LE FEMMINE PUNTIGLIOSE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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La Nobiltà è in cotal grado costituita, che niuno di qualunque altro rango inferiore può aspirare a confondersi colla medesima, ed ella riconoscendosi superiore bastantemente per il suo grado, tratta tutti con affabilità, e non ha pretensione di quegli onori che cotanto riescono incomodi alla società; che però siccome piace la commedia critica, quando in essa vi si riconosce il costume, non può allettare moltissimo il ridicolo di tai puntigli alla mia Patria stranieri.
PERSONAGGI
Donna ROSAURA moglie di
Don FLORINDO ARETUSI mercante siciliano
La contessa BEATRICE
Il conte ONOFRIO suo marito
La contessa ELEONORA
La contessa CLARICE
Il conte OTTAVIO
Il conte LELIO
PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano
BRIGHELLA staffiere di donna Rosaura
ARLECCHINO servidore della medesima in figura di Moro
Un SERVITORE della contessa Beatrice
Un PAGGIO della contessa Eleonora
che parlano
Un BRAVO
Tre Cavalieri
Due Dame
Un Ballerino
Tre Bravi
Servitori
Suonatori
che non parlano
La Commedia si rappresenta in Palermo.
ATTO I
SCENA I
Appartamento nella locanda, in cui sono alloggiati don Florindo e donna Rosaura.
DONNA ROSAURA e DON FLORINDO.
Don Florindo - Signora consorte carissima, credo che ce ne possiamo tornare al nostro paese, e se aveste aderito a quello che io diceva, non saremmo nemmeno venuti a Palermo.
Donna Rosaura - Che avrebbero mai detto di noi le donne del nostro rango, se dentro il primo anno del nostro matrimonio non fossimo venuti a far qualche sfarzo nella città capitale?
Don Florindo - E che cosa diranno di noi, se torneremo alla patria, senza che una dama di questo paese siasi degnata di ammetterci alla sua conversazione?
Donna Rosaura - Ciò basterebbe a farmi morir di dolore.
Don Florindo - Penso che sarebbe stato meglio, se in luogo di aspirare alla conversazione delle dame, ci fossimo contentati di quella delle mercantesse della nostra condizione.
Donna Rosaura - Oh, questo poi no.
Sono venuta a Palermo per acquistare qualche cosa di più.
Per esser distinta a Castellamare, basta ch'io possa dire: sono stata in Palermo alla conversazion delle dame.
Don Florindo - Ma se questa conversazione non si può ottenere?
Donna Rosaura - Il conte Lelio mi ha dato speranza, che forse forse si otterrà.
Don Florindo - Il conte Lelio, e molti altri cavalieri ci trattano, ci favoriscono, mostrano desiderio d'introdurci per tutto; ma so che le dame non vogliono ammetterci assolutamente.
Donna Rosaura - Eppure sono stata a casa di alcune, e mi hanno ricevuta.
Don Florindo - Sì, in privato tutte ci faranno delle finezze; ma in pubblico non è possibile.
Donna Rosaura - Mi ha promesso il conte Lelio, che la contessa Beatrice prenderà ella l'impegno d'introdurmi.
Don Florindo - Questa dama non la conosco.
Non le ho portato veruna lettera di raccomandazione.
Donna Rosaura - La lettera di raccomandazione, che dovremo noi presentarle, sarà un piccolo regaletto di cento doppie.
Don Florindo - Cento doppie! A che motivo?
Donna Rosaura - Per gl'incomodi che si dovrà prendere per causa nostra.
Don Florindo - E sarà tanto vile per vendere a denaro contante la sua protezione?
Donna Rosaura - Il conte Lelio maneggia l'affare: io gliel'ho promesse, e son certa che in questo non mi farete scorgere.
Purché ottenghiamo l'intento nostro, che importa a voi il sagrificio di cento doppie?
Don Florindo - Quando riesca la cosa bene, le sagrifico volentieri unicamente per compiacervi.
Donna Rosaura - Anzi ho divisato donare al conte Lelio un orologio d'oro per gratitudine dei buoni uffici che fa per noi.
Don Florindo - Ed egli l'accetta?
Donna Rosaura - Perché volete che lo ricusi?
Don Florindo - Per quel, ch'io vedo, si vende la protezione, come il panno e la seta.
Donna Rosaura - Ci siamo, bisogna starci.
Don Florindo - In otto giorni che siamo qui, abbiamo speso più di trecento scudi, senza veder cosa alcuna.
Donna Rosaura - Non voglio andare in nessun luogo, senza una dama che mi conduca.
SCENA II
BRIGHELLA e detti.
Brighella - Signori...
Donna Rosaura - Villanaccio.
(a Brighella con isdegno gittandogli un fazzoletto in faccia)
Brighella - Lustrissima...
Donna Rosaura - Dammi quel fazzoletto.
Brighella - Lustrissima sì.
Gh'è qua l'illustrissimo sior Pantalon, che li vorria reverir.
Donna Rosaura - Pantalone non è illustrissimo.
Brighella - La perdona, signora...
Donna Rosaura - Asino!
Brighella - Illustrissima, la me compatissa.
Don Florindo - Digli che passi.
Brighella - Signor sì...
Illustrissimo sì.
(No me posso avvezzar).
(parte)
Donna Rosaura - Non voglio sentire le seccature di questo vecchio.
Vado nella mia camera: se viene il conte Lelio, mandatelo da me.
Don Florindo - Sarete servita.
Donna Rosaura - Se questa dama ci favorisce, bisognerà trattarla.
Don Florindo - Siamo forestieri, probabilmente sarà ella la prima a trattarci.
Donna Rosaura - Basta; purché si spunti, si ha da spendere senza riguardo.
(parte)
SCENA III
DON FLORINDO, poi PANTALONE.
Don Florindo - Bel negozio che ho fatto a prendere questa signora sposa! Ella mi ha dato una ricca dote, ma credo che al terminar dell'anno sarà finita.
Pantalone - Sior don Florindo, mio patron reverito.
Don Florindo - Buon giorno, il mio caro signor Pantalone.
Pantalone - Son vegnù a reverirla, e in tel medesimo tempo a dirghe che ho recevesto la lettera d'avviso per pagarghe i mille zecchini, a tenor della lettera de cambio, che gieri lu m'ha fatto presentar.
Don Florindo - Non v'era bisogno che per questo v'incomodaste, mentre ieri, anche prima della lettera d'avviso, avete con bontà accettata la mia cambiale.
Pantalone - Gh'ò tanta stima per la so degna persona, gh'ò tanto credito alla so dita, che anca senza lettera de cambio l'averia servida, se la s'avesse degnà de comandarme.
Don Florindo - Vi sono molto tenuto per la bontà che mi dimostrate.
Pantalone - La sarave bella! Semo stai tanto amici col sior Anselmo so barba, che gierimo, se pol dir, fradei.
Quello el giera un omo! Quello ha fatto i bezzi! Con mille ducati, che gh'ha dà so pare, in manco de dies'anni, l'ha fatto un capital de cinquantamille.
Don Florindo - Veramente a mio zio Anselmo ho tutta l'obbligazione.
Pantalone - Credo de sì, l'ha lassà tutto a ella, co l'è morto; el giera la prima dita de sti paesi, e ella, la me permetta che ghe diga, se la seguiterà el bon ordene de so sior barba, la sarà un dei primi mercanti della Sicilia.
Don Florindo - Io, caro signor Pantalone, sono in grado di non aver più bisogno di far il mercante.
Ho tanti capitali, ho tanti crediti, ho tanto danaro in cassa da poter vivere comodamente senza continuare la mercatura.
Pantalone - La me perdona, se me avanzo troppo.
Cossa gh'àla d'investìo?
Don Florindo - Oh, poco! A riserva d'un bel palazzo per villeggiare, con tre o quattro campi tirati a giardino; non ho poi comprato né terreni, né case.
Pantalone - La senta, e l'ascolta un omo vecchio, pratico delle cosse del mondo, e interessà per i so vantazi.
I bezzi i se spende, e quando che in tel scrigno se cava, e no se mette, presto se ghe vede el fin.
La mercanzia la val poco in te le man de chi no seguita a negoziar; e i crediti i gh'ha la so gran tara, e no se scuode quando che se vol.
Vogio mo dir che, continuando a negoziar, la pol mantegnir e aumentar i bezzi e el capital; che lassando el negozio, la pensa almanco a investir, per non aver un zorno da suspirar.
La xe zovene, la xe novizzo, probabilmente l'averà dei fioi, a questi, anca solamente previsti, semo obbligai a pensar.
La fazza conto de ste parole, e la le receva da un omo, che per etae, per amor e per debito, se protesta d'esserghe come pare.
Don Florindo - Caro il mio amatissimo signor Pantalone, voi siete pieno di bontà per me, vi ringrazio de' salutevoli documenti, e vi prometto di porli in pratica.
Pantalone - Quando la crede che mi ghe diga la verità, e che la sia persuasa de voler mantegnir in credito la so dita, mi la conseggio andar al so paese, tender ai so negozi, e seguitar le pratiche e le usanze e le corrispondenze de so sior barba.
Don Florindo - Ho i miei ministri, che agiscono in mia vece.
Pantalone - I ministri i xe bei e boni; ma col paron no gh'abbada, le cosse no le va mai ben.
Tutti cerca el proprio interesse, e pochi xe quei che s'impegna con zelo e con calor in favor dei so principali.
Don Florindo - Quanto prima tornerò a Castellamare; ma giacché sono in Palermo, non è giusto ch'io parta senza far vedere alla mia sposa le cose principali della città.
Pantalone - Se la comanda, mi la farò servir.
Don Florindo - Vi vorrebbe qualche signora, che si prendesse l'incomodo di accompagnare mia moglie.
Pantalone - Gh'ò una nezza maridada in t'un dei primi mercanti.
La gh'ha carrozza, la gh'ha staffieri, la la servirà ella.
Don Florindo - Ma poi, s'anderà in veruna conversazione?
Pantalone - M'impegno, che i ghe farà tre o quattro sontuose conversazion, e che la sarà trattada, come una principessa.
Don Florindo - Quand'è così, riceveremo le vostre grazie.
Pantalone - Vado subito a avvisar mia nezza.
Don Florindo - Trattenetevi un momento, tanto che avvisi di ciò la mia sposa.
Ehi, signora Rosaura? (la chiama)
SCENA IV
DONNA ROSAURA nell'altra camera, e poi esce, e detti; poi BRIGHELLA.
Donna Rosaura - Cosa volete? (di dentro)
Don Florindo - Favorite, venite qui, che vi ho da parlare.
Donna Rosaura - Non vi è nessuno che alzi la portiera? (come sopra)
Don Florindo - Non vi è nessuno.
Pantalone - Gh'àla mal ai brazzi? La servirò mi.
(alza la portiera)
Donna Rosaura - Obbligatissima alle sue grazie.
(esce)
Don Florindo - Il signor Pantalone è tutto bontà, tutto gentilezza.
Sentite le belle esibizioni ch'egli ci fa.
Ci offerisce la buona grazia d'una signora sua nipote, la quale ci favorirà colla sua carrozza, e ci introdurrà alla conversazione.
Donna Rosaura - È dama questa sua nipote? (a Pantalone)
Pantalone - No la xe dama, ma la xe una delle prime mercantesse de sta città.
Donna Rosaura - Va alla conversazione delle dame?
Pantalone - La va alle conversazion de par soo, de signore tutte oneste e civili; signore che non xe nobili, ma che gh'ha dei soldi.
Donna Rosaura - Signor Pantalone, la riverisco.
(vuol partire)
Pantalone - Come! No la se degna de lassarse servir da mia nezza?
Donna Rosaura - Sì, anzi mi farà piacere.
(sprezzante)
Pantalone - Vago subito a dirghe che la se prepara per vegnirla a riverir.
Donna Rosaura - No, no, per oggi non s'incomodi.
Mi duole il capo.
Pantalone - Donca la vegnirà doman.
Donna Rosaura - Se starò bene, vi avviserò.
Pantalone - Mo gh'àla mal?
Donna Rosaura - Mi duole il capo.
Non posso nemmeno sentir parlare.
Pantalone - Co l'è cussì, per non disturbarla de più, vago via.
Donna Rosaura - Scusi, di grazia.
Quando mi duole il capo non so che cosa mi dica.
Pantalone - Me despiase infinitamente.
Sior don Florindo, bisogna remediarghe; no sentela, che alla sposa ghe dol la testa?
Don Florindo - Lo so pur troppo.
(Mia moglie ha il suo male nella testa, e mi dispiace, che non vi è rimedio).
(da sé)
Brighella - Lustrissima, el sior conte Lelio desidera de reverirla.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Venga, è padrone.
(a Brighella, che parte)
Pantalone - Mo se ghe dol la testa, come farala a sentirlo a parlar? (a Rosaura)
Donna Rosaura - La ragione per cui egli viene, interessa tutte le mie premure.
Fate una cosa, signor Florindo, servite in un'altra camera il signor Pantalone, e lasciatemi col conte Lelio a trattar l'affare che voi sapete.
Don Florindo - Ma non potremmo noi prevalerci del signor Pantalone, che ci esibisce una sua nipote?
Donna Rosaura - Mi maraviglio di voi.
Sapete l'impegno in cui sono.
Don Florindo - Signor Pantalone, andiamo, se vi contentate.
(stringendosi nelle spalle)
Pantalone - (Poverazzo! El se lassa menar per el naso).
(da sé)
Donna Rosaura - (Ehi! per vostra regola, acciò non facciate qualche cattivo giudizio, osservate ho preso le cento doppie).
(piano a Florindo, e gli mostra la borsa)
Don Florindo - (Si potrebbero pur risparmiare).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - Son chi sono; voglio così.
(adirata)
Don Florindo - Andiamo, andiamo, signor Pantalone.
(parte)
Pantalone - (Questi i xe de quei dolori de testa che patisse le mugier, co le gh'ha per marii de sta sorta de mamalucchi).
(parte)
SCENA V
DONNA ROSAURA, poi il conte LELIO e BRIGHELLA.
Donna Rosaura - La nipote del signor Pantalone? Farei una gran figura, se andassi con lei!
Conte Lelio - Riverente m'inchino alla signora donna Rosaura.
Donna Rosaura - Serva, signor conte.
Chi è di là? (chiama).
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Da sedere.
Brighella - Lustrissima sì.
(porta due sedie)
Conte Lelio - Galantuomo, siete forestiere? (a Brighella)
Brighella - Signor sì.
Donna Rosaura - Dimmi, il moro è in casa? (a Brighella)
Brighella - Lustrissima sì.
Conte Lelio - Siete lombardo? (a Brighella)
Brighella - Signor sì.
Donna Rosaura - Va' via.
(a Brighella)
Brighella - Lustrissima sì.
Conte Lelio - Sentite una parola.
(a Brighella) Mi date licenza ch'io dica un non so che al vostro servitore? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Siete padrone.
Conte Lelio - (Voglio un poco vedere, perché a lei dà dell'illustrissima, e a me del signore).
(Ditemi quel giovine, al vostro paese che regola si usa nel dare i titoli?).
(a Brighella a parte)
Brighella - Ghe dirò, signor, in certi paesi, dove che ho praticà mi, chi li merita non li cura, e a chi non li merita, i se ghe dà per burlarli.
Conte Lelio - Bravo, mi piacete.
Se vi occorre nulla, sarò per voi.
Brighella - Signor sì.
Donna Rosaura - Portateci la cioccolata.
Brighella - Lustrissima sì.
(caricato, e parte; e a suo tempo ritorna)
Conte Lelio - (Così con bella maniera costui si burla della sua padrona).
(da sé)
Donna Rosaura - Favorite d'accomodarvi.
Conte Lelio - Ricevo le vostre grazie.
(siede)
Donna Rosaura - Che buone nuove mi recate del nostro affare?
Conte Lelio - Il tutto è accomodato.
La contessa Beatrice verrà da qui a pochi momenti a visitarvi; voi le anderete a render la visita; in casa sua farà che si trovino varie dame.
V'introdurrà con esse, e vi condurrà pubblicamente nella loro conversazione.
Donna Rosaura - Caro Contino, siete adorabile.
Non poteva sperare diversamente dal vostro spirito, dalla vostra buona condotta.
Conte Lelio - Circa alle cento doppie, bisogna condur la cosa con buona maniera.
Donna Rosaura - Le si potrebbe dare un anello che fosse di tal valore.
Conte Lelio - No, un anello non accomoderà i suoi interessi.
Donna Rosaura - Il danaro è pronto.
Disponetene come vi aggrada.
Conte Lelio - Faremo così; procureremo che accada di fare una scommessa di cento doppie fra voi e la contessa Beatrice; voi perderete la scommessa, ed ella averà il danaro contante.
Donna Rosaura - In questa maniera non riconoscerà da me il dono, ma dalla sorte.
Conte Lelio - Se la cosa è prima concertata, lo riconoscerà unicamente da voi.
Donna Rosaura - Se si concerta così, può anche ricevere le cento doppie, senza far la scommessa.
Conte Lelio - Signora no; ella pretende salvar con ciò la delicatezza del suo decoro.
Donna Rosaura - Può salvarla presso di tutti gli altri, quando non lo sappiano altri che ella ed io.
Conte Lelio - Non vuole scomparire nemmeno con voi.
Donna Rosaura - Ma se io ho a sapere la verità!
Conte Lelio - Non importa; le resta sempre un rimorso di meno, e ancorché ella sia certa che la scommessa sia inventata per regalarla, ciò non ostante vanterà con voi medesima il suo bello spirito nell'aver saputo trionfare coll'opinione.
Donna Rosaura - E qual è la scommessa che dobbiamo fare?
Conte Lelio - La scommessa caderà sopra le ore.
Voi, per esempio, direte che sono sedici.
Ella dirà che sono diciassette.
Si farà la scommessa; io deciderò in favore della contessa, e voi le darete le cento doppie.
Donna Rosaura - Benissimo; per decidere con fondamento, favorite, tenete quest'orologio.
(gli dà un orologio d'oro)
Conte Lelio - Credo che il mio sarà sufficiente.
Donna Rosaura - Non pretendo sprezzare il vostro, ma questo è uno dei migliori di Londra.
Tenetelo, e state certo che non isbaglierete.
Conte Lelio - Ve lo renderò dopo la scommessa.
Donna Rosaura - Spero che non mi farete un simile torto.
Conte Lelio - Donna Rosaura, voi siete troppo obbligante.
Donna Rosaura - Un cavaliere che mi dimostra tanta parzialità, può anche permettermi ch'io mi possa prendere con esso lui una simile confidenza.
Conte Lelio - Per dir il vero, la premura ch'io nutrisco delle vostre soddisfazioni non è senza interesse: ma la mercede, a cui aspira il mio cuore, val molto più di quello che mi avete graziosamente donato.
Donna Rosaura - E qual è la mercede che a misura del vostro merito possiate da me ottenere?
Conte Lelio - Qualche generosa porzione della vostra grazia.
Donna Rosaura - Oh via, signor conte; vedo che vi prendete spasso di me.
Conte Lelio - Mostrerei di essere poco conoscitore del merito, se non aspirassi all'onore di essere da voi ben veduto.
Donna Rosaura - Ben veduto, stimato e venerato voi siete.
Conte Lelio - E niente più?
Donna Rosaura - Che cosa pretendereste di più?
Conte Lelio - Niente amato? Niente affatto?
Donna Rosaura - Onestamente posso anche amarvi.
Conte Lelio - Oh, si sa, onestamente.
Donna Rosaura - Caro conte, ditemi con sincerità.
Siete impegnato con alcuna dama?
Conte Lelio - Cinque ne ho servite in un anno, e tutte cinque si sono disgustate di me per femminili puntigli.
La prima, perché ho procurato di accomodare in un'altra casa un servitore che aveva ella licenziato.
La seconda, perché in faccia sua ho detto che mi piacevano gli occhi d'una romana.
La terza, perché giuocando all'ombre le ho dato un codiglio.
La quarta, perché innocentemente ho scoperta una sua bugia.
E la quinta, per essermi scordato una sera d'andare a prenderla alla conversazione.
All'ultimo, mi sono posto a servire la contessa Beatrice, la quale non è tanto puntigliosa quanto le altre.
Donna Rosaura - Presto presto essa pure vi scarterà.
Conte Lelio - Per qual motivo?
Donna Rosaura - Può essere per causa mia.
Conte Lelio - Per sì bella cagione, rinunzierei tutte le più belle dame del mondo.
Donna Rosaura - Mi burlate?
Conte Lelio - Dico davvero.
Donna Rosaura - Caro conte!
Conte Lelio - Adorabile madamina!
Brighella - Lustrissima.
La signora contessa Beatrice l'è fermada colla carrozza alla porta, e la manda a veder se vossustrissima è in casa, e se la pol vegnir a farghe una visita.
Donna Rosaura - Padrona.
(s'alza)
Brighella - (Adesso la camisa no ghe tocca el preterito).
(parte)
Donna Rosaura - Veramente è sollecita questa dama.
Conte Lelio - Spero che resterete contenta.
Donna Rosaura - Ha marito?
Conte Lelio - Sì.
Il conte Onofrio.
È un buonissimo uomo; mangia e beve, e non pensa ad altro.
Donna Rosaura - Lascia far tutto alla moglie?
Conte Lelio - Tutto.
Donna Rosaura - Felici quelle donne che possono far così.
Conte Lelio - Bisognerà andarle incontro.
Donna Rosaura - Ma dove?
Conte Lelio - Io direi alla scala.
Donna Rosaura - Oh no, contino mio, basterà, ch'io vada alla porta di camera.
Conte Lelio - Per la prima volta che viene a visitarvi, potete far qualche cosa di più.
Donna Rosaura - Se lo facessi una volta, sarei obbligata di farlo sempre.
Conte Lelio - Abbondare in gentilezza è cosa sempre ben fatta.
Donna Rosaura - Chi troppo si abbassa non esige rispetto.
Conte Lelio - Finalmente è una dama.
Donna Rosaura - Ed io non sono la sua cameriera.
Conte Lelio - Presto, andatele incontro.
Vedetela, è qui alla porta.
Donna Rosaura - Basta che mi veda disposta per incontrarla.
(fa qualche passo verso la porta)
SCENA VI
La contessa BEATRICE e detti.
Contessa Beatrice - È qui la signora Rosaura?
Donna Rosaura - Oh! servitori ignoranti! Non mi hanno avvisata.
Sarei venuta a riceverla.
Contessa Beatrice - Non importa, non importa.
Donna Rosaura - Serva umilissima, signora contessa.
Contessa Beatrice - Serva sua, signora donna Rosaura.
Addio conte.
Conte Lelio - Con tutto il rispetto (inchinandosi).
Donna Rosaura - Mi rincresce che la signora contessa siasi preso l'incomodo di venire sin qui; sarei venuta io a riverirla.
Contessa Beatrice - Il conte Lelio mi ha procurato l'incontro di conoscere una signora di merito particolare, ed io non ho tardato ad accelerarmi un tal piacere.
Donna Rosaura - S'accomodi.
(Parla molto sostenuta).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (Si serve dei veri termini).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (Converrà misurar le parole) (da sé).
Ma favorite d'accomodarvi.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Eccomi accomodata
(Siedono tutti e tre uniti: Beatrice alla dritta,
Rosaura in mezzo, il Conte alla sinistra).
Conte Lelio - (Così non istiamo bene.
La Contessa non ha il suo posto).
(piano a Rosaura)
Contessa Beatrice - Conte, avete fatto ammobiliar voi questo appartamento per la signora Rosaura?
Conte Lelio - Sì, signora, ho avuto io una tale incombenza.
Contessa Beatrice - E i suoi servitori li avete procurati voi?
Conte Lelio - Ne ho ritrovati alcuni per la pratica della città.
Contessa Beatrice - Perdonatemi; l'avete servita male.
Cattivi mobili e pessimi servitori.
Conte Lelio - Perché dite questo, signora contessa?
Contessa Beatrice - Non vedete? Siete pur cavaliere.
In una camera di udienza, le sedie tutte eguali non istanno bene.
E i servitori non le sanno disporre.
Conte Lelio - (Non ve l'ho detto? La Contessa non ha il suo posto, e vi voleva una sedia distinta).
(piano a Rosaura) Signora, regolerò io le mancanze del servitore, giacché per i mobili non vi è rimedio.
(S'alza, porta la sua sedia in distanza di Rosaura,
e fa che Beatrice resti alla dritta della medesima)
Donna Rosaura - (Ho piacer d'imparare; anch'io a Castellamare farò così).
(da sé)
Contessa Beatrice - Conte mio, vi siete preso un incomodo, che lo potevate risparmiare.
L'errore non consisteva nella vostra sedia, ma nella mia.
Il sole di quella finestra mi offende la vista.
Conte Lelio - (Ho capito).
(da sé) Permettetemi ch'io vi rimedi.
(s'alza, fa alzare Beatrice, e porta la di lei sedia in distanza di Rosaura colla spalliera verso la finestra, cosicché viene a restare in faccia a Rosaura, nel primo luogo della camera d'udienza)
Contessa Beatrice - (Conte, se l'ho da condurre alla conversazione delle dame, insegnatele qualche cosa).
(piano al Conte, e siede)
Donna Rosaura - (Questa poi non l'intendo).
(piano al Conte)
Conte Lelio - (Quello è il primo luogo.
Nella camera d'udienza, sempre la persona, che si riceve, va collocata in faccia alla padrona di casa, e in faccia alla porta, o almeno di fianco).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (Anche questa è buona per Castellamare).
(da sé)
Conte Lelio - Su via, signore mie, diciamo qualche cosa di bello.
(torna a portare la sua sedia vicino a Rosaura, e gira alquanto quella di essa Rosaura, acciò resti in faccia alla Contessa Beatrice)
Contessa Beatrice - E così, signora Rosaura, come vi piace la città di Palermo?
Donna Rosaura - Non posso dirlo, perché non l'ho ancora veduta.
Contessa Beatrice - Quant'è che ci siete?
Donna Rosaura - Saranno otto giorni.
Contessa Beatrice - In otto giorni sarete stata in qualche luogo.
Donna Rosaura - Non sono uscita di casa, altro che una volta sola.
Contessa Beatrice - Per qual ragione?
Donna Rosaura - Per non aver avuto una dama che mi favorisse.
Contessa Beatrice - (Che pretensione ridicola!) E partirete di Palermo senza vederlo?
Donna Rosaura - Spero che la signora contessa mi onorerà della sua compagnia.
Contessa Beatrice - Conte, che ora abbiamo?
Conte Lelio - Non lo so davvero; il mio orologio va male; voi, che venite ora di fuori, potreste saperlo meglio di me.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Ma pure che ora direste voi che fosse?
Conte Lelio - Signora Rosaura, dite voi la vostra opinione.
Donna Rosaura - Io dico, che saranno sedici ore.
Contessa Beatrice - Ed io dico che saranno diciassette.
Donna Rosaura - Quando la signora contessa lo dice, sarà così.
Conte Lelio - (Oh diavolo! E la scommessa?).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (È vero, non ci ho pensato).
Signora Contessa, io scommetto che sono sedici ore.
Contessa Beatrice - O sedici o diciassette, non ci penso.
Ma è ora che vi levi l'incomodo, e me ne vada.
(sostenuta)
Conte Lelio - (Sentite? Se l'ha avuto per male).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (È molto puntigliosa!).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (Eppure è delle più correnti e facili che vi sieno).
(piano a Rosaura)
Contessa Beatrice - A mezzogiorno devo esser a casa, ove alcune dame saranno per favorirmi.
Conte Lelio - A che ora suona il mezzogiorno?
Contessa Beatrice - Alle diciassette.
Conte Lelio - (Dite alle diciotto).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - Perdoni, signora contessa, ella s'inganna; il mezzogiorno suona alle diciotto.
Contessa Beatrice - Lo volete insegnare a me? Suona alle diciassette.
Conte Lelio - (Ora è il tempo).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - Scommetto che suona alle diciotto.
Contessa Beatrice - Scommetto che suona alle diciassette.
Conte Lelio - Animo, che cosa volete scommettere, signore mie?
Contessa Beatrice - Tutto quello che vuole la signora Rosaura.
Donna Rosaura - Scommetto cento doppie.
Contessa Beatrice - Doppie di Spagna?
Donna Rosaura - Vi s'intende.
Contessa Beatrice - Benissimo.
Accetto la scommessa.
Cento doppie di Spagna, che mezzogiorno suona alle diciassette.
Donna Rosaura - Che suona alle diciotto.
Contessa Beatrice - Ma chi deciderà la scommessa?
Conte Lelio - Io, signora, se vi contentate.
Ecco un giornale veridico ed accreditato.
Ecco qui: Tavola del mezzogiorno: undici Aprile, a ore diciassette.
Signora donna Rosaura, avete perduto la scommessa.
Contessa Beatrice - Ho vinto, ho vinto.
(con allegria)
Donna Rosaura - Benissimo, ed io sono pronta a pagare.
Ecco, signora contessa, una borsa con cento doppie di Spagna.
Contatele, se ne avete dubbio.
Contessa Beatrice - Mi maraviglio.
Mi fido di voi.
Conte Lelio - (Anche questa è andata bene, che non credeva).
(da sé)
Contessa Beatrice - Il mezzogiorno dunque suona alle ore diciassette; ma presentemente che ora sarà?
Donna Rosaura - Io direi che fossero sedici.
Contessa Beatrice - Ed io scommetto che sono diciassette.
Donna Rosaura - Signora contessa, siete troppo brava; con voi non scommetto più.
(Ne piglierebbe altre cento).
(da sé)
Contessa Beatrice - Orsù, volete venire con me? (a Rosaura).
Donna Rosaura - Dove?
Contessa Beatrice - A casa mia, dove vi saranno quattro o cinque dame invitate unicamente per voi.
Donna Rosaura - Riceverò volentieri le vostre grazie.
Ma prima, se vi contentate, beviamo la cioccolata.
Chi è di là? (chiama)
SCENA VII
ARLECCHINO e detti, poi BRIGHELLA.
Arlecchino - Comandar.
Donna Rosaura - Porta la cioccolata.
Arlecchino - Subito servir.
(in atto di partire)
Contessa Beatrice - Che grazioso moretto!
Arlecchino - Mi star graziosa moretta, e ti star galanta bianchetta.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Come ti chiami?
Arlecchino - Mi chiamar con bocca.
Donna Rosaura - Va via di qua, impertinente.
Conte Lelio - Lasciatelo dire, che la contessa avrà piacere.
È il più caro moro del mondo.
Arlecchino - Per ti star cara.
(a Lelio)
Conte Lelio - Per me sei caro? Perché?
Arlecchino - Perché non aver quattrini per mi comprar.
Contessa Beatrice - Bravo, moretto, bravo!
Arlecchino - Oh, quanto star bella! Mi voler bena.
Mi, se ti voler, far razza mezza bianca, e mezza mora.
(a Beatrice)
Donna Rosaura - Va via, briccone.
Porta la cioccolata.
Arlecchino - Per ti e per ti portar cioccolata.
(a Rosaura, e Beatrice) E per ti polentina.
(a Lelio, e parte).
Conte Lelio - Maledetto costui!
Contessa Beatrice - Dove l'avete avuto? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Vi dirò; questo è un moro che, quando fu preso, fu portato a Venezia, dove ha principiato a parlar italiano; e sentitelo, che dice quasi tutte parole veneziane corrotte.
Egli poi venne in Sicilia sopra una nave, e piacendomi infinitamente il suo spirito e le sue facezie, l'ho comprato dal capitano.
Contessa Beatrice - Che nome ha?
Donna Rosaura - Perché è tanto burlevole e giocoso, gli ho messo nome Arlecchino.
Conte Lelio - Ma gli arlecchini sono goffi, e costui è furbo come il diavolo.
Donna Rosaura - In oggi i buoni arlecchini sono più spiritosi che goffi.
Brighella - L'illustrissimo sior conte Onofrio vorria riverirla.
(a Rosaura)
Contessa Beatrice - Mio consorte.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Favorisca, è padrone.
Presto, un'altra sedia.
Lì, lì, presso la signora contessa.
(a Brighella)
Contessa Beatrice - Che volete ch'io faccia di mio marito vicino?
Donna Rosaura - Aspetta.
(a Brighella) (Dove l'abbiamo da mettere?).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (Appresso di voi).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (Di sopra, o di sotto?).
(come sopra)
Conte Lelio - (Oh, di sopra, di sopra!).
Donna Rosaura - Mettila qui.
(a Brighella)
Brighella - (Se i mi padroni i sta troppo qua, i deventa matti).
(mette la sedia, e parte)
Contessa Beatrice - (Questa povera donna è in una gran confusione).
(da sé)
SCENA VIII
Il conte ONOFRIO e detti.
Conte Onofrio - Schiavo di lor signori.
Conte Lelio - Amico, vi son servo.
Donna Rosaura - Signor conte, posso bene annoverarmi fra le donne più fortunate, se vi degnate di onorar la mia casa coll'autorevole vostra presenza.
Conte Onofrio - Oh garbata signorina! Chi è questa signora? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - Questa è la signora donna Rosaura, moglie del signor Florindo Aretusi di Castellamare.
Conte Onofrio - Mercante, non è vero? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Fu mercante.
Conte Onofrio - Ed ora che cosa è?
Donna Rosaura - Vive del suo, signore.
Conte Onofrio - Non si è ancora fatto nobile?
Donna Rosaura - Quanto prima, comprerà un titolo.
Conte Onofrio - Se vuole il mio, glielo vendo.
(ridendo)
Contessa Beatrice - Siete qui sempre colle vostre barzellette.
(al Conte Onofrio)
Conte Lelio - Il conte Onofrio è sempre di buon umore.
Conte Onofrio - Contessa, sono venuto ad avvisarvi, che la contessa Eleonora e la contessa Clarice, col conte Ottavio, sono a casa nostra che vi aspettano.
(Ditemi, avete bevuto la cioccolata?).
(piano a Beatrice)
Contessa Beatrice - (Or ora la portano).
È molto tempo che ci sono?
Conte Onofrio - Sarà mezz'ora.
Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, queste due dame le ho fatte venire per voi; se volete che andiamo, principierete a conoscere queste, e vi servirà d'introduzione all'altre.
Donna Rosaura - Sì signora, andiamo; non le facciamo aspettare, non commettiamo questa mala creanza.
Contessa Beatrice - Io non so commettere male creanze.
(alterata)
Donna Rosaura - Voglio dire...
Vi s'intende.
Se aspettan me....
Contessa Beatrice - No, no, non aspettano voi.
Donna Rosaura - Dunque io non ci ho da venire?
Contessa Beatrice - Sì, verrete con me.
Donna Rosaura - (Io mi confondo).
(da sé)
Contessa Beatrice - (Poverina! È imbrogliata a voler far da signora).
(da sé)
SCENA IX
ARLECCHINO, poi BRIGHELLA e detti.
ARLECCHINO con una guantiera con quattro chicchere di cioccolata, e vari biscottini.
Donna Rosaura - Ecco la cioccolata.
Contessa Beatrice - Ma l'ora si fa tarda, e le dame aspettano.
Conte Onofrio - Che aspettino.
Quando avremo bevuto la cioccolata, anderemo.
Donna Rosaura - Vi prego; accomodatevi.
(a Beatrice, perché prenda la cioccolata)
Contessa Beatrice - Potreste intanto prendere il ventaglio, e prepararvi per montare in carrozza.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Ho tempo d'accomodarmi la testa?
Contessa Beatrice - Eh, che siete accomodata abbastanza.
Donna Rosaura - Servitevi della cioccolata; vengo subito.
Ehi? (chiama.
Brighella viene)
Donna Rosaura - Alza quella portiera.
(a Brighella, e passa nell'altra camera)
Brighella - (Se i la vedesse a Castellamar, i creperia da rider).
(da sé, parte)
SCENA X
Il conte ONOFRIO, la contessa BEATRICE, il conte LELIO e ARLECCHINO.
Conte Onofrio - Sediamo; la cioccolata si raffredda.
(siede, e prende una chicchera di cioccolata col biscottino)
Arlecchino - Per quella panza non volir cioccolata, ma polenta.
Contessa Beatrice - Moretto, è buona questa cioccolata? (ne prende una chicchera)
Arlecchino - Star bona, perché star color de moretta.
(porta la cioccolata a Lelio)
Conte Lelio - Non ne voglio.
L'ho presa.
Contessa Beatrice - Bevetela, che è buona (a Lelio).
Conte Lelio - No, no, mi mette troppo calore.
Arlecchino - Bever, bever, che ti star povera giazzada(1) (a Lelio).
Conte Lelio - Se non portassi rispetto alla tua padrona, ti bastonerei.
Conte Onofrio - Ehi? (ad Arlecchino; mette giù la chicchera vota, e ne prende un'altra piena, col biscottino)
Arlecchino - Star cavalier de bona fama.
Contessa Beatrice - Prendi.
(mette giù la sua chicchera)
Arlecchino - Voler quest'altra? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - Non voglio altro; bevila tu.
Arlecchino - A mi no piasér; piasér maccarugna.
Conte Onofrio - Ehi? (mette giù la chicchera vota, e prende la terza piena, col biscottino, e beve)
Arlecchino - Evviva scrocca!
Conte Lelio - (Quel conte Onofrio, è veramente sordido!).
(da sé)
Contessa Beatrice - (Mio marito non si contenta mai).
(da sé)
SCENA XI
DONNA ROSAURA e DON FLORINDO, poi BRIGHELLA e detti.
Donna Rosaura - Signora contessa, mio marito vuol aver l'onore di rassegnarle la sua servitù.
Don Florindo - Rendo infinite grazie alla signora contessa per la bontà, con cui si degna favorire mia moglie, e la prego ricevere me pure nel numero de' suoi servitori.
Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, avete un bel giovinotto per marito.
Don Florindo - E questo signore chi è? (a Lelio, accennando il conte Onofrio)
Conte Lelio - È il signor conte Onofrio, consorte della contessa Beatrice.
Don Florindo - Permetta, che con lei pure...
(ad Onofrio)
Conte Onofrio - Schiavo, schiavo, senza cerimonie.
(voltandogli le spalle)
Don Florindo - (Questo trattamento non mi finisce).
(da sé)
Conte Onofrio - Signora Rosaura, avete della cioccolata molto buona.
Donna Rosaura - Ne ho portata un poco per me; se comandate, la spartiremo.
Conte Onofrio - Mi farete piacere, vi sarò obbligato.
Donna Rosaura - Ehi? (chiama)
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Senti, porta subito subito venti libbre di cioccolata a casa della contessa Beatrice.
(piano a Brighella)
Brighella - Subito la servo.
(parte)
Contessa Beatrice - Oh via, andiamo.
Conte Onofrio, date mano alla signora donna Rosaura.
Conte Onofrio - Volentieri, son qui la mia ragazza.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Florindo, servite la signora contessa.
Contessa Beatrice - Eh no, non v'incomodate.
Conte Lelio, favorite.
(chiama Lelio)
Conte Lelio - Ma se si esibisce l'amico Florindo...
Contessa Beatrice - Andiamo, andiamo.
(prende Lelio per la mano)
Donna Rosaura - Mio marito verrà in carrozza con noi? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - In carrozza non vi si sta più di quattro.
Verrà a piedi.
Donna Rosaura - Basta...
abbiamo anche noi la nostra carrozza.
Contessa Beatrice - Dunque verrà colla vostra.
(parte con Lelio)
Donna Rosaura - Florindo, abbiate pazienza.
Conte Onofrio - Ehi? Avete buon cuoco? (a Florindo)
Don Florindo - Sì signore, buono.
Conte Onofrio - Lo proveremo.
(parte con Rosaura)
SCENA XII
DON FLORINDO solo.
Ed io ho da andare a piedi, o solo nella mia carrozza a vettura? E il signor conte Onofrio mi usa questa bella creanza? E la signora contessa Beatrice, che vuol trattar mia moglie, fa di me questa stima? E quel che è peggio, mia moglie lo comporta? Ma io sono stato una bestia.
Me l'ha detto il signor Pantalone, me l'ha detto.
Rosaura ha pagate le cento doppie, e queste serviranno a comprarci mille dispiaceri, mille torti, mille affronti.
Tra i mercanti io era distinto.
Qui, tra i cavalieri non sono considerato.
Mai più faccio una simile bestialità.
Dalla contessa Beatrice non ci voglio andare, e quando torna mia moglie a casa, faccio i bauli, e subito prendo le poste, e la riconduco a Castellamare.
(parte)
SCENA XIII
Appartamento in casa della Contessa Beatrice.
La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE ed il conte OTTAVIO.
Contessa Eleonora - Per assoluto voglio andar via.
Conte Ottavio - Ma perché, signora contessa Eleonora, v'impazientite voi tanto?
Contessa Eleonora - La contessa Beatrice non sa il trattare.
Ci manda l'ambasciata, perché venghiamo da lei a sedici ore e sono ormai diciassette.
Conte Ottavio - Vi ha pur fatto d
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