LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 36
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.ra Cangenna e del Sig.
Luigi.
Mi arreca peraltro sempre nuova soddisfazione l'udirti oggetto delle loro gentilezze, delle quali li ringrazio, mentre porgo ad essi mille saluti ed altrettanti rallegramenti pel loro felice ritorno a Perugia.
Ho fatto l'ambasciata a Cristina circa a' tuoi ringraziamenti per la nota lettera Modestiana.
Essa ti saluta con tutta la sua famiglia, e dice non voler complimenti.
Mi ha scritto la Roberti-Perozzi.
Sin dal 6 trovasi al Casino e ti aspetta.
Ricordati di farti vidimare in Polizia il passaporto per Macerata, e fa' tutte le cose con giudizietto.
Jeri sera fui a Tordinona, e mi feci riaccompagnare a casa dal buon Viotti.
L'opera mi piacque assai.
La donna, il tenore e il basso son tre buoni soggetti.
Le seconde parti li secondano a maraviglia.
Son buoni anche i ballerini.
V'è una giovinetta fra questi, la Frassi, d'una sorprendente figura e d'una grazia, energia e sveltezza di corpo che presto presto ne faranno una nuova figlia dell'aria, se non pure del gas idrogeno che è il più leggiero di tutte le arie conosciute.
Alibert si aprirà, dicesi, martedì 12.
Anche là son soggetti de' primi che figurino in oggi.
Viva dunque il Tancioni! Fagli i miei sinceri rallegramenti.
Sto, anzi stiamo, in attenzione di udire i portenti delle cianche e delle ciafrelle di codesta Fanny, che pochi anni indietro chiamavasi ancora modestamente Francesca.
Oggi è divenuta britanna.
Un nome italiano suona antipatico addosso a una celebrità di prima sfera.
Onore e gloria ai Matti che le coltivano.
Mi ha fatto ridere la tua cura del borsellino.
Bravo! Più se ne risparmiano e meglio si tira innanzi.
I Torlonia e consorti debbono usare altrimenti; ma chi ne ha pochetti come noi...
Mi figuro la consolazione delle Sig.re Caramelli e Fiorelli nel decorare di medaglia i loro figliuoli.
Se tu un giorno avrai moglie, come io desidero, conoscerai cosa è l'amore pe' figli.
Grati mi riuscirono i saluti del prof.
Fioravanti.
A quest'ora non sarà più costì; ma se mai tuttora vi si trova, digli amichevoli parole in mio nome.
Son riconoscente ai Nobili Carafa per la obbligante gentilezza dello averti prestato il lor legno.
Saluta così essi come tutti gli altri, e specialmente il Rettore.
I gemelli, di cui mi chiedi notizia, stanno benino.
Paoletto ha una certa sfogaz.ne pel corpo, che non dà però alcuna apprensione.
Deve essere effetto del latte e del caldo.
I tuoi vasi stan bene come i gemelli.
Ha fiorito il gelsomino rosso: prosegue la prodigiosa fioritura delle petunie: va aprendosi una datura di immenso e doppio calice.
Scrivo con una certa fretta perché orora, alle 2, vado a pranzo da Ricci.
Saremo in 5 barbe, cioè il Sig.
Lorenzo, il Canonico, Gigi, Pippo ed io.
Marietta è a Frascati colle creature, e se ne hanno buone notizie.
Se ti volessi specificare i saluti di cui sono incaricato per te e le persone che te li mandano, dovrei prendere a mano altro foglio.
Pensa a quanti conosci, e altrettanti sono i salutatori.
Mi pare di aver detto tutto.
Conchiudo pertanto coll'abbracciarti e benedirti toto corde, tota niente et totis viribus meis: amen.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 456.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, sabato 16 settembre 1843
Mio carissimo figlio
Al conto che mi fai nella tua del 13, giuntami jeri dopo il mio ritorno dall'Uficio, ritengo che se io ti rispondessi oggi dirigendo la mia lettera a Perugia, essa vi arriverebbe nella mattina del lunedì 18 mentre tu dovresti trovarti a Fuligno.
Faccio dunque così: ti scrivo due righe per questa ultima città, tanto per darti mie nuove se mai ti capita il destro di andare alla posta; e dirigo poi il presente mio foglio a Macerata, dove lo troverai allorché vi sarai giunto.
Per tal modo in qualche luogo ti coglierò.
Alla Sig.ra Cangenna rispondo direttamente in questo stesso ordinario, ringraziandola delle cortesie usate a te dalla sua famiglia.
Martedì 12 si aprì il teatro Alibert colla Vestale di Mercadante e col ballo La zingarella del Fabbri.
La Musica fu ben cantata perché la Gabussi, Balzar e Scalese son quel che sono.
Il tenore Borioni si trovò passabile.
Egli supplì al Conti, infermo.
Nel ballo poi si sprofondò un certo impalcato, e ne restarono alquanto sciancate (meno però di quanto si temesse) alcune ballerine, fra cui la Bretin.
Il Sig.
Bretin, colla spada alla mano, inseguì l'impresario, il macchinista, il falegname, e voleva ammazzare il genere umano.
Non morì però alcuno, ma il ballo terminò così, e si calò la tenda.
Ha dovuto poi esser sospeso queste altre sere, e torna oggi in iscena, essendo guarite le indoliture delle varie virtuose che ribaltarono.
Ringrazio la buona sorte che in quella serata io non intervenni allo sciagurato spettacolo.
Ho letto a molti il tuo articoletto faceto sulla figlia dell'Atmosfera, sulla olim Francesca ed oggi Fanny.
È stato da tutti trovato gustoso e frizzante, specialmente nel crocchio di Tosi.
Il tuo giudizio poi combina con quello di altri non prevenuti da entusiastico spirito di partito.
Le cose convien vederle quali sono, e non già come ce le rappresenta la fantasia riscaldata.
Di questi riscaldamenti, grazie al cielo, tu non ne patisci, e potrai perciò essere sempre in grado di descrivere i fenomeni della vita civile, anziché crearteli per imporre al Mondo colle fantasmagorie della immaginazione e col gergo tristo de' ciarlatani.
E, bricconcello, sai poi anche esser lepido con una certa ingenuità di modi che senza scorticare la pelle vi lasciano il livido.
Così, fra gli altri, disse il Gattinelli che ascoltò il tuo discorsetto sulla Cerrito.
Godo del tuo viaggetto a Città di Castello colle Signore Fiorelli e coll'Avvocato Miozzi.
Né solo egli, come tu dici, ma tutti potranno giovarti nella tua prossima carriera nel Foro e nel Mondo, purché tu continui ad istruirti e renderti accetto colla gentilezza del tratto, colla bontà de' costumi e con tutte le altre doti che formano il tipo dell'amabilità e del vero merito.
Sai che le mie predizioni non ti han mai fallito, perché fondate sulla meditazione e sulla esperienza.
Nel Mondo cambiano i nomi e le circostanze, ma gli uomini son sempre della stessa natura.
Il bene produce il bene, e dal male non si ingenera che il male.
Tristo perciò chi si presenta alla luce del giorno senza portarvi moralmente il suo raggio.
Succede come nella ultima sera di carnevale: fischi, e il saluto sia ammazzato chi non porta il moccolo.
Al leggere questa mia lettera tu già sarai fra i miei vecchi amici.
Dico vecchi non per la età loro, ché son più freschi di me, ma per la data che conta la nostra amicizia.
Li troverai facili e sciolti, come tu ami le tue conoscenze.
Corrispondi colla tua alla loro gentilezza, e bacia per me la mano alla Signora, abbraccia il Signore e inchinati alla Signorina.
Mi pare che le porzioni siano giustamente distribuite.
Uomini e donne, grandi e piccoli, vecchi e giovani, ricchi e poveri, nobili e plebei, grassi e magri, sapienti e insipienti, tutti ti dicono ave; e per primo il tuo aff.mo padre.
LETTERA 457.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, martedì 26 settembre 1843
Mio carissimo figlio
Giovedì 21 ebbi la tua di Fuligno, e per risponderti io aspettava la tua susseguente di Macerata, la quale infatti (scritta da te il 20) mi giunse sabato 23.
Nello stesso ordinario però di sabato non potei riscontrarla, perché la trovai in casa dopo tornato ben tardi dall'uficio.
Ti avrei voluto scrivere jeri, ma due motivi me lo impedirono.
Consiste il primo nell'avviso che tu mi davi che la Sig.ra Perozzi mi avrebbe inviato un suo foglio nell'ordinario seguente a quello in cui tu mi spedisti il tuo.
Io dunque lo aspettava jeri, almeno così facevo i miei conti, e perciò mi riserbava di rispondervi a tutti e a tutte le lettere in un colpo solo.
Passò peraltro tutta la mattinata e nulla mi giunse; ed essendosi fatto tardi, qui entrò in ballo il secondo de' suddetti motivi.
Io stava in letto, come vi sto anche oggi, con uno di que' soliti miei reumettacci, che, senza essere di grave conseguenza, mi seccano pure non poco.
Deve al certo dipendere dal sensibile abbassamento di temperatura che è stato prodotto da varie pioggie cadute in questi ultimi giorni.
Avvicinandosi adunque jeri l'ora della partenza del corriere, non mi sentivo in grado di fare una presciata (per dirla alla romanesca) onde mandare in tempo la mia lettera alla posta.
Laonde rimisi la faccenda a questa mattina, come difatti adempio il mio proposito.
Mi son quindi posto a scrivere alle 9 del mattino; e se più tardi, ma prima d'inviare la presente alla posta, mi arriverà qualche altra lettera di costì, avrò agio di riprender la penna e accusarne il ricevimento.
Intanto tu devi cominciare dal non metterti in pena pel mio incomodo, che non è di alcuna conseguenza.
Pochi giorni di letto, di bibite, di dieta e di pazienza, bastano per rimandarlo al paese, come accadde nello scorso luglio.
Dunque su ciò punto fisso e parola ferma, come una volta soleva dire la Sig.ra Cencia Perozzi, e forse costumerà dirlo anche adesso.
Mi dici che codeste Signore ti accolsero con moltissima cortesia, come già t'immaginavi.
Io n'era sicuro al pari di te perché le conosco, e so che sono due buonissime impertinentelle, particolarmente quella Matildina che io non posso soffrire, e alla quale, se mi fosse vicina, darei due tiratine d'orecchie per isfogare la mia bile contro l'odio che essa mi porta.
Spero al postutto che entrambe ti vorranno quel male che giurarono a me.
A quest'ora avrai, credo, veduto anche Pirro, un altro pezzaccio della medesima pasta: acido, inquieto, susurrone, ammazzasette, inospitale...
insomma un soggettuccio, ti dico io, da starci sempre coll'olio-santo in saccoccia.
Ad ogni modo io sono un pio cristianello che rende zucchero per cicuta, e perciò abbracciami quel medesimo Pirro sino a sfiatargli lo stomaco, chiedendone prima il permesso alla moglie e alla figlia.
Godo che poco dopo il tuo arrivo tu abbia veduto anche Ettore e Rita, ovvero Rita ed Ettore, perché la etichetta vuol nominata prima la donna; e tu così facesti, da giovanottuccio di mondo.
Sarai dunque andato a Macerata colle Signore, e avrai veduto la Città, e goduto del teatro, e trovata la mia lettera del 16 in quelle nicchiette postali.
Un'altra volta che ti recassi colà, mi piacerebbe che tu facessi una visita a Mons.
Vescovo, facendoti conoscere pel figlio di tua madre e di tuo padre, pe' quali ebbe egli sempre molta bontà.
Anche Mons.
Delegato sai chi è, perchè ci ha conosciuti a Perugia.
Se e quando passerete a Morrovalle, dàmmene cenno a tempo onde io rivolga là le mie lettere.
Tutti i parenti, tutti gli amici, in corpo e isolatamente, ti salutano e abbracciano.
Guadagnati tu intanto la stima e l'affetto di codesti altri amici (1), che io considero e ho cari come parenti.
Ti benedice e stringe al cuore
Il tuo aff.mo padre
(1) intendo la famiglia ove tu sei.
Mi giunge la lettera della Signora Perozzi, in data, del 24.
Le rispondo a parte.
LETTERA 458.
A CIRO BELLI - MACERATA PER MORROVALLE
Di Roma, martedì 3 ottobre 1843
alle 8 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Nel giorno di martedì 26 settembre, abbenché fossi in letto con uno de' miei soliti reumatismi, scrissi due lunghe lettere, una delle quali a te rispondendo alla tua del Mercoldì 20 in cui mi davi avviso del tuo arrivo a Macerata, e l'altra alla Signora Perozzi riscontrando la sua della domenica 24.
Le diressi entrambe a Macerata giudicando che al giunger di esse nel giovedì 28 voi vi trovaste ancor tutti al Casino, giacché la Sig.ra Perozzi dicevami che avreste data una corsa a Morrovalle ma al fine della settimana.
Non avendo io però ricevuto più tuoi caratteri, dubito che la mia lettera non siati giunta o perché siasi accelerata la gita a Morrovalle o per qualunque altro motivo.
Comunque vada la cosa ti replico la presente, e ne faccio due esemplari simili (ad uso di circolare), dirigendone uno a Morrovalle ed uno Macerata, onde non ti si ritardi ovunque tu ti ritrovi.
Nel mio stato d'isolamento, Ciro mio, peno troppo per la mancanza di tue notizie; e la incertezza del dove inviarti le mie aumenta l'abbattimento del mio spirito.
Nel trasferirti pertanto da un luogo all'altro abbi cura di prevenirmene colla maggior precisione che ti riesca, indicandomi a qual sito io debba inviarti le mie risposte.
Jeri tornai all'uficio dopo una settimana di cura.
Vi sarei tornato anche sin dal sabato 30, ma spirava una sì fredda tramontana che appena fui giunto a S.
Andrea della Valle rifuggii a casa tutto intirizzito.
E tu che non ti sei portato né mantello né palton? Se così fa molto freddo, copriti alla meglio che puoi, e non ti azzardare tanto all'aperto.
Porto meco all'uficio belli e fatti così il presente foglio come il suo duplicato, lasciando ordine che se nella mattinata giunge qualche tua lettera, me la mandino subito, onde io possa avere il tempo di darti una riga di riscontro.
Ti prego intanto di riverirmi e salutarmi tutti; e dandoti mille altri saluti di questi nostri amici e parenti, ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Un'ora pomeridiana.
Giunge all'uficio Viotti e mi dice non esser giunta alcuna tua lettera.
Mi pare impossibile che ciò dipenda da te.
Sarà colpa di posta.
LETTERA 459.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, giovedì 5 ottobre 1843
Mio carissimo figlio
Ecco finalmente la sospirata tua lettera: è quella del 3, da cui rilevo che la mia del 26 non ti fu data dalla posta che il 2.
Lo diceva io bene che questi ritardi non poteano derivare da te.
Intanto, ignorando io il luogo della tua dimora, nel recente martedì 3 ti scrissi una lettera in due simili copie, inviandone una a Macerata ed una a Morro.
Da essa apprenderai che io sono guarito, benché non possa dire per verità di sentirmi a mio modo.
Il petto è sempre alquanto indolenzito, e provo un ingrato ardore interno.
Questa circostanza, Ciro mio, unita a parecchie altre che poi ti svilupperò a voce (per non far qui una troppo lunga e minuta tiritèra), veggo che m'impediranno di colorire il mio favorito disegno di venire a riprenderti costì.
Ho peraltro intenzione, e spero anche di potere effettuarlo, di arrivar sino a Terni per restarvi cinque o sei giorni al più.
La mia idea sarebbe di partire di qui colla diligenza della sera di sabato 21 per giungere colà nella susseguente mattina del 22.
Dipende però dal poter ottenere il posto nella detta diligenza.
Nel caso contrario vedrò di rimediare con una vettura ordinaria; e ad ogni modo tra il 22 e il 23 mi lusingo di trovarmi in quella Città.
Veramente mi duole di non poterti far compagnia, da codesti luoghi ove sei, sino a Roma.
Ci uniremo dunque a Terni per fare insieme il resto del viaggio fin qui.
Dispiacerà certo anche a te; ma quando conoscerai tutto, ragionevole come tu sei, converrai che io scelsi il miglior partito.
Tu dunque potrai regolare il tuo ritorno sulle norme dell'esposto mio itinerario.
Amerei, se fosse riuscibile, che ti trovassi a Terni al più tardi il 24, (all'estremo de' casi) il 25.
Di tuttociò non far palese a codesti Signori fuorché l'epoca nella quale io desidero che tu parta di costì per trovarti a Terni al succitato tempo.
Del viaggio che io aveva progettato di fare per Macerata non farne parola.
Puoi al più dire ad essi che se la mia salute e il mio impiego me lo permetteranno, darò forse una fuggita a Terni per vedere le poche tue possidenze e tornare a Roma con te.
Se essi conoscessero la mia prima idea, son sicuro che la loro buona amicizia li farebbe sentire con rammarico che io abbia cangiato pensiere.
Règolati insomma colla tua solita prudenza onde fare il tutto con pace.
Con estremo diletto ho gustato il tuo racconto delle sceniche sventure della figlia dell'aria, non che delle sciapate di quegli scimuniti suoi idolatri perugini.
Ne farò parte a tutti gli amici, parenti, prossimi, affini e benefattori.
Dicesi che qui anderà in azione sabato 7, cioè dopo-dimani.
Io non correrò certo fra i primi, seppure qualche entusiasta non mi ci trascinasse per forza.
Come tu sai, io amo le cose sfollate, né mi piace di fare a pugni per godere di ciò che sul principio è quasi sempre indigesto.
Uno scribacchino di Roma ha dato fuori una specie di manifesto per le future glorie di Madamigella Francesca.
Questo autore io nol conosco, e non voglio conoscerlo: ma i di lui versi eccoli qui:
LA FIGLIA DELL'ARIA
Correte, o voi di maraviglia vaghi,
Di voli a contemplar l'alta maestra,
Che torna a casa sua per la finestra
E sui fior balla e sulle punte d'aghi.
Scorre ella a suole asciutte e fiumi e laghi,
E, quando si scapriccia e si scapestra,
Per ogni semifusa della orchestra
Fa mille caprïole a chi le paghi.
Questa è colei pel cui nuovo portento
Di stare in aria almen cinque minuti (1)
Fu sospeso in Britannia il Parlamento; (2)
E il cui ritratto, a un sol de' mercadanti
Che ne vendean, fruttò (che iddio ci aiuti!)
Due milïoni di ghinee sonanti.
(3)
Un figlio della terra.
(1) Quel ciarlatano del padre va dicendo: Vonno che la mia figliuola stia in aria 10 minuti; ma non è lu vero: ci sta soli 5 minuti.
(2) Il medesimo assicurò un certo tale che Lord Wellington sospese una sera a Londra il Parlamento perché era ora di andare a teatro a veder la Cerrito.
(3) Lo stesso Capetano Cerrito è il propagatore di questo piccolo episodio.
Ogni ghinea equivale a circa 46 paoli.
Vedi al 5 per 100 quale rendituccia si è fatta quel povero Mercante di stampe!
___________
Che il P.
Vernò abbia de' contrasti co' suoi avversari pare vero, ma del resto lo vedo tranquillo, e generalmente credesi esagerato quanto se ne va dicendo.
Anzi v'è ragione di ritenere che egli goda sempre il favore del Sovrano.
Di più non so, né voglio saperne.
Salutami tutti di codesta famiglia sujet par sujet, e così Ettore e Rita quando li vedrai.
Ieri mattina fu fatta la capoccia al Sig.
D.co Abo, in castello e quasi alla sordina.
Le tavolozze furono appese per la città un paio d'ore prima della giustizia.
Morì compunto, e mandò molti saluti al Sig.
Angiolo Rossi, alla di lui famiglia e ad Eduardo Vêra.
A me non piacerebbero i saluti di un ghigliottinato.
È da alcuni giorni tornata Marietta Ricci: la vidi jeri sera.
Ti saluta con Pippo; e tutti gli altri amici e i parenti nostri fanno altrettanto.
Ti abbraccio teneramente e ti benedico.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 460.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, giovedì 12 ottobre 1843: Un'ora pomeridiana
Mio carissimo figlio
In Casa ove oggi mi trovo per la vacanza del giovedì di ottobre, ho atteso sino ad ora qualche riscontro tanto alla mia del 3, quanto all'altra del 5 responsiva alla tua del detto giorno tre corrente.
Nulla vedendo comincio a scriverti questo nuovo foglio, colla intenzione di aggiungervi qualche cosa qualora prima d'impostarlo mi arrivino tuoi caratteri: e tantopiù mi affretto a scriverti in quantoché nella tua del 3 tu mi dicesti che tra il 15 e il 16 saresti andato a Morrovalle con codesta buona famiglia.
In tal caso il ritardo della presente la esporrebbe a non trovarti più con sicurezza costì, né con sicurezza a Morro.
Tutte gentilezze de' cari Sig.ri Ministri postali che danno le lettere a pieno lor comodo!
Sussistono i motivi pe' quali ti diceva nella mia precedente che non avrei potuto più effettuare il progettato e desiderato mio viaggio a Macerata per riunirmi e ritornare addietro con te, e rimango quindi nella partecipatati intenzione di andare invece a Terni e giungervi il 22 o il 23, per restarvi un cinque o sei giorni.
Tuttociò peraltro dove canchero non sopravvenga.
Abbi dunque pazienza, Ciro mio, di provvedere in modo che tu possa giungere a Terni o in detta epoca o pochissimo dopo.
Prevedo che codesti Signori vorranno che tu passi a Morro il giorno 21, festa di S.
Orsola, comprotettrice di quella terra.
Ebbene il giorno 22 potresti partire, trovando vettura, e, se non la trovassi direttamente per Terni, non ti sarebbe difficile farla per Fuligno, dove poi è facilissimo il mezzo di compiere il resto del viaggio.
Avrei anche amato di sapere se ti occorresse denaro.
Ma nel dubbio del sì o del no, e nella incertezza delle esattezze postali, dove e quando spedirtene? In tutti i casi, se te ne occorre, prega in mio nome la Signora Cencia di somministrarti il bisogno, ed ella si fiderà certo di me pel pronto invio del rimborso.
Dalla Sig.ra Pellegrina ho saputo che negli scorsi giorni tu eri presso la Sig.ra Rita, che ne ha scritto alla madre.
Jeri sera andò in iscena la Sora Checca Cerrito.
Vi fu mio cugino Mazio, e mi dice avere essa incontrato moltissimo, e moltissimo ancora il di lei compagno Sig.
Arturo Saint-Léon.
Il ballo fu la Fata innamorata, né vi si videro fiori, molle o cespugli.
Passò il tutto in piana terra, meno qualche macchinismo di nuvole e cose simili.
Si è trovato nella Cerrito quanto tu mi descrivesti di Lei.
Io vi andrò, non vi andrò, non so quel che farò.
La sera voglio avermi un po' cura.
Vedremo.
In Roma son tutti col grip.
In casa nostra ne sta in letto Orsolina, ne pizzica Nannarella, ne ha pizzicato Balestra, sta per pizzicare Tilde.
Per gli altri il Signore provvederà.
Ciro mio caro, procura di conservarti, voglimi bene, salutami tutti, ricevi i saluti di questi altri tutti di Roma e Dio ti benedica per me.
Il tuo aff.mo padre
Stando in sul piegare la lettera mi si consegna la tua del 10.
Brava la posta di Macerata! Ti scrivo questa giunta in casa Cini, dove sonomi recato espressamente per l'affare del velocifero.
Mi dice dunque il Sig.
Avvocato che prima di darti una risposta dovrà far qualche pratica all'Amministrazione generale delle poste.
Sabato dunque ti dirò qualche cosa di positivo in ordine a ciò, e dirigerò la lettera alla Sig.ra Rita che preverrai di questo, e saluterai con Ettore a mio nome, e in nome ancora di questa loro famiglia, benché di qui scrivano nel corrente ordinario.
La risposta di sabato io la manderò alla Sig.ra Rita invece che a te, perché se tu non sarai più a Macerata, si compiaccia inviartela dove sarai.
Circa a ciò peraltro resterete di accordo insieme sul modo di fartela avere.
Dice la Sig.ra Pellegrina che se tu non passavi qualche giorno presso la figlia, ti avrebbe alzato muso al tuo ritorno.
- Ti ha dunque piccato la mia del 3?
Ciro mio, non ti offendere, e condona il tutto a un padre che ti ama con tanta tenerezza.
Infine poi vedesti che io era più inclinato ad accusare la posta che te.
Dunque facciamo la pace.
Il di più a sabato 14.
Addio.
LETTERA 461.
A CIRO BELLI - MACERATA
Di Roma, lunedì 16 ottobre 1843, alle ore 11 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Dalla cuccia, dove il grip o Krip o catarro russo mi tiene, rispondo subito alla gratissima tua del 14, giuntami in questo momento.
Dirigendola io però a Morrovalle, dove sin da oggi vai a trovarti, non ti giungerà questa mia molto presto, perché in quella terra non hanno aumentato i viaggi del loro postino in proporzione dell'aumento di corrieri che depongono lettere a Macerata.
Nel mio stato valetudinario non mi è pure di picciol conforto l'udir te sano, a malgrado della generale influenza che corre.
Qui in casa è uno spedale.
Dopodiché nell'ordinario di sabato 14 ebbi mandato alla posta, con indirizzo alla Sig.ra Rita, la mia lettera contenente l'altra del Sig.
Avv.
Cini, pel Direttore postale di Macerata, mi giunse un foglio della Sig.ra Cencia, e risposi a Morrovalle.
Nel molto fondato dubbio che i Vannuzzi e il Governa siano assenti da Terni e in villeggiatura, scrissi sabato a Babocci, pregandolo che in tutti i casi li prevenga ove trovinsi del tuo arrivo colà circa il 24, giorno più giorno meno.
In quanto a me, temo grandemente che mi andrà in fumo anche questa soddisfazione di riunirmi teco in quella Città.
Pare propriamente un destino che mi perseguiti.
Ma contro la provvidenza, che regola tutto, non si può nulla.
Oltre il piacere che avrei provato di visitare tutte le nuove piantagioni sì di viti che di ulivi, fatte negli anni 1841, 1842, 1843, mi sarebbe stato assai grato l'abboccarmi con Governa, e tenerci pure proposito sui migliori espedienti da praticarsi alla prossima epoca della rinnovazione degli affitti.
Né meno caro mi sarebbe riuscito il rivedere il mio Mons.
Tizzani e passare qualche giorno vicino a lui.
Basta, vedremo.
In caso contrario, Ciro mio, farai tu le mie veci.
Io non ne ho colpa.
Circa al denaro mi dici che ne hai ancora a sufficienza pel tuo ritorno.
Prevedo però che dovendo pagare a Terni la solita annualità di Sc.
8 a Governa e rimborsarlo di qualche spesa ch'egli abbia sostenuta nella cultura delle piantagioni dopo l'ultimo nostro bilancio della passata primavera, ti occorrerà di farti dare qualche sommetta dagli affittuari di Cesi.
Giunto pertanto a Terni, peserai le forze della tua borsa, e ti regolerai sul più e sul meno.
In Roma poi faremo i nostri conti generali come nello scorso anno.
Mi è grato l'udire essere tu stato bene accolto dal Sig.
Prof.
Giuliani.
Hai con ragione rilevata la distanza che sinora passa da' di lui meriti ai tuoi.
Ma la stessa strada da lui percorsa è aperta anche a te.
Tu studierai, Ciro mio, con impegno, e sarai presto meritevole della medesima stima che meritano tante brave persone che vai incontrando pel Mondo.
La età nella quale or ti trovi è il tempo della cultura: non può quindi mancare la stagione della raccolta, e questa raccolta consiste in guadagni e in onore.
Non averne alcun dubbio, mio caro figlio.
Tutto dipende da te, e dal più o meno d'intensità e perseveranza che impiegherai nell'acquistar solide cognizioni.
Tutti i sommi uomini han faticato per uscire dal volgo.
C'è stata dunque anche festa da ballo? Son persuaso che non ti sarai tenuto immobile sulle tue gambe.
Ho molto piacere che tu abbia visitato Mons.
Vescovo di Macerata, antico amico di casa nostra, e godo della buona accoglienza che hai ricevuta.
Il modo poi col quale ti trattò l'eccellente Mons.
Delegato è tutto proprio della di lui gentilezza.
Non può tardar molto l'epoca in cui questi si udrà chiamato a qualche distinta carica in Roma.
Mentre stava io scrivendoti la presente è venuto il Dr.
Maggiorani a farmi la sua medica visita.
Egli ti saluta distintamente.
Lunedì 9 dev'esser seguito il matrimonio di Nanna Cerroti.
Io la vidi nel sabato 7.
Nella serata di mercoldi 11 accaddero in Roma 16 assalti commessi da due bande di ladri, una di 7 e una di 5 individui.
Quella di sette aggredì fino a tre e quattro uomini uniti.
Fra il giovedì e il venerdì furono tutti carcerati, e vogliono passarla assai male perché alle rapine si aggiunge in essi anche la reità di parecchie ferite.
Ora tutto è quieto di nuovo.
È ora di chiudere questa strapazzata e scarabocchiata lettera, scritta innanzi a una ben poco comoda scrivania.
E la termino coi saluti di tutti gli amici che vengono a visitarmi, e colla preghiera di dir mille cose in mio nome a codesti gentili tuoi ospitatori.
Ti abbraccio poi e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 462.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 21 ottobre 1843 al mezzodì
Ciro mio caro
Ti scrivo la presente fuor di letto, poiché sto meglio.
Alla tua di Macerata, 19 andante, non credo potrò più giustamente rispondere che coll'indirizzo a Terni, poiché il mio riscontro non ti troverebbe più da codeste parti.
Dici che a Morrovalle contavi trovare qualche mio foglio.
Difatti uno colà te ne diressi il 16, responsivo al tuo del sabato 14; siccome nello stesso ordinario 14 ne inviai allo stesso paese un altro alla Sig.ra Cencia in riscontro ad una di lei lettera del 12.
Qualcuna di siffatte mie lettere dev'essere arrivata a Morrovalle prima della tua definitiva partenza da quella terra, dove peraltro le lettere giungono rare e tarde, attesi i pochi viaggi settimanali del postino della Comunità.
Ad ogni modo io non ne avrei colpa, non avendo mai tralasciata alcuna lettera senza riscontro.
Pregai Babocci di avvisare del tuo arrivo a Terni così la famiglia Vannuzzi come Governa.
Anche Corazza è prevenuto.
Se avrai bisogno di denaro, questi te ne darà.
Amerei che tu ti trattenessi in Terni tanto quanto bastasse per combinare col tempo buono e colle altre circostanze una visita alle piantagioni sì di viti che di ulivi etc.
di questi recenti tre anni.
Dirai a Governa che anche pel 1844 vorrei eseguire un'altra piantata della solita entità di circa 200 viti e alcuni olivi.
Pagherai al medesimo scudi otto per la consueta regalia di quest'anno.
Gli salderai qualche conticino di spese che abbia sostenute nella coltura delle recenti piantagioni, dall'ultimo nostro bilancio del pass.
aprile fino al presente.
Ne scomputerai però Sc.
3 da me pagati con di lui ordine al Sig.
Gio.
B.
Milli il 14 luglio.
Gli dirai che si ricordi che in settembre 1844 spira l'affitto per le viti e in marzo 1845 quello per gli olivi; e perciò bisogna cominciare pensare al nuovo affitto in que' migliori modi ch'egli disse di avere ideato o per tutti i terreni o per parte di essi.
E digli anche in confidenza e con segreto che il Can.
Stocchi mi si mostrò propenso a rinnovar l'affitto per sé solo però e senza la società di Corazza.
Aggiungigli finalmente che qualunque atto faremo, dovrà però prima precedere la rigorosa restituzione delle piante e delle fabbriche secondo le esistenti consegne.
In ciò sono irremovibile.
Governa disse che intanto era utile di lasciare gli affittuarii senza molestie, onde non supplissero alle mancanze con qualche zeppetto di piante alla peggio, e così portarle apparentemente al numero indicato nella consegna.
Debbano esse restituirsi nella quantità e nello stato in cui furono date; e le sostituzioni doveano eseguirsi a suo tempo.
Mi saluterai Babocci, e gli raccomanderai di vigilare o far vigilare un po' meglio le piantagioni nel terreno Maratta.
Egli sa averne io pagate ben molte più di quelle che se ne trovano in essere.
Se tu n'ai tempo ed agio, amerei che con Governa ti trasferissi anche là per prender qualche lume preciso.
Senti però, Ciro mio: se la stagione cattiva non tel permettesse, non arrischiar la tua salute in nessuna visita; e piuttosto ci si penserà un poco più in là.
Mille miei affettuosi saluti a Mons.
Tizzani, a cui farai sentire il mio rammarico di non poterlo rivedere.
Avrei dovuto anche dirgli tante cose e chiedergli tanti consigli! Pazienza! Iddio vuol così.
Fa' pure i miei doveri colla famiglia Vannuzzi e ricevi da me un tenero abbraccio.
Il tuo Papà che ti benedice
LETTERA 463.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, giovedì 26 ottobre 1843.
Al mezzodì
Mio caro figlio
Due righe per dirti che in questo punto mi giunge la tua di jeri, consolante per le notizie del tuo buon viaggio.
Corazza ha mandato gli altri due prosciutti che doveva pel taglio della macchia, e ne ho rilasciato ricevuta generica al vetturale Farinelli, giacché Corazza non mi specificava né il peso, né se i prosciutti fossero o no inviluppati in qualche panno e a me indirizzati.
Vennero sciolti e sono del peso in tutto di libre 24 e 4 once.
Alla mia precedente aggiungo soltanto che ripensando sul nuovo affitto da farsi nel venturo anno 1844 di tutti i beni di Cesi, ovvero di parte di essi (secondoché Governa propendeva a opinare) il secondo de' due partiti sembra presentare qualche difficoltà, perché mandando per esempio a conto nostro gli oliveti, manchiamo di magazzini e di vasi per riporre la raccolta ed aspettare il momento propizio alla vendita.
Il procurarsi simili pezzi importerebbe grave spesa tutta a scapito della rendita.
Basta, per ora è bene aver tuttociò in vista, per quindi risolvere il meglio.
Mille e mille cose amichevoli, fratellevoli e rispettose in mio nome a Mons.
Tizzani.
Quanto mi duole non essermi potuto abboccare con lui! Ricordati, anzi ti sarai certo ricordato, di dargli il libro Antinori.
Infiniti saluti a Casa Vannuzzi, a Babocci, a Governa.
Hai benissimo operato scrivendo una lettera di dovere alla Sig.ra Perozzi.
Qui tutti mi chieggono di te e ti desiderano.
Più degli altri ti desidero io, che ti abbraccio e benedico colla solita tenerezza.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Ciro mio, lo comprendi: si riavvicina il tempo dello studio.
Sono sicuro che applicherai con vigore e assiduità.
È il primo bene che io ti possa procurare: il farti uomo.
Spero da te consolazioni su questo rapporto.
LETTERA 464.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 7 novembre 1843
Gentilissimo amico.
Dal Sig.
Canonico Fiorani sonomi oggi stati per vostra commissione pagati scudi trentaquattro e bai/venti, provenienti dalla esigenza che vi compiacete di fare per me presso la Cassa Camerale di Fermo sul noto sequestro Trevisani.
Ne ho a vostro favore rilasciato nelle mani del Signor Canonico una ricevuta, che credo andrà egli a rimettervi.
Io non aveva da Voi ricevuto alcuno avviso di simile spedizione.
In tutti i modi è dovere che ve ne ringrazi di cuore, e perciò mi affretto a compiere quest'atto.
Ho dovuto nel p.p° ottobre rinunziare al mio favorito progetto di venire a farvi una visita.
Mandai a Macerata mio figlio affidato a cert'amici; ed era mia intenzione di recarmi poi colà a riprenderlo per condurlo da voi, e quindi tornare indietro con esso.
Ma sono stato quasi sempre in letto con reuma di petto, cosicché, differito di giorno in giorno il mio viaggio, ho dovuto finire col far retrocedere a Roma mio figlio senza di me, ed io chinare il capo ai voleri del cielo.
Ora che vi scrivo sto tutt'altro che bene, e debbo seguire una cura prescrittami dal medico, la quale però è molto attraversata dal mio obbligo di residenza all'impiego.
Dettovi di me, pregovi dirmi qualche cosa di voi e della Sig.ra Pacifica, vivendo io persuaso che vogliate credermi interessato per sentimento di antica amicizia in tuttociò che risguardi il benessere vostro e della vostra famiglia.
Vi abbraccio intanto e mi ripeto colla solita sincerità
Vostro aff.mo amico Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 465.
A MONS.
G.
B.
ROSANI - ROMA
[16 gennaio 1844]
Compare Lustrissimo Eccellenza
Accussì avessi azzeccat'un terno a llotto, com'ò ditto sempre: Er compare la sa llonga! Er compare va avanti, e l'avemo da vede quarche cosa de granne! - Vedete un po' si ciò ccòrto.
- Me sa mmill'anni de vedevve in porpe: cor fiocco de marignano e li fardoni co' le persiane.
Ah! cce spaccherò ppoco a ffamme vedè de salutà, da un ciocco grosso come che vvoi!
Io ce so' ito in guazzetto, ce s'ito e mme n'arillegro proprio, come si mme ciavesseno fatto a mmenne...
St'arillegramenti però acussì ssecchi, me direte, che nun concrudono un fico; e nun ve se po' ddà ttorto; ma, ccompare mio, voi m'avete in condizione da un pezzo, e ssapete si cciò ccore! Ma quann'amancheno le forze, bbisogna arrampicasse a la mejó, bisogna.
Ho ttrovo in suffitta 'no straccio de calamaro de ferro vecchio, ccredo che fusse un'anticaja de mi nonno bbonanima, j'ò ddata 'na ripulita, e accusì ccom'è vve lo manno in regalo.
Figurateve che nu' me ce sapevo ariduce pe' la vergogna, e me so' ffatto coraggio aripensanno, che, ppe' quant'è ttareffe, sarà sempre mejo de quello de coccio ch'addoprate adesso.
Dunque, compare mio, aggradite si nun fuss'antro er pensamento; nun ve sdimenticate dell'artisabita co' quello che vviè appresso in de' l'offizio; e aricordateve che a sto monno c'è puro er vostro
Amicho e Ccompare
Peppetto, er greve de la Frezza
Er sedici Gennaio del 1844.
LETTERA 466.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 30 marzo 1844, alle 2 pomeridiane
Ciro mio
Serva la presente per darti il bene arrivato, perché spero e voglio esser certo che Iddio ti abbia concesso buon viaggio.
La confusione de' fatti che precedettero (poche ore fa) la tua partenza, facemi dimenticare due cose: 1° consigliarti di far colazione, che ve n'era benissimo il tempo durante il legamento di quell'arsenale di bagagli de' tuoi compagni di vettura.
Ma tu pure, il cielo tel perdoni!...
Lo stomaco era tuo, e non davati alcun avviso? - Povero Ciro! Ti sarai svenuto di fame pria di arrivare a Baccano.
- 2° darti un altro consiglio, atteso il tuo foruncolo, o pedicellone parente, cioè di non mangiar di magro questa sera alla fermata.
Ma anche su ciò il tuo giudizietto ti aiuterà.
Nuovi saluti a Mons.
Tizzani, a casa Vannuzzi, a Governa, a Babocci, etc.
Scrivo in fretta, e in fretta (ma col cuore) ti abbraccio.
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 467.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, primo aprile 1844
Mio carissimo Neroni
Cinque miei amici, a malgrado della ripugnanza in me trovata per intieri tre anni, mi carpirono finalmente il consenso per istampare, a tutto lor carico, rischio e pericolo, alcuni altri miei versi, credendo contro il mio avviso che dagli scherzi in quelli disseminati potesse a me derivarne minor beffe di compassione di quanta io ne temo.
Il libro insomma è già fatto, e il primo esemplare datone dagli editori è Vostro; a cotale offerta spingendomi la molta amicizia che a Voi mi lega, la ancor molta indulgenza che sempre mostraste a' miei poveri vaniloquii rimati, e le moltissime obbligazioni che Vi professo per tanti bei tratti di gentilezza di cui mi voleste in ogni tempo onorare.
Nello spedirvi per la posta il libro di una cosa intanto io Vi prego, ed è che se da qualcuno udiste un dì o l'altro biasimare l'asprezza di certe opinioni o frasi sparse qua e là ne' miei versi, vogliate amichevolmente difendermi col sostenere sulla mia parola che nel pungere o vizi, o difetti, o ridicolosaggini, non intesi mai generalizzare, portanto io rispetto a quanto nella società merita riverenza per comune consentimento degli uomini.
Così pure, qualora alcun cittadino di Fermo credesse dovere dolersi della epistola toccante quella onorevole Città, rendetelo persuaso di ridurvi a sola celia ogni mia frase o concetto.
Alla ultima vostra lettera del 7 ultimo Novembre io risposi nel successivo giorno 14.
Partecipandomi Voi in quella lo invio degli Sc.
34:20 per mezzo del Sig.
Canonico D.
Luigi Fiorani, soggiungevate che per le quote da agosto impoi si farebbe la riscossione a Natale.
Il non essermi però giunta in seguito veruna altra notizia mi fa dubitare che, interpretando Voi la mia precedente del 4 Settembre 1843, riteneste volersi da me per simile riscossione corrispondere direttamente colla Cassa camerale di Fermo.
No, mio caro Neroni, siffatta intenzione sarebbe in me stata disobbligante verso di Voi.
Volli io alludere soltanto al bisogno che io avea di richiamare da quella Cassa qualche conclusione sui rilievi e documenti da me speditevi con lettera 22 maggio e 17 luglio 1841 in risposta al conteggio dato dal Sig.
Cinagli il 29 aprile d.
anno circa allo stato del mio sequestro Trevisani dal primo ottobre 1840.
Eppure, nemmeno per questo diverso fine mi son poi diretto al Sig.
Cinagli.
Ma in quanto alla esigenza mai non mi entrò in capo la idea di non valermi della cortese opera vostra.
Vengo dunque a pregarvi di favorirmi (se non Vi dispiace) procurare l'incasso delle quote scadute dall'ultima di agosto 1843 sino al presente e di farmene tenere l'importo.
Mi farete cosa grata parlandomi molto di Voi e della Sig.ra Pacifica, la quale io spero totalmente risanata.
La salute mia non va bene: sono tormentato da assiduo dolore di capo.
Ciro sta bene e distintamente vi riverisce.
Non vedo l'ora di riabbracciarvi, ma lo potrò?...
Credetemi, ansioso di Vostro riscontro, a tutte prove
Il V.o obb.mo a.co e serv.e Giuseppe Gioach.o Belli
LETTERA 468.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, martedì 2 aprile 1844
alle 9 1/2 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Alla tua di Civita Castellana, giuntami jeri, ha in questa mattina tenuto dietro l'altra che mi scrivesti jeri da Terni; ed entrambe mi consolarono per le eguali notizie del tuo prospero viaggio.
Sit nomen domini benedictum.
Della giovialità, amabilità ed affezione di Mons.
Tizzani niun racconto può mai giunger nuovo, poiché quel bell'animo è incapace di cangiar mai natura.
La notizia peraltro che sempre ricavo con ansietà è quella che concerne la di lui salute, a motivo che questa, non ostante ch'egli la meriti ed io gliela desideri ottima, trovasi affatto indipendente da cause morali, o almeno non sempre con esse collegasi.
Mi rallegro pertanto di udirlo sano e prosperoso, e ne godo come di mia felicità.
Digli queste mie parole; e, senza stimolarlo ad esserne persuaso, vivo sicuro ch'ei ne vorrà credere alla sincerità, conoscendo quanto io lo ami.
Babocci, come sai, non dovrà solamente darti il conto delle piantagioni (se ne ha fatte) dell'annata 1843 in 1844, ma altresì il netto dell'affitto dell'anno scaduto già dal 29 settembre 1843.
Udrò con piacere i risultamenti de' tuoi colloquii con Governa.
Ti lascio poi arbitro di combinare con esso quel che di accordo giudicherete più utile.
Hai senno ormai ed età capaci di veder le cose dal miglior lato che possano presentare.
Lessi la tua prima in famiglia, e tutti godettero del tuo prospero semi-viaggio.
La seconda l'ho avuta dal portalettere nel condurmi all'Uficio: la comunicherò quindi ai parenti al mio ritorno a casa; e poi questa sera farò parte di entrambe a Biagini, a Spada, ed anche Ricci, il quale verrà forse anch'egli a farmi visita.
Appena escirò dall'impiego, darò una corsa in casa Cini e ti saluterò tutti.
Domenica pranzai là, dove sono invitato per qualunque giorno mi piaccia di presentarmi a partecipare della loro tavola.
La buona Clelia non istà bene ancora.
Dì mille cose in mio nome alla famiglia Vannuzzi, e ringraziala da parte mia della gentilezza colla quale ti accolgono.
La mia capocciaccia va al solito; ma non istiamo a pensarci.
Procura di star bene tu, e di approfittarti del bel tempo che sembra costante.
Ti benedico ed abbraccio di cuore
Il tuo aff.mo padre.
P.
S.
Ho udito che difficilmente la Papini andrà in iscena, e che si stia cercando un'altra Comprimaria, perché quella povera giovane alle prove non raccapezza niente.
Me ne dispiace per essa, e più per Tancioni.
LETTERA 469.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, (Venerdì Santo) 5 aprile 1844
Mio carissimo figlio
Sono le 10 antimeridiane, ed ecco la tua del 3 alla quale subito rispondo.
Mi piace la risoluzione che sembra fissata pel nuovo affitto di tutti i terreni col vantaggio che potrà aversi maggiore.
Va bene, Ciro mio; tu sai che a questo progetto io inclinava, anziché all'altro di affittar parte dei terreni e parte tenerli a proprio conto.
Questo ultimo partito può convincerci un'altra volta; ma per adesso i nostri affari non trovansi in uno stato sì fermo e regolare da permetterci di correre un rischio di perdere molto per la lusinga di guadagnare qualche cosa di più.
Vale assai meglio per ora il poter contare sopra una corrisposta fissa e certa, onde controbilanciare i certi e fissi pesi che gravano il patrimonio.
Quando le cose avranno assunto un aspetto di miglior andamento; e quando tu potrai vederti aperta innanzi agli occhi una carriera da cui sperare qualche personale profitto, allora converrà quell'espediente che oggi mi sembrerebbe troppo azzardoso.
La prudenza è la miglior guida negli umani interessi.
Vedi? Anche a Terni vi sono poeti.
E dove non se ne incontrano? I poeti son come le pulci, che crescono con la miseria.
Avrei volentieri udito la prosa di Monsignor Tizzani.
A proposito di poesia! Tu conosci che il mio mal di testa, divenuto oggimai abituale, mi ha mortificato al sommo la facoltà immaginativa.
Eppure, nella sera di Mercoldì Santo feci, posso dire, un miracolo: lieve miracolo invero, ma nulladimeno un miracolo nello stato attuale della mia mente.
Fui alla Trinità de' Pellegrini.
Fra gli altri confratelli serventi vidi un prelato che, tutto in faccende, andava chiedendo qua e là: fratello, volete acqua? fratello, volete pane? ecc., e sembrava così un modello di umiltà e d'amor fraterno.
Io salutai questo prelato che conosceva assai bene.
Mi guardò egli gravemente, e appena mi degnò d'un cenno di capo.
La maraviglia allora e lo sdegno di quell'atto d'orgoglio sì mal celatomi fecero bollire nel povero indebolito cervello i 32 versi che ti trascrivo, e che sono il miracolo di cui ti parlava:
Anch'io colà, fra il militare ospizio
De' frati Cavalier di San Giovanni
E l'ostel dove la sventura e il vizio
D'innocenti famiglie impegna i panni,
Nel cenacolo entrai fatto a servizio
Di ghiotti vagabondi e saccomanni;
E vidi per superbia d'umiltate
Guattero il prence e bagaglion l'abate.
No, umil non è colui che, a mercar lodo
Per corda ai lombi e vesta di guarnello,
Con ramaiuol in man dispensa il brodo
E condisce le acciughe e il ravanello
A sozzo pellegrin che in dolce modo
Per una sera o due chiama fratello,
Mentre che al nuovo dì, fiero e protervo,
Appena gli daria nome di servo.
Umiltà è quella che fra pompe e agi
Mantien bassi i pensieri del signore,
Né vieta asil né morbidi palagi
Ai tanti aspetti dell'uman dolore.
Quella è umiltà che a' lodator malvagi
Chiude l'orecchio e ne difende il cuore,
E con opre d'amor vive e feconde
Fa il ben sempre e dovunque, e lo nasconde.
Ma quest'altre umiltà prestabilite
Per computi d'oriolo o d'almanacco
Queste doti ora assunte ora smarrite
Sol col vestir e lo spogliar d'un sacco,
Queste virtù stampate e ricucite
Sotto fibbiagli in lucido sommacco,
Smorfie son tutte e scene da figura
Che lascian l'uomo nella sua natura.
La Clelia Cini è guarita.
Orora andrò a visitare quella buona famiglia e le porterò i tuoi saluti, che essa sempre e ricambia e previene.
Tutti gli amici e parenti fanno altrettanto.
Oggi è S.
Vincenzo.
Nuovi auguri a Mons.
Tizzani da parte mia.
Mille cose a tutti gli altri.
Ti abbraccio e benedico teneramente
Il tuo aff.mo padre.
LETTERA 470.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 18 maggio 1844
Mio carissimo amico
L'aggradimento de' miei versi da voi mostrato colla ultima vostra del 9 aprile, non può essere da me attribuito fuorché alla amichevole parzialità che sempre vi piacque avere per me.
È vero: mi fate ricordare di una circostanza che più non mi era presente; cioè che la epistola allo Spada fu da me composta mentre io godeva della cara ospitalità da voi accordatami nel vostro tetto.
Tra il manuscritto però che ne conservate e la stampa del libro, troverete qualche diversità, perché nel primo eranmi corsi giù varii spropositi: sia detto a giusta mia confusione, mentre purtuttavia non son contento neppure del testo a stampa.
Quel Sig.
Chirurgo di cui mi narrate le asinità commesse a vostro danno, mi duole averlo conosciuto, avendomelo voi una volta diretto, quando però non potevate ancor prevedere che la povera Sig.ra Pacifica ne sarebbe poi stata la vittima.
Dunque pare che la infelice Signora debba restare impedita!...
Me ne scoppia il cuore e per lei e per Voi, degni entrambi di miglior sorte.
Neroni mio, sto attendendo la somma Trevisani che mi prometteste esigere e inviarmi al più presto.
Servitevi anche della posta, lasciando il porto pagabile qui all'atto della consegna.
Io spasimo sempre pel dolore di capo, ribelle ad ogni mezzo di cura.
Ciro sta bene, e fra un mese deve esporsi agli esami pel grado di licenziato nelle quattro facoltà civile, canonica, criminale e di jus pubblico ecclesiastico.
Nel 1845 compierà il corso della università che è di quattro anni, avendone sino ad ora passati tre.
Prenderà allora la laurea, per quindi gettarsi all'esercizio e poi assumere l'avvocatura.
Dio benedica i di lui travagli e lo renda uomo onorato! Se un po' più in là posso ottenere un permesso di assenza dall'impiego a titolo di salute, medito farvi una visita.
Ma anche nel 1843 ebbi questo progetto, e poi me lo vidi svanire.
Non siamo mai padroni di noi in questo mondo.
Ansioso di vostri riscontri mi ripeto con tutta la effusione del cuore
Vostro aff.mo a.co e serv.e
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 471.
A LUIGI MAZIO - ROMA
Di Macerata, 6 agosto 1844
Caro Gigi e cari altri parenti
All'ingresso della notte accadde il nostro ingresso nella Città, voglio dire jeri sera.
Vi stiamo tutt'oggi, e dimani saremo a Morrovalle, e dopo qualche giorno a S.
Benedetto, e dopo qualche altro giorno passeremo...
dove? uhm! Indovinala grillo: un po' qua e un po' là, come ci parrà meglio lì per lì.
Chi volesse scriverci subito potrebbe diriger la lettera a Macerata per Morrovalle: chi volesse scriverci dopo qualche giorno, potrebbe indirizzarla a Fermo per S.
Benedetto; poi nol so per adesso neppur'io.
Questo è un dubbio connesso co' viaggi incerti come il volo de' pipistrelli.
Il dolor di capo non s'è ancora accorto del cambiamento d'aria e di luoghi.
Vedremo in appresso.
Il viaggio andò bene, ma condito di molto caldo di giorno e fresco di notte, e lasciò a desiderare non poco dal lato della celerità, ciocché produsse generose sottrazioni dalla somma del tempo delle fermate.
Il conduttore, troppo buono co' postiglioni, diveniva per conseguenza troppo meno buono con noi.
Per verità buonissimo sempre, ma di quella bontà che fece dire a Papà Casti : ...che se ne nasca - Il mal, per me tanta bontà l'ho in tasca.
Avemmo in compagnia (eccellente compagnia) il pittore Sig.
Coghetti, che raggiungeva la sua famiglia qui presso, al porto di Civitanova.
Forse lo visiteremo colà: almeno ne son corse hinc inde parole.
Desideriamo da' nostri buoni parenti, che siete voi altri, un piacere.
Fate chiamare giù il Biagini, e dategli nostre notizie e nostri saluti.
Per ora si contenti di tanto, ed anzi ne faccia egli parte allo Spada: ed entrambi poi (dividendosi il carico da buoni amici) ne comunichino porzioncelle al Ricci per sé e suoi, al Cardinali per sé e suoi, alla Erminia per sé e suoi e serali appodiati, al Welisareff per sé e suoi, al Sabatini per sé e suoi, e a tutti gli altri amici per loro e pei loro ecc.
Poi, secondo il tempo e le circostanze, distribuirò da per me le rispettive tangenti.
E voi altri tutti consideratevi salutati ad uno ad uno, pezzo per pezzo, sino all'Etto boio e alla Ginia attiva o il contrario se meglio piace alla Sig.ra Nanna, che farebbe moneta falsa per darti a credere zucchero d'orzo il decotto di cicuta.
In tal caso salutiamo e baciamo Virginia buona e Paoletto cattivo; ovvero buoni entrambi o cattivi entrambi per transazione.
Sono con sincero attaccamento
L'aff.mo par.te ed a.co
G.
G.
Belli
LETTERA 472.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Morrovalle, 11 agosto 1844
Checcuccio mio
Da Macerata scrissi il dì 6 alla famiglia Mazio incaricandola di passare a Biagini i saluti per lui, per te e per gli altri amici.
Scrivo oggi a te pregandoti dello stesso uficio per Biagini, per casa Mazio, per Welisareff, per Ricci, Cardinali per Ferretti, per tua cognata e famiglia e amici, di mano in mano che ne vedrai; e tutto ciò anche in nome di Ciro.
La mia testa è sinora la medesima testaccia romana.
Diamo tempo al tempo.
Staremo qui tutto il 13, se la cuccoma non cogliona: poi a San Benedetto per circa una settimana: poi lo sa Iddio.
È un itinerario imbrogliato.
Al mio ritorno bisognerà sottoporre a una qualche cura il mio oriuolo svegliarino.
O non cammina, o, se cammina qualche poco, raccoglie i ferri di tutti gli altri oriuoli del Mondo cattolico.
Qualche canchero ci dev'essere entrato a mia insaputa.
Ma io non sono medico per farne la diagnosi né la prognosi.
Alla tua clinica verremo in chiaro della faccenda.
Servomi intanto dell'oriuolo di Ciro per contare quante ore sto lungi da te e dagli altri amici, che già mi paiono scorse a milioni.
Ti abbraccio, Checco mio, e Ciro ti abbraccia con effusione d'affetto.
Conservati, sii buono, e arrivederci
Il tuo Belli.
LETTERA 473.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[19 novembre 1844]
Mio carissimo amico
Dopo la precedente mia lettera accaddero nel mio viaggio varii cambiamenti, così rispetto all'itinerario come alla durata, avendo io ottenuto delle proroghe al permesso di assenza dall'uficio per motivo della pertinacia del mio mal di capo.
Insomma questo non ha mai fatto tregua; e tornato io a Roma e alle solite mie occupazioni, si è anzi vieppiù inasprito, gittandomi in non poca costernazione per l'avvenire.
Ciro sta bene ed ha ripreso i suoi studii alla Università, ove deve percorrere il quarto ed ultimo anno del corso legale onde nel futuro luglio guadagnarsi la laurea.
Ne' nostri privati colloquii spesso da noi si ritorna al discorso sulle tante e graziose testimonianze di bontà e di amicizia dateci da Voi e dalla vostra cara famiglia durante il nostro soggiorno in codesta ospitalissima e deliziosa vostra abitazione; e soffra la vostra modestia che io Vi ripeta anche in nome di Ciro, che pochi uomini sanno essere obbliganti cogli amici al pari di Voi, seppure tutti non li superate; nel che seguono assai bene il vostro costume e la Vostra Signora e i Vostri figli e la gentilissima Nuora, ai quali Vi preghiamo ricordarci con affettuose parole, come ancora al Sig.
D.
Flavio e alla moglie, facendo poi molte carezze per noi alle amabili creature vostre nipoti.
Giunse qua a me diretto un opuscolo del Sig.
M.se Filippo Bruti Liberati, per le nozze Casari-Avia.
Io ne ringrazierei direttamente il gentilissimo donatore se sapessi ove attualmente egli dimori, giacché mi fu detto esser partito da S.
Benedetto in seguito di una violenta malattia della di lui Signora: notizia che molto mi rattristò.
Se mai fosse tornato costì, pregovi ringraziarlo in mio nome, e fargli insieme sentire la parte che io prendo alla sua disgrazia, come pure la mia speranza del totale ristabilimento della Sig.ra Marchesa.
Se i conjugi Mar.si Guidi sono costì, mi obbligherete nel riverirli in mio nome.
Porgete ancora, di grazia, i miei rispetti alla Sig.ra Fiorani, al Sig.
Governatore Spagnoli, alla Signora Vostra figlia collo sposo, e infine a quanti vi appartengono per amicizia o per sangue.
Tralascio di pregarvi della continuazione di vostra benevolenza, giacché oso considerarmene in possesso.
Sono di cuore e con vera stima
Di Roma, 19 novembre 1844
Il vostro aff.mo a.co e serv.e
Giuseppe Giochino Belli.
LETTERA 474.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 16 Dicembre 1844
Mio caro e buon amico
Da una lettera del disgraziato ed ottimo nostro Marchese Bruti apprendo il vostro ritorno in seno alla famiglia dopo vario tempo da Voi trascorso in Ascoli, dalla quale città m'inviaste l'affettuosa Vostra del 24 novembre.
Ne' voti che formate pel ristabilimento della mia salute io riconosco quell'amichevole bontà di cui sempre mi deste prove da circa ben 26 anni a questa parte, senza mai smentirla in un solo incontro e per un solo momento.
L'affare però della mia salute non va certo a seconda de' desiderii vostri e de' miei; e siavene prova lo aver io dovuto per consiglio (anzi prescrizione) dei medici ritirarmi da qualunque occupazione mentale; in conseguenza di che mi è stato forza dimandare al governo la mia giubilazione per non incorrere nelle triste calamità presagitemi dal mio medico curante, e riconosciute probabilissime anche dal professore del Collegio medico-chirurgico, che fu deputato di uficio dal Cardinal Camerlengo a visitarmi e riferire sullo stato mio sanitario.
Vedete dunque che con questa mia testaccia non v'è da scherzare.
Dopo tante occupazioni eccomi pertanto in ozio, e in un ozio che mi divora di noia, tranne i brevi istanti che debbo pur consacrare ai materiali interessi del figlio mio, tanto più che il mio ritiro dall'impiego non ha potuto andare scompagnato dal sagrificio di borsa.
Abyssus abyssum invocat.
Cerchiamo almeno di non cadere sotto le cateratte.
Non potei udire senza profondo rammarico la sventura toccata al Marchese Bruti nella persona della eccellente Dama sua moglie: e di tal mio cordoglio partecipa anche Ciro, che ebbe la fortuna di conoscere la disgraziata Signora; benché non fortuna dovrei dire oggi, ma sì invece malincontro se quelli erano i primi ed ultimi momenti di una conoscenza capace di amichevoli soddisfazioni.
Che mondo di dolori.
Bramerei aver notizie della vostra salute e di quella di ciascun altro individuo di vostra famiglia, dalla Sig.ra Pacifica sino al più piccolo de' vostri nipotini, e così di D.
Flavio e della di lui consorte ecc.
Né la memoria che in vostra casa si ha la bontà di conservare di me e di mio figlio, manca di corrispondenza per parte di noi, che spessissimo torniamo sul discorso confortevole de' bei giorni passati costì, onoratissimi ospiti senza nostro alcun merito.
Pregovi del solito disturbo di ritirare dalla Cassa Camerale di Fermo quanto siavi in deposito sul nostro sequestro Trevisani, e farmene poi tenere lo importo.
Termino abbracciandovi con sentimenti di profonda stima
Il V.o aff.mo a.co e serv.e
G.
G.
Belli
LETTERA 475.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
16 dicembre 1844
Mio caro Torricelli
Nel polizzino da me trovato nel N° 6° della prima parte della tua antologia leggo da te raccomandatomi l'ottenere un favorevole rescritto.
Però tu stesso comprendi che può più dipendere dalla mia diligenza l'ottenerlo, che l'ottenerlo favorevole.
Al primo fatto giova l'insistere e l'importunare, come io continuamente faccio, benché sinora senza frutti: il secondo poi deve accadere per la persuasione in cui entrino gli E.mi Consultori della S.
Congregazione circa alla ragione della dimanda.
Purtuttavia anche in questo secondo risguardo io mi adopero con persuasivi argomenti onde riescire a servirti in conforinità de' tuoi desiderii.
Nella mattina del recente sabato 14 io mi recai per la millantesima volta alla Segreteria, ed avendovi trovato la pendenza tuttora inevasa, rinnovai con calore le mie insistenze da tutte le parti.
Dal complesso delle risposte di que' buoni Reverendi sembra poter ragionevolmente conchiudere che l'affare debba esser definito per le SS.
feste di Natale, e forse favorevolmente, essendomi detto aver oggi la cosa assunto un aspetto diverso da quello che mostrava in origine, giacché Mons.
Vescovo ha ora dato un'informazione più concludente e meno secca di quelle ch'egli suol dare alle indirizzategli interpellazioni.
Abbi dunque pazienza, mio caro Torricelli, e non incolpar me de' ritardi.
Godo che i libri sienti felicemente giunti ed abbiano incontrato il tuo genio.
Sul resto va ottimamente quanto mi dici.
Mi raccomandi star sollevato di spirito: cosa ben difficile quando esso è condannato alla inazione, e trovasi patita la casa che lo ricetta.
Ciro ti saluta colla solita cordialità, e tu salutaci i figli tuoi.
Il tuo aff.mo a.co
G.
G.
Belli
LETTERA 476.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 3 marzo 1845
Mio carissimo amico
La pittura che nella lettera 27 Xbre 1844 (qui giunta il 6 gennaio) mi fate del vostro stato sanitario potrebbe chiamarsi il vero ritratto dello stato mio stesso.
Oltre il solito mal di capo pel quale ho dovuto ritirarmi dall'impiego, soffro da tre mesi un bel reuma di petto e di spalle e di collo, che mi tien quasi sempre inchiodato o in letto o sopra una poltrona.
Sanguigne, mignatte, vescicanti, deprimenti per bocca ecc.
ecc...
tutto nulla.
Intanto anche la vista me se ne va, e ringraziamo Iddio.
Pagansi professori, speziali, assistenti, e forse presto il beccamorto.
Non vi spaventate: me lo fa dire il male umore.
Spero, o mi si fa sperare, nella imminente buona stagione.
Mi prometteste...
non mi dite seccatore, mi prometteste di riscuotere il ritengo Trevisani, e mandarmene l'importo per mezzo del Sig.
Alibrandi.
Se non avete potuto farlo, e se potete farlo, fatelo, Neroni mio.
Per mille ragioni le mie circostanze economiche vanno anche meno bene di prima; e chi sa che più in là non mi tocchino altre spese per cambiamenti d'aria, e che so io.
Dunque il vostro bell'animo mi compatisca e mi condoni la noia, che sempre vi arreco.
Aspetto pertanto gli effetti della vostra gentilezza.
Pregovi aggradire, e farne parte a tutta la vostra famiglia, le sempre vive espressioni di amicizia che Ciro non cessa d'incaricarmi di porgervi, ringraziandomi sempre di avervigli fatto conoscere.
Io vi unisco le solite proteste della nostra vecchia benevolenza, mentre godo ripetermi
Il vostro obb.mo aff.mo a.co e serv.e
Giuseppe Gioachino Belli
P.
S.
Ditemi qualche cosa della Marchesa Bruti, e del Marchese ancora, il quale pregovi riverire in mio nome.
LETTERA 477.
A LUIGI CARDINALI - ROMA
[28 marzo 1845]
Pregiatissimo amico
Mi ha detto Spada che il fatto della accordatami giubilazione lo avete recentemente saputo dal principe Del Drago.
Se, benché infermo, avessi io lasciato d'istruirvene direttamente, mi chiamerei molto in colpa.
La liquidazione avvenne il 3 gennaio, ed io mandai subito Ciro a darvene parte in mia vece; nella qual circostanza narraste Voi allo stesso mio figlio il colloquio che avevate avuto in proposito qualche giorno innanzi col Principe di Campagnano alla Cassa di risparmio: colloquio accaduto dopo il 23 Xbre, nella sera del quale giorno fu l'ultima volta che noi ci vedemmo per gli auguri di Natale.
Se vi compiacerete riandar colla mente a simili circostanze, mi giustificherete di una mancanza di cui mi dorrei troppo se vi fossi caduto.
Dove io non torni a letto pe' miei ostinati reumi, presto verrò a visitarvi, avendone gran desiderio.
Intanto però ho voluto togliermi dal cuore il rammarico d'aver potuto comparire a' vostri occhi negligente in delicata materia.
Pregovi de' miei rispetti alla Signora ed ai cari figli, non che di conservarmi la vostra benevolenza.
Sono con affettuosa stima
Di casa 28 marzo 1845
Il Vostro obb.mo a.co
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 478.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, martedì 8 aprile 1845
Ciro mio caro
Penso che tu starai oggi attendendo il mio riscontro alla tua di domenica 6, e non so che dirai non vedendolo comparire.
Eccone il motivo.
Jeri non giunse il tuo foglio come avrebbe dovuto, ed io invano lo attesi.
Venne invece un giornale italiano dove si parla de' miei versi: cosa di cui nulla affatto mi premea.
La ricevo oggi la tua lettera, e bisogna dire o che non arrivasse in tempo la impostatura, o che (con maggiore probabilità) codesti Signori Ministri postali prendano i passi avanti, onde andar poscia a spasso senza pensieri.
La felicità del tuo viaggio mi ha consolato.
Anche qui principiò piovere a ben tarda ora; e dissi: forse Ciro è adesso arrivato: benché l'atmosfera non pianga per tutto ad uno stesso momento.
Quindi finora non ha piovuto più; e spero la stessa fortuna per te.
Mille, mille e poi altri mille saluti al caro, buono e rispettabile nostro amico, del quale sei ospite.
Spedisco subito le due copie del mio libro che si è compiaciuto desiderare.
Ne ho per fortuna alcune che Spada mi portò giorni addietro.
Ma se non ne avessi avute, avrei corso Roma per trovarle all'istante.
Biagini si è trovato presente all'arrivo della tua lettera, ed ha avuto il primo saluto di quelli che tu mandi agli amici.
Agli altri andrò orora diramandoli.
Intanto e lo stesso Biagini, e questi nostri parenti, e tutti coloro coi quali ho parlato dal giorno della tua partenza ti abbracciano di tutto cuore.
Salutami Riotti, la di lui famiglia, la Casa Vannuzzi, Babocci e Governa.
Io ti stringo al petto nell'ansietà di rivederti con me; e frettolosamente chiudo la presente per portarla alla posta
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 479.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 12 aprile 1845
Mio carissimo figlio
Ricevo e riscontro la tua di ieri.
Rifletti benissimo che per la scuola giorno più, giorno meno, sarà un danno lievissimo, da potersi poi in qualche modo riparare con un po' di applicazione di giunta, benché per verità tu non istai ozioso.
Ma anch'io, se potrò esser buono a copiarti qualche cosa, ti aiuterò con mio sommo piacere; e tu poi darai una letta a quel che t'avrò scritto io.
Altronde, giacché ti trovi in codeste parti per definire i tuoi affarucci, mi parrebbe sconsigliatezza il lasciarli sospesi; e tu sai quanto poco si riesca a combinarli per lettera.
Dunque, poiché fan tempi sì perversi, val meglio che ti fermi anche oltre il lunedì, se le circostanze lo richieggono, e così quindi partire a cuore tranquillo.
Al postutto deciderai come ti sembrerà più espediente, non essendo io mai per disapprovare le tue prudenti determinazioni.
Ciò in quanto agli affari, e ci siamo intesi.
In questo medesimo corso parte una mia lettera responsiva a Mons.
Tizzani, il quale avrebbe desiderato da me un componimento concernente le funzioni occorse nell'episcopio precedentemente al tuo arrivo costì.
Non puoi, Ciro mio, farti un'idea del rammarico da me provato nel dovergli rispondere che nello stato della mia testa io possa applicar l'attenzione a simil bisogna.
Gli ho scritto un interminabile foglio per impegnare la sua buona amicizia a credere alle mie parole, e non sospettarmi invece di tiepida volontà di contentarlo.
Ti assicuro che vivo in molta angustia di spirito per simile contingenza; e poco ti costerà l'esser di ciò persuaso, conoscendo tu quanto io debba a Monsignore e quai sentimenti vivano in me a suo riguardo.
Pregoti perciò di aiutarmi anche tu a viva voce, non già perché io dubiti non trovar fiducia presso di lui, ma onde ti unisca tu a me per fargli sentire tutta la forza del mio dispiacere in tal congiuntura.
Jeri sera venne Raffaele Cini a portarmi i tuoi saluti, perché con questi tempi io non esco di casa.
Mi disse che nello scorso giovedì 10, alla mezza notte, partorì Clelia felicemente, sgravandosi di una bambina.
Tutte femmine nella discendenza de' Cini! Vedremo cosa escirà di Costanza.
Sono fatte le altre due rimontature de' tuoi stivali.
I parenti secondo il solito, e così gli amici che vado vedendo, ti salutano caramente.
Mi ha scritto la Perozzi con un altro quesito.
Mi ha pure scritto Bianconi da Perugia, e ti saluta.
Voleva miei versi per la Camelia che va a stampare.
Ma posso io fargliene? Manderò forse qualche cosa di vecchio.
Mille cose amichevoli a Mons.
Tizzani, ed a tutti gli altri.
Con tutto il cuore ti benedico ed abbraccio
Il tuo aff.mo padre.
P.
S.
Riapro la lettera per dirti che se mai resti a Terni oltre il lunedì, e purtuttavia si mantenga il sinistro tempo, prendi qualche legnetto coperto o carrettella, e va' così a Cesi.
Non sarà difficile, credo, il trovarlo, specialmente colla influenza di Monsignore.
Circa alla spesa, non badarci.
Se poi non può combinarsi neppure così, convien dire che la disgrazia ci perseguita.
LETTERA 480.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, giovedì 21 agosto 1845
Mio carissimo Checco
Son molti giorni che avrei dovuto e voluto scriverti per dimostrarti di non essere tu da me dimenticato.
Ma indipendentemente dalla impossibilità che tu possa creder me capace di simile fallo verso la gentile e sempre affettuosa amicizia da te dimostratami in tutti i giorni, si può dire, della nostra vita, qualche prova ti ho pur data della viva memoria in cui ti conservo, nelle lettere da me dirette al caro nostro Biagini.
Questi ti ha forse confidato i motivi del piuttosto stretto carteggio fin qui passato fra lui e me, motivi che, ti assicuro, non mancano di tenermi di cattivo umore, quantunque sino ad ora nulla sia accaduto di positivo in un avvenimento che nell'altrui petto mi si va preparando.
Di ciò non ti dirò altro, giacché Biagini, che ne sa quanto ne so io, e più ancora di me, può metterti al fatto di tutto (seppure per avventura non te ne abbia ancora parlato) e dirti come...
Ma bestia che sono io! Tu già sai ogni cosa.
Rileggo la lettera di Biagini, in data del 18, e vi trovo che tu vedesti i miei fogli a lui scritti il 15 e il 17.
Ebbene? Che te ne pare? La famiglia Mazio non mi ha ancora mosso parola di quanto bolle nella loro pilaccia fessa, ed io per conseguenza faccio con essa l'indiano.
Vorrebbe però esser guerra ed aspra guerra quando mi desser la sfida.
A Biagini per questa volta io non scrivo.
Prego te di far le mie parti con lui, com'egli le ha fatte sinora con te.
Ringrazialo vivissimamente in mio nome de' tanti fastidii cadutigli addosso pel fatto della locazione andata forse in danno a motivo della slealtà di chi doveva stipularla con lui.
Ringrazialo pure del curioso ragguaglio datomi intorno al suo dialogo con quella cicala secca di Nannarella, nel qual dialogo però mi sembra che egli sostenesse le parti del diavolo tentatore.
E Biagini badi alle mie parole: la abilità e la apparente buonafede di cui si valse per cavare il rospo di corpo a Nannarella, saranno un giorno da costei citate come documento della persuasione in che lo stesso Biagini (benché tanto loro amico, essa dirà) viveva sulla convenienza del cavar di casa me e Ciro per rimetterci dentro chi vi era uscito per sempre onde ritornarvi dopo brevissimo tempo.
E allora bisognerà rispondere e si risponderà alla onorevole preopinante: Biagini vi coglionava, secondo il vostro merito, per farvi cantare.
Già mi era nota la rottura della nuova ed ora vecchia campana di S.a Maria Maggiore, partecipatami da Biagini: anzi ne scrissi a Nannarella il 18, facendo onorevole menzione del Campanaio artefice e del Campanaio di sagrestia, i quali forse si scapiglieranno a vicenda.
Godo tanto e poi tanto del miglioramento di Fortunato Viotti.
Quanto deve aver sofferto il povero padre!
Noi, Checco mio, partimmo di Terni la mattina del lunedì 18, e giungemmo in questa amena Perugia alle 9 antimeridiane del martedì 19.
I due fratelli Carlo ed Ettore Marchesi Monaldi, perugini e già compagni di collegio con Ciro, erano pochi dì prima venuti a trovarlo in Terni, e poi ne ripartirono.
A Spoleto, dove si trattennero qualche giorno presso una lor sorella colà maritata a un altro lor compagno nel detto istituto, ci riunimmo con essi, e tutti e quattro insieme venimmo a Perugia.
Qui tutti al solito ci colmano di gentilezze, e Ciro specialmente è cercato dalle migliori famiglie.
Ho una gran tentazione di lasciar Roma e stabilirmi a Perugia.
Di questa mia tentazione non tenerne motto che col nostro Cianca.
Misterissimo con chiunque altro.
L'unico ostacolo sarebbe il dividermi da te, da Biagini, da Ricci, e da pochi altri amici.
Salutameli tutti quando li andrai vedendo.
Tu conosci chi amo e stimo.
Ciro ed io ti abbracciamo di cuore
Il tuo Belli.
Non ho mai potuto sapere il numero del tuo portone, benché ne abbia richiesto a Biagini due volte.
Dimmelo tu in nome di Dio.
LETTERA 481.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, lunedì 15 settembre 1845
Sor Checco
E, se è lecito alla dimanda, gl'impicci e la fiaccona producono in voi l'affetto di mettervi il diavolo in corpo che vi dêtti lettere di 111 righe a occhi di pulce e figura di ferratella? Ho io però una fiaccona più giudiziosa, e più penetrata del fine a cui l'ha Iddio destinata.
Biagini riscontrò la mia lettera del 3 nella vigilia del giorno delle sue glorie, del giorno cioè della sua partenza fra quelle due delizie di donnette una per fianco ad uso di manichi di piluccia.
Beato lui! Quando si è privilegiati dalla fortuna, vedete con quanto poco si può acquistare pel Mondo la celebrità! E non dirà fra poco l'Omnibus di Napoli che D.
Domenico Biagini di Roma ha seco portato un serraglio? Badate, sapete, Sor Checco, ch'io scherzo, e scherzo davvero; e ve ne avviso perché non abbiate a divertirvi in commenti.
Ti assicuro, Checco mio, che le notizie da te datemi sul conto della Cardinali mi fanno gran pena, perché vedo completamente svanito anche quel filo di speranza che alcuni pur volevano riporre ne' probabili buoni effetti del parto.
I fenomeni delle ultime convulsioni sembranmi tali da inspirare piuttosto timore di un più funesto avvenire.
Mi figuro lo stato di angoscia in cui deve vivere il marito, il quale ha già sufficienti motivi nella sua stessa persona per tenere aperto il cuore a sentimenti tutt'altro che confortanti.
Circa alla mia salute Messer Raffaello Lopez si attiene nelle sue relazioni al sistema comune di quelli che badano più alla cera che non ai fiotti dei galantuomini.
Dicono tutti che ho una buona cera.
Per la cera esterna mandiamola buona, se assolutamente voglion così.
Ma se di fuori è cera, dentro è sevo, come nelle candele de' festini.
Sto sempre co' reumi per le tasche, e della testa ne farei cambio con quella del mio vicino Abate Luigi.
I tenenti Ricci e Carroti ti rendono mille saluti.
Essi stan bene e lo dicono.
Dell'Accademia tiberina, del bosco Parrasio, della prosa del Cav.
Servi, dei matrimoni Boschi e Allegrini degli Accademici incolti, del Concistoro dell'11, dello Statuone a S.
Pietro, hai fatto molto bene a tenermene parola; ma se non me ne avessi parlato, non mi sarei preso collera per la omissione.
Non vidi il D'Azeglio, e ne seppi la visita alla famiglia Cavalieri un'ora dopo esser egli retroceduto a Fuligno per proseguire il viaggio verso Ancona.
Venne qui una sera e tornò via verso il mezzodì della susseguente mattina.
Ti ho dunque salutato il solo Prof.
Cavalieri che in ritorno ti dice molte gentili parole.
Secondo le dottrine di Gaetano Ricci parea che il fratello avvocato doveva recarsi per qualche giorno in questa Città.
È venuto Mons.
Silvestri; e non avendo Ricci accompagnato il Silvestri, dubito doversene inferire variazione di progetto.
E la Sig.ra Marietta ancora a Frascati? Fa bene.
La cantante ed equilibrista Sig.ra Carolina Internari prosegue il suo corso di teatrali spettacoli, con grande edificazione di tutta Perugia.
Se vedi qualcuno di casa Mazio pregoti di mille e mille saluti da parte mia e di Ciro.
Sai o no quando Biagini ritorni?
Nulla mi dici delle prudenze Balestriane.
Nulla forse di nuovo su tale particolare? Ma già, con te poco ne parleranno.
Tu credi che io scherzi sul progetto di scasare da Roma, ed io ci vo pensando sul serio.
Per ora torno a raccomandarti silenzio.
Tutto dipenderà dalle risoluzioni dei Mazio e Balestra.
Cominciando dalle Stalle di Chigi metti mano al tuo pisciabotte di saluti.
Il mio Ciro, che trovasi oggi in campagna giuocando a palla, mi ha lasciato mille abbracci per te.
Sono e sempre sarò da lungi e da presso
Il tuo aff.mo a.co
G.
G.
Belli
LETTERA 482.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, domenica 21 settembre 1845
Caro Checco
In soggiunzione alla mia del 15 vengo a farti conoscere che noi due, padre e figlio, qui tuttora dimoranti, partiremo per Terni nella mattinata del venerdì 26; per Terni, dico, dove, se dà nel vero una notizia riportata qui jeri dal Professor Peretti (il quale è qui colla sua famiglia venuto a visitare un suo figlio, convittore in questo collegio) non troveremo forse più il caro Mons.
Tizzani che si vuole partito all'improvviso nello stesso giorno di jeri alla volta di Roma per urgente chiamata della Seg.ria di Stato, da cui, dicesi, va ad essere nominato Nunzio pel Belgio o per la Svizzera o pel Brasile, la quale ultima destinazione sarebbe insieme la più probabile e la peggiore.
Se il fatto sussiste, aspetto senza fallo col corriere di dimani qualche diretta partecipazione di Monsignore; e quando io nulla da lui riceva, mi parrà dover ritenere la corsa voce come una ciarla senza alcun fondamento.
Godrei e mi rammaricherei nel tempo stesso di simile promozione: il godimento nascerebbe dell'amicizia, il rammarico dall'egoismo.
Se vuoi scrivermi, dirigi la lettera a Terni, dove mi fermerò per varii giorni; e allora dammi novelle, se ne hai, del Biagini.
Vuoi mie notizie? Ritirato, quasi sempre, come una codica.
Vuoi notizie di Perugia? Diluvii, venti, nebbie, fulmini, e tragedie di Madamigella Internari.
Vuoi notizie di Ciro? Sta vispo come un cardello e forte come un leone.
Vuoi miei saluti per tutti? Te ne mando quanti può un corriere portarne, e può portarne assai siccome roba leggera e incapace di tassa.
Vuoi altro? Pigliati per zavorra un carico di abbracci per mio conto e di Ciro.
Il tuo Belli.
LETTERA 483.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, giovedì 25 settembre 1845
Mio stracarissimo Checco
Come ti dissi nella precedente mia del 21, io parto nella prossima notte per la Città di Spoleto, e quando ti dico io intendo nominare con me anche il mio Ciro.
A Spoleto mi tratterrò la notte dal venerdì al sabato, e forse ancora tutto il sabato 27.
In questo caso giungerò a Terni domenica 28.
Non trattenendomi poi sabato a Spoleto sarò a Terni nel sabato stesso.
Fra tante ripetizioni del vocabolo sabato mi par d'essere un Isacco o Abramuccio.
In qualunque delle due dette giornate però arrivi io a Terni, son sicuro di non trovarci Monsignor Tizzani, essendosi verificata la di Lui partenza per Roma, di che ti parlai nella precedente mia lettera.
Un amico di Ciro scrisse allo stesso Ciro il 23 che in quella sera si aspettava a Roma Mons.
Tizzani, il quale sarebbe andato a smontare a S.
Pietro in Vincoli! Del motivo peraltro di un simile viaggio non ne diceva parola.
Checco mio, ti ringrazio delle partecipazioni che mi fai sulla pendenza Mazio-Balestra.
Circa poi a quanto può riguardar me in questa faccenda, restiamo sempre intesi che io in casa Mazio mi tacerò costantemente e farò l'indiano, fintantoché non me se ne muova da essa qualche discorso; ed anche allora mi mostrerò nuovo di tutto, fuorché della semplice idea del Balestra di tornare a Roma, poiché di questa già da agosto mi prevenne Gigi ma senza aggiungermi nulla sul mio proprio particolare.
In questo affare, lo ripeto, io non voglio prendere la iniziativa, per quanto i Mazio possano credere o sospettare che o tu o Biagini, entrambi al fatto della cosa, me ne abbiate dato qualche sentore per mia presente e futura norma, mossi dalla amicizia che, legandovi più a me che ad essi, debbono farvi tenere più dalla mia che dalla lor parte.
E forse anche vi hanno essi svelato all'uno e all'altro qualche porzione de' loro progetti relativi a me in simile faccenda, onde voi due me li veniste a soffiare all'orecchio in confidenza per prepararmi l'anima e la lingua alle successive dichiarazioni.
Ma io, dirollo anche una volta, starò sempre zitto e mi monterò sempre nuovo di tutto.
E credo che né tu né Biagini abbiate mai fatto subodorare a que' nasi le notizie che siete venuti di tempo in tempo somministrandomi.
Possa il clima di Velletri contribuire al miglioramento della salute della Cardinali e ancor del marito!
Della morte della vedova Ricci e contemporanea malattia della di lei sorella mi aveva già parlato Gaetano; ed io corsi tosto col pensiero alla sventurata Nannetta Wellisareff, caduta sotto quest'altro dispiacere.
Quando la disgrazia prende a battere una testa tutti i guai cadono lì.
Tanto la tua del 20 quanto il libretto speditomi da te con la inclusa cartina il 22, furonmi dati da questo uficio postale nel giorno di jeri.
Mi recai subito dal Prof.
Cavalieri con esso libro e coi tuoi saluti e colle tue scuse pel ritardo di simile invio.
Egli mi rispose pregandomi di porgerti in suo nome i più vivi ringraziamenti aggiungendo che questo a lui carissimo dono gli rende preziosa la memoria che con esso tu mostri serbare di lui.
Mi piace assai di aver conosciuto prima la guarigione che la malattia dell'ottimo e rispettabile Canonico Capalti.
Dicesi ora che Nunzio a Bruxelles vada Mons.
Vincenzo Massoni.
Bella carriera anche ad esso si apre.
Seppi iersera essere qui Mons.
Gnoli.
Dubito, con mio dispiacere, di potere dentr'oggi cercarlo e vederlo.
Ritorno col discorso ai Mazio.
Domenica 21 scrissi a Nannarella, e così anche prima di saper da te il lor dispiacere pel mio lungo silenzio.
Ma in difetto di materie da trattare per lettera, e tutto restando alle notizie mie, le andava loro porgendo o pel mezzo di Biagini o pel tuo.
Se mai li vedi, ripeti lor sempre i miei cordiali saluti con quelli di Ciro.
Questi ha fatto qua e là delle gite piacevoli, e jeri sera tornò da un giretto di due giorni su e giù pel Trasimeno.
Ti abbraccia egli come fratello; ed io faccio altrettanto.
Trovando amici, stringi loro la mano per noi.
Il tuo Belli.
P.
S.
Cavalieri è del tuo stesso parere sulle inondazioni del Tevere E come no?
LETTERA 484.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Terni, (dove son giunto la sera di
lunedì 29 settembre) il 1° ottobre 1845
Mio carissimo Checco
Alla tua lunga lettera di jeri ne rispondo una breve per mancanza di tempo.
Trovai jeri una succinta letterina di Nannarella in data del 26.
Ecco il più che in essa mi dice: "Di Orsolina debbo dirti con gran piacere che sembra definitivamente combinato il suo ritorno; che si spera vorrà essere al più lungo sulla fine di ottobre.
Puoi immaginare il contento di noi tutti di rivederla così presto, cosa che si credeva davvero passare molti anni".
Pesa queste parole, caro Checco, le quali dicono molto e per me non dicono niente.
Come diavolo se la saranno impicciata? Cosa diavolo avranno stabilito a mio riguardo? Indovinala grillo.
La più probabile mi sembra che per ora inzepperanno i vegnenti alla meglio, o alla peggio, salvo l'intimo poi a me di sloggiare al più presto.
La vorrà esser da ridere.
Siccome non parrebbe possibile che né tu né Biagini mi aveste mai scritto una parola di simil pendenza, io ti prevengo (e tu previeni Biagini, se torni a Roma prima di me) che dirò avermi voi altri data la semplice notizia del ritorno di Orsolina senza altre aggiunte o riflessioni.
Così, parmi, andrà bene.
Questa è una faccenda che mi tiene assai di mal'umore, specialmente nello stato del mio spirito così attaccato alle consuetudini e pauroso de' cambiamenti di vita.
Ah! feci malissimo nel 1837 a cedere alle istanze di riunirmi con loro! E furono istanze vivissime.
Dicesi qua che Mons.
Tizzani torni presto, ma ignorasi quando.
Noi siamo in Vescovado ove tutto era preparato per riceverci.
Addio: la posta si chiude.
Saluti da Ciro e miei a tutti gli amici che vedi.
Ti abbraccia di cuore
Il tuo Belli.
LETTERA 485.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[20 dicembre 1845]
A.
C.
Sono stato più giorni perplesso in quai termini avrei dovuto riscontrare la vostra 7 corrente responsiva alle mie due 24 ultimo luglio e 29 p.p.o novembre per essere essa concepita in un senso gentilissimo sì, ma insieme tale che non evade affatto la faccenda che da tanto tempo verte fra noi.
Comunque sia, le concilianti parole che in quella adoperate mi hanno alfine indotto a mantenere con voi il medesimo stile pacifico nel darvi una rapida analisi delle vostre espressioni onde mostrarvene il vuoto intorno al fatto del nostro bilancio, vuoto che da qualche anno si trova sempre nel vostro carteggio su questa benedetta faccenda.
Indipendentemente ancora dalle epoche e partite de' nostri conti più remoti dell'anno 1844, nelle quali pur trovansi tardanze di tempo e differenze di somme fra quel che esigeste e quel che m'inviaste, la sola e parziale inspezione dell'accaduto nel d.o anno 44 basterebbe a chiarire un vostro debito verso di me.
Ricordiamo questi ultimi fatti.
Il 19 agosto 1844 mi faceste manualmente a S.
Benedetto l'ultimo pagamento, che fu di scudi due e bai: trentasei, residuo (secondo la vostra lettera 23 antecedente luglio) di esigenze anteriori.
Io lasciai la vostra casa a S.
Benedetto nel 23 agosto; e voi dopo soli quattro altri giorni, cioè il 27, ritiraste dalla Cassa Camerale di Fermo Sc.
13:68, de' quali non mi deste quindi mai conto.
Nel 23 dicembre faceste altra esigenza di Sc.
13:68, e nella vostra lettera del susseguente dì 27, lungi dall'accusarmi neppur di questi l'incasso, mi diceste anzi che sui primi dell'imminente gennaio 1845 avreste procurata a Fermo la riscossione di quanto vi potesse esistere per me.
Taceste poi sino al 22 marzo 1845, e in quel giorno veniste fuori annunziandomi che nei primi di gennaio la Cassa di Fermo ricusò di pagarvi.
Conchiudevate poi che fra non più di dieci giorni mi avreste rimesso il conto originale di cassa dal 1841 a tutto il 1844: spedizione che quindi mai faceste, e se ne intende il perché.
Dopo le inevasioni adunque delle succennate due ultime partite, prescindendo anche dalle lacune precedenti, potevate voi credere (come oggi dite) che il nostro conto fosse perfettamente in regola ed in corrente, o mostrarvi meco sorpreso che nella mia 24 ultimo luglio io vi affacciassi il contrario?
Il bilancio da me speditovi colla mia 24 ultimo luglio, e i cui elementi del vostro dare mi obbligaste con vostro perseverante silenzio a cavarli alfine dalla sorgente, mostra chiarissimo e per date e per somme lo spunto esistente in questa faccenda, spunto che (perdonate, caro Neroni) Voi stesso conoscete quanto io lo conosco, e lo conoscevate anzi da molto prima che io colle mie indagini ne venissi al giorno della verità.
Come pertanto potete voi ora chiedermi un poco di pazienza finché vi accertiate della cosa col riandare a le vostre riscossioni, e le ricevute da voi rilasciate, e i pagamenti fattivi dalla cassa? Queste ricerche, da voi portate al numero di tre, sono invece una sola e semplicissima, per la quale, ad ogni modo, basta un solo istante, mentre pure da luglio, in cui vi spedii il bilancio, sono ormai scorsi ben cinque mesi.
Per tener sempre in ordine questo conterello di dare ed avere vi bisognava non più che un pezzetto di carta grande come una ricetta di medico; ed altronde non potevate né potete trascurare il pronto disbrigo di una lievissima verifica sì interessante la vostra delicatezza, la quale per la nostra antica amicizia sta a cuore anche a me.
Ma infine io ho urgenza del danaro, e torno a pregarvi di farmelo giungere.
Conservo io presso di me, già stesa pel bisogno, una completa e lucida storia di tale affare, ricavata dalle date e somme delle riscossioni da voi eseguite ab-origine, messe in raffronto tanto colle date e somme delle rimesse da voi fattemi, quanto colle date ed espressioni di tutto il nostro carteggio.
Simile storia è ignota sinora benanche a mio figlio, ed io bramerei restasse inutile per convincervi sino a qual punto io vorrei valutare la stima ed amicizia che mi dite desiderar conservata fra noi.
Terminiamo adunque subito e in pace siffatta pendenza, ed evitiamo quanto di disgustoso e indecente potrebbe altrimenti derivarne qualora vi piacesse contrastarmi la soddisfazione di mandar quieta ed occulta a chiunque altri una differenza nata fra due vecchi amici a cui ripugna il rinunziare al loro scambievole affetto.
Non mi rispondete pertanto più in modo equivoco ed evasivo, siccome, diciamolo liberamente, usate già da qualche anno; e ritorni così la buona intelligenza fra noi, o, per meglio dire, mantengasi.
Auguro felicissime a voi ed alla vostra famiglia le prossime feste, e mi ripeto come per lo passato.
Di Roma, 20 dicembre 1845
Vostro aff.mo a.co
G.
G.
Belli
LETTERA 486.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, lunedì 29 Xbre 1845
(9 1/2 antimeridiane)
Mio caro Ciro
È meglio che io ti anticipi una lettera, giacché potrebbe pur darsi il caso che se io avessi a scriverti solamente in risposta, tu non ricevessi alcun mio foglio ne' pochissimi giorni della tua permanenza costì.
Difatti è probabile che ieri (dom.ca) ti mancasse il tempo di annunziarmi il tuo arrivo; e in tal caso io non avrei oggi alcuna tua lettera da riscontrare.
Oggi potrai scrivermi senza dubbio; ma dimani mi giungerebbe la tua lettera in ora da potervi rispondere? Poi viene il mercoldì senza corrieri.
Quindi il giovedì con posta: ma nel successivo venerdì saresti tu in Terni per ritirare il mio riscontro? È meglio dunque, ripeto, che io ti anticipi una lettera: il resto andrà poscia come potrà.
Nella notte del tuo viaggio io stetti sempre sveglio, facendo il calcolo (fra le ore e le miglia della tua percorrenza) in qual luogo potessi tu ritrovarti ad ogni punto della nottata; e così proseguii ieri mattina sino ad un'ora pomeridiana.
Tra fermate e cammino io valutava quattro miglia per ciascuna ora di viaggio; e mediante un simile computo, supponendo alle 8 la tua uscita da porta del popolo, mi compiaceva quasi di seguire coll'occhio il procedere della tua diligenza.
E di poco certamente avrò errato, salvo ostacoli che non voglio supporre.
Spero quindi che il tuo viaggio sarà stato felice, come felice mi lusingo sia la tua permanenza, e altrettanto succeda in breve del tuo ritorno.
Il mio reumattaccio si mantiene sin qui quale me lo lasciasti addosso in partire.
Ho il muso gonfio nella metà sinistra, e sto a letto per puro riguardo, onde più presto la faccenda abbia termine.
La è insomma più molestia che danno, ma la molestia stessa non può dirsi dolcezza né utile, fuorché nel senso cristiano, quando venga accolto il male con rassegnazione.
Del teatro Tor-di-Nona buone notizie in quanto alla musica, che da tutti si decanta per eccellentemente eseguita.
Iwanoff, bravo: Colini più bravo: la De Giuli, bravissima.
Il Ballo, mediocre.
Gran chiacchierata e pochi colpi di scena.
Aspettiamo ansiosamente la Elfsler.
A Valle il preveduto pasticciotto.
Del Metastasio il solito incontro.
Sul resto non accade parlare.
Udremo poi le nuove dell'Opera regia di Terni.
Temo pel povero Israele, quantunque gli altri compagni saran forse altrettanto israeliti che lui.
Ma per Terni ogni sciamanno può aver passo, quando vi si trova perfino chi sel toglie per cognome, e cognome con titolo.
Riverisci e saluta infinitamente il cortese tuo ospitator Monsignor Tizzani ed augura il buon capo d'anno sì ad esso che a Riotti e sua famiglia.
Spero il Segretario guarito.
Dì mille cose in mio nome alla casa Vannuzzi, e così a quelle Governa e Babocci.
Prega poi quest'ultimo di definire la nostra pendenza biennale.
Tutti a casa ti salutano; ed io, di cuore abbracciandoti, mi ripeto
Il tuo aff.mo padre.
Al mezzodì in punto.
Venuto poco fa Viotti dopo finito il suo uficio nella Dogana della suola, gli dissi che ripassasse più tardi per prendere e portare alla posta la già-fatta presente mia lettera, volendo io aspettare se mi giungesse prima qualche tua notizia di Terni.
Eccola infatti; ed io dunque ti aggiungo due altre righe per mostrarti la mia gioia nell'udirti felicemente arrivato.
Nuovamente ti abbraccio e benedico: addio.
LETTERA 487.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[3 febbraio 1846]
A.
C.
La vostra del 25 pp.o gennaio, giuntami il 29, mi fa sentire che Voi, niun registro avendo tenuto nell'affare della esigenza Trevisani, vi rimettete alla mia onestà ciecamente.
Non possono però sfuggirmi due rilievi: 1° che nella vostra precedente del 7 Xbre non sembravate tanto disposto a valutare questa onestà mia, giacché prima di ammettere il vostro spunto volevate bene accertarvene sui vostri Conti: 2° che questi conti dunque dovevate averli, né si potrebbe ritenere altrimenti qualora rileggansi le vostre lettere, e in ispecie quella del 19 aprile 1843, nella quale mi chiedevate il mio conto per confrontarlo col vostro.
Non deve quindi costarvi oggi un grande sforzo il riposarvi sulla mia onestà, vedendo quanto essa ben combini coi fatti sviluppatisi nel mio bilancio, e a voi già noti dapprima.
Queste riflessioni ve le faccio, mio caro Neroni, al solo scopo di mostrarvi quanto io sia vigilante nelle cose da me condotte: del resto non mi reggerebbe l'animo al conservare alcun rancore con voi quando, o in un modo o nell'altro, siete pur venuto al punto di convenire nella necessità di un rimborso pel quale altronde mi chiedete una dilazione di qualche tempo siccome una prova novella della mia particolare amicizia per Voi.
Qui vi assicuro su quel carattere di onestà che non avete saputo disputarmi, che ogni ritardo al recupero di somma non lieve, e sulla quale io aveva fatto disegno, nuoce non poco all'infelice stato economico del patrimonio di mio figlio, da me amministrato: purtuttavia, nello udir tale appello alla mia vecchia amicizia, non so negarvi la condiscendenza che mi chiedete, purché, secondo le vostre promesse, il rimborso degli scudi sessantacinque e baiocchi settantaquattro secondo la nota rimessavi, si compia non oltre il termine del corrente anno.
Intanto la faccenda resterà quieta fra noi, e ci siamo intesi.
Mi fate poscia il racconto delle vostre sventure in famiglia.
In quanto alle due disgrazie relative alla Sig.ra Pacifica e al vostro nipote Pierino, sapete che non mi erano ignote: novissima per altro e ben amara mi è giunta la notizia dell'accaduto all'altro vostro nipote.
Ma come è possibile che in un sì tenero corpo non si possa rimediare a una lussazione di un femore? Sarebbe invero una terribile fatalità.
Per quanto le umane parole siano sterili mezzo di conforto per un cuore esulcerato, pregovi pure di non disgradire le mie, ricordandovi che in danni di simil natura null'altro è concesso ad un amico per sollevare la tristezza dell'amico angustiato, fuorché l'esortarlo a portare in pace quel che preso con irato animo non farebbe che sempre più divenir doloroso ed acerbo.
Altrettanto vi dico circa alle molestie della vostra salute, suggerendo a voi quella medicina che trovo buona per me nel mio stato permanente di sofferente, mentre dal 12 dicembre a questa parte son per me più i giorni di letto che quelli di libero moto.
Sono colla solita amicizia
Di Roma, 3 febbraio 1846
Il vostro aff.mo
G.
G.
Belli
LETTERA 488.
AL PROF.
GIUSEPPE IGNAZIO MONTANARI
DIRETTORE DELL'ACCADEMIA DE' RISORGENTI - OSIMO
[28 marzo 1846]
L'onore compartitomi da codesta illustre Società scientifica e letteraria coll'inscrivere l'oscuro mio nome nell'albo accademico, m'impone tanta maggior somma di gratitudine in quanto che, non provocato da alcuna mia preghiera, vennemi tutto da spontanea benignità del Cortese Consesso.
In questo mio riscontro pertanto all'umanissimo foglio del 12 corrente mese, col quale la S.V.
Chiarissima si compiacque inviarmi l'immeritato diploma, io affido supplichevole alla bontà di Lei la cura di significare alla rispettabile Accademia gli umili sensi del mio riconoscente animo, e insieme con essi il rammarico vero che provo nel sentirmi incapace di contribuire in niuna parte alle glorie dell'Instituto, poiché la mia mente, stata già sempre scarsissima, trovasi ridotta oggi al nulla per un continuo mal-di-capo a cui dar vogliono i pratici il poco leggiadro caratere di atonîa cerebrale.
Il Capo de' Risorgenti dovendo quindi considerarmi qual suo membro nato-morto ed inutile, non prenderà, spero, maraviglia del non vedere in avvenire materiali prove del desiderio ch'io pur sentirei vivissimo di cooperare con Esso all'incremento dei buoni studî; siccome dal mio canto io riconoscerò giusta e consentanea alla odierna mia dichiarazione la dimenticanza in cui venga lasciato il mio nome sullo elenco di un operoso ceto di dotti, agl'inviti de' quali, per le esercitazioni ordinate dalle lor leggi, non potrei corrispondere che al più con dolenti e sterili parole di scusa.
Noti Ella adesso quanto picciol guadagno la insigne Società dalla S.V.
diretta abbia ritratto dallo aggiungermi a sé; ma poiché di ciò io non ho colpa, piacciale non niegarmi per questo un sentimento generoso di benevolenza in contraccambio delle sincere proteste di profondo rispetto colle quali mi pregio dichiararmi.
Della S.V.
Ch.ma
Di Roma, 28 marzo 1846
U.mo d.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 489.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Frascati, lunedì 3 agosto 1846
Checco mio caro quanto una caristia
Quid dicam tibi, o custos rerum? Rerum nello stesso senso di rebus, e colla differenza dal genitivo all'ablativo.
Dirò che Ciro segue a star meglio, quantunque il caldo abbia qui poco forse da invidiare quello di Roma, almeno da due o tre giorni a questa parte.
Non può chiamarsi però un caldo opprimente e debilitante come quello di cui voi poveri romani state abbottandovi per le vie dell'alma città.
Qui sudiamo, ma non ci piegano le ginocchia dolci dolci come compassi; dimodoché l'articolo del D.
Z.
stampato coll'altro di Biagini non m'è piaciuto una buccicata, e se tu stai meglio di prima godrò moltissimo di esserne fatto consapevole, perché questa sera in casa Ricci v'è musica, andando noi tutti i giorni a passeggiare per qualche villa, e specialmente per Villa Conti, quantunque in questa locanda si spenda molto ma si stia bene e godasi buon trattamento, come potranno far fede coloro che non vi sono mai stati: e qui cade in acconcio il prevenirti che oggi la banda di Frascati si è recata in abito e senza tonsura a Villa Piccolomini per sonar sotto la Principessa Volkonski, che vi abita, essendo la di lei festa, benché faresti male a credere che questa Volkonski abbia sulle spalle la stessa testa che appartiene a quell'altra Volkonski chiamata Zenaide: in fondo poi la banda sonerà, il pranzo sarà magnifico, siccome si rileva dai mazzi enormi di fiori che vanno lassù da tutte le parti, mentre nel primo piano di questa Locanda Marconi abita l'Ambasciador di Francia, e noi gli dormiamo a perpendicolo sul capezzale, pregandoti di salutarci gli amici, non esclusi quelli che ci stanno più a cuore.
A proposito di saluti, vattene pede-cata-pede al palazzo della famiglia Chigi, e lì troverai di che sfogarti con tante care donnucce ed ometti che vi abitano, o vi si raccolgono quando noi stiamo a letto e vattene ancora sulla piazza delli Stimiti al secondo piano sopra il caffè della Misericordia: anche lassù v'è panno da tagliare in fatto di salutazioni, e sono di cuore, come lo è anche Ciro che ti abbraccia, il tuo aff.mo amico
G.
G.
Belli
Frascati, locanda Marconi
LETTERA 490.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Frascati, 27 agosto 1846
Sor coso mio ariverito
Senza tante chiacchierette ve dico che su li verzi in povesia der fijjo der drughiere a piazza giudia la penzo propio come che voi, e ve l'arimanno pe le mano de quel'accidentato der zor avocato inziememente con vostro sproloquio, pe ddà ggni cosa a quela sgrignapappola de vostra cugnata che ce se facci li botti a lo scompijjo prima de mettesse la rete quanno che vo cojjonà li scechi.
E salutatemela tanto e poi tanto la Sora Arminia in fra l'ombrose piante, e puramente la sora Crementinuccia appiccicarella, e quela coppiettina de la sora Mariuccia, co la sor'Arzijja e la Sora Parmira, co la sor'Orzola e tutti de casa e l'amichi che cie viengheno la sera a dì male der prossimo loro come se stesso, vojjo intenne er zor Mignato, er zor Crepanica, er Zor Capobbianco, er zor Casciotta, er zor Su...
(abbasta, è un nome todesco, come che quello de li sguizzeri), e tanti e tant'antri paini un po crestosi e un po bocci come che mme.
Der Zor Cappello e de la Sora Vergigna non ve ne dico patacca, perché io so' in ner caso de salutavveli a voi, pe la cosa che loro stanno quà indove sto io, essendo vienuti giù da Rocca de Papa su zomaro dimenica mmatina fra un diluvio d'acqua piovana che li fossi giucaveno a rubbamonti, sibbè loro se ne ridessino sott'a un ber par d'ombrellini da sole a loro commanno.
Avete poi da chiude la lista de li saluti col'appiccicanne uno badiale proprio sur coccialone de vostro fratello carnale, che ve s'arissomijja come la fava a la scafa.
M'arillegro co vvoi pe l'indovinarello de l'indemoniato che se pò mette sottosopra com'er nummero sessantanove com'una frittata c'ha er culo uguale a la faccia; e mi' fijjo er dottore disce che se poterebbe mannà pe stampa pe ccudino a Paris e Vienna.
Ve sò ppuro obbrigato pe la vita pe cquer conne ronne e busse de tanti giucarelli disegnati a disegno da scaccià la testa a Sant'Agostino, ché invesce me potevio dì er fatto vostro a la bona e co cquattro parole da cristiano, in cammio de quelli segnacci da framasone.
Mi' fijjo pare che stii un pò mejjo de quanno stava un pò peggio, e lo disce puro er zomaro che glieri lo straportò a Grottaferrata a vede l'indemoniato che voi avete messo in povesia su cquer pezzetuccio de carta da scrive.
Dunque si cciavete gusto, godete; e lui v'aringrazzia dannove un bascio pe gganassa, come spero che sii de voi.
Nannarella sta coll'angeletti e se slarga le veste salutannove caramente.
Padron Cianca disce l'avocato ch'è ito a Montiscelli a appoggià la libbarda da quarche ciorcinato pe dicorajje una costa che iddio ne scampi ognuno.
Si mai fussi aritornato e voi l'incontrassivo pe Rroma, fateje na bbrava cacciata de fongo a conto mio.
Pe ddodisci giorni io nun je manno a scrive più una parola, perché figurete quante faccenne averà sur groppone quer povero galantuomo pe ppreparà er Corzo ar zanto-padre pell'otto settembre, pe ddà poi da fà a tutti li chitarrini delli poveri che se voranno sfeghetà a furia de sonetti su st'antre panzanerate de Roma! Me penzo ch'io de quà sentirò li strilli cor canocchiale de la sora Marietta.
Casomai passassivo giù p'er Monte de la farina, entrate drento ar nummero discidotto in quela portiscella appianterreno incontr'a le scale, e salutatesce tutti quelli che cciàbbiteno.
Io so' io, e nun ve potete sbajja dicennome
Er vostro stimatissimo amico
Peppe
LETTERA 491.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[25 settembre 1846]
Adolescens, juxta viam suam, etiam cum senuerit non rescedet ab ea.
Nun avenno capito un cazzo de lo scarabbozzolaccio che m'avete mannato a scrive er ventidua der currente, l'ho fatto lêgge ar Curato, e lui m'ha arisposto che je portassi un fojjo de carta bianca che ci averia scritto in zur comincio quattro parole de bon'itajiano da risponne a tutte l'impertinenze che m'avete detto voi drent'a la lettera vostra, sur punto der merdicoloso, der cacarelloso, e de lo scontentaccio che m'appricate sur groppone senza demerito mio che nun ce n'ho né corpa né peccato, perché er zignore è quello c'arregola tutte le cose su le natiche de sto monno; e so' tutte parole der Padre Curato che me l'ha dette tratanto che pijjava la scioccolata drent'ar tinello de la parrocchia, e er chirico 'gni tanto j'ariempiva la chicchera co l'immottatore.
Dunque, nun sta bene a me a dillo, ma ho crompato apposta sto straccio de fojjo de carta, pe rregola vostra e de tutti li panzenere che ve so' vienuti a mette in culo tante buggere sur fattaccio mio, che farebbero più mejjo a abbadà a li malanni lôro, senz'annasse a pijja tanti gatti a pelà, che già un giorno o l'antro finisce male, ve lo dich'io da povero cristian battezzato.
- A le scianche poi de Padron Dimenico ce penzarà lui, e a voi nun v'ha da preme si a lui j'aggusta de ritornà a Roma co le scianche rotte, che già so' state gnisempre du' stinchi che Madonna mia!
Pe ddavve le nove de Nannarella so' già du' giorni ch'o scritto a Roma acciò me le mannassino calle calle.
Ancora perantro nun m'hanno arisposto gnente, e ppe questo nun pôzzo di' gnente a voi: si poi nun ve ne volete fa' capasce, cosceteve in dell'acqua vostra come li spinasci, e annate a l'inferno che già ciavete er posto accaparrato.
Se pô pparlà mejjo?
De quela gentaccia de San Craudio nun ve ne parlo nemmanco, perché quelli so' tutti ordegni ch'è più mmejjo a pèrdeli c'a ttrovalli, e inzinenta che sso' stati quà se so' magnati 'na costa a sta povera donna de la sora Crementina, che ce s'è ammalata da l'affrizione, e va gnisempre dicenno che ccome stanno le cose nemmanco pô arricurre pe êsse pagata; e si voi l'avessivo vista la sora Marietta, co cquela su' fiacca, come fasceva cquà in cuscina la donna e madonna e spotica de tutte le cazzarole, v'averebbe pijjato, armèn che sii, un accidente pe l'abbîle de nun potevve sfogà da par vostro.
Eppoi sc'ereno queli pivettacci de li fijji, e quela bellezzaccia de la cammoriera, e la balia demonetata, e du' antre serve (una vecchia e una scriattola), e la madre de la balia co ccinque o ssei antre villane co ccerti stommichi de leone, che sparecchiaveno inzinente er mercato, e se sarieno magnata puro la fiera de cocci de padron Tomasso a li vascellari, er zanto protettore vostro e de tutti li morti vostri sur monnezzaro.
Oh, cquanto ar zor Avocato, nun ze ne pô ddi' antro che bbene a ccap'al'ingiù.
Mettemosce dunque una pietra sopra.
Ho ssentito le nôve stantive che m'avete dato de le crature de casa Mazzi, ma ve potevio arisparagnà sta fatica de cane, che tanto tra un par de ggiorni o ttrè me vederò le cose coll'occhi mia, che fanno meno fichetto de quelli ch'iddio ha messo pe' ppiggionanti ar vostro naso a peperone.
Ciro, er fijjo mio, sta ffor de casa, perché è ito zur zomaro a cquela montagna indove una vorta Sciscerone ce fasceva scola de lingua latina a l'antichi romani.
Ammalappena ritorneranno lui e er zomaro, je farò li vostri saluti, che so' ssicuro che sse li stopperanno de core.
Si me volete fa' davero un servizzio, annate a ssalutamme la sora Armigna de le stalle de Ghiggi, co' tutti li sui parenti e l'amichi, e puramente er zor Capobbianco che nun ho mai saputo si jj'è passate la frebbe.
A mmè la frebbe nun m'è vvienuta mai: dunque arresto vostro arriverito servitore.
Peppe de Ggiobbe
Frascati, venerdì 25 settembre 1846
LETTERA 492.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, mercoldì 14 ottobre 1846
Ciro mio
Rem acre tetigisti.
Appunto come tu dici nella cara tua lettera di ieri, al mio giungere lunedì 12 in questa città non era più ora d'impostare, cosa che fin da Civitacastellana io avea preveduta; e perciò mentre colà si aspettava la cena volli aggiungere alcune righe ad una letterina che Rita scrisse alla madre, pregando la Sig.ra Pellegrina di farti giungere i miei saluti coll'assicurazione del mio felice viaggio fino a quella metà del cammino.
Chiusa appena la lettera di Rita, e fàttaci da me stesso la soprascritta, io mi recai a gittarla alla posta circa ai 3/4 di notte, nella speranza (convalidata dai camerieri della locanda) che giungessi in tempo onde farla arrivare a Roma nella seguente mattina del lunedì.
Ma ciò non dev'esser più accaduto, poiché nel tuo foglio di jeri non me ne tieni parola.
Nulladimeno son persuaso che quelle notizie di Civita saran pervenute alla Sig.ra Pellegrina nella mattinata di jeri (martedì), e tu ne avrai avuto comunicazione quando andasti in casa Cini ad ora di pranzo.
Tutto il corso del nostro viaggio fu ottimo.
Qui trovai il vescovato deserto, non essendovi restato che il solo Riotti, giacché Monsignore trovasi stabilmente per tutto l'ottobre al Casino del seminario facendo le funzioni di Rettore de' seminaristi, che attualmente ne mancano, e le donne di Riotti sono in Roma fino da' primi giorni di settembre.
Jeri mattina però Monsignore, facendo a piedi una strada di sei miglia, venne a vedermi, rimase qui nascosto a tutti per tutto il resto della giornata, e verso le ore 23 1/2 si pose di nuovo in cammino per ritornarsene alla villeggiatura, dove avea lasciato soli i ragazzi con un solo prefettuccio.
Mi parlò egli molto di te, m'incaricò di salutarti affettuosamente e di recare anche i suoi saluti alla Sig.ra Pellegrina ed a Lello.
Qui fa caldo, freddo, pioggia, nebbia e vento, con intervalli di pochi minuti fra le une e le altre di simili gentilezze.
Vidi Babocci un momento all'avemaria del lunedì, quando, non ostante una buona pioggia, tornai dal Vescovato alla locanda della fortuna per salutar Rita ed Ettore ed augurar loro una prospera continuazione di viaggio.
Jeri (martedì) non potei mai escire, essendo rimasto tutto il giorno occupato con Monsignore, ed essendo venuti a cercarmi Governa e Roncetti, dovei dir loro che tornassero questa mattina alle 10 anti-meridiane Ora sono le 9, e li aspetto scrivendoti.
A voce poi ti dirò quanto sarà da dirti.
Circa al mio ritorno, io procurerò di affrettarlo al possibile; ma il più presto o il più tardi, il giorno più o il giorno meno, dipenderà dalle circostanze.
Difficilmente potrei esprimerti con parole il trasporto di gioia col quale ho udito il buono, anzi il sempre migliore stato di tua salute, e porgo fervidi voti a Dio perché segua a farti prosperare fino a cancellare anche la rimembranza di quanto hai sofferto.
Ringrazio i buoni amici Ricci e Cini delle attenzioni che ti usano, e ripeterò i miei ringraziamenti al mio ritorno.
Quel che mi duole è il pensiero di non rivedere l'ottimo Locatelli prima della sua partenza, che io sperava protratta ancora di varii altri giorni.
Salutamelo, Ciro mio, ed auguragli a mio nome un prospero viaggio.
Viva dunque la Signora Nanna! Non è mica una lieve felicità lo andare in Villa di una Marchesa e con una Marchesa, anzi, trattandosi della Muti, con tre ed anche quattro Marchese tutte in un fascio.
In casa Vannuzzi procurerò andarci dentro oggi.
Fa' i miei affettuosi saluti a tutti di casa, compresi i ragazzi e le creature; e così anche a Spada e Biagini.
Nel desiderio di presto riabbracciarti, ti benedico intanto di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 493.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, venerdì 16 ottobre 1846
Ciro mio caro
Ricevo la consolantissima tua di jeri, e tantopiù consolante in quanto mi reca notizie sempre più fauste della tua salute che per me ha tanto prezzo.
Neppure la mia è cattiva, sebbene io risenta nella mia macchina la differenza che in questo mese passa fra questo clima e quello di Roma.
Jeri Monsignor Tizzani discese ben di buon'ora da Piedimonte, si recò alle 8 a dir messa nel monistero di S.
Teresa, della qual Santa correva la festa, e alle 9 passò a visitare le monache di S.
Procolo, nel cui parlatorietto io lo attendeva secondo il già fra lui e me concordato.
Lo riabbracciai, lo riverii da tua parte, e poi lo lasciai là donde se ne tornava quindi alla sua seminariesca villeggiatura.
Questa sera, gli scriverò ripetendogli i tuoi sal