LE FEMMINE PUNTIGLIOSE, di Carlo Goldoni - pagina 4
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(adirata)
Don Florindo - Andiamo, andiamo, signor Pantalone.
(parte)
Pantalone - (Questi i xe de quei dolori de testa che patisse le mugier, co le gh'ha per marii de sta sorta de mamalucchi).
(parte)
SCENA V
DONNA ROSAURA, poi il conte LELIO e BRIGHELLA.
Donna Rosaura - La nipote del signor Pantalone? Farei una gran figura, se andassi con lei!
Conte Lelio - Riverente m'inchino alla signora donna Rosaura.
Donna Rosaura - Serva, signor conte.
Chi è di là? (chiama).
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Da sedere.
Brighella - Lustrissima sì.
(porta due sedie)
Conte Lelio - Galantuomo, siete forestiere? (a Brighella)
Brighella - Signor sì.
Donna Rosaura - Dimmi, il moro è in casa? (a Brighella)
Brighella - Lustrissima sì.
Conte Lelio - Siete lombardo? (a Brighella)
Brighella - Signor sì.
Donna Rosaura - Va' via.
(a Brighella)
Brighella - Lustrissima sì.
Conte Lelio - Sentite una parola.
(a Brighella) Mi date licenza ch'io dica un non so che al vostro servitore? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Siete padrone.
Conte Lelio - (Voglio un poco vedere, perché a lei dà dell'illustrissima, e a me del signore).
(Ditemi quel giovine, al vostro paese che regola si usa nel dare i titoli?).
(a Brighella a parte)
Brighella - Ghe dirò, signor, in certi paesi, dove che ho praticà mi, chi li merita non li cura, e a chi non li merita, i se ghe dà per burlarli.
Conte Lelio - Bravo, mi piacete.
Se vi occorre nulla, sarò per voi.
Brighella - Signor sì.
Donna Rosaura - Portateci la cioccolata.
Brighella - Lustrissima sì.
(caricato, e parte; e a suo tempo ritorna)
Conte Lelio - (Così con bella maniera costui si burla della sua padrona).
(da sé)
Donna Rosaura - Favorite d'accomodarvi.
Conte Lelio - Ricevo le vostre grazie.
(siede)
Donna Rosaura - Che buone nuove mi recate del nostro affare?
Conte Lelio - Il tutto è accomodato.
La contessa Beatrice verrà da qui a pochi momenti a visitarvi; voi le anderete a render la visita; in casa sua farà che si trovino varie dame.
V'introdurrà con esse, e vi condurrà pubblicamente nella loro conversazione.
Donna Rosaura - Caro Contino, siete adorabile.
Non poteva sperare diversamente dal vostro spirito, dalla vostra buona condotta.
Conte Lelio - Circa alle cento doppie, bisogna condur la cosa con buona maniera.
Donna Rosaura - Le si potrebbe dare un anello che fosse di tal valore.
Conte Lelio - No, un anello non accomoderà i suoi interessi.
Donna Rosaura - Il danaro è pronto.
Disponetene come vi aggrada.
Conte Lelio - Faremo così; procureremo che accada di fare una scommessa di cento doppie fra voi e la contessa Beatrice; voi perderete la scommessa, ed ella averà il danaro contante.
Donna Rosaura - In questa maniera non riconoscerà da me il dono, ma dalla sorte.
Conte Lelio - Se la cosa è prima concertata, lo riconoscerà unicamente da voi.
Donna Rosaura - Se si concerta così, può anche ricevere le cento doppie, senza far la scommessa.
Conte Lelio - Signora no; ella pretende salvar con ciò la delicatezza del suo decoro.
Donna Rosaura - Può salvarla presso di tutti gli altri, quando non lo sappiano altri che ella ed io.
Conte Lelio - Non vuole scomparire nemmeno con voi.
Donna Rosaura - Ma se io ho a sapere la verità!
Conte Lelio - Non importa; le resta sempre un rimorso di meno, e ancorché ella sia certa che la scommessa sia inventata per regalarla, ciò non ostante vanterà con voi medesima il suo bello spirito nell'aver saputo trionfare coll'opinione.
Donna Rosaura - E qual è la scommessa che dobbiamo fare?
Conte Lelio - La scommessa caderà sopra le ore.
Voi, per esempio, direte che sono sedici.
Ella dirà che sono diciassette.
Si farà la scommessa; io deciderò in favore della contessa, e voi le darete le cento doppie.
Donna Rosaura - Benissimo; per decidere con fondamento, favorite, tenete quest'orologio.
(gli dà un orologio d'oro)
Conte Lelio - Credo che il mio sarà sufficiente.
Donna Rosaura - Non pretendo sprezzare il vostro, ma questo è uno dei migliori di Londra.
Tenetelo, e state certo che non isbaglierete.
Conte Lelio - Ve lo renderò dopo la scommessa.
Donna Rosaura - Spero che non mi farete un simile torto.
Conte Lelio - Donna Rosaura, voi siete troppo obbligante.
Donna Rosaura - Un cavaliere che mi dimostra tanta parzialità, può anche permettermi ch'io mi possa prendere con esso lui una simile confidenza.
Conte Lelio - Per dir il vero, la premura ch'io nutrisco delle vostre soddisfazioni non è senza interesse: ma la mercede, a cui aspira il mio cuore, val molto più di quello che mi avete graziosamente donato.
Donna Rosaura - E qual è la mercede che a misura del vostro merito possiate da me ottenere?
Conte Lelio - Qualche generosa porzione della vostra grazia.
Donna Rosaura - Oh via, signor conte; vedo che vi prendete spasso di me.
Conte Lelio - Mostrerei di essere poco conoscitore del merito, se non aspirassi all'onore di essere da voi ben veduto.
Donna Rosaura - Ben veduto, stimato e venerato voi siete.
Conte Lelio - E niente più?
Donna Rosaura - Che cosa pretendereste di più?
Conte Lelio - Niente amato? Niente affatto?
Donna Rosaura - Onestamente posso anche amarvi.
Conte Lelio - Oh, si sa, onestamente.
Donna Rosaura - Caro conte, ditemi con sincerità.
Siete impegnato con alcuna dama?
Conte Lelio - Cinque ne ho servite in un anno, e tutte cinque si sono disgustate di me per femminili puntigli.
La prima, perché ho procurato di accomodare in un'altra casa un servitore che aveva ella licenziato.
La seconda, perché in faccia sua ho detto che mi piacevano gli occhi d'una romana.
La terza, perché giuocando all'ombre le ho dato un codiglio.
La quarta, perché innocentemente ho scoperta una sua bugia.
E la quinta, per essermi scordato una sera d'andare a prenderla alla conversazione.
All'ultimo, mi sono posto a servire la contessa Beatrice, la quale non è tanto puntigliosa quanto le altre.
Donna Rosaura - Presto presto essa pure vi scarterà.
Conte Lelio - Per qual motivo?
Donna Rosaura - Può essere per causa mia.
Conte Lelio - Per sì bella cagione, rinunzierei tutte le più belle dame del mondo.
Donna Rosaura - Mi burlate?
Conte Lelio - Dico davvero.
Donna Rosaura - Caro conte!
Conte Lelio - Adorabile madamina!
Brighella - Lustrissima.
La signora contessa Beatrice l'è fermada colla carrozza alla porta, e la manda a veder se vossustrissima è in casa, e se la pol vegnir a farghe una visita.
Donna Rosaura - Padrona.
(s'alza)
Brighella - (Adesso la camisa no ghe tocca el preterito).
(parte)
Donna Rosaura - Veramente è sollecita questa dama.
Conte Lelio - Spero che resterete contenta.
Donna Rosaura - Ha marito?
Conte Lelio - Sì.
Il conte Onofrio.
È un buonissimo uomo; mangia e beve, e non pensa ad altro.
Donna Rosaura - Lascia far tutto alla moglie?
Conte Lelio - Tutto.
Donna Rosaura - Felici quelle donne che possono far così.
Conte Lelio - Bisognerà andarle incontro.
Donna Rosaura - Ma dove?
Conte Lelio - Io direi alla scala.
Donna Rosaura - Oh no, contino mio, basterà, ch'io vada alla porta di camera.
Conte Lelio - Per la prima volta che viene a visitarvi, potete far qualche cosa di più.
Donna Rosaura - Se lo facessi una volta, sarei obbligata di farlo sempre.
Conte Lelio - Abbondare in gentilezza è cosa sempre ben fatta.
Donna Rosaura - Chi troppo si abbassa non esige rispetto.
Conte Lelio - Finalmente è una dama.
Donna Rosaura - Ed io non sono la sua cameriera.
Conte Lelio - Presto, andatele incontro.
Vedetela, è qui alla porta.
Donna Rosaura - Basta che mi veda disposta per incontrarla.
(fa qualche passo verso la porta)
SCENA VI
La contessa BEATRICE e detti.
Contessa Beatrice - È qui la signora Rosaura?
Donna Rosaura - Oh! servitori ignoranti! Non mi hanno avvisata.
Sarei venuta a riceverla.
Contessa Beatrice - Non importa, non importa.
Donna Rosaura - Serva umilissima, signora contessa.
Contessa Beatrice - Serva sua, signora donna Rosaura.
Addio conte.
Conte Lelio - Con tutto il rispetto (inchinandosi).
Donna Rosaura - Mi rincresce che la signora contessa siasi preso l'incomodo di venire sin qui; sarei venuta io a riverirla.
Contessa Beatrice - Il conte Lelio mi ha procurato l'incontro di conoscere una signora di merito particolare, ed io non ho tardato ad accelerarmi un tal piacere.
Donna Rosaura - S'accomodi.
(Parla molto sostenuta).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (Si serve dei veri termini).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (Converrà misurar le parole) (da sé).
Ma favorite d'accomodarvi.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Eccomi accomodata
(Siedono tutti e tre uniti: Beatrice alla dritta,
Rosaura in mezzo, il Conte alla sinistra).
Conte Lelio - (Così non istiamo bene.
La Contessa non ha il suo posto).
(piano a Rosaura)
Contessa Beatrice - Conte, avete fatto ammobiliar voi questo appartamento per la signora Rosaura?
Conte Lelio - Sì, signora, ho avuto io una tale incombenza.
Contessa Beatrice - E i suoi servitori li avete procurati voi?
Conte Lelio - Ne ho ritrovati alcuni per la pratica della città.
Contessa Beatrice - Perdonatemi; l'avete servita male.
Cattivi mobili e pessimi servitori.
Conte Lelio - Perché dite questo, signora contessa?
Contessa Beatrice - Non vedete? Siete pur cavaliere.
In una camera di udienza, le sedie tutte eguali non istanno bene.
E i servitori non le sanno disporre.
Conte Lelio - (Non ve l'ho detto? La Contessa non ha il suo posto, e vi voleva una sedia distinta).
(piano a Rosaura) Signora, regolerò io le mancanze del servitore, giacché per i mobili non vi è rimedio.
(S'alza, porta la sua sedia in distanza di Rosaura,
e fa che Beatrice resti alla dritta della medesima)
Donna Rosaura - (Ho piacer d'imparare; anch'io a Castellamare farò così).
(da sé)
Contessa Beatrice - Conte mio, vi siete preso un incomodo, che lo potevate risparmiare.
L'errore non consisteva nella vostra sedia, ma nella mia.
Il sole di quella finestra mi offende la vista.
Conte Lelio - (Ho capito).
(da sé) Permettetemi ch'io vi rimedi.
(s'alza, fa alzare Beatrice, e porta la di lei sedia in distanza di Rosaura colla spalliera verso la finestra, cosicché viene a restare in faccia a Rosaura, nel primo luogo della camera d'udienza)
Contessa Beatrice - (Conte, se l'ho da condurre alla conversazione delle dame, insegnatele qualche cosa).
(piano al Conte, e siede)
Donna Rosaura - (Questa poi non l'intendo).
(piano al Conte)
Conte Lelio - (Quello è il primo luogo.
Nella camera d'udienza, sempre la persona, che si riceve, va collocata in faccia alla padrona di casa, e in faccia alla porta, o almeno di fianco).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (Anche questa è buona per Castellamare).
(da sé)
Conte Lelio - Su via, signore mie, diciamo qualche cosa di bello.
(torna a portare la sua sedia vicino a Rosaura, e gira alquanto quella di essa Rosaura, acciò resti in faccia alla Contessa Beatrice)
Contessa Beatrice - E così, signora Rosaura, come vi piace la città di Palermo?
Donna Rosaura - Non posso dirlo, perché non l'ho ancora veduta.
Contessa Beatrice - Quant'è che ci siete?
Donna Rosaura - Saranno otto giorni.
Contessa Beatrice - In otto giorni sarete stata in qualche luogo.
Donna Rosaura - Non sono uscita di casa, altro che una volta sola.
Contessa Beatrice - Per qual ragione?
Donna Rosaura - Per non aver avuto una dama che mi favorisse.
Contessa Beatrice - (Che pretensione ridicola!) E partirete di Palermo senza vederlo?
Donna Rosaura - Spero che la signora contessa mi onorerà della sua compagnia.
Contessa Beatrice - Conte, che ora abbiamo?
Conte Lelio - Non lo so davvero; il mio orologio va male; voi, che venite ora di fuori, potreste saperlo meglio di me.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Ma pure che ora direste voi che fosse?
Conte Lelio - Signora Rosaura, dite voi la vostra opinione.
Donna Rosaura - Io dico, che saranno sedici ore.
Contessa Beatrice - Ed io dico che saranno diciassette.
Donna Rosaura - Quando la signora contessa lo dice, sarà così.
Conte Lelio - (Oh diavolo! E la scommessa?).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (È vero, non ci ho pensato).
Signora Contessa, io scommetto che sono sedici ore.
Contessa Beatrice - O sedici o diciassette, non ci penso.
Ma è ora che vi levi l'incomodo, e me ne vada.
(sostenuta)
Conte Lelio - (Sentite? Se l'ha avuto per male).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (È molto puntigliosa!).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (Eppure è delle più correnti e facili che vi sieno).
(piano a Rosaura)
Contessa Beatrice - A mezzogiorno devo esser a casa, ove alcune dame saranno per favorirmi.
Conte Lelio - A che ora suona il mezzogiorno?
Contessa Beatrice - Alle diciassette.
Conte Lelio - (Dite alle diciotto).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - Perdoni, signora contessa, ella s'inganna; il mezzogiorno suona alle diciotto.
Contessa Beatrice - Lo volete insegnare a me? Suona alle diciassette.
Conte Lelio - (Ora è il tempo).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - Scommetto che suona alle diciotto.
Contessa Beatrice - Scommetto che suona alle diciassette.
Conte Lelio - Animo, che cosa volete scommettere, signore mie?
Contessa Beatrice - Tutto quello che vuole la signora Rosaura.
Donna Rosaura - Scommetto cento doppie.
Contessa Beatrice - Doppie di Spagna?
Donna Rosaura - Vi s'intende.
Contessa Beatrice - Benissimo.
Accetto la scommessa.
Cento doppie di Spagna, che mezzogiorno suona alle diciassette.
Donna Rosaura - Che suona alle diciotto.
Contessa Beatrice - Ma chi deciderà la scommessa?
Conte Lelio - Io, signora, se vi contentate.
Ecco un giornale veridico ed accreditato.
Ecco qui: Tavola del mezzogiorno: undici Aprile, a ore diciassette.
Signora donna Rosaura, avete perduto la scommessa.
Contessa Beatrice - Ho vinto, ho vinto.
(con allegria)
Donna Rosaura - Benissimo, ed io sono pronta a pagare.
Ecco, signora contessa, una borsa con cento doppie di Spagna.
Contatele, se ne avete dubbio.
Contessa Beatrice - Mi maraviglio.
Mi fido di voi.
Conte Lelio - (Anche questa è andata bene, che non credeva).
(da sé)
Contessa Beatrice - Il mezzogiorno dunque suona alle ore diciassette; ma presentemente che ora sarà?
Donna Rosaura - Io direi che fossero sedici.
Contessa Beatrice - Ed io scommetto che sono diciassette.
Donna Rosaura - Signora contessa, siete troppo brava; con voi non scommetto più.
(Ne piglierebbe altre cento).
(da sé)
Contessa Beatrice - Orsù, volete venire con me? (a Rosaura).
Donna Rosaura - Dove?
Contessa Beatrice - A casa mia, dove vi saranno quattro o cinque dame invitate unicamente per voi.
Donna Rosaura - Riceverò volentieri le vostre grazie.
Ma prima, se vi contentate, beviamo la cioccolata.
Chi è di là? (chiama)
SCENA VII
ARLECCHINO e detti, poi BRIGHELLA.
Arlecchino - Comandar.
Donna Rosaura - Porta la cioccolata.
Arlecchino - Subito servir.
(in atto di partire)
Contessa Beatrice - Che grazioso moretto!
Arlecchino - Mi star graziosa moretta, e ti star galanta bianchetta.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Come ti chiami?
Arlecchino - Mi chiamar con bocca.
Donna Rosaura - Va via di qua, impertinente.
Conte Lelio - Lasciatelo dire, che la contessa avrà piacere.
È il più caro moro del mondo.
Arlecchino - Per ti star cara.
(a Lelio)
Conte Lelio - Per me sei caro? Perché?
Arlecchino - Perché non aver quattrini per mi comprar.
Contessa Beatrice - Bravo, moretto, bravo!
Arlecchino - Oh, quanto star bella! Mi voler bena.
Mi, se ti voler, far razza mezza bianca, e mezza mora.
(a Beatrice)
Donna Rosaura - Va via, briccone.
Porta la cioccolata.
Arlecchino - Per ti e per ti portar cioccolata.
(a Rosaura, e Beatrice) E per ti polentina.
(a Lelio, e parte).
Conte Lelio - Maledetto costui!
Contessa Beatrice - Dove l'avete avuto? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Vi dirò; questo è un moro che, quando fu preso, fu portato a Venezia, dove ha principiato a parlar italiano; e sentitelo, che dice quasi tutte parole veneziane corrotte.
Egli poi venne in Sicilia sopra una nave, e piacendomi infinitamente il suo spirito e le sue facezie, l'ho comprato dal capitano.
Contessa Beatrice - Che nome ha?
Donna Rosaura - Perché è tanto burlevole e giocoso, gli ho messo nome Arlecchino.
Conte Lelio - Ma gli arlecchini sono goffi, e costui è furbo come il diavolo.
Donna Rosaura - In oggi i buoni arlecchini sono più spiritosi che goffi.
Brighella - L'illustrissimo sior conte Onofrio vorria riverirla.
(a Rosaura)
Contessa Beatrice - Mio consorte.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Favorisca, è padrone.
Presto, un'altra sedia.
Lì, lì, presso la signora contessa.
(a Brighella)
Contessa Beatrice - Che volete ch'io faccia di mio marito vicino?
Donna Rosaura - Aspetta.
(a Brighella) (Dove l'abbiamo da mettere?).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (Appresso di voi).
(piano a Rosaura)
Donna Rosaura - (Di sopra, o di sotto?).
(come sopra)
Conte Lelio - (Oh, di sopra, di sopra!).
Donna Rosaura - Mettila qui.
(a Brighella)
Brighella - (Se i mi padroni i sta troppo qua, i deventa matti).
(mette la sedia, e parte)
Contessa Beatrice - (Questa povera donna è in una gran confusione).
(da sé)
SCENA VIII
Il conte ONOFRIO e detti.
Conte Onofrio - Schiavo di lor signori.
Conte Lelio - Amico, vi son servo.
Donna Rosaura - Signor conte, posso bene annoverarmi fra le donne più fortunate, se vi degnate di onorar la mia casa coll'autorevole vostra presenza.
Conte Onofrio - Oh garbata signorina! Chi è questa signora? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - Questa è la signora donna Rosaura, moglie del signor Florindo Aretusi di Castellamare.
Conte Onofrio - Mercante, non è vero? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Fu mercante.
Conte Onofrio - Ed ora che cosa è?
Donna Rosaura - Vive del suo, signore.
Conte Onofrio - Non si è ancora fatto nobile?
Donna Rosaura - Quanto prima, comprerà un titolo.
Conte Onofrio - Se vuole il mio, glielo vendo.
(ridendo)
Contessa Beatrice - Siete qui sempre colle vostre barzellette.
(al Conte Onofrio)
Conte Lelio - Il conte Onofrio è sempre di buon umore.
Conte Onofrio - Contessa, sono venuto ad avvisarvi, che la contessa Eleonora e la contessa Clarice, col conte Ottavio, sono a casa nostra che vi aspettano.
(Ditemi, avete bevuto la cioccolata?).
(piano a Beatrice)
Contessa Beatrice - (Or ora la portano).
È molto tempo che ci sono?
Conte Onofrio - Sarà mezz'ora.
Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, queste due dame le ho fatte venire per voi; se volete che andiamo, principierete a conoscere queste, e vi servirà d'introduzione all'altre.
Donna Rosaura - Sì signora, andiamo; non le facciamo aspettare, non commettiamo questa mala creanza.
Contessa Beatrice - Io non so commettere male creanze.
(alterata)
Donna Rosaura - Voglio dire...
Vi s'intende.
Se aspettan me....
Contessa Beatrice - No, no, non aspettano voi.
Donna Rosaura - Dunque io non ci ho da venire?
Contessa Beatrice - Sì, verrete con me.
Donna Rosaura - (Io mi confondo).
(da sé)
Contessa Beatrice - (Poverina! È imbrogliata a voler far da signora).
(da sé)
SCENA IX
ARLECCHINO, poi BRIGHELLA e detti.
ARLECCHINO con una guantiera con quattro chicchere di cioccolata, e vari biscottini.
Donna Rosaura - Ecco la cioccolata.
Contessa Beatrice - Ma l'ora si fa tarda, e le dame aspettano.
Conte Onofrio - Che aspettino.
Quando avremo bevuto la cioccolata, anderemo.
Donna Rosaura - Vi prego; accomodatevi.
(a Beatrice, perché prenda la cioccolata)
Contessa Beatrice - Potreste intanto prendere il ventaglio, e prepararvi per montare in carrozza.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Ho tempo d'accomodarmi la testa?
Contessa Beatrice - Eh, che siete accomodata abbastanza.
Donna Rosaura - Servitevi della cioccolata; vengo subito.
Ehi? (chiama.
Brighella viene)
Donna Rosaura - Alza quella portiera.
(a Brighella, e passa nell'altra camera)
Brighella - (Se i la vedesse a Castellamar, i creperia da rider).
(da sé, parte)
SCENA X
Il conte ONOFRIO, la contessa BEATRICE, il conte LELIO e ARLECCHINO.
Conte Onofrio - Sediamo; la cioccolata si raffredda.
(siede, e prende una chicchera di cioccolata col biscottino)
Arlecchino - Per quella panza non volir cioccolata, ma polenta.
Contessa Beatrice - Moretto, è buona questa cioccolata? (ne prende una chicchera)
Arlecchino - Star bona, perché star color de moretta.
(porta la cioccolata a Lelio)
Conte Lelio - Non ne voglio.
L'ho presa.
Contessa Beatrice - Bevetela, che è buona (a Lelio).
Conte Lelio - No, no, mi mette troppo calore.
Arlecchino - Bever, bever, che ti star povera giazzada(1) (a Lelio).
Conte Lelio - Se non portassi rispetto alla tua padrona, ti bastonerei.
Conte Onofrio - Ehi? (ad Arlecchino; mette giù la chicchera vota, e ne prende un'altra piena, col biscottino)
Arlecchino - Star cavalier de bona fama.
Contessa Beatrice - Prendi.
(mette giù la sua chicchera)
Arlecchino - Voler quest'altra? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - Non voglio altro; bevila tu.
Arlecchino - A mi no piasér; piasér maccarugna.
Conte Onofrio - Ehi? (mette giù la chicchera vota, e prende la terza piena, col biscottino, e beve)
Arlecchino - Evviva scrocca!
Conte Lelio - (Quel conte Onofrio, è veramente sordido!).
(da sé)
Contessa Beatrice - (Mio marito non si contenta mai).
(da sé)
SCENA XI
DONNA ROSAURA e DON FLORINDO, poi BRIGHELLA e detti.
Donna Rosaura - Signora contessa, mio marito vuol aver l'onore di rassegnarle la sua servitù.
Don Florindo - Rendo infinite grazie alla signora contessa per la bontà, con cui si degna favorire mia moglie, e la prego ricevere me pure nel numero de' suoi servitori.
Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, avete un bel giovinotto per marito.
Don Florindo - E questo signore chi è? (a Lelio, accennando il conte Onofrio)
Conte Lelio - È il signor conte Onofrio, consorte della contessa Beatrice.
Don Florindo - Permetta, che con lei pure...
(ad Onofrio)
Conte Onofrio - Schiavo, schiavo, senza cerimonie.
(voltandogli le spalle)
Don Florindo - (Questo trattamento non mi finisce).
(da sé)
Conte Onofrio - Signora Rosaura, avete della cioccolata molto buona.
Donna Rosaura - Ne ho portata un poco per me; se comandate, la spartiremo.
Conte Onofrio - Mi farete piacere, vi sarò obbligato.
Donna Rosaura - Ehi? (chiama)
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Senti, porta subito subito venti libbre di cioccolata a casa della contessa Beatrice.
(piano a Brighella)
Brighella - Subito la servo.
(parte)
Contessa Beatrice - Oh via, andiamo.
Conte Onofrio, date mano alla signora donna Rosaura.
Conte Onofrio - Volentieri, son qui la mia ragazza.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Florindo, servite la signora contessa.
Contessa Beatrice - Eh no, non v'incomodate.
Conte Lelio, favorite.
(chiama Lelio)
Conte Lelio - Ma se si esibisce l'amico Florindo...
Contessa Beatrice - Andiamo, andiamo.
(prende Lelio per la mano)
Donna Rosaura - Mio marito verrà in carrozza con noi? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - In carrozza non vi si sta più di quattro.
Verrà a piedi.
Donna Rosaura - Basta...
abbiamo anche noi la nostra carrozza.
Contessa Beatrice - Dunque verrà colla vostra.
(parte con Lelio)
Donna Rosaura - Florindo, abbiate pazienza.
Conte Onofrio - Ehi? Avete buon cuoco? (a Florindo)
Don Florindo - Sì signore, buono.
Conte Onofrio - Lo proveremo.
(parte con Rosaura)
SCENA XII
DON FLORINDO solo.
Ed io ho da andare a piedi, o solo nella mia carrozza a vettura? E il signor conte Onofrio mi usa questa bella creanza? E la signora contessa Beatrice, che vuol trattar mia moglie, fa di me questa stima? E quel che è peggio, mia moglie lo comporta? Ma io sono stato una bestia.
Me l'ha detto il signor Pantalone, me l'ha detto.
Rosaura ha pagate le cento doppie, e queste serviranno a comprarci mille dispiaceri, mille torti, mille affronti.
Tra i mercanti io era distinto.
Qui, tra i cavalieri non sono considerato.
Mai più faccio una simile bestialità.
Dalla contessa Beatrice non ci voglio andare, e quando torna mia moglie a casa, faccio i bauli, e subito prendo le poste, e la riconduco a Castellamare.
(parte)
SCENA XIII
Appartamento in casa della Contessa Beatrice.
La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE ed il conte OTTAVIO.
Contessa Eleonora - Per assoluto voglio andar via.
Conte Ottavio - Ma perché, signora contessa Eleonora, v'impazientite voi tanto?
Contessa Eleonora - La contessa Beatrice non sa il trattare.
Ci manda l'ambasciata, perché venghiamo da lei a sedici ore e sono ormai diciassette.
Conte Ottavio - Vi ha pur fatto dire da suo marito, che abbiate la bontà di trattenervi, se ella tardasse alcun poco a venir a casa.
Contessa Clarice - Queste ambasciate si fanno fare alle serve, non alle dame, che sono al par di lei, e qualche cosa più di lei.
Si vede bene, che i vizi di suo marito le hanno fatto non solo consumare l'entrate, ma perdere ancora la civiltà.
Conte Ottavio - Anche voi vi riscaldate, contessina Clarice?
Contessa Clarice - Mi riscaldo con ragione; e se non avessi licenziato la mia carrozza, me ne anderei assolutamente.
Contessa Eleonora - Venite nella mia, andiamo.
Già io sto poco di qua lontano.
Vi contenterete che smonti al mio palazzo, e vi farete servire a casa.
Contessa Clarice - No, no, vi ringrazio.
Aspetterò ancora un poco.
Conte Ottavio - Sentite una carrozza; sarà quella della contessa Beatrice.
Contessa Clarice - Sarà la mia, sarà la mia.
Conte Ottavio - Or ora ve lo saprò dire.
(parte per assicurarsene, e poi torna)
Contessa Eleonora - Per che causa mai ci ha fatto venir qui stamattina?
Contessa Clarice - Non lo so nemmen io.
Ma suo marito, che è stato a invitarmi, mi ha fatto una gran premura.
Contessa Eleonora - È stato il conte Onofrio a invitarvi?
Contessa Clarice - Egli in persona.
Contessa Eleonora - Ed a me ha mandato il braciere; non so perché abbia a usar questa differenza.
Contessa Clarice - Ha voluto far a me questa finezza.
Contessa Eleonora - Dunque voi restate, ed io partirò.
(in atto di andarsene)
Conte Ottavio - Per dove, signora contessa? (incontrandola)
Contessa Eleonora - Dove mi pare e piace.
Conte Ottavio - Così risoluta?
Contessa Eleonora - Risolutissima; e voi che mi avete accompagnata qui, riaccompagnatemi sino a casa.
Contessa Clarice - Brava! ed io resterò sola come una pazza.
Conte Ottavio - Io non posso dividermi in due.
Contessa Clarice - E bene, di chi era la carrozza? (ad Ottavio)
Conte Ottavio - Non era né la vostra, né quella della contessa Beatrice.
Contessa Clarice - Dunque di chi?
Conte Ottavio - Era della contessa Flaminia.
Contessa Eleonora - E per qual ragione non è smontata?
Contessa Clarice - Sarà stata invitata come noi; non ha trovato la dama in casa, e se ne sarà andata.
Contessa Eleonora - Ha fatto benissimo, andiamo anche noi.
Conte Ottavio - Eppure non è partita per questo.
Contessa Clarice - Dunque perché?
Conte Ottavio - Mentre voleva smontare, ha veduto venire la carrozza della marchesa Ortensia, e per non essere obbligata a salutarla, ha ordinato al suo cocchiere tirar di lungo.
Contessa Eleonora - Se s'incontravano, a chi toccava di loro a salutare l'altra?
Contessa Clarice - Toccava alla marchesa, perché la Contessa era ferma, ed ella andava.
Contessa Eleonora - Ma la marchesa Ortensia è qualche cosa di più della Contessa Flaminia.
Siamo cugine di sangue.
Contessa Clarice - Circa al sangue, la contessa Flaminia non è punto inferiore; è imparentata anche colla mia casa.
Conte Ottavio - Sentite un'altra carrozza.
Contessa Clarice - Sarà la mia, sarà la mia.
Conte Ottavio - Ne domanderò ai servitori.
(parte)
Contessa Eleonora - Se viene la contessa Flaminia vado via subito.
Contessa Clarice - Non siete amiche?
Contessa Eleonora - Non sapete che cosa mi ha fatto?
Contessa Clarice - Non lo so da donna d'onore.
Contessa Eleonora - L'altro giorno, che eravamo alle nozze della baronessa Lucrezia, mi passò dinanzi due volte senza nemmen salutarmi.
Contessa Clarice - Ma per che causa?
Contessa Eleonora - Ve lo dirò io perché.
Ha collera con me, perché nell'ultimo festino che abbiamofatto al casino, io ho ballato dodici minuetti, ed ella solamente otto.
Contessa Clarice - Oh, in quanto a quella pazza,si disgusta con tutte.
Una volta è stata un mese senza guardarmi in viso, perché nel giorno, che ella si è messo un abito nuovo, io ne ho rinnovato uno più bello del suo.
Ecco la contessa Beatrice.
Contessa Eleonora - Eccola, eccola la contessa senza creanza.
Contessa Clarice - Non ne ha mai avuta, e non ne avrà mai.
SCENA XIV
La contessa BEATRICE servita dal conte LELIO, ROSAURA dal conte ONOFRIO, il conte OTTAVIO e dette.
Contessa Beatrice - Vi dimando scusa, se vi ho fatto aspettare.(ad Eleonora ed a Clarice)
Contessa Eleonora - Niente, contessina mia, niente.(a Beatrice)
Contessa Beatrice - In verità, aveva del rammarico per causa vostra.(come sopra)
Contessa Clarice - Voi siete piena di gentilezza; abbiamo aspettato pochissimo.(a Beatrice)
Contessa Eleonora - Chi è questa dama? (a Beatrice accennando Rosaura)
Donna Rosaura - Una vostra umilissima serva.(inchinandosi ad Eleonora)
Contessa Beatrice - Appunto, io desiderava di farla conoscere a voi due, che siete le più compite dame della nostra conversazione.(ad Eleonora ed a Clarice)
Contessa Eleonora - Per parte mia vi sono molto tenuta, dandomi questo vantaggio.
Contessa Clarice - Io pure mi chiamerò fortunata per questo felice incontro.
Contessa Beatrice - Sediamo, se vi contentate.
Chi è là? Da sedere.(i servitori portano le sedie)
Donna Rosaura - (Io non so qual abbia ad essere il mio posto).
(da sé)
Contessa Eleonora - Contessa Beatrice, fateci il piacere, ponete a sedere quella dama vicino a noi.
Contessa Clarice - Ecco il suo posto.
In mezzo.
Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, compiacete quelle due dame.
Donna Rosaura - Per obbedirle, anderò.
(s'incammina, poi siede in mezzo alle due dame suddette)
Contessa Eleonora - (Avete sentito? Le ha detto: signora donna Rosaura; non è titolata).
(a Clarice, piano)
Contessa Clarice - (Non importa, basta che sia nobile).
(ad Eleonora)
Contessa Beatrice - (Dimmi, è stata portata certa cioccolata?).
(ad un Servitore, piano)
Servitore - (Illustrissima sì).
Contessa Beatrice - (Presto corri a farne tre chicchere).
Servitore - (Subito! Già l'acqua è calda).
(parte)
Contessa Beatrice - Conte Ottavio, accomodatevi lì, presso la contessa Clarice.
Conte Ottavio - Obbedisco.
(vuol sedere presso Clarice)
Contessa Eleonora - Si obbediscono volentieri questi dolci comandi.
(con ironia ad Ottavio)
Conte Ottavio - I comandi della contessa Beatrice sono da me in ogni tempo stimati.
Contessa Eleonora - Ma specialmente adesso, che vi fanno sedere vicino a una bella dama.
(accennando Clarice)
Contessa Clarice - Ah, ah; ora vi ho inteso.
Conte Ottavio, questo non è il luogo vostro.
Conte Ottavio - Ma qual è il mio luogo?
Contessa Clarice - Cercatelo; questo assolutamente non è.
Conte Ottavio - Io non credeva di meritarmi di essere discacciato.
(si alza, e parte di là) Sarà più discreta a soffrirmi la Contessa Eleonora.
(va a sedere presso Eleonora)
Contessa Eleonora - Io non servo per ripiego a nessuno (si alza, e gli volta la schiena).
Conte Ottavio - Fermatevi.
Contessa Eleonora - Andate dove siete stato sinora.
Conte Ottavio - Signora contessa Beatrice, in casa vostra decidete voi.
Contessa Beatrice - In casa mia non comando, quando vi sono delle dame, alle quali, per debito e per rispetto, devo cedere tutta l'autorità.
Conte Ottavio - Sicché dunque me ne posso andare.
Conte Onofrio - (Conte Ottavio, sentite una parola.
Frattanto che queste pazze puntigliose taroccano fra di loro, volete venir con me in cucina a mangiar quattro polpette?).
(ad Ottavio, piano)
Conte Ottavio - (Vi ringrazio, per ora non ho appetito).
(ad Onofrio)
Contessa Eleonora - Conte Lelio, venite qui.
Conte Lelio - Dove comanda la contessa Beatrice.
Contessa Beatrice - Sì, sì, sedete presso di lei, ch'io sederò qui vicino a voi.
Conte Ottavio - Posso aver l'onore di sedervi appresso? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - Siete padrone, se queste dame non s'oppongono.
Contessa Eleonora - Oh, siete pur buona! Accettarlo voi, quando lo hanno rifiutato le altre!
Contessa Beatrice - Dice il proverbio, che i bocconi rifiutati sono i migliori.
Contessa Eleonora - Sì, sì, tanto più ch'è un boccone grosso.
Conte Ottavio - E voi siete un bocconcino...
(verso Eleonora)
Contessa Eleonora - Via tacete.
(ad Ottavio con imperio)
Conte Ottavio - Ma se due dame...
Contessa Clarice - Basta così, non dite altro.
(col medesimo tuono)
Conte Ottavio - Contessa Beatrice...
Contessa Beatrice - Via, quando lo dicono, tacete.
Conte Ottavio - (Ecco qui.
Le donne sono tutte puntigli, e noi abbiamo da soffrire senza parlare).
(da sé)
Conte Onofrio - Io sederò presso di voi, se vi contentate.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Mi fate onore.
Contessa Eleonora - Contessa Beatrice, favorite dirci, chi è questa dama.
Contessa Beatrice - È una signora di Castellamare.
Contessa Eleonora - (guardando Clarice) Ehi, di Castellamare!
Contessa Clarice - (guardando Eleonora) Castellana!
Conte Lelio - (Principiano ad arruffare il naso).
(piano a Beatrice)
Conte Ottavio - (Contessa, siete in un brutto impegno).
(piano a Beatrice)
Contessa Beatrice - La nostra signora donna Rosaura, è piena di merito.
Oltre le ricchezze non ordinarie della sua casa, possiede poi molto spirito, e molta virtù.
Contessa Eleonora - È ricca? Me ne rallegro.
(deridendola)
Contessa Clarice - È virtuosa? Brava.
(fa lo stesso)
Donna Rosaura - Io non sono né ricca, né virtuosa; ma quello di cui mi pregio, è di essere vostra umilissima serva.
Contessa Eleonora - Obbligatissima, ah, ah, ah.
(ride, guardando Clarice)
Contessa Clarice - La ringrazio, ah, ah, ah.
(ride, guardando Eleonora)
Donna Rosaura - (Come! Mi deridono? E la contessa Beatrice non parla?) (da sé)
Conte Lelio - (Prevedo, che voglia nascere qualche brutta scena).
(piano a Beatrice)
Conte Ottavio - (Le avete scelte dal mazzo queste due signore).
(piano alla detta.
Servitori con tre cioccolate)
Contessa Beatrice - Ecco la cioccolata per chi non l'ha bevuta.
Noi l'abbiamo presa.
(i servitori la portano ad Eleonora)
Contessa Eleonora - Non ne voglio.
(i servitori la presentano a Clarice)
Contessa Clarice - L'ho bevuta.
Conte Onofrio - Non la volete? La beverò io.
(ne prende una chicchera.
Servitore va da Ottavio)
Conte Ottavio - Obbligato.
L'ho presa.
Contessa Beatrice - Questa signora ha molta stima per le dame palermitane, ed è venuta apposta a Palermo per conoscerne alcuna delle più cortesi, e poter poi rappresentare al di lei paese con quanta urbanità e pulitezza si trattino da noi le persone di merito come lei.
Donna Rosaura - La signora contessa Beatrice mi fa troppo onore.
Conte Lelio - Infatti presso le persone del secondo ordine passa la nostra nobiltà per austera e troppo sostenuta; non è mal fatto disingannare chi pensa malamente di noi, e dobbiamo ringraziare la signora donna Rosaura, che ci abbia offerta l'occasione di far conoscere al mondo che sappiamo distinguere il merito in ogni rango e in ogni carattere.
Donna Rosaura - Sentimenti propri d'un cavalier generoso.
Conte Ottavio - Mi pare che il signor don Florindo abbia tralasciato di negoziare.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Sì signore.
Sono più di tre mesi.
Conte Onofrio - E poi, una bella donna si ammette per tutto.
Contessa Clarice - Quel giovine, guardate se è venuta la mia carrozza.
(ad un servitore, e s'alza)
Contessa Eleonora - Contessa, è tardi, bisogna ch'io vada.
(a Beatrice, e tutti s'alzano)
Donna Rosaura - (Ho inteso.
Queste dame non mi vogliono; ma la contessa Beatrice me ne renderà conto).
(da sé)
Contessa Beatrice - (Cara amica, vi prego, fatemi questa finezza, dissimulate qualche poco.
Soffrite per amor mio.
Se sapeste in qual impegno mi trovo, mi compatireste).
(va vicino a Clarice, e le parla piano)
Contessa Clarice - (Vi pare una cosa ben fatta? Mettermi a sedere vicino ad una mercantessa?) (a Beatrice, piano)
Conte Lelio - (Cara signora contessa non fate questo dispiacere alla contessa Beatrice, non le fate un affronto di questa sorta).
(ad Eleonora, piano)
Contessa Eleonora - (L'affronto l'ha fatto a me, invitandomi a questa bella conversazione).
(a Lelio, piano)
Contessa Beatrice - (È una giovane propria e civile, mi è stata raccomandata da un ministro della corte.
Ella ha dell'altissime protezioni.
Credetemi, che questa cosa vuol esser la mia rovina).
(a Clarice, piano)
Contessa Clarice - (Se fossi sola, non m'importerebbe, ma ho riguardo per la contessa Eleonora.
La conoscete; sapete chi è.
Una ciarliera, che lo direbbe per tutto.
Fate ch'ella se ne vada, e vedrete se le farò delle cortesie).
(piano a Beatrice)
Conte Lelio - (Finalmente non è una plebea; è una signora ricca, onesta, e civile; possibile che abbiate cuore di mortificarla così?).
(piano ad Eleonora).
Contessa Eleonora - (A casa mia, o a casa sua non averei difficoltà di trattarla, ma qui dove vi sono due altre dame, guardimi il Cielo).
(piano a Lelio).
Servitore - Illustrissima, la carrozza non è venuta.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Grand'asino quel cocchiere! Non la finisce mai.
Contessa Eleonora, se volete andare, non restate per me, ch'io aspetterò la carrozza.
(Servitore via)
Contessa Eleonora - Dunque anderò io.
Amica, compatitemi, non posso più trattenermi.
(a Beatrice) Signora Rosaura, vi riverisco.
(sostenuta)
Donna Rosaura - Serva sua.
(mortificata)
Contessa Eleonora - (Povera ragazza, mi fa compassione).
(a Lelio)
Conte Lelio - (Volete, che andiamo a casa sua a consolarla?).
Contessa Eleonora - (Se credessi che non si sapesse, lo farei volentieri).
Conte Lelio - (Oggi ci parleremo).
(ad Eleonora)
Contessa Eleonora - Conte Ottavio, andiamo.
(gli dà la mano)
Conte Ottavio - Sono a' vostri comandi.
Vedete, se anche voi, vi degnate del boccon rifiutato? (ad Eleonora, dandole mano)
Contessa Eleonora - Signor no, non mi degno.
Non ho bisogno di voi.
(parte scacciando da sé Ottavio)
Conte Ottavio - Che maladetti puntigli! Non si sa come vivere, non si sa nemmeno come parlare.
Tutto prendono in mala parte; tutto le mette in ardenza.
Pur troppo è vero: i puntigli delle donne fanno impazzire i poveri uomini (parte).
SCENA XV
La contessa BEATRICE, la contessa CLARICE, DONNA ROSAURA,
il conte ONOFRIO e il conte LELIO.
Donna Rosaura - La carrozza della signora contessa Clarice non è ancor venuta, onde per non farla maggiormente arrossire colla mia conversazione, anderò via, se mi date licenza.
(a Beatrice)
Contessa Clarice - Oh cara donna Rosaura, che dite? Voi avete preso in sinistra parte le mie parole.
Godo infinitamente della vostra conversazione, e mi rincresce che l'ora è tarda; che per altro vi pregherei lasciarvi servire nella mia carrozza, e vi condurrei per Palermo senza alcuna difficoltà.
(Il dirlo non mi costa niente).
(da sé)
Donna Rosaura - Mi sorprende questa vostra inaspettata dichiarazione, la quale non corrisponde certamente al trattamento che ho ricevuto sinora da voi e dalla contessa Eleonora.
Contessa Clarice - Oh, in quanto a quella pazza di Eleonora, non occorre abbadarvi.
Ella è sempre così.
Anzi mi sarò burlata delle sue caricature, e voi avrete creduto, ch'io ridessi di voi.
Me ne dispiace infinitamente.
Conte Lelio - (Che femmine accorte! Che femmine maliziose!).
(da sé)
Contessa Clarice - (Che dite amica, vi do piacere?).
(piano a Beatrice)
Contessa Beatrice - (Vi sarò eternamente obbligata).
Posso assicurarvi, signora donna Rosaura, che la contessa Clarice è piena di buon cuore, e non è né superba, né puntigliosa.
Contessa Clarice - Guardimi il Cielo! Voglio bene a tutti.
Tratto bene con tutti, e non fo male creanze a nessuno.
Anzi, per farvi vedere che fo stima di voi, oggi verrò a visitarvi (a Rosaura).
Donna Rosaura - Sarò infinitamente obbligata alle vostre finezze.
Contessa Beatrice - (Cara amica, quanto vi sono tenuta).
(piano a Clarice)
Contessa Clarice - (Lo fo unicamente per voi).
(piano a Beatrice)
Conte Onofrio - Ditemi, fate mai venir del salvaggiume dal vostro paese? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Sì signore; spessissimo.
Anzi ieri sera mi hanno mandato delle starne.
Conte Onofrio - Oh buone!
Donna Rosaura - Due fagiani.
Conte Onofrio - Oh cari!
Donna Rosaura - E due cotorni.
Conte Onofrio - Oh vita mia!
Donna Rosaura - Se volete venir questa sera a favorirmi, li mangeremo insieme.
Conte Onofrio - Sì, vengo, vengo.
Quando si tratta di salvaggiume, non mi fo pregare.
Donna Rosaura - Se queste dame si degnassero, lo riceverei per onore.
Contessa Beatrice - Non ricuserei le vostre grazie, ma non so se la contessa Clarice vorrà venire all'albergo.
Contessa Clarice - Cara contessa Beatrice, queste cose non si dicono nemmeno.
Conte Onofrio - Facciamo una cosa.
Mandate qui, e si cenerà qui da noi.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Questo sarà per voi troppo incomodo.
Conte Onofrio - Niente affatto.
Staremo meglio, e con libertà.
Donna Rosaura - E la signora contessa Clarice ci sarà?
Contessa Beatrice - In casa mia spererei non dicesse di no.
Contessa Clarice - Quando non vi sia soggezione, verrò volentieri.
Conte Onofrio - A tavola non ha da venir altri: siamo anche troppi.
Servitore - Illustrissima, è qui la sua carrozza.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Contessa, a rivederci.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Ricordatevi che vi aspettiamo.
Contessa Clarice - Verrò senz'altro.
Donna Rosaura - Spero di godere anticipatamente le vostre grazie.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Oggi sarò da voi.
(Vi andrò presto, in ora che probabilmente non sarò veduta da alcuna dama) (parte).
SCENA XVI
La contessa BEATRICE, DONNA ROSAURA, il conte LELIO ed il conte ONOFRIO.
Conte Lelio - Questa sera, se la signora Beatrice l'accorda, si potrebbe anche fare una piccola festa di ballo.
Contessa Beatrice - Perché no? Che dite, signora donna Rosaura?
Donna Rosaura - Io mi rimetto.
Conte Onofrio - (Amico, la cera costa cara).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (La signora Rosaura ne ha portato due casse).
Conte Onofrio - Bene, via, faremo la festa da ballo.
Conte Lelio - Signora Contessa, potete per il ballo invitare qualche altra dama.
(a Beatrice)
Conte Onofrio - Per il ballo sì, ma per la cena no.
Contessa Beatrice - Non vorrei mi nascesse qualche altro sconcerto.
Conte Lelio - In casa vostra, potete far ballare chi volete.
Contessa Beatrice - Per la mia cara Rosaura farò di tutto.
Donna Rosaura - Vi sono molto obbligata.
Permettetemi ch'io torni a casa.
Mio marito non si è veduto, e mi aspetterà.
Conte Onofrio - Son qui, vi servirò io.
Donna Rosaura - Riceverò le grazie del signor conte Onofrio.
A rivederci questa sera.
(a Beatrice)
Conte Onofrio - Ehi! Non mi aspettate a pranzo, che non vengo.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - E dove andate?
Conte Onofrio - Resto colla signora donna Rosaura.
Donna Rosaura - Ma non so, se questa mattina vi sarà salvaggiume.
Conte Onofrio - Non importa.
So che avete un bravo cuoco.
Ci sarà qualche buona zuppa.
(parte con Rosaura)
SCENA XVII
La contessa BEATRICE ed il conte LELIO.
Contessa Beatrice - E voi, conte Lelio, potete restare a pranzo con me.
Conte Lelio - Riceverò le vostre grazie.
Contessa Beatrice - Non vi sarà la tavola della signora Rosaura.
Conte Lelio - Vi sarete voi, e tanto basta.
Contessa Beatrice - Che ne dite di quelle due dame?
Conte Lelio - Dico, che vi è più fumo che arrosto.
Contessa Beatrice - Io sono nell'impegno; voglio spuntarla.
Conte Lelio - Se non altro, in grazia della scommessa di cento doppie.
Contessa Beatrice - Ecco qui, subito un rimprovero delle cento doppie.
Conte Lelio - Siamo tra noi.
Contessa Beatrice - Siete incivile.
Non si mortificano le dame così.
Conte Lelio - Ma se nessuno ci sente.
Contessa Beatrice - Vi sento io, e tanto basta.
Conte Lelio - Via, compatitemi.
Andiamo a pranzo.
Contessa Beatrice - Andate al diavolo.
Io non pranzo con gente, che non sa trattar colle dame.
(parte)
Conte Lelio - Ecco, che cosa si avanza colle donne.
Sempre puntigli, sempre puntigli! Per buone, per umili, per discrete, che sieno, sono puntigliosissime.
ATTO II
SCENA I
Camera prima nella locanda, con bauli e robe su' tavolini.
DON FLORINDO, PANTALONE e BRIGHELLA.
Don Florindo - Subito, Brighella, ma subito, subito, senza perder tempo, va alla posta, fa attaccare al mio carrozzino quattro cavalli, e fa che il postiglione venga qui col legno immediatamente.
Brighella - Ma volela partir subito? Senza disnar?
Don Florindo - Non cercar di più, fa quello, che ti ordino, e torna colla risposta.
Brighella - Vado senz'altro.
(Oh che matti! Oh che matti! Qualche volta i troppi bezzi i fa dar volta al cervello).
(parte)
Pantalone - Donca la vol andar via?
Don Florindo - Quando ritorna a casa la mia signora consorte, voglio che trovi il carrozzino pronto, e che ritorni meco a Castellamare.
Pantalone - Ma perché sta resoluzion repentina?
Don Florindo - Non voglio soggiacere a maggiori affronti.
Ne ho sofferti abbastanza.
Pantalone - Ma, la me perdona, l'esser pontiglioso xe proprio delle donne; vorla esser pontiglioso anca ella?
Don Florindo - Il mio risentimento non può chiamarsi puntiglio, mentre, come voi m'insegnate, il puntiglio non è che una pretensione o ridicola, o ingiusta, o eccedente.
Ma io non ho che a dolermi del trattamento che qui ricevo, e voglio assolutamente partire.
Pantalone - Se la se fusse degnada de accettar le mie esibizion, no ghe sarave successo sti inconvenienti.
Don Florindo - Dite bene; quella pazza di mia moglie, col fanatismo della nobiltà in capo, mi vuole esposto agli scherni e alle derisioni.
Pantalone - E ella la xe tanto debole de lassarse guidar da una donna? Da una donna che gh'ha sta sorte de pregiudizi in testa? Da una donna che va cercando el precipizio della so casa?
Don Florindo - Io sono un uomo di bon cuore.
Amo mia moglie, e cerco di compiacerla.
Pantalone - Amar la mugier xe una cossa bona; ma no bisogna amarla a costo della propria rovina.
Un mario che ama troppo la mugier, e che per sto troppo amor, se lassa tor la man, se lassa orbar, el xe a pezo condizion d'un omo perso per una morosa.
Perché della morosa, illuminà che el sia, el se ne pol liberar, ma la mugiera bisogna, co el l'ha segondada a principio, che el la sopporta per necessità; e se la morosa per conservar la grazia dell'amigo qualche volta la cede, la mugier, cognossendo aver dominio sul cuor del mario, la commanda, la vol, la pretende; e el pover'omo xe obbligà a accordarghe per forza quello che troppo facilmente el gh'ha accordà per amor.
Don Florindo - Sentite, signor Pantalone, è vero che amo teneramente mia moglie, come vi ho detto, ma se devo dirvi la verità, non è stato l'amore che ho per lei, che mi abbia unicamente indotto a venir a Palermo.
Pantalone - Xèla vegnua per negozi? La podeva vegnir senza mugier,
Don Florindo - Veramente vi sono venuto più per impegno che per volontà.
Quasi tutti i mercanti del nostro rango, prendendo una moglie ricca, e di buon parentado, come la mia, sono in una specie di obbligo di far un viaggio con essa, di condurla in qualche città capitale, per darle divertimento, e per far quello che fanno gli altri.
Pantalone - Questa xe la più forte rason de tutte.
Per far quel, che fa i altri, andar in malora per complimento, farse burlar per usanza.
Questa xe la rovina dei omeni, questo xe el desordene delle famegie.
Per far quel che fa i altri se se precipita, se se descredita.
A cossa serve le zoggie che costa un tesoro, e che tien morto un capital, che poderave fruttar? Per far quel che fa i altri.
Perché se va in malora? Perché se fallisse? Per far quel che fa i altri.
E per far quel che fa i altri s'ha da far mal? Scusa debole, scusa fiacca, che no fa altro che colorir in ti omeni la mala inclinazion.
Se volè far quel che fa i altri, no gh'aveu tanti esempi de zente che opera ben, de zente savia e prudente? Perché no feu quel che fa questi, e voleu far quel che fa quei altri? Sior Florindo, ve parlo con amor, con libertà da pare, che ve posso esser.
Tolè esempio da i boni, no ve curè de i cattivi.
Perché le critiche dei cattivi le finisse presto con rossor de quei medesimi che le fa, e le lode dei boni le dà credito, le consola, e le stabilisse la quiete dell'omo savio e da ben.
Don Florindo - Voi dite bene, signor Pantalone; ma se sapeste che cosa vuol dire aver una moglie d'intorno, che non s'acquieta mai, forse forse compatireste anche me.
Pantalone - Mi, per grazia del cielo, non ho avù de sta sorte de rompimenti de testa, perché no m'ho mai volesto maridar; ma me par, che se fusse stà maridà, m'averave volesto inzegnar de far a mio modo.
Don Florindo - Ma come avreste fatt
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