LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 18
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Studia logica e metafisica, e fisica generale applicata al calcolo; e nelle ore di ricreazione oltre al piano-forte coltiva per suo spontaneo genio la botanica.
Vi abbraccio di cuore
Il vostro G.
G.
Belli
Monte della Farina N° 18.
LETTERA 380.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 18 gennaio 1840
Mio carissimo figlio
Il Rev.mo Prof.
Tizzani ebbe la tua lettera del 2 e la trovò molto gentile.
Anche a me giunse quella che mi scrivesti nello stesso ordinario, e la riscontrai il 10.
Godo, Ciro mio, che il vocabolario botanico del Targioni ti abbia fatto piacere.
Te ne approfitterai nelle tue ore libere.
Ieri sera fu eseguito in casa Ferretti il canto del Sonetto posto in musica dal Sig.
Tancioni.
Molte persone intelligenti che ivi si trovavano lo trovarono assai bello e giudiziosamente composto.
Dìllo al Sig.
Maestro, salutalo da parte mia, e raccomandati a lui in mio nome perché il tuo studio musicale progredisca il più che si può.
Non dubito punto delle gentilezze continue della Signora Cangenna.
Certamente noi abbiamo non poche obbligazioni verso quella Signora.
Riveriscila specialmente e renditi degno delle sue attenzioni.
Si avvicinano, Ciro mio, gli esami del primo trimestre.
Io già mi sento ansioso di conoscerne i risultati.
Non ti angustiare però per questo: conserva la tua calma, e preparati a quell'esperimento senza orgasmo.
I migliori e più sicuri profitti son quelli che nascono da una ferma e sostenuta attenzione, senza la smania di accastellare sforzi sopra sforzi in un angusto periodo di tempo.
Chi si regola con questo secondo sistema può fors'anche brillare e distinguersi contro altri più profondi di lui nelle stesse materie, ma la sua gloria passerà veloce come una meteora luminosa, che scorre scintillando per qualche momento nell'atmosfera, e poi tosto si estingue per non ricomparire più.
Tu studia sempre, e sempre con impegno eguale e con pari tranquillità di mente e di cuore.
Da questo metodo vedrai un giorno risultare effetti che faranno meravigliare te stesso.
È un pezzo, figlio mio, che io osservo il Mondo e considero gli uomini.
Sempre ho veduto finir le cose quali te le rappresento agli sguardi.
- Fra i napolitani corre un curioso proverbio, col quale si motteggiano coloro che per troppa furia sconciano sovente le loro opere, o non le producono così perfette come avrebbero dovuto e saputo.
Questi proverbialmente chiamansi colà: Luca fa' priesto.
- Il proverbio però viene da un famoso pittore, chiamato Luca, il quale non era soggetto da beffe.
Purtuttavia se ne valgono in oggi per mortificare i galoppatori e i pasticcioni, che appagansi di un falso bagliore di orpello.
Riveriscimi il Sig.
Presidente, il Sig.
Rettore, il Sig.
Prof.
Mezzanotte, i tuoi Maestri e i compagni, non che i nostri amici.
Così salutano te questi parenti nostri e gli amici e gli antichi domestici.
Anche a Roma è arrivato finalmente il freddo.
Tu però hai un vantaggio per tollerare il freddo di Perugia: minore età e maggior salute di me.
Così accadeva un giorno a me verso i miei maggiori: ora son cambiate le sorti; e un giorno, Ciro mio, cambieranno anche per te.
Il Mondo è una ruota.
Ti abbraccio e ti benedico di vero cuore
Il tuo papà.
LETTERA 381.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 25 febbraio 1840
Mio carissimo figlio
Insomma eh? questi ottimi formicolano.
In due facoltà 107 ottimi e 11 beni! Corbezzoli, Signor Ciro! V.
S.
va a diventare un Condillac e un Galileo.
Forte adesso nel secondo trimestre, Ciro mio, e se le cose procedono di questo passo anche nel terzo, si può sperare senza molte temerarietà che qualche premiarello si dovrebbe intascare.
Io godrò allora della tua soddisfazione e della tua gloria, poiché ogni tuo bene ed onore è da me considerato qual cosa mia: mi giunge anzi più caro, perché io amo più te che me stesso, e ciò è noto a chiunque ha di me conoscenza.
E va ottimamente: dopo lo studio le ricreazioni, e dopo queste un'altra volta lo studio.
Una simile alternativa giova mirabilmente allo sviluppo dello spirito e alla conservazione del corpo: i due più preziosi beni della vita civile e naturale.
Come devi essere attualmente affaccendato con queste commediole! Mi par di vederti serio serio in un cantuccio della tua stanza a ripassare le tue parti e meditarvi sopra onde assumere efficacemente i caratteri precisi che in quelle sono sviluppati.
Sì, sì, va bene: cerca di penetrarti de' personaggi che devi rappresentare, e quando sarai sulla scena procura dimenticarti per un momento la tua sociale persona e il tuo nome di Ciro.
Tu non devi essere allora nulla di quel che sei.
Le situazioni in cui la commedia ti metterà debbono parerti vera cosa, debbono operare in te come altrettante realtà della vita, debbono farti credere che tu non reciti ma sì che tu operi e parli per impulso di non finte contingenze.
Così gli attori giungono a commuovere se stessi, condizione essenziale per trasportar gli uditori, l'animo de' quali rimarrà sempre freddo dove non lo seduca il prestigio del verosimile.
- Dunque teatro, accademie, balli, maschere, forse qualche cenetta...
bagattelle! Ed io? io me ne sto in casa e al tavolino, pensando alle tue contentezze che mi equivalgono a qualunque più lieto sollazzo.
Mi ha molto soddisfatto l'udire che tu sia rimasto sorpreso della bellezza dell'antico sepolcro da te visitato.
Dev'essere lavoro etrusco, perché di simili antichità abbonda il territorio della famosa Turrena.
Prendo augurio dal tuo diletto presente della soddisfazione che tu proverai a Roma, dove avrai ad ammirare infiniti avanzi dell'antica magnificenza.
Vedrai cose immense, e di bellezza superiore ad ogni elogio non solamente ma ancora ad ogni aspettazione.
Un romano deve conoscere queste cose partitamente e con metodo: ti farò pertanto studiare l'archeologia, necessaria in oggi ad uom che voglia esser detto culto e non insensibile alle patrie dignità.
Vedi dunque come a poco a poco ti si va schiudendo dinnanzi la via del sapere e l'onore dell'altrui considerazione.
Le spine son tutte spuntate, o mio Ciro: non ti rimangono adesso che fiori.
Tutti studi utili, dilettevoli, seducenti: tutte serie d'idee magnifiche, onde la mente umana sente ingrandirsi e spazia al di fuori del circolo angusto della materiale esistenza.
Più l'uomo studia e più nobilita la sua natura, e più sublima il suo essere, e più lo avvicina alle perfezioni del Creatore.
Presto saprai che la perfettibilità è uno dei diritti dell'uomo nella legge di natura, perché Iddio gli diè l'intelletto onde se ne valesse a sollevarsi e distinguersi dalla terra, sulla quale non deve egli tenere che i piedi: la mente deve spaziare al di là del creato.
Ringrazia la Sig.ra Cangenna delle continue sue gentilezze, e dille che presto io le scriverò.
Riveriscimi tanto tanto il Sig.
Rettore, gli altri tuoi Superiori, i Maestri, i compagni, e gli amici.
I saluti romani per te sono infiniti, e infiniti gli abbracci del tuo aff.mo padre.
A proposito! E nel greco non ti sei esposto? non ti hanno esaminato?
LETTERA 382.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 17 marzo 1840
Mio caro e gentilissimo amico
Da un'ode a stampa, ricevuta nell'ordinario di ieri, ho io rilevata la notizia della grande sventura che vi ha colpito in questi ultimi giorni.
Ecco la vita: ad ogni passo un dolore.
Voi nulla mi dite, ma io vi comprendo perché vi conosco, siccome conobbi l'onesto padre che avete perduto.
Egli merita il pianto che voi certamente spargerete sulla sua tomba; né io profanerò il sacro dolore di un figlio con freddi argomenti di consolazione, suggeriti dall'uso a chi non sa cosa dire di meglio.
I diritti della natura e i decreti della provvidenza non sono ignote dottrine per un uomo che visse considerando la umana caducità e temperando il suo spirito a pensieri di un ordine superiore.
Né la ragion dell'età né gli ordinarii esempi di morte bastano al conforto dell'amor ferito.
Il danno ci piaga quando ci arriva, benché già si temesse; e la più lunga durata de' cari legami del sangue trova in noi più aspra reazione quando quei lacci si spezzano, perché gli affetti del nostro cuore si rafforzano nella consuetudine.
E perciò io piango molto la mia povera moglie perché vissi molto con lei.
Non cercherò io dunque di trattenere le vostre lagrime, o virtuoso mio amico, con villana frode al benedetto spirito che se ne compiace.
Il pianto de' figli è suffragio innanzi a Dio più che le cere e gl'incensi.
Si appartiene al tempo il rasciugarlo, al tempo sedatore di ogni tempesta.
Del dolor presente vi rimarrà allora una dolce mestizia, alimentata da ogni ricordo delle paterne virtù.
Se voi non aveste religione e filosofia quanto basti a far povere e compassionevoli queste mie riflessioni, io vi direi: ripetete le mie parole ai vostri fratelli.
Ma saprei pensare io cosa che voi non aveste già detta? Conchiudo pertanto col ripetere a voi ottimo figlio ed ottimo padre: beato chi morendo non lascia ai figliuoli il rossore di difenderne la memoria.
La vostra salute mi fa paura.
Conservatela come e quanto potete per conforto della vostra famiglia e degli amici, fra i quali non vuole essere l'ultimo
il vostro Belli.
P.
S.
Del Sig.
Can.co Fedeli nulla mai di nuovo, come vi dissi nella mia 29 febbraio.
LETTERA 383.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 marzo 1840
Mio carissimo figlio
Io attribuiva il ritardo della tua lettera al tuo divisamento di farmela giungere all'epoca del mio giorno onomastico, siccome infatti in tal giorno l'ho avuta; ma con non lieve mio dispiacere ho dovuto rilevare da essa che special causa del ritardo sia stata la malattia ci reuma da cui sei stato travagliato.
Tu me la nomini piccolo raffreddore; ma sarà stato poi così piccolo? In questo caso credo non ti avrebbe trattenuto dallo scrivermi, perché so quanto t'è al cuore il farmi piacere.
Ad ogni modo però mi rallegro nell'udirti già guarito, e in ciò mi fido della tua sincerità.
Trovo soddisfacentissime le ragioni del non dato esame trimestrale nel greco, ed assai mi compiaccio delle ottime tue disposizioni d'animo per adeguare nel futuro sperimento i successi che ottenesti nel passato circa alle filosofiche discipline, soggetto degli attuali tuoi studi.
Ecco dunque passata anche in quest'anno la mia festa, cioè il giorno sacro al Santo del mio nome: presto poi verrà il giorno del tuo natalizio, il 12 aprile, in cui tu compierai l'anno 16° ed entrerai nel 17° dell'età tua.
Si corre, Ciro mio, di gran passi verso la gioventù: si va rapidamente incontro alla comparsa che dovrai fare nel Mondo.
Questa sola idea basterebbe a dover cacciar fuori della tua mente tuttociò che di fanciullesco vi fosse ancora rimasto.
Io però non credo che nel tuo spirito alberghi più nulla di puerile e di fùtile, e parmi averne prove confortatrici negli esteriori segni della tua condotta.
Pènetrati bene, o mio buon Ciro, di questa massima, cioè che quando fra pochissimi anni la società e la legge ti chiameranno uomo e ti dichiareranno in possesso di tutti i dritti della umana convivenza, tu cogli atti della tua vita sarai in debito di mostrare come realmente già ti convenga quel nome.
Uomo non deve dirsi soltanto colui che tale fu reso dagli anni, ma principalmente e assai meglio e con maggiore giustizia chi mediante i suoi meriti di spirito e di cuore può dimostrare quanta distanza passi fra le leggerezze del ragazzo e la maturità di quell'Essere creato da Dio per signoreggiare la terra con tutte le altre sue creature.
Molto troverai tu di stolto nella società, ma v'incontrerai pure non poco senno.
In quale delle due classi, degli assennati cioè o degl'imbecilli, vorrai tu essere accolto? La tua risposta precede quasi la mia dimanda.
Poni adunque gran cura, o figlio mio, per divenire sin da ora ogni giorno più uomo, nel senso in cui devi considerare questa grave parola: non trascurar nulla di quanto può apparirti fonte di sapienza o di virtù: impiega ogni mezzo che ti somministrino le proprie tue forze e gli altrui buoni suggerimenti; affinché allorquando ne sarà giunto il momento tu possa dire con nobil coraggio ai veri uomini: eccomi, io mi son' uno di Voi.
Ciro, mio caro, in riflesso del mio onomastico e del tuo compleanno vorrei fari un regaletto: mi trovo però imbarazzato nella scelta.
Dimmi tu se hai qualche desiderio che io possa soddisfare e sarà mio contento il compiacerti.
Pensaci e rispondimi.
Rendi centuplicati i miei saluti con altrettanti rispetti al Sig.
Rettore, agli altri tuoi Superiori e Maestri, ai compagni, alla Sig.ra Cangenna, e a tutti quelli che te e me onorano della loro amicizia.
Ricevi tu poi il contraccambio dei saluti di quanti qui han voluto esser da me salutati in tuo nome.
Ti abbraccia e benedice il tuo papà.
LETTERA 384.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 28 marzo 1840
Dilettissimo amico
Benché chiaramente non apparisca, parmi pure che la vostra cara del 24 cadente possa dirsi riscontro alla mia del 17, dappoiché le meste e gravi parole da voi adoperate hanno indole corrispondente al senso di que' pochi conforti che l'acerbità del vostro caso mi trasse dal cuore.
Voi mi chiedete una elegia in onore del vostro buon padre.
Vi prometto che me ne occuperò, ma vi prego di concedermi qualche poco di tempo perché il lungo mio dolore di capo (che da tempo in tempo mi va risaltando) mi ha lasciato la mente vacua tanto e incapace di sforzi intellettuali da bastarmi appena per soddisfare alle mie molte occupazioni intese alla sussistenza di mio figlio.
Vi ripeto però, e ve lo assicuro sull'onor mio: me ne occuperò; e spero che Dio vorrà benedire questo mio ardentissimo desiderio.
Tanto nel 17 cadente quanto nel 29 febbraio vi scrissi intorno al Sig.
Can.co Fedeli.
Nulla ho mai più saputo di lui per quante ricerche e ambasciate io abbia impiegate a muoverlo dal suo silenzio.
Sono costretto a lasciarvi perchè suona l'ora dell'impostare.
Vi abbraccia e vi desidera tranquillità
Il vostro amico vero
G.
G.
Belli.
LETTERA 385.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 3 aprile 1840
Mio carissimo e obbligantissimo amico
Mentre in riscontro alla Vostra carissima del 24 marzo correva verso di voi la mia del 28, Voi con abbondanza di cortesia mi scrivevate l'altra del 29, la quale mi è giunta coll'inserzione dell'ordine di scudi 30, tratto a mio favore il 28 dal Conte Filippo Vostro fratello su questo Sig.
Paolino Alibrandi.
Io ne andrò a procurare l'incasso e ne manderò l'equivalente, siccome mi dite, in saldo dei due ultimi trimestri del 1839 sul sequestro circa il Marchese Trevisani di Fermo, notando i residuali paoli a conto del primo trimestre dell'anno corrente.
Non mi pare che il Sig.
Can.co Fedeli verrà a farmi alcun'altra parola intorno a quest'affare; ma se mai ciò accadesse io gli risponderei secondo le precise Vostre parole.
Le mie obbligazioni verso la operosa Vostra amicizia van crescendo ogni giorno, e vorrei almeno mostrarmivi grato col soddisfare il Vostro pio desiderio verso la preziosa memoria di quel padre che sì a ragione piangete.
Prego quindi da Dio tanto di agio e di serenità nella mia mente che mi basti a corrispondere alla fiducia da Voi riposta in me per la funebre elegia al sepolcro dell'illustre defunto.
Torno però a supplicarvi, mio caro Neroni, di starvi contento a non tanta sollecitudine, perché per ora mi riuscirebbe impossibile.
Oltre agli affari penosi del patrimonio di mio figlio (pel quale patrimonio ho di presente otto cause da sostenere), mi conviene dar qualche lezione, accudire alla stampa di un'opera voluminosa di un mio amico, dal che traggo qualche piccolo utile mensile, e finalmente esercitare il grave benché gradito ufficio di segretario dell'Accademia tiberina etc.
Se a queste mie brighe considererete annesso il mio dolor di testa e la mancanza di chi mi serva, comprenderete in qual letto di rose io mi rivolga.
Ma il dover di padre mi fa superiore alla fralezza della natura, e mi tolgo sino il sonno dagli occhi senza mormorare della provvidenza che a ciò mi ha serbato.
Mi dimanderete Voi forse perché almeno io non abbia rifiutato il carico della segreteria tiberina.
Che potrei risponderVi? Non ho voluto chiudermi la via a qualche buona aderenza che possa un giorno fruttare alcun appoggio al mio Ciro.
Qui si vive e si va innanzi a furia di spinte altrui.
Prima io viveva senza mostrarmi a nessuno.
Ciò poteva andar bene finché la mia casa fosse rimasta florida qual mi pareva.
Oggi però che dovrò produrre ed esibire il mio figlio nel mondo, come riuscire nello scopo di procurargli uno stato se il mondo ed io non ci conoscessimo neppur di vista? Quando io presentassi questo giovanetto ai potenti, udrei certo rispondermi: e voi chi siete? Ah! la salute, la salute è quella che mi tradisce! Questa mia testa che mi divien così languida! - Non vogliate credere però che io vi tenga tutte queste ciarle per sottrarmi al piacevol dovere di occuparmi di Voi.
No, caro Neroni, io Vi assicuro che la mia più dolce soddisfazione sarà quella di aver pianto con Voi sulle ceneri di un uomo che un tempo mi ricolmò di favori e di gentilezze.
Addio, ottimo amico: ricevete gli abbracci e le nuove proteste di stima del Vostro aff.mo a.co e serv.re
G.
G.
Belli.
LETTERA 386.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, domenica 12 aprile 1840 ad un'ora di
notte, momento del tuo 16° compleanno
Mio caro figlio
Che nella scelta di un regalo da chiedermi tu non avresti pensato a freddure non poteva da me neppur dubitarsi, sì per la tua età che le rifiuta come pel senno di cui debbo riconoscerti fornito.
Io previdi però anche di più; e più volte ho predetto ai nostri amici che la tua dimanda sarebbe caduta su qualche libro di botanica, siccome infatti è accaduto.
Andresti nulladimeno assai lungi dal vero se tu mi credessi alieno dal compiacerti.
La soddisfazione io voglio procacciartela dov'è il tuo desiderio, e tanto maggiormente quando questo desiderio mostrasi sì moderato ed onesto.
Dopo tuttociò puoi tu facilmente comprendere se mi sia dispiaciuto il non aver trovato da niun libraio la synopsis plantarum del Persoon, alla quale sono oggi rivolte le tue brame.
Ho girato per tutto, in compagnia del nostro buon amico Spada, e credo poter dire che questo libro in Roma non c'è, o almeno che non gira in commercio.
Se fosse reperibile in Perugia provvedilo pure a mio conto e indicamene il prezzo affinché io ne rifonda subito l'equivalente nella cassa del tuo deposito.
Qualora poi neppure costì si trovasse, spero che chi ti ha manifestata l'esistenza del libro saprà ancora darti alcun lume intorno alla tipografia donde sia uscito alla luce.
Con queste notizie procurerò di cercar qualche mezzo per fartelo venire dal luogo della sua origine.
Io nol conosco perché di botanica non m'intendo affatto; e questa è già una delle cose nelle quali io mi troverò a te inferiore.
Un giorno tu sarai mio maestro, e mi troverai scolaro docile ed ubbidiente.
Intanto mi piace restar teco d'accordo e questa tua favorita botanica debba servirti di solo sollievo e passatempo nelle ore di ricreazione, di modo che non ti occupi quella parte della giornata che deve da te consacrarsi agli studi necessarii per la tua successiva carriera.
Se troppo di sovente ricorressi tu col pensiero e colla mano alle predilette tue piante, ne nascerebbe nel tuo spirito e nel tuo cuore un fatale disturbo alle idee ed alle affezioni destinate a svilupparsi in te sotto un diverso rapporto.
La botanica dunque amala, accarezzala anche, se vuoi, ma con tanta parsimonia e cautela quanta valga a conciliare e temperare fra loro in giusta misura il piacere insieme e il dovere.
Dirò di essa ciò che sempre ti dissi e ti ripeterò della musica.
Questa non sarà la tua professione, ma sì un tuo adornamento.
Dunque al principal corso della tua collegiale educazione tu devi concedere le ampie divisioni del tuo tempo, e alla secondaria istruzione i ritagli.
Volendo divenire avvocato, secondo gli a me cari desiderii che più volte ti ho udito esternare, la norma da seguirsi è quella che ti ho poc'anzi tracciata.
Un avvocato ha un gran peso nella civil bilancia, e trova fra gli uomini molto ossequio e splendidi profitti.
Le scienze fisiche corroborano utilmente la sua dottrina e lo trarran fuori dal volgo degli aridi e pedanti legisti; ma il più saldo di lui fondamento consisterà sempre nello studio degli uomini costituiti in social convivenza, e nelle investigazioni dei grandi principii della morale filosofica.
E qual'è poi la chiave merceccui si aprano in tutto il loro splendore quelle brillanti qualità d'un sapiente giurisperito? L'eloquenza, Ciro mio, l'eloquenza.
Innamòrati di questa potente manifestatrice di quanto ha Iddio creato di più grande e sublime nell'anima immortale dell'uomo.
Addèstrati con fervore in quest'arte quasi miracolosa, la quale nella bocca de' famosi oratori, specialmente greci e latini, bastò sovente a mutare i destini degli individui e delle nazioni.
E perciò appunto la filosofia speculativa, che è la scienza della virtù, non deve mai scompagnarsi dalla eloquenza.
Questa si fa ministra di quella, e la prima frena gli abusi della seconda.
Un saggio non eloquente persuaderà talora ma senza infiammare: un oratore non virtuoso saprà (se lo vuole) inculcare la giustizia e la verità, ma farà pure gran male dove col prestigio prepotente della parola lusingherà le pericolose passioni e fomenterà i personali interessi.
Studia i classici, Ciro mio, studia la logica e la metafisica e l'etica, e prepàrati così a concepire le immutevoli leggi ed eterne donde scaturiscono e a cui sempre ritorneranno le positive instituzioni della immensa famiglia degli uomini.
Il piccolo Ciro Pinzuti ha incontrato il favore di una straricca famiglia inglese ed è partito per l'Inghilterra con una brillantissima fortuna.
Ecco il premio del merito.
Pensaci: i meriti si fan largo da loro.
In difetto della synopsis voglio per ora mandarti un'altra coserella.
M'è stata decretata nella Tiberina una delle medaglie coniate pel 1839: io la regalo a te, e tu la riceverai per mezzo della diligenza.
Mettila a far compagnia all'altra che i tuoi profitti nello studio ti guadagnarono nel medesimo anno.
Godendo tu la mia medaglia io ci utilizzo: mi rallegro del tuo piacere e del mio.
Riverisci il Sig.
Rettore, gli altri tuoi Superiori, i Maestri, i compagni, la Sig.ra Cangenna e tutti quelli che ci usano cortesia.
Fa' loro aggradire i miei sincerissimi voti per la prossima pasqua, voti coi quali chiamo per te dal Cielo ogni desiderabile felicità.
A me in ciò si uniscono questi nostri parenti, e gli amici e gli antichi domestici.
Ama, Ciro mio,
il tuo papà.
LETTERA 387.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 14 maggio 1840
Cosa dirai, Ciro mio, non vedendo mai mio riscontro alla tua lettera del 2 corrente? Dubiterai che il tuo papà non pensi a te.
No, mio caro figlio: il mio silenzio è nato da assoluta mancanza di tempo.
Ti parrà forse impossibile, ma pure è così.
Il non iscrivere a te, questa medesima omissione, te ne deve formare la prova.
Al mio arrivo a Perugia ti dichiarerò meglio tutte queste cose, e ti parteciperò la mutazione che forse andrà fra mesi ad accadere nella nostra casa.
Questo probabile cambiamento già fin da ora raddoppia le mie occupazioni, e le renderà poi un giorno complicatissime; ma il tutto verrà per tuo bene.
Per ora non posso dirti più: soltanto conchiudo questi miei pochi cenni sibillini col prevenirti che il nostro stato non diverrebbe né glorioso né splendido, ma alquanto più comodo.
Prega Iddio che tutto vada per lo meglio, e che mi dia salute e vigore per ciò che (accadendo l'avvenimento già preparato) io dovrò personalmente intraprendere mentre tu starai tranquillo e studierai.
Circa al Giardiniere avviato etc., ti ho, Ciro mio, da dare una brutta notizia.
Ho messo tutti i librai sossopra e non l'ho potuto trovare.
De' due tomi in 8°, di cui si compone, il solo libraio Raggi n'ha il primo, e a mia premura ha commesso a Livorno il secondo.
Chi sa però quando verrà e se verrà? - In mancanza di questo libro mi sono rivolto alla ricerca di qualcun'altro.
Niente: a Roma di queste materie è desolante scarsezza.
In lingua francese avrei pur trovato qualche cosa, ma tu il francese ancor nol conosci.
Dunque come farò per compiacerti? Se trovi a Perugia qualche cosa in tal genere che ti piaccia, fa' comperare, dimmene il prezzo, ed io ne spedisco il rimborso.
I miei amici son testimoni del mio rammarico nel [non] poterti soddisfare in questo tuo onesto desiderio.
Ho ricevuto il conto semestrale: te ne ringrazio.
Il caro nostro Sig.
Rettore mi fa sperare che tu potrai giovarti della eloquenza del Sig.
Gratiliano.
Assisti sempre, o mio Ciro, alle di lui lezioni.
Ti gioveranno assaissimo per renderti forte nel latino e nel gusto dei classici.
Lo so quanto la Signora Cangenna si adoperi in nostro vantaggio.
Eccellente persona! Merita tutta la nostra gratitudine.
Ciro mio caro, àbbiti i saluti di tutti, riverisci tutti, e voglimi bene.
Ti abbraccio e benedico, e mi ripeto affettuosamente
Il tuo papà.
Ho scritto con una fretta terribile.
Non so neppure cosa io mi sia detto.
LETTERA 388.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma 27 maggio 1810
Mio carissimo amico
Non ho neppur coraggio di comparirvi d'innanzi.
Voi vi maraviglierete forse della mia poca gratitudine ai vostri continui favori.
Non mi giudicate così, amico: piuttosto compatite al mio stato.
Dall'ultima mia lettera sino a questo momento io non ho un momento cessato di pensare al piccolo servigio che avevate avuto la bontà di chiedermi, ed ho sotto gli occhi tanti e tanti scarabottoli di pensieri abbozzati, coi quali cominciare almeno un lavoro che mi sarebbe stato sì caro di compiere.
La mia testa però non vuol darmi tregua; e appena io faccio qualche sforzo per obbligarla a meditare, arrivo al punto che mi sembra di impazzire.
Sento come un peso che mi si aggravi dolorosamente sulla sommità del capo, e uno stringimento straziante alle tempie.
D'altra parte il genere faticoso di vita che mi convien menare per portare innanzi la vita di mio figlio e la mia (che mi è necessaria per lui) non contribuisce poco a peggiorare la mia cerebrale infermità, dalla quale sono a loro volta resi più gravi i miei giornalieri travagli.
Nel giorno 17 mi fu fatta una sanguigna emorroidale e datami lusinga che ne avrei ricavato gran giovamento.
Nulla, anzi peggio.
Poi vescicanti; ed oggi vi scrivo con una di queste gentilezze dietro il collo, la quale non fa che aggiungermi tormento a tormento.
Le mie facoltà mentali vanno ogni giorno più languendo; e la memoria, la memoria poi è giunta a tale scadimento che parlo con molto disordine e gran difficoltà, provando gran pena nel rammentarmi non solo delle cose, ma ancora delle parole relative a ciò che voglio significare.
Se io voglio leggere un libro (che già me ne manca materialmente il tempo) debbo richiuderlo tra per la pena che me ne deriva al cervello e per la mortificazione di vedere che le cose in quello scritte non lasciano nella mia mente alcuna traccia.
Vi parrà forse che io vi reciti una favola; ma se io avessi la sorte di avervi a me vicino, avrei anche il certo dispiacere di vedervi sospirare sullo stato d'un uomo infelicissimo.
Io lavoro da quindici in sedici ore al giorno, benché il mio male richiederebbe per molto tempo una completa inazione e un'assoluta tranquillità.
Ma come farne di meno? Io son come colui al quale non si lasciasse altra scelta che di gittarsi o da una finestra o da una altra.
Dunque, Neroni mio, mi vorrete voi male del non avervi compiaciuto? Ma non sarebbe stata per me una consolazione l'impiegar la mia penna in servigio di un amico quale voi siete, in cosa specialmente che mi fu sempre sì dolce di esercitare? I due amici che più mi avvicinano e mi confortano colla loro affezione, sono a parte della mia pena per non potervi dare una sì piccola prova della mia deferenza e gratitudine.
Ma a che giova la mia ardente volontà? A turbarmi sempre più la mente, allorché questa niega di prestarsi agli impulsi di quella.
Non potere scrivere un verso! Ne ho fatti tanti, ed oggi prender la penna e star lì fisso e stupido come una statua! Ne sono umiliato.
Ho tardato sino ad oggi a scrivervi, sperando sempre...
Ma è inutile lo sperare.
Compatitemi e non mi ritogliete col vostro affetto le gentilezze vostre.
Se un giorno io ritornerò in parte l'uomo di prima, ogni ricuperato mio sentimento sarà vostro.
Ne impegno il mio onore.
Vi abbraccio di vero cuore
Il vostro G.
G.
Belli.
LETTERA 389.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 giugno 1840
Mio carissimo figlio
Già dal 30 maggio io riscontrai la tua del 22, e consegnai la mia lettera alla Signora Caramelli, la quale doveva colla diligenza del medesimo giorno partire per Perugia.
Essa però per alcuni motivi differì la sua partenza ad oggi, di maniera che potrà essere costì contemporaneamente coll'arrivo di questa mia odierna lettera.
Dalla Signora Caramelli riceverai (oltre la mia del 30 maggio) un pacchetto contenente tre libri.
Formano essi un'opera divisa in due parti, e vertente sopra i giardini di piacere.
Spero che potrà servirti di surrogazione al Giardiniere del Re, che non si è potuto trovare.
Ad ogni modo troverai in essa qualche notizia confaciente a' tuoi gusti, e, alla peggio che vada, vi riconoscerai una prova del mio desiderio di soddisfarti dovunque io possa farlo e sia decente il farlo.
Venendo ora alla dimanda che mi avvanzi nell'altra tua lettera 30 caduto maggio, ho subito trovato il Quintetto ridotto.
Non lo consegno oggi alla Sig.ra Caramelli, perché stando essa per montare in vettura Le riuscirebbe d'imbarazzo un altro involtino, e d'altra parte io non voglio abusare della sua compiacenza.
Te lo spedirò adunque per la diligenza del prossimo sabato, che è l'unico corso che porti effetti a Perugia.
Scendiamo finalmente ai successi del saggio.
Eh perdinci sono andati benino! Calcolando poi tutti i voti delle due facoltà di fisica e filosofia nel trimestre, 78 ottimi mi paiono una bella sfilata.
E coi quattro beni si può anche a quelli fabbricare un codino.
Se la va così anche in agosto, le cose piglieranno una fisionomiuccia graziosa, e a settembre qualche premiarello ci dovrebbe scappare.
Basta, se sarà rosa fiorirà.
E se tu ti farai onore, io ne godrò allora quanto te e più di te.
Non vedo l'ora che venga quel benedetto 15 agosto per ficcarmi in carrozza e trottare a Perugia.
E già purtroppo il tempo è galantuomo, e vola più delle rondinelle.
Arriverà, arriverà quel momento: allora torneremo a fare le solite nostre chiacchieratine; e ho paura che in quest'anno per parlarti mi converrà d'alzar gli occhi, perché tu mi devi aver lasciato ai mezzanini, e presto presto mi riduci in cantina.
Mi pare un fatto di ieri, quando per darti un bacio io ti prendeva sotto le ascelle, e ti sollevava come un burattino sino al livello della mia bocca.
Ecco poi cosa fanno gli anni e le pagnotte! Una linea oggi, una domani, e i figli ti mangiano i maccheroni sulla zucca de' padri.
Oh così pure vogliamo che accada nelle altezze morali: belbello belbello si arriva alla vetta del monte, dove la virtù ha eretto il suo tempio.
Vedi, Ciro mio, ott'anni addietro, tu eri un cirifischio da scappellotti: fra altrettanto tempo ti sarà già alle spalle il titolo di avvocato.
E diranno a Monte-Citorio: chi ha fatto quella bella scrittura? Il Signor Avvocato Belli, risponderà qualche pratico.
E se io mi troverò presso a quel dialogo, mi stropiccerò nelle mani, e levando gli occhi al cielo esclamerò a Dio: Nunc dimittis servum tuum, Domine.
Allora al Mondo non avrò più altro da fare.
Intanto studia, sii paziente, sta' in guardia di te stesso; e il premio del merito non mancherà.
I parenti, gli amici, gli antichi nostri domestici, mi dicono sempre tanti saluti a Ciretto; e tu lor tornerai dinnanzi Cirone.
- Riverisci per me il Sig.
Rettore, il Sig.
Mezzanotte, il Sig.
Tancioni, la Sig.ra Cangenna, e tutti i Superiori, Maestri, amici e compagni.
Ti abbraccia e benedice il tuo papà.
LETTERA 390.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 20 giugno 1840
Mio sempre obbligantissimo amico
Ricevo oggi e immediatamente riscontro la cara Vostra del 14 corrente.
Sensibilissima mi è la compassione Vostra per l'infelice stato della mia salute, né meno sensibile mi riesce l'udirvi sopraffatto da brighe e rammarichi, de' quali certo neppure abbisognava il Vostro attualmente delicato temperamento.
Eppure ci conviene fare il nostro dovere.
I padri di famiglia non hanno di proprio nemmeno la vita: tutto è in essi sacro ai figli e alla loro felicità.
Ma i poveri padri fan tanto per fabbricargliela e il Mondo poi gliela toglie! Della Vostra salute Voi nulla mi dite di positivo; ma lo stato del Vostro spirito non può certo averla assai migliorata.
Io sto sempre al solito, né mi ha pure giovato un ultimo tentativo che, per compiacere agli amici, ho fatto contro mia voglia e persuasione.
Mi sono curato anche colla omiopatia.
Nulla; come già doveva accadere, perché ex nihilo nihil.
Rimettiamoci al tempo, e vediamo se almeno in quest'anno volesse giovarmi un viaggetto a Perugia; benché la inutilità del simile viaggio del 1839 non apra molto il cuore a speranze.
Io partirò per quella città il 15 agosto, giorno in cui a più felici tempi io soleva festeggiare il nome e la nascita della mia buona Mariuccia.
Oggi quel giorno mi torna cagione di lagrime, non assai diverso dal 2 luglio che vide chiuder gli occhi a quella affettuosissima donna.
Entrambi questi giorni mi sono imminenti; ma pure nel secondo mi sarà temprata l'amarezza dal pensiero che in quello io mi moverò verso la dimora del mio caro e virtuoso figlio.
Ora con mia vergogna io scendo a parlarvi delle mie solite importunità.
Nella precedente Vostra lettera 29 marzo (da me riscontrata il 3 aprile) mi spediste gentilmente un ordine di scudi trenta per saldo de' due ultimi trimestri del caduto anno 1839 sul sequestro Trevisani, e mi diceste che i pochi paoli che avvanzavano in più del detto ordine, fossero da me ritenuti a conto del primo trimestre anno corrente, che sareste andato ad esigere.
Non so poi se le Vostre brighe vi avranno permesso di procurare l'incasso del ridetto primo trimestre scaduto il 31 del nominato mese di marzo; né la Vostra recente lettera mi dice su ciò alcuna parola.
Conosco benissimo quanto io debba riuscirvi molesto con questo mio affare, ma, caro Neroni mio, debbo alimentare mio figlio, e questo grave mio debito altera la discretezza del mio carattere.
Oh se Voi vedeste quali fatiche io sostengo perché Ciro possa vivere, studiare e prendere un posto nel Mondo! Faccio di tutto, e discendo sino a travagli materialissimi; anzi, scelgo a preferenza questi, perché della mia mente poco posso ora servirmi stante il mio male di capo.
Dunque compatitemi, e se col primo trimestre Vi riuscirà di esigere anche il secondo, che va fra giorni a scadere, cooperate umanamente al merito di giovare ad uno sfortunato ragazzo.
Udendo le Vostre spinose occupazioni non ho più coraggio di pregarVi d'un altro favore.
Mi va a scadere la decennale inscrizione ipotecaria circa il Trevisani nell'uficio della Conservaz.
di Fermo.
Io avrei voluto spedirVi le carte in regola perché mi faceste colà rinnovare quella inscrizione; ma, ripeto, non lo farò più, troppo riguardandomi l'essere indiscreto a tal segno.
E cosa io faccio in compenso per Voi? Nulla.
Dunque, Neroni mio, darò questo fastidio a qualche altra persona, meno di Voi flagellata da me e dalla sorte.
Se potrete trovare agio di rispondermi una linea Ve ne sarò riconoscente; e forse un giorno, io o mio figlio pagheremo le nostre obbligazioni con altrettanti servigi.
Sono di cuore
Il Vostro Belli.
LETTERA 391.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 5 settembre 1840
Mio caro Ferretti
L'arrivo di una tua lettera non può essere che un fausto avvenimento a chi ti professa amicizia da ben 28 o 30 anni: tanto più graditi poi debbonmi giungere i tuoi caratteri quando si uniscono a un favore che vuoi rendermi per tutto impulso della tua gentilezza.
Jeri, nell'andare a vedere il mio Ciro, trovai presso il messer portinaio di questo Collegio la cara tua del 27 agosto, insieme colla lettera del Garello e col primo fascicolo del di lui compendio mnemonico di Storia antica.
Ti ringrazio dell'obbligante pensiero, e mi rammarico teco della spiritata buona-grazia del Sig.
Spirito Batelli condiscepolo in creanze di Maestro Vincenzo da Forlì alias Poggio-Mirteto.
- Lessi il tuo foglio alla presenza del mio Ciro, cosicché il tuo bacio per la sua fronte trovò subito luogo; e Ciro, che per la sua età non può ancora aspirare alla libertà della medesima amichevole confidenza, ti contraccambia con un affettuoso saluto come ad amico di suo padre.
- Ti compatisco di cuore e di milza e di fegato per la improbaccia fatica del correggere stampe, et quidem stampe non fedeli ai testi in esse citati.
Se io conservassi tutti i moccoli che ho attaccato in quel delizioso esercizio, ne incacherei la cappella Paolina, la cupola di S.
Pietro e la luminaria di Pisa.
Sic fata voluere, ed al fato è soggetto anche Giove: figuriamoci un lava-ceci par mio.
Mille punti di diligenza a Cristina e mille altri a Chiara.
Parmi vederla col CABOLARIO sulle ginocchia arrabattarsi fra gli accenti gravi e gli acuti, e strigner di tempo in tempo i labbruzzi ingegnandosi di comparire italiana il meno possibile in certe maledizioni di lettere e di dittonghi, contemplati ab antiquo nel libera nos a malo amen.
Al mio ritorno farò loro una premiazione; e a Chiara (bibliotecaria di casa) donerò un bel libricino sull'arte di preservare i libri dai tarli, e alla buona e golosa Cristina lascerò la scelta fra un agnusdei di pasta di Santi Martiri e una barachiglia di pasta frolla.
Mi svanisce però subito il prurito della celia al ripensare come la cara Barbaruccia combatta ancora col male.
Povera ragazza! è gran tempo che soffre, e tanto più soffre in quanto che oltre i fisici travagli deve sopportare i morali (non meno per lei crudeli) di una forzata astinenza dalle applicazioni di spirito.
Io entro nel suo animo, e mi rappresento al vivo la sua pena e il tedio da cui dev'essere oppressa.
Ciro stesso, che udì la tua lettera colle mie note, si prende parte del tuo e del mio rammarico.
Viva dunque la faccia dell'aria di Castel Gandolfo, e il Ciel benedica i buoni servi di Dio che te la vanno a cacciar ne' polmoni a fin di bene! Se a' tempi di Monna Berta il lago di Nemi somigliava in salubrità quello feudale di Monsignor Maggiordomo, non so come il Signor Don Tiberio non viaggiasse alla palude stigia prima della benedett'anima di Tigellino.
Oh Barôni ci ha dato! Avrà forse da scontare qualche bistorinata in falso de' primi anni del suo tirocinio.
- Vedi potenza della rima! Tirocinio mi ha ricordato esterminio, e sterminio è proprio la parola che ricorda l'Accademia tiberina, alla quale temo non abbiam presto da appiccare il requiescat.
Quell'instituto fa acqua da tutte le parti come la meta-sudante.
Ci voglion altro che zeppe, e i fulcri del R.
P.
Manzotti! L'è faccenda da carriole della Beneficenza per ispazzar via le macerie.
Povero Zampi! Ha buone spalle, ma nemmeno Sansone reggerebbe più quello sfasciume.
Buon per noi che ancor mangian cavoli e capatura di lattughe i due baccalari Gaspero e Gasperone, con que' loro rutti di pecoroni indigesti.
Il Tiberino è il marito della Tiberina, e naturalmente aiuta la sposa.
Tutt'è a vedersi chi de' due conjugi resterà vedovo.
Io non sono il Casamia, né il Barbanera, né il filosofo Astrini, né lo Spacoccio di Rieti; ma pure, da certe quadrature di cielo prevedo che se qualche P.
G.
R.
nol soccorre, per Dio lo stirar delle cuoia toccherà al maschio.
E con ciò Crèpsilon parola greca.
Tancioni ti saluta.
Gli ho tenuto proposito e sproposito intorno al concorso lauretano.
Sta aspettando il programma sulle gazzette.
Ciro ha del tuo non uno ma due libri di musica.
Ripeto gli ha seco: ed io li riporterò meco perché ritornino teco.
Presso nomina uficiale ho adempiuto le parti di esaminatore in questo Collegio Pio; e i quarantatré convittori sono stati da me spellicciati nel trivio e nel quadrivio per più giorni di seguito.
Agli 11 avrem poi saggio pubblico, ed ai 13 solenne premiazione con intervento delle autorità mere e miste, banda e rintocchi di campanella, e alla sera pietanza doppia.
Il Ciro sta per tre premi:
1° in logica e metafisica;
2° in fisica generale;
unico in lingua greca.
Salutami la Sig.ra Teresa, e buon 15 ottobre a lei.
Così salutami le figlie, e Spada, e Biagini, e Zampi, e Quadrari, Gigio-Luigi e Maggiorani.
Il tuo Belli.
LETTERA 392.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 15 settembre 1840
Uno, due, tre, e rioca.
Prima tu, poi Biagini, poi Ricci: oggi tu sei l'oca e ricomincio da te.
Due parole perché sta per aprirsi la funzione della premiazione solenne al Collegio di Ciro.
Ho veduto Tizzani: ho veduto Gnoli: ho avuto da entrambi una copia del tuo articolo stampato.
Sabato si ottenne finalmente l'imprimatur di esso pel giornale letterario di Perugia.
Escirà il fascicolo o al fine di settembre o al principio di ottobre e in esso comparirà la tua diffidazione, moderata nelle ultime parole juxta etc., altrimenti non se ne poteva far niente.
Ho dato ordine per le 200 copie estratte, secondo i tuoi desiderii.
Non potrò peraltro portarle meco, perché naturalmente partirò prima della pubblicazione.
Dimmi: sei sempre nell'intenzione di avere i detti 200 estratti? Se li vuoi, saranno dallo stampatore spediti a Roma al mio domicilio, ed io li farò pagar qui nel prezzo di qualche mio conoscente.
Rispondimi.
Se scriverai il 17 o il 19 dirigi la lettera a Perugia: se scriverai il 22 dirigi la lettera a Terni: se scriverai il 24 dirigi la lettera al Monte della Farina per migliore sicurezza, perché dal 25 o 26 in poi sino alla fine del mese ogni giorno può esser quello del mio ingresso a porta del popolo.
Se tarderò sin verso la fine del mese pregherò Biascino di esigermi certi Sc.
14:75 co' quali ha egli già fatto conoscenza nel mese di agosto.
Salutami tutti gli amici, ed io fra un diluvio d'abisso corro al Collegio.
Il tuo Belli.
LETTERA 393.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 22 settembre 1840
Pelatalpe carissimo
Vuoi sentirne ora un'altra? I direttori di questo Signor Giornale scientifico-letterario son tanti quanti gli associati al giornale.
Jeri uno di questi chiarissimi direttori mi disse: Signor Belli mio, me ne dispiace, ma il noto articolo non possiamo stamparlo.
Noi siamo corrispondenti de' compilatori del Tiberino, e facciam cambio con essi delle nostre periodiche pubblicazioni.
Altronde né ci è mai piaciuto di dar luogo nei nostri fogli ad articoli polemici, né sono questi conformi allo spirito di un giornale destinato per intiero all'incremento delle scienze, delle lettere e delle arti.
- Ma pure, io risposi, mi era stata promessa la inserzione allorché...
- È vero, è purtroppo vero: però non la promisi io medesimo.
Dunque mi perdoni, mi scusi, abbia pazienza, se valgo in altro, mi comandi...
- Dov'è l'articolo? - Eccolo qui.
- Me lo favorisca.
- Si serva.
Allora io gli tolsi di mano il foglietto, e senza aggiunger parola gli voltai le tasche e quel che dalle tasche si copre.
Spero che di tutto ciò non t'importerà una buccia di fico; e poi a quest'ora quel ch'è fatto è fatto.
Io ti riporterò il manoscritto co la passata der padre curato e co la fede der bene viventi.
Così non è più necessario di mandare, come tu mi dici nella tua del 17, l'acqua alla china, benché dovrebbe dirsi più propriamente mandar la china all'acqua, siccome c'insegnano le febbri terzane e le maligne-benigne.
E che significa mo quel prima d'una certa partenza, con quella coda di ma punteggiati da primo amoroso?
Io sarò a Roma verso la fine del mese, perché Perugia è più dolce dello zucchero di barbabietola e dello stesso Messer Lodovico Dolce.
E, lasciamo star Ciro, io mi son qui innamorato di sei mozzi di stalla che mi strigliano sotto le finestre i cavalli di posta: Maggiolino, Giosuè, Zuzzumilla, Midione, Bilione e Patàno.
Ah se tu ne udissi i colloqui allorché sono estatici fra le visioni del Boccalisse! Se tu ascoltassi le care parolacce che inventano in onore e gloria di chi passa! Consiglieresti a traversar questa via
Quel coglione uno e trino,
Cucchiatel, Gasperone e Gasperino.
Dovrei partir di qui il 23: due o tre giorni a Terni, e poi alla strada del giudice dalla farina che abita al n° 56 in casa a pigione e incontro v'è un albero di fichi sul quale abito io col Signor Giggimazzi, amico sviscerato dell'ombrellarino di prati che Dio m'delibri.
E le sapete le nuove?
1° Una porcheria ammazzò martedì un frate, in solidum con un porchetto da latte.
2° Ieri al manicomio di S.
Margherita son cresciuti due matti: uno si crede l'asso di coppe, e l'altro cerca la regola del 3 1/2.
3° È morto un vecchio di 84 più ricco di te e di me, che ha voluto far menare il suo cadavere in processione per 15 miglia, indicando le più sassose strade del territorio.
Egli ha lasciato alla serva 15 scudi al mese con tutto ciò che esistesse nella stanza di lei, e pena di mille scudi in di lei beneficio a quale de' suoi eredi ardisse di entrarvi.
La serva ha lasciato la porta aperta, e invitato gli eredi a bere la cioccolata in camera sua.
4° I doganieri di Perugia passano le balle di seta intonacate di matasse di cotone.
La R.C.
esige il dazio a cotone, e i doganieri giuocano a seta-moneta, ch'è uno innocentissimo passatempo.
5° Una donzella di 52 anni ha sposato un abatino di 25, persuadendogli forse che tra il 25 e il 52 non passa altra differenza fuorché il numero rivoltato, presso a poco secondo le consolazioni de' giuocatori del lotto.
Ma l'abatino aveva già fatta la cabala, e ha trovato il terno nella borsa della sposina.
Buona notte alla chierica.
6° La cavalcatura di uno scagnozzo, che andava a dir messa in campagna per cinque paoli e la colezione dopo la messa, ha rubato la mano al prete che trottava facendo la preparazione; e dopo corse di galoppo tre miglia è entrata in una parrocchietta con animo di entrar nella stalla, e si è abbeverato nell'acqua-santiera.
Ora sta pisciando acqua-santa.
7° Una signora, che veniva con me a visitar l'ipogèo degli etruschi Volumnii, vide una casa in fondo a un viale d'olmetti, e la prese per caligine.
Un giorno o l'altro prende il sole per una patata.
8° I porri che avevo in faccia mi tornano indietro.
Se vedi Cianca, se vedi Rizio, se vedi ser Giacopo Frustabaccelli, rompi loro le mani per amor mio.
Finalmente se dai di petto in Gigi mio cugino (cosa fra guerci probabilissima) salutalo per sé e per la famiglia e fagli dare il multos annos a Monzù Balestri pel 29 settembre, seppure in quel giorno non glielo do verbo et opere, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Il tuo Tiptèo Snerbacùli
LETTERA 394.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, giovedì primo ottobre 1840
Mio caro, carissimo Ciro
Martedì a sera non giunsi in tempo per impostare due righe onde darti mie nuove sin qui.
Ciò aveva io già preveduto sin da Perugia.
Oggi dunque prendo in mano un zeppo di penna, per dirti che il mio viaggio fu ottimo e con un tempo eccellente.
Jeri mi recai subito a Cesi, paese distante di qui per cinque o sei miglia, e là mi occupai tutto il giorno in certe ricognizioni relative alla nostra piccola possidenzuola in quel territorio.
E feci bene ad affrettarmi, perché oggi già l'atmosfera si turba; ed il camminare su per quella montagna coll'acqua è anche peggio che scarpinarvi col sole.
Sui motivi della mia gita e della relativa inspezione parleremo poi a voce quando dovremo occuparci insieme di queste poche reliquie di patrimonio.
Intanto tu attendi a studiare, a divenir uomo, e al resto provvederò io che amo più te che me stesso.
Conto di partire di qui nella mattina di sabato 3, e di giungere a Roma nella sera di domenica 4.
Di là avrai altra mia lettera.
Presenta i miei rispettosi saluti al Sig.
Rettore, al Sig.
Prof.
Colizzi, a' tuoi Superiori e Maestri, al Sig.
Prefetto, a' tuoi compagni ed ai nobili Sig.ri Carafa.
Sta' allegro in queste vacanze autunnali, divertiti, abbi cura della tua salute, voglimi bene, e vivi sempre felice.
Ti abbraccia e benedice di vero cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 395.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 6 ottobre 1840
Mio buono e carissimo figlio
Eccoci nuovamente divisi a 124 miglia di distanza.
Partii da Terni nella mattina di sabato 3, e giunsi in questa città verso la sera di domenica 4.
Il venerdì a sera fu a Terni un tempo burrascosissimo: diluvio e fulmini: domenica a sera fu a Roma altrettanto.
Le tempeste precedettero e seguirono il mio viaggio, lasciando però serenissime le due giornate da me percorse in cammino, dimodo che il mio viaggio riuscì oltre ogni dire felice.
Al ponte Molle trovai i nostri due buoni amici Spada e Biagini: poco dopo il mio arrivo mi raggiunsero entrambi, e menarono con loro a visitarmi l'avv.
Filippo Ricci, quali tutti vollero udire le tue nuove, e gioirono nel riceverle ottime.
Al primo dei tre consegnai la tua lettera, e così passai al Sig.
Avv.
Cini l'altra che avevi a me consegnato per lui in ringraziamento del dono della medaglia.
Sì l'uno che l'altro aggradirono sommamente queste testimonianze della tua civiltà.
Non ho ancora potuto vedere Antonia e Domenico, benché sieno essi venuti da me, domenica e lunedì sera; ma in questi primi giorni ho troppe cose da fare.
Andrò peraltro a trovarli fra un poco d'ore.
Sono adesso le 7 antimeridiane, ed alle 11 debbo recarmi alla vigna de' P.P.
Benfratelli, ospitalieri di S.
Giov.
Calibìta, col P.
Vernò (Generale del detto Ordine) e colla famiglia Cini.
Ivi faremo un'allegriola e torneremo a casa questa sera.
Vedi che ancor io ho trovato il mio Favarone.
Avrai ricevuta nella giornata di sabato una mia lettera scritta in Terni il primo corrente.
La spedii alla Sig.ra Cangenna per mezzo del Vetturale Magnone insieme ad altra lettera per codesta Signora e ad un libretto che inavvertitamente io Le aveva portato via in partendo da Perugia.
Ho trovato sul mio scrittoio una lettera del R.mo Can.
Tizzani, nella quale sono saluti pel Sig.
Rettore e per te.
Di' al Signor Rettore che tutte le lettere de' Convittori romani furono da me recapitate in persona nella giornata di ieri, e furono le mie prime occupazioni in questa Città.
I Sig.ri Caramelli però sono da varii giorni partiti, e presto il figlio li rivedrà.
Partecipa anche al Sig.
Felicetti che il suo pacchetto è già in casa Sartori.
I soliti miei rispetti a tutti tutti, nemine excepto, riferendoti al dettaglio della mia precedente.
Benedicendoti, e contando di già i giorni del rivederci, ti abbraccio e stringo al mio cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 396.
AL CAN.
VINCENZO TIZZANI - FIRENZE
Di Roma, 15 ottobre 1840
Gentilissimo e rispettabile amico
Fabbrico e spedisco a Firenze un Omnibus all'uso di quelli di Casa Cini: il quale costume, mentre pur basta allo scopo di conversare ad un tempo con più care persone fra cui non sien riserve o segreti, obbedisce insieme agli statuti della Compagnia della lèsina che prescrive di procurare i maggiori vantaggi co' minori possibili mezzi.
Eccovi dunque un pezzo di carta il cui contenuto spaccerete a fettine fra gli altri due membri della ragion-cantante Tizzani-Busiri-Cini, siccome un dividendum d'una società per accomandita.
Alla vostra lettera trovata da me in Roma senza data di tempo o di luogo (doveva però essere del 21 settembre e di Fano secondo le espressioni sue, relative alla Dieta) io risposi in un posterello d'uno degli Omnibus di casa Cini.
Spedii al mio Ciro i saluti de' quali in quella lettera l'onoraste.
Egli mi rispose il 10 in tali termini: Non ho maniere per ricambiare al presente la gentilezza del R.mo Can.
Tizzani verso di me.
Voi, se gli scrivete, mi farete il piacere di dirglielo e riverirmelo.
Ho ricevuto due obbligantissime lettere: la 1a del 21 settembre scrittami dal Sig.
Conte di Castelbarco, che leggeremo insieme al vostro da me sospirato ritorno: l'altra del 24 direttami dal Sig.
Can.
Izzi.
Più volte ho veduto S.
Pietro in Vincoli et omnes habitantes in eo, comprensivamente al Rev.mo Valle.
Godono tutti di buona salute.
La Signora Teresa, vostra felicissima Madre, sta bene e vi scriverà nello stesso corso di oggi, a Firenze: oggi, giorno della sua festa!
Vi riverisce, vi abbraccia e vi desidera
il V.ro obb.mo ser.re ed a.co G.
G.
Belli
LETTERA 397.
AL CAN.
FRANCESCO BUSIRI - FIRENZE
Di Roma, 15 ottobre 1840
V.mo Signor Don Francesco, mio amico e p.ne
Fui sabato 10 a riverire il Rev.mo Abate Valle, giunto in Roma nella sera del giorno antecedente, e n'ebbi co' saluti di tutti i nostri amabili viaggiatori una Sua lettera del 30 perduto settembre.
Ho, leggendola, dovuto mortificarmi in rilevare di esservi quasi accusato d'aver attribuito più a studio che ad ingenua sincerità le tante Sue gentili espressioni delle lettere precedenti.
Ma io sono innocente come l'acqua piovana, o, meglio come il zampillo d'una fontanella d'un giardinetto da monache.
Ella mi loda: Ella è sincero.
Ma io cosa ho da rispondere? M'ho da beccar sù quegli elogi senza un po' di difesa e di smorfie? Convinto del mio nulla, posso attribuir molto alla rettitudine de' Suoi giudizii; mi resta però sempre la giustizia e l'obbligo della maraviglia.
Dunque, facciam la pace, e non sia più fra noi guerra di complimenti.
Da qui innanzi mi stimerò qualche cosetta di più, chiuderò le labbra alla contraddizione, e farò miglior conto del laudari a laudato viro.
Io voglio esserle sempre amico a Suo modo.
Badi però, ché di troppo modesto potrebbe Ella mutarmi in un superbetto degno d'andar in ginocchio a pranzo col gatto.
Mi sono assai scandolezzato in udire come in una carrozza di religiosi volesse ficcarsi, non chiamata e non munita di passaporto, quella tale sprocedata Signora, che appiattatasi fra le tasche del reverendo viaggiatore vi annunziava in modo la sua presenza da farvi poi tutti esclamare con Messer Berni
Io non poteva valermi degli occhi,
...
ma adoperava il naso
Per conoscer le spade dagli stocchi.
Nella mia lettera che scriverò a Ciro, darò buon luogo a' Suoi saluti per lui, e son sicuro che li riceverà egli con altrettanto piacere con quanto dispiacere udì esser Ella passato di Perugia senza che potesse egli personalmente riverirla.
Egli, Ella, egli...
benedette queste terze persone! Imbrogliano la sintassi senza accrescere un jota al rispetto.
Un'altra volta dimando scusa e permesso, e do di mano al Voi.
Il discorso fluirà meglio, né i miei sentimenti ossequiosi ne scapiteranno di un acca.
Per oggi mi confermo col vecchio stile.
Suo vero a.co e servitore obb.mo G.
G.
Belli
LETTERA 398.
A RAFFAELE CINI - FIRENZE
Mio caro Cini, alias Raffaele, alias Lello
E così come va? Vi siete poi ingrassato a strappa-bottoni? Son curioso di vedere se a trippetta l'avete fatta in barba a Riotti.
Sarebbe una bella gloria per voi il poter dire a quell'orgoglioso sergente: Miserabile! Eccoti una mia sottana, e vi sciacquerai dentro come una noce in un sacco.
Tutti qui aspettano in voi un nuovo P.
Mariano da Alatri, un altro eminentissimo Vidoni, un formidabil emulo di Madama Sebasti! Macte animo, mio buon Lello.
A Roma non mancan mutande e calzoni, né la Presidenza dell'annona ha tanto scarse risorse da non saziar l'appetito de' giganti Golia e de' colossi di Rodi.
Tutti della vostra famiglia stan bene.
Mammà, la più delicata di tutti, ha passato una settimana al casino di Zagarolo colla Sig.ra Rita e col P.
Vernò.
Le Sig.re Luisa e Clelia sono sempre a Ronciglione; le altre due vostre sorelle stanno a Roma co' loro buoni mariti.
Non vedo l'ora di riabbracciarvi e di fare con voi qualche altra delle nostre chiacchieratelle.
Il vostro quel che vi pare G.
G.
Belli
LETTERA 399.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, giovedì 22 ottobre 1840
Mio carissimo figlio
In un medesimo giorno, nel giorno cioè 10 corrente, tu scrivevi una lettera a me, ed io ne scriveva una a te.
Forse abbiamo atteso ciascuno la risposta dell'altro.
Se però continueremo in questo modo produrremo sempre incrociature di lettere.
Io dunque, Ciro mio, mi fermerò dallo scriverti finché non abbia avuto riscontro a questa mia, della quale al solito mi citerai la data per mia regola.
Così ci rimetteremo in retto corso di alternata corrispondenza per questi pochi altri mesi durante i quali ci è ancor forza di conversare fra noi col ministerio della penna.
La Sig.ra duchessa Carafa partì, come io già ti aveva annunziato, la mattina del martedì 13, e dev'essere giunta a Napoli la sera del giovedì 15.
Il figlio di lei ne avrà già avuto notizia.
Essa, sul punto del separarci, tornò ad incaricarmi di mille saluti per te e per tutti i collaboratori tuoi nell'artificio delle pacche.
A proposito di pacche, mi disse la Signora com'ella si portava a Napoli due palloni, lavoro solidale della tua camerata.
Que' palloni non debbono innalzarsi nell'atmosfera sino al ritorno del Maresciallo da Parigi.
E dove andranno a morire que' due poveri globetti? Forse anche sul Vesuvio, lontano un quattro miglia dalla città.
Bell'onore pel Collegio Pio! Spinger quasi due meteore di carta su quel Monte di fuoco!
Avrei avuto a caro di vedere a volare il gran pallone lasciato a Favarone il dì 8.
Per quello furono necessarie ben altre operazioni e cautele ed attrezzi che non per la famigliuola di umili sferucce, lavorate con carta da fiori, sorrette da due dita di mano, ed elevate dalla fiammella di un solo spruzzo di alcool.
Vivano i macchinisti e i fisici di Via della Cupa!
E già che siamo sul proposito di palloni, terminiamo per intiero questo capitolo.
Mi è riuscito di trovare ed ho già comperato il palloncino di membrana animale, che tu desideravi.
Te lo spedirò alla prima occasione.
Lo gonfierei di gas idrogeno, e ti volerà dove tu voglia.
Frenandolo con un filo ti seguirà in aria dovunque tu camminando lo tiri.
Lasciandolo all'aperto senza questa precauzione ti scomparirà in un momento dagli occhi, e nol troverai più.
Si avvicinano, Ciro mio, al loro termine le ricreazioni autunnali.
Presto, riprenderai occupazioni più serie.
Non molto dopo verrà il carnovale a nuovamente distrarti lo spirito.
Quindi, altro studio, non interrotto che dai giornalieri riposi.
Poi succederanno le allegre gite di primavera, ottime a scuoter la mente impigrita dalle occupazioni e dai ritiri invernali.
Attraversata in appresso la breve stagione del caldo, che a Perugia non è neppur molto incomoda, si trapassa nuovamente dalle ultime fatiche dell'anno scolastico a' sollazzi dell'autunno, di quell'autunno che ti riunirà al
tuo aff.mo padre
P.S.
I soliti saluti per te.
I soliti saluti e rispetti per parte mia a quanti sono i tuoi Superiori, Maestri, compagni ed amici!
LETTERA 400.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 12 novembre 1840
Mio carissimo figlio
Ebbi dalla gentilezza del Sig.
Caramelli la tua lettera del primo corrente.
- Mi è molto grato di udire il felice arrivo della Sig.ra Duchessa Carafa al suo soggiorno di Napoli.
Fa' conoscere al figlio questa mia soddisfazione, e salutandolo in mio nome pregalo insieme di notare i miei ossequi nella prima lettera che scriverà alla sua famiglia.
Tu mi parli di palloncini.
Su questo proposito ti risponderò che presso alcune indicazioni da me date alla grossa qui nella Casa dove abito, venne desiderio al marito di mia cugina di fabbricarne uno cogli stessi metodi e colla stessa materia, e poi farlo volare.
Invece di uno ne fece poi due, la cui ascensione fu stabilita pel passato martedì 10, giorno di certa festa di famiglia; e pel luogo dello spettacolo fu scelto un cortiletto appartenente alla Casa.
Ed ecco, dopo il pranzo, tutti i compigionali e i vicini affacciati alle loro finestre.
Curiosità ed ansietà in tutti, specialmente nell'artefice e in me suo consigliere.
Si dà il fuoco al primo pallone, e si brucia! Si accende il secondo, e va in fiamme! Allora beffe, urli e fischi da tutte le parti; e fu terminata la festa.
Il disastro derivò, a mio giudizio, da una sola cagione, operatrice di due pregiudizî.
I palloni eran lavorati bene, e venuti similissimi a quei del Collegio.
Ma intorno all'asse di fil-di-ferro fu avvolto un batuffoletto di cotone un po' troppo serrato e pesante.
Il liquido aggiuntovi lo aggravò poi anche di più e ne ampliò pure il volume.
Quindi la troppa gravità che tirava il pallone al basso e superava l'alleggerimento della dilatazione dell'aria interna: quindi una fiamma che, soverchiamente larga, investì le pareti del globo; e felicissima notte.
Se tu, Maestro in capo, eri presente, le cose sarebbero andate in un'altra maniera.
Per onor mio debbo tuttavia dire che io aveva ciò conosciuto e avvisato; ma la mia voce fu non creduta e derisa come quella di Cassandra figliuola di Priamo re di Troia.
Ed ecco poscia il gastigo de' Numi irati.
La giornata di S.
Martino non fu qui ieri nulla di buono.
Tempo sciroccale e piovoso.
Se così accadde anche a Perugia, Favarone non potrà aver ricevuto da voi-altri il suo ultimo addio.
Poco male: avrete fatto festa in casa.
Or eccoci nuovamente agli studi.
Coraggio, Ciro mio, e cursus in fine velocior.
Quest'anno bisogna portar via qualche medaglia.
Ho avuto il conto semestrale de' tuoi depositi e te ne ringrazio.
Ti spedisco franco un libercoletto donatomi dal nostro Sig.
Ferretti.
Contiene un bel Carme sulla Carità, scritto dal celebre Felice Romani.
Bell'argomento per chi ha cuore e virtù!
Riveriscimi il Sig.
Rettore, congratulandoti di cuore con lui, a mio nome, per la sua ricuperata salute.
E poi ripeti i miei ossequiosi saluti a quanti costì sono, comprensivamente alla Sig.ra Cangenna ed al Sig.
Biscontini quando potrai vederli.
Il Rev.
Tizzani, i Sigg.
Avv.
Cini, Fr.
Spada, e tutti gli altri, etc.
etc.
etc.
ti salutano.
Io ti abbraccio e benedico teneramente.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 401.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 novembre 1840
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua lettera del 17, nata gemella coll'altra del Sig.
D.
Pompeo Carafa.
Circa a questa ne ringrazierai il gentile autore per le obbliganti frasi che la compongono; e riverendomelo e rallegrandoti seco in mio nome per la cessata angustia della di lui buona Madre, lo pregherai di fare ad essa i miei rispettosi complimenti quando tornerà a scriverle.
Veniamo ora a te.
Mi dai notizie de' tuoi studi per l'anno scolastico già principiato, cioè Etica, fisica, musica, lingua greca e assistenza alle lezioni di chimica.
Per le prime quattro scuole tutto va bene e nulla v'è da replicare: non vi sarebbe da obbiettar nulla anche per l'ultima, vale a dire per la chimica.
Ma poiché ti ascolto parlarmi di uditore alla chimica e ti trovo in silenzio sull'auditorato alla eloquenza latina, mi sembra dover dirti che tu abbi scambiato un esercizio per l'altro relativamente a quanto concertammo insieme e col Sig.
Rettore allorché io mi trovava in Perugia.
Gli esercizi di chimica mi piacerebbero assai, perché io amo ardentemente questa e le altre scienze congeneri: nulladimeno mi veggo obbligato ad insistere sull'uopo degli esercizii intorno ai classici latini e circa alle bellezze del latino idioma, del quale, giunto tu a Roma, avrai somma necessità.
Tu sai che l'eloquenza latina fu non troppo bene servita all'epoca in cui tu ti vi applicasti pel corso ordinario della tua istruzione, e con te e con me lo sa il Sig.
Rettore e forse tutto il Collegio.
Temo pertanto che questi tuoi interventi alle lezioni di chimica, sostituiti (a quel che pare) all'intervento nella scuola di oratoria latina, ti tolgano il tempo di eseguire quanto io ho sempre desiderato.
Se dunque, Ciro mio, ti è forza di sacrificare uno de' due esercizî, mi farai cosa gratissima di mandar vittima piuttosto la chimica che non la oratoria latina, imperocché la prima ti potrebbe esser utile e la seconda ti è indispensabile.
Dove poi il tuo tempo e le tue forze arrivino e bastino a tutto, non so dir altro se non che tu faccia il tuo piacere senza offendere il mio.
Ti ho voluto intanto cavar fuori tutto questo discorso perché nella enumerazione de' tuoi studî mi hai saltato a piè pari ciò che più m'interessava di udire.
A Roma, Ciro mio, si vive in latino, quando non si voglia esser paghi di qualche impieguccio da commesso di dicasterii.
Le più alte speranze e le più nobili fortune vanno unite alla toga.
Io non ti vorrei uomo volgare e gregario, e alla mia morte desidererei dalla tua penna una bella epigrafe nella lingua di Cicerone.
Né ciò già sul mio sepolcro, perché io non ho cosa alcuna da narrare di me alla posterità, ma sopra la prima pagina del tuo portafoglio.
Se l'avvocato Ciro Belli sarà anche un fisico-chimico, tanto meglio: prima di tutto però l'avvocato parli da avvocato romano.
Ho già provveduto il trattato di partimenti musicali.
Qui mi si sostiene che quello della edizione napolitana è assai più meschino che non quello di Milano nella parte testuale e dichiarativa.
Insomma ho creduto oprar bene in comperarti l'opera di 200 pagine in folio, della quale ti transcrivo qui il titolo.
Spero che il Sig.
M.ro Tancioni non crederà di stimarlo insufficiente.
A me par molto bella e chiara:
PARTIMÉNTI
ossia
Basso numerato
del celebre M.
Fedele Fenaroli
e
Trattato d'accompagnamento
di Luigi Rossi
Il tutto
forma un complesso di dottrina armonica teorico-pratica
fondata sulle basi della scuola
di Napoli
Proprietà dell'editore 2404.
Prezzo L.
36 ital.ne
MILANO,
presso F.
Lucca, S.
Margherita 1131
Per far le cose più sollecite ti spedirò il libro pel mezzo della diligenza.
Se si sciuperà in viaggio, potrai farlo rilegare.
Addio, Ciro mio.
Io ho molte occupazioni, perché oltre quelle di casa per mandare avanti la barca, ed oltre le ordinarie del segretariato dell'Accademia tiberina, debbo terminare un discorso di circa 40 fogli, diviso in più parti, la prima delle quali reciterò alla Tiberina nell'adunanza del 23.
Le altre parti saranno da me lette il 21 dicembre e poi nel futuro gennaio.
Il soggetto è Di alcune curiosità cinesi.
- Dunque buona notte, e torno a scarabocchiar fogli di carta.
Riverisci il Sig.
Rettore (tanto caro) il Sig.
Presidente, il Sig.
Prefetto, il Sig.
Gratiliano, il Sig.
Mezzanotte, il Sig.
Laurenzi, il Sig.
Massini, il Sig.
Tancioni, il Sig.
Tassi, il Sig.
M.se Monaldi, il Sig.
Bianchi, la Sig.ra Cangenna, il Sig.
Serafini, i tuoi compagni, etc.
etc.
Tutti ti salutano ed io?....
Papà tuo.
Ti spedisco alcune stampe delle molte pubblicate a Roma in occasione della morte della Principessa Borghese.
Voglio che tu legga le tre prose 1a del Bianchini, 2a del Gerardi, 3a del Cantù.
Anzi, prega in mio nome il Sig.
Gratiliano di leggerle teco.
In quella del Bianchini troverai imitato il gusto italiano antico: nell'altra del Gerardi troverai uno stile moderato fra l'antico e il moderno; nell'ultima finalmente del Cantù avrai un esempio della indole romantica della odierna letteratura.
Mi dirai a tuo comodo a quale de' tre modi t'inclinerebbe il cuore.
Io per me terrò sempre per quegli scritti ove più domini e campeggi la semplicità e l'affetto senza l'affettazione.
Il caso di questa morte fu assai tristo e vivamente deplorato da tutta Roma.
Informati dunque ancor tu della disgraziata fine di una virtuosissima Signora che dalla Inghilterra sua patria era venuta a farsi tua concittadina.
LETTERA 402.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 5 dicembre 1840
Mio carissimo figlio
Mi hai analizzato con tanta precisione chiarezza e abbondanza il tuo tempo e gli esercizî ne' quali lo impieghi, che se non mi rendessi vinto alle tue dimostrazioni meriterei taccia di uomo irragionevole e di testa di zucca.
E guardi il cielo che io mi chiamassi non pago delle tue fatiche.
Veggo esser già tante e sì gravi le tue occupazioni, che il volerne di più sarebbe un pretendere di toglierti o il necessario sonno dagli occhi, o il cibo dalla bocca, o i momenti indispensabili alle oneste ricreazioni della mente ed agli esercizi del corpo: equivarrebbe ciò insomma ad un attentato contro la tua salute, conservatrice di ogni forza vitale.
Poiché dunque le cose stanno così, e così debbono andare pel regolar corso di tutto il complesso di circostanze, non parliamo più di ripetizioni di lingua latina, per quanto utile e necessaria debba questa fra poco riuscirti nella tua imminente carriera in una città dove si vorrebbe latina fin la minestra, e latini gli starnuti e gli sbadigli e la tosse.
Che se io ti parlai su questo proposito, il mio discorso non fu che un sèguito dei colloqui fra noi passati in Perugia.
All'impossibile però non può trovarsi rimedio e ciò io conosco benissimo non avendo l'animo irragionevole.
Ora tu fa' quel che devi e che puoi, né ti smarrire la mente in moleste sollecitudini.
Se ti riuscirà e quando ti riuscirà senza troppo cimentare le tue forze, vivo persuaso che il tuo savio e retto giudizio ti farà premuroso di munirti d'un mezzo sì potente per esprimere in questo romano fôro, e in questa romana corte, tutta la dottrina di cui per le scienze avrai fatto tesoro.
Io già non dubito che le regole del latino idioma ti sien familiari, avendo pure in esso impiegati più anni: il mio desiderio si indirizzava al farti acquistare il pronto uso de' vocaboli e delle frasi più scelte, e al formarti il gusto al sapore delle eleganze de' classici.
Forse tu sai (e se non vi hai mai riflettuto, te ne avviserò io) che noi pensiamo parlando tacitamente con noi stessi, né accade riflessione nel nostro spirito che non segua per via di ragionamento verbale, dacché niuna chiara idea ci si sveglierebbe nell'anima se non vi nascesse associata alla parola merceccui la esprimeremmo comunicandola ad altri o colla voce o con segni di convenzione.
Ed ecco perché chi meglio pensa meglio parla, soccorrendogli più ovvia e distinta la parola relativa al pensiere ovvero al concetto e alla idea con cui n'era già prestabilito nella mente il rapporto.
Tu pensa a quel che ti piace, e, se per poco vi badi, ti accorgerai di parlar teco stesso mentalmente, benché la tua lingua si mantenga in perfetto silenzio.
Non si parlerà dunque mai bene una lingua finché non si pensi in quella e con quella; ma per pensare in una lingua non natìa senza che quel tacito discorso proceda da un'istantanea traduzione mentale della lingua nostra nella strariera, è necessario di avere lungamente abituato lo spirito ai suoni o alle reminiscenze de' suoni dell'idioma acquisito, sì che la familiarità di questo ci si equilibri colla confidenza che abbiamo del linguagzio primiero, associate alle cui voci si svilupparono in noi le prime idee fin dalla infanzia.
Il solo esercizio può conferirci facoltà di giungere a tal facilità e schiettezza di discorso in una lingua non nostra, da renderci inutile o almeno impercettibile la progressiva traduzione mentale delle idee nelle voci nostrali, e poi di queste nelle parole straniere.
Con questo doppio processo si moltiplicano gli atti della mente: quindi lo stento e la minore efficacia della orazione.
Ma quando per una diuturna abitudine noi colpiremo immediatamente il rapporto fra una idea nostra e la straniera voce senza passare a traverso del nostral vocabolo che corrisponde ad entrambe, allora potremo dire di perfettamente sapere ed usare una lingua, acquisita per mezzo delle identità ideologiche col nostro idioma natio.
- Basti tutto ciò, e sia stato detto per pura accademia.
Quando vivremo insieme studieremo Cicerone, e ci aiuteremo vicendevolmente a gustarlo.
Intanto, ripeto, fa' quel che puoi, e quando puoi, e se puoi.
Mi fa gran piacere l'udire che il Sig.
Tancioni abbia approvato il libro de' partimenti.
Ora sta a te, quando puoi, di approfittarne.
E prego il Sig.
Maestro di rendertene l'uso efficace.
E m'auguro che possa.
Quando verrò a Perugia porterò meco i miei scritti cinesi, e se nelle ore di ricreazione vorrà il Sig.
Rettore permetterlo, li andrò leggendo a te ed ai tuoi compagni.
Sei contento così?
Sì, anch'io sto bene, per grazia di Dio; e voglio tornar giovane per vivere più lungamente con te.
Misuro il viver mio dagli anni tuoi.
Dimmi un po', Ciro mio, perché nella tua ultima lettera mi hai scritto 1° gennaio anziché 1° dicembre? Ti pesa tanto il tempo che tu voglia accelerarne la fuga? Vivi, vivi quest'altro mese, e già non dubitare che i gennai non ti passino sul capo colla celerità del pensiere.
Tu adesso mi farai il complimento di dirmi che ti fingi così più vicino il momento della nostra riunione.
No, no, Ciro mio, vivi tutto il tempo che Iddio ti concede, e quel che dee giungere arriverà da se stesso.
Non v'è più carta pe' saluti.
Ma ricevili e dàlli.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 403.
AL CAN.
FRANCESCO BUSIRI - ROMA
[1840]
Rev.do Amico
Questa mattina ho dato allo stampatore il foglio 13° e il 14°, corretti.
Poi mi son recato da lui e ho preso il foglio 15°: questa sera avrò il 16°.
Fra un paio di giorni è dunque terminato l'altro fascicolo.
C'est bien faire de la diligente.
Col foglio 14 è principiata la dissertazione dell'Orsi, ed io ho bisogno dell'originale stampato.
Quello ms.
mi lascia in molte incertezze.
Parole dubbie, o errate, o mancanti sottolineazioni non sicure: note saltate e di carattere fallacissimo etc.
etc.
L'ho questa mattina detto al nostro caro Can.
Tizzani e mi ha risposto: fa' per ora come puoi.
Ed io fo come posso volgendomi a voi.
Ricorro e mi appello.
Vado qua e là lasciando dei punti marginali dove il senso non mi corre o temo che gatta ci covi.
Insomma ricorro e mi appello.
Io correggo, ma non vorrei che poi dicessero: e chi è questo asino di correttore? che già in ogni modo lo diranno.
Oh quell'Orsi! oh quale imbroglio di virgole! che caos! Pare grandine che sia caduta giù a comodo suo.
Dove coglie coglie, e a voi di sotto.
Come son bestie gli uomini dotti!
Scrivo mezzo al buio, e colla penna da correttore di stampe, e colla testa da torchio di stampatore.
Figuratevi il carattere e il senso! Come son somari i correttori!
Asino sì, ma disposto sempre a' servizi de' miei buoni amici e padroni.
Sabato 10
Il v.o aff.mo a.co e serv.
G.
G.
Belli
LETTERA 404.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 12 gennaio 1841
Ciro mio
Ho un po' troppo tardato a risponderti, è vero? Lo conosco, Ciro mio caro; ma ascoltane il motivo.
Io voleva riscontrare nel giovedì 7 la tua del 29 Xbre: all'improvviso però fui chiamato a S.
Pietro in Vincoli dal Rev.
Tizzani, il quale avea bisogno di consolazioni per la morte (accaduta alle 5 del mattino di quello stesso giorno) del Can.
Busiri che tu conoscerai, e che io accompagnai a Gubbio nell'ultimo agosto.
Era un poco infermo da alcuni giorni, ma nella mattina del 7 finì di vivere per un improvviso e violento sgorgo di sangue dal petto.
Il prof.
Tizzani è desolato: tutta la Canonica è inconsolabile per la perdita di quel dottissimo, piissimo e amabilissimo giovane.
Da quel giorno io sono stato quasi sempre a S.
Pietro in Vincoli, meno i momenti indispensabili ai tuoi affari, e meno la giornata di sabato 9 che spesi tutta intiera in casa, scrivendo un non breve articolo pel Diario romano, e un ancor più lungo elogio per l'Album tutto in onore del caro defunto.
Ecco l'altro motivo per cui non potei mandarti lettera neppure nell'ordinario di sabato.
Ti scrivo dunque oggi, incaricandoti di pregare in mio nome l'ottimo e affettuoso Signor Rettore affinché voglia far recitare in Collegio una prece per suffragio della candidissima anima del povero Canonico regolare del S.mo Salvadore Lateranense, D.
Francesco Busiri.
Io sto bene, benché afflitto per la detta disgrazia.
Mi auguro buona anche la tua salute.
Tutti ti salutano: riveriscimi e salutami tutti.
Ti abbraccio, Ciro mio, ti benedico e mi ripeto in fretta
tuo aff.mo padre
LETTERA 405.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 gennaio 1841
Ciro mio
Nello stesso giorno 12 corrente in cui ti spedii l'altra mia lettera, tornando a casa trovai sul mio scrittoio la tua del 9, lasciatami dal cortesissimo Sig.
Maresciallo Carafa.
Fui quindi a visitarlo e ringraziarlo, e n'ebbi buone notizie di te, ma cattive del caro Peroletto Monaldi, del quale io ignorava la malattia ed oggi spero la total guarigione.
Mi parlò il Sig.
Maresciallo delle somme sollecitudini del Sig.
Rettore in vantaggio del piccolo infermo.
Avete in lui Voi Convittori un Superiore di rara eccellenza.
Salutalo in mio nome, e fagli sentire i miei sentimenti di venerazione pel suo ottimo cuore.
Mi ordini in nome del Sig.
Prof.
Colizzi una campana di cristallo di buona fabbrica, del diametro di un palmo.
Queste indicazioni mi sembrano scarse.
Non so se debba essa servire ad uso di macchina pneumatica o per altri fini, ciocché varierebbe assai la forma e l'altezza.
E tu conoscerai pure che si chiamano generalmente campane anche quelle aperte alla sommità siccome quelle chiuse.
Per darmi dunque alla ricerca abbisognerei di qualche altra indicazione, onde non errare nel caso che trovassi l'oggetto.
Comprendo benissimo ciò che mi annuncii riguardo al palloncino di baudruche.
La imperfezione sua deve dipendere dalla sua vecchiezza, e questa dalla lontananza del fabbricator francese da Roma, al quale non se ne può commettere una momentanea lavorazione.
I rivenditori conservano questi palloni, finché loro ne càpiti richiesta; e così i palloni, col lungo giacere non adoperati, si disseccano soverchiamente e dan via all'apertura di piccoli pori, pe' quali, benché pure invisibili all'occhio, il tenuissimo gas se ne fugge, e tanto più vi trova adito quanto più condensato entra in tensione.
Io ti mandai il pallone perché tu lo desiderasti, ma io già dubitava del buon successo dello sperimento, né mi valse pregare il mercante di vendermene uno di recente formazione.
Chi sa quanti anni si porta esso addosso! - Ora, se tu ancora lo conservi, fa' una prova e levati una curiosità.
Gonfia alla meglio il pallone colla bocca e col tuo fiato e, supponendolo sferico, misurane in qualche modo il diametro o asse poi calcola la sua capacità in pollici cubici.
Tu saprai forse che il peso del gas idrogeno è di 3/100 di grano per ogni pollice cubico.
Trovato il peso del gas che il pallone può contenere, posa il pallone e confronta i due pesi.
Se supera quello del pallone, esso deve restare gravando in terra, malgrado dell'azione sollevante del gas se si equilibrano si elideranno anche le opposte tendenze di gravitazione al basso e all'alto.
Il solo caso in cui il pallone potrebbe elevarsi è quello di un eccesso sensibile dell'azione inversa del gas contenuto sull'azione della materia contenente.
Rendi i miei rispetti e saluti a tutti i tuoi Superiori, ai Maestri, ai compagni, agli amici, intendendo io di nominarteli uno per uno.
E di' al Sig.
Tancioni che la 3a Grazia di Sterz non è ancora giunta da Milano.
Le Grazie son delicate, e con questi tempi stanno a casa e non si espongono ai viaggi.
- I nostri parenti, amici etc.
aspettano il momento di rivederti.
Ti abbraccia e benedice
il tuo aff.mo Papà
LETTERA 406.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[5 febbraio 1841]
Mio carissimo amico
Non vi ho mai scritto finora, nella speranza e nel desiderio in cui era di aver prima buone notizie intorno al vostro felice arrivo.
Ma finalmente, per non oltre più ritardarmi la risposta che ebbi circa al vostro raccomandato Olmeda, mi risolvo a prevenirvi.
Il Sig.
Frezza, comandante delle truppe di finanza, si prese un appunto degli ufici che io praticai presso di lui, e promise di scriverne al Capitano suo fratello onde giovasse all'Olmeda figlio sin dove si potesse estendere l'arbitrio del comando militare, indipendentemente dalle superiori trafile, che son lunghe e difficili.
Non crede però il sig.
Frezza che il sotto-capo Olmeda potrà avvicinarsi tanto alle Marche che esca dalla provincia di Romagna, ma bensì potersi rimovere dal luogo dov'è e così allontanarlo dai contatti in cui egli non si trovasse volentieri.
La divisione militare di finanza appartenente alla Romagna si estende sin sotto ad Ancona, dove comincia quella delle Marche.
Ora né in Marca né presso la Marca si vuole che l'Olmeda si trovi onde evitare la troppa vicinanza di molti individui appartenenti ad una stessa famiglia e ad una stessa arma; la quale soverchia prossimità è (seguita sempre a dire il Sig.
Frezza) contraria alle massime di questo Corpo di milizia.
Altronde l'Olmeda padre ha seco altri due figli, anch'essi militari di finanza; e questi gli si lascian vicini appunto per deferenza speciale verso i meriti de' suoi passati servigi.
In ultimo luogo dovrebbe anzi l'Olmeda figlio ringraziare i suoi capi del tenerlo nella provincia dov'è, dappoiché è appunto quello il circondario in cui potrà sperare ed ottenere distinzioni ed avanzamenti.
In tutti i modi, come vi dissi, io spero che un qualche traslocamento glielo concederanno, in vista di qualche parola che io pronunciai confidenzialmente all'orecchia del Sig.
Frezza circa alle probabili personalità che la ferma ed energica condotta del padre possono avergli procacciate quelle parti.
Di più e di meglio non mi è riuscito di fare, né pare sperabile per la via del Comando Militare.
Potrebbesi, è vero, tentare il mezzo delle autorità superiori; ma allora si andrebbe incontro a mille verifiche, formalità e deliberazioni, le quali sempre soggiacciono ad uno spirito di diffidenza e di circospezione con cui le Dignità dello stato accolgono sempre e trattano le dimande di questa natura.
Amatemi, Neroni mio, e ricordatevi di me.
A proposito: nella sera della prossima domenica 7 si celebreranno i capitoli matrimoniali fra la Sig.ra Rita Cini ed il Sig.
Ettore Perozzi; e lunedì seguiranno le nozze.
Presto poi verrà nella Marca questa gentile Signorina.
Tutta la famiglia Cini vi saluta.
Vi abbraccio teneramente e colla solita stima
Di Roma, 5 febbraio 1841
Il V.o aff.mo a.co vero G.
G.
Belli
P.S.
Mi si va riaffacciando il dolor di testa, ma non è continuo.
E voi come state?
LETTERA 407.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma 6 febbraio 1841
Mia carissima Amalia,
alle ore 4 pomeridiane del lunedì 23 novembre 1840 mi udii chiamare a nome sulla piazza Rondanini da una voce tra cognita e incognita che mi suonava dietro le spalle.
Ti giuro sull'onor mio e sull'affetto che sento per te, mia cara Amalia, che in quel momento io andava pensando al n° 20 dove abitava già una certa maga...
Mi rivolsi e mi vidi accanto il Sig.
Viviani, che mi disse: Io doveva venire da lei con un'ambasciata della Sig.ra Bettini: ma ho avuto un'infermità in famiglia e ho tardato a fare il mio dovere.
E che dice la Bettini? Dice che se Belli non le scriverà, Ella non gl'invierà più una parola del suo carattere.
Amalia mia, io credei che o scherzassi tu o celiasse Viviani; ma il tempo seguita a correre, e mi accorgo che parlavate entrambi sul serio.
Dunque tocca a me.
E come puoi essere inquieta con me, Maga mia del num.
20, quando io ti scrissi il 25 luglio 1839 a Ravenna, in risposta alla tua 2 luglio in data di Faenza? Come ti regge l'animo di mandarmi simili minacce quando io nella quaresima del 1840 ti spedii a Milano per mezzo del tenore Castellano un mio libro in-8° di poesie, che consegnai a lo stesso Castellano in casa Ferretti l'ultimo giorno di carnovale? Il Castellano poi scrisse a Ferretti da Milano assicurando di aver adempiuto a tutte le commissioni.
E tu mi hai sempre pagato a silenzio fin dal 2 luglio 1839! Io non so più dove vai, non so più cosa pensi, non so più...
Sèguita mo a starmi col muso e a guardarmi stracciasacco! Io sì che sto in collera con te, ma in una collera, in una collera, che se ti avessi adesso avanti a me ti prenderei una mano e te la schiaccerei contro le mie labbra.
Scrivimi dunque, Amalia mia, e spiegami come sono andate le cose.
Ma dimmi un po', Amalia: il mio tuono troppo confidente ti offende? Nella tua del 2 luglio mi dicesti di no, ed anzi mi incoraggiasti a star meglio in grammatica.
O se non ti offendi tu, non potrebbe forse altri offendersene per te, con te e con me? In tal caso tu puoi rispondere: non badate ai delirii d'un povero vecchio.
Questa lettera davvero che la è delirante, né io mi ripesco cosa diamine ho scritto.
Ma quando avrò ricevuto un tuo foglio, dal tuono di quello raccapezzerò il cervello che oggi mi manca.
Ripiglieremo allora un epistolario da essere fra qualche secolo archiviato nel Vaticano fra le coble e i lai di Provenza.
Spero però che il Vaticano durerà qualche secolo.
Sarebbe una vera calamità pei poveri posteri se il mio epistolario passasse fra i codici del Semplicista.
Salutami la tua Mammà e la tua sorella: sta bene la Sig.ra Lucrezia? Sta bene la Checchina appiccicarella? E tu stai bene? Dimmi di sì per carità.
Ed io come sto? Sto come un melenso aspettando una tua risposta.
Il tuo a.co e serv.e
G.
G.
Belli
LETTERA 408.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 27 febbraio 1841
Spada mio
Per motivi che spiegai a Biagini nella mia del martedì 16, non scrissi nel sabato 13, giorno del mio arrivo in questa Città.
Ma poiché Biagini mi scrisse egli stesso in quel sabato, la mia prima lettera, che doveva esser missiva, ebbe a divenir responsiva.
Ora stando io per ripartire di qui ed aspettando il vetturino a momenti, ripeto questa seconda che io voleva far lunga per raccontare a voi amici certe notiziole, ma che vorrà esser brevissima per colpa di varie visite che m'hanno imbrogliato la valigia e la penna.
Ti basti pertanto sapere che Ciro e io stiamo bene, che il Carnevale l'ho passato sempre in Collegio e che sul finire della prima settimana di Marzo ci riabbracceremo.
Salutami le case Biagini, Ricci e Ferretti.
Scrissi il 16 anche alla famiglia Mazio, ma non ho avuto riscontro.
Forse il giorno han dormito, e di notte non si scrivono lettere.
Non sono le carte di Fabriano quelle che vedono il lume di candela, ma le carte del Cigno di Bologna.
Amami, Checco mio, e statti bene.
Il tuo Belli
LETTERA 409.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, martedì 2 marzo 1841
Mio carissimo Ciro
Ti do le mie notizie dal punto della mia partenza fino a questa città dove giunsi ieri alle sei pomeridiane.
Il mio viaggio fu buono, se vogliasi eccettuare il fastidio di un gran vento, di un rigidissimo freddo, ed anche di un poco di neve caduta mentre io mi trovava in cammino tra Fuligno e Spoleto.
Veramente tuttociò mi ha un poco incomodato, ma il piacere di averti riveduto fa sì che io passi sopra a queste piccole molestie, e mi applaudisca della idea di avere effettuato l'attuale mio viaggio nel mezzo del verno.
Appena giunto cominciai subito ad occuparmi de' nostri affarucci, e ne' pochi giorni che passerò qui procurerò di comporre le cose nel miglior modo possibile onde si possa nell'avvenire trovarne qualche vantaggio.
Spererei poter essere a Roma sul cadere della corrente settimana.
Tu però, al solito, non rispondere a questa prima mia lettera, ignorando io sino ad ora dove la tua risposta potrebbe trovarmi.
Arrivato appena alla nostra patria sarò sollecito di avvertirtene e allora mi riscontrerai.
Intanto vivi di buon'animo sulla mia salute, e veglia sempre sulla conservazione della tua, onde mantengasi florida come io l'ha trovata e lasciata.
Sullo studio e sui buoni portamenti nulla ti dico, perché so essere superfluo il fartene speciale raccomandazione.
Tu operi con maturità di senno e per intima convinzione de' tuoi doveri.
Quindi io riposo tranquillo su questo interessante argomento.
Ti prego vivamente di porgere mille e mille rispettosi saluti al nostro carissimo Sig.
Rettore, uomo degno d'ogni stima ed amore.
Riverisci ancora in mio nome l'ottimo Sig.
Colizzi, i Sig.ri Superiori del Collegio, i tuoi Maestri, il Sig.
Prefetto, il Sig.
Can.
Mari, il Sig.
Serafini, il Sig.
Tassi, e tutti i tuoi compagni di camerata.
Ricevi i saluti di questa famiglia Vannuzzi, e con essi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 410.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 9 marzo 1841
Mio carissimo figlio
Due giorni più tardi di quello che io credeva di potere, sono giunto felicissimamente in questa città jeri al giorno.
Questa mattina ho subito preso a disbrigare le cose più urgenti che la mia assenza mi ha fatto trovare accumulate, non che alcune commissioni che portai meco in Roma.
Primo luogo fra queste è stato dato da me ad un certo incarico di cui mi onorò il Signor Rettore.
Digli però da mia parte che la persona alla quale io aveva pensato dirigermi onde riuscire nello scopo, è a Civitavecchia e tornerà fra un mese: dovrò quindi pensare ad altro mezzo onde ottenere al più presto ciò che si desidera.
Io non iscrivo direttamente al Sig.
Rettore, siccome pur sarebbe mio debito, e ti prego far sì ch'Egli ne trovi buone le mie scuse nelle non poche brighe a cui mi conviene dar sesto.
Riveriscilo insieme e assicuralo che io lo tengo sempre nella mente e nel cuore.
Pregalo oralmente di passare i miei rispettosi ossequi al degnissimo Monsignor Delegato.
- Saluti non posso dartene perché sino ad ora poche persone ho vedute.
Ti voglio però incaricare di ricordarmi alla gentile memoria di tutto il Collegio, nemine excepto, tanto di quelli che vi abitano quanto di ogni altro che vi abbia relazione di uficio.
Son costretto, Ciro mio, a distaccarmi dalla dolce occupazione del trattenermi con te.
Ti basti per oggi sapere che io sto benissimo, e che buonissime nuove spero ricever di te.
L'ultima sera che ti visitai, essendosi fatto un po' tardi, non potei vedere il convalescente Peroletto Monaldi.
Ti sarò grato se me ne darai qualche notizia.
Ti abbraccio e benedico affettuosissimamente.
Il tuo Papà
LETTERA 411.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 16 marzo 1841
Vedi, mia cara Amalia? Faccio come que' del contado, che non ti vengono a casa che non rèchinti una serqua d'uova o un castelletto di noci.
E tu stendi leggiadramente la mano e fai buon viso a' miei doni di magro.
Ma come si fa? Tre pagine ho pure da empirtele.
Veramente di cose n'avrei in petto da dirtene: ma le son delicate, e per le centinaia di miglia si sciupano, e svaporano peggio che non è l'acqua del tettuccio.
Quelle son parole da spingersi alla distanza al più d'un tavolino da giuoco; e da Roma a Torino corron più palmi che non ne bisognerebbe di sciamìto per fare una gonnella da nozze alla luna.
Or tu m'hai scritto una lettera da Maga; e guàrdati bene dal venire più a Roma, perché io ti accuso quale distillatrice di filtri.
Eppure, oh come ti rivedrei volentieri, dovessi anche morir bruciato con te! Sciogli tutte le scritture: legane una sola che ti riconduca fra noi.
Ma dalle tue dubbie parole io lo travedo: tu ti mariti, e allora addio Roma, addio Dante, addio meriti e ricompense; addio regina e poeta cesareo! Ho passato il Carnevale a Perugia presso il mio Ciro, che sul principiare di ottobre verrà ad aspettarti anch'esso presso le rive del Tevere.
A Perugia ebbi altri tuoi saluti dal Conte Ranieri che ti vide anch'egli a Firenze.
Buona Amalia! mi ricordi davvero? La tua predecessora nella real compagnia sta per giungere a Roma.
Ferretti è già in moto pe' ricevimenti.
Egli fra malattia e malattia strappa la vita scrivendo, urlando, battendosi come un leone.
Oggi è in letto, dimani correndo che bravo chi l'arriva.
La moglie è molto decaduta: le tre figlie per ora stan bene, e tutte e tre nubili.
Se hai qualche scartarello, spediscilo a queste tue buone amiche.
Il loro fratelluccio cresce bene e sviluppa ingegno non comune.
Biscontini dura nel celibato, sempre cercando moglie.
Coleine batte la moda, e non vende ma affitta la sua libertà.
Ingàmi non guarda più in faccia donne, e serba le ultime ricottine per sé dopo aver perduti gli ultimi denti.
Ve' cosa fan gli anni e le passioni! Tu ti dici invecchiata dalla fatica? Io dall'età, dai pensieri e dalla solitudine.
Niccolini l'ho conosciuto anch'io nel 1824 a Firenze: ma io ero allora anche più piccolo che adesso, ed egli non men grande che oggi; epperò non può ricordare quella inezia d'uomo che si gloriò di averlo veduto nella sua biblioteca dell'Accademia.
Chi vorrei mo conoscere sarebbe il Romani.
Tu certamente devi essere da lui visitata.
Digli che io lo ammiro tanto! Adesso poi dico a te di finirla una volta con questi elogi che mi vai prodigando.
Italia Italia! Se l'Italia dovesse trar gloria da' miei scardafoni, starebbe fresca come avesse mangiato la zucca.
Se i Torinesi vogliono esser francesi; e tu lasciali fare.
Ognuno è padrone di rinunciare ai beneficii della provvidenza.
Al più posso perdonar loro quella pazzia se ti vogliono bene.
Quel che preme è che tu mi saluti tanto e più di tanto la tua mamma e la nostra appiccicarella.
In cima a tutti poi metti il pensiero che tu sarai sempre amabilissima al tuo aff.mo a.co e ser.e
G.
G.
Belli
LETTERA 412.
A FILIBERTO GARELLO - FIRENZE
[18 marzo 1841]
Mio carissimo amico
Per mezzo di un garbato giovane Sig.
Vittorio Manassei ho sotto il 13 corrente ricevuta la vostra lettera del 20 febbraio unitamente ai sei primi fascicoli del vostro compendio mnemonico di storia antica.
Dice il Sig.
Manassei essere stato il tutto portato a Roma da suo padre che n'ebbe commissione in Viterbo da un Sig.
Severi.
Io vi ringrazio senza fine di questo vostro caro dono e godrò sommamente nel vedermelo continuato sino al termine dell'opera, siccome per vostra liberalità mi prometteste.
Nella lettera però voi mi accennate l'invio di sette fascicoli e non già di sei quanti ne ho realmente ricevuti.
Il Sig.
Manassei non sa come spiegare questo equivoco: infatti il nostro Ferretti ha da lui ricevuto fino al fascicolo 7°.
- Per dargli io stesso una spiegazione, potrei dire che siccome già dalla scorsa estate mi avevate spedito il fascicolo primo, avrete forse pensato che nel mandarmene altri sei mi avreste completato il numero dei sette pubblicati sinora.
Ma in questo caso avete duplicato il fascicolo primo, e omessa la spedizione del settimo.
In qualunque modo poi la sia andata, è certo che io manco del fascicolo 7°, e desidero che ve ne ricordiate onde non lasciarci una lacuna in opera di mio grande interesse.
Ora dovrei soddisfare la vostra gentile richiesta del mio parere sul vostro lavoro.
Candidamente vi dirò sembrarmi esso un gran concetto di mente dotta, ordinata e ingegnosa.
Nello stesso tempo vi confesso però che la novità sua e la sensibile differenza che trovo fra l'attuale sistema, misto di figurato e d'acrostico, e l'altro sistema da me studiato con voi e più semplicemente basato sul costante fondamento de' tre punti di ideologica corrispondenza, cioè numero figura e formula, m'imbarazza per ora alquanto e costringe penosamente la mia attenzione ad abbandonare in gran parte una macchina di cui mi eran familiari tutti gli ordigni.
Io ho in massa ben compresi e valutati i vostri nuovi principii e il fine a cui gli avete rivolti; ma que' chiari e preziosi aiuti mnemonici collegati sempre con ogni epoca e con ciascun fatto peculiare vederli così scomparsi e sacrificati alle vane esigenze di un pubblico leggiero e derisore, mi reca non poco rammarico.
Vero però è che la specie di smarrimento da me provato in questo primo esame del vostro sì compassato e simmetrico quadro, dipende anche molto dallo stato di svanimento in cui trovasi di presente ridotta la mia povera testa, pe' continui dolori da' quali va travagliata.
Nel dover concepire l'idea di un tutto la mia mente non ne afferra più e non ne abbraccia come un tempo le varie parti con la istantaneità che abbisogna alla perfetta e nitida intelligenza del complessivo soggetto.
Io debbo stentatamente rivolgere l'attenzione qua e là, e col lungo ripetere questi atti di ricerca e di confronto mi stanco e sento vacillarmi l'intelletto.
Condizione veramente mortificante! Quando però io avrò tutta insieme l'opera sott'occhio; quando rilegata semplicemente nelle sue naturali divisioni non mi obbligherà essa più a ravvolgermi fra le interruzioni degli slegati fascicoli onde istituire e ripetere le mie osservazioni a mano a mano che me ne nasca il bisogno; quando in fine il soccorso delle notizie posteriori verrà a chiarirmi le dubbiezze sugli anteriori elementi dimodoché possa io dire ecco un tutto e scorrerlo più volte da capo a fondo, or con uno or con un altro intendimento; in quell'epoca spero di concepirne un pensiere unico, il quale offra mezzi e facilità di manifestarvene il mio generale giudizio.
Per adesso contentatevi che io vi ripeta colla maggior mia sincerità ritenersi da me il vostro libro per un'opera tanto laboriosa quanto utile, e così nuova come bene architettata.
Soffrite per ultimo alcuni miei rilievi di poco conto che vi faran fede essersi pure da me prestata almeno qualche attenzione al vostro mirabil lavoro.
1° Perchè le spiegazioni delle vignette le avete situate dopo i ragionamenti? Non ne sarebbero risultate le successive storie più chiare? Chi osserva il concetto figurato non desidererà egli di conoscer subito la significazione innanzi di procedere alla lettura del discorso che vi è compendiato in figura?
2° Nel quadretto del secolo 5°, contenuto nella tavola 4a dei feudi, non comprendo come gli accessorii alludano alla scultura e alla pittura.
3° nella vignetta 12a, che ha un gatto e un ibis, non si potevan invece ripetere i due cammelli rappresentati già nel quadretto 3° della 1a tavola de' secoli? Questo sistema di ripetizione lo avete pur praticato nelle altre vignette (p.e.
nella 10a e nella 11a), dove si aveva ragione delle stesse storie contemplate ne' corrispondenti quadretti dei secoli.
Nel nostro caso era pur sempre indicato l'Egitto.
L'amor di varietà non sempre può giovare in un sistema che richiede la maggiore unità possibile, onde la memoria non si divaghi o si adombri.
4° Le doppie parole fuor di linea sotto una stessa iniziale degli acrostici (p.e.
vignetta 1a Aristobolo Antipa) dubito assai se si ricordino nel richiamarsi a mente l'acrostico che le contiene.
5° La vignetta 13a ha due colombe per significare il secolo 22.
Ma poi in capo alla relativa Storia si legge 21.mo secolo.
Questo è un semplice errore di stampa, ma può generar confusione.
Badateci bene agli errori tipografici, perché in un libro tutto gremito di numeri, di avvertenze, di richiami e di raffronti, ogni inesattezza di simil natura può riuscir molto dannosa.
6° Perché non avete consacrato una vignetta al Diluvio di Deucalione? Poteva non credersi inutile, e qualcuno ve la desidererà.
7° Avete intenzione di pubblicare in alcun tempo la Storia moderna? E la dareste collo stesso sistema?...
LETTERA 413.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 18 marzo 1841
Mio caro e amatissimo figlio
Poco dopo impostata la mia del 16 al Sig.
Rettore, nella quale io gli dimandava tue notizie, mi fu recata la tua lettera 13 corrente.
Mancatomi il tempo per risponderti nel passato ordinario, ti riscontro oggi, vigilia della mia festa, che spero mi augurerai nel tuo cuore felicissima.
Molte grate ed accette mi giungono le nuove del rimpolpare e rinvigorire del caro Peroletto Monaldi.
Alla sospirata epoca del mio ritorno a Perugia mi confido ritrovarlo ben sano e florido.
Salutamelo.
Ho molto cercato le legacce elastiche senza fermaglio, da te desiderate e commessemi.
Ne ho anche trovate non poche, ma tutte strette.
Ne scelsi un paio che mi parvero più larghette delle altre; ma, avendole volute provare, nel passare pel calcagno non ressero allo sforzo e si ruppero.
Rinnoverò le mie ricerche; ma temo, Ciro mio caro, che questa soddisfazione la dovrai sacrificare.
Assicurati del resto che un paio di legacce a fermaglio (che a Perugia si trovano), o una fettuccia di lana rossa ben ravvolta alla gamba e ripassata pel capo due o tre volte sotto ai giri, ti renderanno presso a poco lo stesso servizio che queste tue predilette circolari, immagini dell'eternità.
Quelle che mi si sono spezzate le ho donate a mia cugina, il cui piccolo piede non impedisce loro il passo.
Ella se le ricucirà e le porterà invece di te che hai la zampa più grossa della mia.
Mi dici che tutti costì van chiedendoti di me e incaricandoti di salutarmi.
Ringrazio ciascuno di vero cuore, e prego te di usar con loro gli uficii della mia gratitudine.
Qui poi non è minore il numero di coloro che mi dimandan di te.
E come sta Ciro? E cosa fa Ciro? E che studia Ciro? E quando ritorna? E quando lo riportate? E quando lo rivedremo? E quando lo conosceremo? Insomma una batteria di domande da tutte le parti.
Non vi gonfiate, Signorino mio, e stiamo in guardia della vanità.
Intanto prenditi un po' i saluti di tutta questa gente, che un giorno poi (e sarà presto) o rivedrai o imparerai a conoscere.
Amami sempre come e quanto io ti amo, studia con impegno, ed abbi sempre in mente il cursus in fine velocior.
Riverisci tutti i soliti, e ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Si cambia la scena.
Prima d'impostare la presente ho trovato e comperato un altro paio di legacce elastiche.
Credo che queste potranno andar bene.
Queste però sono a saltaleoni, e le precedenti erano a tessuto di filo e gomma.
Non so, o non mi ricordo, quale delle due specie tu desideravi.
Basta, prenditi un po' quelle che ti mando, e buon dì.
Il Sig.
Biscontini (che ti saluta) si è incaricato di fartele portare dal Signore Alessandro Romitelli il quale sta per ricondursi a Perugia; di modo che tu presto le avrai.
Se vedi la Sig.ra Cagenna, ricordami alla sua gentil memoria.
LETTERA 414.
AD AMALIA BETTINI - MILANO
Di Roma, 23 marzo 1841
Debbo, mia cara Amalia, affrettarmi a prevenirti di una mia svista.
Nel leggere avidamente la tua lettera del 12 febbraio (da me trovata sul mio scrittoio al mio ritorno da una gita a Perugia) non rimarcai bene la tua ingiunzione che tu mi desti di risponderti a Milano.
Così io ti risposi, ma inviai la mia risposta a Torino sotto il 16 corrente.
In quella lettera, oltre alcune espressioni dettatemi dall'amicizia che tu inspiri a chiunque ti conosce, io transcrissi certe sedici ottave, intitolate Il giusto-mezzo.
Di niun danno è la perdita di quelle bazzecole, e, se anche meritassero il minimo de' francesi régret, vi potrei riparare trascrivendotele qui nuovamente.
Ma in oggi non ho presso di me l'originale, né saprei dire quando potessi riaverlo, per motivi di alcune combinazioni; ed a mente non me le ricordo bene.
Dove a te dunque non riesca del tutto o indifferente o discaro di aggiungere quest'altro imbarazzo alle carte che scritte di mia mano ti degni di conservare, ardisco proporti di farti per qualche mezzo rispingere la mia lettera da Torino.
Intanto io non so far meglio, per rimediare alla mia storditaggine, che di confessartela in tempo che tu ti trovi ancora in un soggiorno da me conosciuto.
Nel rileggere, a mente quieta, la tua del 12 febbraio, mi avvidi del mio abbaglio, ma la mia lettera era già molto lungi dalla penna che la vergò.
Quando io saprò essere fra le tue mani e la presente e l'antecedente, andrò in tre susseguenti miei fogli inviandoti altri tre miei delirii, intitolati Il cuoco: Il sarto: Il parrucchiere; ciascuno di 24 ottave.
Ci sarà da carteggiare per un pezzo.
Non ne ha che una copia la Regina Vedova di Spagna, la quale me ne fece richiesta; ma quella copia non fu scritta di mio pugno.
E per oggi cosa ti darò? Quattro sonetti.
Il 1° fu scartato con altri dalla censura allorché si stampò il libro che ti mandai: il 2° (che non mi ricordo se te l'ho mai dato) fu scritto in occasione che alcuni dilettanti composero ed eseguirono un ballo eroico, Arianna e Teseo: il 3° e il 4° gli ho scritti in Perugia il 5 settembre 1839 e il 18 febbraio ultimo per la occasione di certi trionfi colà celebrati a due cantatrici, Erminia Frezzolini ed Emilia Hallez; che io stimo e venero e rispetto, ma non credevo degne di tanto; oltrecché mi offendono gli eccessi ai quali oggi trascorre, pel fanatismo cieco venuto al mondo in favore di questa arte del canto.
La musica è soavissima cosa, ma non bisogna impazzare.
Il troppo è troppo, e tutto deve avere una misura e un confine.
Rinnova i miei saluti a tua madre e a tua sorella e riconosci in me sempre
Il tuo aff.mo a.co
G.
G.
Belli
Monte della Farina n° 18
LETTERA 415.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[6 aprile 1841]
Sig.
Rompiculi mio caro
La parola della vostra sciarrada ve la dirò all'orecchio quando vi porteranno ai matti.
Dalla prontezza con cui l'ho trovata potrete allora conoscere che dove questi lavori d'ingegno sian fatti con un po' di senso comune, all'indovinarne il significato ci arrivo anch'io quanto un altro.
Del resto non vi ho mai pregato d'instituir prove sul mio intelletto, il quale è, né più né meno, quello che piacque al Signore di concedermi.
Voi intanto tenetevi i vostri scritti pe' vostri bisogni secondo che vi sia comodo o necessario.
Spero di essermi spiegato con qualche chiarezza, senza tuttavia possedere il dono della vostra lucidità da tinta di stivali.
E se volete usarmi una vera cortesia, andatevi a far buggiarare almeno una volta, di che vi prego con tutto il fervore dell'anima.
Vedendo poi quello stinco garbatissimo del Sig.
Domenico, mi obbligherete non poco se ve lo trascinerete con voi in tanta malora, perché anch'egli mi ha sufficientemente scocciate le palle colle sue risate del pinco nel lasciare le sue ambasciate a questa serva-di Pilato di casa mia, la quale poi mi perde il rispetto vedendomi sbeffeggiato da un pappagallo par suo.
Ciò gli serva di regola per quel rimasuglio di vita che possono promettergli i suoi polmoncelli, ai quali S.
Giacinto usi misericordia.
Sono stucco e ristucco fino ai calli delle calcagna di vedermi zimbello di certi buffoni ventosi che non meritano un luogo neppure sulla lista della lavandaia o nella botte del votacessi del ghetto.
Tornando a voi, vi lascio pienissima libertà di giudicare il mio talento come potete e sapete.
Nulladimeno, se mi crucciasse la fastosa arroganza che sta covando nelle glandule del vostro infarcito fegataccio, avrei tanto in mano da cacciarvi la cresta fin sotto la suola delle ciabatte, signor capo-stipite, signor tronco, signor radica di tutto l'albero de' rompiculi, felicemente innestato in quell'altro de' rompicoglioni.
Ad ogni modo, per macerarvi d'invidia, è utile che sappiate come non tutti mi tengano nel vostro concetto di babbuino e ieri sera, per la più corta, una Signora di buona mente, di buon cuore e di buon casato mi mandò a chiamare per dimandarmi se si dica Cefalònia o Cefalonìa.
Io le ho esternati oggi i miei dubbi in favore della seconda lezione, perché se non fosse altro, fa rima a Geremia, a Casamia, ed al Conte di Picchio e Porcheria, tutta gente più conosciuta della mal'erba, colla quale ho l'onore di salutarvi.
Di casa, 6 aprile 1842
Il vostro u.mo e sinceriss.o ammiratore Giuseppe Gioachino Belli.
LETTERA 416.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 aprile 1841
Mio caro figlio
L'ottimo Signor Presidente Colizzi mi recò personalmente nel giorno 3 corrente la cara tua del 27 marzo, e la lasciò in mia casa co' suoi saluti non avendomi trovato all'ora in cui mi favorì.
Nell'indomani io corsi a visitarlo, e moltissimo mi rallegrai vedendolo in istato di perfetta salute e di eccellente umore.
Da lui ebbi tue particolari notizie, intorno alle quali parmi non aver nulla da desiderare.
L'eccellente Superiore si mostra sempre contento di te sotto ogni rapporto ed io spero che altrettanto segua nell'animo degli altri tuoi Superiori più immediati, in cima ai quali intendo di porre il Sig.
Rettore.
Il loro voto è la norma del mio, e determina sempre più il mio cuore a riporre in te illimitata fiducia: amen.
Ecco a buon conto, o mio Ciro, trascorsa già quasi la terza parte del tempo che dall'ultima mia partenza da Perugia doveva passare sino alla mia nuova comparsa nella stessa città, per riprenderti meco non lasciarti più fuorché all'epoca in cui dovrò lasciare la terra.
Noi vivremo insieme nello stato che ci serberà Iddio, da cui viene ogni prospera ed avversa fortuna secondo i profondi suoi fini.
Siccome però il tuo animo è moderato, ed il mio facilmente si uniforma ai sacrificii che si conciliano colla soddisfazione di serbare intatto l'onore ed il pregio della delicatezza, spero che andremo assai bene d'accordo nel condurre una vita laboriosa e metodica, solo mezzo di prepararmi un avvenire tranquillo e senza rimorsi.
Gli studî già fatti e quelli che ti restano ancora a percorrere ti procacceranno, spero, un fondamento sul quale elevare, se non una brillante fortuna, uno stato almeno indipendente dai capricci degli uomini, la cui stima è alla fine il patrimonio del merito e la rovina dell'impostura.
Iddio benedice, o mio Ciro, gli sforzi di chi cercando il bene procura di conseguirlo fuori delle torte vie de' malvagi.
Non invidiar mai le prosperità né i trionfi de' tristi, non il fatuo brillar dell'ignoranza, non i privilegi concessi dal pregiudizio.
Il tempo rivela gran verità, distrugge assai macchine, ristabilisce molti equilibrii; e quand'anche la menzogna, la fraude, la ingiustizia, gli umani rispetti, riescano a impedir sulla terra