LE LETTERE 1, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 55
...
.
Rifletti, Ciro mio, a queste ragioni, e parlane coi dotti tuoi Superiori che ti sono in luogo di padre.
Io non posso così di lontano che accennarti qualche punto che l'esame e il discorso ti debbono sviluppare in tutta la loro ampiezza e illuminare di tutto il loro splendore.
Dimmi, Ciro mio: come senti freddo? - Reciti al teatrino quest'anno?
Tutti, e specialmente Antonia ti salutano.
Pochi giorni addietro parlai di te lungamente al Sig.
Avvocato Gnoli.
Riveriscimi i tuoi Sig.ri Superiori ricevi le benedizioni e gli abbracci della tua Mammà.
Ti stringo al cuore, e sono il tuo aff.mo padre.
LETTERA 233.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Roma, 20 gennaio 1836]
Mia gentilissima amica, nulla di più sconcio che le cose fuor di proposito.
Avrei pertanto dovuto non mandarvi oggi le qui unite melensaggini che scrissi ieri pel libercolaccio il quale dovrà usurpare nel Vostro baule uno spazio assai meglio occupabile anche da un paio di calze da scarto.
Ma il desiderio di dimostrarvi che ancor lontana dalla vista non potete esser remota dal pensiero di chi Vi conosce, mi han fatto bravare le convenienze.
Due altre considerazioni contribuiscono pure alla risoluzione, un po' strana per verità in riguardo alla circostanza penosa della Vostra famiglia: l'una cioè riposta nella mia speranza che la Cecchina stia oggi meglio di quello che ieri sera mi annunziò Biscontini: l'altra appoggiata alla vostra libertà di leggere o non leggere le mie sciocchezze, secondo il vario consiglio dell'animo.
Se nulla è al Mondo di che io oggi mi dolga, ciò è il vedere come io sia stato profeta circa alla infermità della vostra buona sorella.
Ah! così avesse voluto ascoltare le insistenze di un querulo amico! Ma non volgiamo gli occhi all'indietro.
Percorriamo invece con ogni specie di voti e di auguri il lieto giorno della ricuperata salute, ed il momento di gioia che dopo quello la attende.
Salutatela in mio nome, e mostratele calma onde trasfonderne in lei.
Riverisco la Signora Lucrezia, e mi confermo con tutti i sentimenti degni di Voi
Di casa, 20 gennaio 1836
Vostro servitore ed amico
G.
G.
Belli
LETTERA 234.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[21 gennaio 1836]
Gentilissimo e rispettabile amico
Mi fu il giorno 14 recapitata la obbligantissima Vostra del 7 relativa al passaggio delle vostre stampe farsaliche dalle mie alle mani del Sig.
Pietro Biolchini segretario del Giornale Arcadico.
In quel giorno io guardava il letto per reuma, male da cui pochissimi vanno immuni in questo rigidissimo inverno.
Si dovette pertanto rimettere l'operazione ad altro giorno, e fu infatti eseguita nel Martedì 19.
Poche notizie, come ben potete comprendere, sono io stato in caso di procacciare al Sig.
Biolchini de' fatti antichi, e meno schiarimenti per l'azione futura, dappoiché dopo la transmissione che pel mezzo della Diligenza io vi feci il 29 luglio 1830 di tutte le carte relative alla cessata gestione del Cavalletti, onde fossero da Voi e dal Sig.
Bontà esaminate, io rimasi privo di qualunque documento che potesse aiutarmi a riannodare nella mia mente o avviare nell'altrui un filo qualunque di questa per voi poco fortunata orditura.
Ma se, ripresi in qualche modo i capi della spezzata tela, potesse mai riuscirvi utile in qualche parte la mia meschina cooperazione, Voi, col Sig.
Biolchini e chiunque altro vi rappresenti, mi troverete sempre ilare e pronto a' vostri servigi.
Che poi dirò della cortese liberalità Vostra nel dono di un esemplare del nobilissimo vostro lavoro? Io non so come abbia potuto da Voi meritarmi un sì prezioso regalo.
Ma nel tempo stesso che ho in me vanamente cercato i titoli a tanto favore, non ho saputo pure trovarmi animo a rifiutarlo.
Lo accetto dunque, e l'aggradisco quanto si deve, cioè moltissimo; e, valendomi delle vostre facoltà sulla scelta della carta dell'esemplare, ho creduto tenermi egualmente lontano da' due estremi, e scegliere il mezzo.
Mi sono per conseguenza ritenuta una copia in carta velina bianca di ciascuno de' 4 fascicoli.
Così i quadernetti che vennero presso di me in deposito in numero di 428 sono in oggi da me stati consegnati al Sig.
Biolchini in n° di 424.
Il Sig.
Biolchini poi, che naturalmente era istruito del tratto di vostra cortesissima a mio favore, mi ha promesso che ricevendo egli i mancanti fascicoli del compimento dell'opera, mi farà in Vostro nome tenere quelli che dovranno completare il mio esemplare.
Due occupazioni ho io oggi avute relative a Pesaro.
L'una piacevolissima, cioè questa lettera a Voi che tanto stimo ed amo: l'altra assai ingrata, ma pure indispensabile, cioè la spedizione di una citazione al Sig.
Marchese Antaldi, col quale, avendomici Voi così bene avvicinato nella mia dimora a Pesaro nel 1830, avrei pure voluto conservare per sempre buona ed onesta armonia.
Ma poiché il Sig.
Marchese Ercole, attuale guidatore delle faccende e degli interessi della nobil famiglia, mi ha usato il poco urbano contegno di non rispondere neppure alle mie lettere di molti mesi (lettere, voglio dirlo, cortesissime) non mi resta che la via spinosa che dovetti battere allora.
Comandatemi, mio caro e rispettabile amico e credetemi sempre Vostro aff.mo a.co e serv.e Giuseppe Gioachino Belli.
Palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, 21 gennaio 1836.
LETTERA 235.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Di Roma, 31 gennaio 1836]
Dacché i primi studi delle storie e della ragione politica dei popoli principiarono a svilupparmi un senso nella parola di Patria, il sommo pensiero che abbia di poi occupato continuamente il mio spirito quello si fu delle cause della italiana decadenza, non che di quella specie di fato che questa già sì potente e pur sempre nobilissima terra mantien vile e derisa.
Vane, se non al tutto ingiuste mi parvero ognora le querele d'Italia contro la violenza straniera, quando la principale vergogna debba ella vederla sul proprio volto, e il roditor verme suo vero cercarlo nelle stesse sue viscere.
Succedute le cupidigie dell'oro all'amor della gloria, all'ardire l'insolenza, agli stenti de' campi l'ozio e le lascivie, e alle magnanime imprese le discipline del fasto e del triclinio, la pubblica vita divenne privata, e, sciolto il gran vincolo simboleggiato sapientemente ne' fasci de' littori, ciascun uomo si raccolse in se stesso, non più cospirando al comun bene ma inteso all'individuale suo comodo.
Surse allora uno scettro su milioni di spade, e la servitù di ciascuno segnò il termine dell'impero di tutti per dar principio ad una nuova grandezza, falsa ed instabile, perché scompagnata dall'universale interesse che è anima e vita delle nazioni.
Or voi, gentilissima amica, rimarrete per avventura stupefatta come e perché da sì pomposo esordio io discenda a parlarvi di tanto esigua cosa quanto pochi miei versi, il cui debole suono si perde e smarrisce per entro al romore di quelle vaste vicende.
Meditava io appunto nell'anno 1825 sui miseri destini di queste nostre belle contrade, allorché l'Amor-personale, vecchia ed eterna origine delle italiane sventure, venne a dividere gli animi di un romano sodalizio, che dal culto de' numeri musicali s'intitolò Accademia Filarmonica.
Il malnato scisma separò l'onorevole instituto in due distinti corpi, né l'uno né l'altro de' quali poteva bastare a se stesso.
Parvemi quella discordia circostanza atta e pretesto per levare alto la voce, e, sgridando i miei sconsigliati cittadini su quello per sé oscuro suggetto, far balenar a' loro occhi una luce dileguatasi in tanta abbiezione e dimenticanza de' civili doveri.
Composi quindi e pubblicai la Canzone che qui appresso vi transcrivo, né volli darle alcun titolo speciale, vagheggiando la speranza che ne' più svegliati de' miei lettori potesse entrare almeno un dubbio che io sotto lievi apparenze avessi forse occultato più sublimi verità, non concesse dalla condizione dei tempi a libero esame.
Varii difatti penetrarono il mio intendimento: il massimo numero però non ne trasse altro giudizio fuorché della sproporzione di que' miei clamori ad una meschina lite fra musici.
Ma a Voi, entrata oggi a parte del mio segreto, cosa rimarrà oggi a dire dei miei poveri versi? Null'altro se non che piacciavi usar loro indulgenza, non minore dell'amicizia con che onorate in ricambio la mia servitù.
G.
G.
Belli
Roma, 31 gennaio 1836.
LETTERA 236.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[1 febbraio 1836]
Carissima, amica,
l'anima umana è come uno strumento musicale, in cui, benché taciti, si nascondono gli elementi di tutti i tuoni, gravi o acuti, malinconici o lieti.
Non aspetta essa che il tocco esterno onde manifestare la sua occulta potenza, e non solo del suono provocato ma di tutti gli altri ancora corrispondenti al sistema della sua propria armonia.
Così tu leggi un di que' libri che colpiscono la immaginazione tosto ti si risveglieranno mille sensazioni di che tristezza forse t'ignoravi capace, e un vortice d'idee nuove e sconosciute sorgerà a far eco a quelle con cui un'arcana legge le pose in analogia, stabilendo fra loro quasi un metafisico magnetismo.
Ecco, io ho letto l'Antony, con tanto sapere e passione da Voi tradotto; e per tutt'oggi è certo che io penso come Dumas.
Ma domani? Maraviglioso ingegno! Il Mondo aveva una nuova faccia, ed ei l'ha dipinta.
La di lui Adele muore assai più sublime di Lucrezia.
Vi rendo il Vostro manoscritto, avvisandovi che per questa generazione esso non sarà mai cosa da Roma.
Conservatemi la grazia della vostra amicizia.
Il vostro servitore ed a.co
G.
G.
Belli
1° febbraio 1836.
LETTERA 237.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
Di Roma, 4 febbraio 1836
Mio rispettabile amico
Nella vostra lettera 28 gennaio, giuntami contemporaneamente col 5° fascicolo della vostra Farsaglia che graziosamente volete donarmi, ho veduto un novello documento della non simulata compitezza che vi distingue fra i dotti d'Italia, e del come un generoso animo possa di buona fede illudersi fino al punto di attribuire a' giusti suoi ammiratori una parte del proprio merito e la stessa luce che da lui su quelli si spande.
Che sono io? Che so? Cosa ho fatto pel Mondo e per Voi, onde abbiate a prodigarmi sì lusinghiere espressioni, le quali, se io non le sapessi partite da cuore ingenuo, mi umilierebbero dove oggi mi tentano a vanità? Né vogliate già sospettare che così Vi parli per sostenere con Voi una gara di complimento: ché troppo male risponderei alla sincerità vostra, e mostrerei di sconoscere la vera indole dell'amicizia di cui è proprio talvolta il dir falso colla intima persuasione del vero.
Voi mi onoraste a Pesaro della vostra familiarità: avemmo insieme franchi discorsi che ci apersero scambievolmente il fondo del nostro spirito; ma niuna lusinga doveva restarmi che da' quei colloqui, pe' quali io penetrava il vostro ingegno, avesse in Voi potuto passare un concetto di me da esserne in oggi chiamato a mover giudizio sopra una vostra opera già lodata da lodate penne, e da tanti desiderata, e, quantunque ancora incompleta, citata pur già non di rado dove avesse ad allegarsi Lucano.
Nulladimeno, poiché in ogni caso nel negare il proprio suffragio a chi lo richiegga per quanto esso vale, la umiltà assumerebbe forma di scortesia, io Vi dirò brevemente (e lo giurerei, dove fra onesti uomini abbisognasse) poche versioni de' classici essermi sembrate tanto nobili e splendide e veramente italiane quanto questa da Voi intrapresa del difficilissimo poema dell'ardito cantore di Cesare e di Pompeo.
A Voi esperto nella storia delle umane tristizie non parrà maraviglia se le strida delle mulacchie spesso levinsi a soffocare il canto de' cigni.
Ma che perciò? Le poche medaglie de' genii sorgeranno sempre dal fiume dell'oblio per andar depositate dal tempo nel tempio glorioso dell'immortalità.
E questa è già vecchia peste d'Italia che dove balena una luce là molti soffii maligni corrano a spegnerla: contenta piuttosto la invereconda ignoranza alle tenebre universali che non ad un raggio rivelatore della di lei turpitudine.
Ogni opera dell'uomo porta le impronte della frale di lui natura: sufficiente prova lo stesso vostro originale, malgrado delle sue tante parti sublimi.
Ma come le civili critiche, criticabili anch'esse possono avvicinare un lavoro alla perfezione per quanto la perfettibilità umana il consenta, così i sarcasmi e gli oltraggi debbono quasi far credere esservi giunto: perché lo scherno è carattere d'invidia; e quella sozza non morde mai in basso.
A queste parole sono io trasceso per solo intendimento di calmare in Voi una specie di peritanza in cui Vi veggo ondeggiante nel bilanciare il vostro oro colle spade insolenti dei Brenni della Letteratura.
Voi dispregiate, lo so, le ciance di chi non sa usar meglio sua vita che logorando l'altrui; ma nuda di esterni conforti difficilmente la vera modestia non si rattrista in segreto de' tentativi della maldicenza, e non dubita se fra i vani clamori si nasconda alcun germe di giustizia e di meritata severità.
Animo, amico caro e rispettabile: onorate, siccome sempre faceste, gli urbani consigli, de' quali piccol'uopo anche avete, ma ricordatevi insieme che un vasto mare non si solca senza procelle e pirati.
Cercherò di vedere il Sig.
Biolchini per udire da lui se io possa per qualche modo cooperare a' vostri vantaggi, non ostante la mia nullità e l'isolamento in cui di ragione son tenuto e mi tengo.
Se avete occasione di trovarvi col Sig.
Marc.
Antaldo Antaldi Vi prego fargli conoscere i giusti motivi delle mie ostilità.
E con tutti i sentimenti degni di Voi mi confermo
Vostro aff.mo ed ob.mo amico G.
G.
Belli.
LETTERA 238.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
[27 febbraio 1836]
Mia carissima Amalia,
i versi qui precedenti erano già da dieci giorni destinati a servir di risposta: oggi invece vi verranno come proposta.
Capite? cioè, è meglio dire mi spiego? perché la mala intelligenza è più spesso vizio delle lingue che degli orecchi.
Insomma, facciamoci a parlar chiaro: io aspettava a bocca aperta, ad occhi aperti, a braccia aperte, ad anima spalancata, qualche vostra notizia, e mi era intanto quelle 1595 sillabacce rimate e acciabattate su Iddio sa come, per darvi mala paga a segnalato favore; ma le notizie si sono azzoppicate per via, o affogate fra le nevi dell'Appennino.
Fintanto dunque che non vada il cane di S.
Benedetto a cacciarnele, e tutte intirizzite me le porti a riscaldarsi con me, io voglio mo spedir loro incontro i miei peotici arzigogoli.
Ne già vi fumi pel capo il ghiribizzo di credermi impastato di quella tal pasta perugina che pretenderebbe una lettera per minuto: il cielo ce ne scampi.
Io conosco bene la vostra arte, i vostri impegni, le vostre brighe, i vostri cassoni, i vostri denti, la vostra...
vogliamo dirlo? diciamolo, la vostra poltroneriola, e tutte le altre vostre cosette.
Eppoi, eppoi, non siamo noi già di amore e d'accordo che mi avreste scritto quando il Signore ve ne spedisse la vocazione? Per questa volta però non siamo nel caso.
Voi siete partita contro voglia; avete viaggiato in cattivo tempo; siete andata lontano (al conto ch'io faccio) 13.500 miglia, quante ne corrono agli antipodi del Vaticano; potevate aver sofferto; noi, dico noi, soffrivamo delle vostre possibile sofferenze...
Dunque? Dunque l'aspettazione non è ascrivibile a petulanza; ma sibbene ad piam causam, come diconci sempre i nostri buoni sacerdoti quando vogliono le cose a modo loro.
Ma la Bettini non ha potuto scrivere.
Va bene: scriverà dunque quando potrà, e intanto scrivo io che ho il calamaio bell'e ammannito.
Sapete? Un Ferrettino è nato domenica 21, alle 7 della mattina, a far compagnia alle sorelle; e lunedì 22, alle 6 della sera andò in chiesa a farsi chiamare Luigi.
Fra i sorbetti io dissi:
Servo suo, signor Giachimo.
Date un bacio per me a Vostra Madre, perché sappiate che uno gliene ho dato da me stesso quando partì, e non me ne pento.
In quanto poi alla Cecchina, l'è un altro paio di maniche.
Stringetele la mano con mia procura sino a farle gridare Caino.
E a Voi? A Voi mille affettuose parole.
E quando mi risponderete, ché pure una risposta me la sono promessa, badiamo ai pronomi.
Da Voi a me io non sono terza persona, ma seconda.
Circa poi al numero attribuitemi quello che Iddio v'ispira, benché il singolare.
È più gentile assai, fa più buon bere.
De' saluti di Mariuccia ve ne do colla canestra sì per voi che per la Sig.ra Lucrezia e per la Cecchina.
E quell'angiol di Angiol Biscontini? Si farà i fatti suoi da sé.
Sono il vostro
G.
G.
Belli
Palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, sabato 27 febbraio 1836.
Mentre io stava chiudendo questa letterina per mandarla alla posta, eccoti una cara epistoletta data di Livorno il 23.
Oh va' a dire che la Mamma del corriere potesse con ragione rimproverarlo d'essersi presa una scalmatura! L'epistoletta è firmata da una Amalia B.
Quanti bei nomi potrebbero portare sulle spalle quella testa del B.! Ma un foglio sì caro e disinvolto e obbligante non saprebbe essere stato scritto che da una Bettini, la più cara, la più disinvolta, la più obbligante donna ch'io mi conosca.
Dunque io rispondo alla Bettini, e vado a colpo sicuro! Quanti orrori mi dipingete, mia amabile amica! Raccapriccio nel ravvicinare per un momento l'idea della vettura rovesciata al pensiero di Voi.
Sieno grazie al cielo a mani giunte perchè in Voi preservò noi da disgrazia.
Qual maraviglia del vostro incontro? Andate a declamare a' Turchi, agl'Irrochesi, e li convertirete tutti in lingua italiana, come gli apostoli convertivano in lingua ebraica i greci e i latini.
Eppoi già avete udito Coleine, e basta.
Ed io povero Daniello grido e griderò sempre: anzi diventerò un Giona, e tuonando alla mia patria, se non vi richiama presto, le intimerò il tremendo quadraginta adhuc dies etc.
Però il mandare d'accordo la sollecitudine del vostro ritorno con quella de' miei desiderii mi pare più lavoro da patriarchi che da profeti.
E voi fate leggere i miei scarabocchi? E non avete più in mente l'epigramma del frontispizio? Va bene; se pel mondo non commetteste qualche sproposito, sareste troppo pericolosa.
Beato il Mascherpa che ha una buona quaresima! e più beati i Livornesi che per voi l'hanno ottima! La quaresima romana è veramente quaresima, specialmente dopo quel carnovale che oggi è fuggito a Livorno.
Voi mi chiedete versi, ed io vi aveva prevenuta.
Un Daniello non si smentisce mai.
Vi saluterò la famiglia Ferretti, con la quale non ho sin qui parlato che di due persone, dell'Amalia cioè e della Bettini, perché voi sola valete per due, e dico poco.
Biscontini vi risponderà nel venturo, mille brighe forensi gli assorbiscono il po' d'ora che rimane alla sera.
A questo punto della mia lettera datele un'occhiatina da capo a fondo come fece Giacobbe a quella tale scaletta, e poi dite in coscienza se non si chiami pagar la posta a ragion veduta.
In un foglio di carta un archivio!
G.
G.
B.
Mi chiedete se vi permetto un abbraccio.
Eh! Figuratevi se questo cuore arde.
Servitevi pure e riprendetene da me cento, e tutti da galantuomo.
C'è più carta bianca?
LETTERA 239.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Roma, 29 febbraio 1836.
Alla mia prima celia coleiniana non vi sdegnate, amabilissima amica, se mando appresso questa ingamiense.
Elevato da Voi alla dignità di vostro poeta cesareo, se non di Vostro consigliere aulico, io non posso tradire un ufficio che mi compiaccio confondere con la idea di prerogativa.
Eccomi dunque Vostro Menestrello, Vostro bardo, Vostro trovatore, e con tanta mia maggiore felicità in quanto la religione e la legge non ancora vi posero al fianco un Raimondo di Rossiglione il quale trattandomi da secondo Cabestaing vi desse a mangiare un cuore disposto in tutto a piacervi fuorché nelle pentole di cucina.
Acuta di mente come gentile e tenera per natura, dovete aver penetrato l'unico fine dei miei fabliaux, quello cioè di trastullarvi se mi riesca, a far sì che un pensiere da Voi rivolto a questa vecchia città si accompagni per via ad un sorriso ravvivatore de' brevi diletti che abbiate potuto gustarvi fra le glorie della vostra virtù presa ne' più bei sensi del vocabolario.
Niente di male in Voi, niente di male in me, niente di male in nessuno.
Ridiamo, carissima Amalia, giacché a questo siamo quaggiù condannati, che le gioie dobbiamo fabbricarcele quasi tutte da noi, la spontaneità appartenendo presso ché esclusivamente al dolore.
Ma quale de' due, o l'eroe o il cantore, farà miglior figura in questa poetica mediocrità?
Di ch'io mi vo stancando e forse altrui?
giudica tu che me conosci e lui
(Petr.)
Voleva mandarvi la mia novella intitolata Una storia cefalica, benché il domenicano l'abbia mutilata appunto nel nodo ove andavano a riunirsi le fila e l'intendimento dell'invenzione.
Il di più ve lo avrei scritto a penna; ma al momento dell'addio a questa lettera la stampa sta sotto il torchio.
Il mio Ciarlatano è tuttora sullo scrittoio del Reverendissimo, e chi sa! Sto adesso scrivendo in parecchie favolette la vita di Polifemo.
Forse sarà fatica gettata.
Tout pour le mieux; e che viva Maître Pangloss.
Mettetemi alle ginocchia delle Sig.re Lucrezia e Cecchina, come io mi pongo ai vostri piedi chiedendovi la santa benedizione.
Il V/° aff.mo a.co e s.re
G.
G.
B.
LETTERA 240.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 12 marzo 1836
Mio caro Torricelli
Ti sei mal rivolto per l'emendazione del tuo disegno: io non sono dell'arte; e se pure una volta misi la bocca e le mani nel monumento per l'avello di tuo padre, allora fu mio il concetto, ma lo espresse un artista.
La inscrizione del Muzzi mi pare, almeno nella prima metà, alquanto impicciata, e la tengo per una di quelle belle cose che vengono dette bellissime quando alla mostra di esse preceda quella del nome del loro autore.
È assai difficile, io credo, che gli effetti di una sensazione antecedente non si spargano sulle susseguenti e non le modifichino, allorché vi s'interponga un rapporto unisono con ciò che in noi regna come opinione stabilita.
Da due punti si può partire per misurare una estensione qualunque.
Nella scala proporzionale del merito epigrafico Muzzi sta al sommo grado, come io (se facessi epigrafi) mi troverei al più basso.
Mettiamo per un momento quella inscrizione nel bel mezzo, e ravviciniamo poi ad essa i due nomi: l'uno discenderà per quanto l'altro s'innalzi; e quando si ritrovassero uniti al livello, la perdita del primo equivarrebbe al guadagno del secondo.
Quindi, se l'avessi scritta io, dovrei forse andarne superbo: dal Muzzi peraltro si poteva sperare un po' meglio.
Che se io, inetto al fare, mi azzardo tuttavia al dire, so che il giudizio [...] talvolta sua rettitudine nel solo intelletto aiutato dai confronti dell'esperienza.
Pochi sapranno p.e.
disegnarti una foglia, eppure molti diranno con ragione: quell'albero non me lo presenterebbe la natura quale io qui lo veggo dipinto.
Nel nostro caso concreto, oltre la tua ossequiosa prevenzione in favore del Muzzi, un principio di trasporto verso chiunque accarezzi le tue predilezioni, può in te confondere gli atti del cuore con quelli della mente, ed alterare i termini dell'equazione ne' calcoli della tua stima; cosicché se al Muzzi e alla sua epigrafe si volesse attribuire la formula A+B per esprimere due quantità uguali ad X, tu vi sostituiresti i valori positivi 1+1 = 2 là dove io direi 1 + 1/2 = 1 1/2.
Nulladimeno il tuo giudizio che fosse di tanto caduto sotto la influenza della passione poté essere di altrettanto rettificato dalla conoscenza dell'arte sulla quale si aggirò, intantoché il mio sentimento nato nell'ignoranza dell'arte può anch'esso ravvicinarsi al vero per la opposta via della mia equanimità relativamente al soggetto donde prende la prima origine il tuo trasporto, cioè l'amore: poiché tutte le cose al mondo, ed anche le astratte, son capaci di quantità, e le qualità contrarie insieme si elidono quando fra loro esiste uguaglianza.
Volendo pertanto compromettere in altri le nostre contrarie sentenze, tutta la indagine del nostro giudice dovrebbe, penso, ridursi al sapere se abbiasi a dar più peso nel tuo giudizio all'azione del maggior sapere, o nel mio a quella della miglior tranquillità d'animo.
E qui confesso che non mi presenterei al tribunale con soverchio coraggio.
Ristringerò quindi col ripetere che la epigrafe non mi pare indegna di lodi la quale a te sembrò bellissima; ma al tempo stesso bramerei, per tuo conforto, che tu t'avessi più ragione di me, e che in quella tenera epigrafe non esistesse difetto.
Terminata la cicalata, è tempo di venire agli abbracci.
Il tuo G.
G.
Belli
LETTERA 241.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Roma, 29 marzo 1836
Mio caro Ciro
Mi arreca molto piacere l'aggradimento da te dimostrato al libretto che ti mandai.
Esso alla mole è ben piccola cosa, ma, come tu stesso saviamente dici, può molto e dilettare ed istruire.
Volendo dargli una scorsa di lettura ti servirà ciò per iscandagliare la quantità e qualità di materie in quello contenute; ma non è a questo scopo di lettura seguìta e ordinaria che simili opere sono immaginate e dirette.
Tutti i libri che hanno la forma di un dizionario, tutti i repertorii ordinati col sistema alfabetico non ad altro mirano fuorché a soccorrere uno studioso al momento di qualche speciale occorrenza su tale o tal'altro soggetto.
E chi leggendo solamente dal principio alla fine un vocabolario di lingua si lusingasse di imparare quella lingua a quel modo, farebbe ridere sino Eraclito che in vita sua sempre pianse.
È vero che in quel vocabolario tutte si troverebbero le parole della lingua e le frasi e tutti i modi del dire; ma che perciò? tutto quello che va come per salti nella mente, e non vi si colloca con metodo, e non vi rimane a far parte di una serie d'idee, svanisce presto e si perde, seppure non fa di peggio.
La perdita di qualche notizia acquistata sarebbe un male non tanto grave: il danno più forte consiste nel disordine e nella confusione a cui si abitua la nostra mente nell'afferrare qua e là idee e sensazioni non disposte fra loro con alcuna armonia.
Una catena avrà cento anelli: se tu me li presenti tutti scomposti e isolati in un canestro, non solo io non avrò da te una catena, ma quasi neppure comprenderò a quale uso mi potrebbero quelli servire.
Uniti però essi e insieme collegati, ecco in un momento la lucida comprensione del tutto: ecco la catena: ecco quel corpo unico benché composto di cento parti, delle quali una sola che si afferri tira seco al debito uso tutte le altre compagne.
Perché, Ciro mio, i nomi o i cognomi delle persone si dimenticano così facilmente senza un lunghissimo uso di ripeterli? Perché i nomi delle persoti non hanno alcun rapporto né alcuna connessione necessaria con chi li porta; e tu invece di Belli potresti chiamarti Cambi, e saresti sempre quello stesso uomo che sei.
Il nome dunque non è sì necessariamente congiunto colla tua persona o colla tua effigie che il solo vederti debba a chi ti vede ricordare come ti chiami, quando costui non abbia col molto praticarti supplito per via di abitudine al lieve fondamento su cui appoggiano e riposano l'idea di te e l'idea del tuo nome, accidentalmente fra loro accozzate e senza (dirò così) un cemento o una colla che le unisca insieme per necessità di raziocinio.
Moltissimi uomini si lamentano della loro cattiva memoria, ma se l'avessero presto coltivata e aiutata in gioventù coll'ordine e col metodo, quante e quante cose non piangerebbero poi dimenticate!
Tu dunque leggi per ora, se vuoi, il mio libretto, ma questo sarà un solo passatempo: per rendertelo veramente utile, come qualunque altro libro composto nella forma di un dizionario, è necessario che tu vi ricorra spesso alle opportunità, le quali saranno frequenti.
P.e.
parlerai o penserai ai vantaggi recati all'uomo dalla scrittura? Corri sul libretto a cercare carta e inchiostro.
Tuttociò che allora leggerai di questi due oggetti resterà impresso nella tua mente perché anderà ad ordinarsi in una serie di idee che la mente aveva già disposta e incominciata, né così un'idea caccierà l'altra come una incognita forestiera.
Se questa mia lettera ti riuscirà, come dubito, oscura e duretta, prega il gentile Signor Rettore a spiegartela in mio nome.
- Nella mia antecedente ti dimandai se tu avessi qualche desiderio da soddisfarsi: tu non mi hai risposto.
Rispondimi dunque, ed io procurerò di appagarti.
Il giorno 12 aprile tu compirai 12 anni, cosicché quel dodici del mese sarà il più solenne di tutti gli altri dodicesimi giorni di aprile che vedrai scorrere nella tua vita.
Fa' dunque in quel giorno un forte proposito di essere un uomo virtuoso e onorato.
Io verrò a trovarti verso la fine di maggio, e allora ti porterò quello che lecitamente avrai desiderato e chiesto al tuo Papà che ti ama tanto.
La tua Mammà ti abbraccia e benedice di cuore come faccio io.
Gli amici, i parenti, i domestici e specialmente Antonia, ti salutano.
Tu riverisci da mia parte i Signori tuoi Superiori.
Se il vetturale non è tornato a prendere la cassetta, ci penserò poi io medesimo.
- Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 242.
AL MARCHESE ANTALDO ANTALDI - PESARO
[24 maggio 1836]
Veneratissimo Signor Marchese
Per farmi più breve l'amarezza di questa lettera io Le risparmierò il racconto dei modi coi quali il Signor Marchese Ercole Suo figlio mi strascinò a spedire la citazione per scudi quaranta che in nome di mia moglie Le fu presentata il 9 febbraio pp.to, giorno di martedì e perciò postale per Pesaro.
Fu allora che, scosso il Sig.
Marchese Ercole da quell'atto della mia risoluzione, ruppe il Suo ostinato silenzio e mi scrisse una lettera con data del giorno anteriore (lunedì 8), ricevuta da me il dì 11, nella quale schivando ogni discorso intorno alla citazione venne ripetendo le solite promesse indeterminate e le consuete dimande di nuove tolleranze da aggiungersi alle vecchie così mal corrisposte.
Risposi io il 13 accusando le tante delusioni della mia buona fede e deferenza, e nulladimeno conchiudendo che avrei accordata per gli scudi quaranta una ultima dilazione sino a tutto il mese di Marzo se al cader di detto mese mi avesse pagati scudi sessanta, stanteché coincideva in quell'epoca la maturazione del terzo trimestre di frutti arretrati.
E per tutta garanzia della mia tolleranza e della sospensione degli atti non dimandai che la di lui positiva parola d'onore.
Replicò il Sig.
Marchese e mi richiese di estendere la dilazione sino allo spirar d'aprile, pel qual tempo mi assicurò del pagamento degli scudi sessanta, sulla sua positiva parola d'onore.
Ripetendo io il 23 concessi la proroga alla parola d'onore del Sig.
Marchese, purché il danaro fosse in Roma il dì 30 aprile.
E così, messi da parte gli atti giuridici, io viveva tranquillo sopra un pegno che un Cavaliere stima non solo più della roba ma anche più della vita.
Arrivato però il mese di maggio senza l'arrivo della somma promessa, mi feci lecito il giorno 7 di dirne due altre convenienti parole al Signor Marchese Ercole, aggiungendogli essere io purtuttavia convinto della superfluità della mia lettera imperocché senza dubbio a quel giorno il danaro doveva essere in viaggio.
Eppure io m'ingannava, perché il Sig.
Marchese, accusando un'assenza da Pesaro, non mi riscontrò prima del 15 per dirmi che la diligenza che passerebbe da Pesaro il sabato 21 mi avrebbe portato scudi trenta, cioè la metà, essendogli stato impossibile nel momento (sono le di lui parole) di potere accozzare l'intiero.
Se questo si chiami soddisfare ad una positiva parola d'onore io lo faccio decidere a Lei, uomo di nobil nascita e di più nobile ingegno.
Ma pure v'è di peggio, dappoiché questa mattina è arrivata la diligenza, e i ministri m'han detto nulla esservi di Pesaro per la mia famiglia.
Prima dunque di riaccingermi ad una nuova e durevole guerra, a cui sono spinto da viva forza, io ho voluto dirigere a Lei questi miei ultimi lamenti, affinché Ella, fatta consapevole dei giusti motivi della mia collera, non trovi maraviglioso il mio chiuder d'orecchi ad ogni altra futura proposizione.
Svanita una volta fra due civili persone la parola d'onore, non resta altra garanzia se non quella comune anche ai volgari, cioè la forza della giustizia.
Io mi rammarico assai, e forse più di Lei, di questa asprezza, e tanto più dopo che l'ultimo momento da me passato in Pesaro nel 1830 mi aveva inspirato lusinga che fra noi nulla più di spiacevole si eleverebbe.
Né mi dica al Sig.
Marchese Ercole essere affidata la amministrazione della famiglia.
Ella n'è il capo, ed a Lei perciò mi sono rivolto.
Ho l'onore di ripetermi, Signor Marchese,
Suo dev.
ob.mo servitore G.
G.
Belli
Palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, 24 maggio 1836.
LETTERA 243.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, sabato 18 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Giunto in questa Città alle 4 pomeridiane e avendo buono spazio di dimora sino alle 4 del mattino di domani, ho voluto darti un'anticipazione di mie notizie nel medesimo tempo che tu, come dicesti, mi stai dando le tue dirette a Perugia.
Alla presente tu non rispondermi fino a che non avrai avuta la mia prima perugina.
Il viaggio fin qui è stato felicissimo, e tale spero il rimanente.
Ecco la mia compagnia.
Io sono al primo posto: alla mia sinistra siede una perugina la quale tiene più al basso che all'alto se si deve arguire dallo stia comido che mi va spesso ripetendo a motivo di una figlioletta di cinque anni che dorme tutto il giorno fra noi due e ha scelto me per prestarle uficio di materasso.
Incontro alla donna si trova il tenente Frantz, il quale non pare nemico e molto meno nemico vecchio di lei.
Dirimpetto a me è un Sig.
Francesco Soncino, giovane, ed è quel tal cugino dell'Avv.
Grazioli, che doveva partir giovedì.
Avrai udito ieri il legno a retrocedere sulla nostra piazza: ebbene si tornò a prender lui a SS.
Apostoli, mentre alla prima passata di là non trovarono il palazzo.
Dietro le spalle del Soncino è un frate conventuale, e dietro quelle del tenente, cioè accanto al frate sta il sergente armato di fucile, cosicché sembriamo una carrozzata di dio-sa-chi.
Ho parlato con Vannuzzi e Babocci etc.
Tutti ti salutano.
Io aspetto buone nuove della tua salute e ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.
P.S.
Mille cose a tutto il mondo da mia parte.
LETTERA 244.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, martedì 21 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Nel riscontrare la tua del 18 mia prima cura e principal desiderio sarebbe di occuparmi delle cose concernenti la tua salute per me preziose sopra ogni altro bene; ma poiché ti suppongo anelante di avere da me un discarico intorno allo stato in cui ho trovato Ciro, principio da questo articolo.
Essendo io giunto ieri mattina un po' troppo tardi per potermi recare a vederlo, mandai subito qualcuno ad avvertirlo del mio arrivo e ad annunziargli la mia visita pel dopo-pranzo.
Fu trovato tutto allegro e in grande occupazione per allisciarsi bene da tutte le parti onde farmi buona figura al mio giungere.
Io dunque ci andai il giorno ed entrai la porta nel medesimo punto in cui terminavano le scuole: erano 22 ore.
All'improvviso vidi da una folla di ragazzi in fondo al corridore staccarsene uno di gran carriera con tutti i libri sotto il braccio e col calamaio in mano, e gettarmisi addosso.
Indovini già chi potesse essere.
Ci abbracciammo e baciammo, e quindi subito mi dimandò: come sta Mammà? Bene mi ripugnò il cuore di dirglielo, nel momento che tu soffri tanto: mi riparai pertanto dietro uno di que' mezzi-termini che giovano al mondo, e gli risposi eh ringraziamo Iddio, nella idea che sempre ci suggeriscono i predicatori di lodare la provvidenza così del bene come del male.
Il povero figlio fu colto al cristiano lacciuolo, e rimase soddisfatto.
Salimmo quindi alle camere del Rettore parlando e di te e della nostra famiglia: ivi feci l'esposizione de' donativi de' quali rimase contentissimo, e te ne ringrazierà coll'ordinario venturo.
Voleva farlo oggi, ma io ho creduto dividerti in due volte le nostre notizie: in questo modo ti parranno doppie.
La di lui salute non può desiderarsi migliore: è veramente un ragazzo che consola a guardarlo, colorito, robusto, vivace, lietissimo.
È cresciuto colla sommità della testa al mio mento: ha fatto una mano pochissimo più piccola della mia, ma più polputa e tenera: il piede poi è da apostolo.
Ora abita una bella, spaziosa e allegra camera con due finestre verso la campagna: quella di prima era più angusta e con un solo balcone che guardava l'interno del collegio.
Il pianforte e ogni altro mobile stanno in questa nuova stanza assai ben situati, e la luce e l'aria che vi si gode han potuto anch'esse contribuire al far sì che io non abbia trovato un baiocco di debito collo speziale a conto di Ciro.
Ne vuoi di più? - Dello studio i superiori son contenti, e così dell'indole amabile del caro nostro figlio che si fa gradito a tutti.
Egli mi suonò un pezzo di musica, in cui dice avere assai faticato per la parte del basso piena di tuoni e di posizioni.
Intanto le di lui dita arrivano già all'ottava in sui tasti.
Ti dico io che poveretto chi avesse uno schiaffo da Ciro! - Le calze nere gli furono ricapitate.
- Del libro dell'adolescenza è rimasto assai contento perchè già lo aveva un di lui compagno, Mosti di Ferrara.
Il Giovedì poi gli è piaciuto a dismisura, e non l'ha nessun altro.
Egli ti abbraccia, bacia, e chiede la benedizione.
Saluta quindi Antonia, Domenico, e tutti gli amici e i parenti.
Il mio viaggio non poteva riuscire più felice se ne togliamo il pensiere della tua salute che mi segue sempre.
La notizia che mi dai del nuovo vescicante mi rattrista per una parte conoscendo il bisogno che te lo procurò; ma dall'altra mi fa crescere la speranza di udirti per esso più presto fuori di queste calamità.
Sii paziente, mia buona Mariuccia, e coopera colla tranquillità dello spirito alla guarigione del corpo.
- Non trovai Bucchi a Spoleto; ma parlai colla moglie e gli lasciai tutto.
Egli partendo il dì innanzi per urgenza di uficio l'aveva prevenuto del mio passaggio.
Io poi lo vidi la sera a Fuligno dove fece ricerche di me.
Farà tutto pulito.
La moglie è rimasta soddisfattissima dello scialle.
Addio, mia cara Mariuccia, ti abbraccio di vero cuore e sono il tuo P.
LETTERA 245.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 25 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Non credo di abbandonarmi alla lusinga se dalla lettura de' tuoi caratteri del 23 io traggo soggetto di vive speranze intorno alla prossima e stabile tua guarigione dopo tanti spasimi coi quali te la sei ricomprata e dopo tutti i sospiri che ce ne costa il ritorno.
La più breve durata degli assalti del tuo male e la loro tanto minore intensità, andando di pari passo col rimarginamento delle piaghette del capo, mi sembrano dover annunziare una generale e assoluta cedenza di tutto il complessivo disordine in cui la tua salute era caduta.
Il tardo momento però, cioè l'epoca della stanchezza del morbo, nel quale io suggerii l'applicazione della nota erba, non può farmi troppo insuperbire sulle vere cagioni del tuo miglioramento circa alla supurazione che volevamo arrestare.
Nulladimeno, se di qualche giorno o di qualche ora avesse quel rimedio per avventura contribuito all'acceleramento del desiderato beneficio, sarebbe sempre questo per me un motivo di viva consolazione, ed anzi io voglio perfino illudermi sulla positiva efficacia della mia ricetta onde accarezzarmi una vanità in armonia colla mia affezione per te.
Lo capisco, il primo merito della tua guarigione, che io già vagheggio assicurata, si deve attribuire alla cura de' tuoi professori; ma pure mi piace di crearmi un orgoglio simile a quello della mosca che arava sulle corna del bue.
Troppo è stato il piacere causatomi dalla tua lettera perché io ti rimproveri l'infrazione del precetto che ti avevo dato di non iscrivermi di tuo pugno.
Ti ringrazio quindi della tua premura in mancanza di segretarii: potevi però esser persuasa che non mi sarebbe sfuggita la considerazione dell'angustia del tempo nell'ordinario di giovedì, tantoché il non aver visto oggi le tue lettere non mi avrebbe messo in pena, per la facilità dell'attribuire questa mancanza al suo vero motivo.
- Il nostro caro figlio sta sempre come un fiore, ed a quest'ora avrai avuto la di lui lettera di giovedì 23.
Nel dopo-pranzo di detto giorno egli stette sempre con me.
Gli ho questa mattina per mezzo del maestro di musica mandati i tuoi saluti, e dimani (domenica) andrò io medesimo a trovarlo e lo abbraccerò e benedirò in tuo nome.
Col Sig.
Bianchi, il quale mi aveva raccomandato Regaldi, ho fatto molte risate sulla maniera di agire di costui.
Bianchi me lo diresse, assediato dalle di lui premure onde venir raccomandato a qualcuno.
- Insomma ha fatto quattrini: ecco per lui l'interessante.
Ora non avrà da far altro che lasciar Roma e trinciarle i panni addosso, parendogli forse di aver guadagnato poco.
Qui fa caldo: figurati a Roma!
Di' a Biagini, se lo vedi, che sto aspettando qualche occasione per mandargli il cerotto da Frontini.
Salutami lui e tutti gli amici, e i domestici, e chi chiede di me.
Abbiti cura scrupolosa, e ricevi mille abbracci dal tuo aff.mo P.
LETTERA 246.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 30 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Malgrado il licenziamento dei professori e la guarigione esteriore della testa, sento purtuttavia con rammarico non essere tu ancora esente dal male primitivo, le cui reliquie ti affliggono ancora e ti tormentano di tempo in tempo.
È un gran destino! Né potendo tu ancora occuparti in nulla, perché Mariuccia mia cara non mi mantieni la promessa già fattami, di scrivermi cioè per altrui mano? A buon conto la tua del 28 l'hai dovuta vergare in due tempi.
Dio lo sa se il vedere il tuo carattere mi consola, ma questo mio piacere è distrutto dall'idea del danno che può arrecarti lo scrivere.
Comprendo che il secco modo che tien Ciro nel suo carteggio può amareggiare una madre amorosa quale tu sei: ti assicuro però, mia cara Mariuccia, che nostro figlio sente ben più di quello che esprime: egli mi chiede sempre di te con molta premura e si mostra gratissimo alle molte prove del tuo amore.
Non affliggerti pertanto di questa apparente tiepidezza: egli ti ama assai e conosce a fondo quanto ti deve: prova di che ti sia l'ardente desiderio ch'egli avrebbe di rivederti durante il suo corso di studi.
Che vuoi fare, Mariuccia mia? È un ragazzo, ed i ragazzi come anche moltissimi adulti quando sono a spiegare colla penna i loro sentimenti non sanno da che parte principiare né cosa dire.
Credimi, il di lui cuore è buono ed affezionato, ma, fintantoché non ristarà in mezzo a noi, difficilmente ne potremo ben conoscere e valutare le affezioni.
Quando questa mattina l'ho rimproverato della di lui freddezza e brevità soverchia della di lui lettera a te, ha fatto gli occhi rossi e mi ha pregato a chiederti scusa in suo nome.
Perdonalo, Mariuccia mia, ed assicurati che Ciro è e sarà un buon figlio.
Il carattere poi più o meno carezzevole dipende dalla natura, né egli n'ha colpa.
- Spero sabato 2 di potere per mezzo di un impiegato di questa posta mandare franco per via della diligenza, o diretto a Parlanti o non so ancora a chi altri, il pacchettino di cerotto per Biagini con sopraccarta al tuo nome e al tuo indirizzo.
Quando lo avrai avuto lo darai a Biagini, vedendolo.
Il prezzo è di bai: 35 che ritirerai o no come più crederai bene.
- Cercherò la cunzia per Rotondi.
- Dimmi quanti mazzi di carte da giuoco vorresti.
- Mi scrive Babucci dicendomi di non averti direttamente ringraziata della procura Olivieri contro Camilli, perché sapendoti inferma ha temuto incomodarti.
Si esprime però verso di te con sensi di estrema gratitudine.
Molte cose mi dice su codesto affare che io non conosco, e credo che ne avrà tenuto diretto proposito con chi di ragione.
- Circa al terreno Marotta ne parleremo al mio ritorno.
Un certo Piacentini ne aveva avanzato qualche parola di compera, ma i di lui affari col fallito Camilli lo hanno per ora fatto desistere da questa intenzione.
In tutti i modi il terreno non resterá abbandonato.
Insomma, ne parleremo.
- Intorno al 15 luglio il Professor Colizzi verrà a Roma, e pensiamo, potendoci combinare, di venire insieme.
Basta, o che egli acceleri o che ritardi la di lui venuta, egli porterà a Roma la cassetta di Ciro, la quale gli ho progettata per un certo di lui trasporto di libri, mentre il sesto ed ultimo tomo della sua opera è finito.
- Ti dico intanto una cosa in segreto: egli mi ha dimandato se io conoscessi qualche prete abile per l'impiego di Vice-Rettore che va a stabilirsi in collegio.
Io gli ho nominato l'Abate Fidanza.
Al mio ritorno li faremo abboccare insieme perché Colizzi prima di tenergliene proposito lo vorrebbe vedere e parlarci.
Se tu credessi intanto di scandagliare il di lui animo, fallo pure, purché però l'Abate Fidanza non si mostrasse inteso della cosa avanti a Colizzi.
- Oggi porterò Ciro con me.
Rendi i miei saluti a tutti, e credimi qual sono di tutto e vero cuore
Il tuo aff.mo P.
P.S.
La povera Nanna Cerotti sarà venuta da noi, eh?
LETTERA 247.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, sabato 9 luglio 1836
Mia cara Mariuccia
In questo ordinario non ho trovato alla posta tue lettere, segno che mi hai compiaciuto nel non prenderti la scalmatura di rispondermi giovedì.
Spero però di avere tuo riscontro col corriere presente per avvisarti che la mia partenza di qui accadrà (salvo impiccio) nel giorno del prossimo martedì 12.
Il vetturino col quale ho già pattuito non sa ancora dirmi se potrà partire la mattina o il giorno, né se impiegherà in viaggio tre giornate o tre giornate e mezza.
Per entrambe le dette due varietà di movimento io non posso precisarti se il mio arrivo accadrà nella sera di giovedì 14 ovvero nella mattinata o nella sera del seguente venerdì.
Fra questi due estremi però io dovrei essere a Roma, ove non si dasse qualche ostacolo impreveduto, potendosene frapporre al mondo tanti da non mettere in alcuna pena.
Per Ciro ho fatto tutto, lo lascio in floridissimo stato, avrò al momento del mio partire passato ventitrè giorni presso di lui: è dunque ormai tempo che ritorni vicino a te, dove potrò forse essere un poco più utile che qui.
L'altro ieri condussi Ciro a spasso con me e a prendere il gelato.
Ordinai anche qualche pastarella: il caffettiere ne portò alcune di varie specie: Ciro ne mangiò un paio, e poi disse esser meglio che il resto se lo mettesse in saccoccia per avvezzarsi a mangiar tutto, non potendosi mai sapere gli eventi del mondo.
Così scherzò con molta grazia su quel tutto, sul doppio senso di qualità e di quantità.
È un gran furbaccio: di poche parole, ma pesate.
- Jeri verso sera lo trovai al passeggio, e mi fece una bella scappellatona guardandomi con quegli occhi di fuoco.
Questa mattina l'ho riveduto al collegio, dove sono andato affinché il Rettore mi mostrasse gli altri romani.
Con Ciro erano sette, cioè, tre Sartori, un Caramelli, un Grazioli e un Fiorelli; e tutti in eccellente salute.
Credo che tutti mi daranno qualche lettera per le loro famiglie.
Domani tornerò in collegio, e poi anche lunedì.
Intanto prenditi tanti abbracci e baci di Ciro nostro che ti chiede la benedizione e ti prega de' soliti saluti.
A quest'ora avrai veduto Publio Jacoucci colla mia lettera e coll'involtino pel nostro Biagini.
Se questi verrà da te mercoledì a sera salutamelo e digli che Ferretti si penti del primo elogio fatto a Regaldi, e poi gliene fece un secondo nello Spigolatore (insulso e scorretto) del '30.
Questa notte parte il Delegato che va pro-legato a Ferrara.
Mi pare che la di lui partenza accada tota plaudente civitate.
Tu, figlia di Curia, devi comprender questa latino: se no, chiama aiuto nella curia domestica.
- Abbiamo a Perugia caldo e qualche tropea periodica.
In questo punto io scrivo fra i tuoni.
Ti dico all'orecchio che Colizzi ha dimandate informazioni dell'Ab.
Fidanza, e le ha avute ottime.
Egli però ha degli impegni con altri soggetti.
Basta, se al Fidanza converrà questo uficio, speriamo di superarli.
Bisogna però non mostrare che io ti abbia fatte queste confidenze anticipate.
Salutami tutti, Mariuccia mia, ed abbiti un abbraccio di vero cuore dal
tuo aff.mo P.
LETTERA 248.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 8 settembre 1836
Perché il Panzieri avesse copia della tua inscrizione era necessario che tu mi dicessi: danne una copia a Panzieri.
Ma tu non mi scrivesti mai quel comando, e posso affermarlo con sicurezza perché tengo attualmente la tua nota sott'occhio.
Se ora dunque hai tu detto a qualcuno: ne incaricai Belli, sostituisci a queste parole le altre: voleva incaricarne Belli; e così mi salverai dal nome di stordito presso il volgo ignaro.
Faremo una cosa: ho ancora la copia che non potei dare al Duca [...].
Manderò quella al Panzieri, e sarai certo che almeno non servirà ad uso di cartoccio per dolci o per fondo a un baule.
Il Cholera fa pensare ogni padre.
Se mai...
dà un occhio al tuo figlioccio.
Tu lo vedi, io ti rimando la tua stessa preghiera che non cadrà come seme in arena.
- Egli, cioè Ciro, ha ottenuto il primo premio in algebra e il secondo in umanità.
A novembre s'inoltrerà più nelle matematiche e nello studio dei classici.
È un buon ragazzo, quieto, cortese, diligente, ma insieme vivace come vuole età e robusta complessione.
Tu rifletterai che vivace e quieto fanno a calci.
No, ha quieto lo spirito e vivace il corpo, o, se vuoi meglio, la quiete e la vivacità regnano in lui come in Cielo Castore e Polluce: ognuna sorge alla sua ora.
I Superiori lo amano, ed io...
se dicessi lo adoro toglierei temerariamente alla religione una frase che neppure starebbe al concetto.
Vorrei inventare un verbo nuovo per condensare in una parola l'espressione di quanto io sento per lui.
Figurati se il cholera verrà, come verrà!...
Te lo ripeto: al caso...
dà un occhio al tuo figlioccio.
Tanto io rispondo alla tua lettera del 30 agosto, che non riscontrai prima d'oggi per un forte motivo.
Da molti giorni mia moglie è ricaduta nel medesimo male, che già non era mai totalmente cessato, e soffre più di prima.
Io non ho un momento di tempo né un filo di cervello, e la mia casa è l'albergo della tristezza.
Se tu mai capiti a Fano, o vi capita qualche tuo amico, dì o fa' dir da mia parte al Prof.
D.
Michelangiolo Lanci che io ho spesso dimandato sue nuove a chi poteva darmene, e così della Sig.ra Vittorina di lui nipote.
Digli o fagli dire ancora essere finalmente pubblicato il 3° volume del Mezzanotte, il quale per averlo ha dovuto litigare collo stampatore, e forse gli sarà necessario di assumere un altro pe' volumi futuri.
Il Conte Cassi terminò finalmente la sua impressione della Farsaglia italiana.
Egli mi fece cortese dono di un esemplare a mia scelta.
Io scelsi la carta velina bianca.
Non ho ancora ricevuto il 6° fascicolo, ma non dubito di esser da lui dimenticato nelle spedizioni che ne farà.
Abbraccia i tuoi figli a mio conto, non esclusa l'Adelina la cui età soffre ancora questo atto di confidenza dal di lei suocero e tuo amico vero
G.
G.
Belli
LETTERA 249.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[24 settembre 1836]
Pregiatissimo amico
Per graziosa disposizione della Vostra cortesia mi ha il Sig.
Biolchini rimesso il sesto ed ultimo fascicolo della Farsaglia fatta da Voi pomposa di splendida veste italiana.
Mentre per tutto il caro dono io mi affretto a significarvi la mia gratitudine, non so al tempo stesso tacervi d'esser rimasto attonito nel trovare il mio nome fra quelli i quali, chiari la massima parte di propria luce, sono da Voi destinati all'immortalità sì nelle vostre carte come nel marmo che per quelle sorgerà ad onore della italiana sapienza.
Se peraltro io ve ne movessi querela offenderei certamente il pensier vostro delicato e vi darei forse sospetto di poca veracità, incredibil parendo che senza eroica virtù l'umano amor proprio sinceramente si sdegni di gloria meritata o non meritata, checché poi suoni in parole la modestia convenzionale e fattizia della social civiltà.
Vorrei soltanto farvi riflettere, dove non vi apparissi anche in ciò troppo ipocrita, che la prerogativa di amico Vostro, di cui senza dubbio io vado orgoglioso, potrebbe agli illustri de' quali mi faceste compagno sembrare al più un titolo di domestica benevolenza anziché un dritto a pubblica testimonianza, postoché in me colle doti del cuore, non discare forse a qualche mio contemporaneo, non si accoppiano i requisiti della mente necessarii a figurare fra i posteri in compagnia d'ingegni assai più distinti.
E non sarebbe forse probabile che la generosità dell'amicizia vi avesse fatto illusione sino a cangiar natura e quantità al nulla o al pochissimo da me operato in servizio della vostra nobile impresa? Ma basti, ché lo temo non il linguaggio della verecondia avesse infine a condurmi alle frasi della inurbanità.
A voi piacque associare le mie felci a' vostri lauri (perdonatemi questo marinesco seicentume), ed io in tutti i modi vi ho un debito di gratitudine se non altro per la uficiosa intenzione.
Or che posseggo intiera la vostra versione prenderò a leggerla ordinatamente, onde gustarne le bellezze al loro posto, cosa sino ad ora da me non eseguita, poiché troppo riuscendomi grave il dovere interrompere per lungo tempo una interessante lettura, e avendo pur voluto in qualche modo appagare la mia brama di conoscere il vostro lavoro, sono andato tratto tratto scorrendo alcune parti, provviste tutte dei lor pregi speciali ma prive di quello reciproco della continuità e proporzione.
Un'altra cosa io vi vuo' dire.
Voi avete promesso a' vostri associati il dono di un foglio di varianti.
Io non sono associato, ma spero che il dono maggiore attrarrà a mio vantaggio il minore, verificandosi anche in questo caso per vostra liberalità uno degli assiomi i più divolgati.
E se non mi credessi di soverchio ardito vi pregherei pure favorirmi di quel tale commiato alla vostra traduzione, già son circa due anni dato da Voi in luce, parendomi ricordarlo diverso dalla licenza con la quale chiudeste in oggi il volgarizzamento.
- Sono con sincera stima ed affezione
Il Vostro amico e servitore Giuseppe Gioachino Belli
palazzo Poli, 2° piano
Di Roma, 24 settembre 1836.
LETTERA 250.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 novembre 1836
Ciro mio
Non ho voluto che il Signor Biscontini partisse per Perugia senza recarti una mia lettera.
Spero che l'obligante pensiere del Signor Presidente nel destinarti una ripetizione particolare nell'algebra ti sia riuscito piacevole e consolante.
Ciò ti rafforzerà non poco nella scienza del calcolo, necessarissimo a chi desideri bene avanzarsi e profittare nelle scienze, dalle quali tanto conforto deriva e tanta dignità a chi le coltiva.
Te lo ripeto, mio caro figlio, e tu vedrai verificate le mie parole: questo è l'anno che principierà a scoprirti le dolcezze che sinora ti sono rimaste nello studio nascoste.
La geometria e poi la fisica cominceranno ad aprirti la mente a sublimi verità celate a tanti e tanti uomini, benché la maggior parte dei fenomeni che ad esse si appoggiano vada tuttogiorno cadendo loro sott'occhio.
E altrettanto dico della letteratura.
Le bellezze dei classici non potranno mancare di scuoterti l'anima, imperocché io mi lusingo che a te non manchi una spirito capace di sentire e di sollevarsi a poco a poco dalle scipitaggini della fanciullezza, la quale senza lo studio e perciò senza il sapore rimane in molti uomini eterna, cosicché essi passano dalla puerilità alla vecchiezza possiamo dire di un salto, stranieri quasi al mondo in cui vivono.
Sappi, Ciro mio, che appena tu nascesti io dissi a tua madre: questo figlio un giorno formerà la gloria della nostra vita e l'onore della casa nostra; e tanto io dissi perché era sicuro che dandomi Iddio i mezzi non avrei nulla trascurato per indirizzarti al bene.
Tu devi adesso corrispondere alle mie intenzioni e a quelle analoghe di tua madre, non che alle cure amorose e veramente paterne di chi veglia alla tua istruzione.
Io non credo né pretendo che tu abbia a far prodigi: a questi son riserbati gl'ingegni straordinarii; ma perché Iddio non ti ha neppure negato un mediocre talento, trafficalo, Ciro mio, onde un giorno non ti sia diretto il rimprovero del Vangelo al Serve nequam.
Me n'esco in qualche paroletta latina perché so che a quest'ora tu la debba intendere.
Dunque il Sig.
Rettore ti assisterà privatamente in algebra.
Corrispondi, Ciro mio, con diligenza e gratitudine alle di lui premure, e fammelo udire contento di te.
Mammà ti abbraccia e benedice come faccio ancor io.
I parenti, amici e domestici ti salutano.
Antonia vorrebbe sapere se tu hai bisogno di camicie, calze o altro.
Chiedine al Sig.
Felicetti e rispondimi su questo proposito, affinché si possa principiare a tempo il lavoro delle cose necessarie.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori, e credimi
tuo aff.mo padre
LETTERA 251.
AL SIGNOR NATALE DE WITTEN - ROMA
nel di Lui giorno onomastico 25 dicembre 1886
Quando, Signor Devittene mio bello,
Nella Santa mattina di Natale
Sente romor di passi per le scale
E poscia tintinnare il campanello,
Dica pure: ho capito, è il servigiale
Col solito rimato indovinello
Che mi manda quel màghero cervello,
Quel moccicon del mio compigionale.
Ella però, Signor Natal, sa come
Io mi chiami Giuseppe, e qual contatto
Sia fra il suo ne' Vangeli ed il mio nome.
Lascio dunque che il padre putativo
Si rallegri in Natal, benché in quel fatto
Non ebbe uficio totalmente attivo.
G.
G.
Belli
LETTERA 252.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 30 gennaio 1837
Mio caro figlio
Dalla tua lettera del 26 rilevo il gradimento col quale ricevesti i regaletti che il Sig.
Vetturale volle portarti a comodo suo.
Circa ai risultamenti degli esami di prima letteratura, non che ai successi nella stessa facoltà in tutto il trimestre, non vi è stato male: nella geometria però mi pare che si sia zoppicato.
Io so che buona parte della mediocre riuscita negli studi un po' gravi dipende in te da mancanza di sufficiente attenzione.
Tu sei troppo sbadato, ti abbandoni spesso più del dovere e ti distacchi con pena dai passatempi, dai quali Ciro mio, non ricaverai null'altro fuorché pentimento del tempo perduto.
I sollazzi son fatti unicamente per ristorare le forze dello spirito affaticato, e in questo senso anch'essi presentano la loro utilità anche all'ingegno come alla salute del corpo: ma se un infermo volesse prendere due o tre dosi di medicina tutte in un colpo, o accelerare troppo i periodi nell'uso di esse, in luogo di guarire ne morrebbe.
Sii riflessivo, Ciro mio caro, pènetrati de' tuoi doveri, persuaditi del fine a cui son dirette le occupazioni di un giovanetto bennato, e pensa che gli anni passano e non si ricuperano mai più.
In ogni tua lettera (sul fatto degli esami) ho sempre letta questa espressione: speriamo che nel futuro trimestre andrà meglio; ma vorrei che questo benedetto meglio arrivasse veramente una volta.
Se tu non fossi in realtà capace di far più, ti compatirei e prenderei da te quello che si potesse: ma tu l'ingegno lo hai, quando vuoi servirtene: tutto il tuo difetto, e in tutte le cose, consiste in una soverchia leggerezza di carattere che ti rende indifferente quanto merita di venir gravemente considerato.
Ciro, oggimai non sei più un bambino, e fra sei o sette anni (che formano la metà della tua vita già scorsa) il Mondo può già pretendere da te qualche cosa, e chiederti conto del tempo impiegato e dei mezzi consumati per divenire degno dell'altrui stima.
E bada, Ciro, bada, che gli uomini giudicano se stessi con indulgenza ma gli altri con severità.
Se io vivrò nell'epoca della tua gioventù e della tua virilità, sono sicuro di udire da te la confessione delle verità solenni che ti vado ora prodigando con poco frutto e forse con minor tua persuasione.
Avresti un gran torto se non prestassi fede a tuo padre, a un padre che tanto ti ama e rinuncerebbe di buon grado alla propria felicità per la tua, quando lo stesso tuo bene non formasse tutto intiero il suo contento.
Credimi dunque, figlio mio, e abbandona le tue puerilità.
Studia con senno, ed applica di buona fede a quello che fai.
Un altro argomento voglio addurti per ultimo.
Tua madre ti promette di venire a visitarti se riceverà migliori notizie intorno alle tue applicazioni.
Ascolta finalmente i consigli de' buoni tuoi Superiori, e riguardali come voce di Dio.
- Tutti ti salutano.
Mammà ti benedice, ed io con essa.
Son il
tuo aff.mo padre
LETTERA 253.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 22 febbraio 1837
Ciro mio
La tua lettera 9 corrente mi ha cagionato un indicibile piacere, né minore è stata la gioia che ne ha risentita la tua buona ed affettuosa madre.
Io era sicuro che la promessa di una visita di Lei, a condizione di un maggiore impegno in te pe' tuoi studi, ti avrebbe scosso e riempiuto di nuovo ardore nella bella carriera che devi correre onde benemeritare di Dio, de' tuoi genitori e della civil società.
Ma se il novello stimolo ti ha punto, e se i successi de' tuoi studi ne verranno migliori, ciò prova pure che le forze e la capacità di far meglio non ti mancavano.
Godo io quindi che l'amor di figlio sia entrato a far parte di questa tua metamorfosi da svogliato in attivo, ma aggradirò insieme di vederti in futuro zelante de' tuoi doveri non solo per la lusinga delle ricompense (di qualunque natura esse vogliansi), ma bensì per la intima e schietta convinzione che il bene operare è bello e buono in se stesso.
Io voglio assolutamente che tu divenga un ometto di garbo, un individuo un po' distinto dalla turba degli uomini volgari, una personcina insomma da eccitare in altri stima e desiderio, e non disprezzo e nausea: e gl'ignoranti e i viziosi han sempre fatto nel mondo questo bel guadagno di nausea e di disprezzo.
Quanto è dolce, mio caro Ciro, il presentarsi a' suoi simili con tali meriti che ci guadagnino un'accoglienza festosa e onorata! Di qual conforto riesce il girarci gli occhi dattorno e veder dovunque al nostro apparire il sorriso della compiacenza! Non per verità né per orgoglio si vuol procurare questo trionfo, ma pel rispetto che ciascuno deve a se stesso, ma per l'omaggio che da tutti merita la virtù.
Non ti parlo poi dei vantaggi più sostanziali riserbati all'uomo onesto e sapiente.
Per lui non v'è miseria, se però alla onestà e alla sapienza imparò ad accoppiare la umiltà, la piacevolezza e la disinvoltura.
Studia dunque a coltivarti lo spirito e il cuore, e, te lo assicuro, sarai felice; anzi saremo felici, perché la tua formerà sempre la mia felicità.
Fammi il piacere di consegnare la qui unita lettera all'ottimo Sig.
Presidente Colizzi, e riveriscimi i Sig.ri Rettore e Vice-Rettore.
I parenti e gli amici ti salutano: ugualmente i domestici e in ispecie Antonia.
Abbi cura della tua salute e ricevi colle mie benedizioni quella di Mammà che ti abbraccia di tutto cuore come faccio io
tuo aff.mo padre
LETTERA 254.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 marzo 1837
Carissimo figlio
Non volli riscontrare a suo tempo la tua del 2 corrente per vedere se mancandoti l'occasione di una mia lettera da rispondervi avresti avuto memoria di scrivermi spontaneamente nella ricorrenza di San Giuseppe.
Mi sono ingannato supponendoti un po' più riflessivo che al tempo passato.
L'unica circostanza che ti scuserebbe da questa negligenza sarebbe una indisposizione di salute.
Questa cosa però mi dorrebbe assai, e perciò non voglio neppure pensare a supporla.
Sarà dunque stata colpa del solito cervelletto vuoto del Signor Ciro Belli, il quale al 12 di aprile termina 13 anni ed entra in 14, e ancora fa il pupazzetto.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori, ricevi le benedizioni e gli abbracci della tua Mammà aggradisci i saluti de' parenti, amici e domestici che ti augurano le buone feste, e ricordati un po' più del tuo
aff.mo padre
LETTERA 255.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Di Roma, 29 aprile 1837
Carissima Amalia,
18 marzo 1836! Sarà dunque ora di rispondere alla vostra livornese di sì vecchia data; e questa benedetta ora sarebbe giunta molto più presto se io stesso non avessi creduto di ricevere riscontro da Voi ad una mia contemporanea, che s'incontrava con quella in cammino, affidata da me alla casa ebrea di commercio Cave e Bondì, da cui doveva esservi rimessa colla diligenza che meritate voi idol del vecchio e nuovo testamento.
Se Belli risponde subito all'Amalia, io diceva, e l'Amalia risponde subito a Belli, eccoti un altro incrocicchiamento di lettere, ecco altre dimande di cose già dette, ecco un assalto di scherma, di cui le bôtte e le parate si mischiano e si confondono con le parate e le bôtte.
Una buona e regolare corrispondenza deve andar come il giuoco della palla: battuta e ribattuta; ché allora còntansi bene i falli, e guai a chi se la lascia cadere.
Ma voi zitta, ed io quieto: uno aspettava l'altro, e ci ponemmo a sedere perché non avevam fretta nessuno dei due.
Poi partiste, giraste, forse balzata dal cholera qua e là...
chi vi poteva arrivare? Altronde, se pure la colpa esclusiva del silenzio era mia (e me ne voglio persuadere), tanto faceva poi trenta che trentuno: mi buttai alla macchia, a chi s'è visto s'è visto.
Saluti vostri per verità ne sono andato ricevendo; né io, diciamo le cose come stanno, ve ne ho respinti pochi o pel mezzo di Ferretti, o pel canale indiretto di Quadrari, o pel retto organo del buon Coleine, il quale, per parentesi si è messo a fare il fornaio, cosicché quando (e sia presto) tornerete a Roma i più bei maritozzi della metropoli saranno per Voi, benché invece di un maritozzo io vi desidererei piuttosto un marito, né voi, spero mi vorrete dar torto.
Insomma, alle corte, lo riceveste o no quel mio foglio dai figliuoli di Giuda? Esso vi portava quattro ciarle in prosa e più di quattro chiacchiere in versi, strette e stivate sulle tre pagine quanto il popolo tra le panche di Valle quando declamavate la Lettrice e quelle altre diavolerie da farlo singhiozzare più di S.
Pietro al canto del gallo.
Io vi dirigeva una seconda epistola intitolata Niente di male come la commedia di Bon, con la sola differenza che la commedia di Bon è bella, e la epistola dio ce ne scampi.
Se l'epistola é volata nella luna, niente di male anche qui: ne conservo l'originale, e se ne potrà cavare altra copia quando non vi disgusti il rubare un quarto d'ora alle vostre più geniali occupazioni per abbandonarlo alle mie povere cicalate.
Ho saputo le vostre malattie e quelle della Mamma, che sono pur vostre, e me ne sono veramente rammaricato.
Come state ora l'una e l'altra? Ditemi bene, altrimenti vo' in bestia, ciocché accadrebbe senza uscir di me stesso.
Mariuccia, or più or meno, è sempre inferma, ed ha inoltre quasi affatto perduta la vista.
Veramente vive la poverina assai mesta e caduta d'animo.
Io me la passo benuccio e neppure mi ha sino ad ora visitato la grippe, ospite di tutte le case, dazio di tutti i petti, esercizio di tutte le lancette.
Infine dalla vostra ultima lettera, che ho sotto gli occhi, è scritto: Addio, poeta cesareo: un ultimo abbraccio dalla vostra aff.ma Amalia.
La prima frase vale un tesoro, la seconda un Perù.
L'esser vostro poeta aulico potrebbe far battere il cuore anche ad un Byron: il ricevere poi un abbraccio, benché incartato, dalla propria adorata sovrana (e qual sovrana!) deve scaldare il sangue anche d'un rettile fino al grado della ebullizione.
Ma circa al poeta cesareo Voi a Roma mi dicevate di più.
Mi dicevate: Quando io sarò regina (e in un certo senso lo siete sempre stata) voi diverrete il mio poeta e il mio consigliere di gabinetto.
Eh, in quanto al poeta mandiamola buona: quel consigliere però...
quel consigliere!...
Il passato non darebbe gran lusinga per l'avvenire.
Che se voi...
Chissà!...
Ma passiamo a un altro discorso.
Non posso, a rigore parlando, farvi i saluti di anima nata, avendo io afferrata la penna all'improvviso, per modo d'insorgenza, in un impeto d'inspirazione, mezz'ora prima che parta il corriere.
Le vocazioni bisogna ascoltarle subito, Amalia, altrimenti si rischia di perdere l'anima e il corpo: questo almeno è il dogma che popola i nostri conventi: al resto ci pensano i catenacci.
Ciononostante, meno quella povera vittima di Presidente, tutti m'avrebbero empite le orecchie di mille belle parole per Voi se avessero saputo ch'io vi andava a scrivere.
Ricevetele dunque anticipate, e senza scrupolo, perché già son certo che me le restituiscono prima di notte e con qualche cosetta d'usura.
E la Cecchina che fa? quella cara, quell'affettuosa appiccicarella? Ma io che mi era creato suo compare, eh! come vanno le cose de sto monno! Già, come dice quello? L'uomo propone e dio dispone.
- Non se move fojja ch'er Signore nun vojja.
- Matrimoni e Vescovati stanno in celo distinati.
- Chi pecora se fa er lupo se la magna.
- Er lupo muta er pelo, e er vizio mai.
- Acqua quieta vèrmini mena.
- Fidasse è bene, e nun fidasse è mejjo.
- Nun se dice quattro fin che nun sta ner sacco.
E che risponde quell'altro? Chi la fa l'aspetta.
- Le montagne nun s'incontreno.
- Non tutte le palle ariescheno tonne.
- Tanto va la gatta all'onto che ce lassa er pelo.
- Tanto va er secchio ar pozzo sin che ce lassa er manico.
- Dio non paga ogni sabato, ma la dimenica nun avanza un quattro gnisuno.
- Ogni medajja ha er su' roverzo.
- De maggio puro se fa notte.
- Er tempo è galantomo.
- Cor tempo e co la pajja se matureno le nespole.
- La vipera s'arivorta ar ciarlatano.
- Si l'oste ne coce per tutti ce n'è.
- Chi la tira la strappa.
- Ar bervede' t'aspetto.
- Nun sempre ride la mojje der ladro: e via discorrenno.
- Intendiamoci, perché non nascano equivoci: tutte queste belle gentilezze sulle spalle di quel cuor di Bireno e faccia di Bertoldo.
Stringete la mano affettuosamente alla Mamma e alla Sorella, e ponete a mio debito, seppure nel libro-mastro della vostra memoria v'è intestata, la mia partita.
Ricevete finalmente da me un savio e rispettoso...
che cosa?
Quello con cui chiudeste la vostra lettera del 18 marzo 1836.
- Sono il vostro servitore ed amico.
G.
G.
Belli
LETTERA 256.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 11 maggio 1837
Mio carissimo figlio
Dalla cortesia del Signor Avvocato Grazioli ebbi la tua lettera 2 corrente.
So che vai preparandoti per gli esami trimestrali, e ne attendo ansioso il successo.
Nel venturo giugno io verrò a riabbracciarti e a rallegrarmi con te de' profitti che tu possa aver fatti in questo altro anno di studio dacché non ci siamo veduti.
Ciro mio, la tua buona Mamma si ricorda di averti promesso una visita se tu la meritavi con buoni portamenti di studio e di condotta, e la sua voglia di rivederti è sempre ardentissima; ma non credere, mio caro, che se ella non viene ti manchi di parola.
Da qualche tempo la di lei salute è un poco sconcertata, benché in modo non serio né allarmante, e per ora non potrebbe forse esporsi al disagio per lei nuovo del viaggiare.
Non ti mettere perciò in pena, Ciro mio: Mammà non istà veramente male, ma deve soltanto osservare un certo regime che le prescrive un metodo di vita piuttosto uniforme, onde più presto riprendere il suo primiero florido stato e allora con maggior sicurezza e soddisfazione procurarsi il piacere di rivedere un figlio che tanto ama.
Vivi dunque lieto, studia e renditi sempre più degno del nostro affetto che non ha limiti al di qua di quanto in natura è possibile.
Vedrai il Sig.
Biscontini, e ti darà ulteriori notizie di noi.
Egli si trattiene in Perugia pochissimi giorni.
Ritorna i miei rispettosi saluti agli ottimi tuoi Sig.ri Superiori ed alla obligantissima Signora Cangenna allorché la vedrai.
Tutti al solito ti salutano, e fra i primi Antonia.
Mammà ti abbraccia e benedice con me
tuo aff.mo padre
LETTERA 257.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Di Roma, 27 maggio 1837
Veramente, mia cara e buona Amalia, allorchè null'altro si abbia ad offerire fuorché scorze spremute di agrumi o vuoti baccelli di fave fa sempre miglior figura chi si presenta colle mani in mano.
Nulladimeno questo modo di farmivi innanzi, quando fosse alquanto frequente, trasgredirebbe di troppo un certo vostro precetto, che, sebbene vecchio e forse da voi stessa dimenticato, purtuttavia di tempo in tempo reclama osservanza, poiché una legge rimane sempre obbligatoria sino a che non venga abrogata dal legislatore.
Prendetevi dunque ciò che posso darvi, e operate da clemente sovrano chiudendo gli occhi sulla entità del tributo di un suddito poverello.
Voi volete qualche volta versi da me: io non aveva altri versi che quelli: sicché o magna sta minestra o sarta sta finestra, dicono le nostre buone lane di Roma.
Attualmente io bado pochissimo alla burrascosa letteratura: sono tornato ai più pacifici studi delle scienze, astronomia, fisica, geologia...
Un animo da cui va fuggendo la gioventù abbisogna di calma; e le lettere, specialmente in certi tempi ambigui, procurano pochissime ed effimere soddisfazioni.
Gloria io non ne cerco, e sarei da legare se ne covassi la pretensione.
Dunque che fare per non traversare la vita fra gli sbadigli e il tedio d'esser nato? Osservar la natura.
La dolcezza, Amalia mia, che si trae dalla contemplazione dell'universo non può trovar paragone ed apre all'uomo una tutta nuova esistenza.
I miei libri di parole sono pertanto ora chiusi per dar luogo a quelli di cose.
Porto rammarico del faticoso stato in cui vivete.
Ma nella vostra professione gran piaceri e grandi pene! E poi quando vi attaccate coll'animo a qualche paese, eccoti le Ceneri e simili altri giorni di tristezza, e da capo in pellegrinaggio.
Avrei voluto inchiodarvi a Roma, ma fatalmente non posso disporre del chiodo del destino.
Non so darmi pace della inutilità dei rimedi che tentate in soccorso della vostra Mamma.
E a Roma con pochissima cura stava tanto benino! Ah! quel chiodo! quel chiodo, ditele mille affettuose parole in mio nome, ed altrettante a Checchina appiccicarella.
E della Marietta che n'è? sta bene? è sempre con voi? Salutatemela se c'è.
Mi faceva lume per le scale con tanta buona grazia! Mariuccia sta un poco meglio, ma non degli occhi.
Essa vi ritorna tutte le cordiali espressioni che le usate.
Ma che tempi, eh? che stagioni! che annate! che secolo!
Teta Ferretti con la figlia Chiara sono a Frascati da varii giorni, e presto ne ritornano col bambino allevato.
Giacomo e le altre due figlie Cristina e Barbara stanno qui e m'incaricano di salutarvi a tutte e tre.
Sono sinceramente il V/°
G.
G.
Belli
Palazzo Poli, 2° piano
LETTERA 258.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[3 giugno 1837]
Gentilissimo amico
Tutto avrei aspettato tranne potesse una Vostra lettera giungerrni causa di cordoglio: imperocché, non essendo ciò immaginabile in verun altro contatto con Voi, se non per rispetto a qualche Vostra sventura, avevate negli ultimi anni troppo sofferto per temersi serbata dalla Provvidenza anche una prova, e la più acerba, al Vostro coraggio.
Io che conobbi Colei che piangete, e le virtù sue, e la lieta semplicità che le abbelliva, so apprezzare la perdita da Voi fatta, e tanto maggiormente me ne addoloro con Voi, mio povero amico, quanto meglio m'è noto il vostro cuore affettuoso e l'amor tenero che vi chiudevate per una figliuola amabilissima, esempio delle sue pari, conforto invidiabile de' Vostri giorni in quella parte appunto della vita in cui languendo a' nostri occhi le esteriori attrattive di un mondo pieno di fallacie, ci cresce a proporzione il bisogno delle domestiche dolcezze.
Or come prestarvi consolazione in così desolante calamità? A voi nulla vien nuovo di quanto in simili circostanze san dire la religione e la filosofia.
Abbandonati pertanto i comuni conforti a chi debba toccare animi al Vostro inferiore, io rispetto in silenzio le lagrime che spargete, e Ve ne imploro anzi dal Cielo copia (se è possibile) ancor più larga, dappoiché nell'abbondanza di quelle trovasi pur talvolta dai disgraziati quasi un risarcimento de' mali senza rimedio.
Nulladimeno io desidero che quanti amici godono su me il vantaggio non dell'attaccamento alle Vostre qualità, ma della vicinanza alla Vostra persona, Vi si raccolgono intorno, e con delicate sollecitudini procaccino di accelerare a pro Vostro il momento in cui suol la natura finalmente ai profondi dolori sostituire ne' travagliati petti la pace malinconica della rassegnazione.
Accogliete, infelice amico, le meste parole qual lugubre consuonanza del Vostro giusto lamento; e poiché Vi odo invocare dall'altrui compassione alcun amorevole refrigerio, pensate se debba io sinceramente compiangere al Vostro danno, io padre siccome Voi eravate di unica prole, la cui esistenza fra tanta caducità delle umane cose forma l'incessante pensiero delle mie speranze e de' miei timori.
Sono di vero cuore.
Di Roma, 3 giugno 1837
Il Vostro ob.mo e aff.mo amico
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 259.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 6 giugno 1837
Mio carissimo figlio
E ti pare che io debba non esser contento di te? Sono invece contentissimo, ed altrettanto è contenta la tua buona Mammà, la quale ti abbraccia e ti benedice mille volte.
Quei tre male e quei sei mediocri in entrambe le facoltà sono così vinti e superati dai 52 bene e dagli 84 ottimi che peccherei forse di sottigliezza se li andassi a pescare nella tanta acqua che li sommerge.
Certo, in questo trimestre hai ottenuto dalla tua diligenza successi ben superiori a quelli del trimestre precedente.
Spero però, Ciro mio, che non vorrai stancarti, ma seguitare alacremente allo stesso modo.
E chi sa? chi sa non possa venire un trimestre di tutti ottimi? Ti parrebbe tanto difficile? Eh, nell'urna dei possibili, c'è anche questa possibilità.
Figurati allora le cioccolate! figurati i premi al fine del corso annuale! Ma ciò sarebbe pur nulla a riscontro colla gloria attuale e il vantaggio futuro.
Basta, ad ogni modo io ti ripeto che sono assai soddisfatto de' tuoi portamenti.
- Se nulla di contrario ci si frappone io conterei di partire da Roma il 24 per venire a riabbracciare il mio Ciro.
In risposta alla presente dimmi con franchezza se tu abbia qualche desiderio che noi possiamo soddisfare.
Ritorna, Ciro mio, i miei rispetti ai Sig.ri tuoi Superiori, al Sig.
Prof.
Mezzanotte e alla Sig.ra Cangenna.
Gli amici, i parenti, i domestici, e specialmente Antonia seguono a dirti mille cose obliganti.
Addio, Ciro mio caro: ti abbraccia e benedice
il tuo aff.mo padre
LETTERA 260.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni, 25 giugno 1837
Mia cara Mariuccia
Due righe per dirti che sono arrivato bene in questa Città alle 11 antimeridiane.
Fra mezz'ora si riparte e si deve mangiare.
Sono fuggito a vedere i Vannuzzi.
Ho veduto le donne perché egli non era in casa.
Scrivo in piedi in piedi con un zeppaccio.
Dammi per carità tue notizie, abbiti cura e sii docile nel farti medicare.
Saluto tutti, e ti abbraccio in massima fretta.
Il tuo P.
LETTERA 261.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia, 27 giugno 1837
Mia cara Mariuccia
Siccome già avrai udito dalla mia di Terni, io arrivai colà ottimarnante, e con pari buon viaggio giunsi in questa Città alle ore 7 1/2 antimeridiane del giorno di ieri.
Non mi dilungherò quindi sulle altre particolarità del viaggio come di troppo lieve interesse, ed anzi piuttosto inopportune pel motivo che ti ritarderebbero ciò che più brami sapere, cioè le notizie del nostro carissimo figlio.
Nessuno ha esagerato nel rappresentarcelo vegeto sano e lietissimo: io l'ho trovato tanto bene quanto avrei saputo desiderarlo.
È forte, è florido, fa consolazione il vederlo.
Va anche molto crescendo, poiché se l'altr'anno arrivava colla sommità del capo a toccarmi il mento, in quest'anno mi tocca il naso; di modo che tu puoi desumere presso a poco una misura, prima di veder la precisa e totale che secondo il solito riporterò a Roma.
Lo trovai nelle camere del Rettore, ascoltando la sua ripetizione di matematiche.
Mi vi condusse il Professor Colizzi, il quale appena udì che io era giunto in collegio corse ad incontrarmi quasi barcollando per le scale, tanta fu la fretta con cui le discendeva.
Buono, ottimo vecchio! Egli sente profondamente il tuo stato, siccome n'è pure rammaricatissimo Ciro benché io abbia con questi tenuto un linguaggio più mite onde non affliggerlo senza utilità.
Ho soltanto detto a Ciro che tu vai soffrendo di qualche febbretta e di un certo mal d'occhi che t'impedisce di venire a trovarlo e di scrivergli di tua mano.
Il resto che gli ho tacciuto passerà poi anch'esso, e allora sembrerò aver detto intieramente la verità.
Ha egli ricevuto la cioccolata e l'acqua della Scala con molto piacere, e te ne ringrazia mandandoti cento baci e chiedendoti la benedizione.
Saluta poi i parenti, gli amici e i domestici, con una speciale commemorazione per Antonia.
Questa mattina sono tornato a vederlo, e l'ho trovato al pianforte col M.stro Fani, a cui ho già intavolato il mio discorso circa al termine delle sue lezioni.
Il Rettore e il Pres.
Colizzi sono meco intieramente d'accordo sulla cosa e sul modo.
Cercherò il M.stro Tancioni per rinnovare con lui le pratiche, che saranno tanto più naturali in quanto è stato questi recentemente assunto dai Superiori in altro Maestro del collegio, a scelta dei padri dei convittori fra lui e Fani.
La Sig.ra Cangenna si è mostrata rapita pel dono del portatasche etc.
Essa, il marito, i coniugi Rossi e il Sig.
Bianchi ti salutano e ti augurano sollecita e perfetta guarigione.
Il Dr.
Micheletti non l'ho ancora trovato in casa; ma mezz'ora dopo il mio arrivo le carte di Biscontini già erano state da me a lui ricapitate.
Di' allo stesso Biscontini che Rossi mi ha passati gli Sc.
33; e che avendo io parlato con esso a lungo (ed anche con altri) dell'affare dell'agenzia parmi che la cosa possa andar bene.
- Dammi buone nuove della tua salute.
Io già le aspetto domani con ansietà.
Io sto alla Corona.
Ti abbraccio di cuore e sono
il tuo P.
LETTERA 262.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 11 luglio 1837
Mio caro carissimo figlio
Hai purtroppo ragione di piangere sulla perdita di una Madre così buona e a te affezionata.
Ah! Iddio ci ha colpiti, Ciro mio, nella parte la più viva del cuore.
Sia fatta la sua volontà.
Prega, prega sempre per la pace di quell'anima benedetta che spargerà su noi dal cielo le benedizioni dell'Altissimo colle sue intercessioni.
Non ti parlo della desolazione mia: essa è al colmo, e solo nel mio dolore e nelle immense fatiche che ora sostengo mi regge il pensiero degli obblighi che mi legano alla tua cara esistenza.
Io ti sarò sempre padre amoroso e sollecito del tuo bene; e se quel che farò per te assoggettando la mia vita ad una continua serie di sacrificii non bastasse ad assicurarti intieramente quella felicità che il mio cuore vorrebbe prepararti, non sarà colpa mia ma dei casi guidati dalla mano divina.
Ringrazia, mio caro Ciro, chiunque ti consola e ti ama, e preparati a renderti sempre più degno della affezione di sì buone genti, e della stima di coloro con cui andrai un giorno nel Mondo in contatto.
Amiamoci, mio caro figlio, e confortandoci scambievolmente della nostra reciproca tenerezza rimettiamo il resto alla benefica provvidenza del Cielo.
Sono il tuo amorosissimo padre
LETTERA 263.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 22 luglio 1837
Mio carissimo figlio
Le tue affettuose lettere mi fanno piangere di tenerezza, e queste soavi lagrime raddolciscono un poco quelle amarissime che io sempre verso per la perdita fatale ed irreparabile da noi fatta.
Sia benedetta la volontà della Provvidenza! Prega Iddio, Ciro mio caro, pregalo sempre pel riposo di quella cara anima che ci ha lasciati nel dolore.
Applica in di lei suffragio le tue orazioni e le comunioni tue, e vivi in modo che essa dal luogo di salute dove al certo la bontà sua deve averla collocata, si consoli nel vedere in te un erede delle sue belle virtù.
Raccomanda poi ancor me a Dio, perché mi regga la salute e la vita in tuo aiuto.
Tu, Ciro mio, sei nel Mondo ancora innocente, e le preghiere della innocenza trovano grazia nel cospetto del Signore.
Siamo onesti, Ciro mio, e forse saremo un giorno tranquilli.
Ti ringrazio delle tenere parole colle quali cerchi di confortarmi ad avermi riguardo.
Mi risparmierò, figlio mio, fin dove mi concede il debito che ho di occuparmi della tua felicità, per quanto se ne possa sperare in questo mondo.
Tu intanto attendi serenamente a' tuoi studi ad allo adempimento de' tuoi doveri; conservati nelle tue buone disposizioni di dolcezza di obbedienza e di gratitudine a chiunque ti fa bene, e pensa al giorno nel quale ci riuniremo per vivere insieme da galantuomini e onorati cittadini.
Tutti, parenti amici e domestici, ti salutano: Antonia fra i primi.
Riverisci tu in mio nome l'impareggiabile Sig.
Professor Colizzi, il Sig.
Rettore e il Sig.
Vice-Rettore e chiunque ti chiede di me.
E allorché vedrai la buona Sig.ra Cangenna dille molte parole amichevoli.
Ti benedico ed abbraccio con tutto il cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 264.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 agosto 1837
Grazie, mio caro Ciro, delle tue cordiali espressioni.
Esse valgono a sempre più spronare il mio già vivo impegno nel procurare per quanto mi è possibile il tuo bene.
Sì, figlio mio, tu finirai un giorno i tuoi studi e Dio vorrà riunirci per non mai più separarci.
Io sarò allora tua guida, e tu mio conforto.
Se avremo fortuna ne godremo a lode della Provvidenza: se ci mancherà, vivremo di fatica e di onore, le due prime glorie dell'uomo.
Nel mese venturo io probabilmente muterò casa; ma tu ne sarai avvertito in tempo.
Questa dimora non é più da me né per me.
Addio, Ciro mio caro: aspetterò notizie degli esami.
Salutami l'impareggiabile Sig.
Professore Colizzi e di' al Sig.
Rettore che fra giorni io farò con lui il mio dovere.
Riverisci anche il Sig.
Vice-Rettore e gli altri tuoi Superiori.
Ricevi gli abbracci e le benedizioni del
tuo aff.m° padre
LETTERA 265.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 agosto 1837
Mio carissimo figlio
La tua lettera del 22 cadente mi ha fatto lungamente piangere di tenerezza.
Come non essere contento, Ciro mio, de' tuoi portamenti? Se tu mi fossi vicino, ti stringerei al mio cuore per dimostrarti con quali sensi io abbia ricevuto le notizie sul successo de' tuoi esami generali.
Sappi, mio buon Ciro, che tu sei avviato per una bella strada: io te lo annunzio, e Iddio benedirà le mie predizioni.
Ma che dirai che io non ti mando nessun regalo? Questo era il solito uso, vivente la tua povera mamma.
Mi chiamerai avaro o sconoscente? No.
Ciro mio: non sono né una cosa né l'altra.
I tempi però volgono tristi, figlio mio, e la nostra casa ha ricevuto una grande scossa.
Non dubitare però: io farò tutto il possibile per appagarti per quanto potrò.
Se verrà come spero, Biscontini nel prossimo ottobre a Perugia, ti manderò qualche cosa pel suo mezzo.
Egli poi ti dirà quello che è bene tu sappia.
Vivi tranquillo.
Riverisci, Ciro mio, i Sig.ri tuoi Superiori e la buona Sig.ra Cangenna.
Il Sig.
Bianchi mi ha scritto una cortesissima lettera e in questo ordinario gli rispondo.
Tutti ti salutano e specialmente Antonia.
Ti abbraccia e benedice di cuore
il tuo aff.mo padre
LETTERA 266.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Roma, 9 settembre 1837
Ho ricevuto, mio caro figlio, la tua lettera del 5 corrente e i due libretti del saggio e della premiazione di questo anno.
Vedo con piacere che, avendo tu studiato, ti abbia pure voluto la sorte rimunerare col buon successo in uno de' due bussoli.
Le Vite del Plutarco sono cosa bellissima e classica.
Io ne ho (anzi l'hai tu stesso, perché la roba mia è tua) una elegante edizione fiorentina in un solo volume corredata di bei rami.
- Eccoti dunque, Ciro mio, nuovamente nelle ricreazioni autunnali, per poi di bel nuovo tornare a Novembre alle occupazioni che debbonti fruttare nel Mondo e stato e considerazione.
Questa è la più giusta ed onesta vicenda nelle umane azioni: fatica, riposo, e fatica.
A suo tempo, e quando tu lo saprai, mi verrà grata la notizia de' nuovi studi che ti si preparano pel vegnente anno 1838, che sarà il sesto del tuo corso di educazione e il 14° di tua vita.
Come aumenti e invigorisci il tuo corpo, così maturerà la tua mente e si perfezionerà il tuo cuore.
Ama tutti, Ciro mio, rispetta tutti, e sarai amato e rispettato.
Rendi i miei saluti co' miei rispetti ai Sig.ri Presidente e Vice-Presidente, al Sig.
Bianchi e alla Sig.ra Cangenna, tutte ottime e cordiali persone.
Così, vedendola, mi riverirai la gentilissima Sig.ra Marchesa Monaldi.
Tutti ti salutano e applaudono: Antonia la prima.
Io ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 267.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 23 settembre 1837
Ciro mio
Hai ragione e fai bene.
Le vacanze son tempo di sollievo, per ristorare le forze consumate nelle applicazioni dell'anno e per riprendere nuovo vigore onde poi sostenere le altre del corso di studi consecutivo.
Intanto i più miti esercizi scolastici, continuati tuttavia ne' due mesi di ricreazione, ti serviranno mirabilmente a ritenere il frutto ricevuto negli altri dieci mesi di doppio travaglio.
Sta' di buon animo e tranquillo, mio caro figlio; e come hai sino ad ora trascorsi in collegio cinque anni non totalmente indegno della soddisfazione a della benevolenza degli amorosi tuoi Superiori, vi passerai il minor numero che te ne rimane prima di ritornare con me, che, se Iddio mi conserva la vita e il coraggio, ti guiderò per mezzo alle contingenze del Mondo dove ancor tu dovrai far la tua parte, ma parte di onesto uomo siccome m'ingegnerò di dartene esempio.
Ci affaticheremo allora insieme, e le fatiche onorate di entrambi risulteranno in tuo maggiore profitto.
Tu mi dai dei saluti di care e rispettabili persone, cioè dai Sig.ri Presidente, Rettore, e Vice-Rettore, non che della Sig.ra Cangenna e del Sig.
Bianchi.
Di mano in mano che li vedi ripeti loro i miei più cordiali e rispettosi saluti.
Ti fo intanto quelli de' pochi parenti che vedo e dei pochissimi amici che ci sono restati.
Morta la tua povera Madre la nostra casa è deserta.
Così fa il Mondo, Ciro mio.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
il tuo aff.mo padre
Ti salutano Antonia e Domenico che presto non potranno più stare con me.
LETTERA 268.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 ottobre 1837
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua 30 settembre.
Sono molto contento di udirti applicato all'esercizio epistolare: ti servirà molto il sapere ben comporre una lettera, nel che parecchi anche sommi uomini spesso smarrisconsi.
Non già che importi ciò grande difficoltà, ma perché pochi sanno conservarsi nel bel mezzo dello stile che alle lettere conviene.
Naturalezza, precisione, concisione per quanto il soggetto lo concede, grazia, talora festività, correzione ortografica e sobria interpunzione, sono i principali pregi di una lettera.
A poco a poco ti farai bravo intanto avverti un po' meglio alla ortografia.
Fammi il piacere di dire al Sig.
D.
Antonio Ribacchi che il tuo semestre anticipato di retta che scadrà il primo giorno del prossimo novembre gli sarà pagato o personalmente dal Sig.
Biscontini che a quell'epoca si troverà a Perugia, o per mezzo di qualche suo corrispondente.
Biscontini si è già diviso da me e abita dov'era l'Avvocato Gnoli al Gesù.
Io partirò dal Palazzo Poli al fine di questa settimana ed andrò ad abitare in casa dei nostri parenti Mazio, al Monte della farina n.
18, primo piano.
Tu dunque nelle tue lettere metterai di qui innanzi quell'indirizzo, e bada che la lunga abitudine di scrivere Palazzo Poli non ti trasporti tuo malgrado la penna.
Usaci riflessione.
Quanto mi addolori il lasciar questa casa dove ho passato 21 anni sempre in compagnia della tua povera Mamma, e dove tu sei nato, non te lo puoi immaginare.
Ma son rimasto solo, la pigione è assai cara, e le spese giornaliere troppo superiori alle attuali forze del nostro patrimonio.
Dunque bisogna rassegnarsi alle disposizioni della Provvidenza e benedire gli eventi che a Dio piace di ordinare.
Il separarmi da Antonia e da Domenico è un'altra prova della mia rassegnazione.
Ma essi ci resteranno sempre affezionati.
Ho ceduto a Domenico quelle stanze che per separata locazione da noi si tenevano superiormente al nostro appartamento.
Egli vi albergherà Antonia, ed anche Annamaria la quale io manterrò fin che vive.
Mi farai cosa grata se scriverai ad Antonia una graziosa letterina in cui con brevi frasi ma affettuose tu la ringrazii delle cure da Lei sempre avute per te, e la preghi di dire in tuo nome altrettanto a Domenico.
Né scordarti della buona vecchia di Annamaria.
Ecco un nuovo soggetto d'esercizio epistolare.
La lettera per Antonia Ceccarelli puoi mandarla al solito indirizzo del Palazzo Poli.
Riverirai in mio nome tutti i tuoi Sig.ri Superiori, ed anche il nuovo Sig.
Rettore benché ancora io non abbia l'onore di conoscerlo.
Salutami anche tutti i nostri buoni amici di Perugia, fra i quali la Sig.ra Cangenna sta attualmente occupandosi pel tuo vestiario d'inverno.
Quando la vedrai partecipale il mio nuovo domicilio.
Addio, Ciro mio caro.
Ti abbraccio di cuore e ti benedico.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 269.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 ottobre 1837
Mio caro figlio
Alla tua lettera 18 corrente rispondo con questa che ti sarà portata dal Sig.
Biscontini il quale parte questa mattina colla diligenza.
Egli te la farà ricapitare da qualcuno giacché non si ferma per ora a Perugia ma prosegue il viaggio fino a Città di Castello.
Di là tornerà a Perugia pel giorno di tutti i defunti (2 nov.), ed allora ti verrà a trovare e parlerà con te di molte cose a mio nome.
Tu considera che ti parli io stesso nelle sue parole.
Ti mando pel suo mezzo libbre 4 di cioccolata ed egli ti provvederà costì dello zucchero e del caffè per mio conto, se tu come credo lo desideri.
Di più, Ciro mio, non posso regalarti attese le nostre attuali circostanze.
Anch'io faccio a meno di tante cose di cui prima godevo.
Ricordati, Ciro mio, di suffragar l'anima della tua povera Mamma nel giorno della Commemorazione dei fedeli defunti.
Prega Iddio per lei, ed ella intanto lo pregherà per noi onde ci assista e ci consoli.
Pare che sabato 21 tu non abbia poi scritto ad Antonia.
Essa me ne avrebbe parlato.
Se non hai potuto, fallo, Ciro mio, più presto che potrai, e non Le dire che l'hai fatto a mia insinuazione.
Dalle questa prova di gratitudine alla buona Antonia, e nomina nella lettera anche Domenico.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e quanti hanno la bontà di chiederti di me.
Ti abbraccia e benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
Monte della Farina n.
18
LETTERA 270.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 2 novembre 1837
Mio caro amico
Non so se da qualche vaga voce e accidentale sia potuto venire a' vostri orecchi la per me terribile disgrazia avvenutami il 2 luglio ultimo.
La mia buona Mariuccia in quel giorno morì.
Già da oltre un anno ella soffriva di mali umorali vaganti dalla testa alla membra, ed ora appena giunti ad una specie di encefalite.
Il 26 giugno io partii di Roma, dovendo necessariamente recarmi presso mio figlio a Perugia, e la lasciai poco bene.
Veramente io non voleva partire, ma ella mi vi spinse, ed io tanto più la compiacqui quanto meno il suo morbo pareva dar serie inquietudini.
Volendo poi trattenermi a Perugia solo dieci giorni non dubitai di andare.
Ma dopo il quarto giorno del mio arrivo, ebbi una lettera d'un amico allarmantissima.
Volai a Roma, e la trovai già morta.
Neroni mio, qual dolore! Ella mi era tutto: moglie, amica, madre, consolatrice amorosissima.
Tutto mi è mancato con Lei.
E nel mio temperamento cupo, concentrato, malinconico, irritabile, figuratevi il mio stato di isolamento come debba essermi insopportabile.
Voi che avete cuore, e bel cuore, immaginatelo senza che io ve ne dica di più.
Da quattro mesi non faccio che sospirare e piangere e consumarmi.
Ho tutto riperduto ciò che di bene (e gran bene) aveva acquistato ne' tre anni di un rigido regime dal quale mi era stata ridonata perfetta salute.
Dolore di spirito, veglia continua e tormentosissima, dispiaceri gravi e di ogni natura, fatiche nuove e molte, mi hanno ridotto un uomo degno di compassione.
Se un giorno ci rivedremo abuserò della vostra pazienza, col racconto de' miei patimenti.
Povera donna! Morire senza né il figlio né il marito vicini! Lasciar sola la vita e priva de' conforti estremi del sentirsi chiuder gli occhi da una mano amica quanto può esserla quella de' nostri più cari! Non avere io potuto abbracciarla e prometterle, piangendo, di vegliar sempre al bene del figlio! Ella ne sarà stata persuasa, ma il sentirselo ripetere in quegli ultimi momenti deve dar tanta consolazione e tanto coraggio! Ah! pazienza.
Voglio adesso chiedere un piacere alla vostra amicizia.
Da più anni mia moglie esigeva dalla Cassa dell'Amministrazione de' Beni ecclesiastici di Fermo, dove è capo il Sig.
Mons.
Bartolucci di S.
Elpidio, una somma trimestrale di Sc.
14:59 1/2 proveniente da una ritensione mensile fatta in questa Computisteria Camerale sull'onorario del Sig.
M.se Antonio Trevisani, uno degl'impiegati in detta Amministrazione.
La persona che gentilmente favoriva mia moglie, con procura di lei, esigendo ed inviando a Roma le somme trimestrali, non ha più voluto dopo la morte di lei continuare questo favore.
Io manco a Fermo di amicizie.
Una pratica da me usata in Computisteria Camerale, onde far qui voltare di uficio le somme, ha mancato di successo, benché il Computista mi è benevolo, opponendosi ciò alle regole di amministrazione.
Non avreste voi dunque, mio caro Neroni, qualche onesto e gentile amico colà che in vostro riguardo volesse ogni tre mesi ritirare la detta somma e spedirmela? Io gli manderei una procura nella mia qualità di padre e legittimo amministratore di Ciro erede universale della Madre (ab intestato) come apparisce da un pubblico istrumento stipulato in atti Fratocchi il 7 luglio ultimo.
Giace di già inesatto un trimestre senza che io abbia ancora potuto trovare il canale onde ritirare a Roma i denari.
Vedete un poco, mio buon amico, di aiutarmi in questa circostanza, tanto più che ho grandi urgenze da soddisfare.
E vedete la mia temerità! Non potreste voi stesso ricevere la mia procura, e ad ogni trimestre mandare al Sig.
Bartolucci la vostra ricevuta e ritirare l'equivalente? Se ho, così dicendo abusato troppo dell'amicizia, perdonatelo all'amicizia stessa, e diminuite la mia impertinenza colla vostra opera trovandomi chi per amor vostro mi favorisca.
Io ne vivo in isperanza.
Addio, mio caro amico.
Iddio vi conservi lungamente al bene e alle delizie di famiglia.
Io ne sono privo.
Mio figlio è buono, gentile, studioso, ma è piccolo e da me lontano.
Per più motivi non posso ancora richiamarlo con me.
Sono con tutto il cuore
il vostro amico G.
G.
Belli.
Monte della Farina N° 18.
P.S.
Ho dovuto cambiar casa.
LETTERA 271.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 2 novembre 1837
Ciro mio
Ho veduto la tua lettera ad Antonia.
Bravo Ciro! Siamo sempre riconoscenti a chi ci ha fatto del bene.
Antonia e Domenico hanno gran diritto alla nostra benevolenza.
Essi non sono più con noi, ma se ne ricorderanno sempre, e noi ricordiamoci sempre di loro.
Biscontini ti avrà fatto avere la mia del 26 ottobre.
Al di lui ritorno udirò i risultati dei discorsi che avrà tenuti con te.
Temo che tu non saprai leggere la mia presente lettera.
Scrivo con pena perché mi trema la mano.
Ho scritto troppo ieri ed oggi; e poi questo è un giorno che molto influisce sulla mia macchina.
Suonano le campane, figlio mio: per chiamar suffragio ai defunti; e tu sai chi noi abbiamo perduto.
Or via, basti di ciò: Iddio ci darà forza per rassegnarci alla Sua volontà.
Studia, cuore mio, studia di cuore e con mente più serena che puoi: sii buono, dolce, manieroso, e fatti amare da tutti.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori, amami sempre come io ti amo, e ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Sono il tuo aff.mo padre.
P.S.
La presente ti verrà dalla gentilezza della Sig.ra Cangenna che si occupa tanto di te.
Siile grato, Ciro mio: essa veglia su te come una madre.
LETTERA 272.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 11 novembre 1837
Ciro mio
Il Signor Conte Francesco Moroni, la cui madre Sig.ra Contessa Maria ebbe sempre tanta bontà ed amicizia per la tua, viene a Perugia direttore della posta e mi favorisce recarti questa mia lettera.
Ho ricevuto la tua del 7 corrente.
Il Signor Vice-Presidente Cambi mi aveva già fatto conoscere i tuoi studi per l'entrato nuovo anno scolastico.
Iddio ti mantenga sempre le buone disposizioni che mostri di voler profittare in essi e negli altri che farai in avvenire.
Dallo studio nasce il sapere, e da questo congiunto alla bontà dell'animo e alla gentilezza delle maniere dipenderà tutto il bene della tua vita.
Non acquistata o perduta la stima degli uomini onesti, tutta la nostra esistenza diviene una serie di rammarichi tanto più pungente quanto più ne siamo noi stessi gli autori trovandone le cagioni nelle nostre opere.
Pondera bene, Ciro mio, queste terribili verità, alle quali si suole pensare troppo leggermente dalla comune degli uomini, e perciò si veggono al Mondo tanti falli e tante sventure.
Circa alle tue idee di continuare nella musica vado oggi stesso a scriverne al nostro Signor Biscontini, e ne parlerai nuovamente con lui.
Ho scritto, e consegnata la lettera al Sig.
Conte Moroni, al tuo nuovo Superiore Sig.
Don Fausto Bonacci.
Ti gli ho raccomandato, ed ora raccomando a te di mostrartigli sempre obbediente, sottomesso, riconoscente e gentile.
Riveriscimi gli altri tuoi Sig.ri Superiori, e così la buona Sig.ra Cangenna e la Signora M.sa Monaldi, allorché le vedrai, ringraziandole de' saluti che sì spesso m'inviano per tuo mezzo.
Tu dicesti alla Sig.ra Cangenna di non conoscere i nostri parenti Mazio, in casa de' quali oggi io abito.
Non te ne ricorderai, Ciro mio, ma spesso io ti ci ho condotto allorché eri in Roma, ed anzi (e questo te lo devi ricordare di certo) il marito della mia cugina, Orsolina Mazio, che allora non l'aveva ancora sposata e le abitava incontro, ti fece il ritratto pochi giorni prima della tua partenza da Roma pel Collegio.
Quel ritratto è poi sempre stato il conforto della tua lontananza per la tua povera Madre; ed a tale scopo io lo feci fare.
Ora io lo conservo presso il mio letto siccome essa usava, benché noi non abbiamo mai avuto bisogno di tal segno materiale per ricordarci ad ogni momento di te.
-Questi parenti dunque ti salutano e bramano di presto rivederti.
Così ti salutano i nostri amici, che sono pochi ma ottimi.
Addio, Ciro mio, ama sempre
il tuo aff.mo padre che ti abbraccia e benedice.
LETTERA 273.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 14 novembre 1837
Mio veramente gentilissimo amico
Di quanti conforti la pietà umana o la civiltà mi è venuta sin qui prodigando a sollevarmi l'animo caduto in tanta deiezione per la perdita della compagna della mia vita, niuno più dolce ed efficace delle semplici parole da voi adoperate per un fine sì santo quale è quello di consolar gli afflitti.
Voi, Neroni mio, conoscete il cuore dell'uomo, e sapete di più distinguere cuore da cuore: così secondo i casi e le persone versate il balsamo che se intieramente non sana una piaga incurabile, la sparge almeno di salutare dolcezza che fa parere grato anche il dolore allorché lo compatisce un animo cortese e generoso.
Né mai più né meglio conosciamo il prezzo dell'amicizia, che quando vivendo disgraziati ci vediamo attorno persone amorose e bennate, tutte sollecite di attenuarci le pene con cui la provvidenza volle provare la nostra rassegnazione.
Io dunque in mezzo a' miei patimenti benedico Iddio che mi vi fece conoscere dapprima, e poi sperimentare così benevolo.
È vero, mio caro Neroni, io debbo conservarmi pel mio figlio onde non fare di questo povero innocente un orfano abbandonato.
Che sarebbe di lui fra tanta corruttela? Chi lo guiderebbe, chi lo salverebbe dalle infinite insidie e dagli errori innumerevoli dove vanno a inciampare talora anche gli avvisati e gli accorti? Io dunque ho l'obbligo di mantenere la mia esistenza per la sua felicità.
Penerò, veglierò, mi travaglierò, e quando poi avrò di questa povera pianticella formato un albero saldo abbastanza contro le tempeste del secolo, dirò allora a Dio: è compiuta la mia missione: nunc dimittis servum tuum, domine.
Voi siete già sciolto da un tanto dovere; ma ora i vostri figliuoli impegneranno la giustizia eterna a concedervi la retribuzione che vi siete meritata, e così vivrete lunghi anni nel premio maggiore che possa sperare la virtù paterna: quello di vedere il suo sangue senza macchia al cospetto degli uomini.
Troverete qui unita la procura che la vostra bontà mi ha concesso inviare al vostro nome per la trimestrale esigenza, e di cui vi tenni proposito nella mia antecedente, in codesta Amministraz.
dei Beni ecclesiastici di Fermo.
Mi pare certo avervi avvisato essere giacente un trimestre inesatto, cioè quello di luglio, agosto e settembre prossimi passati.
Alla fine del venturo dicembre scadrà il trimestre oggi corrente.
Abbiamo sempre usato di esigere trimestralmente e non mensilmente onde diminuire la noia de' troppi minuti e frequenti dettagli.
Sino a tutto giugno sonosi percetti per cadaun trimestre Sc.
14:59 1/2; ma in seguito può esser più, può esser meno secondo l'entità dell'onorario del debitore e i sequestri de' di lui creditori, benché su questo ultimo proposito l'ultima causa sostenuta dalla fu mia moglie contro alcuni coaspiranti al riparto dovrebbe lasciare invariabile il riparto attuale.
Ad ogni modo Voi prenderete quello che vi daranno, compiacendomi in qualunque caso di accennarmi i motivi addottisi per dichiarazione de' cambiamenti che s'operassero.
Circa alla trasmissione delle somme mediante il proporzionato concambio che avete in mira sulle percezzioni in Roma di vostro fratello, ne sarei contentissimo.
Sul di lui mutamento di stato, che io ignoravo, la penso appuntino come Voi, e credo che quello che in ciò gli è accaduto di meglio sia la erudita, dotta, elegante, disinvolta e giudiziosa epistola che gli avete indirizzata per festeggiare le sue gioie colle glorie della vostra patria comune.
Bella mente sana che avete! Invidio la chiarezza e semplicità de' vostri argomenti sì liberi dagli arzigogoli stiracchiati di tanti archeologi e storiografi che si lambiccano il cervelluzzo per accomodar colori a un disegno che non vorrebbe riceverli.
Voi avete condotto le vostre assennate ricerche sin dove l'ipotesi confina e si confonde colla verità.
Eccovi il mio schietto giudizio.
Se ho errato mi piace aver errato con voi.
Sin qui voi sapete la metà sola de' miei mali, ed è quella che soglio narrare a tutte le gentili persone.
Oggi ne confido l'altra metà alla delicatezza dell'amico.
Voi ne stupirete.
La mia buona moglie, per troppa fiducia e generosità di condotta, ha lasciato al figlio un patrimonio assai offeso.
Quanti anni di pene mi bisogneranno per formare al mio Ciro uno stato! Ed anche chi sa!...
- Io dunque cerco ogni via per sollevarlo, faticando, dal mio peso personale.
Perciò non arrossisco dirvi che se mai udiste in codeste parti che alcun vostro conoscente avesse affari da affidare in Roma a chi non fosse capace di tradire la fiducia de' suoi committenti, io presterei la mia opera in assistenza di ogni discreta persona.
Intendiamoci però: in qualunque vostra occorrenza voi siete il mio padrone e il mio nuovo discorso non vi riguarda.
Non si può dire ciò che io sarei pronto ad operare per voi che mi avete resi sempre tanti favori.
Amate dunque e comandate liberissimamente il vostro servitore ed a.co
G.
G.
Belli
LETTERA 274.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 28 novembre 1837
Mio carissimo figlio
Riscontro le tue due lettere del 10 e del 19 cadente, ricevute da me la prima per mezzo del Sig.
Avv.
Gnoli e la seconda per parte del Sig.
Conte Moroni.
In quella sei tornato ad assumere il pronome ella e lei.
Tu sai che non mi piace.
Amo che tu mi rispetti: godo però meglio che il rispetto vada unito a una moderata confidenza che riesce assai più affettuosa.
Quindi il Voi mi appaga assai più; e mi parla più al cuore.
Io sono tuo padre, e insieme il primo tuo amico e confidente; e il rispetto lo voglio attendere da te più nella corrispondenza dei sentimenti e nella consuonanza delle azioni che non nelle parole, sotto le quali non di rado può celarsi una fallacia tanto maggiore quanto meno apparisce.
Una soverchia familiarità mi offenderebbe perché temerei che, considerandomi tu troppo alla pari, svanisse a' tuoi occhi la gravità e la importanza de' miei consigli e si perdesse così il frutto delle paterne e insieme amichevoli mie insinuazioni.
Il freddo tuono altronde della civiltà di pura convenzione disgiungerebbe di soverchio i nostri animi e potrebbe all'affezione della natura sostituire i vuoti omaggi del complimento.
Amami, Ciro mio, metti in pratica i miei avvertimenti, e questo è il maggior rispetto che io desidero da te.
Odo con piacere i nuovi studi che ti sono assegnati per questo 6° anno della tua educazione.
Iddio benedica le cure de' tuoi Maestri e le tue fatiche.
Mi si dice però che nella lingua latina sei ancora un po' tiepido.
Eppure ne dovrai trarre nel Mondo tanto bene!
Ho parlato di te col Sig.
Biscontini.
Ebbene, poiché lo desideri, acconsento che tu riprenda lo studio della musica, e ne vado a scrivere al Signor Vice-Presidente col quale ne tenni varii colloqui allorché era Rettore.
Col Sig.
Presidente Prof.
Colizzi ho anche tenuto lungo proposito intorno a te e a quanto ti concerne.
Egli ti ama, ed ha per te molta bontà.
In vita della tua buona Mamma era solito il mandarti qualche dono pel Natale.
Oggi i tempi sono cambiati, Ciro mio, ed io non saprei cosa inviarti per detta prossima epoca.
Se tu abbisogni di qualche cosa o nudri alcun particolare desiderio, fammene consapevole, ed io procurerò di appagarti.
- Studia con coraggio e serenità d'animo.
I giorni e gli anni passano, e poi viene il tempo in cui si raccoglie secondo che si è seminato.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori, e ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 275.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 13 dicembre 1837
Ciro mio
Per mezzo del Sig.
Presidente Colizzi devi avere avuta la mia del 4 corrente.
Ricevi ora quest'altra che favorirà consegnarti il Sig.
Caramelli.
Ho con estrema consolazione udito che di giorno in giorno tu abbandoni quella certa negligenza nella quale avevi ricominciato gli studi, specialmente di letteratura.
Bada, Ciro mio caro, bada: se tu non istudi con fervore e di vero proposito sarai infelice.
Credi a tuo padre.
Se io dovessi un giorno vederti vittima della tua stessa pigrizia e indolenza, ne morrei di dolore, e tu avresti questo peccato sull'anima.
Per carità, figlio mio, non istancarti.
Gli anni passano presto, e presto raccoglierai il frutto delle tue attuali fatiche.
Tu cresci, la tua mente va maturando colla età: è dunque vergogna l'operare senza senno.
Fa', Ciro mio, che allor