LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 23
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Il liquido aggiuntovi lo aggravò poi anche di più e ne ampliò pure il volume.
Quindi la troppa gravità che tirava il pallone al basso e superava l'alleggerimento della dilatazione dell'aria interna: quindi una fiamma che, soverchiamente larga, investì le pareti del globo; e felicissima notte.
Se tu, Maestro in capo, eri presente, le cose sarebbero andate in un'altra maniera.
Per onor mio debbo tuttavia dire che io aveva ciò conosciuto e avvisato; ma la mia voce fu non creduta e derisa come quella di Cassandra figliuola di Priamo re di Troia.
Ed ecco poscia il gastigo de' Numi irati.
La giornata di S.
Martino non fu qui ieri nulla di buono.
Tempo sciroccale e piovoso.
Se così accadde anche a Perugia, Favarone non potrà aver ricevuto da voi-altri il suo ultimo addio.
Poco male: avrete fatto festa in casa.
Or eccoci nuovamente agli studi.
Coraggio, Ciro mio, e cursus in fine velocior.
Quest'anno bisogna portar via qualche medaglia.
Ho avuto il conto semestrale de' tuoi depositi e te ne ringrazio.
Ti spedisco franco un libercoletto donatomi dal nostro Sig.
Ferretti.
Contiene un bel Carme sulla Carità, scritto dal celebre Felice Romani.
Bell'argomento per chi ha cuore e virtù!
Riveriscimi il Sig.
Rettore, congratulandoti di cuore con lui, a mio nome, per la sua ricuperata salute.
E poi ripeti i miei ossequiosi saluti a quanti costì sono, comprensivamente alla Sig.ra Cangenna ed al Sig.
Biscontini quando potrai vederli.
Il Rev.
Tizzani, i Sigg.
Avv.
Cini, Fr.
Spada, e tutti gli altri, etc.
etc.
etc.
ti salutano.
Io ti abbraccio e benedico teneramente.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 401.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 21 novembre 1840
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua lettera del 17, nata gemella coll'altra del Sig.
D.
Pompeo Carafa.
Circa a questa ne ringrazierai il gentile autore per le obbliganti frasi che la compongono; e riverendomelo e rallegrandoti seco in mio nome per la cessata angustia della di lui buona Madre, lo pregherai di fare ad essa i miei rispettosi complimenti quando tornerà a scriverle.
Veniamo ora a te.
Mi dai notizie de' tuoi studi per l'anno scolastico già principiato, cioè Etica, fisica, musica, lingua greca e assistenza alle lezioni di chimica.
Per le prime quattro scuole tutto va bene e nulla v'è da replicare: non vi sarebbe da obbiettar nulla anche per l'ultima, vale a dire per la chimica.
Ma poiché ti ascolto parlarmi di uditore alla chimica e ti trovo in silenzio sull'auditorato alla eloquenza latina, mi sembra dover dirti che tu abbi scambiato un esercizio per l'altro relativamente a quanto concertammo insieme e col Sig.
Rettore allorché io mi trovava in Perugia.
Gli esercizi di chimica mi piacerebbero assai, perché io amo ardentemente questa e le altre scienze congeneri: nulladimeno mi veggo obbligato ad insistere sull'uopo degli esercizii intorno ai classici latini e circa alle bellezze del latino idioma, del quale, giunto tu a Roma, avrai somma necessità.
Tu sai che l'eloquenza latina fu non troppo bene servita all'epoca in cui tu ti vi applicasti pel corso ordinario della tua istruzione, e con te e con me lo sa il Sig.
Rettore e forse tutto il Collegio.
Temo pertanto che questi tuoi interventi alle lezioni di chimica, sostituiti (a quel che pare) all'intervento nella scuola di oratoria latina, ti tolgano il tempo di eseguire quanto io ho sempre desiderato.
Se dunque, Ciro mio, ti è forza di sacrificare uno de' due esercizî, mi farai cosa gratissima di mandar vittima piuttosto la chimica che non la oratoria latina, imperocché la prima ti potrebbe esser utile e la seconda ti è indispensabile.
Dove poi il tuo tempo e le tue forze arrivino e bastino a tutto, non so dir altro se non che tu faccia il tuo piacere senza offendere il mio.
Ti ho voluto intanto cavar fuori tutto questo discorso perché nella enumerazione de' tuoi studî mi hai saltato a piè pari ciò che più m'interessava di udire.
A Roma, Ciro mio, si vive in latino, quando non si voglia esser paghi di qualche impieguccio da commesso di dicasterii.
Le più alte speranze e le più nobili fortune vanno unite alla toga.
Io non ti vorrei uomo volgare e gregario, e alla mia morte desidererei dalla tua penna una bella epigrafe nella lingua di Cicerone.
Né ciò già sul mio sepolcro, perché io non ho cosa alcuna da narrare di me alla posterità, ma sopra la prima pagina del tuo portafoglio.
Se l'avvocato Ciro Belli sarà anche un fisico-chimico, tanto meglio: prima di tutto però l'avvocato parli da avvocato romano.
Ho già provveduto il trattato di partimenti musicali.
Qui mi si sostiene che quello della edizione napolitana è assai più meschino che non quello di Milano nella parte testuale e dichiarativa.
Insomma ho creduto oprar bene in comperarti l'opera di 200 pagine in folio, della quale ti transcrivo qui il titolo.
Spero che il Sig.
M.ro Tancioni non crederà di stimarlo insufficiente.
A me par molto bella e chiara:
PARTIMÉNTI
ossia
Basso numerato
del celebre M.
Fedele Fenaroli
e
Trattato d'accompagnamento
di Luigi Rossi
Il tutto
forma un complesso di dottrina armonica teorico-pratica
fondata sulle basi della scuola
di Napoli
Proprietà dell'editore 2404.
Prezzo L.
36 ital.ne
MILANO,
presso F.
Lucca, S.
Margherita 1131
Per far le cose più sollecite ti spedirò il libro pel mezzo della diligenza.
Se si sciuperà in viaggio, potrai farlo rilegare.
Addio, Ciro mio.
Io ho molte occupazioni, perché oltre quelle di casa per mandare avanti la barca, ed oltre le ordinarie del segretariato dell'Accademia tiberina, debbo terminare un discorso di circa 40 fogli, diviso in più parti, la prima delle quali reciterò alla Tiberina nell'adunanza del 23.
Le altre parti saranno da me lette il 21 dicembre e poi nel futuro gennaio.
Il soggetto è Di alcune curiosità cinesi.
- Dunque buona notte, e torno a scarabocchiar fogli di carta.
Riverisci il Sig.
Rettore (tanto caro) il Sig.
Presidente, il Sig.
Prefetto, il Sig.
Gratiliano, il Sig.
Mezzanotte, il Sig.
Laurenzi, il Sig.
Massini, il Sig.
Tancioni, il Sig.
Tassi, il Sig.
M.se Monaldi, il Sig.
Bianchi, la Sig.ra Cangenna, il Sig.
Serafini, i tuoi compagni, etc.
etc.
Tutti ti salutano ed io?....
Papà tuo.
Ti spedisco alcune stampe delle molte pubblicate a Roma in occasione della morte della Principessa Borghese.
Voglio che tu legga le tre prose 1a del Bianchini, 2a del Gerardi, 3a del Cantù.
Anzi, prega in mio nome il Sig.
Gratiliano di leggerle teco.
In quella del Bianchini troverai imitato il gusto italiano antico: nell'altra del Gerardi troverai uno stile moderato fra l'antico e il moderno; nell'ultima finalmente del Cantù avrai un esempio della indole romantica della odierna letteratura.
Mi dirai a tuo comodo a quale de' tre modi t'inclinerebbe il cuore.
Io per me terrò sempre per quegli scritti ove più domini e campeggi la semplicità e l'affetto senza l'affettazione.
Il caso di questa morte fu assai tristo e vivamente deplorato da tutta Roma.
Informati dunque ancor tu della disgraziata fine di una virtuosissima Signora che dalla Inghilterra sua patria era venuta a farsi tua concittadina.
LETTERA 402.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 5 dicembre 1840
Mio carissimo figlio
Mi hai analizzato con tanta precisione chiarezza e abbondanza il tuo tempo e gli esercizî ne' quali lo impieghi, che se non mi rendessi vinto alle tue dimostrazioni meriterei taccia di uomo irragionevole e di testa di zucca.
E guardi il cielo che io mi chiamassi non pago delle tue fatiche.
Veggo esser già tante e sì gravi le tue occupazioni, che il volerne di più sarebbe un pretendere di toglierti o il necessario sonno dagli occhi, o il cibo dalla bocca, o i momenti indispensabili alle oneste ricreazioni della mente ed agli esercizi del corpo: equivarrebbe ciò insomma ad un attentato contro la tua salute, conservatrice di ogni forza vitale.
Poiché dunque le cose stanno così, e così debbono andare pel regolar corso di tutto il complesso di circostanze, non parliamo più di ripetizioni di lingua latina, per quanto utile e necessaria debba questa fra poco riuscirti nella tua imminente carriera in una città dove si vorrebbe latina fin la minestra, e latini gli starnuti e gli sbadigli e la tosse.
Che se io ti parlai su questo proposito, il mio discorso non fu che un sèguito dei colloqui fra noi passati in Perugia.
All'impossibile però non può trovarsi rimedio e ciò io conosco benissimo non avendo l'animo irragionevole.
Ora tu fa' quel che devi e che puoi, né ti smarrire la mente in moleste sollecitudini.
Se ti riuscirà e quando ti riuscirà senza troppo cimentare le tue forze, vivo persuaso che il tuo savio e retto giudizio ti farà premuroso di munirti d'un mezzo sì potente per esprimere in questo romano fôro, e in questa romana corte, tutta la dottrina di cui per le scienze avrai fatto tesoro.
Io già non dubito che le regole del latino idioma ti sien familiari, avendo pure in esso impiegati più anni: il mio desiderio si indirizzava al farti acquistare il pronto uso de' vocaboli e delle frasi più scelte, e al formarti il gusto al sapore delle eleganze de' classici.
Forse tu sai (e se non vi hai mai riflettuto, te ne avviserò io) che noi pensiamo parlando tacitamente con noi stessi, né accade riflessione nel nostro spirito che non segua per via di ragionamento verbale, dacché niuna chiara idea ci si sveglierebbe nell'anima se non vi nascesse associata alla parola merceccui la esprimeremmo comunicandola ad altri o colla voce o con segni di convenzione.
Ed ecco perché chi meglio pensa meglio parla, soccorrendogli più ovvia e distinta la parola relativa al pensiere ovvero al concetto e alla idea con cui n'era già prestabilito nella mente il rapporto.
Tu pensa a quel che ti piace, e, se per poco vi badi, ti accorgerai di parlar teco stesso mentalmente, benché la tua lingua si mantenga in perfetto silenzio.
Non si parlerà dunque mai bene una lingua finché non si pensi in quella e con quella; ma per pensare in una lingua non natìa senza che quel tacito discorso proceda da un'istantanea traduzione mentale della lingua nostra nella strariera, è necessario di avere lungamente abituato lo spirito ai suoni o alle reminiscenze de' suoni dell'idioma acquisito, sì che la familiarità di questo ci si equilibri colla confidenza che abbiamo del linguagzio primiero, associate alle cui voci si svilupparono in noi le prime idee fin dalla infanzia.
Il solo esercizio può conferirci facoltà di giungere a tal facilità e schiettezza di discorso in una lingua non nostra, da renderci inutile o almeno impercettibile la progressiva traduzione mentale delle idee nelle voci nostrali, e poi di queste nelle parole straniere.
Con questo doppio processo si moltiplicano gli atti della mente: quindi lo stento e la minore efficacia della orazione.
Ma quando per una diuturna abitudine noi colpiremo immediatamente il rapporto fra una idea nostra e la straniera voce senza passare a traverso del nostral vocabolo che corrisponde ad entrambe, allora potremo dire di perfettamente sapere ed usare una lingua, acquisita per mezzo delle identità ideologiche col nostro idioma natio.
- Basti tutto ciò, e sia stato detto per pura accademia.
Quando vivremo insieme studieremo Cicerone, e ci aiuteremo vicendevolmente a gustarlo.
Intanto, ripeto, fa' quel che puoi, e quando puoi, e se puoi.
Mi fa gran piacere l'udire che il Sig.
Tancioni abbia approvato il libro de' partimenti.
Ora sta a te, quando puoi, di approfittarne.
E prego il Sig.
Maestro di rendertene l'uso efficace.
E m'auguro che possa.
Quando verrò a Perugia porterò meco i miei scritti cinesi, e se nelle ore di ricreazione vorrà il Sig.
Rettore permetterlo, li andrò leggendo a te ed ai tuoi compagni.
Sei contento così?
Sì, anch'io sto bene, per grazia di Dio; e voglio tornar giovane per vivere più lungamente con te.
Misuro il viver mio dagli anni tuoi.
Dimmi un po', Ciro mio, perché nella tua ultima lettera mi hai scritto 1° gennaio anziché 1° dicembre? Ti pesa tanto il tempo che tu voglia accelerarne la fuga? Vivi, vivi quest'altro mese, e già non dubitare che i gennai non ti passino sul capo colla celerità del pensiere.
Tu adesso mi farai il complimento di dirmi che ti fingi così più vicino il momento della nostra riunione.
No, no, Ciro mio, vivi tutto il tempo che Iddio ti concede, e quel che dee giungere arriverà da se stesso.
Non v'è più carta pe' saluti.
Ma ricevili e dàlli.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 403.
AL CAN.
FRANCESCO BUSIRI - ROMA
[1840]
Rev.do Amico
Questa mattina ho dato allo stampatore il foglio 13° e il 14°, corretti.
Poi mi son recato da lui e ho preso il foglio 15°: questa sera avrò il 16°.
Fra un paio di giorni è dunque terminato l'altro fascicolo.
C'est bien faire de la diligente.
Col foglio 14 è principiata la dissertazione dell'Orsi, ed io ho bisogno dell'originale stampato.
Quello ms.
mi lascia in molte incertezze.
Parole dubbie, o errate, o mancanti sottolineazioni non sicure: note saltate e di carattere fallacissimo etc.
etc.
L'ho questa mattina detto al nostro caro Can.
Tizzani e mi ha risposto: fa' per ora come puoi.
Ed io fo come posso volgendomi a voi.
Ricorro e mi appello.
Vado qua e là lasciando dei punti marginali dove il senso non mi corre o temo che gatta ci covi.
Insomma ricorro e mi appello.
Io correggo, ma non vorrei che poi dicessero: e chi è questo asino di correttore? che già in ogni modo lo diranno.
Oh quell'Orsi! oh quale imbroglio di virgole! che caos! Pare grandine che sia caduta giù a comodo suo.
Dove coglie coglie, e a voi di sotto.
Come son bestie gli uomini dotti!
Scrivo mezzo al buio, e colla penna da correttore di stampe, e colla testa da torchio di stampatore.
Figuratevi il carattere e il senso! Come son somari i correttori!
Asino sì, ma disposto sempre a' servizi de' miei buoni amici e padroni.
Sabato 10
Il v.o aff.mo a.co e serv.
G.
G.
Belli
LETTERA 404.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 12 gennaio 1841
Ciro mio
Ho un po' troppo tardato a risponderti, è vero? Lo conosco, Ciro mio caro; ma ascoltane il motivo.
Io voleva riscontrare nel giovedì 7 la tua del 29 Xbre: all'improvviso però fui chiamato a S.
Pietro in Vincoli dal Rev.
Tizzani, il quale avea bisogno di consolazioni per la morte (accaduta alle 5 del mattino di quello stesso giorno) del Can.
Busiri che tu conoscerai, e che io accompagnai a Gubbio nell'ultimo agosto.
Era un poco infermo da alcuni giorni, ma nella mattina del 7 finì di vivere per un improvviso e violento sgorgo di sangue dal petto.
Il prof.
Tizzani è desolato: tutta la Canonica è inconsolabile per la perdita di quel dottissimo, piissimo e amabilissimo giovane.
Da quel giorno io sono stato quasi sempre a S.
Pietro in Vincoli, meno i momenti indispensabili ai tuoi affari, e meno la giornata di sabato 9 che spesi tutta intiera in casa, scrivendo un non breve articolo pel Diario romano, e un ancor più lungo elogio per l'Album tutto in onore del caro defunto.
Ecco l'altro motivo per cui non potei mandarti lettera neppure nell'ordinario di sabato.
Ti scrivo dunque oggi, incaricandoti di pregare in mio nome l'ottimo e affettuoso Signor Rettore affinché voglia far recitare in Collegio una prece per suffragio della candidissima anima del povero Canonico regolare del S.mo Salvadore Lateranense, D.
Francesco Busiri.
Io sto bene, benché afflitto per la detta disgrazia.
Mi auguro buona anche la tua salute.
Tutti ti salutano: riveriscimi e salutami tutti.
Ti abbraccio, Ciro mio, ti benedico e mi ripeto in fretta
tuo aff.mo padre
LETTERA 405.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 19 gennaio 1841
Ciro mio
Nello stesso giorno 12 corrente in cui ti spedii l'altra mia lettera, tornando a casa trovai sul mio scrittoio la tua del 9, lasciatami dal cortesissimo Sig.
Maresciallo Carafa.
Fui quindi a visitarlo e ringraziarlo, e n'ebbi buone notizie di te, ma cattive del caro Peroletto Monaldi, del quale io ignorava la malattia ed oggi spero la total guarigione.
Mi parlò il Sig.
Maresciallo delle somme sollecitudini del Sig.
Rettore in vantaggio del piccolo infermo.
Avete in lui Voi Convittori un Superiore di rara eccellenza.
Salutalo in mio nome, e fagli sentire i miei sentimenti di venerazione pel suo ottimo cuore.
Mi ordini in nome del Sig.
Prof.
Colizzi una campana di cristallo di buona fabbrica, del diametro di un palmo.
Queste indicazioni mi sembrano scarse.
Non so se debba essa servire ad uso di macchina pneumatica o per altri fini, ciocché varierebbe assai la forma e l'altezza.
E tu conoscerai pure che si chiamano generalmente campane anche quelle aperte alla sommità siccome quelle chiuse.
Per darmi dunque alla ricerca abbisognerei di qualche altra indicazione, onde non errare nel caso che trovassi l'oggetto.
Comprendo benissimo ciò che mi annuncii riguardo al palloncino di baudruche.
La imperfezione sua deve dipendere dalla sua vecchiezza, e questa dalla lontananza del fabbricator francese da Roma, al quale non se ne può commettere una momentanea lavorazione.
I rivenditori conservano questi palloni, finché loro ne càpiti richiesta; e così i palloni, col lungo giacere non adoperati, si disseccano soverchiamente e dan via all'apertura di piccoli pori, pe' quali, benché pure invisibili all'occhio, il tenuissimo gas se ne fugge, e tanto più vi trova adito quanto più condensato entra in tensione.
Io ti mandai il pallone perché tu lo desiderasti, ma io già dubitava del buon successo dello sperimento, né mi valse pregare il mercante di vendermene uno di recente formazione.
Chi sa quanti anni si porta esso addosso! - Ora, se tu ancora lo conservi, fa' una prova e levati una curiosità.
Gonfia alla meglio il pallone colla bocca e col tuo fiato e, supponendolo sferico, misurane in qualche modo il diametro o asse poi calcola la sua capacità in pollici cubici.
Tu saprai forse che il peso del gas idrogeno è di 3/100 di grano per ogni pollice cubico.
Trovato il peso del gas che il pallone può contenere, posa il pallone e confronta i due pesi.
Se supera quello del pallone, esso deve restare gravando in terra, malgrado dell'azione sollevante del gas se si equilibrano si elideranno anche le opposte tendenze di gravitazione al basso e all'alto.
Il solo caso in cui il pallone potrebbe elevarsi è quello di un eccesso sensibile dell'azione inversa del gas contenuto sull'azione della materia contenente.
Rendi i miei rispetti e saluti a tutti i tuoi Superiori, ai Maestri, ai compagni, agli amici, intendendo io di nominarteli uno per uno.
E di' al Sig.
Tancioni che la 3a Grazia di Sterz non è ancora giunta da Milano.
Le Grazie son delicate, e con questi tempi stanno a casa e non si espongono ai viaggi.
- I nostri parenti, amici etc.
aspettano il momento di rivederti.
Ti abbraccia e benedice
il tuo aff.mo Papà
LETTERA 406.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[5 febbraio 1841]
Mio carissimo amico
Non vi ho mai scritto finora, nella speranza e nel desiderio in cui era di aver prima buone notizie intorno al vostro felice arrivo.
Il Sig.
Frezza, comandante delle truppe di finanza, si prese un appunto degli ufici che io praticai presso di lui, e promise di scriverne al Capitano suo fratello onde giovasse all'Olmeda figlio sin dove si potesse estendere l'arbitrio del comando militare, indipendentemente dalle superiori trafile, che son lunghe e difficili.
Non crede però il sig.
Frezza che il sotto-capo Olmeda potrà avvicinarsi tanto alle Marche che esca dalla provincia di Romagna, ma bensì potersi rimovere dal luogo dov'è e così allontanarlo dai contatti in cui egli non si trovasse volentieri.
La divisione militare di finanza appartenente alla Romagna si estende sin sotto ad Ancona, dove comincia quella delle Marche.
Ora né in Marca né presso la Marca si vuole che l'Olmeda si trovi onde evitare la troppa vicinanza di molti individui appartenenti ad una stessa famiglia e ad una stessa arma; la quale soverchia prossimità è (seguita sempre a dire il Sig.
Frezza) contraria alle massime di questo Corpo di milizia.
Altronde l'Olmeda padre ha seco altri due figli, anch'essi militari di finanza; e questi gli si lascian vicini appunto per deferenza speciale verso i meriti de' suoi passati servigi.
In ultimo luogo dovrebbe anzi l'Olmeda figlio ringraziare i suoi capi del tenerlo nella provincia dov'è, dappoiché è appunto quello il circondario in cui potrà sperare ed ottenere distinzioni ed avanzamenti.
In tutti i modi, come vi dissi, io spero che un qualche traslocamento glielo concederanno, in vista di qualche parola che io pronunciai confidenzialmente all'orecchia del Sig.
Frezza circa alle probabili personalità che la ferma ed energica condotta del padre possono avergli procacciate quelle parti.
Di più e di meglio non mi è riuscito di fare, né pare sperabile per la via del Comando Militare.
Potrebbesi, è vero, tentare il mezzo delle autorità superiori; ma allora si andrebbe incontro a mille verifiche, formalità e deliberazioni, le quali sempre soggiacciono ad uno spirito di diffidenza e di circospezione con cui le Dignità dello stato accolgono sempre e trattano le dimande di questa natura.
Amatemi, Neroni mio, e ricordatevi di me.
A proposito: nella sera della prossima domenica 7 si celebreranno i capitoli matrimoniali fra la Sig.ra Rita Cini ed il Sig.
Ettore Perozzi; e lunedì seguiranno le nozze.
Presto poi verrà nella Marca questa gentile Signorina.
Tutta la famiglia Cini vi saluta.
Vi abbraccio teneramente e colla solita stima
Di Roma, 5 febbraio 1841
Il V.o aff.mo a.co vero G.
G.
Belli
P.S.
Mi si va riaffacciando il dolor di testa, ma non è continuo.
E voi come state?
LETTERA 407.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma 6 febbraio 1841
Mia carissima Amalia,
alle ore 4 pomeridiane del lunedì 23 novembre 1840 mi udii chiamare a nome sulla piazza Rondanini da una voce tra cognita e incognita che mi suonava dietro le spalle.
Ti giuro sull'onor mio e sull'affetto che sento per te, mia cara Amalia, che in quel momento io andava pensando al n° 20 dove abitava già una certa maga...
Mi rivolsi e mi vidi accanto il Sig.
Viviani, che mi disse: Io doveva venire da lei con un'ambasciata della Sig.ra Bettini: ma ho avuto un'infermità in famiglia e ho tardato a fare il mio dovere.
E che dice la Bettini? Dice che se Belli non le scriverà, Ella non gl'invierà più una parola del suo carattere.
Amalia mia, io credei che o scherzassi tu o celiasse Viviani; ma il tempo seguita a correre, e mi accorgo che parlavate entrambi sul serio.
Dunque tocca a me.
E come puoi essere inquieta con me, Maga mia del num.
20, quando io ti scrissi il 25 luglio 1839 a Ravenna, in risposta alla tua 2 luglio in data di Faenza? Come ti regge l'animo di mandarmi simili minacce quando io nella quaresima del 1840 ti spedii a Milano per mezzo del tenore Castellano un mio libro in-8° di poesie, che consegnai a lo stesso Castellano in casa Ferretti l'ultimo giorno di carnovale? Il Castellano poi scrisse a Ferretti da Milano assicurando di aver adempiuto a tutte le commissioni.
E tu mi hai sempre pagato a silenzio fin dal 2 luglio 1839! Io non so più dove vai, non so più cosa pensi, non so più...
Sèguita mo a starmi col muso e a guardarmi stracciasacco! Io sì che sto in collera con te, ma in una collera, in una collera, che se ti avessi adesso avanti a me ti prenderei una mano e te la schiaccerei contro le mie labbra.
Scrivimi dunque, Amalia mia, e spiegami come sono andate le cose.
Ma dimmi un po', Amalia: il mio tuono troppo confidente ti offende? Nella tua del 2 luglio mi dicesti di no, ed anzi mi incoraggiasti a star meglio in grammatica.
O se non ti offendi tu, non potrebbe forse altri offendersene per te, con te e con me? In tal caso tu puoi rispondere: non badate ai delirii d'un povero vecchio.
Questa lettera davvero che la è delirante, né io mi ripesco cosa diamine ho scritto.
Ma quando avrò ricevuto un tuo foglio, dal tuono di quello raccapezzerò il cervello che oggi mi manca.
Ripiglieremo allora un epistolario da essere fra qualche secolo archiviato nel Vaticano fra le coble e i lai di Provenza.
Spero però che il Vaticano durerà qualche secolo.
Sarebbe una vera calamità pei poveri posteri se il mio epistolario passasse fra i codici del Semplicista.
Salutami la tua Mammà e la tua sorella: sta bene la Sig.ra Lucrezia? Sta bene la Checchina appiccicarella? E tu stai bene? Dimmi di sì per carità.
Ed io come sto? Sto come un melenso aspettando una tua risposta.
Il tuo a.co e serv.e
G.
G.
Belli
LETTERA 408.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 27 febbraio 1841
Spada mio
Per motivi che spiegai a Biagini nella mia del martedì 16, non scrissi nel sabato 13, giorno del mio arrivo in questa Città.
Ma poiché Biagini mi scrisse egli stesso in quel sabato, la mia prima lettera, che doveva esser missiva, ebbe a divenir responsiva.
Ora stando io per ripartire di qui ed aspettando il vetturino a momenti, ripeto questa seconda che io voleva far lunga per raccontare a voi amici certe notiziole, ma che vorrà esser brevissima per colpa di varie visite che m'hanno imbrogliato la valigia e la penna.
Ti basti pertanto sapere che Ciro e io stiamo bene, che il Carnevale l'ho passato sempre in Collegio e che sul finire della prima settimana di Marzo ci riabbracceremo.
Salutami le case Biagini, Ricci e Ferretti.
Scrissi il 16 anche alla famiglia Mazio, ma non ho avuto riscontro.
Forse il giorno han dormito, e di notte non si scrivono lettere.
Non sono le carte di Fabriano quelle che vedono il lume di candela, ma le carte del Cigno di Bologna.
Amami, Checco mio, e statti bene.
Il tuo Belli
LETTERA 409.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni, martedì 2 marzo 1841
Mio carissimo Ciro
Ti do le mie notizie dal punto della mia partenza fino a questa città dove giunsi ieri alle sei pomeridiane.
Il mio viaggio fu buono, se vogliasi eccettuare il fastidio di un gran vento, di un rigidissimo freddo, ed anche di un poco di neve caduta mentre io mi trovava in cammino tra Fuligno e Spoleto.
Veramente tuttociò mi ha un poco incomodato, ma il piacere di averti riveduto fa sì che io passi sopra a queste piccole molestie, e mi applaudisca della idea di avere effettuato l'attuale mio viaggio nel mezzo del verno.
Appena giunto cominciai subito ad occuparmi de' nostri affarucci, e ne' pochi giorni che passerò qui procurerò di comporre le cose nel miglior modo possibile onde si possa nell'avvenire trovarne qualche vantaggio.
Spererei poter essere a Roma sul cadere della corrente settimana.
Tu però, al solito, non rispondere a questa prima mia lettera, ignorando io sino ad ora dove la tua risposta potrebbe trovarmi.
Arrivato appena alla nostra patria sarò sollecito di avvertirtene e allora mi riscontrerai.
Intanto vivi di buon'animo sulla mia salute, e veglia sempre sulla conservazione della tua, onde mantengasi florida come io l'ha trovata e lasciata.
Sullo studio e sui buoni portamenti nulla ti dico, perché so essere superfluo il fartene speciale raccomandazione.
Tu operi con maturità di senno e per intima convinzione de' tuoi doveri.
Quindi io riposo tranquillo su questo interessante argomento.
Ti prego vivamente di porgere mille e mille rispettosi saluti al nostro carissimo Sig.
Rettore, uomo degno d'ogni stima ed amore.
Riverisci ancora in mio nome l'ottimo Sig.
Colizzi, i Sig.ri Superiori del Collegio, i tuoi Maestri, il Sig.
Prefetto, il Sig.
Can.
Mari, il Sig.
Serafini, il Sig.
Tassi, e tutti i tuoi compagni di camerata.
Ricevi i saluti di questa famiglia Vannuzzi, e con essi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 410.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 9 marzo 1841
Mio carissimo figlio
Due giorni più tardi di quello che io credeva di potere, sono giunto felicissimamente in questa città jeri al giorno.
Questa mattina ho subito preso a disbrigare le cose più urgenti che la mia assenza mi ha fatto trovare accumulate, non che alcune commissioni che portai meco in Roma.
Primo luogo fra queste è stato dato da me ad un certo incarico di cui mi onorò il Signor Rettore.
Digli però da mia parte che la persona alla quale io aveva pensato dirigermi onde riuscire nello scopo, è a Civitavecchia e tornerà fra un mese: dovrò quindi pensare ad altro mezzo onde ottenere al più presto ciò che si desidera.
Io non iscrivo direttamente al Sig.
Rettore, siccome pur sarebbe mio debito, e ti prego far sì ch'Egli ne trovi buone le mie scuse nelle non poche brighe a cui mi conviene dar sesto.
Riveriscilo insieme e assicuralo che io lo tengo sempre nella mente e nel cuore.
Pregalo oralmente di passare i miei rispettosi ossequi al degnissimo Monsignor Delegato.
- Saluti non posso dartene perché sino ad ora poche persone ho vedute.
Ti voglio però incaricare di ricordarmi alla gentile memoria di tutto il Collegio, nemine excepto, tanto di quelli che vi abitano quanto di ogni altro che vi abbia relazione di uficio.
Son costretto, Ciro mio, a distaccarmi dalla dolce occupazione del trattenermi con te.
Ti basti per oggi sapere che io sto benissimo, e che buonissime nuove spero ricever di te.
L'ultima sera che ti visitai, essendosi fatto un po' tardi, non potei vedere il convalescente Peroletto Monaldi.
Ti sarò grato se me ne darai qualche notizia.
Ti abbraccio e benedico affettuosissimamente.
Il tuo Papà
LETTERA 411.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 16 marzo 1841
Vedi, mia cara Amalia? Faccio come que' del contado, che non ti vengono a casa che non rèchinti una serqua d'uova o un castelletto di noci.
E tu stendi leggiadramente la mano e fai buon viso a' miei doni di magro.
Ma come si fa? Tre pagine ho pure da empirtele.
Veramente di cose n'avrei in petto da dirtene: ma le son delicate, e per le centinaia di miglia si sciupano, e svaporano peggio che non è l'acqua del tettuccio.
Quelle son parole da spingersi alla distanza al più d'un tavolino da giuoco; e da Roma a Torino corron più palmi che non ne bisognerebbe di sciamìto per fare una gonnella da nozze alla luna.
Or tu m'hai scritto una lettera da Maga; e guàrdati bene dal venire più a Roma, perché io ti accuso quale distillatrice di filtri.
Eppure, oh come ti rivedrei volentieri, dovessi anche morir bruciato con te! Sciogli tutte le scritture: legane una sola che ti riconduca fra noi.
Ma dalle tue dubbie parole io lo travedo: tu ti mariti, e allora addio Roma, addio Dante, addio meriti e ricompense; addio regina e poeta cesareo! Ho passato il Carnevale a Perugia presso il mio Ciro, che sul principiare di ottobre verrà ad aspettarti anch'esso presso le rive del Tevere.
A Perugia ebbi altri tuoi saluti dal Conte Ranieri che ti vide anch'egli a Firenze.
Buona Amalia! mi ricordi davvero? La tua predecessora nella real compagnia sta per giungere a Roma.
Ferretti è già in moto pe' ricevimenti.
Egli fra malattia e malattia strappa la vita scrivendo, urlando, battendosi come un leone.
Oggi è in letto, dimani correndo che bravo chi l'arriva.
La moglie è molto decaduta: le tre figlie per ora stan bene, e tutte e tre nubili.
Se hai qualche scartarello, spediscilo a queste tue buone amiche.
Il loro fratelluccio cresce bene e sviluppa ingegno non comune.
Biscontini dura nel celibato, sempre cercando moglie.
Coleine batte la moda, e non vende ma affitta la sua libertà.
Ingàmi non guarda più in faccia donne, e serba le ultime ricottine per sé dopo aver perduti gli ultimi denti.
Ve' cosa fan gli anni e le passioni! Tu ti dici invecchiata dalla fatica? Io dall'età, dai pensieri e dalla solitudine.
Niccolini l'ho conosciuto anch'io nel 1824 a Firenze: ma io ero allora anche più piccolo che adesso, ed egli non men grande che oggi; epperò non può ricordare quella inezia d'uomo che si gloriò di averlo veduto nella sua biblioteca dell'Accademia.
Chi vorrei mo conoscere sarebbe il Romani.
Tu certamente devi essere da lui visitata.
Digli che io lo ammiro tanto! Adesso poi dico a te di finirla una volta con questi elogi che mi vai prodigando.
Italia Italia! Se l'Italia dovesse trar gloria da' miei scardafoni, starebbe fresca come avesse mangiato la zucca.
Se i Torinesi vogliono esser francesi; e tu lasciali fare.
Ognuno è padrone di rinunciare ai beneficii della provvidenza.
Al più posso perdonar loro quella pazzia se ti vogliono bene.
Quel che preme è che tu mi saluti tanto e più di tanto la tua mamma e la nostra appiccicarella.
In cima a tutti poi metti il pensiero che tu sarai sempre amabilissima al tuo aff.mo a.co e ser.e
G.
G.
Belli
LETTERA 412.
A FILIBERTO GARELLO - FIRENZE
[18 marzo 1841]
Mio carissimo amico
Per mezzo di un garbato giovane Sig.
Vittorio Manassei ho sotto il 13 corrente ricevuta la vostra lettera del 20 febbraio unitamente ai sei primi fascicoli del vostro compendio mnemonico di storia antica.
Dice il Sig.
Manassei essere stato il tutto portato a Roma da suo padre che n'ebbe commissione in Viterbo da un Sig.
Severi.
Io vi ringrazio senza fine di questo vostro caro dono e godrò sommamente nel vedermelo continuato sino al termine dell'opera, siccome per vostra liberalità mi prometteste.
Nella lettera però voi mi accennate l'invio di sette fascicoli e non già di sei quanti ne ho realmente ricevuti.
Il Sig.
Manassei non sa come spiegare questo equivoco: infatti il nostro Ferretti ha da lui ricevuto fino al fascicolo 7°.
- Per dargli io stesso una spiegazione, potrei dire che siccome già dalla scorsa estate mi avevate spedito il fascicolo primo, avrete forse pensato che nel mandarmene altri sei mi avreste completato il numero dei sette pubblicati sinora.
Ma in questo caso avete duplicato il fascicolo primo, e omessa la spedizione del settimo.
In qualunque modo poi la sia andata, è certo che io manco del fascicolo 7°, e desidero che ve ne ricordiate onde non lasciarci una lacuna in opera di mio grande interesse.
Ora dovrei soddisfare la vostra gentile richiesta del mio parere sul vostro lavoro.
Candidamente vi dirò sembrarmi esso un gran concetto di mente dotta, ordinata e ingegnosa.
Nello stesso tempo vi confesso però che la novità sua e la sensibile differenza che trovo fra l'attuale sistema, misto di figurato e d'acrostico, e l'altro sistema da me studiato con voi e più semplicemente basato sul costante fondamento de' tre punti di ideologica corrispondenza, cioè numero figura e formula, m'imbarazza per ora alquanto e costringe penosamente la mia attenzione ad abbandonare in gran parte una macchina di cui mi eran familiari tutti gli ordigni.
Io ho in massa ben compresi e valutati i vostri nuovi principii e il fine a cui gli avete rivolti; ma que' chiari e preziosi aiuti mnemonici collegati sempre con ogni epoca e con ciascun fatto peculiare vederli così scomparsi e sacrificati alle vane esigenze di un pubblico leggiero e derisore, mi reca non poco rammarico.
Vero però è che la specie di smarrimento da me provato in questo primo esame del vostro sì compassato e simmetrico quadro, dipende anche molto dallo stato di svanimento in cui trovasi di presente ridotta la mia povera testa, pe' continui dolori da' quali va travagliata.
Nel dover concepire l'idea di un tutto la mia mente non ne afferra più e non ne abbraccia come un tempo le varie parti con la istantaneità che abbisogna alla perfetta e nitida intelligenza del complessivo soggetto.
Io debbo stentatamente rivolgere l'attenzione qua e là, e col lungo ripetere questi atti di ricerca e di confronto mi stanco e sento vacillarmi l'intelletto.
Condizione veramente mortificante! Quando però io avrò tutta insieme l'opera sott'occhio; quando rilegata semplicemente nelle sue naturali divisioni non mi obbligherà essa più a ravvolgermi fra le interruzioni degli slegati fascicoli onde istituire e ripetere le mie osservazioni a mano a mano che me ne nasca il bisogno; quando in fine il soccorso delle notizie posteriori verrà a chiarirmi le dubbiezze sugli anteriori elementi dimodoché possa io dire ecco un tutto e scorrerlo più volte da capo a fondo, or con uno or con un altro intendimento; in quell'epoca spero di concepirne un pensiere unico, il quale offra mezzi e facilità di manifestarvene il mio generale giudizio.
Per adesso contentatevi che io vi ripeta colla maggior mia sincerità ritenersi da me il vostro libro per un'opera tanto laboriosa quanto utile, e così nuova come bene architettata.
Soffrite per ultimo alcuni miei rilievi di poco conto che vi faran fede essersi pure da me prestata almeno qualche attenzione al vostro mirabil lavoro.
1° Perchè le spiegazioni delle vignette le avete situate dopo i ragionamenti? Non ne sarebbero risultate le successive storie più chiare? Chi osserva il concetto figurato non desidererà egli di conoscer subito la significazione innanzi di procedere alla lettura del discorso che vi è compendiato in figura?
2° Nel quadretto del secolo 5°, contenuto nella tavola 4a dei feudi, non comprendo come gli accessorii alludano alla scultura e alla pittura.
3° nella vignetta 12a, che ha un gatto e un ibis, non si potevan invece ripetere i due cammelli rappresentati già nel quadretto 3° della 1a tavola de' secoli? Questo sistema di ripetizione lo avete pur praticato nelle altre vignette (p.e.
nella 10a e nella 11a), dove si aveva ragione delle stesse storie contemplate ne' corrispondenti quadretti dei secoli.
Nel nostro caso era pur sempre indicato l'Egitto.
L'amor di varietà non sempre può giovare in un sistema che richiede la maggiore unità possibile, onde la memoria non si divaghi o si adombri.
4° Le doppie parole fuor di linea sotto una stessa iniziale degli acrostici (p.e.
vignetta 1a Aristobolo Antipa) dubito assai se si ricordino nel richiamarsi a mente l'acrostico che le contiene.
5° La vignetta 13a ha due colombe per significare il secolo 22.
Ma poi in capo alla relativa Storia si legge 21.mo secolo.
Questo è un semplice errore di stampa, ma può generar confusione.
Badateci bene agli errori tipografici, perché in un libro tutto gremito di numeri, di avvertenze, di richiami e di raffronti, ogni inesattezza di simil natura può riuscir molto dannosa.
6° Perché non avete consacrato una vignetta al Diluvio di Deucalione? Poteva non credersi inutile, e qualcuno ve la desidererà.
7° Avete intenzione di pubblicare in alcun tempo la Storia moderna? E la dareste collo stesso sistema?...
LETTERA 413.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 18 marzo 1841
Mio caro e amatissimo figlio
Poco dopo impostata la mia del 16 al Sig.
Rettore, nella quale io gli dimandava tue notizie, mi fu recata la tua lettera 13 corrente.
Mancatomi il tempo per risponderti nel passato ordinario, ti riscontro oggi, vigilia della mia festa, che spero mi augurerai nel tuo cuore felicissima.
Molte grate ed accette mi giungono le nuove del rimpolpare e rinvigorire del caro Peroletto Monaldi.
Alla sospirata epoca del mio ritorno a Perugia mi confido ritrovarlo ben sano e florido.
Salutamelo.
Ho molto cercato le legacce elastiche senza fermaglio, da te desiderate e commessemi.
Ne ho anche trovate non poche, ma tutte strette.
Ne scelsi un paio che mi parvero più larghette delle altre; ma, avendole volute provare, nel passare pel calcagno non ressero allo sforzo e si ruppero.
Rinnoverò le mie ricerche; ma temo, Ciro mio caro, che questa soddisfazione la dovrai sacrificare.
Assicurati del resto che un paio di legacce a fermaglio (che a Perugia si trovano), o una fettuccia di lana rossa ben ravvolta alla gamba e ripassata pel capo due o tre volte sotto ai giri, ti renderanno presso a poco lo stesso servizio che queste tue predilette circolari, immagini dell'eternità.
Quelle che mi si sono spezzate le ho donate a mia cugina, il cui piccolo piede non impedisce loro il passo.
Ella se le ricucirà e le porterà invece di te che hai la zampa più grossa della mia.
Mi dici che tutti costì van chiedendoti di me e incaricandoti di salutarmi.
Ringrazio ciascuno di vero cuore, e prego te di usar con loro gli uficii della mia gratitudine.
Qui poi non è minore il numero di coloro che mi dimandan di te.
E come sta Ciro? E cosa fa Ciro? E che studia Ciro? E quando ritorna? E quando lo riportate? E quando lo rivedremo? E quando lo conosceremo? Insomma una batteria di domande da tutte le parti.
Non vi gonfiate, Signorino mio, e stiamo in guardia della vanità.
Intanto prenditi un po' i saluti di tutta questa gente, che un giorno poi (e sarà presto) o rivedrai o imparerai a conoscere.
Amami sempre come e quanto io ti amo, studia con impegno, ed abbi sempre in mente il cursus in fine velocior.
Riverisci tutti i soliti, e ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Si cambia la scena.
Prima d'impostare la presente ho trovato e comperato un altro paio di legacce elastiche.
Credo che queste potranno andar bene.
Queste però sono a saltaleoni, e le precedenti erano a tessuto di filo e gomma.
Non so, o non mi ricordo, quale delle due specie tu desideravi.
Basta, prenditi un po' quelle che ti mando, e buon dì.
Il Sig.
Biscontini (che ti saluta) si è incaricato di fartele portare dal Signore Alessandro Romitelli il quale sta per ricondursi a Perugia; di modo che tu presto le avrai.
Se vedi la Sig.ra Cagenna, ricordami alla sua gentil memoria.
LETTERA 414.
AD AMALIA BETTINI - MILANO
Di Roma, 23 marzo 1841
Debbo, mia cara Amalia, affrettarmi a prevenirti di una mia svista.
Nel leggere avidamente la tua lettera del 12 febbraio (da me trovata sul mio scrittoio al mio ritorno da una gita a Perugia) non rimarcai bene la tua ingiunzione che tu mi desti di risponderti a Milano.
Così io ti risposi, ma inviai la mia risposta a Torino sotto il 16 corrente.
In quella lettera, oltre alcune espressioni dettatemi dall'amicizia che tu inspiri a chiunque ti conosce, io transcrissi certe sedici ottave, intitolate Il giusto-mezzo.
Di niun danno è la perdita di quelle bazzecole, e, se anche meritassero il minimo de' francesi régret, vi potrei riparare trascrivendotele qui nuovamente.
Ma in oggi non ho presso di me l'originale, né saprei dire quando potessi riaverlo, per motivi di alcune combinazioni; ed a mente non me le ricordo bene.
Dove a te dunque non riesca del tutto o indifferente o discaro di aggiungere quest'altro imbarazzo alle carte che scritte di mia mano ti degni di conservare, ardisco proporti di farti per qualche mezzo rispingere la mia lettera da Torino.
Intanto io non so far meglio, per rimediare alla mia storditaggine, che di confessartela in tempo che tu ti trovi ancora in un soggiorno da me conosciuto.
Nel rileggere, a mente quieta, la tua del 12 febbraio, mi avvidi del mio abbaglio, ma la mia lettera era già molto lungi dalla penna che la vergò.
Quando io saprò essere fra le tue mani e la presente e l'antecedente, andrò in tre susseguenti miei fogli inviandoti altri tre miei delirii, intitolati Il cuoco: Il sarto: Il parrucchiere; ciascuno di 24 ottave.
Ci sarà da carteggiare per un pezzo.
Non ne ha che una copia la Regina Vedova di Spagna, la quale me ne fece richiesta; ma quella copia non fu scritta di mio pugno.
E per oggi cosa ti darò? Quattro sonetti.
Il 1° fu scartato con altri dalla censura allorché si stampò il libro che ti mandai: il 2° (che non mi ricordo se te l'ho mai dato) fu scritto in occasione che alcuni dilettanti composero ed eseguirono un ballo eroico, Arianna e Teseo: il 3° e il 4° gli ho scritti in Perugia il 5 settembre 1839 e il 18 febbraio ultimo per la occasione di certi trionfi colà celebrati a due cantatrici, Erminia Frezzolini ed Emilia Hallez; che io stimo e venero e rispetto, ma non credevo degne di tanto; oltrecché mi offendono gli eccessi ai quali oggi trascorre, pel fanatismo cieco venuto al mondo in favore di questa arte del canto.
La musica è soavissima cosa, ma non bisogna impazzare.
Il troppo è troppo, e tutto deve avere una misura e un confine.
Rinnova i miei saluti a tua madre e a tua sorella e riconosci in me sempre
Il tuo aff.mo a.co
G.
G.
Belli
Monte della Farina n° 18
LETTERA 415.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[6 aprile 1841]
Sig.
Rompiculi mio caro
La parola della vostra sciarrada ve la dirò all'orecchio quando vi porteranno ai matti.
Dalla prontezza con cui l'ho trovata potrete allora conoscere che dove questi lavori d'ingegno sian fatti con un po' di senso comune, all'indovinarne il significato ci arrivo anch'io quanto un altro.
Del resto non vi ho mai pregato d'instituir prove sul mio intelletto, il quale è, né più né meno, quello che piacque al Signore di concedermi.
Voi intanto tenetevi i vostri scritti pe' vostri bisogni secondo che vi sia comodo o necessario.
Spero di essermi spiegato con qualche chiarezza, senza tuttavia possedere il dono della vostra lucidità da tinta di stivali.
E se volete usarmi una vera cortesia, andatevi a far buggiarare almeno una volta, di che vi prego con tutto il fervore dell'anima.
Vedendo poi quello stinco garbatissimo del Sig.
Domenico, mi obbligherete non poco se ve lo trascinerete con voi in tanta malora, perché anch'egli mi ha sufficientemente scocciate le palle colle sue risate del pinco nel lasciare le sue ambasciate a questa serva-di Pilato di casa mia, la quale poi mi perde il rispetto vedendomi sbeffeggiato da un pappagallo par suo.
Ciò gli serva di regola per quel rimasuglio di vita che possono promettergli i suoi polmoncelli, ai quali S.
Giacinto usi misericordia.
Sono stucco e ristucco fino ai calli delle calcagna di vedermi zimbello di certi buffoni ventosi che non meritano un luogo neppure sulla lista della lavandaia o nella botte del votacessi del ghetto.
Tornando a voi, vi lascio pienissima libertà di giudicare il mio talento come potete e sapete.
Nulladimeno, se mi crucciasse la fastosa arroganza che sta covando nelle glandule del vostro infarcito fegataccio, avrei tanto in mano da cacciarvi la cresta fin sotto la suola delle ciabatte, signor capo-stipite, signor tronco, signor radica di tutto l'albero de' rompiculi, felicemente innestato in quell'altro de' rompicoglioni.
Ad ogni modo, per macerarvi d'invidia, è utile che sappiate come non tutti mi tengano nel vostro concetto di babbuino e ieri sera, per la più corta, una Signora di buona mente, di buon cuore e di buon casato mi mandò a chiamare per dimandarmi se si dica Cefalònia o Cefalonìa.
Io le ho esternati oggi i miei dubbi in favore della seconda lezione, perché se non fosse altro, fa rima a Geremia, a Casamia, ed al Conte di Picchio e Porcheria, tutta gente più conosciuta della mal'erba, colla quale ho l'onore di salutarvi.
Di casa, 6 aprile 1842
Il vostro u.mo e sinceriss.o ammiratore Giuseppe Gioachino Belli.
LETTERA 416.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 aprile 1841
Mio caro figlio
L'ottimo Signor Presidente Colizzi mi recò personalmente nel giorno 3 corrente la cara tua del 27 marzo, e la lasciò in mia casa co' suoi saluti non avendomi trovato all'ora in cui mi favorì.
Nell'indomani io corsi a visitarlo, e moltissimo mi rallegrai vedendolo in istato di perfetta salute e di eccellente umore.
Da lui ebbi tue particolari notizie, intorno alle quali parmi non aver nulla da desiderare.
L'eccellente Superiore si mostra sempre contento di te sotto ogni rapporto ed io spero che altrettanto segua nell'animo degli altri tuoi Superiori più immediati, in cima ai quali intendo di porre il Sig.
Rettore.
Il loro voto è la norma del mio, e determina sempre più il mio cuore a riporre in te illimitata fiducia: amen.
Ecco a buon conto, o mio Ciro, trascorsa già quasi la terza parte del tempo che dall'ultima mia partenza da Perugia doveva passare sino alla mia nuova comparsa nella stessa città, per riprenderti meco non lasciarti più fuorché all'epoca in cui dovrò lasciare la terra.
Noi vivremo insieme nello stato che ci serberà Iddio, da cui viene ogni prospera ed avversa fortuna secondo i profondi suoi fini.
Siccome però il tuo animo è moderato, ed il mio facilmente si uniforma ai sacrificii che si conciliano colla soddisfazione di serbare intatto l'onore ed il pregio della delicatezza, spero che andremo assai bene d'accordo nel condurre una vita laboriosa e metodica, solo mezzo di prepararmi un avvenire tranquillo e senza rimorsi.
Gli studî già fatti e quelli che ti restano ancora a percorrere ti procacceranno, spero, un fondamento sul quale elevare, se non una brillante fortuna, uno stato almeno indipendente dai capricci degli uomini, la cui stima è alla fine il patrimonio del merito e la rovina dell'impostura.
Iddio benedice, o mio Ciro, gli sforzi di chi cercando il bene procura di conseguirlo fuori delle torte vie de' malvagi.
Non invidiar mai le prosperità né i trionfi de' tristi, non il fatuo brillar dell'ignoranza, non i privilegi concessi dal pregiudizio.
Il tempo rivela gran verità, distrugge assai macchine, ristabilisce molti equilibrii; e quand'anche la menzogna, la fraude, la ingiustizia, gli umani rispetti, riescano a impedir sulla terra la rettitudine delle ricompense e l'armonia dell'ordine, ci resta sempre un conforto nella certezza di un'altra vita dove non arrivano le passioni o la doppiezza o la umana semplicità a disturbare l'adempimento delle promesse evangeliche.
La quale infallibile retribuzione, mentre è la più cara speranza degli animi travagliati, costituisce una delle prove più vittoriose della stessa vita futura, troppo ripugnando alla eterna giustizia che le divine leggi mancassero di sanzione, mentre l'han pure le umane malgrado di tutti i loro difetti.
Noi dunque bene opriamo, e ce ne premierà forse il Mondo; ma se questo ci sarà negato, ciascuno avrà il suo nella bilancia non sostenuta dalla mano dell'uomo.
Coraggio pertanto, mio buon Ciro: non ti smarrire; e rifletti anche una volta che io non ti posso ingannare.
Salutami il Sig.
Rettore, e dimandagli se ebbe certa mia lettera di discarico.
Non vorrei parere di aver mancato a' miei impegni.
Unicamente a ciò è diretta la mia richiesta.
Salutami ancora niente meno che tutto il collegio e i soliti amici.
Dirai al Sig.
Tancioni che io gli voglio bene e non sono affatto in disgusto per quel tale invio di giornale.
Me ne meravigliai soltanto un poco, e gli scrissi una lettera da paladino arrabbiato.
Come va il signor basso-numerato? - Tutti ti dicono le solite gentilezze: io ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 417.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 10 aprile 1841
Mio carissimo amico
Dimani è pasqua: cominciamo dagli auguri.
Felicissime feste e felicissima vita a voi e alla vostra famiglia.
Eccovi, e me ne vergogno, una elegiaccia pel fu vostro buon padre.
Risponde al concetto che mi suggeriste: cioè un figlio sulla tomba del padre.
Caro Neroni, prendete quest'infima cosa, spremuta a forza da un cervello addolorato e da un cuore tutt'altro che disposto all'esercizio delle lettere.
Ma a voi io non poteva dir no; e la vostra amicizia è stata la mia Musa.
Se ne volete fare qualche uso (e sarebbe meglio il contrario) tacete pure il mio nome; e quando mai la facciate ricopiare, avvertite lo scrittore di attenersi esattamente alla ortografia e specialmente alla interpunzione dell'originale.
Vi annetto qualche importanza, e più che a tutto il complesso del testo.
Perdonatemi di nuovo, Neroni mio: adesso né io so né posso far meglio.
Vi basti il buon volere.
La vostra del 24 febbraio mi dava lusinga di potere quanto prima aver qui l'importo del secondo trimestre dello scorso anno 1840 sul sequestro Trevisani, e in seguito i successivi.
Forse sarà accaduto qualche altro imbroglio: pazienza! Unito al dispiacere di questa sì lunga interruzione di pagamenti ho insieme il rammarico de' vostri disturbi.
Ma voi siete buono amico, e, come padre anche voi, comprenderete che io m'angustio a ragione di vedermi ritardato da codesti Signori un danaro che per mio figlio è pane nello stato attuale delle sue finanze.
Ed ora che son presso a riprender meco questo figlio, crescono le mie urgenze per istabilirlo qui.
Ah! mi va tutto a traverso.
Vi ricorderete avervi io altra volta richiesto per lettera un altro esemplare dell'opera vostra su Ripatransone.
Quello primo mi fu forza cederlo all'autore dell'articolo che gliene feci mettere sul giornale arcadico.
E se mi voleste favorire il 2° esemplare che vi chiedo, vi prego notarci di vostro carattere la memoria del dono.
- Vi abbraccio di vero cuore.
Il V.° Belli
Il titolo preliminare della elegia cambiatelo a vostro genio se non vi piace qual'è.
LETTERA 418.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 20 aprile 1841
Mio carissimo Ciro
Dopo le mie dell'8 e del 12 ti soggiungo queste due righe le quali ti saran recate da chi al certo non ti aspetti, dal R.mo Sig.
Canonico Tizzani, nostro buono ed onorevole amico.
Per due motivi non ti ho mai parlato del suo viaggio: prima perché era dubbio se sarebbe egli passato da Perugia: poi perchè volli io lasciarti la sorpresa di rivederlo, quando ebbe egli deciso il suo itinerario per codesta Città.
Viene egli insieme col R.mo P.
Abate Valle, che tu hai già l'onore di conoscere, e con altre due Dignità della Sua Congregazione, recandosi tutti uniti a Ravenna.
Il nostro rispettabile amico ti abbraccerà e benedirà per me, e ti dirà con quanto desiderio io aspetti il momento di riunirmi con te.
Sento ormai necessaria la tua compagnia, e ho vero bisogno del tuo sollievo.
Diviso da te mi si rendono ormai troppo gravi i pensieri dell'attuale mio stato.
Il tuo crescente ingegno e la tua giovinezza mi aiuteranno a sopportarli e me li renderanno più dolci.
Sappi intanto che l'ottimo nostro Amico si occupa molto in nostro bene.
Iddio rimuneri la sua amorevolezza, non potendo noi esser capaci di tanto.
Se tu leggi questa mia lettera in sua presenza, od avrai agio di rivederlo dopo la lettura fatta lungi da lui, ringrazialo e per te e per me.
La gratitudine è un debito, quando anche il cielo, non volesse benedire il successo delle premure di chi cerca i mezzi d'esserci utile.
Sono di tutto e vero cuore
il tuo aff.mo padre
P.S.
Sul punto di consegnare la presente al R.mo Tizzani ho dal portalettere ricevuto la tua del 17.
Mi fa piacere l'udire che attendi alacremente allo studio per riuscire nel prossimo esame trimestrale del Collegio, e per l'altro generale che dovrai sostenere all'Università.
Non ti mettere in apprensione, Ciro mio: sta' tranquillo.
Il timore è il più crudele avversario di chi si espone a questi cimenti.
Tu studia di buon'animo e di buona fede: al resto penserà Iddio.
Basta non avere arroganza nelle proprie forze.
Neppure però si deve avvilire il proprio coraggio con soverchia diffidenza.
Preparati, e poi va' allo sperimento con mente tranquilla; e sia prima tua cura (ricordati di questo mio consiglio) di non turbar le tue idee per la soverchia fretta del voler rispondere alle dimande.
Rifletti prima come se ti trovassi solo ed agli esaminatori chiedi grazia di ponderare le tue risposte.
Coraggio, Ciro mio: pensa alla tua gloria ma senza sbigottire del cammino che a lei conduce.
LETTERA 419.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 24 aprile 1841
Amica mia gentilissima, il Sig.
Cav.
Rosati, da cui ebbi la tua lettera ti dice pel mio mezzo mille cose amichevoli.
Sei pur cara ed amabile, la mia buona Amalia, con quella tua grazietta di stile, festivo, semplice, affettuoso, obbligante, vero specchio della bell'anima tua, schietta, culta, generosa, cortese.
Eccoti qui intanto una dozzina di epiteti, che uniti in accomandita si offrono a pagarti il valore di un solo almeno fra quelli coi quali nella tua ultima lettera (del 12) mi apristi un debito superiore a tutto il fondo de' predicati italiani, dal Memoriale di Jacopo Pergamino fino al dizionariùzzolo del Bazzarini.
E, come se nulla fosse, mi donasti anche un pappagallino, che, ripetendo le tue lezioni, mi replicasse le tue dolci parole.
Or con quale altro animaletto potrei contracambiare il tuo dono? Odi al proposito una storiella.
- Un navigatore espose sul molo di Napoli un perrocchetto di straordinaria eloquenza e lo vendette per cento ducati.
Trovatosi presente al mercato un certo furbo di lazzarone che avea seco un pollo-d'india, fecesi tosto a gridare Neh! Cristiani! accattateve chiss'auciello raro.
- Quanto ne pretendi? gli dimandò il compratore del perrocchetto.
- Ciento ducati, rispose il lazzarone.
- Pazzo! per un gallinaccio?! - E ggnossì.
N'avite pavato ciento pursì pe cchill'àuto? dice.
- Infatti il grave pollo stava lì grufo, immobile e meditabondo, quasi ponderasse i mezzi per pacificare l'oriente e l'occidente.
Ora tu mi hai spedito un animaletto che parla: io vorrei rimandarti una bestiola che pensa.
Ma questa è un gallinaccio: sono io: soggetto appena invidiabile a un cuoco, anziché ad una bella e gentil Signora.
Ed eccoci, non volendo, ad un altro proposito: il cuoco.
Verrà a te dunque il cuoco invece del gallinaccio.
Di questi ne troverai dappertutto.
All'incontro il mio cuoco è un personaggio importante, un Monsieur uscito pur mo dalle cucine di Pindo e d'Elicona, dove non si sarebbe mai creduto potesse venirne uno a spese delle frugalissime muse, contente alle focacce di segala e a' liquidi cristalli del fonte Castalio e del caballino Ippocrêne.
Egli lavora alla francese: leggiero.
La Marchionni è partita, ed io non l'ho neppure conosciuta.
Da Ferretti ci vo capitando di giorno: la sera sto a casa.
Eppoi, se fossi anche intervenuto a qualcuna delle soirées date dal Ferretti in di lei onore, non avrei forse fatto che vederla ed udirla, perché in simili circostanze io mi rintano in un cantuccio e non parlo mai.
La gioia di una conversazione non mi dà invidia, ma mi rattrista, mi sbigottisce, e mi riduce fino alla incapacità di aprire la bocca.
Per non rappresentare dunque la parte de' chillo che ppienza, mi astengo dall'associarmi a chillo che parla.
Il cuoco mi toglie la carta per accenderci il fuoco, né mi concede altro spazio che per un saluto amichevole alla tua mamma e alla nostra appiccicarella.
- Ti ho salutato Coleine e la casa Ferretti, che ti corrispondono.
Farò altrettanto con Biscontini.
- Addio, cara Amalia: ti augura lunga vita, molta gloria e perfetta pace il tuo aff.mo amico
G.
G.
Belli
LETTERA 420.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 maggio 1841
Ciro mio
Parmi ora, alfine, di riscontrare la tua cara lettera del 24 aprile, del cui ricevimento non ti ho fino ad oggi dato altro cenno fuorché le parole che ti feci dire in mio nome dal Sig.
Giuseppe Serafini.
Aveva io già preveduto la tua piacevole sorpresa all'improvvisa comparsa del R.mo Can.
Tizzani in codesto Collegio; né mi era pura sfuggita la probabilità del mancarti agio di ringraziarlo per le sue premure in nostro favore.
Naturalmente leggesti la mia lettera dopo che ti ebbe egli lasciato.
Ma dici benissimo: lo ringrazierai a Roma.
I di lui buoni uficii non hanno ancora ottenuto alcun successo; ma questa è colpa delle circostanze; e a lui resta tutto intiero il merito di averli praticati e di seguitare a praticarli.
Deus et tempora.
Egli mi ha scritto e mi ha parlato bene di te.
Un elogio dalla sua bocca onora non poco, essendo egli pieno d'intelligenza e di rettitudine.
Ciò peraltro non deve invanirti.
Le buone doti ci vengono da Dio, e a Dio dobbiamo riportarle monde del peccato della superbia.
Se tu bene operi, osservi giustizia, che è debito d'ogni uomo.
La lode, dolcissimo compenso delle rette azioni, non deve gonfiarci l'animo, ma sì rinvigorirlo perché si mantenga sulla via del bene, a costo anche dei rammarichi e travagli che suole spesso fruttarci l'esercizio della virtù.
Il solo orgoglio basta a paralizzare e distruggere il merito di mille belle qualità del nostro cuore, perché l'uomo superbo e vanaglorioso vuol comandare alla opinione de' suoi fratelli, ed esige un ossequio che allora è giusto e vero quando è spontaneo.
E se il concetto di noi comincia da noi, resta in noi né passa più ad altri, o, se ci passa, va confuso col ridicolo e col disprezzo per ritornare a noi colla simulazione e colla menzogna.
Allora, mentre ci crediamo glorificati e spieghiam più all'aperto le affettate nostre virtù, il Mondo ci deride, seppure non ci abborrisce; e noi diventiamo eroi da commedia.
Il Can.
Tizzani è stato nel Capitolo generale creato Abate della Canonica di S.
Agnese fuori le mura di Roma.
Ecco che il tuo conto di 114 giorni si è già ridotto a soli 98.
In capo a questi io spero di non trovarti a cavallo, bensì a piedi per corrermi incontro senza bisogno di sproni e di frusta.
Il cavallo lo lascerai all'Università, per chi ne ha bisogno pel redeat.
Tu, spero, non vi dovrai più ritornare, ma vi farai sin dal primo viaggio la necessaria provvista del tuo baccalà, per negoziarlo poi vantaggiosamente nell'Archiginnasio romano.
Macte animo, Ciro mio; ma pensa bene che ciò non significa matto in mezzo al cervello, come tradusse già un buon latinista della età dell'oro.
Per la diligenza del 1° corrente maggio ti spedii la mia medaglia tiberina, siccome già ti prevenni per mezzo del Sig.
Serafini.
L'avrai, credo, ricevuta nel lunedì 3.
Serbala per amor mio.
Di' allo stesso Sig.
Serafini che il giorno 5 mi fu presentato il suo ordine di Sc.
25, e gli feci subito onore, come praticherò ad ogni suo cenno pel resto.
Venendo ora ai saluti e rispetti, ricordami a tutti codesti Signori, cominciando dai R.R.
Rettore e Presidente, continuando pe' Professori Bonacci, Mezzanotte, Tancioni etc.
etc., e terminando a tutta la tua Camerata.
Salutami anche que' non addetti al Collegio i quali sai che ci onorano della loro amicizia.
Speciali cose poi dirai ai Sig.ri Coniugi Micheletti quando potrai vederli.
Io poi ti ripeto sempre i saluti romani etc.
etc.
e per conto mio ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 421.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 24 maggio 1841
Mio carissimo figlio
Mi giunse la tua dell'11 coi ringraziamenti pel mio dono della medaglia tiberina.
Mi è cara la tua gratitudine; ma sappi insieme essere a me riuscito così dolce il mandarti quel segno dell'amor mio come fu a te di soddisfazione il riceverlo.
Il R.mo Tizzani non è stato solamente insignito del grado di Abate, ma eletto quindi Procurator gen.le della sua Congregazione Lateranense.
Egli tornò a Roma verso il Mezzodì della domenica 16.
Trovò nella Canonica di S.
Pietro in Vincoli preparata una festa per riceverlo.
Io era già lassù, pranzai con Lui e con qualche altro de' primi della casa, e mi vi trattenni sino alle ore 11 della sera a godere della illuminazione e dell'accademia di musica che gli fu data da' suoi Canonici, tutti giubilanti pel di lui innalzamento.
Nella gran sala dell'Accademia, a cui intervennero varii distinti personaggi, una inscrizione latina dell'elegantissimo scrittore Can.
Strozzi (che ti feci conoscere nel 1839) era illuminata a trasparenza e narrava i pregi che meritarono al Can.
Vice-procuratore Tizzani (nella freschissima età di anni 31) i cospicui titoli di Abate Mitrato e di Procurator gen.le.
Giovedì 20, festa dell'Ascensione, egli celebrò in S.
Pietro in Vincoli il suo primo solenne pontificale con iscelta musica.
La di lui bella figura, la maschia e intonata voce, la dignità del portamento, e le insegne vescovili delle quali era decorato, commossero tutti gli astanti.
La Madre di lui pianse sempre.
- Un'ora dopo il sacrificio si passò nella maggior sala della Procura generale, dove era disposto un banchetto per sessanta persone le più distinte in Roma per virtù e per dottrina.
Fra gli altri vi si notavano circa a trenta fra i più chiari professori della Università.
Dopo il pranzo il Sig.
Chimenti, pubblico professore di Chimica, prese col dagherròtipo la veduta del bel chiostro colle immagini della maggior parte de' convitati: il quale quadretto rimarrà ivi a memoria del giorno solenne.
Jeri tornai a pranzo dal P.
Abate, come soglio in tutte le feste, e come farai tu meco quando sarai tornato a Roma.
Egli m'incaricò di salutarti affettuosamente.
Così pure mi ha detto il P.
Ab.
Sauli.
L'Abate Valle è ancora a Bologna dove accompagnò da Ravenna l'Ab.
Generale Gozzi.
A quest'ora o sono finiti o stanno eseguendosi certamente gli esami trimestrali.
Ne udrò poscia le nuove, che spero buone riguardo al mio Ciro.
Ho mille altri saluti per te.
Tu riveriscimi i Sig.ri Presidente e Rettore, i Sig.ri Maestri, Prefetto e compagni di camerata, la Sig.ra Cangenna quando la vedrai, etc.
etc.
etc.
Ama ed abbraccia il tuo Papà.
LETTERA 422.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 1 giugno 1841
Mio carissimo figlio
Appena impostata la tua del 25 maggio, alla quale io rispondo, avrai ricevuta la mia del 24.
Soggiungo oggi dunque qualche parola per mostrarti la mia soddisfazione pel non cattivo esito de' tuoi esami trimestrali, e pe' suffragi giornalieri ottenuti nel trimestre dai precettori.
Lo sperare tutti ottimi sarebbe troppo; ma questa ottimità (lasciami così chiamarla) mi confido la otterrai ne' successivi e superiori studi pe' quali vai ora maturando gli anni e l'intelletto.
Non è vero?
Mi dici esserti ora dedicato interamente a studiare per l'esame del baccalaureato.
Va bene.
Parmi però che ciò voglia significare aver tu dovuto metter da parte gli ordinari studi degli attuali e progressivi tuoi corsi di scuola.
Se così è, temerei ti potesse ciò nuocere nell'ultimo esame trimestrale di agosto, e così poi nella valutazione de' suffragi per la premiazione di settembre.
Ma se in questo modo sonosi stabilite le cose, debbo credere che non si potesse fare diversamente, troppo essendomi nota e rispettabile la prudenza del Sig.
Rettore.
Manifestagli questo mio riposo nelle sue savie disposizioni, e, riverendolo rispettosamente a mio nome, digli ancora:
1° Essere io sempre nella vecchia disposizione di alienare il pianforte sul quale ora tu suoni.
2° Essermi qui stato supposto che il baccellierato di filosofia, conferito dalle Università dello Stato allo scopo che il baccelliere venga poi ammesso nella Romana Università ai varii corsi per la laurea, importi scudo uno, in vece di dieci quanti costa qui il baccellierato legale o medico etc.
Vorrei sapere se è vero, ciocché assai mi piacerebbe.
Adesso dimando un'altra cosa a te.
Noi possediamo una casetta per la deserta via della Longara, la qual casetta mi è sino ad ora costata un occhio per le molte riparazioni di cui abbisognava.
Attualmente è sfittata e non si trova un cane che voglia andare ad abitarla sì per la situazione lontana e trista, come per la mal'aria che vi regna.
Se mi riuscisse di trovare di venderla, vi acconsentiresti tu? Il prezzo si potrebbe rinvestirlo in qualche altro modo.
Credo di consultarti su ciò, piacendomi di andar teco d'accordo, ora che tu non sei più un fanciullo ed hai non poca rettitudine di riflessioni.
I miei rispetti a tutti i tuoi Superiori, Maestri, e compagni.
Abbiti il ritorno dei saluti di quanti qui ti stanno aspettando.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 423.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 giugno 1841
Ciro mio caro
Mi è dispiaciuta assaissimo la notizia della tua malattia.
Chi sa quanto hai sofferto! Gli stranguglioni, mi si dice, sono un male molto molesto.
Manco male che tutto ora è finito.
Sarebbe però possibile che tu vi avessi dato qualche causa col troppo trascurarti in movimenti violenti alla Campagna, o col badar troppo poco alle influenze dell'aria incostante? Non metterti già in vetrina, Ciro mio, ma neppure ti dar troppo allo sbaraglio.
Nello scorso venerdì 3 il Corpo de' professori della Sapienza restituì il pranzo al nostro R.mo Tizzani.
Ciò accadde in un bel palazzino vicinissimo alla Chiesa di S.
Agnese fuori le mura, della qual Chiesa egli è abate.
Fu un convito sontuosissimo.
La eleganza sola che vi si scorgeva potrebbe essere paragonata alla magnificenza che vi si sfoggiò.
Oltre il Tizzani furono invitate altre persone distintissime per dottrina, virtù e dignità.
Ebbero la bontà d'invitare anche me.
Camerieri in abito nero, calzoni e guanti bianchi: banda musicale durante tutto il pranzo e nel resto del giorno: cinque ripetuti rinfreschi in tutto il detto spazio di tempo.
Due statuette di stucco (alte quattro palmi), fatte espressamente lavorare dallo scultor Tadolini, e poste alle due estremità della gran mensa ricurva, rappresentavano la Religione e la Sapienza.
Carrozze andavano e venivano, e sino a sera si godette di purissima gioia.
I professori stabilirono durante il banchetto che ogni anno nel giovedì susseguente alla Domenica in Albis ripeteranno una simile riunione, alla quale il R.mo Tizzani ed io siamo invitati per sempre.
Non ho mai dubitato (e diglielo) che il Sig.
Rettore avesse obbliato le mie idee sul pianforte.
Gli feci però dire da te quelle parole per sapere se non prendendolo altri lo avrebbe acquistato lo stesso Collegio, come il Sig.
Rettore aveva in mente.
Tuttociò mi servirebbe di regola onde disporre qui le cose per tuo futuro uso.
Circa alla casetta dunque, come tu dici, derelinquamus eam.
La difficoltà sta adesso nel trovarne un acquirente.
Intanto però conosco i tuoi sentimenti a questo proposito, e mi serviranno per determinarmi a ciò che sarà più utile.
I saluti di tutti e per tutti.
Scrivo con grandissima fretta, come facilmente puoi accorgerti dal carattere.
Ti abbraccio di cuore
Il tuo papà.
LETTERA 424.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 giugno 1841
Ciro mio caro
Mi son grate assai le tue lettere, ma più dolce ancora mi riesce il tuo onore e la soddisfazione de' tuoi doveri.
Se hai dunque un poco tardato a scrivermi non è cosa da parlarne.
Anzi, senza una necessità non pensare di rispondere alla presente sino ad esame seguito.
Questi giorni impiègali tranquillamente nel prepararti a quell'atto.
Tu avrai l'esame nel venerdì 9 luglio: nel sabato 10 me ne scriverai il successo: nel lunedì 12 io riceverò la tua lettera.
Non ti angustiare intanto fra tristi presagi.
Iddio aiuta gli umili di cuore, e gli uomini di buona volontà.
Quando noi abbiamo sinceramente adempìto il nostro debito, il resto dipende dagli occulti fini della provvidenza, che conosce il nostro bene meglio di noi.
Presèntati alla università disinvolto e tranquillo.
Rifletti con calma alle interrogazioni, e non rischiare di scegliere la cattiva risposta per la fretta tumultuosa di render la buona.
Se hai bisogno di riflessione, dimandane con civiltà e con calma il tempo a' tuoi esaminatori, i quali non son tuoi nemici e non hanno alcun interesse nella tua vergogna.
Nella mia non lontana venuta forse potrò darti qualche buona notizia intorno al nostro futuro stato.
Dico forse perché circa al futuro nulla si dà di certo; e al conseguimento delle cose sperate sogliono pur troppo frapporsi continui ostacoli impreveduti.
Checché però accada, ringrazieremo sempre Iddio di quel bene che ci avrà voluto lasciare, fosse anche meschinissimo.
Fammi il piacere di consegnare l'acclusa al Sig.
Economo.
La mia salute è buona, e godo udire eguale la tua.
I miei soliti rispetti per tutti, e i soliti saluti di tutti per te.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 425.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 13 luglio 1841
Ciro mio caro
La tua del 10 è giunta a Roma oggi, ed è stata recata a me pochi momenti prima della partenza del corriere di questo ordinario.
E buon per me che siami trovato in casa per approfittarmi di questi pochi momenti, e così riscontrarci in corrente.
Ma che potrò dirti? Non altro che assicurarti di avere io pianto e piangere tuttora di tenerezza.
Figlio mio, Iddio ti rimuneri del bene che mi procuri.
Ecco fatto il primo passo nella carriera dell'onore: eccoti già acquistato un titolo alla considerazione e al rispetto degli uomini.
Poi verrà il resto.
Come ti esprimi con grazia, verità e candore! Adesso (tu dici) che mi son levato questo peso, do addosso alla lingua latina etc.
etc.
Bravo, Ciro mio; questo si chiama saper approfittarsi del tempo, e conoscere i propri doveri.
Ti stringo al mio cuore, e ti bacio coll'anima sulle labbra.
Il tuo affezionatissimo padre.
P.
S.
Il Sig.
Stanislao Bucchi mi ha mandato per te tre risme di bella carta inglese.
La troverai al tuo giungere in Roma.
Io l'ho oggi ringraziato in tuo nome.
Tutti sapranno i tuoi belli successi.
LETTERA 426.
ALL'ONOREVOLE SIGNOR CIRO BELLI -
BACCELLIERE IN FILOSOFIA - PERUGIA
Di Roma, 27 luglio 1841
Ciro mio caro
Nella tua lettera 20 corrente trovo che tu contrasti nelle mie intenzioni circa al nuovo titolo da me adoperato sull'indirizzo dell'antecedente mio foglio.
Sino al conseguimento del baccellierato io ti aveva sempre ritenuto per un buono e studioso ragazzo, ma non ancora meritevole di pubbliche considerazioni.
Oggi però che la società ha cominciato a rimunerare le tue fatiche con un fregio riconosciuto dalle civili instituzioni, è ben giusto il concederti qualche nome che indichi il concetto che tu principii ad acquistare nella opinione degli uomini.
Gli antichi romani, grandi maestri di civil sapienza, usavano poco diversamente co' loro fanciulli, i quali poco considerati sino all'anno 17°, lasciavano allora la praetexta e la bulla per assumere la toga virile in segno del loro progresso nel consorzio degli uomini, e affinché comprendessero che non più puerilmente ma virilmente doveva quindi impoi da essi trascorrersi la vita.
Molta letizia accompagnava nelle famiglie questo avvenimento; e que' giovanetti, cara speranza della patria, si accendevano tutti di nobile fuoco per emulare la virtù de' padri e de' forti cittadini, a cui succederebbero ben presto nelle prove di senno e di coraggio donde la Repubblica trasse tanta gloria e tanta potenza.
Adesso i civili usi sono cambiati, ma resta sempre saldo il principio, così vero in natura, che i vecchi debbono cedere ai giovanetti il maneggio de' pubblici negozi, e questi assumere in sé i carichi e gli onori del Mondo che son chiamati a reggere e governare.
Abbi dunque di te e della tua missione un nobile concetto; e, senza che la superbia venga ad oscurare la luce della tua mente elevata da simili considerazioni; sappi pur tuttavia che da te e da' compagni tuoi la patria aspetta il ristoro di tante perdite di gravi uomini che la umana caducità le fa ogni giorno provare.
Ho letto ed approvato la lettera con cui rispondesti al R.mo P.
Abate Tizzani.
Egli ne è rimasto assai soddisfatto.
Ti ringrazio dell'invio del libretto col Cyrus Belli Romanus.
Quanti qui ti conoscono e t'amano ti fanno i loro rallegramenti.
Fra quattro anni saluteranno in te un laureato.
È probabile che un certo caso, per noi molto utile, possa ritardare di 15 o 20 giorni la mia venuta a Perugia.
Ancora non vi è nulla di ben certo, ma spero che succederà.
Verrei allora sul principio di settembre.
Intanto prenditi questa mezza partecipazione.
A voce poi saprai di che si tratta.
In ogni evento ti terrò al giorno di quanto accadrà circa all'epoca della mia partenza da Roma.
Il R.mo Tizzani saluta te e il gent.mo nostro Sig.
Rettore, al quale poco piacevoli riscontri potrebbe dare sin qui intorno al fatto che tanto è a cuore al Sig.
Rettore medesimo.
Tu riveriscilo anche in mio nome, e così opera cogli altri tuoi Superiori e Maestri e compagni.
Ti abbraccio e benedico stringendoti al mio cuore.
Il tuo aff.mo Papà.
Saluta la Sig.ra Cangenna, anche da parte del R.mo Tizzani che aggradisce sempre la sua gentil memoria.
Partecipa ad essa ciò che ti ho detto in risguardo alla probabile mia tardanza nel venire a Perugia.
LETTERA 427.
AD ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma, 12 agosto 1841
A.
C.
Questa mia lettera arriverà nelle vostre mani nel giorno stesso e presso a poco nella medesima ora in cui aveva io sin da gran tempo divisato di partire di Roma per condurmi a Perugia onde trovarmi presente all'ultimo annual saggio de' nostri collegiali.
Un ostacolo però, del quale ho già fatto al mio Ciro qualche cenno, mi obbliga a differire il mio viaggio sino ad un qualche giorno della prima decade di settembre.
Il ritardo è poco ma il vantaggio che io ne posso ritrarre non mi riuscirà forse di sì lieve momento.
Ad ogni modo mando innanzi questo mio foglio per informarvi alla opportunità che il mio caro Abate Tizzani, il quale saluta voi e la famiglia vostra, ha detto di voi al novello Delegato Perugino tutto il bene che meritate, invogliandolo così a conoscervi di persona.
Arrivato pertanto che sarà Monsignor Pecci, se voi vi gli presenterete ne sarete assai bene ricevuto, e tanto più se gli declinerete il nome del R.mo Tizzani.
E non solo di voi ha il Tizzani fatto elogio col Prelato, ma sì pure del caro ed ottimo nostro Sig.
Rettore, dicendogli esser voi due le più stimabili persone fra tante altre stimabili da benevolersi in codesta Città.
Pregovi, gentilissimo amico, di partecipar ciò in mio nome al Signor Rettore, riverendolo affettuosamente da parte mia.
Un'altra cosa.
Conversando colla Sig.ra Rosa Taddei, e parlando seco di voi, ho udito essere ella in qualche dubbio sull'esservi o non esservi giunta una certa sua lettera nella quale vi informava di alcune cose relative a qualche vostro desiderio.
Voi sapete cosa su ciò possiate risponderle.
Un ultimo negozio e finisco.
Vi prego di abbracciarmi il mio Ciro, e dirgli che riscontrerò la cara sua letterina del 3 appena potrò dargli qualche notizia intorno a un certo baule vuoto che io sto per spedirgli onde poi serva per trasportarvi a Roma il suo bagaglietto allorché darà l'addio all'amorosa gente che lo ha così bene educato.
Intanto segua a studiare per questo poco tempo che gli rimane a dimorare costì, tanto che sino all'ultimo ei si conservi la reputazione che vi si è procurata di buon giovanetto.
Tanti saluti alla vostra famiglia e al vostro Prof.
Massari.
Sono il vostro sincero ed aff.mo amico
G.
G.
Belli
Monte della Farina, 18
LETTERA 428.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 14 agosto 1841
Ciro mio
Nel passato ordinario scrissi una lettera al Sig.
Prof.
Mezzanotte, e lo pregai di dirti alcune parole da mia parte.
Oggi ti scrivo direttamente onde avvisarti che in questa sera parte per Perugia il figlio del noto Vetturale Angiolo Petrini, al quale ho consegnato in questo momento un baule vuoto, diretto a te e franco di porto.
Nella parte dove deve attaccarsi il lucchetto ho legata e sigillata la chiave della serratura da aprirsi dal lato opposto.
Il lucchetto poi colla sua chiavettina lo troverai dentro il baule.
Ricevuto che lo avrai, fallo situare in qualche luogo e conservalo col coperchio alzato affinché svapori un certo odoraccio di mucido che ha contratto da alcune vecchie carte che vi sono state chiuse più anni.
Un poco di vapor di cloro solleciterebbe anche assai il detto disinfestamento.
Tienti poi diligentemente riposte le chiavi e il lucchetto.
Questo baule servirà per ricondurre a Roma o tutta o parte della tua roba.
Ebbi la tua del 3 corrente e vi appresi il tuo dispiacere per il mio ritardo.
Ma sarà esso di pochi giorni: anzi se la premiazione non accadrà al Collegio proprio sui primi-primi giorni di settembre, spererei di potermivi trovare presente.
A suo tempo mi darai contezza presso a poco dell'epoca in cui quella funzione potrà seguire.
Ti ripeto che il mio ritardo ci sarà molto utile.
Per ottenere questa utilità due casi dovranno accadere e verificarsi giusta le mie speranze.
Il più difficile è già accaduto: l'altro più facile, e dipendente dal primo, dovrà accadere nel futuro mese di gennaio.
Intanto io dovrò occuparmi e agire sino ai primi giorni di settembre.
Insomma si tratta di buona cosa che dovrà occupar la mia vita, e che ti spiegherò a voce.
Tutto ciò io faccio per tuo bene.
Ho già preparata la camera per la tua abitazione.
Spero che vi sia ciò che potrà occorrerti, meno però il gran silenzio, la gran luce e la grand'aria di cui godi attualmente a Perugia.
Di questi tre beneficii in questa capitale bisogna avvezzarsi un poco a farne a meno.
Ma l'abitudine poi vince tutto, a malgrado de' cambiamenti di vita ai quali debba un uomo assoggettarsi.
Basta che si abbia un onesto stato e tranquillo, e questo spero procurartelo colle mie cure e colle mie fatiche.
Un giorno poi farai qualche cosa anche tu, e, sinché Iddio voglia, vivremo insieme da galantuomini.
Il R.mo.
Tizzani, tutti i Cini, i parenti nostri, gli amici e gli antichi domestici ti salutano.
Tu riverisci in mio nome il Sig.
Rettore, il Sig.
Presidente, i Maestri, il Sig.
Prefetto, i compagni e la Sig.ra Cangenna.
Ti abbraccio, Ciro mio, di cuore, e ti benedico.
Il tuo papà.
LETTERA 429.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 agosto 1841
Mio carissimo figlio
Ricevuta appena nella sera di martedì 24 la tua 21 andante, mi feci premura di recarmi all'Albergo dove fu consegnato nel sabato 14 il baule da portarsi a Perugia a condotta del Vetturale Angiolo Petrini, o, meglio, del di lui figlio che s'incaricò del trasporto e n'ebbe la ricompensa.
Trovai apputo lo stesso figlio di Angiolo Petrini il quale mi assicurò che nella giornata di sabato 21 dev'esserti stato il baule ricapitato dal di lui garzone in Perugia.
Tu però mi scrivi nello stesso giorno 21 dicendomi il contrario; ma forse potrà essere la consegna accaduta dopo l'impostamento della tua lettera.
In caso contrario prenditi il pensiere di far praticare premure e ricerche al ricapito del Petrini, presso gl'indizii da me dati in questa mia lettera e nell'antecedente del 14.
Per comunicarti un po' di lume sulle cose che attualmente qui mi ritengono, e che già ti dissi dover riuscirci assai utili, ti faccio sapere che io sono stato impiegato.
Questo è il primo e più difficile de' due avvenimenti che ti dissi doversi verificare.
Il secondo poi dovrà accadere nel prossimo gennaio, nel qual mese, previe alcune condizioni indipendenti da me, si parlerà e del mio titolo d'impiego e del trattamento che vi sarà annesso.
Intanto io non sono che un collaboratore del Segretario d'uno dei più distinti Dicasterii di Roma, e nulla più percepisco che l'antico mio soldo d'impiegato quiescente.
In gennaio o si risolverà tutto in fumo (ciocché però è assai difficile) o riceverò un titolo molto onorifico e uno stipendio non mediocre.
L'orario del mio impiego è ogni giorno (meno le feste) di ore sette continue, dalle 9 cioè del mattino sino alle 4 pomeridiane.
Un po' gravoso per verità; ma per me tutto è lieve ciò che può contribuire alla miglior tua sorte, e all'ottenere per mezzo delle mie fatiche che tu non sia forzato a strozzare i tuoi studi e la futura tua professione pel bisogno di guadagnare più presto i mezzi di un comodo stato.
A voce ti spiegherò meglio le cose.
Nel mio stato di attual dipendenza tu vedi non essermi più lecito né facile il dirti precisamente il giorno della mia partenza.
Spererei però che potesse questo accadere col corso di diligenza dell'8 settembre, la quale partendo di qui alle ore 8 antimeridiane di ogni mercoldì viene direttamente a Perugia e vi arriva alla stessa ora del giorno consecutivo.
Dunque nella mattinata del 9 potrei essere costì.
Tu intanto rispondimi in modo che la tua lettera giungami sui primi di settembre; e se vedi la Sig.ra Cangenna falla avvisata delle cose espresse in questa mia lettera.
Tutti i da te salutati ti risalutano, e tu risaluta per me tutti i salutanti che mi nominasti.
Scrivo all'Uficio, di volo e con pessimi materiali.
Tutto basta però per dirti che ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo Papà.
LETTERA 430.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 settembre 1841
Ciro mio
Riscontro la tua 31 agosto, che ritengo sarà l'ultima che tu mi abbia scritto dal Collegio in questo novennio della tua educazione.
Ho già comperato e porterò meco il Manuale del giardiniere pratico che tu mi hai commesso per un tuo compagno.
Nel resto da portare farò l'obbedienza al Sig.
Ciro mio padrone.
A Dio piacendo, e se nulla vi si frapponga di contrario (che spero di no) alle 8 antimeridiane del prossimo mercoledì 8 io partirò colla diligenza che viene direttamente a Perugia, dove arriverò nella mattinata del giovedì 9.
Non potrò trattenermi molto a Perugia, perché tutto il permesso che ho ottenuto per questo viaggio si limita a 20 giorni, ne' quali devonsi calcolare l'itinerario, particolarmente col lento mezzo delle vetture come dovremo fare al ritorno, oltre a tre o quattro giorni di dimora in Terni pe' nostri affari.
Il giretto dunque, che io meditava di farti fare prima di venire a Roma, per quest'anno almeno bisogna saltarlo.
Così vuole la necessità, Dea prepotente.
Saluti di tutti e a tutti, e a rivederci presto.
Ti abbraccio e benedico
Il tuo Papà.
Riapro la lettera per dirti che al punto d'impostarla ho saputo di non poter più avere il posto nella diligenza di mercoledì 8, ma l'avrò invece in quella ordinaria di giovedì 9 che parte di qui all'una pomeridiana.
Arriverò dunque a Fuligno venerdì 10 all'un'ora dopo il mezzodì; e se là troverò subito un trasporto per Perugia sarò costì nella serata del medesimo venerdì 10.
- Per ottenere un posto in diligenza ho dovuto pagare come se andassi a Macerata.
LETTERA 431.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, sabato 18 settembre 1841
Una lettera a Messer Cecco da Varlungo bisogna pure scarabocchiarla, benché avrei pur tanto gusto di starmene qui con le mani una di qui e l'altra di là nelle tasche de' bragaloni.
Ma chi poi vorrebbe sentire quella vociaccia tua fessa come una canna spaccata di fascina accusarmi di sconoscenza e di poltroneria e di asinità per tutte le case de' galantuomini e de' non galantuomini della nostra santa Sionne? Né mancherebber corbacci a far coro alle tue scornacchiate come se io mi fossi venduto schiavo delle buone creanze e di chi vuol pensarla sempre a suo modo, anziché mostrare qualche maledetta indulgenza pe' comodi altrui.
Dunque state bene tutti? Me ne consolo tanto.
E io? La testa tentenna un po', ma tiriamola innanzi.
E Ciro? Guai a chi non rispetti i suoi polsi.
Ecco Mezzanotte, cioè il professore.
Buona notte anche alla lettera.
Ma presto ci rivedremo, e allora chiacchiere a bigonzi.
Intanto saluta tutti, come ne incaricai Biagini il 14; e di' a Pippo che su quel tale foglio a stampa dimenticai aggiungere a penna il N.B.
che posti per nuovi matti sinora ne mancano.
Presto però dovrebbe, per sua disgrazia, risanare qualche matto vecchio, e allora ne sarà avvisato a Roma.
Addio, Checcarello, pigliati un abbraccio a prova di torchio
dal tuo Belli.
LETTERA 432.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Dalla stazione di Terni, venerdì 1 ottobre 1841
Carissimo signor Spada
Scrissi da Perugia una lettera al carissimo Signor Spada e un'altra lettera al carissimo Sig.
Biagini, né ad entrambe o a sol'una di esse ebbi riscontro dai due carissimi Signori né a Perugia né a Terni.
Ma questo non conclude.
Quello che interessa è che i prefati due carissimi Signori stieno bene ciascuno per la parte sua, e di ciò voglio esser sicuro non che lusingarmi.
Per mezzo della egregia famiglia Topimazio feci nello scorso ordinario sapere a quello di voi due che non siete voi, come un certo Signor Cencio di Cocôla da Amelia, illibatissimo vetturino dello Stato pontificio, erami venuto raccontando che io sarei partito di qui oggi dentro il suo legno, per giungere a Roma a qualche ora del dopopranzo di dimani, 2 del corrente mese di ottobre.
Voi però che avete più sale in zucca che non il Principe D.
Alessandro ne' suoi magazzini presso la Bocca-della-Verità, vi accorgerete facilmente dalla data della presente se l'illibatissimo Signor Cencio di Cocôla da Amelia me t'ha fatta tonda o di qualunque altra figura che vogliate voi definirla.
Il Sig.
Cencio di Cocôla che fra il mercoledì 29, in cui fecemi quel tal racconto, e il giorno d'oggi in cui doveva caricare questi due poveri salami di me e di mio figlio, doveva dare una corsa alla Capitale delle prugne appassite, per esser qui nuovamente jersera.
Il fatto è però che il racconto della mia partenza, da lui fattomi mercoldì, dovette forse essere una vera voce vaga di popolo, una notizia datagli ad intendere dagli sfaccendati, perché siamo ormai presso al mezzogiorno di questa santa giornata e il Sig.
Cencio di Cocôla non si è più visto.
Anzi mi si dice dagli spettabili Massari o sensali di piazza che quillu birbo il quale mercoldì era un galantomene da metter paura, ha caricato in Amelia una famiglia di secca-prugne che aveva spasimo di baciar lu piede a lu Papa in Viterbo.
Per le quali belle ragioni eccomi a piede rosicchiando certi cinquanta bajocchi di caparra che attaccherei tanto volentieri all'estremità di cinquanta cordicelle per darne una disciplina a sangue sulle spallucce del Sig.
Cencio di Cocôla alla porta del Caravita.
Ma perché direte voi altri, perché prendere soli 50 bajocchi per equivalente della fede di un vetturino? Perché, rispondo io, il Sig.
Cencio di Cocôla prima di cacciar fuori quel pezzaccio di argento si era scenicamente tastate un venti saccocce giù pe' suoi panni, dicendo non ho altro e sono un galantuomo, al che fecero un coro di casa del diavolo tutti i cagnotti de' suoi compari di stalla.
Intanto ho pur mo fatto altro negozio con un altro fior-d'-onestà che mi narra come mi porterà egli dimani per essere a Roma domenica poco dopo il mezzodì.
N'ho caparra di un colonnato, e vedremo la fioritura di questa novella pianta pottanica.
Or fatemi, Messer Spada, un servigio.
Corretemi colla presente ai Topimazio onde per sabato rispettino il pollaio, e diangli piuttosto il guasto domenica.
Arriverò sempre a tempo pel vostro San Francesco.
Sono il V° Belli.
LETTERA 433.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 7 ottobre 1841
Gentilissimo amico
Alla vostra letterina del passato giugno, recapitatami da codesto Sig.
Prof.
De Paolis, io risposi il 27 luglio spedendovi insieme franchi di posta varii documenti esistenti tutti in questa Comp.ria Gener.
della R.C.A.
e che io feci copiare come validissimi a provare il mio dritto alle solite percezzioni nell'affar Trevisani in risposta al foglio del Sig.
Angiolo Cinagli, Contabile della odierna Amm.
Camerale di Fermo.
In quella mia lettera 27 luglio, unita ai nominati documenti, io distesi nel modo più piano le relative dichiarazioni della pendenza, non che i rilievi già fattivi in altra mia precedente sugli errori di calcolo circa alle regolarità delle somme trimestrali pagatemi, essendo sicuro che io sono stato pagato soltanto a tutto marzo 1840, e da quell'epoca non ho avuto più un soldo; verità innegabile che mi risulta da tutte le vostre lettere, da tutte le ricevute da me rilasciatevi in rilievo delle rilasciate da voi all'Amm.
Camerale, e finalmente dal colloquio che avemmo insieme a Roma ne' mesi passati.
Non ho alla detta mia spedizione 27 luglio mai avuto riscontro, e perciò ne sto in pena, non sapendo a che attribuire il vostro silenzio.
Intanto la mia povera economia soffre per queste incertezze, le quali vorrei pure una volta veder dileguate per sapere se debbo finalmente citare la R.C.A.
a mantenermi nel sequestro già da essa accettato, e a pagarmi o farmi pagare da chi si conviene tuttociò che non mi è stato dato.
Io non ho potuto eseguire il viaggetto che avea meditato, né farvi la visita con mio figlio, lo che m'era sì a cuore.
Non ho avuto che pochissimi giorni per correre a Perugia, e dovetti ripartirne senza neppure veder le feste del Papa che era al punto di giungervi.
Troppi doveri mi tengono qui inchiodato.
Intanto mio figlio è ora con me, ed io vivo con lui più tranquillo.
Datemi nuove e di vostra famiglia e di voi, e ditemi se aveste l'articolo necrologico in forma di lettera che io vi spedii.
La vostra letterina di giugno non me ne ha fatto motto.
Quel mio articolo è una meschinità, ma spero avrete almeno gradito il mio buon volere di servirvi come io so e posso fare.
Amate il vostro aff.mo amico e serv.e
G.
G.
Belli.
LETTERA 434.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 16 ottobre 1841
Gentilissimo amico
Ricevo e riscontro la cara vostra 10 corrente.
Oggetto della mia del 7 di questo mese non era quello di sapere se voi dall'epoca in cui qui ci vedemmo aveste esatto più alcuna somma per me sul malaugurato sequestro Trevisani.
Il vostro stesso silenzio mi avvisava del contrario, poiché se aveste esatto me ne avreste anche dato subito avviso.
Volli io soltanto sapere da voi per mia regola se eravi giunto il plico da me speditovi il 27 luglio, contenente le copie di tre documenti esistenti in questa Comp.ria Camerale, dai quali molto chiaramente (per quanto a me sembra) si stabiliscono le eccezioni che io doveva dare al conteggio passatovi con lettera 29 aprile ultimo da cotesto Sig.
Angiolo Cinagli, contabile dei nuovi Amm.ri Camerali di Fermo: eccezioni alle quali voi stesso mi avete provocato mentre il 5 maggio mi spediste lo stesso carteggio Cinagli, dicendomi queste fra le altre Parole: attendo da voi gli opportuni schiarimenti: ogni nodo viene al pettine, e così sarete alla fine pagato di tutto.
Questi schiarimenti io ve li ho molto positivamente forniti nelle mie lettere posteriori a quella vostra del 5 maggio, e li ho finalmente completati coll'invio de' tre prefati documenti speditivi nel plico del 27 luglio.
Voi dunque, ora sapete, e lo sapevate anche per fatto vostro, che io non sono stato pagato che a tutto il marzo 1840.
Questa verità ve la sviluppai nella mia 22 maggio dell'anno corrente, in cui rettificai gli equivoci del ripetuto conteggio Cinagli.
Rileggete, vi prego, quella mia dettagliatissima lettera 22 maggio 1841.
Sapete inoltre dalla mia susseguente del 27 luglio p.p.
gli altri tre capi d'eccezioni che io debbo dare al conteggio Cinagli, de' quali però trascurerò il primo e il secondo, ma non posso menar via il terzo, cioè quello che concerne l'ammissione del nuovo sequestrante Filippo Magiotti al riparto primitivo comune, ammissione accaduta in agosto 1840 contro ogni diritto e contro il disposto della mia sentenza di riparto accettata dalla R.C.A.
che ne ordinò la osservanza a' suoi cassieri, osservanza che non ha poi mai contraddetto.
Se voi non mi favorite di far bene osservare a codesti Sig.ri Amm.ri Camerali tutti i rilievi da me fornitivi nelle tre mie lettere 22 maggio, 27 luglio e 7 ottobre di quest'anno 1841 è impossibile che mai veggasi chiaro in questa faccenda.
Intanto nell'ultima vostra 10 corrente voi vi limitate a dirmi che esiste nella Cassa di Fermo una certa somma per me; che la esigerete; che me la manderete; e che dalla quantità di questa conoscerò quanto ancora mi resti ad avere, e così decifrerò qualche equivoco.
Ma non parmi questa, mio caro Neroni la via per giungere a sì felice conseguenza.
Qui bisogna che gli Amm.ri Camerali considerino e valutino i passati errori: altrimenti dovrei farli io stesso emendare dalla R.
Camera.
Anzi io temo che se prendiamo danari e ne facciamo ricevuta senza alcuna cautela e saltano fuori gli Sc.
14:59 1/2 che nel conto Cignali si asserisce essermisi pagati dal 1° ottobre 1840 impoi (lo che non sussiste) io mi potrei pregiudicar di un trimestre che mai non ho avuto.
Gli Amm.ri vecchi mi pagarono a tutto marzo 1840, prima cioè che si arrestasse il pagamento per la rettificazione delle quote mensili pretese dal Trevisani.
A conto poi de' mesi decorsi dal 10 ottobre 1940 impoi, dal tempo cioè che si ripristinarono le ritenute al Trevisani, io nulla ho più avuto.
E come dunque mi si vuole imputare due volte la partita di Sc.
14:59 1/2 (partita unica), tanto cioè per primo trimestre 1840 per cui l'ho esatta e contestata, quanto pel tempo decorso dal 1° ottobre 1840?
In appresso vi dirò chiari i motivi del non avervi io potuto poi far la mia visita.
Sono impiegato, e fatico come un cane, ma ancora senza stipendio.
Ciro vi riverisce: io vi abbraccio
Il vostro Belli.
Trattandosi d'incomodi che vi do, io affrancava le mie lettere per dovere.
Voi nol volete: dunque, povero martire di amico, pagate anche la posta.
LETTERA 435.
A RAFFAELE BERTINELLI - ROMA
[4 novembre 1841]
Don Raffaele mio
Io non ho che la sera per far qualche cosa per me.
Jeri sera Ciro ed io avevamo divisato di venire verso un'ora a farvi visita.
Questo è verità, ed è verità ancora che il tempo ci fuggì poi di sotto.
Tornammo dunque a casa verso le 2 1/2 e trovammo la vostra cara e cortese ambasciata.
Malgrado de' vostri divieti io sarei corso oggi a ringraziarvi, ma mi è venuto addosso un reuma di gola, di collo e di capo, e non vado neppure all'Uficio.
Mando però il mio successore nella vostra amicizia e lo incarico di ringraziarvi per lui e per me.
Dimani è funzione all'Università: dopo-dimani è apertura di scuole.
Dite, di grazia, a Ciro in quale ora precisamente dovrà presentarsi, e come, e in qual lungo dovrà entrare per approfittarsi della prima lezione.
Dico tuttociò perchè ignoro se la mia indisposizione mi permetterà di accompagnarlo e dirigerlo io.
I miei rispetti a Mamà ed a' fratelli.
Sono di vero cuore e con sincerissima stima
Di casa, 4 novembre 1841
Il vostro aff.mo e obbl.
a.co G.
G.
Belli.
LETTERA 436.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 10 Xbre 1841
Amabilissimo amico
Or fan due mesi che colla cara vostra del 10 ottobre mi diceste avervi il vostro amico Cassiere Camerale di Fermo avvisato che esisteva in cassa una somma per me.
Di ciò io non avevo alcun dubbio, imperoché io era creditore per tutte le rate decorse dal primo giorno di aprile 1840 impoi.
Quello che m'interessava chiarire era il quantitativo della somma, e se l'Amm.
Camerale fosse rimasta persuasa de' miei rilievi al conto Cinagli, rilievi da voi richiestimi il 5 maggio ultimo allorché mi spediste quel conto.
Perciò nel rispondere il 16 ottobre p.p.
alla detta vostra del 10 io vi riepilogai le mie lettere dal 5 maggio in appresso, sulle dichiarazioni delle quali non mi faceste mai motto.
Ricevo in oggi la graditissima vostra del 6 corrente, in cui, non parlandomi dell'ultima mia 16 ottobre, mi ripetete che il Cassiere ha promesso di pagarvi una somma per me.
La notizia è bella e buona, ma io resto sempre al buio sull'esito de' miei schiarimenti già dati al conto Cinagli, e sull'accreditamento delle vere competenze che in seguito di quegli schiarimenti mi spettano dal 1° aprile 1840 sino al corrente mese, ciocché forma sette intieri trimestri.
Alle ragioni da me sviluppate nelle mie lettere 5 maggio, 27 luglio, 7 e 16 ottobre di quest'anno parrebbe che gli errori di fatto, di dritto o di calcolo dovrebbero essere svaniti dalla mente di codesti signori.
Ma tuttociò io lo ignoro, e ne provo rammarico.
Il mio Ciro, che vi saluta e, riverisce cogli stessi amichevoli e grati sentimenti da' quali sono io animato verso di voi, eseguisce il suo corso di leggi in questa Romana università.
È buono come un angiolo, moderato in tutto come un vecchio, ed esattissimo in ogni suo dovere religioso civile e domestico.
Sempre di tranquillo cuore e di serena mente è per me un gran conforto l'avermelo accanto.
Io però nol vedo che la sera e la mattina di buon'ora, perché il Governo m'ha richiamato in attività di servizio, e sono occupato tutta l'intera giornata.
Quando torno a casa a pranzo trovo già accesi i lumi.
Iddio mi darà forza di sopportare la nuova vita, e tutto per l'utilità del mio figlio.
Quando io chiuderò gli occhi all'estremo sonno il bene mio e il mio male avranno un solo eguale colore.
Il resto influirà tutto sulla sorte di Ciro.
Voi padre intendete il vero senso delle parole di un padre.
Se è costì il Sig.
De Paolis (anzi: Depaolis) vi prego di riverirlo in mio nome.
Anticipo intanto per voi e pe' vostri cari ogni sincero augurio nelle imminenti feste.
Iddio vi faccia tutti lieti e sani e felici per quant'anni vi desidera il
vostro obbl.mo amico G.
G Belli.
P.
S.
In un vostro poscritto trovo una esclamazione contro il Marchese Trevisani.
Della sua birberia ero già persuaso; ma forse che ne ha dato qualche nuovo saggio recente?
LETTERA 437.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
[4 gennaio 1842]
Mio caro Torricelli
Tu m'inviasti il programma della tua Antologia oratoria, poetica e storica, e scrivesti sotto il tuo nome: facci associare qualcuno, amico mio.
Ora io conosco e vedo pochissime persone, e queste hanno tutte avuto da te il medesimo invio.
Dunque ognuno ha risposto: mi associerò sulla schedula mia.
Il solo Cav.
Luigi Cardinali mi ha detto: Belli, mi associerò sulla schedula tua, ma di' a Torricelli che io appongo una condizione al concedergli la mia firma; e questa è che il Torricelli mi consideri come associato a Fossombrone, impostandomi non affrancato il giornale per Roma.
- La ragione di ciò è che il Cardinali, per motivi d'Uficio, non paga la posta; e così, come tu vedi, sosterrà pel giornale la spesa di soli paoli quindici annui, in luogo dei venti quanti ne sborserebbe se tu gli affrancassi la spedizione dei fogli.
Io però pago la posta, e non solo la posta, ma anche il portalettere che mi ricapita le lettere a casa; e questa tassa pel portalettere (che, o indirizzato o non indirizzato a domicilio, mi scarica a casa quanto arriva in posta per me) trattandosi di stampe è maggiore della stessa tassa postale da Fossombrone a Roma, importando un bajocco per ogni pezzo.
Dunque io pagherei pel giornale Sc.
1:50
Per la tua affrancatura di esso -50
Pel portalettere di Roma - 50
In tutto 2:50
Cioè scudo uno oltre il vero tuo valutamento del giornale, ciocché è ferita alla mia miseria.
Dunque potresi far così: spedire non franchi al Sig.
Cav.
Luigi Cardinali e sotto una medesima fascia tanto il foglio per lui quanto quello per me.
Io poi mi prenderò il foglio presso il Sig.
Cardinali.
Eccoti dunque le due firme in questa lettera senza bisogna che te le spedisca nella inviatami schedula.
Venutaci la prima dispensa, noi ti faremo pagare il danaro da codesto preposto del bollo e registro.
Il mio figlio e tuo figlioccio ti dice mille cose beneaugurose e piene di affetto per questo anno 1842 e per moltissimi altri.
Egli è ora qui meco, e studia giurisprudenza nella romana università.
Ti abbraccio di cuore e mi ripeto con tutta l'anima
Di Roma, 4 gennaio 1842
Il tuo aff.mo amico G.
G.
Belli.
LETTERA 438.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 31 gennaio 1842
Mia cara Amalia, erasi fino ad ora fra noi mantenuto il sistema che io ti intonassi le lamentazioni, e tu a me cantassi palinodie.
Ci cangiamo oggi le parti, e tu ti lagni e io mi scuso.
Tutto il comprensibile mondo, il materiale cioè e l'incorporeo, riposando sopra un solo e vasto disegno, la universal legge delle compensazioni doveva finalmente manifestarsi anche nel piccolo episodio della nostra amichevole corrispondenza.
La penultima tua lettera mi diceva di Torino il 6 luglio: Belli, tu non hai prove ogni mattina, non recite la sera: non hai abiti da preparare: le tue occupazioni dipendono esclusivamente dalla tua volontà: dunque comanda a te stesso di rispondermi subito, subito.
Ed io non ti ho risposto, ed io ho resistito allo stimolo della susseguente letterina dipinta che tu desti per me al Quadrari in Milano.
È dunque venuta la mia ora di confusione, e debbo recitare il Confiteor.
Nulladimeno il pieno arbitrio del mio tempo, che tu mi supponi, attualmente non più si verifica; ma la tua inesatta idea dipende da un'altra mia colpa, dall'averti cioè io lasciata finora nella ignoranza del nuovo mio genere di esistenza.
- Quando mi arrivò la tua lettera del 6 luglio 1841 mi giungeva quasi contemporaneamente una chiamata del Governo all'impiego di capo della Sezione di corrispondenza nella Direzione generale del Debito pubblico.
Da quella epoca in poi sono occupato dalle 9 del mattino sin presso la notte; né mi resta quasi che questa per mangiare, dormire, curare i miei domestici interessi, e occuparmi un po' dello spirito di mio figlio che da Perugia è tornato a vivere con me.
Agio di scriverti una lettera n'avrei avuto più volte, ma il tempo per ricopiarti insieme i promessi versi non ho mai potuto raccapezzarlo.
Intanto sta per andarsene il Carnevale dal mondo, tu stai per partirtene da Torino, ed io non ho ancora soddisfatto né il mio dovere né il mio desiderio.
Per adesso rimediamola, dunque, così: ti mando innanzi queste poche parole prosaiche e frettolose, per chiederti dove passerai dopo lasciata Torino.
Saputo che lo avrò da un tuo cenno, torrò sù la mia penna de pollin e ti sciorinerò giù 48 ottave, tutte d'un medesimo inchiostro, le quale comprenderanno le glorie del Sarto e del Parrucchiere, vanto e orgoglio del secolo.
Ben dicesti, mia buona Amalia: avrebbe piaciuto anche a me la conoscenza del Pellico, felice ingegno italiano; siccome, potendolo, avrei fatto anche un viaggio per vedere accoppiate in una stessa persona e la Amalia e la Iginia.
- Divenisti dunque anche una Medici? Eri una Medici allorché, provando la tua parte, mi scrivevi il 6 luglio? Di tante medicine io però non vorrei fuorché il dirti col Tasso: E tu chi sei, medica mia pietosa?, ma questo nel più platonico e metafisico senso che avesse passo nel Collegio della Sorbona, perché né alla età mia convengono altri sensi, né in meno onesto modo potrei accoppiare al devoûment la considération e il respect che son la impresa dell'ultimo tuo bigliettino alla rococò.
Or poi mi volgo con cento saluti e mille baci di mano e un milione di auguri di buona salute e felicità alla tua Mamma e alla tua sorella appiccicarella, alle quali odo con piacere che presto ti porrai in stato di dar nipotini.
Amen amen, e chiamane uno Giuseppe-Gioachino.
Il cognome resterà a me perché io sempre rimanga il tuo aff.mo
Belli
LETTERA 439.
AD AMALIA BETTINI - BOLOGNA
Di Roma, 19 maggio 1842
Mia buona Amalia, ancor questa volta i versi caccian fuori la prosa.
Ma tu vai a nozze, e ti abbisognava un sarto ed un parrucchiere che ti acconciassero nel giorno de' tuoi capitoli.
Sii felice, o cara donna, quanto lo meriti e quanto te lo desidera la mia sincera amicizia.
Vorrei trovarmi presso l'altare ad esser testimonio del principio della tua felicità; ma non posso.
Un'altra volta mi dirai il nome e cognome del tuo sposo, che abbraccerai per me.
Non posso rispondere una parola alla tua fervida lettera del 21 aprile.
398 versi in un foglio di carta! Povera posta!
E tanti tanti saluti alla tua Mamma ed alla mia appetitosa appiccicarella.
Sono sempre il tuo amico e servitore aff.mo
G.
G.
Belli
La idea di scrivere il Sarto mi fu suggerita da un giornale francese.
Gli ho poi dato la compagnia del parrucchiere, il quale cospira con esso alla umana felicità.
Gentilissima amica.
La bestia che io sono! Prima di suggellar la lettera ho voluto inzepparmi quattro altre parole senza por mente che nel posto in cui le scriveva sarebbero rimaste allo scoperto.
Ed io che mi era vantato dello aver scritto tanto in un foglio! e ne aveva compatita la posta! Questo ufficio di tasse deve avere in cielo qualche nume vendicativo, il quale è forse Mercurio, o alcun suo commesso di studio.
Il danno è però che io feci il male e a te toccherà la penitenza, secondo la solita giustizia di questo mondo.
Veramente il rimedio l'avrei avuto bello e pronto: affrancar la lettera, e buona notte.
Ma mi avresti tu poi menato buono che io ti avessi creduta tanto taccagna da risparmiarti qualche soldo di più per renderti indulgente alla mia storditaggine? Io penso che la tua indulgenza non è merce da comperarsi a baiocchi.
Credo dunque delicatezza il farti pagare gli spropositi miei.
La compensazione l'hai ovvia e facilissima.
Una lettera eterna.
La tua carriera drammatica non poteva finire altrimenti che con un trionfo corrispondente alla tua eccellenza in quell'arte utile e nobile.
Però non ti si udrà più, e questo è un malanno per chi ha gli orecchi.
Fa accelerare la fabbrica: e ch'io presto ti chiami Madama...
Madama quale? Mille altri saluti alle Sig.re Lucrezia e Checchina, e ti bacio le mani.
LETTERA 440.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 20 giugno 1842
Gentilissimo amico
Nel giorno di sabato 18 corrente mi giunse la carissima vostra del 13 con entrovi un ordine di scudi Quaranta tratto a mio favore dal Conte Filippo, vostro fratello, sopra i telaroli Vecchiarelli e Pulcini il zoppo all'Albergo della Madonna di Loreto.
Verso la sera del giorno stesso trovai al detto albergo il Pulcini, il quale senza alcuna difficoltà fece onore alla tratta pagandomene la valuta, previa quietanza da me appostavi in calce.
Vi ringrazio di detto invio il quale venne molto opportuno per le urgenze patrimoniali del mio caro figliuolo.
- Non so peraltro comprendere cosa si facciano que' Signori di Fermo, perché se dai detti scudi quaranta separiamo gli s