LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 27
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Iddio benedice, o mio Ciro, gli sforzi di chi cercando il bene procura di conseguirlo fuori delle torte vie de' malvagi.
Non invidiar mai le prosperità né i trionfi de' tristi, non il fatuo brillar dell'ignoranza, non i privilegi concessi dal pregiudizio.
Il tempo rivela gran verità, distrugge assai macchine, ristabilisce molti equilibrii; e quand'anche la menzogna, la fraude, la ingiustizia, gli umani rispetti, riescano a impedir sulla terra la rettitudine delle ricompense e l'armonia dell'ordine, ci resta sempre un conforto nella certezza di un'altra vita dove non arrivano le passioni o la doppiezza o la umana semplicità a disturbare l'adempimento delle promesse evangeliche.
La quale infallibile retribuzione, mentre è la più cara speranza degli animi travagliati, costituisce una delle prove più vittoriose della stessa vita futura, troppo ripugnando alla eterna giustizia che le divine leggi mancassero di sanzione, mentre l'han pure le umane malgrado di tutti i loro difetti.
Noi dunque bene opriamo, e ce ne premierà forse il Mondo; ma se questo ci sarà negato, ciascuno avrà il suo nella bilancia non sostenuta dalla mano dell'uomo.
Coraggio pertanto, mio buon Ciro: non ti smarrire; e rifletti anche una volta che io non ti posso ingannare.
Salutami il Sig.
Rettore, e dimandagli se ebbe certa mia lettera di discarico.
Non vorrei parere di aver mancato a' miei impegni.
Unicamente a ciò è diretta la mia richiesta.
Salutami ancora niente meno che tutto il collegio e i soliti amici.
Dirai al Sig.
Tancioni che io gli voglio bene e non sono affatto in disgusto per quel tale invio di giornale.
Me ne meravigliai soltanto un poco, e gli scrissi una lettera da paladino arrabbiato.
Come va il signor basso-numerato? - Tutti ti dicono le solite gentilezze: io ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 417.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 10 aprile 1841
Mio carissimo amico
Dimani è pasqua: cominciamo dagli auguri.
Felicissime feste e felicissima vita a voi e alla vostra famiglia.
Eccovi, e me ne vergogno, una elegiaccia pel fu vostro buon padre.
Risponde al concetto che mi suggeriste: cioè un figlio sulla tomba del padre.
Caro Neroni, prendete quest'infima cosa, spremuta a forza da un cervello addolorato e da un cuore tutt'altro che disposto all'esercizio delle lettere.
Ma a voi io non poteva dir no; e la vostra amicizia è stata la mia Musa.
Se ne volete fare qualche uso (e sarebbe meglio il contrario) tacete pure il mio nome; e quando mai la facciate ricopiare, avvertite lo scrittore di attenersi esattamente alla ortografia e specialmente alla interpunzione dell'originale.
Vi annetto qualche importanza, e più che a tutto il complesso del testo.
Perdonatemi di nuovo, Neroni mio: adesso né io so né posso far meglio.
Vi basti il buon volere.
La vostra del 24 febbraio mi dava lusinga di potere quanto prima aver qui l'importo del secondo trimestre dello scorso anno 1840 sul sequestro Trevisani, e in seguito i successivi.
Forse sarà accaduto qualche altro imbroglio: pazienza! Unito al dispiacere di questa sì lunga interruzione di pagamenti ho insieme il rammarico de' vostri disturbi.
Ma voi siete buono amico, e, come padre anche voi, comprenderete che io m'angustio a ragione di vedermi ritardato da codesti Signori un danaro che per mio figlio è pane nello stato attuale delle sue finanze.
Ed ora che son presso a riprender meco questo figlio, crescono le mie urgenze per istabilirlo qui.
Ah! mi va tutto a traverso.
Vi ricorderete avervi io altra volta richiesto per lettera un altro esemplare dell'opera vostra su Ripatransone.
Quello primo mi fu forza cederlo all'autore dell'articolo che gliene feci mettere sul giornale arcadico.
E se mi voleste favorire il 2° esemplare che vi chiedo, vi prego notarci di vostro carattere la memoria del dono.
- Vi abbraccio di vero cuore.
Il V.° Belli
Il titolo preliminare della elegia cambiatelo a vostro genio se non vi piace qual'è.
LETTERA 418.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 20 aprile 1841
Mio carissimo Ciro
Dopo le mie dell'8 e del 12 ti soggiungo queste due righe le quali ti saran recate da chi al certo non ti aspetti, dal R.mo Sig.
Canonico Tizzani, nostro buono ed onorevole amico.
Per due motivi non ti ho mai parlato del suo viaggio: prima perché era dubbio se sarebbe egli passato da Perugia: poi perchè volli io lasciarti la sorpresa di rivederlo, quando ebbe egli deciso il suo itinerario per codesta Città.
Viene egli insieme col R.mo P.
Abate Valle, che tu hai già l'onore di conoscere, e con altre due Dignità della Sua Congregazione, recandosi tutti uniti a Ravenna.
Il nostro rispettabile amico ti abbraccerà e benedirà per me, e ti dirà con quanto desiderio io aspetti il momento di riunirmi con te.
Sento ormai necessaria la tua compagnia, e ho vero bisogno del tuo sollievo.
Diviso da te mi si rendono ormai troppo gravi i pensieri dell'attuale mio stato.
Il tuo crescente ingegno e la tua giovinezza mi aiuteranno a sopportarli e me li renderanno più dolci.
Sappi intanto che l'ottimo nostro Amico si occupa molto in nostro bene.
Iddio rimuneri la sua amorevolezza, non potendo noi esser capaci di tanto.
Se tu leggi questa mia lettera in sua presenza, od avrai agio di rivederlo dopo la lettura fatta lungi da lui, ringrazialo e per te e per me.
La gratitudine è un debito, quando anche il cielo, non volesse benedire il successo delle premure di chi cerca i mezzi d'esserci utile.
Sono di tutto e vero cuore
il tuo aff.mo padre
P.S.
Sul punto di consegnare la presente al R.mo Tizzani ho dal portalettere ricevuto la tua del 17.
Mi fa piacere l'udire che attendi alacremente allo studio per riuscire nel prossimo esame trimestrale del Collegio, e per l'altro generale che dovrai sostenere all'Università.
Non ti mettere in apprensione, Ciro mio: sta' tranquillo.
Il timore è il più crudele avversario di chi si espone a questi cimenti.
Tu studia di buon'animo e di buona fede: al resto penserà Iddio.
Basta non avere arroganza nelle proprie forze.
Neppure però si deve avvilire il proprio coraggio con soverchia diffidenza.
Preparati, e poi va' allo sperimento con mente tranquilla; e sia prima tua cura (ricordati di questo mio consiglio) di non turbar le tue idee per la soverchia fretta del voler rispondere alle dimande.
Rifletti prima come se ti trovassi solo ed agli esaminatori chiedi grazia di ponderare le tue risposte.
Coraggio, Ciro mio: pensa alla tua gloria ma senza sbigottire del cammino che a lei conduce.
LETTERA 419.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 24 aprile 1841
Amica mia gentilissima, il Sig.
Cav.
Rosati, da cui ebbi la tua lettera ti dice pel mio mezzo mille cose amichevoli.
Sei pur cara ed amabile, la mia buona Amalia, con quella tua grazietta di stile, festivo, semplice, affettuoso, obbligante, vero specchio della bell'anima tua, schietta, culta, generosa, cortese.
Eccoti qui intanto una dozzina di epiteti, che uniti in accomandita si offrono a pagarti il valore di un solo almeno fra quelli coi quali nella tua ultima lettera (del 12) mi apristi un debito superiore a tutto il fondo de' predicati italiani, dal Memoriale di Jacopo Pergamino fino al dizionariùzzolo del Bazzarini.
E, come se nulla fosse, mi donasti anche un pappagallino, che, ripetendo le tue lezioni, mi replicasse le tue dolci parole.
Or con quale altro animaletto potrei contracambiare il tuo dono? Odi al proposito una storiella.
- Un navigatore espose sul molo di Napoli un perrocchetto di straordinaria eloquenza e lo vendette per cento ducati.
Trovatosi presente al mercato un certo furbo di lazzarone che avea seco un pollo-d'india, fecesi tosto a gridare Neh! Cristiani! accattateve chiss'auciello raro.
- Quanto ne pretendi? gli dimandò il compratore del perrocchetto.
- Ciento ducati, rispose il lazzarone.
- Pazzo! per un gallinaccio?! - E ggnossì.
N'avite pavato ciento pursì pe cchill'àuto? dice.
- Infatti il grave pollo stava lì grufo, immobile e meditabondo, quasi ponderasse i mezzi per pacificare l'oriente e l'occidente.
Ora tu mi hai spedito un animaletto che parla: io vorrei rimandarti una bestiola che pensa.
Ma questa è un gallinaccio: sono io: soggetto appena invidiabile a un cuoco, anziché ad una bella e gentil Signora.
Ed eccoci, non volendo, ad un altro proposito: il cuoco.
Verrà a te dunque il cuoco invece del gallinaccio.
Di questi ne troverai dappertutto.
All'incontro il mio cuoco è un personaggio importante, un Monsieur uscito pur mo dalle cucine di Pindo e d'Elicona, dove non si sarebbe mai creduto potesse venirne uno a spese delle frugalissime muse, contente alle focacce di segala e a' liquidi cristalli del fonte Castalio e del caballino Ippocrêne.
Egli lavora alla francese: leggiero.
La Marchionni è partita, ed io non l'ho neppure conosciuta.
Da Ferretti ci vo capitando di giorno: la sera sto a casa.
Eppoi, se fossi anche intervenuto a qualcuna delle soirées date dal Ferretti in di lei onore, non avrei forse fatto che vederla ed udirla, perché in simili circostanze io mi rintano in un cantuccio e non parlo mai.
La gioia di una conversazione non mi dà invidia, ma mi rattrista, mi sbigottisce, e mi riduce fino alla incapacità di aprire la bocca.
Per non rappresentare dunque la parte de' chillo che ppienza, mi astengo dall'associarmi a chillo che parla.
Il cuoco mi toglie la carta per accenderci il fuoco, né mi concede altro spazio che per un saluto amichevole alla tua mamma e alla nostra appiccicarella.
- Ti ho salutato Coleine e la casa Ferretti, che ti corrispondono.
Farò altrettanto con Biscontini.
- Addio, cara Amalia: ti augura lunga vita, molta gloria e perfetta pace il tuo aff.mo amico
G.
G.
Belli
LETTERA 420.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 8 maggio 1841
Ciro mio
Parmi ora, alfine, di riscontrare la tua cara lettera del 24 aprile, del cui ricevimento non ti ho fino ad oggi dato altro cenno fuorché le parole che ti feci dire in mio nome dal Sig.
Giuseppe Serafini.
Aveva io già preveduto la tua piacevole sorpresa all'improvvisa comparsa del R.mo Can.
Tizzani in codesto Collegio; né mi era pura sfuggita la probabilità del mancarti agio di ringraziarlo per le sue premure in nostro favore.
Naturalmente leggesti la mia lettera dopo che ti ebbe egli lasciato.
Ma dici benissimo: lo ringrazierai a Roma.
I di lui buoni uficii non hanno ancora ottenuto alcun successo; ma questa è colpa delle circostanze; e a lui resta tutto intiero il merito di averli praticati e di seguitare a praticarli.
Deus et tempora.
Egli mi ha scritto e mi ha parlato bene di te.
Un elogio dalla sua bocca onora non poco, essendo egli pieno d'intelligenza e di rettitudine.
Ciò peraltro non deve invanirti.
Le buone doti ci vengono da Dio, e a Dio dobbiamo riportarle monde del peccato della superbia.
Se tu bene operi, osservi giustizia, che è debito d'ogni uomo.
La lode, dolcissimo compenso delle rette azioni, non deve gonfiarci l'animo, ma sì rinvigorirlo perché si mantenga sulla via del bene, a costo anche dei rammarichi e travagli che suole spesso fruttarci l'esercizio della virtù.
Il solo orgoglio basta a paralizzare e distruggere il merito di mille belle qualità del nostro cuore, perché l'uomo superbo e vanaglorioso vuol comandare alla opinione de' suoi fratelli, ed esige un ossequio che allora è giusto e vero quando è spontaneo.
E se il concetto di noi comincia da noi, resta in noi né passa più ad altri, o, se ci passa, va confuso col ridicolo e col disprezzo per ritornare a noi colla simulazione e colla menzogna.
Allora, mentre ci crediamo glorificati e spieghiam più all'aperto le affettate nostre virtù, il Mondo ci deride, seppure non ci abborrisce; e noi diventiamo eroi da commedia.
Il Can.
Tizzani è stato nel Capitolo generale creato Abate della Canonica di S.
Agnese fuori le mura di Roma.
Ecco che il tuo conto di 114 giorni si è già ridotto a soli 98.
In capo a questi io spero di non trovarti a cavallo, bensì a piedi per corrermi incontro senza bisogno di sproni e di frusta.
Il cavallo lo lascerai all'Università, per chi ne ha bisogno pel redeat.
Tu, spero, non vi dovrai più ritornare, ma vi farai sin dal primo viaggio la necessaria provvista del tuo baccalà, per negoziarlo poi vantaggiosamente nell'Archiginnasio romano.
Macte animo, Ciro mio; ma pensa bene che ciò non significa matto in mezzo al cervello, come tradusse già un buon latinista della età dell'oro.
Per la diligenza del 1° corrente maggio ti spedii la mia medaglia tiberina, siccome già ti prevenni per mezzo del Sig.
Serafini.
L'avrai, credo, ricevuta nel lunedì 3.
Serbala per amor mio.
Di' allo stesso Sig.
Serafini che il giorno 5 mi fu presentato il suo ordine di Sc.
25, e gli feci subito onore, come praticherò ad ogni suo cenno pel resto.
Venendo ora ai saluti e rispetti, ricordami a tutti codesti Signori, cominciando dai R.R.
Rettore e Presidente, continuando pe' Professori Bonacci, Mezzanotte, Tancioni etc.
etc., e terminando a tutta la tua Camerata.
Salutami anche que' non addetti al Collegio i quali sai che ci onorano della loro amicizia.
Speciali cose poi dirai ai Sig.ri Coniugi Micheletti quando potrai vederli.
Io poi ti ripeto sempre i saluti romani etc.
etc.
e per conto mio ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 421.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 24 maggio 1841
Mio carissimo figlio
Mi giunse la tua dell'11 coi ringraziamenti pel mio dono della medaglia tiberina.
Mi è cara la tua gratitudine; ma sappi insieme essere a me riuscito così dolce il mandarti quel segno dell'amor mio come fu a te di soddisfazione il riceverlo.
Il R.mo Tizzani non è stato solamente insignito del grado di Abate, ma eletto quindi Procurator gen.le della sua Congregazione Lateranense.
Egli tornò a Roma verso il Mezzodì della domenica 16.
Trovò nella Canonica di S.
Pietro in Vincoli preparata una festa per riceverlo.
Io era già lassù, pranzai con Lui e con qualche altro de' primi della casa, e mi vi trattenni sino alle ore 11 della sera a godere della illuminazione e dell'accademia di musica che gli fu data da' suoi Canonici, tutti giubilanti pel di lui innalzamento.
Nella gran sala dell'Accademia, a cui intervennero varii distinti personaggi, una inscrizione latina dell'elegantissimo scrittore Can.
Strozzi (che ti feci conoscere nel 1839) era illuminata a trasparenza e narrava i pregi che meritarono al Can.
Vice-procuratore Tizzani (nella freschissima età di anni 31) i cospicui titoli di Abate Mitrato e di Procurator gen.le.
Giovedì 20, festa dell'Ascensione, egli celebrò in S.
Pietro in Vincoli il suo primo solenne pontificale con iscelta musica.
La di lui bella figura, la maschia e intonata voce, la dignità del portamento, e le insegne vescovili delle quali era decorato, commossero tutti gli astanti.
La Madre di lui pianse sempre.
- Un'ora dopo il sacrificio si passò nella maggior sala della Procura generale, dove era disposto un banchetto per sessanta persone le più distinte in Roma per virtù e per dottrina.
Fra gli altri vi si notavano circa a trenta fra i più chiari professori della Università.
Dopo il pranzo il Sig.
Chimenti, pubblico professore di Chimica, prese col dagherròtipo la veduta del bel chiostro colle immagini della maggior parte de' convitati: il quale quadretto rimarrà ivi a memoria del giorno solenne.
Jeri tornai a pranzo dal P.
Abate, come soglio in tutte le feste, e come farai tu meco quando sarai tornato a Roma.
Egli m'incaricò di salutarti affettuosamente.
Così pure mi ha detto il P.
Ab.
Sauli.
L'Abate Valle è ancora a Bologna dove accompagnò da Ravenna l'Ab.
Generale Gozzi.
A quest'ora o sono finiti o stanno eseguendosi certamente gli esami trimestrali.
Ne udrò poscia le nuove, che spero buone riguardo al mio Ciro.
Ho mille altri saluti per te.
Tu riveriscimi i Sig.ri Presidente e Rettore, i Sig.ri Maestri, Prefetto e compagni di camerata, la Sig.ra Cangenna quando la vedrai, etc.
etc.
etc.
Ama ed abbraccia il tuo Papà.
LETTERA 422.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 1 giugno 1841
Mio carissimo figlio
Appena impostata la tua del 25 maggio, alla quale io rispondo, avrai ricevuta la mia del 24.
Soggiungo oggi dunque qualche parola per mostrarti la mia soddisfazione pel non cattivo esito de' tuoi esami trimestrali, e pe' suffragi giornalieri ottenuti nel trimestre dai precettori.
Lo sperare tutti ottimi sarebbe troppo; ma questa ottimità (lasciami così chiamarla) mi confido la otterrai ne' successivi e superiori studi pe' quali vai ora maturando gli anni e l'intelletto.
Non è vero?
Mi dici esserti ora dedicato interamente a studiare per l'esame del baccalaureato.
Va bene.
Parmi però che ciò voglia significare aver tu dovuto metter da parte gli ordinari studi degli attuali e progressivi tuoi corsi di scuola.
Se così è, temerei ti potesse ciò nuocere nell'ultimo esame trimestrale di agosto, e così poi nella valutazione de' suffragi per la premiazione di settembre.
Ma se in questo modo sonosi stabilite le cose, debbo credere che non si potesse fare diversamente, troppo essendomi nota e rispettabile la prudenza del Sig.
Rettore.
Manifestagli questo mio riposo nelle sue savie disposizioni, e, riverendolo rispettosamente a mio nome, digli ancora:
1° Essere io sempre nella vecchia disposizione di alienare il pianforte sul quale ora tu suoni.
2° Essermi qui stato supposto che il baccellierato di filosofia, conferito dalle Università dello Stato allo scopo che il baccelliere venga poi ammesso nella Romana Università ai varii corsi per la laurea, importi scudo uno, in vece di dieci quanti costa qui il baccellierato legale o medico etc.
Vorrei sapere se è vero, ciocché assai mi piacerebbe.
Adesso dimando un'altra cosa a te.
Noi possediamo una casetta per la deserta via della Longara, la qual casetta mi è sino ad ora costata un occhio per le molte riparazioni di cui abbisognava.
Attualmente è sfittata e non si trova un cane che voglia andare ad abitarla sì per la situazione lontana e trista, come per la mal'aria che vi regna.
Se mi riuscisse di trovare di venderla, vi acconsentiresti tu? Il prezzo si potrebbe rinvestirlo in qualche altro modo.
Credo di consultarti su ciò, piacendomi di andar teco d'accordo, ora che tu non sei più un fanciullo ed hai non poca rettitudine di riflessioni.
I miei rispetti a tutti i tuoi Superiori, Maestri, e compagni.
Abbiti il ritorno dei saluti di quanti qui ti stanno aspettando.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 423.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 giugno 1841
Ciro mio caro
Mi è dispiaciuta assaissimo la notizia della tua malattia.
Chi sa quanto hai sofferto! Gli stranguglioni, mi si dice, sono un male molto molesto.
Manco male che tutto ora è finito.
Sarebbe però possibile che tu vi avessi dato qualche causa col troppo trascurarti in movimenti violenti alla Campagna, o col badar troppo poco alle influenze dell'aria incostante? Non metterti già in vetrina, Ciro mio, ma neppure ti dar troppo allo sbaraglio.
Nello scorso venerdì 3 il Corpo de' professori della Sapienza restituì il pranzo al nostro R.mo Tizzani.
Ciò accadde in un bel palazzino vicinissimo alla Chiesa di S.
Agnese fuori le mura, della qual Chiesa egli è abate.
Fu un convito sontuosissimo.
La eleganza sola che vi si scorgeva potrebbe essere paragonata alla magnificenza che vi si sfoggiò.
Oltre il Tizzani furono invitate altre persone distintissime per dottrina, virtù e dignità.
Ebbero la bontà d'invitare anche me.
Camerieri in abito nero, calzoni e guanti bianchi: banda musicale durante tutto il pranzo e nel resto del giorno: cinque ripetuti rinfreschi in tutto il detto spazio di tempo.
Due statuette di stucco (alte quattro palmi), fatte espressamente lavorare dallo scultor Tadolini, e poste alle due estremità della gran mensa ricurva, rappresentavano la Religione e la Sapienza.
Carrozze andavano e venivano, e sino a sera si godette di purissima gioia.
I professori stabilirono durante il banchetto che ogni anno nel giovedì susseguente alla Domenica in Albis ripeteranno una simile riunione, alla quale il R.mo Tizzani ed io siamo invitati per sempre.
Non ho mai dubitato (e diglielo) che il Sig.
Rettore avesse obbliato le mie idee sul pianforte.
Gli feci però dire da te quelle parole per sapere se non prendendolo altri lo avrebbe acquistato lo stesso Collegio, come il Sig.
Rettore aveva in mente.
Tuttociò mi servirebbe di regola onde disporre qui le cose per tuo futuro uso.
Circa alla casetta dunque, come tu dici, derelinquamus eam.
La difficoltà sta adesso nel trovarne un acquirente.
Intanto però conosco i tuoi sentimenti a questo proposito, e mi serviranno per determinarmi a ciò che sarà più utile.
I saluti di tutti e per tutti.
Scrivo con grandissima fretta, come facilmente puoi accorgerti dal carattere.
Ti abbraccio di cuore
Il tuo papà.
LETTERA 424.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 giugno 1841
Ciro mio caro
Mi son grate assai le tue lettere, ma più dolce ancora mi riesce il tuo onore e la soddisfazione de' tuoi doveri.
Se hai dunque un poco tardato a scrivermi non è cosa da parlarne.
Anzi, senza una necessità non pensare di rispondere alla presente sino ad esame seguito.
Questi giorni impiègali tranquillamente nel prepararti a quell'atto.
Tu avrai l'esame nel venerdì 9 luglio: nel sabato 10 me ne scriverai il successo: nel lunedì 12 io riceverò la tua lettera.
Non ti angustiare intanto fra tristi presagi.
Iddio aiuta gli umili di cuore, e gli uomini di buona volontà.
Quando noi abbiamo sinceramente adempìto il nostro debito, il resto dipende dagli occulti fini della provvidenza, che conosce il nostro bene meglio di noi.
Presèntati alla università disinvolto e tranquillo.
Rifletti con calma alle interrogazioni, e non rischiare di scegliere la cattiva risposta per la fretta tumultuosa di render la buona.
Se hai bisogno di riflessione, dimandane con civiltà e con calma il tempo a' tuoi esaminatori, i quali non son tuoi nemici e non hanno alcun interesse nella tua vergogna.
Nella mia non lontana venuta forse potrò darti qualche buona notizia intorno al nostro futuro stato.
Dico forse perché circa al futuro nulla si dà di certo; e al conseguimento delle cose sperate sogliono pur troppo frapporsi continui ostacoli impreveduti.
Checché però accada, ringrazieremo sempre Iddio di quel bene che ci avrà voluto lasciare, fosse anche meschinissimo.
Fammi il piacere di consegnare l'acclusa al Sig.
Economo.
La mia salute è buona, e godo udire eguale la tua.
I miei soliti rispetti per tutti, e i soliti saluti di tutti per te.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 425.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 13 luglio 1841
Ciro mio caro
La tua del 10 è giunta a Roma oggi, ed è stata recata a me pochi momenti prima della partenza del corriere di questo ordinario.
E buon per me che siami trovato in casa per approfittarmi di questi pochi momenti, e così riscontrarci in corrente.
Ma che potrò dirti? Non altro che assicurarti di avere io pianto e piangere tuttora di tenerezza.
Figlio mio, Iddio ti rimuneri del bene che mi procuri.
Ecco fatto il primo passo nella carriera dell'onore: eccoti già acquistato un titolo alla considerazione e al rispetto degli uomini.
Poi verrà il resto.
Come ti esprimi con grazia, verità e candore! Adesso (tu dici) che mi son levato questo peso, do addosso alla lingua latina etc.
etc.
Bravo, Ciro mio; questo si chiama saper approfittarsi del tempo, e conoscere i propri doveri.
Ti stringo al mio cuore, e ti bacio coll'anima sulle labbra.
Il tuo affezionatissimo padre.
P.
S.
Il Sig.
Stanislao Bucchi mi ha mandato per te tre risme di bella carta inglese.
La troverai al tuo giungere in Roma.
Io l'ho oggi ringraziato in tuo nome.
Tutti sapranno i tuoi belli successi.
LETTERA 426.
ALL'ONOREVOLE SIGNOR CIRO BELLI -
BACCELLIERE IN FILOSOFIA - PERUGIA
Di Roma, 27 luglio 1841
Ciro mio caro
Nella tua lettera 20 corrente trovo che tu contrasti nelle mie intenzioni circa al nuovo titolo da me adoperato sull'indirizzo dell'antecedente mio foglio.
Sino al conseguimento del baccellierato io ti aveva sempre ritenuto per un buono e studioso ragazzo, ma non ancora meritevole di pubbliche considerazioni.
Oggi però che la società ha cominciato a rimunerare le tue fatiche con un fregio riconosciuto dalle civili instituzioni, è ben giusto il concederti qualche nome che indichi il concetto che tu principii ad acquistare nella opinione degli uomini.
Gli antichi romani, grandi maestri di civil sapienza, usavano poco diversamente co' loro fanciulli, i quali poco considerati sino all'anno 17°, lasciavano allora la praetexta e la bulla per assumere la toga virile in segno del loro progresso nel consorzio degli uomini, e affinché comprendessero che non più puerilmente ma virilmente doveva quindi impoi da essi trascorrersi la vita.
Molta letizia accompagnava nelle famiglie questo avvenimento; e que' giovanetti, cara speranza della patria, si accendevano tutti di nobile fuoco per emulare la virtù de' padri e de' forti cittadini, a cui succederebbero ben presto nelle prove di senno e di coraggio donde la Repubblica trasse tanta gloria e tanta potenza.
Adesso i civili usi sono cambiati, ma resta sempre saldo il principio, così vero in natura, che i vecchi debbono cedere ai giovanetti il maneggio de' pubblici negozi, e questi assumere in sé i carichi e gli onori del Mondo che son chiamati a reggere e governare.
Abbi dunque di te e della tua missione un nobile concetto; e, senza che la superbia venga ad oscurare la luce della tua mente elevata da simili considerazioni; sappi pur tuttavia che da te e da' compagni tuoi la patria aspetta il ristoro di tante perdite di gravi uomini che la umana caducità le fa ogni giorno provare.
Ho letto ed approvato la lettera con cui rispondesti al R.mo P.
Abate Tizzani.
Egli ne è rimasto assai soddisfatto.
Ti ringrazio dell'invio del libretto col Cyrus Belli Romanus.
Quanti qui ti conoscono e t'amano ti fanno i loro rallegramenti.
Fra quattro anni saluteranno in te un laureato.
È probabile che un certo caso, per noi molto utile, possa ritardare di 15 o 20 giorni la mia venuta a Perugia.
Ancora non vi è nulla di ben certo, ma spero che succederà.
Verrei allora sul principio di settembre.
Intanto prenditi questa mezza partecipazione.
A voce poi saprai di che si tratta.
In ogni evento ti terrò al giorno di quanto accadrà circa all'epoca della mia partenza da Roma.
Il R.mo Tizzani saluta te e il gent.mo nostro Sig.
Rettore, al quale poco piacevoli riscontri potrebbe dare sin qui intorno al fatto che tanto è a cuore al Sig.
Rettore medesimo.
Tu riveriscilo anche in mio nome, e così opera cogli altri tuoi Superiori e Maestri e compagni.
Ti abbraccio e benedico stringendoti al mio cuore.
Il tuo aff.mo Papà.
Saluta la Sig.ra Cangenna, anche da parte del R.mo Tizzani che aggradisce sempre la sua gentil memoria.
Partecipa ad essa ciò che ti ho detto in risguardo alla probabile mia tardanza nel venire a Perugia.
LETTERA 427.
AD ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma, 12 agosto 1841
A.
C.
Questa mia lettera arriverà nelle vostre mani nel giorno stesso e presso a poco nella medesima ora in cui aveva io sin da gran tempo divisato di partire di Roma per condurmi a Perugia onde trovarmi presente all'ultimo annual saggio de' nostri collegiali.
Un ostacolo però, del quale ho già fatto al mio Ciro qualche cenno, mi obbliga a differire il mio viaggio sino ad un qualche giorno della prima decade di settembre.
Il ritardo è poco ma il vantaggio che io ne posso ritrarre non mi riuscirà forse di sì lieve momento.
Ad ogni modo mando innanzi questo mio foglio per informarvi alla opportunità che il mio caro Abate Tizzani, il quale saluta voi e la famiglia vostra, ha detto di voi al novello Delegato Perugino tutto il bene che meritate, invogliandolo così a conoscervi di persona.
Arrivato pertanto che sarà Monsignor Pecci, se voi vi gli presenterete ne sarete assai bene ricevuto, e tanto più se gli declinerete il nome del R.mo Tizzani.
E non solo di voi ha il Tizzani fatto elogio col Prelato, ma sì pure del caro ed ottimo nostro Sig.
Rettore, dicendogli esser voi due le più stimabili persone fra tante altre stimabili da benevolersi in codesta Città.
Pregovi, gentilissimo amico, di partecipar ciò in mio nome al Signor Rettore, riverendolo affettuosamente da parte mia.
Un'altra cosa.
Conversando colla Sig.ra Rosa Taddei, e parlando seco di voi, ho udito essere ella in qualche dubbio sull'esservi o non esservi giunta una certa sua lettera nella quale vi informava di alcune cose relative a qualche vostro desiderio.
Voi sapete cosa su ciò possiate risponderle.
Un ultimo negozio e finisco.
Vi prego di abbracciarmi il mio Ciro, e dirgli che riscontrerò la cara sua letterina del 3 appena potrò dargli qualche notizia intorno a un certo baule vuoto che io sto per spedirgli onde poi serva per trasportarvi a Roma il suo bagaglietto allorché darà l'addio all'amorosa gente che lo ha così bene educato.
Intanto segua a studiare per questo poco tempo che gli rimane a dimorare costì, tanto che sino all'ultimo ei si conservi la reputazione che vi si è procurata di buon giovanetto.
Tanti saluti alla vostra famiglia e al vostro Prof.
Massari.
Sono il vostro sincero ed aff.mo amico
G.
G.
Belli
Monte della Farina, 18
LETTERA 428.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 14 agosto 1841
Ciro mio
Nel passato ordinario scrissi una lettera al Sig.
Prof.
Mezzanotte, e lo pregai di dirti alcune parole da mia parte.
Oggi ti scrivo direttamente onde avvisarti che in questa sera parte per Perugia il figlio del noto Vetturale Angiolo Petrini, al quale ho consegnato in questo momento un baule vuoto, diretto a te e franco di porto.
Nella parte dove deve attaccarsi il lucchetto ho legata e sigillata la chiave della serratura da aprirsi dal lato opposto.
Il lucchetto poi colla sua chiavettina lo troverai dentro il baule.
Ricevuto che lo avrai, fallo situare in qualche luogo e conservalo col coperchio alzato affinché svapori un certo odoraccio di mucido che ha contratto da alcune vecchie carte che vi sono state chiuse più anni.
Un poco di vapor di cloro solleciterebbe anche assai il detto disinfestamento.
Tienti poi diligentemente riposte le chiavi e il lucchetto.
Questo baule servirà per ricondurre a Roma o tutta o parte della tua roba.
Ebbi la tua del 3 corrente e vi appresi il tuo dispiacere per il mio ritardo.
Ma sarà esso di pochi giorni: anzi se la premiazione non accadrà al Collegio proprio sui primi-primi giorni di settembre, spererei di potermivi trovare presente.
A suo tempo mi darai contezza presso a poco dell'epoca in cui quella funzione potrà seguire.
Ti ripeto che il mio ritardo ci sarà molto utile.
Per ottenere questa utilità due casi dovranno accadere e verificarsi giusta le mie speranze.
Il più difficile è già accaduto: l'altro più facile, e dipendente dal primo, dovrà accadere nel futuro mese di gennaio.
Intanto io dovrò occuparmi e agire sino ai primi giorni di settembre.
Insomma si tratta di buona cosa che dovrà occupar la mia vita, e che ti spiegherò a voce.
Tutto ciò io faccio per tuo bene.
Ho già preparata la camera per la tua abitazione.
Spero che vi sia ciò che potrà occorrerti, meno però il gran silenzio, la gran luce e la grand'aria di cui godi attualmente a Perugia.
Di questi tre beneficii in questa capitale bisogna avvezzarsi un poco a farne a meno.
Ma l'abitudine poi vince tutto, a malgrado de' cambiamenti di vita ai quali debba un uomo assoggettarsi.
Basta che si abbia un onesto stato e tranquillo, e questo spero procurartelo colle mie cure e colle mie fatiche.
Un giorno poi farai qualche cosa anche tu, e, sinché Iddio voglia, vivremo insieme da galantuomini.
Il R.mo.
Tizzani, tutti i Cini, i parenti nostri, gli amici e gli antichi domestici ti salutano.
Tu riverisci in mio nome il Sig.
Rettore, il Sig.
Presidente, i Maestri, il Sig.
Prefetto, i compagni e la Sig.ra Cangenna.
Ti abbraccio, Ciro mio, di cuore, e ti benedico.
Il tuo papà.
LETTERA 429.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 agosto 1841
Mio carissimo figlio
Ricevuta appena nella sera di martedì 24 la tua 21 andante, mi feci premura di recarmi all'Albergo dove fu consegnato nel sabato 14 il baule da portarsi a Perugia a condotta del Vetturale Angiolo Petrini, o, meglio, del di lui figlio che s'incaricò del trasporto e n'ebbe la ricompensa.
Trovai apputo lo stesso figlio di Angiolo Petrini il quale mi assicurò che nella giornata di sabato 21 dev'esserti stato il baule ricapitato dal di lui garzone in Perugia.
Tu però mi scrivi nello stesso giorno 21 dicendomi il contrario; ma forse potrà essere la consegna accaduta dopo l'impostamento della tua lettera.
In caso contrario prenditi il pensiere di far praticare premure e ricerche al ricapito del Petrini, presso gl'indizii da me dati in questa mia lettera e nell'antecedente del 14.
Per comunicarti un po' di lume sulle cose che attualmente qui mi ritengono, e che già ti dissi dover riuscirci assai utili, ti faccio sapere che io sono stato impiegato.
Questo è il primo e più difficile de' due avvenimenti che ti dissi doversi verificare.
Il secondo poi dovrà accadere nel prossimo gennaio, nel qual mese, previe alcune condizioni indipendenti da me, si parlerà e del mio titolo d'impiego e del trattamento che vi sarà annesso.
Intanto io non sono che un collaboratore del Segretario d'uno dei più distinti Dicasterii di Roma, e nulla più percepisco che l'antico mio soldo d'impiegato quiescente.
In gennaio o si risolverà tutto in fumo (ciocché però è assai difficile) o riceverò un titolo molto onorifico e uno stipendio non mediocre.
L'orario del mio impiego è ogni giorno (meno le feste) di ore sette continue, dalle 9 cioè del mattino sino alle 4 pomeridiane.
Un po' gravoso per verità; ma per me tutto è lieve ciò che può contribuire alla miglior tua sorte, e all'ottenere per mezzo delle mie fatiche che tu non sia forzato a strozzare i tuoi studi e la futura tua professione pel bisogno di guadagnare più presto i mezzi di un comodo stato.
A voce ti spiegherò meglio le cose.
Nel mio stato di attual dipendenza tu vedi non essermi più lecito né facile il dirti precisamente il giorno della mia partenza.
Spererei però che potesse questo accadere col corso di diligenza dell'8 settembre, la quale partendo di qui alle ore 8 antimeridiane di ogni mercoldì viene direttamente a Perugia e vi arriva alla stessa ora del giorno consecutivo.
Dunque nella mattinata del 9 potrei essere costì.
Tu intanto rispondimi in modo che la tua lettera giungami sui primi di settembre; e se vedi la Sig.ra Cangenna falla avvisata delle cose espresse in questa mia lettera.
Tutti i da te salutati ti risalutano, e tu risaluta per me tutti i salutanti che mi nominasti.
Scrivo all'Uficio, di volo e con pessimi materiali.
Tutto basta però per dirti che ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo Papà.
LETTERA 430.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 settembre 1841
Ciro mio
Riscontro la tua 31 agosto, che ritengo sarà l'ultima che tu mi abbia scritto dal Collegio in questo novennio della tua educazione.
Ho già comperato e porterò meco il Manuale del giardiniere pratico che tu mi hai commesso per un tuo compagno.
Nel resto da portare farò l'obbedienza al Sig.
Ciro mio padrone.
A Dio piacendo, e se nulla vi si frapponga di contrario (che spero di no) alle 8 antimeridiane del prossimo mercoledì 8 io partirò colla diligenza che viene direttamente a Perugia, dove arriverò nella mattinata del giovedì 9.
Non potrò trattenermi molto a Perugia, perché tutto il permesso che ho ottenuto per questo viaggio si limita a 20 giorni, ne' quali devonsi calcolare l'itinerario, particolarmente col lento mezzo delle vetture come dovremo fare al ritorno, oltre a tre o quattro giorni di dimora in Terni pe' nostri affari.
Il giretto dunque, che io meditava di farti fare prima di venire a Roma, per quest'anno almeno bisogna saltarlo.
Così vuole la necessità, Dea prepotente.
Saluti di tutti e a tutti, e a rivederci presto.
Ti abbraccio e benedico
Il tuo Papà.
Riapro la lettera per dirti che al punto d'impostarla ho saputo di non poter più avere il posto nella diligenza di mercoledì 8, ma l'avrò invece in quella ordinaria di giovedì 9 che parte di qui all'una pomeridiana.
Arriverò dunque a Fuligno venerdì 10 all'un'ora dopo il mezzodì; e se là troverò subito un trasporto per Perugia sarò costì nella serata del medesimo venerdì 10.
- Per ottenere un posto in diligenza ho dovuto pagare come se andassi a Macerata.
LETTERA 431.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, sabato 18 settembre 1841
Una lettera a Messer Cecco da Varlungo bisogna pure scarabocchiarla, benché avrei pur tanto gusto di starmene qui con le mani una di qui e l'altra di là nelle tasche de' bragaloni.
Ma chi poi vorrebbe sentire quella vociaccia tua fessa come una canna spaccata di fascina accusarmi di sconoscenza e di poltroneria e di asinità per tutte le case de' galantuomini e de' non galantuomini della nostra santa Sionne? Né mancherebber corbacci a far coro alle tue scornacchiate come se io mi fossi venduto schiavo delle buone creanze e di chi vuol pensarla sempre a suo modo, anziché mostrare qualche maledetta indulgenza pe' comodi altrui.
Dunque state bene tutti? Me ne consolo tanto.
E io? La testa tentenna un po', ma tiriamola innanzi.
E Ciro? Guai a chi non rispetti i suoi polsi.
Ecco Mezzanotte, cioè il professore.
Buona notte anche alla lettera.
Ma presto ci rivedremo, e allora chiacchiere a bigonzi.
Intanto saluta tutti, come ne incaricai Biagini il 14; e di' a Pippo che su quel tale foglio a stampa dimenticai aggiungere a penna il N.B.
che posti per nuovi matti sinora ne mancano.
Presto però dovrebbe, per sua disgrazia, risanare qualche matto vecchio, e allora ne sarà avvisato a Roma.
Addio, Checcarello, pigliati un abbraccio a prova di torchio
dal tuo Belli.
LETTERA 432.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Dalla stazione di Terni, venerdì 1 ottobre 1841
Carissimo signor Spada
Scrissi da Perugia una lettera al carissimo Signor Spada e un'altra lettera al carissimo Sig.
Biagini, né ad entrambe o a sol'una di esse ebbi riscontro dai due carissimi Signori né a Perugia né a Terni.
Ma questo non conclude.
Quello che interessa è che i prefati due carissimi Signori stieno bene ciascuno per la parte sua, e di ciò voglio esser sicuro non che lusingarmi.
Per mezzo della egregia famiglia Topimazio feci nello scorso ordinario sapere a quello di voi due che non siete voi, come un certo Signor Cencio di Cocôla da Amelia, illibatissimo vetturino dello Stato pontificio, erami venuto raccontando che io sarei partito di qui oggi dentro il suo legno, per giungere a Roma a qualche ora del dopopranzo di dimani, 2 del corrente mese di ottobre.
Voi però che avete più sale in zucca che non il Principe D.
Alessandro ne' suoi magazzini presso la Bocca-della-Verità, vi accorgerete facilmente dalla data della presente se l'illibatissimo Signor Cencio di Cocôla da Amelia me t'ha fatta tonda o di qualunque altra figura che vogliate voi definirla.
Il Sig.
Cencio di Cocôla che fra il mercoledì 29, in cui fecemi quel tal racconto, e il giorno d'oggi in cui doveva caricare questi due poveri salami di me e di mio figlio, doveva dare una corsa alla Capitale delle prugne appassite, per esser qui nuovamente jersera.
Il fatto è però che il racconto della mia partenza, da lui fattomi mercoldì, dovette forse essere una vera voce vaga di popolo, una notizia datagli ad intendere dagli sfaccendati, perché siamo ormai presso al mezzogiorno di questa santa giornata e il Sig.
Cencio di Cocôla non si è più visto.
Anzi mi si dice dagli spettabili Massari o sensali di piazza che quillu birbo il quale mercoldì era un galantomene da metter paura, ha caricato in Amelia una famiglia di secca-prugne che aveva spasimo di baciar lu piede a lu Papa in Viterbo.
Per le quali belle ragioni eccomi a piede rosicchiando certi cinquanta bajocchi di caparra che attaccherei tanto volentieri all'estremità di cinquanta cordicelle per darne una disciplina a sangue sulle spallucce del Sig.
Cencio di Cocôla alla porta del Caravita.
Ma perché direte voi altri, perché prendere soli 50 bajocchi per equivalente della fede di un vetturino? Perché, rispondo io, il Sig.
Cencio di Cocôla prima di cacciar fuori quel pezzaccio di argento si era scenicamente tastate un venti saccocce giù pe' suoi panni, dicendo non ho altro e sono un galantuomo, al che fecero un coro di casa del diavolo tutti i cagnotti de' suoi compari di stalla.
Intanto ho pur mo fatto altro negozio con un altro fior-d'-onestà che mi narra come mi porterà egli dimani per essere a Roma domenica poco dopo il mezzodì.
N'ho caparra di un colonnato, e vedremo la fioritura di questa novella pianta pottanica.
Or fatemi, Messer Spada, un servigio.
Corretemi colla presente ai Topimazio onde per sabato rispettino il pollaio, e diangli piuttosto il guasto domenica.
Arriverò sempre a tempo pel vostro San Francesco.
Sono il V° Belli.
LETTERA 433.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 7 ottobre 1841
Gentilissimo amico
Alla vostra letterina del passato giugno, recapitatami da codesto Sig.
Prof.
De Paolis, io risposi il 27 luglio spedendovi insieme franchi di posta varii documenti esistenti tutti in questa Comp.ria Gener.
della R.C.A.
e che io feci copiare come validissimi a provare il mio dritto alle solite percezzioni nell'affar Trevisani in risposta al foglio del Sig.
Angiolo Cinagli, Contabile della odierna Amm.
Camerale di Fermo.
In quella mia lettera 27 luglio, unita ai nominati documenti, io distesi nel modo più piano le relative dichiarazioni della pendenza, non che i rilievi già fattivi in altra mia precedente sugli errori di calcolo circa alle regolarità delle somme trimestrali pagatemi, essendo sicuro che io sono stato pagato soltanto a tutto marzo 1840, e da quell'epoca non ho avuto più un soldo; verità innegabile che mi risulta da tutte le vostre lettere, da tutte le ricevute da me rilasciatevi in rilievo delle rilasciate da voi all'Amm.
Camerale, e finalmente dal colloquio che avemmo insieme a Roma ne' mesi passati.
Non ho alla detta mia spedizione 27 luglio mai avuto riscontro, e perciò ne sto in pena, non sapendo a che attribuire il vostro silenzio.
Intanto la mia povera economia soffre per queste incertezze, le quali vorrei pure una volta veder dileguate per sapere se debbo finalmente citare la R.C.A.
a mantenermi nel sequestro già da essa accettato, e a pagarmi o farmi pagare da chi si conviene tuttociò che non mi è stato dato.
Io non ho potuto eseguire il viaggetto che avea meditato, né farvi la visita con mio figlio, lo che m'era sì a cuore.
Non ho avuto che pochissimi giorni per correre a Perugia, e dovetti ripartirne senza neppure veder le feste del Papa che era al punto di giungervi.
Troppi doveri mi tengono qui inchiodato.
Intanto mio figlio è ora con me, ed io vivo con lui più tranquillo.
Datemi nuove e di vostra famiglia e di voi, e ditemi se aveste l'articolo necrologico in forma di lettera che io vi spedii.
La vostra letterina di giugno non me ne ha fatto motto.
Quel mio articolo è una meschinità, ma spero avrete almeno gradito il mio buon volere di servirvi come io so e posso fare.
Amate il vostro aff.mo amico e serv.e
G.
G.
Belli.
LETTERA 434.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 16 ottobre 1841
Gentilissimo amico
Ricevo e riscontro la cara vostra 10 corrente.
Oggetto della mia del 7 di questo mese non era quello di sapere se voi dall'epoca in cui qui ci vedemmo aveste esatto più alcuna somma per me sul malaugurato sequestro Trevisani.
Il vostro stesso silenzio mi avvisava del contrario, poiché se aveste esatto me ne avreste anche dato subito avviso.
Volli io soltanto sapere da voi per mia regola se eravi giunto il plico da me speditovi il 27 luglio, contenente le copie di tre documenti esistenti in questa Comp.ria Camerale, dai quali molto chiaramente (per quanto a me sembra) si stabiliscono le eccezioni che io doveva dare al conteggio passatovi con lettera 29 aprile ultimo da cotesto Sig.
Angiolo Cinagli, contabile dei nuovi Amm.ri Camerali di Fermo: eccezioni alle quali voi stesso mi avete provocato mentre il 5 maggio mi spediste lo stesso carteggio Cinagli, dicendomi queste fra le altre Parole: attendo da voi gli opportuni schiarimenti: ogni nodo viene al pettine, e così sarete alla fine pagato di tutto.
Questi schiarimenti io ve li ho molto positivamente forniti nelle mie lettere posteriori a quella vostra del 5 maggio, e li ho finalmente completati coll'invio de' tre prefati documenti speditivi nel plico del 27 luglio.
Voi dunque, ora sapete, e lo sapevate anche per fatto vostro, che io non sono stato pagato che a tutto il marzo 1840.
Questa verità ve la sviluppai nella mia 22 maggio dell'anno corrente, in cui rettificai gli equivoci del ripetuto conteggio Cinagli.
Rileggete, vi prego, quella mia dettagliatissima lettera 22 maggio 1841.
Sapete inoltre dalla mia susseguente del 27 luglio p.p.
gli altri tre capi d'eccezioni che io debbo dare al conteggio Cinagli, de' quali però trascurerò il primo e il secondo, ma non posso menar via il terzo, cioè quello che concerne l'ammissione del nuovo sequestrante Filippo Magiotti al riparto primitivo comune, ammissione accaduta in agosto 1840 contro ogni diritto e contro il disposto della mia sentenza di riparto accettata dalla R.C.A.
che ne ordinò la osservanza a' suoi cassieri, osservanza che non ha poi mai contraddetto.
Se voi non mi favorite di far bene osservare a codesti Sig.ri Amm.ri Camerali tutti i rilievi da me fornitivi nelle tre mie lettere 22 maggio, 27 luglio e 7 ottobre di quest'anno 1841 è impossibile che mai veggasi chiaro in questa faccenda.
Intanto nell'ultima vostra 10 corrente voi vi limitate a dirmi che esiste nella Cassa di Fermo una certa somma per me; che la esigerete; che me la manderete; e che dalla quantità di questa conoscerò quanto ancora mi resti ad avere, e così decifrerò qualche equivoco.
Ma non parmi questa, mio caro Neroni la via per giungere a sì felice conseguenza.
Qui bisogna che gli Amm.ri Camerali considerino e valutino i passati errori: altrimenti dovrei farli io stesso emendare dalla R.
Camera.
Anzi io temo che se prendiamo danari e ne facciamo ricevuta senza alcuna cautela e saltano fuori gli Sc.
14:59 1/2 che nel conto Cignali si asserisce essermisi pagati dal 1° ottobre 1840 impoi (lo che non sussiste) io mi potrei pregiudicar di un trimestre che mai non ho avuto.
Gli Amm.ri vecchi mi pagarono a tutto marzo 1840, prima cioè che si arrestasse il pagamento per la rettificazione delle quote mensili pretese dal Trevisani.
A conto poi de' mesi decorsi dal 10 ottobre 1940 impoi, dal tempo cioè che si ripristinarono le ritenute al Trevisani, io nulla ho più avuto.
E come dunque mi si vuole imputare due volte la partita di Sc.
14:59 1/2 (partita unica), tanto cioè per primo trimestre 1840 per cui l'ho esatta e contestata, quanto pel tempo decorso dal 1° ottobre 1840?
In appresso vi dirò chiari i motivi del non avervi io potuto poi far la mia visita.
Sono impiegato, e fatico come un cane, ma ancora senza stipendio.
Ciro vi riverisce: io vi abbraccio
Il vostro Belli.
Trattandosi d'incomodi che vi do, io affrancava le mie lettere per dovere.
Voi nol volete: dunque, povero martire di amico, pagate anche la posta.
LETTERA 435.
A RAFFAELE BERTINELLI - ROMA
[4 novembre 1841]
Don Raffaele mio
Io non ho che la sera per far qualche cosa per me.
Jeri sera Ciro ed io avevamo divisato di venire verso un'ora a farvi visita.
Questo è verità, ed è verità ancora che il tempo ci fuggì poi di sotto.
Tornammo dunque a casa verso le 2 1/2 e trovammo la vostra cara e cortese ambasciata.
Malgrado de' vostri divieti io sarei corso oggi a ringraziarvi, ma mi è venuto addosso un reuma di gola, di collo e di capo, e non vado neppure all'Uficio.
Mando però il mio successore nella vostra amicizia e lo incarico di ringraziarvi per lui e per me.
Dimani è funzione all'Università: dopo-dimani è apertura di scuole.
Dite, di grazia, a Ciro in quale ora precisamente dovrà presentarsi, e come, e in qual lungo dovrà entrare per approfittarsi della prima lezione.
Dico tuttociò perchè ignoro se la mia indisposizione mi permetterà di accompagnarlo e dirigerlo io.
I miei rispetti a Mamà ed a' fratelli.
Sono di vero cuore e con sincerissima stima
Di casa, 4 novembre 1841
Il vostro aff.mo e obbl.
a.co G.
G.
Belli.
LETTERA 436.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 10 Xbre 1841
Amabilissimo amico
Or fan due mesi che colla cara vostra del 10 ottobre mi diceste avervi il vostro amico Cassiere Camerale di Fermo avvisato che esisteva in cassa una somma per me.
Di ciò io non avevo alcun dubbio, imperoché io era creditore per tutte le rate decorse dal primo giorno di aprile 1840 impoi.
Quello che m'interessava chiarire era il quantitativo della somma, e se l'Amm.
Camerale fosse rimasta persuasa de' miei rilievi al conto Cinagli, rilievi da voi richiestimi il 5 maggio ultimo allorché mi spediste quel conto.
Perciò nel rispondere il 16 ottobre p.p.
alla detta vostra del 10 io vi riepilogai le mie lettere dal 5 maggio in appresso, sulle dichiarazioni delle quali non mi faceste mai motto.
Ricevo in oggi la graditissima vostra del 6 corrente, in cui, non parlandomi dell'ultima mia 16 ottobre, mi ripetete che il Cassiere ha promesso di pagarvi una somma per me.
La notizia è bella e buona, ma io resto sempre al buio sull'esito de' miei schiarimenti già dati al conto Cinagli, e sull'accreditamento delle vere competenze che in seguito di quegli schiarimenti mi spettano dal 1° aprile 1840 sino al corrente mese, ciocché forma sette intieri trimestri.
Alle ragioni da me sviluppate nelle mie lettere 5 maggio, 27 luglio, 7 e 16 ottobre di quest'anno parrebbe che gli errori di fatto, di dritto o di calcolo dovrebbero essere svaniti dalla mente di codesti signori.
Ma tuttociò io lo ignoro, e ne provo rammarico.
Il mio Ciro, che vi saluta e, riverisce cogli stessi amichevoli e grati sentimenti da' quali sono io animato verso di voi, eseguisce il suo corso di leggi in questa Romana università.
È buono come un angiolo, moderato in tutto come un vecchio, ed esattissimo in ogni suo dovere religioso civile e domestico.
Sempre di tranquillo cuore e di serena mente è per me un gran conforto l'avermelo accanto.
Io però nol vedo che la sera e la mattina di buon'ora, perché il Governo m'ha richiamato in attività di servizio, e sono occupato tutta l'intera giornata.
Quando torno a casa a pranzo trovo già accesi i lumi.
Iddio mi darà forza di sopportare la nuova vita, e tutto per l'utilità del mio figlio.
Quando io chiuderò gli occhi all'estremo sonno il bene mio e il mio male avranno un solo eguale colore.
Il resto influirà tutto sulla sorte di Ciro.
Voi padre intendete il vero senso delle parole di un padre.
Se è costì il Sig.
De Paolis (anzi: Depaolis) vi prego di riverirlo in mio nome.
Anticipo intanto per voi e pe' vostri cari ogni sincero augurio nelle imminenti feste.
Iddio vi faccia tutti lieti e sani e felici per quant'anni vi desidera il
vostro obbl.mo amico G.
G Belli.
P.
S.
In un vostro poscritto trovo una esclamazione contro il Marchese Trevisani.
Della sua birberia ero già persuaso; ma forse che ne ha dato qualche nuovo saggio recente?
LETTERA 437.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
[4 gennaio 1842]
Mio caro Torricelli
Tu m'inviasti il programma della tua Antologia oratoria, poetica e storica, e scrivesti sotto il tuo nome: facci associare qualcuno, amico mio.
Ora io conosco e vedo pochissime persone, e queste hanno tutte avuto da te il medesimo invio.
Dunque ognuno ha risposto: mi associerò sulla schedula mia.
Il solo Cav.
Luigi Cardinali mi ha detto: Belli, mi associerò sulla schedula tua, ma di' a Torricelli che io appongo una condizione al concedergli la mia firma; e questa è che il Torricelli mi consideri come associato a Fossombrone, impostandomi non affrancato il giornale per Roma.
- La ragione di ciò è che il Cardinali, per motivi d'Uficio, non paga la posta; e così, come tu vedi, sosterrà pel giornale la spesa di soli paoli quindici annui, in luogo dei venti quanti ne sborserebbe se tu gli affrancassi la spedizione dei fogli.
Io però pago la posta, e non solo la posta, ma anche il portalettere che mi ricapita le lettere a casa; e questa tassa pel portalettere (che, o indirizzato o non indirizzato a domicilio, mi scarica a casa quanto arriva in posta per me) trattandosi di stampe è maggiore della stessa tassa postale da Fossombrone a Roma, importando un bajocco per ogni pezzo.
Dunque io pagherei pel giornale Sc.
1:50
Per la tua affrancatura di esso -50
Pel portalettere di Roma - 50
In tutto 2:50
Cioè scudo uno oltre il vero tuo valutamento del giornale, ciocché è ferita alla mia miseria.
Dunque potresi far così: spedire non franchi al Sig.
Cav.
Luigi Cardinali e sotto una medesima fascia tanto il foglio per lui quanto quello per me.
Io poi mi prenderò il foglio presso il Sig.
Cardinali.
Eccoti dunque le due firme in questa lettera senza bisogna che te le spedisca nella inviatami schedula.
Venutaci la prima dispensa, noi ti faremo pagare il danaro da codesto preposto del bollo e registro.
Il mio figlio e tuo figlioccio ti dice mille cose beneaugurose e piene di affetto per questo anno 1842 e per moltissimi altri.
Egli è ora qui meco, e studia giurisprudenza nella romana università.
Ti abbraccio di cuore e mi ripeto con tutta l'anima
Di Roma, 4 gennaio 1842
Il tuo aff.mo amico G.
G.
Belli.
LETTERA 438.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 31 gennaio 1842
Mia cara Amalia, erasi fino ad ora fra noi mantenuto il sistema che io ti intonassi le lamentazioni, e tu a me cantassi palinodie.
Ci cangiamo oggi le parti, e tu ti lagni e io mi scuso.
Tutto il comprensibile mondo, il materiale cioè e l'incorporeo, riposando sopra un solo e vasto disegno, la universal legge delle compensazioni doveva finalmente manifestarsi anche nel piccolo episodio della nostra amichevole corrispondenza.
La penultima tua lettera mi diceva di Torino il 6 luglio: Belli, tu non hai prove ogni mattina, non recite la sera: non hai abiti da preparare: le tue occupazioni dipendono esclusivamente dalla tua volontà: dunque comanda a te stesso di rispondermi subito, subito.
Ed io non ti ho risposto, ed io ho resistito allo stimolo della susseguente letterina dipinta che tu desti per me al Quadrari in Milano.
È dunque venuta la mia ora di confusione, e debbo recitare il Confiteor.
Nulladimeno il pieno arbitrio del mio tempo, che tu mi supponi, attualmente non più si verifica; ma la tua inesatta idea dipende da un'altra mia colpa, dall'averti cioè io lasciata finora nella ignoranza del nuovo mio genere di esistenza.
- Quando mi arrivò la tua lettera del 6 luglio 1841 mi giungeva quasi contemporaneamente una chiamata del Governo all'impiego di capo della Sezione di corrispondenza nella Direzione generale del Debito pubblico.
Da quella epoca in poi sono occupato dalle 9 del mattino sin presso la notte; né mi resta quasi che questa per mangiare, dormire, curare i miei domestici interessi, e occuparmi un po' dello spirito di mio figlio che da Perugia è tornato a vivere con me.
Agio di scriverti una lettera n'avrei avuto più volte, ma il tempo per ricopiarti insieme i promessi versi non ho mai potuto raccapezzarlo.
Intanto sta per andarsene il Carnevale dal mondo, tu stai per partirtene da Torino, ed io non ho ancora soddisfatto né il mio dovere né il mio desiderio.
Per adesso rimediamola, dunque, così: ti mando innanzi queste poche parole prosaiche e frettolose, per chiederti dove passerai dopo lasciata Torino.
Saputo che lo avrò da un tuo cenno, torrò sù la mia penna de pollin e ti sciorinerò giù 48 ottave, tutte d'un medesimo inchiostro, le quale comprenderanno le glorie del Sarto e del Parrucchiere, vanto e orgoglio del secolo.
Ben dicesti, mia buona Amalia: avrebbe piaciuto anche a me la conoscenza del Pellico, felice ingegno italiano; siccome, potendolo, avrei fatto anche un viaggio per vedere accoppiate in una stessa persona e la Amalia e la Iginia.
- Divenisti dunque anche una Medici? Eri una Medici allorché, provando la tua parte, mi scrivevi il 6 luglio? Di tante medicine io però non vorrei fuorché il dirti col Tasso: E tu chi sei, medica mia pietosa?, ma questo nel più platonico e metafisico senso che avesse passo nel Collegio della Sorbona, perché né alla età mia convengono altri sensi, né in meno onesto modo potrei accoppiare al devoûment la considération e il respect che son la impresa dell'ultimo tuo bigliettino alla rococò.
Or poi mi volgo con cento saluti e mille baci di mano e un milione di auguri di buona salute e felicità alla tua Mamma e alla tua sorella appiccicarella, alle quali odo con piacere che presto ti porrai in stato di dar nipotini.
Amen amen, e chiamane uno Giuseppe-Gioachino.
Il cognome resterà a me perché io sempre rimanga il tuo aff.mo
Belli
LETTERA 439.
AD AMALIA BETTINI - BOLOGNA
Di Roma, 19 maggio 1842
Mia buona Amalia, ancor questa volta i versi caccian fuori la prosa.
Ma tu vai a nozze, e ti abbisognava un sarto ed un parrucchiere che ti acconciassero nel giorno de' tuoi capitoli.
Sii felice, o cara donna, quanto lo meriti e quanto te lo desidera la mia sincera amicizia.
Vorrei trovarmi presso l'altare ad esser testimonio del principio della tua felicità; ma non posso.
Un'altra volta mi dirai il nome e cognome del tuo sposo, che abbraccerai per me.
Non posso rispondere una parola alla tua fervida lettera del 21 aprile.
398 versi in un foglio di carta! Povera posta!
E tanti tanti saluti alla tua Mamma ed alla mia appetitosa appiccicarella.
Sono sempre il tuo amico e servitore aff.mo
G.
G.
Belli
La idea di scrivere il Sarto mi fu suggerita da un giornale francese.
Gli ho poi dato la compagnia del parrucchiere, il quale cospira con esso alla umana felicità.
Gentilissima amica.
La bestia che io sono! Prima di suggellar la lettera ho voluto inzepparmi quattro altre parole senza por mente che nel posto in cui le scriveva sarebbero rimaste allo scoperto.
Ed io che mi era vantato dello aver scritto tanto in un foglio! e ne aveva compatita la posta! Questo ufficio di tasse deve avere in cielo qualche nume vendicativo, il quale è forse Mercurio, o alcun suo commesso di studio.
Il danno è però che io feci il male e a te toccherà la penitenza, secondo la solita giustizia di questo mondo.
Veramente il rimedio l'avrei avuto bello e pronto: affrancar la lettera, e buona notte.
Ma mi avresti tu poi menato buono che io ti avessi creduta tanto taccagna da risparmiarti qualche soldo di più per renderti indulgente alla mia storditaggine? Io penso che la tua indulgenza non è merce da comperarsi a baiocchi.
Credo dunque delicatezza il farti pagare gli spropositi miei.
La compensazione l'hai ovvia e facilissima.
Una lettera eterna.
La tua carriera drammatica non poteva finire altrimenti che con un trionfo corrispondente alla tua eccellenza in quell'arte utile e nobile.
Però non ti si udrà più, e questo è un malanno per chi ha gli orecchi.
Fa accelerare la fabbrica: e ch'io presto ti chiami Madama...
Madama quale? Mille altri saluti alle Sig.re Lucrezia e Checchina, e ti bacio le mani.
LETTERA 440.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 20 giugno 1842
Gentilissimo amico
Nel giorno di sabato 18 corrente mi giunse la carissima vostra del 13 con entrovi un ordine di scudi Quaranta tratto a mio favore dal Conte Filippo, vostro fratello, sopra i telaroli Vecchiarelli e Pulcini il zoppo all'Albergo della Madonna di Loreto.
Verso la sera del giorno stesso trovai al detto albergo il Pulcini, il quale senza alcuna difficoltà fece onore alla tratta pagandomene la valuta, previa quietanza da me appostavi in calce.
Vi ringrazio di detto invio il quale venne molto opportuno per le urgenze patrimoniali del mio caro figliuolo.
- Non so peraltro comprendere cosa si facciano que' Signori di Fermo, perché se dai detti scudi quaranta separiamo gli scudi trentuno e baiocchi trentanove, che fin dal dicembre dello scorso anno mi annunziaste esservi stati da loro sborsati per me, non restano fuorché scudi otto e baj.
sessantuno pei mesi posteriori sino a tutto il corrente; lo che mi sembra troppo scarsa misura.
Intorno a ciò niuno schiarimento m'avete dato voi, ed io vi pregherei di somministrarmelo perché fare io possa regolarmente i miei conti su questo particolare.
- Odo poi con sommo piacere che il Sig.
Cinagli abbia in mano le carte che vi mandai l'anno scorso insieme co' miei rilievi sulla dimostrazione computistica dell'Amm.
Camerale di Fermo circa allo stato del mio sequestro contro il Sig.
Marchese Trevisani.
Intendo colla presente aver riscontrato tanto la vostra carissima del 13 andante quanto la precedente 26 ultimo maggio.
Amerei udire qualche notizia di vostra salute e dello stato del vostro animo in mezzo a' non dolci affari fra cui mi vi annunziaste occupato.
Ditemi ancora qualche cosa intorno alla vostra Signora.
Mio figlio sta bene e nel prossimo giovedì 23 sosterrà gli esami del baccalaureato nei dritti civile, canonico e criminale.
Né io mi lagno della mia salute, benché oppresso da molta fatica.
Ansioso di vostro cortese riscontro mi protesto colla solita stima
Il vostro aff.mo amico e serv.
Giuseppe Gioachino Belli.
LETTERA 441.
AD ANGELO BALESTRA
[Roma, 6 agosto 1842]
Caro Balestra
Non il poeta nato come volesti chiamarmi nella tua lettera, ma il poeta morto ti risponde che se notizie non ti diede, ciò accadde perché non v'eran notizie.
Qui non si è mai nominato Raffaello nel furto della Sorzara.
Abo riposa tuttora, ma forse avrà presto de' guai.
Intanto l'altr'ieri fu la sua festa.
Caro Don Domenico! Tutta Roma gli mandava giaculatorie d'augurii.
L'unica novella che oggi può correre con qualche interesse è la famosa sbevazzata celebratasi nel giorno di S.
Anna alla Villa Torlonia per la erezione del 2° obelisco, inaugurato dal Duca alla memoria di Anna sua Madre, come dedicò il primo ai paterni mani del Duca Giovanni.
Distribuì 16.000 ciambelle e otto botti di vino di Civita Lavinia (di Sc.
40 la botte di 16 barili) al popolo romano, che aveva ingresso libero purché si presentasse ai cancelli vestito decentemente.
Furono 16.384 fogliette!
Molti popolani andarono in falde e spogliarono Ghetto: molti furono liberalmente ammessi in camiciuola ed anche in maniche di camicia; le lor donne parevano furie.
Gli ubbriachi ricopriron la villa, che prese aspetto di un campo di battaglia o della terra della Vision d'Ezechiello.
Sino al dì consecutivo non se ne poté terminare lo sgombro.
Ora odi quel che ha detto un poeta, nato o morto che sia.
"Popolo di Quirin", gridava ieri
Lo scilinguato Duca bagherino,
"Se insciuscherar ti vuoi nel mio giardino,
Ecco botti, ecco fiaschi, ecco bicchieri".
E il non superbo popol di Quirino,
Mascherato per man de' ricattieri,
Corse e tenne l'invito volentieri
In sè dai dogli travasando il vino.
Intanto il promotor del baccanale
Si godea da' marmorei balconi
Quella imbriacatura universale.
E per l'orgia di tanti imbriaconi,
Vedeva il nome suo fatto immortale
Tra il fango de' quattordici rioni.
La tua famiglia sta bene.
Orsola è più bella di prima.
La Sig.ra Nanna vuol salutarti pel mezzo mio.
Tilde e Tonino scappano di cucina quando arrivo io cioè barbone.
Zi Lucia recita la lionessa ed è un polpo.
Gigi processa il Capitano Alberti, che sta in domo-Petri per amor di Torquato Tasso.
Ciro mastica classici latini e ti riverisce.
Rossi fabbrica pomate di tutti-fiori.
Nina si diverte coi cimurri.
Il tuo figlio del 1° letto, il gatto, mostra le coste.
Io? Scrivo al Papa ogni giorno...
LETTERA 442.
CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 23 agosto 1842
Mio carissimo figlio
La tua lettera del 21 doveva giungermi ieri, ma in tutto il giorno non venne.
Certo che tu potevi aver mancato di scrivermi, io mi stava un po' in pena, sebbene la compagnia che avesti sino a Fuligno, quella che trovavi nella detta città, e finalmente la famiglia colla quale andavi ad abitare in Perugia, fossero per me altrettanti motivi di confortevole sicurezza.
Ma pure quel non avere nuove positive mi teneva di mal'umore.
Anche questi di casa dividevano il mio rammarico.
Si restò pertanto di accordo che se questa mattina arrivasse la sospirata lettera che doveva giungere ieri, me l'avrebbero subito mandata all'Uficio, per immediatamente riscontrarla, siccome appunto è accaduto.
Eccomi dunque in questa general Direzione rispondendo al mio Ciro, e per un quarto d'ora lasciando in disparte ogni altra faccenda, che dovrà contentarsi di aspettare il comodo mio, o, per meglio dire, concederà ad un padre il fare una chiacchieratella con un figlio lontano.
Godo oltre ogni credere che il dolor delle ginocchia ti sia stato medicato e perfettamente guarito dal sonno.
Ma come diamine non potevi in quella benedetta diligenza stender le gambe fra le gambe del tuo compagno di rimpetto? Bisogna credere che sul fondo del legno vi fossero fagotti.
Ad ogni modo l'incomodo è passato, e adesso attendi a godere dell'aria, a ricrearti fra codesti buoni amiconi, e a non pensare a malinconie.
Non dubitava io punto della gentilezza del nostro Procacci, di cui ho aggradito i saluti non meno di quelli del Sig.
Sansi.
Io ti aveva già detto che il Belardino Fortunati è di Spoleto, dove ha moglie e famiglia e interessi.
Non ti maravigli più dunque il trattenimento di un'ora e mezza della diligenza in quella città.
Quel conduttore fa sempre così.
La perfetta salute della buona, migliore ed ottima nostra Sig.ra Cangenna mi dà molta consolazione; e mi rallegro ancora all'udire che i piccioli incomodi che trovasti nell'eccellente Sig.
Luigi al tuo arrivo, vadansi dileguando.
Aspetterò dunque il bramato codicillo della Sig.ra Cangenna in un'altra tua lettera.
Intanto inondali tutti de' miei saluti e de' miei rendimenti di grazie per le fraterne attenzioni che ti usano.
Ho il piacere che i conti del viaggio ti sien tornati bene.
Bravo il mio Ciro: conservati esatto, e te ne troverai contento.
L'accoglienza fattati nel Collegio ha commosso anche me.
Vedi, Ciro mio, i frutti della buona e gentil condotta? Se ti mantieni qual sei, proverai sempre eguali compiacenze per tutta la vita.
Risalutami tutti, uno per uno, quanti mi onorano della loro memoria.
Di me intanto non prenderti pena.
Io sto bene e rassegnatissimo alla mia sorte.
Quando poi ci rivedremo si accrescerà in me la certezza per l'utile che ti deve al certo arrecar questo viaggetto.
Appena sarò tornato a casa leggerò la tua lettera a' nostri parenti, e poi di mano in mano a tutti gli amici, che da ogni parte m'incaricano sempre di salutarti.
Non te li nomino dunque, bastando il dirti che tutti mi cantano una canzone.
Quando preparammo insieme il tuo equipaggetto lasciammo fuori della valigia un paio di calze pulite da metterti in gamba la mattina della partenza.
Qui non si sono trovate né le sporche che già portavi, né le pulite.
Dimmi un po' come l'è andata.
Ieri arrivarono a Ripagrande i tre battelli a vapore rimurchiando altri legni, fra bande, spari, bandiere e immenso concorso di popolo.
Naturalmente io non potei accorrere; ma Biagini, che non vi mancò, me ne ha fatta la narrazione.
LETTERA 443.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 agosto 1842
Mio carissimo figlio
Ebbi jeri sera la seconda tua lettera, cioè quella del 23 andante agosto, mentre già nello stesso giorno 23 erasi da me dato riscontro alla prima tua del 21.
Sta bene quanto mi dici circa al sospender tu ogni altra lettera fino a che non abbi ricevuto il mio presente riscontro.
Mi dici a nome del Sig.
Rettore di mandare qualcuno di que' ringraziamenti da recitarsi dopo la distribuzione de' premi, se più ne ho.
Quel che già diedi al Sig.
Rettore su questo proposito è quanto io abbia fatto in simil materia, né più potrei ritrovare la carta in cui scrissi que' meschini versacci.
La debbo aver forse distrutta.
Altronde lo scrivere qualche cosa di nuovo tu sai se oggi mi potrebbe riuscire fra le tante fatiche che debbo sostenere e il tanto tempo che debbo impiegare per l'uficio, dove, per giunta alla derrata, trovomi adesso solo a disimpegnare tutte le funzioni del Segretario, perché di due minutanti che ho, uno è a Ferrara e vi starà molto e l'altro è infermo.
Porto lavoro anche a casa.
Dunque prega il caro nostro Rettore di pensare a qualche altro mezzo per ottenere quel che desidera.
Parte ho fatto e parte farò de' tuoi saluti e dirò a Ferretti quanto m'imponi.
Ringrazia la impareggiabile Sig.ra Cangenna de' piaceri che ti usa, e del gentile Poscritto che ha aggiunto alla tua lettera.
Per ora nulla io posso risponderle direttamente.
Oggi pure scrivo in Direzione fra mille faccende, e chiamate, e stordimenti che mi fan volare il cervello.
Divertiti, studia qualche poco, sta' bene, e su questo ultimo articolo insisto assai.
Guardati da tuttociò che possa affievolirti lo spirito e il corpo.
Ricordati che mens sana in corpore sano è necessaria a chi vuol essere qualche cosa in questo Mondo, e non ama di esser morto pria d'esser sepolto.
Tutti tutti tutti ti salutano, amici e parenti.
Il Sor Paolo è birbo.
Ti abbraccia in furiosa fretta
il tuo Papà.
P.S.
Godo tanto tanto di saperti così bene accolto dal Rettore e da tutti i Superiori e Maestri del Collegio, non che da' tuoi già compagni.
LETTERA 444.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 settembre 1842
Mio carissimo figlio
Col solito infinito piacere ho ricevuto la tua del 7 corrente.
Non dubitava della cortesia del Sig.
Bianchi, che mi saluterai e ringrazierai senza fine, porgendo insieme i miei rispetti anche alla di lui gentilissima Signora.
Sta bene quanto mi dici sul pagamento della tela e sull'incasso del resto de' dieci scudi che ti mandai.
Circa alla tela spero che la nostra buona Sig.ra Cangenna ce ne farà fabbricare anche dell'altra; e così a poco a poco rinnoveremo un po' di biancheria da letto.
E il pallone, e il tamburello, e i filodrammatici, e il ballo etc.
son certamente divertimenti per la tua età; e questi sollazzi, uniti alla salubre aria alle passeggiate, alla buona compagnia, e, più di tutto alla poco fatica ch'è la salute dell'uomo, debbono senza dubbio contribuire a farti ripetere tre sostanziosi pasti ogni giorno e rinvigorirti le membra.
Con maggiore alacrità potrai quindi ritornare alle applicazioni di Roma, dalle quali devi attendere i mezzi per vivere da galantuomo indipendente e per divertirti anche nel tempo futuro.
Parlai tanto coll'Avvocato Cini quanto col Sig.
Tavani, e trovai l'uno e l'altro già istruitissimi degli sconcerti di codesta posta-lettere, sulla quale si è già diretta l'attenzione e l'opera della superiorità; e non dovrà tardare il rimedio.
È tornato Balestra, portando con sé una infinità di regalucci.
Ve n'è stato per tutti, fin per Nina la donna di casa.
Ne ho avuto anch'io, e credo ve ne sarà anche per te.
Le tue piante sono regolarmente adacquate, o da me o da Giovepluvio.
Una di esse sta cacciando fuori un fiore giallo, che indica voler risolversi in una campànula.
Biagini partì la mattina del 2 per Napoli conducendo con sé la bella e spiritosa Luisa, dalla quale, povero Biagini, avrà invidiabile compagnia.
Tornerà il 16.
Tizzani e Balestra s'incontrarono a caso in Padova.
Di là il primo mi ha scritto, incaricando della lettera il secondo.
Ne ho avuto notizie poi anche da Brixen nel Tirolo.
Mercoldì 7 cadde un muro di villa fuori la porta del popolo, e di 12 uomini, che vi stavan lavorando sotto per riattar certi condotti, ne ammazzò nove e ferì mortalmente tre.
Gigi, che era di settimana al governo, ebbe quindi molte faccende.
Nella stessa mattina cadde un pittore da un ponte nel palazzo Corsini e un bel muratorello da una fabbrica a Monte-cavallo, e se ne andarono entrambi agli altri calzoni.
Dopo la tua partenza andai per te dall'Abate Graziosi, e narraigli com'era accaduto che tu nol vedesti e non ne prendesti congedo.
Egli, che ho veduto altre volte, ti saluta sempre con molto affetto.
Avrei piacere che, se ti potesse riuscire, tu partissi da Perugia il 27 per essere a Terni il 28.
Lì potresti trattenerti a tutto il 2 ottobre: il 3 poi ripartirne per trovarti qui il 4.
Dobbiamo fare insieme una certa quietanza per atto pubblico, alla quale devi intervenire per legge anche tu.
Se però non ti riesce di seguire appuntino questo itinerario, non prenderti pena.
Uno o due giorni più, uno o due giorni meno saran cosa indifferente.
In altra mia lettera ti darò qualche istruzione sul modo da regolarti in Terni.
Quando partirai da Perugia, ricordati di dare uno scudo di mancia in casa Micheletti.
Verso l'epoca della tua partenza mi avvertirai di quanto denaro ti resti in borsa, compresi i danari tuoi ma diffalcata la mancia suddetta.
Ciò mi servirà per fare i miei conti per iscrivere a Corazza onde metterti in grado di pagar qualche cosa che dovremo a Governa in Terni, e poi di proseguire il viaggio senza pericolo di restare a secco.
- Già per mezzo di Governa ho fatto prevenire Peppino Vannuzzi del tuo arrivo in sua casa.
Non sarà però male che tu fra giorni gliene scriverai direttamente e con garbo.
Di' al Prof.
Mezzanotte che la Sig.ra Taddei ha ricevuto que' fogli e lo ringrazia e saluta.
Non v'è più carta; e i saluti, che son tanti, rimangono strozzati.
Fanne tu mille in casa Micheletti.
Sono di cuore il tuo Papà.
LETTERA 445.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 17 settembre 1842
Ciro mio caro
Pare per ora che le medicine delle Superiorità postali non siano state amministrate alla inferma posta di Perugia, o che non sien giunte a toccar nelle viscere la sede del morbo, perché la tua lettera del mercoledì 13 non mi è giunta prima di ieri: lentezza che annunzia molto languore negli organi e imbarazzo ne' movimenti.
Basta: come sta il malato? Ha detto il medico che guarirà.
La campagna del Sig.
Bianchi è una vera Signoria principesca.
Tutto spira agio, ordine, e intelligenza del proprietario.
Que' cari beccafichi poi, accalappiati in viali di piante degne de' giardini di Armida, sono bocconi da Re! Se vi sei andato, devi averne provato molto piacere, tantopiù che alla amenità del luogo si conforma sì bene la cortesia de' padroni.
Il nostro Biagini e la sua amabil compagna torneranno, a quanto si dice, domenica.
Alle disgrazie di cui ti tenni proposito nella mia precedente devesi aggiungere l'incendio accaduto ieri in una casa di tre piani verso Campo-vaccino.
Ha bruciato da cima a fondo.
Quando, chiamati, giunsero i pompieri, tutto era già in fiamme.
Que' bravi e intrepidi uomini lavorarono per nove ore onde impedire peggiori disastri.
Uno di essi, mercé una delle loro scale portatili, salvò una donna gravida, scendendola da una finestra sulle sue spalle.
Causa del disastro, furono due ragazzetti, uno di otto anni e l'altro di età minore, i quali, lasciati dalla madre (che era andata a lavare a certe fontane piuttosto lungi dalla casa), vollero divertirsi ad accender coi fosforini certa paglia che avean in terra vicino al letto dove giaceva un altro lor fratelluccio di quindici mesi.
La paglia fece obbedientemente il suo focaccio e lo comunicò al letto, e via discorrendo.
Il fanciullo maggiore si serrò allora in un credenzone, da cui fu quindi estratto vivo; ma i fratelli eran già divenuti carbone.
Gigi promette di scriverti e spero che lo farà, benché in quel suo benedetto cervello, altronde non vuoto, v'è poca regola.
Ho letto la tua lettera in famiglia, graditissima non meno per le affettuose tue espressioni verso questi nostri parenti, che per le notizie del tanto incontro fatto dal Sartori col suo valore nel maneggio del violino.
Anche la famiglia Sartori ha una certa affinità colla nostra per via di parentele di parentele.
Udimmo poi l'esito di codesto strepitoso pallone della Camerata dei grandi, de' quali ti sei fatto collaboratore.
Questa collaborazione mi fa ritenere che tu sia ammesso nel loro appartamento, concessione insolita ai giovani già usciti dal Collegio.
Se così è ne godo, perché ne deduco che i professori ti credano degno di fiducia e di stima.
Non è piccolo onore l'essersela guadagnata.
Come volentieri avrei udito quel venerando vecchio del professor Colizzi a recitare una orazione, composta sì profondamente e letta con tanto vigore in quella sua, diciam pure, decrepita età! Robustezza di mente e di corpo, figlia di virtuosa sobrietà e continenza negli anni giovanili! Ecco, Ciro mio, lo specchio in cui debbono mirare i tuoi pari.
I fiori della tua pianta che parevami gialli fuori del bottone, son bianchi e ne sboccian parecchi.
Anche le dature sembra ne voglian cacciare.
Ti salutano tutti i Mazio e i Balestra, lo Spada, il Ricci (la cui moglie è a Frascati), Casa Cini, Casa Cardinali, Ferretti che incontrai giorni addietro per Roma, il dottor Maggiorani con tutti gli ebdomadarii del giovedì, Welisareff, l'Ab.
Graziosi, Lopez, Ossoli, Domenico, Antonia etc.
etc.
- Tu salutami la cara nostra Sig.ra Cangenna, l'ottimo Sig.
Luigi, Cencino, il Rettore, il Presidente Colizzi, il Prefetto Pergolaci, Mezzanotte, e tutti tuoi amici.
Circa il tuo viaggio va bene.
Giunto a Terni mi farai il piacere di recarti a vedere i terreni di Cesi, e prenderai da Corazza il denaro che ti potrà occorrere.
Verso quell'epoca intanto io lo preverrò, onde te lo somministri.
Oltre il necessario pel viaggio sino a Roma, dovrai calcolare 8 scudi da pagarsi al Sig.
Governa, dal quale ne ritirerai ricevuta per regalia concernente l'assistenza prestatami nella coltura dei terreni.
Il Governa però ha già in mano Sc.
4:50, prezzo di legna vendute, e forse al tuo arrivo avrà potuto vendere qualche altra cosa.
Intorno a ciò ho già scritto allo Governa che per tua regola ti mostri una mia lettera inviatagli il 29 agosto in riscontro a quella sua che mi desti tu stesso in Roma mentre eri per partire in diligenza.
In detta mia lettera vedrai le cose da sapersi intorno a simil materia.
Sulla faccia del luogo tu allora conoscerai quanto precisamente ha in mano Governa, e tanto di meno gli darai per compiere gli Sc.
8 che gli dobbiamo.
Insomma, principia ad apprendere a far l'ometto e tener conto delle tue cose.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo Papà.
Ti saluta anche caldamente la famiglia Roberti-Perozzi di Morrovalle.
LETTERA 446.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 27 settembre 1842
Mio caro Ciro
Nulla più ingrato che il mancar di notizie di chi c'interessa.
L'ultima tua lettera da me ricevuta è del 13, la quale giunsemi il 16, ed io la riscontrai nel 18.
- N'ebbi poi un'altra dalla nostra buona amica Sig.ra Cangenna, scritta il 14, arrivatami il 18, e da me riscontrata il 19.
Da quell'epoca impoi tutto silenzio.
Niuno potrebbe mai persuadermi che questo doloroso ritardo nasca da tua negligenza in rispondermi.
Io ritengo che debba piuttosto attribuirsi ai soliti vizi Postali; ma intanto il mio imbarazzo e il mio turbamento sono i medesimi, qualunque poi sia la causa che li produce.
Ancorché ti fossi tu recato in campagna, o al casino del Sig.
Bianchi o altrove, non saprei mai supporre in te la totale trascuranza de' mezzi atti a farti giungere le mie notizie o almeno a procurarmi le tue.
Nel caso appunto in cui attualmente ci troviamo la mancanza di tue lettere mi tiene perplesso sul modo di regolarmi.
Fra noi era convenuta la tua partenza di Perugia pel 27, che appunto è oggi.
La Sig.ra Cangenna però, nella sua del 14, mi dimandò la tua compagnia per qualche altro giorno; ed io, gratissimo a simile di lei gentilezza, Le risposi che potresti restare in Perugia sino al 10 di ottobre, regolandoti pel resto del viaggio di Terni e di Roma colle stesse proporzioni già stabilite, onde poi trovarti a Roma intorno al 18; e così dovessi regolarti per prevenire del tuo arrivo il Sig.
Giuseppe Vannuzzi.
Ma io ignoro oggi tutto.
Non so se la mia lettera alla Sig.ra Cangenna siasi perduta: non so se siasi perduta qualche tua risposta: non so se parti oggi o se resti, non so quel che io m'abbia a scrivere a Corazza circa al somministrarti danaro: insomma sto al buio come in una grotta senza lanterna.
Ad ogni modo azzardo di dirigere questa mia a Perugia, ed aspetto quindi lo scioglimento di questo nodo gordiano.
Fra tutte queste cose la perversità orribile della stagione mi fa sempreppiù benedire la cortesia della Sig.ra Cangenna di farti trattenere un po' più a lungo all'asciutto; e ciò dico sperando sempre che siati nota la mia adesione alla di lei richiesta, e che duri tuttora il tuo soggiorno costì.
Come poi stia la faccenda nol sa che quello lassù.
Dimani parte per Perugia la famiglia Grazioli: il Sig.
Grazioli stesso venne jeri a prevenirmene all'uficio.
Ciro mio, fa i soliti saluti e rispetti per me, e ricevi le consuete premure di tutti gli amici e parenti.
Lello Cini ritornò e ti dice mille cose amichevoli.
- Ti abbraccia e benedice di cuore
il tuo Papà.
LETTERA 447.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 1 ottobre 1842
E chi ti ha insegnato, brutto capocellaccio di papero, ad aspettar le particolari occasioni per ispedir lettere che, già per se stesse interessanti, lo divengono ancora di più quando contengano commissioni urgentissime? Mi dici di spedir la lana subito, per la diligenza, senza attendere occasioni, perché la Sig.ra Cangenna ne abbisogna assai presto; ed intanto aspetti tu stesso una occasione per venirmi a dar questi consigli! La tua lettera del 25 la ho ricevuta ieri (30) all'uficio e fu un ritardo naturalissimo, perché la famiglia Fiorelli non è un picchetto di corrieri.
Dovei dunque lasciare le mie faccende all'impiego per fuggire da Antonia onde darle il tempo di potere eseguire la scelta della lana prima che si facesse notte, e poi portamela nella stessa serata per impacchettarla e spedirla questa mattina; seppure i Ministri nell'uficio delle diligenze la riceveranno, giacché il ricevimento de' pacchi si chiude nel giorno antecedente alla partenza del legno che deve portarli.
A buon conto però la lana è già pronta qui sul mio scrittoio, ed io intanto anticipo questa mia lettera, perché non avrei tempo di scriverla al Debito pubblico, ove le faccende sono più del bisogno.
Appena poi uscito di casa procurerò d'impostare il pacchetto; altrimenti se dovesse partire colla successiva diligenza di giovedì 6, non arriverebbe costì che nel lunedì 10 per mezzo del Sig.
Sgariglia, corriere di venti miglia.
Aggiungerò quindi un poscritto per avvisarti se il pacco sia stato ricevuto; cosa che m'interessa moltissimo onde servire la nostra ottima ed obbligatissima Sig.ra Cangenna colla maggior sollecitudine che possa rispondere al suo bisogno, ad al nostro dovere di contentarla.
Le condizioni prescritte nella ricetta speditami sembranmi state tutte adempiute, come si rileverà dallo stesso foglietto che ho incluso nel pacco.
Un solo estremo potrà restar forse dubbio, cioè la estensione di 20 canne per cadauno de' capi delle 24 matasse.
Queste non sono mai state misurate dai mercanti, che le vendono sempre a peso; e il peso corrisponde presso a poco costantemente in ogni matassa.
Queste son tutte già bell'e fatte, né si riuscirebbe a sceglierne di una più che di un'altra la lunghezza di capi.
All'udir parlare di 20 canne, il mercante (il primo e il più provvisto che qui tenga negozio) si è stretto nelle spalle, ed ha risposto: non posso dare che quello che ho; se la lunghezza non corrisponde ai desideri dell'ordinante, il più poco nuoce, e per il meno è facile il rimedio mandando le mostre della matassa che fu tropo corta.
Il prezzo della lana è di Sc.
1:74
Spesa di porto - 15
in tutto 1:89.
Il mio desiderio sarebbe che tu ne facessi un dono alla Sig.ra Cangenna: meschinissimo presente, in paragone delle nostre immense obbligazioni verso di lei.
Se però (poiché l'amichetta in certe cose è cocciuta) te ne volesse dare assolutamente il rimborso, ti ho qui sopra indicato l'importo, per non farla inquietare.
Che io possa movermi da Roma è cosa da non pensarci.
Ringrazio te e quanti altri han la bontà di desiderarmi, ma né la lor brama né la mia può avere effetto.
Divertiti tu per me in questi altri pochi giorni che ti rimangono a dimorare in codesto soggiorno, a te così caro e godi de' tuoi palloni, de' tuoi barbieri di Siviglia, delle tue passeggiate, delle tue contradanze, de' tuoi cagnarotti (come tu li chiami, etc.
etc.).
Il 10 poi o l'11, secondoché ti converrà meglio per concertar la vettura, partirai per Terni.
Basterà che ti trovi a Roma pel 18 o pel 19, sempre però che la perversità de' tempi ti permetta il viaggiare senza troppo rischio di affogare ne' fossi o ne' torrenti.
Previenimi pei quattrini.
È vero: le tue bianche campànule odoravano di garofano: dalle 5 1/2 però del mattino di S.
Michele Arcangiolo non odoran più che di malva o di stabbio, perché una grandina grossa come noci (e anche più) ha sperperato tutte le tue piante, come ha distrutto tutti i giardini e tutte le vigne sulle quali è passata.
Durò due minuti circa, e ciò bastò per rompere quasi tutti i vetri esposti a occidente, cioè dalla banda del mare da cui si avanzò.
Fu preceduta da un muggito cupo e spaventevole, simile presso a poco al suono di uno de' più bassi e profondi pedali da organo: romore che durò anch'esso quasi due minuti, e cessò al principiare di quella pioggia di sassi.
Moltissimi uccelli di varie specie ne furono ammazzati; e se ne trovaron pieni i tetti, e non pochi per le vie, per le piazze e pe' cortili.
I cani fuggivano, gridando caino.
Poi venne un diluvio che Dio tel racconti.
Pareva l'atmosfera la cateratta di Niagara, perché de' minori fiumi sarebbe dir poco.
Bella stagione in fe' di cristiano!
La causa dell'Abo è differita a novembre.
Quella di Alberti non andrà per ora: la lettera di Gigi aspettala alle porte dell'eternità! Ed ecco lo strozzo pei saluti attivi e passivi.
Quelli son molti: sian codesti infiniti.
Ti abbraccia e benedice il tuo Papà.
P.S.
Mille cose però in particolare ai Sig.ri Micheletti, al Rettore, ai Sig.ri Bianchi se li vedi.
Il Sig.
Titta non ha ancora mandato l'ordine che io debbo pagare.
Ne ho più volte chiesto al Sig.
Gezzani.
LETTERA 448.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 8 ottobre 1842
alle 2 pomeridiane
Ciro mio caro
Conto che se tu parti nel lunedì 10 da Perugia devi essere a Terni nel martedì 11, come mi scrivi.
Io però ti prevenni che era indifferente per la tua partenza qualunque dei detti due giorni, dovendoti tu regolare secondo le esigenze dell'atmosfera e il comodo de Messieurs les voituriers.
In qualunque modo però la cosa accada, stimo ben fatto il dirigerti questa mia a Terni; e intanto scrivo anche alla Sig.ra Cangenna in Perugia da cui avrai le mie nuove nel caso che tu fossi ancora colà.
Intendo con questa di riscontrare la cara tua del 5 corrente avuta adesso: lettera smaniosetta e piena di verace affezione filiale.
Io non era con te in real collera.
Dolevami solamente di andar privo per tanto tempo di tue notizie; ma niuna idea sarebbe mai entrata nella mia mente che il tuo silenzio procedesse da poca premura verso di me.
Il tuo cuore lo conosco quasi meglio che il mio, e so che tu sei un buon giovane, penetrato de' tuoi doveri, amoroso con tutti e specialmente con me.
Dunque di questa faccenda non si parli più.
È colpa più delle circostanze che tua.
Scrivo in questo ordinario a Corazza e a Babocci: dicendo ad entrambi che tu sarai a Terni fra l'11 e il 12.
Prego il primo di passarti quel danaro di cui potresti abbisognare; e mi raccomando al secondo perché ti assista colla sua compagnia e co' suoi consigli.
A Vannuzzi hai scritto tu, e va bene.
Se mai la famiglia Vannuzzi fosse in campagna, e ti accorgessi che il tuo dimorare in casa loro potesse riuscir troppo incomodo prega Babocci di trovarti a fitto una camera, o, alla estrema, va' a stare in locanda.
La mia idea sarebbe che tu potessi entrare a Roma non prima del 19.
Dico ciò perché in detto giorno io sarò libero e potrò assisterti al tuo arrivo in dogana, e ricondurti indi a casa.
Se non ti riuscirà di entrare a Roma in detto giorno, sarà poco male: verrai il giorno appresso o l'altro: purché mi avvisi (se puoi farlo) il giorno in cui ciò accadrà.
Ho piacere di vederti a Roma pel primo.
Ti farai dare da Babocci la specifica delle piante messe nel terreno Maratta nel prossimo anno, siccome gli ho scritto nella lettera d'oggi.
Mille saluti di tutti per te, e mille in mio nome alle case Vannuzzi, Governa, Babocci, etc.
Ti abbraccio in somma fretta.
Il tuo aff.mo Papà.
LETTERA 449.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 15 ottobre 1842
Mio carissimo Ciro
Dopo che ebbi jeri impostata una mia lettera pel Sig.
Governa (in cui parlai anche di te) n'ebbi dalla posta una tua in data di codesta Città 12 corrente.
Se fosse stata ora opportuna ti avrei risposto subito: mi convenne però differire il riscontro ad oggi.
Non potevi certamente incontrare migliore occasione per fare il viaggio da Perugia a Spoleto quanto quella che ti fu offerta dalla gentilezza del Sig.
Graziosi, il quale merita perciò tutta la nostra gratitudine.
Io già m'era informato, avendomene scritto quella eccellente Sig.ra Cangenna con lettera del giorno 11.
Essa era lietissima di simile buono incontro: tristissima però per la tua partenza appunto come me l'hai rappresentata tu stesso.
Quella famiglia Micheletti avrebbe dritto che noi le innalzassimo una statua d'oro, se le nostre facoltà non consistessero in poco ferraccio vecchio.
Intanto ecco che dopo un viaggetto in legno padronale e per le poste, arrivasti a Spoleto, e lì ti aspettava un'altra buona fortuna nelle accoglienze cortesi del tuo amico Toni, col quale avesti lungo agio di trattenerti; e quindi egual ricevimento gentile trovasti in casa Vannuzzi.
E simili premurose dimostrazioni, e il rammarico da te lasciato del tuo partire nell'animo de' buoni amici tuoi perugini, ti servano di una novella prova del premio riserbato anche in questo Mondo alle gentili maniere ed alla virtuosa condotta di un uomo dabbene.
Lo vedi, Ciro mio? Tutti ti amano, tutti vorrebberti sempre con loro, tutti gareggiano nel dimostrarti stima e riguardi.
Ciò te l'ho io sempre predetto, ed oggi ti predico anche maggiori soddisfazioni pel tempo non lontano in cui gli studî tuoi, la coltura di spirito che acquisterai co' tuoi travagli, e la pratica del viver sociale che si anderà in te giornalmente accrescendo e perfezionando, ti avran reso un uomo amabile pel tratto e rispettabile per le cognizioni.
Non bisogna però stancarsi nel far tesoro di dottrina e di virtù, perché il Mondo, Ciro mio, non si appaga alla lunga di orpelli, né di meriti superficiali.
Per due mesi ti sei divertito: ti divertirai anche per qualche altro giorno a Roma; ma poi conviene coraggiosamente riapplicarsi al tavolino, e procurare di non gittar tempo senza profitto.
Ritorneranno quindi i momenti della ricreazione.
Ho goduto in udire che ti disponevi ai viaggetti di Cesi e di Torre Orsina: ma la stagione perversa te lo avrà permesso? Ne dubito assai.
Qui da due giorni diluvia.
Mi piace che le piante di Cesi, al dire del Sig.
Governa, sien venute bene: mi duole però e sorprende il sentire tutto il contrario di quelle del terreno Maratta, ritenuto da Babocci.
Temo assai di poca cura di chi ci deve badare, e non mi va nulla a sangue il vedere che d'anno in anno si spendono scudi per far tanti buchi nell'acqua.
Né mi ha pure soddisfatto gran che il non avere da un anno a questa parte potuto riuscire a sapere quante piante furono poste in Maratta nello scorso 1841.
Avendole pagate, non era irragionevole il desiderio di conoscere il quantitativo.
Prega il nostro amico Babocci a non darmisi sempre per muto, dappoiché non mi sembra di meritarlo.
Nel giorno 8 scrissi ad esso e a te.
Avrete trovate entrambe le mie lettere in codesta posta.
Ieri scrissi anche a Governa circa a un taglio di macchia che Corazza desidera di fare.
Se vedi il Governa, fatti istruire anche di ciò, avendo egli dovuto a quest'ora ricever la mia lettera.
Circa alle piantagioni io sarei di parere di farne anche in quest'anno.
Si potrebbe mettere un paio di centinaia di viti, ad anche qualche ulivo come al solito etc.
etc.
- Per tua regola, ecco le piantagioni tra il 1841 e il 1842, nel lor numero totale:
NEL TERRENO PALOMBARA
Olmi n° 145 (oltre li 50 disseccati e rimessi)
Viti n° 300 (oltre le 30 disseccate e rimesse)
Gelsi n° 6
Melazzi, perazzi, prugni n°...
(non ne ho avuto specifica)
Pastino di gelsi, piantine n° 300
idem di olmi n° 600
Olivi, piante n° 36 (nel terreno Fratta)
Qui tutti, parenti ed amici, ti salutano ed aspettano.
Riveriscimi la famiglia Vannuzzi.
Il raffreddore del caro Giovannino spero che a' giungere di questa mia lettera sarà o guarito o assai migliorato.
Saluta anche Governa e la moglie, e tutta la Baboccerìa, non che il Sig.
Santini.
Non mi resta carta che per abbracciarti e benedirti di cuore
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 450.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 30 gennaio 1843
Mio gentilissimo amico
I buoni augurii pel nuovo anno, contenuti nella cara vostra lettera del 23 dicembre (qui giunta il 31) io li riterrò operativi dal prossimo febbraio in poi, giacché in quanto al cadente gennaio, malgrado il cortese desiderio della vostra affettuosa amicizia, l'ho tutto trascorso in letto fra sanguigne e purganti e vescicanti e pediluvii e bibite e sciroppi e tutto il corredo di quelle altre buone cose che si amministrano ai buoni cristiani per guarirli dai reumi di petto e di testa.
Il mio malanno ebbe principio il 28 dicembre, e mi tenne in letto sino al 28 dello spirante mese, cioè sino all'altro ieri.
Se io vi dicessi però che mi senta in oggi perfettamente guarito, vi direi forse bugìa; ma pure non ho più febbre e mi vado trascinando alla meglio, perché è passato quel tempo in cui le convalescenze me le sbrigavo in momenti.
In tutti i modi posso riprendere in mano la penna per ringraziarvi di tutte le obbliganti espressioni della summemorata vostra lettera, e per condolermi con voi circa al nuovo infortunio occorsovi nella vostra caduta nel sotterraneo, troppo trista giunta alla precedente disgrazia della ottima vostra Signora, la quale mi rappresentaste tuttora giacente in letto, oppressa da dolori e da tutte le conseguenze di un lungo decubito.
Se io dovessi ascoltare le lusinghe del mio desiderio, avrei speranza che al giorno in cui scrivo fosse ella, se non perfettamente risanata, in grado almeno di usar novamente delle sue membra e di promettervi vicino il conforto di riaverla compagna nelle domestiche faccende e in tutti i più dolci atti della vita.
Starà alla vostra compiacenza l'istruirmi sino a qual grado io m'apponga al giusto in questa consolante mia idea, di cui molto mi dorrei se non si appoggiasse finora che ad una semplice illusione nata dall'interesse di udirvi contento e tranquillo.
Risguardo agli scudi ventuno ed al conteggio Cinagli, che relativamente all'affare Trevisani mi diceste avere in mani a mia disposizione, riterrò qual tratto della vostra bontà se poteste accelerarmene la spedizione, anche per la via della posta, qualora vi mancassero tuttavia altri mezzi per effettuarmene l'invio senza dispendio.
Delle due cose il denaro, sempre urgente nelle circostanze mie economiche, lo è in oggi ancor più per le conseguenze della mia infermità: le carte poi del Sig.
Cinagli mi riescono ancor esse interessantissime stante la mia premura di vedere qual peso siasi dato dalla Cassa Camerale di Fermo a tutti i rilievi di dritto e di fatto coi quali provocai la di lei attenzione sui miei tanti riclami in questo tenebroso riparto.
In attenzione pertanto de' vostri gentili favori, e colla preghiera che vogliate accogliere con lieto viso i rispettosi saluti del mio buon Ciro, mi ripeto colle solite sincere proteste di affettuosa stima
vostro aff.mo amico e obbl.mo
servitore G.
G.
Belli.
LETTERA 451.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 24 agosto 1843
Ciro mio caro
il non aver veduto tuoi caratteri nella giornata del lunedì 21 mi stranì un poco verso la cara e diligente posta di Perugia, poiché non poteva io mai supporre che essendo tu arrivato fin dalla sera del venerdì 18, non mi avessi scritto nel successivo sabato 19.
Mi recai pertanto verso la sera presso il Sig.
Fiorelli per udire se avesse egli lettere della Signora Teresa, o se ne mancassero anche a lui.
Lettere di Perugia infatti non gliene erano giunte, ma oltre ad una letterina scrittagli di Fuligno dalla moglie il 18, ne aveva un'altra del Procacci, in cui era tutto descritto e l'arrivo a Fuligno, e il pranzo e il proseguimento del viaggio a Perugia, e perfino l'ora della entrata di voi altri in questa ultima Città, notizia data a Procacci dal vetturino ritornato a Fuligno dopo avervi portati colà.
Vedi dunque che circa alla sicurezza del tuo buono arrivo io rimasi tranquillo.
Mi restava però il dispiacere del ritardo della tua lettera del 19, che finalmente trovai poscia sul mio scrittoio quando venni a casa dall'uficio martedì 22.
Jeri poi non fu posta, perché il Mercoldì non parte corriere.
Debbo pertanto risponderti oggi, e lo faccio con tanto maggiore soddisfazione in quanto che nella cara tua lettera trovo tutti motivi di conforto, udendoti contento, sano, bene accolto, e, come tu ti esprimi, al sicuro.
Di' intanto in mio nome all'amorosissimo nostro Sig.
Rettore, che il generoso tratto da lui a te usato nell'accoglierti in Collegio passando anche sopra alla contraria consuetudine, è un di que' favori che toccano il cuore.
Porgi poi mille miei rispettosi saluti ai nobili e gentilissimi Coniugi Carafa, ma aggiungi loro essere io alquanto in collera con essi, perché al loro passaggio per Roma non mi fecero avvisato della lor presenza in questa Città, togliendomi così il piacere di recarmi a vederli e riverirli.
Appena, quandoché sia, giungeranno la Sig.ra Cangenna e il Sig.
Luigi, per prima cosa salutali per me, e rallegrati con entrambi per la migliorata salute del secondo.
Abbraccia intanto Cencino e ringrazialo de' favori che ti ha usati.
La mia salute è la solita, e al solito va tutto il resto.
Mi ingegno di tirar via alla meglio.
Sento la tua lontananza bene al vivo, ma altronde godo de' tuoi sollievi e delle tue contentezze.
La mia scappatella in ottobre la ho sempre in mente ed in cuore, ma chi sa se potrà effettuarsi? In tutti i casi sia questo un segreto, e non parlarne con alcuno.
Dimenticasti d'incaricar Viotti dello innaffiamento de' vasi.
Ho rimediato col dirglielo io, e la faccenda cammina.
Hai lasciato a Roma le staffe de' calzoni di teletta a righe bianche e turchine.
Supplirai con qualche altro paio delle staffe che portasti con te.
Venerdì 18 (mi pare) giunse per te una lettera franca da Perugia.
La troverai sana e salva al tuo ritorno.
Intanto ti sarà facile di saper costì chi ti scrisse.
Torlonia ha comperato da Cesarini per la somma di Sc.
60,000 il diretto e l'utile dominio del teatro Argentina.
Si dice che il Governo gli venderà l'Anfiteatro Corea; e si prevede che anche il teatro Valle un giorno o l'altro passerà in bocca sua.
Sarebbe egli allora un privatario e un monopolista di tutti i romani spettacoli.
Si vuole che per far disperar Jacovacci sia egli riuscito a far mancare all'apoca la Bischop, pagando egli per essa la multa.
Ecco le nuove di Roma.
Salutami tutto il Collegio e quanti altri amici sono costì.
Abbiti poi mille abbracci di questa nostra famiglia e di tutte le nostre conoscenze.
Ti abbraccio però io pel primo e con tutta la effusione del cuore.
Il tuo Papà.
LETTERA 452.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma dall'uficio del Deb.
Pubbl.
il 29 agosto 1843 (martedì)
Mio carissimo figlio
Prevedendo (come è accaduto) che anche la seconda tua lettera sarebbe giunta qui oggi invece di jeri, pel qual motivo trovandola io a casa dopo finito l'uficio non avrei potuto risponderti che dopodimam (giovedì) ho incaricato Viotti di passare da casa verso il mezzodì e portarmela se vi fosse arrivata.
Ecco Viotti colla lettera: ecco il tuo Papà a riscontrarla in tutta fretta, onde così interrompere quel periodo fastidioso.
Tu avrai la mia risposta dimani (mercoldì 30): mi risponderai giovedì 31: mi giungerà la tua replica sabato 2: soggiungerò lunedì 4; e spero che andrà bene.
Non darti pena per la mia salute: sono tranquillamente subordinato alla vita che mi conviene di menare.
La testa da varii giorni mi dà minore incomodo.
Sta' bene tu, divertiti, e non obliare di fare un po' di lettura per mantenerti lo spirito in esercizio.
Eseguirò le tue commissioni presso Sigismondo e Cristina.
Della burla, di cui mi parli, non me ne avevi mai fatto parola.
Il teatro Valle è stato preso in enfiteusi perpetua da Quadrari e Baracchini, padroni del Metastasio.
Si dice che vi sia dentro una occulta mano di Torlonia.
Ma non si sa il preciso.
Non è che un si dice.
Sabato 2 va in opera il Metastasio: il dì 8 gli altri teatri.
La Bischop viene, e fa come già la Novello: metà di recite a Roma, metà a Napoli.
Hanno transatto.
Biagio Moranghini sta meglio, e ti saluta col padre e con Antonia.
Ti salutano anche i Ricci, i Capalti, i Ferretti, il Biagini, lo Spada, il Lopez colla figlietta, e tutti i nostri parenti ed altri amici.
Ringrazia il Sig.
Rettore delle sue care parole.
Riverisci i Nobili Carafa, saluta i Sig.ri Micheletti se son tornati.
Io scrivo in furia, perché le mie incombenze m'incalzano.
Non ho avuto tempo di temperare una penna.
Ancora non ho risposta di Morrovalle.
Addio, addio, addio.
Ti abbraccia e benedice di cuore il tuo aff.mo padre.
LETTERA 453.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, domenica 3 settembre 1843
Mio carissimo figlio
Ebbi ieri, siccome io aspettava, la tua del 31 agosto, e posso oggi riscontrarla con pace per quindi mettere in posta dimani andando all'Uficio.
Nella speranza che la buona nostra amica Signora Cangenna e il caro Signor Luigi trovinsi già in Perugia, comincio dall'incaricarti di mille mie fervorosi saluti per ciascuno de' due.
Né poi mancare di darmi contezza della loro salute e degli effetti prodotti in essi dal viaggio.
Dal contesto della minuta di lettera che il Signor Agostini ti aveva mandata per continuare la nota burla conoscemmo Cristina ed io che non allo Speranza (come tu m'indicavi) ma allo Agostini stesso doveva esser la detta lettera indirizzata.
Così fu fatto.
Cristina la copiò e me la mandò.
Vi aveva essa però fatto un imperfetto indirizzo, mancante anche del nome del paese a cui era diretta.
Ed aveva omesso anche la data.
Io supplii alla meglio al di fuori; e circa alla interna data scelsi quella del 25 agosto, che parvemi una giusta media per conciliare un non soverchio ritardo di posta col testo della lettera stessa che pregava lo Agostini di un riscontro entro il detto mese di agosto.
La impostai il 31, e dev'esser giunta al destino il primo corrente.
Godo del favore compartitoti dai Nobili Coniugi Carafa coll'invitarti unitamente al Rettore alla loro mensa.
Riverisci tanto essi quanto l'affezionato Rettore; e insieme i Sig.ri Bianchi, Monaldi, Rossi, le Sig.re Fiorelli e tutto il Collegio, tutti coloro insomma che pel tuo mezzo mi onorano de' loro saluti.
Hai ragione: se il teatro non è buono, equivale ad una decozione di papaveri, che, se costano quattrini, si prendono almeno a fine di dormire, laddove il denaro speso pe' divertimenti è destinato a scopo bene diverso.
Jeri sera fui all'apertura del Metastasio con Gigi e Balestra.
La lunghissima, noiosa e imbrogliata commedia (anzi fu dramma) terminò a fischi ed urla, benché molto ben recitata.
Andò in opera anche Tor-di-Nona colla Lucrezia Borgia e un balletto.
Finora non ne conosco l'esito.
Venerdì a sera però assistetti con Biagini a una parte di prova generale della Musica, e, dicoti il vero, la prima donna Barbieri-Nini, il tenore Roppa e il basso Sebastiano Ronconi mi piacquero assai.
Ho riveduto Biagio nell'occasione del portare la mesata per Anna Maria.
L'ho trovato sempre meglio, e ho salutato in tuo nome sì lui che Antonia e Domenico, i quali tutti ti contracambiano insieme cogli altri nostri amici e parenti.
Mi ha risposto la Sig.ra Perozzi circa al tuo viaggio per la Marca.
Ecco le sue parole:
"Il nostro casino è situato precisamente a due miglia di distanza da Macerata, alla destra del viaggiatore che vi è diretto, e proprio sopra alla prima salita dopo quella della osteria di Sforzacosta".
Io qui ti aggiungo che l'osteria di Sforzacosta è quel punto dove il viaggiatore, partito da Tolentino, lascia la via della pianura volgendosi a sinistra per salire alla collina su cui sorge Macerata.
Dopo finita dunque la prima salita (chiamata di Sforzacosta) si torna alquanto in piano, e quindi segue l'altra salita su cui trovasi a destra il Casino Perozzi molto prossimo alla strada.
"Attenderò dunque (segue a dir la Perozzi) con dolce ansietà la lettera di Ciro, che mi precisi (possibilmente) il giorno del suo arrivo, e che potrà pure dirigere a Macerata.
Se ve ne sarà il tempo, gli risponderò: diversamente lo starò attendendo".
Tu pertanto, alla metà del mese (giorno più, giorno meno) partirai da Perugia, prevenendone prima quella Signora con lettera diretta
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi
Nata Marc.sa Roberti.
MACERATA.
Abbi però avvertenza di non segnare alcun tratto di penna, come sei solito, sotto il nome del paese, poiché ciò è cattivo stile e pecca di confidenza.
Scrivendo a me o a vecchi amici questo segno di confidenza non nuoce, ma quella Signora tu ancora non la conosci.
Circa poi alla visita alla Sig.ra Rita, e intorno a tutt'altro, regolati secondo i consigli della tua Ospite, e non fallerai.
Non mi pare aver altro a dirti.
Ti benedico dunque ed abbraccio di vivo cuore.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
L'opera al teatro di Apollo è andata bene, ma la prova sembrava promettere di più.
Il balletto dura un'ora che pare un anno, tanto lo dicono insulso e insoffribile.
LETTERA 454.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 4 settembre [1843]
Gentilissimo amico
La vostra lettera del 26 agosto giuntami il 2 corrente, mentre pure contiene affliggenti espressioni relativamente alle vostre da me assai compatite disgrazie, è sparsa nulladimeno di qualche confortante frase, accennando al diradarsi delle tempeste che finora vi travagliarono.
Me ne consolo cordialmente con voi.
Circa poi al mio affare Trevisani mi dite in poche parole: vi vengo innanzi dopo il silenzio di più mesi e dopo esser vostro debitore di scudi ventuno.
Se dunque, come pare, avete in mano scudi ventuno per me, perché, Neroni mio, non mandarmeli?
Vi è un altro punto su cui non mi avete risposto giammai, ad onta delle mie ripetute e forse anche moleste insistenze.
Nella vostra del 23 Xbre 1842 mi diceste avervi il Sig.
Cinagli spedito dalla Cassa di Fermo un nuovo esatto conteggio sul mio sequestro contro il Trevisani, e mi prometteste di mandarmelo quanto prima.
Non me lo avete poi mai spedito; benché ve ne abbia io sempre mosso preghiera.
Ciò non richiedea, amico mio, altro tedio che d'includerlo in una della lettere che da quell'epoca mi avete scritte.
Credetemi: la mia amicizia per voi mi pone a parte dello stato d'inquietudine in cui mi vi siete costantemente mostrato; ma, caro Neroni, nella mia qualità di padre ho pure da compiere gravi doveri.
Senza dunque infastidir più voi per chiarire queste benedette vicende colla Cassa di Fermo, vado a rivolgere le mie preghiere direttamente al Sig.
Cinagli medesimo, presso il quale mi apre facili rapporti la mia qualità di Capo del Segretariato in questa general Direzione del Debito pubblico.
Nella seconda metà di ottobre spero di dare una fuggita a S.
Benedetto per trattenermivi sole 24 ore a solo scopo di riabbracciarvi e farvi conoscer mio figlio.
Avrò i giorni numerati e non potrò dimorarvi un minuto di più.
Il mio Ciro è attualmente a Perugia dove l'ho mandato in ottima compagnia a rivedere i suoi superiori e compagni di Collegio che non lo amano poco.
Gli scriverò le gentili parole che mi avete dette per lui, e son certo che ve ne sarà grato come lo sono io che abbracciandovi mi ripeto sinceramente
Vostro aff.mo serv.re e amico G.
G.
Belli
LETTERA 455.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, domenica 10 settembre 1843
Mio carissimo Ciro
Mi anticipo oggi questa risposta alla tua del 6, giuntami jeri, giacché dimani non ne avrei certo il tempo necessario.
Grandissimo e veramente consolante piacere mi hai fatto colle buone notizie degli ottimi Coniugi Miche