LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 30
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Arriverò dunque a Fuligno venerdì 10 all'un'ora dopo il mezzodì; e se là troverò subito un trasporto per Perugia sarò costì nella serata del medesimo venerdì 10.
- Per ottenere un posto in diligenza ho dovuto pagare come se andassi a Macerata.
LETTERA 431.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, sabato 18 settembre 1841
Una lettera a Messer Cecco da Varlungo bisogna pure scarabocchiarla, benché avrei pur tanto gusto di starmene qui con le mani una di qui e l'altra di là nelle tasche de' bragaloni.
Ma chi poi vorrebbe sentire quella vociaccia tua fessa come una canna spaccata di fascina accusarmi di sconoscenza e di poltroneria e di asinità per tutte le case de' galantuomini e de' non galantuomini della nostra santa Sionne? Né mancherebber corbacci a far coro alle tue scornacchiate come se io mi fossi venduto schiavo delle buone creanze e di chi vuol pensarla sempre a suo modo, anziché mostrare qualche maledetta indulgenza pe' comodi altrui.
Dunque state bene tutti? Me ne consolo tanto.
E io? La testa tentenna un po', ma tiriamola innanzi.
E Ciro? Guai a chi non rispetti i suoi polsi.
Ecco Mezzanotte, cioè il professore.
Buona notte anche alla lettera.
Ma presto ci rivedremo, e allora chiacchiere a bigonzi.
Intanto saluta tutti, come ne incaricai Biagini il 14; e di' a Pippo che su quel tale foglio a stampa dimenticai aggiungere a penna il N.B.
che posti per nuovi matti sinora ne mancano.
Presto però dovrebbe, per sua disgrazia, risanare qualche matto vecchio, e allora ne sarà avvisato a Roma.
Addio, Checcarello, pigliati un abbraccio a prova di torchio
dal tuo Belli.
LETTERA 432.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Dalla stazione di Terni, venerdì 1 ottobre 1841
Carissimo signor Spada
Scrissi da Perugia una lettera al carissimo Signor Spada e un'altra lettera al carissimo Sig.
Biagini, né ad entrambe o a sol'una di esse ebbi riscontro dai due carissimi Signori né a Perugia né a Terni.
Ma questo non conclude.
Quello che interessa è che i prefati due carissimi Signori stieno bene ciascuno per la parte sua, e di ciò voglio esser sicuro non che lusingarmi.
Per mezzo della egregia famiglia Topimazio feci nello scorso ordinario sapere a quello di voi due che non siete voi, come un certo Signor Cencio di Cocôla da Amelia, illibatissimo vetturino dello Stato pontificio, erami venuto raccontando che io sarei partito di qui oggi dentro il suo legno, per giungere a Roma a qualche ora del dopopranzo di dimani, 2 del corrente mese di ottobre.
Voi però che avete più sale in zucca che non il Principe D.
Alessandro ne' suoi magazzini presso la Bocca-della-Verità, vi accorgerete facilmente dalla data della presente se l'illibatissimo Signor Cencio di Cocôla da Amelia me t'ha fatta tonda o di qualunque altra figura che vogliate voi definirla.
Il Sig.
Cencio di Cocôla che fra il mercoledì 29, in cui fecemi quel tal racconto, e il giorno d'oggi in cui doveva caricare questi due poveri salami di me e di mio figlio, doveva dare una corsa alla Capitale delle prugne appassite, per esser qui nuovamente jersera.
Il fatto è però che il racconto della mia partenza, da lui fattomi mercoldì, dovette forse essere una vera voce vaga di popolo, una notizia datagli ad intendere dagli sfaccendati, perché siamo ormai presso al mezzogiorno di questa santa giornata e il Sig.
Cencio di Cocôla non si è più visto.
Anzi mi si dice dagli spettabili Massari o sensali di piazza che quillu birbo il quale mercoldì era un galantomene da metter paura, ha caricato in Amelia una famiglia di secca-prugne che aveva spasimo di baciar lu piede a lu Papa in Viterbo.
Per le quali belle ragioni eccomi a piede rosicchiando certi cinquanta bajocchi di caparra che attaccherei tanto volentieri all'estremità di cinquanta cordicelle per darne una disciplina a sangue sulle spallucce del Sig.
Cencio di Cocôla alla porta del Caravita.
Ma perché direte voi altri, perché prendere soli 50 bajocchi per equivalente della fede di un vetturino? Perché, rispondo io, il Sig.
Cencio di Cocôla prima di cacciar fuori quel pezzaccio di argento si era scenicamente tastate un venti saccocce giù pe' suoi panni, dicendo non ho altro e sono un galantuomo, al che fecero un coro di casa del diavolo tutti i cagnotti de' suoi compari di stalla.
Intanto ho pur mo fatto altro negozio con un altro fior-d'-onestà che mi narra come mi porterà egli dimani per essere a Roma domenica poco dopo il mezzodì.
N'ho caparra di un colonnato, e vedremo la fioritura di questa novella pianta pottanica.
Or fatemi, Messer Spada, un servigio.
Corretemi colla presente ai Topimazio onde per sabato rispettino il pollaio, e diangli piuttosto il guasto domenica.
Arriverò sempre a tempo pel vostro San Francesco.
Sono il V° Belli.
LETTERA 433.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 7 ottobre 1841
Gentilissimo amico
Alla vostra letterina del passato giugno, recapitatami da codesto Sig.
Prof.
De Paolis, io risposi il 27 luglio spedendovi insieme franchi di posta varii documenti esistenti tutti in questa Comp.ria Gener.
della R.C.A.
e che io feci copiare come validissimi a provare il mio dritto alle solite percezzioni nell'affar Trevisani in risposta al foglio del Sig.
Angiolo Cinagli, Contabile della odierna Amm.
Camerale di Fermo.
In quella mia lettera 27 luglio, unita ai nominati documenti, io distesi nel modo più piano le relative dichiarazioni della pendenza, non che i rilievi già fattivi in altra mia precedente sugli errori di calcolo circa alle regolarità delle somme trimestrali pagatemi, essendo sicuro che io sono stato pagato soltanto a tutto marzo 1840, e da quell'epoca non ho avuto più un soldo; verità innegabile che mi risulta da tutte le vostre lettere, da tutte le ricevute da me rilasciatevi in rilievo delle rilasciate da voi all'Amm.
Camerale, e finalmente dal colloquio che avemmo insieme a Roma ne' mesi passati.
Non ho alla detta mia spedizione 27 luglio mai avuto riscontro, e perciò ne sto in pena, non sapendo a che attribuire il vostro silenzio.
Intanto la mia povera economia soffre per queste incertezze, le quali vorrei pure una volta veder dileguate per sapere se debbo finalmente citare la R.C.A.
a mantenermi nel sequestro già da essa accettato, e a pagarmi o farmi pagare da chi si conviene tuttociò che non mi è stato dato.
Io non ho potuto eseguire il viaggetto che avea meditato, né farvi la visita con mio figlio, lo che m'era sì a cuore.
Non ho avuto che pochissimi giorni per correre a Perugia, e dovetti ripartirne senza neppure veder le feste del Papa che era al punto di giungervi.
Troppi doveri mi tengono qui inchiodato.
Intanto mio figlio è ora con me, ed io vivo con lui più tranquillo.
Datemi nuove e di vostra famiglia e di voi, e ditemi se aveste l'articolo necrologico in forma di lettera che io vi spedii.
La vostra letterina di giugno non me ne ha fatto motto.
Quel mio articolo è una meschinità, ma spero avrete almeno gradito il mio buon volere di servirvi come io so e posso fare.
Amate il vostro aff.mo amico e serv.e
G.
G.
Belli.
LETTERA 434.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 16 ottobre 1841
Gentilissimo amico
Ricevo e riscontro la cara vostra 10 corrente.
Oggetto della mia del 7 di questo mese non era quello di sapere se voi dall'epoca in cui qui ci vedemmo aveste esatto più alcuna somma per me sul malaugurato sequestro Trevisani.
Il vostro stesso silenzio mi avvisava del contrario, poiché se aveste esatto me ne avreste anche dato subito avviso.
Volli io soltanto sapere da voi per mia regola se eravi giunto il plico da me speditovi il 27 luglio, contenente le copie di tre documenti esistenti in questa Comp.ria Camerale, dai quali molto chiaramente (per quanto a me sembra) si stabiliscono le eccezioni che io doveva dare al conteggio passatovi con lettera 29 aprile ultimo da cotesto Sig.
Angiolo Cinagli, contabile dei nuovi Amm.ri Camerali di Fermo: eccezioni alle quali voi stesso mi avete provocato mentre il 5 maggio mi spediste lo stesso carteggio Cinagli, dicendomi queste fra le altre Parole: attendo da voi gli opportuni schiarimenti: ogni nodo viene al pettine, e così sarete alla fine pagato di tutto.
Questi schiarimenti io ve li ho molto positivamente forniti nelle mie lettere posteriori a quella vostra del 5 maggio, e li ho finalmente completati coll'invio de' tre prefati documenti speditivi nel plico del 27 luglio.
Voi dunque, ora sapete, e lo sapevate anche per fatto vostro, che io non sono stato pagato che a tutto il marzo 1840.
Questa verità ve la sviluppai nella mia 22 maggio dell'anno corrente, in cui rettificai gli equivoci del ripetuto conteggio Cinagli.
Rileggete, vi prego, quella mia dettagliatissima lettera 22 maggio 1841.
Sapete inoltre dalla mia susseguente del 27 luglio p.p.
gli altri tre capi d'eccezioni che io debbo dare al conteggio Cinagli, de' quali però trascurerò il primo e il secondo, ma non posso menar via il terzo, cioè quello che concerne l'ammissione del nuovo sequestrante Filippo Magiotti al riparto primitivo comune, ammissione accaduta in agosto 1840 contro ogni diritto e contro il disposto della mia sentenza di riparto accettata dalla R.C.A.
che ne ordinò la osservanza a' suoi cassieri, osservanza che non ha poi mai contraddetto.
Se voi non mi favorite di far bene osservare a codesti Sig.ri Amm.ri Camerali tutti i rilievi da me fornitivi nelle tre mie lettere 22 maggio, 27 luglio e 7 ottobre di quest'anno 1841 è impossibile che mai veggasi chiaro in questa faccenda.
Intanto nell'ultima vostra 10 corrente voi vi limitate a dirmi che esiste nella Cassa di Fermo una certa somma per me; che la esigerete; che me la manderete; e che dalla quantità di questa conoscerò quanto ancora mi resti ad avere, e così decifrerò qualche equivoco.
Ma non parmi questa, mio caro Neroni la via per giungere a sì felice conseguenza.
Qui bisogna che gli Amm.ri Camerali considerino e valutino i passati errori: altrimenti dovrei farli io stesso emendare dalla R.
Camera.
Anzi io temo che se prendiamo danari e ne facciamo ricevuta senza alcuna cautela e saltano fuori gli Sc.
14:59 1/2 che nel conto Cignali si asserisce essermisi pagati dal 1° ottobre 1840 impoi (lo che non sussiste) io mi potrei pregiudicar di un trimestre che mai non ho avuto.
Gli Amm.ri vecchi mi pagarono a tutto marzo 1840, prima cioè che si arrestasse il pagamento per la rettificazione delle quote mensili pretese dal Trevisani.
A conto poi de' mesi decorsi dal 10 ottobre 1940 impoi, dal tempo cioè che si ripristinarono le ritenute al Trevisani, io nulla ho più avuto.
E come dunque mi si vuole imputare due volte la partita di Sc.
14:59 1/2 (partita unica), tanto cioè per primo trimestre 1840 per cui l'ho esatta e contestata, quanto pel tempo decorso dal 1° ottobre 1840?
In appresso vi dirò chiari i motivi del non avervi io potuto poi far la mia visita.
Sono impiegato, e fatico come un cane, ma ancora senza stipendio.
Ciro vi riverisce: io vi abbraccio
Il vostro Belli.
Trattandosi d'incomodi che vi do, io affrancava le mie lettere per dovere.
Voi nol volete: dunque, povero martire di amico, pagate anche la posta.
LETTERA 435.
A RAFFAELE BERTINELLI - ROMA
[4 novembre 1841]
Don Raffaele mio
Io non ho che la sera per far qualche cosa per me.
Jeri sera Ciro ed io avevamo divisato di venire verso un'ora a farvi visita.
Questo è verità, ed è verità ancora che il tempo ci fuggì poi di sotto.
Tornammo dunque a casa verso le 2 1/2 e trovammo la vostra cara e cortese ambasciata.
Malgrado de' vostri divieti io sarei corso oggi a ringraziarvi, ma mi è venuto addosso un reuma di gola, di collo e di capo, e non vado neppure all'Uficio.
Mando però il mio successore nella vostra amicizia e lo incarico di ringraziarvi per lui e per me.
Dimani è funzione all'Università: dopo-dimani è apertura di scuole.
Dite, di grazia, a Ciro in quale ora precisamente dovrà presentarsi, e come, e in qual lungo dovrà entrare per approfittarsi della prima lezione.
Dico tuttociò perchè ignoro se la mia indisposizione mi permetterà di accompagnarlo e dirigerlo io.
I miei rispetti a Mamà ed a' fratelli.
Sono di vero cuore e con sincerissima stima
Di casa, 4 novembre 1841
Il vostro aff.mo e obbl.
a.co G.
G.
Belli.
LETTERA 436.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 10 Xbre 1841
Amabilissimo amico
Or fan due mesi che colla cara vostra del 10 ottobre mi diceste avervi il vostro amico Cassiere Camerale di Fermo avvisato che esisteva in cassa una somma per me.
Di ciò io non avevo alcun dubbio, imperoché io era creditore per tutte le rate decorse dal primo giorno di aprile 1840 impoi.
Quello che m'interessava chiarire era il quantitativo della somma, e se l'Amm.
Camerale fosse rimasta persuasa de' miei rilievi al conto Cinagli, rilievi da voi richiestimi il 5 maggio ultimo allorché mi spediste quel conto.
Perciò nel rispondere il 16 ottobre p.p.
alla detta vostra del 10 io vi riepilogai le mie lettere dal 5 maggio in appresso, sulle dichiarazioni delle quali non mi faceste mai motto.
Ricevo in oggi la graditissima vostra del 6 corrente, in cui, non parlandomi dell'ultima mia 16 ottobre, mi ripetete che il Cassiere ha promesso di pagarvi una somma per me.
La notizia è bella e buona, ma io resto sempre al buio sull'esito de' miei schiarimenti già dati al conto Cinagli, e sull'accreditamento delle vere competenze che in seguito di quegli schiarimenti mi spettano dal 1° aprile 1840 sino al corrente mese, ciocché forma sette intieri trimestri.
Alle ragioni da me sviluppate nelle mie lettere 5 maggio, 27 luglio, 7 e 16 ottobre di quest'anno parrebbe che gli errori di fatto, di dritto o di calcolo dovrebbero essere svaniti dalla mente di codesti signori.
Ma tuttociò io lo ignoro, e ne provo rammarico.
Il mio Ciro, che vi saluta e, riverisce cogli stessi amichevoli e grati sentimenti da' quali sono io animato verso di voi, eseguisce il suo corso di leggi in questa Romana università.
È buono come un angiolo, moderato in tutto come un vecchio, ed esattissimo in ogni suo dovere religioso civile e domestico.
Sempre di tranquillo cuore e di serena mente è per me un gran conforto l'avermelo accanto.
Io però nol vedo che la sera e la mattina di buon'ora, perché il Governo m'ha richiamato in attività di servizio, e sono occupato tutta l'intera giornata.
Quando torno a casa a pranzo trovo già accesi i lumi.
Iddio mi darà forza di sopportare la nuova vita, e tutto per l'utilità del mio figlio.
Quando io chiuderò gli occhi all'estremo sonno il bene mio e il mio male avranno un solo eguale colore.
Il resto influirà tutto sulla sorte di Ciro.
Voi padre intendete il vero senso delle parole di un padre.
Se è costì il Sig.
De Paolis (anzi: Depaolis) vi prego di riverirlo in mio nome.
Anticipo intanto per voi e pe' vostri cari ogni sincero augurio nelle imminenti feste.
Iddio vi faccia tutti lieti e sani e felici per quant'anni vi desidera il
vostro obbl.mo amico G.
G Belli.
P.
S.
In un vostro poscritto trovo una esclamazione contro il Marchese Trevisani.
Della sua birberia ero già persuaso; ma forse che ne ha dato qualche nuovo saggio recente?
LETTERA 437.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
[4 gennaio 1842]
Mio caro Torricelli
Tu m'inviasti il programma della tua Antologia oratoria, poetica e storica, e scrivesti sotto il tuo nome: facci associare qualcuno, amico mio.
Ora io conosco e vedo pochissime persone, e queste hanno tutte avuto da te il medesimo invio.
Dunque ognuno ha risposto: mi associerò sulla schedula mia.
Il solo Cav.
Luigi Cardinali mi ha detto: Belli, mi associerò sulla schedula tua, ma di' a Torricelli che io appongo una condizione al concedergli la mia firma; e questa è che il Torricelli mi consideri come associato a Fossombrone, impostandomi non affrancato il giornale per Roma.
- La ragione di ciò è che il Cardinali, per motivi d'Uficio, non paga la posta; e così, come tu vedi, sosterrà pel giornale la spesa di soli paoli quindici annui, in luogo dei venti quanti ne sborserebbe se tu gli affrancassi la spedizione dei fogli.
Io però pago la posta, e non solo la posta, ma anche il portalettere che mi ricapita le lettere a casa; e questa tassa pel portalettere (che, o indirizzato o non indirizzato a domicilio, mi scarica a casa quanto arriva in posta per me) trattandosi di stampe è maggiore della stessa tassa postale da Fossombrone a Roma, importando un bajocco per ogni pezzo.
Dunque io pagherei pel giornale Sc.
1:50
Per la tua affrancatura di esso -50
Pel portalettere di Roma - 50
In tutto 2:50
Cioè scudo uno oltre il vero tuo valutamento del giornale, ciocché è ferita alla mia miseria.
Dunque potresi far così: spedire non franchi al Sig.
Cav.
Luigi Cardinali e sotto una medesima fascia tanto il foglio per lui quanto quello per me.
Io poi mi prenderò il foglio presso il Sig.
Cardinali.
Eccoti dunque le due firme in questa lettera senza bisogna che te le spedisca nella inviatami schedula.
Venutaci la prima dispensa, noi ti faremo pagare il danaro da codesto preposto del bollo e registro.
Il mio figlio e tuo figlioccio ti dice mille cose beneaugurose e piene di affetto per questo anno 1842 e per moltissimi altri.
Egli è ora qui meco, e studia giurisprudenza nella romana università.
Ti abbraccio di cuore e mi ripeto con tutta l'anima
Di Roma, 4 gennaio 1842
Il tuo aff.mo amico G.
G.
Belli.
LETTERA 438.
AD AMALIA BETTINI - TORINO
Di Roma, 31 gennaio 1842
Mia cara Amalia, erasi fino ad ora fra noi mantenuto il sistema che io ti intonassi le lamentazioni, e tu a me cantassi palinodie.
Ci cangiamo oggi le parti, e tu ti lagni e io mi scuso.
Tutto il comprensibile mondo, il materiale cioè e l'incorporeo, riposando sopra un solo e vasto disegno, la universal legge delle compensazioni doveva finalmente manifestarsi anche nel piccolo episodio della nostra amichevole corrispondenza.
La penultima tua lettera mi diceva di Torino il 6 luglio: Belli, tu non hai prove ogni mattina, non recite la sera: non hai abiti da preparare: le tue occupazioni dipendono esclusivamente dalla tua volontà: dunque comanda a te stesso di rispondermi subito, subito.
Ed io non ti ho risposto, ed io ho resistito allo stimolo della susseguente letterina dipinta che tu desti per me al Quadrari in Milano.
È dunque venuta la mia ora di confusione, e debbo recitare il Confiteor.
Nulladimeno il pieno arbitrio del mio tempo, che tu mi supponi, attualmente non più si verifica; ma la tua inesatta idea dipende da un'altra mia colpa, dall'averti cioè io lasciata finora nella ignoranza del nuovo mio genere di esistenza.
- Quando mi arrivò la tua lettera del 6 luglio 1841 mi giungeva quasi contemporaneamente una chiamata del Governo all'impiego di capo della Sezione di corrispondenza nella Direzione generale del Debito pubblico.
Da quella epoca in poi sono occupato dalle 9 del mattino sin presso la notte; né mi resta quasi che questa per mangiare, dormire, curare i miei domestici interessi, e occuparmi un po' dello spirito di mio figlio che da Perugia è tornato a vivere con me.
Agio di scriverti una lettera n'avrei avuto più volte, ma il tempo per ricopiarti insieme i promessi versi non ho mai potuto raccapezzarlo.
Intanto sta per andarsene il Carnevale dal mondo, tu stai per partirtene da Torino, ed io non ho ancora soddisfatto né il mio dovere né il mio desiderio.
Per adesso rimediamola, dunque, così: ti mando innanzi queste poche parole prosaiche e frettolose, per chiederti dove passerai dopo lasciata Torino.
Saputo che lo avrò da un tuo cenno, torrò sù la mia penna de pollin e ti sciorinerò giù 48 ottave, tutte d'un medesimo inchiostro, le quale comprenderanno le glorie del Sarto e del Parrucchiere, vanto e orgoglio del secolo.
Ben dicesti, mia buona Amalia: avrebbe piaciuto anche a me la conoscenza del Pellico, felice ingegno italiano; siccome, potendolo, avrei fatto anche un viaggio per vedere accoppiate in una stessa persona e la Amalia e la Iginia.
- Divenisti dunque anche una Medici? Eri una Medici allorché, provando la tua parte, mi scrivevi il 6 luglio? Di tante medicine io però non vorrei fuorché il dirti col Tasso: E tu chi sei, medica mia pietosa?, ma questo nel più platonico e metafisico senso che avesse passo nel Collegio della Sorbona, perché né alla età mia convengono altri sensi, né in meno onesto modo potrei accoppiare al devoûment la considération e il respect che son la impresa dell'ultimo tuo bigliettino alla rococò.
Or poi mi volgo con cento saluti e mille baci di mano e un milione di auguri di buona salute e felicità alla tua Mamma e alla tua sorella appiccicarella, alle quali odo con piacere che presto ti porrai in stato di dar nipotini.
Amen amen, e chiamane uno Giuseppe-Gioachino.
Il cognome resterà a me perché io sempre rimanga il tuo aff.mo
Belli
LETTERA 439.
AD AMALIA BETTINI - BOLOGNA
Di Roma, 19 maggio 1842
Mia buona Amalia, ancor questa volta i versi caccian fuori la prosa.
Ma tu vai a nozze, e ti abbisognava un sarto ed un parrucchiere che ti acconciassero nel giorno de' tuoi capitoli.
Sii felice, o cara donna, quanto lo meriti e quanto te lo desidera la mia sincera amicizia.
Vorrei trovarmi presso l'altare ad esser testimonio del principio della tua felicità; ma non posso.
Un'altra volta mi dirai il nome e cognome del tuo sposo, che abbraccerai per me.
Non posso rispondere una parola alla tua fervida lettera del 21 aprile.
398 versi in un foglio di carta! Povera posta!
E tanti tanti saluti alla tua Mamma ed alla mia appetitosa appiccicarella.
Sono sempre il tuo amico e servitore aff.mo
G.
G.
Belli
La idea di scrivere il Sarto mi fu suggerita da un giornale francese.
Gli ho poi dato la compagnia del parrucchiere, il quale cospira con esso alla umana felicità.
Gentilissima amica.
La bestia che io sono! Prima di suggellar la lettera ho voluto inzepparmi quattro altre parole senza por mente che nel posto in cui le scriveva sarebbero rimaste allo scoperto.
Ed io che mi era vantato dello aver scritto tanto in un foglio! e ne aveva compatita la posta! Questo ufficio di tasse deve avere in cielo qualche nume vendicativo, il quale è forse Mercurio, o alcun suo commesso di studio.
Il danno è però che io feci il male e a te toccherà la penitenza, secondo la solita giustizia di questo mondo.
Veramente il rimedio l'avrei avuto bello e pronto: affrancar la lettera, e buona notte.
Ma mi avresti tu poi menato buono che io ti avessi creduta tanto taccagna da risparmiarti qualche soldo di più per renderti indulgente alla mia storditaggine? Io penso che la tua indulgenza non è merce da comperarsi a baiocchi.
Credo dunque delicatezza il farti pagare gli spropositi miei.
La compensazione l'hai ovvia e facilissima.
Una lettera eterna.
La tua carriera drammatica non poteva finire altrimenti che con un trionfo corrispondente alla tua eccellenza in quell'arte utile e nobile.
Però non ti si udrà più, e questo è un malanno per chi ha gli orecchi.
Fa accelerare la fabbrica: e ch'io presto ti chiami Madama...
Madama quale? Mille altri saluti alle Sig.re Lucrezia e Checchina, e ti bacio le mani.
LETTERA 440.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 20 giugno 1842
Gentilissimo amico
Nel giorno di sabato 18 corrente mi giunse la carissima vostra del 13 con entrovi un ordine di scudi Quaranta tratto a mio favore dal Conte Filippo, vostro fratello, sopra i telaroli Vecchiarelli e Pulcini il zoppo all'Albergo della Madonna di Loreto.
Verso la sera del giorno stesso trovai al detto albergo il Pulcini, il quale senza alcuna difficoltà fece onore alla tratta pagandomene la valuta, previa quietanza da me appostavi in calce.
Vi ringrazio di detto invio il quale venne molto opportuno per le urgenze patrimoniali del mio caro figliuolo.
- Non so peraltro comprendere cosa si facciano que' Signori di Fermo, perché se dai detti scudi quaranta separiamo gli scudi trentuno e baiocchi trentanove, che fin dal dicembre dello scorso anno mi annunziaste esservi stati da loro sborsati per me, non restano fuorché scudi otto e baj.
sessantuno pei mesi posteriori sino a tutto il corrente; lo che mi sembra troppo scarsa misura.
Intorno a ciò niuno schiarimento m'avete dato voi, ed io vi pregherei di somministrarmelo perché fare io possa regolarmente i miei conti su questo particolare.
- Odo poi con sommo piacere che il Sig.
Cinagli abbia in mano le carte che vi mandai l'anno scorso insieme co' miei rilievi sulla dimostrazione computistica dell'Amm.
Camerale di Fermo circa allo stato del mio sequestro contro il Sig.
Marchese Trevisani.
Intendo colla presente aver riscontrato tanto la vostra carissima del 13 andante quanto la precedente 26 ultimo maggio.
Amerei udire qualche notizia di vostra salute e dello stato del vostro animo in mezzo a' non dolci affari fra cui mi vi annunziaste occupato.
Ditemi ancora qualche cosa intorno alla vostra Signora.
Mio figlio sta bene e nel prossimo giovedì 23 sosterrà gli esami del baccalaureato nei dritti civile, canonico e criminale.
Né io mi lagno della mia salute, benché oppresso da molta fatica.
Ansioso di vostro cortese riscontro mi protesto colla solita stima
Il vostro aff.mo amico e serv.
Giuseppe Gioachino Belli.
LETTERA 441.
AD ANGELO BALESTRA
[Roma, 6 agosto 1842]
Caro Balestra
Non il poeta nato come volesti chiamarmi nella tua lettera, ma il poeta morto ti risponde che se notizie non ti diede, ciò accadde perché non v'eran notizie.
Qui non si è mai nominato Raffaello nel furto della Sorzara.
Abo riposa tuttora, ma forse avrà presto de' guai.
Intanto l'altr'ieri fu la sua festa.
Caro Don Domenico! Tutta Roma gli mandava giaculatorie d'augurii.
L'unica novella che oggi può correre con qualche interesse è la famosa sbevazzata celebratasi nel giorno di S.
Anna alla Villa Torlonia per la erezione del 2° obelisco, inaugurato dal Duca alla memoria di Anna sua Madre, come dedicò il primo ai paterni mani del Duca Giovanni.
Distribuì 16.000 ciambelle e otto botti di vino di Civita Lavinia (di Sc.
40 la botte di 16 barili) al popolo romano, che aveva ingresso libero purché si presentasse ai cancelli vestito decentemente.
Furono 16.384 fogliette!
Molti popolani andarono in falde e spogliarono Ghetto: molti furono liberalmente ammessi in camiciuola ed anche in maniche di camicia; le lor donne parevano furie.
Gli ubbriachi ricopriron la villa, che prese aspetto di un campo di battaglia o della terra della Vision d'Ezechiello.
Sino al dì consecutivo non se ne poté terminare lo sgombro.
Ora odi quel che ha detto un poeta, nato o morto che sia.
"Popolo di Quirin", gridava ieri
Lo scilinguato Duca bagherino,
"Se insciuscherar ti vuoi nel mio giardino,
Ecco botti, ecco fiaschi, ecco bicchieri".
E il non superbo popol di Quirino,
Mascherato per man de' ricattieri,
Corse e tenne l'invito volentieri
In sè dai dogli travasando il vino.
Intanto il promotor del baccanale
Si godea da' marmorei balconi
Quella imbriacatura universale.
E per l'orgia di tanti imbriaconi,
Vedeva il nome suo fatto immortale
Tra il fango de' quattordici rioni.
La tua famiglia sta bene.
Orsola è più bella di prima.
La Sig.ra Nanna vuol salutarti pel mezzo mio.
Tilde e Tonino scappano di cucina quando arrivo io cioè barbone.
Zi Lucia recita la lionessa ed è un polpo.
Gigi processa il Capitano Alberti, che sta in domo-Petri per amor di Torquato Tasso.
Ciro mastica classici latini e ti riverisce.
Rossi fabbrica pomate di tutti-fiori.
Nina si diverte coi cimurri.
Il tuo figlio del 1° letto, il gatto, mostra le coste.
Io? Scrivo al Papa ogni giorno...
LETTERA 442.
CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 23 agosto 1842
Mio carissimo figlio
La tua lettera del 21 doveva giungermi ieri, ma in tutto il giorno non venne.
Certo che tu potevi aver mancato di scrivermi, io mi stava un po' in pena, sebbene la compagnia che avesti sino a Fuligno, quella che trovavi nella detta città, e finalmente la famiglia colla quale andavi ad abitare in Perugia, fossero per me altrettanti motivi di confortevole sicurezza.
Ma pure quel non avere nuove positive mi teneva di mal'umore.
Anche questi di casa dividevano il mio rammarico.
Si restò pertanto di accordo che se questa mattina arrivasse la sospirata lettera che doveva giungere ieri, me l'avrebbero subito mandata all'Uficio, per immediatamente riscontrarla, siccome appunto è accaduto.
Eccomi dunque in questa general Direzione rispondendo al mio Ciro, e per un quarto d'ora lasciando in disparte ogni altra faccenda, che dovrà contentarsi di aspettare il comodo mio, o, per meglio dire, concederà ad un padre il fare una chiacchieratella con un figlio lontano.
Godo oltre ogni credere che il dolor delle ginocchia ti sia stato medicato e perfettamente guarito dal sonno.
Ma come diamine non potevi in quella benedetta diligenza stender le gambe fra le gambe del tuo compagno di rimpetto? Bisogna credere che sul fondo del legno vi fossero fagotti.
Ad ogni modo l'incomodo è passato, e adesso attendi a godere dell'aria, a ricrearti fra codesti buoni amiconi, e a non pensare a malinconie.
Non dubitava io punto della gentilezza del nostro Procacci, di cui ho aggradito i saluti non meno di quelli del Sig.
Sansi.
Io ti aveva già detto che il Belardino Fortunati è di Spoleto, dove ha moglie e famiglia e interessi.
Non ti maravigli più dunque il trattenimento di un'ora e mezza della diligenza in quella città.
Quel conduttore fa sempre così.
La perfetta salute della buona, migliore ed ottima nostra Sig.ra Cangenna mi dà molta consolazione; e mi rallegro ancora all'udire che i piccioli incomodi che trovasti nell'eccellente Sig.
Luigi al tuo arrivo, vadansi dileguando.
Aspetterò dunque il bramato codicillo della Sig.ra Cangenna in un'altra tua lettera.
Intanto inondali tutti de' miei saluti e de' miei rendimenti di grazie per le fraterne attenzioni che ti usano.
Ho il piacere che i conti del viaggio ti sien tornati bene.
Bravo il mio Ciro: conservati esatto, e te ne troverai contento.
L'accoglienza fattati nel Collegio ha commosso anche me.
Vedi, Ciro mio, i frutti della buona e gentil condotta? Se ti mantieni qual sei, proverai sempre eguali compiacenze per tutta la vita.
Risalutami tutti, uno per uno, quanti mi onorano della loro memoria.
Di me intanto non prenderti pena.
Io sto bene e rassegnatissimo alla mia sorte.
Quando poi ci rivedremo si accrescerà in me la certezza per l'utile che ti deve al certo arrecar questo viaggetto.
Appena sarò tornato a casa leggerò la tua lettera a' nostri parenti, e poi di mano in mano a tutti gli amici, che da ogni parte m'incaricano sempre di salutarti.
Non te li nomino dunque, bastando il dirti che tutti mi cantano una canzone.
Quando preparammo insieme il tuo equipaggetto lasciammo fuori della valigia un paio di calze pulite da metterti in gamba la mattina della partenza.
Qui non si sono trovate né le sporche che già portavi, né le pulite.
Dimmi un po' come l'è andata.
Ieri arrivarono a Ripagrande i tre battelli a vapore rimurchiando altri legni, fra bande, spari, bandiere e immenso concorso di popolo.
Naturalmente io non potei accorrere; ma Biagini, che non vi mancò, me ne ha fatta la narrazione.
LETTERA 443.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 26 agosto 1842
Mio carissimo figlio
Ebbi jeri sera la seconda tua lettera, cioè quella del 23 andante agosto, mentre già nello stesso giorno 23 erasi da me dato riscontro alla prima tua del 21.
Sta bene quanto mi dici circa al sospender tu ogni altra lettera fino a che non abbi ricevuto il mio presente riscontro.
Mi dici a nome del Sig.
Rettore di mandare qualcuno di que' ringraziamenti da recitarsi dopo la distribuzione de' premi, se più ne ho.
Quel che già diedi al Sig.
Rettore su questo proposito è quanto io abbia fatto in simil materia, né più potrei ritrovare la carta in cui scrissi que' meschini versacci.
La debbo aver forse distrutta.
Altronde lo scrivere qualche cosa di nuovo tu sai se oggi mi potrebbe riuscire fra le tante fatiche che debbo sostenere e il tanto tempo che debbo impiegare per l'uficio, dove, per giunta alla derrata, trovomi adesso solo a disimpegnare tutte le funzioni del Segretario, perché di due minutanti che ho, uno è a Ferrara e vi starà molto e l'altro è infermo.
Porto lavoro anche a casa.
Dunque prega il caro nostro Rettore di pensare a qualche altro mezzo per ottenere quel che desidera.
Parte ho fatto e parte farò de' tuoi saluti e dirò a Ferretti quanto m'imponi.
Ringrazia la impareggiabile Sig.ra Cangenna de' piaceri che ti usa, e del gentile Poscritto che ha aggiunto alla tua lettera.
Per ora nulla io posso risponderle direttamente.
Oggi pure scrivo in Direzione fra mille faccende, e chiamate, e stordimenti che mi fan volare il cervello.
Divertiti, studia qualche poco, sta' bene, e su questo ultimo articolo insisto assai.
Guardati da tuttociò che possa affievolirti lo spirito e il corpo.
Ricordati che mens sana in corpore sano è necessaria a chi vuol essere qualche cosa in questo Mondo, e non ama di esser morto pria d'esser sepolto.
Tutti tutti tutti ti salutano, amici e parenti.
Il Sor Paolo è birbo.
Ti abbraccia in furiosa fretta
il tuo Papà.
P.S.
Godo tanto tanto di saperti così bene accolto dal Rettore e da tutti i Superiori e Maestri del Collegio, non che da' tuoi già compagni.
LETTERA 444.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 10 settembre 1842
Mio carissimo figlio
Col solito infinito piacere ho ricevuto la tua del 7 corrente.
Non dubitava della cortesia del Sig.
Bianchi, che mi saluterai e ringrazierai senza fine, porgendo insieme i miei rispetti anche alla di lui gentilissima Signora.
Sta bene quanto mi dici sul pagamento della tela e sull'incasso del resto de' dieci scudi che ti mandai.
Circa alla tela spero che la nostra buona Sig.ra Cangenna ce ne farà fabbricare anche dell'altra; e così a poco a poco rinnoveremo un po' di biancheria da letto.
E il pallone, e il tamburello, e i filodrammatici, e il ballo etc.
son certamente divertimenti per la tua età; e questi sollazzi, uniti alla salubre aria alle passeggiate, alla buona compagnia, e, più di tutto alla poco fatica ch'è la salute dell'uomo, debbono senza dubbio contribuire a farti ripetere tre sostanziosi pasti ogni giorno e rinvigorirti le membra.
Con maggiore alacrità potrai quindi ritornare alle applicazioni di Roma, dalle quali devi attendere i mezzi per vivere da galantuomo indipendente e per divertirti anche nel tempo futuro.
Parlai tanto coll'Avvocato Cini quanto col Sig.
Tavani, e trovai l'uno e l'altro già istruitissimi degli sconcerti di codesta posta-lettere, sulla quale si è già diretta l'attenzione e l'opera della superiorità; e non dovrà tardare il rimedio.
È tornato Balestra, portando con sé una infinità di regalucci.
Ve n'è stato per tutti, fin per Nina la donna di casa.
Ne ho avuto anch'io, e credo ve ne sarà anche per te.
Le tue piante sono regolarmente adacquate, o da me o da Giovepluvio.
Una di esse sta cacciando fuori un fiore giallo, che indica voler risolversi in una campànula.
Biagini partì la mattina del 2 per Napoli conducendo con sé la bella e spiritosa Luisa, dalla quale, povero Biagini, avrà invidiabile compagnia.
Tornerà il 16.
Tizzani e Balestra s'incontrarono a caso in Padova.
Di là il primo mi ha scritto, incaricando della lettera il secondo.
Ne ho avuto notizie poi anche da Brixen nel Tirolo.
Mercoldì 7 cadde un muro di villa fuori la porta del popolo, e di 12 uomini, che vi stavan lavorando sotto per riattar certi condotti, ne ammazzò nove e ferì mortalmente tre.
Gigi, che era di settimana al governo, ebbe quindi molte faccende.
Nella stessa mattina cadde un pittore da un ponte nel palazzo Corsini e un bel muratorello da una fabbrica a Monte-cavallo, e se ne andarono entrambi agli altri calzoni.
Dopo la tua partenza andai per te dall'Abate Graziosi, e narraigli com'era accaduto che tu nol vedesti e non ne prendesti congedo.
Egli, che ho veduto altre volte, ti saluta sempre con molto affetto.
Avrei piacere che, se ti potesse riuscire, tu partissi da Perugia il 27 per essere a Terni il 28.
Lì potresti trattenerti a tutto il 2 ottobre: il 3 poi ripartirne per trovarti qui il 4.
Dobbiamo fare insieme una certa quietanza per atto pubblico, alla quale devi intervenire per legge anche tu.
Se però non ti riesce di seguire appuntino questo itinerario, non prenderti pena.
Uno o due giorni più, uno o due giorni meno saran cosa indifferente.
In altra mia lettera ti darò qualche istruzione sul modo da regolarti in Terni.
Quando partirai da Perugia, ricordati di dare uno scudo di mancia in casa Micheletti.
Verso l'epoca della tua partenza mi avvertirai di quanto denaro ti resti in borsa, compresi i danari tuoi ma diffalcata la mancia suddetta.
Ciò mi servirà per fare i miei conti per iscrivere a Corazza onde metterti in grado di pagar qualche cosa che dovremo a Governa in Terni, e poi di proseguire il viaggio senza pericolo di restare a secco.
- Già per mezzo di Governa ho fatto prevenire Peppino Vannuzzi del tuo arrivo in sua casa.
Non sarà però male che tu fra giorni gliene scriverai direttamente e con garbo.
Di' al Prof.
Mezzanotte che la Sig.ra Taddei ha ricevuto que' fogli e lo ringrazia e saluta.
Non v'è più carta; e i saluti, che son tanti, rimangono strozzati.
Fanne tu mille in casa Micheletti.
Sono di cuore il tuo Papà.
LETTERA 445.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 17 settembre 1842
Ciro mio caro
Pare per ora che le medicine delle Superiorità postali non siano state amministrate alla inferma posta di Perugia, o che non sien giunte a toccar nelle viscere la sede del morbo, perché la tua lettera del mercoledì 13 non mi è giunta prima di ieri: lentezza che annunzia molto languore negli organi e imbarazzo ne' movimenti.
Basta: come sta il malato? Ha detto il medico che guarirà.
La campagna del Sig.
Bianchi è una vera Signoria principesca.
Tutto spira agio, ordine, e intelligenza del proprietario.
Que' cari beccafichi poi, accalappiati in viali di piante degne de' giardini di Armida, sono bocconi da Re! Se vi sei andato, devi averne provato molto piacere, tantopiù che alla amenità del luogo si conforma sì bene la cortesia de' padroni.
Il nostro Biagini e la sua amabil compagna torneranno, a quanto si dice, domenica.
Alle disgrazie di cui ti tenni proposito nella mia precedente devesi aggiungere l'incendio accaduto ieri in una casa di tre piani verso Campo-vaccino.
Ha bruciato da cima a fondo.
Quando, chiamati, giunsero i pompieri, tutto era già in fiamme.
Que' bravi e intrepidi uomini lavorarono per nove ore onde impedire peggiori disastri.
Uno di essi, mercé una delle loro scale portatili, salvò una donna gravida, scendendola da una finestra sulle sue spalle.
Causa del disastro, furono due ragazzetti, uno di otto anni e l'altro di età minore, i quali, lasciati dalla madre (che era andata a lavare a certe fontane piuttosto lungi dalla casa), vollero divertirsi ad accender coi fosforini certa paglia che avean in terra vicino al letto dove giaceva un altro lor fratelluccio di quindici mesi.
La paglia fece obbedientemente il suo focaccio e lo comunicò al letto, e via discorrendo.
Il fanciullo maggiore si serrò allora in un credenzone, da cui fu quindi estratto vivo; ma i fratelli eran già divenuti carbone.
Gigi promette di scriverti e spero che lo farà, benché in quel suo benedetto cervello, altronde non vuoto, v'è poca regola.
Ho letto la tua lettera in famiglia, graditissima non meno per le affettuose tue espressioni verso questi nostri parenti, che per le notizie del tanto incontro fatto dal Sartori col suo valore nel maneggio del violino.
Anche la famiglia Sartori ha una certa affinità colla nostra per via di parentele di parentele.
Udimmo poi l'esito di codesto strepitoso pallone della Camerata dei grandi, de' quali ti sei fatto collaboratore.
Questa collaborazione mi fa ritenere che tu sia ammesso nel loro appartamento, concessione insolita ai giovani già usciti dal Collegio.
Se così è ne godo, perché ne deduco che i professori ti credano degno di fiducia e di stima.
Non è piccolo onore l'essersela guadagnata.
Come volentieri avrei udito quel venerando vecchio del professor Colizzi a recitare una orazione, composta sì profondamente e letta con tanto vigore in quella sua, diciam pure, decrepita età! Robustezza di mente e di corpo, figlia di virtuosa sobrietà e continenza negli anni giovanili! Ecco, Ciro mio, lo specchio in cui debbono mirare i tuoi pari.
I fiori della tua pianta che parevami gialli fuori del bottone, son bianchi e ne sboccian parecchi.
Anche le dature sembra ne voglian cacciare.
Ti salutano tutti i Mazio e i Balestra, lo Spada, il Ricci (la cui moglie è a Frascati), Casa Cini, Casa Cardinali, Ferretti che incontrai giorni addietro per Roma, il dottor Maggiorani con tutti gli ebdomadarii del giovedì, Welisareff, l'Ab.
Graziosi, Lopez, Ossoli, Domenico, Antonia etc.
etc.
- Tu salutami la cara nostra Sig.ra Cangenna, l'ottimo Sig.
Luigi, Cencino, il Rettore, il Presidente Colizzi, il Prefetto Pergolaci, Mezzanotte, e tutti tuoi amici.
Circa il tuo viaggio va bene.
Giunto a Terni mi farai il piacere di recarti a vedere i terreni di Cesi, e prenderai da Corazza il denaro che ti potrà occorrere.
Verso quell'epoca intanto io lo preverrò, onde te lo somministri.
Oltre il necessario pel viaggio sino a Roma, dovrai calcolare 8 scudi da pagarsi al Sig.
Governa, dal quale ne ritirerai ricevuta per regalia concernente l'assistenza prestatami nella coltura dei terreni.
Il Governa però ha già in mano Sc.
4:50, prezzo di legna vendute, e forse al tuo arrivo avrà potuto vendere qualche altra cosa.
Intorno a ciò ho già scritto allo Governa che per tua regola ti mostri una mia lettera inviatagli il 29 agosto in riscontro a quella sua che mi desti tu stesso in Roma mentre eri per partire in diligenza.
In detta mia lettera vedrai le cose da sapersi intorno a simil materia.
Sulla faccia del luogo tu allora conoscerai quanto precisamente ha in mano Governa, e tanto di meno gli darai per compiere gli Sc.
8 che gli dobbiamo.
Insomma, principia ad apprendere a far l'ometto e tener conto delle tue cose.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo Papà.
Ti saluta anche caldamente la famiglia Roberti-Perozzi di Morrovalle.
LETTERA 446.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 27 settembre 1842
Mio caro Ciro
Nulla più ingrato che il mancar di notizie di chi c'interessa.
L'ultima tua lettera da me ricevuta è del 13, la quale giunsemi il 16, ed io la riscontrai nel 18.
- N'ebbi poi un'altra dalla nostra buona amica Sig.ra Cangenna, scritta il 14, arrivatami il 18, e da me riscontrata il 19.
Da quell'epoca impoi tutto silenzio.
Niuno potrebbe mai persuadermi che questo doloroso ritardo nasca da tua negligenza in rispondermi.
Io ritengo che debba piuttosto attribuirsi ai soliti vizi Postali; ma intanto il mio imbarazzo e il mio turbamento sono i medesimi, qualunque poi sia la causa che li produce.
Ancorché ti fossi tu recato in campagna, o al casino del Sig.
Bianchi o altrove, non saprei mai supporre in te la totale trascuranza de' mezzi atti a farti giungere le mie notizie o almeno a procurarmi le tue.
Nel caso appunto in cui attualmente ci troviamo la mancanza di tue lettere mi tiene perplesso sul modo di regolarmi.
Fra noi era convenuta la tua partenza di Perugia pel 27, che appunto è oggi.
La Sig.ra Cangenna però, nella sua del 14, mi dimandò la tua compagnia per qualche altro giorno; ed io, gratissimo a simile di lei gentilezza, Le risposi che potresti restare in Perugia sino al 10 di ottobre, regolandoti pel resto del viaggio di Terni e di Roma colle stesse proporzioni già stabilite, onde poi trovarti a Roma intorno al 18; e così dovessi regolarti per prevenire del tuo arrivo il Sig.
Giuseppe Vannuzzi.
Ma io ignoro oggi tutto.
Non so se la mia lettera alla Sig.ra Cangenna siasi perduta: non so se siasi perduta qualche tua risposta: non so se parti oggi o se resti, non so quel che io m'abbia a scrivere a Corazza circa al somministrarti danaro: insomma sto al buio come in una grotta senza lanterna.
Ad ogni modo azzardo di dirigere questa mia a Perugia, ed aspetto quindi lo scioglimento di questo nodo gordiano.
Fra tutte queste cose la perversità orribile della stagione mi fa sempreppiù benedire la cortesia della Sig.ra Cangenna di farti trattenere un po' più a lungo all'asciutto; e ciò dico sperando sempre che siati nota la mia adesione alla di lei richiesta, e che duri tuttora il tuo soggiorno costì.
Come poi stia la faccenda nol sa che quello lassù.
Dimani parte per Perugia la famiglia Grazioli: il Sig.
Grazioli stesso venne jeri a prevenirmene all'uficio.
Ciro mio, fa i soliti saluti e rispetti per me, e ricevi le consuete premure di tutti gli amici e parenti.
Lello Cini ritornò e ti dice mille cose amichevoli.
- Ti abbraccia e benedice di cuore
il tuo Papà.
LETTERA 447.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 1 ottobre 1842
E chi ti ha insegnato, brutto capocellaccio di papero, ad aspettar le particolari occasioni per ispedir lettere che, già per se stesse interessanti, lo divengono ancora di più quando contengano commissioni urgentissime? Mi dici di spedir la lana subito, per la diligenza, senza attendere occasioni, perché la Sig.ra Cangenna ne abbisogna assai presto; ed intanto aspetti tu stesso una occasione per venirmi a dar questi consigli! La tua lettera del 25 la ho ricevuta ieri (30) all'uficio e fu un ritardo naturalissimo, perché la famiglia Fiorelli non è un picchetto di corrieri.
Dovei dunque lasciare le mie faccende all'impiego per fuggire da Antonia onde darle il tempo di potere eseguire la scelta della lana prima che si facesse notte, e poi portamela nella stessa serata per impacchettarla e spedirla questa mattina; seppure i Ministri nell'uficio delle diligenze la riceveranno, giacché il ricevimento de' pacchi si chiude nel giorno antecedente alla partenza del legno che deve portarli.
A buon conto però la lana è già pronta qui sul mio scrittoio, ed io intanto anticipo questa mia lettera, perché non avrei tempo di scriverla al Debito pubblico, ove le faccende sono più del bisogno.
Appena poi uscito di casa procurerò d'impostare il pacchetto; altrimenti se dovesse partire colla successiva diligenza di giovedì 6, non arriverebbe costì che nel lunedì 10 per mezzo del Sig.
Sgariglia, corriere di venti miglia.
Aggiungerò quindi un poscritto per avvisarti se il pacco sia stato ricevuto; cosa che m'interessa moltissimo onde servire la nostra ottima ed obbligatissima Sig.ra Cangenna colla maggior sollecitudine che possa rispondere al suo bisogno, ad al nostro dovere di contentarla.
Le condizioni prescritte nella ricetta speditami sembranmi state tutte adempiute, come si rileverà dallo stesso foglietto che ho incluso nel pacco.
Un solo estremo potrà restar forse dubbio, cioè la estensione di 20 canne per cadauno de' capi delle 24 matasse.
Queste non sono mai state misurate dai mercanti, che le vendono sempre a peso; e il peso corrisponde presso a poco costantemente in ogni matassa.
Queste son tutte già bell'e fatte, né si riuscirebbe a sceglierne di una più che di un'altra la lunghezza di capi.
All'udir parlare di 20 canne, il mercante (il primo e il più provvisto che qui tenga negozio) si è stretto nelle spalle, ed ha risposto: non posso dare che quello che ho; se la lunghezza non corrisponde ai desideri dell'ordinante, il più poco nuoce, e per il meno è facile il rimedio mandando le mostre della matassa che fu tropo corta.
Il prezzo della lana è di Sc.
1:74
Spesa di porto - 15
in tutto 1:89.
Il mio desiderio sarebbe che tu ne facessi un dono alla Sig.ra Cangenna: meschinissimo presente, in paragone delle nostre immense obbligazioni verso di lei.
Se però (poiché l'amichetta in certe cose è cocciuta) te ne volesse dare assolutamente il rimborso, ti ho qui sopra indicato l'importo, per non farla inquietare.
Che io possa movermi da Roma è cosa da non pensarci.
Ringrazio te e quanti altri han la bontà di desiderarmi, ma né la lor brama né la mia può avere effetto.
Divertiti tu per me in questi altri pochi giorni che ti rimangono a dimorare in codesto soggiorno, a te così caro e godi de' tuoi palloni, de' tuoi barbieri di Siviglia, delle tue passeggiate, delle tue contradanze, de' tuoi cagnarotti (come tu li chiami, etc.
etc.).
Il 10 poi o l'11, secondoché ti converrà meglio per concertar la vettura, partirai per Terni.
Basterà che ti trovi a Roma pel 18 o pel 19, sempre però che la perversità de' tempi ti permetta il viaggiare senza troppo rischio di affogare ne' fossi o ne' torrenti.
Previenimi pei quattrini.
È vero: le tue bianche campànule odoravano di garofano: dalle 5 1/2 però del mattino di S.
Michele Arcangiolo non odoran più che di malva o di stabbio, perché una grandina grossa come noci (e anche più) ha sperperato tutte le tue piante, come ha distrutto tutti i giardini e tutte le vigne sulle quali è passata.
Durò due minuti circa, e ciò bastò per rompere quasi tutti i vetri esposti a occidente, cioè dalla banda del mare da cui si avanzò.
Fu preceduta da un muggito cupo e spaventevole, simile presso a poco al suono di uno de' più bassi e profondi pedali da organo: romore che durò anch'esso quasi due minuti, e cessò al principiare di quella pioggia di sassi.
Moltissimi uccelli di varie specie ne furono ammazzati; e se ne trovaron pieni i tetti, e non pochi per le vie, per le piazze e pe' cortili.
I cani fuggivano, gridando caino.
Poi venne un diluvio che Dio tel racconti.
Pareva l'atmosfera la cateratta di Niagara, perché de' minori fiumi sarebbe dir poco.
Bella stagione in fe' di cristiano!
La causa dell'Abo è differita a novembre.
Quella di Alberti non andrà per ora: la lettera di Gigi aspettala alle porte dell'eternità! Ed ecco lo strozzo pei saluti attivi e passivi.
Quelli son molti: sian codesti infiniti.
Ti abbraccia e benedice il tuo Papà.
P.S.
Mille cose però in particolare ai Sig.ri Micheletti, al Rettore, ai Sig.ri Bianchi se li vedi.
Il Sig.
Titta non ha ancora mandato l'ordine che io debbo pagare.
Ne ho più volte chiesto al Sig.
Gezzani.
LETTERA 448.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 8 ottobre 1842
alle 2 pomeridiane
Ciro mio caro
Conto che se tu parti nel lunedì 10 da Perugia devi essere a Terni nel martedì 11, come mi scrivi.
Io però ti prevenni che era indifferente per la tua partenza qualunque dei detti due giorni, dovendoti tu regolare secondo le esigenze dell'atmosfera e il comodo de Messieurs les voituriers.
In qualunque modo però la cosa accada, stimo ben fatto il dirigerti questa mia a Terni; e intanto scrivo anche alla Sig.ra Cangenna in Perugia da cui avrai le mie nuove nel caso che tu fossi ancora colà.
Intendo con questa di riscontrare la cara tua del 5 corrente avuta adesso: lettera smaniosetta e piena di verace affezione filiale.
Io non era con te in real collera.
Dolevami solamente di andar privo per tanto tempo di tue notizie; ma niuna idea sarebbe mai entrata nella mia mente che il tuo silenzio procedesse da poca premura verso di me.
Il tuo cuore lo conosco quasi meglio che il mio, e so che tu sei un buon giovane, penetrato de' tuoi doveri, amoroso con tutti e specialmente con me.
Dunque di questa faccenda non si parli più.
È colpa più delle circostanze che tua.
Scrivo in questo ordinario a Corazza e a Babocci: dicendo ad entrambi che tu sarai a Terni fra l'11 e il 12.
Prego il primo di passarti quel danaro di cui potresti abbisognare; e mi raccomando al secondo perché ti assista colla sua compagnia e co' suoi consigli.
A Vannuzzi hai scritto tu, e va bene.
Se mai la famiglia Vannuzzi fosse in campagna, e ti accorgessi che il tuo dimorare in casa loro potesse riuscir troppo incomodo prega Babocci di trovarti a fitto una camera, o, alla estrema, va' a stare in locanda.
La mia idea sarebbe che tu potessi entrare a Roma non prima del 19.
Dico ciò perché in detto giorno io sarò libero e potrò assisterti al tuo arrivo in dogana, e ricondurti indi a casa.
Se non ti riuscirà di entrare a Roma in detto giorno, sarà poco male: verrai il giorno appresso o l'altro: purché mi avvisi (se puoi farlo) il giorno in cui ciò accadrà.
Ho piacere di vederti a Roma pel primo.
Ti farai dare da Babocci la specifica delle piante messe nel terreno Maratta nel prossimo anno, siccome gli ho scritto nella lettera d'oggi.
Mille saluti di tutti per te, e mille in mio nome alle case Vannuzzi, Governa, Babocci, etc.
Ti abbraccio in somma fretta.
Il tuo aff.mo Papà.
LETTERA 449.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 15 ottobre 1842
Mio carissimo Ciro
Dopo che ebbi jeri impostata una mia lettera pel Sig.
Governa (in cui parlai anche di te) n'ebbi dalla posta una tua in data di codesta Città 12 corrente.
Se fosse stata ora opportuna ti avrei risposto subito: mi convenne però differire il riscontro ad oggi.
Non potevi certamente incontrare migliore occasione per fare il viaggio da Perugia a Spoleto quanto quella che ti fu offerta dalla gentilezza del Sig.
Graziosi, il quale merita perciò tutta la nostra gratitudine.
Io già m'era informato, avendomene scritto quella eccellente Sig.ra Cangenna con lettera del giorno 11.
Essa era lietissima di simile buono incontro: tristissima però per la tua partenza appunto come me l'hai rappresentata tu stesso.
Quella famiglia Micheletti avrebbe dritto che noi le innalzassimo una statua d'oro, se le nostre facoltà non consistessero in poco ferraccio vecchio.
Intanto ecco che dopo un viaggetto in legno padronale e per le poste, arrivasti a Spoleto, e lì ti aspettava un'altra buona fortuna nelle accoglienze cortesi del tuo amico Toni, col quale avesti lungo agio di trattenerti; e quindi egual ricevimento gentile trovasti in casa Vannuzzi.
E simili premurose dimostrazioni, e il rammarico da te lasciato del tuo partire nell'animo de' buoni amici tuoi perugini, ti servano di una novella prova del premio riserbato anche in questo Mondo alle gentili maniere ed alla virtuosa condotta di un uomo dabbene.
Lo vedi, Ciro mio? Tutti ti amano, tutti vorrebberti sempre con loro, tutti gareggiano nel dimostrarti stima e riguardi.
Ciò te l'ho io sempre predetto, ed oggi ti predico anche maggiori soddisfazioni pel tempo non lontano in cui gli studî tuoi, la coltura di spirito che acquisterai co' tuoi travagli, e la pratica del viver sociale che si anderà in te giornalmente accrescendo e perfezionando, ti avran reso un uomo amabile pel tratto e rispettabile per le cognizioni.
Non bisogna però stancarsi nel far tesoro di dottrina e di virtù, perché il Mondo, Ciro mio, non si appaga alla lunga di orpelli, né di meriti superficiali.
Per due mesi ti sei divertito: ti divertirai anche per qualche altro giorno a Roma; ma poi conviene coraggiosamente riapplicarsi al tavolino, e procurare di non gittar tempo senza profitto.
Ritorneranno quindi i momenti della ricreazione.
Ho goduto in udire che ti disponevi ai viaggetti di Cesi e di Torre Orsina: ma la stagione perversa te lo avrà permesso? Ne dubito assai.
Qui da due giorni diluvia.
Mi piace che le piante di Cesi, al dire del Sig.
Governa, sien venute bene: mi duole però e sorprende il sentire tutto il contrario di quelle del terreno Maratta, ritenuto da Babocci.
Temo assai di poca cura di chi ci deve badare, e non mi va nulla a sangue il vedere che d'anno in anno si spendono scudi per far tanti buchi nell'acqua.
Né mi ha pure soddisfatto gran che il non avere da un anno a questa parte potuto riuscire a sapere quante piante furono poste in Maratta nello scorso 1841.
Avendole pagate, non era irragionevole il desiderio di conoscere il quantitativo.
Prega il nostro amico Babocci a non darmisi sempre per muto, dappoiché non mi sembra di meritarlo.
Nel giorno 8 scrissi ad esso e a te.
Avrete trovate entrambe le mie lettere in codesta posta.
Ieri scrissi anche a Governa circa a un taglio di macchia che Corazza desidera di fare.
Se vedi il Governa, fatti istruire anche di ciò, avendo egli dovuto a quest'ora ricever la mia lettera.
Circa alle piantagioni io sarei di parere di farne anche in quest'anno.
Si potrebbe mettere un paio di centinaia di viti, ad anche qualche ulivo come al solito etc.
etc.
- Per tua regola, ecco le piantagioni tra il 1841 e il 1842, nel lor numero totale:
NEL TERRENO PALOMBARA
Olmi n° 145 (oltre li 50 disseccati e rimessi)
Viti n° 300 (oltre le 30 disseccate e rimesse)
Gelsi n° 6
Melazzi, perazzi, prugni n°...
(non ne ho avuto specifica)
Pastino di gelsi, piantine n° 300
idem di olmi n° 600
Olivi, piante n° 36 (nel terreno Fratta)
Qui tutti, parenti ed amici, ti salutano ed aspettano.
Riveriscimi la famiglia Vannuzzi.
Il raffreddore del caro Giovannino spero che a' giungere di questa mia lettera sarà o guarito o assai migliorato.
Saluta anche Governa e la moglie, e tutta la Baboccerìa, non che il Sig.
Santini.
Non mi resta carta che per abbracciarti e benedirti di cuore
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 450.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 30 gennaio 1843
Mio gentilissimo amico
I buoni augurii pel nuovo anno, contenuti nella cara vostra lettera del 23 dicembre (qui giunta il 31) io li riterrò operativi dal prossimo febbraio in poi, giacché in quanto al cadente gennaio, malgrado il cortese desiderio della vostra affettuosa amicizia, l'ho tutto trascorso in letto fra sanguigne e purganti e vescicanti e pediluvii e bibite e sciroppi e tutto il corredo di quelle altre buone cose che si amministrano ai buoni cristiani per guarirli dai reumi di petto e di testa.
Il mio malanno ebbe principio il 28 dicembre, e mi tenne in letto sino al 28 dello spirante mese, cioè sino all'altro ieri.
Se io vi dicessi però che mi senta in oggi perfettamente guarito, vi direi forse bugìa; ma pure non ho più febbre e mi vado trascinando alla meglio, perché è passato quel tempo in cui le convalescenze me le sbrigavo in momenti.
In tutti i modi posso riprendere in mano la penna per ringraziarvi di tutte le obbliganti espressioni della summemorata vostra lettera, e per condolermi con voi circa al nuovo infortunio occorsovi nella vostra caduta nel sotterraneo, troppo trista giunta alla precedente disgrazia della ottima vostra Signora, la quale mi rappresentaste tuttora giacente in letto, oppressa da dolori e da tutte le conseguenze di un lungo decubito.
Se io dovessi ascoltare le lusinghe del mio desiderio, avrei speranza che al giorno in cui scrivo fosse ella, se non perfettamente risanata, in grado almeno di usar novamente delle sue membra e di promettervi vicino il conforto di riaverla compagna nelle domestiche faccende e in tutti i più dolci atti della vita.
Starà alla vostra compiacenza l'istruirmi sino a qual grado io m'apponga al giusto in questa consolante mia idea, di cui molto mi dorrei se non si appoggiasse finora che ad una semplice illusione nata dall'interesse di udirvi contento e tranquillo.
Risguardo agli scudi ventuno ed al conteggio Cinagli, che relativamente all'affare Trevisani mi diceste avere in mani a mia disposizione, riterrò qual tratto della vostra bontà se poteste accelerarmene la spedizione, anche per la via della posta, qualora vi mancassero tuttavia altri mezzi per effettuarmene l'invio senza dispendio.
Delle due cose il denaro, sempre urgente nelle circostanze mie economiche, lo è in oggi ancor più per le conseguenze della mia infermità: le carte poi del Sig.
Cinagli mi riescono ancor esse interessantissime stante la mia premura di vedere qual peso siasi dato dalla Cassa Camerale di Fermo a tutti i rilievi di dritto e di fatto coi quali provocai la di lei attenzione sui miei tanti riclami in questo tenebroso riparto.
In attenzione pertanto de' vostri gentili favori, e colla preghiera che vogliate accogliere con lieto viso i rispettosi saluti del mio buon Ciro, mi ripeto colle solite sincere proteste di affettuosa stima
vostro aff.mo amico e obbl.mo
servitore G.
G.
Belli.
LETTERA 451.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 24 agosto 1843
Ciro mio caro
il non aver veduto tuoi caratteri nella giornata del lunedì 21 mi stranì un poco verso la cara e diligente posta di Perugia, poiché non poteva io mai supporre che essendo tu arrivato fin dalla sera del venerdì 18, non mi avessi scritto nel successivo sabato 19.
Mi recai pertanto verso la sera presso il Sig.
Fiorelli per udire se avesse egli lettere della Signora Teresa, o se ne mancassero anche a lui.
Lettere di Perugia infatti non gliene erano giunte, ma oltre ad una letterina scrittagli di Fuligno dalla moglie il 18, ne aveva un'altra del Procacci, in cui era tutto descritto e l'arrivo a Fuligno, e il pranzo e il proseguimento del viaggio a Perugia, e perfino l'ora della entrata di voi altri in questa ultima Città, notizia data a Procacci dal vetturino ritornato a Fuligno dopo avervi portati colà.
Vedi dunque che circa alla sicurezza del tuo buono arrivo io rimasi tranquillo.
Mi restava però il dispiacere del ritardo della tua lettera del 19, che finalmente trovai poscia sul mio scrittoio quando venni a casa dall'uficio martedì 22.
Jeri poi non fu posta, perché il Mercoldì non parte corriere.
Debbo pertanto risponderti oggi, e lo faccio con tanto maggiore soddisfazione in quanto che nella cara tua lettera trovo tutti motivi di conforto, udendoti contento, sano, bene accolto, e, come tu ti esprimi, al sicuro.
Di' intanto in mio nome all'amorosissimo nostro Sig.
Rettore, che il generoso tratto da lui a te usato nell'accoglierti in Collegio passando anche sopra alla contraria consuetudine, è un di que' favori che toccano il cuore.
Porgi poi mille miei rispettosi saluti ai nobili e gentilissimi Coniugi Carafa, ma aggiungi loro essere io alquanto in collera con essi, perché al loro passaggio per Roma non mi fecero avvisato della lor presenza in questa Città, togliendomi così il piacere di recarmi a vederli e riverirli.
Appena, quandoché sia, giungeranno la Sig.ra Cangenna e il Sig.
Luigi, per prima cosa salutali per me, e rallegrati con entrambi per la migliorata salute del secondo.
Abbraccia intanto Cencino e ringrazialo de' favori che ti ha usati.
La mia salute è la solita, e al solito va tutto il resto.
Mi ingegno di tirar via alla meglio.
Sento la tua lontananza bene al vivo, ma altronde godo de' tuoi sollievi e delle tue contentezze.
La mia scappatella in ottobre la ho sempre in mente ed in cuore, ma chi sa se potrà effettuarsi? In tutti i casi sia questo un segreto, e non parlarne con alcuno.
Dimenticasti d'incaricar Viotti dello innaffiamento de' vasi.
Ho rimediato col dirglielo io, e la faccenda cammina.
Hai lasciato a Roma le staffe de' calzoni di teletta a righe bianche e turchine.
Supplirai con qualche altro paio delle staffe che portasti con te.
Venerdì 18 (mi pare) giunse per te una lettera franca da Perugia.
La troverai sana e salva al tuo ritorno.
Intanto ti sarà facile di saper costì chi ti scrisse.
Torlonia ha comperato da Cesarini per la somma di Sc.
60,000 il diretto e l'utile dominio del teatro Argentina.
Si dice che il Governo gli venderà l'Anfiteatro Corea; e si prevede che anche il teatro Valle un giorno o l'altro passerà in bocca sua.
Sarebbe egli allora un privatario e un monopolista di tutti i romani spettacoli.
Si vuole che per far disperar Jacovacci sia egli riuscito a far mancare all'apoca la Bischop, pagando egli per essa la multa.
Ecco le nuove di Roma.
Salutami tutto il Collegio e quanti altri amici sono costì.
Abbiti poi mille abbracci di questa nostra famiglia e di tutte le nostre conoscenze.
Ti abbraccio però io pel primo e con tutta la effusione del cuore.
Il tuo Papà.
LETTERA 452.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma dall'uficio del Deb.
Pubbl.
il 29 agosto 1843 (martedì)
Mio carissimo figlio
Prevedendo (come è accaduto) che anche la seconda tua lettera sarebbe giunta qui oggi invece di jeri, pel qual motivo trovandola io a casa dopo finito l'uficio non avrei potuto risponderti che dopodimam (giovedì) ho incaricato Viotti di passare da casa verso il mezzodì e portarmela se vi fosse arrivata.
Ecco Viotti colla lettera: ecco il tuo Papà a riscontrarla in tutta fretta, onde così interrompere quel periodo fastidioso.
Tu avrai la mia risposta dimani (mercoldì 30): mi risponderai giovedì 31: mi giungerà la tua replica sabato 2: soggiungerò lunedì 4; e spero che andrà bene.
Non darti pena per la mia salute: sono tranquillamente subordinato alla vita che mi conviene di menare.
La testa da varii giorni mi dà minore incomodo.
Sta' bene tu, divertiti, e non obliare di fare un po' di lettura per mantenerti lo spirito in esercizio.
Eseguirò le tue commissioni presso Sigismondo e Cristina.
Della burla, di cui mi parli, non me ne avevi mai fatto parola.
Il teatro Valle è stato preso in enfiteusi perpetua da Quadrari e Baracchini, padroni del Metastasio.
Si dice che vi sia dentro una occulta mano di Torlonia.
Ma non si sa il preciso.
Non è che un si dice.
Sabato 2 va in opera il Metastasio: il dì 8 gli altri teatri.
La Bischop viene, e fa come già la Novello: metà di recite a Roma, metà a Napoli.
Hanno transatto.
Biagio Moranghini sta meglio, e ti saluta col padre e con Antonia.
Ti salutano anche i Ricci, i Capalti, i Ferretti, il Biagini, lo Spada, il Lopez colla figlietta, e tutti i nostri parenti ed altri amici.
Ringrazia il Sig.
Rettore delle sue care parole.
Riverisci i Nobili Carafa, saluta i Sig.ri Micheletti se son tornati.
Io scrivo in furia, perché le mie incombenze m'incalzano.
Non ho avuto tempo di temperare una penna.
Ancora non ho risposta di Morrovalle.
Addio, addio, addio.
Ti abbraccia e benedice di cuore il tuo aff.mo padre.
LETTERA 453.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, domenica 3 settembre 1843
Mio carissimo figlio
Ebbi ieri, siccome io aspettava, la tua del 31 agosto, e posso oggi riscontrarla con pace per quindi mettere in posta dimani andando all'Uficio.
Nella speranza che la buona nostra amica Signora Cangenna e il caro Signor Luigi trovinsi già in Perugia, comincio dall'incaricarti di mille mie fervorosi saluti per ciascuno de' due.
Né poi mancare di darmi contezza della loro salute e degli effetti prodotti in essi dal viaggio.
Dal contesto della minuta di lettera che il Signor Agostini ti aveva mandata per continuare la nota burla conoscemmo Cristina ed io che non allo Speranza (come tu m'indicavi) ma allo Agostini stesso doveva esser la detta lettera indirizzata.
Così fu fatto.
Cristina la copiò e me la mandò.
Vi aveva essa però fatto un imperfetto indirizzo, mancante anche del nome del paese a cui era diretta.
Ed aveva omesso anche la data.
Io supplii alla meglio al di fuori; e circa alla interna data scelsi quella del 25 agosto, che parvemi una giusta media per conciliare un non soverchio ritardo di posta col testo della lettera stessa che pregava lo Agostini di un riscontro entro il detto mese di agosto.
La impostai il 31, e dev'esser giunta al destino il primo corrente.
Godo del favore compartitoti dai Nobili Coniugi Carafa coll'invitarti unitamente al Rettore alla loro mensa.
Riverisci tanto essi quanto l'affezionato Rettore; e insieme i Sig.ri Bianchi, Monaldi, Rossi, le Sig.re Fiorelli e tutto il Collegio, tutti coloro insomma che pel tuo mezzo mi onorano de' loro saluti.
Hai ragione: se il teatro non è buono, equivale ad una decozione di papaveri, che, se costano quattrini, si prendono almeno a fine di dormire, laddove il denaro speso pe' divertimenti è destinato a scopo bene diverso.
Jeri sera fui all'apertura del Metastasio con Gigi e Balestra.
La lunghissima, noiosa e imbrogliata commedia (anzi fu dramma) terminò a fischi ed urla, benché molto ben recitata.
Andò in opera anche Tor-di-Nona colla Lucrezia Borgia e un balletto.
Finora non ne conosco l'esito.
Venerdì a sera però assistetti con Biagini a una parte di prova generale della Musica, e, dicoti il vero, la prima donna Barbieri-Nini, il tenore Roppa e il basso Sebastiano Ronconi mi piacquero assai.
Ho riveduto Biagio nell'occasione del portare la mesata per Anna Maria.
L'ho trovato sempre meglio, e ho salutato in tuo nome sì lui che Antonia e Domenico, i quali tutti ti contracambiano insieme cogli altri nostri amici e parenti.
Mi ha risposto la Sig.ra Perozzi circa al tuo viaggio per la Marca.
Ecco le sue parole:
"Il nostro casino è situato precisamente a due miglia di distanza da Macerata, alla destra del viaggiatore che vi è diretto, e proprio sopra alla prima salita dopo quella della osteria di Sforzacosta".
Io qui ti aggiungo che l'osteria di Sforzacosta è quel punto dove il viaggiatore, partito da Tolentino, lascia la via della pianura volgendosi a sinistra per salire alla collina su cui sorge Macerata.
Dopo finita dunque la prima salita (chiamata di Sforzacosta) si torna alquanto in piano, e quindi segue l'altra salita su cui trovasi a destra il Casino Perozzi molto prossimo alla strada.
"Attenderò dunque (segue a dir la Perozzi) con dolce ansietà la lettera di Ciro, che mi precisi (possibilmente) il giorno del suo arrivo, e che potrà pure dirigere a Macerata.
Se ve ne sarà il tempo, gli risponderò: diversamente lo starò attendendo".
Tu pertanto, alla metà del mese (giorno più, giorno meno) partirai da Perugia, prevenendone prima quella Signora con lettera diretta
Alla Nobile e Gentil Donna
Signora Vincenza Perozzi
Nata Marc.sa Roberti.
MACERATA.
Abbi però avvertenza di non segnare alcun tratto di penna, come sei solito, sotto il nome del paese, poiché ciò è cattivo stile e pecca di confidenza.
Scrivendo a me o a vecchi amici questo segno di confidenza non nuoce, ma quella Signora tu ancora non la conosci.
Circa poi alla visita alla Sig.ra Rita, e intorno a tutt'altro, regolati secondo i consigli della tua Ospite, e non fallerai.
Non mi pare aver altro a dirti.
Ti benedico dunque ed abbraccio di vivo cuore.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
L'opera al teatro di Apollo è andata bene, ma la prova sembrava promettere di più.
Il balletto dura un'ora che pare un anno, tanto lo dicono insulso e insoffribile.
LETTERA 454.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 4 settembre [1843]
Gentilissimo amico
La vostra lettera del 26 agosto giuntami il 2 corrente, mentre pure contiene affliggenti espressioni relativamente alle vostre da me assai compatite disgrazie, è sparsa nulladimeno di qualche confortante frase, accennando al diradarsi delle tempeste che finora vi travagliarono.
Me ne consolo cordialmente con voi.
Circa poi al mio affare Trevisani mi dite in poche parole: vi vengo innanzi dopo il silenzio di più mesi e dopo esser vostro debitore di scudi ventuno.
Se dunque, come pare, avete in mano scudi ventuno per me, perché, Neroni mio, non mandarmeli?
Vi è un altro punto su cui non mi avete risposto giammai, ad onta delle mie ripetute e forse anche moleste insistenze.
Nella vostra del 23 Xbre 1842 mi diceste avervi il Sig.
Cinagli spedito dalla Cassa di Fermo un nuovo esatto conteggio sul mio sequestro contro il Trevisani, e mi prometteste di mandarmelo quanto prima.
Non me lo avete poi mai spedito; benché ve ne abbia io sempre mosso preghiera.
Ciò non richiedea, amico mio, altro tedio che d'includerlo in una della lettere che da quell'epoca mi avete scritte.
Credetemi: la mia amicizia per voi mi pone a parte dello stato d'inquietudine in cui mi vi siete costantemente mostrato; ma, caro Neroni, nella mia qualità di padre ho pure da compiere gravi doveri.
Senza dunque infastidir più voi per chiarire queste benedette vicende colla Cassa di Fermo, vado a rivolgere le mie preghiere direttamente al Sig.
Cinagli medesimo, presso il quale mi apre facili rapporti la mia qualità di Capo del Segretariato in questa general Direzione del Debito pubblico.
Nella seconda metà di ottobre spero di dare una fuggita a S.
Benedetto per trattenermivi sole 24 ore a solo scopo di riabbracciarvi e farvi conoscer mio figlio.
Avrò i giorni numerati e non potrò dimorarvi un minuto di più.
Il mio Ciro è attualmente a Perugia dove l'ho mandato in ottima compagnia a rivedere i suoi superiori e compagni di Collegio che non lo amano poco.
Gli scriverò le gentili parole che mi avete dette per lui, e son certo che ve ne sarà grato come lo sono io che abbracciandovi mi ripeto sinceramente
Vostro aff.mo serv.re e amico G.
G.
Belli
LETTERA 455.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, domenica 10 settembre 1843
Mio carissimo Ciro
Mi anticipo oggi questa risposta alla tua del 6, giuntami jeri, giacché dimani non ne avrei certo il tempo necessario.
Grandissimo e veramente consolante piacere mi hai fatto colle buone notizie degli ottimi Coniugi Micheletti, e col notificarmi le cortesi e sollecite attenzioni che ti vengono prodigando.
Questa seconda però non ha per me il vero carattere di notizia, perché questo vocabolo suppone ignoranza di un fatto in colui al quale si dirige; ed io son dotto, dai capelli canuti sino alle scarpe rotte, in simile erudizione concernente l'amabilità della Sig.ra Cangenna e del Sig.
Luigi.
Mi arreca peraltro sempre nuova soddisfazione l'udirti oggetto delle loro gentilezze, delle quali li ringrazio, mentre porgo ad essi mille saluti ed altrettanti rallegramenti pel loro felice ritorno a Perugia.
Ho fatto l'ambasciata a Cristina circa a' tuoi ringraziamenti per la nota lettera Modestiana.
Essa ti saluta con tutta la sua famiglia, e dice non voler complimenti.
Mi ha scritto la Roberti-Perozzi.
Sin dal 6 trovasi al Casino e ti aspetta.
Ricordati di farti vidimare in Polizia il passaporto per Macerata, e fa' tutte le cose con giudizietto.
Jeri sera fui a Tordinona, e mi feci riaccompagnare a casa dal buon Viotti.
L'opera mi piacque assai.
La donna, il tenore e il basso son tre buoni soggetti.
Le seconde parti li secondano a maraviglia.
Son buoni anche i ballerini.
V'è una giovinetta fra questi, la Frassi, d'una sorprendente figura e d'una grazia, energia e sveltezza di corpo che presto presto ne faranno una nuova figlia dell'aria, se non pure del gas idrogeno che è il più leggiero di tutte le arie conosciute.
Alibert si aprirà, dicesi, martedì 12.
Anche là son soggetti de' primi che figurino in oggi.
Viva dunque il Tancioni! Fagli i miei sinceri rallegramenti.
Sto, anzi stiamo, in attenzione di udire i portenti delle cianche e delle ciafrelle di codesta Fanny, che pochi anni indietro chiamavasi ancora modestamente Francesca.
Oggi è divenuta britanna.
Un nome italiano suona antipatico addosso a una celebrità di prima sfera.
Onore e gloria ai Matti che le coltivano.
Mi ha fatto ridere la tua cura del borsellino.
Bravo! Più se ne risparmiano e meglio si tira innanzi.
I Torlonia e consorti debbono usare altrimenti; ma chi ne ha pochetti come noi...
Mi figuro la consolazione delle Sig.re Caramelli e Fiorelli nel decorare di medaglia i loro figliuoli.
Se tu un giorno avrai moglie, come io desidero, conoscerai cosa è l'amore pe' figli.
Grati mi riuscirono i saluti del prof.
Fioravanti.
A quest'ora non sarà più costì; ma se mai tuttora vi si trova, digli amichevoli parole in mio nome.
Son riconoscente ai Nobili Carafa per la obbligante gentilezza dello averti prestato il lor legno.
Saluta così essi come tutti gli altri, e specialmente il Rettore.
I gemelli, di cui mi chiedi notizia, stanno benino.
Paoletto ha una certa sfogaz.ne pel corpo, che non dà però alcuna apprensione.
Deve essere effetto del latte e del caldo.
I tuoi vasi stan bene come i gemelli.
Ha fiorito il gelsomino rosso: prosegue la prodigiosa fioritura delle petunie: va aprendosi una datura di immenso e doppio calice.
Scrivo con una certa fretta perché orora, alle 2, vado a pranzo da Ricci.
Saremo in 5 barbe, cioè il Sig.
Lorenzo, il Canonico, Gigi, Pippo ed io.
Marietta è a Frascati colle creature, e se ne hanno buone notizie.
Se ti volessi specificare i saluti di cui sono incaricato per te e le persone che te li mandano, dovrei prendere a mano altro foglio.
Pensa a quanti conosci, e altrettanti sono i salutatori.
Mi pare di aver detto tutto.
Conchiudo pertanto coll'abbracciarti e benedirti toto corde, tota niente et totis viribus meis: amen.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 456.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, sabato 16 settembre 1843
Mio carissimo figlio
Al conto che mi fai nella tua del 13, giuntami jeri dopo il mio ritorno dall'Uficio, ritengo che se io ti rispondessi oggi dirigendo la mia lettera a Perugia, essa vi arriverebbe nella mattina del lunedì 18 mentre tu dovresti trovarti a Fuligno.
Faccio dunque così: ti scrivo due righe per questa ultima città, tanto per darti mie nuove se mai ti capita il destro di andare alla posta; e dirigo poi il presente mio foglio a Macerata, dove lo troverai allorché vi sarai giunto.
Per tal modo in qualche luogo ti coglierò.
Alla Sig.ra Cangenna rispondo direttamente in questo stesso ordinario, ringraziandola delle cortesie usate a te dalla sua famiglia.
Martedì 12 si aprì il teatro Alibert colla Vestale di Mercadante e col ballo La zingarella del Fabbri.
La Musica fu ben cantata perché la Gabussi, Balzar e Scalese son quel che sono.
Il tenore Borioni si trovò passabile.
Egli supplì al Conti, infermo.
Nel ballo poi si sprofondò un certo impalcato, e ne restarono alquanto sciancate (meno però di quanto si temesse) alcune ballerine, fra cui la Bretin.
Il Sig.
Bretin, colla spada alla mano, inseguì l'impresario, il macchinista, il falegname, e voleva ammazzare il genere umano.
Non morì però alcuno, ma il ballo terminò così, e si calò la tenda.
Ha dovuto poi esser sospeso queste altre sere, e torna oggi in iscena, essendo guarite le indoliture delle varie virtuose che ribaltarono.
Ringrazio la buona sorte che in quella serata io non intervenni allo sciagurato spettacolo.
Ho letto a molti il tuo articoletto faceto sulla figlia dell'Atmosfera, sulla olim Francesca ed oggi Fanny.
È stato da tutti trovato gustoso e frizzante, specialmente nel crocchio di Tosi.
Il tuo giudizio poi combina con quello di altri non prevenuti da entusiastico spirito di partito.
Le cose convien vederle quali sono, e non già come ce le rappresenta la fantasia riscaldata.
Di questi riscaldamenti, grazie al cielo, tu non ne patisci, e potrai perciò essere sempre in grado di descrivere i fenomeni della vita civile, anziché crearteli per imporre al Mondo colle fantasmagorie della immaginazione e col gergo tristo de' ciarlatani.
E, bricconcello, sai poi anche esser lepido con una certa ingenuità di modi che senza scorticare la pelle vi lasciano il livido.
Così, fra gli altri, disse il Gattinelli che ascoltò il tuo discorsetto sulla Cerrito.
Godo del tuo viaggetto a Città di Castello colle Signore Fiorelli e coll'Avvocato Miozzi.
Né solo egli, come tu dici, ma tutti potranno giovarti nella tua prossima carriera nel Foro e nel Mondo, purché tu continui ad istruirti e renderti accetto colla gentilezza del tratto, colla bontà de' costumi e con tutte le altre doti che formano il tipo dell'amabilità e del vero merito.
Sai che le mie predizioni non ti han mai fallito, perché fondate sulla meditazione e sulla esperienza.
Nel Mondo cambiano i nomi e le circostanze, ma gli uomini son sempre della stessa natura.
Il bene produce il bene, e dal male non si ingenera che il male.
Tristo perciò chi si presenta alla luce del giorno senza portarvi moralmente il suo raggio.
Succede come nella ultima sera di carnevale: fischi, e il saluto sia ammazzato chi non porta il moccolo.
Al leggere questa mia lettera tu già sarai fra i miei vecchi amici.
Dico vecchi non per la età loro, ché son più freschi di me, ma per la data che conta la nostra amicizia.
Li troverai facili e sciolti, come tu ami le tue conoscenze.
Corrispondi colla tua alla loro gentilezza, e bacia per me la mano alla Signora, abbraccia il Signore e inchinati alla Signorina.
Mi pare che le porzioni siano giustamente distribuite.
Uomini e donne, grandi e piccoli, vecchi e giovani, ricchi e poveri, nobili e plebei, grassi e magri, sapienti e insipienti, tutti ti dicono ave; e per primo il tuo aff.mo padre.
LETTERA 457.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, martedì 26 settembre 1843
Mio carissimo figlio
Giovedì 21 ebbi la tua di Fuligno, e per risponderti io aspettava la tua susseguente di Macerata, la quale infatti (scritta da te il 20) mi giunse sabato 23.
Nello stesso ordinario però di sabato non potei riscontrarla, perché la trovai in casa dopo tornato ben tardi dall'uficio.
Ti avrei voluto scrivere jeri, ma due motivi me lo impedirono.
Consiste il primo nell'avviso che tu mi davi che la Sig.ra Perozzi mi avrebbe inviato un suo foglio nell'ordinario seguente a quello in cui tu mi spedisti il tuo.
Io dunque lo aspettava jeri, almeno così facevo i miei conti, e perciò mi riserbava di rispondervi a tutti e a tutte le lettere in un colpo solo.
Passò peraltro tutta la mattinata e nulla mi giunse; ed essendosi fatto tardi, qui entrò in ballo il secondo de' suddetti motivi.
Io stava in letto, come vi sto anche oggi, con uno di que' soliti miei reumettacci, che, senza essere di grave conseguenza, mi seccano pure non poco.
Deve al certo dipendere dal sensibile abbassamento di temperatura che è stato prodotto da varie pioggie cadute in questi ultimi giorni.
Avvicinandosi adunque jeri l'ora della partenza del corriere, non mi sentivo in grado di fare una presciata (per dirla alla romanesca) onde mandare in tempo la mia lettera alla posta.
Laonde rimisi la faccenda a questa mattina, come difatti adempio il mio proposito.
Mi son quindi posto a scrivere alle 9 del mattino; e se più tardi, ma prima d'inviare la presente alla posta, mi arriverà qualche altra lettera di costì, avrò agio di riprender la penna e accusarne il ricevimento.
Intanto tu devi cominciare dal non metterti in pena pel mio incomodo, che non è di alcuna conseguenza.
Pochi giorni di letto, di bibite, di dieta e di pazienza, bastano per rimandarlo al paese, come accadde nello scorso luglio.
Dunque su ciò punto fisso e parola ferma, come una volta soleva dire la Sig.ra Cencia Perozzi, e forse costumerà dirlo anche adesso.
Mi dici che codeste Signore ti accolsero con moltissima cortesia, come già t'immaginavi.
Io n'era sicuro al pari di te perché le conosco, e so che sono due buonissime impertinentelle, particolarmente quella Matildina che io non posso soffrire, e alla quale, se mi fosse vicina, darei due tiratine d'orecchie per isfogare la mia bile contro l'odio che essa mi porta.
Spero al postutto che entrambe ti vorranno quel male che giurarono a me.
A quest'ora avrai, credo, veduto anche Pirro, un altro pezzaccio della medesima pasta: acido, inquieto, susurrone, ammazzasette, inospitale...
insomma un soggettuccio, ti dico io, da starci sempre coll'olio-santo in saccoccia.
Ad ogni modo io sono un pio cristianello che rende zucchero per cicuta, e perciò abbracciami quel medesimo Pirro sino a sfiatargli lo stomaco, chiedendone prima il permesso alla moglie e alla figlia.
Godo che poco dopo il tuo arrivo tu abbia veduto anche Ettore e Rita, ovvero Rita ed Ettore, perché la etichetta vuol nominata prima la donna; e tu così facesti, da giovanottuccio di mondo.
Sarai dunque andato a Macerata colle Signore, e avrai veduto la Città, e goduto del teatro, e trovata la mia lettera del 16 in quelle nicchiette postali.
Un'altra volta che ti recassi colà, mi piacerebbe che tu facessi una visita a Mons.
Vescovo, facendoti conoscere pel figlio di tua madre e di tuo padre, pe' quali ebbe egli sempre molta bontà.
Anche Mons.
Delegato sai chi è, perchè ci ha conosciuti a Perugia.
Se e quando passerete a Morrovalle, dàmmene cenno a tempo onde io rivolga là le mie lettere.
Tutti i parenti, tutti gli amici, in corpo e isolatamente, ti salutano e abbracciano.
Guadagnati tu intanto la stima e l'affetto di codesti altri amici (1), che io considero e ho cari come parenti.
Ti benedice e stringe al cuore
Il tuo aff.mo padre
(1) intendo la famiglia ove tu sei.
Mi giunge la lettera della Signora Perozzi, in data, del 24.
Le rispondo a parte.
LETTERA 458.
A CIRO BELLI - MACERATA PER MORROVALLE
Di Roma, martedì 3 ottobre 1843
alle 8 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Nel giorno di martedì 26 settembre, abbenché fossi in letto con uno de' miei soliti reumatismi, scrissi due lunghe lettere, una delle quali a te rispondendo alla tua del Mercoldì 20 in cui mi davi avviso del tuo arrivo a Macerata, e l'altra alla Signora Perozzi riscontrando la sua della domenica 24.
Le diressi entrambe a Macerata giudicando che al giunger di esse nel giovedì 28 voi vi trovaste ancor tutti al Casino, giacché la Sig.ra Perozzi dicevami che avreste data una corsa a Morrovalle ma al fine della settimana.
Non avendo io però ricevuto più tuoi caratteri, dubito che la mia lettera non siati giunta o perché siasi accelerata la gita a Morrovalle o per qualunque altro motivo.
Comunque vada la cosa ti replico la presente, e ne faccio due esemplari simili (ad uso di circolare), dirigendone uno a Morrovalle ed uno Macerata, onde non ti si ritardi ovunque tu ti ritrovi.
Nel mio stato d'isolamento, Ciro mio, peno troppo per la mancanza di tue notizie; e la incertezza del dove inviarti le mie aumenta l'abbattimento del mio spirito.
Nel trasferirti pertanto da un luogo all'altro abbi cura di prevenirmene colla maggior precisione che ti riesca, indicandomi a qual sito io debba inviarti le mie risposte.
Jeri tornai all'uficio dopo una settimana di cura.
Vi sarei tornato anche sin dal sabato 30, ma spirava una sì fredda tramontana che appena fui giunto a S.
Andrea della Valle rifuggii a casa tutto intirizzito.
E tu che non ti sei portato né mantello né palton? Se così fa molto freddo, copriti alla meglio che puoi, e non ti azzardare tanto all'aperto.
Porto meco all'uficio belli e fatti così il presente foglio come il suo duplicato, lasciando ordine che se nella mattinata giunge qualche tua lettera, me la mandino subito, onde io possa avere il tempo di darti una riga di riscontro.
Ti prego intanto di riverirmi e salutarmi tutti; e dandoti mille altri saluti di questi nostri amici e parenti, ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Un'ora pomeridiana.
Giunge all'uficio Viotti e mi dice non esser giunta alcuna tua lettera.
Mi pare impossibile che ciò dipenda da te.
Sarà colpa di posta.
LETTERA 459.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, giovedì 5 ottobre 1843
Mio carissimo figlio
Ecco finalmente la sospirata tua lettera: è quella del 3, da cui rilevo che la mia del 26 non ti fu data dalla posta che il 2.
Lo diceva io bene che questi ritardi non poteano derivare da te.
Intanto, ignorando io il luogo della tua dimora, nel recente martedì 3 ti scrissi una lettera in due simili copie, inviandone una a Macerata ed una a Morro.
Da essa apprenderai che io sono guarito, benché non possa dire per verità di sentirmi a mio modo.
Il petto è sempre alquanto indolenzito, e provo un ingrato ardore interno.
Questa circostanza, Ciro mio, unita a parecchie altre che poi ti svilupperò a voce (per non far qui una troppo lunga e minuta tiritèra), veggo che m'impediranno di colorire il mio favorito disegno di venire a riprenderti costì.
Ho peraltro intenzione, e spero anche di potere effettuarlo, di arrivar sino a Terni per restarvi cinque o sei giorni al più.
La mia idea sarebbe di partire di qui colla diligenza della sera di sabato 21 per giungere colà nella susseguente mattina del 22.
Dipende però dal poter ottenere il posto nella detta diligenza.
Nel caso contrario vedrò di rimediare con una vettura ordinaria; e ad ogni modo tra il 22 e il 23 mi lusingo di trovarmi in quella Città.
Veramente mi duole di non poterti far compagnia, da codesti luoghi ove sei, sino a Roma.
Ci uniremo dunque a Terni per fare insieme il resto del viaggio fin qui.
Dispiacerà certo anche a te; ma quando conoscerai tutto, ragionevole come tu sei, converrai che io scelsi il miglior partito.
Tu dunque potrai regolare il tuo ritorno sulle norme dell'esposto mio itinerario.
Amerei, se fosse riuscibile, che ti trovassi a Terni al più tardi il 24, (all'estremo de' casi) il 25.
Di tuttociò non far palese a codesti Signori fuorché l'epoca nella quale io desidero che tu parta di costì per trovarti a Terni al succitato tempo.
Del viaggio che io aveva progettato di fare per Macerata non farne parola.
Puoi al più dire ad essi che se la mia salute e il mio impiego me lo permetteranno, darò forse una fuggita a Terni per vedere le poche tue possidenze e tornare a Roma con te.
Se essi conoscessero la mia prima idea, son sicuro che la loro buona amicizia li farebbe sentire con rammarico che io abbia cangiato pensiere.
Règolati insomma colla tua solita prudenza onde fare il tutto con pace.
Con estremo diletto ho gustato il tuo racconto delle sceniche sventure della figlia dell'aria, non che delle sciapate di quegli scimuniti suoi idolatri perugini.
Ne farò parte a tutti gli amici, parenti, prossimi, affini e benefattori.
Dicesi che qui anderà in azione sabato 7, cioè dopo-dimani.
Io non correrò certo fra i primi, seppure qualche entusiasta non mi ci trascinasse per forza.
Come tu sai, io amo le cose sfollate, né mi piace di fare a pugni per godere di ciò che sul principio è quasi sempre indigesto.
Uno scribacchino di Roma ha dato fuori una specie di manifesto per le future glorie di Madamigella Francesca.
Questo autore io nol conosco, e non voglio conoscerlo: ma i di lui versi eccoli qui:
LA FIGLIA DELL'ARIA
Correte, o voi di maraviglia vaghi,
Di voli a contemplar l'alta maestra,
Che torna a casa sua per la finestra
E sui fior balla e sulle punte d'aghi.
Scorre ella a suole asciutte e fiumi e laghi,
E, quando si scapriccia e si scapestra,
Per ogni semifusa della orchestra
Fa mille caprïole a chi le paghi.
Questa è colei pel cui nuovo portento
Di stare in aria almen cinque minuti (1)
Fu sospeso in Britannia il Parlamento; (2)
E il cui ritratto, a un sol de' mercadanti
Che ne vendean, fruttò (che iddio ci aiuti!)
Due milïoni di ghinee sonanti.
(3)
Un figlio della terra.
(1) Quel ciarlatano del padre va dicendo: Vonno che la mia figliuola stia in aria 10 minuti; ma non è lu vero: ci sta soli 5 minuti.
(2) Il medesimo assicurò un certo tale che Lord Wellington sospese una sera a Londra il Parlamento perché era ora di andare a teatro a veder la Cerrito.
(3) Lo stesso Capetano Cerrito è il propagatore di questo piccolo episodio.
Ogni ghinea equivale a circa 46 paoli.
Vedi al 5 per 100 quale rendituccia si è fatta quel povero Mercante di stampe!
___________
Che il P.
Vernò abbia de' contrasti co' suoi avversari pare vero, ma del resto lo vedo tranquillo, e generalmente credesi esagerato quanto se ne va dicendo.
Anzi v'è ragione di ritenere che egli goda sempre il favore del Sovrano.
Di più non so, né voglio saperne.
Salutami tutti di codesta famiglia sujet par sujet, e così Ettore e Rita quando li vedrai.
Ieri mattina fu fatta la capoccia al Sig.
D.co Abo, in castello e quasi alla sordina.
Le tavolozze furono appese per la città un paio d'ore prima della giustizia.
Morì compunto, e mandò molti saluti al Sig.
Angiolo Rossi, alla di lui famiglia e ad Eduardo Vêra.
A me non piacerebbero i saluti di un ghigliottinato.
È da alcuni giorni tornata Marietta Ricci: la vidi jeri sera.
Ti saluta con Pippo; e tutti gli altri amici e i parenti nostri fanno altrettanto.
Ti abbraccio teneramente e ti benedico.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 460.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, giovedì 12 ottobre 1843: Un'ora pomeridiana
Mio carissimo figlio
In Casa ove oggi mi trovo per la vacanza del giovedì di ottobre, ho atteso sino ad ora qualche riscontro tanto alla mia del 3, quanto all'altra del 5 responsiva alla tua del detto giorno tre corrente.
Nulla vedendo comincio a scriverti questo nuovo foglio, colla intenzione di aggiungervi qualche cosa qualora prima d'impostarlo mi arrivino tuoi caratteri: e tantopiù mi affretto a scriverti in quantoché nella tua del 3 tu mi dicesti che tra il 15 e il 16 saresti andato a Morrovalle con codesta buona famiglia.
In tal caso il ritardo della presente la esporrebbe a non trovarti più con sicurezza costì, né con sicurezza a Morro.
Tutte gentilezze de' cari Sig.ri Ministri postali che danno le lettere a pieno lor comodo!
Sussistono i motivi pe' quali ti diceva nella mia precedente che non avrei potuto più effettuare il progettato e desiderato mio viaggio a Macerata per riunirmi e ritornare addietro con te, e rimango quindi nella partecipatati intenzione di andare invece a Terni e giungervi il 22 o il 23, per restarvi un cinque o sei giorni.
Tuttociò peraltro dove canchero non sopravvenga.
Abbi dunque pazienza, Ciro mio, di provvedere in modo che tu possa giungere a Terni o in detta epoca o pochissimo dopo.
Prevedo che codesti Signori vorranno che tu passi a Morro il giorno 21, festa di S.
Orsola, comprotettrice di quella terra.
Ebbene il giorno 22 potresti partire, trovando vettura, e, se non la trovassi direttamente per Terni, non ti sarebbe difficile farla per Fuligno, dove poi è facilissimo il mezzo di compiere il resto del viaggio.
Avrei anche amato di sapere se ti occorresse denaro.
Ma nel dubbio del sì o del no, e nella incertezza delle esattezze postali, dove e quando spedirtene? In tutti i casi, se te ne occorre, prega in mio nome la Signora Cencia di somministrarti il bisogno, ed ella si fiderà certo di me pel pronto invio del rimborso.
Dalla Sig.ra Pellegrina ho saputo che negli scorsi giorni tu eri presso la Sig.ra Rita, che ne ha scritto alla madre.
Jeri sera andò in iscena la Sora Checca Cerrito.
Vi fu mio cugino Mazio, e mi dice avere essa incontrato moltissimo, e moltissimo ancora il di lei compagno Sig.
Arturo Saint-Léon.
Il ballo fu la Fata innamorata, né vi si videro fiori, molle o cespugli.
Passò il tutto in piana terra, meno qualche macchinismo di nuvole e cose simili.
Si è trovato nella Cerrito quanto tu mi descrivesti di Lei.
Io vi andrò, non vi andrò, non so quel che farò.
La sera voglio avermi un po' cura.
Vedremo.
In Roma son tutti col grip.
In casa nostra ne sta in letto Orsolina, ne pizzica Nannarella, ne ha pizzicato Balestra, sta per pizzicare Tilde.
Per gli altri il Signore provvederà.
Ciro mio caro, procura di conservarti, voglimi bene, salutami tutti, ricevi i saluti di questi altri tutti di Roma e Dio ti benedica per me.
Il tuo aff.mo padre
Stando in sul piegare la lettera mi si consegna la tua del 10.
Brava la posta di Macerata! Ti scrivo questa giunta in casa Cini, dove sonomi recato espressamente per l'affare del velocifero.
Mi dice dunque il Sig.
Avvocato che prima di darti una risposta dovrà far qualche pratica all'Amministrazione generale delle poste.
Sabato dunque ti dirò qualche cosa di positivo in ordine a ciò, e dirigerò la lettera alla Sig.ra Rita che preverrai di questo, e saluterai con Ettore a mio nome, e in nome ancora di questa loro famiglia, benché di qui scrivano nel corrente ordinario.
La risposta di sabato io la manderò alla Sig.ra Rita invece che a te, perché se tu non sarai più a Macerata, si compiaccia inviartela dove sarai.
Circa a ciò peraltro resterete di accordo insieme sul modo di fartela avere.
Dice la Sig.ra Pellegrina che se tu non passavi qualche giorno presso la figlia, ti avrebbe alzato muso al tuo ritorno.
- Ti ha dunque piccato la mia del 3?
Ciro mio, non ti offendere, e condona il tutto a un padre che ti ama con tanta tenerezza.
Infine poi vedesti che io era più inclinato ad accusare la posta che te.
Dunque facciamo la pace.
Il di più a sabato 14.
Addio.
LETTERA 461.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, lunedì 16 ottobre 1843, alle ore 11 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Dalla cuccia, dove il grip o Krip o catarro russo mi tiene, rispondo subito alla gratissima tua del 14, giuntami in questo momento.
Dirigendola io però a Morrovalle, dove sin da oggi vai a trovarti, non ti giungerà questa mia molto presto, perché in quella terra non hanno aumentato i viaggi del loro postino in proporzione dell'aumento di corrieri che depongono lettere a Macerata.
Nel mio stato valetudinario non mi è pure di picciol conforto l'udir te sano, a malgrado della generale influenza che corre.
Qui in casa è uno spedale.
Dopodiché nell'ordinario di sabato 14 ebbi mandato alla posta, con indirizzo alla Sig.ra Rita, la mia lettera contenente l'altra del Sig.
Avv.
Cini, pel Direttore postale di Macerata, mi giunse un foglio della Sig.ra Cencia, e risposi a Morrovalle.
Nel molto fondato dubbio che i Vannuzzi e il Governa siano assenti da Terni e in villeggiatura, scrissi sabato a Babocci, pregandolo che in tutti i casi li prevenga ove trovinsi del tuo arrivo colà circa il 24, giorno più giorno meno.
In quanto a me, temo grandemente che mi andrà in fumo anche questa soddisfazione di riunirmi teco in quella Città.
Pare propriamente un destino che mi perseguiti.
Ma contro la provvidenza, che regola tutto, non si può nulla.
Oltre il piacere che avrei provato di visitare tutte le nuove piantagioni sì di viti che di ulivi, fatte negli anni 1841, 1842, 1843, mi sarebbe stato assai grato l'abboccarmi con Governa, e tenerci pure proposito sui migliori espedienti da praticarsi alla prossima epoca della rinnovazione degli affitti.
Né meno caro mi sarebbe riuscito il rivedere il mio Mons.
Tizzani e passare qualche giorno vicino a lui.
Basta, vedremo.
In caso contrario, Ciro mio, farai tu le mie veci.
Io non ne ho colpa.
Circa al denaro mi dici che ne hai ancora a sufficienza pel tuo ritorno.
Prevedo però che dovendo pagare a Terni la solita annualità di Sc.
8 a Governa e rimborsarlo di qualche spesa ch'egli abbia sostenuta nella cultura delle piantagioni dopo l'ultimo nostro bilancio della passata primavera, ti occorrerà di farti dare qualche sommetta dagli affittuari di Cesi.
Giunto pertanto a Terni, peserai le forze della tua borsa, e ti regolerai sul più e sul meno.
In Roma poi faremo i nostri conti generali come nello scorso anno.
Mi è grato l'udire essere tu stato bene accolto dal Sig.
Prof.
Giuliani.
Hai con ragione rilevata la distanza che sinora passa da' di lui meriti ai tuoi.
Ma la stessa strada da lui percorsa è aperta anche a te.
Tu studierai, Ciro mio, con impegno, e sarai presto meritevole della medesima stima che meritano tante brave persone che vai incontrando pel Mondo.
La età nella quale or ti trovi è il tempo della cultura: non può quindi mancare la stagione della raccolta, e questa raccolta consiste in guadagni e in onore.
Non averne alcun dubbio, mio caro figlio.
Tutto dipende da te, e dal più o meno d'intensità e perseveranza che impiegherai nell'acquistar solide cognizioni.
Tutti i sommi uomini han faticato per uscire dal volgo.
C'è stata dunque anche festa da ballo? Son persuaso che non ti sarai tenuto immobile sulle tue gambe.
Ho molto piacere che tu abbia visitato Mons.
Vescovo di Macerata, antico amico di casa nostra, e godo della buona accoglienza che hai ricevuta.
Il modo poi col quale ti trattò l'eccellente Mons.
Delegato è tutto proprio della di lui gentilezza.
Non può tardar molto l'epoca in cui questi si udrà chiamato a qualche distinta carica in Roma.
Mentre stava io scrivendoti la presente è venuto il Dr.
Maggiorani a farmi la sua medica visita.
Egli ti saluta distintamente.
Lunedì 9 dev'esser seguito il matrimonio di Nanna Cerroti.
Io la vidi nel sabato 7.
Nella serata di mercoldi 11 accaddero in Roma 16 assalti commessi da due bande di ladri, una di 7 e una di 5 individui.
Quella di sette aggredì fino a tre e quattro uomini uniti.
Fra il giovedì e il venerdì furono tutti carcerati, e vogliono passarla assai male perché alle rapine si aggiunge in essi anche la reità di parecchie ferite.
Ora tutto è quieto di nuovo.
È ora di chiudere questa strapazzata e scarabocchiata lettera, scritta innanzi a una ben poco comoda scrivania.
E la termino coi saluti di tutti gli amici che vengono a visitarmi, e colla preghiera di dir mille cose in mio nome a codesti gentili tuoi ospitatori.
Ti abbraccio poi e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 462.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 21 ottobre 1843 al mezzodì
Ciro mio caro
Ti scrivo la presente fuor di letto, poiché sto meglio.
Alla tua di Macerata, 19 andante, non credo potrò più giustamente rispondere che coll'indirizzo a Terni, poiché il mio riscontro non ti troverebbe più da codeste parti.
Dici che a Morrovalle contavi trovare qualche mio foglio.
Difatti uno colà te ne diressi il 16, responsivo al tuo del sabato 14; siccome nello stesso ordinario 14 ne inviai allo stesso paese un altro alla Sig.ra Cencia in riscontro ad una di lei lettera del 12.
Qualcuna di siffatte mie lettere dev'essere arrivata a Morrovalle prima della tua definitiva partenza da quella terra, dove peraltro le lettere giungono rare e tarde, attesi i pochi viaggi settimanali del postino della Comunità.
Ad ogni modo io non ne avrei colpa, non avendo mai tralasciata alcuna lettera senza riscontro.
Pregai Babocci di avvisare del tuo arrivo a Terni così la famiglia Vannuzzi come Governa.
Anche Corazza è prevenuto.
Se avrai bisogno di denaro, questi te ne darà.
Amerei che tu ti trattenessi in Terni tanto quanto bastasse per combinare col tempo buono e colle altre circostanze una visita alle piantagioni sì di viti che di ulivi etc.
di questi recenti tre anni.
Dirai a Governa che anche pel 1844 vorrei eseguire un'altra piantata della solita entità di circa 200 viti e alcuni olivi.
Pagherai al medesimo scudi otto per la consueta regalia di quest'anno.
Gli salderai qualche conticino di spese che abbia sostenute nella coltura delle recenti piantagioni, dall'ultimo nostro bilancio del pass.
aprile fino al presente.
Ne scomputerai però Sc.
3 da me pagati con di lui ordine al Sig.
Gio.
B.
Milli il 14 luglio.
Gli dirai che si ricordi che in settembre 1844 spira l'affitto per le viti e in marzo 1845 quello per gli olivi; e perciò bisogna cominciare pensare al nuovo affitto in que' migliori modi ch'egli disse di avere ideato o per tutti i terreni o per parte di essi.
E digli anche in confidenza e con segreto che il Can.
Stocchi mi si mostrò propenso a rinnovar l'affitto per sé solo però e senza la società di Corazza.
Aggiungigli finalmente che qualunque atto faremo, dovrà però prima precedere la rigorosa restituzione delle piante e delle fabbriche secondo le esistenti consegne.
In ciò sono irremovibile.
Governa disse che intanto era utile di lasciare gli affittuarii senza molestie, onde non supplissero alle mancanze con qualche zeppetto di piante alla peggio, e così portarle apparentemente al numero indicato nella consegna.
Debbano esse restituirsi nella quantità e nello stato in cui furono date; e le sostituzioni doveano eseguirsi a suo tempo.
Mi saluterai Babocci, e gli raccomanderai di vigilare o far vigilare un po' meglio le piantagioni nel terreno Maratta.
Egli sa averne io pagate ben molte più di quelle che se ne trovano in essere.
Se tu n'ai tempo ed agio, amerei che con Governa ti trasferissi anche là per prender qualche lume preciso.
Senti però, Ciro mio: se la stagione cattiva non tel permettesse, non arrischiar la tua salute in nessuna visita; e piuttosto ci si penserà un poco più in là.
Mille miei affettuosi saluti a Mons.
Tizzani, a cui farai sentire il mio rammarico di non poterlo rivedere.
Avrei dovuto anche dirgli tante cose e chiedergli tanti consigli! Pazienza! Iddio vuol così.
Fa' pure i miei doveri colla famiglia Vannuzzi e ricevi da me un tenero abbraccio.
Il tuo Papà che ti benedice
LETTERA 463.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, giovedì 26 ottobre 1843.
Al mezzodì
Mio caro figlio
Due righe per dirti che in questo punto mi giunge la tua di jeri, consolante per le notizie del tuo buon viaggio.
Corazza ha mandato gli altri due prosciutti che doveva pel taglio della macchia, e ne ho rilasciato ricevuta generica al vetturale Farinelli, giacché Corazza non mi specificava né il peso, né se i prosciutti fossero o no inviluppati in qualche panno e a me indirizzati.
Vennero sciolti e sono del peso in tutto di libre 24 e 4 once.
Alla mia precedente aggiungo soltanto che ripensando sul nuovo affitto da farsi nel venturo anno 1844 di tutti i beni di Cesi, ovvero di parte di essi (secondoché Governa propendeva a opinare) il secondo de' due partiti sembra presentare qualche difficoltà, perché mandando per esempio a conto nostro gli oliveti, manchiamo di magazzini e di vasi per riporre la raccolta ed aspettare il momento propizio alla vendita.
Il procurarsi simili pezzi importerebbe grave spesa tutta a scapito della rendita.
Basta, per ora è bene aver tuttociò in vista, per quindi risolvere il meglio.
Mille e mille cose amichevoli, fratellevoli e rispettose in mio nome a Mons.
Tizzani.
Quanto mi duole non essermi potuto abboccare con lui! Ricordati, anzi ti sarai certo ricordato, di dargli il libro Antinori.
Infiniti saluti a Casa Vannuzzi, a Babocci, a Governa.
Hai benissimo operato scrivendo una lettera di dovere alla Sig.ra Perozzi.
Qui tutti mi chieggono di te e ti desiderano.
Più degli altri ti desidero io, che ti abbraccio e benedico colla solita tenerezza.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Ciro mio, lo comprendi: si riavvicina il tempo dello studio.
Sono sicuro che applicherai con vigore e assiduità.
È il primo bene che io ti possa procurare: il farti uomo.
Spero da te consolazioni su questo rapporto.
LETTERA 464.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 7 novembre 1843
Gentilissimo amico.
Dal Sig.
Canonico Fiorani sonomi oggi stati per vostra commissione pagati scudi trentaquattro e bai/venti, provenienti dalla esigenza che vi compiacete di fare per me presso la Cassa Camerale di Fermo sul noto sequestro Trevisani.
Ne ho a vostro favore rilasciato nelle mani del Signor Canonico una ricevuta, che credo andrà egli a rimettervi.
Io non aveva da Voi ricevuto alcuno avviso di simile spedizione.
In tutti i modi è dovere che ve ne ringrazi di cuore, e perciò mi affretto a compiere quest'atto.
Ho dovuto nel p.p° ottobre rinunziare al mio favorito progetto di venire a farvi una visita.
Mandai a Macerata mio figlio affidato a cert'amici; ed era mia intenzione di recarmi poi colà a riprenderlo per condurlo da voi, e quindi tornare indietro con esso.
Ma sono stato quasi sempre in letto con reuma di petto, cosicché, differito di giorno in giorno il mio viaggio, ho dovuto finire col far retrocedere a Roma mio figlio senza di me, ed io chinare il capo ai voleri del cielo.
Ora che vi scrivo sto tutt'altro che bene, e debbo seguire una cura prescrittami dal medico, la quale però è molto attraversata dal mio obbligo di residenza all'impiego.
Dettovi di me, pregovi dirmi qualche cosa di voi e della Sig.ra Pacifica, vivendo io persuaso che vogliate credermi interessato per sentimento di antica amicizia in tuttociò che risguardi il benessere vostro e della vostra famiglia.
Vi abbraccio intanto e mi ripeto colla solita sincerità
Vostro aff.mo amico Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 465.
A MONS.
G.
B.
ROSANI - ROMA
[16 gennaio 1844]
Compare Lustrissimo Eccellenza
Accussì avessi azzeccat'un terno a llotto, com'ò ditto sempre: Er compare la sa llonga! Er compare va avanti, e l'avemo da vede quarche cosa de granne! - Vedete un po' si ciò ccòrto.
- Me sa mmill'anni de vedevve in porpe: cor fiocco de marignano e li fardoni co' le persiane.
Ah! cce spaccherò ppoco a ffamme vedè de salutà, da un ciocco grosso come che vvoi!
Io ce so' ito in guazzetto, ce s'ito e mme n'arillegro proprio, come si mme ciavesseno fatto a mmenne...
St'arillegramenti però acussì ssecchi, me direte, che nun concrudono un fico; e nun ve se po' ddà ttorto; ma, ccompare mio, voi m'avete in condizione da un pezzo, e ssapete si cciò ccore! Ma quann'amancheno le forze, bbisogna arrampicasse a la mejó, bisogna.
Ho ttrovo in suffitta 'no straccio de calamaro de ferro vecchio, ccredo che fusse un'anticaja de mi nonno bbonanima, j'ò ddata 'na ripulita, e accusì ccom'è vve lo manno in regalo.
Figurateve che nu' me ce sapevo ariduce pe' la vergogna, e me so' ffatto coraggio aripensanno, che, ppe' quant'è ttareffe, sarà sempre mejo de quello de coccio ch'addoprate adesso.
Dunque, compare mio, aggradite si nun fuss'antro er pensamento; nun ve sdimenticate dell'artisabita co' quello che vviè appresso in de' l'offizio; e aricordateve che a sto monno c'è puro er vostro
Amicho e Ccompare
Peppetto, er greve de la Frezza
Er sedici Gennaio del 1844.
LETTERA 466.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 30 marzo 1844, alle 2 pomeridiane
Ciro mio
Serva la presente per darti il bene arrivato, perché spero e voglio esser certo che Iddio ti abbia concesso buon viaggio.
La confusione de' fatti che precedettero (poche ore fa) la tua partenza, facemi dimenticare due cose: 1° consigliarti di far colazione, che ve n'era benissimo il tempo durante il legamento di quell'arsenale di bagagli de' tuoi compagni di vettura.
Ma tu pure, il cielo tel perdoni!...
Lo stomaco era tuo, e