LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 5
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Istruiscimi del suo ristabilimento, che già spero seguito.
Altrettanto poi godo della buona salute di Papà Mammà e Clementina, che mi saluterai tanto e poi tanto, e più ancora.
Lepri dunque non ha ricevuto una lettera che io gli diressi a Roma colla direzione al domicilio.
Si parla in essa dell'Eroe di Pico in 4 sonetti.
Mi diverto così: non credo però che al mio ritorno ci sia tanto da dire a lungo su queste mie povere cose, siccome tu dici.
Ti abbraccio da amico
G.
G.
Belli
LETTERA 14.
A TERESA NERONI - RIPATRANSONE
Di Terni, 22 ottobre 1820
Amica carissima
In questo medesimo corso scrivo a Vostro fratello Peppe (detto così in confidenza) di cui ho ricevuto una lettera al solito ritardata.
Al disordine, che apparisce nell'esercizio delle poste, non fo più meraviglia, se le due mie vi arrivarono insieme, se Vulpiani non ne ha ricevuta che una di due da me scrittegli.
Ho molto gradita la notizia che Checchina sia guarita.
Vi assicuro, che al momento della mia partenza dalla Ripa, oltre il dolore causatomi dal di Lei gravissimo male, provai quasi eguale rammarico non potendo dimostrarle con qualche atto di gratitudine consueto, la riconoscenza che io nudriva per le tante attenzioni da Lei usatemi per tutta la mia dimora pr.
alla buona famiglia Vulpiani.
Ne avrei incaricato D.
Giusto, come vi dissi più volte, ma egli era assente; e non potei trovarlo neppure a Macerata, stando egli quel giorno con Armaroli in Appignano.
La medesima assenza di D.
Giusto fu la cagione del silenzio, di cui egli si lagna.
La mia lettera era del 21 settembre, e se fosse arrivata in corrente, secondo quanto D.
Giusto mi disse, egli non doveva ancora essere tornato alla Ripa.
Ecco perché in quella prima lettera non lo nominai, avendo altronde nominato tutti gli altri distintamente: e mi pare che a D.
Santi io dicessi sottomaestro; dunque se mi ricordai del sotto, mi ricordava anche del sopra.
Circa poi alla seconda lettera, egli non ha di che lagnarsi, perché io vi pregai in essa di salutare quanti frequentano la vostra casa, fra i quali egli ancora è compreso.
Per placarlo però totalmente, vi prego in questa di salutar lui tre volte, e gli altri una sola.
Non vorrei, che se un giorno ricado sotto la sua disciplina, si vendicasse a colpi di frusta, e colla tavoletta del somaro.
Se il mio caro Dottore si ricorderà della Colonna di Campo Vaccino etc.
etc.
comprenderà il senso della parola perpetuella.
Non si stancarà mai di dire che a suoi tempi non c'era.
Sarei cionostante dolentissimo se egli si fosse offeso di questo epiteto, ché in tal caso ritiro subito, e gliene chieggo scusa; perché io voglio stare sempre in pace con lui, verso il quale ho stima ed obbligazioni.
Caro quel coccodrillo del pozzo, e care quelle monachelle, che se l'erano creato dentro quella cara testa fasciata da quelle carissime bende! Per un tronco d'albero incomodare de' votapozzi, inquietare un vescovo, disturbare una Città, infastidire Domine Iddio! Le loro fervorose preghiere (facendo astrazione dallo scopo) mi sembrano quelle delle ranocchie pel travicello.
Ma i travicelli sono sempre travicelli, e le monache saranno sempre monache.
Non so se questo paragrafo converrà coi rigidi principj del caro amico Flavio; ma l'avventura è così bizzarra, che merita bizzarre parole.
Credo che saremo vicini allo sposalizio del buon vostro compare Niccolino.
Uno dei dispiaceri, che mi reca la mia lontananza da Ripatransone, è il non poter vedere questa solennità, la quale deve molto rallegrare lui e la sua famiglia, come la sola circostanza, in cui l'uomo è veramente contento.
Quanto godrei nel contemplare la gioia dello sposo, e la timidità della sposa! quale soddisfazione avrei di trovarmi fra i brindisi delle due famiglie, e degli amici concorsi ad accrescere con la loro allegrezza il dolce brio della festa.
Forse io non sarei degli ultimi ad alzarmi dal mio posto con un bicchiere in mano, ed elevando gli occhi al cielo, pronunciare colla verità sulle labbra li semplici voti del mio desiderio: Dio, benedici [...] la nostra gioia, e la loro unione; e spargi sopra [...] i tre primi tuoi doni, pace, salute e ricchezza.
E poi direi mille minchionerie confacenti alla circostanza, e necessarie per conservare il buon umore, che è il quarto dono di Dio procedente da que' tre, che ho detto di sopra.
Se con questi tempi Mammà dorme, ha ragione.
Cos'altro si avrebbe da fare che taroccare, o dormire?
Conservatemi vivo nella vostra memoria ed io procurerò di conservarmi sempre il nome prezioso di
vostro amico G.
G.
Belli.
P.S.
Salutatemi distintamente Vulpiani, e ditegli che io non gli scrivo più se non ho sue lettere.
LETTERA 15.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Terni, 22 ottobre 1820
Carissimo amico
Io non capisco più niente del corso di queste maledettissime poste.
La mia del 24 settembre vi giunse il 5 ottobre, e la vostra del 6 mi è arrivata il 18.
Chi potrà pertanto indovinare quale giro queste lettere si facciano, o per quale motivo restino a covare nelle poste? Quello che mi accade con voi, mi è accaduto con Vulpiani, il quale di due mie lettere non ne ha ricevuta che una, ed io nessuna delle sue, che pure deve avermene scritte; e mi è accaduto con vostra sorella, alla quale sono state date unite due lettere di distantissima data.
Non arrivo a comprendere la vera causa della vostra colica morale.
Mi accusate per sua origine la non curanza dell'etichette del Mondo; ma ignoro come questa negligenza possa partorire un male temuto da voi di tanta durata, per affliggerne seriamente chi da simili etichette non può sperare vantaggi né temere danni.
Voi non avete bisogno del Mondo: lo possedete tutto nella vostra fortuna, e fra le mura della vostra casa, colla famiglia vostra, co' vostri amici e coi sollievi, che attingete dalla cara musica, e dal dolce studio dei libri, di cui avete formato una sì bella raccolta.
Che se poi queste etichette disprezzate non riguardino il mondo maschile, ma il muliebre, la cosa assume subito un altro aspetto, e la vostra colica morale può più facilmente spiegarsi.
Mi chiedete dettagli più particolari dell'abilità de' musici, e della qualità della musica di Spoleto.
Voi forse riderete, se io vi risponderò, che non mi ricordo il nome dello spartito, né del suo compositore.
Ma questa mia dimenticanza vi darà qualche lume, facendovi conoscere, che la bontà dell'opera ottenne da me tanta attenzione quanto bastava per farmi giudicare lì per lì del merito delle cose parziali, e poi scordarmi del tutto.
Se però debbo dar retta ad una rimembranza confusa, che me ne è rimasta, l'opera mi pare che fosse il Matrimonio per concorso, ed il Maestro Nicolini, Farinelli, o cosa simile diminutiva.
La composizione mi parve però abbastanza mediocre circa al musicale: riguardo al poetico, assolutamente cattiva.
Le parole mi fecero nausea, e la condotta non la capii.
La prima donna benché manchi di alcuna consonante, pure in Roma non dispiacque tanto, una volta che cantò da soprano ne' Maccabei di Trento.
Aveva allora qualche grazia di dire, ed un non so che di piacevole nella voce.
A Spoleto non la trovai più quella, e non mi fece né caldo né freddo, benché il difetto della lingua, non compensato da altra vernice, mi portasse piuttosto al freddo che al caldo.
Questa è la Sig.ra Paris, e di lei vi basti.
Il tenore è un ragazzo di Volterra, dove ha moglie e figliuoli.
A me sembrò sguaiatello assai, e voi ne giudicherete meglio, perché più di me ve ne intendete.
Egli non è assolutamente pessimo, ma a me...
che so io...
- Delli due bassi, uno è un cannarone, il quale ha una voce di bagherino Romano, e l'abilità di un cantore di esequie.
L'altro è il Sig.
Liparini padre vecchio della brava Liparini, che adesso sta figurando sulle scene di Europa nelle opere buffe.
Gli allori della figliuola, e qualche foglia secca degli antichi suoi proprj fanno insieme fatica per meritargli indulgenza a quel pochissimo, di cui può egli adesso far dono.
Voce di naso e tremula, mimica affettata per supplire alla voce etc.
etc.
La seconda donna, e l'ultima parte, sono tali da non farne parola.
L'effetto prodotto nel teatro di Spoleto, giudico debba essere prodotto eguale in quello di Ascoli da eguale compagnia.
Forse però una diversa musica può variare l'effetto, poiché accade spesso che un attore figura meglio in una musica che in un'altra.
- Io in questi giorni mi avvicinerò a voi di trentasei miglia, perché vado a Fuligno, e di là piego poi a sinistra per Perugia.
Ne' primi di novembre però sarò nuovamente in Terni, e vi resterò sino alli 7, o alli 8, nella quale epoca tornerò a Roma.
Questo vi serva di regola, se vorrete scrivermi.
La vostra visita sanbruto sanbruto mi sarebbe graditissima: e voi sarete il vero padrone di venire santo fasone, e di andarvene ancora insanitate hospite.
Replicate i miei saluti all'amico Sig.
Voltattorni, e fatemi schiavo del Conte nostro.
Il V.
amico aff.mo G.
G.
Belli.
P.S.
Vi prego, se andate in Ascoli, dimandare a Renazzi se ricevette una mia lettera.
LETTERA 16.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Spoleto, 4 novembre 1820
Caro Checco
Quel mio amico di cui ti annunziai la venuta nel mio casino di Terni, mi scrisse dover restare in Fuligno per un ordine del tesoriere, il quale l'obbliga di assumere oltre la sua carica di Governatore della Dogana, anche quella di sopraintendente delle finanze di tutta la provincia, pel viaggio a Firenze che ha dovuto fare questo primario Ministro.
Vedendo io dunque fallito il progetto, che ti manifestai circa al tuo affare; nella occasione che sono qui venuto per un mio interesse, ho dato una corsa io stesso a Fuligno, il quale non è lontano da qui che 18 miglia.
Ne' tre giorni pertanto di mia dimora colà ho cercato que' due libri, ma invano nella biblioteca del Seminario, la quale per una traslazione da un luogo ad un altro del Seminario medesimo, ha sofferto molte perdite compresa quella dell'indice, ed ora sta ammassata in confuso e senza alcun ordine in una stanza.
Cercando però altrove ho trovato il Tommasuccio da Gualdo nella biblioteca del Marchese Bernabò, e ne ho ordinata una copia fedele, la quale, se mi arriva in tempo porterò con me a Roma, altrimenti l'avrò a Roma poco dopo il mio arrivo.
Relativamente poi allo Stupe, parlai con un tal Professore di eloquenza Ab.e Santarelli, il quale mi disse avere di questo libro una certa memoria; e però glie ne ho lasciato gl'indizi, ed egli mi ha promesso farne ricerche diligenti nella riferita biblioteca malmenata.
Pe' librai, ed altrove non si trova certo, avendolo abbastanza cercato; onde se si rinvenisse al Seminario, non ci è altro mezzo per averlo, che farne fare una copia.
In tutti i modi, quando siasi trovato, io ne sarò tosto avvisato.
Fra mezz'ora parto per Terni, ove forse io mi troverò a ricevere una tua risposta, se me la fai in corrente.
Che se non mi scrivi in corrente, o stimi inutile di farlo, parleremo meglio in voce al mio prossimo ritorno al paese.
Chiodi e Lepri saranno forse tornati, o staranno per esserlo.
Salutameli tutti, ed anche i miei parenti se li vedi, e tutti li tuoi.
E ti abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 17.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Terni, 6 novembre 1820
Carissimo amico
Il Sig.
Guidi di Acquaviva, che si trova in questa Città, mi favorisce di recarvi una mia lettera.
Non so se l'altra mia, nella quale vi partecipai le notizie teatrali da voi richieste, vi sia pervenuta: ma spero di sì, perché ho avuto risposta da vostra sorella, a cui scrissi nello stesso ordinario.
Laonde tralascio di replicarvi dei dettagli, che ripetuti vi annoierebbero, e nuovi vi sarebbero a quest'ora presso che inutili.
Il desiderio, che, con grande mia soddisfazione mi avete dimostrato di vedere spesso i miei caratteri, mi ha suggerito il pensiero di profittare di una occasione così favorevole per farvi arrivare un pegno della memoria viva, che conservo di voi, e dell'amicizia, che mi avete saputo inspirare.
Non vogliate credere che la lontananza ed il tempo abbiano indebolito in me la immagine di ciò che vi appartiene, e vi circonda.
Ancora mi pare di essere a S.
Benedetto, di passeggiare con libertà nelle nostre stanze, di udirvi a suonare il basse ed il clarettone, di valicare nel vostro legno il Tesino, o Ticino che sia; insomma di conversare con voi, e con gli amici che vi siete scelti per compagnia della vostra vita tranquilla.
Fra due o tre giorni io parto di qui per la mia patria, dove tornerò alle mie consuetudini, impiego cioè, passeggio, ritiro, e silenzio.
Conosco in queste poca utilità per la mia salute fisica, ma temo, che troverei peggio per la morale, quando così non vivessi, ed andassi ad immergermi in quel vortice, nel quale quattro quinti degli uomini pretendono trovare felicità.
Io ho poca età, ma pure in ventinove anni di vita, non mi è ancora mai saltato in pensiere di assaggiare questa felicità, di cui odo sempre le laudi, e non vedo mai la realtà.
E perciò credo, che per tutto il tempo che dovrò ancora passare nel mondo, mi contenterò di condurre la mia vita oscura, e se vogliamo anche dire apatistica, poiché deciso come sono di astenermi sempre dalla partecipazione delle altrui contentezze, voglio procurare per quanto posso di salvarmi dagli altrui rammarichi, e dolori, e sollecitudini, che sono secondo il mio giudizio il tossico inevitabile attinto dalli poveri uomini a quelle stesse fontane, alle quali concorrono per cavarsi la sete de' piaceri terreni, che inebriano, e non consolano mai.
Questo è un perioduccio un po' lungo, ma mi [è] venuto così dalla penna, e voi ve lo sorbirete come tutte le altre mie noiose tirate.
Quando anderete a Ripatransone, dove so che da molto tempo non si hanno vostre notizie, favoritemi portarvi i miei saluti a tutti di vostri famiglia prima, e poi a quelli che più convengono nel nostro carattere.
Vi prego così di riverirmi il Sig.
Gabriele, e gli altri Sigg.
Voltattorni; e senza più dire vi abbraccio.
Il V.aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 18.
[A TERESA NERONI?]
[13 gennaio 1821]
Gentilissima quella donna mia
Il Sig.
Belli m'impone significarvi avere egli risoluto di non uscire questa mattina di casa, così persuadendolo un deliziosissimo dolore, che gli ha stabilito quartiere d'inverno in coppa a lu pietto.
Vi prega mandarmi pel renditore di questo biglietto il vasello di estratto d'assenzio, del quale io bramo far trattamento al mio amico Sig.
Belli avanti al pranzo: affinché egli possa mercé una buona panciata assopire, divertire, o minchionare una certa doserella di buzzere che mi pare gli vadano passeggiando pel capo.
E vi supplico nel tempo medesimo di dire da mia parte e del Sig.
Belli mille cose dolci e zuccherine alla amabilissima Sig.ra Contessa Chiarina, ed all'Arciduca Luigi nostro benemerito alleato.
Né mi scordate presso la Sig.ra Cleta, e presso la vostra Signorina, erede (diciamolo alla parigina) delle vostre attrattive e delle vostre virtù.
Ho detto una grande e bella galanteria, e non mi credeva capace di tanto.
Or' andate a stimar le carogne! E sono contento di esserlo, purché sia una galante carogna francese.
Vi B.L.M.
V.
Serv.
ed a.co G.
G.
Belli
Di casa, 13 gennaio 1821, alle 10 antimerid.e
LETTERA 19.
A SILVIA CERROTI CONTI - ROMA
Ripatransone, 19 agosto 1821
Cara Mammà
Mercoldì scorso, giorno onomastico e natalizio di Mariuccia, non potendo io più dormire, mi alzai all'Aurora, colla mente tutta ingombra del piacere, che avrei gustato di passare quella giornata in mezzo alla nostra famiglia.
Sono già tre anni, io andava tra me stesso dicendo, sono tre anni, che in questo giorno io sto lontano da Roma, né più auguro di viva voce a Mariuccia le felicità che ella merita.
Fra queste e simili riflessioni presi la penna e composi tutti d'un tratto i versi che qui vi trascrivo.
Essi sono debolissimi, perché spremuti quasi per forza di desiderio da un ingegno illanguidito troppo dalle infermità.
Oltrediché arriveranno tardi, essendo già scorso il giorno, in cui avrebbero dovuto già essere giunti al destino.
Cionostante io ve li mando, e li mando a voi, perché con la vostra bella enfasi, e con quel tuono di materna tenerezza, li declamiate in mia vece a Mariuccia, alla presenza di quelle persone che l'amano.
Persuadetevi che la idea di vedervi e di udirvi sarà per me nei prossimi giorni la più schietta consolazione in questi luoghi solitari, dove non penso che alla casa nostra, da cui debbo così spesso distaccarmi per ritrovar la salute.
Abbracciatemi Papà, e zio.
Salutatemi tutto il resto della famiglia e ricordatevi sempre del vostro
aff.mo genero G.
G.
Belli
Tra le sorelle che gli stan intorno,
Espero già coll'amoroso lume
Va all'occidente ad annunziare il giorno.
E tremolando sulle incerte piume
Già coll'ampolla di rugiada piena
Vien l'alba fuor dalle marine spume.
Seco uno stuol di zeffiretti mena
Che d'aliti soavi e molli fiori
Spargono il Cielo, che biancheggia appena.
E già l'Aurora dagli antichi amori,
Sveltasi a forza di Titon suo fido
Riconduce alla terra i suoi colori.
Tutti gli augelli già lasciano il nido,
Escon le belve dalli suoi covili,
Vengono i pesci a trastullarsi al lido.
E l'agnellette dalli chiusi ovili
Tratte all'aperto accoppiano i belati
De' suoi custodi alle zampogne umili.
Tornan le vacche ai pascolari usati,
E muggendo richiamano i vitelli
Che van dispersi a folleggiar sui prati.
Là il saltar vedi de' puledri snelli,
Là il cozzar miri de' gelosi arieti,
Qui l'anitre tuffarsi ne' ruscelli.
Ah! poi che tanto gli animanti lieti
Rende il bell'astro quando imprimer suole
L'ultimo bacio sulla fronte a Teti:
Perché le umane creature sole
Privansi il cuore della gioia pura
Di salutar nel suo natale il Sole?
Io però fuor delle insalubri mura
Esco soletto quando il gallo canta,
E si rallegra ogni altra creatura.
E pieno il petto di dolcezza tanta
Ti benedico, o luce mattutina,
Che prezïosa per me sorgi e santa.
Ti benedico, o grazïa divina,
Che il primo raggio ai pargoletti lumi
Oggi vibrasti della mia Regina.
Dico di Lei, che mi donaro i Numi,
Che sola di piegare ha signoria
Il mio cuor, le mie voglie e i miei costumi.
Oh dunque sempre benedetto sia
Questo bel giorno, e questo mese, e l'anno
In ch'ella nacque perché fosse mia.
E benedette sian le piante, che hanno
Questo del loro amor germe produtto
Per ristorarmi d'ogni antico affanno.
E sì la vita mia piena di lutto
Scorsa sarebbe, e de' miei studi avrei
Colto assai scarso e molto acerbo il frutto;
Dove nel colmo de' disastri miei
Per l'amarezza dello mio dolore
Non avessi a pietà mosso costei.
Pietà le pose la mia storia in core,
Appresso alla pietà venne amicizia,
E all'amicizia poi successe amore.
Troppo ahi del Mondo la crudel malizia
Fatto aveva di me tristo governo!
Ma pur mi scordo d'ogni sua nequizia.
Ed ora intorno a me più non discerno,
Che il dolce aspetto della mia famiglia;
E di bearmi in lei spero in eterno.
Pur, se memoria v'ha che dalle ciglia
Una lagrima ancor spremere mi possa,
Egli è il pensier della perduta figlia.
È questo il solo che li nervi e l'ossa
Talor mi scuote, ma sperar mi giova,
Che sia del reo destin l'ultima scossa.
Così l'anima mia pace ritrova;
E vede che dal dì ch'io vivo teco,
Vivo, o mia Vita, d'una vita nuova.
Né punto calmi se invidioso e bieco
Della fortuna mia l'occhio mi guardi:
Se tu mi guardi insiem, quell'occhio è cieco.
E se il veleno di morbosi dardi
Incontro al petto mio spesso ella vibra,
Per farmi tristo quel furor sien tardi.
Ché l'amor tuo l'affievolita fibra
Veglia a saldarmi, e tenero e pietoso
Le dolci cure coi bisogni libra.
Però trar lagni sul malor non oso,
Onde il ciel forse vuol purgarmi l'alma
Di qualche morbo più maligno e ascoso.
Ma la speranza che ogni doglia calma,
Fra i tuoi conforti dentro il sen mi brilla
In benefizio dell'afflitta salma.
E tu vedrai di nuovo a stilla, a stilla
La salute colar nelle mie vene,
E raccender la mia spenta pupilla.
Siccome allor che pel Cielo viene,
Dopo una pioggia di stagione estiva,
Iride bella a far l'aure serene:
La Natura spirante si ravviva;
E li pastori che fuggian col gregge
Tornan sul prato a modular la piva.
Ma qualor Giove che lassù corregge
Quanto qui abbasso si succede e move
Con fissi eventi e con prescritta legge,
Me ancor serbasse a più crudeli prove;
Noi dovremmo baciar l'aspro flagello,
E li decreti rispettar di Giove
Ché d'ogni altra virtù questo è il suggello.
Se mai, cara Mammà, o i vostri occhi, o il mio carattere, o la mia propria ortografia, o qualche altra ragione poetica vi facessero dubitare di leggere questi versi, allora aspettate una sera, in cui venga in casa qualcuno, al quale questi ostacoli sieno piani, e fategliene fare la lettura.
In tutti i modi pensate voi a far sì, che Mariuccia riceva questo tributo che io Le offro in mancanza di altro.
Forse alla umiltà della medesima dispiacerà, che questi versi si leggano in pubblico, ma spero che ne sarà poi contenta, quando sappia che ciò mi farà grande piacere.
Io adesso sono come un fanciullo.
La minima cosa mi rattrista, e la minima cosa mi rallegra: figurate poi l'occuparmi di Mariuccia, che per me non è minima cosa, quanto debba recarmi sollievo.
LETTERA 20.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Ripatransone, 30 agosto 1821
Caro amico
Poiché voi dormite di un placidissimo sonno, io vengo a risvegliarvi col ronzio del mio pimpleo colascione.
Ecco il sonetto per voi, e quello pel nostro Sig.
Giuseppe.
Se serviranno, vi prego che se ne osservi dallo stampatore esattamente la ortografia, e la interpunzione.
Circa i titoli, fateci quelle sostituzioni che meglio credete, purché non siano troppo verbose.
Pregate poi il Sig.
Voltattorni perché io non sia nominato appiè del sonetto, che ho scritto per lui.
Il nome dell'autore non è necessario: che se per la superiore approvazione non se ne potesse far senza, ci ponga il suo, se vuole, od un altro a sua scelta.
Il malanno da me sofferto sulle coste non mi ha ancora permesso di star curvo per finire il vostro prospetto.
Quante volte però vi bisogni intanto quel disegno dell'Architetto, potete chiedermelo, non avendone io che una mediocre occorrenza.
Questa è la terza lettera che vi diriggo.
Adesso ci calzerebbe a capello un bocconcino di risposta, per provarmi che vi ricordate del vostro vero amico
G.
G.
Belli
P.S.
I saluti a Gabriele etc.
etc.
etc.
ci s'intendono.
oggi ho miseria di carta
LETTERA 21.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Ripatransone, 13 settembre 1821
Mio carissimo amico
Appena ordinato il mio piccolo bagaglio, mi accingo ad occuparmi degli uffici da me dovuti all'amicizia, che mi lega con Voi.
Queste prime parole sono per se stesse abbastanza chiare per dimostrarvi che io piglio da voi congedo, nel momento in cui sto per abbandonare questa provincia, e le buone persone che vi ho conosciute.
A Ripatransone no, pel suo clima, ma a S.
Benedetto avrei desiderato passare il prossimo autunno, e l'inverno, e la seguente primavera; e voi già lo sapete: ma una lega di molte e diverse combinazioni mi costringono a recarmi sollecitamente nell'Umbria, e quindi per novembre a Roma; dove poi voglio aspettare o la salute o la morte.
La parte maggiore di simili combinazioni è per me dolorosa: la minore mi è al più indifferente, riguardo agli effetti che mi potrebbe produrre.
In avvenire vi spiegherò meglio tutto ciò; e vi metterò a parte de' miei dispiaceri, che non saranno mai per mancarmi, e delle mie consolazioni, se piacerà a Dio di mandarmene.
Arrossisco di vergogna nell'involgere il disegno, che riceverete qui annesso, sapendo che per la forza della promessa mi gravavi il debito di unirvene un altro eseguito da me: ma se vi dico che non ho potuto farlo, non vi esagero il vero.
L'incomodo sopraggiuntomi al mio ritorno costà, rinnovato per la seconda volta dalle medesime cause, mi fa ancora dolere delle sue conseguenze, fra le quali annovero quella di essere con voi comparso un bugiardo.
Voi mi taccierete al solito di soverchia delicatezza; ma io così sono fabbricato, e bisogna distruggermi da' fondamenti per togliermi queste idee dal cervello.
Conservo però presso di me gli elementi del lavoro promessovi, il quale vi arriverà, se non accetto, sicuro almeno ed inaspettato.
Quando e come che sia, vi servirà di un richiamo per ricordarvi di me.
Venghiamo adesso al Capitolo de' saluti, che non è di poca importanza.
A Gabriele ditegli un addio santo fasone, perché non vada spacciando, che me ne sono andato così in sanitate hospite.
Al Sig.
Giuseppe, se fra le sue addolorate preparazioni è capace di distrazione, ricordategli in me un servitore senza livrea, così di Lui come delle sue gentili Signore.
E se il Sig.
Checco vi dimandasse se io mi sia ricordato di Lui, rispondetegli in falsetto: e sicuro.
Col suo mezzo fatemi riverire la famosa al tresette Sig.ra Vittoria, e quell'altra Signora che tanto bene sa cantare: e zucche e zucche, e cici.
Il Sig.
Antonio si metta in mezzo a questo fermento di saluti e riverenze, e gliene toccherà la sua parte.
Né mi scordo del paesano mio: e finalmente mi cavo la berretta davanti allo Stoico che tenete appiccato incontro al vostro scrittojo.
Tornando ora a voi: io intendo di essere sempre impiegato da voi e dalla Sig.ra Pacifica in ogni circostanza, in cui possa provarvi la mia riconoscente amicizia.
Il V.
a.co vero G.
G.
Belli
LETTERA 22.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni, 22 settembre 1821
Caro Checco
A Fuligno trovai la tua veramente graziosissima perché cominciava con tre grazie.
Tu dunque compatisci que' poveri poveti da me ridotti alla miserabile condizione di un Cassio e di un Giuda; e non conti per niente il tormento mio orribile di sentirmi crepare dalle risa e non poter ridere per rispetto umano? Né ti dilungasti dal vero quando temesti che la mia lingua non voglia finirla qui; perché infatti mi va passando qualche ideuccia per la testa di aggiustar loro un po' meglio il corpo per le feste: senza però nominarne alcuno individualmente, e per la santa carità di fratello, e per la riverenza delle nostre accademiche leggi.
Ma a proposito di Accademia, ci sarebbe pericolo che la di lei perdita, da te con mistero annunciatami, fosse il letto del Tevere ovvero il ricattiere che a Lei lo affittava? Leggi di grazia a questo proposito il seguente sonetto da me scritto in Ascoli nel mese di giugno, e non mai a te spedito, per paura che alcuni nostri confrati se lo avessero a male.
Fra i Lippi, o Cecco, e fra i Cursori ancora
Certa novella in Pico si bisbiglia;
Che il Padre Tebro colla sua famiglia,
Per giusti fini vuol cambiar dimora.
Se questo è vero noi vedremo allora
Mille antiquarj rinnarcar le ciglia,
Sperando pur che dalla sua mondiglia
Qualche bel pezzo caveranno fuora.
E credo bene, che di roba antica
Buoni frammenti troveranno in copia,
Con poca spesa e con minor fatica.
Ma di moderna sarà grande inopia;
Perché oggi, a nostra confusion si dica,
Poco s'inventa più, molto si copia.
Ignoro se, immaginando la qualità della perdita accademica io mi sia apposto anzi al falso che al vero: ma poiché tu mi dici quella essere perdita da consolarsene, per questo riguardo mi pare di non errar di molto.
Però tu devi o non leggere ad alcun tiberino questo sonetto, o se lo vuoi leggere senza timore di conseguenze, leggilo appunto a quelli macchiati della pece della quale è discorso: perocché è certo che eglino non saranno per mostrarne alcun fastidio, onde non comparire a fare il lupus in fabula.
Mi consola moltissimo la notizia del ristabilimento dell'amico Peppe, e del grande miglioramento della cara Clementina, la quale a quest'ora sarà ritornata un fioretto.
Tanto questi quanto tutti gli altri di casa, e così gli amici come i colleghi, che si ricordano di me, tu risaluta da mia parte.
La mia epistola composta a solo fine di distrazione e passatempo non merita i tuoi elogi né quelli di chi l'ha udita da te recitare.
Vedo però che voi altri mi siete assai più indulgenti che non mi è la mia Musa.
A me accadono tutte belle, e, come si dice a Roma, badiali.
Domenica sera 16 del corrente io arrivai a Tolentino morto di sonno, e non potei trovare un buco per dormire un paio di orette.
La festa del beato S.
Nicola vi aveva attirato tanta gente dei contorni, che io fui obbligato a pigliare un legno fresco e ripartirne a due ore e mezzo appena sparato il fuoco artificiale.
E questo sia un proemio del racconto di quel poco di solennità, di cui in quel breve spazio di tempo mi fu permesso di godere.
Ti giuro che mi divertii senza capo né fondo.
All'avvicinarmi alla Città il continuo suono de' sacri bronzi mi andava annunziando qualche cosa di grosso; ed il mio legno premeva e squarciava frequenti e densi gruppi di villani vestiti in fiocchi, e di tale fisonomia, che pareva che più di Bacco si trattasse che di S.
Niccola.
Ad un quarto di miglio dalla porta della Città incontrai un palchetto parato pomposamente di un candidissimo lenzuolo rappezzato, e guarnito da una vaga bordura di carta dipinta a patacche di vari colori.
Dalla banda della strada, ove questo palco sorgeva, non avendo il terreno né muro, né fratta, né altro riparo, ma divallando in un declivio molto precipitoso, vi era stato tirato giudiziosamente uno spaghetto rinforzato, il quale per tutto il tratto della strada veniva a misurare distanze sostenuto da politi bastoncelli conficcati in terra, in quella guisa appunto che noi piantiamo i mazzuoli per le civette.
Colpito dall'apparecchio, dimandai che significasse.
"E che, mi fu risposto, non lo saccete, che se fa la carriera?" - Tra lo strepito di chitarroni e tamburelli destinati a rompere il capo a S.
Niccola ed a me, e fra due lunghe file di banchetti coperti di corone e di santi dipinti e non dipinti, io passai per un vicolaccio chiamato lu corso, ed arrivai in piazza grande dove sta la locanda, in cui io aveva creduto di dovere albergare.
Là trovai tutto l'esercito provinciale sotto le armi, vestito in istretto uniforme, coi gomiti ricusciti di filo bianco sopra un fondo oscuro sì, ma così turbo, che non se ne poteva riconoscere la tinta.
Vi si era amalgamata la patina del tempo, che a poco a poco tutte le cose fa di un colore.
Ogni soldato aveva sul berrettone un mazzetto di erba a piacere; e con bella varietà qua verdeggiava la paretaria vicino all'alloro, e là presso alla mortella il diuretico crescione.
Tutti poi cingevano spade, di cui almeno vedevansi le guaine ed i pomi; ed imbracciavano certi archibugi fabbricati al tempo di Cimosco.
Chi volesse essere un poco satirico direbbe che due di essi portavano due fucili da caccia, quasi avessero a fare con passeri o con merlotti.
Tutto ad un tratto ecco un bisbiglio.
Il popolo si ritira, si presentan le armi un po' per volta e passa un frullone carico zeppo di magistrati e di fanti di palazzo.
Avrei piuttosto giudicato essere quello il carro di Nettuno vistolo così tirare da sei enormi storioni: ma il suo andare per terra, e l'abito di chi vi era portato mi persuasero diversamente.
I magistrati erano sei; i postiglioni tre; e li donzelli quattro: in tutto capi n.
13.
Il vestiario della magistratura consisteva in tutto quello che si aveva potuto ritrovare di meglio per la Città, benché gli si potesse rinfacciare un tantinello di difformità: ma queste sono inezie da passare sotto-cappotto.
La livrea della corte di un vivacissimo rosso sporco traeva risalto da certi cappelli bordati di carta d'argento, e fatti, per dartene una idea, sulla forma delle antiche galee della Santa Lega.
Uno de' quattro donzelli portava una tromba ad armacollo.
Partito il corteggio a briglia sciolta, poco dopo si udirono dieci colpi di mortaro, e quindi a non molto arrivarono tre barbarissimi barbari con un passetto castellano piuttosto veloce, benché di tratto in tratto si fermassero a riprendere fiato.
Vinse un bajo scodato, il quale servate le debite ceremonie, toccò sei buoni scudi di premio per le mani della reduce Magistratura.
- A un'ora e mezzo di notte s'incendiò la macchina, la quale rappresentava una cosa che non si capiva ma che era molto bella.
Il fuoco fu brillantissimo, malgrado che certi eretici pretendessero che non si potesse soffrire.
È però vero, che un disgraziato girello, invece di girare a cerchio, sbagliò moto, e andava ciondolando come un pendulo di oriuolo.
Imprudentemente allora mi fuggì di bocca: ve' ve' ecco il pisciabotte! e tosto un soldato, di que' due dal fucile da caccia, mi si accostò gravemente, e mi domandò cosa fosse questo pisciabotte.
Io gli risposi senza sgomentarmi essere un certo negozio del paese mio.
Egli allora si approssimò al palco de' Magistrati, ripeté le mie stesse parole le quali parvero persuaderli; e la cosa finì così.
Ma se per mia disgrazia io dava di naso in un magistrato o meno benigno, o più bestiale di quello, vedi, caro Checco, a quale rischio io mi ero esposto per non frenare la lingua.
Terminato il fuoco mi si disse avvicinarsi l'ora del teatro; ma io già sazio di feste, volli andare a saziarmi di cibi: onde cenai e partii.
Pel giorno seguente si preparava gran fiera; onde procurare di spogliare qualche povero compratore, in onore e gloria del Protettore S.
Niccola.
- Ho parlato a Spoleto con la Poetessa Rosina Taddei la quale mi ha imposto di salutarle gli amici di Roma, e specialmente Battistini e Ferretti.
Se il vedi, fammi da procuratore.
Se la carta non finisse non ti abbraccierei ancora: ma amen, e lo faccio di cuore.
Il tuo G.
G.
Belli
LETTERA 23.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Terni, 27 settembre 1821
Caro Neroni
Non voglio che trascorra tanto tempo senza che vediate miei caratteri, ed abbiate le nuove di mia salute, la quale sinora è migliore di quello che io ne aveva sperato.
Nel passare da Spoleto ho domandato a tre o quattro miei amici delle informazioni sulle qualità del Sig.
Bolli; e le ho ricevuto uniformi a quelle già a voi pervenute.
Questo soggetto gode di buona riputazione in tuttociò che forma lo scopo del vostro interesse.
Pregate a mio nome il Sig.
Giuseppe Voltattorni perché dia per me una o due copie di quel sonetto stampato per la festa dell'Addolorata; e se voi farete stampare l'altro pel matrimonio del V.° Pajelli vi prego del medesimo favore.
La Sig.ra Teresa vostra sorella si compiacerà incaricarvi del loro ricapito.
Siatemi cortese di vostre notizie, le quali sempre m'interessano.
Riveritemi la Sig.ra Pacifica; e salutatemi que' buoni pacchiani de' nostri amici.
Sono col solito affetto, e colla medesima stima
Il V.
aff.mo a.co G.
G.
Belli
Riuscì brillante la festa? Datemene qualche cenno.
LETTERA 24.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni, 20 ottobre 1821
Caro Checco
Perdona se t'incomodo.
Sono stato pregato di fare una inscrizione lapidaria per una defunta.
Io sono sicuro che comporrei una epigrafe senza errori, o almeno me ne lusingo; ma sono insieme convinto, che non le darei il perfetto sapore che a questo genere si compete.
Fammi il piacere di pregare o Pippo De Romanis, o qualcun'altro de' molti abili nostri amici, perché voglia favorirmi in questa mia urgenza.
La lapide non deve essere molto lunga, anzi piuttosto succinta, ma insieme toccante e patetica.
Il tempo stringe, dovendosi sollecitamente ergere il tumulo a chi n'è il suggetto.
Ecco le notizie necessarie.
"Il cavaliere Pietro Paolo Neroni
pone il mausoleo alla sua suocera Marianna Mucciarelli
nata de' Conti Novi di Ascoli il 12 giugno 1727 e morta il 5
Ottobre 1821; della età cioè di 95 anni; donna di costumi semplici
ed illibatissimi, di stato vedovile, di spirito ameno, e
leggiadro; e del lusso, dell'avarizia ed altre mondane
depravazioni acerrima rampognatrice".
Su queste cose si può giuocare molto bene ed impostarne qualche cosa di buono.
Più presto potrai mandarmela, più ti sarò grato.
Salutami tutti.
Amami al solito, ed al solito credimi.
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 25.
A PIETRO PAOLO NERONI- ASCOLI
[ottobre 1821]
Veneratissimo mio Sig.
Cavaliere.
La supplico di non tassarmi d'inciviltà pel ritardo di riscontro alla Sua onorevole de' 12 ottobre scaduto.
All'arrivo di essa io ero in giro per l'Umbria, donde tornato costà fui tosto assalito da un insulto di colica molto più violento che non fu quello da cui Ella mi vide travagliato in Ascoli nel dì 15 luglio.
Le conseguenze per me sempre funeste di questo orribile male mi sono ora più dolorose, in contraposto della speranza, che io nudriva, con qualche fondamento, di migliore salute.
Pazienza però, e diciamo ironicamente col Poeta
"Del presente mi godo e 'l meglio aspetto".
Dalle obbligazioni, che mi corrono verso di Lei, e di tutta la sua parentela, Ella argomenterà se la morte della ottima Sig.ra Marianna mi sia riuscita grave; e se io abbia potuto concepire il dolore della Sig.ra Tecla specialmente e della Sig.ra Chiarina, io che dell'affetto di queste Signore verso la loro veneratissima madre ed ava ho avuto esperimento.
Del suo rammarico poi, Sig.
Cavaliere, non gliene parlo, perché Ella sa di quale inasprimento Le tornerebbero le mie parole in mezzo alla Sua grande amarezza.
Ella amava quella Donna come una Madre; e veramente meritava sentimenti religiosi, come gli antichi patriarchi.
Se torno mai in Ascoli, andrò a versare anch'io qualche lacrima su quel sepolcro, che la Sua pietà ha voluto innalzare ad una memoria così degna di vivere eterna nelle menti dei posteri.
La prego di rendere i miei saluti alla amabilissima Sig.ra Chiarina ed al caro Luigi; e di credere in me inalterabili i sensi di stima e di rispetto, coi quali ho l'onore di ripetermi
D.V.S., Sig.
Cavaliere
U.mo D.mo Obb.mo Servitore
G.
G.
Belli (Palazzo Poli 2° piano Roma)
LETTERA 26.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Terni, 3 novembre 1821
Caro Checco
Bella epigrafe! bella, bella, bella! È vero: tanto sapore essa ha di quel che dev'essere, che è da temersi non abbia a comparire salata a chi non ha formato il gusto a queste vivande.
Io ti ringrazio de' pensieri parole ed opere da te impiegate per favorirmi; e ti prego uficiare per me il gentilissimo nostro De Romanis, perché Egli non mi tassi giustamente di ommissione, e mi creda meritevole di penitenza.
Il mio ritorno può essere imminente.
Salutami quanti Tiberini ti possano capitare davanti in questo tempo di gozzoviglie.
Di Ciotti e di Agnesina Comelles non ne parliamo.
Il primo non lo merita; e la seconda lo merita troppo perché possa dirsene abbastanza in una lettera.
E poi mi ha tanto sturbato la di Lei morte, che non mi regge il cuore a parlarne.
Consola la povera Costanzina degna figliola di quell'ottima madre.
Salutami la tua famiglia e ricevi un abbraccio.
Il tuo Belli
LETTERA 27.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Terni, 8 novembre 1821
Amico carissimo
Sono tremante di freddo per una improvvisa tramontana, sbucata dall'inferno dopo la caduta di copiosissima neve, da cui ricoperte biancheggiano le circonvicine montagne.
Se nelle vostre regioni sta, siccome io credo, imperversando il medesimo tempo, comprenderete quanto sensibile a me debba riuscire l'inaspettato di lui cambiamento, allorché vi avrò partecipato essere io tuttora infermiccio per una recente colica, sopraggiuntami negli scorsi giorni, per rovinarmi, e per distruggere in me que' consolanti principi di migliore salute, che nella mia ultima io vi aveva annunciati.
Pare ormai chiaro che la mia macchina si sia totalmente conquassata: né possa trovarsi ordigno né artefice, che vagliano a riordinarla.
Pure vado raccogliendo le reliquie sparse del mio antico spirito, e con questo debole avanzo di coraggio mi provo ad aiutare il languido moto delle ruote di questo oriuolo logoro e sdruscito, perché sappia esso più lungamente segnare le ore della mia misera vita.
Rileggendo quanto ho sin qui scritto, mi pare avere composto una bella e buona tirata da Caloandro, od altro sentimentale romanzo.
Ma che volete che faccia? Me la piglio così ariosa e procuro di dare in minchionerie per temperare la bile, che spesso mi va assalendo le viscere, ed amareggiando la bocca.
Dopo il mio ritorno qui in Terni da un certo giro fatto per l'Umbria, trovai una vostra gratissima dell'otto ottobre, una di vostra sorella del 10, ed una del Sig.
Cavaliere vostro Padre del 12.
A questa ho già dato il debito riscontro; alle altre due rispondo nel corrente ordinario, siccome per la vostra parte voi potete vedere.
Unito alle tre surriferite lettere mi fu presentato un piego contenente alcune copie di quel sonetto, di cui vi aveva pregato, ed insieme vari rametti rappresentanti un globo aereostatico.
Vi sono pertanto grato del pensiero da voi avuto di profittare di una favorevole occasione, onde potessi io riceverli anche prima che la Sig.ra Teresa fosse stata al caso di farmeli avere.
Ho veramente goduto che le feste di S.
Benedetto abbiano avuto un successo non ottenuto da quelle dalla superba Grottammare, la quale ostenta sopra S.
Benedetto tanta superiorità, quanta S.
Benedetto sopra di Lei può giustamente, vantarne.
Partecipate all'eccellente amico Sig.
Giuseppe questa mia esultanza; e salutandolo molto a mio nome, pregatelo di presentare miei rispetti alle di Lui gentili Signore, alla Sig.ra Vittoria, ed a quella Sig.ra di Fermo, della quale confesso di non ricordare il nome.
Ricordatemi poi al Sig.
Checco, al Sig.
Antonio, ed a Pavon, se ancora é con voi.
Ed alla Sig.ra Pacifica vi supplico estendere la espressione di que' sentimenti di gratitudine stima ed amicizia che a voi rinnuovo dicendomi al solito
vostro amico aff.mo e serv.re vero
Giuseppe Gioachino Belli
P.S.
Fra cinque giorni io torno a Roma dove aspetto vostre lettere più lunghe che sia possibile.
LETTERA 28.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[20 aprile 1822]
Mio carissimo amico
Aveva intenzione di non muovermi più da Roma; eppure eccomi di nuovo risoluto di partirmene, ed alla vigilia di rilasciare i miei Lari.
Fra quattro o cinque giorni, al più tardi, io sarò in legno, e farò viaggio.
Se voi mi chiedete dove mi diriggo, non vi potrò rispondere fuorché di primo slancio mi conduco nell'Umbria; ma dopo la dimora di un mese non so dove andrò a passare gli altri, che correranno sino a dicembre.
Ancora non ho nulla deciso.
Tutto era disposto per fare il viaggio di Napoli, insieme con un mio amico; ma come trovare il coraggio di esporsi al probabilissimo se non certo pericolo di essere colto dai masnadieri che infestano ogni dì più le sventurate provincie, per le quali è d'uopo far transito? Numerose orde di antropofagi scorrono desolando que' luoghi, e menando in ostaggio sui monti tutti quegl'infelici che loro vanno cadendo tra' mani.
Così, io che cerco la salute, troverei la morte o di ferro, o di disagio, o di spavento, le quali tutte tre si somigliano.
E quando anche il danno si ristringesse al rovinare la Casa per pagare il taglione, non sarebbe già poco.
Sono tre giorni che venne in loro potere il Governatore di Napoli, il quale per la improvvisa sopravvenienza di uno squadrone di cavalleria, ebbe la grazia da Santo Jennaro di veder fuggire i suoi guardiani ed essere lasciato in camicia.
Che delizie eh? Che bel secolo!
La mia salute è molto migliore che non lo fu negli anni scorsi quando io partiva da Roma.
Posso dire, che in quest'anno viaggio più per preservativo che per cura.
Forse vedrò parte della Toscana.
Non ho voluto indurarmi nella colpa; ed andarmene, senza tormi dalla faccia il rossore di un vergognoso silenzio.
Per dire la santa verità, ho da farmi qualche rimprovero verso di voi.
Tanto tempo senza una lettera! E poi quel disegno! Quella benedetta scala! Per carità, alzate la mano, e vi basti la mia mortificazione.
Potrei allegare molte scuse: l'impiego, gli affari, la poltroneria...
ah! questa...
questa...
temo che vi faccia più impressione degli altri.
Ma voi non siete Nerone che di nome: e il cuore però l'avete da Tito, o se v'è stato di meglio.
Dunque miserere, et parce.
L'avreste mai aspettato? Quel povero Jaxon! Qui è stato il giorno del giudizio, e mia moglie si è trovata in imbarazzi grandissimi per soccorrere alla sorella ed alla nipote, che voi avrete già vedute, o a momenti vedrete passare per costì.
Ammazzato da un carnefice inglese! Dopo una cura stravagantissima, il sudore spaventevole prodotto da due pozioni sudorifere, fu arrestato da quel manigoldo con salviette inzuppate d'acqua gelata, applicate in testa, sulle braccia e sul petto dell'infelice malato.
Una febbre apopletica, con vomito sanguigno ripetuto in ogni accesso novello, rapirono ben presto ai parenti ed agli amici un soggetto ripieno di tante nobili prerogative.
Spadolino si fucila, s'impicca Gammardella, si decapita Borsoni; e questo sicario vivrà per miseria degli uomini: quante vittime dovranno perire, se il loro boia non le precede! Mi figuro il lutto di Ascoli.
Quello di Roma, benché così vasta, non fu piccolo: tutti compiansero la persona e la foggia della sua morte.
Che fa il Sig.
Cavaliere Pietro Paolo? Che la Sig.ra Contessa Chiarina? Non ho mai avuto novella di loro.
Al primo inviai una certa epigrafe: alla seconda una lunga lunghissima lettera pel capo d'anno; ma o sono andate smarrite le loro risposte, ovvero non so...
Vi prego richiamarmi alla loro memoria, ed a quella di Luigi Vitali Cantalamessa; a cui non iscrissi per timore di non far bene accetta cosa.
Per quanto mi fu detto da tre bocche, Luigi aveva l'animo alquanto rivoltato contro di me.
Avrebbe però torto, e forse, se ne sarà poi persuaso.
Filippuccio mi regalò una copia del vostro epitalamio Voltattorniano.
Vi ho trovato del riposo e della naturalezza.
Bravo Neroni!
È Belli che vi loda, cioè non un adulatore.
Mi rallegro però col Sig.
Giuseppe mio buon amico e padrone.
Me lo saluterete, e con lui la sua Sig.ra, ed il Checco, ed il Sig.
Antonio, e Gabriello, e quanti sono costì adoratori del nostro Santo Fasone.
Vi abbraccio come fratello.
Addio.
Il V.° aff.mo a.co G.
G.
Belli
Di Roma 20 aprile 1822.
LETTERA 29.
A TERESA NERONI - ASCOLI
Ripatransone, 24 septembre 1822
Ma très chère amie
Je suis ici depuis dimanche, mais demain je n'y serai plus.
Mon départ est fixé pour la nuit prochaine; et au moment que vous lirez ma lettre, je serai bien loin de vous.
L'objet de ma course dans cette ville a été une visite à Vulpiani et aux autres amis, parmi lesquels vous occupez la première place dans mon souvenir.
Mais vous demeurez ailleurs, et mon éspoir de vous voir encore une fois a été vain.
Encore une fois dis-je, parceque j'ignore absolument s'il me sera jamais permis de parcourir encore ces contrées.
Mon emploi, mes affaires domestiques, et des autres raisons particulières m'obligeront dorénavant de rester dans ma patrie, dont je ne me suis écarté que trop dans les années passées; et quand même des circostances imprévues aussi bien qu'imprévoyables me forceraient de m'en éloigner de nouveau, il ne serait peut-être pas celui-ci l'endroit où mes pas se dirigeraient, car mon voyage pourrait avoir un autre but, ainsi un bout tout different.
J'ai goûté du plaisir de rendre mes hommages à Mr.
le Chevalier votre père et à M.me votre Mère qui jouissent l'un et l'autre d'une santé la plus digne d'envie.
J'ai pressé contre mon coeur ce bon enfant de votre pétit advocat et j'ai témoigné à la fois ma surprise à l'aimable Constancine pour la belle taille qu'elle a développé en si peu de tems.
Je vous en fais mes complimens, Madame, bien que [...] ne sont ordinairement pas le plus joli présent pour des jolies Dames.
Que des louanges sur les charmes de leur filles.
Un peu de jalousie, un petit morceau de dépit, une subtile tranche d'intérêt personnel joint à quelque scrupule d'amour propre s'en mêlent toujours, en donnant plus d'accès à la flatterie qu'à la vérité.
Mais vos vertues méritent bien qu'on vous rétranche de la règle générale, et que l'on parle à vos oreilles, comme on parlerait à celle de la sagesse même.
Vous ne savez point accueillir dans votre âme ces idées fausses ni ces préjugés vulgaires, qui gàtent et corrompent si misérablement la plus part des têtes de votre sèxe, de ce beau sèxe doux, charmant, enchanteur, dont l'humanité serait d'autant plus honorée, si elle n'en portait pas l'empreinte de ces petits défauts.
N'en soyez-point en colère, ma bonne amie.
Vous dévez défendre la cause de vos soeurs, mais le procès serait un peti long et d'issue périlleuse et équivoque.
Comment se porte-t-elle l'aimable Comtesse Chiarina? Se souvient-elle encore du pauvre Belli? Et le cher Louis Vitali Messacantata? Je me le réprésent un peti défait pour la perte de son amoureuse.
Il amait beaucoup M.me Marianne et elle l'en recompensait à la folie.
Mais ma rivalité était pour lui un peti génante, et un morceau un peti dur à engloutir.
Point de plaisanterie.
Je fus sincérement afigé de la mort d'une dame si bonne, si pieuse, et si gaie malgré l'age dont elle était surchargée.
C'est donc clair que Louis, aussi bien que tous ceux qui appartenaient à cette femme pour lien de sang ou d'amitié, dut en rester vivement pénetré.
Saluez-le moi ce bon ami: je ne vous prie point de l'embrasser pour mon compte, parceque l'on dit que cela ne vous conviendrait pas.
Mais si vous croyez d'ailleurs que le Monde se trompe dans ses maximes, règles, jugéments, etc., faite-le à la bonn'heure, et embrassez-le par procuration.
M.M.ss le Chanoin et la Garde vos respectables frères auront la bonté de me croire toujours leur ami.
Je votis rémercie, ma chère Comère des saluts que votis envoyates pour moi à Peppe, mais je ne rémercie point de la réponse que vous ne m'avez jamais écrite...
Mon dieu! L'exprès va partir.
Adieu.
Répondez moi à Terni s'il vous plait.
Votre ami J.
J.
Belli
LETTERA 30.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Napoli, 15 aprile 1823
Mio caro Checco
Ti scrivo, ma non so quello che ti dirò, perché questa Città mi tien fuori di me.
Troppo fracasso pel povero Belli! Se non fosse il buon clima, e il desiderio mio di vedere i luoghi celebri che circondano questa metropoli, a quest'ora ne sarei già partito.
Sto sempre fuori di me, e qualora penso a me stesso, mi sembra ricordarmi di una lontana persona.
Qui non si può né pensare né scrivere, né dormire né parlare, perché il chiasso vieta tutte queste belle cose.
Bella Città assai, ma non la sceglierei per la dimora della mia vita.
Ho già veduto qualche antichità, e ne sono restato commosso.
Parlo di Pozzuoli, Baja, Cuma e Miseno etc.
Luoghi venerandi e fertili di care e dolcissime ricordanze! - Consegnai a D'Apuzzo la tua lettera, quella di Lovery, il progetto di Monumento per Canova, la Commedia, la patente, etc.
etc.
etc.
Ci siamo riveduti con gran piacere.
Così con Saponeri.
- Qui, come saprai, si sta fabbricando una gran Chiesa con portici ai lati sulla piazza Reale.
I Napolitani dicono, che è come S.
Pietro di Roma.
Io però sarei tentato di bestemmiare e sostenere, che il tutto entra nel pisciatore degli Svizzeri.
Ho gran premura di avere una medaglia in funere Canovae.
Come si potrebbe fare? Impiegando già ancora i debiti mezzi pecuniarj.
Me ne è stata fatta premura da persona a cui non so negare questo servigio, tanto più che essa vuole pagarla.
Se manchi di vie, mettiti in concerto colla mia Mariuccia: così quattr'occhi, quattro mani, quattro gambe, quattro...
dico due bocche, faranno più di due.
Che so io!...
Folo, Baruzzi, Missirini, qualcuno non potrebbe trovarla! Anche l'autore Girometti non sarebbe pregabile.
Procura di farmi questo piacere, caro Checco, ed io dirò tre ave marie alla Madonna per te.
Riscontrami.
Salutami tutti di tua casa, ma tutti.
Io conto di nominarteli uno per uno.
Salutami Lovery, Lepri, Costanza, Teta, Chiodi, i Giorseri, i tiberini, tutti senza Signore.
Qui me lo sono perduto questo titolo Romano, ed ho invece trovato un Don.
Io sono Don, tu saresti Don ed ambidue Dondòn.
Addio.
In fretta ti abbraccio, e volo alla posta.
Il tuo Belli
via Toledo, n° 143, secondo piano
LETTERA 31.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - ASCOLI
[31 gennaio 1824]
Mio caro Neroni
Ristabilito io perfettamente in salute, voglio darvene novella, come ad amico gentilissimo, il quale saprà per fermo congratularsene.
Varj anni di sofferenze e di moto: molte arie diverse, fra le quali ultimamente quella fortunata di Napoli, operarono in me un cambiamento di cui io non portava speranza, l'arte era incapace, e diffidavano tutti, quasi di un impossibile prodigio.
Ne' miei più miseri giorni voi mi avete sofferto vicino: ma dove io mi vi rifacessi ora davanti voi durereste quasi fatica a ravvisare in me quel macero e tristissimo Belli: tanto l'esteriore aspetto mio, e le dimostrazioni dell'interno animo han vestito novelle forme.
La natura in me non si mutò; ma si modificaronsi i caratteri di lei.
Imperocché siccome dalla morbosa alterazione del mio naturale carattere io fui tratto allora in ipocondria nerissima, e nello abborrimento di ogni sociale consuetudine; il ristauramento di esso nel proprio suo mezzo alla più antica mia malinconica serenità, ed al mio moderato amore pel ritiro novellamente mi richiama.
E l'allegrezza solita dalla verace amicizia a sperimentarsi ne' prosperi successi degli amici io voleva pure a voi procacciare, ed io stesso goderne il riflesso, mercé un rapido passaggio pe' vostri deliziosi alberghi, nel mio ritorno di Napoli lungo il cammino del Tronto.
Ma la molta mano di masnadieri sì pedoni che a cavallo, di cui andava di que' giorni infestata la provincia di Terra di lavoro, per la quale avrei dovuto far transito, dal primo divisamento distogliendomi, a ribattere mi costrinse la strada di Roma, onde recarmi in codesti paesi.
Forse potrò mandare ad effetto simile mio desiderio vivissimo di ristringervi al cuore, in un secondo viaggio, che vo meditando per quelle saluberrime regioni, in cui il cielo ridente e l'amenità della natura offrono grande compenso della pessima compagnia di chi immeritamente le abita.
Benché però sembra dover perdonarsi a quel popolo la fiacchezza di ogni maniera, onde le anime sue sono vinte.
Il clima, in cui vive e si educa, troppo molle e voluttuoso è: ed io mi accorgeva, che lungamente abitandovi ad eccedente mollezza alfine mi romperei, ed in essa a tutte le morali pravità, che per necessario ne conseguono.
Il vostro fratello Filippo mi va spesso ripetendo gli elogi de' vostri amabili figli, nella educazione de' quali così lodevolmente voi l'animo vi occupate: e di entrambi, benché di uno in ispecie fra essi, io ascolto con piacere i rapidi progressi nella musica, oggetto principale della vostra passione per le nobili discipline.
Diriggo questa mia lettera alla volta di Ascoli, venuto in dubbio del vostro dimorarvi nell'attuale stagione di pubblica gioja.
La Sig.ra Tecla, la Sig.ra C.ssa Chiarina, il Sig.
Cavaliere, Don Flavio e con distinti modi la eccellente vostra sorella io pregai di salutare per me, richiamandomi alla loro memoria.
Né vogliate presso i figli di lei carissimi trascurarmi, né molto meno di poi presso la Sig.ra vostra, dove attualmente non siate seco.
Gratificatemi in ultimo di molte parole amichevoli col buon Luigi Vitali Cantalamessa, e co' fratelli Gius.e e Franc.o Voltattorni e Gabriello Santo fasone.
E senza più, alla vostra benivolenza mi raccomando.
Di Roma 31 gennaio 1824.
Il vostro aff.mo amico
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 32.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[17 febbraio 1824]
Caro Checco
Al solito, sto male.
Di' ciò questa sera a Pieromaldi, che mi aspettava con versi: e se lo vedessi casualmente in oggi sarebbe meglio.
Sai? Ruga e De Romanis, que' due tomi chiassaroli si sono proposti di far cagnara in adunanza pel mio intervento al funerale, intervento da essi medesimi favorito.
Benché la loro idea sia da scherzo; pure coi cari cervelletti di alcuni nostri accademici, che misurano col compasso tutte le azioni degli altri, mi pare che dovrà finire in burattinata.
Vero è che Pieromaldi ha immaginato un bel mezzo termine per ridurre tutto a zero: ma pure se si potesse operar sì, che non accadessero scenate da matti, avrei più piacere.
Se poi vogliono assolutamente pigliarsi questo gusto soave, se lo cavino,pure, perché a me non fa danno né quello che ho fatto né quello che eglino possono dire.
Mi regolerò però meglio per l'avvenire.
Odine Pieromaldi.
Salutami tutti: addio.
Il tuo Belli
17 febb.o
LETTERA 33.
A GIACOMO MORAGLIA - MILANO
Di Roma, 4 giugno 1824
Mio caro Moraglia
È venuto oggi un mio amico a prender congedo per Milano.
Non ho voluto tralasciare questa occasione per darti novelle di me.
Ho sofferto un'altra malattia di febbri infiammatorie, che mi hanno per molti giorni molestato.
Sono oggi uscito per la prima volta, ed ho profittato di questo permesso della mia convalescenza per recarmi espressamente presso il Sig.
Thorwaldsen a saper qualche notizia delle misure.
Egli crede fermamente che il silenzio del Sig.
Conte De Pecis alla nuova replica di questo Sig.
Monti sia indizio dell'arrivo e ricevimento di esse misure; e così stima Tenerani.
Ambidue ti salutano.
Io non so che dire.
Sono esse o non sono giunte? Ti assicuro che le avrei riprese oggi io medesimo se non avessi veduto nel Cav.
Thorwaldsen qualche cosa che mi dava indizio di disapprovazione: perché infine, avendogli io manifestato la occasione bella che per domani mi si presentava, egli invece di rispondermi: già le ha avute di certo, mi avrebbe risposto: ebbene riprendetele.
Forse la mia sarà stata delicatezza soverchia, ma con persone di prim'ordine e classiche non è mai troppa la circospezione.
Subito dopo la tua gentile del 16 Marzo io ti diressi il mio Mss.
da stamparsi alle condizioni da te accennatemi, e ti ci misi quattro copie di una poesia da me qui impressa.
Quel plico fu diretto franco per via d'ufficio da questo a codesto Direttore postale.
Contemporaneamente ti scrissi pel mezzo ordinario una lettera di avviso della spedizione.
Dopo qualche tempo mancando di riscontro e temendo di smarrimenti ti replicai lettera, in occasione del doverti ringraziare dello stracchino eccellente arrivatoci spedito da uno spedizioniere di Bologna.
A questa cadrebbe il riscontro in questi giorni correnti, ma intanto ricevi anche la presente e scusa la importunità in grazia dell'amicizia.
Ad ogni buon fine per rimediare al caso di uno accaduto smarrimento ti unisco qui due altre copie restatemi di que' versi, de' quali ti aveva spedito le quattro.
Qui è giunto ultimamente sui giornali un componimento sullo stesso soggetto del Pindemonte.
Non ottiene molto successo.
Figurati il mio! Avrà almeno questo mio il pregio meschino di essere apparso alla luce pel primo.
Io sto sempre sulle mosse di partire da Roma appena appena la salute me lo vorrà concedere.
Tu però non frodarmi di tue lettere vertenti sulle tue nuove, e sul nostro affaruccio, scrivendo direttamente a Francesco Spada orologiaio incontro alle Convertite al Corso, il quale, come già ti ho già detto altre volte, da me rivestito dell'alter ego in simile negozio, farà, riceverà, pagherà, mi avvertirà dove io sarò etc.
etc.
Qualora tu abbia ricevuto le due mie passate, a questa terza dirai: già m'ha rotto i c...; ma pure sai quanto è degno di scusa chi deve regolarsi nella ignoranza e nel dubbio del passato; ed in questo caso son io dubbioso ed ignaro sull'esito delle anteriori mie lettere.
Sempre seguo a congratularmi delle tue prosperità domestiche, ed artistiche e te ne auguro incremento non mai pigrescente.
Oggi fra Thorwaldsen e Tenerani e me si è rinnovata memoria di quella cena col biglietto d'ingresso contrassegnato da un boccale e dal motto Viva la Società, che tu immaginasti ed insieme noi due eseguimmo.
E si è fatta menzione della mia canzonetta da brindisi, e del buon trattamento che ricevemmo, e dell'allegria che godemmo.
Bel tempi! Non sai? Ne' conviti artistici ancora si canta quel brindisi, che qui tutto conservano in copia.
Vi sono al mondo certe ineziole più fortunate di qualche altra grave cosa, cui il capriccio del destino concede vita e favore.
Nel riscontro primo che mi darai dopo questa partecipami preciso il tuo indirizzo, onde io possa valermene in caso uguale a quello dell'attuale spedizione.
Per questa volta manderò il latore mio amico all'Accademia di belle arti; o presso il Sig.
De Pecis onde imparare la tua dimora.
A proposito! Come va che Tenerani mi dice il Sig.
De Pecis non chiamarsi D.
Giovanni siccome tu mi dicesti, ma invece il Conte Eduardo De Pecis? Ce ne son forse due?
Dopo qu
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