LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 50
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Io intendo rimovere da' tuoi giudizi l'eccesso, il quale guasta tutte le più lodevoli qualità della mente e del cuore.
Te lo ripeto: non giudicare impazienti tu devi gli uomini, ma operare come lo fossero.
In questo modo, o abbiano essi o non abbiano questa virtù, tu sarai sempre al sicuro.
Le soverchie lusinghe di trovare in altrui quella bontà per noi che noi stessi ci siamo negata quando abbiamo male operato, ci gettano un giorno o l'altro in un mare di guai dove si affoga.
- Se questa mia lettera fosse al di sopra della tua intelligenza, prega alcun tuo Superiore di dichiarartene lo spirito.
Così, a poco a poco, principerai a meditare da te.
Il Sig.
Presidente, che ho veduto da poco, ti ritorna i tuoi saluti.
Gli amici e i domestici, specialmente Antonia ti dicono mille cose.
La tua buona Mammà ti abbraccia, siccome faccio io.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 208.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 9 aprile 1835
Mio carissimo figlio
Il giorno 12 corrente è il tuo compleanno.
Nella prossima domenica ad un'ora di notte tu termini l'anno undecimo della tua vita e cominci il decimosecondo.
Vedi, Ciro mio, come fugge il tempo! A te ancora non pare così, perché i fanciulli, spensierati per natura, non pongono mente a quel che significa una girata di ago sul quadrante di un orologio; e perché sul bel principio della loro carriera non par loro poter vedersene il fine.
Ma tutto ha termine, Ciro mio, e l'avrà anche il Mondo.
Non vedi tu che a forza di anni, di mesi e di giorni il Mondo si è già invecchiato di circa a sei secoli? E i giorni, che formavano que' mesi e quegli anni, di che sono essi stessi composti? Di ore: di minuti.
Quanto dura un minuto? sessanta battute di polso.
Come il tempo è veloce! Hai tu mai osservato una mostra che avesse la lancetta de' minuti secondi? Ogni oscillazione del pendulo ne fa saltare uno! Nulla è più proprio a far meditare l'uomo sulla fugacità della vita quanto uno di simili oriuoli.
Negli altri il movimento è appena percettibile senza una determinata attenzione, la quale poco vi si presta, poiché, soddisfatto l'intento di veder l'ora in un dato punto del giorno, se ne ritrae subito lo sguardo.
Con molta sapienza è stato rappresentato il tempo sotto le forme di un vecchio, stante l'età che ha percorsa: alato, per indicare la celerità sua: armato di falce, onde simboleggiare la distruzione da lui portata a tutte le cose; e munito di un orologio a polvere, perché siccome gli atometti o granellini dell'avena cadono dal recipiente superiore a quello inferiore, nella stessa maniera tutti gli enti creati precipitano nel nulla per non riaiziarsene più.
La providenza così ha voluto; e niente di ciò che ebbe principio può essere eterno, fuorché le anime coi loro meriti e demeriti.
Da tutte le esposte riflessioni puoi facilmente cavar da te la conseguenza, a cui ti volli condurre.
Impiegar bene il tempo, perché più non ritorna mentre presto trapassa; e farsi un cumulo di azioni meritorie, dalle quali dipender la nostra felicità nel tempo, e nella eternità.
Rifletti seriamente a queste verità gravissime, e principia a fare da uomo.
Nel giorno della tua nascita noi ti vorremmo fare qualche regalo, ma non sappiamo di ché, pei motivi che ti spiegai un'altra volta.
Dimmi pertanto cosa tu potresti desiderare che ti convenga, e noi procureremo di contentarti.
Ne potresti consultare col Sig.
Rettore che mi riverirai distintamente, col Sig.
Prof.
Colizzi, anche in nome della tua Mammà.
In questo preciso momento ricevo la tua lettera del 7.
Le parole che già ti aveva scritto qui sopra tornano bene a proposito anche per la circostanza della comunione che vai a fare per Pasqua.
Ecco un altro passo che ti deve condurre alla perfezione.
Ora la tua Mammà non è in casa.
Appena sarà ritornata farò conoscerle il tuo desiderio di rivederla.
Aggradisco i saluti che mi fai.
Alle Sig.re Fani rimandali per mezzo del Sig.
Vincenzo che riverisco.
Ti abbraccio, mio caro figlio, e ti benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 209.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 maggio 1835
Mio caro figlio
Rispondo alla tua lettera del 16, la quale tanto la tua Mammà quanto io abbiamo infinitamente aggradita come quella che ci dà una prova del tuo maggiore impegno nello studio della lingua latina, lingua necessarissima a chi voglia far buona figura di dotto nella società.
Bravo dunque, bravo, Ciro mio: tu corrispondi perfettamente alle nostre intenzioni e ti acquisti sempre maggiori titoli alla nostra benevolenza.
Non comprendo però il motivo che possa averti fatto astenere dall'esporti per due consecutivi trimestri all'esame dell'aritmetica, tanto più che mi dici essere stati soddisfacienti i tuoi risultati settimanali, e malgrado che nell'anno scorso tu riuscisti a guadagnare il primo premio assoluto.
Circa alla musica pure son contento.
Ringrazia e saluta in mio nome il Sig.
Fani, e pregalo a coltivarti sempre negli esercizi fondamentali che ti spedii l'anno passato.
Così, eseguendo i pezzi di studio potrai divertirti, ed acquisterai franchezza e profondità.
Non dubitare, Ciro mio caro: nel prossimo giugno qualcuno di noi verrà a vederti.
Ancora non si è potuto risolvere chi verrà, perché la tua Mammà ha moltissimi impicci, ed io faccio una cura il di cui tralasciamento potrebbe nuocere a quella salute che pel mezzo di essa mi pare di andare riacquistando.
Qualcuno ad ogni modo verrà: stanne tranquillo.
Siccome peraltro questa venuta non potrà accadere che intorno alla metà del mese, fammi il piacere di informarti dal guardarobiere se si possa ritardare fino a quell'epoca il rinnovamento degli oggetti di vestiario de' quali mi scrive il Sig.
Rettore aver tu bisogno per la stagione estiva.
Che se di qualche cosa avessi tu urgenza, ad un cenno che tu me ne dia io pregherei qualcuno a Perugia onde se ne incaricasse al momento.
Intanto al principio della ventura settimana credo che potrò mandarti i fazzoletti.
Segui a leggere, Ciro mio, la vita di Cicerone, e fa' di divenire tu ancora un Ciceroncino.
Riverisci da parte di noi due il Sig.
Rettore e il Sig.
Presidente, e ricevi i nostri amplessi e le nostre benedizioni.
Sono il tuo aff.mo padre
LETTERA 210.
A GIACOMO FERRETTI - CIVITAVECCHIA
Roma, 28 maggio 1835
Caro Giacomo, alias Jacopo
Non so dirti quanto e quanto piacevole mi sia giunta jeri sera la tua del 24.
Dopo due giorni dalla tua partenza io mi recai in tua casa in cerca di notizie ed ebbi quelle del tuo proprio arrivo.
Da quel tempo in poi non aveva altro saputo.
Veramente io poteva tornare a dimandarne, ma non l'ho fatto, e mea culpa.
- Chillo strafalario de lo Sig.
Tomasiello Galluzzo mi portò i tuoi saluti una sera prima dell'arrivo della tua lettera.
- Anche qui il Signor Giove si fa onore sotto le invocazioni di tonante e di pluvio.
- De' teatri che ti dirò? Tu ne saprai forse più ancora di me che non vi vo mai.
Sento però che Argentina se la batte con Valle.
Canes cum canibus facillime congregantur.
Circa alla salute della tua buona famigliuola avrei voluto una parola sola: BENONE: ma la spero in seguito.
Già, pel giorno 10 o circa mi prometto di udirla dalle vostre stesse e vive voci.
Io sto piuttosto benacchette col pollastro.
- Il Cianca ti saluta, il Cecco purzì e Mariuccia figùrati.
- Ho scritto pel giornale di Perugia un non breve articolo sui Bagni di Lucca del chiarissimo Conte di Longano, che Iddio tenga lontano.
Udremo che ne dirà la censura.
Ti mando intanto 42 versi di un amico tuo.
Costì siete in cinque preteriti: all'uno o all'altro potranno servire.
Ti abbraccio toto corde, dico mille cose affettuose, alla tua famiglia e sono il tuo
Belli
Quarantadue versi di Novecentonovantasei
AL PRINCIPE MARCO ANTONIO BORGHESE
NEL GIORNO DELLE SUE NOZZE
Io non so qual tu sia, perché la sorte
Tanta, o Marco, fra noi pose distanza
Di quanto cede mia povera stanza
Allo splendore di tua nobil corte.
Ma pur, se il testimon della sembianza
Può del costume far le genti accorte,
Una non t'hai di quelle anime morte
Di codardia nel fango e di baldanza.
Però il secondo de' tre dì solenni
Di tutto il corso dello uman viaggio
Non con lusinghe a festeggiar ti venni.
Prence, ricorda quanto indegno oltraggio
Faresti al mondo, se il valor che accenni
Non scendesse per te nel tuo lignaggio.
PER LA CAUSA SFORZA
Sotto gli auspicii di cotal che adorna,
Bestemmiando, l'umano col divino,
Nell'arena rotal Giulio Sforzino
La quarta volta a battagliar ritorna.
Crede il Mondo però, seppure non torna
Lo inchiostro in latte e l'acqua fresca in vino,
Che don Giulio e donn'Anna e Don Marino
Saran disfatti e n'avran mazza e corna.
E tempo è ben che cessi il vitupero
Di madri e di sorelle snaturate
Che infaman sé per offuscare il vero.
Oh Giudici di Dio, voi le salvate,
Ributtando il rossor dell'adultero
Sull'avarizia e sul mentir d'un frate.
AL PROFESSORE D.
MICHELANGELO LANCI
PEL PREMIO QUINQUENNALE DELLA CRUSCA NEL 1835
Deh, Michelangiol mio, come hai tu posta
La sublime opra tua dentro lo staccio
Di quelle scimie di Giovan Boccaccio
Per cui Monti sprecò tempo e Proposta?
Meglio oh quanto era il fartene una rosta
Da cacciar mosche, o involgerne il migliaccio,
O accenderne un falò pel berlingaccio,
Mal grado delle veglie che ti costa!
Quando, più ch'essa, ha prezzo oggi un sermone,
E sopra un Lanci si solleva un Buffa,
Morto in terra è il poter della ragione.
E i buon messeri della crusca muffa
Dan prova al Mondo omai che il loro frullone
Gira, come il cervel, di buffa in truffa.
LETTERA 211.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, domenica 21 giugno 1835
Mia cara Mariuccia
Con ottima nottata e con mattinata non molto calda siamo qui felicemente giunti un'ora e tre quarti prima di mezzogiorno.
Si è fatto un bel camminare.
Abbiamo trovato tutti di casa Vannuzzi in ottimo stato di salute: ed appunto jeri ed oggi stavano parlando di me e maravigliandosi che io quest'anno ancora non passassi.
Ho detto loro che poco è mancato che rivedessero te: ne sarebbero stati tutti lietissimi.
Or ora mangeremo un boccone (zucche per me), e poi al mezzodì proseguiremo il viaggio che speriamo prospero come lo è stato fin qui.
Se vedi Spada o Biagini, salutali, e chiedi loro notizie del povero Ferretti che jeri sera mi dissero essersi fatta già la seconda sanguigna.
Un saluto agli amici e alla famiglia, anche per parte di Domenico.
Ti abbraccio, cara Mariuccia, di tutto cuore e sono
il tuo P.
LETTERA 212.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 23 giugno 1835
Mia cara Mariuccia
Dalla mia n° 1 avrai avuto le notizie del nostro ottimo viaggio fino a Terni.
La presente ti darà ragguaglio del resto.
Pernottammo a Fuligno, e jeri mattina prendemmo un legno per Perugia uniti ad altre due persone della Diligenza, le quali erano dirette a quella Città, dove arrivammo un'ora e mezzo prima del mezzogiorno.
Smontati alla locanda della Corona, dove abbiamo preso albergo, dopo mezz'ora circa ci recammo al Collegio.
Ciro ebbe un gran piacere di vedermi, ma a prima giunta non aveva riconosciuto Domenico, che stava lì con me in camera del Rettore.
Vedi chi ti ho portato? dissi io a Ciro.
Egli allora Oh! Domenico! e gli saltò incontro.
Ci dimandò subito subito di te, e si mostrò rammaricato del non esser tu venuta come sperava.
Assicurati, Mariuccia mia, che questo Cirone sta di una salute che non si potrebbe desiderar migliore.
Grasso, duro, colorito, allegro e mattaccino ch'è un piacere.
Ci portò in camera sua e ci fece udire al pianoforte il Coro Voga voga.
Lo suona benino, e pel poco tempo dacché studia la Musica, a cui le altre occupazioni più gravi lasciano scarso spazio, ce ne possiamo contentare.
I Superiori si chiamano soddisfatti del di lui studio e de' di lui portamenti.
Ha egli infinitamente aggradito il regalo della moneta d'oro, e te ne ringrazia.
Egli medesimo l'ha depositata in mia presenza nella borsetta ov'è la doppia.
Delle due paia di guanti a maglia uno gli va bene, e l'ha ritenuto: l'altro lo riporteremo a Roma con tutto il bollo, onde vedere se possa cambiarsi in un paio più grande.
Ciro ha fatto una mano e un piede da apostolo.
Al mio arrivare jeri in Collegio trovai che Ciro aveva già preparata la minuta di una lettera per te, onde mandartela per mezzo del Conte Ettore Borgia che va a ripartire a momenti.
Il mio arrivo gli ha reso necessario il farci qualche piccolo cambiamento.
Domenica a sera, dopo tutta la giornata festeggiata in onore di S.
Luigi, ebbero i Collegiali alcuni fuochi di artificio in uno degli spiazzi del Collegio e poi innalzarono un pallone costruito da loro.
Vi fu anche bella illuminazione.
Oltre molto concorso di gente, v'intervenne anche il Delegato.
Questa mattina siamo tornati al Collegio per concretare il da farsi relativamente al vestiario del quale Ciro ha bisogno, ed abbiamo riparlato con lui che al solito stava come un becco cornuto.
Mi ha espressamente incaricato di scriverti le sue notizie, di mandarti mille baci, di chiederti per lui la benedizione, di salutare gli amici che lo ricordano, e di dire mille cose ad Antonia.
- Credo che Domenico scriva a parte ai suoi figli.
Ho veduto il Sig.
Angiolo Rossi, ma non ancora la Sig.ra Chiarina.
Mi dice il marito che essa va soffrendo di un certo gonfiore alle gambe.
Le Sig.re Bianchi sono in Campagna, e così la Sig.ra Cangenna Micheletti.
La famiglia Fani sta bene e ti riverisce.
Così ti saluta il Dr.
Speroni.
Di' a Biscontini che ho ricapitato la sua lettera in proprie mani al Sig.
Brizi.
Speroni gli ha spedito un pacco di fascicoli del giornale per febbraio e marzo, e c'è compreso anche quello per me.
Il 4° volume del Prof.
Colizzi uscirà sui primi di luglio.
Dammi, Mariuccia mia, buone nuove della tua cara salute: dammene anche se ne hai, di Ferretti, e saluta tutti gli amici.
E qui di vero cuore ti abbraccio.
Il tuo P.
P.S.
Fammi il piacere di mandare i miei saluti al mio caro Maggiorani, e gli farai dire che già ho parlato per la sua raccolta.
Bramo udire buone nuove della tua salute.
LETTERA 213.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 27 giugno 1835
Caro il mio Cecco
Mi è stato scritto così: "Il Buffa si è portato a Firenze per brigare in Corte a suo prode.
Che non può mai la briga fratesca?"...
Io ho risposto così:
Corri dunque sull'Arno, o cucullato,
Onde alfin l'arciconsole benigno
Ti getti la sustanza nello scrigno
Della mezza corona che ti ha dato.
Corri, e in alta avrai lo Infarinato
E lo spirto gentil de lo Inferigno:
Ch'esser non puote che a te sia maligno
Chi die' rovello all'immortal Torquato.
Ma se avanzo d'onore e di vergogna
Pungesse ancor quegl'incruscati petti,
Tu sai, domenican, che ti bisogna.
Dolci sorrisi, lusinghieri detti,
Arti fratesche: e poi Roma, e Bologna
E Flora e Italia il tuo trionfo aspetti.
Dunque: "E Don Giulio e Donn'Anna e Don Marino
Ne andar disfatti e n'ebber mazza e corna".
Gran Santo Re David! Desiderium peccatorum peribit.
Mi pare che lo dica David: No? Si? Domandalo allo Scultore.
Io tornerò a Roma assai presto.
Credo che partirò di qui domenica 5, e in due salti eccomi alle Convertite.
Apri intanto le braccia.
Salutami Biascio e Ferretti che spero già guarito con Barbaruccia.
Un saluto anche a Lepri, che già ne avrà avuto un altro dal Sig.
Pietro Bettanzi mio compagno di viaggio e di mensa, nel senso però di desco e non più.
Andando in casa Piccardi - Ratti - Ruspoli tocca la mano per me a chi voglia lasciarsela toccare.
Con chi acconsenta fa peggio.
Una ave senza pater e gloria al Sig.
Alessio e alla famiglia di tuo fratello.
A Roma piove, e qui non canzona.
Un frescarello poi che Dio tel dica.
Eppoi un Uomo!...
Ciro sta bene e si fa grosso e sottile.
Salutatemi gli amici di casa, mi ha detto.
Dunque ce n'è la tua buona porzione.
È notte ed ora di cena.
Addio: vado a mangiare il mio empiastro.
Ego sum, io sono, il tuo Belli bello e buono.
LETTERA 214.
AL PROF.
ANTONIO MEZZANOTTE (?) - PERUGIA
Di Roma, 15 luglio 1835
Amico carissimo
Il primo fascicolo, o, per dir meglio, volume delle vostre opere da voi direttomi, si è trovato.
Peraltro il secondo e i successivi mandatemeli colla indicazione del domicilio, non trascurata da me sulla schedola di associazione, cioè
Palazzo Poli, 2° piano.
Stringete la mano con mia procura al gentilissimo ed ottimo vostro prof.
Massari, raccomandandogli quel tal figlio de' sei baiocchi.
A proposito! non vi lasciai il 2° sonetto sulla faccenda Lanci-buffiana.
Avete il primo, dovete avere quest'altro, per mandarli insieme al paradiso delle cartacce.
E perché qui non entra ve lo scriverò alla voltata del foglio.
Dunque abbiatevi un V.S.
da carte di musica, che alcuni spiegano per Vossignoria.
Questo modo d'interpretare io lo conosco, perché vivo nel paese degli antiquari.
S.P.Q.R.
Senatus Populusque Romanus
S.P.Q.R.
Soli Preti Qui Regnano.
Prima del sonetto due altre parole.
Dite al M.se Prof.
Antinori che il cucullato si crede dai linguisti o linguacciuti che siano, possa applicarsi per modo estensivo ad ogni genere e specie di claustrali, essendosi detto da buoni poeti fra i quali il Monti, chiercho e cocolle per preti e frati.
O buona o non buona ragione, io me la ingollo, ché la mia serve d'indulto.
Circa poi all'Arciconsolo, fu egli appunto la pietra dello scandalo.
Ed ora sia il capro emissario solvens pro cuncto populo.
Ditegli anche questo.
Ora trapassiamo al sonetto in nome di Dio.
Intanto stringete il lucchetto e mantenemi schiavo.
Il vostro 996
[segue la copia del sonetto: "Corri dunque sull'Arno, o cucullato"]
LETTERA 215.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 16 luglio 1835
Mio carissimo amico
Ritornato appena da una delle mie frequenti escursioni a Perugia, dove ho il mio Ciro in collegio, mi son veduto ricapitare in nome di vostro fratello Filippo due esemplari di una Lettera di Eveno Aganippeo ad un suo amico diretti da voi con sopraffascia uno a mia moglie ed uno a me.
Potete pensare se questo invio mi ha fatto piacere, e se me lo ha fatto per più titoli, tanto come un testimonio del non essere io mai morto nella vostra memoria, quanto pel pregio dell'opera e per l'interesse della relazione che la costituisce.
Ed io che vostra mercè conosco codesti luoghi e li sconosco sì bene, ho, leggendo la vostra descrizione, creduto quasi di rivederli in realtà, e provato un senso di soddisfazione al cui complemento non mancava che la vostra compagnia.
Il racconto poi del rappacificamento tra i due paesi vi so dir io che m'ha commosso sino a inumidirmi gli occhi tanto i generosi atti di virtù signoreggiano il cuore umano.
Intorno al quale avvenimento una curiosità mi rimane da appagare e una preghiera da farvi.
Chi fu quel gentile, sul capo del quale pose Apollo la Corona come al principal promotore della riconciliazione di due popoli? Scommetterei qualunque cosa men preziosa della vostra amicizia essere stato colui che si nomina alle linee 18 e 24 della pagina 6a, due linee degne d'essere incise in bronzo.
Se mi sono ingannato nella mia congettura dovrò credere che in S.
Benedetto viva un altro Voi-stesso.
Vengo ora a dirvi che il vostro dono è giusto venuto a trarmi una spina dal cuore.
Io era con voi in collera.
Seppi un vostro figlio essere stato in Roma, e voi non me lo indirizzaste.
In lui avrei onorato lui e il padre.
Io non voleva più venire a vedervi, con vendetta da buon cristiano rendendo bene per male.
Ora su ciò si vedrà, e allora sarebbe la vendetta più acerba.
Le mie occupazioni sono continue: mi occupo in appianare la futura carriera letteraria di mio figlio.
Attualmente gl'illustro uno dei tre poemi di Virgilio, e gli distendo un ampio piano di Mnemonica, perché se mai dovrà perdere la memoria, come va succedendo a me, abbia pronto un soccorso.
Ho anche scritto uno scartafaccio pel quale ho da un libraio di Parigi offerta di 100.000 franchi, non per l'eccellenza dell'opera ma per la novità della materia e della forma.
Ma i tempi corrono ad essa contraria, e verrà forse in sepoltura con me.
Riveritemi la vostra famiglia.
Salutatemi tutti i Voltattorni, e Pippo Lenti e la moglie.
Che n'è del Comite nostro? Mariuccia vi ringrazia e vi stringe la mano.
Sono il vostro G.
G.
Belli
palazzo Poli.
P.S.
Vi spedisco un mio vecchio ciafruglio, recentemente stampato in un giornale per cui scrivo qualche articolo come Iddio vuole.
LETTERA 216.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 30 luglio 1835
Mio caro Ciro
Rispondo alla tua del 25.
Vedo che non mi hai data risposta alla dimanda che ti feci nella mia precedente, cioè se conservi ancora le vedute e la pianta di Roma che noi ti regalammo.
Non mi ricordo di avertele in quest'anno trovate fra i tuoi impicci.
Mammà ti abbraccia, saluta e benedice.
Come tu sai, il giorno 15 agosto è il giorno della di lei nascita e del nome di casa.
Dunque tu dovrai al solito scriverle, e siccome io dubito di qualche tua leggiera dimenticanza, te lo ricordo.
Eccoti qui appresso la minuta della lettera che le manderai e che dovrai impostare immancabilmente la sera di giovedì 13 agosto - Ricevi i saluti degli amici, della famiglia, e di Antonia specialmente: riverisci i tuoi Signori Superiori, e prenditi i miei abbracci e la mia benedizione.
Il tuo aff.mo padre
Perugia, 13 agosto 1835
Mia carissima Mammà
Scrivo questa lettera e faccio conto che vi arrivi sabato 15.
Se in quel giorno Voi riceverete le congratulazioni e gli auguri di tutti i parenti ed amici, è molto più giusto e doveroso che vi concorrano i voti di un figlio che tanto vi deve e tanto vi ama.
Vogliate dunque aggradire, Mammà mia, questa prova della memoria che io conservo di Voi e della vostra tenerezza, e siate convinta che tutti i miei desiderii sono rivolti al fine di vedervi menare lunga e tranquilla vita, alla felicità della quale io procurerò sempre di contribuire con tutto lo sforzo della mia volontà.
Queste Mammà mia, non sono vane parole di lingua ma sincere espressioni del cuore, giacché io non posso aver cosa più cara che i miei genitori.
Spero non lontano il tempo in cui potrò con le azioni provarvi la verità di quel che oggi vi dico.
- Ricevete i complimenti de' miei Sig.ri Superiori, beneditemi, e credetemi
Vostro aff.mo figlio Ciro
LETTERA 217.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 3 settembre 1835
Mio caro figlio
Alla tua lettera del 29 passato agosto rispondo per mezzo del Signor Evangelisti, cugino de' Sig.ri Fani, e addetto allo studio del Signor Biscontini.
Egli torna a Perugia e ti recapiterà le presente.
Veramente dopo le mie speranze e le tue promesse quel nuovo mediocre mi ha non poco sorpreso e disgustato.
Questa benedetta lingua latina mi pare che tu non la voglia in corpo, ed al contrario senza di essa farai pessima figura nella carriera del sapere, e vedrai più difficili i seguenti tuoi studi letterarii.
Come la nostra Società è costituita, un uomo che voglia distinguersi dal volgo ha necessità assoluta della lingua latina.
- Che farai tu nell'anno venturo? Vorrai seguitare nella medesima classe, e passarci e consumarci tutto il tempo del tuo convitto in collegio? Ciro mio, voglio concederti che questa lingua ti riesca difficile, e realmente non è facile, ma le difficoltà si vincono ad una ad una, come le altezze delle montagne si superano a passo a passo.
Un uomo, al quale venga ordinato di trasportare da un luogo all'altro mille libre di peso, sbigottirò, se il peso non è divisibile in parti, non però se lo sia.
Egli allora ne trasporterebbe anche il doppio, il triplo, centuplo etc.
Il solo tempo a la perseveranza gli basteranno al bisogno.
Anche un bambino, ad once ad once, può eseguire quello stesso trasporto.
Così devi dire di te o della lingua latina.
Se gli ostacoli ti si facessero incontro tutti insieme come un torrente improvviso, io sarei il primo a riconoscer giusto in te e naturale lo smarrimento dell'animo e la mala riuscita.
Ma i tuoi Maestri non ti dividono eglino forse quel torrente di giorno in giorno in sottili facili ruscelletti? Resisti, persisti, Ciro mio, e vedrai la verità del proverbio gutta cavat lapidem.
Circa alla spazzola pel pianforte hai ragione, ma non se ne sono mai trovate da questi spazzini che ci dicevano aspettarle di Germania La ho dunque ordinata, facendone io un modelletto, ad uno di questi nostri stupidi e negligenti artigiani di Roma.
Appena avuta te la spedirò.
Mi hai salutato in nome della Signora Cangiani: m'immagino che avrai voluto dire Signora Cangenna.
Se vedi o Lei o il Sig.
Luigi Micheletti, ritorna loro i miei ossequi.
Riverisci i tuoi Signori Superiori e così i Sig.ri Maestri Speroni e Fani.
Mammà ti abbraccia e benedice.
Gli amici di casa e i domestici, particolarmente Antonia, ti salutano.
Sono di cuore
il tuo aff.mo padre.
LETTERA 218.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 15 settembre 1835
Mio carissimo figlio
Ebbi in tempo la tua dell'8 corrente, e non risposi subito sperando poterti dare buone notizie della scopetta pel pianforte, da me ordinata secondoché già ti accennai.
Ma, siccome io prevedeva, mi hanno fatto una porcheria e una cosa inservibile per tutti i versi, malgrado tutte le più minute mie dichiarazioni intorno alla forma, alla grandezza e all'uso.
Ho pertanto dovuto ordinarne un'altra a un diverso scopettaro, e il cielo me la mandi buona ancor questa volta.
Dovrebb'esser fatta per venerdì prossimo, e in questo caso pregherò il Sig.
Dottor Micheletti di portartela nel suo ritorno a Perugia.
La tua Mammà ed io siamo restati oltremodo contenti de' tuoi successi nella recente premiazione.
Quantunque tu non sii stato nominato ad alcun primo premio, purtuttavia quattro nomine non sono da calcolarsi per nulla, tanto più che esse abbracciano tutte le classi nelle quali ti sei tu in quest'anno occupato.
Abbine dunque, Ciro mio caro, i nostri affettuosi rallegramenti, e ricevi pur quelli di tutta la nostra famiglia, e de' parenti e degli amici, ai quali non ho trascurato di far conoscere i tuoi trionfi.
Forte adesso, Ciro mio, coraggio, e avanti senza arrestarti.
Vedi pur bene che le difficoltà poi si vincono.
Tu entrasti in collegio nel 1832: ebbene che avresti tu detto prima di quell'epoca, se avessi assistito ad una premiazione di fanciulli negli stessi studi che tu adesso coltivi? Ti sarebbe stato impossibile il concepire come quelle tenere menti avessero saputo aprirsi a nozioni secondo il tuo vedere astrusissime.
Eppure ci sei arrivato ora anche tu.
Hai studiato di ora in ora, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno; ed ecco la intiera somma di tante piccole fatiche e di que' gradati profitti.
Come abbiam detto del passato, argomenta tu pel futuro.
Gli ostacoli si vincono collo stesso progresso con cui la lancetta di un oriuolo percorre il quadrante.
Pazienza, tempo, e perseveranza; e si diviene sapienti.
Benché la sorte ti abbia favorito in due bussoli della premiazione, pure noi vogliamo darti un segno a parte della nostra soddisfazione.
Il Signor Micheletti adunque, ti consegnerà, oltre la scopetta, un altro oggetto col quale speriamo che ti divertirai molto, senza che sia un giuocherello.
Ti prego però fin da ora di tenertelo a conto, perché costa assai e perché merita il titolo di passatempo anche di una età più matura della tua.
Conserva le tue cose, Ciro mio, e pensa che ormai ti disconverrebbe troppo lo sciupio de' fanciulli.
Amerò di conoscere a suo tempo i nuovi studi ai quali ti si farà applicare nel nuovo anno scolastico.
Ormai son principate le tue campagnate.
Si va quest'anno a caccia colla civetta? Cacciatori malpratici, fortuna di uccelli.
I parenti, gli amici, i domestici (particolarmente Antonia) ti salutano.
Ti saluta anche la cognata del Sig.
Bianchi la quale è in Roma.
Mamma ed io ti benediciamo e abbracciamo di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 219.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 settembre 1835
Mio carissimo figlio
Il Sig.
Micheletti favorisce recarti la presente ed il resto.
Eccoti quanto ti annunziai nella mia antecedente del 15.
- La scopetta pel pianforte mi pare che possa andar bene.
Che se mai i peli sembrassero al Signor Fani forse alquanto lunghetti, gli sarà facile sotto la sua direzione il farli un poco accorciare, ciocché potrebbe compiacersi di eseguire il Sig.
Felicetti che ha pratica del maneggio delle forbici.
Fa' leggere al Sig.
Fani queste mie parole, le quali io però conchiudo con dire che a me, i peli della scopetta non sembrano di lunghezza sconveniente al loro uficio.
Salutamelo il Sig.
Fani, e digli che faccia egli altrettanto con la sua famiglia.
Tieni da conto, Ciro mio, questa scopetta, e non rovinarla col gettarla qua e là, o col giuocarvi.
Essa può essere eterna.
Unito ad essa troverai un libro contenente i costumi civili, ecclesiastici e militari della Corte papale.
Avendo tu (come mi assicurasti) conservato le vedute di Roma che ti furono già da noi donate, questi costumi possono riuscirti piacevoli, e di utile trattenimento intorno alle cose della tua patria.
Non mandarli a male, ché mi dispiacerebbe, tanto pel disprezzo che mostreresti ai nostri regali, quanto per la somma di varii scudi che sarebbero come gettati.
Tu ora sei un ometto, e ti disconverrebbero le negligenze della infanzia.
Hai capito, Ciro mio?
Colla prossima venuta del Sig.
Biscontini avrai le sotto-calze di cotone da inverno, e quindi a poco ti sarà spedito quanto occorre per rinnovare il tuo vestiario per la detta stagione.
Va bene?
Tutti ti salutano al solito, e Mammà ti abbraccia con me e benedice.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori, e credimi pieno per te di tenerezza
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 220.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di casa, lunedì 21 settembre 1835
Mio caro Ferretti
Tu sai come io per le delicate ragioni già a te manifestate non aveva in mente di scrivere per la Bettini, o, almeno, di non inviarle i versi, onde non far forza alla sua volontà.
Ma che vuoi! un pensiere improvviso mi si è cacciato nella penna e in un momento è voluto venir fuori in inchiostro.
Cotto e mangiato.
Adesso scritto il sonetto, adesso ricopiato, adesso a te diretto; e siamo alle 9 di questa sera.
Ecco gli umani propositi.
Il mio sonetto è un compendio della storia del mondo fisico e del mondo sociale, come la Bettini parmi un compendio del bel sentire degli uomini.
Non dirmi che io ti tenga pel mio portalettere: tu mi sei troppo di meglio.
Dunque, per cortesia del tuo animo, se vedi alcuno pel cui mezzo mandare alla Sig.ra Bettini il mio microcosmo, ti sarò grato del tuo favore, come lo ti fui per risguardo al Sig.
Domeniconi.
E due.
Poi...
ma ascolto Stazio che mi ricorda
Quid crastina volveret aetas
Scire nefas homini.
Amami, saluta la tua famiglia, saluta il povero Zampi, ed abbimi sempre aff.mo amico
G.
G.
Belli
[Retro è aggiunto] Mi ha scritto il Fani se potesse venire per 1° della 2a coppia di viole a Tor di nona, onde per tuo favore parlarsene al Tassinari.
LETTERA 221.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[29 settembre 1835]
Gentilissima mia Signora Amalia,
fra le cortesi accoglienze della sua casa io dimenticai ieri tutto il resto del mondo, perché il mio spirito non sa fare che una cosa per volta.
L'avvocato Biscontini mi aveva, imposto di riverirla, d'intercedere per lui un perdono anticipato alla mancanza che le di lui brighe gli faran forse commettere di non venire ad inchinarlesi prima della di lui prossima partenza per Perugia, e finalmente di chiedere in di lui nome i Suoi comandi per quella città.
Procuro di rimediare oggi alla mia omissione di ieri nello stesso tempo che riparo l'altra mia storditaggine intorno ricapito della lettera di Fani.
Anche per questa potrei però addurre una scusa: la mia fretta di venire da Lei.
In tutti i modi convengo per amore di sincerità, la mia memoria essere abitualmente un po' inferma, e ne' suoi esercizi abbisogna di analogie e di rapporti.
Ecco, per esempio, le tre parole Perugia, Amore ed inferma, poco anzi scritte, mi han fatto mo ricordare che il giornale scientifico-letterario di Perugia stampò una mia novelletta, intitolata Amore infermo.
De gli estratti esemplari mandatimene dal Direttore me ne resta ancor uno, che pare aspettasse Lei in Roma affinché il fondamentale pensiero della novella ricevesse una solenne mentita.
La prego, mia gentilissima Signora Amalia, di riceverlo in piccol testimonio della mia divozione a' Suoi grandi meriti, rapporto ai quali la mia memoria avrà in avvenire poche confessioni da fare e meno assoluzioni da chiedere.
Presenti i miei ossequi alle Sue Signore Madre e Sorella, e mi conservi nell'onore di essere Suo d.mo ed aff.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
Di casa, 29 settembre 1835.
LETTERA 222.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[2 ottobre 1835]
Gentilissima Signora Amalia,
nella prossima notte parte l'avv.to Biscontini per Perugia.
Facendo io seguito a quanto Le scrissi martedì, La prevengo di ciò, perché, avendo Ella a Perugia fresche relazioni, possa approfittarsi di questo incontro ad ogni Suo piacere.
Verrò io stesso dopo il pranzo a ricevere in procuratorio nome i Suoi ordini.
Sarebbe superfluo ed anche temerario il qui aggiungere che io con simile avviso non presumo disturbare menomamente la Sua libertà.
Ella mi aspetti, non mi aspetti, faccia il pieno Suo comodo.
Basterà, dov'Ella esca mi lasci una parola in Sua casa, benché all'estremo il non trovare pure alcuno lì sarà una risposta anche quella.
Unico male in tuttociò il non poter riverirla.
Le raccomando quel mio povero convalescente.
Gli abbia cura e lo guardi dalle intemperie.
Una recidiva! Dio guardi! Il Tempo non salverebbe meglio della Ragione.
Io però gli spero tanto di vita che possa venire in un baule a fare un viaggio con Lei.
Si dice che i viaggi rimediano a tutto.
Perdoni le mie scipite facezie, e mi creda seriamente
suo Servitore vero G.
G.
Belli
Di casa, venerdì 2 ottobre 1835.
LETTERA 223.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 13 ottobre 1835
Mio caro figlio
Ricevo la tua letterina del 10, e mi maraviglio di non trovarci neppure una parola intorno alla scopetta pel pianforte e al libro di costumi che fin dal 19 settembre ti spedii pel mezzo del Sig.
Dottore Micheletti.
Che egli non ti abbia fatto la consegna di quegli oggetti è impossibile, ed altronde io te ne ho tenuto parola anche nella mia lettera unita alle calze di cotone (e non di lana, come tu dici), di cui mi accusi il ricevimento.
Dunque da che dipende il tuo silenzio sui nostri doni? Da disprezzo non voglio neppure supporlo.
Io dovrei inquietarmene e rimproverartene con qualche serietà; ma prima voglio udire le tue ragioni, se ne hai di plausibili.
Che se mai ciò dipendesse dalla tua solita ed abituale spensieratezza, mi darebbe poco coraggio per continuarti le mie attenzioni.
Basta, ogni prudente giudice deve prima ascoltare le difese e poi condannare od assolvere.
Io ti desidererei innocente perché non so avvezzarmi alla idea che tu possa divenire un egoista e un ingrato.
Nulla io pretendo da te fuorché studio e bontà.
Ma pare a te, Ciro mio, che il non riconoscere le altrui premure andrebbe d'accordo con la bontà che da te desidero? Io so bene che se qualcuno ti percuotesse, tu gli diresti: Mi hai fatto male.
Or bene, allorché alcuno ti usa un favore, non dovrai tu dirgli: Mi hai fatto bene? E quando il beneficente si contenti di questa sola risposta, trascurerai tu il dargliela? Insomma fra la scopetta ed il libro si ritrovava pure una mia lettera.
Bisogna dire che siasi smarrita fra le tue cartacce: altrimenti essa medesima ti avrebbe ricordato il tuo dovere.
Arrestiamoci qui, perché io mi avveggo di trascorrere a quella sentenza che non voleva più ora pronunciare.
Intanto restiamo buoni amici, e diamoci un bacio.
La tua buona Mammà ti benedice ed abbraccia.
Gli amici, Antonia e gli altri domestici ti salutano.
Tu riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e la Sig.ra Grazioli se la vedi.
Mi ripeto colla solita tenerezza
il tuo aff.mo padre
LETTERA 224.
AL SIGNOR ESTENSORE DEL CENSORE UNIVERSALE DE' TEATRI - MILANO
Di Roma, ottobre 1835
Onorevole Signore
La nobile ed assennata risposta fatta da V.S.
ad alcuni rilievi della Gazzetta Piemontese sul Melodramma La Pazza-per-amore del nostro concittadino Sig.
Giacomo Ferretti, avendoci in Lei mostrato un franco amico della verità, ci dà animo a pregarla d'inserire nel suo divolgatissimo foglio queste parole, scritte nello spirito di esercitare un nuovo atto di giustizia contro due laconici articoletti del giornale Il Figaro (N.N.
73, 83) relativi all'Opera di Roma nella corrente stagione autunnale.
Venne in quelli annunziata la caduta della musica del Ricci, Gli Esposti, seguita dalla rovina di uno dei capi-d'opera rossiniani, L'assedio di Corinto; con nuda e secca sentenza se ne addossò la colpa alla prima donna Sig.ra Annetta Cosatti e al tenore Sig.
Alberti.
Noi non sapremmo negare il poco fortunato successo dell'uno, come osiamo sostenere che l'incontro dell'altro pareggiasse la gloria già ottenuta sulle medesime scene allorché fu prodotta sotto gli auspici del valore di un Galli, il cui solo nome è un elogio, e la cui sola comparsa assicurava un trionfo, pria ch'egli andasse a trapiantar nel nuovo mondo i lauri mietuti nel vecchio.
No, per verità e per giustizia diremo tutt'altro.
Ma il ciel chiuda la bocca di chiunque volesse far eco alle accuse del Figaro onde giustificare i motivi di que' disgraziati naufragi.
Perì, è vero, il naviglio del Ricci, meno però per l'imperizia dell'equipaggio che per le forme del legno poco atte a correr queste acque.
Snello, spalmato, elegante, ma non troppo fatto pel Tevere, entro a' cui vortici (stupendo a dirsi) affonda talvolta miseramente ciò che lieto galleggia sul Ticino o sull'Adda.
E, per lasciar le metafore, verremo a conchiudere che l'Alberti non è certo un Rubini, non è un Duprez, non è quel che una volta fu il David; ma neppure è un cantore da chitarrino, siccome al Figaro sembra ch'ei sia.
Né alla Cosatti debbonsi concedere i pregi delle Malibran, delle Ronzi, delle Ungher, e delle altre poche celebrità dell'odierno teatro, chiare in Italia, chiarissime fuori, e rimunerate ovunque in una sera con quanto consolerebbe per un anno numerose e virtuose famiglie.
La Cosatti, più umile di tutte costoro, le quali non sempre si possono avere, non merita purtuttavia di comparire ne' pubblici fogli quasi capro-emissario carico de' peccati del popolo.
Dotata dalla natura di gratissima voce e robusta ed estesa, non povera di sentimento e d'intelligenza, di un aspetto da non mandare le genti in delirio ma neppure da far chiuder gli occhi a nessuno, essa nulla poté aggiungere all'Opera come nulla le tolse.
Non incontrò nella musica del Ricci; ma chi piacque in essa? La Sig.ra Amalia Pellegrini, dice il Figaro.
- Signor Figaro, noi abitiamo a Roma ed Ella a Milano dove fu indotto in equivoco da una romana relazione che guardò agli effetti senza curarsi delle cause.
Sappia Ella dunque che se la sua gentile concittadina riscosse un applauso nella prima sera (e forse lo avrebbe meritato eguale nelle successive) l'uditorio, che era annoiato, volle rallegrarsi un momento.
Questa abbiasi per istoria vera quanto la scoperta delle Indie.
Lungi la malignità da noi che stimiamo la Sig.ra Pellegrini al suo giusto valore.
Ma il solo averla posta sopra alla Cosatti fa scorgere che in quell'applauso ci fosse qualche cosa sotto.
Il pubblico applaudì, la Pellegrini ringraziò, e tutto finì in buon umore.
- Venne poi L'assedio di Corinto, la Cosatti vi trovò canto per lei, e gli evviva salirono al Cielo.
Eppure quel maraviglioso lavoro non si sostenne! Perché? A ciò risponda Maometto.
Terminiamo questo ormai lungo cicaleccio colla seguente appendice.
Il Figaro ha una pagina consacrata ai teatri.
Ebbene, parlandovi delle nostre disgrazie non si scordi di notarvi le nostre fortune.
Ci compiange egli nella musica? Ci invidii dunque nella prosa; e narri alla Lombardia, almeno una volta, come in Roma si trovi adesso e fanatizzi i Romani la comica Compagnia Mascherpa, nella quale per tacer di vari altri, una Bettini, un Domeniconi, un Colomberti e un Gattinelli son quattro colonne da sostenere il peso di qualunque drammatico edificio.
G.
G.
Belli
LETTERA 225.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Roma, 26 ottobre 1835]
Amabilissima mia Signora Amalia
I nostri discorsi (così come suole accadere conversando, che di uno in altro proposito principiasi talora da un paio di occhiali e si finisce coll'incendio di Troia), ci condussero negli scorsi giorni a parlare di quella romana generazione di letterati, i quali, fra sé ristretti, e schivi di tutt'altri e tutt'altro che non sia loro e in loro, regalansi scambievolmente il modesto titolo di santo-petto, e ciò per la santità del loro amore verso le lettere del Trecento, beate quelle e beato questo per omnia saecula saeculorum.
Ricorderà, gentil Signora, come io le narrassi essere uno di costoro venuto a morte nel 1834, e aver commossa la mia povera musa novecentista a piangerne l'amarissima perdita.
Or bene io Le invio oggi i versi spremuti dal mio dolore in quella lugubre circostanza, e consecrati a tutti i Santi-petti compilatori del giornale-arcadico, giornale profetico che, zoppo più di Zoilo nelle sue pubblicazioni, suole spesso annunziare, con data per esempio del '32, antichità dissotterrate nel '33.
Se questa non è profezia bell'e buona, Dio sa cosa ell'è.
L'illustre defunto ebbe nome Girolamo Amati di Savignano.
Fu veramente buon grecista, buon latinista, buono scrittore italiano.
Molto seppe e moltissimo presunse.
Con pochi usava: degli altri non rispondeva neppure al saluto.
Sordido e senza camicia sotto i panni: di volto satiro e così di parole; e tuttavia ne' suoi scritti, per umana contraddizione, non raro adulatore dei potenti.
Stridulo poi nella voce come cornacchia, e ruvido nel corpo e ne' modi, quanto il rovescio d'una impagliatura di sedia.
A quella corrugata fronte, degnissima di un posto nella commedia de' Rusteghi, profondevano i di lui cari fratelli il nome solenne di fronte omerica in grazia forse del cervello che ricopriva.
Ne' miei 14 versi e nella nota dichiarativa incontransi alcuni fiori di lingua, onde vanno sparse le carte e olezzanti i colloqui de' Santi-petti ai quali il Segato di Belluno niente saprebbe più dare oltre quanto lor concesse prodiga la natura.
Se v'è da ridere, Signora Amalia, rida con me: se poi, anzi che di riso, provi Ella senso di nausea, laceri questi fogli e si rallegri colla dimenticanza e de' Santi-petti e del loro encomiatore
Gius.
Gioach.
Belli
Di casa, 26 ottobre 1835
IN MORTE DI GERONIMO NOSTRO
O Santi-petti, o primi arcadi eroi,
D'ogni savere e gentilezza ostello,
In cui lodiam quanto di raro e bello
Formar seppe Natura e prima e poi:
Spenta è la luce che mostrava a noi
Carità benedetta di fratello
Sulla omerica fronte, ove il suggello
Fu di spregio d'ognun fuor che di voi.
Levate alto gli omei, le genitali
Blandizie vostre, e i modi lusinghieri
Onde fra voi vi divolgate uguali.
E come già rendeste allo Alighieri,
Date suffragio a lui di Parentali
Fra il pianto, i rosolacci ed i bicchieri.
LETTERA 226.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 14 novembre 1835
Mio caro e povero Torricelli
Come è bugiardo il mondo! quanto breve, e mal locata la gioia dell'uomo! Tornato io a casa ben tardi nella mattina delli 12 (?), trovai sul mio scrittoio una lettera, il carattere del cui indirizzo, non visto da tanto tempo, mi rallegrò.
Era tua lettera.
Non fosse mai giunta, o non l'avessi mai letta! E fu ventura la trascorsa ora al rispondere: nel mio sbalordimento ti avrei scritto delirj.
Le prime parole di quella - Martedì Clorinda fu lietissima ad un pranzo di suo cugino - mantennero, accrebbero anzi il mio piacere ingannevole.
E se al tuo dolore, a te ingenuo, a te non seconda vittima del funebre caso si potessero mai da me amico tuo attribuire oratori artifici in mezzo al pianto, ed alla desolazione, parrebbe quel lieto verso destinato quasi a rendere più straziante l'inatteso effetto del resto terribile.
Già dalla seconda linea - quel "tornò a casa in ottimo stato di salute" principiò a gelarmi il cuore, perché nel corso ordinario della vita simiglianti frasi non sogliono usarsi mai, se non, preliminari di funeste notizie.
O la giovane, bella, e gentile tua sposa! piangi, mio Torricelli, piangi, che ne hai ben motivo.
Non sarò io quel freddo spettatore della tua miseria, che venga a tentare il tuo nobile animo colle comuni risorse della sistematica consolazione.
Sì, esala nel pianto, un'angoscia, che, trattenuta, potrebbe fare a lutto sei orfani.
Chiudi gli orecchi agli zelatori del fato, e del cielo: tu ne sai più di loro.
L'umanità ferita chiede oggi, sola, gli affetti del tuo cuore, e le meditazioni del tuo spirito, e l'amore deve farsene il signore assoluto.
Tu molto perdesti: non tutto; e ne hai verità in quei sei volti, copie fedeli della cara immagine, che si dileguò.
Ma la provvidenza albergò nel nostro petto più tenerezze, quella di figlio, di amante, di marito, di padre, di amico tutte le hai tu conosciute, e profondamente sentite.
Una ti fece gemere, e ancora ti fa, sulle ceneri del tuo buon genitore: due altre ti si risvegliano adesso più imperiose che prima, perché la natura oltraggiata dalla morte si vendica sul cuore più prossimo al colpo, e perché nella perdita è più la coscienza, che nel possesso, e nel medesimo acquisto.
Dunque ciò, che ti rimane e di prole, e di amici non è per ora compensato del troppo, che ti mancò.
Tu però offeso dalla morte in quel che ti tolse, saresti ad un tempo offensore di quel che ti lascia, se all'umanissimo e bollente tuo animo volessi imporre di forza, e di slancio il conforto pericoloso degli uomini materiali.
La cristiana rassegnazione non abbisogna per trionfare sulla nostra fralezza, della mentita impassibilità dello stoico.
Umiliare il pensiero ribelle all'onnipotenza è segno di pietà, e di ragione.
Asservire gli affetti, che onorano la nostra specie, è pruova di vizio e di ferina stoltezza.
Così, tu piangi, mio caro, per sollevarti il cuore degnamente, e conservarlo sano a' tuoi amici, e a' tuoi figli.
Il tempo, sedatore di tutti i moti dell'universo, ti restituirà poi quella calma, che, accompagnata ora sempre da dolce mestizia, dà fede perenne di una vecchia sventura patita in chi meritava continuità d'ogni bene.
Intanto io associerò le tue alle mie lagrime, sapendo tu bene quanto quella bell'anima castamente mi amasse, perché tu mi amavi, e come io vi ricambiassi dello stesso affetto, che a te mi congiunge.
Bacia per me i tuoi cari figli, e quando li condurrai ad infiorare la tomba materna, tra le mani tenerelle di quello, che dovrò io tenere al sacramento della confermazione, poni un fiore di più, con l'animo che sia gittato sulla pietra in pietosa memoria della mia afflitta amicizia.
Il tuo G.
G.
Belli
LETTERA 227.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 dicembre 1835
Mio carissimo figlio
Rispondo io per la tua mammà alla lettera che tu le inviasti il 28 novembre.
Ad entrambi noi piace assai di udire le tue promesse di un maggiore impegno nell'esercizio delle scale musicali.
Lo conosco, quegli esercizi sono alquanto aridi e poco gustosi, ma senza di essi, Ciro mio, non si può davvero giungere alla perfezione del suono.
Insomma, nella musica come in ogni altra arte o scienza gli elementi riescono sempre duri e difficili, ma, superati quelli, per ogni grado di pena sofferta se ne guadagnano mille di soddisfazioni e di gloria.
Non prevedi tu, Ciro mio caro, il diletto che procurerai a te stesso e agli altri allorché adulto e desiderato potrai far mostra de' tuoi talenti in un adornamento che la moderna educazione tanto aggradisce? Se tu non avessi a sapere che la sola musica, saresti un soggetto molto comune: con la unione però di più solidi fregi, i quali saranno gli studi del tuo collegio, quella della musica farà di te più risalto.
Mi pare avertelo detto altre volte: nei momenti di fastidio per gli ostacoli di qualunque progresso bisogna pensare al riposo e al bene futuro; e questa idea non puoi credere quanto alleggerisca i travagli presenti.
Io parlo per esperienza; ed ho mille volte provato la realtà di quanto ti vo' dicendo.
Spesso anche a me sembra spinoso un lavoro: ebbene, io allora chiudo gli occhi, e con quelli della mente trascorro a vagheggiare i successi che me ne possono derivare nell'avvenire.
Entrato appena in me questa persuasione sento raddoppiare la mia lena e il mio coraggio, e mi pare un prato molle ed ameno ciò che prima mi aveva sembianza di una valle piena di scogli e di tenebra.
Io ti parlo di me perché tu devi essere quel che son io: tu ed io anzi siamo e saremo sempre una medesima cosa; ed allorché, finita la tua educazione, ritornerai a vivere con me, ci aiuteremo scambievolmente dei nostri lumi reciproci, e godremo, spero, giorni tranquilli e onorati nella soddisfazione de' nostri doveri.
Mammà ti saluta, abbraccia e benedice insieme con me, siccome insieme con me ti prega di riverire il Sig.
Presidente, il Sig.
Rettore e gli altri tuoi Superiori.
Antonia e gli altri domestici, non che gli amici di casa, ti dicono mille cose cortesi.
Io sono
il tuo aff m° padre
LETTERA 228.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[14 dicembre 1835]
Cortesissima Signora ed Amica
La cara donna pianta in queste mie rime fu Teresa Sernicoli, sorella del professore di questo nome, il quale acquistò grado e onore di cavaliere non per ventura di natali e di cieco favore, ma per meriti veri nella santa arte che volge a salute della umana vita il ferro, i cui benefici e le offese ebbero forse una allegoria sapientissima nella lancia di Achille, causa e rimedio di aspre ferite.
Amabile per forme e più per costumi, andò colei moglie ad Annibale Lepri, favorito dalla fortuna di agi e dalla natura di alti sensi e raro cuore.
Religiosa, amena, casta e compassionevole formò essa la delizia del marito e il decoro della casa per diciassette anni, e di trentanove morì nel 1833 lasciando il suo sposo non padre, però che fra tanti doni non volle il cielo concedere fecondità, forse per renderle meno penosa la immatura morte.
Molti distinti uomini con soavi carmi ne lagrimarono il fato, fra i quali vi nominerò Giacomo Ferretti e per l'amicizia che a lui ci lega, e perché la prima figliuola di lui, Cristina, ebbe nome e nuova madre per quella benedetta al sacro fonte della rigenerazione: circostanza atta a farne dolce la memoria anche a Voi che non la conosceste, a Voi sì tenera dell'affettuosa famiglia del nostro amico.
Vivete sana e sempre più cinta di gloria.
Roma, 14 xbre 1835.
G.
G.
Belli
LETTERA 229.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 22 dicembre 1835
Mio carissimo figlio
Ebbi la tua del 12, e mi piacque leggervi le promesse che in essa mi fai, tanto più per una specie di convinzione che mi dimostri intorno alla verità dei miei consigli.
Si sta preparando, Ciro mio, qualche cosetta da mandarti secondo il consueto fra le feste e il capo d'anno.
Ho fatto costruire espressamente una scattola per queste spedizioni, ed ho ordinato che vi sia messa una serratura con due chiavi, una delle quali manderò a te perché la conservi, ed un'altra la riterrò io, affinché la scattola possa andare avanti e indietro tra Roma e Perugia come una specie di bauletto, senza bisogno d'inchiodare e schiodare, e senza necessità di rinnuovare tanto frequentemente quest'oggetto di trasporto.
Darò dunque ordine al vetturale che dopo averti lasciata la cassetta venga a riprenderla per riportarmela vuota in un altro viaggio che farà egli per Roma.
Oltre i saluti della Signora Cangenna che tu mi facesti, ebbi una lettera nella quale mi parlò gentilmente di te, e me ne dette buone nuove.
Se tu la vedi riveriscila in mio nome, e dà un bacio al piccolo Cencino.
Presenta gli ossequi della tua Mammà ed i miei a' tuoi Signori Superiori e Maestri, ed in ispecial modo al Sig.
Presidente e al Sig.
Rettore, ai quali farai mille auguri di felicità per le prossime Sante feste e pel successivo nuovo anno.
Gli amici, i parenti e i domestici, fra i quali principalmente Antonia ti dicono mille cose affettuose.
La tua buona Mammà ed io ti benediciamo e abbracciamo teneramente, e preghiamo Iddio perché ti ricolmi l'animo di allegrezza nel tempo natalizio come nell'anno nuovo, e per lunghissima vita, tutta onorata ed utile al tuo bene e all'altrui.
Ricevi queste espressioni dell'amore vero ed ardente del tuo
aff.mo padre
P.S.
Poco prima di mandare alla posta la presente mi è giunta l'altra tua latina scritta il 19 corrente, cioè nel 14° giorno avanti le calende di Gennaio 1836.
Bravo, bravo, Ciro mio; e benchè tu ancora non tocchi a sublimità nel possesso di questo idioma (siccome mi dici), purtuttavia io son contento, e ne ringrazio il gentilissimo tuo Sig.
Maestro, del quale con molto piacere e mio onore trovo i saluti e gli auguri nella tua lettera.
La tua Mammà, benchè meno dotta del suo Ciro, pure presso mia spiegazione ha potuto gustare le tue latine eleganze e te ne rimerita con mille nuovi abbracci.
Così te ne fanno plauso coeteri noti ac affines.
LETTERA 230.
A NATALE DE WITTEN
nel giorno 25 dicembre 1835
Dopo trecensessantacinque giorni,
Ed un giorno di più quando è bisesto,
Torna il Santo Natal con tutto il resto,
Cioè i Magi, il presepio e i suoi contorni.
Io non mormoro già ch'esso ritorni
Bensì mi lagno che ritorna presto.
Perché ad ogni tornata è manifesto
Che ci crescono addosso i capricorni.
E non appena pei caffè in vetrina
Scopro i primi pangialli, io dico: male!
Vedi come l'età passa e cammina.
Basta, lasciam da parte la morale;
E piuttosto gridiam questa mattina:
Viva il Natale ed il Signor Natale!
G.
G.
Belli
LETTERA 231.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 9 gennaio 1936
Mio carissimo Torricelli
La composizione, o, secondo il linguaggio de' tipografi, la pizza della tua inscrizione, è fatta.
Non si può ancora imprimere perché l'incisore non ha fatto il monogramma del Cristo da porvisi in alto, il quale manca al Salviucci nella grandezza proporzionata al nostro bisogno.
Io però non cesso dallo stimolare.
Sul sonetto pel capo-d'anno ecco come la penso io ai versi 5° e 6°.
- Il servo è il servo e il tiranno è a dirittura il padrone: il che si riferisce all'opre: il numero è l'anno 1835: l'appiè del trono è il punto dove si congiungono i rapporti del comando e della obbedienza, e dove l'anno gli accoglie tutti nel suo seno per ritenerveli quasi cosa presente per tutta la durata dell'anno stesso, finito il quale sogliono gli uomini considerare perfettamente passati i fatti in quello accaduti.
Così dicesi è cosa di quest'anno; così fu cosa dell'anno scorso etc.
Terminato l'anno, gli avvenimenti di quello, prendendo di un colpo natura di cosa remota, cadono coll'anno stesso in grembo ai secoli che sono compiuti e riuniti all'eternità, nella di lei parte antecedente al punto del presente, che è il solo momento da cui si possa concepire divisa.
Difatti l'eternità mancando di estremi, neppure dovrebbe di ragione aver parti, le quali suppongono un mezzo.
Quel tal che credo possa ritener più relazioni colle opre che non col servo e col tiranno, mentre costoro in caso obliquo e in vera obliquità di azione non istanno nel verso se non per caratterizzare le qualità dell'opre di servitù e d'impiego; di modo che alle sole opre vien consecrato tutto il resto di quella quartina, dove il servo e il tiranno non figurano più.
Dopo tante ciarle apparirà forse meno dichiarata la matta idea che io pretesi di esprimervi.
Dio guardi però quel sonetto che abbisogna di tanti commenti!
Ti ringrazio del bel sonetto del Sig.
Donini il quale si assapora senza uopo di arzigogoli.
E così ti sono obligato per la cara e stracara ottava del Sig.
Montanari.
Come vi ha preziosamente riuniti i due nomi di Clorinda e Torquato! Ecco un modello rarissimo dell'arte di giuocare sui nomi con severa convenienza al soggetto.
E già che siamo in proposito di sonetti, saprai, o, se nol sai, tel dico io, che il Barone Ferdinando Malvica di Palermo s'è insorato con egregia donzella.
Voleva miei versi.
Gliene scrissi 14, ma un comune nostro amico, il caro ed eccellente Biagini che nel 1830 ti feci conoscere, non ha creduto che gliel'inviassi, onde (son sue espressioni) non fargli cascare il cuore in terra.
Li mando a te, che, povero Torricelli, il cuore in terra già ce lo hai.
Unisci dunque dolore con isdegno, e leggi i miei 14 versi, seppure non debbano chiamarsi meglio 154 sillabe.
Ho letto la pistoletta del Santo-petto S.
B.
- Potrebbe farmi miracoli, getterebbe l'opra ed il tempo.
Caratterizzato un uomo, tutti i suoi attimi prendono il colore del suo carattere.
Io sono irreconciliabile, e chi ha offeso un mio amico ha vituperato me, perché io considero nell'onore tutti i viventi obbligati in solidum.
La lettera è bella e dolce, di quella venustà e mollezza che spiravano le lettere di quel morto capo-di-setta che ti sorrideva e pugnalava.
A proposito del Malvica, nominato più sopra, rimandami per qualche occasione il suo-mio libro di epigrafia etc.
Ti abbraccia il tuo B.
[In foglio a parte il sonetto al Malvica:]
Immagini di vita, o Ferdinando,
Pegni di voluttà fur gl'imenei,
Infin che arriser più benigni Dei
A questo di virtù suol venerando.
Ma da che Italia nostra è messa al bando,
E fra l'onta di barbari trofei
Nacque in lei morte e par viver in lei,
Chi môve all'ara de' môver tremando.
D'onor, di senno e carità ripieno,
Se da sposa feconda avrai tu figli,
Pensa a qual terra li deponi in seno.
Terra povera d'armi e di consigli,
Terra cui mai non sorge un dì sereno,
Terra di servitù, terra d'esigli.
LETTERA 232.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 12 gennaio 1836
Mio carissimo figlio
Ho molto piacere che tu sia rimasto contento degli oggetti da noi inviati per tuo uso pel recente Capo-d'anno.
È stato quel che si è potuto fare tanto in vista delle regole del tuo Collegio che non permettono oggetti di lusso, quanto per rispetto delle circostanze de' tempi in cui la stessa prudenza non concede che si pensi a troppe superfluità, riuscendo anche difficile il far fronte ai puri bisogni.
In ogni modo, abbiti, Ciro mio, in quelle cose un testimonio della nostra premura per te; e vivi sicuro che noi faremo sempre tutti i nostri sforzi affinché non ti manchino oneste soddisfazioni, in premio della diligenza che ti raccomandiamo incessantemente ne' tuoi doveri.
Tu non devi pensare per ora che ad acquistare virtù ed istruzione, e le rimanenti cure per la tua felicità non verranno in noi giammai a diminuirsi.
Tu formi l'unico oggetto di tutti i nostri pensieri, affinché un giorno tu possa benedire la nostra memoria.
Se non avrai ricchezze da sfoggiare e insultare gli sguardi del Mondo, spero che ti avremo preparato un miglior patrimonio di onore e d'istruzione, che ti procacci una vita tranquilla e modesta fra l'approvazione e la stima degli uomini.
Tutto in terra perisce, tutto, Ciro mio, fuorché il decoro di un'anima elevata, schietta ed ornata di salda cultura; e fino l'invidia e la malignità de' malvagi giungono a render poi giustizia ad un merito reale che non si smentisce da se stesso.
Ti voglio convincere della bellezza della virtù e della forza che questa esercita anche sugli uomini viziosi.
Sai tu cosa è la ipocrisia? È un'imitazione attenta e studiosa di tutto ciò che le umane azioni hanno di buono e di lodevole.
Ebbene, la ipocrisia è un vizio perché assume falsamente un esteriore virtuoso onde ingannare.
Ma non vedi tu dunque che lo stesso vizio confessa così il bisogno di nascondersi sotto le spoglie della virtù? Non si chiama ciò un vergognarsi della propria bruttura? Non si scopre in quell'artificio la superiorità che tutto il Mondo è forzato a concedere al giusto, all'onesto? Se pertanto la virtù può parere bella talvolta anche simulata, perché non vorremo noi acquistare la realtà che non ha d'uopo di fraudi per sostenersi a fronte di tutti gli eventi? L'ipocrita, l'impostore fatica per apparir virtuoso, ma l'uomo onesto lo sarà e per sentimento altrui e per propria coscienza; e la coscienza è il primo giudice che noi dobbiamo rispettare e temere.
I primi suffragi di noi stessi li dobbiamo ricercare in noi stessi.
Quando un malvagio è scoperto, al disprezzo comune deve necessariamente unire quello del proprio convincimento, nel che consiste il primo e il più tremendo gastigo della colpa.
Lo studio, fatto con cuor retto e col fine di migliorare la propria natura, contribuisce prodigiosamente al conseguimento della bontà, perché chi studia cerca la verità, e la verità è come una fiaccola accesa da Dio per guidarci al possesso del vero bene.
Rifletti, Ciro mio, a queste ragioni, e parlane coi dotti tuoi Superiori che ti sono in luogo di padre.
Io non posso così di lontano che accennarti qualche punto che l'esame e il discorso ti debbono sviluppare in tutta la loro ampiezza e illuminare di tutto il loro splendore.
Dimmi, Ciro mio: come senti freddo? - Reciti al teatrino quest'anno?
Tutti, e specialmente Antonia ti salutano.
Pochi giorni addietro parlai di te lungamente al Sig.
Avvocato Gnoli.
Riveriscimi i tuoi Sig.ri Superiori ricevi le benedizioni e gli abbracci della tua Mammà.
Ti stringo al cuore, e sono il tuo aff.mo padre.
LETTERA 233.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Roma, 20 gennaio 1836]
Mia gentilissima amica, nulla di più sconcio che le cose fuor di proposito.
Avrei pertanto dovuto non mandarvi oggi le qui unite melensaggini che scrissi ieri pel libercolaccio il quale dovrà usurpare nel Vostro baule uno spazio assai meglio occupabile anche da un paio di calze da scarto.
Ma il desiderio di dimostrarvi che ancor lontana dalla vista non potete esser remota dal pensiero di chi Vi conosce, mi han fatto bravare le convenienze.
Due altre considerazioni contribuiscono pure alla risoluzione, un po' strana per verità in riguardo alla circostanza penosa della Vostra famiglia: l'una cioè riposta nella mia speranza che la Cecchina stia oggi meglio di quello che ieri sera mi annunziò Biscontini: l'altra appoggiata alla vostra libertà di leggere o non leggere le mie sciocchezze, secondo il vario consiglio dell'animo.
Se nulla è al Mondo di che io oggi mi dolga, ciò è il vedere come io sia stato profeta circa alla infermità della vostra buona sorella.
Ah! così avesse voluto ascoltare le insistenze di un querulo amico! Ma non volgiamo gli occhi all'indietro.
Percorriamo invece con ogni specie di voti e di auguri il lieto giorno della ricuperata salute, ed il momento di gioia che dopo quello la attende.
Salutatela in mio nome, e mostratele calma onde trasfonderne in lei.
Riverisco la Signora Lucrezia, e mi confermo con tutti i sentimenti degni di Voi
Di casa, 20 gennaio 1836
Vostro servitore ed amico
G.
G.
Belli
LETTERA 234.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[21 gennaio 1836]
Gentilissimo e rispettabile amico
Mi fu il giorno 14 recapitata la obbligantissima Vostra del 7 relativa al passaggio delle vostre stampe farsaliche dalle mie alle mani del Sig.
Pietro Biolchini segretario del Giornale Arcadico.
In quel giorno io guardava il letto per reuma, male da cui pochissimi vanno immuni in questo rigidissimo inverno.
Si dovette pertanto rimettere l'operazione ad altro giorno, e fu infatti eseguita nel Martedì 19.
Poche notizie, come ben potete comprendere, sono io stato in caso di procacciare al Sig.
Biolchini de' fatti antichi, e meno schiarimenti per l'azione futura, dappoiché dopo la transmissione che pel mezzo della Diligenza io vi feci il 29 luglio 1830 di tutte le carte relative alla cessata gestione del Cavalletti, onde fossero da Voi e dal Sig.
Bontà esaminate, io rimasi privo di qualunque documento che potesse aiutarmi a riannodare nella mia mente o avviare nell'altrui un filo qualunque di questa per voi poco fortunata orditura.
Ma se, ripresi in qualche modo i capi della spezzata tela, potesse mai riuscirvi utile in qualche parte la mia meschina cooperazione, Voi, col Sig.
Biolchini e chiunque altro vi rappresenti, mi troverete sempre ilare e pronto a' vostri servigi.
Che poi dirò della cortese liberalità Vostra nel dono di un esemplare del nobilissimo vostro lavoro? Io non so come abbia potuto da Voi meritarmi un sì prezioso regalo.
Ma nel tempo stesso che ho in me vanamente cercato i titoli a tanto favore, non ho saputo pure trovarmi animo a rifiutarlo.
Lo accetto dunque, e l'aggradisco quanto si deve, cioè moltissimo; e, valendomi delle vostre facoltà sulla scelta della carta dell'esemplare, ho creduto tenermi egualmente lontano da' due estremi, e scegliere il mezzo.
Mi sono per conseguenza ritenuta una copia in carta velina bianca di ciascuno de' 4 fascicoli.
Così i quadernetti che vennero presso di me in deposito in numero di 428 sono in oggi da me stati consegnati al Sig.
Biolchini in n° di 424.
Il Sig.
Biolchini poi, che naturalmente era istruito del tratto di vostra cortesissima a mio favore, mi ha promesso che ricevendo egli i mancanti fascicoli del compimento dell'opera, mi farà in Vostro nome tenere quelli che dovranno completare il mio esemplare.
Due occupazioni ho io oggi avute relative a Pesaro.
L'una piacevolissima, cioè questa lettera a Voi che tanto stimo ed amo: l'altra assai ingrata, ma pure indispensabile, cioè la spedizione di una citazione al Sig.
Marchese Antaldi, col quale, avendomici Voi così bene avvicinato nella mia dimora a Pesaro nel 1830, avrei pure voluto conservare per sempre buona ed onesta armonia.
Ma poiché il Sig.
Marchese Ercole, attuale guidatore delle faccende e degli interessi della nobil famiglia, mi ha usato il poco urbano contegno di non rispondere neppure alle mie lettere di molti mesi (lettere, voglio dirlo, cortesissime) non mi resta che la via spinosa che dovetti battere allora.
Comandatemi, mio caro e rispettabile amico e credetemi sempre Vostro aff.mo a.co e serv.e Giuseppe Gioachino Belli.
Palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, 21 gennaio 1836.
LETTERA 235.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Di Roma, 31 gennaio 1836]
Dacché i primi studi delle storie e della ragione politica dei popoli principiarono a svilupparmi un senso nella parola di Patria, il sommo pensiero che abbia di poi occupato continuamente il mio spirito quello si fu delle cause della italiana decadenza, non che di quella specie di fato che questa già sì potente e pur sempre nobilissima terra mantien vile e derisa.
Vane, se non al tutto ingiuste mi parvero ognora le querele d'Italia contro la violenza straniera, quando la principale vergogna debba ella vederla sul proprio volto, e il roditor verme suo vero cercarlo nelle stesse sue viscere.
Succedute le cupidigie dell'oro all'amor della gloria, all'ardire l'insolenza, agli stenti de' campi l'ozio e le lascivie, e alle magnanime imprese le discipline del fasto e del triclinio, la pubblica vita divenne privata, e, sciolto il gran vincolo simboleggiato sapientemente ne' fasci de' littori, ciascun uomo si raccolse in se stesso, non più cospirando al comun bene ma inteso all'individuale suo comodo.
Surse allora uno scettro su milioni di spade, e la servitù di ciascuno segnò il termine dell'impero di tutti per dar principio ad una nuova grandezza, falsa ed instabile, perché scompagnata dall'universale interesse che è anima e vita delle nazioni.
Or voi, gentilissima amica, rimarrete per avventura stupefatta come e perché da sì pomposo esordio io discenda a parlarvi di tanto esigua cosa quanto pochi miei versi, il cui debole suono si perde e smarrisce per entro al romore di quelle vaste vicende.
Meditava io appunto nell'anno 1825 sui miseri destini di queste nostre belle contrade, allorché l'Amor-personale, vecchia ed eterna origine delle italiane sventure, venne a dividere gli animi di un romano sodalizio, che dal culto de' numeri musicali s'intitolò Accademia Filarmonica.
Il malnato scisma separò l'onorevole instituto in due distinti corpi, né l'uno né l'altro de' quali poteva bastare a se stesso.
Parvemi quella discordia circostanza atta e pretesto per levare alto la voce, e, sgridando i miei sconsigliati cittadini su quello per sé oscuro suggetto, far balenar a' loro occhi una luce dileguatasi in tanta abbiezione e dimenticanza de' civili doveri.
Composi quindi e pubblicai la Canzone che qui appresso vi transcrivo, né volli darle alcun titolo speciale, vagheggiando la speranza che ne' più svegliati de' miei lettori potesse entrare almeno un dubbio che io sotto lievi apparenze avessi forse occultato più sublimi verità, non concesse dalla condizione dei tempi a libero esame.
Varii difatti penetrarono il mio intendimento: il massimo numero però non ne trasse altro giudizio fuorché della sproporzione di que' miei clamori ad una meschina lite fra musici.
Ma a Voi, entrata oggi a parte del mio segreto, cosa rimarrà oggi a dire dei miei poveri versi? Null'altro se non che piacciavi usar loro indulgenza, non minore dell'amicizia con che onorate in ricambio la mia servitù.
G.
G.
Belli
Roma, 31 gennaio 1836.
LETTERA 236.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[1 febbraio 1836]
Carissima, amica,
l'anima umana è come uno strumento musicale, in cui, benché taciti, si nascondono gli elementi di tutti i tuoni, gravi o acuti, malinconici o lieti.
Non aspetta essa che il tocco esterno onde manifestare la sua occulta potenza, e non solo del suono provocato ma di tutti gli altri ancora corrispondenti al sistema della sua propria armonia.
Così tu leggi un di que' libri che colpiscono la immaginazione tosto ti si risveglieranno mille sensazioni di che tristezza forse t'ignoravi capace, e un vortice d'idee nuove e sconosciute sorgerà a far eco a quelle con cui un'arcana legge le pose in analogia, stabilendo fra loro quasi un metafisico magnetismo.
Ecco, io ho letto l'Antony, con tanto sapere e passione da Voi tradotto; e per tutt'oggi è certo che io penso come Dumas.
Ma domani? Maraviglioso ingegno! Il Mondo aveva una nuova faccia, ed ei l'ha dipinta.
La di lui Adele muore assai più sublime di Lucrezia.
Vi rendo il Vostro manoscritto, avvisandovi che per questa generazione esso non sarà mai cosa da Roma.
Conservatemi la grazia della vostra amicizia.
Il vostro servitore ed a.co
G.
G.
Belli
1° febbraio 1836.
LETTERA 237.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
Di Roma, 4 febbraio 1836
Mio rispettabile amico
Nella vostra lettera 28 gennaio, giuntami contemporaneamente col 5° fascicolo della vostra Farsaglia che graziosamente volete donarmi, ho veduto un novello documento della non simulata compitezza che vi distingue fra i dotti d'Italia, e del come un generoso animo possa di buona fede illudersi fino al punto di attribuire a' giusti suoi ammiratori una parte del proprio merito e la stessa luce che da lui su quelli si spande.
Che sono io? Che so? Cosa ho fatto pel Mondo e per Voi, onde abbiate a prodigarmi sì lusinghiere espressioni, le quali, se io non le sapessi partite da cuore ingenuo, mi umilierebbero dove oggi mi tentano a vanità? Né vogliate già sospettare che così Vi parli per sostenere con Voi una gara di complimento: ché troppo male risponderei alla sincerità vostra, e mostrerei di sconoscere la vera indole dell'amicizia di cui è proprio talvolta il dir falso colla intima persuasione del vero.
Voi mi onoraste a Pesaro della vostra familiarità: avemmo insieme franchi discorsi che ci apersero scambievolmente il fondo del nostro spirito; ma niuna lusinga doveva restarmi che da' quei colloqui, pe' quali io penetrava il vostro ingegno, avesse in Voi potuto passare un concetto di me da esserne in oggi chiamato a mover giudizio sopra una vostra opera già lodata da lodate penne, e da tanti desiderata, e, quantunque ancora incompleta, citata pur già non di rado dove avesse ad allegarsi Lucano.
Nulladimeno, poiché in ogni caso nel negare il proprio suffragio a chi lo richiegga per quanto esso vale, la umiltà assumerebbe forma di scortesia, io Vi dirò brevemente (e lo giurerei, dove fra onesti uomini abbisognasse) poche versioni de' classici essermi sembrate tanto nobili e splendide e veramente italiane quanto questa da Voi intrapresa del difficilissimo poema dell'ardito cantore di Cesare e di Pompeo.
A Voi esperto nella storia delle umane tristizie non parrà maraviglia se le strida delle mulacchie spesso levinsi a soffocare il canto de' cigni.
Ma che perciò? Le poche medaglie de' genii sorgeranno sempre dal fiume dell'oblio per andar depositate dal tempo nel tempio glorioso dell'immortalità.
E questa è già vecchia peste d'Italia che dove balena una luce là molti soffii maligni corrano a spegnerla: contenta piuttosto la invereconda ignoranza alle tenebre universali che non ad un raggio rivelatore della di lei turpitudine.
Ogni opera dell'uomo porta le impronte della frale di lui natura: sufficiente prova lo stesso vostro originale, malgrado delle sue tante parti sublimi.
Ma come le civili critiche, criticabili anch'esse possono avvicinare un lavoro alla perfezione per quanto la perfettibilità umana il consenta, così i sarcasmi e gli oltraggi debbono quasi far credere esservi giunto: perché lo scherno è carattere d'invidia; e quella sozza non morde mai in basso.
A queste parole sono io trasceso per solo intendimento di calmare in Voi una specie di peritanza in cui Vi veggo ondeggiante nel bilanciare il vostro oro colle spade insolenti dei Brenni della Letteratura.
Voi dispregiate, lo so, le ciance di chi non sa usar meglio sua vita che logorando l'altrui; ma nuda di esterni conforti difficilmente la vera modestia non si rattrista in segreto de' tentativi della maldicenza, e non dubita se fra i vani clamori si nasconda alcun germe di giustizia e di meritata severità.
Animo, amico caro e rispettabile: onorate, siccome sempre faceste, gli urbani consigli, de' quali piccol'uopo anche avete, ma ricordatevi insieme che un vasto mare non si solca senza procelle e pirati.
Cercherò di vedere il Sig.
Biolchini per udire da lui se io possa per qualche modo cooperare a' vostri vantaggi, non ostante la mia nullità e l'isolamento in cui di ragione son tenuto e mi tengo.
Se avete occasione di trovarvi col Sig.
Marc.
Antaldo Antaldi Vi prego fargli conoscere i giusti motivi delle mie ostilità.
E con tutti i sentimenti degni di Voi mi confermo
Vostro aff.mo ed ob.mo amico G.
G.
Belli.
LETTERA 238.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
[27 febbraio 1836]
Mia carissima Amalia,
i versi qui precedenti erano già da dieci giorni destinati a servir di risposta: oggi invece vi verranno come proposta.
Capite? cioè, è meglio dire mi spiego? perché la mala intelligenza è più spesso vizio delle lingue che degli orecchi.
Insomma, facciamoci a parlar chiaro: io aspettava a bocca aperta, ad occhi aperti, a braccia aperte, ad anima spalancata, qualche vostra notizia, e mi era intanto quelle 1595 sillabacce rimate e acciabattate su Iddio sa come, per darvi mala paga a segnalato favore; ma le notizie si sono azzoppicate per via, o affogate fra le nevi dell'Appennino.
Fintanto dunque che non vada il cane di S.
Benedetto a cacciarnele, e tutte intirizzite me le porti a riscaldarsi con me, io voglio mo spedir loro incontro i miei peotici arzigogoli.
Ne già vi fumi pel capo il ghiribizzo di credermi impastato di quella tal pasta perugina che pretenderebbe una lettera per minuto: il cielo ce ne scampi.
Io conosco bene la vostra arte, i vostri impegni, le vostre brighe, i vostri cassoni, i vostri denti, la vostra...
vogliamo dirlo? diciamolo, la vostra poltroneriola, e tutte le altre vostre cosette.
Eppoi, eppoi, non siamo noi già di amore e d'accordo che mi avreste scritto quando il Signore ve ne spedisse la vocazione? Per questa volta però non siamo nel caso.
Voi siete partita contro voglia; avete viaggiato in cattivo tempo; siete andata lontano (al conto ch'io faccio) 13.500 miglia, quante ne corrono agli antipodi del Vaticano; potevate aver sofferto; noi, dico noi, soffrivamo delle vostre possibile sofferenze...
Dunque? Dunque l'aspettazione non è ascrivibile a petulanza; ma sibbene ad piam causam, come diconci sempre i nostri buoni sacerdoti quando vogliono le cose a modo loro.
Ma la Bettini non ha potuto scrivere.
Va bene: scriverà dunque quando potrà, e intanto scrivo io che ho il calamaio bell'e ammannito.
Sapete? Un Ferrettino è nato domenica 21, alle 7 della mattina, a far compagnia alle sorelle; e lunedì 22, alle 6 della sera andò in chiesa a farsi chiamare Luigi.
Fra i sorbetti io dissi:
Servo suo, signor Giachimo.
Date un bacio per me a Vostra Madre, perché sappiate che uno gliene ho dato da me stesso quando partì, e non me ne pento.
In quanto poi alla Cecchina, l'è un altro paio di maniche.
Stringetele la mano con mia procura sino a farle gridare Caino.
E a Voi? A Voi mille affettuose parole.
E quando mi risponderete, ché pure una risposta me la sono promessa, badiamo ai pronomi.
Da Voi a me io non sono terza persona, ma seconda.
Circa poi al numero attribuitemi quello che Iddio v'ispira, benché il singolare.
È più gentile assai, fa più buon bere.
De' saluti di Mariuccia ve ne do colla canestra sì per voi che per la Sig.ra Lucrezia e per la Cecchina.
E quell'angiol di Angiol Biscontini? Si farà i fatti suoi da sé.
Sono il vostro
G.
G.
Belli
Palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, sabato 27 febbraio 1836.
Mentre io stava chiudendo questa letterina per mandarla alla posta, eccoti una cara epistoletta data di Livorno il 23.
Oh va' a dire che la Mamma del corriere potesse con ragione rimproverarlo d'essersi presa una scalmatura! L'epistoletta è firmata da una Amalia B.
Quanti bei nomi potrebbero portare sulle spalle quella testa del B.! Ma un foglio sì caro e disinvolto e obbligante non saprebbe essere stato scritto che da una Bettini, la più cara, la più disinvolta, la più obbligante donna ch'io mi conosca.
Dunque io rispondo alla Bettini, e vado a colpo sicuro! Quanti orrori mi dipingete, mia amabile amica! Raccapriccio nel ravvicinare per un momento l'idea della vettura rovesciata al pensiero di Voi.
Sieno grazie al cielo a mani giunte perchè in Voi preservò noi da disgrazia.
Qual maraviglia del vostro incontro? Andate a declamare a' Turchi, agl'Irrochesi, e li convertirete tutti in lingua italiana, come gli apostoli convertivano in lingua ebraica i greci e i latini.
Eppoi già avete udito Coleine, e basta.
Ed io povero Daniello grido e griderò sempre: anzi diventerò un Giona, e tuonando alla mia patria, se non vi richiama presto, le intimerò il tremendo quadraginta adhuc dies etc.
Però il mandare d'accordo la sollecitudine del vostro ritorno con quella de' miei desiderii mi pare più lavoro da patriarchi che da profeti.
E voi fate leggere i miei scarabocchi? E non avete più in mente l'epigramma del frontispizio? Va bene; se pel mondo non commetteste qualche sproposito, sareste troppo pericolosa.
Beato il Mascherpa che ha una buona quaresima! e più beati i Livornesi che per voi l'hanno ottima! La quaresima romana è veramente quaresima, specialmente dopo quel carnovale che oggi è fuggito a Livorno.
Voi mi chiedete versi, ed io vi aveva prevenuta.
Un Daniello non si smentisce mai.
Vi saluterò la famiglia Ferretti, con la quale non ho sin qui parlato che di due persone, dell'Amalia cioè e della Bettini, perché voi sola valete per due, e dico poco.
Biscontini vi risponderà nel venturo, mille brighe forensi gli assorbiscono il po' d'ora che rimane alla sera.
A questo punto della mia lettera datele un'occhiatina da capo a fondo come fece Giacobbe a quella tale scaletta, e poi dite in coscienza se non si chiami pagar la posta a ragion veduta.
In un foglio di carta un archivio!
G.
G.
B.
Mi chiedete se vi permetto un abbraccio.
Eh! Figuratevi se questo cuore arde.
Servitevi pure e riprendetene da me cento, e tutti da galantuomo.
C'è più carta bianca?
LETTERA 239.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Roma, 29 febbraio 1836.
Alla mia prima celia coleiniana non vi sdegnate, amabilissima amica, se mando appresso questa ingamiense.
Elevato da Voi alla dignità di vostro poeta cesareo, se non di Vostro consigliere aulico, io non posso tradire un ufficio che mi compiaccio confondere con la idea di prerogativa.
Eccomi dunque Vostro Menestrello, Vostro bardo, Vostro trovatore, e con tanta mia maggiore felicità in quanto la religione e la legge non ancora vi posero al fianco un Raimondo di Rossiglione il quale trattandomi da secondo Cabestaing vi desse a mangiare un cuore disposto in tutto a piacervi fuorché nelle pentole di cucina.
Acuta di mente come gentile e tenera per natura, dovete aver penetrato l'unico fine dei miei fabliaux, quello cioè di trastullarvi se mi riesca, a far sì che un pensiere da Voi rivolto a questa vecchia città si accompagni per via ad un sorriso ravvivatore de' brevi diletti che abbiate potuto gustarvi fra le glorie della vostra virtù presa ne' più bei sensi del vocabolario.
Niente di male in Voi, niente di male in me, niente di male in nessuno.
Ridiamo, carissima Amalia, giacché a questo siamo quaggiù condannati, che le gioie dobbiamo fabbricarcele quasi tutte da noi, la spontaneità appartenendo presso ché esclusivamente al dolore.
Ma quale de' due, o l'eroe o il cantore, farà miglior figura in questa poetica mediocrità?
Di ch'io mi vo stancando e forse altrui?
giudica tu che me conosci e lui
(Petr.)
Voleva mandarvi la mia novella intitolata Una storia cefalica, benché il domenicano l'abbia mutilata appunto nel nodo ove andavano a riunirsi le fila e l'intendimento dell'invenzione.
Il di più ve lo avrei scritto a penna; ma al momento dell'addio a questa lettera la stampa sta sotto il torchio.
Il mio Ciarlatano è tuttora sullo scrittoio del Reverendissimo, e chi sa! Sto adesso scrivendo in parecchie favolette la vita di Polifemo.
Forse sarà fatica gettata.
Tout pour le mieux; e che viva Maître Pangloss.
Mettetemi alle ginocchia delle Sig.re Lucrezia e Cecchina, come io mi pongo ai vostri piedi chiedendovi la santa benedizione.
Il V/° aff.mo a.co e s.re
G.
G.
B.
LETTERA 240.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 12 marzo 1836
Mio caro Torricelli
Ti sei mal rivolto per l'emendazione del tuo disegno: io non sono dell'arte; e se pure una volta misi la bocca e le mani nel monumento per l'avello di tuo padre, allora fu mio il concetto, ma lo espresse un artista.
La inscrizione del Muzzi mi pare, almeno nella prima metà, alquanto impicciata, e la tengo per una di quelle belle cose che vengono dette bellissime quando alla mostra di esse preceda quella del nome del loro autore.
È assai difficile, io credo, che gli effetti di una sensazione antecedente non si spargano sulle susseguenti e non le modifichino, allorché vi s'interponga un rapporto unisono con ciò che in noi regna come opinione stabilita.
Da due punti si può partire per misurare una estensione qualunque.
Nella scala proporzionale del merito epigrafico Muzzi sta al sommo grado, come io (se facessi epigrafi) mi troverei al più basso.
Mettiamo per un momento quella inscrizione nel bel mezzo, e ravviciniamo poi ad essa i due nomi: l'uno discenderà per quanto l'altro s'innalzi; e quando si ritrovassero uniti al livello, la perdita del primo equivarrebbe al guadagno del secondo.
Quindi, se l'avessi scritta io, dovrei forse andarne superbo: dal Muzzi peraltro si poteva sperare un po' meglio.
Che se io, inetto al fare, mi azzardo tuttavia al dire, so che il giudizio [...] talvolta sua rettitudine nel solo intelletto aiutato dai confronti dell'esperienza.
Pochi sapranno p.e.
disegnarti una foglia, eppure molti diranno con ragione: quell'albero non me lo presenterebbe la natura quale io qui lo veggo dipinto.
Nel nostro caso concreto, oltre la tua ossequiosa prevenzione in favore del Muzzi, un principio di trasporto verso chiunque accarezzi le tue predilezioni, può in te confondere gli atti del cuore con quelli della mente, ed alterare i termini dell'equazione ne' calcoli della tua stima; cosicché se al Muzzi e alla sua epigrafe si volesse attribuire la formula A+B per esprimere due quantità uguali ad X, tu vi sostituiresti i valori positivi 1+1 = 2 là dove io direi 1 + 1/2 = 1 1/2.
Nulladimeno il tuo giudizio che fosse di tanto caduto sotto la influenza della passione poté essere di altrettanto rettificato dalla conoscenza dell'arte sulla quale si aggirò, intantoché il mio sentimento nato nell'ignoranza dell'arte può anch'esso ravvicinarsi al vero per la opposta via della mia equanimità relativamente al soggetto donde prende la prima origine il tuo trasporto, cioè l'amore: poiché tutte le cose al mondo, ed anche le astratte, son capaci di quantità, e le qualità contrarie insieme si elidono quando fra loro esiste uguaglianza.
Volendo pertanto compromettere in altri le nostre contrarie sentenze, tutta la indagine del nostro giudice dovrebbe, penso, ridursi al sapere se abbiasi a dar più peso nel tuo giudizio all'azione del maggior sapere, o nel mio a quella della miglior tranquillità d'animo.
E qui confesso che non mi presenterei al tribunale con soverchio coraggio.
Ristringerò quindi col ripetere che la epigrafe non mi pare indegna di lodi la quale a te sembrò bellissima; ma al tempo stesso bramerei, per tuo conforto, che tu t'avessi più ragione di me, e che in quella tenera epigrafe non esistesse difetto.
Terminata la cicalata, è tempo di venire agli abbracci.
Il tuo G.
G.
Belli
LETTERA 241.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Roma, 29 marzo 1836
Mio caro Ciro
Mi arreca molto piacere l'aggradimento da te dimostrato al libretto che ti mandai.
Esso alla mole è ben piccola cosa, ma, come tu stesso saviamente dici, può molto e dilettare ed istruire.
Volendo dargli una scorsa di lettura ti servirà ciò per iscandagliare la quantità e qualità di materie in quello contenute; ma non è a questo scopo di lettura seguìta e ordinaria che simili opere sono immaginate e dirette.
Tutti i libri che hanno la forma di un dizionario, tutti i repertorii ordinati col sistema alfabetico non ad altro mirano fuorché a soccorrere uno studioso al momento di qualche speciale occorrenza su tale o tal'altro soggetto.
E chi leggendo solamente dal principio alla fine un vocabolario di lingua si lusingasse di imparare quella lingua a quel modo, farebbe ridere sino Eraclito che in vita sua sempre pianse.
È vero che in quel vocabolario tutte si troverebbero le parole della lingua e le frasi e tutti i modi del dire; ma che perciò? tutto quello che va come per salti nella mente, e non vi si colloca con metodo, e non vi rimane a far parte di una serie d'idee, svanisce presto e si perde, seppure non fa di peggio.
La perdita di qualche notizia acquistata sarebbe un male non tanto grave: il danno più forte consiste nel disordine e nella confusione a cui si abitua la nostra mente nell'afferrare qua e là idee e sensazioni non disposte fra loro con alcuna armonia.
Una catena avrà cento anelli: se tu me li presenti tutti scomposti e isolati in un canestro, non solo io non avrò da te una catena, ma quasi neppure comprenderò a quale uso mi potrebbero quelli servire.
Uniti però essi e insieme collegati, ecco in un momento la lucida comprensione del tutto: ecco la catena: ecco quel corpo unico benché composto di cento parti, delle quali una sola che si afferri tira seco al debito uso tutte le altre compagne.
Perché, Ciro mio, i nomi o i cognomi delle persone si dimenticano così facilmente senza un lunghissimo uso di ripeterli? Perché i nomi delle persoti non hanno alcun rapporto né alcuna connessione necessaria con chi li porta; e tu invece di Belli potresti chiamarti Cambi, e saresti sempre quello stesso uomo che sei.
Il nome dunque non è sì necessariamente congiunto colla tua persona o colla tua effigie che il solo vederti debba a chi ti vede ricordare come ti chiami, quando costui non abbia col molto praticarti supplito per via di abitudine al lieve fondamento su cui appoggiano e riposano l'idea di te e l'idea del tuo nome, accidentalmente fra loro accozzate e senza (dirò così) un cemento o una colla che le unisca insieme per necessità di raziocinio.
Moltissimi uomini si lamentano della loro cattiva memoria, ma se l'avessero presto coltivata e aiutata in gioventù coll'ordine e col metodo, quante e quante cose non piangerebbero poi dimenticate!
Tu dunque leggi per ora, se vuoi, il mio libretto, ma questo sarà un solo passatempo: per rendertelo veramente utile, come qualunque altro libro composto nella forma di un dizionario, è necessario che tu vi ricorra spesso alle opportunità, le quali saranno frequenti.
P.e.
parlerai o penserai ai vantaggi recati all'uomo dalla scrittura? Corri sul libretto a cercare carta e inchiostro.
Tuttociò che allora leggerai di questi due oggetti resterà impresso nella tua mente perché anderà ad ordinarsi in una serie di idee che la mente aveva già disposta e incominciata, né così un'idea caccierà l'altra come una incognita forestiera.
Se questa mia lettera ti riuscirà, come dubito, oscura e duretta, prega il gentile Signor Rettore a spiegartela in mio nome.
- Nella mia antecedente ti dimandai se tu avessi qualche desiderio da soddisfarsi: tu non mi hai risposto.
Rispondimi dunque, ed io procurerò di appagarti.
Il giorno 12 aprile tu compirai 12 anni, cosicché quel dodici del mese sarà il più solenne di tutti gli altri dodicesimi giorni di aprile che vedrai scorrere nella tua vita.
Fa' dunque in quel giorno un forte proposito di essere un uomo virtuoso e onorato.
Io verrò a trovarti verso la fine di maggio, e allora ti porterò quello che lecitamente avrai desiderato e chiesto al tuo Papà che ti ama tanto.
La tua Mammà ti abbraccia e benedice di cuore come faccio io.
Gli amici, i parenti, i domestici e specialmente Antonia, ti salutano.
Tu riverisci da mia parte i Signori tuoi Superiori.
Se il vetturale non è tornato a prendere la cassetta, ci penserò poi io medesimo.
- Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 242.
AL MARCHESE ANTALDO ANTALDI - PESARO
[24 maggio 1836]
Veneratissimo Signor Marchese
Per farmi più breve l'amarezza di questa lettera io Le risparmierò il racconto dei modi coi quali il Signor Marchese Ercole Suo figlio mi strascinò a spedire la citazione per scudi quaranta che in nome di mia moglie Le fu presentata il 9 febbraio pp.to, giorno di martedì e perciò postale per Pesaro.
Fu allora che, scosso il Sig.
Marchese Ercole da quell'atto della mia risoluzione, ruppe il Suo ostinato silenzio e mi scrisse una lettera con data del giorno anteriore (lunedì 8), ricevuta da me il dì 11, nella quale schivando ogni discorso intorno alla citazione venne ripetendo le solite promesse indeterminate e le consuete dimande di nuove tolleranze da aggiungersi alle vecchie così mal corrisposte.
Risposi io il 13 accusando le tante delusioni della mia buona fede e deferenza, e nulladimeno conchiudendo che avrei accordata per gli scudi quaranta una ultima dilazione sino a tutto il mese di Marzo se al cader di detto mese mi avesse pagati scudi sessanta, stanteché coincideva in quell'epoca la maturazione del terzo trimestre di frutti arretrati.
E per tutta garanzia della mia tolleranza e della sospensione degli atti non dimandai che la di lui positiva parola d'onore.
Replicò il Sig.
Marchese e mi richiese di estendere la dilazione sino allo spirar d'aprile, pel qual tempo mi assicurò del pagamento degli scudi sessanta, sulla sua positiva parola d'onore.
Ripetendo io il 23 concessi la proroga alla parola d'onore del Sig.
Marchese, purché il danaro fosse in Roma il dì 30 aprile.
E così, messi da parte gli atti giuridici, io viveva tranquillo sopra un pegno che un Cavaliere stima non solo più della roba ma anche più della vita.
Arrivato però il mese di maggio senza l'arrivo della somma promessa, mi feci lecito il giorno 7 di dirne due altre convenienti parole al Signor Marchese Ercole, aggiungendogli essere io purtuttavia convinto della superfluità della mia lettera imperocché senza dubbio a quel giorno il danaro doveva essere in viaggio.
Eppure io m'ingannava, perché il Sig.
Marchese, accusando un'assenza da Pesaro, non mi riscontrò prima del 15 per dirmi che la diligenza che passerebbe da Pesaro il sabato 21 mi avrebbe portato scudi trenta, cioè la metà, essendogli stato impossibile nel momento (sono le di lui parole) di potere accozzare l'intiero.
Se questo si chiami soddisfare ad una positiva parola d'onore io lo faccio decidere a Lei, uomo di nobil nascita e di più nobile ingegno.
Ma pure v'è di peggio, dappoiché questa mattina è arrivata la diligenza, e i ministri m'han detto nulla esservi di Pesaro per la mia famiglia.
Prima dunque di riaccingermi ad una nuova e durevole guerra, a cui sono spinto da viva forza, io ho voluto dirigere a Lei questi miei ultimi lamenti, affinché Ella, fatta consapevole dei giusti motivi della mia collera, non trovi maraviglioso il mio chiuder d'orecchi ad ogni altra futura proposizione.
Svanita una volta fra due civili persone la parola d'onore, non resta altra garanzia se non quella comune anche ai volgari, cioè la forza della giustizia.
Io mi rammarico assai, e forse più di Lei, di questa asprezza, e tanto più dopo che l'ultimo momento da me passato in Pesaro nel 1830 mi aveva inspirato lusinga che fra noi nulla più di spiacevole si eleverebbe.
Né mi dica al Sig.
Marchese Ercole essere affidata la amministrazione della famiglia.
Ella n'è il capo, ed a Lei perciò mi sono rivolto.
Ho l'onore di ripetermi, Signor Marchese,
Suo dev.
ob.mo servitore G.
G.
Belli
Palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, 24 maggio 1836.
LETTERA 243.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, sabato 18 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Giunto in questa Città alle 4 pomeridiane e avendo buono spazio di dimora sino alle 4 del mattino di domani, ho voluto darti un'anticipazione di mie notizie nel medesimo tempo che tu, come dicesti, mi stai dando le tue dirette a Perugia.
Alla presente tu non rispondermi fino a che non avrai avuta la mia prima perugina.
Il viaggio fin qui è stato felicissimo, e tale spero il rimanente.
Ecco la mia compagnia.
Io sono al primo posto: alla mia sinistra siede una perugina la quale tiene più al basso che all'alto se si deve arguire dallo stia comido che mi va spesso ripetendo a motivo di una figlioletta di cinque anni che dorme tutto il giorno fra noi due e ha scelto me per prestarle uficio di materasso.
Incontro alla donna si trova il tenente Frantz, il quale non pare nemico e molto meno nemico vecchio di lei.
Dirimpetto a me è un Sig.
Francesco Soncino, giovane, ed è quel tal cugino dell'Avv.
Grazioli, che doveva partir giovedì.
Avrai udito ieri il legno a retrocedere sulla nostra piazza: ebbene si tornò a prender lui a SS.
Apostoli, mentre alla prima passata di là non trovarono il palazzo.
Dietro le spalle del Soncino è un frate conventuale, e dietro quelle del tenente, cioè accanto al frate sta il sergente armato di fucile, cosicché sembriamo una carrozzata di dio-sa-chi.
Ho parlato con Vannuzzi e Babocci etc.
Tutti ti salutano.
Io aspetto buone nuove della tua salute e ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.
P.S.
Mille cose a tutto il mondo da mia parte.
LETTERA 244.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 21 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Nel riscontrare la tua del 18 mia prima cura e principal desiderio sarebbe di occuparmi delle cose concernenti la tua salute per me preziose sopra ogni altro bene; ma poiché ti suppongo anelante di avere da me un discarico intorno allo stato in cui ho trovato Ciro, principio da questo articolo.
Essendo io giunto ieri mattina un po' troppo tardi per potermi recare a vederlo, mandai subito qualcuno ad avvertirlo del mio arrivo e ad annunziargli la mia visita pel dopo-pranzo.
Fu trovato tutto allegro e in grande occupazione per allisciarsi bene da tutte le parti onde farmi buona figura al mio giungere.
Io dunque ci andai il giorno ed entrai la porta nel medesimo punto in cui terminavano le scuole: erano 22 ore.
All'improvviso vidi da una folla di ragazzi in fondo al corridore staccarsene uno di gran carriera con tutti i libri sotto il braccio e col calamaio in mano, e gettarmisi addosso.
Indovini già chi potesse essere.
Ci abbracciammo e baciammo, e quindi subito mi dimandò: come sta Mammà? Bene mi ripugnò il cuore di dirglielo, nel momento che tu soffri tanto: mi riparai pertanto dietro uno di que' mezzi-termini che giovano al mondo, e gli risposi eh ringraziamo Iddio, nella idea che sempre ci suggeriscono i predicatori di lodare la provvidenza così del bene come del male.
Il povero figlio fu colto al cristiano lacciuolo, e rimase soddisfatto.
Salimmo quindi alle camere del Rettore parlando e di te e della nostra famiglia: ivi feci l'esposizione de' donativi de' quali rimase contentissimo, e te ne ringrazierà coll'ordinario venturo.
Voleva farlo oggi, ma io ho creduto dividerti in due volte le nostre notizie: in questo modo ti parranno doppie.
La di lui salute non può desiderarsi migliore: è veramente un ragazzo che consola a guardarlo, colorito, robusto, vivace, lietissimo.
È cresciuto colla sommità della testa al mio mento: ha fatto una mano pochissimo più piccola della mia, ma più polputa e tenera: il piede poi è da apostolo.
Ora abita una bella, spaziosa e allegra camera con due finestre verso la campagna: quella di prima era più angusta e con un solo balcone che guardava l'interno del collegio.
Il pianforte e ogni altro mobile stanno in questa nuova stanza assai ben situati, e la luce e l'aria che vi si gode han potuto anch'esse contribuire al far sì che io non abbia trovato un baiocco di debito collo speziale a conto di Ciro.
Ne vuoi di più? - Dello studio i superiori son contenti, e così dell'indole amabile del caro nostro figlio che si fa gradito a tutti.
Egli mi suonò un pezzo di musica, in cui dice avere assai faticato per la parte del basso piena di tuoni e di posizioni.
Intanto le di lui dita arrivano già all'ottava in sui tasti.
Ti dico io che poveretto chi avesse uno schiaffo da Ciro! - Le calze nere gli furono ricapitate.
- Del libro dell'adolescenza è rimasto assai contento perchè già lo aveva un di lui compagno, Mosti di Ferrara.
Il Giovedì poi gli è piaciuto a dismisura, e non l'ha nessun altro.
Egli ti abbraccia, bacia, e chiede la benedizione.
Saluta quindi Antonia, Domenico, e tutti gli amici e i parenti.
Il mio viaggio non poteva riuscire più felice se ne togliamo il pensiere della tua salute che mi segue sempre.
La notizia che mi dai del nuovo vescicante mi rattrista per una parte conoscendo il bisogno che te lo procurò; ma dall'altra mi fa crescere la speranza di udirti per esso più presto fuori di queste calamità.
Sii paziente, mia buona Mariuccia, e coopera colla tranquillità dello spirito alla guarigione del corpo.
- Non trovai Bucchi a Spoleto; ma parlai colla moglie e gli lasciai tutto.
Egli partendo il dì innanzi per urgenza di uficio l'aveva prevenuto del mio passaggio.
Io poi lo vidi la sera a Fuligno dove fece ricerche di me.
Farà tutto pulito.
La moglie è rimasta soddisfattissima dello scialle.
Addio, mia cara Mariuccia, ti abbraccio di vero cuore e sono il tuo P.
LETTERA 245.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 25 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Non credo di abbandonarmi alla lusinga se dalla lettura de' tuoi caratteri del 23 io traggo soggetto di vive speranze intorno alla prossima e stabile tua guarigione dopo tanti spasimi coi quali te la sei ricomprata e dopo tutti i sospiri che ce ne costa il ritorno.
La più breve durata degli assalti del tuo male e la loro tanto minore intensità, andando di pari passo col rimarginamento delle piaghette del capo, mi sembrano dover annunziare una generale e assoluta cedenza di tutto il complessivo disordine in cui la tua salute era caduta.
Il tardo momento però, cioè l'epoca della stanchezza del morbo, nel quale io suggerii l'applicazione della nota erba, non può farmi troppo insuperbire sulle vere cagioni del tuo miglioramento circa alla supurazione che volevamo arrestare.
Nulladimeno, se di qualche giorno o di qualche ora avesse quel rimedio per avventura contribuito all'acceleramento del desiderato beneficio, sarebbe sempre questo per me un motivo di viva consolazione, ed anzi io voglio perfino illudermi sulla positiva efficacia della mia ricetta onde accarezzarmi una vanità in armonia colla mia affezione per te.
Lo capisco, il primo merito della tua guarigione, che io già vagheggio assicurata, si deve attribuire alla cura de' tuoi professori; ma pure mi piace di crearmi un orgoglio simile a quello della mosca che arava sulle corna del bue.
Troppo è stato il piacere causatomi dalla tua lettera perché io ti rimproveri l'infrazione del precetto che ti avevo dato di non iscrivermi di tuo pugno.
Ti ringrazio quindi della tua premura in mancanza di segretarii: potevi però esser persuasa che non mi sarebbe sfuggita la considerazione dell'angustia del tempo nell'ordinario di giovedì, tantoché il non aver visto oggi le tue lettere non mi avrebbe messo in pena, per la facilità dell'attribuire questa mancanza al suo vero motivo.
- Il nostro caro figlio sta sempre come un fiore, ed a quest'ora avrai avuto la di lui lettera di giovedì 23.
Nel dopo-pranzo di detto giorno egli stette sempre con me.
Gli ho questa mattina per mezzo del maestro di musica mandati i tuoi saluti, e dimani (domenica) andrò io medesimo a trovarlo e lo abbraccerò e benedirò in tuo nome.
Col Sig.
Bianchi, il quale mi aveva raccomandato Regaldi, ho fatto molte risate sulla maniera di agire di costui.
Bianchi me lo diresse, assediato dalle di lui premure onde venir raccomandato a qualcuno.
- Insomma ha fatto quattrini: ecco per lui l'interessante.
Ora non avrà da far altro che lasciar Roma e trinciarle i panni addosso, parendogli forse di aver guadagnato poco.
Qui fa caldo: figurati a Roma!
Di' a Biagini, se lo vedi, che sto aspettando qualche occasione per mandargli il cerotto da Frontini.
Salutami lui e tutti gli amici, e i domestici, e chi chiede di me.
Abbiti cura scrupolosa, e ricevi mille abbracci dal tuo aff.mo P.
LETTERA 246.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 30 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Malgrado il licenziamento dei professori e la guarigione esteriore della testa, sento purtuttavia con rammarico non essere tu ancora esente dal male primitivo, le cui reliquie ti affliggono ancora e ti tormentano di tempo in tempo.
È un gran destino! Né potendo tu ancora occuparti in nulla, perché Mariuccia mia cara non mi mantieni la promessa già fattami, di scrivermi cioè per altrui mano? A buon conto la tua del 28 l'hai dovuta vergare in due tempi.
Dio lo sa se il vedere il tuo carattere mi consola, ma questo mio piacere è distrutto dall'idea del danno che può arrecarti lo scrivere.
Comprendo che il secco modo che tien Ciro nel suo carteggio può amareggiare una madre amorosa quale tu sei: ti assicuro però, mia cara Mariuccia, che nostro figlio sente ben più di quello che esprime: egli mi chiede sempre di te con molta premura e si mostra gratissimo alle molte prove del tuo amore.
Non affliggerti pertanto di questa apparente tiepidezza: egli ti ama assai e conosce a fondo quanto ti deve: prova di che ti sia l'ardente desiderio ch'egli avrebbe di rivederti durante il suo corso di studi.
Che vuoi fare, Mariuccia mia? È un ragazzo, ed i ragazzi come anche moltissimi adulti quando sono a spiegare colla penna i loro sentimenti non sanno da che parte principiare né cosa dire.
Credimi, il di lui cuore è buono ed affezionato, ma, fintantoché non ristarà in mezzo a noi, difficilmente ne potremo ben conoscere e valutare le affezioni.
Quando questa mattina l'ho rimproverato della di lui freddezza e brevità soverchia della di lui lettera a te, ha fatto gli occhi rossi e mi ha pregato a chiederti scusa in suo nome.
Perdonalo, Mariuccia mia, ed assicurati che Ciro è e sarà un buon figlio.
Il carattere poi più o meno carezzevole dipende dalla natura, né egli n'ha colpa.
- Spero sabato 2 di potere per mezzo di un impiegato di questa posta mandare franco per via della diligenza, o diretto a Parlanti o non so ancora a chi altri, il pacchettino di cerotto per Biagini con sopraccarta al tuo nome e al tuo indirizzo.
Quando lo avrai avuto lo darai a Biagini, vedendolo.
Il prezzo è di bai: 35 che ritirerai o no come più crederai bene.
- Cercherò la cunzia per Rotondi.
- Dimmi quanti mazzi di carte da giuoco vorresti.
- Mi scrive Babucci dicendomi di non averti direttamente ringraziata della procura Olivieri contro Camilli, perché sapendoti inferma ha temuto incomodarti.
Si esprime però verso di te con sensi di estrema gratitudine.
Molte cose mi dice su codesto affare che io non conosco, e credo che ne avrà tenuto diretto proposito con chi di ragione.
- Circa al terreno Marotta ne parleremo al mio ritorno.
Un certo Piacentini ne aveva avanzato qualche parola di compera, ma i di lui affari col fallito Camilli lo hanno per ora fatto desistere da questa intenzione.
In tutti i modi il terreno non resterá abbandonato.
Insomma, ne parleremo.
- Intorno al 15 luglio il Professor Colizzi verrà a Roma, e pensiamo, potendoci combinare, di venire insieme.
Basta, o che egli acceleri o che ritardi la di lui venuta, egli porterà a Roma la cassetta di Ciro, la quale gli ho progettata per un certo di lui trasporto di libri, mentre il sesto ed ultimo tomo della sua opera è finito.
- Ti dico intanto una cosa in segreto: egli mi ha dimandato se io conoscessi qualche prete abile per l'impiego di Vice-Rettore che va a stabilirsi in collegio.
Io gli ho nominato l'Abate Fidanza.
Al mio ritorno li faremo abboccare insieme perché Colizzi prima di tenergliene proposito lo vorrebbe vedere e parlarci.
Se tu credessi intanto di scandagliare il di lui animo, fallo pure, purché però l'Abate Fidanza non si mostrasse inteso della cosa avanti a Colizzi.
- Oggi porterò Ciro con me.
Rendi i miei saluti a tutti, e credimi qual sono di tutto e vero cuore
Il tuo aff.mo P.
P.S.
La povera Nanna Cerotti sarà venuta da noi, eh?
LETTERA 247.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 9 luglio 1836
Mia cara Mariuccia
In questo ordinario non ho trovato alla posta tue lettere, segno che mi hai compiaciuto nel non prenderti la scalmatura di rispondermi giovedì.
Spero però di avere tuo riscontro col corriere presente per avvisarti che la mia partenza di qui accadrà (salvo impiccio) nel giorno del prossimo martedì 12.
Il vetturino col quale ho già pattuito non sa ancora dirmi se potrà partire la mattina o il giorno, né se impiegherà in viaggio tre giornate o tre giornate e mezza.
Per entrambe le dette due varietà di movimento io non posso precisarti se il mio arrivo accadrà nella sera di giovedì 14 ovvero nella mattinata o nella sera del seguente venerdì.
Fra questi due estremi però io dovrei essere a Roma, ove non si dasse qualche ostacolo impreveduto, potendosene frapporre al mondo tanti da non mettere in alcuna pena.
Per Ciro ho fatto tutto, lo lascio in floridissimo stato, avrò al momento del mio partire passato ventitrè giorni presso di lui: è dunque ormai tempo che ritorni vicino a te, dove potrò forse essere un poco più utile che qui.
L'altro ieri condussi Ciro a spasso con me e a prendere il gelato.
Ordinai anche qualche pastarella: il caffettiere ne portò alcune di varie specie: Ciro ne mangiò un paio, e poi disse esser meglio che il resto se lo mettesse in saccoccia per avvezzarsi a mangiar tutto, non potendosi mai sapere gli eventi del mondo.
Così scherzò con molta grazia su quel tutto, sul doppio senso di qualità e di quantità.
È un gran furbaccio: di poche parole, ma pesate.
- Jeri verso sera lo trovai al passeggio, e mi fece una bella scappellatona guardandomi con quegli occhi di fuoco.
Questa mattina l'ho riveduto al collegio, dove sono andato affinché il Rettore mi mostrasse gli altri romani.
Con Ciro erano sette, cioè, tre Sartori, un Caramelli, un Grazioli e un Fiorelli; e tutti in eccellente salute.
Credo che tutti mi daranno qualche lettera per le loro famiglie.
Domani tornerò in collegio, e poi anche lunedì.
Intanto prenditi tanti abbracci e baci di Ciro nostro che ti chiede la benedizione e ti prega de' soliti saluti.
A quest'ora avrai veduto Publio Jacoucci colla mia lettera e coll'involtino pel nostro Biagini.
Se questi verrà da te mercoledì a sera salutamelo e digli che Ferretti si penti del primo elogio fatto a Regaldi, e poi gliene fece un secondo nello Spigolatore (insulso e scorretto) del '30.
Questa notte parte il Delegato che va pro-legato a Ferrara.
Mi pare che la di lui partenza accada tota plaudente civitate.
Tu, figlia di Curia, devi comprender questa latino: se no, chiama aiuto nella curia domestica.
- Abbiamo a Perugia caldo e qualche tropea periodica.
In questo punto io scrivo fra i tuoni.
Ti dico all'orecchio che Colizzi ha dimandate informazioni dell'Ab.
Fidanza, e le ha avute ottime.
Egli però ha degli impegni con altri soggetti.
Basta, se al Fidanza converrà questo uficio, speriamo di superarli.
Bisogna però non mostrare che io ti abbia fatte queste confidenze anticipate.
Salutami tutti, Mariuccia mia, ed abbiti un abbraccio di vero cuore dal
tuo aff.mo P.
LETTERA 248.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 8 settembre 1836
Perché il Panzieri avesse copia della tua inscrizione era necessario che tu mi dicessi: danne una copia a Panzieri.
Ma tu non mi scrivesti mai quel comando, e posso affermarlo con sicurezza perché tengo attualmente la tua nota sott'occhio.
Se ora dunque hai tu detto a qualcuno: ne incaricai Belli, sostituisci a queste parole le altre: voleva incaricarne Belli; e così mi salverai dal nome di stordito presso il volgo ignaro.
Faremo una cosa: ho ancora la copia che non potei dare al Duca [...].
Manderò quella al Panzieri, e sarai certo che almeno non servirà ad uso di cartoccio per dolci o per fondo a un baule.
Il Cholera fa pensare ogni padre.
Se mai...
dà un occhio al tuo figlioccio.
Tu lo vedi, io ti rimando la tua stessa preg