LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 3
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Così si è agito da quel Consiglio Tiberino il quale soleva già raccapricciare alla sola idea di vedersi dattorno un uomo, il consorzio del quale potesse dar ombra di complicità d'attentato: così si è agito da quel Consiglio Tiberino, il quale studiava già tutti i mezzi per dare un memorabile esempio di imparzialità e di giustizia.
Io mi vergogno di questa giustizia, e tanto me ne vergogno, che se non fossi sicuro che il rinunciare all'amministrazione del tesoro accademico presterebbe alla malvagità di alcuni incoraggiata dalla debolezza di altri le armi per involgere me ancora nelle turpitudini del Segretario passato; io non esiterei un momento a dimettere una rappresentanza che mi unisce a persone specchiatissime per verità, ma pure non state molto gelose del mio né del loro decoro.
Seguiterò pertanto a maneggiare le rendite dell'Accademia e provvederne ai bisogni, sino a che il tempo del mio officio venga chiuso dalla impressione della medaglia, una delle quali, per coerenza delle cose passate, toccherà forse a chi per tanti titoli ne va immeritevole.
Sin qui nell'intrinseco.
Nell'estrinseco poi si potrà esaminare da quali solennità fosse accompagnata la risoluzione d'invitare il Mortara a leggere nella futura adunanza solenne.
Con impertinenza egli strappa di mano al bidello le lettere per rintracciarvi la sua mansione, stupisce non trovandola e con audacia pari alla prima insolenza assoggetta il Segretario a varii constituti temerarj riguardo esso, riguardo al Segretario vergognosi.
Da ciò si passa ad interrogare alcuni membri del Consiglio, ed eglino cedendo non saprei a che, credono cedere a certi dritti da' quali il Mortara siccome socio venga tuttora assistito.
Che dritti? Di quai dritti si parla? Ed i torti? Non son questi in numero ed in gravezza bastanti ad eguagliarli, superarli, distruggerli?
Non dovrebbe al Mortara bastare l'essere stato conservato sull'albo, senza avanzarsi a pretensioni assolutamente impudenti? E si noti che alcuni membri del Consiglio tassarono me di poca esperienza delle cose per avere contraddetto alla loro opinione, la quale era che Mortara restando in Accademia lungi dal reclamare mai i dritti d'accademico, non avrebbe anzi più ardito comparire fra i Tiberini, né sostenerne gli sguardi.
Come sia andata tutti lo han visto.
In secondo luogo fu legale il Consiglio in cui si decretò l'invito a Mortara? No; ma pure sì se udiremo il Vice-Presidente il quale lunedì scorso 30 Giugno non temeva affermare essere il numero di sei individui chiamato legale dalle leggi accademiche.
Povere leggi! E si desumerà anche da voi il dritto di leggere un capitolo non decretato in Consiglio, non visto in censura, e di più, dopo una lunghissima prosa? Povere leggi! Quanto male vi conosce chi vi dovrebbe difendere!
Che se mi si obbietterà essersene dimandato il permesso al Presidente, risponderò essersi anche in ciò errato tentandolo ad infrangere quelle leggi, alle quali egli ancora è soggetto.
LETTERA 5.
AL CONTE GIULIO PERTICARI - ROMA
Di casa, 4 dicembre 1819
Pregiatissimo Sig.
Conte
Poiché non ho avuto la fortuna di trovarla le tre volte che sono stato in Sua casa per riverirla; e d'altra parte ci fugge il tempo, in capo al quale debbono essere coniate le medaglie della nostra Accademia; Le mando una mostra a penna del conio rovescio, che si dovrà lavorare, onde Ella la esamini, e mi faccia sapere, rimandandomela, se così potrà riuscir di suo gusto.
Altro titolo non ci ho posto oltre quello di Presidente dell'Accademia, perché le Leggi nostre lo vietano; siccome Ella può ben vedere là dove esse parlano delle medaglie.
Che se nell'anno scorso fu questa legge non osservata, ciò avvenne per non essere stato a tempo al Presidente ricordata.
E mi creda quale godo di essere
Suo um.o servitor vero
G.
G.
Belli
LETTERA 6.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - PESARO
Di Roma, 13 gennaio 1820
Amabilissimo il mio risvegliato
Nel giorno 8 corrente la vostra graditissima lettera mi trovò in letto, per una feroce colica, da me due giorni prima sofferta; della quale ora sono libero, benché senta gli effetti del sangue cavatomi, de' digiuni, de' purganti, e degli esterni ed interni fomenti.
È vera gioia quella, che io provo, udendo che voi abbiate vinto i maligni, che non vi lasciano pace.
Né posso intendere come debbano essere nati quegli uomini, i quali non sanno vivere che di cattivi fatti, e di malvaggi pensieri.
Ma perché si vede chiaramente, che i più buoni sono i più perseguitati da costoro; pare doversene conchiudere, che il vizio tenti di opprimere la virtù, per questa ragione che non sa sostenere il confronto, e gli acuti rimproveri.
Voi però seguiterete a condurre la vostra vita tranquilla; ed usando della onestà vostra per sole armi di questa guerra, riderete de' vani sforzi di nemici scarsi di munizioni, e ricolmi di codardia.
Il medesimo rimprovero, che pel mezzo di vostra sorella feci fare a voi, vorrei ora fare a Lei pel mezzo vostro.
Io Le ho scritto due lettere, l'una da Terni al momento di partirne per Roma, e l'altra di qui, che è quella da voi vista alla Ripa.
Di ambedue non ho risposta.
Per parlare però con sincerità, io dubito più della posta, che della Sig.ra Teresina, conoscendo la prima negligente, e la seconda diligentissima.
Se voi avete occasione di farle avere questo avviso, mi farete cosa veramente gratissima, facendolo a Lei arrivare.
Intorno ai perdoni, che voi mi chiedete, io vi dico che la mia amicizia è di quella indulgenza, che rimette insieme e la colpa, e la pena.
Se voi però siete davvero pentito, attribuitevi di per voi la penitenza; e sia questa, se volete un consiglio, il prendere qualche volta la penna, per consacrare un momento a chi non si scorda di voi.
Che Roma non istia tra le prime Città che gareggiano di gusto teatrale, io ve l'ho concesso, e ve lo torno a concedere.
Ma che Fermo debba noverarsi, tra queste, che vincono Roma, io non saprei esserne persuaso.
Perché malgrado tutta l'abbiezzione, in cui il governo ecclesiastico tiene le cose teatrali, pure Roma e per l'essere capitale, e pel numero della popolazione sua, e per la quantità degli stranieri, che vi concorrono, può facilmente superare Fermo sulle sue scene.
Lasciando però Fermo dove si trova, io vi assicuro, che in questo anno i nostri teatri sono un'altra cosa.
Se voi mi parlerete della bontà delle opere, e della maestria de' cantanti, io vi risponderò, che v'è del buono, e del cattivo: ma dirò insieme, che quando gl'Impresari hanno voluto il meglio e pagarlo, il successo è poi sempre subordinato a quelle leggi, con le quali vanno tutte le cose del mondo.
Non per tutto un maestro reputato eccellente, ha saputo far bene, o bene piacere; non per tutto un attore altrove applaudito, ha potuto incontrare le medesime acclamazioni.
Oltre a ciò, per riempire tre primi teatri di tutti i gioielli, sarebbe necessario far perdere alle altre Città l'amore pel buono, ed il desiderio di avere ancor'esse il migliore.
Le nuove musiche sono per altro bene riuscite, e giudicheremo delle altre aspettate.
I soggetti sono per la maggior parte graditi; intendo di parlarvi insieme di musici, comici, e ballerini.
Il ballo è di bello spettacolo: le decorazioni poi di un gusto squisito, ed eccessivamente dispendiose.
Fra le altre cose vedreste un campo di guerrieri vestiti di lucidissimo acciajo.
Una latta brunita a specchio, è la materia degli elmetti, usberghi, scudi e schinieri di quelli; e veramente abbagliano gli occhi.
Il costume è l'antico italiano.
I velluti, le più fini stoffe, i recami di argento e d'oro sfoggiano nelle ultime parti.
Tordinona è posto in grande eleganza, e fa eccellente comparsa.
Via, si è fatto qualche passo.
Non ho più carta.
Salutatemi il Cav.
Jachson, e Piccolomini.
Alla Sig.ra Chiarina, ed al Sig.
Cavaliere vostro padre fate parte de' rispetti, coi quali mi ripeto
Vostro amico vero
G.
G.
Belli - Palazzo Poli 2° piano
P.S.
Voi pungete il povero D.
Flavio amaramente.
Mariuccia vi saluta assai, e voi fate altrettanto per me verso tutta la vostra famiglia.
Profitto di tutti i pezzetti di bianco.
LETTERA 7.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Macerata per Ripatransone, 25 maggio 1820
Caro Checco
Credevi che mi fossi scordato di te? Ti saresti ingannato.
Io sto benuccio e l'aria è buona.
Salutami tanto poi tanto Papà, Mammà, Peppe, Clementina, le famiglie Lepri e Chiodi, e tutta l'Accademia Tiberina.
Né voglio omettere gli altri amici appartenenti al tuo negozio, né l'ab.e Enrico.
Vidi a Spoleto Procacci, il quale dice di non avere scritto per la ultimazione di quell'interesse perché vuole scrivere quando già avrà in pronto la sicurtà.
Fa ricerche sull'albo accademico, se vi sia un tal Tobia Fioretti, secondo medico di questa città, il quale si spaccia a voce, a penna, e a stampa per accademico Tiberino.
Che se vi è, fa rintracciare da chi fu proposto questo regaletto alla nostra Accademia.
Questi è un bestione senza corna ma con buon compenso di orecchie.
Vedi ancora se sia vero che l'altr'anno spedisse, o facesse leggere, una sua prosa sulla virtù.
Io non posso crederlo, giacché in questa si dice che la virtù consiste nel cedere ai moti della natura.
Sarebbe dunque virtuoso anche Monsignor Monticelli.
Addio
il tuo Belli
LETTERA 8.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Ripatransone, 24 agosto 1820
Caro Checco
Io non potei rispondere alla tua carissima ultima da me ricevuta alla Marina di S.
Benedetto, perché tornato poco prima da Ascoli aveva varie coserelle da disbrigare.
Peraltro pregai la mia Mariuccia, che mandasse ad accusarti il ricevimento di detta tua, e te ne ringraziasse.
Oggi però voglio farti spendere questi altri sei baiocchetti in premio del n.° 3 di Diario che mi spedisti.
Ma insomma l'inclemente Clemente! E l'abate du Chateau? Si è sprofondato in Castello.
E l'altra femina di Costanzina.
Queste femine femine mi danno un po' da pensare.
E se va avanti così il Mondo diventa l'isola di Orontea (mi pare Orontea) e ci vorranno altro che i Guidon selvaggi, gli Astolfi, i Sansonetti, e i Grifon bianchi e gli Aquilanti neri per vincere e ripopolare queste feminee contrade.
Se bastasse il Corno di Astolfo alla buon'ora, ma a' tempi nostri quest'arma è più da donna che da uomo.
Ho gradito la mercuriale de' generi cereali: ed ho riso sugli assi delle ruote di Boncompagni.
Oh, vergogna degli uomini fottuta! Lascia che così esclami col Berni.
Ci sono in Roma tanti belli esempi da imitare ed imitati dagli stranieri che vi concorrono in folla dal Mondo, e noi facciamo queste sacrileghe coglionerie! Oh vergogna dunque, oh vergogna degli uomini fottuta! Cioè degli uomini romani: anzi delle bestie, giacché si parla de' nostri architetti.
Favoriscimi di mandare a dire a Mariuccia, che alla posta de' franchi troverà una mia assicurata per lei.
Che se non ricevesse il solito avviso della direzione, le giovi questa notizia.
Io conto di partire di qui a giorni, e passando per Loreto, Macerata, forse Camerino, Tolentino, Fuligno, andare a Perugia, e poi finire a Spoleto, e Terni, per poi a suo tempo restituirmi in Roma a chi mi desidera e far rabbia a chi me ne vorrebbe lontano.
Intenda che parlo di Lei e della sua famigliaccia, che ciononostante mi saluterai affettuosamente abbracciando quelli di casa, che mi parrebbe lecito se lo facessi da me, e non per procura.
Né ti scordare la casa Chiodi etc.
etc.
E dicendovi qui la buona sera,
Mi raccomando a Vostra Signoria.
Linarco Dirceo P.A.
fra gli Accademici tib.ni G.
G.
Belli
LETTERA 9.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
29 agosto 1820
Caro Amico
Se vi pare, io verrò a darvi l'ultimo abbraccio dimani nel medesimo sito, alla medesima ora, sulla medesima bestia, e col medesimo angiolo custode, dove venni, in cui giunsi, la quale mi portò, e che mi fu scorta la volta passata.
Salutami il Conte, che non conta né contee né contanti.
Ben tornato dunque da Fermo, dove io v'affermo che non istarei fermo tre ore, per esserci stato infermo tre dì.
E vi abbraccio cordialmente.
Il vostro amico G.
G.
Belli.
P.S.
Non vi spaventi quell'ultimo abbraccio.
Io intendo ultimo per quest'anno, o viaggio.
Vostra sorella vi prega di due limoni.
Ma non si offenderebbe se fossero quattro.
LETTERA 10.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[31 agosto 1820]
Caro Amico
La vostra perplessità io già me la imaginava; ed appunto per produrla, io [non] alterai, ma modificai il mio carattere.
Una storia orribile narratami sono circa sei giorni in vostra casa alla Ripa, nella quale anche io figurava, mi fece nascere il pensiere di scrivere que' versi, e spedirveli, per poi riderne con voi quando ci saremmo rivisti.
Non li firmai per la probabilità di smarrimento di lettera.
La spiegazione, che interessa la vostra delicatezza consiste negli ultimi sei versi.
Natale, e Francioso.
Voi m'intenderete adesso, e capirete che in senso Aretinesco la croce dell'ordine del boja significherà forca, presa la croce, come si suol prendere per patibolo.
Così il gran maestro giustiziere diviene il boja med.mo nelle mani di cui dovrebbe stirare le cuoja il personaggio, che per essere decorato com'è nella società di un certo grado insigne merita il primo posto nel premio delle sue gentili e nobili maniere.
Il secondo soggetto non merita neppure l'onore di quel supplicio, la croce, e però sarà punito con altro non meno atroce dopo che avrà accompagnato sul dorso il compagno alla grande funzione.
La ragione poi della metafora della croce procede dal vanto di nobiltà, che stoltamente ho udito prendere il nostro principale personaggio.
Ho però inteso dire, che questa è la decorazione che merita.
La Sig.ra Teresa vi mandò ieri il mio biglietto per via di un sarto, che ve lo rimise per mezzo di una sciocca che non ne attese la risposta.
Io l'ho ricevuta oggi al casino di Vulpiani, di dove sarei passato a visitarvi.
Voi però andate a Fermo, onde ci rivedremo in un altro anno, perché io debbo presto partire.
Se Marchionni non mi avesse fatto una vostra ambasciata, io non vi avrei scritto il mio biglietto.
Mi pare che voi vi siate un poco messo in riparo con me; e me lo dice quel pregiatissimo Sig.
Belli, con cui principia la lettera vostra.
Ciò nasce dal senso oscuro dei versi: eppure io credeva che le ultime due terzine vi dovessero comparir chiare; ma mi sono ingannato.
Che se poi vi spiace che io abbia scritto contro chi ha ingiuriato, e voi, e me; sappiate, che voi siete l'unico al mondo, a cui questo scritto sia stato, e sarà mai comunicato.
Intanto vi abbraccio del miglior cuore, e vi auguro un felicissimo viaggio.
E sono sempre
Il vostro G.
G.
Belli
Dal casino Vulpiani 31 agosto 1820.
LETTERA 11.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Ripatransone, 7 settembre 1820
Caro Spada
Oggi dunque abbiamo la gran crisi benigna del Sole, per la quale Egli tornerà sano dopo una malattia di languore, che minacciavalo di estinzione insensibile.
Tu però non sai cosa c'è di rimarchevole in questa ecclissi: non la grande oscurazione, non l'anello, o le altre simili minchionerie.
Il gran caso è quello che ti dirò io; cioè che il bel mezzo di essa accadrà nel medesimo momento nel quale io venni alla luce nell'anno 1791; vale a dire ventinove anni fa.
Qui sopra si potrebbero dire molte belle galanterie ed anche molte vaghissime impertinenze.
All'ora ch'io scrivo, cioè alle 9 antimeridiane il tempo si è preparato con foltissime nuvole per renderci più piacevole il fenomeno, che non vedremo, se dura così.
Fra tre o quattro giorni dal corrente, io parto pel viaggio di cui ti parlai.
Addio.
Salutami tutti, e credimi
Il tuo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 12.
A TERESA NERONI - RIPATRANSONE
Di Terni, 5 ottobre 1820
Guardimi il Cielo, mia carissima amica, che io impari giammai a non conoscere il prezzo dell'amicizia, e l'obbligo della riconoscenza.
Voi però che conoscete me, come io conosco quel che ho detto di sopra, non dovevate chiamarmi filosofo, cioè secondo la vostra interpretazione, uomo dimentico di tutti i riguardi che si debbono alla società.
Io ciononostante non voglio schifarlo questo nome, perché, nel vero suo senso, esso significa culto di ogni buona disciplina, e per conseguenza culto ancora della decenza e degli onesti usi, fra i quali è compreso anche quello di dar novelle di sé a chi le desidera ed insieme le merita.
Dopo tutta questa filastrocca o diceria filosofica, venghiamo all'applicazione dei membri dell'orazione.
Non era dunque possibile, amica mia cara, che io non solamente mancassi alla civiltà, ma cosibbene alla parola che vi aveva data di scrivervi appena giunto costà, dove mi affrettai di portarmi anche prima che non aveva disegnato, lasciando per ora da parte il viaggio di Assisi e Perugia.
Per la qual cosa io giunsi qui a Terni il giorno 19 che cadde di martedì nel passato settembre.
Nel giovedì susseguente, 21 d°, partì il Corriere alla volta della Marca, e doveva portare tre mie lettere, una per voi, una per Fuligno, e l'altra per Ascoli; seppure l'averle io scritte, e portate alla posta non fosse un sogno ad occhi aperti, e sul bel mezzogiorno.
Odo ora da voi, che nulla avete ricevuto, come nulla debbono aver ricevuto gli altri due, poiché non me ne hanno dato riscontro.
Se questa buzzerata, (perdonate il termine) non finisce, io avanzo un ricorso formale contro le poste di Terni e di Macerata.
E per tornare al discorso della lettera, che io vi aveva scritta, essa era un processo sempiterno, poiché scritta di minutissimo carattere da tutte le parti, e sino ne' pezzi bianchi, che avvanzano dalla facciata della soprascritta.
Io mi estendeva sulla commemorazione de' nostri discorsi, delle nostre operazioni, e sopra le mie fanciullaggini insieme con Costanzina e Checcuccio.
Ricordava la schiera delle carte da giuoco, la mossa che me ne era riserbata, i sonni tranquilli della buona signora Tecla; e gentilezza, e raganella, ed il gatto.
Ricordava la volontaria malattia del caro Flavio, le mancie da me date a due stallieri per vostro conto, le cambiali che ne rilasciai loro sulla vostra cassa pagabili a vista, e tante altre minute cosette, che adesso non mi tornano in mente.
Faceva in fine una esatta nota delle persone che desiderava mi fossero da voi salutate.
In questa nota erano espressi tutti i nomi de' soggetti, colla giunta della loro qualità distintiva.
Sicché voi vedete, che per leggere tutta questa tirata vi bisognavano almeno due ore: laonde la tenera e compassionevole posta vi avrà voluto risparmiare questo tedio ed incomodo.
Sarebbe però stato desiderabile e giusto, che non si fosse dato tanto amore pel prossimo.
Nelle lettere che vado ricevendo da Roma, ho letto il pronto arrivo colà de' buoni pistacchi, i quali ci hanno portato meraviglia e piacere.
Vi debbo però rimproverare per non avermi voluto dire quanto daste al vetturale, quel giorno che prima di partire dalla Ripa io ve ne feci richiesta.
Faremo così; per ora rivaletevi sul credito mio su di voi per conto briscola, ed io penserò a quietare i stallieri di Loreto e Macerata possessori dei miei biglietti di banca.
Gradirei di sapere varie cose: 1° se Vulpiani oltre la mia lettera, che voi sapete, ne abbia ricevuta un'altra anteriore che gli mandai da Fuligno: 2° se vostro fratello Cav.re ne abbia parimenti ricevuta una, che gli scrissi da Terni molti giorni addietro: 3° come sta la povera Checchina: 4° come andò a finire il coccodrillo delle monache: 5° se il Sig.
Cav.
Pietro Paolo è nel seno della sua famiglia, siccome udii che doveva succedere, nel qual caso vi prego fargli i miei rispetti, aggiungendoci anche quelli che per lui vi mandai nella mia disgraziatamente perduta.
Se la presente, come spero, vi arriva, vi prego darmene un cenno a posta corrente per mia regola circa quello che medito di fare riguardo alle poste, giacché non é la prima volta, che a me manchino lettere, e manchino a coloro, a' quali io le diriggo.
Né io sono un sospetto di fazioni, né le mie lettere ne contengono i semi o le trame; e perciò la vedremo un po' chiara.
Vi supplico a compatire a mio riguardo quel povero arciprete, il quale se è fastidioso, è ancora più buono, ed ha tutta la buona volontà di riuscire grato con quelle stesse premure, che per avere un esteriore poco aggradevole, invece di piacere ributtano.
Ricordatevi della carità, e soffrite in pace un vecchio infelice, al quale non rimangono più che pochi anni, e forse anche pochi mesi di vita.
Vorreste abbreviarglieli? Egli è tale con voi, che ogni vostro riguardo anche minimo lo consola, lo conforta, e gli riempie di consolazione la sua vita meschina.
Salutatemi tutti tutti quelli, che sapete essermi grati, cioè quelli che vi frequentano, e dite loro, che benché io non li nomini tutti particolarmente, ciononostante li tengo tutti vivamente fissi in memoria, in ispecie quelli fra essi, da' quali ho ricevuto delle cortesie ed attenzioni.
Abbracciatemi poi il caro Checcuccio, e riveritemi la dolce Costanzina, per la quale la mia penna è sempre pronta, quando abbia bisogno di qualche altra stroffetta per canto.
Nella mia lettera perduta, io faceva a questi cari vostri figli una lunga predica sul mio vecchio stile: in questa non ci cape; e perciò ricordino quel che ad essi diceva quando io vivea fra voi.
Addio, mia buonissima amica: ricordatemi a Mammà, a Flavio e credetemi
V.
aff.mo a.co G.
G.
Belli.
LETTERA 13.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni, 7 ottobre 1820
Caro Checco
La tua del 6 settembre fu la ultima lettera che io ricevei a Ripatransone, ed in essa non mi parlavi affatto delle ricerche da farsi a Fuligno.
Io poi partii di là il dì 11, dopo il qual giorno non ho più saputo né puzza né odore di quelli paesi.
Se dunque tu mi scrivesti altra lettera, sarà ancora alla posta.
Certo è però, che se io avessi a tempo saputo il tuo desiderio, ti avrei servito fedelmente, copiando io medesimo il testo, non perché lo avessi fatto meglio ma perché ci avrei impiegato la diligenza e il fervore dell'Amicizia.
Ora peraltro non ho alcuno là in Fuligno, di cui sapessi valermi in questo bisogno.
Il solo amico che io ci abbia, oltre ad essere governatore della Dogana, e perciò totalmente ignorante di queste materie, presentemente è alla sua villeggiatura alquanto da Fuligno distante.
Egli però mi ha promesso venirmi a trovare colla sua famiglia alla nostra campagna di Terni; ed allora parlando a viva voce con lui, potrò interrogarlo e sapere se vi sia a Fuligno persona alla quale affidare un incarico, il quale benché sembri ridicolo, è pure di qualche peso, giacché dalla inesattezza de' copisti ignoranti deriva spesso confusione, ed infedeltà di lezioni.
Tu intanto spiegami meglio se o tutta l'opera vuoi copiata, od i soli settenari di profezie del T.
Gualdo.
Confesso che sarei indeciso sul tuo desiderio, poiché quantunque sembri che tu parli di questi soltanto, purtuttavia non lo dici distintamente.
Ripetimi ancora il nome dell'autore della intiera opera, poiché essendo questo caduto sotto al suggello della lettera è restato lacerato, e indistinto.
Usa la cautela di lasciare nelle lettere un pezzetto bianco, onde il suggello non produca simili guasti.
Dal poco che ho potuto capire di questo nome, crederei che potesse essere F.
Stupe, ma non so se ci abbia indovinato.
Dall'altra parte io quest'opera non la conosco.
Il nome dell'editore è chiaro: Agostino Alteri nel 1685, e questo va bene.
Quel De Romanis è un capodopera: non regge in nessuna unione; ed ora credo, che questo scismatico giornale, o andrà poco avanti, o ne farà pochi spicci; e meno da spicciare.
Mi duole oltremodo la febbre del povero Peppe.
Istruiscimi del suo ristabilimento, che già spero seguito.
Altrettanto poi godo della buona salute di Papà Mammà e Clementina, che mi saluterai tanto e poi tanto, e più ancora.
Lepri dunque non ha ricevuto una lettera che io gli diressi a Roma colla direzione al domicilio.
Si parla in essa dell'Eroe di Pico in 4 sonetti.
Mi diverto così: non credo però che al mio ritorno ci sia tanto da dire a lungo su queste mie povere cose, siccome tu dici.
Ti abbraccio da amico
G.
G.
Belli
LETTERA 14.
A TERESA NERONI - RIPATRANSONE
Di Terni, 22 ottobre 1820
Amica carissima
In questo medesimo corso scrivo a Vostro fratello Peppe (detto così in confidenza) di cui ho ricevuto una lettera al solito ritardata.
Al disordine, che apparisce nell'esercizio delle poste, non fo più meraviglia, se le due mie vi arrivarono insieme, se Vulpiani non ne ha ricevuta che una di due da me scrittegli.
Ho molto gradita la notizia che Checchina sia guarita.
Vi assicuro, che al momento della mia partenza dalla Ripa, oltre il dolore causatomi dal di Lei gravissimo male, provai quasi eguale rammarico non potendo dimostrarle con qualche atto di gratitudine consueto, la riconoscenza che io nudriva per le tante attenzioni da Lei usatemi per tutta la mia dimora pr.
alla buona famiglia Vulpiani.
Ne avrei incaricato D.
Giusto, come vi dissi più volte, ma egli era assente; e non potei trovarlo neppure a Macerata, stando egli quel giorno con Armaroli in Appignano.
La medesima assenza di D.
Giusto fu la cagione del silenzio, di cui egli si lagna.
La mia lettera era del 21 settembre, e se fosse arrivata in corrente, secondo quanto D.
Giusto mi disse, egli non doveva ancora essere tornato alla Ripa.
Ecco perché in quella prima lettera non lo nominai, avendo altronde nominato tutti gli altri distintamente: e mi pare che a D.
Santi io dicessi sottomaestro; dunque se mi ricordai del sotto, mi ricordava anche del sopra.
Circa poi alla seconda lettera, egli non ha di che lagnarsi, perché io vi pregai in essa di salutare quanti frequentano la vostra casa, fra i quali egli ancora è compreso.
Per placarlo però totalmente, vi prego in questa di salutar lui tre volte, e gli altri una sola.
Non vorrei, che se un giorno ricado sotto la sua disciplina, si vendicasse a colpi di frusta, e colla tavoletta del somaro.
Se il mio caro Dottore si ricorderà della Colonna di Campo Vaccino etc.
etc.
comprenderà il senso della parola perpetuella.
Non si stancarà mai di dire che a suoi tempi non c'era.
Sarei cionostante dolentissimo se egli si fosse offeso di questo epiteto, ché in tal caso ritiro subito, e gliene chieggo scusa; perché io voglio stare sempre in pace con lui, verso il quale ho stima ed obbligazioni.
Caro quel coccodrillo del pozzo, e care quelle monachelle, che se l'erano creato dentro quella cara testa fasciata da quelle carissime bende! Per un tronco d'albero incomodare de' votapozzi, inquietare un vescovo, disturbare una Città, infastidire Domine Iddio! Le loro fervorose preghiere (facendo astrazione dallo scopo) mi sembrano quelle delle ranocchie pel travicello.
Ma i travicelli sono sempre travicelli, e le monache saranno sempre monache.
Non so se questo paragrafo converrà coi rigidi principj del caro amico Flavio; ma l'avventura è così bizzarra, che merita bizzarre parole.
Credo che saremo vicini allo sposalizio del buon vostro compare Niccolino.
Uno dei dispiaceri, che mi reca la mia lontananza da Ripatransone, è il non poter vedere questa solennità, la quale deve molto rallegrare lui e la sua famiglia, come la sola circostanza, in cui l'uomo è veramente contento.
Quanto godrei nel contemplare la gioia dello sposo, e la timidità della sposa! quale soddisfazione avrei di trovarmi fra i brindisi delle due famiglie, e degli amici concorsi ad accrescere con la loro allegrezza il dolce brio della festa.
Forse io non sarei degli ultimi ad alzarmi dal mio posto con un bicchiere in mano, ed elevando gli occhi al cielo, pronunciare colla verità sulle labbra li semplici voti del mio desiderio: Dio, benedici [...] la nostra gioia, e la loro unione; e spargi sopra [...] i tre primi tuoi doni, pace, salute e ricchezza.
E poi direi mille minchionerie confacenti alla circostanza, e necessarie per conservare il buon umore, che è il quarto dono di Dio procedente da que' tre, che ho detto di sopra.
Se con questi tempi Mammà dorme, ha ragione.
Cos'altro si avrebbe da fare che taroccare, o dormire?
Conservatemi vivo nella vostra memoria ed io procurerò di conservarmi sempre il nome prezioso di
vostro amico G.
G.
Belli.
P.S.
Salutatemi distintamente Vulpiani, e ditegli che io non gli scrivo più se non ho sue lettere.
LETTERA 15.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Terni, 22 ottobre 1820
Carissimo amico
Io non capisco più niente del corso di queste maledettissime poste.
La mia del 24 settembre vi giunse il 5 ottobre, e la vostra del 6 mi è arrivata il 18.
Chi potrà pertanto indovinare quale giro queste lettere si facciano, o per quale motivo restino a covare nelle poste? Quello che mi accade con voi, mi è accaduto con Vulpiani, il quale di due mie lettere non ne ha ricevuta che una, ed io nessuna delle sue, che pure deve avermene scritte; e mi è accaduto con vostra sorella, alla quale sono state date unite due lettere di distantissima data.
Non arrivo a comprendere la vera causa della vostra colica morale.
Mi accusate per sua origine la non curanza dell'etichette del Mondo; ma ignoro come questa negligenza possa partorire un male temuto da voi di tanta durata, per affliggerne seriamente chi da simili etichette non può sperare vantaggi né temere danni.
Voi non avete bisogno del Mondo: lo possedete tutto nella vostra fortuna, e fra le mura della vostra casa, colla famiglia vostra, co' vostri amici e coi sollievi, che attingete dalla cara musica, e dal dolce studio dei libri, di cui avete formato una sì bella raccolta.
Che se poi queste etichette disprezzate non riguardino il mondo maschile, ma il muliebre, la cosa assume subito un altro aspetto, e la vostra colica morale può più facilmente spiegarsi.
Mi chiedete dettagli più particolari dell'abilità de' musici, e della qualità della musica di Spoleto.
Voi forse riderete, se io vi risponderò, che non mi ricordo il nome dello spartito, né del suo compositore.
Ma questa mia dimenticanza vi darà qualche lume, facendovi conoscere, che la bontà dell'opera ottenne da me tanta attenzione quanto bastava per farmi giudicare lì per lì del merito delle cose parziali, e poi scordarmi del tutto.
Se però debbo dar retta ad una rimembranza confusa, che me ne è rimasta, l'opera mi pare che fosse il Matrimonio per concorso, ed il Maestro Nicolini, Farinelli, o cosa simile diminutiva.
La composizione mi parve però abbastanza mediocre circa al musicale: riguardo al poetico, assolutamente cattiva.
Le parole mi fecero nausea, e la condotta non la capii.
La prima donna benché manchi di alcuna consonante, pure in Roma non dispiacque tanto, una volta che cantò da soprano ne' Maccabei di Trento.
Aveva allora qualche grazia di dire, ed un non so che di piacevole nella voce.
A Spoleto non la trovai più quella, e non mi fece né caldo né freddo, benché il difetto della lingua, non compensato da altra vernice, mi portasse piuttosto al freddo che al caldo.
Questa è la Sig.ra Paris, e di lei vi basti.
Il tenore è un ragazzo di Volterra, dove ha moglie e figliuoli.
A me sembrò sguaiatello assai, e voi ne giudicherete meglio, perché più di me ve ne intendete.
Egli non è assolutamente pessimo, ma a me...
che so io...
- Delli due bassi, uno è un cannarone, il quale ha una voce di bagherino Romano, e l'abilità di un cantore di esequie.
L'altro è il Sig.
Liparini padre vecchio della brava Liparini, che adesso sta figurando sulle scene di Europa nelle opere buffe.
Gli allori della figliuola, e qualche foglia secca degli antichi suoi proprj fanno insieme fatica per meritargli indulgenza a quel pochissimo, di cui può egli adesso far dono.
Voce di naso e tremula, mimica affettata per supplire alla voce etc.
etc.
La seconda donna, e l'ultima parte, sono tali da non farne parola.
L'effetto prodotto nel teatro di Spoleto, giudico debba essere prodotto eguale in quello di Ascoli da eguale compagnia.
Forse però una diversa musica può variare l'effetto, poiché accade spesso che un attore figura meglio in una musica che in un'altra.
- Io in questi giorni mi avvicinerò a voi di trentasei miglia, perché vado a Fuligno, e di là piego poi a sinistra per Perugia.
Ne' primi di novembre però sarò nuovamente in Terni, e vi resterò sino alli 7, o alli 8, nella quale epoca tornerò a Roma.
Questo vi serva di regola, se vorrete scrivermi.
La vostra visita sanbruto sanbruto mi sarebbe graditissima: e voi sarete il vero padrone di venire santo fasone, e di andarvene ancora insanitate hospite.
Replicate i miei saluti all'amico Sig.
Voltattorni, e fatemi schiavo del Conte nostro.
Il V.
amico aff.mo G.
G.
Belli.
P.S.
Vi prego, se andate in Ascoli, dimandare a Renazzi se ricevette una mia lettera.
LETTERA 16.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Spoleto, 4 novembre 1820
Caro Checco
Quel mio amico di cui ti annunziai la venuta nel mio casino di Terni, mi scrisse dover restare in Fuligno per un ordine del tesoriere, il quale l'obbliga di assumere oltre la sua carica di Governatore della Dogana, anche quella di sopraintendente delle finanze di tutta la provincia, pel viaggio a Firenze che ha dovuto fare questo primario Ministro.
Vedendo io dunque fallito il progetto, che ti manifestai circa al tuo affare; nella occasione che sono qui venuto per un mio interesse, ho dato una corsa io stesso a Fuligno, il quale non è lontano da qui che 18 miglia.
Ne' tre giorni pertanto di mia dimora colà ho cercato que' due libri, ma invano nella biblioteca del Seminario, la quale per una traslazione da un luogo ad un altro del Seminario medesimo, ha sofferto molte perdite compresa quella dell'indice, ed ora sta ammassata in confuso e senza alcun ordine in una stanza.
Cercando però altrove ho trovato il Tommasuccio da Gualdo nella biblioteca del Marchese Bernabò, e ne ho ordinata una copia fedele, la quale, se mi arriva in tempo porterò con me a Roma, altrimenti l'avrò a Roma poco dopo il mio arrivo.
Relativamente poi allo Stupe, parlai con un tal Professore di eloquenza Ab.e Santarelli, il quale mi disse avere di questo libro una certa memoria; e però glie ne ho lasciato gl'indizi, ed egli mi ha promesso farne ricerche diligenti nella riferita biblioteca malmenata.
Pe' librai, ed altrove non si trova certo, avendolo abbastanza cercato; onde se si rinvenisse al Seminario, non ci è altro mezzo per averlo, che farne fare una copia.
In tutti i modi, quando siasi trovato, io ne sarò tosto avvisato.
Fra mezz'ora parto per Terni, ove forse io mi troverò a ricevere una tua risposta, se me la fai in corrente.
Che se non mi scrivi in corrente, o stimi inutile di farlo, parleremo meglio in voce al mio prossimo ritorno al paese.
Chiodi e Lepri saranno forse tornati, o staranno per esserlo.
Salutameli tutti, ed anche i miei parenti se li vedi, e tutti li tuoi.
E ti abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 17.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Terni, 6 novembre 1820
Carissimo amico
Il Sig.
Guidi di Acquaviva, che si trova in questa Città, mi favorisce di recarvi una mia lettera.
Non so se l'altra mia, nella quale vi partecipai le notizie teatrali da voi richieste, vi sia pervenuta: ma spero di sì, perché ho avuto risposta da vostra sorella, a cui scrissi nello stesso ordinario.
Laonde tralascio di replicarvi dei dettagli, che ripetuti vi annoierebbero, e nuovi vi sarebbero a quest'ora presso che inutili.
Il desiderio, che, con grande mia soddisfazione mi avete dimostrato di vedere spesso i miei caratteri, mi ha suggerito il pensiero di profittare di una occasione così favorevole per farvi arrivare un pegno della memoria viva, che conservo di voi, e dell'amicizia, che mi avete saputo inspirare.
Non vogliate credere che la lontananza ed il tempo abbiano indebolito in me la immagine di ciò che vi appartiene, e vi circonda.
Ancora mi pare di essere a S.
Benedetto, di passeggiare con libertà nelle nostre stanze, di udirvi a suonare il basse ed il clarettone, di valicare nel vostro legno il Tesino, o Ticino che sia; insomma di conversare con voi, e con gli amici che vi siete scelti per compagnia della vostra vita tranquilla.
Fra due o tre giorni io parto di qui per la mia patria, dove tornerò alle mie consuetudini, impiego cioè, passeggio, ritiro, e silenzio.
Conosco in queste poca utilità per la mia salute fisica, ma temo, che troverei peg
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