LE FEMMINE PUNTIGLIOSE, di Carlo Goldoni - pagina 12
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Pantalone - Oh bella vendetta! Veramente eroica e da omo de garbo! No me posso tegnir, bisogna che diga quel che sento, e la me cazza via, se la vol, che la gh'ha rason.
Per un affronto recevudo dai patroni, far bastonar i servitori? Con che rason? Con che leze? Con che conscienza? Che colpa gh'ha i servitori in tei mancamenti dei so patroni? A questo la ghe dise risarcimento dell'offesa? A questo mi ghe digo ingiustizia, crudeltà, barbarità; ghe digo maltrattar l'innocente, senza vendicarse dell'offensor.
Ma po, se parlemo della vendetta, che razza de vendetta xe questa? Ghe vol assae a trovar quattr'omeni, che a sangue freddo bastona quella povera servitù? Sior Florindo caro, tutte pazzie, tutti inganni della fantasia, inganni dell'ambizion, che lusinga i omeni, e ghe dà da intender, che la vendetta più facile sia la più vera, e che per vendicarse del reo, sia lecito opprimer anca l'innocente.
Don Florindo - Ma dunque, signor Pantalone, che specie di vendetta mi consigliereste voi che io facessi?
Pantalone - Prima de tutto ghe dirò che la vendetta non xe mai cossa lecita in nissun tempo, in nissun caso.
Ma molto manco quando l'offesa provien da qualche principio, che giustifica l'offensor.
Me spiego.
L'uso de squasi tutti i paesi del mondo xe che in te le conversazion, in te le reduzion, dove se raduna la nobiltà, no se ammetta chi no xe nobile.
Mi no ghe digo adesso se sta usanza sia bona o cattiva, perché no voggio intrar in t'una disputa de sta natura, ma ghe digo ben che bisogna uniformarse al costume; e se la nobiltà, che xe garante de sto so privilegio, per mantegnirlo in osservanza gh'ha fatto un affronto, l'offesa no se pol dir prodotta da un'ingiustizia, ma più tosto cercada da chi l'ha recevuda.
Don Florindo - Dunque, da quel che dite, io ho torto.
Pantalone - La gh'ha torto siguro, a pretender quel che no se ghe convien.
Don Florindo - Il male l'ha fatto la contessa Beatrice, la quale per cento doppie ha preso l'impegno d'introdurci nelle adunanze di nobiltà.
Pantalone - Benissimo, el so risentimento la lo revolta contro la contessa Beatrice.
Don Florindo - Per questo, voleva sfidare alla spada il conte Onofrio suo marito.
Pantalone - Coss'è sta spada? Coss'è sta spada? Anca ella xe de quei che crede che un duello possa resarcir ogni offesa? che una sfida sia bastante a render la reputazion a chi l'ha persa? Pregiudizi, errori, pazzie! Sala come che la s'averia da vendicar in sto caso? Ghe dirò mi.
Farse dar indrio le cento doppie che i gh'ha magnà.
Star qualche zorno a Palermo; spender, goder, star allegramente con zente civil e da par soo, senza curarse de andar colla nobiltà.
Far veder che la cognosse el so dover, e buttar la broda adosso della contessa Beatrice.
Procurar de far servizio a qualche zentilomo, se la pol; reverirli tutti e respettarli, senza desmestegarse.
In sta maniera a poco alla volta tutti ghe correrà drio, e allora la poderà tornar a casa contento, e la poderà dir: no son stà in pubblico colle dame e coi cavalieri, ma le dame, e i cavalieri m'ha fatto delle onestà e delle finezze in privato.
Don Florindo - Questa è una cosa, che mi piace infinitamente; ma non so che cosa avrà risoluto mia moglie.
Pantalone - Ma no la se lassa dominar dalla mugier.
Don Florindo - Sentirò la di lei intenzione: se sarà uniforme al vostro buon consiglio, l'approverò; quando no, cercherò d'impedirla.
Pantalone - La fazza quel che ghe detta la so prudenza; mi no so più cossa dir.
Son vecchio, xe tardi, vago a casa e vago a dormir.
Se la vol bezzi, la manda; se la va via, ghe auguro bon viazo, se la resta se vederemo doman.
Ghe auguro la bona notte, bona salute, e la me permetta de dirghe, meggio condotta e un poco più de giudizio.
(parte)
Don Florindo - Che buon vecchio è il signor Pantalone; mi ha veramente penetrato nell'animo.
Non vorrei che Brighella avesse già eseguito il mio ordine, e le bastonate a quei poveri servitori fossero corse.
Anderò io stesso, e se sarò in tempo l'impedirò; vado e torno in un momento, senza che mia moglie lo sappia (parte).
SCENA VI
Notte.
Strada con porta del palazzo della contessa Eleonora.
BRIGHELLA con quattro uomini intabarrati.
Brighella - M'avè inteso; un zecchinetto per uno, e bastonè tutti i servitori che vien fora de sto palazzo.
Bravo - E se venissero a sei, a otto, e bastonassero noi?
Brighella - Usè prudenza.
Tolèli, co i vien a uno, a do alla volta.
Bravo - Credo che, dopo il primo, non ne potremo aver altri.
Brighella - Fe quel che podè.
Tolè i vostri bezzi, che mi no vôi altri fastidi.
A revederse.
(parte)
Bravo - Ritiriamoci dietro di questa casa, e aspettiamo che n'esca uno.
(si ritirano)
SCENA VII
ARLECCHINO dal palazzo della contessa ELEONORA, poi i quattro uomini rimpiattati.
Arlecchino - Aver inteso, aver inteso.
Star tutte dame palazzo.
Andar subito dir patrona.
(escono li quattro uomini, e bastonano ben bene Arlecchino, sinché egli cade in terra, e poi partono) Ahi, aiuto, chi star? Chi me aiutar? No saver gnente.
Lassar vita, lassar vita.
Aimè, star morto, star morto.
(cade in terra)
SCENA VIII
DON FLORINDO, e detto.
Don Florindo - O Brighella non è ancora qui capitato, o l'ordine è già corso.
Parmi veder un uomo disteso in terra.
Arlecchino - Star morto, star morto.
(con voce fioca)
Don Florindo - Fosse mai uno dei servitori, che ho fatto bastonare? Me ne dispiacerebbe infinitamente.
Arlecchino - Star morto, star morto.
(come sopra)
Don Florindo - Galantuomo, chi siete voi?
Arlecchino - Morto, morto.
Don Florindo - Moro, sei tu?
Arlecchino - No star moro, star morto.
Don Florindo - Oh povero sventurato! Dimmi, sei stato forse bastonato?
Arlecchino - Ahi, patron; povero moretto! Tanto tanto bastonar.
(s'alza un poco)
Don Florindo - Chi ti ha dato?
Arlecchino - Mi no saver.
Ahi! brazzi tanto doler.
Don Florindo - Dove andavi? Da dove venivi?
Arlecchino - Esser vegnù de palazzo, e andar da padrona per risposta portar.
Ahi, quanto doler!
Don Florindo - Ora capisco.
È uscito dal palazzo della Contessa, gli uomini trovati da Brighella l'avranno creduto un servo dei cavalieri, e lo hanno bastonato.
Ecco il solito effetto della vendetta; cade sempre in danno del vendicatore.
Levati, povero moro, levati.
Arlecchino - No poder.
Don Florindo - Vieni qui, che t'aiuterò.
Arlecchino - Caro patron.
Poveretto moretto, tanto bastonar.
(s'alza)
Don Florindo - Andiamo, ti farò medicare.
Arlecchino - Maladetto chi ha fatto mi bastonar, possa diavolo portar chi fatto mi bastonar.
Chi mi fatto bastonar, possa per boia impiccar.
(parte)
Don Florindo - Tutte queste imprecazioni vengono a me.
Tutti gli innocenti oppressi gridano vendetta contro i loro oppressori.
(parte)
SCENA IX
Stanze in casa della Contessa Eleonora, con tavolini, lumi e sedie.
La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE, il conte OTTAVIO.
Cavalieri e dame a sedere indietro, giocando.
Contessa Clarice - Può darsi temerità maggiore di questa? Una mercantessa sedere in mezzo di tante dame?
Contessa Eleonora - E di più ballare il primo minuè? Principiar ella il ballo?
Contessa Clarice - È una cosa che fa inorridire.
Pare impossibile, che si dia un caso di questa sorta.
Conte Ottavio - Circa il ballo, è stato il ballerino che ha mancato al suo dovere.
Contessa Clarice - Meriterebbe colui, che gli si facessero romper le gambe, acciò non ballasse più.
Contessa Eleonora - Io son capace di fargli fare questo servizio.
Conte Ottavio - Gli fareste una bella burla.
Contessa Eleonora - Pezzo d'asino! Non sa come si tratta! Il primo minuetto toccava a me.
Contessa Clarice - O a voi, o a me.
(le dame che sono indietro ridono)
Contessa Eleonora - Sentite quelle signorine: credo che ridano di noi.
(a Clarice)
Contessa Clarice - O di voi, o di me.
Conte Ottavio - Eh, che non ridono di alcuna di voi.
(Or ora si attaccano fra di loro).
(da sé)
Contessa Eleonora - Ma di tutto è causa la contessa Beatrice.
Contessa Clarice - Veramente la contessa Beatrice si è portata malissimo.
Contessa Eleonora - Qualche gran cosa l'ha messa in quest'impegno.
Contessa Clarice - Una raccomandazione di un gran ministro.
Contessa Eleonora - Per veder d'impiegar suo marito.
Contessa Clarice - Vedrete che quanto prima avrà qualche carica.
Contessa Eleonora - Dopo che ha mangiato tutto il suo, anderà a mangiare quello degli altri.
Conte Ottavio - Signore mie, questa è mormorazione.
Contessa Eleonora - Oh, il signor precettore!
Contessa Clarice - Il signor morale!
Conte Ottavio - Non parlo più.
SCENA X
Il conte LELIO e detti.
Contessa Eleonora - Oh signor protettore, che fa la sua castellana?
Conte Lelio - Non mi parlate più di colei.
Contessa Clarice - Che vuol dire? Si è disgustato?
Conte Lelio - Spiacendomi d'averla veduta partire in quella maniera dalla festa di ballo, sono andato a casa per ritrovarla, e mi ha fatto dire che non vi era, e non mi ha voluto ricevere.
Contessa Clarice - Vostro danno.
Contessa Eleonora - Imparate a servire delle mercantesse.
Conte Ottavio - Si sarà vergognata, e per questo non vi avrà ricevuto, non già con intenzione d'offendervi.
Contessa Eleonora - Mi volevo maravigliare, che il signor conte non la difendesse.
(verso Ottavio)
Conte Ottavio - Non parlo più.
Conte Lelio - Mai più m'impaccio con questa sorta di gente.
Contessa Eleonora - Contino, giacché non vi è la contessa Beatrice, dite, vi dava qualche poco nel genio, non è così?
Conte Lelio - Se vi ho da confessare la verità, non mi dispiaceva.
Contessa Eleonora - Ehi! Come è andata?
Conte Lelio - Non ho avuto tempo.
Contessa Clarice - Per altro...
Conte Lelio - Figuratevi.
Contessa Eleonora - Regali le ne avete fatti?
Conte Lelio - Più d'uno.
Contessa Clarice - Se lo sa la contessa Beatrice, povero voi.
Contessa Eleonora - Che dice Beatrice di noi?
Conte Lelio - È nelle furie al maggior segno.
Contessa Eleonora - Merita peggio.
Conte Lelio - Anzi voleva venire a trovarvi qui.
Contessa Clarice - Doveva venire, che ci avrebbe sentito.
Contessa Eleonora - Farla sedere nel primo luogo!
Contessa Clarice - Farla ballare il primo minuè!
Conte Ottavio - M'aspetto che di questa gran cosa ne parliate ancora da qui a dieci mesi.
Contessa Eleonora - Quanto vogliamo noi.
Contessa Clarice - Che caro signor correttore!
Conte Ottavio - Non parlo più.
SCENA XI
La contessa BEATRICE e detti.
Contessa Beatrice - Brave, brave, avete fatto una bella cosa.
Contessa Eleonora - Voi l'avete fatta più bella.
Contessa Clarice - Abbiamo sofferto anche troppo.
Conte Ottavio - (Ora viene la bella scena).
(da sé)
Contessa Eleonora - Andarla a metter al primo posto.
Contessa Beatrice - Ecco lì il signor protettore, l'ha messa lui.
(verso Lelio)
Contessa Eleonora - Bravo.
Contessa Clarice - Bravissimo.
Conte Lelio - Io non ho fatto questa cosa.
Non ero io il padrone di casa.
Contessa Beatrice - Se sapeste tutto, è innamorato morto di colei.
Contessa Eleonora - E voi lo soffrite? (a Beatrice)
Contessa Clarice - E voi gli fate la mezzana? (alla medesima)
Contessa Beatrice - Che volete ch'io faccia? Me l'ha saputa dare ad intendere; son di buon cuore, non ho potuto dire di no.
Conte Lelio - (Non sanno niente del negozio delle cento doppie).
(da sé)
Contessa Eleonora - E poi, cara Contessa, farla ballare il primo minuè?
Contessa Beatrice - Questa è colpa del ballerino.
Contessa Clarice - E voi ve la passate con questa disinvoltura? Non gli fate romper le ossa?
Contessa Beatrice - A quest'ora credo se ne sia pentito.
Conte Lelio - Sì signora, ha avuto di già il suo castigo.
Egli è a tavola col conte Onofrio, che si mangia i fagiani.
Contessa Beatrice - Briccone! Me la pagherà.
Ma voi altre, che siete amiche, piantarmi così? Andarvene senza dir nulla?
Contessa Eleonora - In queste cose non vi vogliono complimenti.
Contessa Clarice - Vi andava del nostro decoro.
Contessa Beatrice - Eh via! Che siete puntigliose.
Contessa Eleonora - Brava, siamo puntigliose? Perché non l'avete condotta qui quella signora di tanto merito?
Contessa Beatrice - Per me non la tratterò più certamente.
Contessa Clarice - Non avete impegno con un ministro?
Contessa Beatrice - Quando devo dirvi tutto, l'ho fatto per compiacere unicamente il caro signor conte Lelio.
Contessa Eleonora - Sicché il signor conte Lelio è causa di tutto.
Contessa Clarice - Non vi credeva capace di ciò.
(a Lelio)
Conte Lelio - (Se potessi dir tutto, non parlereste così).
(a Beatrice)
SCENA XII
DONNA ROSAURA e detti.
Contessa Eleonora - Come!
Contessa Beatrice - Qui?
Contessa Clarice - Che temerità è questa?
Donna Rosaura - Signore mie, per grazia, per clemenza.
Non vengo in conversazione, non vengo per frammischiarmi con voi, vengo a chiedervi scusa, vengo a domandarvi perdono.
Conte Ottavio - Oh, via, signora donna Rosaura, questo è troppo.
Donna Rosaura - Conte Ottavio, giacché voi mostrate essere penetrato dalla mia umiliazione, impetratemi voi da queste dame la grazia di poter parlare, assicurandole che non eccederà il mio discorso il periodo di pochi minuti; che alla porta di questo palazzo vi è il carrozzino che mi attende per ritornare alla patria mia; e che non venendo io per trattenermi in conversazione, ma per dar loro una ben giusta soddisfazione, posso essere ascoltata, senza offendere le leggi rigorose delle loro adunanze.
Conte Ottavio - Signore mie, che cosa dite? Siete persuase dell'istanza, senza che vi aggiunga niente del mio, per indurvi ad ascoltare una donna, che con tanta civiltà ve ne supplica?
Contessa Eleonora - Sentiamo che cosa sa dire.
Conte Ottavio - Parlate, signora donna Rosaura, queste dame ve lo permettono.
Donna Rosaura - Ringrazio queste dame della loro bontà; le ringrazio delle finezze che alcuna di esse si è degnata farmi in privato, e le ringrazio della libertà che mi danno di poter per l'ultima volta ad esse in pubblico favellare.
Confesso aver io estese troppo le mire, allorché mi sono lusingata di poter essere ammessa alla loro conversazione; ma spero sarò compatita allora che farò noti i motivi dai quali è derivata in me una tale lusinga.
Primieramente è rimarcabile essere io allevata in un luogo, ove per ragion del commercio, non vi è certa rigorosa distinzione degli ordini, ma tutte le persone oneste e civili si trattano a vicenda, e si conversano senza riserve; onde non è temerità l'aver io sperato, con qualche maggior difficoltà, poter essere ammessa fra le dame di questa città.
Di ciò per altro mi sarei facilmente disingannata, se da persone illibate e sincere fossi stata meglio istruita, e delle vostre leggi avvertita.
Quello, che dalla legge è proibito, non si può col denaro ottenere; quello che si può ottenere col denaro, non si deve credere direttamente opposto alla legge.
Onde, se mi fu esibito a contanti l'onor della vostra conversazione, son compatibile, se ho creduto aver anch'io il diritto di potervi aspirare.
Parlo senza arcani, mi levo la maschera, e a chi duole, suo danno.
La contessa Beatrice con cento doppie mi ha venduta la sua mediazione, e a questo prezzo mi ha assicurato l'accesso alla conversazione delle dame.
O ella mi ha ingannato, o voi le avete fatta un'ingiuria.
Nel primo caso, siate voi stesse giudici della mia ragione; nel secondo pensi la contessa Beatrice a risentirsi con voi, e a giustificarsi con me.
Io nulla voglio né da lei, né da voi.
Bastami avervi fatto noto, che non sono né pazza, né debole, né presontuosa.
Il carrozzino mi aspetta, mi sollecita mio consorte, torno alla patria, e porterò colà la memoria delle vostre grazie e della mia disavventura; anzi in ricompensa della bontà che ora avete dimostrata per me, permettetemi che vi avvertisca, che più di quello avesse potuto pregiudicare al decoro vostro la mia bassezza, deturpa il vostro carattere e la vostra società una dama ingannatrice e venale.
(parte)
SCENA XIII
I suddetti fuori di donna Rosaura, che è partita.
Contessa Beatrice - A me questo?
Contessa Eleonora - Fermatevi, contessa Beatrice, non inveite contro di essa, senza prima giustificarvi.
Avete voi avuto le cento doppie?
Contessa Beatrice - Le cento doppie le ho vinte per una scommessa.
Contessa Eleonora - E che cosa avete scommesso?
Contessa Beatrice - Cadde la scommessa sull'ora del mezzogiorno.
Contessa Eleonora - Eh, che non si scommettono cento doppie per queste freddure! Se le aveste perse, come le avreste pagate?
Contessa Beatrice - Se nol credete, chiedetelo al conte Lelio.
Contessa Eleonora - Conte, in via d'onore, da Cavaliere qual siete, e sotto pena di essere dichiarato mendace se non dite la verità, narrate voi la cosa com'è.
Conte Lelio - Voi mi astringete a farlo con un forte scongiuro, e la signora donna Rosaura mi fa arrossire con i suoi giusti risentimenti.
Contessa Beatrice, voi avete avuto le cento doppie per introdurla, ed io per mia confusione ho stabilito il contratto.
Contessa Beatrice - E voi in prezzo della mediazione avete avuto l'orologio d'oro.
Conte Ottavio - Oimè! Che orribili cose ci tocca a' giorni nostri a sentire! Una dama vende la sua protezione, mercanteggia sull'onore della nobiltà; mette a repentaglio il decoro della città, della nazione, dell'ordine nostro, del nostro sangue? Un cavaliere non solo tollera e permette che si profanino i diritti delle nostre adunanze, ma vi coopera, e vi presta la mano, e ne promuove gli scandali? Dame, cavalieri, ascoltatemi: osservare minutamente i puntigli è cosa, che qualche volta ci pone in ridicolo; ma conservare illibato il nostro ordine, scacciar da noi chi lo deturpa con indegne azioni, questo è il vero puntiglio della nobiltà.
La contessa Beatrice, il conte Lelio non sono degni della nostra conversazione.
Conte Lelio - (Il rimorso mi confonde.
Il nuovo sole non mi vedrà più in Palermo).
(da sé, parte)
Contessa Beatrice - A una dama mia pari si fanno di questi insulti?
Contessa Eleonora - Tacete, che le dame non trattano come voi.
Contessa Beatrice - Domani ne parleremo.
Conte Ottavio - Domani vostro marito sarà chiamato da chi s'aspetta.
Contessa Beatrice - (Domani anderò in campagna, e non mi vedranno mai più).
(da sé, parte)
SCENA ULTIMA
La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE, il conte OTTAVIO, dame e cavalieri.
Conte Ottavio - Signore mie, per rimediare in parte al discapito della nostra riputazione, direi che fosse ben fatto unire fra di noi le cento doppie, e farle avere alla signora Rosaura, prima della sua partenza.
Io ne esibisco trenta, che tengo in questa borsa.
(fa vedere una borsa con varie monete)
Contessa Eleonora - Per parte mia, eccone sei.
(mette sei doppie nella suddetta borsa)
Contessa Clarice - Ed io ve ne posso dar otto.
(fa lo stesso)
Conte Ottavio - E voi dame, e voi cavalieri, concorrete a quest'opera degna di noi? (va dai cavalieri e dalle dame, e tutti gli danno denari) Ecco raccolte le cento doppie.
Andrò a presentarle per parte della nobiltà alla signora donna Rosaura.
Contessa Eleonora - La contessa Beatrice non la pratico più.
Contessa Clarice - Nemmen io mi degno più di farmi vedere con lei.
Conte Ottavio - In questa occasione non disapprovo che facciate le puntigliose.
Non è decoro delle persone onorate trattar con gente venale, che non sa sostenere il suo grado.
Ognuno cerchi di conversare con chi può rendergli egual onore; ma niuno aspiri a passar i limiti delle sue convenienze, servendogli d'esempio il fatto comico di donna Rosaura.
FINE DELLA COMMEDIA
(1) Povero agghiacciato, cioè miserabile [Nota dell'A.]
(2) muschietto: testa bizzarra, difficile [Nota dell'A.]
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