LE FEMMINE PUNTIGLIOSE, di Carlo Goldoni - pagina 6
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Conte Ottavio - Vi ha pur fatto dire da suo marito, che abbiate la bontà di trattenervi, se ella tardasse alcun poco a venir a casa.
Contessa Clarice - Queste ambasciate si fanno fare alle serve, non alle dame, che sono al par di lei, e qualche cosa più di lei.
Si vede bene, che i vizi di suo marito le hanno fatto non solo consumare l'entrate, ma perdere ancora la civiltà.
Conte Ottavio - Anche voi vi riscaldate, contessina Clarice?
Contessa Clarice - Mi riscaldo con ragione; e se non avessi licenziato la mia carrozza, me ne anderei assolutamente.
Contessa Eleonora - Venite nella mia, andiamo.
Già io sto poco di qua lontano.
Vi contenterete che smonti al mio palazzo, e vi farete servire a casa.
Contessa Clarice - No, no, vi ringrazio.
Aspetterò ancora un poco.
Conte Ottavio - Sentite una carrozza; sarà quella della contessa Beatrice.
Contessa Clarice - Sarà la mia, sarà la mia.
Conte Ottavio - Or ora ve lo saprò dire.
(parte per assicurarsene, e poi torna)
Contessa Eleonora - Per che causa mai ci ha fatto venir qui stamattina?
Contessa Clarice - Non lo so nemmen io.
Ma suo marito, che è stato a invitarmi, mi ha fatto una gran premura.
Contessa Eleonora - È stato il conte Onofrio a invitarvi?
Contessa Clarice - Egli in persona.
Contessa Eleonora - Ed a me ha mandato il braciere; non so perché abbia a usar questa differenza.
Contessa Clarice - Ha voluto far a me questa finezza.
Contessa Eleonora - Dunque voi restate, ed io partirò.
(in atto di andarsene)
Conte Ottavio - Per dove, signora contessa? (incontrandola)
Contessa Eleonora - Dove mi pare e piace.
Conte Ottavio - Così risoluta?
Contessa Eleonora - Risolutissima; e voi che mi avete accompagnata qui, riaccompagnatemi sino a casa.
Contessa Clarice - Brava! ed io resterò sola come una pazza.
Conte Ottavio - Io non posso dividermi in due.
Contessa Clarice - E bene, di chi era la carrozza? (ad Ottavio)
Conte Ottavio - Non era né la vostra, né quella della contessa Beatrice.
Contessa Clarice - Dunque di chi?
Conte Ottavio - Era della contessa Flaminia.
Contessa Eleonora - E per qual ragione non è smontata?
Contessa Clarice - Sarà stata invitata come noi; non ha trovato la dama in casa, e se ne sarà andata.
Contessa Eleonora - Ha fatto benissimo, andiamo anche noi.
Conte Ottavio - Eppure non è partita per questo.
Contessa Clarice - Dunque perché?
Conte Ottavio - Mentre voleva smontare, ha veduto venire la carrozza della marchesa Ortensia, e per non essere obbligata a salutarla, ha ordinato al suo cocchiere tirar di lungo.
Contessa Eleonora - Se s'incontravano, a chi toccava di loro a salutare l'altra?
Contessa Clarice - Toccava alla marchesa, perché la Contessa era ferma, ed ella andava.
Contessa Eleonora - Ma la marchesa Ortensia è qualche cosa di più della Contessa Flaminia.
Siamo cugine di sangue.
Contessa Clarice - Circa al sangue, la contessa Flaminia non è punto inferiore; è imparentata anche colla mia casa.
Conte Ottavio - Sentite un'altra carrozza.
Contessa Clarice - Sarà la mia, sarà la mia.
Conte Ottavio - Ne domanderò ai servitori.
(parte)
Contessa Eleonora - Se viene la contessa Flaminia vado via subito.
Contessa Clarice - Non siete amiche?
Contessa Eleonora - Non sapete che cosa mi ha fatto?
Contessa Clarice - Non lo so da donna d'onore.
Contessa Eleonora - L'altro giorno, che eravamo alle nozze della baronessa Lucrezia, mi passò dinanzi due volte senza nemmen salutarmi.
Contessa Clarice - Ma per che causa?
Contessa Eleonora - Ve lo dirò io perché.
Ha collera con me, perché nell'ultimo festino che abbiamofatto al casino, io ho ballato dodici minuetti, ed ella solamente otto.
Contessa Clarice - Oh, in quanto a quella pazza,si disgusta con tutte.
Una volta è stata un mese senza guardarmi in viso, perché nel giorno, che ella si è messo un abito nuovo, io ne ho rinnovato uno più bello del suo.
Ecco la contessa Beatrice.
Contessa Eleonora - Eccola, eccola la contessa senza creanza.
Contessa Clarice - Non ne ha mai avuta, e non ne avrà mai.
SCENA XIV
La contessa BEATRICE servita dal conte LELIO, ROSAURA dal conte ONOFRIO, il conte OTTAVIO e dette.
Contessa Beatrice - Vi dimando scusa, se vi ho fatto aspettare.(ad Eleonora ed a Clarice)
Contessa Eleonora - Niente, contessina mia, niente.(a Beatrice)
Contessa Beatrice - In verità, aveva del rammarico per causa vostra.(come sopra)
Contessa Clarice - Voi siete piena di gentilezza; abbiamo aspettato pochissimo.(a Beatrice)
Contessa Eleonora - Chi è questa dama? (a Beatrice accennando Rosaura)
Donna Rosaura - Una vostra umilissima serva.(inchinandosi ad Eleonora)
Contessa Beatrice - Appunto, io desiderava di farla conoscere a voi due, che siete le più compite dame della nostra conversazione.(ad Eleonora ed a Clarice)
Contessa Eleonora - Per parte mia vi sono molto tenuta, dandomi questo vantaggio.
Contessa Clarice - Io pure mi chiamerò fortunata per questo felice incontro.
Contessa Beatrice - Sediamo, se vi contentate.
Chi è là? Da sedere.(i servitori portano le sedie)
Donna Rosaura - (Io non so qual abbia ad essere il mio posto).
(da sé)
Contessa Eleonora - Contessa Beatrice, fateci il piacere, ponete a sedere quella dama vicino a noi.
Contessa Clarice - Ecco il suo posto.
In mezzo.
Contessa Beatrice - Signora donna Rosaura, compiacete quelle due dame.
Donna Rosaura - Per obbedirle, anderò.
(s'incammina, poi siede in mezzo alle due dame suddette)
Contessa Eleonora - (Avete sentito? Le ha detto: signora donna Rosaura; non è titolata).
(a Clarice, piano)
Contessa Clarice - (Non importa, basta che sia nobile).
(ad Eleonora)
Contessa Beatrice - (Dimmi, è stata portata certa cioccolata?).
(ad un Servitore, piano)
Servitore - (Illustrissima sì).
Contessa Beatrice - (Presto corri a farne tre chicchere).
Servitore - (Subito! Già l'acqua è calda).
(parte)
Contessa Beatrice - Conte Ottavio, accomodatevi lì, presso la contessa Clarice.
Conte Ottavio - Obbedisco.
(vuol sedere presso Clarice)
Contessa Eleonora - Si obbediscono volentieri questi dolci comandi.
(con ironia ad Ottavio)
Conte Ottavio - I comandi della contessa Beatrice sono da me in ogni tempo stimati.
Contessa Eleonora - Ma specialmente adesso, che vi fanno sedere vicino a una bella dama.
(accennando Clarice)
Contessa Clarice - Ah, ah; ora vi ho inteso.
Conte Ottavio, questo non è il luogo vostro.
Conte Ottavio - Ma qual è il mio luogo?
Contessa Clarice - Cercatelo; questo assolutamente non è.
Conte Ottavio - Io non credeva di meritarmi di essere discacciato.
(si alza, e parte di là) Sarà più discreta a soffrirmi la Contessa Eleonora.
(va a sedere presso Eleonora)
Contessa Eleonora - Io non servo per ripiego a nessuno (si alza, e gli volta la schiena).
Conte Ottavio - Fermatevi.
Contessa Eleonora - Andate dove siete stato sinora.
Conte Ottavio - Signora contessa Beatrice, in casa vostra decidete voi.
Contessa Beatrice - In casa mia non comando, quando vi sono delle dame, alle quali, per debito e per rispetto, devo cedere tutta l'autorità.
Conte Ottavio - Sicché dunque me ne posso andare.
Conte Onofrio - (Conte Ottavio, sentite una parola.
Frattanto che queste pazze puntigliose taroccano fra di loro, volete venir con me in cucina a mangiar quattro polpette?).
(ad Ottavio, piano)
Conte Ottavio - (Vi ringrazio, per ora non ho appetito).
(ad Onofrio)
Contessa Eleonora - Conte Lelio, venite qui.
Conte Lelio - Dove comanda la contessa Beatrice.
Contessa Beatrice - Sì, sì, sedete presso di lei, ch'io sederò qui vicino a voi.
Conte Ottavio - Posso aver l'onore di sedervi appresso? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - Siete padrone, se queste dame non s'oppongono.
Contessa Eleonora - Oh, siete pur buona! Accettarlo voi, quando lo hanno rifiutato le altre!
Contessa Beatrice - Dice il proverbio, che i bocconi rifiutati sono i migliori.
Contessa Eleonora - Sì, sì, tanto più ch'è un boccone grosso.
Conte Ottavio - E voi siete un bocconcino...
(verso Eleonora)
Contessa Eleonora - Via tacete.
(ad Ottavio con imperio)
Conte Ottavio - Ma se due dame...
Contessa Clarice - Basta così, non dite altro.
(col medesimo tuono)
Conte Ottavio - Contessa Beatrice...
Contessa Beatrice - Via, quando lo dicono, tacete.
Conte Ottavio - (Ecco qui.
Le donne sono tutte puntigli, e noi abbiamo da soffrire senza parlare).
(da sé)
Conte Onofrio - Io sederò presso di voi, se vi contentate.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Mi fate onore.
Contessa Eleonora - Contessa Beatrice, favorite dirci, chi è questa dama.
Contessa Beatrice - È una signora di Castellamare.
Contessa Eleonora - (guardando Clarice) Ehi, di Castellamare!
Contessa Clarice - (guardando Eleonora) Castellana!
Conte Lelio - (Principiano ad arruffare il naso).
(piano a Beatrice)
Conte Ottavio - (Contessa, siete in un brutto impegno).
(piano a Beatrice)
Contessa Beatrice - La nostra signora donna Rosaura, è piena di merito.
Oltre le ricchezze non ordinarie della sua casa, possiede poi molto spirito, e molta virtù.
Contessa Eleonora - È ricca? Me ne rallegro.
(deridendola)
Contessa Clarice - È virtuosa? Brava.
(fa lo stesso)
Donna Rosaura - Io non sono né ricca, né virtuosa; ma quello di cui mi pregio, è di essere vostra umilissima serva.
Contessa Eleonora - Obbligatissima, ah, ah, ah.
(ride, guardando Clarice)
Contessa Clarice - La ringrazio, ah, ah, ah.
(ride, guardando Eleonora)
Donna Rosaura - (Come! Mi deridono? E la contessa Beatrice non parla?) (da sé)
Conte Lelio - (Prevedo, che voglia nascere qualche brutta scena).
(piano a Beatrice)
Conte Ottavio - (Le avete scelte dal mazzo queste due signore).
(piano alla detta.
Servitori con tre cioccolate)
Contessa Beatrice - Ecco la cioccolata per chi non l'ha bevuta.
Noi l'abbiamo presa.
(i servitori la portano ad Eleonora)
Contessa Eleonora - Non ne voglio.
(i servitori la presentano a Clarice)
Contessa Clarice - L'ho bevuta.
Conte Onofrio - Non la volete? La beverò io.
(ne prende una chicchera.
Servitore va da Ottavio)
Conte Ottavio - Obbligato.
L'ho presa.
Contessa Beatrice - Questa signora ha molta stima per le dame palermitane, ed è venuta apposta a Palermo per conoscerne alcuna delle più cortesi, e poter poi rappresentare al di lei paese con quanta urbanità e pulitezza si trattino da noi le persone di merito come lei.
Donna Rosaura - La signora contessa Beatrice mi fa troppo onore.
Conte Lelio - Infatti presso le persone del secondo ordine passa la nostra nobiltà per austera e troppo sostenuta; non è mal fatto disingannare chi pensa malamente di noi, e dobbiamo ringraziare la signora donna Rosaura, che ci abbia offerta l'occasione di far conoscere al mondo che sappiamo distinguere il merito in ogni rango e in ogni carattere.
Donna Rosaura - Sentimenti propri d'un cavalier generoso.
Conte Ottavio - Mi pare che il signor don Florindo abbia tralasciato di negoziare.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Sì signore.
Sono più di tre mesi.
Conte Onofrio - E poi, una bella donna si ammette per tutto.
Contessa Clarice - Quel giovine, guardate se è venuta la mia carrozza.
(ad un servitore, e s'alza)
Contessa Eleonora - Contessa, è tardi, bisogna ch'io vada.
(a Beatrice, e tutti s'alzano)
Donna Rosaura - (Ho inteso.
Queste dame non mi vogliono; ma la contessa Beatrice me ne renderà conto).
(da sé)
Contessa Beatrice - (Cara amica, vi prego, fatemi questa finezza, dissimulate qualche poco.
Soffrite per amor mio.
Se sapeste in qual impegno mi trovo, mi compatireste).
(va vicino a Clarice, e le parla piano)
Contessa Clarice - (Vi pare una cosa ben fatta? Mettermi a sedere vicino ad una mercantessa?) (a Beatrice, piano)
Conte Lelio - (Cara signora contessa non fate questo dispiacere alla contessa Beatrice, non le fate un affronto di questa sorta).
(ad Eleonora, piano)
Contessa Eleonora - (L'affronto l'ha fatto a me, invitandomi a questa bella conversazione).
(a Lelio, piano)
Contessa Beatrice - (È una giovane propria e civile, mi è stata raccomandata da un ministro della corte.
Ella ha dell'altissime protezioni.
Credetemi, che questa cosa vuol esser la mia rovina).
(a Clarice, piano)
Contessa Clarice - (Se fossi sola, non m'importerebbe, ma ho riguardo per la contessa Eleonora.
La conoscete; sapete chi è.
Una ciarliera, che lo direbbe per tutto.
Fate ch'ella se ne vada, e vedrete se le farò delle cortesie).
(piano a Beatrice)
Conte Lelio - (Finalmente non è una plebea; è una signora ricca, onesta, e civile; possibile che abbiate cuore di mortificarla così?).
(piano ad Eleonora).
Contessa Eleonora - (A casa mia, o a casa sua non averei difficoltà di trattarla, ma qui dove vi sono due altre dame, guardimi il Cielo).
(piano a Lelio).
Servitore - Illustrissima, la carrozza non è venuta.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Grand'asino quel cocchiere! Non la finisce mai.
Contessa Eleonora, se volete andare, non restate per me, ch'io aspetterò la carrozza.
(Servitore via)
Contessa Eleonora - Dunque anderò io.
Amica, compatitemi, non posso più trattenermi.
(a Beatrice) Signora Rosaura, vi riverisco.
(sostenuta)
Donna Rosaura - Serva sua.
(mortificata)
Contessa Eleonora - (Povera ragazza, mi fa compassione).
(a Lelio)
Conte Lelio - (Volete, che andiamo a casa sua a consolarla?).
Contessa Eleonora - (Se credessi che non si sapesse, lo farei volentieri).
Conte Lelio - (Oggi ci parleremo).
(ad Eleonora)
Contessa Eleonora - Conte Ottavio, andiamo.
(gli dà la mano)
Conte Ottavio - Sono a' vostri comandi.
Vedete, se anche voi, vi degnate del boccon rifiutato? (ad Eleonora, dandole mano)
Contessa Eleonora - Signor no, non mi degno.
Non ho bisogno di voi.
(parte scacciando da sé Ottavio)
Conte Ottavio - Che maladetti puntigli! Non si sa come vivere, non si sa nemmeno come parlare.
Tutto prendono in mala parte; tutto le mette in ardenza.
Pur troppo è vero: i puntigli delle donne fanno impazzire i poveri uomini (parte).
SCENA XV
La contessa BEATRICE, la contessa CLARICE, DONNA ROSAURA,
il conte ONOFRIO e il conte LELIO.
Donna Rosaura - La carrozza della signora contessa Clarice non è ancor venuta, onde per non farla maggiormente arrossire colla mia conversazione, anderò via, se mi date licenza.
(a Beatrice)
Contessa Clarice - Oh cara donna Rosaura, che dite? Voi avete preso in sinistra parte le mie parole.
Godo infinitamente della vostra conversazione, e mi rincresce che l'ora è tarda; che per altro vi pregherei lasciarvi servire nella mia carrozza, e vi condurrei per Palermo senza alcuna difficoltà.
(Il dirlo non mi costa niente).
(da sé)
Donna Rosaura - Mi sorprende questa vostra inaspettata dichiarazione, la quale non corrisponde certamente al trattamento che ho ricevuto sinora da voi e dalla contessa Eleonora.
Contessa Clarice - Oh, in quanto a quella pazza di Eleonora, non occorre abbadarvi.
Ella è sempre così.
Anzi mi sarò burlata delle sue caricature, e voi avrete creduto, ch'io ridessi di voi.
Me ne dispiace infinitamente.
Conte Lelio - (Che femmine accorte! Che femmine maliziose!).
(da sé)
Contessa Clarice - (Che dite amica, vi do piacere?).
(piano a Beatrice)
Contessa Beatrice - (Vi sarò eternamente obbligata).
Posso assicurarvi, signora donna Rosaura, che la contessa Clarice è piena di buon cuore, e non è né superba, né puntigliosa.
Contessa Clarice - Guardimi il Cielo! Voglio bene a tutti.
Tratto bene con tutti, e non fo male creanze a nessuno.
Anzi, per farvi vedere che fo stima di voi, oggi verrò a visitarvi (a Rosaura).
Donna Rosaura - Sarò infinitamente obbligata alle vostre finezze.
Contessa Beatrice - (Cara amica, quanto vi sono tenuta).
(piano a Clarice)
Contessa Clarice - (Lo fo unicamente per voi).
(piano a Beatrice)
Conte Onofrio - Ditemi, fate mai venir del salvaggiume dal vostro paese? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Sì signore; spessissimo.
Anzi ieri sera mi hanno mandato delle starne.
Conte Onofrio - Oh buone!
Donna Rosaura - Due fagiani.
Conte Onofrio - Oh cari!
Donna Rosaura - E due cotorni.
Conte Onofrio - Oh vita mia!
Donna Rosaura - Se volete venir questa sera a favorirmi, li mangeremo insieme.
Conte Onofrio - Sì, vengo, vengo.
Quando si tratta di salvaggiume, non mi fo pregare.
Donna Rosaura - Se queste dame si degnassero, lo riceverei per onore.
Contessa Beatrice - Non ricuserei le vostre grazie, ma non so se la contessa Clarice vorrà venire all'albergo.
Contessa Clarice - Cara contessa Beatrice, queste cose non si dicono nemmeno.
Conte Onofrio - Facciamo una cosa.
Mandate qui, e si cenerà qui da noi.
(a Rosaura)
Donna Rosaura - Questo sarà per voi troppo incomodo.
Conte Onofrio - Niente affatto.
Staremo meglio, e con libertà.
Donna Rosaura - E la signora contessa Clarice ci sarà?
Contessa Beatrice - In casa mia spererei non dicesse di no.
Contessa Clarice - Quando non vi sia soggezione, verrò volentieri.
Conte Onofrio - A tavola non ha da venir altri: siamo anche troppi.
Servitore - Illustrissima, è qui la sua carrozza.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Contessa, a rivederci.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - Ricordatevi che vi aspettiamo.
Contessa Clarice - Verrò senz'altro.
Donna Rosaura - Spero di godere anticipatamente le vostre grazie.
(a Clarice)
Contessa Clarice - Oggi sarò da voi.
(Vi andrò presto, in ora che probabilmente non sarò veduta da alcuna dama) (parte).
SCENA XVI
La contessa BEATRICE, DONNA ROSAURA, il conte LELIO ed il conte ONOFRIO.
Conte Lelio - Questa sera, se la signora Beatrice l'accorda, si potrebbe anche fare una piccola festa di ballo.
Contessa Beatrice - Perché no? Che dite, signora donna Rosaura?
Donna Rosaura - Io mi rimetto.
Conte Onofrio - (Amico, la cera costa cara).
(piano a Lelio)
Conte Lelio - (La signora Rosaura ne ha portato due casse).
Conte Onofrio - Bene, via, faremo la festa da ballo.
Conte Lelio - Signora Contessa, potete per il ballo invitare qualche altra dama.
(a Beatrice)
Conte Onofrio - Per il ballo sì, ma per la cena no.
Contessa Beatrice - Non vorrei mi nascesse qualche altro sconcerto.
Conte Lelio - In casa vostra, potete far ballare chi volete.
Contessa Beatrice - Per la mia cara Rosaura farò di tutto.
Donna Rosaura - Vi sono molto obbligata.
Permettetemi ch'io torni a casa.
Mio marito non si è veduto, e mi aspetterà.
Conte Onofrio - Son qui, vi servirò io.
Donna Rosaura - Riceverò le grazie del signor conte Onofrio.
A rivederci questa sera.
(a Beatrice)
Conte Onofrio - Ehi! Non mi aspettate a pranzo, che non vengo.
(a Beatrice)
Contessa Beatrice - E dove andate?
Conte Onofrio - Resto colla signora donna Rosaura.
Donna Rosaura - Ma non so, se questa mattina vi sarà salvaggiume.
Conte Onofrio - Non importa.
So che avete un bravo cuoco.
Ci sarà qualche buona zuppa.
(parte con Rosaura)
SCENA XVII
La contessa BEATRICE ed il conte LELIO.
Contessa Beatrice - E voi, conte Lelio, potete restare a pranzo con me.
Conte Lelio - Riceverò le vostre grazie.
Contessa Beatrice - Non vi sarà la tavola della signora Rosaura.
Conte Lelio - Vi sarete voi, e tanto basta.
Contessa Beatrice - Che ne dite di quelle due dame?
Conte Lelio - Dico, che vi è più fumo che arrosto.
Contessa Beatrice - Io sono nell'impegno; voglio spuntarla.
Conte Lelio - Se non altro, in grazia della scommessa di cento doppie.
Contessa Beatrice - Ecco qui, subito un rimprovero delle cento doppie.
Conte Lelio - Siamo tra noi.
Contessa Beatrice - Siete incivile.
Non si mortificano le dame così.
Conte Lelio - Ma se nessuno ci sente.
Contessa Beatrice - Vi sento io, e tanto basta.
Conte Lelio - Via, compatitemi.
Andiamo a pranzo.
Contessa Beatrice - Andate al diavolo.
Io non pranzo con gente, che non sa trattar colle dame.
(parte)
Conte Lelio - Ecco, che cosa si avanza colle donne.
Sempre puntigli, sempre puntigli! Per buone, per umili, per discrete, che sieno, sono puntigliosissime.
ATTO II
SCENA I
Camera prima nella locanda, con bauli e robe su' tavolini.
DON FLORINDO, PANTALONE e BRIGHELLA.
Don Florindo - Subito, Brighella, ma subito, subito, senza perder tempo, va alla posta, fa attaccare al mio carrozzino quattro cavalli, e fa che il postiglione venga qui col legno immediatamente.
Brighella - Ma volela partir subito? Senza disnar?
Don Florindo - Non cercar di più, fa quello, che ti ordino, e torna colla risposta.
Brighella - Vado senz'altro.
(Oh che matti! Oh che matti! Qualche volta i troppi bezzi i fa dar volta al cervello).
(parte)
Pantalone - Donca la vol andar via?
Don Florindo - Quando ritorna a casa la mia signora consorte, voglio che trovi il carrozzino pronto, e che ritorni meco a Castellamare.
Pantalone - Ma perché sta resoluzion repentina?
Don Florindo - Non voglio soggiacere a maggiori affronti.
Ne ho sofferti abbastanza.
Pantalone - Ma, la me perdona, l'esser pontiglioso xe proprio delle donne; vorla esser pontiglioso anca ella?
Don Florindo - Il mio risentimento non può chiamarsi puntiglio, mentre, come voi m'insegnate, il puntiglio non è che una pretensione o ridicola, o ingiusta, o eccedente.
Ma io non ho che a dolermi del trattamento che qui ricevo, e voglio assolutamente partire.
Pantalone - Se la se fusse degnada de accettar le mie esibizion, no ghe sarave successo sti inconvenienti.
Don Florindo - Dite bene; quella pazza di mia moglie, col fanatismo della nobiltà in capo, mi vuole esposto agli scherni e alle derisioni.
Pantalone - E ella la xe tanto debole de lassarse guidar da una donna? Da una donna che gh'ha sta sorte de pregiudizi in testa? Da una donna che va cercando el precipizio della so casa?
Don Florindo - Io sono un uomo di bon cuore.
Amo mia moglie, e cerco di compiacerla.
Pantalone - Amar la mugier xe una cossa bona; ma no bisogna amarla a costo della propria rovina.
Un mario che ama troppo la mugier, e che per sto troppo amor, se lassa tor la man, se lassa orbar, el xe a pezo condizion d'un omo perso per una morosa.
Perché della morosa, illuminà che el sia, el se ne pol liberar, ma la mugiera bisogna, co el l'ha segondada a principio, che el la sopporta per necessità; e se la morosa per conservar la grazia dell'amigo qualche volta la cede, la mugier, cognossendo aver dominio sul cuor del mario, la commanda, la vol, la pretende; e el pover'omo xe obbligà a accordarghe per forza quello che troppo facilmente el gh'ha accordà per amor.
Don Florindo - Sentite, signor Pantalone, è vero che amo teneramente mia moglie, come vi ho detto, ma se devo dirvi la verità, non è stato l'amore che ho per lei, che mi abbia unicamente indotto a venir a Palermo.
Pantalone - Xèla vegnua per negozi? La podeva vegnir senza mugier,
Don Florindo - Veramente vi sono venuto più per impegno che per volontà.
Quasi tutti i mercanti del nostro rango, prendendo una moglie ricca, e di buon parentado, come la mia, sono in una specie di obbligo di far un viaggio con essa, di condurla in qualche città capitale, per darle divertimento, e per far quello che fanno gli altri.
Pantalone - Questa xe la più forte rason de tutte.
Per far quel, che fa i altri, andar in malora per complimento, farse burlar per usanza.
Questa xe la rovina dei omeni, questo xe el desordene delle famegie.
Per far quel che fa i altri se se precipita, se se descredita.
A cossa serve le zoggie che costa un tesoro, e che tien morto un capital, che poderave fruttar? Per far quel che fa i altri.
Perché se va in malora? Perché se fallisse? Per far quel che fa i altri.
E per far quel che fa i altri s'ha da far mal? Scusa debole, scusa fiacca, che no fa altro che colorir in ti omeni la mala inclinazion.
Se volè far quel che fa i altri, no gh'aveu tanti esempi de zente che opera ben, de zente savia e prudente? Perché no feu quel che fa questi, e voleu far quel che fa quei altri? Sior Florindo, ve parlo con amor, con libertà da pare, che ve posso esser.
Tolè esempio da i boni, no ve curè de i cattivi.
Perché le critiche dei cattivi le finisse presto con rossor de quei medesimi che le fa, e le lode dei boni le dà credito, le consola, e le stabilisse la quiete dell'omo savio e da ben.
Don Florindo - Voi dite bene, signor Pantalone; ma se sapeste che cosa vuol dire aver una moglie d'intorno, che non s'acquieta mai, forse forse compatireste anche me.
Pantalone - Mi, per grazia del cielo, non ho avù de sta sorte de rompimenti de testa, perché no m'ho mai volesto maridar; ma me par, che se fusse stà maridà, m'averave volesto inzegnar de far a mio modo.
Don Florindo - Ma come avreste fatto?
Pantalone - Con una somma facilità, senza andar in colera.
Don Florindo - Per amor del Cielo, ditemi come avreste fatto?
Pantalone - L'averia lassada dir, senza responderghe e senza abbadarghe.
Don Florindo - E se tutto il giorno vi fosse stata intorno a tormentarvi?
Pantalone - Averia procurà de star con ella manco che fosse pussibile; saria stà in tel mio mezzà, a tender ai mi negozi.
Don Florindo - E se a tavola non avesse fatto altro che rimproverarvi?
Pantalone - Quattro bocconi in pressa, e via.
Don Florindo - E se a letto non vi avesse lasciato dormire, per tenzonare e gridare?
Pantalone - Saria andà a dormir in t'un'altra camera.
Don Florindo - E se vi fosse venuta dietro per tutto a strillare, a mortificarvi?
Pantalone - L'averia bastonada.
(con impazienza)
Don Florindo - Bastonare una donna civile?
Pantalone - Bastonarla in una camera serrada, che nissun savesse gnente, per salvar el decoro; ma bastonarla.
Don Florindo - E poi?
Pantalone - E po la sarave vegnua via umile umile come un agneletto.
Don Florindo - Dunque mi consigliereste bastonare mia moglie?
Pantalone - No digo sta cossa.
No son capace de darghe sta sorte de conseggi.
Ma una cossa ghe avverto, e po vago via.
Le donne le xe come la pasta da far el pan, o troppo tenera, o troppo dura, o bazzotta.
Co l'è troppo tenera, bisogna manizarla con delicatezza, e metterghe della farina per ridurla a podersene servir.
Co l'è bazzotta, ognun xe capace de domarla; ma co la xe dura, ghe vol la gramola, e boni brazzi per gramolar.
Sior don Florindo, a bon reverirla (parte).
SCENA II
DON FLORINDO, poi ARLECCHINO.
Don Florindo - Veramente il signor Pantalone dice bene.
Son uomo, sono marito, tocca a me a comandare.
Mia moglie dovrà principiar da oggi a fare a modo mio.
Saprò farmi obbedire, saprò farmi stimare.
Non dico di bastonarla, perché ella forse bastonerebbe me; ma troverò il modo di ridurla, senza strepito e senza violenza.
Ehi, moro, dove sei?
Arlecchino - Comandar, patron.
Don Florindo - Hai finito di spazzare i miei panni? Sono all'ordine per riporli?
Arlecchino - Mi aver fatto tutto.
Don Florindo - Presto dunque, riponi ogni cosa in quei bauli, che or ora abbiamo a partire.
Arlecchino - Come! Partir avanti magnar?
Don Florindo - Si mangerà per viaggio.
Arlecchino - Ah patron, se mi andar viaggio senza magnar, cascar morto in mezzo de strada.
Don Florindo - Via, mangerai qualche cosa prima di partire.
Sbrigati, e termina que' bauli.
Arlecchino - Dove star maledetto Brighella?
Don Florindo - Brighella è andato fuori di casa d'ordine mio.
Arlecchino - E mi far tutto? Ma se mi fadigar come aseno, seguro voler magnar come porco, patron.
(va, e torna con un abito da uomo)
Don Florindo - Oh, come vuol arrivar nuova a mia moglie questa mia risoluzione!
Arlecchino - Patron, sentir carrozza; vegnir patrona.
(con l'abito)
Don Florindo - Presto, presto, termina il baule; e s'ella t'ordinasse diversamente, seguita a fare il fatto tuo.
Dille ch'io te l'ho comandato, che sei in necessità d'obbedirmi, e avverti bene, che se non eseguirai i miei ordini, ti caricherò ben bene di bastonate.
Arlecchino - Per so grazia, no per mio merito.
Don Florindo - Voglio terminar di vestirmi, per esser pronto a partire.
(parte)
Arlecchino - (mette l'abito nel baule, se ne va a prendere un altro da donna, e mentre va per riporlo, incontra quelli che vengono)
SCENA III
DONNA ROSAURA, il conte ONOFRIO e detto.
Donna Rosaura - Che cosa fai? (ad Arlecchino)
Arlecchino - Metter in baula.
Donna Rosaura - Ma perché?
Arlecchino - Patron commandar.
Donna Rosaura - Non istanno bene gli abiti nel guardaroba?
Arlecchino - No star ben roba Palermo, se patron andar per viazo.
Donna Rosaura - Come? Il padrone in viaggio?
Arlecchino - Andar Castellamar subito senza disnar.
Conte Onofrio - (Oh questa ci vorrebbe!).
(da sé)
Donna Rosaura - E se egli vuoi andarsene, per che causa ha da portar seco la roba mia?
Arlecchino - Andar patron, andar patrona, e anca povera moretta senza disnar.
Conte Onofrio - (Peggio).
(da sé)
Donna Rosaura - È impazzito mio marito?
Arlecchino - No saver altro: mi metter in baula.
Donna Rosaura - Porta via quell'abito; ponilo dov'era.
Arlecchino - Oh, no poder.
Donna Rosaura - Portalo, dico, che è roba mia.
Arlecchino - No certo, mi no lassar.
Donna Rosaura - Se non lo porti, l'avrai a far meco.
Arlecchino - Se no metter baula, aver da far con patrugna.
Donna Rosaura - O portalo dov'era, o con questo bastone te lo farò portar io.
(prende il bastone di mano al Conte)
SCENA IV
FLORINDO con bastone e detti.
Don Florindo - O metti quell'abito nel baule, o ti rompo le braccia.
(ad Arlecchino)
Arlecchino - (Star fresca, star fresca) (da sé)
Donna Rosaura - Che intenzione avete, signor consorte?
Don Florindo - Che andiamo immediatamente a casa nostra.
Conte Onofrio - Senza desinare?
Donna Rosaura - Come? Perché?
Don Florindo - Or ora verrà il postiglione col carrozzino attaccato.
Donna Rosaura - L'ho da saper ancor io.
Porta via quell'abito.
(ad Arlecchino minacciandolo)
Don Florindo - Lascia lì quell'abito.
(al medesimo minacciandolo)
Donna Rosaura - E perché vorreste fare una simile bestialità?
Don Florindo - Perché degli affronti ne ho ricevuti abbastanza.
Donna Rosaura - Niente per altro? Porta l'abito nel guardaroba.
(ad Arlecchino come sopra)
Don Florindo - Metti l'abito nel baule.
(al medesimo, come sopra)
Arlecchino - (Star fresco, star fresco).
(da sé con paura)
Conte Onofrio - Amico, queste risoluzioni repentine sono per lo più sconsigliate, e importune.
Pensateci un poco.
Fate una cosa; desinate, e frattanto avrete luogo a riflettere.
(a Florindo)
Don Florindo - Vi ho pensato tanto che basta.
E voi, signor conte Onofrio, in questo non ci avete da entrare.
Conte Onofrio - C'entro, perché siete mio buon amico.
Don Florindo - Se foste mio amico, non mi avreste piantato qui come un villano, obbligandomi a venire a piedi, quando voi andavate in carrozza.
Donna Rosaura - Veramente mio marito non dice male, e se non avessi avuto riguardo alla contessa Beatrice, non sarei nemmen io venuta nella vostra carrozza.
Don Florindo - Ho piacere che ancor voi comprendiate la verità.
(a Rosaura) Metti quell'abito nel baule.
(ad Arlecchino come sopra)
Donna Rosaura - Lascia stare.
Portalo nel guardaroba.
(al medesimo, come sopra)
Conte Onofrio - Io resto stordito di questa cosa.
Non ci ho abbadato.
Se mi dicevate qualche cosa, vi dava volentieri il mio posto, ed io sarei restato qui ad aspettarvi, e mi sarei divertito col vostro cuoco.
Donna Rosaura - Sentite? Non l'ha fatto a malizia, non l'ha fatto per disprezzo, ma con inavvertenza.
Vi domanda scusa, che cosa volete di più? (a don Florindo) Moro, va via con quell'abito.
(ad Arlecchino)
Don Florindo - Fermati.
(ad Arlecchino) Ma che abbiamo da fare in Palermo? Che cosa possiamo sperare da queste dame?
Donna Rosaura - Oh, se sapeste, marito mio, quante cortesie ho ricevute, voi stupireste.
Non è vero, conte Onofrio?
Conte Onofrio - Verissimo.
Donna Rosaura - Vi era la contessa Eleonora: che galante dama! Vi era la contessa Clarice: che dama compita! Mi hanno fatto tante finezze; mi hanno fatto sedere in mezzo di loro, non si saziavano di lodarmi.
Oggi verranno a farmi visita.
Stassera verranno tutte alla festa di ballo della contessa Beatrice, staranno colà a cena, e noi balleremo e ceneremo con tutte le dame.
Conte Onofrio - E voi ci manderete il vostro salvaggiume e il vostro cuoco.
(a Florindo)
Donna Rosaura - (Tutto voglio che mandiate; tutto, anco la cera per il festino).
(piano a Florindo)
Don Florindo - Ma come tutto in una volta queste dame si sono mutate?
Donna Rosaura - Basta che una dia principio, tutte le altre corrono dietro.
Siamo obbligati alla contessa Beatrice.
Arlecchino - Porto, o metto? (a Florindo, e Rosaura)
Donna Rosaura - Vanne.
Don Florindo - Fermati.
Conte Onofrio - Se sapeste quanto ho operato per voi! Basta, ne parleremo con comodo.
Non andate ancora a desinare?
Donna Rosaura - Il conte Onofrio oggi favorisce di pranzar con noi.
Don Florindo - Mi rincresce che, per la risoluzione di partire, non ho fatto preparar nulla.
Conte Onofrio - Oh! Cosa avete fatto? Dov'è il cuoco? (a Florindo)
Don Florindo - Sarà in cucina.
Conte Onofrio - Presto, presto; cuoco, dove siete? Cuoco.
Animo: legne, carbone, in quattro salti facciamo tutto.
(parte)
Don Florindo - Presto, al cameriere che trovi il bisogno.
(parte)
Donna Rosaura - Presto, la padrona di casa, che dia fuori la biancheria.
(parte)
SCENA V
ARLECCHINO, poi BRIGHELLA.
Arlecchino - Oh, questa star bella.
Cossa mo aver da far? Se star qua, no magnar; se metter robba in baula, patrona bastonar; se portar guardaroba, patron romper brazza.
Mi star imbroiada, come pulesa in perucca tegnosa.
Brighella - Dov'è el padron?
Arlecchino - Brighella, star vegnuda a tempo.
Brighella - Cossa voler?
Arlecchino - Tegnir abita.
(gli dà l'abito)
Brighella - Cossa aver da far?
Arlecchino - Quel che ti voler.
Cussì mi no metter, mi no portar: né patron, né patrona mi bastonar.
(parte)
Brighella - Costù l'è un gran matto.
Vado a avvisar el patron, che el carrozzin l'è pronto.
(parte)
SCENA VI
Camera d'udienza nell'appartamento di don Florindo.
DONNA ROSAURA sola.
Manco male, che mi è riuscito di acquietar mio marito.
L'aveva fatta la risoluzione, e s'io non arrivava in tempo, trovava i bauli sul carrozzino.
Per obbligarlo a restare, non è stato mal fatto, ch'io gli abbia dipinto diversamente il trattamento delle due dame.
Veramente mi hanno fatto ingoiare qualche boccone amaro; ma spero che si cangeranno, e quelle buone grazie che non mi hanno usato stamane, spero che le otterrò questa sera.
Con le buone maniere, con le parole rispettose e obbliganti, e coi buoni offici della contessa Beatrice, spero d'ottener l'intento.
Mi basta una sol volta poter dire di essere stata in una conversazione numerosa di dame, accolta, trattata e ammessa indistintamente con esse.
Dopo ciò, me ne vado immediatamente alla patria; ma per conseguir un tale onore, farei qualunque gran sacrifizio.
SCENA VII
BRIGHELLA e detta.
Brighella - Lustrissima.
Gh'è la siora contessa Clarice in carrozza, che la manda l'imbassada per vegnirla a reverir, se la se contenta.
Donna Rosaura - È padrona.
Chi ha mandato?
Brighella - El braccier.
Donna Rosaura - Digli ch'è padrona, e poi torna qui.
Brighella - A Castellamar donca no se va più?
Donna Rosaura - No, non si va per ora.
Brighella - Se la sentisse, cossa che dise el postiglion.
Donna Rosaura - Bene, che cosa dice?
Brighella - El dise robba del diavolo.
El canta de musica come un sopran; (e mi sotto ghe fazzo el basso).
(da sé; parte, poi torna)
Donna Rosaura - Si vede che la contessa Clarice fa stima di me; manda a farmi l'ambasciata per il bracciere, e non per lo staffiere.
Brighella - (torna) Ghe l'ho dito.
Donna Rosaura - Presto, prepara le seggiole.
Brighella - Subito.
(tira innanzi due seggiole della camera)
Donna Rosaura - No, no, va in sala, prendi una sedia grande coi bracciuoli.
Brighella - La servo.
(va, e torna con un seggiolone antico e pesante)
Donna Rosaura - Ho imparato come si fa.
Non mi fo più burlare.
Brighella - Eccola qua, la pesa che l'ammazza.
Donna Rosaura - Metti lì.
(gli addita il luogo)
Brighella - Dove? Qua?
Donna Rosaura - No, un poco più là.
Brighella - Qua, come el trono.
Donna Rosaura - E qui la mia.
(in distanza dell'altra)
Brighella - E qua la sua.
Donna Rosaura - Vanne, vanne, che vien la contessa.
Alza la portiera.
Brighella - (Figureve cossa che l'ha da far al so paese.
L'ha da far inmattir tutta la servitù).
(da sé, parte)
Donna Rosaura - Voglio incontrarla sulla porta.
SCENA VIII
CLARICE e ROSAURA, poi BRIGHELLA.
Contessa Clarice - Riverisco la signora donna Rosaura.
Donna Rosaura - Serva della signora contessa.
Contessa Clarice - Vedete se vi voglio bene, se vi sono venuta a vedere?
Donna Rosaura - Onor ch'io non merito; grazia ch'io ricevo col più rispettoso sentimento del cuore.
Contessa Clarice - Avete desinato?
Donna Rosaura - Signora no, non ho desinato.
Ho bevuto la cioccolata, e mi riserbo a cenar questa sera dalla contessa Beatrice.
Vi supplico accomodarvi.
Contessa Clarice - Perché mi volete mettere in sedia d'appoggio? Questa è sufficiente.
(accenna l'altra, che Rosaura teneva per sé)
Donna Rosaura - Di grazia fatemi quest'onore.
Quella è la vostra sedia, e quello è il vostro luogo.
Contessa Clarice - Ma se non m'importa.
Donna Rosaura - Ma se vi prego di questa grazia.
Contessa Clarice - (Che ridicola affettazione!).
(da sé) Per compiacervi, sederò dove volete.
(si prova a mettersi a sedere, ma col guardinfante non v'entra a cagion de' bracci del seggiolone) Signora donna Rosaura, non sono in grado di ricevere le vostre finezze.
Donna Rosaura - Perché, signora contessa?
Contessa Clarice - Non vedete? I bracci di questa sedia son tanto stretti, che il guardinfante non ci capisce.
Donna Rosaura - (È vero; non so trovare il ripiego).
(da sé) Mi dispiace che in questo appartamento non vi sono altre sedie distinte.
Contessa Clarice - Eh, a me non m'importa niente.
Vi dico che sederò qui.
(va a sedere sulla sedia, ch'era per Rosaura)
Donna Rosaura - Siete padrona di servirvi come v'aggrada.
Ehi? (chiama)
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Senti.
Con vostra licenza.
(a Clarice; poi parla nell'orecchio a Brighella)
Brighella - Lustrissima sì.
(parte, e poi torna)
Contessa Clarice - E voi, signora, non sedete?
Donna Rosaura - Or ora sederò, se mi date licenza.
Brighella - (viene con un piccolo panchettino, su cui Rosaura siede)
Contessa Clarice - (Oh che freddure, oh che caricature!).
(da sé)
Brighella - (E viva i matti!).
(parte, poi torna)
Contessa Clarice - Nel vostro paese, che è porto di mare, e porto mercantile, vi saranno delle stoffe d'oro magnifiche e di buon gusto.
Donna Rosaura - Qualche volta ne vengono delle superbe.
Ultimamente ne ho presi tre tagli per far tre abiti, che mi lusingo sieno qualche cosa di particolare.
Contessa Clarice - Li avete portati con voi?
Donna Rosaura - Sì signora, con idea di farmi far gli abiti da un sartore palermitano.
Contessa Clarice - Mi fareste il piacere di lasciarmi vedere queste stoffe?
Donna Rosaura - Subito vi servo.
Ehi? (chiama)
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Osserva in guardaroba, che vi sono quelle tre pezze di stoffa d'oro; portale qui, e portaci un picciolo tavolino.
Brighella - La servo subito.
(Sta' a veder, che la lustrissima vol far botteghetta).
(da sé) Volela anche el brazzolar?
Donna Rosaura - Animo, sbrigati.
Brighella - (La vorrà guadagnar el viazo).
(parte, poi torna)
Contessa Clarice - Mi dispiace darvi quest'incomodo.
Donna Rosaura - È onor mio il potervi servire.
Contessa Clarice - Vi prego d'una grazia; se vedete la contessa Eleonora, non le dite nulla ch'io sia stata qui da voi.
Donna Rosaura - Sarete obbedita.
Ma per qual motivo non volete che mi glori d'aver ricevuto le vostre grazie?
Contessa Clarice - Se sapesse ch'io son venuta da voi senza dirlo a lei, lo avrebbe per male.
Donna Rosaura - È puntigliosa?
Contessa Clarice - E come! Basta dire che un'altra volta si è disgustata con me per essermi vestita da estate, senza averla avvisata.
Brighella - (col tavolino, e le tre pezze di stoffa; poi parte)
Donna Rosaura - Ecco quanto ho portato meco in tal proposito.
Contessa Clarice - Questa è vaga, ma poco ricca.
Donna Rosaura - Riesce meno pesante.
Contessa Clarice - Questo è un colore che non mi piace.
Donna Rosaura - È colore moderno.
Contessa Clarice - Oh, questa poi mi piace infinitamente.
Donna Rosaura - Veramente non può negarsi che non sia di buon gusto.
Contessa Clarice - Quante braccia sono?
Donna Rosaura - Ventiquattro.
Contessa Clarice - Il bisogno per un andrienne.
Ditemi, ve ne privereste?
Donna Rosaura - Veramente l'ho provveduta per mio uso; ma quando si tratta di servire la signora contessa, non ho difficoltà di privarmene.
Contessa Clarice - Vi ringrazio infinitamente.
Quanto vi costa il braccio?
Donna Rosaura - Quando vi degnate riceverla dalle mie mani, non avete da curarvi di saper quanto costi.
Contessa Clarice - Oh, non sarà mai vero ch'io la riceva, senza ch'io vi rimborsi del valore.
Donna Rosaura - Non posso meritar questa grazia?
Contessa Clarice - No assolutamente.
Donna Rosaura - Quand'è così, per obbedirvi, vi dirò, ch'ella mi costa tre zecchini il braccio.
Contessa Clarice - Non è cara.
In tutto quanto importa?
Donna Rosaura - Il conto, io non lo so fare.
Contessa Clarice - Aspettate lo farò io.
Ventiquattro braccia, a tre zecchini il braccio.
Tre volte ventiquattro.
Venti e venti quaranta e venti sessanta.
Quattro, e quattro otto, e quattro dodici; sessanta, e dodici quanto fa? Sessanta e dieci settanta, e due settantadue.
Importa settantadue zecchini.
Donna Rosaura - È verissimo.
Settantadue zecchini.
Contessa Clarice - Stasera vi porterò il danaro dalla contessa Beatrice.
Donna Rosaura - Siete padrona.
Contessa Clarice - Che bella stoffa! Non si può far di più.
Il disegno è vago a maraviglia, l'oro non può esser più bello.
È un drappo che in Palermo non ho veduto il compagno.
Donna Rosaura - Ho piacere che la signora contessa sia contenta.
Contessa Clarice - Credetemi che, oltre il pagamento, mi avete fatto un gran regalo.
Bisogna poi dirla: gran Parigi! In Italia, non sanno fare di queste stoffe.
Donna Rosaura - Eppure, signora contessa, assicuratevi, che questa stoffa è fatta in Italia.
Contessa Clarice - In Italia! Dove?
Donna Rosaura - Io so di certo ch'è stata fatta in Venezia.
Contessa Clarice - Quando non è di Francia, compatitemi, non la voglio.
Donna Rosaura - Ma s'è tanto bella; se non si può fare di più!
Contessa Clarice - Non importa; per esser bella deve esser di Francia.
Donna Rosaura - Queste altre due pezze, sono di Francia, e non hanno che fare con questa.
Contessa Clarice - La voleva dire che queste due erano di Francia.
Vedete che finezza d'oro?
Donna Rosaura - Eh, signora contessa, è l'opinione che opera.
In Italia sanno lavorare al pari di Francia, ma fra noi altre donne corre un certo puntiglio, che la roba forestiera sia meglio dell'italiana, e se i nostri artefici vogliono vendere con riputazione i loro lavori, è necessario dare ad intendere che sono manifatture di Francia, e così sacrificando al maggior guadagno la propria estimazione, si scredita la povera Italia, per la falsa opinione degl'italiani medesimi.
Contessa Clarice - Dite quel che volete; ma io non voglio alcuna stoffa, se non è forestiera.
Donna Rosaura - Queste altre due sono forestiere.
Contessa Clarice - Non mi piacciono.
Donna Rosaura - Dunque?
Contessa Clarice - Dunque scusate l'incomodo che vi ho recato (s'alza).
Donna Rosaura - Volete privarmi delle vostre grazie?
Contessa Clarice - In altro tempo goderò della vostra conversazione.
Donna Rosaura - Questa sera, dalla contessa Beatrice.
Credo che vi sarà qualche poco di ballo.
Contessa Clarice - Fa invito?
Donna Rosaura - Non lo so.
Voi siete attesa.
Contessa Clarice - Verrò a vedere.
(Mi daranno regola le circostanze).
(da sé) Signora donna Rosaura, vi riverisco.
(s'incammina per partire)
Donna Rosaura - Serva divota.
(resta al suo posto)
Contessa Clarice - (Non fa grazia d'accompagnarmi nemmeno alla porta?).
(da sé, e si ferma)
Donna Rosaura - Signora, vi occorre qualche cosa?
Contessa Clarice - Queste tappezzerie l'avete portate voi? (camminando)
Donna Rosaura - Signora no.
(la seguita)
Contessa Clarice - In quest'altra camera qui, chi ci sta? (camminando)
Donna Rosaura - Vi è il guardaroba.
(la seguita)
Contessa Clarice - Da questa porta si va in sala? (camminando sino alla porta)
Donna Rosaura - Signora sì.
(la segue sino alla porta)
Contessa Clarice - Basta così.
Non occorr'altro.
(parte)
SCENA IX
ROSAURA, poi BRIGHELLA.
Donna Rosaura - Ora capisco.
Si è voluta far accompagnare sino alla porta.
Sin dove arriva il puntiglio! Ambisce di essere complimentata anche per forza, anche in luogo ove nessuno la vede.
Non importa, voglio soffrir tutto per superare il mio punto.
Se arrivo ad essere ammessa e ben accettata in una pubblica conversazione di dame, son contenta; ma se ciò non mi riesce, prima di partir da Palermo voglio lasciare qualche memoria di me.
Brighella - Lustrissima, un'altra visita.
L'è qua la signora contessa Eleonora.
Donna Rosaura - La contessa Eleonora? Che stravaganza è questa! E dov'è ella?
Brighella - In carrozza, che l'aspetta la risposta dell'ambassada.
Donna Rosaura - Ha veduto la contessa Clarice?
Brighella - L'è arrivada giusto in tempo che la signora contessa Clarice montava in carrozza.
Le s'ha fermà tutte do, le ha fatto un atto d'amirazion, e po le s'ha parlà sotto vose, ma mi ho sentido tutto.
Donna Rosaura - E che cosa hanno detto?
Brighella - Ha dito la signora contessa Eleonora a quell'altra: Che cosa fate qui? Responde la signora contessa Clarice: Sono venuta dalla mercantessa a comprar ventiquattro braccia di stoffa d'oro.
Brava! (ha dito la signora contessa Eleonora); ed io vengo a comprare della tela d'Olanda.
Donna Rosaura - Possibile che abbiano parlato così?
Brighella - Le ha dito cussì in coscienza mia.
Donna Rosaura - (Ecco il puntiglio! Una non vuol far credere all'altra d'aver della stima per me.
Ma ancora mi convien dissimulare; quando sarà tempo di parlare, parlerò).
(da sé) Porta via questo tavolino con queste stoffe, acciò non dica ch'io vendo la roba a braccio, e di' al bracciere che venga pure, ch'è padrona.
Brighella - (Che bella cosa! Vegnir a Palermo a spender i so quattrini per farse burlar).
(da sé) (parte col tavolino, poi torna)
Donna Rosaura - Parmi un sogno, che la contessa Eleonora venga a casa mia, dopo la scena fatta in casa della contessa Beatrice; o viene per iscusarsi, o viene per insultarmi.
Nel primo caso sarebbe troppo umile, nel secondo troppo ardita.
Ma siccome saprei far buon uso delle sue giustificazioni, così saprei anche rispondere alle sue impertinenze.
(vedendo ritornar Brighella) Ebbene, dov'è la contessa Eleonora?
Brighella - No la s'incomoda, che l'è tornada indrio.
Donna Rosaura - È ritornata indietro? Perché?
Brighella - Perché vussustrissima ha fatto aspettar el braccier avanti da darghe la risposta.
Donna Rosaura - Asinaccio, sei stato tu, che l'hai fatto aspettare.
Brighella - Mi, co la m'ha dito, che vada, son andà.
Donna Rosaura - Dovevi andar subito.
Brighella - Mo se la m'ha fatto dir...
Donna Rosaura - Presto, corri; raggiungi la carrozza della contessa Eleonora, dille che il mancamento è provenuto da te, ch'io le domando scusa, e che la prego degnarsi di favorirmi.
Brighella - Ma la carrozza la va a forte.
La sarà lontana...
Donna Rosaura - Va' subito, che ti caschi la testa.
Brighella - Mi son staffier, e no son lacchè.
(parte)
SCENA X
DONNA ROSAURA, poi il conte ONOFRIO, poi DON FLORINDO.
Donna Rosaura - Questo disordine mi dispiace infinitamente.
La contessa Eleonora veniva a domandarmi scusa, e il diavolo ha fatto che se n'è andata.
(Il Conte Onofrio col tovagliuolo sulle spalle,
senza spada, mangiando)
Conte Onofrio - Animo, signora donna Rosaura, che la zuppa è in tavola.
Donna Rosaura - Dispensatemi, che oggi non desino.
Conte Onofrio - No? Pazienza, mangeremo noi.
(parte)
Donna Rosaura - Ho altro in capo che mangiare.
Mi sta sul cuore questo inconveniente colla signora contessa Eleonora, spero per altro che si appagherà delle mie giustificazioni, e che ritornerà a visitarmi.
Don Florindo - Perché non volete venir a pranzo? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Perché non ho volontà di mangiare.
Don Florindo - Venite almeno per compagnia.
Donna Rosaura - Lasciatemi in pace; non mi disturbate da vantaggio.
Don Florindo - Vi è successo qualche inconveniente?
Donna Rosaura - Mi è succeduto quello che suol succedere, quando si tiene servitù in casa, che non sa il suo mestiere.
Una dama è venuta per visitarmi, Brighella ha tardato a recar la risposta al bracciere, e la dama si è chiamata offesa ed è ritornata indietro.
Don Florindo - Toccava a voi a mandar subito la risposta.
Donna Rosaura - Ho spedito Brighella di volo dietro la carrozza per far le mie scuse colla contessa.
Don Florindo - Eccolo, che ritorna.
SCENA XI
BRIGHELLA e detti; poi il conte ONOFRIO, che torna come sopra.
Brighella - Ohimè, non posso più.
(affannato)
Donna Rosaura - Presto, che ha detto la contessa Eleonora? Vuole tornare a vedermi?
Brighella - La me lassa chiappar fià.
Ho corso come un daino, no posso più.
Donna Rosaura - Sbrigati, asinaccio.
Don Florindo - Via, abbiate un poco di carità.
(a Rosaura)
Brighella - Son arrivado alla carrozza, e l'ho fatta fermar.
Me son presentà alla dama, ho principià a parlar; l'ha interrotto le mie parole, e la m'ha dito che no la se degna de parlar con un staffier; mi voleva seguitar a dir, e ella m'ha fatto dar dal cocchier una scuriada in tel muso, e l'è tirada de longo.
Donna Rosaura - Va' via di qua.
(a Brighella con collera)
Brighella - Subito la servo.
(Questo l'è quel, che se guadagna a servir de sta sorte de matti).
(parte)
Donna Rosaura - Un affronto al mio staffiere?
Don Florindo - Vostro danno.
Impacciatevi con gente par vostra.
Donna Rosaura - E voi ve la passate così placidamente?
Don Florindo - E che volete ch'io faccia? La dama ha ragione.
Quando le volevate far una scusa non conveniva mandare uno staffiere.
Donna Rosaura - E chi avevo da mandare, se voi avete licenziato il cameriere?
Don Florindo - L'ho licenziato stamattina, quando aveva risoluto di andarmene.
Conte Onofrio - Florindo, venite, o non venite?
Don Florindo - Caro signor conte, compatitemi, ho sempre di questi maladetti imbarazzi.
Conte Onofrio - Se non vuol venir ella, almeno venite voi.
Don Florindo - Volete usare questa mala creanza al signor conte? Non volete venire a tavola? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Il signor conte mi dispenserà.
Conte Onofrio - Sì, vi dispenso.
Anche voi Florindo, se volete restare, restate; basta ch'io lo sappia, del resto mangerò anche solo, quando si tratta di compiacervi.
Donna Rosaura - Signor conte, favorite di mandarmi il moro.
Conte Onofrio - Subito ve lo mando.
(Oh che cappone! Ha tanto di lardo) (parte).
Don Florindo - Che cosa volete fare del moro?
Donna Rosaura - Voglio mandarlo a far le mie scuse colla contessa Eleonora.
Don Florindo - Il moro? fareste peggio.
Donna Rosaura - Il moro non è staffiere.
Don Florindo - È un servitore, è uno schiavo e un buffone.
Donna Rosaura - Dunque andateci voi.
Don Florindo - Io non vi anderei, se mi deste mille zecchini.
Donna Rosaura - Dunque vi anderò io.
Don Florindo - A buon viaggio.
Donna Rosaura - E se poi non mi ricevesse?
Brighella - Lustrissima, el conte Lelio.
Donna Rosaura - Venga, venga, che viene a tempo.
Brighella - (Qua no se patisse de indigestion.
Sempre in moto).
(parte)
Donna Rosaura - Il conte Lelio mi darà norma, come devo contenermi; andate a tener compagnia al conte Onofrio.
Don Florindo - Quando mai finiremo d'impazzire? (parte)
SCENA XII
DONNA ROSAURA e il conte LELIO.
Donna Rosaura - Conte Lelio, avete saputo la scena che ha fatto la contessa Eleonora?
Conte Lelio - So tutto, e tutto è accomodato.
Donna Rosaura - Dite davvero? Mi consolate.
Conte Lelio - Siccome la contessa Eleonora si era ridotta a farvi una visita per le mie insinuazioni, così è venuta a cercare di me al casino, e mi ha detto, che l'avete fatta aspettare tre quarti d'ora.
Donna Rosaura - Non è vero; nemmeno dieci minuti.
Conte Lelio - Basta, l'ho acquietata, l'ho persuasa a venire stasera dalla contessa Beatrice, dove la vedrete, e potrete anche voi far le vostre scuse.
Donna Rosaura - Caro conte, quanto mai vi sono obbligata!
Conte Lelio - Che non farei per meritarmi l'onore della vostra grazia?
Donna Rosaura - La mia grazia val troppo poco in paragone del vostro merito.
Conte Lelio - Con quanto garbo voi proferite quelle dolci parole!
Donna Rosaura - Volete sedere, contino?
Donna Rosaura - Credete voi, contino mio, che avrò questo piacere di stare tutta una sera in una conversazione di dame?
Conte Lelio - Io ne son quasi certo, questa sera alla festa di ballo vi saranno parecchie dame.
Donna Rosaura - Ma che cosa dicono di me?
Conte Lelio - Vi lodano infinitamente.
Donna Rosaura - Mi lodano? Che dicono del mio discorso?
Conte Lelio - Piace a tutte universalmente.
Donna Rosaura - Il mio modo di vestire incontra?
Conte Lelio - Assai.
Donna Rosaura - Spero che, se mi vedranno ballare, faranno miglior concetto di me.
Conte Lelio - Eh, signora mia, il vostro discorso è elegante, il vostro portamento è grazioso; ma il vostro volto è adorabile.
Donna Rosaura - Siete pur grazioso.
Andiamo, contino, andiamo a tavola, venite a mangiar la zuppa con me.
Conte Lelio - Mi sono preziose le grazie vostre.
(partono)
SCENA XIII
Strada.
Il conte OTTAVIO, poi un PAGGIO della contessa Eleonora con viglietto.
Conte Ottavio - Servir dama? Gran miseria al dì d'oggi! Sempre puntigli, sempre puntigli.
L'uomo più flemmatico del mondo, quando si mette a servire una donna, ha da perder la pazienza, voglia, o non voglia.
Ecco un paggio della contessa Eleonora.
Paggio - La mia padrona manda questo viglietto a vossignoria illustrissima.
Conte Ottavio - Che fa la vostra padrona?
Paggio - Sta alla tavoletta a correggere i difetti della natura.
(parte)
Conte Ottavio - Ma il difetto di essere puntigliosa non lo correggerà mai.
Vediamo che cosa contiene questo foglio.
È molto, che dopo essersi dichiarata disgustata meco, sia stata la prima a scrivermi un viglietto.
Qualche gran cosa conterrà.
(legge) "Questa sera la contessa Beatrice dà una festa di ballo, ed io sono invitata.
Quattro cavalieri si lusingano che sia durevole il mio sdegno con voi, e si esibiscono a gara.
Io per altro, che mi pregio sopra tutto della costanza, vi voglio preferire per non far ridere a spese vostre i vostri rivali".
Ed io credo che non vi sia un cane che la guardi, e che cerchi di me per non andar sola.
Sentiamo il resto.
"La castellana mi ha fatto un'impertinenza.
Il conte Lelio ha fatto il possibile per acquietarmi, ed io ho finto di esser placata; ma questa sera farò conoscere il mio risentimento".
Ecco qui; certe signore così fatte, osservano minutamente tutti i puntigli, e non abbadano a quello di mantener la parola.
Andiamo alla conclusione: "Venite dunque immediatamente a mia casa, e se vi preme la mia grazia, e se bramate far vedere pubblicamente che non sono sdegnata con voi, venite disposto a persuadermi con qualche segno di pentimento, che vi dispiace avermi fatto adirare; ed allora tornerò con voi quale finora sono stata.
Vostra amica sincera, chi voi sapete".
Oh, questa è graziosissima! Ella ha bisogno di me, perché non ha nessuno che l'accompagni, vuol ch'io vada a servirla, e pretende, che le domandi perdono di un'offesa sognata! Che cosa ho da fare? Se non ci vado, commetto un'inciviltà.
Se ci vado, faccio una figura ridicola.
Ma vi anderò, perché già questa sorta di figure ridicole in oggi sono all'ultima moda.
Sono curioso di saper qual sia il dispiacere, che la Contessa ha ricevuto da donna Rosaura.
Già m'immagino, sarà qualche freddura.
Mi dispiace la minaccia ch'ella fa di riscattarsi alla festa di ballo; non vorrei che ella suscitasse qualche sconcerto, ed io dovessi entrare in qualche impegno per sua cagione.
Ecco il signor Pantalone.
Egli è amico della signora donna Rosaura e di suo marito; forse qualche cosa saprà.
SCENA XIV
PANTALONE e detto.
Conte Ottavio - Riverisco il signor Pantalone.
Pantalone - Servitor devotissimo, sior conte.
Conte Ottavio - Ditemi in grazia, quant'è che non avete veduto il vostro amico, il signor don Florindo?
Pantalone - Da stamattina in qua.
Conte Ottavio - Sapete che sia succeduto alcun disordine in casa sua?
Pantalone - Mi no so gnente.
So che l'aveva destinà de partir, e che l'averia fatto da omo a andar via; ma so che quella cara zoggia de so mugier la l'ha tornà a voltar, e la l'ha fatto restar a Palermo.
Conte Ottavio - Io dubito che sua moglie voglia essere la sua rovina.
Pantalone - No la saria una gran maraveggia, perché per el più le femmene, le xe la rovina delle famegie.
Conte Ottavio - Giacché voi siete amico di casa sua, voglio farvi una confidenza da uomo onesto.
Sappiate che una dama si chiama offesa dalla signora Rosaura; questa sera si vedranno a una festa di ballo, e non vorrei le succedesse qualche disgrazia.
Pantalone - Mi no so cossa dir.
A sior don Florindo ghe voggio ben, e per elo faria de tutto; ma a casa soa son stà adesso, e nol ghe xe.
Debotto xe notte, e mi no so dove andarlo a trovar; me sala dir chi sia la dama offesa?
Conte Ottavio - Ve la dirò in confidenza, ma non mi fate autore.
È la contessa Eleonora.
Pantalone - Stemo freschi.
So che muschietto(2) che la xe.
Conte Ottavio - Lo so ancor io pur troppo.
Pantalone - La me perdona, se parlo con libertà.
La sa de che umor stravagante che la xe, e la la serve con tanta attenzion?
Conte Ottavio - Che volete ch'io faccia? Ho principiato a servirla; son nell'impegno, e non so come fare a staccarmi.
Pantalone - Gran cossa xe questa! I omeni i xe arrivai a un segno, che debotto no i gh'ha de omo altro che el nome.
Le donne le ghe comanda a bacchetta.
Per le donne se fa tutto, e chi vuol ottegnir qualche grazia, bisogna, che el se raccomanda a una donna.
Da questo nasse che le donne le alza i registri, e le se mette in testa de dominar.
Le xe cosse che fa morir da rider, andar in conversazion dove ghe xe donne coi cavalieri serventi.
Le sta là dure impietrie a farse adorar; chi ghe sospira intorno da una banda, chi se ghe inzenocchia dall'altra.
Chi ghe sporze la sottocoppa: chi ghe tiol su da terra el fazzoletto.
Chi ghe basa la man, chi le serve de brazzo.
Chi ghe fa da segretario, chi da camerier, chi le perfumega, chi le sbruffa, chi le coccola, chi le segonda.
E elle le se lo dise una con l'altra, le va d'accordo, le se cazza i omeni sotto i piè; el sesso trionfa, e i omeni se reduse schiavi in caéna, idolatri della bellezza, profanatori del so decoro, e scandolo della zoventù.
Conte Ottavio - Signor Pantalone, per dir il vero, le vostre massime sono ottime, la vostra morale è molto giusta.
Pantalone - Sala quante volte che ho fatto de ste lezion anca a sior don Florindo? Ma gnente, no i me ascolta.
Onde xe meggio che tasa, che lassa che l'acqua corra per el so canal, e a chi ghe diol la testa, so danno.
Anderò a cercarlo, ghe dirò le parole, ma gnanca sta volta no farò gnente; perché el gh'ha una mugier volubile in tel ben, e ustinata in tel mal.
(parte)
Conte Ottavio - Questi vecchi parlano bene, ma non si ascoltano.
Conosco anch'io che dice il vero, ma non trovo la via di seguitarlo.
Ah sì! La nostra rovina sono i rispetti umani.
(parte)
SCENA XV
Sala per il ballo in casa della Contessa Beatrice, con lumiere, sedie
ed un tavolino in mezzo con varie candele di cera ed una accesa.
Il conte ONOFRIO e SERVITORI che accomodano le candele.
Suonatori per la festa.
Conte Onofrio - Basta così; la sala è bene illuminata.
(Queste sei candele le cambierò collo speziale in tanto zucchero).
(da sé) (parte colle sei candele, poi torna)
Servitore - (M'immagino, che all'ultimo si prenderà anche i moccoli).
(da sé con rabbia)
Conte Onofrio - Via, andate in cucina, preparate ogni cosa, che vogliono cenar presto.
Vi raccomando quei cotornici.
Dite al cuoco che faccia con essi una buona zuppa.
(il Servo parte) Vorrei che di questi forestieri ne venisse uno alla settimana.
SCENA XVI
BRIGHELLA con un bacile di confettura sotto il tabarro, ed il conte ONOFRIO.
Brighella - Con buona grazia de vussustrissima.
Conte Onofrio - Venite, galantuomo.
Che cosa avete là sotto?
Brighella - La padrona la prega perdonar la confidenza, che la se tiol.
La gh'ha sto poco de confettura, e la ghe la manda; la se ne servirà stassera alla festa da ballo.
Conte Onofrio - Benissimo; ha fatto benissimo.
Lasciate vedere.
(prende due, o tre manciate di confetti) Andate, consegnate il bacile alla cameriera.
Brighella - (El gha dà la so castradina).
(parte)
Conte Onofrio - Questi sono buoni per divertirsi, mentre ballano.
SCENA XVII
ARLECCHINO con una guantiera con boccette di rinfreschi, ed uomini con sorbettiere,
ed il conte ONOFRIO; poi la contessa BEATRICE ed il conte LELIO.
Arlecchino - Poder vegnir?
Conte Onofrio - Venir, venir.
Che cosa aver?
Arlecchino - Portar acqua, per refrescar.
Conte Onofrio - Lassar veder.
(prende due boccette, e se le beve)
Arlecchino - Maledetto! E mai no crepar?
Conte Onofrio - Tegnir, andar.
(ripone le due boccette sulla guantiera)
Arlecchino - Mi andar, e ti mandar.
(parte cogli uomini).
Conte Onofrio - Quel vino di Canarie mi ha eccitato la sete.
Contessa Beatrice - Ecco le dame che principiano a venire.
Conte Onofrio - Io me ne vado, e vi aspetto a cena.
(parte)
Contessa Beatrice - Sonatori, principiate la sinfonia.
(sonatori suonano)
SCENA XVIII
La contessa CLARICE servita da un cavaliere, che non parla.
Altre due dame con due cavalieri che non parlano.
Beatrice va a ricevere le due dame, le quali entrano, servite di braccio da' loro cavalieri.
Entrati che sono, Beatrice fa seder le tre dame in mezzo nel primo luogo.
I cavalieri siedono discorrendo fra di loro nelle sedie laterali.
Lelio siede dall'altra parte, e Beatrice, dopo aver fatto i suoi complimenti colle dame, va a sedere vicino a Lelio; seguita la sinfonia, e frattanto arrivano
ROSAURA e FLORINDO.
Beatrice s'alza, e va a riceverla, e la pone a sedere presso a Clarice, poi torna vicino a Lelio.
Florindo va presso a' cavalieri.
Clarice colle due dame salutano freddamente Rosaura, poi si parlano sottovoce fra di loro.
Da lì a qualche poco Clarice s'alza, e va vicino a Beatrice, e finge parlare con lei; dopo le altre due dame si alzano, e vanno vicino a Clarice, lasciano Rosaura sola, e parlano sottovoce con Clarice.
Florindo s'alza, va per parlare con Rosaura, la quale arrabbiata lo scaccia, ed egli torna al suo posto.
Arrivano
La contessa ELEONORA ed il conte OTTAVIO.
Beatrice s'alza, va ad incontrarla, e la conduce per sedere presso Rosaura.
Ella osserva intorno, e va a sedere in mezzo degli uomini, e resta Rosaura sola.
Beatrice, vedendo questo, va ella a sedere presso Rosaura parlandole piano, e Rosaura scuote il capo.
Viene in sala
Un BALLERINO, maestro di sala, e terminata la sinfonia, ordina a' sonatori il minuè.
I sonatori sonano.
Il ballerino per ordine di Beatrice va a prender Rosaura, e con essa balla il minuè.
Frattanto che Rosaura balla, tutte le dame a una per volta partono, e i cavalieri seguitano le loro dame.
Lelio per arrestarle s'alza, e le seguita.
Rosaura, vedendo andar via la gente, prima di terminare il minuè, si rivolta a Beatrice, che va smaniando.
I sonatori si fermano.
Donna Rosaura - Come? A me un affronto di questa sorta? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - L'affronto lo ricevo io, e lo ricevo per causa vostra.
Don Florindo - Andiamo, andiamo, me ne farò render conto.
(a Rosaura)
Contessa Beatrice - Da chi ve ne farete render conto?
Don Florindo - Da quello scrocco di vostro marito.
(parte)
Contessa Beatrice - Sia maledetto, quando vi ho conosciuto.
Donna Rosaura - Da una dama della vostra sorta, nulla poteva sperar di meglio.
(parte)
SCENA XIX
La contessa BEATRICE, poi il conte LELIO, poi il conte ONOFRIO.
Contessa Beatrice - Un affronto alla mia casa? Come mai risarcirlo? Non si parlerà d'altro per i caffè.
Sarò io la favola di Palermo.
Conte Lelio - Son partite.
Non vi è stato rimedio di trattenerle.
Contessa Beatrice - E dove sono andate?
Conte Lelio - Tutte in casa della contessa Eleonora.
Contessa Beatrice - Voglio andarvi ancor io.
Conte Lelio - Non fate; vi rimedieremo.
Contessa Beatrice - Voglio andarvi per assoluto.
Se non volete venir voi, non m'importa (parte).
Conte Lelio - Vi servirò, se così volete.
Conte Onofrio - Che cosa c'è? (a Lelio)
Conte Lelio - Perché la signora Rosaura ha ballato il primo minuè, tutte le dame sono andate via.
(parte)
Conte Onofrio - Non vi è altro male? Quando è all'ordine la cena, io non aspetto nessuno.
(parte)
ATTO III
SCENA I
Camera solita nella locanda con tavolino e lumi.
DONNA ROSAURA e DON FLORINDO.
Don Florindo - Tant'è, voglio sfidar alla spada quel mangione del conte Onofrio.
Donna Rosaura - Quando lo volete sfidare?
Don Florindo - Subito, domani mattina.
Donna Rosaura - Mi parrebbe di commettere un'azione indegna, se restassi a Palermo sino a domani.
Mandate subito a prendere il carrozzino; ordinate che attacchino i quattro cavalli, e avanti che suoni la mezza notte, usciamo da questa città.
Don Florindo - E mi persuadereste partire senza un qualche risentimento?
Donna Rosaura - Questa è una cosa alla quale tocca a pensare a me.
Don Florindo - Ci devo pensar io, che sono vostro marito.
Donna Rosaura - No, Florindo, fidatevi questa volta di me.
Può essere che mi riesca far le vostre vendette, senza sfoderare la spada.
Don Florindo - Eh, che per fare a vostro modo, sinora ho fatto delle bestialità; non voglio che mi meniate più per il naso.
Donna Rosaura - Ora non vi domando di secondarmi per un capriccio, per un piacere, ma solamente vi chiedo, che siccome sono io stata la cagione di questo male, lasciate fare a me a procurare il rimedio.
Don Florindo - Ditemi che cosa avete intenzione di fare.
Donna Rosaura - No, non lo voglio dire.
Bastivi sapere che il pensiero è tutto mio, che la vendetta è sicura, e che mancherà il tempo di farla se inutilmente ci tratteniamo.
Don Florindo - Dunque che abbiamo a fare?
Donna Rosaura - Mandate subito a ordinare il carrozzino con i quattro cavalli.
Don Florindo - E la roba?
Donna Rosaura - La roba si consegnerà al padron dell'albergo, e la manderà poi a Castellamare.
Don Florindo - Volete far uccidere qualcheduno?
Donna Rosaura - Eh, pensate! La vendetta ha da essere senza sangue.
Don Florindo - Io non vi so capire.
Donna Rosaura - Sollecitate, e saprete la mia intenzione.
Don Florindo - Brighella? (chiama)
SCENA II
BRIGHELLA e detti; poi ARLECCHINO.
Brighella - Lustrissimo.
Don Florindo - Va subito alla posta, ordina nuovamente il carrozzino con i quattro cavalli, e dì al postiglione, che venga immediatamente, poiché voglio da qui a pochi momenti partire.
Brighella - A st'ora? Sala che sarà tre ore de notte?
Don Florindo - La porta si farà aprire.
Va subito; non tardare.
Brighella - (Oh, cossa che vol rider el postiglion!).
(parte)
Donna Rosaura - Bravo, ora vedo che mi volete bene, e che vi fidate di me.
Don Florindo - Ma si può sapere che cosa abbiate intenzione di fare?
Donna Rosaura - Or ora lo saprete.
Moro? (chiama)
Arlecchino - Comandar.
Donna Rosaura - Ascolta bene ciò che ti ordino, e bada di non fallare.
Arlecchino - Mi star omo, mi no fallar.
Donna Rosaura - Informati dove è il palazzo della contessa Eleonora del Poggio.
Introduciti bel bello nel primo ingresso, e domanda a quei servitori se colà vi sono ancora le dame, ch'erano al festino della contessa Beatrice, e portami subito la risposta.
Arlecchino - No voler altro?
Donna Rosaura - Questo, e non altro; mi preme subito.
Arlecchino - In do salti andar e in quattro salti tornar.
Don Florindo - Dunque le dame, che erano al festino, sono andate dalla contessa Eleonora?
Donna Rosaura - Così mi ha detto il cocchiere.
Don Florindo - E voi che pensate di fare, dopo che sarete di ciò assicurata?
Donna Rosaura - Gran curiosità! Lo saprete da qui a poco tempo.
SCENA III
Brighella e detti.
Brighella - Ho trovà el postiglion per strada.
Gh'ò dà l'ordene, e adessadesso el sarà qua.
Don Florindo - Presto; mettiamoci all'ordine.
Donna Rosaura - Io monto in carrozzino tal qual mi vedete.
Brighella - Gh'è l'illustrissimo sior conte Lelio, che li vorria reverir.
Donna Rosaura - Digli che non ci sono.
Don Florindo - Sentiamo che cosa dice.
Donna Rosaura - Non lo voglio ricevere.
Brighella - Cossa gh'òio da dir?
Donna Rosaura - Digli che non ci siamo, e se non lo crede, digli che io non lo voglio ricevere.
Brighella - La sarà servida.
(parte)
Don Florindo - Credete, che il conte Lelio, abbia colpa nell'affronto che ci hanno fatto?
Donna Rosaura - O colpa, o non colpa, non voglio più nessuno di costoro d'intorno.
Vado nella mia camera, e quando viene il carrozzino, avvisatemi (parte).
SCENA IV
DON FLORINDO, poi BRIGHELLA.
Don Florindo - Ora conosce mia moglie la pazzia che aveva nel capo; spero che ciò le servirà di regola, e per l'avvenire non darà in simili debolezze.
Brighella - L'è andà via.
Don Florindo - Che cosa ha detto?
Brighella - El s'ha accorto benissimo che no i l'ha volesto, e l'ha dito mastegando: Questo è quello che si avanza a usar finezze a questa sorta di gente.
Don Florindo - A questa sorta di gente? Giuro al cielo! Mia moglie dice di vendicarsi, ma non so che cosa farà, e dubito di qualche freddura; anch'io voglio cavarmi una soddisfazione.
Senti, Brighella, so che sei uomo, e che farai con esattezza quanto ti ordino.
Brighella - La comanda pur, e la vederà se so far.
Don Florindo - Sei pratico di Palermo?
Brighella - Ghe son stà tanti anni.
Don Florindo - Sapresti ritrovarmi quattro bravi uomini, che fossero buoni da menar le mani?
Brighella - Alla bettola se ne trova quanti se vol.
Don Florindo - Tieni.
Questi sono sei zecchini, trova quattro uomini, dà loro uno zecchino per uno, conducili al palazzo della contessa Eleonora, e ordina ad essi che bastonino tutti i servitori che escono da quella casa.
Brighella - I servidori?
Don Florindo - Sì, i servitori.
Brighella - Che colpa gh'ha i poveri servidori?
Don Florindo - Questa è una vendetta che ho veduta praticare da molti.
Bastonar il servo per far un affronto al padrone.
Brighella - Poverazzi! I me fa peccà.
Don Florindo - Se lo fai, guadagni li due zecchini; se non lo fai, ti licenzio dal mio servizio.
Brighella - Lo farò, ma confesso el vero, che me despiase, perché l'è un pan che me pol esser reso anca a mi (parte).
Don Florindo - Almeno potrò vantarmi di aver fatto una qualche vendetta; si parlerà almeno di me con qualche stima, con qualche rispetto.
SCENA V
PANTALONE e detto.
Pantalone - Se pol vegnir? (di dentro)
Don Florindo - Venite, venite, signor Pantalone.
Pantalone - L'ho cercada per tutto a bonora, per dirghe una cossa de premura, e no l'ho trovada.
Se l'avesse trovà in tempo, pol esser, che avesse podesto prevegnir un desordene, che sento a dir che sia nato.
Xe la verità che gh'è stà fatto un affronto? Giera a casa, e i me lo xe vegnù a contar.
Don Florindo - Pur troppo è la verità.
Pantalone - Se la me avesse badà a mi, no ghe saria successo sto inconveniente.
Don Florindo - Causa mia moglie.
Pantalone - Causa el mario, e no la mugier.
Col mario no segonda, la mugier no pol gnente.
Don Florindo - Basta, avete fatto bene a venirmi a favorire, mentre aspetto il carrozzino, e subito parto.
Pantalone - La farà come stamattina.
Don Florindo - Non ci è pericolo.
Pantalone - E la consorte cossa disela?
Don Florindo - È stata ella che mi ha fatto risolvere a partir subito.
Pantalone - Ah, donca la va via per conseggio della mugier? Co la lo fa perché la mugier lo conseggia, anca sta volta la farà un sproposito.
Don Florindo - Mi persuadereste voi ch'io restassi a Palermo?
Pantalone - Sior sì, stamattina l'averia persuaso a andar via; stassera ghe digo che el doveria restar qua.
Don Florindo - Da che nasce la varietà della vostra opinione?
Pantalone - Dalla varietà delle circostanze.
Stamattina l'andava via avanti che ghe fusse stà fatto sto affronto, e la so partenza giera un atto de virtù, che prevegniva i disordini.
Adesso che l'affronto è seguìo, la so partenza xe un atto de viltà, che mazormente faria rider i so nemici.
Don Florindo - Prima però di partire, daremo segni del nostro risentimento.
Pantalone - Come, cara ella?
Don Florindo - Mia moglie ha in mente il disegno di vendicarsi a dovere, senza far strepito.
Pantalone - Ecco qua: tutto la mugier.
Mo cossa xelo elo? La me perdona, un pappagallo?
Don Florindo - Io per la mia parte ho fatto quello che dovevo; e domani si saprà che ho spirito per risarcire le offese fattemi.
Pantalone - Poderavela a un omo che ghe vol ben, come mi, confidar qual sia la so resoluzion?
Don Florindo - Ho mandato quattr'uomini a bastonare i servitori di quelle dame e di quei cavalieri, che al
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