LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 47
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.ri Superiori: ricevi i saluti e i rallegramenti di tutti quelli che ti conoscono: seguita a star bene, e fatti onore.
Ti abbraccio e benedico insieme con Mammà, e sono il tuo
aff.mo padre
LETTERA 195.
ALLA MARCHESA VINCENZA ROBERTI PEROZZI - MORROVALLE
Di Roma, 31 luglio 1834
Cara amica,
non mi fate passeggiare per una ridicolezza di sessanta baiocchi.
Nell'ultima vostra, data di Morrovalle, luglio 1834 mi diceste: nell'ordinario ventuno ve li spedirò etc.
Il fatto è però che sino a questo giorno non è venuto niente in nessun ordinario.
Che questa gran somma l'aveste tenuta voi o l'avessi avuta io, era indifferente, ma poiché mi annunziate l'impostamento, in tal caso è meglio che l'abbia io anziché la tenga il pubblico ufficio.
Vedete dunque se la Posta di Macerata abbia spediti questi benedetti sei paoli, e in caso che sì, annunziatemi il giorno della spedizione onde farla nota a questi Ministri che la niegano.
Io vi sto seccando per simile inezia, ma convenite che nella circostanza attuale farei male a lasciar correre, onde regalare dei paoli alla Ill.ma Amministrazione.
Neppure io godo di tener dietro a certa sorta di affaroni.
Al ritorno della vostra risposta io non sarò più in Roma, partendone dopo dimani.
Ma ci sarà chi farà per me secondo che Voi vi compiacerete indicarmi direttamente, di che poi mi si darà avviso dove io potrò ritrovarmi.
Salutatemi tutta la Vostra famiglia, compreso il Sig.
Giuseppe vostro suocero e credetemi il vostro affez.
a.co e serv.re
G.
G.
Belli
LETTERA 196.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 12 agosto 1834
Mia cara Mariuccia
Partito da Terni colla diligenza domenica alle 2 dopo il mezzodì arrivai a Fuligno la sera alle 9 circa, e vi passai la nottata.
Ieri mattina poi, volendo proseguire il viaggio per questa Città, non trovai un posto, e ad un'ora dopo il mezzogiorno dovei prendere un legno, altrimenti andavo a rischio di consumare a Fuligno il risparmio che volevo ragionevolmente fare nella vettura.
Qui pure però ebbi una delle solite porcherie da' vetturini, della quale parleremo in voce, mentre mi preme ora di parlarti di Ciro.
Ieri sera non giunsi in tempo per vederlo.
L'ho però veduto questa mattina, e l'ho trovato estremamente contento della mia visita.
Egli mi ha subito fatto mille dimande di te.
La di lui salute è affatto ristabilita e si è ben rimesso, stando inoltre d'un umore lietissimo.
Interrogato da me sulle probabili cause della di lui malattia, mi ha risposto che forse dev'essere stato qualche improvviso colpo d'aria senza alcuna preoccupazione, lo che mi confermano il Rettore e gli altri.
Mi ha recato nella sua stanza a vedere il pianforte, che mantiene benissimo, e del quale è oltre ogni dire contento.
L'acqua della Scala gli è stata gratissima; ed avendone ancora una caraffina della precedente, ne ha regalato una della nuova al Rettore, che l'ha assai gradita.
La cioccolata pure gli è giunta accettissima; ma dove ha dato in salti è stato al vedere il cannocchiale.
Vedremo poi venerdì cosa dirà dell'astuccio.
Egli si preparava già a scriverti una lettera per la tua festa, e dice che son già varii giorni che faceva i conti sull'ordinario postale che ti facesse giungere la sua lettera il più vicino che fosse possibile al giorno della tua festa.
- Lunedì 18 si dà principio agli esami generali dell'anno scolastico, e durerà il saggio anche il martedì e il mercoledì.
Te ne darò a suo tempo il ragguaglio.
Il nostro Ciro intanto si va preparando per riuscire il meglio che saprà.
Egli ti chiede la benedizione, ti dà mille baci, e ti dice di star tranquillissima sulla sua salute, perché ora si sente assolutamente bene.
In Collegio varii sono stati i ragazzi malati di gola, e lo stesso Cameriere di Ciro, dopo di averlo assistito ebbe anch'egli una angina più forte assai di quella sofferta da lui.
Al Presidente Colizzi non ho ancora fatto la tua ambasciata perchè non l'ho fin qui veduto.
Ho già pagato un mese della mia dozzina, e soddisfatto lo stipendio di giugno e luglio al Maestro di musica Sig.
Fani.
Fra qualche giorno poi gli pagherò il Metodo generale dello studio al pianforte che gli ha fatto copiare, e, per mio ordine, rilegare come un libro onde coll'uso non gli si sciupi nell'adoperarlo.
Questo metodo, dei migliori che si conoscono, era necessario, e la spesa andrà unita alle altre occorse per le cose preparatorie a quest'ornamento che vogliamo dare al nostro carissimo e meritevolissimo figlio.
Qui l'aria è molto più fresca che a Roma, passandovi una differenza di varii gradi, in causa dell'elevazione del suolo e della ventilazione assai libera.
A me però piaceva più il caldo uguale ed unito della nostra Città.
Ho veduto questa mattina in Casa Bianchi il tenente Lovery, che sta bene, e meglio che quando era a Fuligno.
Se vedi la madre, dille che le di lui circostanze di servizio sono ancora le stesse che gli rendono impossibile il lasciare la sua Compagnia, che manca di Capitano.
Un saluto a tutti gli amici, e alla nostra famiglia.
Sta' bene Mariuccia mia, e il Cielo possa concederti mille e mille altri giorni simili a quello del prossimo 15 agosto, che tu puoi credere quanto io ti desideri felice e lieto per mia consolazione e del figlio nostro, acciocché riuniti un giorno tutti e tre godiamo insieme il frutto delle nostre più care speranze.
In questo desiderio ti rinnovo la protesta della mia sincera affezione, e sono di cuore il tuo
P.
P.S.
È verissimo che Ciro fu assistito colla maggior premura ed attenzione, specialmente dal suo buon Cameriere.
Darò per conseguenza mancia doppia a questo bravo giovanotto.
LETTERA 197.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 21 agosto 1834
Caro Ferretti
Si dà per certo che Gamurri abbia preso per sei anni il teatro di Tordinona.
Si suppone pertanto che possa essere in Roma persona che lo rappresenti.
Su queste due basi il Sig.
Angiolo Fani, quel medesimo che tu conoscesti in compagnia del tenore Furloni, mi ha pregato di scriverti se sarebbe possibile il trovarsi un impegno per essere scritturato nel prossimo carnevale come prima viola, posto che egli ha occupato in molte orchestre, e fra le altre a Bologna, a Sinigaglia, ed anche a Roma nel carnevale rotto a mezzo dalla morte di Papa Leone.
Io ignoro se tu avresti mezzi da favorirlo.
Se ne hai, spero che vorrai impiegare in suo pro' qualche parola.
Dammi nuove di tua salute, e della tua famiglia.
Il mio Ciro sta bene e si fa onore.
Io sto così così in questo urtantissimo clima.
Ma v'è Ciro e ci vuol pazienza.
Salutami gli amici e credimi sempre
Il tuo aff.mo amico vero
G.
G.
Belli
P.S.
Devi aver avuto una lettera del Prof.
Mezzanotte.
LETTERA 198.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 26 agosto 1834
Mia cara Mariuccia
Per quest'anno non sarà necessario il supplir noi ai torti che potesse soffrir Ciro dalla fortuna nel bussolo dell'estrazione de' premii.
Egli a buon conto ha già assicurato il primo premio assoluto nell'aritmetica ragionata; e pel resto poi si vedrà, mentre per la lingua latina sarà imbussolato nel giorno e nell'atto istesso della premiazione solenne, la quale accadrà nel dopo-pranzo del giovedì 4 settembre.
In questi giorni intanto il Signor Ciretto se la diverte, essendo il Collegio condotto a tutte le feste della Città in luoghi sicuri e distinti.
Fatti leggere da Biscontini il programma de' divertimenti perugini della corrente settimana, esposto nell'Osservatore del Trasimeno di sabato 23, e a tutto quello che vi udrai (meno il teatro) i Collegiali sono condotti.
Perugia in questi giorni è trasformata in una Casa del diavolo.
Io, al mio solito, non vado a veder niente, e neppure mi sono ancora ridotto a recarmi al teatro.
Non ho proprio voglia di nulla, né mi sento il coraggio di esporre la mia vacillantissima salute ad alcun minimo rischio.
Mi trovo già vecchio e fuori quasi del Mondo.
Ho piacere che Antonia abbia poi scritto, e godo di udirla guarita prima di averla saputa ammalata.
Dissi un giorno a Ciro (parlandogli indifferentemente delle visite che di tanto in tanto riceve) che all'entrar di novembre vedrebbe forse qualche conoscente della nostra famiglia.
Quel munelletto mi rispose subito: è Mammà; e ad una mia negativa soggiunse: dunque è di certo o Antonia o Domenico.
Io allora volsi altrove il discorso, perché quel furbo mi avrebbe capito per aria.
- Dopo dimani lo rivedrò al Collegio, seppure non lo incontrerò prima, ed allora lo saluterò e benedirò da tua parte.
(L'ho veduto poco prima di impostare la presente.
Sta benone, e ti abbraccia).
Al mio partire da Terni lasciai Vannuzzi col Chirurgo che stava allora tagliandogli un carbonchio sotto l'ascella destra.
In quest'ordinario mi ha scritto riguardo ad una certa commissione che mi dette la moglie, e mi dice di esser quasi guarito.
Ho avuto una lettera di Ferretti, che mi annunzia nella sua famiglia esser qualche solito malannuccio.
Pover'uomo! Combatter sempre colla salute è un gran ché!
Se pei primi dell'entrante mese fossi in grado di mandarmi un poco di danari, mi faresti piacere.
Avendo speso circa a sette scudi e mezzo pel viaggio da Roma a Terni e da Terni a Perugia, dieci per la dozzina d'un mese, due pel Maestro di Musica di Ciro a tutto luglio, qualche mancia in Collegio, e qualche altra mia spesetta giornaliera, degli Sc.
25:64 da me sin qui avuti poco più ne rimane.
Al mio ritorno in Roma poi faremo la solita distinta della somma totale servita per me, e di quella servita per Ciro, nella quale figurerà la Musica, il vestiario, le mance, la solita scorta annuale nelle mani del Rettore, e qualche altra cosetta che avrò stimato necessario d'impiegare per lui.
Il Sig.
Angiolo Rossi sta male di podagra, i di cui accessi sonogli divenuti molto frequenti.
Egli, la moglie, il Dottor Micheletti, e il Presid.e Colizzi ti dicono mille cose.
Non so se Biscontini sappia che verso la fine di settembre verrà a Roma il Dr.
Speroni.
Se non lo sa, diglielo in mio nome.
Salutami tutti gli amici di Casa, e specialmente Spada, Biagini e Pippo, a mano a mano che andrai vedendoli.
Manda pure i miei rispetti in casa Marini e in casa De Witten.
Dubito che Orsolina e Balestra non torneranno davvero per adesso, ed alla Madre per quest'anno gliel'avranno ficcata.
Procura, Mariuccia mia, di star bene, e credimi sempre di cuore il tuo
aff.mo P.
P.S.
È a Perugia Enrichetto Dedominicis.
L'ho veduto col Marchese Uguccioni, che ti saluta, come ti salutano anche il Conte Solone Campelli di Spoleto, che è pur qui, e Menicucci.
Ho trovato un conticino di medicine servite per la malattia di Ciro.
Io era nell'opinione che anche la spezieria andasse a carico del collegio, ma sul libretto de' regolamenti ho verificato il contrario, e così l'ho saldato.
Ciro mi ha dimandato un giuoco di scacchi.
Gliel'ho preso di poco costo, ma pure bellino.
- Gli ho fatto rilegare alcuni libri di studio, che erano alquanto sciupatelli perché in origine legati in rustico.
Etc.
LETTERA 199.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 2 settembre 1834
Mia Cara Mariuccia
Riscontro la tua del 30.
Nello scriverti la mia precedente non ti parlai della mia vacillantissima salute perché in quel giorno fossi realmente malato, ma per le tristi esperienze giornaliere del disordine del mio temperamento, di che tu stessa da tre anni a questa parte sei pur troppo testimonio.
Tu sai cosa è divenuta la mia povera macchina dopo la breve malattia del 1831, e la non meno terribile del 1832, sofferta da me in Fossombrone, benché di minore durata.
Da quelle due fatali epoche il mio sangue è in continuo stato d'irritazione; e se io voglia esser sincero, non un solo giorno passò mai perfettamente contento di me.
Conosci tu bene tutti i motivi accumulati assieme per mantenere in me vivo questo principio d'irritabilità; e quindi l'aumento dell'umor mio malinconico, al quale non trovo sollievo che nella pace della solitudine.
Solitudine poi senza qualche applicazione per me è impossibile: dunque ecco il quadro delle mie attuali necessità.
Per ritornare all'espressioni sfuggitemi nella mia lettera del 26, ti ripeto che io in quel giorno non era realmente malato, ma purtuttavia già da sei giorni mi sentiva molestato dalle mie accensioni ora alla gola, ora in tutta la bocca, e nel collo, e pel petto, e per la schiena, e per le spalle, e per le viscere: un po' in qua e un po' in là.
Purtuttavia nella stessa sera, che era placidissima e temperata volli tentare di andare ad udire la Straniera al teatro, e, come lo aveva preveduto, mi annojai terribilmente.
Nel Mercoldì stetti così così: il giovedì 28 ci crebbe il mio fuoco, malgrado le grandi bibite che ho sempre fatte, malgrado rigorosa dieta che sempre osservo, e malgrado l'astinenza dal vino.
Così me la passai ardendo sino al sabato 30, nel qual giorno mi si fece trarre dieci once di sangue.
Ma il dolore, particolarmente nel petto cresceva in un grado ben doloroso, dimodoché domenica fu di precisa necessità di cavarmi un'altra libra di sangue che appena caduto nel bicchiere si coagulò in modo, che dopo fasciatomi il braccio io voltai il bicchiere sottosopra, e il sangue vi restò fisso come fosse di cera.
Mi hanno dato dei calmanti e dei purganti: mi han fatto dei clisterii, ma col solito vano successo.
Oggi sto meglio e profitto del miglioramento per scriverti la presente ed assicurarti dell'avanzamento della mia guarigione.
Circa ai danari potevi pure mandarmi quel che per ora potevi.
Volendo tu, per altro, un'idea da me della somma, ti faccio riflettere che dovrò ordinare l'occorrente vestiario d'inverno per Ciro.
E più pagare un paio di calzoni di tela russa ordinaria per lui, mentre il Pres.
Colizzi ha giudiziosamente stabilito di farne un paio a tutti i collegiali onde risparmiare loro i calzoni di scottino neri ne' due mesi della villeggiatura.
Dovrò pagare il metodo di pianforte che ordinai, come ti dissi altra volta.
Pagherò le due mesate di agosto e di settembre al Maestro Fani.
Rinnuoverò il deposito nelle mani del Rettore, e un poco più forte dell'ordinario, volendo io che l'accordatore lo paghi egli mensilmente.
In quanto alle future mesate di Fani non ho ancora deciso come mi regolerò e ne parleremo in seguito.
Pagherò il Medico, il Chirurgo e lo Speziale per me.
Quindi dovrò pensare a qualche altro poco di tempo che mi tratterrò qui oltre il mese, mentre i due mesi intieri non ve li passerò più come avevo divisato, e ciò ond'evitare l'aria pungente dell'approssimarsi di ottobre.
Finalmente dovrò pensare al viaggio del ritorno.
Per tutti questi fini, mandami se puoi una trentina di scudi, che se mai per caso non bastassero a tutto, vi sarà tempo a pensarci.
Io so che tu non vuoi udire da me parlare di conti, ma siccome io mi faccio un gran carico delle spese della nostra famiglia, così non so evitare di entrare in questi dettagli persuaso come sono che la più stretta economia in cui vivo non lascia di esigere delle spese necessarie per tuttociò che ho nominato.
Conosco, ti ripeto, che a' tuoi occhi io non abbisogno di prove e di giustificazioni: contuttociò soffri le mie minuzie come una mia particolare soddisfazione.
Di Devillers va benissimo.
Ieri venne a trovarmi il nostro Ciro col Sig.
Rettore.
Egli sta benissimo, e giovedì sarà premiato.
Io non potrò, credo, andare alla funzione perché finisce di notte, e si fa in una sala che pel gran concorso di gente è caldissima.
A suo tempo però te ne manderò il programma come nell'anno scorso.
Ti ringrazio veramente di cuore delle tue care ed affettuose espressioni e ne riparleremo in voce.
Mi ha scritto Babocci, e di ciò pure parleremo poi.
Intanto si fa quel che si deve.
- Antaldi non ha ancora dato riscontro.
Vedrai che vorranno pagare tutta l'annata assieme.
Regoleremo in seguito anche questa faccenda.
Procura di star bene, e ricevi gli abbracci del nostro Ciro ed i miei.
Sono sempre il tuo
Aff.mo P.
LETTERA 200.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 11 settembre 1834
Mio caro Ferretti
Eccoti un'altra mia lettera, la quale spera di trovare te più tranquillo, tua moglie più vocale della Selva di Dodona, Barbaruccia senza tosse, Chiarina smummiata, e Cristina libera della sua piastra di piombo.
Vorrebbe anche trovar guarito Gaiassi che tu mi desti quasi per disperato.
Il Mezzanotte, al quale partecipai il tuo paragrafo, mi disse di salutarti.
Deve egli averti mandato a quest'ora una sua ode sugli esercizii equestri dati dal Guerra in Perugia.
Fani si è diretto a Gamurri per mezzo del Tenore Peruzzi che canta in questo teatro.
Il Sig.
Peruzzi abita nella medesima casa, dove io alloggio, ed anzi dorme in una stanza accanto alla mia.
Avendo io spesso parlato di te con lui, ha voluto che scrivendoti ti facessi mille saluti in suo nome.
Egli partirà, credo, il 16 per tornare a Bologna dove è domiciliato.
Ottimo giovane!
Sull'articolo della mia salute ti dirò solamente che se non mi facevo due sanguignoni in 24 ore, la finiva male; come poi la dovrà finir male con tanti necessari salassi.
Qui è il caso dell'incendio.
O bruciarsi, o gettarsi dalla finestra.
- Io mi dissanguo, e intanto il calore delle mie viscere si mantiene.
E non bevo vino, e ingozzo fiumi d'acqua, e mangio come un grillo.
Ah! bisognerà cercare qualche sistema di cura, altrimenti gli anni nestorei da te auguratimi vorranno essere pochetti!
Ti mando 14 versi scritti ieri dal Sig.
996 per M.ma Enrichetta Meric Lalande che ha trattato i Perugini come cani, malgrado le sue buone varie migliaia di franchi.
Essa, indipendentemente del suo orgoglio che le fa trascurare anche i mezzi restatile, è una stella in tramonto.
Vanta che potrebbe venire a Roma anche con 20.000 franchi.
Se l'impresario gliene dà mille, e la prende (odi Geremia) l'impresario fallisce.
Ma Gamurri ha ben altro pel capo, e ci regalerà piuttosto la Ungher o la Schutz (ho scritto bene?) qualunque delle quali vale in oggi per dieci Madame Enrichette, con tanto minore superbia.
- Del resto i 14 versi del Sig.
996 potranno servire di svegliarino contro l'avarizia di Madama e delle sue consorelle di pretensione.
Sarebbe ora di finirla con queste file di migliaia accanto a poche cifre di quarti-d'ora.
E qui cadrebbero in acconcio due versi di un altro poeta amico tuo:
Che ad estirpar tal musico sozzume
Non basta un secchio ma vi vuole un fiume.
Salutami tanto Maggiorani, Biagini, Spada, Quadrari, ed altri amici che tu vada vedendo.
E sono di te e della tua famiglia
amico vero
G.
G.
Belli
PER FAMOSA CANTATRICE
Questa superba Dea del ciel di Francia,
Che, vana ancor d'un appassito alloro,
Sogna i trionfi e il plauso alto e sonoro
De' più bei dì che le fioria la guancia,
Non paga pur che italica bilancia,
Come al suo Brenno già, le pesi l'oro,
Sprezza la mano che il civil tesoro
Profonde in trilli ed in canora ciancia.
Badi però, che sorgeran Camilli
A rovesciar quella bilancia sozza
Ove senno e virtù cedono ai trilli.
E, per dio, cesseranno i tempi indegni
Che a disbramar la fame d'una strozza
È poco il censo che distrugge i regni.
996
LETTERA 201.
A RAFFAELLO BERTINELLI - ROMA
Perugia, 23 settembre 1834
La vostra lettera del 15, perché mancante del mio secondo nome nell'indirizzo ha passato quella sorte alla quale io volli ovviare allorché assunsi quel distintivo che mi individualizzasse tra la folla dei Giuseppe Belli che corrono il Mondo.
È capitata nelle mani di un Giuseppe Belli nativo (credo) di Città di Castello, e finalmente l'ho io avuta jeri, aperta per colpa dell'equivoco e non dell'uomo.
Io non sono in collera con alcuno: non posso dunque esserlo con Voi, e tanto meno poi in quanto che io manco di que' meriti che abbiano a far correre un amico a vedermi, almeno allorché sono malato.
Vivete dunque tranquillo, e lasciate in pace Esaù e Giacobbe nel Santo seno di Abramo.
La mia salute è sempre vacillante.
Ciro prospera e si fa onore.
Dopo domani io lascio questa Città.
Qui ha cantato la celebre Sig.ra Enrichetta Meric Lalande.
Un certo Sig.
Novecentonovantasei ha pubblicato alcuni versi in di lei onore.
Voglio trascriverli perché han fatto romore, e da quando teatro è teatro non si è mai più udito un simile elogio il quale tende ad encomiare la Signora Lalande e le di lei consorelle nella bell'arte del Canto.
Vi abbraccio e sono
Il V.° Belli
LETTERA 202.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 15 novembre 1834
Mio caro figlio
Ieri tornò Domenico e mi portò la tua lettera del 6.
In questa lettera tu, Ciro mio, ne hai fatta una delle tue solite.
La tua Mammà che tanto ansiosamente aspetta e legge ogni lettera che da te procede, nello scorrere quest'ultima non ci trovò neppure una parola per lei, come se essa non esistesse sulla Terra.
Ma ti pare mostrare un buon cuore col dimenticare così ogni dovere di amore, di rispetto e di gratitudine? Ciro mio caro, tu hai una mente troppo leggiera, la quale non si risente che di momentanee impressioni.
Bisogna dunque studiarsi di correggere una inclinazione naturale che frutta vivi dispiaceri a noi per adesso, e che un giorno ne frutterà a noi insieme e a te medesimo.
Sappi che la tua povera Mammà, la quale non pensa che a te, rimase jeri assai afflitta della tua colpevole dimenticanza.
Per rimediare alla meglio al tuo errore io ti consiglio di diriggere a Mammà stessa la prima lettera che tu scriverai, chiedendole scusa di un fallo che il nostro amore vuole ben credere involontario.
Spero io poi che in quella lettera a Mammà non sarò scordato io alla mia volta.
E scrivila bene.
Circa ai regali, de' quali mi ringrazii, hai preso un equivoco grosso.
Noi questa volta non ti abbiamo mandato che il fazzoletto nero da collo e la Rosa de' Venti.
Tutto il resto fu dono del buon Domenico, il quale non dev'essere frodato della tua gratitudine.
Antonia è ritornata prima di Domenico, molto afflitta dal non aver potuto passare per Perugia onde rivederti.
Ringrazia in mio nome il degnissimo Signor Rettore della di lui lettera e di ciò che in essa mi dice e m'invia: e riveriscilo distintamente, come ancora il Sig.
Presidente Colizzi.
So che quest'anno ai tuoi studi si è aggiunta la Storia, che è la prima maestra della vita.
Applica dunque, sii buono, e ricordati di noi.
Ti benedico ed abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 203.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 23 dicembre 1834
Mio caro e carissimo figlio
Non potevi farmi una più grande sorpresa di quella che ho da te ricevuta nella tua lettera latina, la quale sebbene io medesimo avrei conosciuta improntata dell'opera dell'ottimo Sig.
Rettore, purtuttavia mi è stata una testimonianza parlante dei progressi che ad ogni modo tu vai facendo in una lingua così bella e tanto necessaria a chiunque voglia nel Mondo distinguersi dal volgo degli uomini.
Senza il latino è ben difficile arrivare alla vera sapienza, dappoiché quanto di classico e di sublime si sappia desiderare tutto si ritrova nei libri di quegli altissimi ingegni che resero un giorno famosa la patria nostra, e di una fama che dopo tanti secoli ancora dura e non sarà mai per mancare.
A misura che tu, Ciro mio, ti avvanzerai negli studi, ti innamorerai di questo idioma e delle stupende opere che in quello sono scritte.
Grazie dunque, mio carissimo Ciro, grazie di questo bel dono che mi hai fatto, poichè io lo tengo appunto in conto di regalo e il più accetto che tu potessi mai farmi, e tanto più quanto che in quelle parole meo consilio io leggo una prova della tua intenzione di farmi piacere.
Sulla lettera nulla ho da rilevare, mentre gli stessi errori nei quali eri trascorso nel mettere in pulito la minuta, sono stati dalla mano maestra corretti.
Di un solo piccolo rilievo io mi contenterò, ed è circa all'anno della data.
Lo so che noi siamo nel 1834 e che tu nel 1834 scrivevi, ma pure avendo tu adottato lo stile antico di datare, io crederei che invece di dire XV Kalendas Januarii DCCCXXXIV avresti tu dovuto scrivere XV Kalendas Januarii MDCCCXXXV.
Il Signor Rettore potrà dirti se io abbia torto.
Nel risponderti io aveva divisato farlo in latino, ma poi mi hai dato soggezione, adesso che ti vedo diventato un Ciceroncino: e ho detto fra me stesso: se dio mi guardi io scrivessi qualche sproposito, che bella figura farei io vecchio avanti a un dottore di neppure undici anni? Dunque eccoti una lettera italiana, ma scritta più col cuore che con la mano.
- La tua Mammà ha aggradito il tuo foglio al pari di me, ed entrambi ti incarichiamo di rendere mille e mille grazie al tuo degnissimo Sig.
Rettore per la cortese assistenza prestatati.
La tua epistola ha girato le mani dei nostri più buoni amici, e tutti hanno diviso la nostra consolazione.
Ieri ho consegnato al Vetturale Castellino la solita cassetta diretta in Casa Fani per esserti inviata in Collegio.
Essa dovrebb'essere a Perugia sul finire di questa settimana.
Tu vi troverai qualche piccolo dono per la ricorrenza del nuovo anno.
Siamo stati in molto pensiere su che mandarti.
I giuochi non sono più degni di un Marco Tullietto, nè tu sembri più desiderare bucciotti.
Cose di lusso e di mollezza non ti convengono per le varie disposizioni del Collegio.
Dunque cosa mandarti? Contentati del poco che vi rinverrai: e piuttosto se un'altra volta desidererai qualche cosa, indicamelo, e spero che si tratterrà di oggetti da poterti appagare.
- La scattola non serve che la rimandi ad alcuno.
È troppo vecchia e sciupata.
Se ti serve a qualche uso mettila sotto il tuo letto: altrimenti fanne quello che vuoi.
Un piego color di rosa che vi è dentro, diretto a codesto Sig.
Dottore Ferdinando Speroni, se potesse senza molto incomodo di qualcuno essere ricapitato alla libreria Bartelli ne sarei grato a chi si prendesse gentilmente questo disturbo.
Dimanda al Sig.
Felicetti se hai bisogno di nulla nel tuo corredo, come camicie, calze etc.
ed, avendone bisogno, per quando si dovrà fartene l'invio.
Rispondimi su ciò.
Mammà, gli amici e i domestici (particolarmente Antonia) ti rendono infiniti augurii per le feste e pel nuovo anno; ed io vi unisco anche i miei per tutti gli ottimi tuoi Superiori e Maestri.
Ti abbraccio e benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 204.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 27 gennaio 1835
Mio caro Ciro
Riscontro la tua del 15 cadente.
- Due ore dopo avere impostato la mia precedente incontrai per la strada il Sig.
Professor Colizzi arrivato in Roma poche ore prima, e lo trovai nella sua solita buona salute, ciò che mi fece sommo piacere.
Dal medesimo, che ho quindi riveduto altre volte, ebbi le buone notizie della tua salute, ed anche sufficienti relazioni intorno ai tuoi portamenti tanto morali quanto scolastici.
Le medesime cose mi conferma il vigilantissimo Sig.
Rettore, il quale mi riverirai e ringrazierai del gentile riscontro da Lui dato alle mie dimande relativamente a codesto Sig.
Tozzi.
Ai primi dunque dell'imminente mese cade nel Collegio il consueto saggio trimestrale.
Procura alacremente, Ciro mio caro, di non restare addietro agli altri.
Ne' soli difetti vorrei che tu fossi l'ultimo: ne' fatti d'onore godrei udirti sempre il primo.
Comprendo benissimo non esser ciò sempre possibile, dappoiché la medesima gara animando anche gli altri, non è più dalla volontà individuale che dipende l'avanzar gli altrui passi, ma sì invece dal vario vigore accordato a cadauno dalla Provvidenza.
In questo caso basta che la coscienza non ci rimproveri di non esser giunti a quel punto a cui le nostre forze sarebbero state sufficienti.
Tu avrai senza dubbio udito a spiegare la parabola evangelica del padrone e de' servi.
Uno ebbe dal Signor suo cinque talenti, e tanto s'ingegnò che al Signore li rese in capo a un tal tempo, con più altri cinque di lucro.
Domine, quinque talenta dedisti mihi, et ecce alia quinque superlucratus sum.
Un altro servo al contrario prese i cinque talenti di sua parte, li seppellì, e, ritornato il Signore a chiedergli ragione del suo traffico, glieli restitui non diminuiti ma neppure aumentati.
Credi tu che il padrone si rimanesse pago al non trovarvi diminuzione? No, figlio mio: l'obbligo del servo era di accrescere e non soltanto di conservare: e così cosa accadde? Il pigro trafficatore fu paragonato a quegli alberi infruttiferi, i quali, non dando di sé che il legno de' rami e del tronco, non sono utili che a far fuoco.
Difatti non mai accade vedere che un Agricoltore getti alle fiamme una pianta feconda.
I talenti della parabola erano monete, ma sotto il velo di quelle monete noi dobbiamo intendere le buone disposizioni dell'anima, colle quali ciascun uomo che vive è obbligato a procacciarsi valore e fama di buon aiutatore della società di cui Iddio lo volle individuo.
Il Vangelo, Ciro mio, è il libro della verità, e il primo Maestro della morale umana.
Quanto dunque in quello si racchiude non dev'esser preso quale passatempo e fuggilozio, ma in senso di guida infallibile delle nostre operazioni.
I pericoli da esso dimostrati sorprenderanno chiunque non modelli la sua vita a norma di que' sapienti precetti.
Sarà buon uficio di cortesia se tu andrai dimandando al Sig.
Maestro Fani notizie della salute della Sig.ra Angiola, caduta in non lieve infermità.
Quella Signora ti ha dimostrato molte premure, e tu non fartene notare per dimentico.
La tua Mammà ti benedice ed abbraccia.
Gli amici e i domestici, specialmente Antonia, ti salutano.
Riverisci i tuoi Superiori e credimi sempre l'aff.mo tuo padre.
P.S.
Amerei sapere a che ti trovi nello studio della musica.
LETTERA 205.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma 3 febbraio 1835
Mio caro Ciro
Colla tua del 29 perduto gennaio mi fai de' rimproveri da' quali debbo difendermi.
Delle tue lettere, alle quali ti lagnavi non avere avuto riscontro, la prima fu da me riscontrata nella mia al Sig.
Rettore a cui in quello stesso ordinario dovetti scrivere, e la seconda te l'accusai il 27, come tu stesso hai veduto.
Mi dirai che questo mio riscontro fu un poco tardo; ma a questo proposito io ti ho già detto altra volta che mi piace scriverti verso l'epoca precisa in cui per le consuetudini del collegio tu devi mandarmi una tua lettera.
Operando in tal modo io vengo a darti come uno stimolo e a risvegliare la tua memorietta, che talvolta si è in questo rapporto addormentata.
Ti pare, Ciro mio, che io saprei dimenticarmi di te? Pure lo sai quanto io e tua madre ti amiamo.
Ho scelto questo giorno per risponderti, stanteché oggi secondo qualche ordinario ecclesiastico ricorre la tua festa, facendosi commemorazione di S.
Ciro Alessandrino, nobile medico.
Tu sei Ciro, potrai conseguire la nobiltà della virtù, ed esser medico di te stesso mediante un regolar metodo di vita: e così, dalla patria in fuori, somiglierai al tuo santo.
Santo poi non ti ci spero: mi basta che sii buono.
La mia presente, oltre a ciò, ti arriverà in punto che i tuoi Saggi saranno bene incaminati.
Io questa volta non posso assistervi; ma chiudo gli occhi, e mi pare di essere presente in codesta sala accademica, e vederti sull'impalcato a far l'obligo tuo.
Da questa mattina fino a tutto il prossimo giovedì rari momenti passeranno ne' quali io non rinnovi nel mio spirito l'idea di questa mia assistenza intellettuale ai saggi tuoi e de' tuoi bravi emuli.
Ne attendo con ansietà i successi.
Dimanda al Sig.
Felicetti se tu abbisogni di camicie e di calze e per qual tempo ti potranno occorrere, affinché vi sia agio di lavorarle.
Rispondimi su ciò.
Il Signor Presidente non ho potuto in questi giorni vederlo: appena lo vedrò gli presenterò i tuoi ossequi.
Tu intanto presenta i miei e quelli di Mamà tua al degnissimo Sig.
Rettore.
Antonia e gli altri domestici ti salutano, gli amici di casa ti abbracciano, tua madre ed io poi e ti salutiamo, e ti abbracciamo e ti benediciamo affettuosamente.
Sono il tuo aff.mo padre
LETTERA 206.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 17 febbraio 1835
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua lettera del 7 corrente, il cui ricevimento ti feci già accusare per mezzo del Sig.
Vincenzo Fani che mi saluterai.
Veramente, Ciro mio, di quel mediocre se ne poteva fare di meno.
Il peggio è per me che un mediocre del Maestro significa assai più che uno degli esaminatori, perché l'esito di un esame non sempre prova l'abilità o l'ignoranza di un discepolo: laddove al contrario i voti del precettore sono la vera e precisa manifestazione del merito e demerito dello scolare in tutto il periodo di studio del quale si tratta.
Adesso dunque io vo vedendo che quel benedetto mediocre influirà maluccio sullo scrutinio della premiazione.
Da ciò prendi, Ciro mio, esempio della irrimediabilità del tempo perduto.
Il fatto sarà sempre fatto, e non si può più ripetere indietro.
Se fu fatto bene, ci frutterà utile; se fu fatto male, ci frutterà danno.
È vero che a tutto può darsi un rimedio, ma sempre il passato è passato.
Una volta un bambino aveva perduto un soldo, e piangeva.
Il padre per calmarlo gliene dette un altro, dicendogli: eccoti ricco come prima.
Ma il fanciulletto, possessore della nuova moneta, seguitò a cercare la smarrita, dicendo: se ritrovo quell'altra sarò più ricco di prima.
Così è del tempo e del profitto di esso: potremo riparare al perduto con un novello impiego di volontà; ma se ci fosse dato richiamare a noi quel che fuggì, saremmo felici del doppio.
Studia, Ciro mio caro, studia di cuore e senza interruzione.
Un giorno benedirai, credi a tuo padre, benedirai le fatiche della tua fanciullezza.
Eccoti vicino alle recite carnevalesche.
Reciti tu quest'anno? In tutti i modi divertiti, e col divertimento rinfranca il tuo spirito per le tue applicazioni.
Il Sig.
Fari mi partecipò la tua idea di studiare la introduzione della Straniera: Voga voga etc.
- Bravo Ciro mio, imparala bene.
La tua Mammà ti ringrazia delle amorose espressioni da te usate con lei, ti benedice, ti abbraccia e ti dà mille baci.
Così ti salutano i nostri amici, Antonia e gli altri domestici.
Il Sig.
Presidente sta bene e ti saluta anch'egli.
Tu presenta i miei rispetti al Sig.
Rettore, e credimi, pieno di amore
il tuo aff.mo padre
LETTERA 207.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 5 marzo 1835
Mio carissimo figlio
Nella tua lettera del 21 febbraio, in cui rispondi alle mie riflessioni su quell'importuno mediocre da te riportato negli esami, prometti di fare il possibile affinché il futuro esperimento vada assai meglio.
Intanto mi dici che pel passato ci vuol pazienza.
Hai ragione, Ciro mio: ci vuol pazienza.
Che si può fare di meglio che esercitare questa bella virtù, la quale diviene altronde necessità quando manca affatto un migliore rimedio? Te lo diceva anche io che al fatto, al passato non si può far più ritorno.
Né io ritornerei più su questo punto se precisamente questo tuo confortarmi alla pazienza non mi suscitasse qualche riflessione novella.
La pazienza è un un'amabile dono della provvidenza, destinato a consolare i rammarichi della vita e a contentare l'uomo in quella moderazione d'animo che dà risalto alle sue più belle prerogative.
Ma sventuratamente questo prezioso regalo del cielo cede assai presto ai ripetuti cimenti.
Il nostro caso dell'esame non entra ora fra le cause alle quali io voglio indirizzare la tua attenzione.
Esso è un lieve danno che tu puoi ben risarcire, e ciò basti.
Voglio invece darti regola che può servirti in tutte le occasioni in cui ne' tuoi rapporti colla società sia luogo all'esercizio della tolleranza.
Tu devi agir sempre come se tutti gli uomini fossero impazienti e non ne perdonassero una.
La troppa, buona opinione dell'altrui clemenza e facilità diviene in noi un abito di trascurare soverchiamente l'adempimento de' nostri doveri; e così, oltre il pregiudizio di avvezzarci disattenti e poco curanti della perfezione nostra, a cui l'indulgenza, o l'educazione degli uomini può concedere quel che le manca, si consegue un altro mal frutto, cioè quello di doverci a nostre spese disingannare su quella stessa, benignità che supponevamo negli altri salda a qualunque provocazione.
Non voglio mica dirti con ciò che tu debba principiare dal riputare tutti gli uomini una gabbia di leoni e di orsi rabbiosi, o un eserciti di nemici implacabili, vigilanti sempre per attaccarti nella tua parte più debole.
No, Ciro mio, gli uomini dobbiamo crederli tutti più buoni e mansueti di noi.
Io intendo rimovere da' tuoi giudizi l'eccesso, il quale guasta tutte le più lodevoli qualità della mente e del cuore.
Te lo ripeto: non giudicare impazienti tu devi gli uomini, ma operare come lo fossero.
In questo modo, o abbiano essi o non abbiano questa virtù, tu sarai sempre al sicuro.
Le soverchie lusinghe di trovare in altrui quella bontà per noi che noi stessi ci siamo negata quando abbiamo male operato, ci gettano un giorno o l'altro in un mare di guai dove si affoga.
- Se questa mia lettera fosse al di sopra della tua intelligenza, prega alcun tuo Superiore di dichiarartene lo spirito.
Così, a poco a poco, principerai a meditare da te.
Il Sig.
Presidente, che ho veduto da poco, ti ritorna i tuoi saluti.
Gli amici e i domestici, specialmente Antonia ti dicono mille cose.
La tua buona Mammà ti abbraccia, siccome faccio io.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 208.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 9 aprile 1835
Mio carissimo figlio
Il giorno 12 corrente è il tuo compleanno.
Nella prossima domenica ad un'ora di notte tu termini l'anno undecimo della tua vita e cominci il decimosecondo.
Vedi, Ciro mio, come fugge il tempo! A te ancora non pare così, perché i fanciulli, spensierati per natura, non pongono mente a quel che significa una girata di ago sul quadrante di un orologio; e perché sul bel principio della loro carriera non par loro poter vedersene il fine.
Ma tutto ha termine, Ciro mio, e l'avrà anche il Mondo.
Non vedi tu che a forza di anni, di mesi e di giorni il Mondo si è già invecchiato di circa a sei secoli? E i giorni, che formavano que' mesi e quegli anni, di che sono essi stessi composti? Di ore: di minuti.
Quanto dura un minuto? sessanta battute di polso.
Come il tempo è veloce! Hai tu mai osservato una mostra che avesse la lancetta de' minuti secondi? Ogni oscillazione del pendulo ne fa saltare uno! Nulla è più proprio a far meditare l'uomo sulla fugacità della vita quanto uno di simili oriuoli.
Negli altri il movimento è appena percettibile senza una determinata attenzione, la quale poco vi si presta, poiché, soddisfatto l'intento di veder l'ora in un dato punto del giorno, se ne ritrae subito lo sguardo.
Con molta sapienza è stato rappresentato il tempo sotto le forme di un vecchio, stante l'età che ha percorsa: alato, per indicare la celerità sua: armato di falce, onde simboleggiare la distruzione da lui portata a tutte le cose; e munito di un orologio a polvere, perché siccome gli atometti o granellini dell'avena cadono dal recipiente superiore a quello inferiore, nella stessa maniera tutti gli enti creati precipitano nel nulla per non riaiziarsene più.
La providenza così ha voluto; e niente di ciò che ebbe principio può essere eterno, fuorché le anime coi loro meriti e demeriti.
Da tutte le esposte riflessioni puoi facilmente cavar da te la conseguenza, a cui ti volli condurre.
Impiegar bene il tempo, perché più non ritorna mentre presto trapassa; e farsi un cumulo di azioni meritorie, dalle quali dipender la nostra felicità nel tempo, e nella eternità.
Rifletti seriamente a queste verità gravissime, e principia a fare da uomo.
Nel giorno della tua nascita noi ti vorremmo fare qualche regalo, ma non sappiamo di ché, pei motivi che ti spiegai un'altra volta.
Dimmi pertanto cosa tu potresti desiderare che ti convenga, e noi procureremo di contentarti.
Ne potresti consultare col Sig.
Rettore che mi riverirai distintamente, col Sig.
Prof.
Colizzi, anche in nome della tua Mammà.
In questo preciso momento ricevo la tua lettera del 7.
Le parole che già ti aveva scritto qui sopra tornano bene a proposito anche per la circostanza della comunione che vai a fare per Pasqua.
Ecco un altro passo che ti deve condurre alla perfezione.
Ora la tua Mammà non è in casa.
Appena sarà ritornata farò conoscerle il tuo desiderio di rivederla.
Aggradisco i saluti che mi fai.
Alle Sig.re Fani rimandali per mezzo del Sig.
Vincenzo che riverisco.
Ti abbraccio, mio caro figlio, e ti benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 209.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 maggio 1835
Mio caro figlio
Rispondo alla tua lettera del 16, la quale tanto la tua Mammà quanto io abbiamo infinitamente aggradita come quella che ci dà una prova del tuo maggiore impegno nello studio della lingua latina, lingua necessarissima a chi voglia far buona figura di dotto nella società.
Bravo dunque, bravo, Ciro mio: tu corrispondi perfettamente alle nostre intenzioni e ti acquisti sempre maggiori titoli alla nostra benevolenza.
Non comprendo però il motivo che possa averti fatto astenere dall'esporti per due consecutivi trimestri all'esame dell'aritmetica, tanto più che mi dici essere stati soddisfacienti i tuoi risultati settimanali, e malgrado che nell'anno scorso tu riuscisti a guadagnare il primo premio assoluto.
Circa alla musica pure son contento.
Ringrazia e saluta in mio nome il Sig.
Fani, e pregalo a coltivarti sempre negli esercizi fondamentali che ti spedii l'anno passato.
Così, eseguendo i pezzi di studio potrai divertirti, ed acquisterai franchezza e profondità.
Non dubitare, Ciro mio caro: nel prossimo giugno qualcuno di noi verrà a vederti.
Ancora non si è potuto risolvere chi verrà, perché la tua Mammà ha moltissimi impicci, ed io faccio una cura il di cui tralasciamento potrebbe nuocere a quella salute che pel mezzo di essa mi pare di andare riacquistando.
Qualcuno ad ogni modo verrà: stanne tranquillo.
Siccome peraltro questa venuta non potrà accadere che intorno alla metà del mese, fammi il piacere di informarti dal guardarobiere se si possa ritardare fino a quell'epoca il rinnovamento degli oggetti di vestiario de' quali mi scrive il Sig.
Rettore aver tu bisogno per la stagione estiva.
Che se di qualche cosa avessi tu urgenza, ad un cenno che tu me ne dia io pregherei qualcuno a Perugia onde se ne incaricasse al momento.
Intanto al principio della ventura settimana credo che potrò mandarti i fazzoletti.
Segui a leggere, Ciro mio, la vita di Cicerone, e fa' di divenire tu ancora un Ciceroncino.
Riverisci da parte di noi due il Sig.
Rettore e il Sig.
Presidente, e ricevi i nostri amplessi e le nostre benedizioni.
Sono il tuo aff.mo padre
LETTERA 210.
A GIACOMO FERRETTI - CIVITAVECCHIA
Roma, 28 maggio 1835
Caro Giacomo, alias Jacopo
Non so dirti quanto e quanto piacevole mi sia giunta jeri sera la tua del 24.
Dopo due giorni dalla tua partenza io mi recai in tua casa in cerca di notizie ed ebbi quelle del tuo proprio arrivo.
Da quel tempo in poi non aveva altro saputo.
Veramente io poteva tornare a dimandarne, ma non l'ho fatto, e mea culpa.
- Chillo strafalario de lo Sig.
Tomasiello Galluzzo mi portò i tuoi saluti una sera prima dell'arrivo della tua lettera.
- Anche qui il Signor Giove si fa onore sotto le invocazioni di tonante e di pluvio.
- De' teatri che ti dirò? Tu ne saprai forse più ancora di me che non vi vo mai.
Sento però che Argentina se la batte con Valle.
Canes cum canibus facillime congregantur.
Circa alla salute della tua buona famigliuola avrei voluto una parola sola: BENONE: ma la spero in seguito.
Già, pel giorno 10 o circa mi prometto di udirla dalle vostre stesse e vive voci.
Io sto piuttosto benacchette col pollastro.
- Il Cianca ti saluta, il Cecco purzì e Mariuccia figùrati.
- Ho scritto pel giornale di Perugia un non breve articolo sui Bagni di Lucca del chiarissimo Conte di Longano, che Iddio tenga lontano.
Udremo che ne dirà la censura.
Ti mando intanto 42 versi di un amico tuo.
Costì siete in cinque preteriti: all'uno o all'altro potranno servire.
Ti abbraccio toto corde, dico mille cose affettuose, alla tua famiglia e sono il tuo
Belli
Quarantadue versi di Novecentonovantasei
AL PRINCIPE MARCO ANTONIO BORGHESE
NEL GIORNO DELLE SUE NOZZE
Io non so qual tu sia, perché la sorte
Tanta, o Marco, fra noi pose distanza
Di quanto cede mia povera stanza
Allo splendore di tua nobil corte.
Ma pur, se il testimon della sembianza
Può del costume far le genti accorte,
Una non t'hai di quelle anime morte
Di codardia nel fango e di baldanza.
Però il secondo de' tre dì solenni
Di tutto il corso dello uman viaggio
Non con lusinghe a festeggiar ti venni.
Prence, ricorda quanto indegno oltraggio
Faresti al mondo, se il valor che accenni
Non scendesse per te nel tuo lignaggio.
PER LA CAUSA SFORZA
Sotto gli auspicii di cotal che adorna,
Bestemmiando, l'umano col divino,
Nell'arena rotal Giulio Sforzino
La quarta volta a battagliar ritorna.
Crede il Mondo però, seppure non torna
Lo inchiostro in latte e l'acqua fresca in vino,
Che don Giulio e donn'Anna e Don Marino
Saran disfatti e n'avran mazza e corna.
E tempo è ben che cessi il vitupero
Di madri e di sorelle snaturate
Che infaman sé per offuscare il vero.
Oh Giudici di Dio, voi le salvate,
Ributtando il rossor dell'adultero
Sull'avarizia e sul mentir d'un frate.
AL PROFESSORE D.
MICHELANGELO LANCI
PEL PREMIO QUINQUENNALE DELLA CRUSCA NEL 1835
Deh, Michelangiol mio, come hai tu posta
La sublime opra tua dentro lo staccio
Di quelle scimie di Giovan Boccaccio
Per cui Monti sprecò tempo e Proposta?
Meglio oh quanto era il fartene una rosta
Da cacciar mosche, o involgerne il migliaccio,
O accenderne un falò pel berlingaccio,
Mal grado delle veglie che ti costa!
Quando, più ch'essa, ha prezzo oggi un sermone,
E sopra un Lanci si solleva un Buffa,
Morto in terra è il poter della ragione.
E i buon messeri della crusca muffa
Dan prova al Mondo omai che il loro frullone
Gira, come il cervel, di buffa in truffa.
LETTERA 211.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, domenica 21 giugno 1835
Mia cara Mariuccia
Con ottima nottata e con mattinata non molto calda siamo qui felicemente giunti un'ora e tre quarti prima di mezzogiorno.
Si è fatto un bel camminare.
Abbiamo trovato tutti di casa Vannuzzi in ottimo stato di salute: ed appunto jeri ed oggi stavano parlando di me e maravigliandosi che io quest'anno ancora non passassi.
Ho detto loro che poco è mancato che rivedessero te: ne sarebbero stati tutti lietissimi.
Or ora mangeremo un boccone (zucche per me), e poi al mezzodì proseguiremo il viaggio che speriamo prospero come lo è stato fin qui.
Se vedi Spada o Biagini, salutali, e chiedi loro notizie del povero Ferretti che jeri sera mi dissero essersi fatta già la seconda sanguigna.
Un saluto agli amici e alla famiglia, anche per parte di Domenico.
Ti abbraccio, cara Mariuccia, di tutto cuore e sono
il tuo P.
LETTERA 212.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 23 giugno 1835
Mia cara Mariuccia
Dalla mia n° 1 avrai avuto le notizie del nostro ottimo viaggio fino a Terni.
La presente ti darà ragguaglio del resto.
Pernottammo a Fuligno, e jeri mattina prendemmo un legno per Perugia uniti ad altre due persone della Diligenza, le quali erano dirette a quella Città, dove arrivammo un'ora e mezzo prima del mezzogiorno.
Smontati alla locanda della Corona, dove abbiamo preso albergo, dopo mezz'ora circa ci recammo al Collegio.
Ciro ebbe un gran piacere di vedermi, ma a prima giunta non aveva riconosciuto Domenico, che stava lì con me in camera del Rettore.
Vedi chi ti ho portato? dissi io a Ciro.
Egli allora Oh! Domenico! e gli saltò incontro.
Ci dimandò subito subito di te, e si mostrò rammaricato del non esser tu venuta come sperava.
Assicurati, Mariuccia mia, che questo Cirone sta di una salute che non si potrebbe desiderar migliore.
Grasso, duro, colorito, allegro e mattaccino ch'è un piacere.
Ci portò in camera sua e ci fece udire al pianoforte il Coro Voga voga.
Lo suona benino, e pel poco tempo dacché studia la Musica, a cui le altre occupazioni più gravi lasciano scarso spazio, ce ne possiamo contentare.
I Superiori si chiamano soddisfatti del di lui studio e de' di lui portamenti.
Ha egli infinitamente aggradito il regalo della moneta d'oro, e te ne ringrazia.
Egli medesimo l'ha depositata in mia presenza nella borsetta ov'è la doppia.
Delle due paia di guanti a maglia uno gli va bene, e l'ha ritenuto: l'altro lo riporteremo a Roma con tutto il bollo, onde vedere se possa cambiarsi in un paio più grande.
Ciro ha fatto una mano e un piede da apostolo.
Al mio arrivare jeri in Collegio trovai che Ciro aveva già preparata la minuta di una lettera per te, onde mandartela per mezzo del Conte Ettore Borgia che va a ripartire a momenti.
Il mio arrivo gli ha reso necessario il farci qualche piccolo cambiamento.
Domenica a sera, dopo tutta la giornata festeggiata in onore di S.
Luigi, ebbero i Collegiali alcuni fuochi di artificio in uno degli spiazzi del Collegio e poi innalzarono un pallone costruito da loro.
Vi fu anche bella illuminazione.
Oltre molto concorso di gente, v'intervenne anche il Delegato.
Questa mattina siamo tornati al Collegio per concretare il da farsi relativamente al vestiario del quale Ciro ha bisogno, ed abbiamo riparlato con lui che al solito stava come un becco cornuto.
Mi ha espressamente incaricato di scriverti le sue notizie, di mandarti mille baci, di chiederti per lui la benedizione, di salutare gli amici che lo ricordano, e di dire mille cose ad Antonia.
- Credo che Domenico scriva a parte ai suoi figli.
Ho veduto il Sig.
Angiolo Rossi, ma non ancora la Sig.ra Chiarina.
Mi dice il marito che essa va soffrendo di un certo gonfiore alle gambe.
Le Sig.re Bianchi sono in Campagna, e così la Sig.ra Cangenna Micheletti.
La famiglia Fani sta bene e ti riverisce.
Così ti saluta il Dr.
Speroni.
Di' a Biscontini che ho ricapitato la sua lettera in proprie mani al Sig.
Brizi.
Speroni gli ha spedito un pacco di fascicoli del giornale per febbraio e marzo, e c'è compreso anche quello per me.
Il 4° volume del Prof.
Colizzi uscirà sui primi di luglio.
Dammi, Mariuccia mia, buone nuove della tua cara salute: dammene anche se ne hai, di Ferretti, e saluta tutti gli amici.
E qui di vero cuore ti abbraccio.
Il tuo P.
P.S.
Fammi il piacere di mandare i miei saluti al mio caro Maggiorani, e gli farai dire che già ho parlato per la sua raccolta.
Bramo udire buone nuove della tua salute.
LETTERA 213.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 27 giugno 1835
Caro il mio Cecco
Mi è stato scritto così: "Il Buffa si è portato a Firenze per brigare in Corte a suo prode.
Che non può mai la briga fratesca?"...
Io ho risposto così:
Corri dunque sull'Arno, o cucullato,
Onde alfin l'arciconsole benigno
Ti getti la sustanza nello scrigno
Della mezza corona che ti ha dato.
Corri, e in alta avrai lo Infarinato
E lo spirto gentil de lo Inferigno:
Ch'esser non puote che a te sia maligno
Chi die' rovello all'immortal Torquato.
Ma se avanzo d'onore e di vergogna
Pungesse ancor quegl'incruscati petti,
Tu sai, domenican, che ti bisogna.
Dolci sorrisi, lusinghieri detti,
Arti fratesche: e poi Roma, e Bologna
E Flora e Italia il tuo trionfo aspetti.
Dunque: "E Don Giulio e Donn'Anna e Don Marino
Ne andar disfatti e n'ebber mazza e corna".
Gran Santo Re David! Desiderium peccatorum peribit.
Mi pare che lo dica David: No? Si? Domandalo allo Scultore.
Io tornerò a Roma assai presto.
Credo che partirò di qui domenica 5, e in due salti eccomi alle Convertite.
Apri intanto le braccia.
Salutami Biascio e Ferretti che spero già guarito con Barbaruccia.
Un saluto anche a Lepri, che già ne avrà avuto un altro dal Sig.
Pietro Bettanzi mio compagno di viaggio e di mensa, nel senso però di desco e non più.
Andando in casa Piccardi - Ratti - Ruspoli tocca la mano per me a chi voglia lasciarsela toccare.
Con chi acconsenta fa peggio.
Una ave senza pater e gloria al Sig.
Alessio e alla famiglia di tuo fratello.
A Roma piove, e qui non canzona.
Un frescarello poi che Dio tel dica.
Eppoi un Uomo!...
Ciro sta bene e si fa grosso e sottile.
Salutatemi gli amici di casa, mi ha detto.
Dunque ce n'è la tua buona porzione.
È notte ed ora di cena.
Addio: vado a mangiare il mio empiastro.
Ego sum, io sono, il tuo Belli bello e buono.
LETTERA 214.
AL PROF.
ANTONIO MEZZANOTTE (?) - PERUGIA
Di Roma, 15 luglio 1835
Amico carissimo
Il primo fascicolo, o, per dir meglio, volume delle vostre opere da voi direttomi, si è trovato.
Peraltro il secondo e i successivi mandatemeli colla indicazione del domicilio, non trascurata da me sulla schedola di associazione, cioè
Palazzo Poli, 2° piano.
Stringete la mano con mia procura al gentilissimo ed ottimo vostro prof.
Massari, raccomandandogli quel tal figlio de' sei baiocchi.
A proposito! non vi lasciai il 2° sonetto sulla faccenda Lanci-buffiana.
Avete il primo, dovete avere quest'altro, per mandarli insieme al paradiso delle cartacce.
E perché qui non entra ve lo scriverò alla voltata del foglio.
Dunque abbiatevi un V.S.
da carte di musica, che alcuni spiegano per Vossignoria.
Questo modo d'interpretare io lo conosco, perché vivo nel paese degli antiquari.
S.P.Q.R.
Senatus Populusque Romanus
S.P.Q.R.
Soli Preti Qui Regnano.
Prima del sonetto due altre parole.
Dite al M.se Prof.
Antinori che il cucullato si crede dai linguisti o linguacciuti che siano, possa applicarsi per modo estensivo ad ogni genere e specie di claustrali, essendosi detto da buoni poeti fra i quali il Monti, chiercho e cocolle per preti e frati.
O buona o non buona ragione, io me la ingollo, ché la mia serve d'indulto.
Circa poi all'Arciconsolo, fu egli appunto la pietra dello scandalo.
Ed ora sia il capro emissario solvens pro cuncto populo.
Ditegli anche questo.
Ora trapassiamo al sonetto in nome di Dio.
Intanto stringete il lucchetto e mantenemi schiavo.
Il vostro 996
[segue la copia del sonetto: "Corri dunque sull'Arno, o cucullato"]
LETTERA 215.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 16 luglio 1835
Mio carissimo amico
Ritornato appena da una delle mie frequenti escursioni a Perugia, dove ho il mio Ciro in collegio, mi son veduto ricapitare in nome di vostro fratello Filippo due esemplari di una Lettera di Eveno Aganippeo ad un suo amico diretti da voi con sopraffascia uno a mia moglie ed uno a me.
Potete pensare se questo invio mi ha fatto piacere, e se me lo ha fatto per più titoli, tanto come un testimonio del non essere io mai morto nella vostra memoria, quanto pel pregio dell'opera e per l'interesse della relazione che la costituisce.
Ed io che vostra mercè conosco codesti luoghi e li sconosco sì bene, ho, leggendo la vostra descrizione, creduto quasi di rivederli in realtà, e provato un senso di soddisfazione al cui complemento non mancava che la vostra compagnia.
Il racconto poi del rappacificamento tra i due paesi vi so dir io che m'ha commosso sino a inumidirmi gli occhi tanto i generosi atti di virtù signoreggiano il cuore umano.
Intorno al quale avvenimento una curiosità mi rimane da appagare e una preghiera da farvi.
Chi fu quel gentile, sul capo del quale pose Apollo la Corona come al principal promotore della riconciliazione di due popoli? Scommetterei qualunque cosa men preziosa della vostra amicizia essere stato colui che si nomina alle linee 18 e 24 della pagina 6a, due linee degne d'essere incise in bronzo.
Se mi sono ingannato nella mia congettura dovrò credere che in S.
Benedetto viva un altro Voi-stesso.
Vengo ora a dirvi che il vostro dono è giusto venuto a trarmi una spina dal cuore.
Io era con voi in collera.
Seppi un vostro figlio essere stato in Roma, e voi non me lo indirizzaste.
In lui avrei onorato lui e il padre.
Io non voleva più venire a vedervi, con vendetta da buon cristiano rendendo bene per male.
Ora su ciò si vedrà, e allora sarebbe la vendetta più acerba.
Le mie occupazioni sono continue: mi occupo in appianare la futura carriera letteraria di mio figlio.
Attualmente gl'illustro uno dei tre poemi di Virgilio, e gli distendo un ampio piano di Mnemonica, perché se mai dovrà perdere la memoria, come va succedendo a me, abbia pronto un soccorso.
Ho anche scritto uno scartafaccio pel quale ho da un libraio di Parigi offerta di 100.000 franchi, non per l'eccellenza dell'opera ma per la novità della materia e della forma.
Ma i tempi corrono ad essa contraria, e verrà forse in sepoltura con me.
Riveritemi la vostra famiglia.
Salutatemi tutti i Voltattorni, e Pippo Lenti e la moglie.
Che n'è del Comite nostro? Mariuccia vi ringrazia e vi stringe la mano.
Sono il vostro G.
G.
Belli
palazzo Poli.
P.S.
Vi spedisco un mio vecchio ciafruglio, recentemente stampato in un giornale per cui scrivo qualche articolo come Iddio vuole.
LETTERA 216.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 30 luglio 1835
Mio caro Ciro
Rispondo alla tua del 25.
Vedo che non mi hai data risposta alla dimanda che ti feci nella mia precedente, cioè se conservi ancora le vedute e la pianta di Roma che noi ti regalammo.
Non mi ricordo di avertele in quest'anno trovate fra i tuoi impicci.
Mammà ti abbraccia, saluta e benedice.
Come tu sai, il giorno 15 agosto è il giorno della di lei nascita e del nome di casa.
Dunque tu dovrai al solito scriverle, e siccome io dubito di qualche tua leggiera dimenticanza, te lo ricordo.
Eccoti qui appresso la minuta della lettera che le manderai e che dovrai impostare immancabilmente la sera di giovedì 13 agosto - Ricevi i saluti degli amici, della famiglia, e di Antonia specialmente: riverisci i tuoi Signori Superiori, e prenditi i miei abbracci e la mia benedizione.
Il tuo aff.mo padre
Perugia, 13 agosto 1835
Mia carissima Mammà
Scrivo questa lettera e faccio conto che vi arrivi sabato 15.
Se in quel giorno Voi riceverete le congratulazioni e gli auguri di tutti i parenti ed amici, è molto più giusto e doveroso che vi concorrano i voti di un figlio che tanto vi deve e tanto vi ama.
Vogliate dunque aggradire, Mammà mia, questa prova della memoria che io conservo di Voi e della vostra tenerezza, e siate convinta che tutti i miei desiderii sono rivolti al fine di vedervi menare lunga e tranquilla vita, alla felicità della quale io procurerò sempre di contribuire con tutto lo sforzo della mia volontà.
Queste Mammà mia, non sono vane parole di lingua ma sincere espressioni del cuore, giacché io non posso aver cosa più cara che i miei genitori.
Spero non lontano il tempo in cui potrò con le azioni provarvi la verità di quel che oggi vi dico.
- Ricevete i complimenti de' miei Sig.ri Superiori, beneditemi, e credetemi
Vostro aff.mo figlio Ciro
LETTERA 217.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 3 settembre 1835
Mio caro figlio
Alla tua lettera del 29 passato agosto rispondo per mezzo del Signor Evangelisti, cugino de' Sig.ri Fani, e addetto allo studio del Signor Biscontini.
Egli torna a Perugia e ti recapiterà le presente.
Veramente dopo le mie speranze e le tue promesse quel nuovo mediocre mi ha non poco sorpreso e disgustato.
Questa benedetta lingua latina mi pare che tu non la voglia in corpo, ed al contrario senza di essa farai pessima figura nella carriera del sapere, e vedrai più difficili i seguenti tuoi studi letterarii.
Come la nostra Società è costituita, un uomo che voglia distinguersi dal volgo ha necessità assoluta della lingua latina.
- Che farai tu nell'anno venturo? Vorrai seguitare nella medesima classe, e passarci e consumarci tutto il tempo del tuo convitto in collegio? Ciro mio, voglio concederti che questa lingua ti riesca difficile, e realmente non è facile, ma le difficoltà si vincono ad una ad una, come le altezze delle montagne si superano a passo a passo.
Un uomo, al quale venga ordinato di trasportare da un luogo all'altro mille libre di peso, sbigottirò, se il peso non è divisibile in parti, non però se lo sia.
Egli allora ne trasporterebbe anche il doppio, il triplo, centuplo etc.
Il solo tempo a la perseveranza gli basteranno al bisogno.
Anche un bambino, ad once ad once, può eseguire quello stesso trasporto.
Così devi dire di te o della lingua latina.
Se gli ostacoli ti si facessero incontro tutti insieme come un torrente improvviso, io sarei il primo a riconoscer giusto in te e naturale lo smarrimento dell'animo e la mala riuscita.
Ma i tuoi Maestri non ti dividono eglino forse quel torrente di giorno in giorno in sottili facili ruscelletti? Resisti, persisti, Ciro mio, e vedrai la verità del proverbio gutta cavat lapidem.
Circa alla spazzola pel pianforte hai ragione, ma non se ne sono mai trovate da questi spazzini che ci dicevano aspettarle di Germania La ho dunque ordinata, facendone io un modelletto, ad uno di questi nostri stupidi e negligenti artigiani di Roma.
Appena avuta te la spedirò.
Mi hai salutato in nome della Signora Cangiani: m'immagino che avrai voluto dire Signora Cangenna.
Se vedi o Lei o il Sig.
Luigi Micheletti, ritorna loro i miei ossequi.
Riverisci i tuoi Signori Superiori e così i Sig.ri Maestri Speroni e Fani.
Mammà ti abbraccia e benedice.
Gli amici di casa e i domestici, particolarmente Antonia, ti salutano.
Sono di cuore
il tuo aff.mo padre.
LETTERA 218.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 15 settembre 1835
Mio carissimo figlio
Ebbi in tempo la tua dell'8 corrente, e non risposi subito sperando poterti dare buone notizie della scopetta pel pianforte, da me ordinata secondoché già ti accennai.
Ma, siccome io prevedeva, mi hanno fatto una porcheria e una cosa inservibile per tutti i versi, malgrado tutte le più minute mie dichiarazioni intorno alla forma, alla grandezza e all'uso.
Ho pertanto dovuto ordinarne un'altra a un diverso scopettaro, e il cielo me la mandi buona ancor questa volta.
Dovrebb'esser fatta per venerdì prossimo, e in questo caso pregherò il Sig.
Dottor Micheletti di portartela nel suo ritorno a Perugia.
La tua Mammà ed io siamo restati oltremodo contenti de' tuoi successi nella recente premiazione.
Quantunque tu non sii stato nominato ad alcun primo premio, purtuttavia quattro nomine non sono da calcolarsi per nulla, tanto più che esse abbracciano tutte le classi nelle quali ti sei tu in quest'anno occupato.
Abbine dunque, Ciro mio caro, i nostri affettuosi rallegramenti, e ricevi pur quelli di tutta la nostra famiglia, e de' parenti e degli amici, ai quali non ho trascurato di far conoscere i tuoi trionfi.
Forte adesso, Ciro mio, coraggio, e avanti senza arrestarti.
Vedi pur bene che le difficoltà poi si vincono.
Tu entrasti in collegio nel 1832: ebbene che avresti tu detto prima di quell'epoca, se avessi assistito ad una premiazione di fanciulli negli stessi studi che tu adesso coltivi? Ti sarebbe stato impossibile il concepire come quelle tenere menti avessero saputo aprirsi a nozioni secondo il tuo vedere astrusissime.
Eppure ci sei arrivato ora anche tu.
Hai studiato di ora in ora, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno; ed ecco la intiera somma di tante piccole fatiche e di que' gradati profitti.
Come abbiam detto del passato, argomenta tu pel futuro.
Gli ostacoli si vincono collo stesso progresso con cui la lancetta di un oriuolo percorre il quadrante.
Pazienza, tempo, e perseveranza; e si diviene sapienti.
Benché la sorte ti abbia favorito in due bussoli della premiazione, pure noi vogliamo darti un segno a parte della nostra soddisfazione.
Il Signor Micheletti adunque, ti consegnerà, oltre la scopetta, un altro oggetto col quale speriamo che ti divertirai molto, senza che sia un giuocherello.
Ti prego però fin da ora di tenertelo a conto, perché costa assai e perché merita il titolo di passatempo anche di una età più matura della tua.
Conserva le tue cose, Ciro mio, e pensa che ormai ti disconverrebbe troppo lo sciupio de' fanciulli.
Amerò di conoscere a suo tempo i nuovi studi ai quali ti si farà applicare nel nuovo anno scolastico.
Ormai son principate le tue campagnate.
Si va quest'anno a caccia colla civetta? Cacciatori malpratici, fortuna di uccelli.
I parenti, gli amici, i domestici (particolarmente Antonia) ti salutano.
Ti saluta anche la cognata del Sig.
Bianchi la quale è in Roma.
Mamma ed io ti benediciamo e abbracciamo di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 219.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 settembre 1835
Mio carissimo figlio
Il Sig.
Micheletti favorisce recarti la presente ed il resto.
Eccoti quanto ti annunziai nella mia antecedente del 15.
- La scopetta pel pianforte mi pare che possa andar bene.
Che se mai i peli sembrassero al Signor Fani forse alquanto lunghetti, gli sarà facile sotto la sua direzione il farli un poco accorciare, ciocché potrebbe compiacersi di eseguire il Sig.
Felicetti che ha pratica del maneggio delle forbici.
Fa' leggere al Sig.
Fani queste mie parole, le quali io però conchiudo con dire che a me, i peli della scopetta non sembrano di lunghezza sconveniente al loro uficio.
Salutamelo il Sig.
Fani, e digli che faccia egli altrettanto con la sua famiglia.
Tieni da conto, Ciro mio, questa scopetta, e non rovinarla col gettarla qua e là, o col giuocarvi.
Essa può essere eterna.
Unito ad essa troverai un libro contenente i costumi civili, ecclesiastici e militari della Corte papale.
Avendo tu (come mi assicurasti) conservato le vedute di Roma che ti furono già da noi donate, questi costumi possono riuscirti piacevoli, e di utile trattenimento intorno alle cose della tua patria.
Non mandarli a male, ché mi dispiacerebbe, tanto pel disprezzo che mostreresti ai nostri regali, quanto per la somma di varii scudi che sarebbero come gettati.
Tu ora sei un ometto, e ti disconverrebbero le negligenze della infanzia.
Hai capito, Ciro mio?
Colla prossima venuta del Sig.
Biscontini avrai le sotto-calze di cotone da inverno, e quindi a poco ti sarà spedito quanto occorre per rinnovare il tuo vestiario per la detta stagione.
Va bene?
Tutti ti salutano al solito, e Mammà ti abbraccia con me e benedice.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori, e credimi pieno per te di tenerezza
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 220.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di casa, lunedì 21 settembre 1835
Mio caro Ferretti
Tu sai come io per le delicate ragioni già a te manifestate non aveva in mente di scrivere per la Bettini, o, almeno, di non inviarle i versi, onde non far forza alla sua volontà.
Ma che vuoi! un pensiere improvviso mi si è cacciato nella penna e in un momento è voluto venir fuori in inchiostro.
Cotto e mangiato.
Adesso scritto il sonetto, adesso ricopiato, adesso a te diretto; e siamo alle 9 di questa sera.
Ecco gli umani propositi.
Il mio sonetto è un compendio della storia del mondo fisico e del mondo sociale, come la Bettini parmi un compendio del bel sentire degli uomini.
Non dirmi che io ti tenga pel mio portalettere: tu mi sei troppo di meglio.
Dunque, per cortesia del tuo animo, se vedi alcuno pel cui mezzo mandare alla Sig.ra Bettini il mio microcosmo, ti sarò grato del tuo favore, come lo ti fui per risguardo al Sig.
Domeniconi.
E due.
Poi...
ma ascolto Stazio che mi ricorda
Quid crastina volveret aetas
Scire nefas homini.
Amami, saluta la tua famiglia, saluta il povero Zampi, ed abbimi sempre aff.mo amico
G.
G.
Belli
[Retro è aggiunto] Mi ha scritto il Fani se potesse venire per 1° della 2a coppia di viole a Tor di nona, onde per tuo favore parlarsene al Tassinari.
LETTERA 221.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[29 settembre 1835]
Gentilissima mia Signora Amalia,
fra le cortesi accoglienze della sua casa io dimenticai ieri tutto il resto del mondo, perché il mio spirito non sa fare che una cosa per volta.
L'avvocato Biscontini mi aveva, imposto di riverirla, d'intercedere per lui un perdono anticipato alla mancanza che le di lui brighe gli faran forse commettere di non venire ad inchinarlesi prima della di lui prossima partenza per Perugia, e finalmente di chiedere in di lui nome i Suoi comandi per quella città.
Procuro di rimediare oggi alla mia omissione di ieri nello stesso tempo che riparo l'altra mia storditaggine intorno ricapito della lettera di Fani.
Anche per questa potrei però addurre una scusa: la mia fretta di venire da Lei.
In tutti i modi convengo per amore di sincerità, la mia memoria essere abitualmente un po' inferma, e ne' suoi esercizi abbisogna di analogie e di rapporti.
Ecco, per esempio, le tre parole Perugia, Amore ed inferma, poco anzi scritte, mi han fatto mo ricordare che il giornale scientifico-letterario di Perugia stampò una mia novelletta, intitolata Amore infermo.
De gli estratti esemplari mandatimene dal Direttore me ne resta ancor uno, che pare aspettasse Lei in Roma affinché il fondamentale pensiero della novella ricevesse una solenne mentita.
La prego, mia gentilissima Signora Amalia, di riceverlo in piccol testimonio della mia divozione a' Suoi grandi meriti, rapporto ai quali la mia memoria avrà in avvenire poche confessioni da fare e meno assoluzioni da chiedere.
Presenti i miei ossequi alle Sue Signore Madre e Sorella, e mi conservi nell'onore di essere Suo d.mo ed aff.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
Di casa, 29 settembre 1835.
LETTERA 222.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[2 ottobre 1835]
Gentilissima Signora Amalia,
nella prossima notte parte l'avv.to Biscontini per Perugia.
Facendo io seguito a quanto Le scrissi martedì, La prevengo di ciò, perché, avendo Ella a Perugia fresche relazioni, possa approfittarsi di questo incontro ad ogni Suo piacere.
Verrò io stesso dopo il pranzo a ricevere in procuratorio nome i Suoi ordini.
Sarebbe superfluo ed anche temerario il qui aggiungere che io con simile avviso non presumo disturbare menomamente la Sua libertà.
Ella mi aspetti, non mi aspetti, faccia il pieno Suo comodo.
Basterà, dov'Ella esca mi lasci una parola in Sua casa, benché all'estremo il non trovare pure alcuno lì sarà una risposta anche quella.
Unico male in tuttociò il non poter riverirla.
Le raccomando quel mio povero convalescente.
Gli abbia cura e lo guardi dalle intemperie.
Una recidiva! Dio guardi! Il Tempo non salverebbe meglio della Ragione.
Io però gli spero tanto di vita che possa venire in un baule a fare un viaggio con Lei.
Si dice che i viaggi rimediano a tutto.
Perdoni le mie scipite facezie, e mi creda seriamente
suo Servitore vero G.
G.
Belli
Di casa, venerdì 2 ottobre 1835.
LETTERA 223.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 13 ottobre 1835
Mio caro figlio
Ricevo la tua letterina del 10, e mi maraviglio di non trovarci neppure una parola intorno alla scopetta pel pianforte e al libro di costumi che fin dal 19 settembre ti spedii pel mezzo del Sig.
Dottore Micheletti.
Che egli non ti abbia fatto la consegna di quegli oggetti è impossibile, ed altronde io te ne ho tenuto parola anche nella mia lettera unita alle calze di cotone (e non di lana, come tu dici), di cui mi accusi il ricevimento.
Dunque da che dipende il tuo silenzio sui nostri doni? Da disprezzo non voglio neppure supporlo.
Io dovrei inquietarmene e rimproverartene con qualche serietà; ma prima voglio udire le tue ragioni, se ne hai di plausibili.
Che se mai ciò dipendesse dalla tua solita ed abituale spensieratezza, mi darebbe poco coraggio per continuarti le mie attenzioni.
Basta, ogni prudente giudice deve prima ascoltare le difese e poi condannare od assolvere.
Io ti desidererei innocente perché non so avvezzarmi alla idea che tu possa divenire un egoista e un ingrato.
Nulla io pretendo da te fuorché studio e bontà.
Ma pare a te, Ciro mio, che il non riconoscere le altrui premure andrebbe d'accordo con la bontà che da te desidero? Io so bene che se qualcuno ti percuotesse, tu gli diresti: Mi hai fatto male.
Or bene, allorché alcuno ti usa un favore, non dovrai tu dirgli: Mi hai fatto bene? E quando il beneficente si contenti di questa sola risposta, trascurerai tu il dargliela? Insomma fra la scopetta ed il libro si ritrovava pure una mia lettera.
Bisogna dire che siasi smarrita fra le tue cartacce: altrimenti essa medesima ti avrebbe ricordato il tuo dovere.
Arrestiamoci qui, perché io mi avveggo di trascorrere a quella sentenza che non voleva più ora pronunciare.
Intanto restiamo buoni amici, e diamoci un bacio.
La tua buona Mammà ti benedice ed abbraccia.
Gli amici, Antonia e gli altri domestici ti salutano.
Tu riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e la Sig.ra Grazioli se la vedi.
Mi ripeto colla solita tenerezza
il tuo aff.mo padre
LETTERA 224.
AL SIGNOR ESTENSORE DEL CENSORE UNIVERSALE DE' TEATRI - MILANO
Di Roma, ottobre 1835
Onorevole Signore
La nobile ed assennata risposta fatta da V.S.
ad alcuni rilievi della Gazzetta Piemontese sul Melodramma La Pazza-per-amore del nostro concittadino Sig.
Giacomo Ferretti, avendoci in Lei mostrato un franco amico della verità, ci dà animo a pregarla d'inserire nel suo divolgatissimo foglio queste parole, scritte nello spirito di esercitare un nuovo atto di giustizia contro due laconici articoletti del giornale Il Figaro (N.N.
73, 83) relativi all'Opera di Roma nella corrente stagione autunnale.
Venne in quelli annunziata la caduta della musica del Ricci, Gli Esposti, seguita dalla rovina di uno dei capi-d'opera rossiniani, L'assedio di Corinto; con nuda e secca sentenza se ne addossò la colpa alla prima donna Sig.ra Annetta Cosatti e al tenore Sig.
Alberti.
Noi non sapremmo negare il poco fortunato successo dell'uno, come osiamo sostenere che l'incontro dell'altro pareggiasse la gloria già ottenuta sulle medesime scene allorché fu prodotta sotto gli auspici del valore di un Galli, il cui solo nome è un elogio, e la cui sola comparsa assicurava un trionfo, pria ch'egli andasse a trapiantar nel nuovo mondo i lauri mietuti nel vecchio.
No, per verità e per giustizia diremo tutt'altro.
Ma il ciel chiuda la bocca di chiunque volesse far eco alle accuse del Figaro onde giustificare i motivi di que' disgraziati naufragi.
Perì, è vero, il naviglio del Ricci, meno però per l'imperizia dell'equipaggio che per le forme del legno poco atte a correr queste acque.
Snello, spalmato, elegante, ma non troppo fatto pel Tevere, entro a' cui vortici (stupendo a dirsi) affonda talvolta miseramente ciò che lieto galleggia sul Ticino o sull'Adda.
E, per lasciar le metafore, verremo a conchiudere che l'Alberti non è certo un Rubini, non è un Duprez, non è quel che una volta fu il David; ma neppure è un cantore da chitarrino, siccome al Figaro sembra ch'ei sia.
Né alla Cosatti debbonsi concedere i pregi delle Malibran, delle Ronzi, delle Ungher, e delle altre poche celebrità dell'odierno teatro, chiare in Italia, chiarissime fuori, e rimunerate ovunque in una sera con quanto consolerebbe per un anno numerose e virtuose famiglie.
La Cosatti, più umile di tutte costoro, le quali non sempre si possono avere, non merita purtuttavia di comparire ne' pubblici fogli quasi capro-emissario carico de' peccati del popolo.
Dotata dalla natura di gratissima voce e robusta ed estesa, non povera di sentimento e d'intelligenza, di un aspetto da non mandare le genti in delirio ma neppure da far chiuder gli occhi a nessuno, essa nulla poté aggiungere all'Opera come nulla le tolse.
Non incontrò nella musica del Ricci; ma chi piacque in essa? La Sig.ra Amalia Pellegrini, dice il Figaro.
- Signor Figaro, noi abitiamo a Roma ed Ella a Milano dove fu indotto in equivoco da una romana relazione che guardò agli effetti senza curarsi delle cause.
Sappia Ella dunque che se la sua gentile concittadina riscosse un applauso nella prima sera (e forse lo avrebbe meritato eguale nelle successive) l'uditorio, che era annoiato, volle rallegrarsi un momento.
Questa abbiasi per istoria vera quanto la scoperta delle Indie.
Lungi la malignità da noi che stimiamo la Sig.ra Pellegrini al suo giusto valore.
Ma il solo averla posta sopra alla Cosatti fa scorgere che in quell'applauso ci fosse qualche cosa sotto.
Il pubblico applaudì, la Pellegrini ringraziò, e tutto finì in buon umore.
- Venne poi L'assedio di Corinto, la Cosatti vi trovò canto per lei, e gli evviva salirono al Cielo.
Eppure quel maraviglioso lavoro non si sostenne! Perché? A ciò risponda Maometto.
Terminiamo questo ormai lungo cicaleccio colla seguente appendice.
Il Figaro ha una pagina consacrata ai teatri.
Ebbene, parlandovi delle nostre disgrazie non si scordi di notarvi le nostre fortune.
Ci compiange egli nella musica? Ci invidii dunque nella prosa; e narri alla Lombardia, almeno una volta, come in Roma si trovi adesso e fanatizzi i Romani la comica Compagnia Mascherpa, nella quale per tacer di vari altri, una Bettini, un Domeniconi, un Colomberti e un Gattinelli son quattro colonne da sostenere il peso di qualunque drammatico edificio.
G.
G.
Belli
LETTERA 225.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Roma, 26 ottobre 1835]
Amabilissima mia Signora Amalia
I nostri discorsi (così come suole accadere conversando, che di uno in altro proposito principiasi talora da un paio di occhiali e si finisce coll'incendio di Troia), ci condussero negli scorsi giorni a parlare di quella romana generazione di letterati, i quali, fra sé ristretti, e schivi di tutt'altri e tutt'altro che non sia loro e in loro, regalansi scambievolmente il modesto titolo di santo-petto, e ciò per la santità del loro amore verso le lettere del Trecento, beate quelle e beato questo per omnia saecula saeculorum.
Ricorderà, gentil Signora, come io le narrassi essere uno di costoro venuto a morte nel 1834, e aver commossa la mia povera musa novecentista a piangerne l'amarissima perdita.
Or bene io Le invio oggi i versi spremuti dal mio dolore in quella lugubre circostanza, e consecrati a tutti i Santi-petti compilatori del giornale-arcadico, giornale profetico che, zoppo più di Zoilo nelle sue pubblicazioni, suole spesso annunziare, con data per esempio del '32, antichità dissotterrate nel '33.
Se questa non è profezia bell'e buona, Dio sa cosa ell'è.
L'illustre defunto ebbe nome Girolamo Amati di Savignano.
Fu veramente buon grecista, buon latinista, buono scrittore italiano.
Molto seppe e moltissimo presunse.
Con pochi usava: degli altri non rispondeva neppure al saluto.
Sordido e senza camicia sotto i panni: di volto satiro e così di parole; e tuttavia ne' suoi scritti, per umana contraddizione, non raro adulatore dei potenti.
Stridulo poi nella voce come cornacchia, e ruvido nel corpo e ne' modi, quanto il rovescio d'una impagliatura di sedia.
A quella corrugata fronte, degnissima di un posto nella commedia de' Rusteghi, profondevano i di lui cari fratelli il nome solenne di fronte omerica in grazia forse del cervello che ricopriva.
Ne' miei 14 versi e nella nota dichiarativa incontransi alcuni fiori di lingua, onde vanno sparse le carte e olezzanti i colloqui de' Santi-petti ai quali il Segato di Belluno niente saprebbe più dare oltre quanto lor concesse prodiga la natura.
Se v'è da ridere, Signora Amalia, rida con me: se poi, anzi che di riso, provi Ella senso di nausea, laceri questi fogli e si rallegri colla dimenticanza e de' Santi-petti e del loro encomiatore
Gius.
Gioach.
Belli
Di casa, 26 ottobre 1835
IN MORTE DI GERONIMO NOSTRO
O Santi-petti, o primi arcadi eroi,
D'ogni savere e gentilezza ostello,
In cui lodiam quanto di raro e bello
Formar seppe Natura e prima e poi:
Spenta è la luce che mostrava a noi
Carità benedetta di fratello
Sulla omerica fronte, ove il suggello
Fu di spregio d'ognun fuor che di voi.
Levate alto gli omei, le genitali
Blandizie vostre, e i modi lusinghieri
Onde fra voi vi divolgate uguali.
E come già rendeste allo Alighieri,
Date suffragio a lui di Parentali
Fra il pianto, i rosolacci ed i bicchieri.
LETTERA 226.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 14 novembre 1835
Mio caro e povero Torricelli
Come è bugiardo il mondo! quanto breve, e mal locata la gioia dell'uomo! Tornato io a casa ben tardi nella mattina delli 12 (?), trovai sul mio scrittoio una lettera, il carattere del cui indirizzo, non visto da tanto tempo, mi rallegrò.
Era tua lettera.
Non fosse mai giunta, o non l'avessi mai letta! E fu ventura la trascorsa ora al rispondere: nel mio sbalordimento ti avrei scritto delirj.
Le prime parole di quella - Martedì Clorinda fu lietissima ad un pranzo di suo cugino - mantennero, accrebbero anzi il mio piacere ingannevole.
E se al tuo dolore, a te ingenuo, a te non seconda vittima del funebre caso si potessero mai da me amico tuo attribuire oratori artifici in mezzo al pianto, ed alla desolazione, parrebbe quel lieto verso destinato quasi a rendere più straziante l'inatteso effetto del resto terribile.
Già dalla seconda linea - quel "tornò a casa in ottimo stato di salute" principiò a gelarmi il cuore, perché nel corso ordinario della vita simiglianti frasi non sogliono usarsi mai, se non, preliminari di funeste notizie.
O la giovane, bella, e gentile tua sposa! piangi, mio Torricelli, piangi, che ne hai ben motivo.
Non sarò io quel freddo spettatore della tua miseria, che venga a tentare il tuo nobile animo colle comuni risorse della sistematica consolazione.
Sì, esala nel pianto, un'angoscia, che, trattenuta, potrebbe fare a lutto sei orfani.
Chiudi gli orecchi agli zelatori del fato, e del cielo: tu ne sai più di loro.
L'umanità ferita chiede oggi, sola, gli affetti del tuo cuore, e le meditazioni del tuo spirito, e l'amore deve farsene il signore assoluto.
Tu molto perdesti: non tutto; e ne hai verità in quei sei volti, copie fedeli della cara immagine, che si dileguò.
Ma la provvidenza albergò nel nostro petto più tenerezze, quella di figlio, di amante, di marito, di padre, di amico tutte le hai tu conosciute, e profondamente sentite.
Una ti fece gemere, e ancora ti fa, sulle ceneri del tuo buon genitore: due altre ti si risvegliano adesso più imperiose che prima, perché la natura oltraggiata dalla morte si vendica sul cuore più prossimo al colpo, e perché nella perdita è più la coscienza, che nel possesso, e nel medesimo acquisto.
Dunque ciò, che ti rimane e di prole, e di amici non è per ora compensato del troppo, che ti mancò.
Tu però offeso dalla morte in quel che ti tolse, saresti ad un tempo offensore di quel che ti lascia, se all'umanissimo e bollente tuo animo volessi imporre di forza, e di slancio il conforto pericoloso degli uomini materiali.
La cristiana rassegnazione non abbisogna per trionfare sulla nostra fralezza, della mentita impassibilità dello stoico.
Umiliare il pensiero ribelle all'onnipotenza è segno di pietà, e di ragione.
Asservire gli affetti, che onorano la nostra specie, è pruova di vizio e di ferina stoltezza.
Così, tu piangi, mio caro, per sollevarti il cuore degnamente, e conservarlo sano a' tuoi amici, e a' tuoi figli.
Il tempo, sedatore di tutti i moti dell'universo, ti restituirà poi quella calma, che, accompagnata ora sempre da dolce mestizia, dà fede perenne di una vecchia sventura patita in chi meritava continuità d'ogni bene.
Intanto io associerò le tue alle mie lagrime, sapendo tu bene quanto quella bell'anima castamente mi amasse, perché tu mi amavi, e come io vi ricambiassi dello stesso affetto, che a te mi congiunge.
Bacia per me i tuoi cari figli, e quando li condurrai ad infiorare la tomba materna, tra le mani tenerelle di quello, che dovrò io tenere al sacramento della confermazione, poni un fiore di più, con l'animo che sia gittato sulla pietra in pietosa memoria della mia afflitta amicizia.
Il tuo G.
G.
Belli
LETTERA 227.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 dicembre 1835
Mio carissimo figlio
Rispondo io per la tua mammà alla lettera che tu le inviasti il 28 novembre.
Ad entrambi noi piace assai di udire le tue promesse di un maggiore impegno nell'esercizio delle scale musicali.
Lo conosco, quegli esercizi sono alquanto aridi e poco gustosi, ma senza di essi, Ciro mio, non si può davvero giungere alla perfezione del suono.
Insomma, nella musica come in ogni altra arte o scienza gli elementi riescono sempre duri e difficili, ma, superati quelli, per ogni grado di pena sofferta se ne guadagnano mille di soddisfazioni e di gloria.
Non prevedi tu, Ciro mio caro, il diletto che procurerai a te stesso e agli altri allorché adulto e desiderato potrai far mostra de' tuoi talenti in un adornamento che la moderna educazione tanto aggradisce? Se tu non avessi a sapere che la sola musica, saresti un soggetto molto comune: con la unione però di più solidi fregi, i quali saranno gli studi del tuo collegio, quella della musica farà di te più risalto.
Mi pare avertelo detto altre volte: nei momenti di fastidio per gli ostacoli di qualunque progresso bisogna pensare al riposo e al bene futuro; e questa idea non puoi credere quanto alleggerisca i travagli presenti.
Io parlo per esperienza; ed ho mille volte provato la realtà di quanto ti vo' dicendo.
Spesso anche a me sembra spinoso un lavoro: ebbene, io allora chiudo gli occhi, e con quelli della mente trascorro a vagheggiare i successi che me ne possono derivare nell'avvenire.
Entrato appena in me questa persuasione sento raddoppiare la mia lena e il mio coraggio, e mi pare un prato molle ed ameno ciò che prima mi aveva sembianza di una valle piena di scogli e di tenebra.
Io ti parlo di me perché tu devi essere quel che son io: tu ed io anzi siamo e saremo sempre una medesima cosa; ed allorché, finita la tua educazione, ritornerai a vivere con me, ci aiuteremo scambievolmente dei nostri lumi reciproci, e godremo, spero, giorni tranquilli e onorati nella soddisfazione de' nostri doveri.
Mammà ti saluta, abbraccia e benedice insieme con me, siccome insieme con me ti prega di riverire il Sig.
Presidente, il Sig.
Rettore e gli altri tuoi Superiori.
Antonia e gli altri domestici, non che gli amici di casa, ti dicono mille cose cortesi.
Io sono
il tuo aff m° padre
LETTERA 228.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[14 dicembre 1835]
Cortesissima Signora ed Amica
La cara donna pianta in queste mie rime fu Teresa Sernicoli, sorella del professore di questo nome, il quale acquistò grado e onore di cavaliere non per ventura di natali e di cieco favore, ma per meriti veri nella santa arte che volge a salute della umana vita il ferro, i cui benefici e le offese ebbero forse una allegoria sapientissima nella lancia di Achille, causa e rimedio di aspre ferite.
Amabile per forme e più per costumi, andò colei moglie ad Annibale Lepri, favorito dalla fortuna di agi e dalla natura di alti sensi e raro cuore.
Religiosa, amena, casta e compassionevole formò essa la delizia del marito e il decoro della casa per diciassette anni, e di trentanove morì nel 1833 lasciando il suo sposo non padre, però che fra tanti doni non volle il cielo concedere fecondità, forse per renderle meno penosa la immatura morte.
Molti distinti uomini con soavi carmi ne lagrimarono il fato, fra i quali vi nominerò Giacomo Ferretti e per l'amicizia che a lui ci lega, e perché la prima figliuola di lui, Cristina, ebbe nome e nuova madre per quella benedetta al sacro fonte della rigenerazione: circostanza atta a farne dolce la memoria anche a Voi che non la conosceste, a Voi sì tenera dell'affettuosa famiglia del nostro amico.
Vivete sana e sempre più cinta di gloria.
Roma, 14 xbre 1835.
G.
G.
Belli
LETTERA 229.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 22 dicembre 1835
Mio carissimo figlio
Ebbi la tua del 12, e mi piacque leggervi le promesse che in essa mi fai, tanto più per una specie di convinzione che mi dimostri intorno alla verità dei miei consigli.
Si sta preparando, Ciro mio, qualche cosetta da mandarti secondo il consueto fra le feste e il capo d'anno.
Ho fatto costruire espressamente una scattola per queste spedizioni, ed ho ordinato che vi sia messa una serratura con due chiavi, una delle quali manderò a te perché la conservi, ed un'altra la riterrò io, affinché la scattola possa andare avanti e indietro tra Roma e Perugia come una specie di bauletto, senza bisogno d'inchiodare e schiodare, e senza necessità di rinnuovare tanto frequentemente quest'oggetto di trasporto.
Darò dunque ordine al vetturale che dopo averti lasciata la cassetta venga a riprenderla per riportarmela vuota in un altro viaggio che farà egli per Roma.
Oltre i saluti della Signora Cangenna che tu mi facesti, ebbi una lettera nella quale mi parlò gentilmente di te, e me ne dette buone nuove.
Se tu la vedi riveriscila in mio nome, e dà un bacio al piccolo Cencino.
Presenta gli ossequi della tua Mammà ed i miei a' tuoi Signori Superiori e Maestri, ed in ispecial modo al Sig.
Presidente e al Sig.
Rettore, ai quali farai mille auguri di felicità per le prossime Sante feste e pel successivo nuovo anno.
Gli amici, i parenti e i domestici, fra i quali principalmente Antonia ti dicono mille cose affettuose.
La tua buona Mammà ed io ti benediciamo e abbracciamo teneramente, e preghiamo Iddio perché ti ricolmi l'animo di allegrezza nel tempo natalizio come nell'anno nuovo, e per lunghissima vita, tutta onorata ed utile al tuo bene e all'altrui.
Ricevi queste espressioni dell'amore vero ed ardente del tuo
aff.mo padre
P.S.
Poco prima di mandare alla posta la presente mi è giunta l'altra tua latina scritta il 19 corrente, cioè nel 14° giorno avanti le calende di Gennaio 1836.
Bravo, bravo, Ciro mio; e benchè tu ancora non tocchi a sublimità nel possesso di questo idioma (siccome mi dici), purtuttavia io son contento, e ne ringrazio il gentilissimo tuo Sig.
Maestro, del quale con molto piacere e mio onore trovo i saluti e gli auguri nella tua lettera.
La tua Mammà, benchè meno dotta del suo Ciro, pure presso mia spiegazione ha potuto gustare le tue latine eleganze e te ne rimerita con mille nuovi abbracci.
Così te ne fanno plauso coeteri noti ac affines.
LETTERA 230.
A NATALE DE WITTEN
nel giorno 25 dicembre 1835
Dopo trecensessantacinque giorni,
Ed un giorno di più quando è bisesto,
Torna il Santo Natal con tutto il resto,
Cioè i Magi, il presepio e i suoi contorni.
Io non mormoro già ch'esso ritorni
Bensì mi lagno che ritorna presto.
Perché ad ogni tornata è manifesto
Che ci crescono addosso i capricorni.
E non appena pei caffè in vetrina
Scopro i primi pangialli, io dico: male!
Vedi come l'età passa e cammina.
Basta, lasciam da parte la morale;
E piuttosto gridiam questa mattina:
Viva il Natale ed il Signor Natale!
G.
G.
Belli
LETTERA 231.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 9 gennaio 1936
Mio carissimo Torricelli
La composizione, o, secondo il linguaggio de' tipografi, la pizza della tua inscrizione, è fatta.
Non si può ancora imprimere perché l'incisore non ha fatto il monogramma del Cristo da porvisi in alto, il quale manca al Salviucci nella grandezza proporzionata al nostro bisogno.
Io però non cesso dallo stimolare.
Sul sonetto pel capo-d'anno ecco come la penso io ai versi 5° e 6°.
- Il servo è il servo e il tiranno è a dirittura il padrone: il che si riferisce all'opre: il numero è l'anno 1835: l'appiè del trono è il punto dove si congiungono i rapporti del comando e della obbedienza, e dove l'anno gli accoglie tutti nel suo seno per ritenerveli quasi cosa presente per tutta la durata dell'anno stesso, finito il quale sogliono gli uomini considerare perfettamente passati i fatti in quello accaduti.
Così dicesi è cosa di quest'anno; così fu cosa dell'anno scorso etc.
Terminato l'anno, gli avvenimenti di quello, prendendo di un colpo natura di cosa remota, cadono coll'anno stesso in grembo ai secoli che sono compiuti e riuniti all'eternità, nella di lei parte antecedente al punto del presente, che è il solo momento da cui si possa concepire divisa.
Difatti l'eternità mancando di estremi, neppure dovrebbe di ragione aver parti, le quali suppongono un mezzo.
Quel tal che credo possa ritener più relazioni colle opre che non col servo e col tiranno, mentre costoro in caso obliquo e in vera obliquità di azione non istanno nel verso se non per caratterizzare le qualità dell'opre di servitù e d'impiego; di modo che alle sole opre vien consecrato tutto il resto di quella quartina, dove il servo e il tiranno non figurano più.
Dopo tante ciarle apparirà forse meno dichiarata la matta idea che io pretesi di esprimervi.
Dio guardi però quel sonetto che abbisogna di tanti commenti!
Ti ringrazio del bel sonetto del Sig.
Donini il quale si assapora senza uopo di arzigogoli.
E così ti sono obligato per la cara e stracara ottava del Sig.
Montanari.
Come vi ha preziosamente riuniti i due nomi di Clorinda e Torquato! Ecco un modello rarissimo dell'arte di giuocare sui nomi con severa convenienza al soggetto.
E già che siamo in proposito di sonetti, saprai, o, se nol sai, tel dico io, che il Barone Ferdinando Malvica di Palermo s'è insorato con egregia donzella.
Voleva miei versi.
Gliene scrissi 14, ma un comune nostro amico, il caro ed eccellente Biagini che nel 1830 ti feci conoscere, non ha creduto che gliel'inviassi, onde (son sue espressioni) non fargli cascare il cuore in terra.
Li mando a te, che, povero Torricelli, il cuore in terra già ce lo hai.
Unisci dunque dolore con isdegno, e leggi i miei 14 versi, seppure non debbano chiamarsi meglio 154 sillabe.
Ho letto la pistoletta del Santo-petto S.
B.
- Potrebbe farmi miracoli, getterebbe l'opra ed il tempo.
Caratterizzato un uomo, tutti i suoi attimi prendono il colore del suo carattere.
Io sono irreconciliabile, e chi ha offeso un mio amico ha vituperato me, perché io considero nell'onore tutti i viventi obbligati in solidum.
La lettera è bella e dolce, di quella venustà e mollezza che spiravano le lettere di quel morto capo-di-setta che ti sorrideva e pugnalava.
A proposito del Malvica, nominato più sopra, rimandami per qualche occasione il suo-mio libro di epigrafia etc.
Ti abbraccia il tuo B.
[In foglio a parte il sonetto al Malvica:]
Immagini di vita, o Ferdinando,
Pegni di voluttà fur gl'imenei,
Infin che arriser più benigni Dei
A questo di virtù suol venerando.
Ma da che Italia nostra è messa al bando,
E fra l'onta di barbari trofei
Nacque in lei morte e par viver in lei,
Chi môve all'ara de' môver tremando.
D'onor, di senno e carità ripieno,
Se da sposa feconda avrai tu figli,
Pensa a qual terra li deponi in seno.
Terra povera d'armi e di consigli,
Terra cui mai non sorge un dì sereno,
Terra di servitù, terra d'esigli.
LETTERA 232.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 12 gennaio 1836
Mio carissimo figlio
Ho molto piacere che tu sia rimasto contento degli oggetti da noi inviati per tuo uso pel recente Capo-d'anno.
È stato quel che si è potuto fare tanto in vista delle regole del tuo Collegio che non permettono oggetti di lusso, quanto per rispetto delle circostanze de' tempi in cui la stessa prudenza non concede che si pensi a troppe superfluità, riuscendo anche difficile il far fronte ai puri bisogni.
In ogni modo, abbiti, Ciro mio, in quelle cose un testimonio della nostra premura per te; e vivi sicuro che noi faremo sempre tutti i nostri sforzi affinché non ti manchino oneste soddisfazioni, in premio della diligenza che ti raccomandiamo incessantemente ne' tuoi doveri.
Tu non devi pensare per ora che ad acquistare virtù ed istruzione, e le rimanenti cure per la tua felicità non verranno in noi giammai a diminuirsi.
Tu formi l'unico oggetto di tutti i nostri pensieri, affinché un giorno tu possa benedire la nostra memoria.
Se non avrai ricchezze da sfoggiare e insultare gli sguardi del Mondo, spero che ti avremo preparato un miglior patrimonio di onore e d'istruzione, che ti procacci una vita tranquilla e modesta fra l'approvazione e la stima degli uomini.
Tutto in terra perisce, tutto, Ciro mio, fuorché il decoro di un'anima elevata, schietta ed ornata di salda cultura; e fino l'invidia e la malignità de' malvagi giungono a render poi giustizia ad un merito reale che non si smentisce da se stesso.
Ti voglio convincere della bellezza della virtù e della forza che questa esercita anche sugli uomini viziosi.
Sai tu cosa è la ipocrisia? È un'imitazione attenta e studiosa di tutto ciò che le umane azioni hanno di buono e di lodevole.
Ebbene, la ipocrisia è un vizio perché assume falsamente un esteriore virtuoso onde ingannare.
Ma non vedi tu dunque che lo stesso vizio confessa così il bisogno di nascondersi sotto le spoglie della virtù? Non si chiama ciò un vergognarsi della propria bruttura? Non si scopre in quell'artificio la superiorità che tutto il Mondo è forzato a concedere al giusto, all'onesto? Se pertanto la virtù può parere bella talvolta anche simulata, perché non vorremo noi acquistare la realtà che non ha d'uopo di fraudi per sostenersi a fronte di tutti gli eventi? L'ipocrita, l'impostore fatica per apparir virtuoso, ma l'uomo onesto lo sarà e per sentimento altrui e per propria coscienza; e la coscienza è il primo giudice che noi dobbiamo rispettare e temere.
I primi suffragi di noi stessi li dobbiamo ricercare in noi stessi.
Quando un malvagio è scoperto, al disprezzo comune deve necessariamente unire quello del proprio convincimento, nel che consiste il primo e il più tremendo gastigo della colpa.
Lo studio, fatto con cuor retto e col fine di migliorare la propria natura, contribuisce prodigiosamente al conseguimento della bontà, perché chi studia cerca la verità, e la verità è come una fiaccola accesa da Dio per guidarci al possesso del vero bene.
Rifletti, Ciro mio, a queste ragioni, e parlane coi dotti tuoi Superiori che ti sono in luogo di padre.
Io non posso così di lontano che accennarti qualche punto che l'esame e il discorso ti debbono sviluppare in tutta la loro ampiezza e illuminare di tutto il loro splendore.
Dimmi, Ciro mio: come senti freddo? - Reciti al teatrino quest'anno?
Tutti, e specialmente Antonia ti salutano.
Pochi giorni addietro parlai di te lungamente al Sig.
Avvocato Gnoli.
Riveriscimi i tuoi Sig.ri Superiori ricevi le benedizioni e gli abbracci della tua Mammà.
Ti stringo al cuore, e sono il tuo aff.mo padre.
LETTERA 233.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Roma, 20 gennaio 1836]
Mia gentilissima amica, nulla di più sconcio che le cose fuor di proposito.
Avrei pertanto dovuto non mandarvi oggi le qui unite melensaggini che scrissi ieri pel libercolaccio il quale dovrà usurpare nel Vostro baule uno spazio assai meglio occupabile anche da un paio di calze da scarto.
Ma il desiderio di dimostrarvi che ancor lontana dalla vista non potete esser remota dal pensiero di chi Vi conosce, mi han fatto bravare le convenienze.
Due altre considerazioni contribuiscono pure alla risoluzione, un po' strana per verità in riguardo alla circostanza penosa della Vostra famiglia: l'una cioè riposta nella mia speranza che la Cecchina stia oggi meglio di quello che ieri sera mi annunziò Biscontini: l'altra appoggiata alla vostra libertà di leggere o non leggere le mie sciocchezze, secondo il vario consiglio dell'animo.
Se nulla è al Mondo di che io oggi mi dolga, ciò è il vedere come io sia stato profeta circa alla infermità della vostra buona sorella.
Ah! così avesse voluto ascoltare le insistenze di un querulo amico! Ma non volgiamo gli occhi all'indietro.
Percorriamo invece con ogni specie di voti e di auguri il lieto giorno della ricuperata salute, ed il momento di gioia che dopo quello la attende.
Salutatela in mio nome, e mostratele calma onde trasfonderne in lei.
Riverisco la Signora Lucrezia, e mi confermo con tutti i sentimenti degni di Voi
Di casa, 20 gennaio 1836
Vostro servitore ed amico
G.
G.
Belli
LETTERA 234.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[21 gennaio 1836]
Gentilissimo e rispettabile amico
Mi fu il giorno 14 recapitata la obbligantissima Vostra del 7 relativa al passaggio delle vostre stampe farsaliche dalle mie alle mani del Sig.
Pietro Biolchini segretario del Giornale Arcadico.
In quel giorno io guardava il letto per reuma, male da cui pochissimi vanno immuni in questo rigidissimo inverno.
Si dovette pertanto rimettere l'operazione ad altro giorno, e fu infatti eseguita nel Martedì 19.
Poche notizie, come ben potete comprendere, sono io stato in caso di procacciare al Sig.
Biolchini de' fatti antichi, e meno schiarimenti per l'azione futura, dappoiché dopo la transmissione che pel mezzo della Diligenza io vi feci il 29 luglio 1830 di tutte le carte relative alla cessata gestione del Cavalletti, onde fossero da Voi e dal Sig.
Bontà esaminate, io rimasi privo di qualunque documento che potesse aiutarmi a riannodare nella mia mente o avviare nell'altrui un filo qualunque di questa per voi poco fortunata orditura.
Ma se, ripresi in qualche modo i capi della spezzata tela, potesse mai riuscirvi utile in qualche parte la mia meschina cooperazione, Voi, col Sig.
Biolchini e chiunque altro vi rappresenti, mi troverete sempre ilare e pronto a' vostri servigi.
Che poi dirò della cortese liberalità Vostra nel dono di un esemplare del nobilissimo vostro lavoro? Io non so come abbia potuto da Voi meritarmi un sì prezioso regalo.
Ma nel tempo stesso che ho in me vanamente cercato i titoli a tanto favore, non ho saputo pure trovarmi animo a rifiutarlo.
Lo accetto dunque, e l'aggradisco quanto si deve, cioè moltissimo; e, valendomi delle vostre facoltà sulla scelta della carta dell'esemplare, ho creduto tenermi egualmente lontano da' due estremi, e scegliere il mezzo.
Mi sono per conseguenza ritenuta una copia in carta velina bianca di ciascuno de' 4 fascicoli.
Così i quadernetti che vennero presso di me in deposito in numero di 428 sono in oggi da me stati consegnati al Sig.
Biolchini in n° di 424.
Il Sig.
Biolchini poi, che naturalmente era istruito del tratto di vostra cortesissima a mio favore, mi ha promesso che ricevendo egli i mancanti fascicoli del compimento dell'opera, mi farà in Vostro nome tenere quelli che dovranno completare il mio esemplare.
Due occupazioni ho io oggi avute relative a Pesaro.
L'una piacevolissima, cioè questa lettera a Voi che tanto stimo ed amo: l'altra assai ingrata, ma pure indispensabile, cioè la spedizione di una citazione al Sig.
Marchese Antaldi, col quale, avendomici Voi così bene avvicinato nella mia dimora a Pesaro nel 1830, avrei pure voluto conservare per sempre buona ed onesta armonia.
Ma poiché il Sig.
Marchese Ercole, attuale guidatore delle faccende e degli interessi della nobil famiglia, mi ha usato il poco urbano contegno di non rispondere neppure alle mie lettere di molti mesi (lettere, voglio dirlo, cortesissime) non mi resta che la via spinosa che dovetti battere allora.
Comandatemi, mio caro e rispettabile amico e credetemi sempre Vostro aff.mo a.co e serv.e Giuseppe Gioachino Belli.
Palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, 21 gennaio 1836.
LETTERA 235.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Di Roma, 31 gennaio 1836]
Dacché i primi studi delle storie e della ragione politica dei popoli principiarono a svilupparmi un senso nella parola di Patria, il sommo pensiero che abbia di poi occupato continuamente il mio spirito quello si fu delle cause della italiana decadenza, non che di quella specie di fato che questa già sì potente e pur sempre nobilissima terra mantien vile e derisa.
Vane, se non al tutto ingiuste mi parvero ognora le querele d'Italia contro la violenza straniera, quando la principale vergogna debba ella vederla sul proprio volto, e il roditor verme suo vero cercarlo nelle stesse sue viscere.
Succedute le cupidigie dell'oro all'amor della gloria, all'ardire l'insolenza, agli stenti de' campi l'ozio e le lascivie, e alle magnanime imprese le discipline del fasto e del triclinio, la pubblica vita divenne privata, e, sciolto il gran vincolo simboleggiato sapientemente ne' fasci de' littori, ciascun uomo si raccolse in se stesso, non più cospirando al comun bene ma inteso all'individuale suo comodo.
Surse allora uno scettro su milioni di spade, e la servitù di ciascuno segnò il termine dell'impero di tutti per dar principio ad una nuova grandezza, falsa ed instabile, perché scompagnata dall'universale interesse che è anima e vita delle nazioni.
Or voi, gentilissima amica, rimarrete per avventura stupefatta come e perché da sì pomposo esordio io discenda a parlarvi di tanto esigua cosa quanto pochi miei versi, il cui debole suono si perde e smarrisce per entro al romore di quelle vaste vicende.
Meditava io appunto nell'anno 1825 sui miseri destini di queste nostre belle contrade, allorché l'Amor-personale, vecchia ed eterna origine delle italiane sventure, venne a dividere gli animi di un romano sodalizio, che dal culto de' numeri musicali s'intitolò Accademia Filarmonica.
Il malnato scisma separò l'onorevole instituto in due distinti corpi, né l'uno né l'altro de' quali poteva bastare a se stesso.
Parvemi quella discordia circostanza atta e pretesto per levare alto la voce, e, sgridando i miei sconsigliati cittadini su quello per sé oscuro suggetto, far balenar a' loro occhi una luce dileguatasi in tanta abbiezione e dimenticanza de' civili doveri.
Composi quindi e pubblicai la Canzone che qui appresso vi transcrivo, né volli darle alcun titolo speciale, vagheggiando la speranza che ne' più svegliati de' miei lettori potesse entrare almeno un dubbio che io sotto lievi apparenze avessi forse occultato più sublimi verità, non concesse dalla condizione dei tempi a libero esame.
Varii difatti penetrarono il mio intendimento: il massimo numero però non ne trasse altro giudizio fuorché della sproporzione di que' miei clamori ad una meschina lite fra musici.
Ma a Voi, entrata oggi a parte del mio segreto, cosa rimarrà oggi a dire dei miei poveri versi? Null'altro se non che piacciavi usar loro indulgenza, non minore dell'amicizia con che onorate in ricambio la mia servitù.
G.
G.
Belli
Roma, 31 gennaio 1836.
LETTERA 236.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[1 febbraio 1836]
Carissima, amica,
l'anima umana è come uno strumento musicale, in cui, benché taciti, si nascondono gli elementi di tutti i tuoni, gravi o acuti, malinconici o lieti.
Non aspetta essa che il tocco esterno onde manifestare la sua occulta potenza, e non solo del suono provocato ma di tutti gli altri ancora corrispondenti al sistema della sua propria armonia.
Così tu leggi un di que' libri che colpiscono la immaginazione tosto ti si risveglieranno mille sensazioni di che tristezza forse t'ignoravi capace, e un vortice d'idee nuove e sconosciute sorgerà a far eco a quelle con cui un'arcana legge le pose in analogia, stabilendo fra loro quasi un metafisico magnetismo.
Ecco, io ho letto l'Antony, con tanto sapere e passione da Voi tradotto; e per tutt'oggi è certo che io penso come Dumas.
Ma domani? Maraviglioso ingegno! Il Mondo aveva una nuova faccia, ed ei l'ha dipinta.
La di lui Adele muore assai più sublime di Lucrezia.
Vi rendo il Vostro manoscritto, avvisandovi che per questa generazione esso non sarà mai cosa da Roma.
Conservatemi la grazia della vostra amicizia.
Il vostro servitore ed a.co
G.
G.
Belli
1° febbraio 1836.
LETTERA 237.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
Di Roma, 4 febbraio 1836
Mio rispettabile amico
Nella vostra lettera 28 gennaio, giuntami contemporaneamente col 5° fascicolo della vostra Farsaglia che graziosamente volete donarmi, ho veduto un novello documento della non simulata compitezza che vi distingue fra i dotti d'Italia, e del come un generoso animo possa di buona fede illudersi fino al punto di attribuire a' giusti suoi ammiratori una parte del proprio merito e la stessa luce che da lui su quelli si spande.
Che sono io? Che so? Cosa ho fatto pel Mondo e per Voi, onde abbiate a prodigarmi sì lusinghiere espressioni, le quali, se io non le sapessi partite da cuore ingenuo, mi umilierebbero dove oggi mi tentano a vanità? Né vogliate già sospettare che così Vi parli per sostenere con Voi una gara di complimento: ché troppo male risponderei alla sincerità vostra, e mostrerei di sconoscere la vera indole dell'amicizia di cui è proprio talvolta il dir falso colla intima persuasione del vero.
Voi mi onoraste a Pesaro della vostra familiarità: avemmo insieme franchi discorsi che ci apersero scambievolmente il fondo del nostro spirito; ma niuna lusinga doveva restarmi che da' quei colloqui, pe' quali io penetrava il vostro ingegno, avesse in Voi potuto passare un concetto di me da esserne in oggi chiamato a mover giudizio sopra una vostra opera già lodata da lodate penne, e da tanti desiderata, e, quantunque ancora incompleta, citata pur già non di rado dove avesse ad allegarsi Lucano.
Nulladimeno, poiché in ogni caso nel negare il proprio suffragio a chi lo richiegga per quanto esso vale, la umiltà assumerebbe forma di scortesia, io Vi dirò brevemente (e lo giurerei, dove fra onesti uomini abbisognasse) poche versioni de' classici essermi sembrate tanto nobili e splendide e veramente italiane quanto questa da Voi intrapresa del difficilissimo poema dell'ardito cantore di Cesare e di Pompeo.
A Voi esperto nella storia delle umane tristizie non parrà maraviglia se le strida delle mulacchie spesso levinsi a soffocare il canto de' cig