LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 12
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Credo che in essa avrete fuso il concetto espressomi nella vostra lettera cioè: Si diradano assai quelli dell'antica scuola: ed oggi chi resta? i pazzi guastatori d'ogni bell'arte.
Amen.
Abbracciate per me il mio Ciro, e ditegli essersi da me ricevuta la lettera sua del 28 gennaio insieme con i libri, e tutto ciò pel mezzo del cortesissimo Sig.
Marchese Rodolfo Monaldi.
Io gli risponderò non appena avrò da lui avuti i dettagli de' voti del trimestre, secondo il solito.
Intanto io gli aspetto assai buoni, presso quanto me ne avete detto voi in genere.
Amate il vostro aff.mo e devotissimo amico e servitore.
G.
G.
Belli
LETTERA 357.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Di Roma, 26 febbraio 1839
Mia cara Amalia, pare insomma che Livorno sia per me un luogo di propiziazione.
Tutte le vostre lettere mi giunsero date da codesta benedetta città, non esclusa pur quella ultima del 3 luglio 1837 su cui invece di Bologna scriveste Livorno.
Fra Livorno e me esisterebbe in voi forse un'idea intermedia, una immagine riconciliatrice, un influsso di grazia, che scendendovi in cuore ve lo ammollisca e vi faccia dire povero Belli? E così questo povero Belli ha avuta la vostra celeste letterina del 20 corrente, l'ha letta, l'ha riletta, e poi l'ha studiata, e finalmente ha esclamato: Oh, la dolcissima cosa! che se in questo beato secolo di tribuna e di calcoli fosse lecito il turbare la requie alle ceneri de' Numi ed alle ossa delle Fate, io, da buon pastorello di Arcadia, vi canterei come i vostri caratteri abbiano rinnovato sull'ira mia quel miracolo stesso che già le vipere di Medusa operarono sulla balena di Andromeda, e lo scudo di Atlante su quell'altro animalaccio di Olimpia.
Tenendomi però nel giusto mezzo fra le vecchie e le nuove dottrine, non profanerò, spero, la moderna filosofia con l'assicurarvi essere pe' vostri incantesimi caduto dal mio petto lo sdegno, al modo che il divino balsamo fece uscire il ferro dalla gamba di Enea.
E tutte queste perle di erudizione ve le regalerei ancora a compensare il seducente quadretto da voi dipintomi della riposata cameruccia in cui fingete seguir dovrebbe un nostro ingenuo colloquio.
Ma questo colloquio accadrà egli più? Sino a tutto il 43 (cinque anni!) no certamente; e poi?...
Dopo io sarò vecchio, avrò la podagra, e rimarrò incapace di sentire il fuoco de' vostri discorsi.
La mia salute? eh, la mia salute si risente della tristezza del mio animo; e questo ve lo dico sul serio come vi direi tante altre cose che non vi dico.
Non badate alle mie barzellette.
Richiamato ai tiberini, dopo dieci anni di silenzio, recito parole che li fanno sbellicare dalle risa, mentre pure io scrissi coi sospiri sul labbro e colle lacrime agli occhi.
Conosco il tasto della ilarità.
Tocco quello, ed esso fa l'uficio suo.
Io rimango intanto freddo e malinconico.
E voi siete lieta, Amalia? Le vostre glorie, la salute vostra, e il prospero stato della Mamma e della sorella mi sembrano per voi operosi elementi di buon'umore.
Or bene, rallegrate me pure e non potendo venir qui in carne ed ossa veniteci almeno nella litografia che vi fu fatta per la Pia de' Tolomei.
Oh! mandatemela; me ne avete messo un desiderio da anima purgante.
Ravviserete subito l'Amalia: così mi avete detto.
Possibile che non troviate un pellegrino che voglia visitare questi nostri santuarii! cercatelo per mare e per terra, e munitelo in viaggio della vostra immagine.
Io poi la metterò sotto cristallo, e le dirigerò mattina e sera fervorose giaculatorie.
Va bene così? Un po' bene e un po' male; ma il nulla è poi meno del poco, siccome vogliono gli aritmetici.
Chiedete versi? Eccovi ubbidita: tal sia di Voi.
Oggi l'Arrivo di Milord: un'altra volta Bartolomeo Bosco.
Prima però dei versi terminiamo la prosa, e chiudiamola con due belli salutoni, grandi come le Ande e i Pirenei, uno all'amabile Sig.ra Lucrezia e l'altro alla buona appiccicarella.
Sono e sarò sempre di cuore il vostro
G.
G.
Belli
Ho mutato pensiero.
Questo avanzo di pagina doveva servire al principio dell'ode.
Ma no: facendo bene i conti della materia e dello spazio mi accorgo che i versi possono star tutti da loro in una delle due carte e lasciar questa tutta alla prosa e all'indirizzo.
Così volendo mostrar quelli e non questa, si fa una bella divisione fra gli agnelli e i capretti, e quali mandansi in cielo e quali agli abissi.
Alcuni de' tiberini volevano stampare questa ode (e le ottave su Bartolomeo Bosco) come fecero imprimere il Goticismo.
Ma il permesso de' superiori...
Allora pensarono farne pubblicaz.
altrove.
Io mi vi opposi, per la difficoltà della correz.
fuori degli occhi miei, specialmente alla ortografia e alla interpunzione, da me adottate, nel che sono fastidiosissimo.
Vi avrei colla stampa risparmiati un po' gli occhi.
LETTERA 358.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[14 marzo 1839]
Mio sempre carissimo amico
Coll'ordine tratto il 2 corrente dal vostro fratello Sig.
Conte Filippo sopra questo Sig.
Paolino Alibrandi, e da voi speditomi nella vostra del 4, giuntami non prima dell'11, io ho esatto la somma di Sc.
quattordici e baiocchi cinquanta procedente dagli Sc.
14:59 1/2 saldo dell'ultimo trimestre del prossimo passato anno sulla mensile ritenzione a carico del Sig.
Marchese Antonio Trevisani che voi vi compiacete di esigere per me; e i detti Sc.
14:50 (depurati dal bollo per la quietanza solita a rilasciarsi costì, meno qualche inconcludente frazione di cui non occorre parlare) il Signor Alibrandi me gli ha pagati benché non avesse per ora fondi del Sig.
Conte Filippo.
Come m'affigge, mio caro e buono amico, l'udirvi sempre incomodato co' vostri dolori reumatici! Tanto più vi compatisco in quanto so anch'io per prova ciò che si soffre per questo male aspro, pigro, e affliggente lo spirito ugualmente che il corpo.
Dal principio dell'anno sino ad oggi, sono già stato tre volte infermo di reuma, e obbligato a giacere in letto parecchi giorni per volta.
Il resto del tempo, ossiano gl'intervalli fra l'una e l'altra malattia, mi scorre pure assai tristo perché un continuo e non lieve dolor di testa mi tormenta e si oppone al libero esercizio delle mie facoltà mentali e della mia persona in servigio de' poveri affari del mio caro figlio.
Pazienza: Iddio mi vuol mortificare nella parte più delicata e sensitiva.
Per farvi passare un momento di più con me avrei voluto trascrivervi qualche cosa che nell'anno scorso dissi in Tiberina, ma vi assicuro che lo scrivere m'offende assai la testa, perché l'applicazione di qualunque genere, e più quella degli occhi, esacerba la mia emicrania.
Il mio medico, eccellente, sta in osservazione sui caratteri di questo male onde procurarmi un rimedio non peggiore del male come talora purtroppo accade.
Confortiamoci entrambi, mio ottimo amico, e speriamo dopo le nuvole il sole.
Io vi rinnovo intanto le proteste della mia gratitudine pei fastidi che vi prendete per me, e mi rammarico di non sapere in qual modo mostrarmivi riconoscente fuor che di parole.
Ma dovunque voi mi giudichiate atto a servirvi avrete sempre in me un sincero amico e un servitore diligente.
Il vostro aff.mo G.G.
Belli
Di Roma, 14 marzo 1839
LETTERA 359.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 aprile 1839
Mio carissimo figlio
Riscontro le tue lettere del 19 e 30 marzo caduto, ringraziandoti degli augurii che nella prima mi fai per San Giuseppe e nella seconda per la Santa Pasqua.
Non occorre che io ti dica da quali sentimenti sia nel mio cuore corrisposta la tua dimostrazione di affetto.
Dal Signor Caramelli, che dopo la notizia da te datami del suo ritorno fui a visitare, ho ricevuto speciali informazioni intorno al buon stato di tua salute e alla soddisfazione de' tuoi Sig.ri Superiori pe' tuoi portamenti.
Quando il Sig.
Avvocato Pieromaldi avrà potuto tornare a vederti aggradirò di sapere cosa ti sia sembrato di Lui e della sua gentilezza.
I versi che t'inviai sono abbastanza ricompensati dal piacere col quale mi assicuri averli ricevuti e letti.
Non ti dispiacere, Ciro mio, se la natura sembri non volerti poeta.
La poesia è dolce ed amena cosa, ma seduce un po' troppo lo spirito di chi a lei si dedica ed io so di avere perduto per essa una parte preziosa de' miei anni giovanili, che avrei potuto più utilmente impiegare.
Amerò sempre meglio che tu gusti la buona poesia altrui anziché vi ti eserciti tu stesso.
Oggi vi è troppo da fare nel mondo; ed un discreto scrittore di prose otterrà più favore dalla moderna società e assai maggiori mezzi di esistenza che non un poeta anche ottimo.
Segui dunque le disposizioni della tua mente la quale tende più al positivo che all'ideale, né ti dolere se la fantasia ceda in te all'intelletto.
Credimi, Ciro: un giorno te ne troverai contentissimo.
Non sei stato esattamente informato circa alle Commedie scritte appositamente per questo Ospizio di San Michele.
Non mai il Nota ma sì il Giraud ne compose alcune di lieve portata, e tutte per soli personaggi maschili.
Queste però non videro mai le stampe; né poi è sì facile il farne ricopiare i manuscritti, i quali, come puoi ben pensare, appartengono esclusivamente al luogo pio come privata proprietà.
Il Sig.
Cardinal Tosti, che li conserva presso di sé, non me li comunicherebbe in niun conto quando anche io avessi con Lui qualche aderenza.
Questa è anche la opinione di qualche altra persona con cui ne ho tenuto proposito.
Tu sai se io amerei soddisfarti in ogni onesto tuo desiderio.
Esistono alcuni volumetti di commediole composte da Giulio Genoino di Napoli, e stampati in quella Città coi tipi della società filomatica nel 1831.
L'opera è intitolata Etica drammatica per la educazione della gioventù.
La metà delle commediole è scritta per soli uomini, e l'altra metà per sole donne.
Se quelle convenissero al tuo collegio, se ne potrebbe far ricerca; ma bisognerebbe prendere tutta la collezione (che mi pare di 8 volumi) perché in ogni volume si trova una commedia per uomini ed una per donne.
I nostri parenti, gli amici e gli antichi domestici ti ritornano i loro saluti.
Tu rendi i miei ossequi a' tuoi Sig.ri Superiori, alla Sig.ra Cangenna e agli altri amici, primo fra i quali il Sig.
Prof.
Mezzanotte.
Ti abbraccia e benedice di vero cuore
il tuo aff.mo padre
LETTERA 360.
AD AMALIA BETTINI - BOLOGNA
Di Roma, 13 aprile 1839
Mia buona Amalia, i numeri son due, mi gridava una volta il maestro fra stirata e stirata d'orecchio: i numeri son due, e le persone son tre.
Nel sèguito della mia vita ho poi verificato che il maestro aveva ragione.
Ma allora che per ricreazione mi si dava la tombola, i numeri mi parevano tanti! Eppure non son più di due: singolare e plurale.
Il primo riservato a una sola persona, il secondo esteso a tutto il genere umano.
Le porzioni non paiono per verità troppo giuste: vi figura forse un po' troppo il sistema monarchico; ma le hanno fatte così e ci vuol pazienza.
Almeno i Greci, incastrandovi in mezzo il duale, v'indoravano la pillola, e il passaggio restava men duro.
Peggio poi quando i legislatori delle buone creanze, cacciato il naso fin ne' codici delle lingue, imbrogliarono ogni regime de' precedenti sistemi.
Qui voi mi chiederete, o cara Amalia, perché tanto preambolo a una lettera familiare.
E appunto qui vi voleva.
Nella parola familiare sta la chiave del mio Abracadabra.
Uditemi bene.
Del Lei, dell'Ella e del Vossignoria io non ho mai fatto uso con voi, fuorché nell'indispensabile cerimoniale de' primi colloquii.
In appresso e a voce e in carta venne fuori sempre il voi, non tanto per ossequio ai bandi del galateo quanto perché realmente le vostre grazie, la bontà vostra e i vostri talenti vi facevano parere a' miei occhi un compendio di molte care persone.
Ma appunto pel complesso delle vostre qualità avvezzatomi quindi a considerarvi men prima che unica nel vostro sesso, andò la logica riprendendo a poco a poco i suoi diritti sulla mia mente, sì che mi vidi più d'una volta in procinto di accogliere nelle mie lettere le schiette regole grammaticali.
Quando però al ruminare quella dolce seconda persona del numero singolare io mi sentii un certo sollevamento nuovo di costole, presi sospetto non venirmi forse il consiglio direttamente dal cervello, ma che invece un altro viscere più impertinente cercasse di cavar la castagna con la zampa del gatto.
E infatti conobbi poi essere stata una tentazione bella e buona, una tentazione cordiale mascherata da nome e da verbo, perché la mi svanì ad un segno di croce.
Senza di ciò Voi, povera Amalia, sareste oggi stata stordita da un tu tu tu, peggio che da una batteria di girandola.
Venendo ora alla refrigerante vostra lettera del 14 marzo, eccovi i principali motivi de' quali non ne riceveste da me una risposta a Livorno fra 8 giorni siccome mi avevate ordinato.
1) Faceste l'indirizzo in Casa Ferretti, al ponte della farina; ed io abito al Monte della farina, e non in casa Ferretti.
Ciò produsse alcuni equivoci pe' quali la vostra del 14 mi giunse il 21 allo spirare cioè del prescritto ottavario.
2) Il vostro foglio mi trovò in letto con reuma e potente emicrania.
3) Mi piaceva rispondervi a ritratto veduto; e questo di giorno in giorno sembrava dover essere qui.
Il Sig.
Cav.
Rosati però non l'ebbe prima del 10 corrente alle 11 antimeridiane.
Me lo mandò subito.
4) Circolava una voce che sarebbe venuta a Roma la compagnia Nardelli per la primavera.
Presso le notizie da Voi datemi sull'impegno con Bologna io non ci credeva gran fatto! ma pure avendo io visto apparecchiare il teatro e pagarne l'affitto, stavami aspettando lo scioglimento di questo nodo gordiano.
Avrei assai assai più amato rispondervi colla lingua che non colla penna.
Ora, io son guarito, il vostro ritratto è innanzi a' miei occhi, voi siete a Bologna: dunque conviene usare l'inchiostro, riserbando il fiato a migliore occasione, che il cielo si degni affrettare.
Già si prepara la cornice per la mia Amalia litografica.
Caro quel ritratto! Eppure v'è chi sostiene che non vi somiglia; e bisogna litigare.
Io però me lo guardo e gli faccio le mie confidenze.
Ma ditemi: voi me ne prometteste un esemplare ed io ne ho avuti due, uno cioè in carta della Cina ed un altro in carta comune.
Il secondo debbo io darlo a qualcuno? Debbo darlo a Ferretti? A...
Avete voi mai vedute, Amalia, le belle sale della romana accademia filarmonica? Mi pare di sì, e credo vi ci conducesse un Angiolo; benché fosse stato anche un demonio, il paradiso ve lo formavate da voi.
Ebbene l'accademia tiberina vi ha trasferita la sua residenza; e la sera del lunedì 8 vi si tenne la prima adunanza con prosa di Ferretti sulla vita e le opere di Francesco Avelloni.
Verso la metà dell'Accademia io declamai una elegia della Taddei sullo stesso argomento della prosa, e infine chiusi il trattenimento leggendo 84 miei versi rimasti, divisi in 6 gruppetti di 14 versi l'uno, intitolati: Il campione de' vocaboli - Una parola di lingua - Il purista -Il neologo - I testi di crusca - Lista del centro destro.
Ve li trascriverei, ma un foglio di carta non è poi la piazza di S.
Petronio.
Dal mio ritorno fra i tiberini non iscrivo più nel vernacolo popolare.
2000 sonetti pare che bastino e avanzino.
E voi, signorina mia, così mi andate voi propagando le mie bosinate? Invece di cacciarle, come direbbe l'Arciconsolo, nel dimenticatoio, le fate ronzare nelle orecchie de' buoni cristiani! Ma avete ragione: son roba vostra; e della roba sua ciascuno può usare a suo genio.
Io però protesto contro le conseguenze: e vi cito alla rifazione di danni, spese e interessi.
Intanto eccovi il Bartolomeo Bosco.
Questo non ha paura di Voi, perché è capace di dimenticarvi fra le mani un indulto per la quaresima.
Guai a chi la piglia coi maghi! Fossi mago io, vi farei uno scongiuro.
Voi dite che ci rivedremo.
Amen; ma intanto gli anni volano e la vita se ne va a spasso.
A questo proposito udite:
Vedeste voi questo mantel consunto.
Insomma vi ho scritta un'altra lettera più grande della repubblica di S.
Marino.
Con simili carteggi si paga la posta a ragion veduta.
La Ferretteria vi manda pel mio mezzo cento e un saluto, ad uso di salva reale.
Ed io vi prego aggiungervi uno zero, e farne così mille e dieci per mio conto alla Sig.ra Lucrezia ed alla cara appiccicarella.
Altro che i 110 ceci!...
Oh, è ora di finirla.
Prendetevi un bacio sulla mano dal
vostro poeta cesareo
G.
G.
Belli
Monte della Farina, 18
LETTERA 361.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 23 maggio 1839
Ciro mio
Dalla tua cara lettera del 16, giuntami in ritardo, ho con piena soddisfazione ricavato intorno al successo de' tuoi esami quanto può farmi fede della diligenza colla quale tu hai nello scorso trimestre atteso ai tuoi doveri relativi allo studio.
Mi pare insomma che di ottimi non sia penuria.
Macte animo dunque, mio caro Ciro, e innanzi senza paura.
- Il risultamento de' voti di scuola pel corso del trimestre in matematica me lo manderai un'altra volta: per ora mi è bastato il voto generale del saggio.
Aggradisco le gentilezze del veramente obbligante Signor Conte Ranieri.
Sono io però stato sfortunato qui in Roma circa al praticare con lui gli atti del mio dovere.
Di tre volte che ho cercato di visitarlo non l'ho trovato in alcuna.
La prima volta parlai col di lui domestico, la seconda colla padrona della Casa dov'egli abitava, e l'ultima volta lasciai un mio biglietto di visita nel buco della chiave della sua porta.
Anche qui abbiamo avuto finora un pessimo tempo e stravagantissimo.
Da molti e molti anni le stagioni han perduto il regolare lor corso; cosicché dal freddo si passa rapidamente al caldo estivo, e dall'estate si precipita poi nuovamente nei rigori invernali, senza quelle intermedie gradazioni di temperatura così necessarie affinché i nostri organi si abituino dolcemente ai passaggi da uno all'altro estremo.
Cause astronomiche di simili stravaganze non ne esistono, come alcuni semplici van credendo e spacciando: bisogna dunque cercare la spiegazione nel nostro globo stesso, e attribuirle forse a qualche squilibrio elettrico fra l'atmosfera e la terra.
Infatti i generali e frequentissimi terremoti, gli uragani, inondazioni, i contagi ed altri paurosi flagelli che tuttogiorno udiamo annunziarci, uniti alle acque, alle nevi e alle grandini fuori di stagione per le quali soffrono e i nostri corpi e le nostre campagne, non paiono potersi riferire fuorché ad un agente potentissimo qual'è l'elettricismo, siccome tu saprai fra poco tempo nello studio della fisica.
Sarà per te molto piacevole lo studio di quella scienza, che apre gli occhi sui grandi fenomeni e sulle più vaghe operazioni della natura.
Ecco dunque passato l'arido delle tue mentali applicazioni: ecco verificarsi a poco a poco le mie predizioni e le mie promesse.
Ciro, (io ti diceva anni indietro) Ciro mio, i tuoi studi attuali, le tue elementari pratiche possono assomigliarsi ad una rozza porta, ad una ripida scala, per cui si vada ad un appartamento pomposo e tutto splendente di lumi per un lieto festino.
-Tu già ti trovi nelle prime sale di quell'appartamento magnifico, e già travedi la luce delle superbe stanze più interne.
Segui ad inoltrarti con franco piede, e presto ti vedrai in mezzo a un delizioso spettacolo.
Ho scritto il 16 alla cortesissima Sig.ra Cangenna, la quale, come tu devi sapere, è stata male; ma tu non me ne dicesti mai nulla.
Ella s'incarica colla sua solita bontà di provvederti ciò che per ora ti è necessario.
- Meno qualche ostacolo che vi si frapponesse io ti riabbraccerò nel giorno 19 agosto.
Riveriscimi tutti i tuoi Sig.ri Superiori e Maestri, e ricevi i consueti saluti di quanti ti conoscono.
Sono abbracciandoti e benedicendoti di vero cuore
il tuo aff.mo padre
P.S.
- Ho dovuto riaprire la lettera, essendomi imbattuto per la via nel portalettere che mi ha dato un foglio scrittomi dal Sig.
Rettore il 20 corrente.
Dì dunque in mio nome al Sig.
Rettore che io non ho alcun rapporto con Direttore del Diario romano; ma che nulladimeno appena avrò avuto dalla posta il caricamento sotto fascia (del quale egli mi parla) mi darò tutto il pensiere di servir Lui e i Sig.ri Consuperiori del Collegio, nel che spero di riuscire senza molta difficoltà.
Non avendo io però potuto ancora ottenere dalla posta il ridetto invio sotto fascia non sarà così facile che la riproduzione di esso possa accadere nel più prossimo numero del Diario.
In tutti i modi farò il meglio che mi sarà possibile.
LETTERA 362.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[29 maggio 1839]
Mio caro ed onorevole amico
Ieri al giorno mi fu da questo Sig.
Paolino Alibrandi pagato l'ordine di Sc.
14:50, da Voi speditomi in seno a Vostra del 21, per l'ammontare di Sc.
14:59 1/2 relativi al primo trimestre del sequestro Trevisani dell'anno corrente.
Io seguo sempre a ringraziarvi dell'amabile cortesia colla quale Vi compiaceste usarmi questo per Voi fastidioso favore.
Basterebbe la molta amicizia che io vi professo, e che meritate da chiunque conosce le vostre care doti, perché io mi rattristassi per l'ostinato malore che vi tormenta; ma un'altra cagione ancora si unisce alla prima onde più e più Ve ne compatisco quella cioè de' miei patimenti per un dolore di capo fisso e invincibile da varii mesi.
Non mi lascia esso in pace né giorno né notte.
Chi pena, mio caro amico, si fa più carico delle altrui sofferenze.
Varii medici da me seriamente consultati, e messi con diligenza al fatto de' sintomi di questo mio malanno, sono tutti d'accordo nell'attribuirlo ad un indebolimento de' nervi cerebrali.
Mi curo quindi in coerenza di simile dichiarazione; ed oltre la cura positiva debbo unirvi la negativa, consistente nell'astinenza da ogni mentale travaglio, eccettuati quegli indispensabili voluti dagli affari del patrimonio del mio figlio, pel quale anche morrei con ilarità quando ciò potesse essergli utile.
Senza però il divieto de' medici sento già abbastanza in me stesso la incapacità degli esercizii di spirito, tanto le mie facoltà intellettuali hanno perduto la loro energia.
Pochissimo concepisco e nulla ricordo.
Pazienza: passerà forse anche questo; benché nella età mia si può al più conservare ma difficilmente si ricupera il perduto.
Lasciamo ad ogni modo che il cielo si ricordi di noi e ci sollevi dai nostri patimenti.
La rassegnazione è pure un conforto, quando non ne abbiamo un migliore.
Amatemi sempre siccome vi amo e vi onoro.
Il vostro obb.mo amico G.G.
Belli
Di Roma, 29 maggio 1839
LETTERA 363.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 15 giugno 1839
Mio caro figlio
Veramente riscontro un po' tardi la tua del 1° corrente; ma avendo io disegnato di mandarti la mia risposta per mezzo del Sig.
Avv.
Salvador Micheletti che venne a dirmi prossima la sua partenza, non ho potuto eseguire il mio progetto, dacché il viaggio del Sig.
Micheletti, che doveva accadere fin dal 10, si è andato differendo di giorno in giorno.
Ho con estremo piacere rilevato dalla tua lettera che le mie assicurazioni circa al diletto a te preparato dalla fatica degli studi inferiori vanno a poco mostrandoti la verità da cui mi furono dettate.
Eppure non sei ancora entrato pienamente nel dominio delle scienze le più proprie a consolare l'intelletto ed il cuore.
Poco però ti resta a percorrere di cammino, e ben presto sarai quasi in un mondo novello.
Te lo assicura il tuo Papà che è il primo amico che tu possa avere su questa terra.
I successi di tutto il trimestre nella tua applicazione dell'algebra alla geometria son tali da appagare qualunque uomo il più esigente.
Su cinquanta voti riportare 46 ottimi e 4 beni non mi par poco onore: Iddio ti rimuneri, Ciro mio, del conforto che tu mi dai.
Resto sempre nella mia determinazione di partire da Roma il 19 agosto, salvo qualche ostacolo imprevedibile.
Intanto rispondimi alle seguenti dimande
1) Vuoi tu che io ti porti un altro volume di musica ridotta, per lasciartelo in cambio dell'altro che ti mandai al principio dell'anno? - Se il Sig.
Tancioni lo stima opportuno io te ne porterò un secondo e mi riprenderò in primo per restituirlo alla famiglia Ferretti.
2) Hai tu bisogno di manteca? e in caso affermativo quanti barattoli ne desideri?
3) Gradiresti acqua della Scala?
4) Ti occorre null'altro?
Ti incarico, mio caro Ciro, di recarti presso l'ottimo tuo Signor Rettore e di porgergli mille grazie in mio nome per le dolci e obbliganti parole da Lui aggiunte alla tua lettera.
Codesto eccellente Signore ha molta bontà per noi che siamo sì scarsi di mezzi per degnamente contraccambiarlo.
Procura tu almeno dal tuo canto di mostrartegli riconoscente coll'obbedirlo e col seguire i suoi savî consigli.
Presenta i miei rispettosi ossequi al Sig.
Presidente, al Sig.
Vice-Presidente, ai tuoi Maestri e agli altri tuoi Superiori.
Riverisci anche qualunque si degna parlarti di me, ed in ispecie la gentilissima Sig.ra Cangenna, dalla quale ebbi una cortese letterina del 6 corrente.
Sono sempre carico di saluti per te, tanto de' nostri parenti ed amici quanto de' nostri antichi domestici.
Tutti continuamente mi chieggono notizie di Ciro.
E come sta Ciro? e come si porta Ciro? e cosa studia Ciro? e come si fa grande? e quando torna? E le mie risposte pare che soddisfacciano a tutti.
Amami come io ti amo e ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
P.
S.
Ciro mio, il 2 di luglio ricordati della tua povera madre.
Suffragane l'anima con qualche pia opera.
LETTERA 364.
AD AMALIA BETTINI - RAVENNA
Di Roma, 25 luglio 1839
Mia cara amica, se dopo un invito sì lusinghiero, o piccante stimolo, o generoso permesso che vogliamo chiamarlo, io conservassi nella mia epistolare corrispondenza colla più amabil donna le slavate forme del dire prodotte dalle civili sgrammaticature del Voi, meriterei di essere dalla plenaria corte di Tolosa condannato nelle orecchie e negli occhi ad un eterno supplizio di Ella, di Lei, e di Vossignoria, a non trovar più nelle lettere della cara donna una confidente parola di consolazione.
Lungi dunque da noi quella idra incipriata da galateo, nemica di ogni spontaneità ai vivi e negata ai morti, perché al limitar del Sepolcro non è più tempo da scherzi e principia il regno di verità.
Tu! Soave parola di amicizia e d'amore, primo grado del social termometro per salire dallo zero della cerimonia sino alla ebollizione del sentimento, esci ormai dal fondo del mio cuore, ove stavi aspettando di esser chiamata, e vattene a Ravenna.
Là presso la tomba di Dante troverai chi ti aspetta, fra le inspirazioni che da cinque secoli emanano da un pugno di cenere, unico avanzo di un fuoco, che dall'Italia illuminò l'universo.
Questa tirata, Amalia mia, m'è riuscita un po' gonfia e non verrebbe male assimigliata ad una batteria di razzi alla Congrève o ad un parco di cannoni alla Perkins.
Avrò dunque giudizio se lascerò simili slanci ai Guerrazzi e ai Dumas, contentandomi invece di aleggiar terraterra come una rondinella di aprile.
A me non concesse natura fuorché (sì e no) il pungoletto del frizzo: i paroloni, i concettoni, i figuroni furonmi da lei rifiutati come dal pedagogo le marionette a un ragazzo cattivo.
Ma il tu quando sbucherà egli dal guscio? quando verrà egli a occupare il luogo apertogli dalla Tua bontà? Zitto, Amalia: egli ha fatto già capolino.
Monna bontà gli ha dato coraggio, ed ei le si è attaccato alla vesta.
Attenta che eccolo.
Caccia la testa pian piano e va stendendo i suoi cornetti da lumacone e le sue zampe da tartaruga: qual metamorfosi! L'hai tu visto? Di rettile si trasformò in volatile, e già si scapriccia sul Montone e sul Ronco.
Quante cose vorrei dirti, o cara amica! quanti rallegramenti vorrei farti pe' tuoi grandi successi nell'arte nobilissima della declamazione! Le tue corone mi parvero posar sul mio capo ed esser cosa mia, tanto è l'interesse che io prendo per tuttociò che ti esalta.
Oh, come io mi trovo piccino accanto a te! L'anima tua fervida e sensitiva; la tua superiore intelligenza, la cultura del tuo spirito mi fanno rientrare in me stesso e deplorare il mio nulla.
E tu parli a me di mie raccolte e di stampe? Lascia, lascia morire nell'oblio le mie inutili sillabe già troppo ornate dal seguirti in parte ne' tuoi portafogli, ed al parer tollerabili a chi, udendole o lette dal tuo labbro o encomiate dalla tua cortesia, confonde forse i loro co' tuoi meriti e ne giudica sotto l'influsso dell'entusiasmo che tu ecciti in ogni petto capace di generose impressioni.
La mia vanità non si estende dunque più oltre che ad un cantuccio nel tuo taccuino; ma poiché questa vanità non mi sembra peccaminosa dove tu la giustifichi, io mi vi abbandono senza scrupolo e ti trascrivo 112 versi, tratti dal purgatorio delle mie tante corbellerie.
Beati loro che passano in paradiso! Ferretti ha molto aggradito il tuo ritratto, te ne ringrazia assai, ti saluta con tutta la sua famiglia e ti scriverà.
Coleine è ancor celibe.
Gli ho parlato della tua intenzione di scriver[gli]; ed egli si accinge a prevenirti.
E tu non ti fai ancora sposa? Il 17 agosto io partirò per Perugia: il 17 settembre sarò nuovamente in Roma a tirare il carrettone della vita.
Tu sempre in giro, mietendo palme per tutte vie che non menano a Roma! Sono in collera co' tuoi Nardelli, colle tue compagnie reali e con quant'altro ti tien lungi dalla cupola di S.
Pietro.
Fa' 3.794.621 saluti in mio nome alla Sig.ra Lucrezia e alla buona appiccicarella.
Sono e sarò sempre di cuore
Il tuo a.co e servit.re
Se qualcuno mai avesse la semplicità (i semplici son tanti!) di voler copia di qualche mio verso, ti prego di non dargliene né fargliene dare.
LETTERA 365.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma il giorno di San Pietro del 1839
Ciro mio caro
Rispondo alla tua del 25 cadente, in poche parole perché non ho carta, ed oggi è festa.
Avrai un altro volume di suonate,
Avrai qualche uscita di variazioni,
Avrai la manteca,
Avrai l'acqua della Scala,
Avrai quel di più che ti potrà occorrere
e porterò il tutto con me.
Dì al Sig.
M.ro Tancioni che il M.ro Basilj viene ad abitare accanto a me.
Così potrò meglio andargli raccomandando il Sig.
Lolli.
Questi è stato male, ed io l'ho visto ieri sera da Ferretti.
Ora sta bene.
Il caldo di Roma è serio, e tanto più in quanto ai primi del mese faceva ancora freddo.
Abbiamo avuto ieri 29 gradi.
Io poi lo soffro in casa assai più dell'anno passato per una circostanza di un certo chiodarolo...
Basta, te lo spiegherò a voce.
Sappi per ora che le mie due camere somigliano assai bene la fornace di Mìsach, Sìdrach, Abdènago; ossiano Anania, Azaria, Mìsael.
Ti spedisco sotto fascia un Num.° del giornale l'Album perché tu vi legga un grazioso e disinvolto articolo sopra un viaggio a vapore su strada ferrata.
Prenderai una prima idea di simili moderne invenzioni, da approfondirle un giorno col soccorso della fisica; e vedrai anche un esempio di giocondo scrivere.
- Mille miei rispetti a' tuoi Sig.ri Superiori, alla Sig.ra Marchesa Monaldi, alla Sig.ra Cangenna, al Sig.
Mezzanotte etc.
etc.
- Abbiti gl'infiniti saluti di qui e le mie benedizioni.
Ti abbraccio di cuore
Tuo aff.mo padre
LETTERA 366.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Perugia, 22 agosto 1839
Mio caro Ferretti
Ricevo e riscontro la tua del 20, alle ore 11 italiane del qual giorno non era ancora venuto a chiederti il plico chi doveva chiedertelo sino da' vespri del lunedì 19.
La tua deferente gentilezza ti creò un debito a cui soddisfacesti anche prima della scadenza; e fa maraviglia il vedere in questo secolo un debitore, e debitore spontaneo, correre incontro al suo creditore.
Ne accadono dunque ancora di queste, Ferretti mio, e forse la provvidenza apre siffatti fenomeni per compensazione parziale di tante altre dolorose meteore di questa mefitica atmosfera sociale, dove brucia fin la rugiada, e l'eco risponde ceci per fagiuoli.
- Grazie intanto, mio buono amico del favor che mi hai reso.
Si disse un giorno che M.r Governatore-met aveva proposto alla Ragionsonante Piracmone Sterope Bronte e compagnia una sfitta bottega in via de' Chiavaî, bottega di ex-chiavaio essa pure; dove pareva però che Mastro Polifemo, complimentario della Ditta, non troverebbe il suo conto, perché costruita con fucina alla ferraia, addossata cioè al muro, laddove gl'ingegneri chiodaiuoli abbisognano di una fornaciuola isolata quasi ara votiva onde circondarla di sacerdoti ignudi sino ai lombi come quelli di Osiride, per non paragonarli a verginelle danzanti intorno al sacro fuoco di Vesta.
Dopo sei mesi di studio diurno e notturno io sono un po' pratico di questi misteri chiovini, instituiti fin dal beato secolo della fortis Jael.
Ma oggi ascolto come si mediti di cambiar te in Sisara, e non so persuadermene.
È vero che la via de' chiodaiuoli par nata-fatta pe' chiodaiuoli, ma si dovrebbe pensare che non ogni nome indica più ai di' nostri il suo vero suggetto, siccome né l'abito fa il monaco.
Ne siano prova i nomi di galantuomo, di cristiano e di letterato che spesso accordano bene con galera, Maometto e spacco-di-croce.
Odimi però: ad ogni modo ci serviranno ancora i polmoni e le penne per dar nel petto a chi viene come si diè nelle spalle a chi parte.
Intanto c'è di buono che la lingua di Madama è potente e fulminea, e come dice il Salmista? Sagittae potentis acutae.
Ecco circa il Varese.
Dal giorno che io giunsi a Perugia (lunedì 19) il teatro non agì che iersera (mercoldì 21).
Il silenzio nacque dall'aver terminate le sue recite una tedesca Sig.ra Maray, prodigio (a quel che dicono) di valore, alla quale ha dovuto succedere la Sig.ra Frezzolini, figlia del basso-comico, a te ben noto.
Io non andai al teatro perché ieri fu giorno di diluvii, che abbassarono la temperatura atmosferica da 23 gradi ad 11.
Mi narrano però che il Varese lodatissimo già in tutto ciò che ha cantato finora, non incontri molto nella Elena da Feltre del Mercadante, sia perché la musica è noiosa (come accade quasi sempre alle opere di quel Maestro) sia perché la parte sua non gli si accomodi, sia finalmente perché il Varese accusa una certa indisposizione di salute che lo rende floscio e facile alle stuonature.
La Frezzolini ha graziosa voce e bel metodo ma fa a suo danno la memoria della Maray, la qualità della musica mercadantesca e certi soliti capricci dei padri delle virtuose.
Si sta ora provando la Beatrice, tavolone di rifugio per tutti i teatrali naufragi.
Ciro ha letto con me la tua lettera, e ti ringrazia cordialmente delle tue amichevoli espressioni a lui dirette.
Questa sera crollerò la mano, come m'imponi, al Prof.
Mezzanotte.
Nel passato ordinario incaricai Biagini di parlar per me in tua famiglia.
Oggi comparisco senza procura e sono di te e di tutte le tue Signore
dev.mo servitore e amico vero
G.
G.
Belli
E la mia testa? Andava un po' meglio, ma i 23 gradi balzati indietro agli 11, non han certo aiutato il di lei progresso nel bene.
Sento martellarmi come avessi al fianco Messer Giuseppe Prosperi e suoi consorti.
Vuoi tu sapere chi è il Prosperi? Chiedine al N.
17 del nostro Monte della Farina, ovvero a casa del diavolo dove abitano i loro fratelli.
Li manderei a Jubal Cain ma esso sta forse in Paradiso e si è là pentito di un'arte che contribuì a crocifiggere il Signore mercè i chiavelli di que' manigoldi del Ghetto.
LETTERA 367.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Perugia, 27 agosto 1839
Mio caro Ferretti
So tutto.
Ieri gran simposio a casa il Ricci.
Prosit; ma non iscrivo per ciò.
- Nella tua del 20 alla quale io risposi il 22, tu mi dicesti: ricorda i regali armonico-musicali al ritroso Maestro Tancioni, e prima della mia partenza parmi che mi dicesti (seppure la mia memoria non mi dà nespole per paternostri): Belli, chiedi al Tancioni qualche pezzo vocale sacro, in chiave di tenore.
Or sappi che dal lunedì 19, giorno del mio ingresso in Perugia, sino al martedì 27, che indegnamente è oggi, non mi fu mai possibile di vedere il Tancioni, comunque
Me lo pescassi
Fra piante e sassi
Per valli e fonti
E in terra e in ciel.
(Dall'autore del S.
Onofrio)
Finalmente l'ho raccapezzato come Iddio ha voluto, e gli ho avanzato in tuo nome la richiesta.
Volentieri, mi ha risposto il Tancioni; ma, dice, vorrei saper se si vuole musica a orchestra.
- Eh, dico, non so, dico, se si desideri orchestra, ovvero, dico, basti l'organo.
- Dice: ma allora, dice, come facciamo? Dico: scriverò stasera a Ferretti, e a corso di posta sapremo se la cosa la debba essere in cythara o in salterio, in chordis o in organo.
- Va bene dice, perché se volessero orchestra avrei, dice, qualche coserella d'effetto.
- Pertanto, dove io non abbia nella dimanda scambiato Radicofani per Pietroburgo, rispondimi sull'organo o sui ciuffoli, e vedremo, dico, di accomodare la faccenda.
Capo II°.
Il Varese.
Corpicciuolo ronconiano e voce bombardica.
Se la frena diletta: se la forza, sgomenta.
Nel principiare i larghi vacilla come vascello varato: poco appresso si rassicura e solca il mare trionfalmente.
Anima e vigore nel gesto.
Pare che basti.
Cap.
III°.
La Frezzolini: crescit eundo, e principia a consolare della perdita di Madama Maray.
Cominceranno a crescere anche gli zeri.
Cap.
IV°.
Il Sig.
Emilio Giampietro.
C'est la voix-de-taille de l'opéra.
Il taglio però verrebbe meglio sull'osso del collo, dal capo-cerro al pomo-di-adamo.
Ti ricordi del Querci di guercia memoria? Era un zucchero d'orzo, una marmellata, un osso-di-morto, un butirum et mel comedet, un latte-di-vecchia, un alchermes liquido della fonderia di Santa Maria Novella di Firenze, appetto a questo cafone, palamidone, giumento di Balaam; pifferaro, stoccafisso, gatto inciamorrito, ganghero irruginito, compar della ciovetta:
Chi più n'ha più ne metta
E conti pure il solfeggiar di dietro,
Che' il peggiore di tutti è il Sor Giampietro.
Dinne una buona parola al Iacoacci e fallo apocare per Tordinona.
Povero Donzelli! Povero Governator di Roma! Scannano tutti in solidum, e non si salva neppure Biagini col lampadaio.
Dopo due giorni di mezza-tregua il mio dolor di testa ha rialzato il capo.
Ieri sera mi girava attorno tutto il mondo, e speravo almeno di rivedere il Monte della Farina con tutti e singoli chiodaroli e le tre chiaviche che se gl'inghiottano.
Questa sera do in minchionerie perché dovendoti scrivere è meglio annoiarti colle graziete del SAL-CIBARIO che colla gnàgnera di Geremia.
Qui dovrebbero cadere i saluti.
Ma ne vorrei mandare tanti che non entrerebbero nelle tavole eugubine né in quella di Stratonica.
Fa dunque un po' tu, e buona notte.
Il tuo malatesta
G.
G.
B.
LETTERA 368.
A FRANCESCO SPADA - [DOMENICO BIAGINI - FILIPPO RICCI] - ROMA
Di Perugia, 29 agosto 1839
Se avessi potuto prevedere che le Loro tre Signorie illustrissime si sarebbero tanto offese di un titolo di primi grotteschi che per tanto tempo e per tanto spazio di terra formò l'orrore e l'orgoglio li tanti esimii virtuosi di gamba, mi sarei certamente guardato dal proïcere margaritas ante porcos.
Ma mi sta bene: questo si guadagna a favorire gl'ingrati.
Circa poi a Lei Signor mangia-pilastri, che più specialmente mi chiama a pentimenti e a ritrattazioni, io non ho altra scusa da offrirle che un equivalente di quella del Fagiuoli ai paggi di Cosimo da lui già chiamati bardasse:
Vi chieggo scusa e Ve la chieggo in rima:
Tornino i vostri cul com'eran prima.
Epperò io dirò a Lei col Fagiuoli e col Cecinculo
Le chieggo scusa, o mio Signor Francesco:
Torni qual'era pria d'esser grottesco.
Che se poi parlando del mio figliuolo, io lo assomigliai in durezza ad un salame di montagna, similitudine della quale Ella ebbe la bontà di tanto scandalizzarsi, ciò non provenne altrimenti dal più segnalato e distinto sentimento che io avessi di me stesso (siccome V.S.
si è compiaciuta di credere) ma dal bisogno di adottar concetti e frasi più chiare alla intelligenza de' miei benigni lettori.
Mi sarò ingannato e anche qui pazienza.
Un'altra volta, scrivendo a baccalari ed arcifanfani della loro portata, assumerò lo stile dell'epopea, e paragonerò un duro garzone alle cosce del cinghial caledonio o alla spalletta di Pelope.
E poteva Ella anche risparmiare quegli appetitosi arzigogoli delle circonferenze, dei centri, delle superficii, dei punti di vista, e altre simili babbuassaggini ripulite a furia di pomice e di zanne di porco, per fare il bello-spirito senza bisogno e per aprirsi strada sino alle prospettive del fluido-elettrico, dello spirito di Minderero e dello siroppo del cappuccino, come se queste tre sostanze fossero più materiali degli sbadigli, della tosse, dello starnuto, e di quegli altri suoni più dozzinali che si salutano anch'essi col prosit o col grecismo del crepsilon.
Figliuol mio bello, se nella vostra prospettiva scoperta e rifatta non sapete elevare che gallerie gassose ed eteree, starete fresco più del povero Sozzi e del buon Ciuffi, coi quali avete preso a cozzare, e le fischiate subisseranno la terra.
Voglio avervelo avvisato.
Dite a quel buona-lana del Sig.
Fiscale delle ripe che il testo ecclesiastico quod Deus conjunxit homo non separet, deve menare a una diversa serie di considerazioni e pronostici, e si ricordi dell'altro testo del reale Salmista, scritto apposta per gli scapoli che meditano ciò ch'egli (Sig.
Fiscale) chiama un bugg...tone.
Euntes ibant et flentes mittentes semina sua; venientes autem venient cun exulatione portantes manipulos suos.
Ne è da disprezzarsi quell'altro: Et erexit cornu salutis nobis in domo David pueri sui.
Se quello stemma non dispiacque al santo re David, può anche piacere in ogni caso al Sig.
Fiscale delle Ripe del Papa, che è qualche cosetta di meno.
Mi duole assai che il loro sgrottescato fratello Domenico non goda buona salute.
Dove m'avesse detto in qual parte del corpo egli soffra, avrei tentato di suggerirgli qualche rimedio.
Andando però a tastoni gli dirò che se patisce di capo prenda elleboro bianco; se di stomaco, acqua delle schioppettate: se di ventre, estratto di macine da mulino: se di gambe, elixir fabbricato dal Correttore del Collegio Romano: se finalmente di [....] siroppo della corda al corso:
Fior di fagiuoli
Se un farmaco vuol poi per tutti i mali
Lo cerchi all'atelier de' chiodaroli.
Vorrei che Biagini dicesse ai Mazio-Balestra & Co.
che il 20 corrente inviai al N.
18 del Monte della Farina una lettera più lunga d'una pezza di calzettine da lampioni.
- Non ne esigo risposta: rammento semplicemente quel fatto affinché in ogni caso di smarrimento non mi si dica somaro, che ci mancherebbe anche questo.
Antinori è morto; Speroni sta altrove, Mezzanotte ha da fare...
Chi vuoi dunque che scriva l'articoletto oraziano? Ci sarebbe stato Massari, ma creato Direttore de' matti non può attendere ai savii, benché noi...
non so se mi spiego...
Come sta Lepri nostro? Io combatto nuovamente colla testa.
Elleboro bianco.
Tribus Anticyris etc.
Un saluto a Cuccioni Bocca d'oro.
Sono di cuore il tuo Belli
P.S.
Ciro mio vi saluta tutti.
LETTERA 369.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 5 settembre 1839
Mio caro Ferretti
La notizia della gravissima infermità e forse peggio, del M.se Biondi ha recato gran dispiacere a quanti l'ho data o lo conoscessero personalmente o di sola fama, perché già di fama lo conoscono tutti quelli che leggono libri.
Fra i Santi-petti di Roma niuno, credo, lo poteva uguagliare.
Le lettere fanno certamente in lui somma perdita.
Ed ecco pover'uomo, svaniti e comodi e onori.
Sic transit gloria Mundi.
Rimane però chiara la sua memoria ne' suoi scritti, e onorata almeno in gran parte d'essi.
L'esilio del tuo F.
Camillo da Roma ci fa sperare un sollecito ritorno in patria fra tibie, corone e orazioni.
Bel soggetto! e tu lo tratterai da romano.
Tancioni mi darà (mi ha promesso) la musica tenorica, ma parmi che la sarà ad orchestra.
Spero che non mi dovrebbe bruciare il pagliaccio perché quel tasto del Maciotti gli ha suonato assai bene all'orecchio.
Tancioni è generalmente riputato indolente; ma solo, come si trova, in Perugia ad assistere il teatro, la cattedrale, la comune, il collegio e la città, vorrei vedere come potrebbe cavarsela altrimenti.
Bisogna anche un po' compatirlo.
Grazie a Piave e a te per lui.
- Ma bravo il nostro Montanelli, Iddio lo conservi ed abbia misericordia di lui, perché tra le altre, il Mondo dice anche questa che presso al chiuder degli occhi si rischiarano tutte le idee, e l'anima travede un lampo della luce futura.
Non sia mai per augurio; e teniamoci piuttosto alla tua ipotesi sul bozzo della memoria de' nomi.
Hai fatto bene ad avvisarmelo.
Adesso che a casa tua c'è un altro te stesso, mi terrò in guardia, casoché avessi qualche segreto da confidarsi a te solo, quantunque credo che fra voi due andrete d'accordo; e il Malatesti avrà ben pensato a non isconciare il suo miracolo dandoci uno spirito diverso dal tuo.
Anzi, se alla Renella il posto di tenore fosse già stato occupato da qualche cantore della cappella papale, procura al nostro Giampietro un buco nella Cloaca massima, dove sento si apre Opera seria intitolata Gli sciacquatori, con parole del Mazio e musica del Votacessi, maestro della real cappella di Cachilastra.
Che se i cori non saran di suo genio, non mancheranno a Roma Anticori da contentarlo.
Giusto va bene.
In borgo Pio ho due straccettacci di fabbrichettacce, che andrebbero in terra a un peto di monaca.
Se la polveriera me se l'è portate via risparmierò le dative ed i canoni.
La migliore maniera per coglionare gl'inquilini che non pagan pigione e reclamano il jus gazzagà.
E qui sieno altre grazie, cioè a Linda, e a Cristina per Linda, e a te per Cristina, e alla posta per tutti.
Per carità dunque, tieni occhi aperti su Gigio ed anche su Peppe.
Veglia e fa vegliare onde non facciano disordini.
In tempi di male influenze tutto può divenir cagion prossima e coefficiente di danno.
Comprendo i tuoi timori, specialmente pel tuo caro figlietto.
E quel ciorcinato di Gajassi eh? Aveva mo bisogno anche di una malattia mortale!
Ciro ti risaluta, ma buon per te che circa alla stretta di mano gli stai qualche miglietto discosto, perché se te la ristringe costui te la rompe.
Ha egli dato due saggi in eloquenza e in matematica, i cui particolari te li può narrare Balestra mediante una lettera da me scritta al di lui cognato e mio cugino.
I Perugini hanno fatto un inferno per la Frezzolini.
- Di tutto quel che puoi colla tua fervida mente immaginarti non sono mancati che i cavalli staccati dalla carrozza e il tiro a petto d'uomini: eccesso a cui pure sarebbero trascorsi senza un prudente NO di Monsignor Delegato.
Fortuna che qui trovasi un eccellente Ospedale pe' matti.
Or leggi alcuni versi di un certo 996, un ometto piccolo, parente dell'Abbachino.
AI MUSICOMANI
Taccio se in una gola che vi bêi
Cantando insiem con arte e passïone
Vogliate sprofondar qualche doblone
Negato ai Saggi che non sono Orfei.
Ma lo sfrenato prodigar su lei
Fiori, lagrime, faci, inni e corone,
Ma il condurvela attorno in processione
Qual fosse il verbum-caro o l'agnus-Dei
Questo del secol nostro è vitupèro,
Tanto maggior quanti più sono i passi
Che pur tentiamo verso il giusto e il vero.
Stolti! a civil felicità non vassi
Per crome e fuse; né diè a Roma impero
Stuol di soprani e di tenori e bassi.
Madama Teresa - Le Mademoiselles (Cristina, Chiara, Barbara) abbiansi mille saluti, e il piccolo Monsù Luigi.
- Ego sum, io sono il tuo amico bello e buono
G.
G.
Belli.
LETTERA 370.
A LUIGI MAZIO - ROMA
[12 settembre 1839]
All'onorando Messer Luigi, o, altrimenti, all'unus ex septem (non altaribus sed) dormientibus, La mano di Baldassarre.
Conosco il Martinetti, e lo conosco visu verbo et opere: visu, per quel bello aspetto da giuocarselo a lippa-fosso col Nano misterioso di Scozia: verbo, per quelle ciarle plusquam mozziniche, in grazia delle quali ha più ragione quando ha torto che quando ha ragione: opere finalmente, per quel bel lavoro di semplicista sulla INVIDIA o INDIVIA che sia, buona a far decotti per la podagra.
E, malgrado di tanti meriti, la tanagliata è toccata alla testa del prete! Tanto è vero che a questo mondo più non si trova giustizia.
Ma sai, Gigi, che la storia di Piazza Morgana e quella di Monte della Farina si rassomigliano come due novizi di zoccolanti o come due fette di codichino? Tribunale là e tribunale qua: là ricorso per carati e qua supplica per associazione: in entrambi i luoghi una chierca, in entrambi un dottore, in entrambi uno stizzosetto diavolo incarnato di picchiamartelli.
La sola differenza può consistere nella dose della paura, per la quale inclinerei a favore del Monte della Farina; e so io quel che mi dico.
Circa poi alla tanagliata, questa può comodamente cambiarsi in uno stoccatone nello stomaco di chi torna a casa più tardi.
Badate adunque, figliuoli, e consultate la Sig.ra Nanna sulle ore pericolose, che non sono ogni sera le stesse.
Intanto io seguo la prudenza di Don Giovanni, e pagherò volentieri i miei quindici paoli per non far torto a Biagini, a padron Maurizio e a quanti altri anelano di dar questa dimostrazione di buona amicizia al caro Prosperi, vera prosperità di tutto il nostro vicinato.
Il Prosperi non poteva usare meglio l'occasione di Piazza Margana né meglio dirigersi che ad Orlando-furioso; né questi ha mostrato minor talento che il Prosperi nel correr subito a versare i bollenti suoi spiriti nel ventre della seconda Anna d'arco, a cui non manca per adeguar la prima fuorché il brevet de pucelage della facoltà dottorale; ma glielo potremo far dare per privilegio, onde non mandare al diavolo il paragone.
Da queste mie chiacchiere tu conosci bene che io rispondo alla tua del 5 corrente.
Ma, o che tu te la sia covata cinque giorni in saccoccia, o che i Pilari della posta romana ci si sian divertiti per un quinquendiale, o qualunque altro ostacolo siasi frapposto al di lei libero corso da Roma a Perugia, il fatto è che il tuo foglio del 5 non giunse dal Tevere al Trasimeno in men di sei giorni, perché io l'ho ricevuta col segno d'arrivo dell'11, ossia di ieri, volgarmente parlando.
Nota tu però in questo un sapiente consiglio del caso, e poi niega se puoi che non si muove foglia che il vento non voglia.
Perché la lettera arrivò il giorno 11? Affinchè le dessi riscontro oggi, che al ciel piacendo ne abbiam dodici del mese di settembre, memorabile giorno, giorno fasto e nefasto secondoché vogliansi intender le cose.
Oggi è duella Dies albo signanda lapillo, in cui, tra per la virtù de' carabinieri e per quell'altra de' 15 paoli, Ser Giuseppe Prosperi ci si deve toglier via dalle tasche per andarsene a insegnare la virtù della vigilanza là dove tutti i chiavai della contrada non parranno più appetto a lui che fabbricanti di stuzzicadenti.
Gigi!, Rossi!, Laurenti! Scriviamo un 12 settembre e incarichiamone il 5 maggio dell'Odàro di Lombardia.
Sentirà il Mondo che nebbia!
Il 16 io parto per Terni, e poco oltre il 20 sarò a Roma a cose quiete.
Ma su ciò ci sentiremo meglio.
A Ciro furono aggiudicati quattro primi premii.
Ebbe alcuni libri, e poi una medaglia d'argento, appiccatagli al petto da Monsignor Delegato.
Suonò il pianforte coram populo, nello stesso giorno della solenne premiazione, che fu nel dì 8 verso la sera.
Concorsero alla funzione i pubblici magistrati in forma pauperum, e la Banda della città rallegrò gli astanti con molti e lieti concerti: amen.
Quando partorisce Luca??
Lui farà priesto
Come fa il resto,
E come fecelo
Nel giorno fausto
Che ingravidò.
Salutami tutti i consueti personaggi tragici e comici, e di' a Tonino che mi tenga preparata la nota di Nonna.
Sono ex corde e spaghetti
Il figlio della sorella di tuo padre
P.S.
Ti prego di mandare a Biagini i miei saluti per lui per Spada e per Ricci, e insieme co' saluti le notizie del mio ritorno.
LETTERA 371.
AD ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di casa, giovedì 12 settembre [1839]
Carissimo Professore,
Il Reverendissimo P.
Tizzani, Procuratore Generale de' Canonici Regolari Lateranensi di S.
Pietro in Vincoli di Roma (il quale è qui di passaggio con due altri giovani e dotti Canonici del suo Ordine) desidera ardentemente di conoscervi personalmente come vi conosce di fama.
Egli è professore di Storia ecclesiastica nella Romana Università, e unisce molta gentilezza a somma dottrina.
Siccome ignoro dove e quando vi possiamo trovare, e altronde il R.mo Tizzani non si trattiene a Perugia, ardisco proporvi di trovarvi (se vi pare e non vi riesce di troppo disturbo) al Collegio Pio, mezz'ora prima del mezzogiorno, alla quale ora saremo là per visitare il Collegio.
Oggi siamo andati a Santa Margherita, dove abbiamo avuto il piacere di parlare col caro Dottor Massari.
Domani mattina andremo prima a S.
Pietro, poi al Cambio, quindi in qualche chiesa, e finalmente alle 11 1/2 al Collegio, come vi ho già detto.
Perdonatemi, mio gentilissimo amico, dell'abusar che io faccio della vostra cortesia, e credetemi pieno della solita stima e amicizia
Il vostro Belli.
LETTERA 372.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Perugia, 14 settembre 1839
Checcuccio mio rosicarello
Questa volta toccherebbe il pagar la posta a Ricci, ossia il pagar la posta toccherebbe a Ricci; ma pagala tu per nove ragioni.
Se poi Ricci nostro te ne vuol rimborsare non glielo impedire, perché veramente la presente mia 3a lettera doveva essere diretta a lui per distributiva giustizia, ma per le stesse nove ragioni non gli scrivo.
Mi è stato detto che attualmente è troppo occupato.
Sia vero?
La tua lettera del 10 mi è stata ritardata di un ordinario perché i letterati ministri di questo uficio postale avevano preso lo scherza pel cognome d'indirizzo, e il Belli che gli restava sotto era loro sembrato una cerimonia di più.
Tutte le tue novità io già le sapeva.
Il Biondi, il fabbro, il Parrasio, la polveriera, l'accademia...
tutto insomma.
Le spie mi costano un occhio, ma poi mi servono bene.
Tu te la sei già presa con quel povero anonimo, autore del sonettaccio che mi trascrivi.
E qui è uscito un altro scardafone, scritto da un somaro più orecchiuto del tuo.
Ferretti lo ha già avuto da un pezzo.
Non so se te l'ho comunicato.
Comunque sia, leggilo un po' qui, e vedi che razza di tartari emetici debbono a' giorni nostri ingoiarsi a stomaco vuoto.
[È trascritto il sonetto "Ai Musicomani"].
Le cose dette nella sesta fetta di questo pasticcio sono qui realmente accadute a gloria della Sig.
Erminia Frezzolini; ma che c'entrava quel Sig.
Dottore d'anonimo a metterci bocca? Ha però avuto una buona fischiata e buon pro gli faccia.
-
Intanto di' all'anonimo tuo che scriva pio costume e abbandoni l'altra lezione del bel costume.
Il verso scenderà più armonioso, converrà meglio alla natura del soggetto, e diversificherà dai bei modi canori che lo precede al 3° verso.
Io direbbe accussì: lui poi facci la pasce sua.
Con quell'acchiappatina del mento fra l'indice e il medio etc.
mi avete tutta l'arietta di Don Abbondio nel vicoletto.
Peraltro ingrassatevi un po' più, signor Abate: se no vi prenderanno per Don Abbondio dopo la peste.
- Sì, Ciro si è portato bene, e domenica 8, giorno della solenne premiazione, oltre a diversi libri si pizzicò una medaglia d'ariento, appiccatagli al petto da Mons.
Delegato.
Insomma ha ottenuto a scuola ciò che non ottenni io all'accademia.
Egli ti saluta e saluta Menico e Pippo; e li saluto io pure pel tuo tramezzo.
E sai? Monsù Ciro si è dato a coltivar fiori e piante.
Ne ha delle belle; e in ciò consistono le sue predilette ricreazioni.
- Oggi mi ha dimandato un piacere.
- Che vuoi, Ciro mio? - Il Corso elementare di botanica del Savi.
- Ed io subito il Savi; e Ciro contento.
Il R.mo Tizzani passò le giornate di ieri a Perugia.
Visitò con me due volte il mio Ciro.
Egli col suo ameno discorso e Ciro colle sue poche parole hanno già fatto amicizia.
Itinerario del Sig.
Belli: Lunedì 16 da Perugia a Fuligno.
- Martedì 17 da Fuligno a Terni: il 21 o il 22 a Roma per riabbracciare Checco, Menico e Pippo: amen.
Il tuo aff.mo chi lei sapete.
LETTERA 373.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, 19 settembre 1839
Ciro mio caro
Eccoci un'altra volta divisi.
Puoi facilmente pensare se ciò mi dolga; ma la necessità lo vuole, dovendo ciascuno di noi fare il proprio dovere sino al punto in cui ci sarà concesso il riunirci per quanto mi rimarrà di vita.
L'ultima mattina della mia dimora in Perugia io corsi spesso al balcone nella speranza di rivederti e salutarti con un baciamano.
Ed io infatti ti vidi affacciarti ad accomodar qualche pianta ne' vasi della camerata; tu però non guardasti dalla mia parte.
Il tempo che di tanto in tanto si turba, sembra affrettare il momento delle tue agresti ricreazioni.
Godine con vantaggio dello tuo corpo e dello spirito, per quindi ritornare alle occupazioni dello attuale tuo stato.
Intanto io mi restituisco ad attendere alla nostra meschina economia domestica, e sarò in Roma tra il 21 e il 22.
Puoi quindi rispondermi colà, donde ripeterò altra lettera dopo avuta una tua.
Mantienti, o mio Ciro, nella tua lodevole condotta, riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e Maestri, fra i quali particolarmente il Sig.
Prof.
Mezzanotte e il Sig.
Tancioni.
Presenta anche i miei rispetti al Sig.
Prefetto ed ai bravi tuoi compagni, cominciando dal Sig.
Pernossi.
Ti abbraccio e benedico di vero cuore
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 374.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 6 novembre 1838
Ciro mio caro
Ieri sera mi fu recata la tua del 2 corrente, giuntami col mezzo della posta, e mentre nel leggerla io mi maravigliava di non aver ricevuta l'altra che mi dicevi avermi spedita a cura del Sig.
Caramelli, udii suonare il campanello, ed era il servitore dello stesso Sig.
Caramelli che me la recava con molte scuse del padrone circa il ritardo, provocato da altri fatti dopo la partenza da Perugia.
Comunque sia, eccomi dunque fuor di pena sullo stato della tua salute.
Evviva il mio Signor Eugenio! Dico il vero, Ciro mio che volentieri ti avrei udito, perchè m'immagino che lo scartarello, come tu dici, non fosse poi roba da gittarsi allo straccivendolo.
- Così va bene: per qualche tempo ti sei divertito: ora torni ai tuoi studi e seguiti ad aggiungere nuove forze al tuo spirito onde far meglio un giorno la tua comparsa nel Mondo.
E ciò verrà presto, o mio Ciro.
Non vedi come gli anni volano? Noi uomini invecchiamo, e intanto voi giovanetti succedete a noi e vi andate a impadronire del Mondo che a noi sarà forza di abbandonare.
Questa è la vicenda delle cose umane.
Quando un giorno si nominerà onoratamente un Signor Belli, non sarà più un Sig.
Giuseppe ma un Sig.
Ciro, e si dirà: è un galantuomo.
Se io allora vivrò, riscalderò il mio vecchio cuore col nobile orgoglio di questi elogi a te dati: se poi sarò tornato a Dio, Lo ringrazierò più da vicino dei favori a te compartiti.
Dunque coraggio e avanti.
L'accomodatura del pianforte è riuscita bene?
Hai ancora veduto il Sig.
Biscontini?
Ti ringrazio del conto dello scorso anno.
- Quanto agli studi già siamo intesi.
Spero che mi compiacerai sull'esercizio del latino del quale avrai qui tanto bisogno.
Io confido in te e nella cortese vigilanza del Sig.
Rettore.
Io ho sofferto un tumore sotto l'ascella del braccio sinistro; ma non avendo voluto esso suppurare si risolve e va indietro.
Avrei amato il contrario.
Forse mi avrebbe giovato alla testa.
Abbiti i miei ringraziamenti per chiunque mi ha salutato e ricevi i saluti consueti di parenti, amici e antichi domestici.
Ti abbraccia e benedice il tuo aff.mo papà.
LETTERA 375.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 novembre 1839
Mio carissimo figlio
Lo stesso giorno in cui partiva da questa città il Rev.
Sig.
Professor Colizzi, latore della mia precedente per te, mi giunse per la posta la tua del 21.
Fra le persone alle quali feci parte de' tuoi saluti il Rev.mo Sig.
Procuratore Generale Tizzani lesse egli stesso co' propri occhi la menzione che mi facesti di lui, e ne rimase contento, e m'incaricò di ripeterti i sentimenti della sua benevolenza.
Egli ed io abbiamo un po' riso della bonomia di quella espressione con cui tu chiudi la tua lettera, cioè (sono le tue parole) beneditemi, giacché io anche in mezzo alla logica mi dichiaro etc.
- Parrebbe, ad udirti, che tu pensassi e credessi che la logica dovesse per se stessa opporsi alle affezioni filiali ed alla manifestazione di esse, come se l'affetto di figlio e la di lui assicurazione fosse alcunché di anti-logico; quando al contrario nulla di più logico e ragionevole potrebbe in terra trovarsi e concedersi.
Bada, Ciro mio: imperocché l'intraprendere lo studio della filosofia sotto gli auspicii di que' concetti, darebbe altrui qualche dubbio che il vero antilogico avesse a dirsi il tuo cervello.
Né ti varrebbe a sussidio della tua non giusta proposizione l'interpretarla in senso di studii occupatori del tuo tempo e del tuo animo; quasi che, potendo essi distrarti il pensiero ed il cuore, ne derivasse in te uno sforzo di volontà per tener vigilanti i tuoi amorevoli sentimenti per me, e da quello sforzo nascesse appunto la prova della vivacità de' sentimenti medesimi.
No, Ciro mio: gli atti isolati della mente, cioè la sola attenzione dello spirito ad esercizii indipendenti dalle emozioni del cuore, potranno farsi impedimento concepibile ad una serie contemporanea di altri atti mentali; ma non è ragionevole il dire che chi molto pensa e molto studia non possa insieme amare molto.
Queste riflessioni io te le faccio accademicamente, o mio Ciro, e senza il benché minimo talento di mostrartimi offeso delle tue parole.
Queste non portan seco fuorché una poco avvertita semplicità di esprimersi; ed altronde io n'ho prove non dubbie della tua tenerezza pel tuo Papà.
Volli soltanto entrare a trattenerti su questo particolare, e sminuzzarlo anche un po' al di là del bisogno, pel desiderio ch'io nudro che tu ti avvezzi ad argomentar bene per divenire capace di retti raziocinii.
Io ti ripeto, ho sorriso del mio filosofetto, e non altro (1).
Circa all'amarmi, già mi avevi detto più sopra essere io l'unico oggetto del tuo amore su questa terra.
Eppure ti voglio dar guai anche su questo.
Invece di unico oggetto tu avresti dovuto dir primo; e così la faccenda camminava colle sue gambe.
E che! Non hai forse altri oggetti da amare e riverire? E i tuoi Superiori? E i Maestri? e tanti altri che si mostrano sì premurosi di te? - Io dunque primo, ché lo vogliono Iddio e la natura, ma non unico.
Dopo di me e poco dopo di me, deve seguire una schiera di oggetti degni dell'amor tuo.
Tu dirai forse oggi: oh come è sottile, come è rigoroso Papà.
No, Ciro mio: ti voglio associare sempre più a' miei principii e farti un ometto.
Non ti debbo parlar più come si parla ai fanciulli.
Sei filosofo! Dunque fa' da filosofo.
Lo vedi Ciro mio, che i tuoi nuovi studi son belli? Lo hai finalmente compreso per esperienza.
Io te lo aveva predetto.
Ecco che non t'inganno; e così sarà sempre.
I parenti, gli amici, gli antichi domestici, quanti insomma ti conoscono ti salutano tutti.
Tu riverisci sempre i tuoi Sig.ri Superiori e Maestri, e specialmente il Sig.
Rettore, il quale bramerei che tu facessi arbitro in questa nostra guerruccia.
Ti abbraccio e benedico di cuore
Il tuo papà.
(1) Mi è però venuto in capo che tu in quelle parole abbi voluto dirmi una celia.
In questo caso le mie osservazioni resterebbero tutte inutili, e ci avrei fatto una bella figura.
LETTERA 376.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 dicembre 1839
Mio carissimo figlio
Colla presente rispondo alle tue due lettere, del 30 novembre e del 5 corrente.
Appena ricevuto il sonetto posto in musica dal Sig.
Tancioni lo portai subito in casa Ferretti.
È piaciuto esso molto alla Sig.ra Cristina, prima figlia del Ferretti ed intendentissima di musica.
Ancora però non si è potuto fare eseguire a voce di basso, perché dei bassi cantanti che frequentano quella casa sono partiti quelli che appartenevano alla passata stagione teatrale e sono occupatissimi gli altri che figurano nella stagione imminente.
Anzi, per ora la famiglia Ferretti ha sospeso le sue accademie del venerdì, anche pel motivo che la padrona di casa è attualmente in Albano per cagion di salute.
Intanto io rendo grazie al Sig.
Tancioni ed a te pel gentil dono.
Ho trovato ed acquistato le commediole del Gàmbara ad uso delle case di educazione.
L'opera è composta di due volumetti, a ciascuno de' quali va appresso un altro volumetto di supplemento.
Un volumetto col suo di giunta contiene commedie per soli uomini: l'altro colla sua appendice ha commedie per sole donne.
Io ho dunque acquistato la sola prima divisione maschile e te la spedirò nel solito canestro d'invio per l'epoca natalizia.
Sono assai contento di aver potuto contentar te e i tuoi compagni che mi saluterai co' tuoi Superiori.
La tua dichiarazione intorno ai rilievi miei sulla tua lettera antilogica, è completissima, e mi ha fatto sommo piacere.
Del resto però io già ti dissi di aver preso la cosa più in celia che in altro tuono.
Mi volli un po' divertire alle spalle del mio Ciro.
- Credo che le tue lettere sieno sempre di tutta e assoluta tua composizione.
È vero? Rispondimi su ciò.
Se ciò è come io penso, ne vado assai soddisfatto, perché le trovo scritte assai benino.
Qualche neo qua e là, e specialfinente in ortografia, si emenderà in seguito agevolmente.
Pregai ultimamente la Sig.ra Cangenna (che mi riverirai) di vedere se null'altro ti abbisogni pel vestiario d'inverno; e vivo nella più ferma persuasione che codesta gentile Signora ti appagherà in mio nome su quanto ti possa occorrere.
Abbiti i consueti saluti di tutti i nominati da te, e i più affettuosi abbracci del tuo aff.mo padre.
LETTERA 377.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 31 dicembre 1839
Ciro mio
Il giorno di giovedì 19 ti spedii franco un canestro con entro dolci, commedie e lettere.
Il vetturale Rinaldo Volpi di Deruta, promise di portarlo per la vigilia di Natale.
- So dalla Sig.ra Cangenna che nel lunedì 23 non lo avevi ancora avuto.
Gli uomini di questo albergo, dove ricapita il Volpi, mi assicurano che il canestro partì.
Se mai non ti tosse ancora giunto, prega qualcuno d'informarsi del recapito del Volpi stesso in Perugia.
Nella medesima giornata di giovedì 19 il Rev.mo Prof.
Tizzani spedì per la posta (franchi di porto) due esemplari di alcune mie poesie, da lui fatte stampare, e ne diresse uno al Sig.
Prof.
Mezzanotte, uno a te.
Sono giunti? Dimmelo, perché vorrei darne parte al cortese donatore.
Ho trovato e comperato il da te richiestomi Dizionario botanico.
È in due tomi, uno italiano ed uno latino, per la facile intelligenza delle piante in qualunque delle due lingue se ne desideri il nome.
Opera del Dr.
Ottaviano Targioni Tozzetti.
Quando me ne giunse la richiesta nella tua lettera del 17, io già avevo fatto il canestro ed era lì lì per consegnarlo al vetturale: non potei pertanto includerci questi altri libri, che io doveva cercare presso i librai.
Eccoti appagato anche in questo.
Te li manderò alla prima occasione.
Ringrazio i tuoi Sig.ri Superiori e Maestri de' felici auguri che insieme con te mi fanno.
Rendili loro in mio nome, come io li rendo a te, per parte ancora de' parenti ed amici ed antichi nostri domestici.
Ti abbraccia e benedice il tuo aff.mo padre.
LETTERA 378.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 gennaio 1840
Mio caro figlio.
Due righe per dirti che nel giorno 7 corrente mi pervenne la tua lettera del 2, responsiva tanto alla mia 31 quanto all'antecedente del 19 inclusa nel canestro a te consegnato dal vetturale Volpi.
Mi rallegro nell'udire il tuo buono stato di salute e l'intrepidezza colla quale ti prepari ad affrontare la stagione invernale.
In Roma è cominciato il freddo da soli tre giorni: la stagione però inclina alla pioggia.
Ringrazia il Sig.
Prof.
Mezzanotte, siccome io ti ringrazio te, del commento al Sonetto posto in musica dal Sig.
Maestro Tancioni.
Io l'ho ricevuto ieri.
Lo crederai? Ancora non si è potuto, nella Società Ferretti, raccapezzare un basso per eseguire il detto pezzo di musica.
Per ora i teatri assorbono tutto.
Dalla lettura delle mie misere poesie, potrai pure ricavare qualche profilo o qualche scorcio della ridicola fisionomia del mondo morale, che presto conoscerai meglio per pratica.
Se Iddio mi darà vita, considereremo insieme questo ammasso di contraddizioni.
Tu intanto studia, e sappi che l'uomo sapiente impone al Mondo a malgrado di lui, e lo sforza al rispetto.
Tuttociò è vero, e lo vedrai.
Ieri vidi il Rev.mo Prof.
Tizzani e mi scordai di chiedergli se avesse ricevuto la lettera di ringraziamento che tu mi annunziasti avergli scritta il 2.
Spero che nel prossimo lunedì 13 ti perverrà il dizionario botanico del Targioni: lo avrai dal Sig.
Rettore, che ti consegnerà ancora questa mia lettera.
Riverisci per me i Sig.ri Mezzanotte, Tancioni e Barbi, e tutti i tuoi Superiori, Maestri e compagni, nonché gli altri nostri amici perugini.
Questi amici di Roma, e così i parenti e gli antichi domestici tornano sempre a dirti mille cose gentili.
Ti abbraccia e benedice di cuore il tuo aff.mo padre.
LETTERA 379.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 11 gennaio 1840
Gentilissimo amico
Dopo la vostra del 28 agosto 1839 (alla quale io risposi, ritornato di Perugia, il 28 settembre per darvi contezza dell'incasso da me fatto presso questo Sig.
Paolino Alibrandi, del secondo trimestre di detto anno sul sequestro Trevisani) non avendo io più veduto vostri caratteri cominciava a prender non lieve inquietudine intorno alla vostra salute, tanto più che da qualche tempo non me l'avevate annunziata per troppo buona.
Una notizia però venutami dalla casa di Monsignor Piccolomini ha dissipato i miei timori.
Voi mi potreste qui dimandare perché non vi abbia io dunque scritto per sapere da voi stesso le vostre nuove.
Due motivi di delicatezza, che il vostro retto e gentile animo può facilmente conoscere, me ne hanno distolto.
Dissipatone uno oggi, vi vengo incontro con questa mia per pregarvi a non disgradire un meschinissimo segno della mia amicizia.
In questo stesso ordinario io vi spedisco un esemplare di certi miei versi della cui stampa ecco la storia.
Da un anno e più (son circa i due) un mio amico Procurator Generale de' Canonici Regolari, mi andava chiedendo per leggerli, i versi da me recitati nelle tornate dell'Accademia Tiberina, e così pure ne chiedeva a tre altri miei amici ai quali nulla soglio tener nascosto di quanto io mi faccio.
Sono quelli stessi che fecero stampare a lor cura e conto il mio Goticismo.
Raccolta così una quantità di Mss.
di tutti i metri, capaci di formare un libro in 8° di almeno 300 pagine, aspettò nel prossimo agosto che io fossi partito per Perugia, e allora li presentò alla Censura per istamparli.
La Censura ne tolse via una terza parte, consistente in satire di vario metro, giudicate forse troppo amarette benché non affatto personali, né immorali né impolitiche.
Insomma molte cose furono scansate, e lo stampatore Salviucci ebbe la commissione di pubblicare il resto in 500 esemplari, pe' quali il mio troppo-amico ha speso ben 109 scudi.
Buon pro gli faccia.
Tornato io in Roma, la stampa era già cominciata, e appena ne fui in tempo informato per assistere almeno alla correzione di varii spropositi corsi e ne' Mss.
e ne' tipi.
Bisognò chinare il capo e astenersi da un dissenso che dato a quel punto sarebbe divenuto scortese e scandaloso.
Ecco insomma il libro.
A me ne furono donate 5 copie: il resto si vende per rimborsare chi ha avuto il coraggio di farne la spesa.
Delle mie 5 copie una doveva appartenere di diritto al mio caro Neroni.
Ve la offro e vi prego a tenervela non per alcun suo riguardo ma in testimonio della mia memoria per voi.
La mia salute non è mai buona.
Il dolor di testa che mi assalì entrando il febbraio 1839 non mi ha più lasciato mai né giorno né notte.
E sì che ne ho fatte tante per liberarmene!
Se avete esatti gli altri due trimestri del 1839 sul detto sequestro Trevisani, soffrite, mio caro amico, che io vi preghi a procurarmene in qualche modo la rimessa.
Forse questa mia preghiera non è gentile, non abbisognando voi di ricordi in cose di delicatezza; ma ne sia a me scusa il bisogno che ho di sostenere mio figlio fra le piaghe del suo patrimonio.
Egli cresce in anni, in membra e in istruzione.
Studia logica e metafisica, e fisica generale applicata al calcolo; e nelle ore di ricreazione oltre al piano-forte coltiva per suo spontaneo genio la botanica.
Vi abbraccio di cuore
Il vostro G.
G.
Belli
Monte della Farina N° 18.
LETTERA 380.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 18 gennaio 1840
Mio carissimo figlio
Il Rev.mo Prof.
Tizzani ebbe la tua lettera del 2 e la trovò molto gentile.
Anche a me giunse quella che mi scrivesti nello stesso ordinario, e la riscontrai il 10.
Godo, Ciro mio, che il vocabolario botanico del Targioni ti abbia fatto piacere.
Te ne approfitterai nelle tue ore libere.
Ieri sera fu eseguito in casa Ferretti il canto del Sonetto posto in musica dal Sig.
Tancioni.
Molte persone intelligenti che ivi si trovavano lo trovarono assai bello e giudiziosamente composto.
Dìllo al Sig.
Maestro, salutalo da parte mia, e raccomandati a lui in mio nome perché il tuo studio musicale progredisca il più che si può.
Non dubito punto delle gentilezze continue della Signora Cangenna.
Certamente noi abbiamo non poche obbligazioni verso quella Signora.
Riveriscila specialmente e renditi degno delle sue attenzioni.
Si avvicinano, Ciro mio, gli esami del primo trimestre.
Io già mi sento ansioso di conoscerne i risultati.
Non ti angustiare però per questo: conserva la tua calma, e preparati a quell'esperimento senza orgasmo.
I migliori e più sicuri profitti son quelli che nascono da una ferma e sostenuta attenzione, senza la smania di accastellare sforzi sopra sforzi in un angusto periodo di tempo.
Chi si regola con questo secondo sistema può fors'anche brillare e distinguersi contro altri più profondi di lui nelle stesse materie, ma la sua gloria passerà veloce come una meteora luminosa, che scorre scintillando per qualche momento nell'atmosfera, e poi tosto si estingue per non ricomparire più.
Tu studia sempre, e sempre con impegno eguale e con pari tranquillità di mente e di cuore.
Da questo metodo vedrai un giorno risultare effetti che faranno meravigliare te stesso.
È un pezzo, figlio mio, che io osservo il Mondo e considero gli uomini.
Sempre ho veduto finir le cose quali te le rappresento agli sguardi.
- Fra i napolitani corre un curioso proverbio, col quale si motteggiano coloro che per troppa furia sconciano sovente le loro opere, o non le producono così perfette come avrebbero dovuto e saputo.
Questi proverbialmente chiamansi colà: Luca fa' priesto.
- Il proverbio però viene da un famoso pittore, chiamato Luca, il quale non era soggetto da beffe.
Purtuttavia se ne valgono in oggi per mortificare i galoppatori e i pasticcioni, che appagansi di un falso bagliore di orpello.
Riveriscimi il Sig.
Presidente, il Sig.
Rettore, il Sig.
Prof.
Mezzanotte, i tuoi Maestri e i compagni, non che i nostri amici.
Così salutano te questi parenti nostri e gli amici e gli antichi domestici.
Anche a Roma è arrivato finalmente il freddo.
Tu però hai un vantaggio per tollerare il freddo di Perugia: minore età e maggior salute di me.
Così accadeva un giorno a me verso i miei maggiori: ora son cambiate le sorti; e un giorno, Ciro mio, cambieranno anche per te.
Il Mondo è una ruota.
Ti abbraccio e ti benedico di vero cuore
Il tuo papà.
LETTERA 381.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 25 febbraio 1840
Mio carissimo figlio
Insomma eh? questi ottimi formicolano.
In due facoltà 107 ottimi e 11 beni! Corbezzoli, Signor Ciro! V.
S.
va a diventare un Condillac e un Galileo.
Forte adesso nel secondo trimestre, Ciro mio, e se le cose procedono di questo passo anche nel terzo, si può sperare senza molte temerarietà che qualche premiarello si dovrebbe intascare.
Io godrò allora della tua soddisfazione e della tua gloria, poiché ogni tuo bene ed onore è da me considerato qual cosa mia: mi giunge anzi più caro, perché io amo più te che me stesso, e ciò è noto a chiunque ha di me conoscenza.
E va ottimamente: dopo lo studio le ricreazioni, e dopo queste un'altra volta lo studio.
Una simile alternativa giova mirabilmente allo sviluppo dello spirito e alla conservazione del corpo: i due più preziosi beni della vita civile e naturale.
Come devi essere attualmente affaccendato con queste commediole! Mi par di vederti serio serio in un cantuccio della tua stanza a ripassare le tue parti e meditarvi sopra onde assumere efficacemente i caratteri precisi che in quelle sono sviluppati.
Sì, sì, va bene: cerca di penetrarti de' personaggi che devi rappresentare, e quando sarai sulla scena procura dimenticarti per un momento la tua sociale persona e il tuo nome di Ciro.
Tu non devi essere allora nulla di quel che sei.
Le situazioni in cui la commedia ti metterà debbono parerti vera cosa, debbono operare in te come altrettante realtà della vita, debbono farti credere che tu non reciti ma sì che tu operi e parli per impulso di non finte contingenze.
Così gli attori giungono a commuovere se stessi, condizione essenziale per trasportar gli uditori, l'animo de' quali rimarrà sempre freddo dove non lo seduca il prestigio del verosimile.
- Dunque teatro, accademie, balli, maschere, forse qualche cenetta...
bagattelle! Ed io? io me ne sto in casa e al tavolino, pensando alle tue contentezze che mi equivalgono a qualunque più lieto sollazzo.
Mi ha molto soddisfatto l'udire che tu sia rimasto sorpreso della bellezza dell'antico sepolcro da te visitato.
Dev'essere lavoro etrusco, perché di simili antichità abbonda il territorio della famosa Turrena.
Prendo augurio dal tuo diletto presente della soddisfazione che tu proverai a Roma, dove avrai ad ammirare infiniti avanzi dell'antica magnificenza.
Vedrai cose immense, e di bellezza superiore ad ogni elogio non solamente ma ancora ad ogni aspettazione.
Un romano deve conoscere queste cose partitamente e con metodo: ti farò pertanto studiare l'archeologia, necessaria in oggi ad uom che voglia esser detto culto e non insensibile alle patrie dignità.
Vedi dunque come a poco a poco ti si va schiudendo dinnanzi la via del sapere e l'onore dell'altrui considerazione.
Le spine son tutte spuntate, o mio Ciro: non ti rimangono adesso che fiori.
Tutti studi utili, dilettevoli, seducenti: tutte serie d'idee magnifiche, onde la mente umana sente ingrandirsi e spazia al di fuori del circolo angusto della materiale esistenza.
Più l'uomo studia e più nobilita la sua natura, e più sublima il suo essere, e più lo avvicina alle perfezioni del Creatore.
Presto saprai che la perfettibilità è uno dei diritti dell'uomo nella legge di natura, perché Iddio gli diè l'intelletto onde se ne valesse a sollevarsi e distinguersi dalla terra, sulla quale non deve egli tenere che i piedi: la mente deve spaziare al di là del creato.
Ringrazia la Sig.ra Cangenna delle continue sue gentilezze, e dille che presto io le scriverò.
Riveriscimi tanto tanto il Sig.
Rettore, gli altri tuoi Superiori, i Maestri, i compagni, e gli amici.
I saluti romani per te sono infiniti, e infiniti gli abbracci del tuo aff.mo padre.
A proposito! E nel greco non ti sei esposto? non ti hanno esaminato?
LETTERA 382.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 17 marzo 1840
Mio caro e gentilissimo amico
Da un'ode a stampa, ricevuta nell'ordinario di ieri, ho io rilevata la notizia della grande sventura che vi ha colpito in questi ultimi giorni.
Ecco la vita: ad ogni passo un dolore.
Voi nulla mi dite, ma io vi comprendo perché vi conosco, siccome conobbi l'onesto padre che avete perduto.
Egli merita il pianto che voi certamente spargerete sulla sua tomba; né io profanerò il sacro dolore di un figlio con freddi argomenti di consolazione, suggeriti dall'uso a chi non sa cosa dire di meglio.
I diritti della natura e i decreti della provvidenza non sono ignote dottrine per un uomo che visse considerando la umana caducità e temperando il suo spirito a pensieri di un ordine superiore.
Né la ragion dell'età né gli ordinarii esempi di morte bastano al conforto dell'amor ferito.
Il danno ci piaga quando ci arriva, benché già si temesse; e la più lunga durata de' cari legami del sangue trova in noi più aspra reazione quando quei lacci si spezzano, perché gli affetti del nostro cuore si rafforzano nella consuetudine.
E perciò io piango molto la mia povera moglie perché vissi molto con lei.
Non cercherò io dunque di trattenere le vostre lagrime, o virtuoso mio amico, con villana frode al benedetto spirito che se ne compiace.
Il pianto de' figli è suffragio innanzi a Dio più che le cere e gl'incensi.
Si appartiene al tempo il rasciugarlo, al tempo sedatore di ogni tempesta.
Del dolor presente vi rimarrà allora una dolce mestizia, alimentata da ogni ricordo delle paterne virtù.
Se voi non aveste religione e filosofia quanto basti a far povere e compassionevoli queste mie riflessioni, io vi direi: ripetete le mie parole ai vostri fratelli.
Ma saprei pensare io cosa che voi non aveste già detta? Conchiudo pertanto col ripetere a voi ottimo figlio ed ottimo padre: beato chi morendo non lascia ai figliuoli il rossore di difenderne la memoria.
La vostra salute mi fa paura.
Conservatela come e quanto potete per conforto della vostra famiglia e degli amici, fra i quali non vuole essere l'ultimo
il vostro Belli.
P.
S.
Del Sig.
Can.co Fedeli nulla mai di nuovo, come vi dissi nella mia 29 febbraio.
LETTERA 383.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 marzo 1840
Mio carissimo figlio
Io attribuiva il ritardo della tua lettera al tuo divisamento di farmela giungere all'epoca del mio giorno onomastico, siccome infatti in tal giorno l'ho avuta; ma con non lieve mio dispiacere ho dovuto rilevare da essa che special causa del ritardo sia stata la malattia ci reuma da cui sei stato travagliato.
Tu me la nomini piccolo raffreddore; ma sarà stato poi così piccolo? In questo caso credo non ti avrebbe trattenuto dallo scrivermi, perché so quanto t'è al cuore il farmi piacere.
Ad ogni modo però mi rallegro nell'udirti già guarito, e in ciò mi fido della tua sincerità.
Trovo soddisfacentissime le ragioni del non dato esame trimestrale nel greco, ed assai mi compiaccio delle ottime tue disposizioni d'animo per adeguare nel futuro sperimento i successi che ottenesti nel passato circa alle filosofiche discipline, soggetto degli attuali tuoi studi.
Ecco dunque passata anche in quest'anno la mia festa, cioè il giorno sacro al Santo del mio nome: presto poi verrà il giorno del tuo natalizio, il 12 aprile, in cui tu compierai l'anno 16° ed entrerai nel 17° dell'età tua.
Si corre, Ciro mio, di gran passi verso la gioventù: si va rapidamente incontro alla comparsa che dovrai fare nel Mondo.
Questa sola idea basterebbe a dover cacciar fuori della tua mente tuttociò che di fanciullesco vi fosse ancora rimasto.
Io però non credo che nel tuo spirito alberghi più nulla di puerile e di fùtile, e parmi averne prove confortatrici negli esteriori segni della tua condotta.
Pènetrati bene, o mio buon Ciro, di questa massima, cioè che quando fra pochissimi anni la società e la legge ti chiameranno uomo e ti dichiareranno in possesso di tutti i dritti della umana convivenza, tu cogli atti della tua vita sarai in debito di mostrare come realmente già ti convenga quel nome.
Uomo non deve dirsi soltanto colui che tale fu reso dagli anni, ma principalmente e assai meglio e con maggiore giustizia chi mediante i suoi meriti di spirito e di cuore può dimostrare quanta distanza passi fra le leggerezze del ragazzo e la maturità di quell'Essere creato da Dio per signoreggiare la terra con tutte le altre sue creature.
Molto troverai tu di stolto nella società, ma v'incontrerai pure non poco senno.
In quale delle due classi, degli assennati cioè o degl'imbecilli, vorrai tu essere accolto? La tua risposta precede quasi la mia dimanda.
Poni adunque gran cura, o figlio mio, per divenire sin da ora ogni giorno più uomo, nel senso in cui devi considerare questa grave parola: non trascurar nulla di quanto può apparirti fonte di sapienza o di virtù: impiega ogni mezzo che ti somministrino le proprie tue forze e gli altrui buoni suggerimenti; affinché allorquando ne sarà giunto il momento tu possa dire con nobil coraggio ai veri uomini: eccomi, io mi son' uno di Voi.
Ciro, mio caro, in riflesso del mio onomastico e del tuo compleanno vorrei fari un regaletto: mi trovo però imbarazzato nella scelta.
Dimmi tu se hai qualche desiderio che io possa soddisfare e sarà mio contento il compiacerti.
Pensaci e rispondimi.
Rendi centuplicati i miei saluti con altrettanti rispetti al Sig.
Rettore, agli altri tuoi Superiori e Maestri, ai compagni, alla Sig.ra Cangenna, e a tutti quelli che te e me onorano della loro amicizia.
Ricevi tu poi il contraccambio dei saluti di quanti qui han voluto esser da me salutati in tuo nome.
Ti abbraccia e benedice il tuo papà.
LETTERA 384.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 28 marzo 1840
Dilettissimo amico
Benché chiaramente non apparisca, parmi pure che la vostra cara del 24 cadente possa dirsi riscontro alla mia del 17, dappoiché le meste e gravi parole da voi adoperate hanno indole corrispondente al senso di que' pochi conforti che l'acerbità del vostro caso mi trasse dal cuore.
Voi mi chiedete una elegia in onore del vostro buon padre.
Vi prometto che me ne occuperò, ma vi prego di concedermi qualche poco di tempo perché il lungo mio dolore di capo (che da tempo in tempo mi va risaltando) mi ha lasciato la mente vacua tanto e incapace di sforzi intellettuali da bastarmi appena per soddisfare alle mie molte occupazioni intese alla sussistenza di mio figlio.
Vi ripeto però, e ve lo assicuro sull'onor mio: me ne occuperò; e spero che Dio vorrà benedire questo mio ardentissimo desiderio.
Tanto nel 17 cadente quanto nel 29 febbraio vi scrissi intorno al Sig.
Can.co Fedeli.
Nulla ho mai più saputo di lui per quante ricerche e ambasciate io abbia impiegate a muoverlo dal suo silenzio.
Sono costretto a lasciarvi perchè suona l'ora dell'impostare.
Vi abbraccia e vi desidera tranquillità
Il vostro amico vero
G.
G.
Belli.
LETTERA 385.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 3 aprile 1840
Mio carissimo e obbligantissimo amico
Mentre in riscontro alla Vostra carissima del 24 marzo correva verso di voi la mia del 28, Voi con abbondanza di cortesia mi scrivevate l'altra del 29, la quale mi è giunta coll'inserzione dell'ordine di scudi 30, tratto a mio favore il 28 dal Conte Filippo Vostro fratello su questo Sig.
Paolino Alibrandi.
Io ne andrò a procurare l'incasso e ne manderò l'equivalente, siccome mi dite, in saldo dei due ultimi trimestri del 1839 sul sequestro circa il Marchese Trevisani di Fermo, notando i residuali paoli a conto del primo trimestre dell'anno corrente.
Non mi pare che il Sig.
Can.co Fedeli verrà a farmi alcun'altra parola intorno a quest'affare; ma se mai ciò accadesse io gli risponderei secondo le precise Vostre parole.
Le mie obbligazioni verso la operosa Vostra amicizia van crescendo ogni giorno, e vorrei almeno mostrarmivi grato col soddisfare il Vostro pio desiderio verso la preziosa memoria di quel padre che sì a ragione piangete.
Prego quindi da Dio tanto di agio e di serenità nella mia mente che mi basti a corrispondere alla fiducia da Voi riposta in me per la funebre elegia al sepolcro dell'illustre defunto.
Torno però a supplicarvi, mio caro Neroni, di starvi contento a non tanta sollecitudine, perché per ora mi riuscirebbe impossibile.
Oltre agli affari penosi del patrimonio di mio figlio (pel quale patrimonio ho di presente otto cause da sostenere), mi conviene dar qualche lezione, accudire alla stampa di un'opera voluminosa di un mio amico, dal che traggo qualche piccolo utile mensile, e finalmente esercitare il grave benché gradito ufficio di segretario dell'Accademia tiberina etc.
Se a queste mie brighe considererete annesso il mio dolor di testa e la mancanza di chi mi serva, comprenderete in qual letto di rose io mi rivolga.
Ma il dover di padre mi fa superiore alla fralezza della natura, e mi tolgo sino il sonno dagli occhi senza mormorare della provvidenza che a ciò mi ha serbato.
Mi dimanderete Voi forse perché almeno io non abbia rifiutato il carico della segreteria tiberina.
Che potrei risponderVi? Non ho voluto chiudermi la via a qualche buona aderenza che possa un giorno fruttare alcun appoggio al mio Ciro.
Qui si vive e si va innanzi a furia di spinte altrui.
Prima io viveva senza mostrarmi a nessuno.
Ciò poteva andar bene finché la mia casa fosse rimasta florida qual mi pareva.
Oggi però che dovrò produrre ed esibire il mio figlio nel mondo, come riuscire nello scopo di procurargli uno stato se il mondo ed io non ci conoscessimo neppur di vista? Quando io presentassi questo giovanetto ai potenti, udrei certo rispondermi: e voi chi siete? Ah! la salute, la salute è quella che mi tradisce! Questa mia testa che mi divien così languida! - Non vogliate credere però che io vi tenga tutte queste ciarle per sottrarmi al piacevol dovere di occuparmi di Voi.
No, caro Neroni, io Vi assicuro che la mia più dolce soddisfazione sarà quella di aver pianto con Voi sulle ceneri di un uomo che un tempo mi ricolmò di favori e di gentilezze.
Addio, ottimo amico: ricevete gli abbracci e le nuove proteste di stima del Vostro aff.mo a.co e serv.re
G.
G.
Belli.
LETTERA 386.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, domenica 12 aprile 1840 ad un'ora di
notte, momento del tuo 16° compleanno
Mio caro figlio
Che nella scelta di un regalo da chiedermi tu non avresti pensato a freddure non poteva da me neppur dubitarsi, sì per la tua età che le rifiuta come pel senno di cui debbo riconoscerti fornito.
Io previdi però anche di più; e più volte ho predetto ai nostri amici che la tua dimanda sarebbe caduta su qualche libro di botanica, siccome infatti è accaduto.
Andresti nulladimeno assai lungi dal vero se tu mi credessi alieno dal compiacerti.
La soddisfazione io voglio procacciartela dov'è il tuo desiderio, e tanto maggiormente quando questo desiderio mostrasi sì moderato ed onesto.
Dopo tuttociò puoi tu facilmente comprendere se mi sia dispiaciuto il non aver trovato da niun libraio la synopsis plantarum del Persoon, alla quale sono oggi rivolte le tue brame.
Ho girato per tutto, in compagnia del nostro buon amico Spada, e credo poter dire che questo libro in Roma non c'è, o almeno che non gira in commercio.
Se fosse reperibile in Perugia provvedilo pure a mio conto e indicamene il prezzo affinché io ne rifonda subito l'equivalente nella cassa del tuo deposito.
Qualora poi neppure costì si trovasse, spero che chi ti ha manifestata l'esistenza del libro saprà ancora darti alcun lume intorno alla tipografia donde sia uscito alla luce.
Con queste notizie procurerò di cercar qualche mezzo per fartelo venire dal luogo della sua origine.
Io nol conosco perché di botanica non m'intendo affatto; e questa è già una delle cose nelle quali io mi troverò a te inferiore.
Un giorno tu sarai mio maestro, e mi troverai scolaro docile ed ubbidiente.
Intanto mi piace restar teco d'accordo e questa tua favorita botanica debba servirti di solo sollievo e passatempo nelle ore di ricreazione, di modo che non ti occupi quella parte della giornata che deve da te consacrarsi agli studi necessarii per la tua successiva carriera.
Se troppo di sovente ricorressi tu col pensiero e colla mano alle predilette tue piante, ne nascerebbe nel tuo spirito e nel tuo cuore un fatale disturbo alle idee ed alle affezioni destinate a svilupparsi in te sotto un diverso rapporto.
La botanica dunque amala, accarezzala anche, se vuoi, ma con tanta parsimonia e cautela quanta valga a conciliare e temperare fra loro in giusta misura il piacere insieme e il dovere.
Dirò di essa ciò che sempre ti dissi e ti ripeterò della musica.
Questa non sarà la tua professione, ma sì un tuo adornamento.
Dunque al principal corso della tua collegiale educazione tu devi concedere le ampie divisioni del tuo tempo, e alla secondaria istruzione i ritagli.
Volendo divenire avvocato, secondo gli a me cari desiderii che più volte ti ho udito esternare, la norma da seguirsi è quella che ti ho poc'anzi tracciata.
Un avvocato ha un gran peso nella civil bilancia, e trova fra gli uomini molto ossequio e splendidi profitti.
Le scienze fisiche corroborano utilmente la sua dottrina e lo trarran fuori dal volgo degli aridi e pedanti legisti; ma il più saldo di lui fondamento consisterà sempre nello studio degli uomini costituiti in social convivenza, e nelle investigazioni dei grandi principii della morale filosofica.
E qual'è poi la chiave merceccui si aprano in tutto il loro splendore quelle brillanti qualità d'un sapiente giurisperito? L'eloquenza, Ciro mio, l'eloquenza.
Innamòrati di questa potente manifestatrice di quanto ha Iddio creato di più grande e sublime nell'anima immortale dell'uomo.
Addèstrati con fervore in quest'arte quasi miracolosa, la quale nella bocca de' famosi oratori, specialmente greci e latini, bastò sovente a mutare i destini degli individui e delle nazioni.
E perciò appunto la filosofia speculativa, che è la scienza della virtù, non deve mai scompagnarsi dalla eloquenza.
Questa si fa ministra di quella, e la prima frena gli abusi della seconda.
Un saggio non eloquente persuaderà talora ma senza infiammare: un oratore non virtuoso saprà (se lo vuole) inculcare la giustizia e la verità, ma farà pure gran male dove col prestigio prepotente della parola lusingherà le pericolose passioni e fomenterà i personali interessi.
Studia i classici, Ciro mio, studia la logica e la metafisica e l'etica, e prepàrati così a concepire le immutevoli leggi ed eterne donde scaturiscono e a cui sempre ritorneranno le positive instituzioni della immensa famiglia degli uomini.
Il piccolo Ciro Pinzuti ha incontrato il favore di una straricca famiglia inglese ed è partito per l'Inghilterra con una brillantissima fortuna.
Ecco il premio del merito.
Pensaci: i meriti si fan largo da loro.
In difetto della synopsis voglio per ora mandarti un'altra coserella.
M'è stata decretata nella Tiberina una delle medaglie coniate pel 1839: io la regalo a te, e tu la riceverai per mezzo della diligenza.
Mettila a far compagnia all'altra che i tuoi profitti nello studio ti guadagnarono nel medesimo anno.
Godendo tu la mia medaglia io ci utilizzo: mi rallegro del tuo piacere e del mio.
Riverisci il Sig.
Rettore, gli altri tuoi Superiori, i Maestri, i compagni, la Sig.ra Cangenna e tutti quelli che ci usano cortesia.
Fa' loro aggradire i miei sincerissimi voti per la prossima pasqua, voti coi quali chiamo per te dal Cielo ogni desiderabile felicità.
A me in ciò si uniscono questi nostri parenti, e gli amici e gli antichi domestici.
Ama, Ciro mio,
il tuo papà.
LETTERA 387.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 14 maggio 1840
Cosa dirai, Ciro mio, non vedendo mai mio riscontro alla tua lettera del 2 corrente? Dubiterai che il tuo papà non pensi a te.
No, mio caro figlio: il mio silenzio è nato da assoluta mancanza di tempo.
Ti parrà forse impossibile, ma pure è così.
Il non iscrivere a te, questa medesima omissione, te ne deve formare la prova.
Al mio arrivo a Perugia ti dichiarerò meglio tutte queste cose, e ti parteciperò la mutazione che forse andrà fra mesi ad accadere nella nostra casa.
Questo probabile cambiamento già fin da ora raddoppia le mie occupazioni, e le renderà poi un giorno complicatissime; ma il tutto verrà per tuo bene.
Per ora non posso dirti più: soltanto conchiudo questi miei pochi cenni sibillini col prevenirti che il nostro stato non diverrebbe né glorioso né splendido, ma alquanto più comodo.
Prega Iddio che tutto vada per lo meglio, e che mi dia salute e vigore per ciò che (accadendo l'avvenimento già preparato) io dovrò personalmente intraprendere mentre tu starai tranquillo e studierai.
Circa al Giardiniere avviato etc., ti ho, Ciro mio, da dare una brutta notizia.
Ho messo tutti i librai sossopra e non l'ho potuto trovare.
De' due tomi in 8°, di cui si compone, il solo libraio Raggi n'ha il primo, e a mia premura ha commesso a Livorno il secondo.
Chi sa però quando verrà e se verrà? - In mancanza di questo libro mi sono rivolto alla ricerca di qualcun'altro.
Niente: a Roma di queste materie è desolante scarsezza.
In lingua francese avrei pur trovato qualche cosa, ma tu il francese ancor nol conosci.
Dunque come farò per compiacerti? Se trovi a Perugia qualche cosa in tal genere che ti piaccia, fa' comperare, dimmene il prezzo, ed io ne spedisco il rimborso.
I miei amici son testimoni del mio rammarico nel [non] poterti soddisfare in questo tuo onesto desiderio.
Ho ricevuto il conto semestrale: te ne ringrazio.
Il caro nostro Sig.
Rettore mi fa sperare che tu potrai giovarti della eloquenza del Sig.
Gratiliano.
Assisti sempre, o mio Ciro, alle di lui lezioni.
Ti gioveranno assaissimo per renderti forte nel latino e nel gusto dei classici.
Lo so quanto la Signora Cangenna si adoperi in nostro vantaggio.
Eccellente persona! Merita tutta la nostra gratitudine.
Ciro mio caro, àbbiti i saluti di tutti, riverisci tutti, e voglimi bene.
Ti abbraccio e benedico, e mi ripeto affettuosamente
Il tuo papà.
Ho scritto con una fretta terribile.
Non so neppure cosa io mi sia detto.
LETTERA 388.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma 27 maggio 1810
Mio carissimo amico
Non ho neppur coraggio di comparirvi d'innanzi.
Voi vi maraviglierete forse della mia poca gratitudine ai vostri continui favori.
Non mi giudicate così, amico: piuttosto compatite al mio stato.
Dall'ultima mia lettera sino a questo momento io non ho un momento cessato di pensare al piccolo servigio che avevate avuto la bontà di chiedermi, ed ho sotto gli occhi tanti e tanti scarabottoli di pensieri abbozzati, coi quali cominciare almeno un lavoro che mi sarebbe stato sì caro di compiere.
La mia testa però non vuol darmi tregua; e appena io faccio qualche sforzo per obbligarla a meditare, arrivo al punto che mi sembra di impazzire.
Sento come un peso che mi si aggravi dolorosamente sulla sommità del capo, e uno stringimento straziante alle tempie.
D'altra parte il genere faticoso di vita che mi convien menare per portare innanzi la vita di mio figlio e la mia (che mi è necessaria per lui) non contribuisce poco a peggiorare la mia cerebrale infermità, dalla quale sono a loro volta resi più gravi i miei giornalieri travagli.
Nel giorno 17 mi fu fatta una sanguigna emorroidale e datami lusinga che ne avrei ricavato gran giovamento.
Nulla, anzi peggio.
Poi vescicanti; ed oggi vi scrivo con una di queste gentilezze dietro il collo, la quale non fa che aggiungermi tormento a tormento.
Le mie facoltà mentali vanno ogni giorno più languendo; e la memoria, la memoria poi è giunta a tale scadimento che parlo con molto disordine e gran difficoltà, provando gran pena nel rammentarmi non solo delle cose, ma ancora delle parole relative a ciò che voglio significare.
Se io voglio leggere un libro (che già me ne manca materialmente il tempo) debbo richiuderlo tra per la pena che me ne deriva al cervello e per la mortificazione di vedere che le cose in quello scritte non lasciano nella mia mente alcuna traccia.
Vi parrà forse che io vi reciti una favola; ma se io avessi la sorte di avervi a me vicino, avrei anche il certo dispiacere di vedervi sospirare sullo stato d'un uomo infelicissimo.
Io lavoro da quindici in sedici ore al giorno, benché il mio male richiederebbe per molto tempo una completa inazione e un'assoluta tranquillità.
Ma come farne di meno? Io son come colui al quale non si lasciasse altra scelta che di gittarsi o da una finestra o da una altra.
Dunque, Neroni mio, mi vorrete voi male del non avervi compiaciuto? Ma non sarebbe stata per me una consolazione l'impiegar la mia penna in servigio di un amico quale voi siete, in cosa specialmente che mi fu sempre sì dolce di esercitare? I due amici che più mi avvicinano e mi confortano colla loro affezione, sono a parte della mia pena per non potervi dare una sì piccola prova della mia deferenza e gratitudine.
Ma a che giova la mia ardente volontà? A turbarmi sempre più la mente, allorché questa niega di prestarsi agli impulsi di quella.
Non potere scrivere un verso! Ne ho fatti tanti, ed oggi prender la penna e star lì fisso e stupido come una statua! Ne sono umiliato.
Ho tardato sino ad oggi a scrivervi, sperando sempre...
Ma è inutile lo sperare.
Compatitemi e non mi ritogliete col vostro affetto le gentilezze vostre.
Se un giorno io ritornerò in parte l'uomo di prima, ogni ricuperato mio sentimento sarà vostro.
Ne impegno il mio onore.
Vi abbraccio di vero cuore
Il vostro G.
G.
Belli.
LETTERA 389.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 giugno 1840
Mio carissimo figlio
Già dal 30 maggio io riscontrai la tua del 22, e consegnai la mia lettera alla Signora Caramelli, la quale doveva colla diligenza del medesimo giorno partire per Perugia.
Essa però per alcuni motivi differì la sua partenza ad oggi, di maniera che potrà essere costì contemporaneamente coll'arrivo di questa mia odierna lettera.
Dalla Signora Caramelli riceverai (oltre la mia del 30 maggio) un pacchetto contenente tre libri.
Formano essi un'opera divisa in due parti, e vertente sopra i giardini di piacere.
Spero che potrà servirti di surrogazione al Giardiniere del Re, che non si è potuto trovare.
Ad ogni modo troverai in essa qualche notizia confaciente a' tuoi gusti, e, alla peggio che vada, vi riconoscerai una prova del mio desiderio di soddisfarti dovunque io possa farlo e sia decente il farlo.
Venendo ora alla dimanda che mi avvanzi nell'altra tua lettera 30 caduto maggio, ho subito trovato il Quintetto ridotto.
Non lo consegno oggi alla Sig.ra Caramelli, perché stando essa per montare in vettura Le riuscirebbe d'imbarazzo un altro involtino, e d'altra parte io non voglio abusare della sua compiacenza.
Te lo spedirò adunque per la diligenza del prossimo sabato, che è l'unico corso che porti effetti a Perugia.
Scendiamo finalmente ai successi del saggio.
Eh perdinci sono andati benino! Calcolando poi tutti i voti delle due facoltà di fisica e filosofia nel trimestre, 78 ottimi mi paiono una bella sfilata.
E coi quattro beni si può anche a quelli fabbricare un codino.
Se la va così anche in agosto, le cose piglieranno una fisionomiuccia graziosa, e a settembre qualche premiarello ci dovrebbe scappare.
Basta, se sarà rosa fiorirà.
E se tu ti farai onore, io ne godrò allora quanto te e più di te.
Non vedo l'ora che venga quel benedetto 15 agosto per ficcarmi in carrozza e trottare a Perugia.
E già purtroppo il tempo è galantuomo, e vola più delle rondinelle.
Arriverà, arriverà quel momento: allora torneremo a fare le solite nostre chiacchieratine; e ho paura che in quest'anno per parlarti mi converrà d'alzar gli occhi, perché tu mi devi aver lasciato ai mezzanini, e presto presto mi riduci in cantina.
Mi pare un fatto di ieri, quando per darti un bacio io ti prendeva sotto le ascelle, e ti sollevava come un burattino sino al livello della mia bocca.
Ecco poi cosa fanno gli anni e le pagnotte! Una linea oggi, una domani, e i figli ti mangiano i maccheroni sulla zucca de' padri.
Oh così pure vogliamo che accada nelle altezze morali: belbello belbello si arriva alla vetta del monte, dove la virtù ha eretto il suo tempio.
Vedi, Ciro mio, ott'anni addietro, tu eri un cirifischio da scappellotti: fra altrettanto tempo ti sarà già alle spalle il titolo di avvocato.
E diranno a Monte-Citorio: chi ha fatto quella bella scrittura? Il Signor Avvocato Belli, risponderà qualche pratico.
E se io mi troverò presso a quel dialogo, mi stropiccerò nelle mani, e levando gli occhi al cielo esclamerò a Dio: Nunc dimittis servum tuum, Domine.
Allora al Mondo non avrò più altro da fare.
Intanto studia, sii paziente, sta' in guardia di te stesso; e il premio del merito non mancherà.
I parenti, gli amici, gli antichi nostri domestici, mi dicono sempre tanti saluti a Ciretto; e tu lor tornerai dinnanzi Cirone.
- Riverisci per me il Sig.
Rettore, il Sig.
Mezzanotte, il Sig.
Tancioni, la Sig.ra Cangenna, e tutti i Superiori, Maestri, amici e compagni.
Ti abbraccia e benedice il tuo papà.
LETTERA 390.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 20 giugno 1840
Mio sempre obbligantissimo amico
Ricevo oggi e immediatamente riscontro la cara Vostra del 14 corrente.
Sensibilissima mi è la compassione Vostra per l'infelice stato della mia salute, né meno sensibile mi riesce l'udirvi sopraffatto da brighe e rammarichi, de' quali certo neppure abbisognava il Vostro attualmente delicato temperamento.
Eppure ci conviene fare il nostro dovere.
I padri di famiglia non hanno di proprio nemmeno la vita: tutto è in essi sacro ai figli e alla loro felicità.
Ma i poveri padri fan tanto per fabbricargliela e il Mondo poi gliela toglie! Della Vostra salute Voi nulla mi dite di positivo; ma lo stato del Vostro spirito non può certo averla assai migliorata.
Io sto sempre al solito, né mi ha pure giovato un ultimo tentativo che, per compiacere agli amici, ho fatto contro mia voglia e persuasione.
Mi sono curato anche colla omiopatia.
Nulla; come già doveva accadere, perché ex nihilo nihil.
Rimettiamoci al tempo, e vediamo se almeno in quest'anno volesse giovarmi un viaggetto a Perugia; benché la inutilità del simile viaggio del 1839 non apra molto il cuore a speranze.
Io partirò per quella città il 15 agosto, giorno in cui a più felici tempi io soleva festeggiare il nome e la nascita della mia buona Mariuccia.
Oggi quel giorno mi torna cagione di lagrime, non assai diverso dal 2 luglio che vide chiuder gli occhi a quella affettuosissima donna.
Entrambi questi giorni mi sono imminenti; ma pure nel secondo mi sarà temprata l'amarezza dal pensiero che in quello io mi moverò verso la dimora del mio caro e virtuoso figlio.
Ora con mia vergogna io scendo a parlarvi delle mie solite importunità.
Nella precedente Vostra lettera 29 marzo (da me riscontrata il 3 aprile) mi spediste gentilmente un ordine di scudi trenta per saldo de' due ultimi trimestri del caduto anno 1839 sul sequestro Trevisani, e mi diceste che i pochi paoli che avvanzavano in più del detto ordine, fossero da me ritenuti a conto del primo trimestre anno corrente, che sareste andato ad esigere.
Non so poi se le Vostre brighe vi avranno permesso di procurare l'incasso del ridetto primo trimestre scaduto il 31 del nominato mese di marzo; né la Vostra recente lettera mi dice su ciò alcuna parola.
Conosco benissimo quanto io debba riuscirvi molesto con questo mio affare, ma, caro Neroni mio, debbo alimentare mio figlio, e questo grave mio debito altera la discretezza del mio carattere.
Oh se Voi vedeste quali fatiche io sostengo perché Ciro possa vivere, studiare e prendere un posto nel Mondo! Faccio di tutto, e discendo sino a travagli materialissimi; anzi, scelgo a preferenza questi, perché della mia mente poco posso ora servirmi stante il mio male di capo.
Dunque compatitemi, e se col primo trimestre Vi riuscirà di esigere anche il secondo, che va fra giorni a scadere, cooperate umanamente al merito di giovare ad uno sfortunato ragazzo.
Udendo le Vostre spinose occupazioni non ho più coraggio di pregarVi d'un altro favore.
Mi va a scadere la decennale inscrizione ipotecaria circa il Trevisani nell'uficio della Conservaz.
di Fermo.
Io avrei voluto spedirVi le carte in regola perché mi faceste colà rinnovare quella inscrizione; ma, ripeto, non lo farò più, troppo riguardandomi l'essere indiscreto a tal segno.
E cosa io faccio in compenso per Voi? Nulla.
Dunque, Neroni mio, darò questo fastidio a qualche altra persona, meno di Voi flagellata da me e dalla sorte.
Se potrete trovare agio di rispondermi una linea Ve ne sarò riconoscente; e forse un giorno, io o mio figlio pagheremo le nostre obbligazioni con altrettanti servigi.
Sono di cuore
Il Vostro Belli.
LETTERA 391.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 5 settembre 1840
Mio caro Ferretti
L'arrivo di una tua lettera non può essere che un fausto avvenimento a chi ti professa amicizia da ben 28 o 30 anni: tanto più graditi poi debbonmi giungere i tuoi caratteri quando si uniscono a un favore che vuoi rendermi per tutto impulso della tua gentilezza.
Jeri, nell'andare a vedere il mio Ciro, trovai presso il messer portinaio di questo Collegio la cara tua del 27 agosto, insieme colla lettera del Garello e col primo fascicolo del di lui compendio mnemonico di Storia antica.
Ti ringrazio dell'obbligante pensiero, e mi rammarico teco della spiritata buona-grazia del Sig.
Spirito Batelli condiscepolo in creanze di Maestro Vincenzo da Forlì alias Poggio-Mirteto.
- Lessi il tuo foglio alla presenza del mio Ciro, cos