LE FEMMINE PUNTIGLIOSE, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Che più poteva io desiderare in questa Città famosa, patria d'uomini illustri, di felicissimi talenti a' giorni nostri ripiena? Accolte furono le mie Commedie da' Fiorentini, sofferte furono sulle Toscane scene ed acclamate ancora, indi alla luce mandandole per via dei torchi, lo dirò a mia gloria, s'affollarono per averle.
Voi, Benignissimo Signor Cavaliere, Voi più di tutti mi deste animo, protezione e consiglio, giungeste per fino ad esibirmi denaro, e sarei stato certo di ogni vostro soccorso, se Iddio Signore benedicendo le Opere mie, non mi avesse col frutto de' miei sudori assistito.
Non cesserò mai di lodar Voi, e di benedire la vostra Patria, e di considerar felicissimo chi in essa ha la fortuna di nascere, anche per un'altra ragione, non inferiore a quelle delle quali ho parlato.
Questa è la purgatissima Lingua che vi si parla, mentre sceltissime sono le parole, graziosi gli adagi, e spiritosi i concetti; ed utilissimo studio credo io per un Uomo di lettere, trattenersi per qualche tempo in Firenze ad imparar dalle balie e dalle fantesche ciò che altrove si mendica dal Bembo, dal Boccaccio o dalla Crusca medesima.
Ma già ben mi accorgo che a troppo lunga faccenda impegnato mi sono, esaminando i gradi della umana felicità.
Altre circostanze importantissime mi rimangono dopo le sei da me alla meglio considerate, le quali non deggio io omettere, perché non credasi, o che io non le conosca, o che in Voi non si ritrovino.
Le accennerò brevemente, per non abusar della vostra umanissima tolleranza, e le rammenterò soltanto accennandole alla sfuggita.
In settimo luogo, quel che rende l'Uomo felice è la Salute, senza la quale ogni altro bene di questa vita è un miserabile bene; e Voi, grazie all'Altissimo, siete sano, e che vi faccia esser tale in tutti i giorni di vostra vita, che bramo lunghissima.
Succede in ottavo grado alla salute del corpo quella dell'animo, se a quella del corpo non si voglia preferire; chiarezza di mente, prontezza di spirito, fecondità d'intelletto sono segni evidenti di un animo sano, robusto e vivace, che rende l'Uomo più facilmente felice.
Voi di ciò siete ben provveduto.
Unir sapete alle applicazioni domestiche, dovute ad un ricchissimo patrimonio, lo studio delle lettere e l'erudizione.
Ma giacché il ricco patrimonio vostro mi è accaduto per incidente di nominare, lasciate io vi dica essere la Ricchezza il nono grado della ricercata felicità.
Altri non avrebbono aspettato sinora a ragionare della Ricchezza, ma collocandola in più alto posto, l'avrebbono mandata innanzi a parecchi gradi, considerandola il sommo ben della vita.
Io non ho certamente in tanta estimazione i tesori, che ardisca di anteporli alla salute, alle scienze, alla nobiltà e né tampoco alla felicità della Patria, desiderandomi aver più tosto tre paoli al giorno in Italia, che dieci doppie in un dei gelati paesi del Settentrione.
So che Voi pure calcolate il bene delle vostre doviziose rendite, per mantenere con decoro e con lustro la nobilissima Casa vostra; ed il buon uso che fate dell'oro e dell'argento, dimostra che Voi lo apprezzate sol quanto merita, ma a quel che merita più, non lo preferite.
Non è fuor di proposito considerare fra i gradi della nostra felicità la Libertà ancora, e collocarla nel decimo luogo di questa nostra rassegna.
Voi la godete perfettamente, con un Ordine in petto, che vi difende dalla catena del matrimonio.
Io non dirò che sieno le nozze generalmente di peso agli Uomini, e di tormento; anzi sostituirei a questo grado di felicità il matrimonio medesimo, se di una discreta Moglie potesse alcuno gloriarsi; ma poiché il dubbio è grande ed il pericolo è manifesto, la libertà è un gran bene, un bene che si conosce meglio quando si perde, ma è meglio non perderlo, a costo di non conoscerlo perfettamente.
L'undecimo grado diamolo noi meritamente all'uso delle sociali Virtù.
Rendono queste l'Uomo amabile e desiderato arbitro delle oneste conversazioni, e posseditore dei migliori cuori del Mondo.
Sono certe virtù quelle che io chiamo virtù sociali, che derivano da una buona Morale e si adattano alle circostanze.
Per esempio: ridere, barzellettare, brillare colle persone di spirito; ragionare colle persone di senno; non inquietare coloro che sono di malinconico umore; parlar di scienze coi dotti, astenersene cogl'ignoranti, non irritare i superbi, non avvilire i pusillanimi.
Esser savio coi savi, ma ben guardarsi di non impazzire coi pazzi.
Mentre accenno queste regole della felicissima Società, non intendo già di darle a Voi, quasicché abbiate ora necessità d'impararle.
Voi siete adorno di tutte le più amabili qualità; siete un perfetto conoscitore del Mondo, e avete per gli onesti piaceri, che il Mondo ci somministra, un ottimo discernimento, un perfettissimo gusto.
Ecco la duodecima ed ultima condizione, la quale, secondo me, può render l'Uomo felice: il buon gusto, il sano discernimento.
Iddio ha creato il Mondo per noi e tutte le sue delizie sono delizie nostre.
Guardiamoci dall'abusarcene, non dal goderle, senza andar dietro ai piaceri vietati, tanto noi ne abbiamo dei permessi, che smentir possiamo coloro i quali tristo chiamano il Mondo.
È l'appetito smoderato degli uomini quello che cambia aspetto alle cose; per altro vi è da prendersi divertimento, senza traviare dal sentiero dell'onestà.
Vi vuol buon gusto e perfetto discernimento; Voi l'uno e l'altro avete, e lodevole uso ne fate: Voi siete dunque felice.
Che se alcuno mi volesse opporre, essere necessario per la felicità dell'Uomo il comando; no, gli direi, t'inganni.
Possono gli Scettri e le Corone pagar l'ambizione, non rendere contento il cuore.
Un grado solo dell'umana felicità che manchi al Sovrano, lo può rendere nella sua grandezza infelice, e tutta la sua grandezza non vale a procacciargli la pace del cuore.
Io dunque mi rallegro con Voi, Illustrissimo Signor Cavaliere, e mi rallegro di cuore con me medesimo, per aver ritrovato e conosciuto in Voi il tesoro dell'umana felicità.
Voi non potete non desiderare felici gli altri per effetto della virtù; onde a ragion mi lusingo, che mi vorrete beneficare, donandomi ora per sempre la benignissima grazia vostra; accettando come un tributo d'ammirazione, di servitù ed ossequio questa miserabile Commedia che vi offerisco, e permettendomi che possa dire di essere, quale umilmente mi sottoscrivo,
Di V.
S.
Illustriss.
Umiliss.
Devotiss.
ed Obblig.
Serv.
CARLO GOLDONI
L'AUTORE A CHI LEGGE
Se nella lettera precedente ho ragionato dell'umana felicità, ora teco, Lettor carissimo, ragionare dovrei dell'umana miseria.
Leggi la Commedia che seguita, e la rileverai da te stesso, senza che io te ne faccia parola.
Le Femmine puntigliose non solo fabbricano per se stesse dei mali che non vi dovrebbono essere al Mondo, ma vogliono dei pregiudizi loro fare anche agli Uomini sentir il peso.
Eredi in ciò funestissime della prima Madre, tutti gli amari pomi voglion dividerli con noi meschini; e prevalendosi del sopravvento, che loro la debolezza nostra concede, ci rendono ministri della loro ambizione.
Ogni picciolo moto scompone ed agita la loro macchina delicata; arrendevoli ad ogni urto della passione, conoscono che per se stesse non hanno bastante forza per vendicarsi, ricorrono all'Uomo, l'interessano ne' loro vani puntigli e gli avvelenano il cuore.
Le nobili non si degnano delle inferiori; le ignobili aspirano all'egualità colle Dame; le ricche disprezzano le miserabili, e queste hanno le altre in aborrimento.
Esaminiamo le fonti di tai puntigli, e si vedrà chiaramente ch'esse provengono dallo smoderato amor proprio, dall'invidia e dall'ambizione.
Non basta alla Nobile la nobiltà, vuol esser ricca.
Non basta alla Ricca la sua ricchezza, vuol esser nobile.
Non basta ad una Donna esser nobile ed esser ricca, vuol esser sola.
Rarissime Donne ho io conosciuto, che si amino fra di loro, e le più amiche e le più amorose non se la perdonano ad ogni minima occasione di criticare.
Di quante Commedie ho composto, argomento più spazioso di questo non mi proposi.
Io era, come suol dirsi, confuso nell'abbondanza e se non avessi limitato i puntigli colle regole del Teatro, avrei fatto una Commedia sola per tutto il resto de' giorni miei.
Il puntiglio principalissimo su cui raggirasi la mia Commedia è quello di una Femmina ricca, la quale in mezzo a tutti i comodi della vita si crede infelice, se non può comparir fra le Dame.
Io non credo, che possa darsi maggior pazzia di cotesta.
La Nobiltà è un fregio grande, desiderabile da chicchessia, ma è quel tal fregio che unicamente può dalla nascita conseguirsi.
Tutto l'oro del Mondo non è bastante a cambiar il sangue, e sarà sempre stimata più una Femmina doviziosa nel proprio rango, di quello possa ella sperare innalzandosi a qualche Ordine superiore.
I ragionamenti di Pantalone su tale articolo, fatti da lui per instruzione di Don Florindo, potrebbero essere salutari consigli a tutti quelli che hanno tai pregiudizi nel capo, e l'esempio di Donna Rosaura può servire di specchio a qualche femmina troppo vana.
La Contessa Beatrice fa una trista figura nel ceto della nobiltà.
Io non credo che tal carattere si ritrovi.
Una Dama che voglia per cento doppie arrischiar il decoro del suo Paese, ed esporre agli scherni una Forestiera, non credo vi sia mai stata.
Ho figurato un carattere da Commedia per mettere i puntigli in ridicolo, sicuro quasi dentro di me medesimo, che non avrei potuto esserne rimproverato.
Ma il Mondo che vuol fare scena di tutto, ha preteso di riscontrar degli originali, e mi ha caricato di averli io temerariamente imitati.
Protesto non esser vero, ed è una prova della verità che sostengo, l'essersi l'istessa favola in ogni Paese narrata, in cui si rappresentò la Commedia.
Non è verisimile che possa lo stesso fatto in più di un luogo verificarsi; non è credibile ch'io abbia voluto espormi al pericolo di una vendetta; è ben probabile che per tutto vi sieno degli spiritosi talenti, che cerchino di mettere in ridicolo le persone e di screditare gli Autori.
Ciò non ostante ho dovuto fare qualche cambiamento nella Commedia; ho trasportato la Scena in un paese lontano, in cui non vi sono mai stato, acciò apporre non mi si possa averla io sulla verità lavorata.
Questa ed altre simili mutazioni a me, in un'opera mia, non mi può essere impedito di farle, ma non era poi lecito al Correttore, che all'edizione del Bettinelli presiede, omettere nella Scena III dell'Atto I i più interessanti ragionamenti di Pantalone sull'articolo importantissimo della condotta di Don Florindo, che per aderire alla vanità della moglie, abbandona i propri interessi per una falsa immagine di decoro.
E se mai fosse vero che l'Editore ed il Correttore medesimo mutilata avessero ricevuta la mia Commedia, apprendano esser giuste le mie querele, e che gli Autografi (per servirmi del loro termine) si prendono dalle mani dell'Autore, non da quelle di un terzo.
Anche la parte dell'Arlecchino vedesi dimezzata e in quella di un Lacchè convertita.
Ciò mi sovviene aver io medesimo fatto per compiacere un Arlecchino particolare, che dalla parte di un Moro credevasi pregiudicato, con animo di rimetterlo come prima, all'occasione di pubblicar con le stampe la mia Commedia; che se inoltre ho fatto senza di cotal Maschera, parmi che non s'abbia a togliere ove s'adoprano il Pantalone e il Brighella.
- Un'altra cosa restami a dire sul buon evento di tal Commedia.
Ella è stata fortunatissima da per tutto, fuor che in Venezia, quantunque l'annotazione del Bettinelli per otto sere di seguito asserisca colà essere stata rappresentata.
- La ragione del minor incontro in una Città di ottimo gusto, e per le Opere mie benignamente inclinata, procede dal costume medesimo del paese.
Non corrono in Venezia certi puntigli stucchevoli, certe ridicole affettazioni che usare in qualche altra Città si vedono.
La Nobiltà è in cotal grado costituita, che niuno di qualunque altro rango inferiore può aspirare a confondersi colla medesima, ed ella riconoscendosi superiore bastantemente per il suo grado, tratta tutti con affabilità, e non ha pretensione di quegli onori che cotanto riescono incomodi alla società; che però siccome piace la commedia critica, quando in essa vi si riconosce il costume, non può allettare moltissimo il ridicolo di tai puntigli alla mia Patria stranieri.
PERSONAGGI
Donna ROSAURA moglie di
Don FLORINDO ARETUSI mercante siciliano
La contessa BEATRICE
Il conte ONOFRIO suo marito
La contessa ELEONORA
La contessa CLARICE
Il conte OTTAVIO
Il conte LELIO
PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano
BRIGHELLA staffiere di donna Rosaura
ARLECCHINO servidore della medesima in figura di Moro
Un SERVITORE della contessa Beatrice
Un PAGGIO della contessa Eleonora
che parlano
Un BRAVO
Tre Cavalieri
Due Dame
Un Ballerino
Tre Bravi
Servitori
Suonatori
che non parlano
La Commedia si rappresenta in Palermo.
ATTO I
SCENA I
Appartamento nella locanda, in cui sono alloggiati don Florindo e donna Rosaura.
DONNA ROSAURA e DON FLORINDO.
Don Florindo - Signora consorte carissima, credo che ce ne possiamo tornare al nostro paese, e se aveste aderito a quello che io diceva, non saremmo nemmeno venuti a Palermo.
Donna Rosaura - Che avrebbero mai detto di noi le donne del nostro rango, se dentro il primo anno del nostro matrimonio non fossimo venuti a far qualche sfarzo nella città capitale?
Don Florindo - E che cosa diranno di noi, se torneremo alla patria, senza che una dama di questo paese siasi degnata di ammetterci alla sua conversazione?
Donna Rosaura - Ciò basterebbe a farmi morir di dolore.
Don Florindo - Penso che sarebbe stato meglio, se in luogo di aspirare alla conversazione delle dame, ci fossimo contentati di quella delle mercantesse della nostra condizione.
Donna Rosaura - Oh, questo poi no.
Sono venuta a Palermo per acquistare qualche cosa di più.
Per esser distinta a Castellamare, basta ch'io possa dire: sono stata in Palermo alla conversazion delle dame.
Don Florindo - Ma se questa conversazione non si può ottenere?
Donna Rosaura - Il conte Lelio mi ha dato speranza, che forse forse si otterrà.
Don Florindo - Il conte Lelio, e molti altri cavalieri ci trattano, ci favoriscono, mostrano desiderio d'introdurci per tutto; ma so che le dame non vogliono ammetterci assolutamente.
Donna Rosaura - Eppure sono stata a casa di alcune, e mi hanno ricevuta.
Don Florindo - Sì, in privato tutte ci faranno delle finezze; ma in pubblico non è possibile.
Donna Rosaura - Mi ha promesso il conte Lelio, che la contessa Beatrice prenderà ella l'impegno d'introdurmi.
Don Florindo - Questa dama non la conosco.
Non le ho portato veruna lettera di raccomandazione.
Donna Rosaura - La lettera di raccomandazione, che dovremo noi presentarle, sarà un piccolo regaletto di cento doppie.
Don Florindo - Cento doppie! A che motivo?
Donna Rosaura - Per gl'incomodi che si dovrà prendere per causa nostra.
Don Florindo - E sarà tanto vile per vendere a denaro contante la sua protezione?
Donna Rosaura - Il conte Lelio maneggia l'affare: io gliel'ho promesse, e son certa che in questo non mi farete scorgere.
Purché ottenghiamo l'intento nostro, che importa a voi il sagrificio di cento doppie?
Don Florindo - Quando riesca la cosa bene, le sagrifico volentieri unicamente per compiacervi.
Donna Rosaura - Anzi ho divisato donare al conte Lelio un orologio d'oro per gratitudine dei buoni uffici che fa per noi.
Don Florindo - Ed egli l'accetta?
Donna Rosaura - Perché volete che lo ricusi?
Don Florindo - Per quel, ch'io vedo, si vende la protezione, come il panno e la seta.
Donna Rosaura - Ci siamo, bisogna starci.
Don Florindo - In otto giorni che siamo qui, abbiamo speso più di trecento scudi, senza veder cosa alcuna.
Donna Rosaura - Non voglio andare in nessun luogo, senza una dama che mi conduca.
SCENA II
BRIGHELLA e detti.
Brighella - Signori...
Donna Rosaura - Villanaccio.
(a Brighella con isdegno gittandogli un fazzoletto in faccia)
Brighella - Lustrissima...
Donna Rosaura - Dammi quel fazzoletto.
Brighella - Lustrissima sì.
Gh'è qua l'illustrissimo sior Pantalon, che li vorria reverir.
Donna Rosaura - Pantalone non è illustrissimo.
Brighella - La perdona, signora...
Donna Rosaura - Asino!
Brighella - Illustrissima, la me compatissa.
Don Florindo - Digli che passi.
Brighella - Signor sì...
Illustrissimo sì.
(No me posso avvezzar).
(parte)
Donna Rosaura - Non voglio sentire le seccature di questo vecchio.
Vado nella mia camera: se viene il conte Lelio, mandatelo da me.
Don Florindo - Sarete servita.
Donna Rosaura - Se questa dama ci favorisce, bisognerà trattarla.
Don Florindo - Siamo forestieri, probabilmente sarà ella la prima a trattarci.
Donna Rosaura - Basta; purché si spunti, si ha da spendere senza riguardo.
(parte)
SCENA III
DON FLORINDO, poi PANTALONE.
Don Florindo - Bel negozio che ho fatto a prendere questa signora sposa! Ella mi ha dato una ricca dote, ma credo che al terminar dell'anno sarà finita.
Pantalone - Sior don Florindo, mio patron reverito.
Don Florindo - Buon giorno, il mio caro signor Pantalone.
Pantalone - Son vegnù a reverirla, e in tel medesimo tempo a dirghe che ho recevesto la lettera d'avviso per pagarghe i mille zecchini, a tenor della lettera de cambio, che gieri lu m'ha fatto presentar.
Don Florindo - Non v'era bisogno che per questo v'incomodaste, mentre ieri, anche prima della lettera d'avviso, avete con bontà accettata la mia cambiale.
Pantalone - Gh'ò tanta stima per la so degna persona, gh'ò tanto credito alla so dita, che anca senza lettera de cambio l'averia servida, se la s'avesse degnà de comandarme.
Don Florindo - Vi sono molto tenuto per la bontà che mi dimostrate.
Pantalone - La sarave bella! Semo stai tanto amici col sior Anselmo so barba, che gierimo, se pol dir, fradei.
Quello el giera un omo! Quello ha fatto i bezzi! Con mille ducati, che gh'ha dà so pare, in manco de dies'anni, l'ha fatto un capital de cinquantamille.
Don Florindo - Veramente a mio zio Anselmo ho tutta l'obbligazione.
Pantalone - Credo de sì, l'ha lassà tutto a ella, co l'è morto; el giera la prima dita de sti paesi, e ella, la me permetta che ghe diga, se la seguiterà el bon ordene de so sior barba, la sarà un dei primi mercanti della Sicilia.
Don Florindo - Io, caro signor Pantalone, sono in grado di non aver più bisogno di far il mercante.
Ho tanti capitali, ho tanti crediti, ho tanto danaro in cassa da poter vivere comodamente senza continuare la mercatura.
Pantalone - La me perdona, se me avanzo troppo.
Cossa gh'àla d'investìo?
Don Florindo - Oh, poco! A riserva d'un bel palazzo per villeggiare, con tre o quattro campi tirati a giardino; non ho poi comprato né terreni, né case.
Pantalone - La senta, e l'ascolta un omo vecchio, pratico delle cosse del mondo, e interessà per i so vantazi.
I bezzi i se spende, e quando che in tel scrigno se cava, e no se mette, presto se ghe vede el fin.
La mercanzia la val poco in te le man de chi no seguita a negoziar; e i crediti i gh'ha la so gran tara, e no se scuode quando che se vol.
Vogio mo dir che, continuando a negoziar, la pol mantegnir e aumentar i bezzi e el capital; che lassando el negozio, la pensa almanco a investir, per non aver un zorno da suspirar.
La xe zovene, la xe novizzo, probabilmente l'averà dei fioi, a questi, anca solamente previsti, semo obbligai a pensar.
La fazza conto de ste parole, e la le receva da un omo, che per etae, per amor e per debito, se protesta d'esserghe come pare.
Don Florindo - Caro il mio amatissimo signor Pantalone, voi siete pieno di bontà per me, vi ringrazio de' salutevoli documenti, e vi prometto di porli in pratica.
Pantalone - Quando la crede che mi ghe diga la verità, e che la sia persuasa de voler mantegnir in credito la so dita, mi la conseggio andar al so paese, tender ai so negozi, e seguitar le pratiche e le usanze e le corrispondenze de so sior barba.
Don Florindo - Ho i miei ministri, che agiscono in mia vece.
Pantalone - I ministri i xe bei e boni; ma col paron no gh'abbada, le cosse no le va mai ben.
Tutti cerca el proprio interesse, e pochi xe quei che s'impegna con zelo e con calor in favor dei so principali.
Don Florindo - Quanto prima tornerò a Castellamare; ma giacché sono in Palermo, non è giusto ch'io parta senza far vedere alla mia sposa le cose principali della città.
Pantalone - Se la comanda, mi la farò servir.
Don Florindo - Vi vorrebbe qualche signora, che si prendesse l'incomodo di accompagnare mia moglie.
Pantalone - Gh'ò una nezza maridada in t'un dei primi mercanti.
La gh'ha carrozza, la gh'ha staffieri, la la servirà ella.
Don Florindo - Ma poi, s'anderà in veruna conversazione?
Pantalone - M'impegno, che i ghe farà tre o quattro sontuose conversazion, e che la sarà trattada, come una principessa.
Don Florindo - Quand'è così, riceveremo le vostre grazie.
Pantalone - Vado subito a avvisar mia nezza.
Don Florindo - Trattenetevi un momento, tanto che avvisi di ciò la mia sposa.
Ehi, signora Rosaura? (la chiama)
SCENA IV
DONNA ROSAURA nell'altra camera, e poi esce, e detti; poi BRIGHELLA.
Donna Rosaura - Cosa volete? (di dentro)
Don Florindo - Favorite, venite qui, che vi ho da parlare.
Donna Rosaura - Non vi è nessuno che alzi la portiera? (come sopra)
Don Florindo - Non vi è nessuno.
Pantalone - Gh'àla mal ai brazzi? La servirò mi.
(alza la portiera)
Donna Rosaura - Obbligatissima alle sue grazie.
(esce)
Don Florindo - Il signor Pantalone è tutto bontà, tutto gentilezza.
Sentite le belle esibizioni ch'egli ci fa.
Ci offerisce la buona grazia d'una signora sua nipote, la quale ci favorirà colla sua carrozza, e ci introdurrà alla conversazione.
Donna Rosaura - È dama questa sua nipote? (a Pantalone)
Pantalone - No la xe dama, ma la xe una delle prime mercantesse de sta città.
Donna Rosaura - Va alla conversazione delle dame?
Pantalone - La va alle conversazion de par soo, de signore tutte oneste e civili; signore che non xe nobili, ma che gh'ha dei soldi.
Donna Rosaura - Signor Pantalone, la riverisco.
(vuol partire)
Pantalone - Come! No la se degna de lassarse servir da mia nezza?
Donna Rosaura - Sì, anzi mi farà piacere.
(sprezzante)
Pantalone - Vago subito a dirghe che la se prepara per vegnirla a riverir.
Donna Rosaura - No, no, per oggi non s'incomodi.
Mi duole il capo.
Pantalone - Donca la vegnirà doman.
Donna Rosaura - Se starò bene, vi avviserò.
Pantalone - Mo gh'àla mal?
Donna Rosaura - Mi duole il capo.
Non posso nemmeno sentir parlare.
Pantalone - Co l'è cussì, per non disturbarla de più, vago via.
Donna Rosaura - Scusi, di grazia.
Quando mi duole il capo non so che cosa mi dica.
Pantalone - Me despiase infinitamente.
Sior don Florindo, bisogna remediarghe; no sentela, che alla sposa ghe dol la testa?
Don Florindo - Lo so pur troppo.
(Mia moglie ha il suo male nella testa, e mi dispiace, che non vi è rimedio).
(da sé)
Brighella - Lustrissima, el sior conte Lelio desidera de reverirla.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Venga, è padrone.
(a Brighella, che parte)
Pantalone - Mo se ghe dol la testa, come farala a sentirlo a parlar? (a Rosaura)
Donna Rosaura - La ragione per cui egli viene, interessa tutte le mie premure.
Fate una cosa, signor Florindo, servite in un'altra camera il signor Pantalone, e lasciatemi col conte Lelio a trattar l'affare che voi sapete.
Don Florindo - Ma non potremmo noi prevalerci del signor Pantalone, che ci esibisce una sua nipote?
Donna Rosaura - Mi maraviglio di voi.
Sapete l'impegno in cui sono.
Don Florindo - Signor Pantalone, andiamo, se vi contentate.
(stringendosi nelle spalle)
Pantalone - (Poverazzo! El se lassa menar per el naso).
(da sé)
Donna Rosaura - (Ehi! per vostra regola, acciò non facciate qualche cattivo giudizio, osservate ho preso le cento doppie).
(piano a Florindo, e gli mostra la borsa)
Don Florindo - (Si potrebbero pur risparmiare).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - Son chi sono; voglio così.
(adirata)
Don Florindo - Andiamo, andiamo, signor Pantalone.
(parte)
Pantalone - (Questi i xe de quei dolori de testa che patisse le mugier, co le gh'ha per marii de sta sorta de mamalucchi).
(parte)
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