LE FEMMINE PUNTIGLIOSE, di Carlo Goldoni - pagina 9
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Ho bevuto la cioccolata, e mi riserbo a cenar questa sera dalla contessa Beatrice.
Vi supplico accomodarvi.
Contessa Clarice - Perché mi volete mettere in sedia d'appoggio? Questa è sufficiente.
(accenna l'altra, che Rosaura teneva per sé)
Donna Rosaura - Di grazia fatemi quest'onore.
Quella è la vostra sedia, e quello è il vostro luogo.
Contessa Clarice - Ma se non m'importa.
Donna Rosaura - Ma se vi prego di questa grazia.
Contessa Clarice - (Che ridicola affettazione!).
(da sé) Per compiacervi, sederò dove volete.
(si prova a mettersi a sedere, ma col guardinfante non v'entra a cagion de' bracci del seggiolone) Signora donna Rosaura, non sono in grado di ricevere le vostre finezze.
Donna Rosaura - Perché, signora contessa?
Contessa Clarice - Non vedete? I bracci di questa sedia son tanto stretti, che il guardinfante non ci capisce.
Donna Rosaura - (È vero; non so trovare il ripiego).
(da sé) Mi dispiace che in questo appartamento non vi sono altre sedie distinte.
Contessa Clarice - Eh, a me non m'importa niente.
Vi dico che sederò qui.
(va a sedere sulla sedia, ch'era per Rosaura)
Donna Rosaura - Siete padrona di servirvi come v'aggrada.
Ehi? (chiama)
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Senti.
Con vostra licenza.
(a Clarice; poi parla nell'orecchio a Brighella)
Brighella - Lustrissima sì.
(parte, e poi torna)
Contessa Clarice - E voi, signora, non sedete?
Donna Rosaura - Or ora sederò, se mi date licenza.
Brighella - (viene con un piccolo panchettino, su cui Rosaura siede)
Contessa Clarice - (Oh che freddure, oh che caricature!).
(da sé)
Brighella - (E viva i matti!).
(parte, poi torna)
Contessa Clarice - Nel vostro paese, che è porto di mare, e porto mercantile, vi saranno delle stoffe d'oro magnifiche e di buon gusto.
Donna Rosaura - Qualche volta ne vengono delle superbe.
Ultimamente ne ho presi tre tagli per far tre abiti, che mi lusingo sieno qualche cosa di particolare.
Contessa Clarice - Li avete portati con voi?
Donna Rosaura - Sì signora, con idea di farmi far gli abiti da un sartore palermitano.
Contessa Clarice - Mi fareste il piacere di lasciarmi vedere queste stoffe?
Donna Rosaura - Subito vi servo.
Ehi? (chiama)
Brighella - Lustrissima.
Donna Rosaura - Osserva in guardaroba, che vi sono quelle tre pezze di stoffa d'oro; portale qui, e portaci un picciolo tavolino.
Brighella - La servo subito.
(Sta' a veder, che la lustrissima vol far botteghetta).
(da sé) Volela anche el brazzolar?
Donna Rosaura - Animo, sbrigati.
Brighella - (La vorrà guadagnar el viazo).
(parte, poi torna)
Contessa Clarice - Mi dispiace darvi quest'incomodo.
Donna Rosaura - È onor mio il potervi servire.
Contessa Clarice - Vi prego d'una grazia; se vedete la contessa Eleonora, non le dite nulla ch'io sia stata qui da voi.
Donna Rosaura - Sarete obbedita.
Ma per qual motivo non volete che mi glori d'aver ricevuto le vostre grazie?
Contessa Clarice - Se sapesse ch'io son venuta da voi senza dirlo a lei, lo avrebbe per male.
Donna Rosaura - È puntigliosa?
Contessa Clarice - E come! Basta dire che un'altra volta si è disgustata con me per essermi vestita da estate, senza averla avvisata.
Brighella - (col tavolino, e le tre pezze di stoffa; poi parte)
Donna Rosaura - Ecco quanto ho portato meco in tal proposito.
Contessa Clarice - Questa è vaga, ma poco ricca.
Donna Rosaura - Riesce meno pesante.
Contessa Clarice - Questo è un colore che non mi piace.
Donna Rosaura - È colore moderno.
Contessa Clarice - Oh, questa poi mi piace infinitamente.
Donna Rosaura - Veramente non può negarsi che non sia di buon gusto.
Contessa Clarice - Quante braccia sono?
Donna Rosaura - Ventiquattro.
Contessa Clarice - Il bisogno per un andrienne.
Ditemi, ve ne privereste?
Donna Rosaura - Veramente l'ho provveduta per mio uso; ma quando si tratta di servire la signora contessa, non ho difficoltà di privarmene.
Contessa Clarice - Vi ringrazio infinitamente.
Quanto vi costa il braccio?
Donna Rosaura - Quando vi degnate riceverla dalle mie mani, non avete da curarvi di saper quanto costi.
Contessa Clarice - Oh, non sarà mai vero ch'io la riceva, senza ch'io vi rimborsi del valore.
Donna Rosaura - Non posso meritar questa grazia?
Contessa Clarice - No assolutamente.
Donna Rosaura - Quand'è così, per obbedirvi, vi dirò, ch'ella mi costa tre zecchini il braccio.
Contessa Clarice - Non è cara.
In tutto quanto importa?
Donna Rosaura - Il conto, io non lo so fare.
Contessa Clarice - Aspettate lo farò io.
Ventiquattro braccia, a tre zecchini il braccio.
Tre volte ventiquattro.
Venti e venti quaranta e venti sessanta.
Quattro, e quattro otto, e quattro dodici; sessanta, e dodici quanto fa? Sessanta e dieci settanta, e due settantadue.
Importa settantadue zecchini.
Donna Rosaura - È verissimo.
Settantadue zecchini.
Contessa Clarice - Stasera vi porterò il danaro dalla contessa Beatrice.
Donna Rosaura - Siete padrona.
Contessa Clarice - Che bella stoffa! Non si può far di più.
Il disegno è vago a maraviglia, l'oro non può esser più bello.
È un drappo che in Palermo non ho veduto il compagno.
Donna Rosaura - Ho piacere che la signora contessa sia contenta.
Contessa Clarice - Credetemi che, oltre il pagamento, mi avete fatto un gran regalo.
Bisogna poi dirla: gran Parigi! In Italia, non sanno fare di queste stoffe.
Donna Rosaura - Eppure, signora contessa, assicuratevi, che questa stoffa è fatta in Italia.
Contessa Clarice - In Italia! Dove?
Donna Rosaura - Io so di certo ch'è stata fatta in Venezia.
Contessa Clarice - Quando non è di Francia, compatitemi, non la voglio.
Donna Rosaura - Ma s'è tanto bella; se non si può fare di più!
Contessa Clarice - Non importa; per esser bella deve esser di Francia.
Donna Rosaura - Queste altre due pezze, sono di Francia, e non hanno che fare con questa.
Contessa Clarice - La voleva dire che queste due erano di Francia.
Vedete che finezza d'oro?
Donna Rosaura - Eh, signora contessa, è l'opinione che opera.
In Italia sanno lavorare al pari di Francia, ma fra noi altre donne corre un certo puntiglio, che la roba forestiera sia meglio dell'italiana, e se i nostri artefici vogliono vendere con riputazione i loro lavori, è necessario dare ad intendere che sono manifatture di Francia, e così sacrificando al maggior guadagno la propria estimazione, si scredita la povera Italia, per la falsa opinione degl'italiani medesimi.
Contessa Clarice - Dite quel che volete; ma io non voglio alcuna stoffa, se non è forestiera.
Donna Rosaura - Queste altre due sono forestiere.
Contessa Clarice - Non mi piacciono.
Donna Rosaura - Dunque?
Contessa Clarice - Dunque scusate l'incomodo che vi ho recato (s'alza).
Donna Rosaura - Volete privarmi delle vostre grazie?
Contessa Clarice - In altro tempo goderò della vostra conversazione.
Donna Rosaura - Questa sera, dalla contessa Beatrice.
Credo che vi sarà qualche poco di ballo.
Contessa Clarice - Fa invito?
Donna Rosaura - Non lo so.
Voi siete attesa.
Contessa Clarice - Verrò a vedere.
(Mi daranno regola le circostanze).
(da sé) Signora donna Rosaura, vi riverisco.
(s'incammina per partire)
Donna Rosaura - Serva divota.
(resta al suo posto)
Contessa Clarice - (Non fa grazia d'accompagnarmi nemmeno alla porta?).
(da sé, e si ferma)
Donna Rosaura - Signora, vi occorre qualche cosa?
Contessa Clarice - Queste tappezzerie l'avete portate voi? (camminando)
Donna Rosaura - Signora no.
(la seguita)
Contessa Clarice - In quest'altra camera qui, chi ci sta? (camminando)
Donna Rosaura - Vi è il guardaroba.
(la seguita)
Contessa Clarice - Da questa porta si va in sala? (camminando sino alla porta)
Donna Rosaura - Signora sì.
(la segue sino alla porta)
Contessa Clarice - Basta così.
Non occorr'altro.
(parte)
SCENA IX
ROSAURA, poi BRIGHELLA.
Donna Rosaura - Ora capisco.
Si è voluta far accompagnare sino alla porta.
Sin dove arriva il puntiglio! Ambisce di essere complimentata anche per forza, anche in luogo ove nessuno la vede.
Non importa, voglio soffrir tutto per superare il mio punto.
Se arrivo ad essere ammessa e ben accettata in una pubblica conversazione di dame, son contenta; ma se ciò non mi riesce, prima di partir da Palermo voglio lasciare qualche memoria di me.
Brighella - Lustrissima, un'altra visita.
L'è qua la signora contessa Eleonora.
Donna Rosaura - La contessa Eleonora? Che stravaganza è questa! E dov'è ella?
Brighella - In carrozza, che l'aspetta la risposta dell'ambassada.
Donna Rosaura - Ha veduto la contessa Clarice?
Brighella - L'è arrivada giusto in tempo che la signora contessa Clarice montava in carrozza.
Le s'ha fermà tutte do, le ha fatto un atto d'amirazion, e po le s'ha parlà sotto vose, ma mi ho sentido tutto.
Donna Rosaura - E che cosa hanno detto?
Brighella - Ha dito la signora contessa Eleonora a quell'altra: Che cosa fate qui? Responde la signora contessa Clarice: Sono venuta dalla mercantessa a comprar ventiquattro braccia di stoffa d'oro.
Brava! (ha dito la signora contessa Eleonora); ed io vengo a comprare della tela d'Olanda.
Donna Rosaura - Possibile che abbiano parlato così?
Brighella - Le ha dito cussì in coscienza mia.
Donna Rosaura - (Ecco il puntiglio! Una non vuol far credere all'altra d'aver della stima per me.
Ma ancora mi convien dissimulare; quando sarà tempo di parlare, parlerò).
(da sé) Porta via questo tavolino con queste stoffe, acciò non dica ch'io vendo la roba a braccio, e di' al bracciere che venga pure, ch'è padrona.
Brighella - (Che bella cosa! Vegnir a Palermo a spender i so quattrini per farse burlar).
(da sé) (parte col tavolino, poi torna)
Donna Rosaura - Parmi un sogno, che la contessa Eleonora venga a casa mia, dopo la scena fatta in casa della contessa Beatrice; o viene per iscusarsi, o viene per insultarmi.
Nel primo caso sarebbe troppo umile, nel secondo troppo ardita.
Ma siccome saprei far buon uso delle sue giustificazioni, così saprei anche rispondere alle sue impertinenze.
(vedendo ritornar Brighella) Ebbene, dov'è la contessa Eleonora?
Brighella - No la s'incomoda, che l'è tornada indrio.
Donna Rosaura - È ritornata indietro? Perché?
Brighella - Perché vussustrissima ha fatto aspettar el braccier avanti da darghe la risposta.
Donna Rosaura - Asinaccio, sei stato tu, che l'hai fatto aspettare.
Brighella - Mi, co la m'ha dito, che vada, son andà.
Donna Rosaura - Dovevi andar subito.
Brighella - Mo se la m'ha fatto dir...
Donna Rosaura - Presto, corri; raggiungi la carrozza della contessa Eleonora, dille che il mancamento è provenuto da te, ch'io le domando scusa, e che la prego degnarsi di favorirmi.
Brighella - Ma la carrozza la va a forte.
La sarà lontana...
Donna Rosaura - Va' subito, che ti caschi la testa.
Brighella - Mi son staffier, e no son lacchè.
(parte)
SCENA X
DONNA ROSAURA, poi il conte ONOFRIO, poi DON FLORINDO.
Donna Rosaura - Questo disordine mi dispiace infinitamente.
La contessa Eleonora veniva a domandarmi scusa, e il diavolo ha fatto che se n'è andata.
(Il Conte Onofrio col tovagliuolo sulle spalle,
senza spada, mangiando)
Conte Onofrio - Animo, signora donna Rosaura, che la zuppa è in tavola.
Donna Rosaura - Dispensatemi, che oggi non desino.
Conte Onofrio - No? Pazienza, mangeremo noi.
(parte)
Donna Rosaura - Ho altro in capo che mangiare.
Mi sta sul cuore questo inconveniente colla signora contessa Eleonora, spero per altro che si appagherà delle mie giustificazioni, e che ritornerà a visitarmi.
Don Florindo - Perché non volete venir a pranzo? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Perché non ho volontà di mangiare.
Don Florindo - Venite almeno per compagnia.
Donna Rosaura - Lasciatemi in pace; non mi disturbate da vantaggio.
Don Florindo - Vi è successo qualche inconveniente?
Donna Rosaura - Mi è succeduto quello che suol succedere, quando si tiene servitù in casa, che non sa il suo mestiere.
Una dama è venuta per visitarmi, Brighella ha tardato a recar la risposta al bracciere, e la dama si è chiamata offesa ed è ritornata indietro.
Don Florindo - Toccava a voi a mandar subito la risposta.
Donna Rosaura - Ho spedito Brighella di volo dietro la carrozza per far le mie scuse colla contessa.
Don Florindo - Eccolo, che ritorna.
SCENA XI
BRIGHELLA e detti; poi il conte ONOFRIO, che torna come sopra.
Brighella - Ohimè, non posso più.
(affannato)
Donna Rosaura - Presto, che ha detto la contessa Eleonora? Vuole tornare a vedermi?
Brighella - La me lassa chiappar fià.
Ho corso come un daino, no posso più.
Donna Rosaura - Sbrigati, asinaccio.
Don Florindo - Via, abbiate un poco di carità.
(a Rosaura)
Brighella - Son arrivado alla carrozza, e l'ho fatta fermar.
Me son presentà alla dama, ho principià a parlar; l'ha interrotto le mie parole, e la m'ha dito che no la se degna de parlar con un staffier; mi voleva seguitar a dir, e ella m'ha fatto dar dal cocchier una scuriada in tel muso, e l'è tirada de longo.
Donna Rosaura - Va' via di qua.
(a Brighella con collera)
Brighella - Subito la servo.
(Questo l'è quel, che se guadagna a servir de sta sorte de matti).
(parte)
Donna Rosaura - Un affronto al mio staffiere?
Don Florindo - Vostro danno.
Impacciatevi con gente par vostra.
Donna Rosaura - E voi ve la passate così placidamente?
Don Florindo - E che volete ch'io faccia? La dama ha ragione.
Quando le volevate far una scusa non conveniva mandare uno staffiere.
Donna Rosaura - E chi avevo da mandare, se voi avete licenziato il cameriere?
Don Florindo - L'ho licenziato stamattina, quando aveva risoluto di andarmene.
Conte Onofrio - Florindo, venite, o non venite?
Don Florindo - Caro signor conte, compatitemi, ho sempre di questi maladetti imbarazzi.
Conte Onofrio - Se non vuol venir ella, almeno venite voi.
Don Florindo - Volete usare questa mala creanza al signor conte? Non volete venire a tavola? (a Rosaura)
Donna Rosaura - Il signor conte mi dispenserà.
Conte Onofrio - Sì, vi dispenso.
Anche voi Florindo, se volete restare, restate; basta ch'io lo sappia, del resto mangerò anche solo, quando si tratta di compiacervi.
Donna Rosaura - Signor conte, favorite di mandarmi il moro.
Conte Onofrio - Subito ve lo mando.
(Oh che cappone! Ha tanto di lardo) (parte).
Don Florindo - Che cosa volete fare del moro?
Donna Rosaura - Voglio mandarlo a far le mie scuse colla contessa Eleonora.
Don Florindo - Il moro? fareste peggio.
Donna Rosaura - Il moro non è staffiere.
Don Florindo - È un servitore, è uno schiavo e un buffone.
Donna Rosaura - Dunque andateci voi.
Don Florindo - Io non vi anderei, se mi deste mille zecchini.
Donna Rosaura - Dunque vi anderò io.
Don Florindo - A buon viaggio.
Donna Rosaura - E se poi non mi ricevesse?
Brighella - Lustrissima, el conte Lelio.
Donna Rosaura - Venga, venga, che viene a tempo.
Brighella - (Qua no se patisse de indigestion.
Sempre in moto).
(parte)
Donna Rosaura - Il conte Lelio mi darà norma, come devo contenermi; andate a tener compagnia al conte Onofrio.
Don Florindo - Quando mai finiremo d'impazzire? (parte)
SCENA XII
DONNA ROSAURA e il conte LELIO.
Donna Rosaura - Conte Lelio, avete saputo la scena che ha fatto la contessa Eleonora?
Conte Lelio - So tutto, e tutto è accomodato.
Donna Rosaura - Dite davvero? Mi consolate.
Conte Lelio - Siccome la contessa Eleonora si era ridotta a farvi una visita per le mie insinuazioni, così è venuta a cercare di me al casino, e mi ha detto, che l'avete fatta aspettare tre quarti d'ora.
Donna Rosaura - Non è vero; nemmeno dieci minuti.
Conte Lelio - Basta, l'ho acquietata, l'ho persuasa a venire stasera dalla contessa Beatrice, dove la vedrete, e potrete anche voi far le vostre scuse.
Donna Rosaura - Caro conte, quanto mai vi sono obbligata!
Conte Lelio - Che non farei per meritarmi l'onore della vostra grazia?
Donna Rosaura - La mia grazia val troppo poco in paragone del vostro merito.
Conte Lelio - Con quanto garbo voi proferite quelle dolci parole!
Donna Rosaura - Volete sedere, contino?
Donna Rosaura - Credete voi, contino mio, che avrò questo piacere di stare tutta una sera in una conversazione di dame?
Conte Lelio - Io ne son quasi certo, questa sera alla festa di ballo vi saranno parecchie dame.
Donna Rosaura - Ma che cosa dicono di me?
Conte Lelio - Vi lodano infinitamente.
Donna Rosaura - Mi lodano? Che dicono del mio discorso?
Conte Lelio - Piace a tutte universalmente.
Donna Rosaura - Il mio modo di vestire incontra?
Conte Lelio - Assai.
Donna Rosaura - Spero che, se mi vedranno ballare, faranno miglior concetto di me.
Conte Lelio - Eh, signora mia, il vostro discorso è elegante, il vostro portamento è grazioso; ma il vostro volto è adorabile.
Donna Rosaura - Siete pur grazioso.
Andiamo, contino, andiamo a tavola, venite a mangiar la zuppa con me.
Conte Lelio - Mi sono preziose le grazie vostre.
(partono)
SCENA XIII
Strada.
Il conte OTTAVIO, poi un PAGGIO della contessa Eleonora con viglietto.
Conte Ottavio - Servir dama? Gran miseria al dì d'oggi! Sempre puntigli, sempre puntigli.
L'uomo più flemmatico del mondo, quando si mette a servire una donna, ha da perder la pazienza, voglia, o non voglia.
Ecco un paggio della contessa Eleonora.
Paggio - La mia padrona manda questo viglietto a vossignoria illustrissima.
Conte Ottavio - Che fa la vostra padrona?
Paggio - Sta alla tavoletta a correggere i difetti della natura.
(parte)
Conte Ottavio - Ma il difetto di essere puntigliosa non lo correggerà mai.
Vediamo che cosa contiene questo foglio.
È molto, che dopo essersi dichiarata disgustata meco, sia stata la prima a scrivermi un viglietto.
Qualche gran cosa conterrà.
(legge) "Questa sera la contessa Beatrice dà una festa di ballo, ed io sono invitata.
Quattro cavalieri si lusingano che sia durevole il mio sdegno con voi, e si esibiscono a gara.
Io per altro, che mi pregio sopra tutto della costanza, vi voglio preferire per non far ridere a spese vostre i vostri rivali".
Ed io credo che non vi sia un cane che la guardi, e che cerchi di me per non andar sola.
Sentiamo il resto.
"La castellana mi ha fatto un'impertinenza.
Il conte Lelio ha fatto il possibile per acquietarmi, ed io ho finto di esser placata; ma questa sera farò conoscere il mio risentimento".
Ecco qui; certe signore così fatte, osservano minutamente tutti i puntigli, e non abbadano a quello di mantener la parola.
Andiamo alla conclusione: "Venite dunque immediatamente a mia casa, e se vi preme la mia grazia, e se bramate far vedere pubblicamente che non sono sdegnata con voi, venite disposto a persuadermi con qualche segno di pentimento, che vi dispiace avermi fatto adirare; ed allora tornerò con voi quale finora sono stata.
Vostra amica sincera, chi voi sapete".
Oh, questa è graziosissima! Ella ha bisogno di me, perché non ha nessuno che l'accompagni, vuol ch'io vada a servirla, e pretende, che le domandi perdono di un'offesa sognata! Che cosa ho da fare? Se non ci vado, commetto un'inciviltà.
Se ci vado, faccio una figura ridicola.
Ma vi anderò, perché già questa sorta di figure ridicole in oggi sono all'ultima moda.
Sono curioso di saper qual sia il dispiacere, che la Contessa ha ricevuto da donna Rosaura.
Già m'immagino, sarà qualche freddura.
Mi dispiace la minaccia ch'ella fa di riscattarsi alla festa di ballo; non vorrei che ella suscitasse qualche sconcerto, ed io dovessi entrare in qualche impegno per sua cagione.
Ecco il signor Pantalone.
Egli è amico della signora donna Rosaura e di suo marito; forse qualche cosa saprà.
SCENA XIV
PANTALONE e detto.
Conte Ottavio - Riverisco il signor Pantalone.
Pantalone - Servitor devotissimo, sior conte.
Conte Ottavio - Ditemi in grazia, quant'è che non avete veduto il vostro amico, il signor don Florindo?
Pantalone - Da stamattina in qua.
Conte Ottavio - Sapete che sia succeduto alcun disordine in casa sua?
Pantalone - Mi no so gnente.
So che l'aveva destinà de partir, e che l'averia fatto da omo a andar via; ma so che quella cara zoggia de so mugier la l'ha tornà a voltar, e la l'ha fatto restar a Palermo.
Conte Ottavio - Io dubito che sua moglie voglia essere la sua rovina.
Pantalone - No la saria una gran maraveggia, perché per el più le femmene, le xe la rovina delle famegie.
Conte Ottavio - Giacché voi siete amico di casa sua, voglio farvi una confidenza da uomo onesto.
Sappiate che una dama si chiama offesa dalla signora Rosaura; questa sera si vedranno a una festa di ballo, e non vorrei le succedesse qualche disgrazia.
Pantalone - Mi no so cossa dir.
A sior don Florindo ghe voggio ben, e per elo faria de tutto; ma a casa soa son stà adesso, e nol ghe xe.
Debotto xe notte, e mi no so dove andarlo a trovar; me sala dir chi sia la dama offesa?
Conte Ottavio - Ve la dirò in confidenza, ma non mi fate autore.
È la contessa Eleonora.
Pantalone - Stemo freschi.
So che muschietto(2) che la xe.
Conte Ottavio - Lo so ancor io pur troppo.
Pantalone - La me perdona, se parlo con libertà.
La sa de che umor stravagante che la xe, e la la serve con tanta attenzion?
Conte Ottavio - Che volete ch'io faccia? Ho principiato a servirla; son nell'impegno, e non so come fare a staccarmi.
Pantalone - Gran cossa xe questa! I omeni i xe arrivai a un segno, che debotto no i gh'ha de omo altro che el nome.
Le donne le ghe comanda a bacchetta.
Per le donne se fa tutto, e chi vuol ottegnir qualche grazia, bisogna, che el se raccomanda a una donna.
Da questo nasse che le donne le alza i registri, e le se mette in testa de dominar.
Le xe cosse che fa morir da rider, andar in conversazion dove ghe xe donne coi cavalieri serventi.
Le sta là dure impietrie a farse adorar; chi ghe sospira intorno da una banda, chi se ghe inzenocchia dall'altra.
Chi ghe sporze la sottocoppa: chi ghe tiol su da terra el fazzoletto.
Chi ghe basa la man, chi le serve de brazzo.
Chi ghe fa da segretario, chi da camerier, chi le perfumega, chi le sbruffa, chi le coccola, chi le segonda.
E elle le se lo dise una con l'altra, le va d'accordo, le se cazza i omeni sotto i piè; el sesso trionfa, e i omeni se reduse schiavi in caéna, idolatri della bellezza, profanatori del so decoro, e scandolo della zoventù.
Conte Ottavio - Signor Pantalone, per dir il vero, le vostre massime sono ottime, la vostra morale è molto giusta.
Pantalone - Sala quante volte che ho fatto de ste lezion anca a sior don Florindo? Ma gnente, no i me ascolta.
Onde xe meggio che tasa, che lassa che l'acqua corra per el so canal, e a chi ghe diol la testa, so danno.
Anderò a cercarlo, ghe dirò le parole, ma gnanca sta volta no farò gnente; perché el gh'ha una mugier volubile in tel ben, e ustinata in tel mal.
(parte)
Conte Ottavio - Questi vecchi parlano bene, ma non si ascoltano.
Conosco anch'io che dice il vero, ma non trovo la via di seguitarlo.
Ah sì! La nostra rovina sono i rispetti umani.
(parte)
SCENA XV
Sala per il ballo in casa della Contessa Beatrice, con lumiere, sedie
ed un tavolino in mezzo con varie candele di cera ed una accesa.
Il conte ONOFRIO e SERVITORI che accomodano le candele.
Suonatori per la festa.
Conte Onofrio - Basta così; la sala è bene illuminata.
(Queste sei candele le cambierò collo speziale in tanto zucchero).
(da sé) (parte colle sei candele, poi torna)
Servitore - (M'immagino, che all'ultimo si prenderà anche i moccoli).
(da sé con rabbia)
Conte Onofrio - Via, andate in cucina, preparate ogni cosa, che vogliono cenar presto.
Vi raccomando quei cotornici.
Dite al cuoco che faccia con essi una buona zuppa.
(il Servo parte) Vorrei che di questi forestieri ne venisse uno alla settimana.
SCENA XVI
BRIGHELLA con un bacile di confettura sotto il tabarro, ed il conte ONOFRIO.
Brighella - Con buona grazia de vussustrissima.
Conte Onofrio - Venite, galantuomo.
Che cosa avete là sotto?
Brighella - La padrona la prega perdonar la confidenza, che la se tiol.
La gh'ha sto poco de confettura, e la ghe la manda; la se ne servirà stassera alla festa da ballo.
Conte Onofrio - Benissimo; ha fatto benissimo.
Lasciate vedere.
(prende due, o tre manciate di confetti) Andate, consegnate il bacile alla cameriera.
Brighella - (El gha dà la so castradina).
(parte)
Conte Onofrio - Questi sono buoni per divertirsi, mentre ballano.
SCENA XVII
ARLECCHINO con una guantiera con boccette di rinfreschi, ed uomini con sorbettiere,
ed il conte ONOFRIO; poi la contessa BEATRICE ed il conte LELIO.
Arlecchino - Poder vegnir?
Conte Onofrio - Venir, venir.
Che cosa aver?
Arlecchino - Portar acqua, per refrescar.
Conte Onofrio - Lassar veder.
(prende due boccette, e se le beve)
Arlecchino - Maledetto! E mai no crepar?
Conte Onofrio - Tegnir, andar.
(ripone le due boccette sulla guantiera)
Arlecchino - Mi andar, e ti mandar.
(parte cogli uomini).
Conte Onofrio - Quel vino di Canarie mi ha eccitato la sete.
Contessa Beatrice - Ecco le dame che principiano a venire.
Conte Onofrio - Io me ne vado, e vi aspetto a cena.
(parte)
Contessa Beatrice - Sonatori, principiate la sinfonia.
(sonatori suonano)
SCENA XVIII
La contessa CLARICE servita da un cavaliere, che non parla.
Altre due dame con due cavalieri che non parlano.
Beatrice va a ricevere le due dame, le quali entrano, servite di braccio da' loro cavalieri.
Entrati che sono, Beatrice fa seder le tre dame in mezzo nel primo luogo.
I cavalieri siedono discorrendo fra di loro nelle sedie laterali.
Lelio siede dall'altra parte, e Beatrice, dopo aver fatto i suoi complimenti colle dame, va a sedere vicino a Lelio; seguita la sinfonia, e frattanto arrivano
ROSAURA e FLORINDO.
Beatrice s'alza, e va a riceverla, e la pone a sedere presso a Clarice, poi torna vicino a Lelio.
Florindo va presso a' cavalieri.
Clarice colle due dame salutano freddamente Rosaura, poi si parlano sottovoce fra di loro.
Da lì a qualche poco Clarice s'alza, e va vicino a Beatrice, e finge parlare con lei; dopo le altre due dame si alzano, e vanno vicino a Clarice, lasciano Rosaura sola, e parlano sottovoce con Clarice.
Florindo s'alza, va per parlare con Rosaura, la quale arrabbiata lo scaccia, ed egli torna al suo posto.
Arrivano
La contessa ELEONORA ed il conte OTTAVIO.
Beatrice s'alza, va ad incontrarla, e la conduce per sedere presso Rosaura.
Ella osserva intorno, e va a sedere in mezzo degli uomini, e resta Rosaura sola.
Beatrice, vedendo questo, va ella a sedere presso Rosaura parlandole piano, e Rosaura scuote il capo.
Viene in sala
Un BALLERINO, maestro di sala, e terminata la sinfonia, ordina a' sonatori il minuè.
I sonatori sonano.
Il ballerino per ordine di Beatrice va a prender Rosaura, e con essa balla il minuè.
Frattanto che Rosaura balla, tutte le dame a una per volta partono, e i cavalieri seguitano le loro dame.
Lelio per arrestarle s'alza, e le seguita.
Rosaura, vedendo andar via la gente, prima di terminare il minuè, si rivolta a Beatrice, che va smaniando.
I sonatori si fermano.
Donna Rosaura - Come? A me un affronto di questa sorta? (a Beatrice)
Contessa Beatrice - L'affronto lo ricevo io, e lo ricevo per causa vostra.
Don Florindo - Andiamo, andiamo, me ne farò render conto.
(a Rosaura)
Contessa Beatrice - Da chi ve ne farete render conto?
Don Florindo - Da quello scrocco di vostro marito.
(parte)
Contessa Beatrice - Sia maledetto, quando vi ho conosciuto.
Donna Rosaura - Da una dama della vostra sorta, nulla poteva sperar di meglio.
(parte)
SCENA XIX
La contessa BEATRICE, poi il conte LELIO, poi il conte ONOFRIO.
Contessa Beatrice - Un affronto alla mia casa? Come mai risarcirlo? Non si parlerà d'altro per i caffè.
Sarò io la favola di Palermo.
Conte Lelio - Son partite.
Non vi è stato rimedio di trattenerle.
Contessa Beatrice - E dove sono andate?
Conte Lelio - Tutte in casa della contessa Eleonora.
Contessa Beatrice - Voglio andarvi ancor io.
Conte Lelio - Non fate; vi rimedieremo.
Contessa Beatrice - Voglio andarvi per assoluto.
Se non volete venir voi, non m'importa (parte).
Conte Lelio - Vi servirò, se così volete.
Conte Onofrio - Che cosa c'è? (a Lelio)
Conte Lelio - Perché la signora Rosaura ha ballato il primo minuè, tutte le dame sono andate via.
(parte)
Conte Onofrio - Non vi è altro male? Quando è all'ordine la cena, io non aspetto nessuno.
(parte)
ATTO III
SCENA I
Camera solita nella locanda con tavolino e lumi.
DONNA ROSAURA e DON FLORINDO.
Don Florindo - Tant'è, voglio sfidar alla spada quel mangione del conte Onofrio.
Donna Rosaura - Quando lo volete sfidare?
Don Florindo - Subito, domani mattina.
Donna Rosaura - Mi parrebbe di commettere un'azione indegna, se restassi a Palermo sino a domani.
Mandate subito a prendere il carrozzino; ordinate che attacchino i quattro cavalli, e avanti che suoni la mezza notte, usciamo da questa città.
Don Florindo - E mi persuadereste partire senza un qualche risentimento?
Donna Rosaura - Questa è una cosa alla quale tocca a pensare a me.
Don Florindo - Ci devo pensar io, che sono vostro marito.
Donna Rosaura - No, Florindo, fidatevi questa volta di me.
Può essere che mi riesca far le vostre vendette, senza sfoderare la spada.
Don Florindo - Eh, che per fare a vostro modo, sinora ho fatto delle bestialità; non voglio che mi meniate più per il naso.
Donna Rosaura - Ora non vi domando di secondarmi per un capriccio, per un piacere, ma solamente vi chiedo, che siccome sono io stata la cagione di questo male, lasciate fare a me a procurare il rimedio.
Don Florindo - Ditemi che cosa avete intenzione di fare.
Donna Rosaura - No, non lo voglio dire.
Bastivi sapere che il pensiero è tutto mio, che la vendetta è sicura, e che mancherà il tempo di farla se inutilmente ci tratteniamo.
Don Florindo - Dunque che abbiamo a fare?
Donna Rosaura - Mandate subito a ordinare il carrozzino con i quattro cavalli.
Don Florindo - E la roba?
Donna Rosaura - La roba si consegnerà al padron dell'albergo, e la manderà poi a Castellamare.
Don Florindo - Volete far uccidere qualcheduno?
Donna Rosaura - Eh, pensate! La vendetta ha da essere senza sangue.
Don Florindo - Io non vi so capire.
Donna Rosaura - Sollecitate, e saprete la mia intenzione.
Don Florindo - Brighella? (chiama)
SCENA II
BRIGHELLA e detti; poi ARLECCHINO.
Brighella - Lustrissimo.
Don Florindo - Va subito alla posta, ordina nuovamente il carrozzino con i quattro cavalli, e dì al postiglione, che venga immediatamente, poiché voglio da qui a pochi momenti partire.
Brighella - A st'ora? Sala che sarà tre ore de notte?
Don Florindo - La porta si farà aprire.
Va subito; non tardare.
Brighella - (Oh, cossa che vol rider el postiglion!).
(parte)
Donna Rosaura - Bravo, ora vedo che mi volete bene, e che vi fidate di me.
Don Florindo - Ma si può sapere che cosa abbiate intenzione di fare?
Donna Rosaura - Or ora lo saprete.
Moro? (chiama)
Arlecchino - Comandar.
Donna Rosaura - Ascolta bene ciò che ti ordino, e bada di non fallare.
Arlecchino - Mi star omo, mi no fallar.
Donna Rosaura - Informati dove è il palazzo della contessa Eleonora del Poggio.
Introduciti bel bello nel primo ingresso, e domanda a quei servitori se colà vi sono ancora le dame, ch'erano al festino della contessa Beatrice, e portami subito la risposta.
Arlecchino - No voler altro?
Donna Rosaura - Questo, e non altro; mi preme subito.
Arlecchino - In do salti andar e in quattro salti tornar.
Don Florindo - Dunque le dame, che erano al festino, sono andate dalla contessa Eleonora?
Donna Rosaura - Così mi ha detto il cocchiere.
Don Florindo - E voi che pensate di fare, dopo che sarete di ciò assicurata?
Donna Rosaura - Gran curiosità! Lo saprete da qui a poco tempo.
SCENA III
Brighella e detti.
Brighella - Ho trovà el postiglion per strada.
Gh'ò dà l'ordene, e adessadesso el sarà qua.
Don Florindo - Presto; mettiamoci all'ordine.
Donna Rosaura - Io monto in carrozzino tal qual mi vedete.
Brighella - Gh'è l'illustrissimo sior conte Lelio, che li vorria reverir.
Donna Rosaura - Digli che non ci sono.
Don Florindo - Sentiamo che cosa dice.
Donna Rosaura - Non lo voglio ricevere.
Brighella - Cossa gh'òio da dir?
Donna Rosaura - Digli che non ci siamo, e se non lo crede, digli che io non lo voglio ricevere.
Brighella - La sarà servida.
(parte)
Don Florindo - Credete, che il conte Lelio, abbia colpa nell'affronto che ci hanno fatto?
Donna Rosaura - O colpa, o non colpa, non voglio più nessuno di costoro d'intorno.
Vado nella mia camera, e quando viene il carrozzino, avvisatemi (parte).
SCENA IV
DON FLORINDO, poi BRIGHELLA.
Don Florindo - Ora conosce mia moglie la pazzia che aveva nel capo; spero che ciò le servirà di regola, e per l'avvenire non darà in simili debolezze.
Brighella - L'è andà via.
Don Florindo - Che cosa ha detto?
Brighella - El s'ha accorto benissimo che no i l'ha volesto, e l'ha dito mastegando: Questo è quello che si avanza a usar finezze a questa sorta di gente.
Don Florindo - A questa sorta di gente? Giuro al cielo! Mia moglie dice di vendicarsi, ma non so che cosa farà, e dubito di qualche freddura; anch'io voglio cavarmi una soddisfazione.
Senti, Brighella, so che sei uomo, e che farai con esattezza quanto ti ordino.
Brighella - La comanda pur, e la vederà se so far.
Don Florindo - Sei pratico di Palermo?
Brighella - Ghe son stà tanti anni.
Don Florindo - Sapresti ritrovarmi quattro bravi uomini, che fossero buoni da menar le mani?
Brighella - Alla bettola se ne trova quanti se vol.
Don Florindo - Tieni.
Questi sono sei zecchini, trova quattro uomini, dà loro uno zecchino per uno, conducili al palazzo della contessa Eleonora, e ordina ad essi che bastonino tutti i servitori che escono da quella casa.
Brighella - I servidori?
Don Florindo - Sì, i servitori.
Brighella - Che colpa gh'ha i poveri servidori?
Don Florindo - Questa è una vendetta che ho veduta praticare da molti.
Bastonar il servo per far un affronto al padrone.
Brighella - Poverazzi! I me fa peccà.
Don Florindo - Se lo fai, guadagni li due zecchini; se non lo fai, ti licenzio dal mio servizio.
Brighella - Lo farò, ma confesso el vero, che me despiase, perché l'è un pan che me pol esser reso anca a mi (parte).
Don Florindo - Almeno potrò vantarmi di aver fatto una qualche vendetta; si parlerà almeno di me con qualche stima, con qualche rispetto.
SCENA V
PANTALONE e detto.
Pantalone - Se pol vegnir? (di dentro)
Don Florindo - Venite, venite, signor Pantalone.
Pantalone - L'ho cercada per tutto a bonora, per dirghe una cossa de premura, e no l'ho trovada.
Se l'avesse trovà in tempo, pol esser, che avesse podesto prevegnir un desordene, che sento a dir che sia nato.
Xe la verità che gh'è stà fatto un affronto? Giera a casa, e i me lo xe vegnù a contar.
Don Florindo - Pur troppo è la verità.
Pantalone - Se la me avesse badà a mi, no ghe saria successo sto inconveniente.
Don Florindo - Causa mia moglie.
Pantalone - Causa el mario, e no la mugier.
Col mario no segonda, la mugier no pol gnente.
Don Florindo - Basta, avete fatto bene a venirmi a favorire, mentre aspetto il carrozzino, e subito parto.
Pantalone - La farà come stamattina.
Don Florindo - Non ci è pericolo.
Pantalone - E la consorte cossa disela?
Don Florindo - È stata ella che mi ha fatto risolvere a partir subito.
Pantalone - Ah, donca la va via per conseggio della mugier? Co la lo fa perché la mugier lo conseggia, anca sta volta la farà un sproposito.
Don Florindo - Mi persuadereste voi ch'io restassi a Palermo?
Pantalone - Sior sì, stamattina l'averia persuaso a andar via; stassera ghe digo che el doveria restar qua.
Don Florindo - Da che nasce la varietà della vostra opinione?
Pantalone - Dalla varietà delle circostanze.
Stamattina l'andava via avanti che ghe fusse stà fatto sto affronto, e la so partenza giera un atto de virtù, che prevegniva i disordini.
Adesso che l'affronto è seguìo, la so partenza xe un atto de viltà, che mazormente faria rider i so nemici.
Don Florindo - Prima però di partire, daremo segni del nostro risentimento.
Pantalone - Come, cara ella?
Don Florindo - Mia moglie ha in mente il disegno di vendicarsi a dovere, senza far strepito.
Pantalone - Ecco qua: tutto la mugier.
Mo cossa xelo elo? La me perdona, un pappagallo?
Don Florindo - Io per la mia parte ho fatto quello che dovevo; e domani si saprà che ho spirito per risarcire le offese fattemi.
Pantalone - Poderavela a un omo che ghe vol ben, come mi, confidar qual sia la so resoluzion?
Don Florindo - Ho mandato quattr'uomini a bastonare i servitori di quelle dame e di quei cavalieri, che al festino mi hanno fatto l'affronto.
Pantalone - Oh bella vendetta! Veramente eroica e da omo de garbo! No me posso tegnir, bisogna che diga quel che sento, e la me cazza via, se la vol, che la gh'ha rason.
Per un affronto recevudo dai patroni, far bastonar i servitori? Con che rason? Con che leze? Con che conscienza? Che colpa gh'ha i servitori in tei mancamenti dei so patroni? A questo la ghe dise risarcimento dell'offesa? A questo mi ghe digo ingiustizia, crudeltà, barbarità; ghe digo maltrattar l'innocente, senza vendicarse dell'offensor.
Ma po, se parlemo della vendetta, che razza de vendetta xe questa? Ghe vol assae a trovar quattr'omeni, che a sangue freddo bastona quella povera servitù? Sior Florindo caro, tutte pazzie, tutti inganni della fantasia, inganni dell'ambizion, che lusinga i omeni, e ghe dà da intender, che la vendetta più facile sia la più vera, e che per vendicarse del reo, sia lecito opprimer anca l'innocente.
Don Florindo - Ma dunque, signor Pantalone, che specie di vendetta mi consigliereste voi che io facessi?
Pantalone - Prima de tutto ghe dirò che la vendetta non xe mai cossa lecita in nissun tempo, in nissun caso.
Ma molto manco quando l'offesa provien da qualche principio, che giustifica l'offensor.
Me spiego.
L'uso de squasi tutti i paesi del mondo xe che in te le conversazion, in te le reduzion, dove se raduna la nobiltà, no se ammetta chi no xe nobile.
Mi no ghe digo adesso se sta usanza sia bona o cattiva, perché no voggio intrar in t'una disputa de sta natura, ma ghe digo ben che bisogna uniformarse al costume; e se la nobiltà, che xe garante de sto so privilegio, per mantegnirlo in osservanza gh'ha fatto un affronto, l'offesa no se pol dir prodotta da un'ingiustizia, ma più tosto cercada da chi l'ha recevuda.
Don Florindo - Dunque, da quel che dite, io ho torto.
Pantalone - La gh'ha torto siguro, a pretender quel che no se ghe convien.
Don Florindo - Il male l'ha fatto la contessa Beatrice, la quale per cento doppie ha preso l'impegno d'introdurci nelle adunanze di nobiltà.
Pantalone - Benissimo, el so risentimento la lo revolta contro la contessa Beatrice.
Don Florindo - Per questo, voleva sfidare alla spada il conte Onofrio suo marito.
Pantalone - Coss'è sta spada? Coss'è sta spada? Anca ella xe de quei che crede che un duello possa resarcir ogni offesa? che una sfida sia bastante a render la reputazion a chi l'ha persa? Pregiudizi, errori, pazzie! Sala come che la s'averia da vendicar in sto caso? Ghe dirò mi.
Farse dar indrio le cento doppie che i gh'ha magnà.
Star qualche zorno a Palermo; spender, goder, star allegramente con zente civil e da par soo, senza curarse de andar colla nobiltà.
Far veder che la cognosse el so dover, e buttar la broda adosso della contessa Beatrice.
Procurar de far servizio a qualche zentilomo, se la pol; reverirli tutti e respettarli, senza desmestegarse.
In sta maniera a poco alla volta tutti ghe correrà drio, e allora la poderà tornar a casa contento, e la poderà dir: no son stà in pubblico colle dame e coi cavalieri, ma le dame, e i cavalieri m'ha fatto delle onestà e delle finezze in privato.
Don Florindo - Questa è una cosa, che mi piace infinitamente; ma non so che cosa avrà risoluto mia moglie.
Pantalone - Ma no la se lassa dominar dalla mugier.
Don Florindo - Sentirò la di lei intenzione: se sarà uniforme al vostro buon consiglio, l'approverò; quando no, cercherò d'impedirla.
Pantalone - La fazza quel che ghe detta la so prudenza; mi no so più cossa dir.
Son vecchio, xe tardi, vago a casa e vago a dormir.
Se la vol bezzi, la manda; se la va via, ghe auguro bon viazo, se la resta se vederemo doman.
Ghe auguro la bona notte, bona salute, e la me permetta de dirghe, meggio condotta e un poco più de giudizio.
(parte)
Don Florindo - Che buon vecchio è il signor Pantalone; mi ha veramente penetrato nell'animo.
Non vorrei che Brighella avesse già eseguito il mio ordine, e le bastonate a quei poveri servitori fossero corse.
Anderò io stesso, e se sarò in tempo l'impedirò; vado e torno in un momento, senza che mia moglie lo sappia (parte).
SCENA VI
Notte.
Strada con porta del palazzo della contessa Eleonora.
BRIGHELLA con quattro uomini intabarrati.
Brighella - M'avè inteso; un zecchinetto per uno, e bastonè tutti i servitori che vien fora de sto palazzo.
Bravo - E se venissero a sei, a otto, e bastonassero noi?
Brighella - Usè prudenza.
Tolèli, co i vien a uno, a do alla volta.
Bravo - Credo che, dopo il primo, non ne potremo aver altri.
Brighella - Fe quel che podè.
Tolè i vostri bezzi, che mi no vôi altri fastidi.
A revederse.
(parte)
Bravo - Ritiriamoci dietro di questa casa, e aspettiamo che n'esca uno.
(si ritirano)
SCENA VII
ARLECCHINO dal palazzo della contessa ELEONORA, poi i quattro uomini rimpiattati.
Arlecchino - Aver inteso, aver inteso.
Star tutte dame palazzo.
Andar subito dir patrona.
(escono li quattro uomini, e bastonano ben bene Arlecchino, sinché egli cade in terra, e poi partono) Ahi, aiuto, chi star? Chi me aiutar? No saver gnente.
Lassar vita, lassar vita.
Aimè, star morto, star morto.
(cade in terra)
SCENA VIII
DON FLORINDO, e detto.
Don Florindo - O Brighella non è ancora qui capitato, o l'ordine è già corso.
Parmi veder un uomo disteso in terra.
Arlecchino - Star morto, star morto.
(con voce fioca)
Don Florindo - Fosse mai uno dei servitori, che ho fatto bastonare? Me ne dispiacerebbe infinitamente.
Arlecchino - Star morto, star morto.
(come sopra)
Don Florindo - Galantuomo, chi siete voi?
Arlecchino - Morto, morto.
Don Florindo - Moro, sei tu?
Arlecchino - No star moro, star morto.
Don Florindo - Oh povero sventurato! Dimmi, sei stato forse bastonato?
Arlecchino - Ahi, patron; povero moretto! Tanto tanto bastonar.
(s'alza un poco)
Don Florindo - Chi ti ha dato?
Arlecchino - Mi no saver.
Ahi! brazzi tanto doler.
Don Florindo - Dove andavi? Da dove venivi?
Arlecchino - Esser vegnù de palazzo, e andar da padrona per risposta portar.
Ahi, quanto doler!
Don Florindo - Ora capisco.
È uscito dal palazzo della Contessa, gli uomini trovati da Brighella l'avranno creduto un servo dei cavalieri, e lo hanno bastonato.
Ecco il solito effetto della vendetta; cade sempre in danno del vendicatore.
Levati, povero moro, levati.
Arlecchino - No poder.
Don Florindo - Vieni qui, che t'aiuterò.
Arlecchino - Caro patron.
Poveretto moretto, tanto bastonar.
(s'alza)
Don Florindo - Andiamo, ti farò medicare.
Arlecchino - Maladetto chi ha fatto mi bastonar, possa diavolo portar chi fatto mi bastonar.
Chi mi fatto bastonar, possa per boia impiccar.
(parte)
Don Florindo - Tutte queste imprecazioni vengono a me.
Tutti gli innocenti oppressi gridano vendetta contro i loro oppressori.
(parte)
SCENA IX
Stanze in casa della Contessa Eleonora, con tavolini, lumi e sedie.
La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE, il conte OTTAVIO.
Cavalieri e dame a sedere indietro, giocando.
Contessa Clarice - Può darsi temerità maggiore di questa? Una mercantessa sedere in mezzo di tante dame?
Contessa Eleonora - E di più ballare il primo minuè? Principiar ella il ballo?
Contessa Clarice - È una cosa che fa inorridire.
Pare impossibile, che si dia un caso di questa sorta.
Conte Ottavio - Circa il ballo, è stato il ballerino che ha mancato al suo dovere.
Contessa Clarice - Meriterebbe colui, che gli si facessero romper le gambe, acciò non ballasse più.
Contessa Eleonora - Io son capace di fargli fare questo servizio.
Conte Ottavio - Gli fareste una bella burla.
Contessa Eleonora - Pezzo d'asino! Non sa come si tratta! Il primo minuetto toccava a me.
Contessa Clarice - O a voi, o a me.
(le dame che sono indietro ridono)
Contessa Eleonora - Sentite quelle signorine: credo che ridano di noi.
(a Clarice)
Contessa Clarice - O di voi, o di me.
Conte Ottavio - Eh, che non ridono di alcuna di voi.
(Or ora si attaccano fra di loro).
(da sé)
Contessa Eleonora - Ma di tutto è causa la contessa Beatrice.
Contessa Clarice - Veramente la contessa Beatrice si è portata malissimo.
Contessa Eleonora - Qualche gran cosa l'ha messa in quest'impegno.
Contessa Clarice - Una raccomandazione di un gran ministro.
Contessa Eleonora - Per veder d'impiegar suo marito.
Contessa Clarice - Vedrete che quanto prima avrà qualche carica.
Contessa Eleonora - Dopo che ha mangiato tutto il suo, anderà a mangiare quello degli altri.
Conte Ottavio - Signore mie, questa è mormorazione.
Contessa Eleonora - Oh, il signor precettore!
Contessa Clarice - Il signor morale!
Conte Ottavio - Non parlo più.
SCENA X
Il conte LELIO e detti.
Contessa Eleonora - Oh signor protettore, che fa la sua castellana?
Conte Lelio - Non mi parlate più di colei.
Contessa Clarice - Che vuol dire? Si è disgustato?
Conte Lelio - Spiacendomi d'averla veduta partire in quella maniera dalla festa di ballo, sono andato a casa per ritrovarla, e mi ha fatto dire che non vi era, e non mi ha voluto ricevere.
Contessa Clarice - Vostro danno.
Contessa Eleonora - Imparate a servire delle mercantesse.
Conte Ottavio - Si sarà vergognata, e per questo non vi avrà ricevuto, non già con intenzione d'offendervi.
Contessa Eleonora - Mi volevo maravigliare, che il signor conte non la difendesse.
(verso Ottavio)
Conte Ottavio - Non parlo più.
Conte Lelio - Mai più m'impaccio con questa sorta di gente.
Contessa Eleonora - Contino, giacché non vi è la contessa Beatrice, dite, vi dava qualche poco nel genio, non è così?
Conte Lelio - Se vi ho da confessare la verità, non mi dispiaceva.
Contessa Eleonora - Ehi! Come è andata?
Conte Lelio - Non ho avuto tempo.
Contessa Clarice - Per altro...
Conte Lelio - Figuratevi.
Contessa Eleonora - Regali le ne avete fatti?
Conte Lelio - Più d'uno.
Contessa Clarice - Se lo sa la contessa Beatrice, povero voi.
Contessa Eleonora - Che dice Beatrice di noi?
Conte Lelio - È nelle furie al maggior segno.
Contessa Eleonora - Merita peggio.
Conte Lelio - Anzi voleva venire a trovarvi qui.
Contessa Clarice - Doveva venire, che ci avrebbe sentito.
Contessa Eleonora - Farla sedere nel primo luogo!
Contessa Clarice - Farla ballare il primo minuè!
Conte Ottavio - M'aspetto che di questa gran cosa ne parliate ancora da qui a dieci mesi.
Contessa Eleonora - Quanto vogliamo noi.
Contessa Clarice - Che caro signor correttore!
Conte Ottavio - Non parlo più.
SCENA XI
La contessa BEATRICE e detti.
Contessa Beatrice - Brave, brave, avete fatto una bella cosa.
Contessa Eleonora - Voi l'avete fatta più bella.
Contessa Clarice - Abbiamo sofferto anche troppo.
Conte Ottavio - (Ora viene la bella scena).
(da sé)
Contessa Eleonora - Andarla a metter al primo posto.
Contessa Beatrice - Ecco lì il signor protettore, l'ha messa lui.
(verso Lelio)
Contessa Eleonora - Bravo.
Contessa Clarice - Bravissimo.
Conte Lelio - Io non ho fatto questa cosa.
Non ero io il padrone di casa.
Contessa Beatrice - Se sapeste tutto, è innamorato morto di colei.
Contessa Eleonora - E voi lo soffrite? (a Beatrice)
Contessa Clarice - E voi gli fate la mezzana? (alla medesima)
Contessa Beatrice - Che volete ch'io faccia? Me l'ha saputa dare ad intendere; son di buon cuore, non ho potuto dire di no.
Conte Lelio - (Non sanno niente del negozio delle cento doppie).
(da sé)
Contessa Eleonora - E poi, cara Contessa, farla ballare il primo minuè?
Contessa Beatrice - Questa è colpa del ballerino.
Contessa Clarice - E voi ve la passate con questa disinvoltura? Non gli fate romper le ossa?
Contessa Beatrice - A quest'ora credo se ne sia pentito.
Conte Lelio - Sì signora, ha avuto di già il suo castigo.
Egli è a tavola col conte Onofrio, che si mangia i fagiani.
Contessa Beatrice - Briccone! Me la pagherà.
Ma voi altre, che siete amiche, piantarmi così? Andarvene senza dir nulla?
Contessa Eleonora - In queste cose non vi vogliono complimenti.
Contessa Clarice - Vi andava del nostro decoro.
Contessa Beatrice - Eh via! Che siete puntigliose.
Contessa Eleonora - Brava, siamo puntigliose? Perché non l'avete condotta qui quella signora di tanto merito?
Contessa Beatrice - Per me non la tratterò più certamente.
Contessa Clarice - Non avete impegno con un ministro?
Contessa Beatrice - Quando devo dirvi tutto, l'ho fatto per compiacere unicamente il caro signor conte Lelio.
Contessa Eleonora - Sicché il signor conte Lelio è causa di tutto.
Contessa Clarice - Non vi credeva capace di ciò.
(a Lelio)
Conte Lelio - (Se potessi dir tutto, non parlereste così).
(a Beatrice)
SCENA XII
DONNA ROSAURA e detti.
Contessa Eleonora - Come!
Contessa Beatrice - Qui?
Contessa Clarice - Che temerità è questa?
Donna Rosaura - Signore mie, per grazia, per clemenza.
Non vengo in conversazione, non vengo per frammischiarmi con voi, vengo a chiedervi scusa, vengo a domandarvi perdono.
Conte Ottavio - Oh, via, signora donna Rosaura, questo è troppo.
Donna Rosaura - Conte Ottavio, giacché voi mostrate essere penetrato dalla mia umiliazione, impetratemi voi da queste dame la grazia di poter parlare, assicurandole che non eccederà il mio discorso il periodo di pochi minuti; che alla porta di questo palazzo vi è il carrozzino che mi attende per ritornare alla patria mia; e che non venendo io per trattenermi in conversazione, ma per dar loro una ben giusta soddisfazione, posso essere ascoltata, senza offendere le leggi rigorose delle loro adunanze.
Conte Ottavio - Signore mie, che cosa dite? Siete persuase dell'istanza, senza che vi aggiunga niente del mio, per indurvi ad ascoltare una donna, che con tanta civiltà ve ne supplica?
Contessa Eleonora - Sentiamo che cosa sa dire.
Conte Ottavio - Parlate, signora donna Rosaura, queste dame ve lo permettono.
Donna Rosaura - Ringrazio queste dame della loro bontà; le ringrazio delle finezze che alcuna di esse si è degnata farmi in privato, e le ringrazio della libertà che mi danno di poter per l'ultima volta ad esse in pubblico favellare.
Confesso aver io estese troppo le mire, allorché mi sono lusingata di poter essere ammessa alla loro conversazione; ma spero sarò compatita allora che farò noti i motivi dai quali è derivata in me una tale lusinga.
Primieramente è rimarcabile essere io allevata in un luogo, ove per ragion del commercio, non vi è certa rigorosa distinzione degli ordini, ma tutte le persone oneste e civili si trattano a vicenda, e si conversano senza riserve; onde non è temerità l'aver io sperato, con qualche maggior difficoltà, poter essere ammessa fra le dame di questa città.
Di ciò per altro mi sarei facilmente disingannata, se da persone illibate e sincere fossi stata meglio istruita, e delle vostre leggi avvertita.
Quello, che dalla legge è proibito, non si può col denaro ottenere; quello che si può ottenere col denaro, non si deve credere direttamente opposto alla legge.
Onde, se mi fu esibito a contanti l'onor della vostra conversazione, son compatibile, se ho creduto aver anch'io il diritto di potervi aspirare.
Parlo senza arcani, mi levo la maschera, e a chi duole, suo danno.
La contessa Beatrice con cento doppie mi ha venduta la sua mediazione, e a questo prezzo mi ha assicurato l'accesso alla conversazione delle dame.
O ella mi ha ingannato, o voi le avete fatta un'ingiuria.
Nel primo caso, siate voi stesse giudici della mia ragione; nel secondo pensi la contessa Beatrice a risentirsi con voi, e a giustificarsi con me.
Io nulla voglio né da lei, né da voi.
Bastami avervi fatto noto, che non sono né pazza, né debole, né presontuosa.
Il carrozzino mi aspetta, mi sollecita mio consorte, torno alla patria, e porterò colà la memoria delle vostre grazie e della mia disavventura; anzi in ricompensa della bontà che ora avete dimostrata per me, permettetemi che vi avvertisca, che più di quello avesse potuto pregiudicare al decoro vostro la mia bassezza, deturpa il vostro carattere e la vostra società una dama ingannatrice e venale.
(parte)
SCENA XIII
I suddetti fuori di donna Rosaura, che è partita.
Contessa Beatrice - A me questo?
Contessa Eleonora - Fermatevi, contessa Beatrice, non inveite contro di essa, senza prima giustificarvi.
Avete voi avuto le cento doppie?
Contessa Beatrice - Le cento doppie le ho vinte per una scommessa.
Contessa Eleonora - E che cosa avete scommesso?
Contessa Beatrice - Cadde la scommessa sull'ora del mezzogiorno.
Contessa Eleonora - Eh, che non si scommettono cento doppie per queste freddure! Se le aveste perse, come le avreste pagate?
Contessa Beatrice - Se nol credete, chiedetelo al conte Lelio.
Contessa Eleonora - Conte, in via d'onore, da Cavaliere qual siete, e sotto pena di essere dichiarato mendace se non dite la verità, narrate voi la cosa com'è.
Conte Lelio - Voi mi astringete a farlo con un forte scongiuro, e la signora donna Rosaura mi fa arrossire con i suoi giusti risentimenti.
Contessa Beatrice, voi avete avuto le cento doppie per introdurla, ed io per mia confusione ho stabilito il contratto.
Contessa Beatrice - E voi in prezzo della mediazione avete avuto l'orologio d'oro.
Conte Ottavio - Oimè! Che orribili cose ci tocca a' giorni nostri a sentire! Una dama vende la sua protezione, mercanteggia sull'onore della nobiltà; mette a repentaglio il decoro della città, della nazione, dell'ordine nostro, del nostro sangue? Un cavaliere non solo tollera e permette che si profanino i diritti delle nostre adunanze, ma vi coopera, e vi presta la mano, e ne promuove gli scandali? Dame, cavalieri, ascoltatemi: osservare minutamente i puntigli è cosa, che qualche volta ci pone in ridicolo; ma conservare illibato il nostro ordine, scacciar da noi chi lo deturpa con indegne azioni, questo è il vero puntiglio della nobiltà.
La contessa Beatrice, il conte Lelio non sono degni della nostra conversazione.
Conte Lelio - (Il rimorso mi confonde.
Il nuovo sole non mi vedrà più in Palermo).
(da sé, parte)
Contessa Beatrice - A una dama mia pari si fanno di questi insulti?
Contessa Eleonora - Tacete, che le dame non trattano come voi.
Contessa Beatrice - Domani ne parleremo.
Conte Ottavio - Domani vostro marito sarà chiamato da chi s'aspetta.
Contessa Beatrice - (Domani anderò in campagna, e non mi vedranno mai più).
(da sé, parte)
SCENA ULTIMA
La contessa ELEONORA, la contessa CLARICE, il conte OTTAVIO, dame e cavalieri.
Conte Ottavio - Signore mie, per rimediare in parte al discapito della nostra riputazione, direi che fosse ben fatto unire fra di noi le cento doppie, e farle avere alla signora Rosaura, prima della sua partenza.
Io ne esibisco trenta, che tengo in questa borsa.
(fa vedere una borsa con varie monete)
Contessa Eleonora - Per parte mia, eccone sei.
(mette sei doppie nella suddetta borsa)
Contessa Clarice - Ed io ve ne posso dar otto.
(fa lo stesso)
Conte Ottavio - E voi dame, e voi cavalieri, concorrete a quest'opera degna di noi? (va dai cavalieri e dalle dame, e tutti gli danno denari) Ecco raccolte le cento doppie.
Andrò a presentarle per parte della nobiltà alla signora donna Rosaura.
Contessa Eleonora - La contessa Beatrice non la pratico più.
Contessa Clarice - Nemmen io mi degno più di farmi vedere con lei.
Conte Ottavio - In questa occasione non disapprovo che facciate le puntigliose.
Non è decoro delle persone onorate trattar con gente venale, che non sa sostenere il suo grado.
Ognuno cerchi di conversare con chi può rendergli egual onore; ma niuno aspiri a passar i limiti delle sue convenienze, servendogli d'esempio il fatto comico di donna Rosaura.
FINE DELLA COMMEDIA
(1) Povero agghiacciato, cioè miserabile [Nota dell'A.]
(2) muschietto: testa bizzarra, difficile [Nota dell'A.]
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