LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 21
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Ti ringrazio dell'obbligante pensiero, e mi rammarico teco della spiritata buona-grazia del Sig.
Spirito Batelli condiscepolo in creanze di Maestro Vincenzo da Forlì alias Poggio-Mirteto.
- Lessi il tuo foglio alla presenza del mio Ciro, cosicché il tuo bacio per la sua fronte trovò subito luogo; e Ciro, che per la sua età non può ancora aspirare alla libertà della medesima amichevole confidenza, ti contraccambia con un affettuoso saluto come ad amico di suo padre.
- Ti compatisco di cuore e di milza e di fegato per la improbaccia fatica del correggere stampe, et quidem stampe non fedeli ai testi in esse citati.
Se io conservassi tutti i moccoli che ho attaccato in quel delizioso esercizio, ne incacherei la cappella Paolina, la cupola di S.
Pietro e la luminaria di Pisa.
Sic fata voluere, ed al fato è soggetto anche Giove: figuriamoci un lava-ceci par mio.
Mille punti di diligenza a Cristina e mille altri a Chiara.
Parmi vederla col CABOLARIO sulle ginocchia arrabattarsi fra gli accenti gravi e gli acuti, e strigner di tempo in tempo i labbruzzi ingegnandosi di comparire italiana il meno possibile in certe maledizioni di lettere e di dittonghi, contemplati ab antiquo nel libera nos a malo amen.
Al mio ritorno farò loro una premiazione; e a Chiara (bibliotecaria di casa) donerò un bel libricino sull'arte di preservare i libri dai tarli, e alla buona e golosa Cristina lascerò la scelta fra un agnusdei di pasta di Santi Martiri e una barachiglia di pasta frolla.
Mi svanisce però subito il prurito della celia al ripensare come la cara Barbaruccia combatta ancora col male.
Povera ragazza! è gran tempo che soffre, e tanto più soffre in quanto che oltre i fisici travagli deve sopportare i morali (non meno per lei crudeli) di una forzata astinenza dalle applicazioni di spirito.
Io entro nel suo animo, e mi rappresento al vivo la sua pena e il tedio da cui dev'essere oppressa.
Ciro stesso, che udì la tua lettera colle mie note, si prende parte del tuo e del mio rammarico.
Viva dunque la faccia dell'aria di Castel Gandolfo, e il Ciel benedica i buoni servi di Dio che te la vanno a cacciar ne' polmoni a fin di bene! Se a' tempi di Monna Berta il lago di Nemi somigliava in salubrità quello feudale di Monsignor Maggiordomo, non so come il Signor Don Tiberio non viaggiasse alla palude stigia prima della benedett'anima di Tigellino.
Oh Barôni ci ha dato! Avrà forse da scontare qualche bistorinata in falso de' primi anni del suo tirocinio.
- Vedi potenza della rima! Tirocinio mi ha ricordato esterminio, e sterminio è proprio la parola che ricorda l'Accademia tiberina, alla quale temo non abbiam presto da appiccare il requiescat.
Quell'instituto fa acqua da tutte le parti come la meta-sudante.
Ci voglion altro che zeppe, e i fulcri del R.
P.
Manzotti! L'è faccenda da carriole della Beneficenza per ispazzar via le macerie.
Povero Zampi! Ha buone spalle, ma nemmeno Sansone reggerebbe più quello sfasciume.
Buon per noi che ancor mangian cavoli e capatura di lattughe i due baccalari Gaspero e Gasperone, con que' loro rutti di pecoroni indigesti.
Il Tiberino è il marito della Tiberina, e naturalmente aiuta la sposa.
Tutt'è a vedersi chi de' due conjugi resterà vedovo.
Io non sono il Casamia, né il Barbanera, né il filosofo Astrini, né lo Spacoccio di Rieti; ma pure, da certe quadrature di cielo prevedo che se qualche P.
G.
R.
nol soccorre, per Dio lo stirar delle cuoia toccherà al maschio.
E con ciò Crèpsilon parola greca.
Tancioni ti saluta.
Gli ho tenuto proposito e sproposito intorno al concorso lauretano.
Sta aspettando il programma sulle gazzette.
Ciro ha del tuo non uno ma due libri di musica.
Ripeto gli ha seco: ed io li riporterò meco perché ritornino teco.
Presso nomina uficiale ho adempiuto le parti di esaminatore in questo Collegio Pio; e i quarantatré convittori sono stati da me spellicciati nel trivio e nel quadrivio per più giorni di seguito.
Agli 11 avrem poi saggio pubblico, ed ai 13 solenne premiazione con intervento delle autorità mere e miste, banda e rintocchi di campanella, e alla sera pietanza doppia.
Il Ciro sta per tre premi:
1° in logica e metafisica;
2° in fisica generale;
unico in lingua greca.
Salutami la Sig.ra Teresa, e buon 15 ottobre a lei.
Così salutami le figlie, e Spada, e Biagini, e Zampi, e Quadrari, Gigio-Luigi e Maggiorani.
Il tuo Belli.
LETTERA 392.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 15 settembre 1840
Uno, due, tre, e rioca.
Prima tu, poi Biagini, poi Ricci: oggi tu sei l'oca e ricomincio da te.
Due parole perché sta per aprirsi la funzione della premiazione solenne al Collegio di Ciro.
Ho veduto Tizzani: ho veduto Gnoli: ho avuto da entrambi una copia del tuo articolo stampato.
Sabato si ottenne finalmente l'imprimatur di esso pel giornale letterario di Perugia.
Escirà il fascicolo o al fine di settembre o al principio di ottobre e in esso comparirà la tua diffidazione, moderata nelle ultime parole juxta etc., altrimenti non se ne poteva far niente.
Ho dato ordine per le 200 copie estratte, secondo i tuoi desiderii.
Non potrò peraltro portarle meco, perché naturalmente partirò prima della pubblicazione.
Dimmi: sei sempre nell'intenzione di avere i detti 200 estratti? Se li vuoi, saranno dallo stampatore spediti a Roma al mio domicilio, ed io li farò pagar qui nel prezzo di qualche mio conoscente.
Rispondimi.
Se scriverai il 17 o il 19 dirigi la lettera a Perugia: se scriverai il 22 dirigi la lettera a Terni: se scriverai il 24 dirigi la lettera al Monte della Farina per migliore sicurezza, perché dal 25 o 26 in poi sino alla fine del mese ogni giorno può esser quello del mio ingresso a porta del popolo.
Se tarderò sin verso la fine del mese pregherò Biascino di esigermi certi Sc.
14:75 co' quali ha egli già fatto conoscenza nel mese di agosto.
Salutami tutti gli amici, ed io fra un diluvio d'abisso corro al Collegio.
Il tuo Belli.
LETTERA 393.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 22 settembre 1840
Pelatalpe carissimo
Vuoi sentirne ora un'altra? I direttori di questo Signor Giornale scientifico-letterario son tanti quanti gli associati al giornale.
Jeri uno di questi chiarissimi direttori mi disse: Signor Belli mio, me ne dispiace, ma il noto articolo non possiamo stamparlo.
Noi siamo corrispondenti de' compilatori del Tiberino, e facciam cambio con essi delle nostre periodiche pubblicazioni.
Altronde né ci è mai piaciuto di dar luogo nei nostri fogli ad articoli polemici, né sono questi conformi allo spirito di un giornale destinato per intiero all'incremento delle scienze, delle lettere e delle arti.
- Ma pure, io risposi, mi era stata promessa la inserzione allorché...
- È vero, è purtroppo vero: però non la promisi io medesimo.
Dunque mi perdoni, mi scusi, abbia pazienza, se valgo in altro, mi comandi...
- Dov'è l'articolo? - Eccolo qui.
- Me lo favorisca.
- Si serva.
Allora io gli tolsi di mano il foglietto, e senza aggiunger parola gli voltai le tasche e quel che dalle tasche si copre.
Spero che di tutto ciò non t'importerà una buccia di fico; e poi a quest'ora quel ch'è fatto è fatto.
Io ti riporterò il manoscritto co la passata der padre curato e co la fede der bene viventi.
Così non è più necessario di mandare, come tu mi dici nella tua del 17, l'acqua alla china, benché dovrebbe dirsi più propriamente mandar la china all'acqua, siccome c'insegnano le febbri terzane e le maligne-benigne.
E che significa mo quel prima d'una certa partenza, con quella coda di ma punteggiati da primo amoroso?
Io sarò a Roma verso la fine del mese, perché Perugia è più dolce dello zucchero di barbabietola e dello stesso Messer Lodovico Dolce.
E, lasciamo star Ciro, io mi son qui innamorato di sei mozzi di stalla che mi strigliano sotto le finestre i cavalli di posta: Maggiolino, Giosuè, Zuzzumilla, Midione, Bilione e Patàno.
Ah se tu ne udissi i colloqui allorché sono estatici fra le visioni del Boccalisse! Se tu ascoltassi le care parolacce che inventano in onore e gloria di chi passa! Consiglieresti a traversar questa via
Quel coglione uno e trino,
Cucchiatel, Gasperone e Gasperino.
Dovrei partir di qui il 23: due o tre giorni a Terni, e poi alla strada del giudice dalla farina che abita al n° 56 in casa a pigione e incontro v'è un albero di fichi sul quale abito io col Signor Giggimazzi, amico sviscerato dell'ombrellarino di prati che Dio m'delibri.
E le sapete le nuove?
1° Una porcheria ammazzò martedì un frate, in solidum con un porchetto da latte.
2° Ieri al manicomio di S.
Margherita son cresciuti due matti: uno si crede l'asso di coppe, e l'altro cerca la regola del 3 1/2.
3° È morto un vecchio di 84 più ricco di te e di me, che ha voluto far menare il suo cadavere in processione per 15 miglia, indicando le più sassose strade del territorio.
Egli ha lasciato alla serva 15 scudi al mese con tutto ciò che esistesse nella stanza di lei, e pena di mille scudi in di lei beneficio a quale de' suoi eredi ardisse di entrarvi.
La serva ha lasciato la porta aperta, e invitato gli eredi a bere la cioccolata in camera sua.
4° I doganieri di Perugia passano le balle di seta intonacate di matasse di cotone.
La R.C.
esige il dazio a cotone, e i doganieri giuocano a seta-moneta, ch'è uno innocentissimo passatempo.
5° Una donzella di 52 anni ha sposato un abatino di 25, persuadendogli forse che tra il 25 e il 52 non passa altra differenza fuorché il numero rivoltato, presso a poco secondo le consolazioni de' giuocatori del lotto.
Ma l'abatino aveva già fatta la cabala, e ha trovato il terno nella borsa della sposina.
Buona notte alla chierica.
6° La cavalcatura di uno scagnozzo, che andava a dir messa in campagna per cinque paoli e la colezione dopo la messa, ha rubato la mano al prete che trottava facendo la preparazione; e dopo corse di galoppo tre miglia è entrata in una parrocchietta con animo di entrar nella stalla, e si è abbeverato nell'acqua-santiera.
Ora sta pisciando acqua-santa.
7° Una signora, che veniva con me a visitar l'ipogèo degli etruschi Volumnii, vide una casa in fondo a un viale d'olmetti, e la prese per caligine.
Un giorno o l'altro prende il sole per una patata.
8° I porri che avevo in faccia mi tornano indietro.
Se vedi Cianca, se vedi Rizio, se vedi ser Giacopo Frustabaccelli, rompi loro le mani per amor mio.
Finalmente se dai di petto in Gigi mio cugino (cosa fra guerci probabilissima) salutalo per sé e per la famiglia e fagli dare il multos annos a Monzù Balestri pel 29 settembre, seppure in quel giorno non glielo do verbo et opere, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.
Il tuo Tiptèo Snerbacùli
LETTERA 394.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, giovedì primo ottobre 1840
Mio caro, carissimo Ciro
Martedì a sera non giunsi in tempo per impostare due righe onde darti mie nuove sin qui.
Ciò aveva io già preveduto sin da Perugia.
Oggi dunque prendo in mano un zeppo di penna, per dirti che il mio viaggio fu ottimo e con un tempo eccellente.
Jeri mi recai subito a Cesi, paese distante di qui per cinque o sei miglia, e là mi occupai tutto il giorno in certe ricognizioni relative alla nostra piccola possidenzuola in quel territorio.
E feci bene ad affrettarmi, perché oggi già l'atmosfera si turba; ed il camminare su per quella montagna coll'acqua è anche peggio che scarpinarvi col sole.
Sui motivi della mia gita e della relativa inspezione parleremo poi a voce quando dovremo occuparci insieme di queste poche reliquie di patrimonio.
Intanto tu attendi a studiare, a divenir uomo, e al resto provvederò io che amo più te che me stesso.
Conto di partire di qui nella mattina di sabato 3, e di giungere a Roma nella sera di domenica 4.
Di là avrai altra mia lettera.
Presenta i miei rispettosi saluti al Sig.
Rettore, al Sig.
Prof.
Colizzi, a' tuoi Superiori e Maestri, al Sig.
Prefetto, a' tuoi compagni ed ai nobili Sig.ri Carafa.
Sta' allegro in queste vacanze autunnali, divertiti, abbi cura della tua salute, voglimi bene, e vivi sempre felice.
Ti abbraccia e benedice di vero cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 395.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 6 ottobre 1840
Mio buono e carissimo figlio
Eccoci nuovamente divisi a 124 miglia di distanza.
Partii da Terni nella mattina di sabato 3, e giunsi in questa città verso la sera di domenica 4.
Il venerdì a sera fu a Terni un tempo burrascosissimo: diluvio e fulmini: domenica a sera fu a Roma altrettanto.
Le tempeste precedettero e seguirono il mio viaggio, lasciando però serenissime le due giornate da me percorse in cammino, dimodo che il mio viaggio riuscì oltre ogni dire felice.
Al ponte Molle trovai i nostri due buoni amici Spada e Biagini: poco dopo il mio arrivo mi raggiunsero entrambi, e menarono con loro a visitarmi l'avv.
Filippo Ricci, quali tutti vollero udire le tue nuove, e gioirono nel riceverle ottime.
Al primo dei tre consegnai la tua lettera, e così passai al Sig.
Avv.
Cini l'altra che avevi a me consegnato per lui in ringraziamento del dono della medaglia.
Sì l'uno che l'altro aggradirono sommamente queste testimonianze della tua civiltà.
Non ho ancora potuto vedere Antonia e Domenico, benché sieno essi venuti da me, domenica e lunedì sera; ma in questi primi giorni ho troppe cose da fare.
Andrò peraltro a trovarli fra un poco d'ore.
Sono adesso le 7 antimeridiane, ed alle 11 debbo recarmi alla vigna de' P.P.
Benfratelli, ospitalieri di S.
Giov.
Calibìta, col P.
Vernò (Generale del detto Ordine) e colla famiglia Cini.
Ivi faremo un'allegriola e torneremo a casa questa sera.
Vedi che ancor io ho trovato il mio Favarone.
Avrai ricevuta nella giornata di sabato una mia lettera scritta in Terni il primo corrente.
La spedii alla Sig.ra Cangenna per mezzo del Vetturale Magnone insieme ad altra lettera per codesta Signora e ad un libretto che inavvertitamente io Le aveva portato via in partendo da Perugia.
Ho trovato sul mio scrittoio una lettera del R.mo Can.
Tizzani, nella quale sono saluti pel Sig.
Rettore e per te.
Di' al Signor Rettore che tutte le lettere de' Convittori romani furono da me recapitate in persona nella giornata di ieri, e furono le mie prime occupazioni in questa Città.
I Sig.ri Caramelli però sono da varii giorni partiti, e presto il figlio li rivedrà.
Partecipa anche al Sig.
Felicetti che il suo pacchetto è già in casa Sartori.
I soliti miei rispetti a tutti tutti, nemine excepto, riferendoti al dettaglio della mia precedente.
Benedicendoti, e contando di già i giorni del rivederci, ti abbraccio e stringo al mio cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 396.
AL CAN.
VINCENZO TIZZANI - FIRENZE
Di Roma, 15 ottobre 1840
Gentilissimo e rispettabile amico
Fabbrico e spedisco a Firenze un Omnibus all'uso di quelli di Casa Cini: il quale costume, mentre pur basta allo scopo di conversare ad un tempo con più care persone fra cui non sien riserve o segreti, obbedisce insieme agli statuti della Compagnia della lèsina che prescrive di procurare i maggiori vantaggi co' minori possibili mezzi.
Eccovi dunque un pezzo di carta il cui contenuto spaccerete a fettine fra gli altri due membri della ragion-cantante Tizzani-Busiri-Cini, siccome un dividendum d'una società per accomandita.
Alla vostra lettera trovata da me in Roma senza data di tempo o di luogo (doveva però essere del 21 settembre e di Fano secondo le espressioni sue, relative alla Dieta) io risposi in un posterello d'uno degli Omnibus di casa Cini.
Spedii al mio Ciro i saluti de' quali in quella lettera l'onoraste.
Egli mi rispose il 10 in tali termini: Non ho maniere per ricambiare al presente la gentilezza del R.mo Can.
Tizzani verso di me.
Voi, se gli scrivete, mi farete il piacere di dirglielo e riverirmelo.
Ho ricevuto due obbligantissime lettere: la 1a del 21 settembre scrittami dal Sig.
Conte di Castelbarco, che leggeremo insieme al vostro da me sospirato ritorno: l'altra del 24 direttami dal Sig.
Can.
Izzi.
Più volte ho veduto S.
Pietro in Vincoli et omnes habitantes in eo, comprensivamente al Rev.mo Valle.
Godono tutti di buona salute.
La Signora Teresa, vostra felicissima Madre, sta bene e vi scriverà nello stesso corso di oggi, a Firenze: oggi, giorno della sua festa!
Vi riverisce, vi abbraccia e vi desidera
il V.ro obb.mo ser.re ed a.co G.
G.
Belli
LETTERA 397.
AL CAN.
FRANCESCO BUSIRI - FIRENZE
Di Roma, 15 ottobre 1840
V.mo Signor Don Francesco, mio amico e p.ne
Fui sabato 10 a riverire il Rev.mo Abate Valle, giunto in Roma nella sera del giorno antecedente, e n'ebbi co' saluti di tutti i nostri amabili viaggiatori una Sua lettera del 30 perduto settembre.
Ho, leggendola, dovuto mortificarmi in rilevare di esservi quasi accusato d'aver attribuito più a studio che ad ingenua sincerità le tante Sue gentili espressioni delle lettere precedenti.
Ma io sono innocente come l'acqua piovana, o, meglio come il zampillo d'una fontanella d'un giardinetto da monache.
Ella mi loda: Ella è sincero.
Ma io cosa ho da rispondere? M'ho da beccar sù quegli elogi senza un po' di difesa e di smorfie? Convinto del mio nulla, posso attribuir molto alla rettitudine de' Suoi giudizii; mi resta però sempre la giustizia e l'obbligo della maraviglia.
Dunque, facciam la pace, e non sia più fra noi guerra di complimenti.
Da qui innanzi mi stimerò qualche cosetta di più, chiuderò le labbra alla contraddizione, e farò miglior conto del laudari a laudato viro.
Io voglio esserle sempre amico a Suo modo.
Badi però, ché di troppo modesto potrebbe Ella mutarmi in un superbetto degno d'andar in ginocchio a pranzo col gatto.
Mi sono assai scandolezzato in udire come in una carrozza di religiosi volesse ficcarsi, non chiamata e non munita di passaporto, quella tale sprocedata Signora, che appiattatasi fra le tasche del reverendo viaggiatore vi annunziava in modo la sua presenza da farvi poi tutti esclamare con Messer Berni
Io non poteva valermi degli occhi,
...
ma adoperava il naso
Per conoscer le spade dagli stocchi.
Nella mia lettera che scriverò a Ciro, darò buon luogo a' Suoi saluti per lui, e son sicuro che li riceverà egli con altrettanto piacere con quanto dispiacere udì esser Ella passato di Perugia senza che potesse egli personalmente riverirla.
Egli, Ella, egli...
benedette queste terze persone! Imbrogliano la sintassi senza accrescere un jota al rispetto.
Un'altra volta dimando scusa e permesso, e do di mano al Voi.
Il discorso fluirà meglio, né i miei sentimenti ossequiosi ne scapiteranno di un acca.
Per oggi mi confermo col vecchio stile.
Suo vero a.co e servitore obb.mo G.
G.
Belli
LETTERA 398.
A RAFFAELE CINI - FIRENZE
Mio caro Cini, alias Raffaele, alias Lello
E così come va? Vi siete poi ingrassato a strappa-bottoni? Son curioso di vedere se a trippetta l'avete fatta in barba a Riotti.
Sarebbe una bella gloria per voi il poter dire a quell'orgoglioso sergente: Miserabile! Eccoti una mia sottana, e vi sciacquerai dentro come una noce in un sacco.
Tutti qui aspettano in voi un nuovo P.
Mariano da Alatri, un altro eminentissimo Vidoni, un formidabil emulo di Madama Sebasti! Macte animo, mio buon Lello.
A Roma non mancan mutande e calzoni, né la Presidenza dell'annona ha tanto scarse risorse da non saziar l'appetito de' giganti Golia e de' colossi di Rodi.
Tutti della vostra famiglia stan bene.
Mammà, la più delicata di tutti, ha passato una settimana al casino di Zagarolo colla Sig.ra Rita e col P.
Vernò.
Le Sig.re Luisa e Clelia sono sempre a Ronciglione; le altre due vostre sorelle stanno a Roma co' loro buoni mariti.
Non vedo l'ora di riabbracciarvi e di fare con voi qualche altra delle nostre chiacchieratelle.
Il vostro quel che vi pare G.
G.
Belli
LETTERA 399.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, giovedì 22 ottobre 1840
Mio carissimo figlio
In un medesimo giorno, nel giorno cioè 10 corrente, tu scrivevi una lettera a me, ed io ne scriveva una a te.
Forse abbiamo atteso ciascuno la risposta dell'altro.
Se però continueremo in questo modo produrremo sempre incrociature di lettere.
Io dunque, Ciro mio, mi fermerò dallo scriverti finché non abbia avuto riscontro a questa mia, della quale al solito mi citerai la data per mia regola.
Così ci rimetteremo in retto corso di alternata corrispondenza per questi pochi altri mesi durante i quali ci è ancor forza di conversare fra noi col ministerio della penna.
La Sig.ra duchessa Carafa partì, come io già ti aveva annunziato, la mattina del martedì 13, e dev'essere giunta a Napoli la sera del giovedì 15.
Il figlio di lei ne avrà già avuto notizia.
Essa, sul punto del separarci, tornò ad incaricarmi di mille saluti per te e per tutti i collaboratori tuoi nell'artificio delle pacche.
A proposito di pacche, mi disse la Signora com'ella si portava a Napoli due palloni, lavoro solidale della tua camerata.
Que' palloni non debbono innalzarsi nell'atmosfera sino al ritorno del Maresciallo da Parigi.
E dove andranno a morire que' due poveri globetti? Forse anche sul Vesuvio, lontano un quattro miglia dalla città.
Bell'onore pel Collegio Pio! Spinger quasi due meteore di carta su quel Monte di fuoco!
Avrei avuto a caro di vedere a volare il gran pallone lasciato a Favarone il dì 8.
Per quello furono necessarie ben altre operazioni e cautele ed attrezzi che non per la famigliuola di umili sferucce, lavorate con carta da fiori, sorrette da due dita di mano, ed elevate dalla fiammella di un solo spruzzo di alcool.
Vivano i macchinisti e i fisici di Via della Cupa!
E già che siamo sul proposito di palloni, terminiamo per intiero questo capitolo.
Mi è riuscito di trovare ed ho già comperato il palloncino di membrana animale, che tu desideravi.
Te lo spedirò alla prima occasione.
Lo gonfierei di gas idrogeno, e ti volerà dove tu voglia.
Frenandolo con un filo ti seguirà in aria dovunque tu camminando lo tiri.
Lasciandolo all'aperto senza questa precauzione ti scomparirà in un momento dagli occhi, e nol troverai più.
Si avvicinano, Ciro mio, al loro termine le ricreazioni autunnali.
Presto, riprenderai occupazioni più serie.
Non molto dopo verrà il carnovale a nuovamente distrarti lo spirito.
Quindi, altro studio, non interrotto che dai giornalieri riposi.
Poi succederanno le allegre gite di primavera, ottime a scuoter la mente impigrita dalle occupazioni e dai ritiri invernali.
Attraversata in appresso la breve stagione del caldo, che a Perugia non è neppur molto incomoda, si trapassa nuovamente dalle ultime fatiche dell'anno scolastico a' sollazzi dell'autunno, di quell'autunno che ti riunirà al
tuo aff.mo padre
P.S.
I soliti saluti per te.
I soliti saluti e rispetti per parte mia a quanti sono i tuoi Superiori, Maestri, compagni ed amici!
LETTERA 400.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 12 novembre 1840
Mio carissimo figlio
Ebbi dalla gentilezza del Sig.
Caramelli la tua lettera del primo corrente.
- Mi è molto grato di udire il felice arrivo della Sig.ra Duchessa Carafa al suo soggiorno di Napoli.
Fa' conoscere al figlio questa mia soddisfazione, e salutandolo in mio nome pregalo insieme di notare i miei ossequi nella prima lettera che scriverà alla sua famiglia.
Tu mi parli di palloncini.
Su questo proposito ti risponderò che presso alcune indicazioni da me date alla grossa qui nella Casa dove abito, venne desiderio al marito di mia cugina di fabbricarne uno cogli stessi metodi e colla stessa materia, e poi farlo volare.
Invece di uno ne fece poi due, la cui ascensione fu stabilita pel passato martedì 10, giorno di certa festa di famiglia; e pel luogo dello spettacolo fu scelto un cortiletto appartenente alla Casa.
Ed ecco, dopo il pranzo, tutti i compigionali e i vicini affacciati alle loro finestre.
Curiosità ed ansietà in tutti, specialmente nell'artefice e in me suo consigliere.
Si dà il fuoco al primo pallone, e si brucia! Si accende il secondo, e va in fiamme! Allora beffe, urli e fischi da tutte le parti; e fu terminata la festa.
Il disastro derivò, a mio giudizio, da una sola cagione, operatrice di due pregiudizî.
I palloni eran lavorati bene, e venuti similissimi a quei del Collegio.
Ma intorno all'asse di fil-di-ferro fu avvolto un batuffoletto di cotone un po' troppo serrato e pesante.
Il liquido aggiuntovi lo aggravò poi anche di più e ne ampliò pure il volume.
Quindi la troppa gravità che tirava il pallone al basso e superava l'alleggerimento della dilatazione dell'aria interna: quindi una fiamma che, soverchiamente larga, investì le pareti del globo; e felicissima notte.
Se tu, Maestro in capo, eri presente, le cose sarebbero andate in un'altra maniera.
Per onor mio debbo tuttavia dire che io aveva ciò conosciuto e avvisato; ma la mia voce fu non creduta e derisa come quella di Cassandra figliuola di Priamo re di Troia.
Ed ecco poscia il gastigo de' Numi irati.
La giornata di S.
Martino non fu qui ieri nulla di buono.
Tempo sciroccale e piovoso.
Se così accadde anche a Perugia, Favarone non potrà aver ricevuto da voi-altri il suo ultimo addio.
Poco male: avrete fatto festa in casa.
Or eccoci nuovamente agli studi.
Coraggio, Ciro mio, e cursus in fine velocior.
Quest'anno bisogna portar via qualche medaglia.
Ho avuto il conto semestrale de' tuoi depositi e te ne ringrazio.
Ti spedisco franco un libercoletto donatomi dal nostro Sig.
Ferretti.
Contiene un bel Carme sulla Carità, scritto dal celebre Felice Romani.
Bell'argomento per chi ha cuore e virtù!
Riveriscimi il Sig.
Rettore, congratulandoti di cuore con lui, a mio nome, per la sua ricuperata salute.
E poi ripeti i miei ossequiosi saluti a quanti costì sono, comprensivamente alla Sig.ra Cangenna ed al Sig.
Biscontini quando potrai vederli.
Il Rev.
Tizzani, i Sigg.
Avv.
Cini, Fr.
Spada, e tutti gli altri, etc.
etc.
etc.
ti salutano.
Io ti abbraccio e benedico teneramente.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 401.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 novembre 1840
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua lettera del 17, nata gemella coll'altra del Sig.
D.
Pompeo Carafa.
Circa a questa ne ringrazierai il gentile autore per le obbliganti frasi che la compongono; e riverendomelo e rallegrandoti seco in mio nome per la cessata angustia della di lui buona Madre, lo pregherai di fare ad essa i miei rispettosi complimenti quando tornerà a scriverle.
Veniamo ora a te.
Mi dai notizie de' tuoi studi per l'anno scolastico già principiato, cioè Etica, fisica, musica, lingua greca e assistenza alle lezioni di chimica.
Per le prime quattro scuole tutto va bene e nulla v'è da replicare: non vi sarebbe da obbiettar nulla anche per l'ultima, vale a dire per la chimica.
Ma poiché ti ascolto parlarmi di uditore alla chimica e ti trovo in silenzio sull'auditorato alla eloquenza latina, mi sembra dover dirti che tu abbi scambiato un esercizio per l'altro relativamente a quanto concertammo insieme e col Sig.
Rettore allorché io mi trovava in Perugia.
Gli esercizi di chimica mi piacerebbero assai, perché io amo ardentemente questa e le altre scienze congeneri: nulladimeno mi veggo obbligato ad insistere sull'uopo degli esercizii intorno ai classici latini e circa alle bellezze del latino idioma, del quale, giunto tu a Roma, avrai somma necessità.
Tu sai che l'eloquenza latina fu non troppo bene servita all'epoca in cui tu ti vi applicasti pel corso ordinario della tua istruzione, e con te e con me lo sa il Sig.
Rettore e forse tutto il Collegio.
Temo pertanto che questi tuoi interventi alle lezioni di chimica, sostituiti (a quel che pare) all'intervento nella scuola di oratoria latina, ti tolgano il tempo di eseguire quanto io ho sempre desiderato.
Se dunque, Ciro mio, ti è forza di sacrificare uno de' due esercizî, mi farai cosa gratissima di mandar vittima piuttosto la chimica che non la oratoria latina, imperocché la prima ti potrebbe esser utile e la seconda ti è indispensabile.
Dove poi il tuo tempo e le tue forze arrivino e bastino a tutto, non so dir altro se non che tu faccia il tuo piacere senza offendere il mio.
Ti ho voluto intanto cavar fuori tutto questo discorso perché nella enumerazione de' tuoi studî mi hai saltato a piè pari ciò che più m'interessava di udire.
A Roma, Ciro mio, si vive in latino, quando non si voglia esser paghi di qualche impieguccio da commesso di dicasterii.
Le più alte speranze e le più nobili fortune vanno unite alla toga.
Io non ti vorrei uomo volgare e gregario, e alla mia morte desidererei dalla tua penna una bella epigrafe nella lingua di Cicerone.
Né ciò già sul mio sepolcro, perché io non ho cosa alcuna da narrare di me alla posterità, ma sopra la prima pagina del tuo portafoglio.
Se l'avvocato Ciro Belli sarà anche un fisico-chimico, tanto meglio: prima di tutto però l'avvocato parli da avvocato romano.
Ho già provveduto il trattato di partimenti musicali.
Qui mi si sostiene che quello della edizione napolitana è assai più meschino che non quello di Milano nella parte testuale e dichiarativa.
Insomma ho creduto oprar bene in comperarti l'opera di 200 pagine in folio, della quale ti transcrivo qui il titolo.
Spero che il Sig.
M.ro Tancioni non crederà di stimarlo insufficiente.
A me par molto bella e chiara:
PARTIMÉNTI
ossia
Basso numerato
del celebre M.
Fedele Fenaroli
e
Trattato d'accompagnamento
di Luigi Rossi
Il tutto
forma un complesso di dottrina armonica teorico-pratica
fondata sulle basi della scuola
di Napoli
Proprietà dell'editore 2404.
Prezzo L.
36 ital.ne
MILANO,
presso F.
Lucca, S.
Margherita 1131
Per far le cose più sollecite ti spedirò il libro pel mezzo della diligenza.
Se si sciuperà in viaggio, potrai farlo rilegare.
Addio, Ciro mio.
Io ho molte occupazioni, perché oltre quelle di casa per mandare avanti la barca, ed oltre le ordinarie del segretariato dell'Accademia tiberina, debbo terminare un discorso di circa 40 fogli, diviso in più parti, la prima delle quali reciterò alla Tiberina nell'adunanza del 23.
Le altre parti saranno da me lette il 21 dicembre e poi nel futuro gennaio.
Il soggetto è Di alcune curiosità cinesi.
- Dunque buona notte, e torno a scarabocchiar fogli di carta.
Riverisci il Sig.
Rettore (tanto caro) il Sig.
Presidente, il Sig.
Prefetto, il Sig.
Gratiliano, il Sig.
Mezzanotte, il Sig.
Laurenzi, il Sig.
Massini, il Sig.
Tancioni, il Sig.
Tassi, il Sig.
M.se Monaldi, il Sig.
Bianchi, la Sig.ra Cangenna, il Sig.
Serafini, i tuoi compagni, etc.
etc.
Tutti ti salutano ed io?....
Papà tuo.
Ti spedisco alcune stampe delle molte pubblicate a Roma in occasione della morte della Principessa Borghese.
Voglio che tu legga le tre prose 1a del Bianchini, 2a del Gerardi, 3a del Cantù.
Anzi, prega in mio nome il Sig.
Gratiliano di leggerle teco.
In quella del Bianchini troverai imitato il gusto italiano antico: nell'altra del Gerardi troverai uno stile moderato fra l'antico e il moderno; nell'ultima finalmente del Cantù avrai un esempio della indole romantica della odierna letteratura.
Mi dirai a tuo comodo a quale de' tre modi t'inclinerebbe il cuore.
Io per me terrò sempre per quegli scritti ove più domini e campeggi la semplicità e l'affetto senza l'affettazione.
Il caso di questa morte fu assai tristo e vivamente deplorato da tutta Roma.
Informati dunque ancor tu della disgraziata fine di una virtuosissima Signora che dalla Inghilterra sua patria era venuta a farsi tua concittadina.
LETTERA 402.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 5 dicembre 1840
Mio carissimo figlio
Mi hai analizzato con tanta precisione chiarezza e abbondanza il tuo tempo e gli esercizî ne' quali lo impieghi, che se non mi rendessi vinto alle tue dimostrazioni meriterei taccia di uomo irragionevole e di testa di zucca.
E guardi il cielo che io mi chiamassi non pago delle tue fatiche.
Veggo esser già tante e sì gravi le tue occupazioni, che il volerne di più sarebbe un pretendere di toglierti o il necessario sonno dagli occhi, o il cibo dalla bocca, o i momenti indispensabili alle oneste ricreazioni della mente ed agli esercizi del corpo: equivarrebbe ciò insomma ad un attentato contro la tua salute, conservatrice di ogni forza vitale.
Poiché dunque le cose stanno così, e così debbono andare pel regolar corso di tutto il complesso di circostanze, non parliamo più di ripetizioni di lingua latina, per quanto utile e necessaria debba questa fra poco riuscirti nella tua imminente carriera in una città dove si vorrebbe latina fin la minestra, e latini gli starnuti e gli sbadigli e la tosse.
Che se io ti parlai su questo proposito, il mio discorso non fu che un sèguito dei colloqui fra noi passati in Perugia.
All'impossibile però non può trovarsi rimedio e ciò io conosco benissimo non avendo l'animo irragionevole.
Ora tu fa' quel che devi e che puoi, né ti smarrire la mente in moleste sollecitudini.
Se ti riuscirà e quando ti riuscirà senza troppo cimentare le tue forze, vivo persuaso che il tuo savio e retto giudizio ti farà premuroso di munirti d'un mezzo sì potente per esprimere in questo romano fôro, e in questa romana corte, tutta la dottrina di cui per le scienze avrai fatto tesoro.
Io già non dubito che le regole del latino idioma ti sien familiari, avendo pure in esso impiegati più anni: il mio desiderio si indirizzava al farti acquistare il pronto uso de' vocaboli e delle frasi più scelte, e al formarti il gusto al sapore delle eleganze de' classici.
Forse tu sai (e se non vi hai mai riflettuto, te ne avviserò io) che noi pensiamo parlando tacitamente con noi stessi, né accade riflessione nel nostro spirito che non segua per via di ragionamento verbale, dacché niuna chiara idea ci si sveglierebbe nell'anima se non vi nascesse associata alla parola merceccui la esprimeremmo comunicandola ad altri o colla voce o con segni di convenzione.
Ed ecco perché chi meglio pensa meglio parla, soccorrendogli più ovvia e distinta la parola relativa al pensiere ovvero al concetto e alla idea con cui n'era già prestabilito nella mente il rapporto.
Tu pensa a quel che ti piace, e, se per poco vi badi, ti accorgerai di parlar teco stesso mentalmente, benché la tua lingua si mantenga in perfetto silenzio.
Non si parlerà dunque mai bene una lingua finché non si pensi in quella e con quella; ma per pensare in una lingua non natìa senza che quel tacito discorso proceda da un'istantanea traduzione mentale della lingua nostra nella strariera, è necessario di avere lungamente abituato lo spirito ai suoni o alle reminiscenze de' suoni dell'idioma acquisito, sì che la familiarità di questo ci si equilibri colla confidenza che abbiamo del linguagzio primiero, associate alle cui voci si svilupparono in noi le prime idee fin dalla infanzia.
Il solo esercizio può conferirci facoltà di giungere a tal facilità e schiettezza di discorso in una lingua non nostra, da renderci inutile o almeno impercettibile la progressiva traduzione mentale delle idee nelle voci nostrali, e poi di queste nelle parole straniere.
Con questo doppio processo si moltiplicano gli atti della mente: quindi lo stento e la minore efficacia della orazione.
Ma quando per una diuturna abitudine noi colpiremo immediatamente il rapporto fra una idea nostra e la straniera voce senza passare a traverso del nostral vocabolo che corrisponde ad entrambe, allora potremo dire di perfettamente sapere ed usare una lingua, acquisita per mezzo delle identità ideologiche col nostro idioma natio.
- Basti tutto ciò, e sia stato detto per pura accademia.
Quando vivremo insieme studieremo Cicerone, e ci aiuteremo vicendevolmente a gustarlo.
Intanto, ripeto, fa' quel che puoi, e quando puoi, e se puoi.
Mi fa gran piacere l'udire che il Sig.
Tancioni abbia approvato il libro de' partimenti.
Ora sta a te, quando puoi, di approfittarne.
E prego il Sig.
Maestro di rendertene l'uso efficace.
E m'auguro che possa.
Quando verrò a Perugia porterò meco i miei scritti cinesi, e se nelle ore di ricreazione vorrà il Sig.
Rettore permetterlo, li andrò leggendo a te ed ai tuoi compagni.
Sei contento così?
Sì, anch'io sto bene, per grazia di Dio; e voglio tornar giovane per vivere più lungamente con te.
Misuro il viver mio dagli anni tuoi.
Dimmi un po', Ciro mio, perché nella tua ultima lettera mi hai scritto 1° gennaio anziché 1° dicembre? Ti pesa tanto il tempo che tu voglia accelerarne la fuga? Vivi, vivi quest'altro mese, e già non dubitare che i gennai non ti passino sul capo colla celerità del pensiere.
Tu adesso mi farai il complimento di dirmi che ti fingi così più vicino il momento della nostra riunione.
No, no, Ciro mio, vivi tutto il tempo che Iddio ti concede, e quel che dee giungere arriverà da se stesso.
Non v'è più carta pe' saluti.
Ma ricevili e dàlli.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 403.
AL CAN.
FRANCESCO BUSIRI - ROMA
[1840]
Rev.do Amico
Questa mattina ho dato allo stampatore il foglio 13° e il 14°, corretti.
Poi mi son recato da lui e ho preso il foglio 15°: questa sera avrò il 16°.
Fra un paio di giorni è dunque terminato l'altro fascicolo.
C'est bien faire de la diligente.
Col foglio 14 è principiata la dissertazione dell'Orsi, ed io ho bisogno dell'originale stampato.
Quello ms.
mi lascia in molte incertezze.
Parole dubbie, o errate, o mancanti sottolineazioni non sicure: note saltate e di carattere fallacissimo etc.
etc.
L'ho questa mattina detto al nostro caro Can.
Tizzani e mi ha risposto: fa' per ora come puoi.
Ed io fo come posso volgendomi a voi.
Ricorro e mi appello.
Vado qua e là lasciando dei punti marginali dove il senso non mi corre o temo che gatta ci covi.
Insomma ricorro e mi appello.
Io correggo, ma non vorrei che poi dicessero: e chi è questo asino di correttore? che già in ogni modo lo diranno.
Oh quell'Orsi! oh quale imbroglio di virgole! che caos! Pare grandine che sia caduta giù a comodo suo.
Dove coglie coglie, e a voi di sotto.
Come son bestie gli uomini dotti!
Scrivo mezzo al buio, e colla penna da correttore di stampe, e colla testa da torchio di stampatore.
Figuratevi il carattere e il senso! Come son somari i correttori!
Asino sì, ma disposto sempre a' servizi de' miei buoni amici e padroni.
Sabato 10
Il v.o aff.mo a.co e serv.
G.
G.
Belli
LETTERA 404.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 12 gennaio 1841
Ciro mio
Ho un po' troppo tardato a risponderti, è vero? Lo conosco, Ciro mio caro; ma ascoltane il motivo.
Io voleva riscontrare nel giovedì 7 la tua del 29 Xbre: all'improvviso però fui chiamato a S.
Pietro in Vincoli dal Rev.
Tizzani, il quale avea bisogno di consolazioni per la morte (accaduta alle 5 del mattino di quello stesso giorno) del Can.
Busiri che tu conoscerai, e che io accompagnai a Gubbio nell'ultimo agosto.
Era un poco infermo da alcuni giorni, ma nella mattina del 7 finì di vivere per un improvviso e violento sgorgo di sangue dal petto.
Il prof.
Tizzani è desolato: tutta la Canonica è inconsolabile per la perdita di quel dottissimo, piissimo e amabilissimo giovane.
Da quel giorno io sono stato quasi sempre a S.
Pietro in Vincoli, meno i momenti indispensabili ai tuoi affari, e meno la giornata di sabato 9 che spesi tutta intiera in casa, scrivendo un non breve articolo pel Diario romano, e un ancor più lungo elogio per l'Album tutto in onore del caro defunto.
Ecco l'altro motivo per cui non potei mandarti lettera neppure nell'ordinario di sabato.
Ti scrivo dunque oggi, incaricandoti di pregare in mio nome l'ottimo e affettuoso Signor Rettore affinché voglia far recitare in Collegio una prece per suffragio della candidissima anima del povero Canonico regolare del S.mo Salvadore Lateranense, D.
Francesco Busiri.
Io sto bene, benché afflitto per la detta disgrazia.
Mi auguro buona anche la tua salute.
Tutti ti salutano: riveriscimi e salutami tutti.
Ti abbraccio, Ciro mio, ti benedico e mi ripeto in fretta
tuo aff.mo padre
LETTERA 405.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 gennaio 1841
Ciro mio
Nello stesso giorno 12 corrente in cui ti spedii l'altra mia lettera, tornando a casa trovai sul mio scrittoio la tua del 9, lasciatami dal cortesissimo Sig.
Maresciallo Carafa.
Fui quindi a visitarlo e ringraziarlo, e n'ebbi buone notizie di te, ma cattive del caro Peroletto Monaldi, del quale io ignorava la malattia ed oggi spero la total guarigione.
Mi parlò il Sig.
Maresciallo delle somme sollecitudini del Sig.
Rettore in vantaggio del piccolo infermo.
Avete in lui Voi Convittori un Superiore di rara eccellenza.
Salutalo in mio nome, e fagli sentire i miei sentimenti di venerazione pel suo ottimo cuore.
Mi ordini in nome del Sig.
Prof.
Colizzi una campana di cristallo di buona fabbrica, del diametro di un palmo.
Queste indicazioni mi sembrano scarse.
Non so se debba essa servire ad uso di macchina pneumatica o per altri fini, ciocché varierebbe assai la forma e l'altezza.
E tu conoscerai pure che si chiamano generalmente campane anche quelle aperte alla sommità siccome quelle chiuse.
Per darmi dunque alla ricerca abbisognerei di qualche altra indicazione, onde non errare nel caso che trovassi l'oggetto.
Comprendo benissimo ciò che mi annuncii riguardo al palloncino di baudruche.
La imperfezione sua deve dipendere dalla sua vecchiezza, e questa dalla lontananza del fabbricator francese da Roma, al quale non se ne può commettere una momentanea lavorazione.
I rivenditori conservano questi palloni, finché loro ne càpiti richiesta; e così i palloni, col lungo giacere non adoperati, si disseccano soverchiamente e dan via all'apertura di piccoli pori, pe' quali, benché pure invisibili all'occhio, il tenuissimo gas se ne fugge, e tanto più vi trova adito quanto più condensato entra in tensione.
Io ti mandai il pallone perché tu lo desiderasti, ma io già dubitava del buon successo dello sperimento, né mi valse pregare il mercante di vendermene uno di recente formazione.
Chi sa quanti anni si porta esso addosso! - Ora, se tu ancora lo conservi, fa' una prova e levati una curiosità.
Gonfia alla meglio il pallone colla bocca e col tuo fiato e, supponendolo sferico, misurane in qualche modo il diametro o asse poi calcola la sua capacità in pollici cubici.
Tu saprai forse che il peso del gas idrogeno è di 3/100 di grano per ogni pollice cubico.
Trovato il peso del gas che il pallone può contenere, posa il pallone e confronta i due pesi.
Se supera quello del pallone, esso deve restare gravando in terra, malgrado dell'azione sollevante del gas se si equilibrano si elideranno anche le opposte tendenze di gravitazione al basso e all'alto.
Il solo caso in cui il pallone potrebbe elevarsi è quello di un eccesso sensibile dell'azione inversa del gas contenuto sull'azione della materia contenente.
Rendi i miei rispetti e saluti a tutti i tuoi Superiori, ai Maestri, ai compagni, agli amici, intendendo io di nominarteli uno per uno.
E di' al Sig.
Tancioni che la 3a Grazia di Sterz non è ancora giunta da Milano.
Le Grazie son delicate, e con questi tempi stanno a casa e non si espongono ai viaggi.
- I nostri parenti, amici etc.
aspettano il momento di rivederti.
Ti abbraccia e benedice
il tuo aff.mo Papà
LETTERA 406.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[5 febbraio 1841]
Mio carissimo amico
Non vi ho mai scritto finora, nella speranza e nel desiderio in cui era di aver prima buone notizie intorno al vostro felice arrivo.
Ma finalmente, per non oltre più ritardarmi la risposta che ebbi circa al vostro raccomandato Olmeda, mi risolvo a prevenirvi.
Il Sig.
Frezza, comandante delle truppe di finanza, si prese un appunto degli ufici che io praticai presso di lui, e promise di scriverne al Capitano suo fratello onde giovasse all'Olmeda figlio sin dove si potesse estendere l'arbitrio del comando militare, indipendentemente dalle superiori trafile, che son lunghe e difficili.
Non crede però il sig.
Frezza che il sotto-capo Olmeda potrà avvicinarsi tanto alle Marche che esca dalla provincia di Romagna, ma bensì potersi rimovere dal luogo dov'è e così allontanarlo dai contatti in cui egli non si trovasse volentieri.
La divisione militare di finanza appartenente alla Romagna si estende sin sotto ad Ancona, dove comincia quella delle Marche.
Ora né in Marca né presso la Marca si vuole che l'Olmeda si trovi onde evitare la troppa vicinanza di molti individui appartenenti ad una stessa famiglia e ad una stessa arma; la quale soverchia prossimità è (seguita sempre a dire il Sig.
Frezza) contraria alle massime di questo Corpo di milizia.
Altronde l'Olmeda padre ha seco altri due figli, anch'essi militari di finanza; e questi gli si lascian vicini appunto per deferenza speciale verso i meriti de' suoi passati servigi.
In ultimo luogo dovrebbe anzi l'Olmeda figlio ringraziare i suoi capi del tenerlo nella provincia dov'è, dappoiché è appunto quello il circondario in cui potrà sperare ed ottenere distinzioni ed avanzamenti.
In tutti i modi, come vi dissi, io spero che un qualche traslocamento glielo concederanno, in vista di qualche parola che io pronunciai confidenzialmente all'orecchia del Sig.
Frezza circa alle probabili personalità che la ferma ed energica condotta del padre possono avergli procacciate quelle parti.
Di più e di meglio non mi è riuscito di fare, né pare sperabile per la via del Comando Militare.
Potrebbesi, è vero, tentare il mezzo delle autorità superiori; ma allora si andrebbe incontro a mille verifiche, formalità e deliberazioni, le quali sempre soggiacciono ad uno spirito di diffidenza e di circospezione con cui le Dignità dello stato accolgono sempre e trattano le dimande di questa natura.
Amatemi, Neroni mio, e ricordatevi di me.
A proposito: nella sera della prossima domenica 7 si celebreranno i capitoli matrimoniali fra la Sig.ra Rita Cini ed il Sig.
Ettore Perozzi; e lunedì seguiranno le nozze.
Presto poi verrà nella Marca questa gentile Signorina.
Tutta la famiglia Cini vi saluta.
Vi abbraccio teneramente e colla solita stima
Di Roma, 5 febbraio 1841
Il V.o aff.mo a.co vero G.
G.
Belli
P.S.
Mi si va riaffacciando il dolor di testa, ma non è continuo.
E voi come state?
LETTERA 407.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma 6 febbraio 1841
Mia carissima Amalia,
alle ore 4 pomeridiane del lunedì 23 novembre 1840 mi udii chiamare a nome sulla piazza Rondanini da una voce tra cognita e incognita che mi suonava dietro le spalle.
Ti giuro sull'onor mio e sull'affetto che sento per te, mia cara Amalia, che in quel momento io andava pensando al n° 20 dove abitava già una certa maga...
Mi rivolsi e mi vidi accanto il Sig.
Viviani, che mi disse: Io doveva venire da lei con un'ambasciata della Sig.ra Bettini: ma ho avuto un'infermità in famiglia e ho tardato a fare il mio dovere.
E che dice la Bettini? Dice che se Belli non le scriverà, Ella non gl'invierà più una parola del suo carattere.
Amalia mia, io credei che o scherzassi tu o celiasse Viviani; ma il tempo seguita a correre, e mi accorgo che parlavate entrambi sul serio.
Dunque tocca a me.
E come puoi essere inquieta con me, Maga mia del num.
20, quando io ti scrissi il 25 luglio 1839 a Ravenna, in risposta alla tua 2 luglio in data di Faenza? Come ti regge l'animo di mandarmi simili minacce quando io nella quaresima del 1840 ti spedii a Milano per mezzo del tenore Castellano un mio libro in-8° di poesie, che consegnai a lo stesso Castellano in casa Ferretti l'ultimo giorno di carnovale? Il Castellano poi scrisse a Ferretti da Milano assicurando di aver adempiuto a tutte le commissioni.
E tu mi hai sempre pagato a silenzio fin dal 2 luglio 1839! Io non so più dove vai, non so più cosa pensi, non so più...
Sèguita mo a starmi col muso e a guardarmi stracciasacco! Io sì che sto in collera con te, ma in una collera, in una collera, che se ti avessi adesso avanti a me ti prenderei una mano e te la schiaccerei contro le mie labbra.
Scrivimi dunque, Amalia mia, e spiegami come sono andate le cose.
Ma dimmi un po', Amalia: il mio tuono troppo confidente ti offende? Nella tua del 2 luglio mi dicesti di no, ed anzi mi incoraggiasti a star meglio in grammatica.
O se non ti offendi tu, non potrebbe forse altri offendersene per te, con te e con me? In tal caso tu puoi rispondere: non badate ai delirii d'un povero vecchio.
Questa lettera davvero che la è delirante, né io mi ripesco cosa diamine ho scritto.
Ma quando avrò ricevuto un tuo foglio, dal tuono di quello raccapezzerò il cervello che oggi mi manca.
Ripiglieremo allora un epistolario da essere fra qualche secolo archiviato nel Vaticano fra le coble e i lai di Provenza.
Spero però che il Vaticano durerà qualche secolo.
Sarebbe una vera calamità pei poveri posteri se il mio epistolario passasse fra i codici del Semplicista.
Salutami la tua Mammà e la tua sorella: sta bene la Sig.ra Lucrezia? Sta bene la Checchina appiccicarella? E tu stai bene? Dimmi di sì per carità.
Ed io come sto? Sto come un melenso aspettando una tua risposta.
Il tuo a.co e serv.e
G.
G.
Belli
LETTERA 408.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 27 febbraio 1841
Spada mio
Per motivi che spiegai a Biagini nella mia del martedì 16, non scrissi nel sabato 13, giorno del mio arrivo in questa Città.
Ma poiché Biagini mi scrisse egli stesso in quel sabato, la mia prima lettera, che doveva esser missiva, ebbe a divenir responsiva.
Ora stando io per ripartire di qui ed aspettando il vetturino a momenti, ripeto questa seconda che io voleva far lunga per raccontare a voi amici certe notiziole, ma che vorrà esser brevissima per colpa di varie visite che m'hanno imbrogliato la valigia e la penna.
Ti basti pertanto sapere che Ciro e io stiamo bene, che il Carnevale l'ho passato sempre in Collegio e che sul finire della prima settimana di Marzo ci riabbracceremo.
Salutami le case Biagini, Ricci e Ferretti.
Scrissi il 16 anche alla famiglia Mazio, ma non ho avuto riscontro.
Forse il giorno han dormito, e di notte non si scrivono lettere.
Non sono le carte di Fabriano quelle che vedono il lume di candela, ma le carte del Cigno di Bologna.
Amami, Checco mio, e statti bene.
Il tuo Belli
LETTERA 409.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, martedì 2 marzo 1841
Mio carissimo Ciro
Ti do le mie notizie dal punto della mia partenza fino a questa città dove giunsi ieri alle sei pomeridiane.
Il mio viaggio fu buono, se vogliasi eccettuare il fastidio di un gran vento, di un rigidissimo freddo, ed anche di un poco di neve caduta mentre io mi trovava in cammino tra Fuligno e Spoleto.
Veramente tuttociò mi ha un poco incomodato, ma il piacere di averti riveduto fa sì che io passi sopra a queste piccole molestie, e mi applaudisca della idea di avere effettuato l'attuale mio viaggio nel mezzo del verno.
Appena giunto cominciai subito ad occuparmi de' nostri affarucci, e ne' pochi giorni che passerò qui procurerò di comporre le cose nel miglior modo possibile onde si possa nell'avvenire trovarne qualche vantaggio.
Spererei poter essere a Roma sul cadere della corrente settimana.
Tu però, al solito, non rispondere a questa prima mia lettera, ignorando io sino ad ora dove la tua risposta potrebbe trovarmi.
Arrivato appena alla nostra patria sarò sollecito di avvertirtene e allora mi riscontrerai.
Intanto vivi di buon'animo sulla mia salute, e veglia sempre sulla conservazione della tua, onde mantengasi florida come io l'ha trovata e lasciata.
Sullo studio e sui buoni portamenti nulla ti dico, perché so essere superfluo il fartene speciale raccomandazione.
Tu operi con maturità di senno e per intima convinzione de' tuoi doveri.
Quindi io riposo tranquillo su questo interessante argomento.
Ti prego vivamente di porgere mille e mille rispettosi saluti al nostro carissimo Sig.
Rettore, uomo degno d'ogni stima ed amore.
Riverisci ancora in mio nome l'ottimo Sig.
Colizzi, i Sig.ri Superiori del Collegio, i tuoi Maestri, il Sig.
Prefetto, il Sig.
Can.
Mari, il Sig.
Serafini, il Sig.
Tassi, e tutti i tuoi compagni di camerata.
Ricevi i saluti di questa famiglia Vannuzzi, e con essi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 410.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 9 marzo 1841
Mio carissimo figlio
Due giorni più tardi di quello che io credeva di potere, sono giunto felicissimamente in questa città jeri al giorno.
Questa mattina ho subito preso a disbrigare le cose più urgenti che la mia assenza mi ha fatto trovare accumulate, non che alcune commissioni che portai meco in Roma.
Primo luogo fra queste è stato dato da me ad un certo incarico di cui mi onorò il Signor Rettore.
Digli però da mia parte che la persona alla quale io aveva pensato dirigermi onde riuscire nello scopo, è a Civitavecchia e tornerà fra un mese: dovrò quindi pensare ad altro mezzo onde ottenere al più presto ciò che si desidera.
Io non iscrivo direttamente al Sig.
Rettore, siccome pur sarebbe mio debito, e ti prego far sì ch'Egli ne trovi buone le mie scuse nelle non poche brighe a cui mi conviene dar sesto.
Riveriscilo insieme e assicuralo che io lo tengo sempre nella mente e nel cuore.
Pregalo oralmente di passare i miei rispettosi ossequi al degnissimo Monsignor Delegato.
- Saluti non posso dartene perché sino ad ora poche persone ho vedute.
Ti voglio però incaricare di ricordarmi alla gentile memoria di tutto il Collegio, nemine excepto, tanto di quelli che vi abitano quanto di ogni altro che vi abbia relazione di uficio.
Son costretto, Ciro mio, a distaccarmi dalla dolce occupazione del trattenermi con te.
Ti basti per oggi sapere che io sto benissimo, e che buonissime nuove spero ricever di te.
L'ultima sera che ti visitai, essendosi fatto un po' tardi, non potei vedere il convalescente Peroletto Monaldi.
Ti sarò grato se me ne darai qualche notizia.
Ti abbraccio e benedico affettuosissimamente.
Il tuo Papà
LETTERA 411.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 16 marzo 1841
Vedi, mia cara Amalia? Faccio come que' del contado, che non ti vengono a casa che non rèchinti una serqua d'uova o un castelletto di noci.
E tu stendi leggiadramente la mano e fai buon viso a' miei doni di magro.
Ma come si fa? Tre pagine ho pure da empirtele.
Veramente di cose n'avrei in petto da dirtene: ma le son delicate, e per le centinaia di miglia si sciupano, e svaporano peggio che non è l'acqua del tettuccio.
Quelle son parole da spingersi alla distanza al più d'un tavolino da giuoco; e da Roma a Torino corron più palmi che non ne bisognerebbe di sciamìto per fare una gonnella da nozze alla luna.
Or tu m'hai scritto una lettera da Maga; e guàrdati bene dal venire più a Roma, perché io ti accuso quale distillatrice di filtri.
Eppure, oh come ti rivedrei volentieri, dovessi anche morir bruciato con te! Sciogli tutte le scritture: legane una sola che ti riconduca fra noi.
Ma dalle tue dubbie parole io lo travedo: tu ti mariti, e allora addio Roma, addio Dante, addio meriti e ricompense; addio regina e poeta cesareo! Ho passato il Carnevale a Perugia presso il mio Ciro, che sul principiare di ottobre verrà ad aspettarti anch'esso presso le rive del Tevere.
A Perugia ebbi altri tuoi saluti dal Conte Ranieri che ti vide anch'egli a Firenze.
Buona Amalia! mi ricordi davvero? La tua predecessora nella real compagnia sta per giungere a Roma.
Ferretti è già in moto pe' ricevimenti.
Egli fra malattia e malattia strappa la vita scrivendo, urlando, battendosi come un leone.
Oggi è in letto, dimani correndo che bravo chi l'arriva.
La moglie è molto decaduta: le tre figlie per ora stan bene, e tutte e tre nubili.
Se hai qualche scartarello, spediscilo a queste tue buone amiche.
Il loro fratelluccio cresce bene e sviluppa ingegno non comune.
Biscontini dura nel celibato, sempre cercando moglie.
Coleine batte la moda, e non vende ma affitta la sua libertà.
Ingàmi non guarda più in faccia donne, e serba le ultime ricottine per sé dopo aver perduti gli ultimi denti.
Ve' cosa fan gli anni e le passioni! Tu ti dici invecchiata dalla fatica? Io dall'età, dai pensieri e dalla solitudine.
Niccolini l'ho conosciuto anch'io nel 1824 a Firenze: ma io ero allora anche più piccolo che adesso, ed egli non men grande che oggi; epperò non può ricordare quella inezia d'uomo che si gloriò di averlo veduto nella sua biblioteca dell'Accademia.
Chi vorrei mo conoscere sarebbe il Romani.
Tu certamente devi essere da lui visitata.
Digli che io lo ammiro tanto! Adesso poi dico a te di finirla una volta con questi elogi che mi vai prodigando.
Italia Italia! Se l'Italia dovesse trar gloria da' miei scardafoni, starebbe fresca come avesse mangiato la zucca.
Se i Torinesi vogliono esser francesi; e tu lasciali fare.
Ognuno è padrone di rinunciare ai beneficii della provvidenza.
Al più posso perdonar loro quella pazzia se ti vogliono bene.
Quel che preme è che tu mi saluti tanto e più di tanto la tua mamma e la nostra appiccicarella.
In cima a tutti poi metti il pensiero che tu sarai sempre amabilissima al tuo aff.mo a.co e ser.e
G.
G.
Belli
LETTERA 412.
A FILIBERTO GARELLO - FIRENZE
[18 marzo 1841]
Mio carissimo amico
Per mezzo di un garbato giovane Sig.
Vittorio Manassei ho sotto il 13 corrente ricevuta la vostra lettera del 20 febbraio unitamente ai sei primi fascicoli del vostro compendio mnemonico di storia antica.
Dice il Sig.
Manassei essere stato il tutto portato a Roma da suo padre che n'ebbe commissione in Viterbo da un Sig.
Severi.
Io vi ringrazio senza fine di questo vostro caro dono e godrò sommamente nel vedermelo continuato sino al termine dell'opera, siccome per vostra liberalità mi prometteste.
Nella lettera però voi mi accennate l'invio di sette fascicoli e non già di sei quanti ne ho realmente ricevuti.
Il Sig.
Manassei non sa come spiegare questo equivoco: infatti il nostro Ferretti ha da lui ricevuto fino al fascicolo 7°.
- Per dargli io stesso una spiegazione, potrei dire che siccome già dalla scorsa estate mi avevate spedito il fascicolo primo, avrete forse pensato che nel mandarmene altri sei mi avreste completato il numero dei sette pubblicati sinora.
Ma in questo caso avete duplicato il fascicolo primo, e omessa la spedizione del settimo.
In qualunque modo poi la sia andata, è certo che io manco del fascicolo 7°, e desidero che ve ne ricordiate onde non lasciarci una lacuna in opera di mio grande interesse.
Ora dovrei soddisfare la vostra gentile richiesta del mio parere sul vostro lavoro.
Candidamente vi dirò sembrarmi esso un gran concetto di mente dotta, ordinata e ingegnosa.
Nello stesso tempo vi confesso però che la novità sua e la sensibile differenza che trovo fra l'attuale sistema, misto di figurato e d'acrostico, e l'altro sistema da me studiato con voi e più semplicemente basato sul costante fondamento de' tre punti di ideologica corrispondenza, cioè numero figura e formula, m'imbarazza per ora alquanto e costringe penosamente la mia attenzione ad abbandonare in gran parte una macchina di cui mi eran familiari tutti gli ordigni.
Io ho in massa ben compresi e valutati i vostri nuovi principii e il fine a cui gli avete rivolti; ma que' chiari e preziosi aiuti mnemonici collegati sempre con ogni epoca e con ciascun fatto peculiare vederli così scomparsi e sacrificati alle vane esigenze di un pubblico leggiero e derisore, mi reca non poco rammarico.
Vero però è che la specie di smarrimento da me provato in questo primo esame del vostro sì compassato e simmetrico quadro, dipende anche molto dallo stato di svanimento in cui trovasi di presente ridotta la mia povera testa, pe' continui dolori da' quali va travagliata.
Nel dover concepire l'idea di un tutto la mia mente non ne afferra più e non ne abbraccia come un tempo le varie parti con la istantaneità che abbisogna alla perfetta e nitida intelligenza del complessivo soggetto.
Io debbo stentatamente rivolgere l'attenzione qua e là, e col lungo ripetere questi atti di ricerca e di confronto mi stanco e sento vacillarmi l'intelletto.
Condizione veramente mortificante! Quando però io avrò tutta insieme l'opera sott'occhio; quando rilegata semplicemente nelle sue naturali divisioni non mi obbligherà essa più a ravvolgermi fra le interruzioni degli slegati fascicoli onde istituire e ripetere le mie osservazioni a mano a mano che me ne nasca il bisogno; quando in fine il soccorso delle notizie posteriori verrà a chiarirmi le dubbiezze sugli anteriori elementi dimodoché possa io dire ecco un tutto e scorrerlo più volte da capo a fondo, or con uno or con un altro intendimento; in quell'epoca spero di concepirne un pensiere unico, il quale offra mezzi e facilità di manifestarvene il mio generale giudizio.
Per adesso contentatevi che io vi ripeta colla maggior mia sincerità ritenersi da me il vostro libro per un'opera tanto laboriosa quanto utile, e così nuova come bene architettata.
Soffrite per ultimo alcuni miei rilievi di poco conto che vi faran fede essersi pure da me prestata almeno qualche attenzione al vostro mirabil lavoro.
1° Perchè le spiegazioni delle vignette le avete situate dopo i ragionamenti? Non ne sarebbero risultate le successive storie più chiare? Chi osserva il concetto figurato non desidererà egli di conoscer subito la significazione innanzi di procedere alla lettura del discorso che vi è compendiato in figura?
2° Nel quadretto del secolo 5°, contenuto nella tavola 4a dei feudi, non comprendo come gli accessorii alludano alla scultura e alla pittura.
3° nella vignetta 12a, che ha un gatto e un ibis, non si potevan invece ripetere i due cammelli rappresentati già nel quadretto 3° della 1a tavola de' secoli? Questo sistema di ripetizione lo avete pur praticato nelle altre vignette (p.e.
nella 10a e nella 11a), dove si aveva ragione delle stesse storie contemplate ne' corrispondenti quadretti dei secoli.
Nel nostro caso era pur sempre indicato l'Egitto.
L'amor di varietà non sempre può giovare in un sistema che richiede la maggiore unità possibile, onde la memoria non si divaghi o si adombri.
4° Le doppie parole fuor di linea sotto una stessa iniziale degli acrostici (p.e.
vignetta 1a Aristobolo Antipa) dubito assai se si ricordino nel richiamarsi a mente l'acrostico che le contiene.
5° La vignetta 13a ha due colombe per significare il secolo 22.
Ma poi in capo alla relativa Storia si legge 21.mo secolo.
Questo è un semplice errore di stampa, ma può generar confusione.
Badateci bene agli errori tipografici, perché in un libro tutto gremito di numeri, di avvertenze, di richiami e di raffronti, ogni inesattezza di simil natura può riuscir molto dannosa.
6° Perché non avete consacrato una vignetta al Diluvio di Deucalione? Poteva non credersi inutile, e qualcuno ve la desidererà.
7° Avete intenzione di pubblicare in alcun tempo la Storia moderna? E la dareste collo stesso sistema?...
LETTERA 413.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 18 marzo 1841
Mio caro e amatissimo figlio
Poco dopo impostata la mia del 16 al Sig.
Rettore, nella quale io gli dimandava tue notizie, mi fu recata la tua lettera 13 corrente.
Mancatomi il tempo per risponderti nel passato ordinario, ti riscontro oggi, vigilia della mia festa, che spero mi augurerai nel tuo cuore felicissima.
Molte grate ed accette mi giungono le nuove del rimpolpare e rinvigorire del caro Peroletto Monaldi.
Alla sospirata epoca del mio ritorno a Perugia mi confido ritrovarlo ben sano e florido.
Salutamelo.
Ho molto cercato le legacce elastiche senza fermaglio, da te desiderate e commessemi.
Ne ho anche trovate non poche, ma tutte strette.
Ne scelsi un paio che mi parvero più larghette delle altre; ma, avendole volute provare, nel passare pel calcagno non ressero allo sforzo e si ruppero.
Rinnoverò le mie ricerche; ma temo, Ciro mio caro, che questa soddisfazione la dovrai sacrificare.
Assicurati del resto che un paio di legacce a fermaglio (che a Perugia si trovano), o una fettuccia di lana rossa ben ravvolta alla gamba e ripassata pel capo due o tre volte sotto ai giri, ti renderanno presso a poco lo stesso servizio che queste tue predilette circolari, immagini dell'eternità.
Quelle che mi si sono spezzate le ho donate a mia cugina, il cui piccolo piede non impedisce loro il passo.
Ella se le ricucirà e le porterà invece di te che hai la zampa più grossa della mia.
Mi dici che tutti costì van chiedendoti di me e incaricandoti di salutarmi.
Ringrazio ciascuno di vero cuore, e prego te di usar con loro gli uficii della mia gratitudine.
Qui poi non è minore il numero di coloro che mi dimandan di te.
E come sta Ciro? E cosa fa Ciro? E che studia Ciro? E quando ritorna? E quando lo riportate? E quando lo rivedremo? E quando lo conosceremo? Insomma una batteria di domande da tutte le parti.
Non vi gonfiate, Signorino mio, e stiamo in guardia della vanità.
Intanto prenditi un po' i saluti di tutta questa gente, che un giorno poi (e sarà presto) o rivedrai o imparerai a conoscere.
Amami sempre come e quanto io ti amo, studia con impegno, ed abbi sempre in mente il cursus in fine velocior.
Riverisci tutti i soliti, e ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Si cambia la scena.
Prima d'impostare la presente ho trovato e comperato un altro paio di legacce elastiche.
Credo che queste potranno andar bene.
Queste però sono a saltaleoni, e le precedenti erano a tessuto di filo e gomma.
Non so, o non mi ricordo, quale delle due specie tu desideravi.
Basta, prenditi un po' quelle che ti mando, e buon dì.
Il Sig.
Biscontini (che ti saluta) si è incaricato di fartele portare dal Signore Alessandro Romitelli il quale sta per ricondursi a Perugia; di modo che tu presto le avrai.
Se vedi la Sig.ra Cagenna, ricordami alla sua gentil memoria.
LETTERA 414.
AD AMALIA BETTINI - MILANO
Di Roma, 23 marzo 1841
Debbo, mia cara Amalia, affrettarmi a prevenirti di una mia svista.
Nel leggere avidamente la tua lettera del 12 febbraio (da me trovata sul mio scrittoio al mio ritorno da una gita a Perugia) non rimarcai bene la tua ingiunzione che tu mi desti di risponderti a Milano.
Così io ti risposi, ma inviai la mia risposta a Torino sotto il 16 corrente.
In quella lettera, oltre alcune espressioni dettatemi dall'amicizia che tu inspiri a chiunque ti conosce, io transcrissi certe sedici ottave, intitolate Il giusto-mezzo.
Di niun danno è la perdita di quelle bazzecole, e, se anche meritassero il minimo de' francesi régret, vi potrei riparare trascrivendotele qui nuovamente.
Ma in oggi non ho presso di me l'originale, né saprei dire quando potessi riaverlo, per motivi di alcune combinazioni; ed a mente non me le ricordo bene.
Dove a te dunque non riesca del tutto o indifferente o discaro di aggiungere quest'altro imbarazzo alle carte che scritte di mia mano ti degni di conservare, ardisco proporti di farti per qualche mezzo rispingere la mia lettera da Torino.
Intanto io non so far meglio, per rimediare alla mia storditaggine, che di confessartela in tempo che tu ti trovi ancora in un soggiorno da me conosciuto.
Nel rileggere, a mente quieta, la tua del 12 febbraio, mi avvidi del mio abbaglio, ma la mia lettera era già molto lungi dalla penna che la vergò.
Quando io saprò essere fra le tue mani e la presente e l'antecedente, andrò in tre susseguenti miei fogli inviandoti altri tre miei delirii, intitolati Il cuoco: Il sarto: Il parrucchiere; ciascuno di 24 ottave.
Ci sarà da carteggiare per un pezzo.
Non ne ha che una copia la Regina Vedova di Spagna, la quale me ne fece richiesta; ma quella copia non fu scritta di mio pugno.
E per oggi cosa ti darò? Quattro sonetti.
Il 1° fu scartato con altri dalla censura allorché si stampò il libro che ti mandai: il 2° (che non mi ricordo se te l'ho mai dato) fu scritto in occasione che alcuni dilettanti composero ed eseguirono un ballo eroico, Arianna e Teseo: il 3° e il 4° gli ho scritti in Perugia il 5 settembre 1839 e il 18 febbraio ultimo per la occasione di certi trionfi colà celebrati a due cantatrici, Erminia Frezzolini ed Emilia Hallez; che io stimo e venero e rispetto, ma non credevo degne di tanto; oltrecché mi offendono gli eccessi ai quali oggi trascorre, pel fanatismo cieco venuto al mondo in favore di questa arte del canto.
La musica è soavissima cosa, ma non bisogna impazzare.
Il troppo è troppo, e tutto deve avere una misura e un confine.
Rinnova i miei saluti a tua madre e a tua sorella e riconosci in me sempre
Il tuo aff.mo a.co
G.
G.
Belli
Monte della Farina n° 18
LETTERA 415.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[6 aprile 1841]
Sig.
Rompiculi mio caro
La parola della vostra sciarrada ve la dirò all'orecchio quando vi porteranno ai matti.
Dalla prontezza con cui l'ho trovata potrete allora conoscere che dove questi lavori d'ingegno sian fatti con un po' di senso comune, all'indovinarne il significato ci arrivo anch'io quanto un altro.
Del resto non vi ho mai pregato d'instituir prove sul mio intelletto, il quale è, né più né meno, quello che piacque al Signore di concedermi.
Voi intanto tenetevi i vostri scritti pe' vostri bisogni secondo che vi sia comodo o necessario.
Spero di essermi spiegato con qualche chiarezza, senza tuttavia possedere il dono della vostra lucidità da tinta di stivali.
E se volete usarmi una vera cortesia, andatevi a far buggiarare almeno una volta, di che vi prego con tutto il fervore dell'anima.
Vedendo poi quello stinco garbatissimo del Sig.
Domenico, mi obbligherete non poco se ve lo trascinerete con voi in tanta malora, perché anch'egli mi ha sufficientemente scocciate le palle colle sue risate del pinco nel lasciare le sue ambasciate a questa serva-di Pilato di casa mia, la quale poi mi perde il rispetto vedendomi sbeffeggiato da un pappagallo par suo.
Ciò gli serva di regola per quel rimasuglio di vita che possono promettergli i suoi polmoncelli, ai quali S.
Giacinto usi misericordia.
Sono stucco e ristucco fino ai calli delle calcagna di vedermi zimbello di certi buffoni ventosi che non meritano un luogo neppure sulla lista della lavandaia o nella botte del votacessi del ghetto.
Tornando a voi, vi lascio pienissima libertà di giudicare il mio talento come potete e sapete.
Nulladimeno, se mi crucciasse la fastosa arroganza che sta covando nelle glandule del vostro infarcito fegataccio, avrei tanto in mano da cacciarvi la cresta fin sotto la suola delle ciabatte, signor capo-stipite, signor tronco, signor radica di tutto l'albero de' rompiculi, felicemente innestato in quell'altro de' rompicoglioni.
Ad ogni modo, per macerarvi d'invidia, è utile che sappiate come non tutti mi tengano nel vostro concetto di babbuino e ieri sera, per la più corta, una Signora di buona mente, di buon cuore e di buon casato mi mandò a chiamare per dimandarmi se si dica Cefalònia o Cefalonìa.
Io le ho esternati oggi i miei dubbi in favore della seconda lezione, perché se non fosse altro, fa rima a Geremia, a Casamia, ed al Conte di Picchio e Porcheria, tutta gente più conosciuta della mal'erba, colla quale ho l'onore di salutarvi.
Di casa, 6 aprile 1842
Il vostro u.mo e sinceriss.o ammiratore Giuseppe Gioachino Belli.
LETTERA 416.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 aprile 1841
Mio caro figlio
L'ottimo Signor Presidente Colizzi mi recò personalmente nel giorno 3 corrente la cara tua del 27 marzo, e la lasciò in mia casa co' suoi saluti non avendomi trovato all'ora in cui mi favorì.
Nell'indomani io corsi a visitarlo, e moltissimo mi rallegrai vedendolo in istato di perfetta salute e di eccellente umore.
Da lui ebbi tue particolari notizie, intorno alle quali parmi non aver nulla da desiderare.
L'eccellente Superiore si mostra sempre contento di te sotto ogni rapporto ed io spero che altrettanto segua nell'animo degli altri tuoi Superiori più immediati, in cima ai quali intendo di porre il Sig.
Rettore.
Il loro voto è la norma del mio, e determina sempre più il mio cuore a riporre in te illimitata fiducia: amen.
Ecco a buon conto, o mio Ciro, trascorsa già quasi la terza parte del tempo che dall'ultima mia partenza da Perugia doveva passare sino alla mia nuova comparsa nella stessa città, per riprenderti meco non lasciarti più fuorché all'epoca in cui dovrò lasciare la terra.
Noi vivremo insieme nello stato che ci serberà Iddio, da cui viene ogni prospera ed avversa fortuna secondo i profondi suoi fini.
Siccome però il tuo animo è moderato, ed il mio facilmente si uniforma ai sacrificii che si conciliano colla soddisfazione di serbare intatto l'onore ed il pregio della delicatezza, spero che andremo assai bene d'accordo nel condurre una vita laboriosa e metodica, solo mezzo di prepararmi un avvenire tranquillo e senza rimorsi.
Gli studî già fatti e quelli che ti restano ancora a percorrere ti procacceranno, spero, un fondamento sul quale elevare, se non una brillante fortuna, uno stato almeno indipendente dai capricci degli uomini, la cui stima è alla fine il patrimonio del merito e la rovina dell'impostura.
Iddio benedice, o mio Ciro, gli sforzi di chi cercando il bene procura di conseguirlo fuori delle torte vie de' malvagi.
Non invidiar mai le prosperità né i trionfi de' tristi, non il fatuo brillar dell'ignoranza, non i privilegi concessi dal pregiudizio.
Il tempo rivela gran verità, distrugge assai macchine, ristabilisce molti equilibrii; e quand'anche la menzogna, la fraude, la ingiustizia, gli umani rispetti, riescano a impedir sulla terra la rettitudine delle ricompense e l'armonia dell'ordine, ci resta sempre un conforto nella certezza di un'altra vita dove non arrivano le passioni o la doppiezza o la umana semplicità a disturbare l'adempimento delle promesse evangeliche.
La quale infallibile retribuzione, mentre è la più cara speranza degli animi travagliati, costituisce una delle prove più vittoriose della stessa vita futura, troppo ripugnando alla eterna giustizia che le divine leggi mancassero di sanzione, mentre l'han pure le umane malgrado di tutti i loro difetti.
Noi dunque bene opriamo, e ce ne premierà forse il Mondo; ma se questo ci sarà negato, ciascuno avrà il suo nella bilancia non sostenuta dalla mano dell'uomo.
Coraggio pertanto, mio buon Ciro: non ti smarrire; e rifletti anche una volta che io non ti posso ingannare.
Salutami il Sig.
Rettore, e dimandagli se ebbe certa mia lettera di discarico.
Non vorrei parere di aver mancato a' miei impegni.
Unicamente a ciò è diretta la mia richiesta.
Salutami ancora niente meno che tutto il collegio e i soliti amici.
Dirai al Sig.
Tancioni che io gli voglio bene e non sono affatto in disgusto per quel tale invio di giornale.
Me ne meravigliai soltanto un poco, e gli scrissi una lettera da paladino arrabbiato.
Come va il signor basso-numerato? - Tutti ti dicono le solite gentilezze: io ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 417.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 10 aprile 1841
Mio carissimo amico
Dimani è pasqua: cominciamo dagli auguri.
Felicissime feste e felicissima vita a voi e alla vostra famiglia.
Eccovi, e me ne vergogno, una elegiaccia pel fu vostro buon padre.
Risponde al concetto che mi suggeriste: cioè un figlio sulla tomba del padre.
Caro Neroni, prendete quest'infima cosa, spremuta a forza da un cervello addolorato e da un cuore tutt'altro che disposto all'esercizio delle lettere.
Ma a voi io non poteva dir no; e la vostra amicizia è stata la mia Musa.
Se ne volete fare qualche uso (e sarebbe meglio il contrario) tacete pure il mio nome; e quando mai la facciate ricopiare, avvertite lo scrittore di attenersi esattamente alla ortografia e specialmente alla interpunzione dell'originale.
Vi annetto qualche importanza, e più che a tutto il complesso del testo.
Perdonatemi di nuovo, Neroni mio: adesso né io so né posso far meglio.
Vi basti il buon volere.
La vostra del 24 febbraio mi dava lusinga di potere quanto prima aver qui l'importo del secondo trimestre dello scorso anno 1840 sul sequestro Trevisani, e in seguito i successivi.
Forse sarà accaduto qualche altro imbroglio: pazienza! Unito al dispiacere di questa sì lunga interruzione di pagamenti ho insieme il rammarico de' vostri disturbi.
Ma voi siete buono amico, e, come padre anche voi, comprenderete che io m'angustio a ragione di vedermi ritardato da codesti Signori un danaro che per mio figlio è pane nello stato attuale delle sue finanze.
Ed ora che son presso a riprender meco questo figlio, crescono le mie urgenze per istabilirlo qui.
Ah! mi va tutto a traverso.
Vi ricorderete avervi io altra volta richiesto per lettera un altro esemplare dell'opera vostra su Ripatransone.
Quello primo mi fu forza cederlo all'autore dell'articolo che gliene feci mettere sul giornale arcadico.
E se mi voleste favorire il 2° esemplare che vi chiedo, vi prego notarci di vostro carattere la memoria del dono.
- Vi abbraccio di vero cuore.
Il V.° Belli
Il titolo preliminare della elegia cambiatelo a vostro genio se non vi piace qual'è.
LETTERA 418.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 20 aprile 1841
Mio carissimo Ciro
Dopo le mie dell'8 e del 12 ti soggiungo queste due righe le quali ti saran recate da chi al certo non ti aspetti, dal R.mo Sig.
Canonico Tizzani, nostro buono ed onorevole amico.
Per due motivi non ti ho mai parlato del suo viaggio: prima perché era dubbio se sarebbe egli passato da Perugia: poi perchè volli io lasciarti la sorpresa di rivederlo, quando ebbe egli deciso il suo itinerario per codesta Città.
Viene egli insieme col R.mo P.
Abate Valle, che tu hai già l'onore di conoscere, e con altre due Dignità della Sua Congregazione, recandosi tutti uniti a Ravenna.
Il nostro rispettabile amico ti abbraccerà e benedirà per me, e ti dirà con quanto desiderio io aspetti il momento di riunirmi con te.
Sento ormai necessaria la tua compagnia, e ho vero bisogno del tuo sollievo.
Diviso da te mi si rendono ormai troppo gravi i pensieri dell'attuale mio stato.
Il tuo crescente ingegno e la tua giovinezza mi aiuteranno a sopportarli e me li renderanno più dolci.
Sappi intanto che l'ottimo nostro Amico si occupa molto in nostro bene.
Iddio rimuneri la sua amorevolezza, non potendo noi esser capaci di tanto.
Se tu leggi questa mia lettera in sua presenza, od avrai agio di rivederlo dopo la lettura fatta lungi da lui, ringrazialo e per te e per me.
La gratitudine è un debito, quando anche il cielo, non volesse benedire il successo delle premure di chi cerca i mezzi d'esserci utile.
Sono di tutto e vero cuore
il tuo aff.mo padre
P.S.
Sul punto di consegnare la presente al R.mo Tizzani ho dal portalettere ricevuto la tua del 17.
Mi fa piacere l'udire che attendi alacremente allo studio per riuscire nel prossimo esame trimestrale del Collegio, e per l'altro generale che dovrai sostenere all'Università.
Non ti mettere in apprensione, Ciro mio: sta' tranquillo.
Il timore è il più crudele avversario di chi si espone a questi cimenti.
Tu studia di buon'animo e di buona fede: al resto penserà Iddio.
Basta non avere arroganza nelle proprie forze.
Neppure però si deve avvilire il proprio coraggio con soverchia diffidenza.
Preparati, e poi va' allo sperimento con mente tranquilla; e sia prima tua cura (ricordati di questo mio consiglio) di non turbar le tue idee per la soverchia fretta del voler rispondere alle dimande.
Rifletti prima come se ti trovassi solo ed agli esaminatori chiedi grazia di ponderare le tue risposte.
Coraggio, Ciro mio: pensa alla tua gloria ma senza sbigottire del cammino che a lei conduce.
LETTERA 419.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 24 aprile 1841
Amica mia gentilissima, il Sig.
Cav.
Rosati, da cui ebbi la tua lettera ti dice pel mio mezzo mille cose amichevoli.
Sei pur cara ed amabile, la mia buona Amalia, con quella tua grazietta di stile, festivo, semplice, affettuoso, obbligante, vero specchio della bell'anima tua, schietta, culta, generosa, cortese.
Eccoti qui intanto una dozzina di epiteti, che uniti in accomandita si offrono a pagarti il valore di un solo almeno fra quelli coi quali nella tua ultima lettera (del 12) mi apristi un debito superiore a tutto il fondo de' predicati italiani, dal Memoriale di Jacopo Pergamino fino al dizionariùzzolo del Bazzarini.
E, come se nulla fosse, mi donasti anche un pappagallino, che, ripetendo le tue lezioni, mi replicasse le tue dolci parole.
Or con quale altro animaletto potrei contracambiare il tuo dono? Odi al proposito una storiella.
- Un navigatore espose sul molo di Napoli un perrocchetto di straordinaria eloquenza e lo vendette per cento ducati.
Trovatosi presente al mercato un certo furbo di lazzarone che avea seco un pollo-d'india, fecesi tosto a gridare Neh! Cristiani! accattateve chiss'auciello raro.
- Quanto ne pretendi? gli dimandò il compratore del perrocchetto.
- Ciento ducati, rispose il lazzarone.
- Pazzo! per un gallinaccio?! - E ggnossì.
N'avite pavato ciento pursì pe cchill'àuto? dice.
- Infatti il grave pollo stava lì grufo, immobile e meditabondo, quasi ponderasse i mezzi per pacificare l'oriente e l'occidente.
Ora tu mi hai spedito un animaletto che parla: io vorrei rimandarti una bestiola che pensa.
Ma questa è un gallinaccio: sono io: soggetto appena invidiabile a un cuoco, anziché ad una bella e gentil Signora.
Ed eccoci, non volendo, ad un altro proposito: il cuoco.
Verrà a te dunque il cuoco invece del gallinaccio.
Di questi ne troverai dappertutto.
All'incontro il mio cuoco è un personaggio importante, un Monsieur uscito pur mo dalle cucine di Pindo e d'Elicona, dove non si sarebbe mai creduto potesse venirne uno a spese delle frugalissime muse, contente alle focacce di segala e a' liquidi cristalli del fonte Castalio e del caballino Ippocrêne.
Egli lavora alla francese: leggiero.
La Marchionni è partita, ed io non l'ho neppure conosciuta.
Da Ferretti ci vo capitando di giorno: la sera sto a casa.
Eppoi, se fossi anche intervenuto a qualcuna delle soirées date dal Ferretti in di lei onore, non avrei forse fatto che vederla ed udirla, perché in simili circostanze io mi rintano in un cantuccio e non parlo mai.
La gioia di una conversazione non mi dà invidia, ma mi rattrista, mi sbigottisce, e mi riduce fino alla incapacità di aprire la bocca.
Per non rappresentare dunque la parte de' chillo che ppienza, mi astengo dall'associarmi a chillo che parla.
Il cuoco mi toglie la carta per accenderci il fuoco, né mi concede altro spazio che per un saluto amichevole alla tua mamma e alla nostra appiccicarella.
- Ti ho salutato Coleine e la casa Ferretti, che ti corrispondono.
Farò altrettanto con Biscontini.
- Addio, cara Amalia: ti augura lunga vita, molta gloria e perfetta pace il tuo aff.mo amico
G.
G.
Belli
LETTERA 420.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 maggio 1841
Ciro mio
Parmi ora, alfine, di riscontrare la tua cara lettera del 24 aprile, del cui ricevimento non ti ho fino ad oggi dato altro cenno fuorché le parole che ti feci dire in mio nome dal Sig.
Giuseppe Serafini.
Aveva io già preveduto la tua piacevole sorpresa all'improvvisa comparsa del R.mo Can.
Tizzani in codesto Collegio; né mi era pura sfuggita la probabilità del mancarti agio di ringraziarlo per le sue premure in nostro favore.
Naturalmente leggesti la mia lettera dopo che ti ebbe egli lasciato.
Ma dici benissimo: lo ringrazierai a Roma.
I di lui buoni uficii non hanno ancora ottenuto alcun successo; ma questa è colpa delle circostanze; e a lui resta tutto intiero il merito di averli praticati e di seguitare a praticarli.
Deus et tempora.
Egli mi ha scritto e mi ha parlato bene di te.
Un elogio dalla sua bocca onora non poco, essendo egli pieno d'intelligenza e di rettitudine.
Ciò peraltro non deve invanirti.
Le buone doti ci vengono da Dio, e a Dio dobbiamo riportarle monde del peccato della superbia.
Se tu bene operi, osservi giustizia, che è debito d'ogni uomo.
La lode, dolcissimo compenso delle rette azioni, non deve gonfiarci l'animo, ma sì rinvigorirlo perché si mantenga sulla via del bene, a costo anche dei rammarichi e travagli che suole spesso fruttarci l'esercizio della virtù.
Il solo orgoglio basta a paralizzare e distruggere il merito di mille belle qualità del nostro cuore, perché l'uomo superbo e vanaglorioso vuol comandare alla opinione de' suoi fratelli, ed esige un ossequio che allora è giusto e vero quando è spontaneo.
E se il concetto di noi comincia da noi, resta in noi né passa più ad altri, o, se ci passa, va confuso col ridicolo e col disprezzo per ritornare a noi colla simulazione e colla menzogna.
Allora, mentre ci crediamo glorificati e spieghiam più all'aperto le affettate nostre virtù, il Mondo ci deride, seppure non ci abborrisce; e noi diventiamo eroi da commedia.
Il Can.
Tizzani è stato nel Capitolo generale creato Abate della Canonica di S.
Agnese fuori le mura di Roma.
Ecco che il tuo conto di 114 giorni si è già ridotto a soli 98.
In capo a questi io spero di non trovarti a cavallo, bensì a piedi per corrermi incontro senza bisogno di sproni e di frusta.
Il cavallo lo lascerai all'Università, per chi ne ha bisogno pel redeat.
Tu, spero, non vi dovrai più ritornare, ma vi farai sin dal primo viaggio la necessaria provvista del tuo baccalà, per negoziarlo poi vantaggiosamente nell'Archiginnasio romano.
Macte animo, Ciro mio; ma pensa bene che ciò non significa matto in mezzo al cervello, come tradusse già un buon latinista della età dell'oro.
Per la diligenza del 1° corrente maggio ti spedii la mia medaglia tiberina, siccome già ti prevenni per mezzo del Sig.
Serafini.
L'avrai, credo, ricevuta nel lunedì 3.
Serbala per amor mio.
Di' allo stesso Sig.
Serafini che il giorno 5 mi fu presentato il suo ordine di Sc.
25, e gli feci subito onore, come praticherò ad ogni suo cenno pel resto.
Venendo ora ai saluti e rispetti, ricordami a tutti codesti Signori, cominciando dai R.R.
Rettore e Presidente, continuando pe' Professori Bonacci, Mezzanotte, Tancioni etc.
etc., e terminando a tutta la tua Camerata.
Salutami anche que' non addetti al Collegio i quali sai che ci onorano della loro amicizia.
Speciali cose poi dirai ai Sig.ri Coniugi Micheletti quando potrai vederli.
Io poi ti ripeto sempre i saluti romani etc.
etc.
e per conto mio ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 421.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 24 maggio 1841
Mio carissimo figlio
Mi giunse la tua dell'11 coi ringraziamenti pel mio dono della medaglia tiberina.
Mi è cara la tua gratitudine; ma sappi insieme essere a me riuscito così dolce il mandarti quel segno dell'amor mio come fu a te di soddisfazione il riceverlo.
Il R.mo Tizzani non è stato solamente insignito del grado di Abate, ma eletto quindi Procurator gen.le della sua Congregazione Lateranense.
Egli tornò a Roma verso il Mezzodì della domenica 16.
Trovò nella Canonica di S.
Pietro in Vincoli preparata una festa per riceverlo.
Io era già lassù, pranzai con Lui e con qualche altro de' primi della casa, e mi vi trattenni sino alle ore 11 della sera a godere della illuminazione e dell'accademia di musica che gli fu data da' suoi Canonici, tutti giubilanti pel di lui innalzamento.
Nella gran sala dell'Accademia, a cui intervennero varii distinti personaggi, una inscrizione latina dell'elegantissimo scrittore Can.
Strozzi (che ti feci conoscere nel 1839) era illuminata a trasparenza e narrava i pregi che meritarono al Can.
Vice-procuratore Tizzani (nella freschissima età di anni 31) i cospicui titoli di Abate Mitrato e di Procurator gen.le.
Giovedì 20, festa dell'Ascensione, egli celebrò in S.
Pietro in Vincoli il suo primo solenne pontificale con iscelta musica.
La di lui bella figura, la maschia e intonata voce, la dignità del portamento, e le insegne vescovili delle quali era decorato, commossero tutti gli astanti.
La Madre di lui pianse sempre.
- Un'ora dopo il sacrificio si passò nella maggior sala della Procura generale, dove era disposto un banchetto per sessanta persone le più distinte in Roma per virtù e per dottrina.
Fra gli altri vi si notavano circa a trenta fra i più chiari professori della Università.
Dopo il pranzo il Sig.
Chimenti, pubblico professore di Chimica, prese col dagherròtipo la veduta del bel chiostro colle immagini della maggior parte de' convitati: il quale quadretto rimarrà ivi a memoria del giorno solenne.
Jeri tornai a pranzo dal P.
Abate, come soglio in tutte le feste, e come farai tu meco quando sarai tornato a Roma.
Egli m'incaricò di salutarti affettuosamente.
Così pure mi ha detto il P.
Ab.
Sauli.
L'Abate Valle è ancora a Bologna dove accompagnò da Ravenna l'Ab.
Generale Gozzi.
A quest'ora o sono finiti o stanno eseguendosi certamente gli esami trimestrali.
Ne udrò poscia le nuove, che spero buone riguardo al mio Ciro.
Ho mille altri saluti per te.
Tu riveriscimi i Sig.ri Presidente e Rettore, i Sig.ri Maestri, Prefetto e compagni di camerata, la Sig.ra Cangenna quando la vedrai, etc.
etc.
etc.
Ama ed abbraccia il tuo Papà.
LETTERA 422.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 1 giugno 1841
Mio carissimo figlio
Appena impostata la tua del 25 maggio, alla quale io rispondo, avrai ricevuta la mia del 24.
Soggiungo oggi dunque qualche parola per mostrarti la mia soddisfazione pel non cattivo esito de' tuoi esami trimestrali, e pe' suffragi giornalieri ottenuti nel trimestre dai precettori.
Lo sperare tutti ottimi sarebbe troppo; ma questa ottimità (lasciami così chiamarla) mi confido la otterrai ne' successivi e superiori studi pe' quali vai ora maturando gli anni e l'intelletto.
Non è vero?
Mi dici esserti ora dedicato interamente a studiare per l'esame del baccalaureato.
Va bene.
Parmi però che ciò voglia significare aver tu dovuto metter da parte gli ordinari studi degli attuali e progressivi tuoi corsi di scuola.
Se così è, temerei ti potesse ciò nuocere nell'ultimo esame trimestrale di agosto, e così poi nella valutazione de' suffragi per la premiazione di settembre.
Ma se in questo modo sonosi stabilite le cose, debbo credere che non si potesse fare diversamente, troppo essendomi nota e rispettabile la prudenza del Sig.
Rettore.
Manifestagli questo mio riposo nelle sue savie disposizioni, e, riverendolo rispettosamente a mio nome, digli ancora:
1° Essere io sempre nella vecchia disposizione di alienare il pianforte sul quale ora tu suoni.
2° Essermi qui stato supposto che il baccellierato di filosofia, conferito dalle Università dello Stato allo scopo che il baccelliere venga poi ammesso nella Romana Università ai varii corsi per la laurea, importi scudo uno, in vece di dieci quanti costa qui il baccellierato legale o medico etc.
Vorrei sapere se è vero, ciocché assai mi piacerebbe.
Adesso dimando un'altra cosa a te.
Noi possediamo una casetta per la deserta via della Longara, la qual casetta mi è sino ad ora costata un occhio per le molte riparazioni di cui abbisognava.
Attualmente è sfittata e non si trova un cane che voglia andare ad abitarla sì per la situazione lontana e trista, come per la mal'aria che vi regna.
Se mi riuscisse di trovare di venderla, vi acconsentiresti tu? Il prezzo si potrebbe rinvestirlo in qualche altro modo.
Credo di consultarti su ciò, piacendomi di andar teco d'accordo, ora che tu non sei più un fanciullo ed hai non poca rettitudine di riflessioni.
I miei rispetti a tutti i tuoi Superiori, Maestri, e compagni.
Abbiti il ritorno dei saluti di quanti qui ti stanno aspettando.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 423.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 giugno 1841
Ciro mio caro
Mi è dispiaciuta assaissimo la notizia della tua malattia.
Chi sa quanto hai sofferto! Gli stranguglioni, mi si dice, sono un male molto molesto.
Manco male che tutto ora è finito.
Sarebbe però possibile che tu vi avessi dato qualche causa col troppo trascurarti in movimenti violenti alla Campagna, o col badar troppo poco alle influenze dell'aria incostante? Non metterti già in vetrina, Ciro mio, ma neppure ti dar troppo allo sbaraglio.
Nello scorso venerdì 3 il Corpo de' professori della Sapienza restituì il pranzo al nostro R.mo Tizzani.
Ciò accadde in un bel palazzino vicinissimo alla Chiesa di S.
Agnese fuori le mura, della qual Chiesa egli è abate.
Fu un convito sontuosissimo.
La eleganza sola che vi si scorgeva potrebbe essere paragonata alla magnificenza che vi si sfoggiò.
Oltre il Tizzani furono invitate altre persone distintissime per dottrina, virtù e dignità.
Ebbero la bontà d'invitare anche me.
Camerieri in abito nero, calzoni e guanti bianchi: banda musicale durante tutto il pranzo e nel resto del giorno: cinque ripetuti rinfreschi in tutto il detto spazio di tempo.
Due statuette di stucco (alte quattro palmi), fatte espressamente lavorare dallo scultor Tadolini, e poste alle due estremità della gran mensa ricurva, rappresentavano la Religione e la Sapienza.
Carrozze andavano e venivano, e sino a sera si godette di purissima gioia.
I professori stabilirono durante il banchetto che ogni anno nel giovedì susseguente alla Domenica in Albis ripeteranno una simile riunione, alla quale il R.mo Tizzani ed io siamo invitati per sempre.
Non ho mai dubitato (e diglielo) che il Sig.
Rettore avesse obbliato le mie idee sul pianforte.
Gli feci però dire da te quelle parole per sapere se non prendendolo altri lo avrebbe acquistato lo stesso Collegio, come il Sig.
Rettore aveva in mente.
Tuttociò mi servirebbe di regola onde disporre qui le cose per tuo futuro uso.
Circa alla casetta dunque, come tu dici, derelinquamus eam.
La difficoltà sta adesso nel trovarne un acquirente.
Intanto però conosco i tuoi sentimenti a questo proposito, e mi serviranno per determinarmi a ciò che sarà più utile.
I saluti di tutti e per tutti.
Scrivo con grandissima fretta, come facilmente puoi accorgerti dal carattere.
Ti abbraccio di cuore
Il tuo papà.
LETTERA 424.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 giugno 1841
Ciro mio caro
Mi son grate assai le tue lettere, ma più dolce ancora mi riesce il tuo onore e la soddisfazione de' tuoi doveri.
Se hai dunque un poco tardato a scrivermi non è cosa da parlarne.
Anzi, senza una necessità non pensare di rispondere alla presente sino ad esame seguito.
Questi giorni impiègali tranquillamente nel prepararti a quell'atto.
Tu avrai l'esame nel venerdì 9 luglio: nel sabato 10 me ne scriverai il successo: nel lunedì 12 io riceverò la tua lettera.
Non ti angustiare intanto fra tristi presagi.
Iddio aiuta gli umili di cuore, e gli uomini di buona volontà.
Quando noi abbiamo sinceramente adempìto il nostro debito, il resto dipende dagli occulti fini della provvidenza, che conosce il nostro bene meglio di noi.
Presèntati alla università disinvolto e tranquillo.
Rifletti con calma alle interrogazioni, e non rischiare di scegliere la cattiva risposta per la fretta tumultuosa di render la buona.
Se hai bisogno di riflessione, dimandane con civiltà e con calma il tempo a' tuoi esaminatori, i quali non son tuoi nemici e non hanno alcun interesse nella tua vergogna.
Nella mia non lontana venuta forse potrò darti qualche buona notizia intorno al nostro futuro stato.
Dico forse perché circa al futuro nulla si dà di certo; e al conseguimento delle cose sperate sogliono pur troppo frapporsi continui ostacoli impreveduti.
Checché però accada, ringrazieremo sempre Iddio di quel bene che ci avrà voluto lasciare, fosse anche meschinissimo.
Fammi il piacere di consegnare l'acclusa al Sig.
Economo.
La mia salute è buona, e godo udire eguale la tua.
I miei soliti rispetti per tutti, e i soliti saluti di tutti per te.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 425.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 13 luglio 1841
Ciro mio caro
La tua del 10 è giunta a Roma oggi, ed è stata recata a me pochi momenti prima della partenza del corriere di questo ordinario.
E buon per me che siami trovato in casa per approfittarmi di questi pochi momenti, e così riscontrarci in corrente.
Ma che potrò dirti? Non altro che assicurarti di avere io pianto e piangere tuttora di tenerezza.
Figlio mio, Iddio ti rimuneri del bene che mi procuri.
Ecco fatto il primo passo nella carriera dell'onore: eccoti già acquistato un titolo alla considerazione e al rispetto degli uomini.
Poi verrà il resto.
Come ti esprimi con grazia, verità e candore! Adesso (tu dici) che mi son levato questo peso, do addosso alla lingua latina etc.
etc.
Bravo, Ciro mio; questo si chiama saper approfittarsi del tempo, e conoscere i propri doveri.
Ti stringo al mio cuore, e ti bacio coll'anima sulle labbra.
Il tuo affezionatissimo padre.
P.
S.
Il Sig.
Stanislao Bucchi mi ha mandato per te tre risme di bella carta inglese.
La troverai al tuo giungere in Roma.
Io l'ho oggi ringraziato in tuo nome.
Tutti sapranno i tuoi belli successi.
LETTERA 426.
ALL'ONOREVOLE SIGNOR CIRO BELLI -
BACCELLIERE IN FILOSOFIA - PERUGIA
Di Roma, 27 luglio 1841
Ciro mio caro
Nella tua lettera 20 corrente trovo che tu contrasti nelle mie intenzioni circa al nuovo titolo da me adoperato sull'indirizzo dell'antecedente mio foglio.
Sino al conseguimento del baccellierato io ti aveva sempre ritenuto per un buono e studioso ragazzo, ma non ancora meritevole di pubbliche considerazioni.
Oggi però che la società ha cominciato a rimunerare le tue fatiche con un fregio riconosciuto dalle civili instituzioni, è ben giusto il concederti qualche nome che indichi il concetto che tu principii ad acquistare nella opinione degli uomini.
Gli antichi romani, grandi maestri di civil sapienza, usavano poco diversamente co' loro fanciulli, i quali poco considerati sino all'anno 17°, lasciavano allora la praetexta e la bulla per assumere la toga virile in segno del loro progresso nel consorzio degli uomini, e affinché comprendessero che non più puerilmente ma virilmente doveva quindi impoi da essi trascorrersi la vita.
Molta letizia accompagnava nelle famiglie questo avvenimento; e que' giovanetti, cara speranza della patria, si accendevano tutti di nobile fuoco per emulare la virtù de' padri e de' forti cittadini, a cui succederebbero ben presto nelle prove di senno e di coraggio donde la Repubblica trasse tanta gloria e tanta potenza.
Adesso i civili usi sono cambiati, ma resta sempre saldo il principio, così vero in natura, che i vecchi debbono cedere ai giovanetti il maneggio de' pubblici negozi, e questi assumere in sé i carichi e gli onori del Mondo che son chiamati a reggere e governare.
Abbi dunque di te e della tua missione un nobile concetto; e, senza che la superbia venga ad oscurare la luce della tua mente elevata da simili considerazioni; sappi pur tuttavia che da te e da' compagni tuoi la patria aspetta il ristoro di tante perdite di gravi uomini che la umana caducità le fa ogni giorno provare.
Ho letto ed approvato la lettera con cui rispondesti al R.mo P.
Abate Tizzani.
Egli ne è rimasto assai soddisfatto.
Ti ringrazio dell'invio del libretto col Cyrus Belli Romanus.
Quanti qui ti conoscono e t'amano ti fanno i loro rallegramenti.
Fra quattro anni saluteranno in te un laureato.
È probabile che un certo caso, per noi molto utile, possa ritardare di 15 o 20 giorni la mia venuta a Perugia.
Ancora non vi è nulla di ben certo, ma spero che succederà.
Verrei allora sul principio di settembre.
Intanto prenditi questa mezza partecipazione.
A voce poi saprai di che si tratta.
In ogni evento ti terrò al giorno di quanto accadrà circa all'epoca della mia partenza da Roma.
Il R.mo Tizzani saluta te e il gent.mo nostro Sig.
Rettore, al quale poco piacevoli riscontri potrebbe dare sin qui intorno al fatto che tanto è a cuore al Sig.
Rettore medesimo.
Tu riveriscilo anche in mio nome, e così opera cogli altri tuoi Superiori e Maestri e compagni.
Ti abbraccio e benedico stringendoti al mio cuore.
Il tuo aff.mo Papà.
Saluta la Sig.ra Cangenna, anche da parte del R.mo Tizzani che aggradisce sempre la sua gentil memoria.
Partecipa ad essa ciò che ti ho detto in risguardo alla probabile mia tardanza nel venire a Perugia.
LETTERA 427.
AD ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma, 12 agosto 1841
A.
C.
Questa mia lettera arriverà nelle vostre mani nel giorno stesso e presso a poco nella medesima ora in cui aveva io sin da gran tempo divisato di partire di Roma per condurmi a Perugia onde trovarmi presente all'ultimo annual saggio de' nostri collegiali.
Un ostacolo però, del quale ho già fatto al mio Ciro qualche cenno, mi obbliga a differire il mio viaggio sino ad un qualche giorno della prima decade di settembre.
Il ritardo è poco ma il vantaggio che io ne posso ritrarre non mi riuscirà forse di sì lieve momento.
Ad ogni modo mando innanzi questo mio foglio per informarvi alla opportunità che il mio caro Abate Tizzani, il quale saluta voi e la famiglia vostra, ha detto di voi al novello Delegato Perugino tutto il bene che meritate, invogliandolo così a conoscervi di persona.
Arrivato pertanto che sarà Monsignor Pecci, se voi vi gli presenterete ne sarete assai bene ricevuto, e tanto più se gli declinerete il nome del R.mo Tizzani.
E non solo di voi ha il Tizzani fatto elogio col Prelato, ma sì pure del caro ed ottimo nostro Sig.
Rettore, dicendogli esser voi due le più stimabili persone fra tante altre stimabili da benevolersi in codesta Città.
Pregovi, gentilissimo amico, di partecipar ciò in mio nome al Signor Rettore, riverendolo affettuosamente da parte mia.
Un'altra cosa.
Conversando colla Sig.ra Rosa Taddei, e parlando seco di voi, ho udito essere ella in qualche dubbio sull'esservi o non esservi giunta una certa sua lettera nella quale vi informava di alcune cose relative a qualche vostro desiderio.
Voi sapete cosa su ciò possiate risponderle.
Un ultimo negozio e finisco.
Vi prego di abbracciarmi il mio Ciro, e dirgli che riscontrerò la cara sua letterina del 3 appena potrò dargli qualche notizia intorno a un certo baule vuoto che io sto per spedirgli onde poi serva per trasportarvi a Roma il suo bagaglietto allorché darà l'addio all'amorosa gente che lo ha così bene educato.
Intanto segua a studiare per questo poco tempo che gli rimane a dimorare costì, tanto che sino all'ultimo ei si conservi la reputazione che vi si è procurata di buon giovanetto.
Tanti saluti alla vostra famiglia e al vostro Prof.
Massari.
Sono il vostro sincero ed aff.mo amico
G.
G.
Belli
Monte della Farina, 18
LETTERA 428.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 14 agosto 1841
Ciro mio
Nel passato ordinario scrissi una lettera al Sig.
Prof.
Mezzanotte, e lo pregai di dirti alcune parole da mia parte.
Oggi ti scrivo direttamente onde avvisarti che in questa sera parte per Perugia il figlio del noto Vetturale Angiolo Petrini, al quale ho consegnato in questo momento un baule vuoto, diretto a te e franco di porto.
Nella parte dove deve attaccarsi il lucchetto ho legata e sigillata la chiave della serratura da aprirsi dal lato opposto.
Il lucchetto poi colla sua chiavettina lo troverai dentro il baule.
Ricevuto che lo avrai, fallo situare in qualche luogo e conservalo col coperchio alzato affinché svapori un certo odoraccio di mucido che ha contratto da alcune vecchie carte che vi sono state chiuse più anni.
Un poco di vapor di cloro solleciterebbe anche assai il detto disinfestamento.
Tienti poi diligentemente riposte le chiavi e il lucchetto.
Questo baule servirà per ricondurre a Roma o tutta o parte della tua roba.
Ebbi la tua del 3 corrente e vi appresi il tuo dispiacere per il mio ritardo.
Ma sarà esso di pochi giorni: anzi se la premiazione non accadrà al Collegio proprio sui primi-primi giorni di settembre, spererei di potermivi trovare presente.
A suo tempo mi darai contezza presso a poco dell'epoca in cui quella funzione potrà seguire.
Ti ripeto che il mio ritardo ci sarà molto utile.
Per ottenere questa utilità due casi dovranno accadere e verificarsi giusta le mie speranze.
Il più difficile è già accaduto: l'altro più facile, e dipendente dal primo, dovrà accadere nel futuro mese di gennaio.
Intanto io dovrò occuparmi e agire sino ai primi giorni di settembre.
Insomma si tratta di buona cosa che dovrà occupar la mia vita, e che ti spiegherò a voce.
Tutto ciò io faccio per tuo bene.
Ho già preparata la camera per la tua abitazione.
Spero che vi sia ciò che potrà occorrerti, meno però il gran silenzio, la gran luce e la grand'aria di cui godi attualmente a Perugia.
Di questi tre beneficii in questa capitale bisogna avvezzarsi un poco a farne a meno.
Ma l'abitudine poi vince tutto, a malgrado de' cambiamenti di vita ai quali debba un uomo assoggettarsi.
Basta che si abbia un onesto stato e tranquillo, e questo spero procurartelo colle mie cure e colle mie fatiche.
Un giorno poi farai qualche cosa anche tu, e, sinché Iddio voglia, vivremo insieme da galantuomini.
Il R.mo.
Tizzani, tutti i Cini, i parenti nostri, gli amici e gli antichi domestici ti salutano.
Tu riverisci in mio nome il Sig.
Rettore, il Sig.
Presidente, i Maestri, il Sig.
Prefetto, i compagni e la Sig.ra Cangenna.
Ti abbraccio, Ciro mio, di cuore, e ti benedico.
Il tuo papà.
LETTERA 429.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 agosto 1841
Mio carissimo figlio
Ricevuta appena nella sera di martedì 24 la tua 21 andante, mi feci premura di recarmi all'Albergo dove fu consegnato nel sabato 14 il baule da portarsi a Perugia a condotta del Vetturale Angiolo Petrini, o, meglio, del di lui figlio che s'incaricò del trasporto e n'ebbe la ricompensa.
Trovai apputo lo stesso figlio di Angiolo Petrini il quale mi assicurò che nella giornata di sabato 21 dev'esserti stato il baule ricapitato dal di lui garzone in Perugia.
Tu però mi scrivi nello stesso giorno 21 dicendomi il contrario; ma forse potrà essere la consegna accaduta dopo l'impostamento della tua lettera.
In caso contrario prenditi il pensiere di far praticare premure e ricerche al ricapito del Petrini, presso gl'indizii da me dati in questa mia lettera e nell'antecedente del 14.
Per comunicarti un po' di lume sulle cose che attualmente qui mi ritengono, e che già ti dissi dover riuscirci assai utili, ti faccio sapere che io sono stato impiegato.
Questo è il primo e più difficile de' due avvenimenti che ti dissi doversi verificare.
Il secondo poi dovrà accadere nel prossimo gennaio, nel qual mese, previe alcune condizioni indipendenti da me, si parlerà e del mio titolo d'impiego e del trattamento che vi sarà annesso.
Intanto io non sono che un collaboratore del Segretario d'uno dei più distinti Dicasterii di Roma, e nulla più percepisco che l'antico mio soldo d'impiegato quiescente.
In gennaio o si risolverà tutto in fumo (ciocché però è assai difficile) o riceverò un titolo molto onorifico e uno stipendio non mediocre.
L'orario del mio impiego è ogni giorno (meno le feste) di ore sette continue, dalle 9 cioè del mattino sino alle 4 pomeridiane.
Un po' gravoso per verità; ma per me tutto è lieve ciò che può contribuire alla miglior tua sorte, e all'ottenere per mezzo delle mie fatiche che tu non sia forzato a strozzare i tuoi studi e la futura tua professione pel bisogno di guadagnare più presto i mezzi di un comodo stato.
A voce ti spiegherò meglio le cose.
Nel mio stato di attual dipendenza tu vedi non essermi più lecito né facile il dirti precisamente il giorno della mia partenza.
Spererei però che potesse questo accadere col corso di diligenza dell'8 settembre, la quale partendo di qui alle ore 8 antimeridiane di ogni mercoldì viene direttamente a Perugia e vi arriva alla stessa ora del giorno consecutivo.
Dunque nella mattinata del 9 potrei essere costì.
Tu intanto rispondimi in modo che la tua lettera giungami sui primi di settembre; e se vedi la Sig.ra Cangenna falla avvisata delle cose espresse in questa mia lettera.
Tutti i da te salutati ti risalutano, e tu risaluta per me tutti i salutanti che mi nominasti.
Scrivo all'Uficio, di volo e con pessimi materiali.
Tutto basta però per dirti che ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo Papà.
LETTERA 430.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 settembre 1841
Ciro mio
Riscontro la tua 31 agosto, che ritengo sarà l'ultima che tu mi abbia scritto dal Collegio in questo novennio della tua educazione.
Ho già comperato e porterò meco il Manuale del giardiniere pratico che tu mi hai commesso per un tuo compagno.
Nel resto da portare farò l'obbedienza al Sig.
Ciro mio padrone.
A Dio piacendo, e se nulla vi si frapponga di contrario (che spero di no) alle 8 antimeridiane del prossimo mercoledì 8 io partirò colla diligenza che viene direttamente a Perugia, dove arriverò nella mattinata del giovedì 9.
Non potrò trattenermi molto a Perugia, perché tutto il permesso che ho ottenuto per questo viaggio si limita a 20 giorni, ne' quali devonsi calcolare l'itinerario, particolarmente col lento mezzo delle vetture come dovremo fare al ritorno, oltre a tre o quattro giorni di dimora in Terni pe' nostri affari.
Il giretto dunque, che io meditava di farti fare prima di venire a Roma, per quest'anno almeno bisogna saltarlo.
Così vuole la necessità, Dea