di cercar le vie di mortificarvi.
Farò il mio dovere, se voi non farete il vostro.
Avete voluto obbligarmi a parlare.
Ho parlato.
Vi premea d'intendere il mio sentimento, l'avete inteso.
Mi chiedeste, se dovevate vivere o morire; a ciò vi rispondo, che non so dire quel che sarà di me stessa; ma che l'onore si dee preferire alla vita.
GUGLIELMO: (Oimè! Non so in che mondo mi sia.
Mi ha confuso a tal segno, che non so più che rispondere).
GIACINTA: (Ah! è pur grande lo sforzo che fare mi è convenuto! Grand'affanno, gran tormento mi costa!).
SCENA QUARTA
Leonardo e detti.
LEONARDO: Voi qui, signora?
GIACINTA: (Oh cieli!).
LEONARDO: Quali affari segreti vi obbligano a ritirarvi qui col signor Guglielmo?
GUGLIELMO: (Ah! è inevitabile il precipizio).
GIACINTA: (Si tratta dell'onore.
Vi vuol coraggio).
(Da sé.) Gli affari ch'io tratto con esso lui, dovrebbero interessar voi più di me.
L'onore che ho di essere vostra sposa, rende mie proprie le convenienze della vostra famiglia.
Parlasi per Montenero, che siano corse parole di qualche impegno fra lui e la signora Vittoria.
So che ella se ne lusinga, e in pubblico ha dimostrata la sua passione.
Cose son queste delicatissime, dalle quali può dipendere il buon concetto di una fanciulla.
Io non sapeva precisamente di qual animo fosse il signor Guglielmo.
Ho cercato di assicurarmene, ed ecco ciò che ne ho ricavato.
Ei sa benissimo, che un uomo d'onore non dee abusarsi della debolezza di un'onesta fanciulla.
Conosce il proprio dovere, fa quella stima di lei che merita la vostra casa, e se voi gliela concedete, col mezzo mio ve la domanda in isposa.
GUGLIELMO: (Misero me! in qual impegno mi trovo!).
LEONARDO: Me la domanda col mezzo vostro? (A Giacinta.)
GIACINTA: Sì, signore, col mezzo mio.
LEONARDO: Non v'erano altri nel mondo, se non si prevaleva di voi?
GIACINTA: Io sono quella che gli ha parlato.
Sa il signor Guglielmo quel che gli ho detto.
Le mie parole deggiono aver fatta impressione in un uomo d'onore, in un cuore onesto e civile; ed è ben giusto che io medesima compisca un'opera, che non può essere che applaudita.
LEONARDO: Che dice il signor Guglielmo?
GUGLIELMO: (Ceda la passione al dovere).
Sì, amico, se non isdegnate accordarmela, vi chiedo la sorella vostra in consorte.
GIACINTA: (Ah! la sinderesi lo ha convinto).
LEONARDO: Signore, questa sera vi darò la risposta.
(A Guglielmo.)
GIACINTA: Che difficoltà avete voi di accordargliela presentemente?
LEONARDO: È giusto ch'io parli con mia sorella.
GIACINTA: Ella non può essere che contenta.
LEONARDO: Andiamo, signora, ci aspettano per andare al passeggio.
(A Giacinta.)
GIACINTA: Eccomi.
Andiamo pure.
LEONARDO: Vuol ch'io abbia l'onor di servirla?
GIACINTA: Mi maraviglio di voi, che mi facciate di queste scene.
C'è bisogno de' complimenti? Se non mi date il braccio voi, chi me l'ha da dare?
LEONARDO: Siete qui venuta senza di me...
GIACINTA: E ora voglio ritornare a casa con voi.
(Lo prende pel braccio con forza.) (Costa pene il dissimulare).
(Da sé, partendo.)
LEONARDO: (Ancora non sono quieto che basti).
(Parte con Giacinta.)
GUGLIELMO: Chi ha mai veduto caso più stravagante e più doloroso del mio? (Parte.)
SCENA QUINTA
Camera in casa di Filippo.
Filippo e Vittoria.
VITTORIA: Favorisca, signor Filippo.
Ho piacer di dirle due parole qui in questa camera, che nessuno ci senta.
FILIPPO: Sì, volentieri.
Già io in sala ci sto come una statua.
Giocano al faraone, ed io al faraone non gioco.
VITTORIA: Fatemi grazia.
Presentemente la signora Giacinta dov'è?
FILIPPO: Io non so dove sia.
Io non le tengo dietro.
Oh! sì, che in campagna si può tener dietro a voialtre fanciulle.
VITTORIA: E il signor Guglielmo dov'è?
FILIPPO: Peggio.
Volete ch'io sappia dove vanno tutti quelli che sono in casa da me?
VITTORIA: Il punto sta, signore, che mancano tutti e due.
FILIPPO: E chi sono questi due?
VITTORIA: Il signor Guglielmo e la signora Giacinta.
FILIPPO: E che importa questo? Uno sarà in un loco, e l'altra sarà nell'altro.
VITTORIA: E se fossero insieme?
FILIPPO: Oh! in materia di questo poi, mia figlia non è una frasca.
VITTORIA: Io non dico diversamente.
Ma so bene che alla tavola, dove ora si gioca, non si fa che parlare di questa cosa; e vedendo che sono tutti e due spariti...
FILIPPO: Spariti?
VITTORIA: Mancano tutti e due, e non si sa dove siano.
FILIPPO: Cospetto! cospetto! Cosa dice il signor Leonardo?
VITTORIA: Mio fratello è andato in traccia di loro.
FILIPPO: Se scopro niente...
Se me ne accorgo...
Vo' andare in questo momento...
Ma ecco il signor Leonardo, sentiremo qualche cosa da lui.
SCENA SESTA
Leonardo e detti.
LEONARDO: Signor Filippo, mi fareste il piacere di permettermi ch'io scrivessi una lettera?
FILIPPO: Accomodatevi.
Là vi è carta, penna e calamaio.
VITTORIA: (Mi pare torbido.
Vi dovrebbero essere delle novità).
FILIPPO: Ditemi un poco, signor Leonardo, sapete voi dove sia mia figliuola?
LEONARDO: Sì, signore.
(Accomodandosi al tavolino.)
FILIPPO: E dov'è?
LEONARDO: Giù in sala.
(Come sopra.)
FILIPPO: E dov'è stata finora?
LEONARDO: Era andata a visitar la castalda, che la notte passata ha avuto un poco di febbre.
(Come sopra.)
FILIPPO: E con chi è andata?
LEONARDO: Sola.
FILIPPO: È andata sola?
LEONARDO: Sì, signore.
FILIPPO: Non è andato il signor Guglielmo con lei?
LEONARDO: E perché il signor Guglielmo doveva andare con lei? Non può andar sola dalla castalda? E se aveva bisogno di compagnia, non c'era io da poterla servire?
FILIPPO: Sentite, signora Vittoria?
VITTORIA: Avete pure sentito in sala cosa dicevano.
So pure che anche voi eravate fuor di voi stesso.
(A Leonardo.)
LEONARDO: Presto si pensa male, e con troppa facilità si giudica indegnamente.
Sono stato io a rintracciarla.
L'ho trovata sola dalla castalda, e l'ho servita a casa io medesimo.
(Vuol il dovere che così si dica.
Tutti non sarebbero persuasi del motivo che li faceva essere nel boschetto; intieramente non ne son nemmen io persuaso).
(Principiando a scrivere.)
FILIPPO: Ha sentito, signora Vittoria? Mia figlia non è capace...
VITTORIA: E il signor Guglielmo è tornato? (A Leonardo.)
LEONARDO: È tornato.
(Scrivendo.)
VITTORIA: E dov'era andato? (A Leonardo.)
LEONARDO: Non lo so.
(Come sopra.)
VITTORIA: Sarà stato a visitare il castaldo.
(A Leonardo, ironica.)
LEONARDO: Prudenza, sorella, prudenza.
(Come sopra.)
VITTORIA: Io ne ho poca, ma non vorrei che voi ne aveste troppa.
(A Leonardo.)
LEONARDO: Lasciatemi terminar questa lettera.
VITTORIA: Scrivete a Livorno?
LEONARDO: Scrivo dove mi pare.
Signor Filippo, la supplico d'una grazia: favorisca mandar uno de' suoi servitori a cercar il mio cameriere, e dirgli che venga subito qui, e se non mi trovasse più qui, che verso sera sia alla bottega del caffè, e che non manchi.
FILIPPO: Sì, signore, vi servo subito.
(Signora Vittoria, pensi meglio di me, e della mia famiglia, e della mia casa.
Basta! A buon intenditor poche parole.) (Parte.)
SCENA SETTIMA
Leonardo scrivendo, e Vittoria.
LEONARDO: (Questa mi pare la miglior risoluzione ch'io possa prendere).
(Da sé, poi scrive.)
VITTORIA: Ditemi, signor fratello, siete voi contento della condotta della signora Giacinta?
LEONARDO: Sì, signora.
(Scrivendo.)
VITTORIA: Le apparenze per altro non vi dovrebbero contentar molto.
LEONARDO: Son contentissimo.
(Scrivendo.)
VITTORIA: E del signor Guglielmo?
LEONARDO: Anche di lui.
(Scrivendo.)
VITTORIA: Vi par che si porti bene egli pure?
LEONARDO: Il signor Guglielmo è un galantuomo, è un uomo d'onore.
(Scrivendo.)
VITTORIA: Eppure io so che da tutti...
LEONARDO: Ma lasciatemi scrivere, tormentatrice perpetua.
(Sdegnato.)
VITTORIA: Lasciate ch'io dica una cosa, e poi vi levo il disturbo.
LEONARDO: Che cosa volete dirmi? (Scrivendo.)
VITTORIA: Non s'era egli spiegato d'aver dell'inclinazione per me?
LEONARDO: Sì, signora.
(Scrivendo.)
VITTORIA: E come si può credere questa cosa?
LEONARDO: Si può credere.
(Scrivendo.)
VITTORIA: Si può credere?
LEONARDO: (Oh! sono pure annoiato).
(Scrivendo.)
VITTORIA: Ha fatto nessun passo con voi?
LEONARDO: L'ha fatto.
(Come sopra.)
VITTORIA: L'ha fatto?
LEONARDO: Sì, lasciatemi terminare.
(Come sopra.)
VITTORIA: E a me non si dice niente?
LEONARDO: Vi parlerò, se mi lascierete finir questa lettera.
VITTORIA: Sì, finitela pure.
(Io non so che cosa m'abbia da credere.
Potrebbe anche darsi che m'ingannassi, che fosse la gelosia che mi facesse travedere).
Quando vi ha parlato il signor Guglielmo? (A Leonardo.)
LEONARDO: Acchetatevi una volta.
Che vi si possa seccar la lingua.
(Una lettera artifiziosa ha bisogno di essere studiata bene, e costei mi tormenta).
(Rilegge piano la lettera.)
VITTORIA: (Ardo, muoio di curiosità di sapere).
(Da sé.)
LEONARDO: (Sì, sì, così va bene.
La cosa parerà naturale.
Basta che sia bene eseguita).
(Da sé.)
SCENA OTTAVA
Brigida e detti.
BRIGIDA: Signori, hanno terminato di giocare.
Vogliono andare a far due passi fino al caffè, e mandano a vedere se vogliono restar serviti.
LEONARDO: Andiamo.
(S'alza.)
VITTORIA: E non mi volete dir niente?
LEONARDO: Vi parlerò questa sera.
VITTORIA: Datemi un cenno di qualche cosa.
LEONARDO: Questo non è né il tempo, né il luogo.
VITTORIA: Ma io non posso resistere.
LEONARDO: Ma voi siete la più inquieta donna del mondo.
(Parte.)
SCENA NONA
Vittoria e Brigida.
VITTORIA: Dite, Brigida.
Dov'è stata oggi dopo pranzo la vostra padrona?
BRIGIDA: Che vuol ch'io sappia? Non so niente io.
...
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