LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 4
...
.A.
fra gli Accademici tib.ni G.
G.
Belli
LETTERA 9.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
29 agosto 1820
Caro Amico
Se vi pare, io verrò a darvi l'ultimo abbraccio dimani nel medesimo sito, alla medesima ora, sulla medesima bestia, e col medesimo angiolo custode, dove venni, in cui giunsi, la quale mi portò, e che mi fu scorta la volta passata.
Salutami il Conte, che non conta né contee né contanti.
Ben tornato dunque da Fermo, dove io v'affermo che non istarei fermo tre ore, per esserci stato infermo tre dì.
E vi abbraccio cordialmente.
Il vostro amico G.
G.
Belli.
P.S.
Non vi spaventi quell'ultimo abbraccio.
Io intendo ultimo per quest'anno, o viaggio.
Vostra sorella vi prega di due limoni.
Ma non si offenderebbe se fossero quattro.
LETTERA 10.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[31 agosto 1820]
Caro Amico
La vostra perplessità io già me la imaginava; ed appunto per produrla, io [non] alterai, ma modificai il mio carattere.
Una storia orribile narratami sono circa sei giorni in vostra casa alla Ripa, nella quale anche io figurava, mi fece nascere il pensiere di scrivere que' versi, e spedirveli, per poi riderne con voi quando ci saremmo rivisti.
Non li firmai per la probabilità di smarrimento di lettera.
La spiegazione, che interessa la vostra delicatezza consiste negli ultimi sei versi.
Natale, e Francioso.
Voi m'intenderete adesso, e capirete che in senso Aretinesco la croce dell'ordine del boja significherà forca, presa la croce, come si suol prendere per patibolo.
Così il gran maestro giustiziere diviene il boja med.mo nelle mani di cui dovrebbe stirare le cuoja il personaggio, che per essere decorato com'è nella società di un certo grado insigne merita il primo posto nel premio delle sue gentili e nobili maniere.
Il secondo soggetto non merita neppure l'onore di quel supplicio, la croce, e però sarà punito con altro non meno atroce dopo che avrà accompagnato sul dorso il compagno alla grande funzione.
La ragione poi della metafora della croce procede dal vanto di nobiltà, che stoltamente ho udito prendere il nostro principale personaggio.
Ho però inteso dire, che questa è la decorazione che merita.
La Sig.ra Teresa vi mandò ieri il mio biglietto per via di un sarto, che ve lo rimise per mezzo di una sciocca che non ne attese la risposta.
Io l'ho ricevuta oggi al casino di Vulpiani, di dove sarei passato a visitarvi.
Voi però andate a Fermo, onde ci rivedremo in un altro anno, perché io debbo presto partire.
Se Marchionni non mi avesse fatto una vostra ambasciata, io non vi avrei scritto il mio biglietto.
Mi pare che voi vi siate un poco messo in riparo con me; e me lo dice quel pregiatissimo Sig.
Belli, con cui principia la lettera vostra.
Ciò nasce dal senso oscuro dei versi: eppure io credeva che le ultime due terzine vi dovessero comparir chiare; ma mi sono ingannato.
Che se poi vi spiace che io abbia scritto contro chi ha ingiuriato, e voi, e me; sappiate, che voi siete l'unico al mondo, a cui questo scritto sia stato, e sarà mai comunicato.
Intanto vi abbraccio del miglior cuore, e vi auguro un felicissimo viaggio.
E sono sempre
Il vostro G.
G.
Belli
Dal casino Vulpiani 31 agosto 1820.
LETTERA 11.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Ripatransone, 7 settembre 1820
Caro Spada
Oggi dunque abbiamo la gran crisi benigna del Sole, per la quale Egli tornerà sano dopo una malattia di languore, che minacciavalo di estinzione insensibile.
Tu però non sai cosa c'è di rimarchevole in questa ecclissi: non la grande oscurazione, non l'anello, o le altre simili minchionerie.
Il gran caso è quello che ti dirò io; cioè che il bel mezzo di essa accadrà nel medesimo momento nel quale io venni alla luce nell'anno 1791; vale a dire ventinove anni fa.
Qui sopra si potrebbero dire molte belle galanterie ed anche molte vaghissime impertinenze.
All'ora ch'io scrivo, cioè alle 9 antimeridiane il tempo si è preparato con foltissime nuvole per renderci più piacevole il fenomeno, che non vedremo, se dura così.
Fra tre o quattro giorni dal corrente, io parto pel viaggio di cui ti parlai.
Addio.
Salutami tutti, e credimi
Il tuo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 12.
A TERESA NERONI - RIPATRANSONE
Di Terni, 5 ottobre 1820
Guardimi il Cielo, mia carissima amica, che io impari giammai a non conoscere il prezzo dell'amicizia, e l'obbligo della riconoscenza.
Voi però che conoscete me, come io conosco quel che ho detto di sopra, non dovevate chiamarmi filosofo, cioè secondo la vostra interpretazione, uomo dimentico di tutti i riguardi che si debbono alla società.
Io ciononostante non voglio schifarlo questo nome, perché, nel vero suo senso, esso significa culto di ogni buona disciplina, e per conseguenza culto ancora della decenza e degli onesti usi, fra i quali è compreso anche quello di dar novelle di sé a chi le desidera ed insieme le merita.
Dopo tutta questa filastrocca o diceria filosofica, venghiamo all'applicazione dei membri dell'orazione.
Non era dunque possibile, amica mia cara, che io non solamente mancassi alla civiltà, ma cosibbene alla parola che vi aveva data di scrivervi appena giunto costà, dove mi affrettai di portarmi anche prima che non aveva disegnato, lasciando per ora da parte il viaggio di Assisi e Perugia.
Per la qual cosa io giunsi qui a Terni il giorno 19 che cadde di martedì nel passato settembre.
Nel giovedì susseguente, 21 d°, partì il Corriere alla volta della Marca, e doveva portare tre mie lettere, una per voi, una per Fuligno, e l'altra per Ascoli; seppure l'averle io scritte, e portate alla posta non fosse un sogno ad occhi aperti, e sul bel mezzogiorno.
Odo ora da voi, che nulla avete ricevuto, come nulla debbono aver ricevuto gli altri due, poiché non me ne hanno dato riscontro.
Se questa buzzerata, (perdonate il termine) non finisce, io avanzo un ricorso formale contro le poste di Terni e di Macerata.
E per tornare al discorso della lettera, che io vi aveva scritta, essa era un processo sempiterno, poiché scritta di minutissimo carattere da tutte le parti, e sino ne' pezzi bianchi, che avvanzano dalla facciata della soprascritta.
Io mi estendeva sulla commemorazione de' nostri discorsi, delle nostre operazioni, e sopra le mie fanciullaggini insieme con Costanzina e Checcuccio.
Ricordava la schiera delle carte da giuoco, la mossa che me ne era riserbata, i sonni tranquilli della buona signora Tecla; e gentilezza, e raganella, ed il gatto.
Ricordava la volontaria malattia del caro Flavio, le mancie da me date a due stallieri per vostro conto, le cambiali che ne rilasciai loro sulla vostra cassa pagabili a vista, e tante altre minute cosette, che adesso non mi tornano in mente.
Faceva in fine una esatta nota delle persone che desiderava mi fossero da voi salutate.
In questa nota erano espressi tutti i nomi de' soggetti, colla giunta della loro qualità distintiva.
Sicché voi vedete, che per leggere tutta questa tirata vi bisognavano almeno due ore: laonde la tenera e compassionevole posta vi avrà voluto risparmiare questo tedio ed incomodo.
Sarebbe però stato desiderabile e giusto, che non si fosse dato tanto amore pel prossimo.
Nelle lettere che vado ricevendo da Roma, ho letto il pronto arrivo colà de' buoni pistacchi, i quali ci hanno portato meraviglia e piacere.
Vi debbo però rimproverare per non avermi voluto dire quanto daste al vetturale, quel giorno che prima di partire dalla Ripa io ve ne feci richiesta.
Faremo così; per ora rivaletevi sul credito mio su di voi per conto briscola, ed io penserò a quietare i stallieri di Loreto e Macerata possessori dei miei biglietti di banca.
Gradirei di sapere varie cose: 1° se Vulpiani oltre la mia lettera, che voi sapete, ne abbia ricevuta un'altra anteriore che gli mandai da Fuligno: 2° se vostro fratello Cav.re ne abbia parimenti ricevuta una, che gli scrissi da Terni molti giorni addietro: 3° come sta la povera Checchina: 4° come andò a finire il coccodrillo delle monache: 5° se il Sig.
Cav.
Pietro Paolo è nel seno della sua famiglia, siccome udii che doveva succedere, nel qual caso vi prego fargli i miei rispetti, aggiungendoci anche quelli che per lui vi mandai nella mia disgraziatamente perduta.
Se la presente, come spero, vi arriva, vi prego darmene un cenno a posta corrente per mia regola circa quello che medito di fare riguardo alle poste, giacché non é la prima volta, che a me manchino lettere, e manchino a coloro, a' quali io le diriggo.
Né io sono un sospetto di fazioni, né le mie lettere ne contengono i semi o le trame; e perciò la vedremo un po' chiara.
Vi supplico a compatire a mio riguardo quel povero arciprete, il quale se è fastidioso, è ancora più buono, ed ha tutta la buona volontà di riuscire grato con quelle stesse premure, che per avere un esteriore poco aggradevole, invece di piacere ributtano.
Ricordatevi della carità, e soffrite in pace un vecchio infelice, al quale non rimangono più che pochi anni, e forse anche pochi mesi di vita.
Vorreste abbreviarglieli? Egli è tale con voi, che ogni vostro riguardo anche minimo lo consola, lo conforta, e gli riempie di consolazione la sua vita meschina.
Salutatemi tutti tutti quelli, che sapete essermi grati, cioè quelli che vi frequentano, e dite loro, che benché io non li nomini tutti particolarmente, ciononostante li tengo tutti vivamente fissi in memoria, in ispecie quelli fra essi, da' quali ho ricevuto delle cortesie ed attenzioni.
Abbracciatemi poi il caro Checcuccio, e riveritemi la dolce Costanzina, per la quale la mia penna è sempre pronta, quando abbia bisogno di qualche altra stroffetta per canto.
Nella mia lettera perduta, io faceva a questi cari vostri figli una lunga predica sul mio vecchio stile: in questa non ci cape; e perciò ricordino quel che ad essi diceva quando io vivea fra voi.
Addio, mia buonissima amica: ricordatemi a Mammà, a Flavio e credetemi
V.
aff.mo a.co G.
G.
Belli.
LETTERA 13.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni, 7 ottobre 1820
Caro Checco
La tua del 6 settembre fu la ultima lettera che io ricevei a Ripatransone, ed in essa non mi parlavi affatto delle ricerche da farsi a Fuligno.
Io poi partii di là il dì 11, dopo il qual giorno non ho più saputo né puzza né odore di quelli paesi.
Se dunque tu mi scrivesti altra lettera, sarà ancora alla posta.
Certo è però, che se io avessi a tempo saputo il tuo desiderio, ti avrei servito fedelmente, copiando io medesimo il testo, non perché lo avessi fatto meglio ma perché ci avrei impiegato la diligenza e il fervore dell'Amicizia.
Ora peraltro non ho alcuno là in Fuligno, di cui sapessi valermi in questo bisogno.
Il solo amico che io ci abbia, oltre ad essere governatore della Dogana, e perciò totalmente ignorante di queste materie, presentemente è alla sua villeggiatura alquanto da Fuligno distante.
Egli però mi ha promesso venirmi a trovare colla sua famiglia alla nostra campagna di Terni; ed allora parlando a viva voce con lui, potrò interrogarlo e sapere se vi sia a Fuligno persona alla quale affidare un incarico, il quale benché sembri ridicolo, è pure di qualche peso, giacché dalla inesattezza de' copisti ignoranti deriva spesso confusione, ed infedeltà di lezioni.
Tu intanto spiegami meglio se o tutta l'opera vuoi copiata, od i soli settenari di profezie del T.
Gualdo.
Confesso che sarei indeciso sul tuo desiderio, poiché quantunque sembri che tu parli di questi soltanto, purtuttavia non lo dici distintamente.
Ripetimi ancora il nome dell'autore della intiera opera, poiché essendo questo caduto sotto al suggello della lettera è restato lacerato, e indistinto.
Usa la cautela di lasciare nelle lettere un pezzetto bianco, onde il suggello non produca simili guasti.
Dal poco che ho potuto capire di questo nome, crederei che potesse essere F.
Stupe, ma non so se ci abbia indovinato.
Dall'altra parte io quest'opera non la conosco.
Il nome dell'editore è chiaro: Agostino Alteri nel 1685, e questo va bene.
Quel De Romanis è un capodopera: non regge in nessuna unione; ed ora credo, che questo scismatico giornale, o andrà poco avanti, o ne farà pochi spicci; e meno da spicciare.
Mi duole oltremodo la febbre del povero Peppe.
Istruiscimi del suo ristabilimento, che già spero seguito.
Altrettanto poi godo della buona salute di Papà Mammà e Clementina, che mi saluterai tanto e poi tanto, e più ancora.
Lepri dunque non ha ricevuto una lettera che io gli diressi a Roma colla direzione al domicilio.
Si parla in essa dell'Eroe di Pico in 4 sonetti.
Mi diverto così: non credo però che al mio ritorno ci sia tanto da dire a lungo su queste mie povere cose, siccome tu dici.
Ti abbraccio da amico
G.
G.
Belli
LETTERA 14.
A TERESA NERONI - RIPATRANSONE
Di Terni, 22 ottobre 1820
Amica carissima
In questo medesimo corso scrivo a Vostro fratello Peppe (detto così in confidenza) di cui ho ricevuto una lettera al solito ritardata.
Al disordine, che apparisce nell'esercizio delle poste, non fo più meraviglia, se le due mie vi arrivarono insieme, se Vulpiani non ne ha ricevuta che una di due da me scrittegli.
Ho molto gradita la notizia che Checchina sia guarita.
Vi assicuro, che al momento della mia partenza dalla Ripa, oltre il dolore causatomi dal di Lei gravissimo male, provai quasi eguale rammarico non potendo dimostrarle con qualche atto di gratitudine consueto, la riconoscenza che io nudriva per le tante attenzioni da Lei usatemi per tutta la mia dimora pr.
alla buona famiglia Vulpiani.
Ne avrei incaricato D.
Giusto, come vi dissi più volte, ma egli era assente; e non potei trovarlo neppure a Macerata, stando egli quel giorno con Armaroli in Appignano.
La medesima assenza di D.
Giusto fu la cagione del silenzio, di cui egli si lagna.
La mia lettera era del 21 settembre, e se fosse arrivata in corrente, secondo quanto D.
Giusto mi disse, egli non doveva ancora essere tornato alla Ripa.
Ecco perché in quella prima lettera non lo nominai, avendo altronde nominato tutti gli altri distintamente: e mi pare che a D.
Santi io dicessi sottomaestro; dunque se mi ricordai del sotto, mi ricordava anche del sopra.
Circa poi alla seconda lettera, egli non ha di che lagnarsi, perché io vi pregai in essa di salutare quanti frequentano la vostra casa, fra i quali egli ancora è compreso.
Per placarlo però totalmente, vi prego in questa di salutar lui tre volte, e gli altri una sola.
Non vorrei, che se un giorno ricado sotto la sua disciplina, si vendicasse a colpi di frusta, e colla tavoletta del somaro.
Se il mio caro Dottore si ricorderà della Colonna di Campo Vaccino etc.
etc.
comprenderà il senso della parola perpetuella.
Non si stancarà mai di dire che a suoi tempi non c'era.
Sarei cionostante dolentissimo se egli si fosse offeso di questo epiteto, ché in tal caso ritiro subito, e gliene chieggo scusa; perché io voglio stare sempre in pace con lui, verso il quale ho stima ed obbligazioni.
Caro quel coccodrillo del pozzo, e care quelle monachelle, che se l'erano creato dentro quella cara testa fasciata da quelle carissime bende! Per un tronco d'albero incomodare de' votapozzi, inquietare un vescovo, disturbare una Città, infastidire Domine Iddio! Le loro fervorose preghiere (facendo astrazione dallo scopo) mi sembrano quelle delle ranocchie pel travicello.
Ma i travicelli sono sempre travicelli, e le monache saranno sempre monache.
Non so se questo paragrafo converrà coi rigidi principj del caro amico Flavio; ma l'avventura è così bizzarra, che merita bizzarre parole.
Credo che saremo vicini allo sposalizio del buon vostro compare Niccolino.
Uno dei dispiaceri, che mi reca la mia lontananza da Ripatransone, è il non poter vedere questa solennità, la quale deve molto rallegrare lui e la sua famiglia, come la sola circostanza, in cui l'uomo è veramente contento.
Quanto godrei nel contemplare la gioia dello sposo, e la timidità della sposa! quale soddisfazione avrei di trovarmi fra i brindisi delle due famiglie, e degli amici concorsi ad accrescere con la loro allegrezza il dolce brio della festa.
Forse io non sarei degli ultimi ad alzarmi dal mio posto con un bicchiere in mano, ed elevando gli occhi al cielo, pronunciare colla verità sulle labbra li semplici voti del mio desiderio: Dio, benedici [...] la nostra gioia, e la loro unione; e spargi sopra [...] i tre primi tuoi doni, pace, salute e ricchezza.
E poi direi mille minchionerie confacenti alla circostanza, e necessarie per conservare il buon umore, che è il quarto dono di Dio procedente da que' tre, che ho detto di sopra.
Se con questi tempi Mammà dorme, ha ragione.
Cos'altro si avrebbe da fare che taroccare, o dormire?
Conservatemi vivo nella vostra memoria ed io procurerò di conservarmi sempre il nome prezioso di
vostro amico G.
G.
Belli.
P.S.
Salutatemi distintamente Vulpiani, e ditegli che io non gli scrivo più se non ho sue lettere.
LETTERA 15.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Terni, 22 ottobre 1820
Carissimo amico
Io non capisco più niente del corso di queste maledettissime poste.
La mia del 24 settembre vi giunse il 5 ottobre, e la vostra del 6 mi è arrivata il 18.
Chi potrà pertanto indovinare quale giro queste lettere si facciano, o per quale motivo restino a covare nelle poste? Quello che mi accade con voi, mi è accaduto con Vulpiani, il quale di due mie lettere non ne ha ricevuta che una, ed io nessuna delle sue, che pure deve avermene scritte; e mi è accaduto con vostra sorella, alla quale sono state date unite due lettere di distantissima data.
Non arrivo a comprendere la vera causa della vostra colica morale.
Mi accusate per sua origine la non curanza dell'etichette del Mondo; ma ignoro come questa negligenza possa partorire un male temuto da voi di tanta durata, per affliggerne seriamente chi da simili etichette non può sperare vantaggi né temere danni.
Voi non avete bisogno del Mondo: lo possedete tutto nella vostra fortuna, e fra le mura della vostra casa, colla famiglia vostra, co' vostri amici e coi sollievi, che attingete dalla cara musica, e dal dolce studio dei libri, di cui avete formato una sì bella raccolta.
Che se poi queste etichette disprezzate non riguardino il mondo maschile, ma il muliebre, la cosa assume subito un altro aspetto, e la vostra colica morale può più facilmente spiegarsi.
Mi chiedete dettagli più particolari dell'abilità de' musici, e della qualità della musica di Spoleto.
Voi forse riderete, se io vi risponderò, che non mi ricordo il nome dello spartito, né del suo compositore.
Ma questa mia dimenticanza vi darà qualche lume, facendovi conoscere, che la bontà dell'opera ottenne da me tanta attenzione quanto bastava per farmi giudicare lì per lì del merito delle cose parziali, e poi scordarmi del tutto.
Se però debbo dar retta ad una rimembranza confusa, che me ne è rimasta, l'opera mi pare che fosse il Matrimonio per concorso, ed il Maestro Nicolini, Farinelli, o cosa simile diminutiva.
La composizione mi parve però abbastanza mediocre circa al musicale: riguardo al poetico, assolutamente cattiva.
Le parole mi fecero nausea, e la condotta non la capii.
La prima donna benché manchi di alcuna consonante, pure in Roma non dispiacque tanto, una volta che cantò da soprano ne' Maccabei di Trento.
Aveva allora qualche grazia di dire, ed un non so che di piacevole nella voce.
A Spoleto non la trovai più quella, e non mi fece né caldo né freddo, benché il difetto della lingua, non compensato da altra vernice, mi portasse piuttosto al freddo che al caldo.
Questa è la Sig.ra Paris, e di lei vi basti.
Il tenore è un ragazzo di Volterra, dove ha moglie e figliuoli.
A me sembrò sguaiatello assai, e voi ne giudicherete meglio, perché più di me ve ne intendete.
Egli non è assolutamente pessimo, ma a me...
che so io...
- Delli due bassi, uno è un cannarone, il quale ha una voce di bagherino Romano, e l'abilità di un cantore di esequie.
L'altro è il Sig.
Liparini padre vecchio della brava Liparini, che adesso sta figurando sulle scene di Europa nelle opere buffe.
Gli allori della figliuola, e qualche foglia secca degli antichi suoi proprj fanno insieme fatica per meritargli indulgenza a quel pochissimo, di cui può egli adesso far dono.
Voce di naso e tremula, mimica affettata per supplire alla voce etc.
etc.
La seconda donna, e l'ultima parte, sono tali da non farne parola.
L'effetto prodotto nel teatro di Spoleto, giudico debba essere prodotto eguale in quello di Ascoli da eguale compagnia.
Forse però una diversa musica può variare l'effetto, poiché accade spesso che un attore figura meglio in una musica che in un'altra.
- Io in questi giorni mi avvicinerò a voi di trentasei miglia, perché vado a Fuligno, e di là piego poi a sinistra per Perugia.
Ne' primi di novembre però sarò nuovamente in Terni, e vi resterò sino alli 7, o alli 8, nella quale epoca tornerò a Roma.
Questo vi serva di regola, se vorrete scrivermi.
La vostra visita sanbruto sanbruto mi sarebbe graditissima: e voi sarete il vero padrone di venire santo fasone, e di andarvene ancora insanitate hospite.
Replicate i miei saluti all'amico Sig.
Voltattorni, e fatemi schiavo del Conte nostro.
Il V.
amico aff.mo G.
G.
Belli.
P.S.
Vi prego, se andate in Ascoli, dimandare a Renazzi se ricevette una mia lettera.
LETTERA 16.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Spoleto, 4 novembre 1820
Caro Checco
Quel mio amico di cui ti annunziai la venuta nel mio casino di Terni, mi scrisse dover restare in Fuligno per un ordine del tesoriere, il quale l'obbliga di assumere oltre la sua carica di Governatore della Dogana, anche quella di sopraintendente delle finanze di tutta la provincia, pel viaggio a Firenze che ha dovuto fare questo primario Ministro.
Vedendo io dunque fallito il progetto, che ti manifestai circa al tuo affare; nella occasione che sono qui venuto per un mio interesse, ho dato una corsa io stesso a Fuligno, il quale non è lontano da qui che 18 miglia.
Ne' tre giorni pertanto di mia dimora colà ho cercato que' due libri, ma invano nella biblioteca del Seminario, la quale per una traslazione da un luogo ad un altro del Seminario medesimo, ha sofferto molte perdite compresa quella dell'indice, ed ora sta ammassata in confuso e senza alcun ordine in una stanza.
Cercando però altrove ho trovato il Tommasuccio da Gualdo nella biblioteca del Marchese Bernabò, e ne ho ordinata una copia fedele, la quale, se mi arriva in tempo porterò con me a Roma, altrimenti l'avrò a Roma poco dopo il mio arrivo.
Relativamente poi allo Stupe, parlai con un tal Professore di eloquenza Ab.e Santarelli, il quale mi disse avere di questo libro una certa memoria; e però glie ne ho lasciato gl'indizi, ed egli mi ha promesso farne ricerche diligenti nella riferita biblioteca malmenata.
Pe' librai, ed altrove non si trova certo, avendolo abbastanza cercato; onde se si rinvenisse al Seminario, non ci è altro mezzo per averlo, che farne fare una copia.
In tutti i modi, quando siasi trovato, io ne sarò tosto avvisato.
Fra mezz'ora parto per Terni, ove forse io mi troverò a ricevere una tua risposta, se me la fai in corrente.
Che se non mi scrivi in corrente, o stimi inutile di farlo, parleremo meglio in voce al mio prossimo ritorno al paese.
Chiodi e Lepri saranno forse tornati, o staranno per esserlo.
Salutameli tutti, ed anche i miei parenti se li vedi, e tutti li tuoi.
E ti abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 17.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Terni, 6 novembre 1820
Carissimo amico
Il Sig.
Guidi di Acquaviva, che si trova in questa Città, mi favorisce di recarvi una mia lettera.
Non so se l'altra mia, nella quale vi partecipai le notizie teatrali da voi richieste, vi sia pervenuta: ma spero di sì, perché ho avuto risposta da vostra sorella, a cui scrissi nello stesso ordinario.
Laonde tralascio di replicarvi dei dettagli, che ripetuti vi annoierebbero, e nuovi vi sarebbero a quest'ora presso che inutili.
Il desiderio, che, con grande mia soddisfazione mi avete dimostrato di vedere spesso i miei caratteri, mi ha suggerito il pensiero di profittare di una occasione così favorevole per farvi arrivare un pegno della memoria viva, che conservo di voi, e dell'amicizia, che mi avete saputo inspirare.
Non vogliate credere che la lontananza ed il tempo abbiano indebolito in me la immagine di ciò che vi appartiene, e vi circonda.
Ancora mi pare di essere a S.
Benedetto, di passeggiare con libertà nelle nostre stanze, di udirvi a suonare il basse ed il clarettone, di valicare nel vostro legno il Tesino, o Ticino che sia; insomma di conversare con voi, e con gli amici che vi siete scelti per compagnia della vostra vita tranquilla.
Fra due o tre giorni io parto di qui per la mia patria, dove tornerò alle mie consuetudini, impiego cioè, passeggio, ritiro, e silenzio.
Conosco in queste poca utilità per la mia salute fisica, ma temo, che troverei peggio per la morale, quando così non vivessi, ed andassi ad immergermi in quel vortice, nel quale quattro quinti degli uomini pretendono trovare felicità.
Io ho poca età, ma pure in ventinove anni di vita, non mi è ancora mai saltato in pensiere di assaggiare questa felicità, di cui odo sempre le laudi, e non vedo mai la realtà.
E perciò credo, che per tutto il tempo che dovrò ancora passare nel mondo, mi contenterò di condurre la mia vita oscura, e se vogliamo anche dire apatistica, poiché deciso come sono di astenermi sempre dalla partecipazione delle altrui contentezze, voglio procurare per quanto posso di salvarmi dagli altrui rammarichi, e dolori, e sollecitudini, che sono secondo il mio giudizio il tossico inevitabile attinto dalli poveri uomini a quelle stesse fontane, alle quali concorrono per cavarsi la sete de' piaceri terreni, che inebriano, e non consolano mai.
Questo è un perioduccio un po' lungo, ma mi [è] venuto così dalla penna, e voi ve lo sorbirete come tutte le altre mie noiose tirate.
Quando anderete a Ripatransone, dove so che da molto tempo non si hanno vostre notizie, favoritemi portarvi i miei saluti a tutti di vostri famiglia prima, e poi a quelli che più convengono nel nostro carattere.
Vi prego così di riverirmi il Sig.
Gabriele, e gli altri Sigg.
Voltattorni; e senza più dire vi abbraccio.
Il V.aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 18.
[A TERESA NERONI?]
[13 gennaio 1821]
Gentilissima quella donna mia
Il Sig.
Belli m'impone significarvi avere egli risoluto di non uscire questa mattina di casa, così persuadendolo un deliziosissimo dolore, che gli ha stabilito quartiere d'inverno in coppa a lu pietto.
Vi prega mandarmi pel renditore di questo biglietto il vasello di estratto d'assenzio, del quale io bramo far trattamento al mio amico Sig.
Belli avanti al pranzo: affinché egli possa mercé una buona panciata assopire, divertire, o minchionare una certa doserella di buzzere che mi pare gli vadano passeggiando pel capo.
E vi supplico nel tempo medesimo di dire da mia parte e del Sig.
Belli mille cose dolci e zuccherine alla amabilissima Sig.ra Contessa Chiarina, ed all'Arciduca Luigi nostro benemerito alleato.
Né mi scordate presso la Sig.ra Cleta, e presso la vostra Signorina, erede (diciamolo alla parigina) delle vostre attrattive e delle vostre virtù.
Ho detto una grande e bella galanteria, e non mi credeva capace di tanto.
Or' andate a stimar le carogne! E sono contento di esserlo, purché sia una galante carogna francese.
Vi B.L.M.
V.
Serv.
ed a.co G.
G.
Belli
Di casa, 13 gennaio 1821, alle 10 antimerid.e
LETTERA 19.
A SILVIA CERROTI CONTI - ROMA
Ripatransone, 19 agosto 1821
Cara Mammà
Mercoldì scorso, giorno onomastico e natalizio di Mariuccia, non potendo io più dormire, mi alzai all'Aurora, colla mente tutta ingombra del piacere, che avrei gustato di passare quella giornata in mezzo alla nostra famiglia.
Sono già tre anni, io andava tra me stesso dicendo, sono tre anni, che in questo giorno io sto lontano da Roma, né più auguro di viva voce a Mariuccia le felicità che ella merita.
Fra queste e simili riflessioni presi la penna e composi tutti d'un tratto i versi che qui vi trascrivo.
Essi sono debolissimi, perché spremuti quasi per forza di desiderio da un ingegno illanguidito troppo dalle infermità.
Oltrediché arriveranno tardi, essendo già scorso il giorno, in cui avrebbero dovuto già essere giunti al destino.
Cionostante io ve li mando, e li mando a voi, perché con la vostra bella enfasi, e con quel tuono di materna tenerezza, li declamiate in mia vece a Mariuccia, alla presenza di quelle persone che l'amano.
Persuadetevi che la idea di vedervi e di udirvi sarà per me nei prossimi giorni la più schietta consolazione in questi luoghi solitari, dove non penso che alla casa nostra, da cui debbo così spesso distaccarmi per ritrovar la salute.
Abbracciatemi Papà, e zio.
Salutatemi tutto il resto della famiglia e ricordatevi sempre del vostro
aff.mo genero G.
G.
Belli
Tra le sorelle che gli stan intorno,
Espero già coll'amoroso lume
Va all'occidente ad annunziare il giorno.
E tremolando sulle incerte piume
Già coll'ampolla di rugiada piena
Vien l'alba fuor dalle marine spume.
Seco uno stuol di zeffiretti mena
Che d'aliti soavi e molli fiori
Spargono il Cielo, che biancheggia appena.
E già l'Aurora dagli antichi amori,
Sveltasi a forza di Titon suo fido
Riconduce alla terra i suoi colori.
Tutti gli augelli già lasciano il nido,
Escon le belve dalli suoi covili,
Vengono i pesci a trastullarsi al lido.
E l'agnellette dalli chiusi ovili
Tratte all'aperto accoppiano i belati
De' suoi custodi alle zampogne umili.
Tornan le vacche ai pascolari usati,
E muggendo richiamano i vitelli
Che van dispersi a folleggiar sui prati.
Là il saltar vedi de' puledri snelli,
Là il cozzar miri de' gelosi arieti,
Qui l'anitre tuffarsi ne' ruscelli.
Ah! poi che tanto gli animanti lieti
Rende il bell'astro quando imprimer suole
L'ultimo bacio sulla fronte a Teti:
Perché le umane creature sole
Privansi il cuore della gioia pura
Di salutar nel suo natale il Sole?
Io però fuor delle insalubri mura
Esco soletto quando il gallo canta,
E si rallegra ogni altra creatura.
E pieno il petto di dolcezza tanta
Ti benedico, o luce mattutina,
Che prezïosa per me sorgi e santa.
Ti benedico, o grazïa divina,
Che il primo raggio ai pargoletti lumi
Oggi vibrasti della mia Regina.
Dico di Lei, che mi donaro i Numi,
Che sola di piegare ha signoria
Il mio cuor, le mie voglie e i miei costumi.
Oh dunque sempre benedetto sia
Questo bel giorno, e questo mese, e l'anno
In ch'ella nacque perché fosse mia.
E benedette sian le piante, che hanno
Questo del loro amor germe produtto
Per ristorarmi d'ogni antico affanno.
E sì la vita mia piena di lutto
Scorsa sarebbe, e de' miei studi avrei
Colto assai scarso e molto acerbo il frutto;
Dove nel colmo de' disastri miei
Per l'amarezza dello mio dolore
Non avessi a pietà mosso costei.
Pietà le pose la mia storia in core,
Appresso alla pietà venne amicizia,
E all'amicizia poi successe amore.
Troppo ahi del Mondo la crudel malizia
Fatto aveva di me tristo governo!
Ma pur mi scordo d'ogni sua nequizia.
Ed ora intorno a me più non discerno,
Che il dolce aspetto della mia famiglia;
E di bearmi in lei spero in eterno.
Pur, se memoria v'ha che dalle ciglia
Una lagrima ancor spremere mi possa,
Egli è il pensier della perduta figlia.
È questo il solo che li nervi e l'ossa
Talor mi scuote, ma sperar mi giova,
Che sia del reo destin l'ultima scossa.
Così l'anima mia pace ritrova;
E vede che dal dì ch'io vivo teco,
Vivo, o mia Vita, d'una vita nuova.
Né punto calmi se invidioso e bieco
Della fortuna mia l'occhio mi guardi:
Se tu mi guardi insiem, quell'occhio è cieco.
E se il veleno di morbosi dardi
Incontro al petto mio spesso ella vibra,
Per farmi tristo quel furor sien tardi.
Ché l'amor tuo l'affievolita fibra
Veglia a saldarmi, e tenero e pietoso
Le dolci cure coi bisogni libra.
Però trar lagni sul malor non oso,
Onde il ciel forse vuol purgarmi l'alma
Di qualche morbo più maligno e ascoso.
Ma la speranza che ogni doglia calma,
Fra i tuoi conforti dentro il sen mi brilla
In benefizio dell'afflitta salma.
E tu vedrai di nuovo a stilla, a stilla
La salute colar nelle mie vene,
E raccender la mia spenta pupilla.
Siccome allor che pel Cielo viene,
Dopo una pioggia di stagione estiva,
Iride bella a far l'aure serene:
La Natura spirante si ravviva;
E li pastori che fuggian col gregge
Tornan sul prato a modular la piva.
Ma qualor Giove che lassù corregge
Quanto qui abbasso si succede e move
Con fissi eventi e con prescritta legge,
Me ancor serbasse a più crudeli prove;
Noi dovremmo baciar l'aspro flagello,
E li decreti rispettar di Giove
Ché d'ogni altra virtù questo è il suggello.
Se mai, cara Mammà, o i vostri occhi, o il mio carattere, o la mia propria ortografia, o qualche altra ragione poetica vi facessero dubitare di leggere questi versi, allora aspettate una sera, in cui venga in casa qualcuno, al quale questi ostacoli sieno piani, e fategliene fare la lettura.
In tutti i modi pensate voi a far sì, che Mariuccia riceva questo tributo che io Le offro in mancanza di altro.
Forse alla umiltà della medesima dispiacerà, che questi versi si leggano in pubblico, ma spero che ne sarà poi contenta, quando sappia che ciò mi farà grande piacere.
Io adesso sono come un fanciullo.
La minima cosa mi rattrista, e la minima cosa mi rallegra: figurate poi l'occuparmi di Mariuccia, che per me non è minima cosa, quanto debba recarmi sollievo.
LETTERA 20.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Ripatransone, 30 agosto 1821
Caro amico
Poiché voi dormite di un placidissimo sonno, io vengo a risvegliarvi col ronzio del mio pimpleo colascione.
Ecco il sonetto per voi, e quello pel nostro Sig.
Giuseppe.
Se serviranno, vi prego che se ne osservi dallo stampatore esattamente la ortografia, e la interpunzione.
Circa i titoli, fateci quelle sostituzioni che meglio credete, purché non siano troppo verbose.
Pregate poi il Sig.
Voltattorni perché io non sia nominato appiè del sonetto, che ho scritto per lui.
Il nome dell'autore non è necessario: che se per la superiore approvazione non se ne potesse far senza, ci ponga il suo, se vuole, od un altro a sua scelta.
Il malanno da me sofferto sulle coste non mi ha ancora permesso di star curvo per finire il vostro prospetto.
Quante volte però vi bisogni intanto quel disegno dell'Architetto, potete chiedermelo, non avendone io che una mediocre occorrenza.
Questa è la terza lettera che vi diriggo.
Adesso ci calzerebbe a capello un bocconcino di risposta, per provarmi che vi ricordate del vostro vero amico
G.
G.
Belli
P.S.
I saluti a Gabriele etc.
etc.
etc.
ci s'intendono.
oggi ho miseria di carta
LETTERA 21.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Ripatransone, 13 settembre 1821
Mio carissimo amico
Appena ordinato il mio piccolo bagaglio, mi accingo ad occuparmi degli uffici da me dovuti all'amicizia, che mi lega con Voi.
Queste prime parole sono per se stesse abbastanza chiare per dimostrarvi che io piglio da voi congedo, nel momento in cui sto per abbandonare questa provincia, e le buone persone che vi ho conosciute.
A Ripatransone no, pel suo clima, ma a S.
Benedetto avrei desiderato passare il prossimo autunno, e l'inverno, e la seguente primavera; e voi già lo sapete: ma una lega di molte e diverse combinazioni mi costringono a recarmi sollecitamente nell'Umbria, e quindi per novembre a Roma; dove poi voglio aspettare o la salute o la morte.
La parte maggiore di simili combinazioni è per me dolorosa: la minore mi è al più indifferente, riguardo agli effetti che mi potrebbe produrre.
In avvenire vi spiegherò meglio tutto ciò; e vi metterò a parte de' miei dispiaceri, che non saranno mai per mancarmi, e delle mie consolazioni, se piacerà a Dio di mandarmene.
Arrossisco di vergogna nell'involgere il disegno, che riceverete qui annesso, sapendo che per la forza della promessa mi gravavi il debito di unirvene un altro eseguito da me: ma se vi dico che non ho potuto farlo, non vi esagero il vero.
L'incomodo sopraggiuntomi al mio ritorno costà, rinnovato per la seconda volta dalle medesime cause, mi fa ancora dolere delle sue conseguenze, fra le quali annovero quella di essere con voi comparso un bugiardo.
Voi mi taccierete al solito di soverchia delicatezza; ma io così sono fabbricato, e bisogna distruggermi da' fondamenti per togliermi queste idee dal cervello.
Conservo però presso di me gli elementi del lavoro promessovi, il quale vi arriverà, se non accetto, sicuro almeno ed inaspettato.
Quando e come che sia, vi servirà di un richiamo per ricordarvi di me.
Venghiamo adesso al Capitolo de' saluti, che non è di poca importanza.
A Gabriele ditegli un addio santo fasone, perché non vada spacciando, che me ne sono andato così in sanitate hospite.
Al Sig.
Giuseppe, se fra le sue addolorate preparazioni è capace di distrazione, ricordategli in me un servitore senza livrea, così di Lui come delle sue gentili Signore.
E se il Sig.
Checco vi dimandasse se io mi sia ricordato di Lui, rispondetegli in falsetto: e sicuro.
Col suo mezzo fatemi riverire la famosa al tresette Sig.ra Vittoria, e quell'altra Signora che tanto bene sa cantare: e zucche e zucche, e cici.
Il Sig.
Antonio si metta in mezzo a questo fermento di saluti e riverenze, e gliene toccherà la sua parte.
Né mi scordo del paesano mio: e finalmente mi cavo la berretta davanti allo Stoico che tenete appiccato incontro al vostro scrittojo.
Tornando ora a voi: io intendo di essere sempre impiegato da voi e dalla Sig.ra Pacifica in ogni circostanza, in cui possa provarvi la mia riconoscente amicizia.
Il V.
a.co vero G.
G.
Belli
LETTERA 22.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni, 22 settembre 1821
Caro Checco
A Fuligno trovai la tua veramente graziosissima perché cominciava con tre grazie.
Tu dunque compatisci que' poveri poveti da me ridotti alla miserabile condizione di un Cassio e di un Giuda; e non conti per niente il tormento mio orribile di sentirmi crepare dalle risa e non poter ridere per rispetto umano? Né ti dilungasti dal vero quando temesti che la mia lingua non voglia finirla qui; perché infatti mi va passando qualche ideuccia per la testa di aggiustar loro un po' meglio il corpo per le feste: senza però nominarne alcuno individualmente, e per la santa carità di fratello, e per la riverenza delle nostre accademiche leggi.
Ma a proposito di Accademia, ci sarebbe pericolo che la di lei perdita, da te con mistero annunciatami, fosse il letto del Tevere ovvero il ricattiere che a Lei lo affittava? Leggi di grazia a questo proposito il seguente sonetto da me scritto in Ascoli nel mese di giugno, e non mai a te spedito, per paura che alcuni nostri confrati se lo avessero a male.
Fra i Lippi, o Cecco, e fra i Cursori ancora
Certa novella in Pico si bisbiglia;
Che il Padre Tebro colla sua famiglia,
Per giusti fini vuol cambiar dimora.
Se questo è vero noi vedremo allora
Mille antiquarj rinnarcar le ciglia,
Sperando pur che dalla sua mondiglia
Qualche bel pezzo caveranno fuora.
E credo bene, che di roba antica
Buoni frammenti troveranno in copia,
Con poca spesa e con minor fatica.
Ma di moderna sarà grande inopia;
Perché oggi, a nostra confusion si dica,
Poco s'inventa più, molto si copia.
Ignoro se, immaginando la qualità della perdita accademica io mi sia apposto anzi al falso che al vero: ma poiché tu mi dici quella essere perdita da consolarsene, per questo riguardo mi pare di non errar di molto.
Però tu devi o non leggere ad alcun tiberino questo sonetto, o se lo vuoi leggere senza timore di conseguenze, leggilo appunto a quelli macchiati della pece della quale è discorso: perocché è certo che eglino non saranno per mostrarne alcun fastidio, onde non comparire a fare il lupus in fabula.
Mi consola moltissimo la notizia del ristabilimento dell'amico Peppe, e del grande miglioramento della cara Clementina, la quale a quest'ora sarà ritornata un fioretto.
Tanto questi quanto tutti gli altri di casa, e così gli amici come i colleghi, che si ricordano di me, tu risaluta da mia parte.
La mia epistola composta a solo fine di distrazione e passatempo non merita i tuoi elogi né quelli di chi l'ha udita da te recitare.
Vedo però che voi altri mi siete assai più indulgenti che non mi è la mia Musa.
A me accadono tutte belle, e, come si dice a Roma, badiali.
Domenica sera 16 del corrente io arrivai a Tolentino morto di sonno, e non potei trovare un buco per dormire un paio di orette.
La festa del beato S.
Nicola vi aveva attirato tanta gente dei contorni, che io fui obbligato a pigliare un legno fresco e ripartirne a due ore e mezzo appena sparato il fuoco artificiale.
E questo sia un proemio del racconto di quel poco di solennità, di cui in quel breve spazio di tempo mi fu permesso di godere.
Ti giuro che mi divertii senza capo né fondo.
All'avvicinarmi alla Città il continuo suono de' sacri bronzi mi andava annunziando qualche cosa di grosso; ed il mio legno premeva e squarciava frequenti e densi gruppi di villani vestiti in fiocchi, e di tale fisonomia, che pareva che più di Bacco si trattasse che di S.
Niccola.
Ad un quarto di miglio dalla porta della Città incontrai un palchetto parato pomposamente di un candidissimo lenzuolo rappezzato, e guarnito da una vaga bordura di carta dipinta a patacche di vari colori.
Dalla banda della strada, ove questo palco sorgeva, non avendo il terreno né muro, né fratta, né altro riparo, ma divallando in un declivio molto precipitoso, vi era stato tirato giudiziosamente uno spaghetto rinforzato, il quale per tutto il tratto della strada veniva a misurare distanze sostenuto da politi bastoncelli conficcati in terra, in quella guisa appunto che noi piantiamo i mazzuoli per le civette.
Colpito dall'apparecchio, dimandai che significasse.
"E che, mi fu risposto, non lo saccete, che se fa la carriera?" - Tra lo strepito di chitarroni e tamburelli destinati a rompere il capo a S.
Niccola ed a me, e fra due lunghe file di banchetti coperti di corone e di santi dipinti e non dipinti, io passai per un vicolaccio chiamato lu corso, ed arrivai in piazza grande dove sta la locanda, in cui io aveva creduto di dovere albergare.
Là trovai tutto l'esercito provinciale sotto le armi, vestito in istretto uniforme, coi gomiti ricusciti di filo bianco sopra un fondo oscuro sì, ma così turbo, che non se ne poteva riconoscere la tinta.
Vi si era amalgamata la patina del tempo, che a poco a poco tutte le cose fa di un colore.
Ogni soldato aveva sul berrettone un mazzetto di erba a piacere; e con bella varietà qua verdeggiava la paretaria vicino all'alloro, e là presso alla mortella il diuretico crescione.
Tutti poi cingevano spade, di cui almeno vedevansi le guaine ed i pomi; ed imbracciavano certi archibugi fabbricati al tempo di Cimosco.
Chi volesse essere un poco satirico direbbe che due di essi portavano due fucili da caccia, quasi avessero a fare con passeri o con merlotti.
Tutto ad un tratto ecco un bisbiglio.
Il popolo si ritira, si presentan le armi un po' per volta e passa un frullone carico zeppo di magistrati e di fanti di palazzo.
Avrei piuttosto giudicato essere quello il carro di Nettuno vistolo così tirare da sei enormi storioni: ma il suo andare per terra, e l'abito di chi vi era portato mi persuasero diversamente.
I magistrati erano sei; i postiglioni tre; e li donzelli quattro: in tutto capi n.
13.
Il vestiario della magistratura consisteva in tutto quello che si aveva potuto ritrovare di meglio per la Città, benché gli si potesse rinfacciare un tantinello di difformità: ma queste sono inezie da passare sotto-cappotto.
La livrea della corte di un vivacissimo rosso sporco traeva risalto da certi cappelli bordati di carta d'argento, e fatti, per dartene una idea, sulla forma delle antiche galee della Santa Lega.
Uno de' quattro donzelli portava una tromba ad armacollo.
Partito il corteggio a briglia sciolta, poco dopo si udirono dieci colpi di mortaro, e quindi a non molto arrivarono tre barbarissimi barbari con un passetto castellano piuttosto veloce, benché di tratto in tratto si fermassero a riprendere fiato.
Vinse un bajo scodato, il quale servate le debite ceremonie, toccò sei buoni scudi di premio per le mani della reduce Magistratura.
- A un'ora e mezzo di notte s'incendiò la macchina, la quale rappresentava una cosa che non si capiva ma che era molto bella.
Il fuoco fu brillantissimo, malgrado che certi eretici pretendessero che non si potesse soffrire.
È però vero, che un disgraziato girello, invece di girare a cerchio, sbagliò moto, e andava ciondolando come un pendulo di oriuolo.
Imprudentemente allora mi fuggì di bocca: ve' ve' ecco il pisciabotte! e tosto un soldato, di que' due dal fucile da caccia, mi si accostò gravemente, e mi domandò cosa fosse questo pisciabotte.
Io gli risposi senza sgomentarmi essere un certo negozio del paese mio.
Egli allora si approssimò al palco de' Magistrati, ripeté le mie stesse parole le quali parvero persuaderli; e la cosa finì così.
Ma se per mia disgrazia io dava di naso in un magistrato o meno benigno, o più bestiale di quello, vedi, caro Checco, a quale rischio io mi ero esposto per non frenare la lingua.
Terminato il fuoco mi si disse avvicinarsi l'ora del teatro; ma io già sazio di feste, volli andare a saziarmi di cibi: onde cenai e partii.
Pel giorno seguente si preparava gran fiera; onde procurare di spogliare qualche povero compratore, in onore e gloria del Protettore S.
Niccola.
- Ho parlato a Spoleto con la Poetessa Rosina Taddei la quale mi ha imposto di salutarle gli amici di Roma, e specialmente Battistini e Ferretti.
Se il vedi, fammi da procuratore.
Se la carta non finisse non ti abbraccierei ancora: ma amen, e lo faccio di cuore.
Il tuo G.
G.
Belli
LETTERA 23.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Terni, 27 settembre 1821
Caro Neroni
Non voglio che trascorra tanto tempo senza che vediate miei caratteri, ed abbiate le nuove di mia salute, la quale sinora è migliore di quello che io ne aveva sperato.
Nel passare da Spoleto ho domandato a tre o quattro miei amici delle informazioni sulle qualità del Sig.
Bolli; e le ho ricevuto uniformi a quelle già a voi pervenute.
Questo soggetto gode di buona riputazione in tuttociò che forma lo scopo del vostro interesse.
Pregate a mio nome il Sig.
Giuseppe Voltattorni perché dia per me una o due copie di quel sonetto stampato per la festa dell'Addolorata; e se voi farete stampare l'altro pel matrimonio del V.° Pajelli vi prego del medesimo favore.
La Sig.ra Teresa vostra sorella si compiacerà incaricarvi del loro ricapito.
Siatemi cortese di vostre notizie, le quali sempre m'interessano.
Riveritemi la Sig.ra Pacifica; e salutatemi que' buoni pacchiani de' nostri amici.
Sono col solito affetto, e colla medesima stima
Il V.
aff.mo a.co G.
G.
Belli
Riuscì brillante la festa? Datemene qualche cenno.
LETTERA 24.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni, 20 ottobre 1821
Caro Checco
Perdona se t'incomodo.
Sono stato pregato di fare una inscrizione lapidaria per una defunta.
Io sono sicuro che comporrei una epigrafe senza errori, o almeno me ne lusingo; ma sono insieme convinto, che non le darei il perfetto sapore che a questo genere si compete.
Fammi il piacere di pregare o Pippo De Romanis, o qualcun'altro de' molti abili nostri amici, perché voglia favorirmi in questa mia urgenza.
La lapide non deve essere molto lunga, anzi piuttosto succinta, ma insieme toccante e patetica.
Il tempo stringe, dovendosi sollecitamente ergere il tumulo a chi n'è il suggetto.
Ecco le notizie necessarie.
"Il cavaliere Pietro Paolo Neroni
pone il mausoleo alla sua suocera Marianna Mucciarelli
nata de' Conti Novi di Ascoli il 12 giugno 1727 e morta il 5
Ottobre 1821; della età cioè di 95 anni; donna di costumi semplici
ed illibatissimi, di stato vedovile, di spirito ameno, e
leggiadro; e del lusso, dell'avarizia ed altre mondane
depravazioni acerrima rampognatrice".
Su queste cose si può giuocare molto bene ed impostarne qualche cosa di buono.
Più presto potrai mandarmela, più ti sarò grato.
Salutami tutti.
Amami al solito, ed al solito credimi.
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 25.
A PIETRO PAOLO NERONI- ASCOLI
[ottobre 1821]
Veneratissimo mio Sig.
Cavaliere.
La supplico di non tassarmi d'inciviltà pel ritardo di riscontro alla Sua onorevole de' 12 ottobre scaduto.
All'arrivo di essa io ero in giro per l'Umbria, donde tornato costà fui tosto assalito da un ins
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