LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 2
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Peppe partì da Roma innamorato morto d'una; tornò da Loreto innamorato morto di un'altra; e chi fece il miracolo? Venticinquemila scudi, che si speravano di dote.
Ed eccoti altre smanie, eccoti nuove impazienze, eccoti diversi acciecamenti; la prima donna affatto dimenticata, tutti pensieri per la seconda.
Ma questo per avventura non è biasimevole, giacché il cuore umano rassomigliando in tutto ad un barometro, è così esso soggetto ad ogni minima esterna impressione; che se incostanze di tal natura son difetti, se ne incolpi più la umana costituzione che l'umano carattere.
Si maneggiò, come dissi di sopra, l'affare, si trattò calorosamente il matrimonio, ma questo non volle accadere, e si finì.
Sgombrato così il cuore da una passione, che una certa specie di speranza vi aveva solamente intromessa, si trovò subito suscettibile di nuovi riempimenti, ed eccoti in ballo l'amore antico che ali riprende e vigore.
Giunge la nuova che l'amata si dona ad altro marito; si chiede a Peppe un certo consenso, che si diceva abbisognare; Peppe lo niega; l'autorità paterna ci pone le mani; è prestato il consenso fatale; si fa secreta l'istanza per un'accettazione ai Camaldolesi di Frascati; si ottiene; si sta per partire; io ricevo l'ultimo amplesso dell'amicizia; pianti, disperazione, convulsioni, diavolerie, e tutto questo in pochissimi giorni.
Finalmente il giovedì un'improvviso sgorgo di sangue arresta e partenza e progetti.
Il sangue cresce; si affaccia una certa tossetta; il venerdì si cammina curvi, col volto giallo e nero; le forze s'indeboliscono; s'incomincia a disperare della salute.
Io che vedo tutte queste cose, m'intenerisco, scordo i passati torti, e vado il venerdì notte a fare la nottata al malato, portandogli biscottini ed altro, delle quali cose però ricevei pagamento.
Ora senta questa, che è bernesca o bernottesca davvero.
Giunto io a' Capuccini mi viene avanti non un uomo, ma una larva, fiacca sparuta, e questa era Peppe, che mi abbraccia, e mi confida dover uscire la notte per condursi ad un abboccamento, che doveva essere l'ultima consolazione della sua vita.
Io gliene mostro i pericoli e le difficoltà, ma tutto inutile: il bisogno d'abboccarsi era forte, e perciò invece di cedere, dimandò a me Peppe soccorso.
Non sapendo che fare, io glielo promisi, ed ecco come feci.
Me ne andai giù dal portinaio Fra Bernardo, che è un buon fraticello, e gli sciorinai la seguente novelletta.
Fra Bernardo mio, ho bisogno di un piacere.
- Comandi, Signor Giuseppe - (perché io mi chiamo Giuseppe) - Dovendo dimani prima di giorno andare qui vicino in un luogo, così per tollerare meno incomodo resto questa sera a dormire con Peppe, e dimani quando sarà ora verrò giù, vi desterò, e voi, che siete tanto buono, mi farete il favore di aprirmi la porta, affinché possa uscire.
Il frate mi rispose di sì, ed io tornai sù.
Si cenò, e dopo molte chiacchiere raggirate tutte sopra un soggetto, si andò vestiti a prendere un po' di riposo.
Battuta l'ora disegnata per l'abboccamento, ci alzammo.
Peppe prese il mio ferraiuolo, io presi il suo, e così travestiti scendemmo le scale, ed all'oscuro all'oscuro io bussai alla porta del povero fraticello, il quale alla voce mia uscito fuori al buio, aprì la porta del Convento, e credendo di far uscire Belli, fece uscire Bernetti.
La bella fu, che mentre esso usciva, il frate gli domandò più volte come stava Bernetti; ma egli non rispose, e facendo comparire me poveretto un malcreato, se ne andò per prudenza senza aprir bocca.
Io me ne tornai su pian piano, e nel salir le scale udii che diluviava: dissi allora: povero ferraiuolo mio! ed entrai in camera.
Eccone un'altra più bella.
Verso giorno i frati si alzarono pel mattutino, e quanti ne passavano avanti alla porta della mia stanza, bussavano e dicevano: Come state signor Giuseppe? (perchè V.
S.
sa, che anche il suo figliuolo si chiama Giuseppe).
Ed io che non era Bernetti, mi contentavo o di non rispondere quando le bussate leggiere potevano far supporre che non avessi udito, o quando esse erano forti, mandare un certo suono inarticolato, che sembrava un muggito di buona grazia, e così siccome i lamenti presso a poco somigliano in tutte le voci, i frati mezzo soddisfatti e mezzo no si partivano.
Si fece finalmente giorno; venne Bernetti bagnato come un pulcino; io gli aprii, ed egli entrò contento come una pasqua.
Ma eccoti una bussata - Chi è? - Amici.
Era un frate.
Rispondo: un momento; e presto fatto spogliare Bernetti sino ad un certo grado, per far credere che allora si vestisse, indosso il mio ferraiuolo, che per l'acqua che aveva sopra pesava dieci decine.
Apro la porta; il frate entra - Come avete passata la notte Signor Bernetti? Così così - Ed io allora: per bacco! Come piove! Guardate qui, sono venuto adesso, e mi sono tutto rovinato; ed il frate poco dopo partì.
Quel giorno era sabato; indovini un poco Signor Gaetano? ma già Ella lo sa meglio di me: la Domenica dopo il suo figliuolo stava pel corso in biga con mio cugino, guidando il suo cavallo da sé, vegeto, bello robusto, e guarito affatto da una malattia, dalla quale chi scampa soffre almeno un annetto di debolezza e convalescenza.
Da quel giorno in poi è stato sempre bene, si fece crescere i baffi, spacciò patenti di cavalleria, e con sproni, e con frustini, e con cavalli fece restar me come un minchione, che non potei trattenermi dal dire evviva li matti! Gli altri fatterelli che illustrano poscia la sua carriera militare, io gli tralascierò: so che adesso fa il curiale, e taccio, perché io delli curiali ho paura.
Veniamo ora alla storia de' quattro scudi.
Era passato molto tempo, ed io me ne vivea quieto senza pensar più né a Bernetti né a Ciotti, quando una sera portatomi all'Accademia Tiberina della quale indegnamente son membro, vidi Ciotti che fra gli uditori stava seduto nella sala in cui si suol tenere adunanza.
Mi accosto ad esso, lo saluto, gli do il bentornato, e, finito il trattenimento poetico, mi unisco con esso, il quale, ponendosi il discorso degli antichi sei scudi, mi disse che l'indomani me ne avrebbe soddisfatto.
Non mi feci sfuggire il momento della sua favorevole disposizione, andai, e riebbi a conto due scudi: gli altri quattro poi non potei più riscuoterli, perché Ciotti rimase ben presto senza quattrini.
Si stava così, allorchè, incontratolo fra le tante volte, mi disse, che avendo prestato a Bernetti quattro scudi, e dovendo egli presto partire da Roma, ciocché ancora non si è effettuato, avrebbe ingiunto al Bernetti medesimo di riguardar me come suo creditore, discorso che al Bernetti fu fatto dal Ciotti in mia presenza il giorno di S.
Giuseppe 19 Marzo del corrente anno 1816.
Bernetti accettò la girata, e si confessò mio debitore di scudi quattro, i quali mi disse potev'andare a riceverli in sua casa anche in quel giorno se avessi voluto.
Io però fui moderato, e volendo usare delle convenienze con chi mi era stato ed ancora mi era un po' amico, non mi portai dal medesimo che la mattina del giorno 21.
Peppe non c'era.
Vado il giorno dopo; Peppe non c'era.
Vado il terzo giorno; Peppe non c'era; e sempre con appuntamento.
Vieni oggi...
vieni domani...
Frattini mi deve dare certi danari...
non me li ha dati...
Da un giorno all'altro si passò ad una settimana all'altra, e da una settimana all'altra ad uno all'altro mese, giacché non era più Frattini che compariva, ma un certo Pucci, il quale assicurava Bernetti aver prestato danari.
Insomma trenta o quaranta appuntamenti mi furono da Peppe dati, ne' quali, essendo ogniuno composto di un'ora di attenzione, spesi inutilmente quarant'ore del mio povero tempo.
Finalmente stanco, e più che stanco, ricorsi a Ciotti come primo creditore di Peppe, dal quale esso Ciotti condottosi, mi riportò in risposta che io era già stato pagato, che aveva già ricevuto da lui circa a cento scudi, che si faceva ben meraviglia del mio non delicato procedere, e che se pel mio meglio non taceva, sarebbe stato costretto di cavarmi un certo conto, che mi avrebbe fatto di creditore divenir debitore.
Una eguale risposta con qualche cosetta di più denigrante ha fatto Ella, Signor Gaetano, al medesimo Ciotti venuto da mia parte a reclamare contro le villanie di suo figlio, il qual vuol conteggiarmi i pranzi che mi ha dato.
Non so se dal contesto di questa lunghissima lettera potrà apparire nulla, ch'io possa opporre ai benefici del suo figliuolo garbato: voglio a Lei rimettere l'incarico di fare il confronto e il conteggio: forse non ci rimarrei tanto allo scoperto.
Conchiudo finalmente col dire, che la condotta tenuta dal suo figliuolo per tutto il tempo della sua vita paragonata a quella, che in me il Mondo ha veduta, potrà servire di fede, di allegati, di testimoni; di sentenza a questo mio veridico e fedele processo.
Sono
Il suo servitore divoto
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 2.
A PIETRO SALIMEI
[Roma, 19 maggio 1817]
Giuntomi a notizia che Ella abbia ne' scorsi giorni ricevuta una patente di nomina, e sapendo io d'altronde esser Ella stato uno dei primi membri ricevuto nel nostro Corpo letterario, e che perciò questa recente spedizione può indurre qualche confusione nella storia ed altri andamenti accademici, prego Lei darmi qualche schiarimento sull'oggetto merceccui io sappia con precisione e la persona che Le ha fatto la citata spedizione, ed il prezzo da Lei pagatone, e tutt'altro che abbia con ciò relazione.
In seguito di che io avrò mezzo di regolare i miei registri ed i stati del mio accademico uffizio.
La prego di non isdegnare le proteste del mio sincero rispetto.
Dall'accademia, 19 maggio 1817
Il tesoriere annuale
G.
G.
Belli
LETTERA 3.
AL PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA TIBERINA - ROMA
[4 giugno 1817]
Non potendo dispensarmi dall'applaudire alla laudevolissima condotta tenuta da Monsignor Presidente nell'accettare a nome del Consiglio la rinuncia fatta alla carica di Segretario annuale dal Sig.
Cavalier De Mortara; io sottoscritto per obligo del mio officio e per coerenza per quel che mi è convenuto palesare a carico del Sig.
De Mortara suddetto, accuso il medesimo davanti il Consiglio affinché sia giudicato a tenor delle leggi come reo d'infrazione delle leggi e regolamenti che nella qualità di Segretario lo riguardano, e d'indebita esazione di alcune somme da parecchi accademici.
Dimando che il presente atto sia inserito nella relazione del Consiglio di questa sera perciò che sarà di ragione, e per base delle nozioni future.
Questo dì quattro Giugno 18 diecisette.
Il tesoriere annuale
G.
G.
Belli
LETTERA 4.
AI SOCI DELL'ACCADEMIA TIBERINA - ROMA
[1817]
Ill.mi e Chiar.mi Colleghi
Io so bene che nelle turbolenze e fra i casi che il proprio vantaggio direttamente non ledano, è il tacersi sentenza non da pochi lodata e da tutti quasi seguita, ma son insieme intimamente persuaso che ove questi avvenimenti pregiudizievoli sieno a causa che l'onor ci commanda difendere, il secondargli è colpa, e il secondare chi gli trascura è delitto.
Chi non ha visto, chi ignora, chi non sarà sempre convinto che la condotta tenuta dal passato Segretario verso il tiberino instituto è biasimevole, è vile, è obbrobriosa, è di quel genere infine che meritò sempre mai la esecrazione d'ogni uomo, ed il rigor d'ogni legge?
Che se giusta e santa dirsi debba l'idea di colui che posti da canto la compassione intempestiva e dei riguardi totalmente mondani e sospetti, con tutto il potere dà opera ad espellere dalla società una così abbominevole peste; che mai, Dio buono, che mai dovrà pensarsi di chi ricorrendo a ragioni tutte povere e fredde, pompa facendo di una maturità di consiglio, che diresti assai meglio estremità di paura, non solo con torto manifesto d'ogni buon senso dissimula lo scandalo antico, ma per novella esca e ripetute indulgenze i semi alimenta di ben più brutta vergogna?
Non mi allontano io già, no, dalla circostanza in cui l'Accademia nostra attualmente ritrovasi; che non bastò l'aver mandato impunito un fallo contro cui ogni sanzione penale era lieve, (ma) si volle ancora scendere alla umiltà di pregare il reo a non allontanarsi da noi, e pregarlo con quelle formalità stesse colle quali s'invitano tutti i soci più benemeriti a fregiare le accademiche raunanze e delle loro persone onorate, e de' parti de' loro ottimi ingegni.
Così si è agito da quel Consiglio Tiberino il quale soleva già raccapricciare alla sola idea di vedersi dattorno un uomo, il consorzio del quale potesse dar ombra di complicità d'attentato: così si è agito da quel Consiglio Tiberino, il quale studiava già tutti i mezzi per dare un memorabile esempio di imparzialità e di giustizia.
Io mi vergogno di questa giustizia, e tanto me ne vergogno, che se non fossi sicuro che il rinunciare all'amministrazione del tesoro accademico presterebbe alla malvagità di alcuni incoraggiata dalla debolezza di altri le armi per involgere me ancora nelle turpitudini del Segretario passato; io non esiterei un momento a dimettere una rappresentanza che mi unisce a persone specchiatissime per verità, ma pure non state molto gelose del mio né del loro decoro.
Seguiterò pertanto a maneggiare le rendite dell'Accademia e provvederne ai bisogni, sino a che il tempo del mio officio venga chiuso dalla impressione della medaglia, una delle quali, per coerenza delle cose passate, toccherà forse a chi per tanti titoli ne va immeritevole.
Sin qui nell'intrinseco.
Nell'estrinseco poi si potrà esaminare da quali solennità fosse accompagnata la risoluzione d'invitare il Mortara a leggere nella futura adunanza solenne.
Con impertinenza egli strappa di mano al bidello le lettere per rintracciarvi la sua mansione, stupisce non trovandola e con audacia pari alla prima insolenza assoggetta il Segretario a varii constituti temerarj riguardo esso, riguardo al Segretario vergognosi.
Da ciò si passa ad interrogare alcuni membri del Consiglio, ed eglino cedendo non saprei a che, credono cedere a certi dritti da' quali il Mortara siccome socio venga tuttora assistito.
Che dritti? Di quai dritti si parla? Ed i torti? Non son questi in numero ed in gravezza bastanti ad eguagliarli, superarli, distruggerli?
Non dovrebbe al Mortara bastare l'essere stato conservato sull'albo, senza avanzarsi a pretensioni assolutamente impudenti? E si noti che alcuni membri del Consiglio tassarono me di poca esperienza delle cose per avere contraddetto alla loro opinione, la quale era che Mortara restando in Accademia lungi dal reclamare mai i dritti d'accademico, non avrebbe anzi più ardito comparire fra i Tiberini, né sostenerne gli sguardi.
Come sia andata tutti lo han visto.
In secondo luogo fu legale il Consiglio in cui si decretò l'invito a Mortara? No; ma pure sì se udiremo il Vice-Presidente il quale lunedì scorso 30 Giugno non temeva affermare essere il numero di sei individui chiamato legale dalle leggi accademiche.
Povere leggi! E si desumerà anche da voi il dritto di leggere un capitolo non decretato in Consiglio, non visto in censura, e di più, dopo una lunghissima prosa? Povere leggi! Quanto male vi conosce chi vi dovrebbe difendere!
Che se mi si obbietterà essersene dimandato il permesso al Presidente, risponderò essersi anche in ciò errato tentandolo ad infrangere quelle leggi, alle quali egli ancora è soggetto.
LETTERA 5.
AL CONTE GIULIO PERTICARI - ROMA
Di casa, 4 dicembre 1819
Pregiatissimo Sig.
Conte
Poiché non ho avuto la fortuna di trovarla le tre volte che sono stato in Sua casa per riverirla; e d'altra parte ci fugge il tempo, in capo al quale debbono essere coniate le medaglie della nostra Accademia; Le mando una mostra a penna del conio rovescio, che si dovrà lavorare, onde Ella la esamini, e mi faccia sapere, rimandandomela, se così potrà riuscir di suo gusto.
Altro titolo non ci ho posto oltre quello di Presidente dell'Accademia, perché le Leggi nostre lo vietano; siccome Ella può ben vedere là dove esse parlano delle medaglie.
Che se nell'anno scorso fu questa legge non osservata, ciò avvenne per non essere stato a tempo al Presidente ricordata.
E mi creda quale godo di essere
Suo um.o servitor vero
G.
G.
Belli
LETTERA 6.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - PESARO
Di Roma, 13 gennaio 1820
Amabilissimo il mio risvegliato
Nel giorno 8 corrente la vostra graditissima lettera mi trovò in letto, per una feroce colica, da me due giorni prima sofferta; della quale ora sono libero, benché senta gli effetti del sangue cavatomi, de' digiuni, de' purganti, e degli esterni ed interni fomenti.
È vera gioia quella, che io provo, udendo che voi abbiate vinto i maligni, che non vi lasciano pace.
Né posso intendere come debbano essere nati quegli uomini, i quali non sanno vivere che di cattivi fatti, e di malvaggi pensieri.
Ma perché si vede chiaramente, che i più buoni sono i più perseguitati da costoro; pare doversene conchiudere, che il vizio tenti di opprimere la virtù, per questa ragione che non sa sostenere il confronto, e gli acuti rimproveri.
Voi però seguiterete a condurre la vostra vita tranquilla; ed usando della onestà vostra per sole armi di questa guerra, riderete de' vani sforzi di nemici scarsi di munizioni, e ricolmi di codardia.
Il medesimo rimprovero, che pel mezzo di vostra sorella feci fare a voi, vorrei ora fare a Lei pel mezzo vostro.
Io Le ho scritto due lettere, l'una da Terni al momento di partirne per Roma, e l'altra di qui, che è quella da voi vista alla Ripa.
Di ambedue non ho risposta.
Per parlare però con sincerità, io dubito più della posta, che della Sig.ra Teresina, conoscendo la prima negligente, e la seconda diligentissima.
Se voi avete occasione di farle avere questo avviso, mi farete cosa veramente gratissima, facendolo a Lei arrivare.
Intorno ai perdoni, che voi mi chiedete, io vi dico che la mia amicizia è di quella indulgenza, che rimette insieme e la colpa, e la pena.
Se voi però siete davvero pentito, attribuitevi di per voi la penitenza; e sia questa, se volete un consiglio, il prendere qualche volta la penna, per consacrare un momento a chi non si scorda di voi.
Che Roma non istia tra le prime Città che gareggiano di gusto teatrale, io ve l'ho concesso, e ve lo torno a concedere.
Ma che Fermo debba noverarsi, tra queste, che vincono Roma, io non saprei esserne persuaso.
Perché malgrado tutta l'abbiezzione, in cui il governo ecclesiastico tiene le cose teatrali, pure Roma e per l'essere capitale, e pel numero della popolazione sua, e per la quantità degli stranieri, che vi concorrono, può facilmente superare Fermo sulle sue scene.
Lasciando però Fermo dove si trova, io vi assicuro, che in questo anno i nostri teatri sono un'altra cosa.
Se voi mi parlerete della bontà delle opere, e della maestria de' cantanti, io vi risponderò, che v'è del buono, e del cattivo: ma dirò insieme, che quando gl'Impresari hanno voluto il meglio e pagarlo, il successo è poi sempre subordinato a quelle leggi, con le quali vanno tutte le cose del mondo.
Non per tutto un maestro reputato eccellente, ha saputo far bene, o bene piacere; non per tutto un attore altrove applaudito, ha potuto incontrare le medesime acclamazioni.
Oltre a ciò, per riempire tre primi teatri di tutti i gioielli, sarebbe necessario far perdere alle altre Città l'amore pel buono, ed il desiderio di avere ancor'esse il migliore.
Le nuove musiche sono per altro bene riuscite, e giudicheremo delle altre aspettate.
I soggetti sono per la maggior parte graditi; intendo di parlarvi insieme di musici, comici, e ballerini.
Il ballo è di bello spettacolo: le decorazioni poi di un gusto squisito, ed eccessivamente dispendiose.
Fra le altre cose vedreste un campo di guerrieri vestiti di lucidissimo acciajo.
Una latta brunita a specchio, è la materia degli elmetti, usberghi, scudi e schinieri di quelli; e veramente abbagliano gli occhi.
Il costume è l'antico italiano.
I velluti, le più fini stoffe, i recami di argento e d'oro sfoggiano nelle ultime parti.
Tordinona è posto in grande eleganza, e fa eccellente comparsa.
Via, si è fatto qualche passo.
Non ho più carta.
Salutatemi il Cav.
Jachson, e Piccolomini.
Alla Sig.ra Chiarina, ed al Sig.
Cavaliere vostro padre fate parte de' rispetti, coi quali mi ripeto
Vostro amico vero
G.
G.
Belli - Palazzo Poli 2° piano
P.S.
Voi pungete il povero D.
Flavio amaramente.
Mariuccia vi saluta assai, e voi fate altrettanto per me verso tutta la vostra famiglia.
Profitto di tutti i pezzetti di bianco.
LETTERA 7.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Macerata per Ripatransone, 25 maggio 1820
Caro Checco
Credevi che mi fossi scordato di te? Ti saresti ingannato.
Io sto benuccio e l'aria è buona.
Salutami tanto poi tanto Papà, Mammà, Peppe, Clementina, le famiglie Lepri e Chiodi, e tutta l'Accademia Tiberina.
Né voglio omettere gli altri amici appartenenti al tuo negozio, né l'ab.e Enrico.
Vidi a Spoleto Procacci, il quale dice di non avere scritto per la ultimazione di quell'interesse perché vuole scrivere quando già avrà in pronto la sicurtà.
Fa ricerche sull'albo accademico, se vi sia un tal Tobia Fioretti, secondo medico di questa città, il quale si spaccia a voce, a penna, e a stampa per accademico Tiberino.
Che se vi è, fa rintracciare da chi fu proposto questo regaletto alla nostra Accademia.
Questi è un bestione senza corna ma con buon compenso di orecchie.
Vedi ancora se sia vero che l'altr'anno spedisse, o facesse leggere, una sua prosa sulla virtù.
Io non posso crederlo, giacché in questa si dice che la virtù consiste nel cedere ai moti della natura.
Sarebbe dunque virtuoso anche Monsignor Monticelli.
Addio
il tuo Belli
LETTERA 8.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Ripatransone, 24 agosto 1820
Caro Checco
Io non potei rispondere alla tua carissima ultima da me ricevuta alla Marina di S.
Benedetto, perché tornato poco prima da Ascoli aveva varie coserelle da disbrigare.
Peraltro pregai la mia Mariuccia, che mandasse ad accusarti il ricevimento di detta tua, e te ne ringraziasse.
Oggi però voglio farti spendere questi altri sei baiocchetti in premio del n.° 3 di Diario che mi spedisti.
Ma insomma l'inclemente Clemente! E l'abate du Chateau? Si è sprofondato in Castello.
E l'altra femina di Costanzina.
Queste femine femine mi danno un po' da pensare.
E se va avanti così il Mondo diventa l'isola di Orontea (mi pare Orontea) e ci vorranno altro che i Guidon selvaggi, gli Astolfi, i Sansonetti, e i Grifon bianchi e gli Aquilanti neri per vincere e ripopolare queste feminee contrade.
Se bastasse il Corno di Astolfo alla buon'ora, ma a' tempi nostri quest'arma è più da donna che da uomo.
Ho gradito la mercuriale de' generi cereali: ed ho riso sugli assi delle ruote di Boncompagni.
Oh, vergogna degli uomini fottuta! Lascia che così esclami col Berni.
Ci sono in Roma tanti belli esempi da imitare ed imitati dagli stranieri che vi concorrono in folla dal Mondo, e noi facciamo queste sacrileghe coglionerie! Oh vergogna dunque, oh vergogna degli uomini fottuta! Cioè degli uomini romani: anzi delle bestie, giacché si parla de' nostri architetti.
Favoriscimi di mandare a dire a Mariuccia, che alla posta de' franchi troverà una mia assicurata per lei.
Che se non ricevesse il solito avviso della direzione, le giovi questa notizia.
Io conto di partire di qui a giorni, e passando per Loreto, Macerata, forse Camerino, Tolentino, Fuligno, andare a Perugia, e poi finire a Spoleto, e Terni, per poi a suo tempo restituirmi in Roma a chi mi desidera e far rabbia a chi me ne vorrebbe lontano.
Intenda che parlo di Lei e della sua famigliaccia, che ciononostante mi saluterai affettuosamente abbracciando quelli di casa, che mi parrebbe lecito se lo facessi da me, e non per procura.
Né ti scordare la casa Chiodi etc.
etc.
E dicendovi qui la buona sera,
Mi raccomando a Vostra Signoria.
Linarco Dirceo P.A.
fra gli Accademici tib.ni G.
G.
Belli
LETTERA 9.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
29 agosto 1820
Caro Amico
Se vi pare, io verrò a darvi l'ultimo abbraccio dimani nel medesimo sito, alla medesima ora, sulla medesima bestia, e col medesimo angiolo custode, dove venni, in cui giunsi, la quale mi portò, e che mi fu scorta la volta passata.
Salutami il Conte, che non conta né contee né contanti.
Ben tornato dunque da Fermo, dove io v'affermo che non istarei fermo tre ore, per esserci stato infermo tre dì.
E vi abbraccio cordialmente.
Il vostro amico G.
G.
Belli.
P.S.
Non vi spaventi quell'ultimo abbraccio.
Io intendo ultimo per quest'anno, o viaggio.
Vostra sorella vi prega di due limoni.
Ma non si offenderebbe se fossero quattro.
LETTERA 10.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[31 agosto 1820]
Caro Amico
La vostra perplessità io già me la imaginava; ed appunto per produrla, io [non] alterai, ma modificai il mio carattere.
Una storia orribile narratami sono circa sei
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