LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 41
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A LUIGI CARDINALI - ROMA
[28 marzo 1845]
Pregiatissimo amico
Mi ha detto Spada che il fatto della accordatami giubilazione lo avete recentemente saputo dal principe Del Drago.
Se, benché infermo, avessi io lasciato d'istruirvene direttamente, mi chiamerei molto in colpa.
La liquidazione avvenne il 3 gennaio, ed io mandai subito Ciro a darvene parte in mia vece; nella qual circostanza narraste Voi allo stesso mio figlio il colloquio che avevate avuto in proposito qualche giorno innanzi col Principe di Campagnano alla Cassa di risparmio: colloquio accaduto dopo il 23 Xbre, nella sera del quale giorno fu l'ultima volta che noi ci vedemmo per gli auguri di Natale.
Se vi compiacerete riandar colla mente a simili circostanze, mi giustificherete di una mancanza di cui mi dorrei troppo se vi fossi caduto.
Dove io non torni a letto pe' miei ostinati reumi, presto verrò a visitarvi, avendone gran desiderio.
Intanto però ho voluto togliermi dal cuore il rammarico d'aver potuto comparire a' vostri occhi negligente in delicata materia.
Pregovi de' miei rispetti alla Signora ed ai cari figli, non che di conservarmi la vostra benevolenza.
Sono con affettuosa stima
Di casa 28 marzo 1845
Il Vostro obb.mo a.co
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 478.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, martedì 8 aprile 1845
Ciro mio caro
Penso che tu starai oggi attendendo il mio riscontro alla tua di domenica 6, e non so che dirai non vedendolo comparire.
Eccone il motivo.
Jeri non giunse il tuo foglio come avrebbe dovuto, ed io invano lo attesi.
Venne invece un giornale italiano dove si parla de' miei versi: cosa di cui nulla affatto mi premea.
La ricevo oggi la tua lettera, e bisogna dire o che non arrivasse in tempo la impostatura, o che (con maggiore probabilità) codesti Signori Ministri postali prendano i passi avanti, onde andar poscia a spasso senza pensieri.
La felicità del tuo viaggio mi ha consolato.
Anche qui principiò piovere a ben tarda ora; e dissi: forse Ciro è adesso arrivato: benché l'atmosfera non pianga per tutto ad uno stesso momento.
Quindi finora non ha piovuto più; e spero la stessa fortuna per te.
Mille, mille e poi altri mille saluti al caro, buono e rispettabile nostro amico, del quale sei ospite.
Spedisco subito le due copie del mio libro che si è compiaciuto desiderare.
Ne ho per fortuna alcune che Spada mi portò giorni addietro.
Ma se non ne avessi avute, avrei corso Roma per trovarle all'istante.
Biagini si è trovato presente all'arrivo della tua lettera, ed ha avuto il primo saluto di quelli che tu mandi agli amici.
Agli altri andrò orora diramandoli.
Intanto e lo stesso Biagini, e questi nostri parenti, e tutti coloro coi quali ho parlato dal giorno della tua partenza ti abbracciano di tutto cuore.
Salutami Riotti, la di lui famiglia, la Casa Vannuzzi, Babocci e Governa.
Io ti stringo al petto nell'ansietà di rivederti con me; e frettolosamente chiudo la presente per portarla alla posta
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 479.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, sabato 12 aprile 1845
Mio carissimo figlio
Ricevo e riscontro la tua di ieri.
Rifletti benissimo che per la scuola giorno più, giorno meno, sarà un danno lievissimo, da potersi poi in qualche modo riparare con un po' di applicazione di giunta, benché per verità tu non istai ozioso.
Ma anch'io, se potrò esser buono a copiarti qualche cosa, ti aiuterò con mio sommo piacere; e tu poi darai una letta a quel che t'avrò scritto io.
Altronde, giacché ti trovi in codeste parti per definire i tuoi affarucci, mi parrebbe sconsigliatezza il lasciarli sospesi; e tu sai quanto poco si riesca a combinarli per lettera.
Dunque, poiché fan tempi sì perversi, val meglio che ti fermi anche oltre il lunedì, se le circostanze lo richieggono, e così quindi partire a cuore tranquillo.
Al postutto deciderai come ti sembrerà più espediente, non essendo io mai per disapprovare le tue prudenti determinazioni.
Ciò in quanto agli affari, e ci siamo intesi.
In questo medesimo corso parte una mia lettera responsiva a Mons.
Tizzani, il quale avrebbe desiderato da me un componimento concernente le funzioni occorse nell'episcopio precedentemente al tuo arrivo costì.
Non puoi, Ciro mio, farti un'idea del rammarico da me provato nel dovergli rispondere che nello stato della mia testa io possa applicar l'attenzione a simil bisogna.
Gli ho scritto un interminabile foglio per impegnare la sua buona amicizia a credere alle mie parole, e non sospettarmi invece di tiepida volontà di contentarlo.
Ti assicuro che vivo in molta angustia di spirito per simile contingenza; e poco ti costerà l'esser di ciò persuaso, conoscendo tu quanto io debba a Monsignore e quai sentimenti vivano in me a suo riguardo.
Pregoti perciò di aiutarmi anche tu a viva voce, non già perché io dubiti non trovar fiducia presso di lui, ma onde ti unisca tu a me per fargli sentire tutta la forza del mio dispiacere in tal congiuntura.
Jeri sera venne Raffaele Cini a portarmi i tuoi saluti, perché con questi tempi io non esco di casa.
Mi disse che nello scorso giovedì 10, alla mezza notte, partorì Clelia felicemente, sgravandosi di una bambina.
Tutte femmine nella discendenza de' Cini! Vedremo cosa escirà di Costanza.
Sono fatte le altre due rimontature de' tuoi stivali.
I parenti secondo il solito, e così gli amici che vado vedendo, ti salutano caramente.
Mi ha scritto la Perozzi con un altro quesito.
Mi ha pure scritto Bianconi da Perugia, e ti saluta.
Voleva miei versi per la Camelia che va a stampare.
Ma posso io fargliene? Manderò forse qualche cosa di vecchio.
Mille cose amichevoli a Mons.
Tizzani, ed a tutti gli altri.
Con tutto il cuore ti benedico ed abbraccio
Il tuo aff.mo padre.
P.
S.
Riapro la lettera per dirti che se mai resti a Terni oltre il lunedì, e purtuttavia si mantenga il sinistro tempo, prendi qualche legnetto coperto o carrettella, e va' così a Cesi.
Non sarà difficile, credo, il trovarlo, specialmente colla influenza di Monsignore.
Circa alla spesa, non badarci.
Se poi non può combinarsi neppure così, convien dire che la disgrazia ci perseguita.
LETTERA 480.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, giovedì 21 agosto 1845
Mio carissimo Checco
Son molti giorni che avrei dovuto e voluto scriverti per dimostrarti di non essere tu da me dimenticato.
Ma indipendentemente dalla impossibilità che tu possa creder me capace di simile fallo verso la gentile e sempre affettuosa amicizia da te dimostratami in tutti i giorni, si può dire, della nostra vita, qualche prova ti ho pur data della viva memoria in cui ti conservo, nelle lettere da me dirette al caro nostro Biagini.
Questi ti ha forse confidato i motivi del piuttosto stretto carteggio fin qui passato fra lui e me, motivi che, ti assicuro, non mancano di tenermi di cattivo umore, quantunque sino ad ora nulla sia accaduto di positivo in un avvenimento che nell'altrui petto mi si va preparando.
Di ciò non ti dirò altro, giacché Biagini, che ne sa quanto ne so io, e più ancora di me, può metterti al fatto di tutto (seppure per avventura non te ne abbia ancora parlato) e dirti come...
Ma bestia che sono io! Tu già sai ogni cosa.
Rileggo la lettera di Biagini, in data del 18, e vi trovo che tu vedesti i miei fogli a lui scritti il 15 e il 17.
Ebbene? Che te ne pare? La famiglia Mazio non mi ha ancora mosso parola di quanto bolle nella loro pilaccia fessa, ed io per conseguenza faccio con essa l'indiano.
Vorrebbe però esser guerra ed aspra guerra quando mi desser la sfida.
A Biagini per questa volta io non scrivo.
Prego te di far le mie parti con lui, com'egli le ha fatte sinora con te.
Ringrazialo vivissimamente in mio nome de' tanti fastidii cadutigli addosso pel fatto della locazione andata forse in danno a motivo della slealtà di chi doveva stipularla con lui.
Ringrazialo pure del curioso ragguaglio datomi intorno al suo dialogo con quella cicala secca di Nannarella, nel qual dialogo però mi sembra che egli sostenesse le parti del diavolo tentatore.
E Biagini badi alle mie parole: la abilità e la apparente buonafede di cui si valse per cavare il rospo di corpo a Nannarella, saranno un giorno da costei citate come documento della persuasione in che lo stesso Biagini (benché tanto loro amico, essa dirà) viveva sulla convenienza del cavar di casa me e Ciro per rimetterci dentro chi vi era uscito per sempre onde ritornarvi dopo brevissimo tempo.
E allora bisognerà rispondere e si risponderà alla onorevole preopinante: Biagini vi coglionava, secondo il vostro merito, per farvi cantare.
Già mi era nota la rottura della nuova ed ora vecchia campana di S.a Maria Maggiore, partecipatami da Biagini: anzi ne scrissi a Nannarella il 18, facendo onorevole menzione del Campanaio artefice e del Campanaio di sagrestia, i quali forse si scapiglieranno a vicenda.
Godo tanto e poi tanto del miglioramento di Fortunato Viotti.
Quanto deve aver sofferto il povero padre!
Noi, Checco mio, partimmo di Terni la mattina del lunedì 18, e giungemmo in questa amena Perugia alle 9 antimeridiane del martedì 19.
I due fratelli Carlo ed Ettore Marchesi Monaldi, perugini e già compagni di collegio con Ciro, erano pochi dì prima venuti a trovarlo in Terni, e poi ne ripartirono.
A Spoleto, dove si trattennero qualche giorno presso una lor sorella colà maritata a un altro lor compagno nel detto istituto, ci riunimmo con essi, e tutti e quattro insieme venimmo a Perugia.
Qui tutti al solito ci colmano di gentilezze, e Ciro specialmente è cercato dalle migliori famiglie.
Ho una gran tentazione di lasciar Roma e stabilirmi a Perugia.
Di questa mia tentazione non tenerne motto che col nostro Cianca.
Misterissimo con chiunque altro.
L'unico ostacolo sarebbe il dividermi da te, da Biagini, da Ricci, e da pochi altri amici.
Salutameli tutti quando li andrai vedendo.
Tu conosci chi amo e stimo.
Ciro ed io ti abbracciamo di cuore
Il tuo Belli.
Non ho mai potuto sapere il numero del tuo portone, benché ne abbia richiesto a Biagini due volte.
Dimmelo tu in nome di Dio.
LETTERA 481.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, lunedì 15 settembre 1845
Sor Checco
E, se è lecito alla dimanda, gl'impicci e la fiaccona producono in voi l'affetto di mettervi il diavolo in corpo che vi dêtti lettere di 111 righe a occhi di pulce e figura di ferratella? Ho io però una fiaccona più giudiziosa, e più penetrata del fine a cui l'ha Iddio destinata.
Biagini riscontrò la mia lettera del 3 nella vigilia del giorno delle sue glorie, del giorno cioè della sua partenza fra quelle due delizie di donnette una per fianco ad uso di manichi di piluccia.
Beato lui! Quando si è privilegiati dalla fortuna, vedete con quanto poco si può acquistare pel Mondo la celebrità! E non dirà fra poco l'Omnibus di Napoli che D.
Domenico Biagini di Roma ha seco portato un serraglio? Badate, sapete, Sor Checco, ch'io scherzo, e scherzo davvero; e ve ne avviso perché non abbiate a divertirvi in commenti.
Ti assicuro, Checco mio, che le notizie da te datemi sul conto della Cardinali mi fanno gran pena, perché vedo completamente svanito anche quel filo di speranza che alcuni pur volevano riporre ne' probabili buoni effetti del parto.
I fenomeni delle ultime convulsioni sembranmi tali da inspirare piuttosto timore di un più funesto avvenire.
Mi figuro lo stato di angoscia in cui deve vivere il marito, il quale ha già sufficienti motivi nella sua stessa persona per tenere aperto il cuore a sentimenti tutt'altro che confortanti.
Circa alla mia salute Messer Raffaello Lopez si attiene nelle sue relazioni al sistema comune di quelli che badano più alla cera che non ai fiotti dei galantuomini.
Dicono tutti che ho una buona cera.
Per la cera esterna mandiamola buona, se assolutamente voglion così.
Ma se di fuori è cera, dentro è sevo, come nelle candele de' festini.
Sto sempre co' reumi per le tasche, e della testa ne farei cambio con quella del mio vicino Abate Luigi.
I tenenti Ricci e Carroti ti rendono mille saluti.
Essi stan bene e lo dicono.
Dell'Accademia tiberina, del bosco Parrasio, della prosa del Cav.
Servi, dei matrimoni Boschi e Allegrini degli Accademici incolti, del Concistoro dell'11, dello Statuone a S.
Pietro, hai fatto molto bene a tenermene parola; ma se non me ne avessi parlato, non mi sarei preso collera per la omissione.
Non vidi il D'Azeglio, e ne seppi la visita alla famiglia Cavalieri un'ora dopo esser egli retroceduto a Fuligno per proseguire il viaggio verso Ancona.
Venne qui una sera e tornò via verso il mezzodì della susseguente mattina.
Ti ho dunque salutato il solo Prof.
Cavalieri che in ritorno ti dice molte gentili parole.
Secondo le dottrine di Gaetano Ricci parea che il fratello avvocato doveva recarsi per qualche giorno in questa Città.
È venuto Mons.
Silvestri; e non avendo Ricci accompagnato il Silvestri, dubito doversene inferire variazione di progetto.
E la Sig.ra Marietta ancora a Frascati? Fa bene.
La cantante ed equilibrista Sig.ra Carolina Internari prosegue il suo corso di teatrali spettacoli, con grande edificazione di tutta Perugia.
Se vedi qualcuno di casa Mazio pregoti di mille e mille saluti da parte mia e di Ciro.
Sai o no quando Biagini ritorni?
Nulla mi dici delle prudenze Balestriane.
Nulla forse di nuovo su tale particolare? Ma già, con te poco ne parleranno.
Tu credi che io scherzi sul progetto di scasare da Roma, ed io ci vo pensando sul serio.
Per ora torno a raccomandarti silenzio.
Tutto dipenderà dalle risoluzioni dei Mazio e Balestra.
Cominciando dalle Stalle di Chigi metti mano al tuo pisciabotte di saluti.
Il mio Ciro, che trovasi oggi in campagna giuocando a palla, mi ha lasciato mille abbracci per te.
Sono e sempre sarò da lungi e da presso
Il tuo aff.mo a.co
G.
G.
Belli
LETTERA 482.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, domenica 21 settembre 1845
Caro Checco
In soggiunzione alla mia del 15 vengo a farti conoscere che noi due, padre e figlio, qui tuttora dimoranti, partiremo per Terni nella mattinata del venerdì 26; per Terni, dico, dove, se dà nel vero una notizia riportata qui jeri dal Professor Peretti (il quale è qui colla sua famiglia venuto a visitare un suo figlio, convittore in questo collegio) non troveremo forse più il caro Mons.
Tizzani che si vuole partito all'improvviso nello stesso giorno di jeri alla volta di Roma per urgente chiamata della Seg.ria di Stato, da cui, dicesi, va ad essere nominato Nunzio pel Belgio o per la Svizzera o pel Brasile, la quale ultima destinazione sarebbe insieme la più probabile e la peggiore.
Se il fatto sussiste, aspetto senza fallo col corriere di dimani qualche diretta partecipazione di Monsignore; e quando io nulla da lui riceva, mi parrà dover ritenere la corsa voce come una ciarla senza alcun fondamento.
Godrei e mi rammaricherei nel tempo stesso di simile promozione: il godimento nascerebbe dell'amicizia, il rammarico dall'egoismo.
Se vuoi scrivermi, dirigi la lettera a Terni, dove mi fermerò per varii giorni; e allora dammi novelle, se ne hai, del Biagini.
Vuoi mie notizie? Ritirato, quasi sempre, come una codica.
Vuoi notizie di Perugia? Diluvii, venti, nebbie, fulmini, e tragedie di Madamigella Internari.
Vuoi notizie di Ciro? Sta vispo come un cardello e forte come un leone.
Vuoi miei saluti per tutti? Te ne mando quanti può un corriere portarne, e può portarne assai siccome roba leggera e incapace di tassa.
Vuoi altro? Pigliati per zavorra un carico di abbracci per mio conto e di Ciro.
Il tuo Belli.
LETTERA 483.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, giovedì 25 settembre 1845
Mio stracarissimo Checco
Come ti dissi nella precedente mia del 21, io parto nella prossima notte per la Città di Spoleto, e quando ti dico io intendo nominare con me anche il mio Ciro.
A Spoleto mi tratterrò la notte dal venerdì al sabato, e forse ancora tutto il sabato 27.
In questo caso giungerò a Terni domenica 28.
Non trattenendomi poi sabato a Spoleto sarò a Terni nel sabato stesso.
Fra tante ripetizioni del vocabolo sabato mi par d'essere un Isacco o Abramuccio.
In qualunque delle due dette giornate però arrivi io a Terni, son sicuro di non trovarci Monsignor Tizzani, essendosi verificata la di Lui partenza per Roma, di che ti parlai nella precedente mia lettera.
Un amico di Ciro scrisse allo stesso Ciro il 23 che in quella sera si aspettava a Roma Mons.
Tizzani, il quale sarebbe andato a smontare a S.
Pietro in Vincoli! Del motivo peraltro di un simile viaggio non ne diceva parola.
Checco mio, ti ringrazio delle partecipazioni che mi fai sulla pendenza Mazio-Balestra.
Circa poi a quanto può riguardar me in questa faccenda, restiamo sempre intesi che io in casa Mazio mi tacerò costantemente e farò l'indiano, fintantoché non me se ne muova da essa qualche discorso; ed anche allora mi mostrerò nuovo di tutto, fuorché della semplice idea del Balestra di tornare a Roma, poiché di questa già da agosto mi prevenne Gigi ma senza aggiungermi nulla sul mio proprio particolare.
In questo affare, lo ripeto, io non voglio prendere la iniziativa, per quanto i Mazio possano credere o sospettare che o tu o Biagini, entrambi al fatto della cosa, me ne abbiate dato qualche sentore per mia presente e futura norma, mossi dalla amicizia che, legandovi più a me che ad essi, debbono farvi tenere più dalla mia che dalla lor parte.
E forse anche vi hanno essi svelato all'uno e all'altro qualche porzione de' loro progetti relativi a me in simile faccenda, onde voi due me li veniste a soffiare all'orecchio in confidenza per prepararmi l'anima e la lingua alle successive dichiarazioni.
Ma io, dirollo anche una volta, starò sempre zitto e mi monterò sempre nuovo di tutto.
E credo che né tu né Biagini abbiate mai fatto subodorare a que' nasi le notizie che siete venuti di tempo in tempo somministrandomi.
Possa il clima di Velletri contribuire al miglioramento della salute della Cardinali e ancor del marito!
Della morte della vedova Ricci e contemporanea malattia della di lei sorella mi aveva già parlato Gaetano; ed io corsi tosto col pensiero alla sventurata Nannetta Wellisareff, caduta sotto quest'altro dispiacere.
Quando la disgrazia prende a battere una testa tutti i guai cadono lì.
Tanto la tua del 20 quanto il libretto speditomi da te con la inclusa cartina il 22, furonmi dati da questo uficio postale nel giorno di jeri.
Mi recai subito dal Prof.
Cavalieri con esso libro e coi tuoi saluti e colle tue scuse pel ritardo di simile invio.
Egli mi rispose pregandomi di porgerti in suo nome i più vivi ringraziamenti aggiungendo che questo a lui carissimo dono gli rende preziosa la memoria che con esso tu mostri serbare di lui.
Mi piace assai di aver conosciuto prima la guarigione che la malattia dell'ottimo e rispettabile Canonico Capalti.
Dicesi ora che Nunzio a Bruxelles vada Mons.
Vincenzo Massoni.
Bella carriera anche ad esso si apre.
Seppi iersera essere qui Mons.
Gnoli.
Dubito, con mio dispiacere, di potere dentr'oggi cercarlo e vederlo.
Ritorno col discorso ai Mazio.
Domenica 21 scrissi a Nannarella, e così anche prima di saper da te il lor dispiacere pel mio lungo silenzio.
Ma in difetto di materie da trattare per lettera, e tutto restando alle notizie mie, le andava loro porgendo o pel mezzo di Biagini o pel tuo.
Se mai li vedi, ripeti lor sempre i miei cordiali saluti con quelli di Ciro.
Questi ha fatto qua e là delle gite piacevoli, e jeri sera tornò da un giretto di due giorni su e giù pel Trasimeno.
Ti abbraccia egli come fratello; ed io faccio altrettanto.
Trovando amici, stringi loro la mano per noi.
Il tuo Belli.
P.
S.
Cavalieri è del tuo stesso parere sulle inondazioni del Tevere E come no?
LETTERA 484.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Terni, (dove son giunto la sera di
lunedì 29 settembre) il 1° ottobre 1845
Mio carissimo Checco
Alla tua lunga lettera di jeri ne rispondo una breve per mancanza di tempo.
Trovai jeri una succinta letterina di Nannarella in data del 26.
Ecco il più che in essa mi dice: "Di Orsolina debbo dirti con gran piacere che sembra definitivamente combinato il suo ritorno; che si spera vorrà essere al più lungo sulla fine di ottobre.
Puoi immaginare il contento di noi tutti di rivederla così presto, cosa che si credeva davvero passare molti anni".
Pesa queste parole, caro Checco, le quali dicono molto e per me non dicono niente.
Come diavolo se la saranno impicciata? Cosa diavolo avranno stabilito a mio riguardo? Indovinala grillo.
La più probabile mi sembra che per ora inzepperanno i vegnenti alla meglio, o alla peggio, salvo l'intimo poi a me di sloggiare al più presto.
La vorrà esser da ridere.
Siccome non parrebbe possibile che né tu né Biagini mi aveste mai scritto una parola di simil pendenza, io ti prevengo (e tu previeni Biagini, se torni a Roma prima di me) che dirò avermi voi altri data la semplice notizia del ritorno di Orsolina senza altre aggiunte o riflessioni.
Così, parmi, andrà bene.
Questa è una faccenda che mi tiene assai di mal'umore, specialmente nello stato del mio spirito così attaccato alle consuetudini e pauroso de' cambiamenti di vita.
Ah! feci malissimo nel 1837 a cedere alle istanze di riunirmi con loro! E furono istanze vivissime.
Dicesi qua che Mons.
Tizzani torni presto, ma ignorasi quando.
Noi siamo in Vescovado ove tutto era preparato per riceverci.
Addio: la posta si chiude.
Saluti da Ciro e miei a tutti gli amici che vedi.
Ti abbraccia di cuore
Il tuo Belli.
LETTERA 485.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[20 dicembre 1845]
A.
C.
Sono stato più giorni perplesso in quai termini avrei dovuto riscontrare la vostra 7 corrente responsiva alle mie due 24 ultimo luglio e 29 p.p.o novembre per essere essa concepita in un senso gentilissimo sì, ma insieme tale che non evade affatto la faccenda che da tanto tempo verte fra noi.
Comunque sia, le concilianti parole che in quella adoperate mi hanno alfine indotto a mantenere con voi il medesimo stile pacifico nel darvi una rapida analisi delle vostre espressioni onde mostrarvene il vuoto intorno al fatto del nostro bilancio, vuoto che da qualche anno si trova sempre nel vostro carteggio su questa benedetta faccenda.
Ricordiamo questi ultimi fatti.
Il 19 agosto 1844 mi faceste manualmente a S.
Benedetto l'ultimo pagamento, che fu di scudi due e bai: trentasei, residuo (secondo la vostra lettera 23 antecedente luglio) di esigenze anteriori.
Io lasciai la vostra casa a S.
Benedetto nel 23 agosto; e voi dopo soli quattro altri giorni, cioè il 27, ritiraste dalla Cassa Camerale di Fermo Sc.
13:68, de' quali non mi deste quindi mai conto.
Nel 23 dicembre faceste altra esigenza di Sc.
13:68, e nella vostra lettera del susseguente dì 27, lungi dall'accusarmi neppur di questi l'incasso, mi diceste anzi che sui primi dell'imminente gennaio 1845 avreste procurata a Fermo la riscossione di quanto vi potesse esistere per me.
Taceste poi sino al 22 marzo 1845, e in quel giorno veniste fuori annunziandomi che nei primi di gennaio la Cassa di Fermo ricusò di pagarvi.
Conchiudevate poi che fra non più di dieci giorni mi avreste rimesso il conto originale di cassa dal 1841 a tutto il 1844: spedizione che quindi mai faceste, e se ne intende il perché.
Dopo le inevasioni adunque delle succennate due ultime partite, prescindendo anche dalle lacune precedenti, potevate voi credere (come oggi dite) che il nostro conto fosse perfettamente in regola ed in corrente, o mostrarvi meco sorpreso che nella mia 24 ultimo luglio io vi affacciassi il contrario?
Il bilancio da me speditovi colla mia 24 ultimo luglio, e i cui elementi del vostro dare mi obbligaste con vostro perseverante silenzio a cavarli alfine dalla sorgente, mostra chiarissimo e per date e per somme lo spunto esistente in questa faccenda, spunto che (perdonate, caro Neroni) Voi stesso conoscete quanto io lo conosco, e lo conoscevate anzi da molto prima che io colle mie indagini ne venissi al giorno della verità.
Come pertanto potete voi ora chiedermi un poco di pazienza finché vi accertiate della cosa col riandare a le vostre riscossioni, e le ricevute da voi rilasciate, e i pagamenti fattivi dalla cassa? Queste ricerche, da voi portate al numero di tre, sono invece una sola e semplicissima, per la quale, ad ogni modo, basta un solo istante, mentre pure da luglio, in cui vi spedii il bilancio, sono ormai scorsi ben cinque mesi.
Per tener sempre in ordine questo conterello di dare ed avere vi bisognava non più che un pezzetto di carta grande come una ricetta di medico; ed altronde non potevate né potete trascurare il pronto disbrigo di una lievissima verifica sì interessante la vostra delicatezza, la quale per la nostra antica amicizia sta a cuore anche a me.
Ma infine io ho urgenza del danaro, e torno a pregarvi di farmelo giungere.
Conservo io presso di me, già stesa pel bisogno, una completa e lucida storia di tale affare, ricavata dalle date e somme delle riscossioni da voi eseguite ab-origine, messe in raffronto tanto colle date e somme delle rimesse da voi fattemi, quanto colle date ed espressioni di tutto il nostro carteggio.
Simile storia è ignota sinora benanche a mio figlio, ed io bramerei restasse inutile per convincervi sino a qual punto io vorrei valutare la stima ed amicizia che mi dite desiderar conservata fra noi.
Terminiamo adunque subito e in pace siffatta pendenza, ed evitiamo quanto di disgustoso e indecente potrebbe altrimenti derivarne qualora vi piacesse contrastarmi la soddisfazione di mandar quieta ed occulta a chiunque altri una differenza nata fra due vecchi amici a cui ripugna il rinunziare al loro scambievole affetto.
Non mi rispondete pertanto più in modo equivoco ed evasivo, siccome, diciamolo liberamente, usate già da qualche anno; e ritorni così la buona intelligenza fra noi, o, per meglio dire, mantengasi.
Auguro felicissime a voi ed alla vostra famiglia le prossime feste, e mi ripeto come per lo passato.
Di Roma, 20 dicembre 1845
Vostro aff.mo a.co
G.
G.
Belli
LETTERA 486.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, lunedì 29 Xbre 1845
(9 1/2 antimeridiane)
Mio caro Ciro
È meglio che io ti anticipi una lettera, giacché potrebbe pur darsi il caso che se io avessi a scriverti solamente in risposta, tu non ricevessi alcun mio foglio ne' pochissimi giorni della tua permanenza costì.
Difatti è probabile che ieri (dom.ca) ti mancasse il tempo di annunziarmi il tuo arrivo; e in tal caso io non avrei oggi alcuna tua lettera da riscontrare.
Oggi potrai scrivermi senza dubbio; ma dimani mi giungerebbe la tua lettera in ora da potervi rispondere? Poi viene il mercoldì senza corrieri.
Quindi il giovedì con posta: ma nel successivo venerdì saresti tu in Terni per ritirare il mio riscontro? È meglio dunque, ripeto, che io ti anticipi una lettera: il resto andrà poscia come potrà.
Nella notte del tuo viaggio io stetti sempre sveglio, facendo il calcolo (fra le ore e le miglia della tua percorrenza) in qual luogo potessi tu ritrovarti ad ogni punto della nottata; e così proseguii ieri mattina sino ad un'ora pomeridiana.
Tra fermate e cammino io valutava quattro miglia per ciascuna ora di viaggio; e mediante un simile computo, supponendo alle 8 la tua uscita da porta del popolo, mi compiaceva quasi di seguire coll'occhio il procedere della tua diligenza.
E di poco certamente avrò errato, salvo ostacoli che non voglio supporre.
Spero quindi che il tuo viaggio sarà stato felice, come felice mi lusingo sia la tua permanenza, e altrettanto succeda in breve del tuo ritorno.
Il mio reumattaccio si mantiene sin qui quale me lo lasciasti addosso in partire.
Ho il muso gonfio nella metà sinistra, e sto a letto per puro riguardo, onde più presto la faccenda abbia termine.
La è insomma più molestia che danno, ma la molestia stessa non può dirsi dolcezza né utile, fuorché nel senso cristiano, quando venga accolto il male con rassegnazione.
Del teatro Tor-di-Nona buone notizie in quanto alla musica, che da tutti si decanta per eccellentemente eseguita.
Iwanoff, bravo: Colini più bravo: la De Giuli, bravissima.
Il Ballo, mediocre.
Gran chiacchierata e pochi colpi di scena.
Aspettiamo ansiosamente la Elfsler.
A Valle il preveduto pasticciotto.
Del Metastasio il solito incontro.
Sul resto non accade parlare.
Udremo poi le nuove dell'Opera regia di Terni.
Temo pel povero Israele, quantunque gli altri compagni saran forse altrettanto israeliti che lui.
Ma per Terni ogni sciamanno può aver passo, quando vi si trova perfino chi sel toglie per cognome, e cognome con titolo.
Riverisci e saluta infinitamente il cortese tuo ospitator Monsignor Tizzani ed augura il buon capo d'anno sì ad esso che a Riotti e sua famiglia.
Spero il Segretario guarito.
Dì mille cose in mio nome alla casa Vannuzzi, e così a quelle Governa e Babocci.
Prega poi quest'ultimo di definire la nostra pendenza biennale.
Tutti a casa ti salutano; ed io, di cuore abbracciandoti, mi ripeto
Il tuo aff.mo padre.
Al mezzodì in punto.
Venuto poco fa Viotti dopo finito il suo uficio nella Dogana della suola, gli dissi che ripassasse più tardi per prendere e portare alla posta la già-fatta presente mia lettera, volendo io aspettare se mi giungesse prima qualche tua notizia di Terni.
Eccola infatti; ed io dunque ti aggiungo due altre righe per mostrarti la mia gioia nell'udirti felicemente arrivato.
Nuovamente ti abbraccio e benedico: addio.
LETTERA 487.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[3 febbraio 1846]
A.
C.
La vostra del 25 pp.o gennaio, giuntami il 29, mi fa sentire che Voi, niun registro avendo tenuto nell'affare della esigenza Trevisani, vi rimettete alla mia onestà ciecamente.
Non possono però sfuggirmi due rilievi: 1° che nella vostra precedente del 7 Xbre non sembravate tanto disposto a valutare questa onestà mia, giacché prima di ammettere il vostro spunto volevate bene accertarvene sui vostri Conti: 2° che questi conti dunque dovevate averli, né si potrebbe ritenere altrimenti qualora rileggansi le vostre lettere, e in ispecie quella del 19 aprile 1843, nella quale mi chiedevate il mio conto per confrontarlo col vostro.
Non deve quindi costarvi oggi un grande sforzo il riposarvi sulla mia onestà, vedendo quanto essa ben combini coi fatti sviluppatisi nel mio bilancio, e a voi già noti dapprima.
Queste riflessioni ve le faccio, mio caro Neroni, al solo scopo di mostrarvi quanto io sia vigilante nelle cose da me condotte: del resto non mi reggerebbe l'animo al conservare alcun rancore con voi quando, o in un modo o nell'altro, siete pur venuto al punto di convenire nella necessità di un rimborso pel quale altronde mi chiedete una dilazione di qualche tempo siccome una prova novella della mia particolare amicizia per Voi.
Qui vi assicuro su quel carattere di onestà che non avete saputo disputarmi, che ogni ritardo al recupero di somma non lieve, e sulla quale io aveva fatto disegno, nuoce non poco all'infelice stato economico del patrimonio di mio figlio, da me amministrato: purtuttavia, nello udir tale appello alla mia vecchia amicizia, non so negarvi la condiscendenza che mi chiedete, purché, secondo le vostre promesse, il rimborso degli scudi sessantacinque e baiocchi settantaquattro secondo la nota rimessavi, si compia non oltre il termine del corrente anno.
Intanto la faccenda resterà quieta fra noi, e ci siamo intesi.
Mi fate poscia il racconto delle vostre sventure in famiglia.
In quanto alle due disgrazie relative alla Sig.ra Pacifica e al vostro nipote Pierino, sapete che non mi erano ignote: novissima per altro e ben amara mi è giunta la notizia dell'accaduto all'altro vostro nipote.
Ma come è possibile che in un sì tenero corpo non si possa rimediare a una lussazione di un femore? Sarebbe invero una terribile fatalità.
Per quanto le umane parole siano sterili mezzo di conforto per un cuore esulcerato, pregovi pure di non disgradire le mie, ricordandovi che in danni di simil natura null'altro è concesso ad un amico per sollevare la tristezza dell'amico angustiato, fuorché l'esortarlo a portare in pace quel che preso con irato animo non farebbe che sempre più divenir doloroso ed acerbo.
Altrettanto vi dico circa alle molestie della vostra salute, suggerendo a voi quella medicina che trovo buona per me nel mio stato permanente di sofferente, mentre dal 12 dicembre a questa parte son per me più i giorni di letto che quelli di libero moto.
Sono colla solita amicizia
Di Roma, 3 febbraio 1846
Il vostro aff.mo
G.
G.
Belli
LETTERA 488.
AL PROF.
GIUSEPPE IGNAZIO MONTANARI
DIRETTORE DELL'ACCADEMIA DE' RISORGENTI - OSIMO
[28 marzo 1846]
L'onore compartitomi da codesta illustre Società scientifica e letteraria coll'inscrivere l'oscuro mio nome nell'albo accademico, m'impone tanta maggior somma di gratitudine in quanto che, non provocato da alcuna mia preghiera, vennemi tutto da spontanea benignità del Cortese Consesso.
In questo mio riscontro pertanto all'umanissimo foglio del 12 corrente mese, col quale la S.V.
Chiarissima si compiacque inviarmi l'immeritato diploma, io affido supplichevole alla bontà di Lei la cura di significare alla rispettabile Accademia gli umili sensi del mio riconoscente animo, e insieme con essi il rammarico vero che provo nel sentirmi incapace di contribuire in niuna parte alle glorie dell'Instituto, poiché la mia mente, stata già sempre scarsissima, trovasi ridotta oggi al nulla per un continuo mal-di-capo a cui dar vogliono i pratici il poco leggiadro caratere di atonîa cerebrale.
Il Capo de' Risorgenti dovendo quindi considerarmi qual suo membro nato-morto ed inutile, non prenderà, spero, maraviglia del non vedere in avvenire materiali prove del desiderio ch'io pur sentirei vivissimo di cooperare con Esso all'incremento dei buoni studî; siccome dal mio canto io riconoscerò giusta e consentanea alla odierna mia dichiarazione la dimenticanza in cui venga lasciato il mio nome sullo elenco di un operoso ceto di dotti, agl'inviti de' quali, per le esercitazioni ordinate dalle lor leggi, non potrei corrispondere che al più con dolenti e sterili parole di scusa.
Noti Ella adesso quanto picciol guadagno la insigne Società dalla S.V.
diretta abbia ritratto dallo aggiungermi a sé; ma poiché di ciò io non ho colpa, piacciale non niegarmi per questo un sentimento generoso di benevolenza in contraccambio delle sincere proteste di profondo rispetto colle quali mi pregio dichiararmi.
Della S.V.
Ch.ma
Di Roma, 28 marzo 1846
U.mo d.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 489.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Frascati, lunedì 3 agosto 1846
Checco mio caro quanto una caristia
Quid dicam tibi, o custos rerum? Rerum nello stesso senso di rebus, e colla differenza dal genitivo all'ablativo.
Dirò che Ciro segue a star meglio, quantunque il caldo abbia qui poco forse da invidiare quello di Roma, almeno da due o tre giorni a questa parte.
Non può chiamarsi però un caldo opprimente e debilitante come quello di cui voi poveri romani state abbottandovi per le vie dell'alma città.
Qui sudiamo, ma non ci piegano le ginocchia dolci dolci come compassi; dimodoché l'articolo del D.
Z.
stampato coll'altro di Biagini non m'è piaciuto una buccicata, e se tu stai meglio di prima godrò moltissimo di esserne fatto consapevole, perché questa sera in casa Ricci v'è musica, andando noi tutti i giorni a passeggiare per qualche villa, e specialmente per Villa Conti, quantunque in questa locanda si spenda molto ma si stia bene e godasi buon trattamento, come potranno far fede coloro che non vi sono mai stati: e qui cade in acconcio il prevenirti che oggi la banda di Frascati si è recata in abito e senza tonsura a Villa Piccolomini per sonar sotto la Principessa Volkonski, che vi abita, essendo la di lei festa, benché faresti male a credere che questa Volkonski abbia sulle spalle la stessa testa che appartiene a quell'altra Volkonski chiamata Zenaide: in fondo poi la banda sonerà, il pranzo sarà magnifico, siccome si rileva dai mazzi enormi di fiori che vanno lassù da tutte le parti, mentre nel primo piano di questa Locanda Marconi abita l'Ambasciador di Francia, e noi gli dormiamo a perpendicolo sul capezzale, pregandoti di salutarci gli amici, non esclusi quelli che ci stanno più a cuore.
A proposito di saluti, vattene pede-cata-pede al palazzo della famiglia Chigi, e lì troverai di che sfogarti con tante care donnucce ed ometti che vi abitano, o vi si raccolgono quando noi stiamo a letto e vattene ancora sulla piazza delli Stimiti al secondo piano sopra il caffè della Misericordia: anche lassù v'è panno da tagliare in fatto di salutazioni, e sono di cuore, come lo è anche Ciro che ti abbraccia, il tuo aff.mo amico
G.
G.
Belli
Frascati, locanda Marconi
LETTERA 490.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Frascati, 27 agosto 1846
Sor coso mio ariverito
Senza tante chiacchierette ve dico che su li verzi in povesia der fijjo der drughiere a piazza giudia la penzo propio come che voi, e ve l'arimanno pe le mano de quel'accidentato der zor avocato inziememente con vostro sproloquio, pe ddà ggni cosa a quela sgrignapappola de vostra cugnata che ce se facci li botti a lo scompijjo prima de mettesse la rete quanno che vo cojjonà li scechi.
E salutatemela tanto e poi tanto la Sora Arminia in fra l'ombrose piante, e puramente la sora Crementinuccia appiccicarella, e quela coppiettina de la sora Mariuccia, co la sor'Arzijja e la Sora Parmira, co la sor'Orzola e tutti de casa e l'amichi che cie viengheno la sera a dì male der prossimo loro come se stesso, vojjo intenne er zor Mignato, er zor Crepanica, er Zor Capobbianco, er zor Casciotta, er zor Su...
(abbasta, è un nome todesco, come che quello de li sguizzeri), e tanti e tant'antri paini un po crestosi e un po bocci come che mme.
Der Zor Cappello e de la Sora Vergigna non ve ne dico patacca, perché io so' in ner caso de salutavveli a voi, pe la cosa che loro stanno quà indove sto io, essendo vienuti giù da Rocca de Papa su zomaro dimenica mmatina fra un diluvio d'acqua piovana che li fossi giucaveno a rubbamonti, sibbè loro se ne ridessino sott'a un ber par d'ombrellini da sole a loro commanno.
Avete poi da chiude la lista de li saluti col'appiccicanne uno badiale proprio sur coccialone de vostro fratello carnale, che ve s'arissomijja come la fava a la scafa.
M'arillegro co vvoi pe l'indovinarello de l'indemoniato che se pò mette sottosopra com'er nummero sessantanove com'una frittata c'ha er culo uguale a la faccia; e mi' fijjo er dottore disce che se poterebbe mannà pe stampa pe ccudino a Paris e Vienna.
Ve sò ppuro obbrigato pe la vita pe cquer conne ronne e busse de tanti giucarelli disegnati a disegno da scaccià la testa a Sant'Agostino, ché invesce me potevio dì er fatto vostro a la bona e co cquattro parole da cristiano, in cammio de quelli segnacci da framasone.
Mi' fijjo pare che stii un pò mejjo de quanno stava un pò peggio, e lo disce puro er zomaro che glieri lo straportò a Grottaferrata a vede l'indemoniato che voi avete messo in povesia su cquer pezzetuccio de carta da scrive.
Dunque si cciavete gusto, godete; e lui v'aringrazzia dannove un bascio pe gganassa, come spero che sii de voi.
Nannarella sta coll'angeletti e se slarga le veste salutannove caramente.
Padron Cianca disce l'avocato ch'è ito a Montiscelli a appoggià la libbarda da quarche ciorcinato pe dicorajje una costa che iddio ne scampi ognuno.
Si mai fussi aritornato e voi l'incontrassivo pe Rroma, fateje na bbrava cacciata de fongo a conto mio.
Pe ddodisci giorni io nun je manno a scrive più una parola, perché figurete quante faccenne averà sur groppone quer povero galantuomo pe ppreparà er Corzo ar zanto-padre pell'otto settembre, pe ddà poi da fà a tutti li chitarrini delli poveri che se voranno sfeghetà a furia de sonetti su st'antre panzanerate de Roma! Me penzo ch'io de quà sentirò li strilli cor canocchiale de la sora Marietta.
Casomai passassivo giù p'er Monte de la farina, entrate drento ar nummero discidotto in quela portiscella appianterreno incontr'a le scale, e salutatesce tutti quelli che cciàbbiteno.
Io so' io, e nun ve potete sbajja dicennome
Er vostro stimatissimo amico
Peppe
LETTERA 491.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[25 settembre 1846]
Adolescens, juxta viam suam, etiam cum senuerit non rescedet ab ea.
Nun avenno capito un cazzo de lo scarabbozzolaccio che m'avete mannato a scrive er ventidua der currente, l'ho fatto lêgge ar Curato, e lui m'ha arisposto che je portassi un fojjo de carta bianca che ci averia scritto in zur comincio quattro parole de bon'itajiano da risponne a tutte l'impertinenze che m'avete detto voi drent'a la lettera vostra, sur punto der merdicoloso, der cacarelloso, e de lo scontentaccio che m'appricate sur groppone senza demerito mio che nun ce n'ho né corpa né peccato, perché er zignore è quello c'arregola tutte le cose su le natiche de sto monno; e so' tutte parole der Padre Curato che me l'ha dette tratanto che pijjava la scioccolata drent'ar tinello de la parrocchia, e er chirico 'gni tanto j'ariempiva la chicchera co l'immottatore.
Dunque, nun sta bene a me a dillo, ma ho crompato apposta sto straccio de fojjo de carta, pe rregola vostra e de tutti li panzenere che ve so' vienuti a mette in culo tante buggere sur fattaccio mio, che farebbero più mejjo a abbadà a li malanni lôro, senz'annasse a pijja tanti gatti a pelà, che già un giorno o l'antro finisce male, ve lo dich'io da povero cristian battezzato.
- A le scianche poi de Padron Dimenico ce penzarà lui, e a voi nun v'ha da preme si a lui j'aggusta de ritornà a Roma co le scianche rotte, che già so' state gnisempre du' stinchi che Madonna mia!
Pe ddavve le nove de Nannarella so' già du' giorni ch'o scritto a Roma acciò me le mannassino calle calle.
Ancora perantro nun m'hanno arisposto gnente, e ppe questo nun pôzzo di' gnente a voi: si poi nun ve ne volete fa' capasce, cosceteve in dell'acqua vostra come li spinasci, e annate a l'inferno che già ciavete er posto accaparrato.
Se pô pparlà mejjo?
De quela gentaccia de San Craudio nun ve ne parlo nemmanco, perché quelli so' tutti ordegni ch'è più mmejjo a pèrdeli c'a ttrovalli, e inzinenta che sso' stati quà se so' magnati 'na costa a sta povera donna de la sora Crementina, che ce s'è ammalata da l'affrizione, e va gnisempre dicenno che ccome stanno le cose nemmanco pô arricurre pe êsse pagata; e si voi l'avessivo vista la sora Marietta, co cquela su' fiacca, come fasceva cquà in cuscina la donna e madonna e spotica de tutte le cazzarole, v'averebbe pijjato, armèn che sii, un accidente pe l'abbîle de nun potevve sfogà da par vostro.
Eppoi sc'ereno queli pivettacci de li fijji, e quela bellezzaccia de la cammoriera, e la balia demonetata, e du' antre serve (una vecchia e una scriattola), e la madre de la balia co ccinque o ssei antre villane co ccerti stommichi de leone, che sparecchiaveno inzinente er mercato, e se sarieno magnata puro la fiera de cocci de padron Tomasso a li vascellari, er zanto protettore vostro e de tutti li morti vostri sur monnezzaro.
Oh, cquanto ar zor Avocato, nun ze ne pô ddi' antro che bbene a ccap'al'ingiù.
Mettemosce dunque una pietra sopra.
Ho ssentito le nôve stantive che m'avete dato de le crature de casa Mazzi, ma ve potevio arisparagnà sta fatica de cane, che tanto tra un par de ggiorni o ttrè me vederò le cose coll'occhi mia, che fanno meno fichetto de quelli ch'iddio ha messo pe' ppiggionanti ar vostro naso a peperone.
Ciro, er fijjo mio, sta ffor de casa, perché è ito zur zomaro a cquela montagna indove una vorta Sciscerone ce fasceva scola de lingua latina a l'antichi romani.
Ammalappena ritorneranno lui e er zomaro, je farò li vostri saluti, che so' ssicuro che sse li stopperanno de core.
Si me volete fa' davero un servizzio, annate a ssalutamme la sora Armigna de le stalle de Ghiggi, co' tutti li sui parenti e l'amichi, e puramente er zor Capobbianco che nun ho mai saputo si jj'è passate la frebbe.
A mmè la frebbe nun m'è vvienuta mai: dunque arresto vostro arriverito servitore.
Peppe de Ggiobbe
Frascati, venerdì 25 settembre 1846
LETTERA 492.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, mercoldì 14 ottobre 1846
Ciro mio
Rem acre tetigisti.
Appunto come tu dici nella cara tua lettera di ieri, al mio giungere lunedì 12 in questa città non era più ora d'impostare, cosa che fin da Civitacastellana io avea preveduta; e perciò mentre colà si aspettava la cena volli aggiungere alcune righe ad una letterina che Rita scrisse alla madre, pregando la Sig.ra Pellegrina di farti giungere i miei saluti coll'assicurazione del mio felice viaggio fino a quella metà del cammino.
Chiusa appena la lettera di Rita, e fàttaci da me stesso la soprascritta, io mi recai a gittarla alla posta circa ai 3/4 di notte, nella speranza (convalidata dai camerieri della locanda) che giungessi in tempo onde farla arrivare a Roma nella seguente mattina del lunedì.
Ma ciò non dev'esser più accaduto, poiché nel tuo foglio di jeri non me ne tieni parola.
Nulladimeno son persuaso che quelle notizie di Civita saran pervenute alla Sig.ra Pellegrina nella mattinata di jeri (martedì), e tu ne avrai avuto comunicazione quando andasti in casa Cini ad ora di pranzo.
Tutto il corso del nostro viaggio fu ottimo.
Qui trovai il vescovato deserto, non essendovi restato che il solo Riotti, giacché Monsignore trovasi stabilmente per tutto l'ottobre al Casino del seminario facendo le funzioni di Rettore de' seminaristi, che attualmente ne mancano, e le donne di Riotti sono in Roma fino da' primi giorni di settembre.
Jeri mattina però Monsignore, facendo a piedi una strada di sei miglia, venne a vedermi, rimase qui nascosto a tutti per tutto il resto della giornata, e verso le ore 23 1/2 si pose di nuovo in cammino per ritornarsene alla villeggiatura, dove avea lasciato soli i ragazzi con un solo prefettuccio.
Mi parlò egli molto di te, m'incaricò di salutarti affettuosamente e di recare anche i suoi saluti alla Sig.ra Pellegrina ed a Lello.
Qui fa caldo, freddo, pioggia, nebbia e vento, con intervalli di pochi minuti fra le une e le altre di simili gentilezze.
Vidi Babocci un momento all'avemaria del lunedì, quando, non ostante una buona pioggia, tornai dal Vescovato alla locanda della fortuna per salutar Rita ed Ettore ed augurar loro una prospera continuazione di viaggio.
Jeri (martedì) non potei mai escire, essendo rimasto tutto il giorno occupato con Monsignore, ed essendo venuti a cercarmi Governa e Roncetti, dovei dir loro che tornassero questa mattina alle 10 anti-meridiane Ora sono le 9, e li aspetto scrivendoti.
A voce poi ti dirò quanto sarà da dirti.
Circa al mio ritorno, io procurerò di affrettarlo al possibile; ma il più presto o il più tardi, il giorno più o il giorno meno, dipenderà dalle circostanze.
Difficilmente potrei esprimerti con parole il trasporto di gioia col quale ho udito il buono, anzi il sempre migliore stato di tua salute, e porgo fervidi voti a Dio perché segua a farti prosperare fino a cancellare anche la rimembranza di quanto hai sofferto.
Ringrazio i buoni amici Ricci e Cini delle attenzioni che ti usano, e ripeterò i miei ringraziamenti al mio ritorno.
Quel che mi duole è il pensiero di non rivedere l'ottimo Locatelli prima della sua partenza, che io sperava protratta ancora di varii altri giorni.
Salutamelo, Ciro mio, ed auguragli a mio nome un prospero viaggio.
Viva dunque la Signora Nanna! Non è mica una lieve felicità lo andare in Villa di una Marchesa e con una Marchesa, anzi, trattandosi della Muti, con tre ed anche quattro Marchese tutte in un fascio.
In casa Vannuzzi procurerò andarci dentro oggi.
Fa' i miei affettuosi saluti a tutti di casa, compresi i ragazzi e le creature; e così anche a Spada e Biagini.
Nel desiderio di presto riabbracciarti, ti benedico intanto di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 493.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, venerdì 16 ottobre 1846
Ciro mio caro
Ricevo la consolantissima tua di jeri, e tantopiù consolante in quanto mi reca notizie sempre più fauste della tua salute che per me ha tanto prezzo.
Neppure la mia è cattiva, sebbene io risenta nella mia macchina la differenza che in questo mese passa fra questo clima e quello di Roma.
Jeri Monsignor Tizzani discese ben di buon'ora da Piedimonte, si recò alle 8 a dir messa nel monistero di S.
Teresa, della qual Santa correva la festa, e alle 9 passò a visitare le monache di S.
Procolo, nel cui parlatorietto io lo attendeva secondo il già fra lui e me concordato.
Lo riabbracciai, lo riverii da tua parte, e poi lo lasciai là donde se ne tornava quindi alla sua seminariesca villeggiatura.
Questa sera, gli scriverò ripetendogli i tuoi saluti.
Mille cose amichevoli ti dicono la famiglia Vannuzzi, Benedetta, Governa, Babocci, lo speziale Santini e Riotti.
Penso di partire per Roma dimani mattina, onde giunger domenica.
Dipendendo peraltro la mia partenza dal trovar posto in una vettura che si diriga a codesta volta, non ti prender pena alcuna se per caso non mi vedessi domenica arrivare.
Faccio eco sincerissimo alla tua esclamazione: oh l'ottimo Sovrano! Qui molti del popolo portano al cappellaccio una coccardina caudata, che pare una stella cometa.
Su tutte le porte delle case e botteghe leggi in carta bianca e stampa gialla: Viva l'immortale Pio IX.
Truppe di ragazzetti circolano per questi vicoli con bandierette in mano cantando una popolare canzoncina che poco io comprendo.
Una strofa però mi è restata in mente, ed è questa:
Partimo da Bologna
E annamo a Roma Santa
Colla bandiera bianca
Del car nostro Sovran.
Non ti paiono versi degni del cedro, o di cedrate? Ma, comunque siano, esprimono sempre interni sensi di amore, e per la plebe ciò basta.
La inscrizione qui scoperta nella sera di lunedì 5, e alla inaugurazione della quale si trovò presente Biagini, vedesi sulla facciata del palazzo governale in piazza, è di ferro fuso con lettere di bronzo, pesa libre 2,500, e fu donata alla città dalla ferriera fuor della porta del Sesto.
Eccone la leggenda che assai poco mi piace.
A
Pio IX P.M.
CHE IL DÌ XVI LUGLIO
MDCCCXLVI
CON MAGNANIMA CLEMENZA
FECE SUO L'AMOR DEI FIGLI
L'AMMIRAZIONE DEL MONDO
TERNI V OTTOBRE
Sul campo della lastra, a' due angoli superiori, fan mostra, pure in ferro, due coccarde verniciate a bianco e giallo, che sono assai sconcia cosa a vedere.
Io ho detto a varie persone che sarebbe meglio il toglierle via.
Salutami, Ciro mio, tutti di casa e gli amici che vedrai, ed io intanto nella viva brama di presto rivederti e riabbracciarti, torno a benedirti le mille volte.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 494.
A FRANCESCO CERROTI - PORTO D'ANZIO
Di Roma, 14 maggio 1847
Carissimo e gentilissimo Cerroti
Dunque le forze ristabilite? e gli umori al petto menomati? Sei per la buona via di una completa guarigione.
Me ne consolo, e presto voglio vederti grassoccio.
Macte animo intanto, e lascia ogni altra cura nel dimenticatoio, tranne quella della salute.
Circa alla tua nomina in membro della Commissione etc., ne rimasi istruito nel giorno stesso dell'arrivo del biglietto in tua casa, essendomivi recato in quel dì per aver tue notizie.
Lascia fare, dopo gli onores verranno le opes, abbenché non v'entri di mezzo né il Justinianus né il Galenus, ma la sola Pallade-Minerva, che deve pure valer qualche cosa.
Le riforme pubbliche da te lodate pare, a quanto si va buccinando, che saranno seguite da altre, vivamente richieste dalla natura dei tempi.
Quali precisamente saranno mal si conosce, ma sembra bollir molto in pignatta.
Jeri, giorno genetliaco del nostro buon Sovrano e pontefice, invece della solita tregenda, furon mazzolini di fiori lanciati in aria da varie migliaia di persone sulla grande piazza del Quirinale sotto gli occhi del Santo monarca, dopoché, tornato appena dalla ecclesiastica funzione del Laterano, ebbe ripetuta dal balcone del suo palazzo una benedizione, direi casereccia, all'affollato popolo che lo attendeva per augurargli lunga e prospera vita.
Sua Santità era commossa, né meno commossa la moltitudine, che la ama di vero cuore e quanto Essa merita.
Di Mons.
Tizzani nulla può dirsi.
Né si parla di transeazione, né si è scoperto l'autore dell'indegno libello.
I giornali e le opinioni fan guerra fra loro.
Hic et nunc ha miglior giudizio chi meno si lascia andare alle dispute.
Come va la mia salute? La testa mi duole più che prima, e il dolore va accompagnato da stordimento fastidiosissimo.
Dimani sera mi farò fare, per cenno medico, una sanguigna emorroidale.
Eppoi? Eppoi Dio lo sa.
Ciro ti saluta e ti abbraccia, come ti abbraccio io.
Tuo aff.mo a.co
e quasi parente
G.
G.
Belli
N.B.
Ho potuto raccapezzare un esemplaruccio del librettuccio de' miei versettucci inediti.
Te lo darò per unirlo alla cartaccia del primo volume.
LETTERA 495.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, mercoledì 2 giugno 1847
Ciro mio caro
Prima ancora di ricevere la tua di jeri io andava già ruminando nella mia testa il pensiero di scriverti intorno alla difficoltà ed alla angustia di tempo che tu, occupato per tutta la mattina, devi sperimentare volendo rispondere alle mie lettere nella giornata stessa in cui ti pervengono.
Tornare a casa in fretta, leggere il mio foglio, riscontrarlo, e poi correr via per impostar la risposta, e tuttociò nel breve giro di mezz'ora, o poco più, per trovarti in tempo al momento del desinare, la è faccenda che non può da me permettersi né bramarsi.
Restiamo pertanto di accordo, Ciro mio, che tu alle mie lettere risponderai nel giorno consecutivo a quello in cui le avrai ricevute, tranne qualche caso di molta urgenza.
Nulla di più dolce e consolante avrei potuto trovar nel tuo foglio quanto la notizia della tua buona salute, datami da te con sì positive e rassicuranti parole.
Circa al mio andare in campagna, mi regolerò con prudenza: non dubitarne.
Dopo averti spedita la mia antecedente nello scorso lunedì 31 maggio, vidi Vannuzzi e Babocci, il primo de' quali s'incaricò di far nella giornata conoscere il mio arrivo a Governa.
Venne questi infatti a cercarmi verso la sera, ma non avendomi trovato (perché io era andato a passeggiare con Monsignore) tornò jeri mattina, e si discorse alcun poco.
Non è ancora fatta la perizia dell'abusivo, ed anzi delittuoso, taglio di querce eseguito da quel tal carbonaio nella tua macchia.
Dice Governa che il perito di cui egli si serve non ha sino ad ora potuto recarsi colassù.
Fra pochi giorni peraltro vi andrà.
Si darà quindi querela contro il reo, il quale però si dovrà far convenire presso il Governo di Amelia nel cui circondario è domiciliato.
Con Governa venne lunedì a cercarmi anche il Roncetti, che in quel giorno trovavasi casualmente qui in Terni.
Avendo però dovuto ripartirsene nella medesima sera, tornerà quanto prima.
Non ho ancora potuto vedere la famiglia Vannuzzi.
Jeri mattina mi diressi verso la loro casa, ma dissemi Peppino che tanto la moglie quanto le figlie vi erano assenti.
Io passo qui tutte quasi le mie ore presso il nostro impareggiabile Mons.
Tizzani, discorrendo con lui dalla mattina alla sera di mille e mille soggetti.
Ha egli per verità bisogno di compagnia e sollievo, ben conoscendosi dall'esteriore come internamente soffra per la malizia e la villanesca ingratitudine di questi buoni Patrizi ternani.
Nega il povero Vescovo di sentirsene accorato, ma intanto è dimagrito non poco, e soffre di stomaco, e non dorme; eppure sorride con indifferentissima placidezza.
Ti assicuro che la iniquità de' suoi nemici difficilmente troverebbe frasi acconce a descriverla e caratterizzarla.
Gli ho letto i tuoi paragrafi dove tu parli di saluti per lui e del ritorno di Sua Santità a Roma.
Ti ricambia egli i primi cordialissimamente, ed ha aggradito le notizie de' plausi fatti dal popolo al Santo Padre.
Ma quella supplica presentata al Papa presso al Portonaccio che cosa conterrà essa mai? Diamine! proprio un ricorso così solenne contro il Governatore! Se ne saprà poi più addentro, sembrando impossibile che sia per rimanere incerto il tenore di un foglio dato al Sovrano con tanta pubblicità, seppure non resti occulto e privato il segreto fra l'estensore e un limitato numero di committenti.
Rendi sempre i miei saluti alla famiglia e a quanti de' nostri amici tu vegga.
Spero già del tutto cessata la flussioncella di Orsolina, e con piacere odo principiata la esecuzione del contratto col Rosati, nella parte che concerne la obbligazione di questo Messer Simplicio.
Conservati sempre sano per tuo bene e pel mio.
Voglimi bene, e prendi mille abbracci e benedizioni da tuo
Aff.mo padre
LETTERA 496.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, mercoldì 9 giugno 1847
Ciro mio caro
Jeri non partiva corriere per Roma: rispondo dunque oggi alla tua del 7.
Nel dopo-pranzo del sabato 5 andai a visitare i terreni.
Gli oliveti han bellissima fioritura.
Il fondo Palombara mi parve in buono stato.
Su tutto però parleremo a voce.
Se il solo lavoro preparatorio dell'apertura della porta in camera di Nannarella ha obbligato tutti a sloggiare, tanto maggiormente, credo, si manterrà il bisogno di starne lontani allorché (e Dio sa quando!) sarà compiuto tutto il lavoro della porta intiera.
Bramerei conoscere sino a quando potrà durare simile stato di cose, dappoiché io, siccome dissi nel partire da Roma, non vorrei qui trattenermi lungamente; e altronde comprendo la confusione in cui codesti poveri inquilini della detta camera-traforata debbono ora trovarsi, e non so prevedere per quanti giorni ancora il puzzo di calce obbligherà tutti a far come si può.
Ed io che non vedo l'ora di tornare a Roma? Monsignore mi usa le solite gentilezze, ma la sua vita non si confà colla mia.
Egli ti saluta caramente, come io prego te di salutare codesti nostri parenti e gli amici.
Addio, Ciro mio: ti benedico ed abbraccio.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 497.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, venerdì 11 giugno 1847
Mio carissimo figlio
Grazie, Ciro mio, della affettuosa premura che ti sei data di farmi indilatamente conoscere quanto m'interessava sapere intorno allo stabilimento delle cose domestiche, per regolare il mio ritorno con sicurezza di non accrescere gl'imbarazzi della famiglia, già di troppo angustiata per la circostanza imperiosa di codesto aperimento di porta.
Era e sono io persuaso, nulla meno che i nostri buoni parenti, della impossibilità di albergare in quella camera durante i lavori e per qualche giorno anche di più.
Ma nella incertezza delle cose, per rapporto alla durabilità di esse, volli chiederne un cenno per regola mia, alieno io però nell'animo da tuttociò che potesse a mio riguardo aumentare l'orgasmo di chi stava in mezzo a guai d'insolubil natura.
Del resto il mio ritorno non accadrà domenica 13, ma, come spero, in qualche altro consecutivo giorno della settimana, di che avrò poi cura istruirti.
Intanto, adunque, la Sig.ra Nanna prosegua pure a usare della mia stanza, se ciò può farle piacere, e senza punto di ceremonie.
Credo che io tornerò a Roma o con Riotti, che deve darvi una corsa, o col Sig.
Sebastiani, venuto qui ieri per fare una visita a due figli che tiene in educazione sotto la vigilanza di Mons.
Tizzani.
Abbiamo sempre freddo, diluvii e temporali.
Jeri ripetè la grandine, ma a Cesi non cadde.
Iddio ne sia benedetto!
È venuto questa mattina Corazza, che ti saluta.
Dì mille cose per me ai parenti ed amici, ed abbiti altrettanti abbracci dal tuo
aff.mo padre
LETTERA 498.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, domenica 13 giugno 1847
Mio carissimo figlio
Poche righe per avvisarti che molto probabilmente io arriverò a Roma nella giornata di martedì 15, salvo però sempre il caso o di mancanza di vettura o di troppo cattivo tempo, essendo realmente l'atmosfera in quotidiani temporali con poche ore di intervallo da uno all'altro.
Se pertanto, per qualunque de' due prefati motivi, tu non mi vedessi giungere nell'indicato giorno, bada a non darti la minima pena: verrei in uno de' consecutivi giorni il più presto che mi riuscisse possibile.
Inutile è intanto il dire che tu alla presente non devi rispondere.
Faccio precedermi da mille saluti per la famiglia e per gli amici, in anticipazione degli abbracci che darò a tutti, salve le debite proporzioni e convenienze.
Sono, benedicendoti e stringendoti al cuore
Il tuo aff.mo padre.
Aveva io già scritta la presente quando mi è giunta la tua carissima di ieri.
La notizia che mi dai circa all'inviato di Calvi (Sig.
Can.co Garavaglia) mi fa dispiacente il non aver io lasciato a mano l'involto di stampe che devo mandare al detto Calvi.
L'involto sta dentro la cantoniera rossa che in camera tua rimane allato alla mia scrivania grande.
Non mi ricordo però se ne ho lasciato la chiave o se l'abbia riposta in qualche luogo.
Potresti vedere se trovisi essa nel tiratore del tavolinetto sul quale io soglio scrivere: ma non mi pare che ci sarà.
In tutti i modi, tornando il Sig.
Can.co Garavaglia, può dirglisi che io tornerò a Roma nel martedì prossimo, a meno di qualche imprevedibile circostanza.
Comprendo che per l'attuale situazione della casa io vi ritorno troppo presto, e perciò ne accrescerò gl'imbarazzi.
Pensava io infatti di ripartire di qui qualche giorno più tardi, onde lasciare un maggiore agio alla famiglia di far le cose con minore ansia e tumulto; ma siccome il Sig.
Sebastiani e Riotti debbono entrambi affrettare il loro viaggio per Roma, non ho voluto lasciare fuggire questa buona occasione di compagnia.
Il mondo è pieno di necessità, né sempre si può mandare le cose a tutto nostro comodo e piacere.
Udrò i rilievi di Marini sopra i noti attestati, e ne parleremo.
Piace anche a me la risoluzione concistoriale sulle future promozioni cardinalizie.
Ricevi i consueti saluti di Monsignore, a cui ho fatto i tuoi.
E mi ripeto come al solito etc.
LETTERA 499.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 29 luglio 1847
A.
C.
Giunsemi il dì 26 una vostra lettera circolare a stampa, data il 19, che mi riempì di maraviglia e dolore.
Qual morte! Che colpo per voi, pel povero Sig.
Emidio e per tutta la vostra famiglia! Stento a riavermi dalla impressione che mi ha sbalordito.
Così giovane, così gentile, così buona, madre di teneri figli!...
Parmi non poterlo credere e mi spiace averla conosciuta.
Non minor colpo ha risentito nell'animo il mio Ciro all'inaspettato tristissimo annunzio.
Ora, che dirvi di confortante? Con quali parole e argomenti alleviare un'afflizione sì giusta? Conosco tutta la importanza della vostra perdita, ed altro non so fare che pregarvi di credermi capace di rappresentarmi al vivo la vostra ambascia e prenderne per me una parte non lieve.
Leviamo la mente a Dio, caro amico, a Dio che prima di toglierci dal Mondo vuol farci conoscere qual sorta d'albergo esso sia, e come possa legarci a sé il cuore.
Resto con sincerissimi sensi di compassione.
Vostro aff.mo a.co e serv.e
Giuseppe Gioachino Belli
Autografo nella Biblioteca Comunale di Macerata.
LETTERA 500.
AD AMALIA BETTINI MINARDI - BOLOGNA
Di Roma, 11 settembre 1847
Mia carissima amica, la stessa mole angustissima di questa mia ettera serva a indicarvi non essere essa altrimenti una risposta alla interessantissima Vostra del 4 marzo, che dovrei e dovrò riscontrare con molto maggiore estensione; ma è destinata invece allo scopo di aprire l'accesso fino a Voi a Ciro, mio figlio, il quale, facendo un rapido giretto per l'Italia superiore, passa per Bologna, ove non può trascurare di presentarvisi per farvi i miei affettuosi rispetti, che s'intendono anche estensivi al gentil Vostro sposo.
Ciro vi parlerà di me e della mia testa fessa, e con ciò del motivo del mio silenzio con voi e con tutti.
Sono e sarò sempre
Il V.o aff.mo a.co e ser.re
Giuseppe Gioachino Belli
Parlate al mio Ciro di tutti i vostri, che io saluto di cuore.
LETTERA 501.
A CIRO BELLI - FIRENZE (MA A BOLOGNA)
Di Roma, giovedì 16 settembre 1847
Mio caro figlio
Riscontro la desideratissima e consolantissima tua del 14, ma nel risponderti debbo esser conciso, tra perché manco della materia di cui tu puoi adesso abbondare, e perché scarso è il tempo che intercede tra il ricevimento del tuo foglio e la impostatura della presente.
Della felicità del tuo viaggio, fino a codesta capitale insignissima, ringrazio il cielo, e ti auguro egual sorte per tutto il rimanente che dovrai percorrere nel tuo piacevole giro.
In quanto poi alla maraviglia che mi manifesti per le bellezze che da ogni parte costì paransi innanzi a' tuoi occhi, la è cosa che io già mi aspettava; né certo potevi altronde incontrare più favorevol momento per vedere in atto il brio de' toscani.
Tu godi ora a Firenze ciò che io non ho goduto: per esempio a' miei tempi la via Calzaioli era un vicolo angusto da Orsanmichele sino alla piazza del Duomo.
Mi fa piacere l'udire le buone accoglienze che tu e il pedagogo Lopez (che abbraccerai per me) avete ricevute dal Sig.
Petrana cuoco di Lord Ward; e mi duole del cattivo stato del Sig.
Belotti che mi saluterai.
Ti ringrazio de' voti che formi per la mia salute e per la ilarità del mio spirito.
Sii però persuaso che ne' momenti di ipocondria niun'altra voce potrebbe sollevarmi più della tua.
Basta su ciò.
Al mio ritorno sarai più loquace, vero antidoto per vincere il mio raro silenzio.
Su questo non voglio per iscritto alcuna risposta.
Quel che io voglio, e desidero, e spero, è che tu ti diverta, che ti abbi riguardo, e che torni a Roma come un toro di robustezza.
Te lo ripeto: ad ogni bisogno di danaro, se non ne potrete voi altri trovare sulla parola, scrivimene una linea, e te ne farò giungere dove vorrai.
Farò i tuoi saluti a tutti.
Intanto ricevi il contraccambio di altrettanti affettuosissimi di questi parenti.
Non passa momento che da qualcuno non mi si chieda di te.
Sabato 18 torna Marietta Ricci da Frascati.
Martedì pranzai in Casa Cini: la sera andai con questi di famiglia al Mac-Beth.
Superba musica! Addio ti abbraccio tenerissimamente.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 502.
A CIRO BELLI - VENEZIA
Di Roma, sabato 18 settembre 1847
Mio carissimo figlio
Riepiloghiamo.
Nel 16 ebbi la tua fiorentina del 14, ti risposi a Bologna, ove il mio foglio deve giungere in dimani, cioè domenica 19.
Spero che tu ti ci tratterai tanto da poterlo ricevere.
Jeri poi Ricci mi portò una lettera di Marietta per Locatelli di Milano, abitante al Corso di porta Orientale N° 735.
Non sapendo ove dirigerla con sicurezza che si trovasse nel tuo itinerario, la spedii a Venezia inclusa in un mio polizzino; e tantopiù stimai dovere regolarmi così, in quanto lo stesso Ricci mi fece conoscere avergli tu detto verbalmente che mandasse la ripetuta lettera a Venezia.
Oggi ricevo la tua seconda, quella cioè di Firenze in data del 16, in cui leggo che nello stesso giorno andavi a partire per Bologna.
Siccome però tu non m'indichi per qual luogo debba io spedirti il presente riscontro, mi metto al sicuro e lo rivolgo a Venezia, dove lo troverai insieme col precedente di ieri.
Mandarlo a Bologna no, perché non potendo esso pervenirci che martedì 21, al tardi, tu probabilmente non ti troveresti più là.
Circa poi a Ferrara, poco al certo ti ci tratterrai, giacché poco c'è da vedere.
Dunque a Venezia.
Se Firenze t'è molto piaciuta, Venezia ti incanterà.
Le buone notizie della salute così tua come dell'amico Lopez mi riescono consolantissime.
Fate entrambi di tutto per mantenerla tale sino al vostro ritorno, e quindi in progresso.
Di' a Lopez che dal suo negozio io ci passo spessissimo e per avere e per dare notizie, ed anche per mantenere l'abitudine.
Farei altrettanto anche circa alla sua Casa, e lo farò se a lui piacerà, giacché di mio proprio moto io non soglio mai visitare famiglie quando ne manchi il Capo, o non me ne abbia egli dato l'incarico.
La è una delle mie minutezze, o de' miei scrupoli che voglian chiamarsi.
La mia salute non è cattiva, e la strappo alla meglio.
Tutta la famiglia sta bene e ti saluta con molta effusione di benevolenza.
Ricevi anche i cordiali saluti di tutti gli amici, che non ti nomino per non farti una litania di nomi.
Altro non aggiungo fuorché un milione di abbracci e benedizioni
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 503.
A CIRO BELLI - MILANO
Di Roma, giovedì 23 settembre 1847
Mio carissimo figlio
Dalla terza tua lettera, data di Bologna il 18, rilevo non aver tu peranco ricevuto mie notizie, ad onta che prima della presente io ti abbia, scritto tre volte.
Niuna maraviglia peraltro in ciò, dappoiché mentre le tue lettere vengono in quà tu precedi in là, e le mie risposte debbono correrti appresso, con molta probabilità che giunte al luogo del loro indirizzo ti trovino poco prima partito, e così rimangano in posta.
Un simile accidente dovrebbe essersi infatti già verificato circa alla mia del giovedì 16, diretta da me a Bologna un momento dopo giuntami la tua fiorentina del 14.
Quella mia lettera avresti potuto averla colà circa al mezzodì della domenica 19; ma se ne sei partito per Ferrara al mattino, invece che nel dopopranzo, mi par certo che non possa esser venuta nelle tue mani e che sia restata a Bologna.
Nulladimeno di miei fogli ne avrai avuti due in Venezia, il primo de' quali in data del 17, e l'altro del 18.
Il presente poi lo dirigo immediatamente a Milano, perché credo che consumerà in viaggio presso a poco lo stesso tempo che tu consumerai a Venezia, e quindi non ti rinvenga sulla laguna.
Non v'ha dubbio che il viaggio da Firenze a Bologna nulla offra di divertente né di curioso, fuorché forse il piccolo vulcanetto ardente di Pietramala; siccome pure io convengo teco del poco piacevole aspetto di questa ultima città, la quale soltanto può cominciare a movere interesse in un forestiere quando egli penetri nella società, che è cordiale, culta e briosa.
Circa alla Sig.ra Bettini-Minardi, se ti ricordi, io già prevedeva il caso della di lei dimora in campagna.
Ti sei regolato benissimo.
Mi piace assai che tu ti sia fatto conoscere al Baruzzi, al buono e affettuoso Baruzzi, che ti avea veduto piccoletto, e di cui aggradisco i saluti.
Salutami senza fine costì gli ottimi Moraglia e Calvi colle loro famiglie, non che il caro Locatelli pel quale ti compiegai e diressi a Venezia una letterina di Marietta Ricci.
Questa torna da Frascati oggi verso sera, ma, poverina, trova il padre veramente poco bene di salute.
L'altrieri volle quel benedetto vecchio escire di casa soletto al solito, e non ebbe quindi più forza di ritornarvi.
Fu riaccompagnate da varie persone che lo trovarono mezzo perduto per la via, benché sempre presente a se stesso.
Per le scale bisognò alzarlo e portarlo di peso.
Jeri fu attaccato da un po di febbre, eppure volle mangiare a suo modo e rifiutò il medico.
Oggi sta a letto, e Carolina Serny lo assiste.
È una mano santa che torni Marietta, che però sconta subita la villeggiatura.
Anche Ricci non era in Roma quando il Sig.
Lorenzo subì quell'incomodo, che fu chiamato col nome di convulsioni.
Domenica scorsa incontrai a piazza di Sciarra il Sig.
Baldini di Ancona, già tuo compagno di Collegio.
Mi incaricò di salutarti in suo nome.
Ti saluta anche Delfini (il figlio), partito jeri con Biagini per la sua villeggiatura di Stroncone.
E Biagini, e Spada, e Casa Cini, e questi di nostra famiglia, e infine tutti, ti dicono mille cose amichevoli.
Tu dinne altrettante in mio nome all'amico Lopez, che sento dire per Roma non possa più abbottonarsi la cinta de' calzoni per causa della trippetta.
Le di lui figlie stan bene.
Amami, divertiti allegramente, e ricevi da me mille abbracci e benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 504.
A CIRO BELLI - GENOVA
Di Roma, giovedì 30 settembre 1847
Mio caro figlio
Curiosa dunque è la posta.
Hai ricevuta la mia del 18 e non la precedente del 17, nella quale era inclusa quella di Marietta Ricci per Locatelli! E sembra che neppur l'altra del 16 siati giunta, quella cioè che da Bologna ti spedì appresso il Corriere Checchi.
A suo tempo mi dirai se trovasti in Milano la mia 4a del giorno 23.
Per compiacerti dirigo la presente a Genova per dove mandai altro foglio già da martedì 28, segnato con N° 5.
Circa al Locatelli, mi disse jeri il Cav.
Giuseppe Gozzano non esser esso attualmente a Milano, ma alla Stradella, paese dove possiede alcuni beni.
Se dunque la lettera di Marietta ti è poi arrivata, altro non hai potuto fare che lasciarla in casa dei Locatelli, al Corso di porta Orientale N° 735.
Non poteasi dubitare che Venezia, specialmente nella occasione attuale del Congresso, ti dovesse riescire incantevole; e tantopiù fra le mille attenzioni che vi hai ricevute per riguardo dell'amico Lopez che mi abbraccerai, dicendogli essermi io già recato due volte in sua Casa, e così andrò facendo in progresso con mio sommo piacere.
Le figlie stan bene.
La salute mia non è cattiva, meno l'incomodo al capo, faccenda oramai abituale e da lasciarsi andar come vuole.
Tutta la famiglia trovasi prospera, e ti manda infiniti saluti.
Altrettanti abbine da parte degli amici, che non ti nomino.
Quanti ne vedo tanti mi chieggono di te.
Il vecchio Capalti sta sempre al solito, e la sua coccia è più del male.
Stancherebbe un reggimento con le sue stranezze.
Racconterò alla Sig.ra Pellegrina le gentilezze che ti usò a Venezia il fratello, Sig.
Binarelli.
Jeri sera passai qualche ora con essa in casa Boguet.
La sig.ra Boguet soffre sempre del suo tormentoso dolore di reni.
Null'altro restando a dirti, chiudo la presente per portarla alla posta, dopo datoti un affettuoso abbraccio con mille benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
La lettera di Lopez alle figlie, da lui scritta di Venezia il 25, è (come doveva) arrivata questa mattina, come è pure a me giunta la tua dello stesso ordinario.
Io l'ho udita leggere dalla Sig.ra Angiolina.
È in errore Lopez credendo che tra Roma e Venezia il Corriere impieghi tre giorni.
Ve ne vogliono cinque.
Due per Firenze, tre per Bologna, cinque per Venezia, e cinque per Milano.
LETTERA 505.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, giovedì 28 ottobre 1847
Mio caro figlio, anzi carissimo
Riscontro subito la tua graditissima di ieri, apportatrice della più dolce notizia che mi potesse arrivare, cioè della tua buona salute, non ostante il gran freddo che in questi giorni ha imperversato: di che io viveva in qualche pena per te.
Dio sia lodato!
Il mezzo di Corazza che mi proponi per far giungere in Roma i pagamenti di Roncetti non potrebbe mai dispiacermi.
Io dunque ne sono contento; purché però (e qui non intendo affatto di dubitare della puntualità di Corazza) in caso di qualunque specie di smarrimento o d'incrociature il Roncetti rimanga sempre responsabile delle somme sino all'arrivo di esse in nostre mani, imperocché nell'epoca egli assunse la obbligazione di pagare al nostro domicilio in Roma.
Insomma, deve rimanergli ora lo stesso rischio ch'egli correva nel versare i danari in mano del Governa, non essendo giusto che il buon Corazza risenta conseguenze sinistre da un atto di pura cortesia nel farsi in ciò mediatore.
Circa alla patente del guardiano, se tu leggi il mio foglio d'istruzioni vi troverai che il Governa me l'ha messa a conto nel passato giugno, come risulta dalla sua nota di spese che gli saldai a Terni nel giorno otto di detto mese.
Non solamente dunque ti conchiudo che la patente dev'essere stata fatta nell'anno corrente (anziché tre anni fa), ma ti aggiungo che il Sig.
Governa me l'ha messa in conto ogni anno.
Che se invece è solito il rinnovar simili patenti di triennio in triennio, ecco un'altra prova d'infedeltà del Sig.
Governa, il quale sembra non più dubbio aver sinora fatto man bassa sulle nostre povere spalle per tutti i versi e modi possibili.
Di tuttociò lagnati modestamente colla Signora Lucia Vannuzzi, che mi propose quel buon mobile come un galantuomo da croce cavalleresca.
Siccome poi il Roncetti asserisce esser necessario il guardiano, mi pare che anch'egli dovrebbe soggiacere a porzione del dispendio che importa; cioè alla metà della spesa, giacché anch'egli ne risente metà del vantaggio, siccome colòno ossia mezzarolo del frutto.
Godo della buona accoglienza che avesti e da Corazza e dai Sig.ri Delfini.
La povera Adelina Serny morì l'altro ieri.
Che pianto in quella povera famiglia!
È colla posta giunto questa mattina un foglio a stampa in forma di circolare ai possidenti del territorio di Cesi; ed è firmato colle seguenti parole: un civico.
Esso, in data del 25 cadente, è indirizzata a te come uno dei compossidenti in quel territorio.
Te lo rispingo a Terni sotto fascia.
Leggilo e risolvi quello che credi, informandoti da qualcuno quid agendum.
Ho affittato il piano della casa alle Stalle Corsini, per un anno, con sicurtà del Marchese Gio.
B.a Guglielmi.
Io non so dove i Cesani portino le olive a macinare, e dove in conseguenza le porti Corazza.
La macinatura delle olive sarebbe il solo affare per cui avremmo bisogno di un agente residente in Terni.
Che se Corazza portasse le sue proprie a Terni, o dovunque, e ci potesse personalmente accudire, così potrebbe anche accudire alle nostre; e in tal caso quasi-quasi gli progetterei di assumere l'agenzia che tiene ora Governa, e col medesimo emolumento annuo, purché egli badasse in tutto e per tutto ai terreni come faremmo noi, e come avrebbe dovuto diligentemente fare il Governa.
Son persuaso che Corazza nel luogo di Governa non ci avrebbe fatto spendere tante e tante centinaia in cose che forse (giunte che siano a maturità) non varranno la spesa sostenuta per istabilirle.
Ti saluto da parte di tutti: e salutami tutti.
Ti abbraccia il tuo aff.mo padre
LETTERA 506.
A CIRO BELLI - ALBANO
Di Roma, domenica 2 luglio 1848
all'una e un quarto pomeridiane
Il vento di Roma mi dava proporzione di quello che dovevi soffrire tu in viaggio.
Poco male quando ti ha fatto pur giungere sano ed incolume.
Oggi è fresco: lo sarà, credo, costì anche di più.
Mi piace il collocamento di alloggio che trovasti già preparato, e godo udirti in buona salute, e parimenti in buona salute anche la famiglia Ferretti.
Ti ho salutato la Casa Cini.
Lello sta passabilmente.
Tanto quella famiglia quanto la nostra dei Mazio ti dicono mille cose affettuose; e così pure il Sig.
Pio Barberi, che trovasi in Casa Ferretti dove io scrivo assai di volo queste due righe.
E ci mette il capo anche Quadrari.
Stringi la mano per me a tutti codesti villeggianti, scopo della tua gita, e specialmente a Cristina che ringrazio della giunta fatta da Lei, e da me aggradita, nella tua lettera.
Ti abbraccio di cuore e ti benedico.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 507.
A CIRO BELLI - ALBANO
Roma, in casa Ferretti; giovedì 6 luglio 1848: mezzodì
Non può mettersi in dubbio che lo spettacolo che si gode dalla cima del Monte-cavo sia sorprendente ed ecciti le sensazioni da te accennatami nella tua letterina di jeri; e non ostante la perita innocenza di Adamo veggo che, a saperne usare, qualche delizia anche oggi può al mondo godersi.
Mi fa molto piacere l'udirti contento dell'attuale tua situazione, lo che contribuirà ad accrescere energia al tuo spirito ed alla tua salute.
A momenti andrò a ricapitare la tua lettera a Cini.
Gli amici che tu saluti, e così ugualmente i parenti, ti contraccambiano con vera cordialità.
Seguita a divertirti e stare allegramente.
Dì mille cose affettuose a tutti e a ciascuno in particolare di codesti amici, e specialmente, s'intende, alla nostra Cristina.
Ti benedico ed abbraccio di tutto cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 508.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[4 ottobre 1848]
Checco mio
Come diceva la Comare?
"Piove e mal temp'è,
"a casa dell'antri nun ce se va be' etc.
Così dico io oggi a te.
Se il tempo me lo permetterà verrò a farti mille augurii pel tuo onomastico: se no abbiti tutto in carta e perdonami.
Ti abbraccio di cuore
Il tuo Belli
4 ottobre 1848
LETTERA 509.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, il martedì 10 aprile 1849
alle ore 11 1/2 antimeridiane
Carissimi figli miei
Qui sulla mia poltrona, in presenza del buon Giacomo Ferretti che è venuto a visitarmi e darmi le nuove del vostro felice arrivo costì a un quarto di notte, vi scrivo queste due righe per rallegrarmi con voi di tale notizia, e per aggiungervi che io sto meglio come già avrete capito dalle prime parole della presente.
Nella scorsa notte, mentre io udiva diluviare, mi andava irritando col tempo che sembra voglia invidiarvi il vantaggio che potreste ritrarre da codesta aria se fosse serena.
Ma come si fa? Né il tempo né i tempi ce li possiamo fabbricare da noi.
Questa famiglia Mazio vi saluta affettuosamente, e così Biagini, e così pure Spada.
Abbracciate per me il poliglotto Messer Luigi, divertitevi quanto, come e quando potete, e ricevete da me baci e benedizioni.
Il V.o aff.mo padre
G.
G.
Belli
LETTERA 510.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoledì 11 aprile 1849
ore 5 pomeridiane
Ciro mio caro
In questo punto Ferretti mi manda la lettera tua e di Cristina scritta ieri dopo il pranzo di casa Angelini.
Questa mattina, quando egli è venuto a vedermi, la lettera non erasi ancora ricevuta.
La mia salute va meglio, ma il tempo non mi permette ancora di metter fuori la capoccia, come tu dici.
Mando subito Tonino in casa Ferretti a portargli queste due righe di mia risposta, perché Vincenzo non si è trattenuto ad aspettare se io avessi nulla da dire.
Il mio cugino Gigi Mazio desidera ciò che ha scritto nel qui accluso foglio.
Vedi di occupartene.
Abbraccia la nostra Cristina e Gigi, e saluta la Welisareff e Casa Angelini.
Ti stringo al cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 511.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 12 aprile 1849
alle ore 7 Vespertine
Miei dilettissimi figli
Avrei questa mattina voluto metter fuori la capoccia all'aria aperta; ma non Signore, il tempo non ha voluto, e il sor Giuseppe ha rincacciato dentro il guscio le corna e la testa come fa la lumaca.
Giunto poscia Viotti dalla sua dogana della suola, ho lui subito mandato in mia vece a vedere se in casa Ferretti fossero giunte fresche notizie di voi altri raponzoli.
La risposta mi è tornata negativa, colla promessa però che giungendo entro la giornata qualche lettera, mi sarebbe tosto inviata.
Verso sera difatti ho visto giungermi quella da Voi scritta ieri 11, contrassegnata al di fuori col preme assai, cautela e stimolo che riguardo ai vetturini non produssero gran frutto.
Odo in essa la solita storia del tempo cattivo, che mentre pure non debella affatto il vostro coraggio passeggiatorio, non vi lascia però così liberi da azzardare qualche gita un po più ampia per gli ameni dintorni del luogo.
Pazienza: vi bisogna prendere quel che si può.
Ho intanto gran paura che dopo aver tutti sì lungamente sospirato l'acqua per gravi e giusti motivi, ne abbiam poi da avere che ci scacci la devozione.
Mentre Vi sto qui scrivendo, ecco altro dispaccio da casa Ferretti, cioè la lettera di Giggiarello al papà, lettera vergata da lui alle 8 antimeridiane di oggi, coll'avvertenza che gli sposi non si sottoscrivono perché dormono ancora, e poi appresso a queste parole un bel punto ammirativo.
Pare che il maliziosetto scrittore abbia fatto il conto sul naso intorno alle ore passate dagli sposini fra il coricarsi di ieri sera e il tuttor covare di questa mattina: così almeno mi fa supporre quel punto.
Pace e sonno, signorini miei cari.
Dicesi che a tavola non s'invecchia.
A letto non so: ne farete l'esperienza voi altri.
Jeri ti spedii, Ciro, una lettera con entro un foglietto di Gigi Mazio relativo ad un appartamento che desidera prendere costì a fitto Mons.
Rufini.
Spero che ti sarà pervenuta, ed a suo tempo me ne darai riscontro.
Biagini e Spada vengono da me assiduamente: gli ho avuti questa sera: gli ebbi ieri sera, ed anzi venne ieri sera anche Ricci Miniato.
Ricci Pippo non l'ho veduto mai.
Que' primi tre, e questi Mazio, e Maggiorani, vi salutano senza fine.
Vi abbraccio e benedico.
Il vostro aff.mo papà
G.
G.
Mille cose amichevoli agli Angelini e a Nannetta, e un abbraccio a Gigi.
LETTERA 512.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 14 aprile 1849 ore 9 antimeridiane
Mio caro Ciro
Jeri (venerdì 13), non giunse alcuna tua lettera, almeno fino presso alla sera; alla quale ora venne Giacomo a farmi una visita.
Niuna né maraviglia né pena però ciò mi fece, attesoché il perfido e orribile tempo altera naturalmente tutte le umane faccende.
Eccomi quindi a vergarti due righe per mandarle a Ferretti quando verrà Viotti, non potendo io al solito uscire col diluvio e col freddo e colla umidità che seguitano anche oggi ad imperversare.
Figuriamoci a Frascati! Povero Ciro! Povera Cristina! Povero Gigi! Ed io, poverello non meno di voi altri, sto qui col pensiero di voi e col pensiero di me.
Or senti.
Mentre ieri al giorno diluviava venne a 23 ore il camminatore del nostro 8° battaglione civico, e portò il nuovo intimo per te, a presentarti oggi al Consiglio di riforma.
Che aveva io da fare? Colla mia salute, con quel tempo, a quell'ora, senza nessuno da spedire in quà o in là...
Ripetei dunque la canzone che tu stai fuori per salute; e narrai la storia del mal riuscito mio tentativo precedente, quando ti venni a prendere, ti condussi a Roma per presentarti, e nulla si poté fare.
L'intimo, portato ieri 13, era rilasciato in data del 9.
Mi lagnai col camminatore del tanto ritardo nella esibizione del foglio, ed egli mi rispose: me lo hanno dato adesso.
Sarà, ma io non ci credo.
Insomma, stretto come mi trovava dalle sovraenunciate angustie, non accettai l'intimo e lasciai correr la cosa per la sua libera via.
Partito appena il camminatore ecco Ferretti a farmi visita.
Gli narrai minutamente il fatto e gli esposi le circostanze che regolarono la mia condotta.
Egli tutto approvò, perché contro il destino bisogna chinar la testa.
È curiosa che l'intimo fu rilasciato, come ti ho detto, il dì 9, mentre tu forse ti trovavi ancora in Roma.
Bisogna credere che nella mattina del 9 fra gli altri tuoi giri non andasti anche da Savetti come ti aveva io precedentemente insinuato.
Chi sa che Savetti non avesse saputo qualche cosa di quell'intimo? Dico chi sa, perché probabilmente ancora potea non saperne nulla.
Volgomi ora a te, Cristina mia.
Non puoi farti una idea del mio rammarico nel vedere così contrariato dalla stagionaccia perversa lo scopo della tua dimora costì, quello cioè di bene e gagliardamente ricuperare la tua fioridezza, che è il sospiro di noi tutti.
Ma! Dopo tanto buono doveva succedere un cattivo sterminato anch'esso come la serenità precedente.
Come ti annoierai! Come avrai freddo! Non fo che pensarci.
Tanti abbracci a Gigi, e i consueti saluti a Nannetta e alla famiglia Angelini; se potete vedervi con questi diluvii.
Vi stringo entrambi al cuore.
Il V.o aff.mo padre
G.
G.
Belli
LETTERA 513.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 16 aprile 1849
Mio carissimo figlio
Tornato Gigi jeri all'avemaria mi consegnò la tua lettera con in seno altre due per casa Ferretti, le quali (in mancanza di altri latori, e a fine di non tardarne il ricapito sino a questa mattina) furono all'una e mezzo di notte portate dalla Sig.ra Nanna e mandate su ai Ferretti per mezzo di Francesco mentre ella passava per le Stimmate recandosi alla solita società Muti.
Ciò dunque andò bene.
Mi fa piacere l'udire che quella miseria di cinquanta baiocchi in rame che ti mandai pel mezzo di Gigi, possa riuscirti utile non ostante la creazione costì fattasi di piccoli biglietti pel minuto interno commercio.
Il principale mio scopo nell'inviarti que' baiocchi fu il metterti in istato di eseguire le spesette di corrispondenza epistolare, e far fronte a qualche altra occorrenzuola giornaliera in questo tempo di tanta difficoltà per dare e ottener resti in danaro.
Aveva io dunque ben divisato che l'appartamento presso la porta della città fosse quello della Panizza.
Gigi mi dice esservisi Mons.
Rufini bene accomodato; ed ancor questo mi fa piacere.
Tu agirai con molto senno se, come ti esprimi, te lo terrai caro il Rufini.
Non ti nuocerà mai il farti buoni rapporti.
Di questi al mondo si vive, e con questi si va innanzi.
Passando all'articolo della salute, oltre le assicurazioni che tu mi dai per iscritto intorno a quella tua e di Cristina, anche Gigi me ne disse cose confortanti.
Mi aggiunse però che la cara Cristinella ieri a mattina aveva un po di raucedine, inconveniente però che nel dopo-pranzo era passato.
Circa poi alla salute mia, la strappo come si può.
Un giorno più su, un giorno più giù: l'è proprio come al giuoco dell'altalena, e tutto il malanno procede dalle inclemenze del tempo, che m'impedisce pur di pensare a muovermi un poco, a prendere un alito di aria pura ed esterna, e a godere di qualche divagamento.
Acqua, vento, umido, freddo, fango...
Un corpo più saldo del mio se ne riderebbe ma in me certi azzardi riescono sempre fatali, e se mi appresso all'unto (come suol dirsi) ci lascio il pelo.
Dunque aspettiamo ed abbiamo pazienza.
Ti ringrazio de' conforti che cerchi inspirarmi colle tue affettuose parole.
Io cerco di giovarmene per quanto so e posso; ma non ti dissimulo che il mio spirito nel procedere degli anni va calando in forza come il mio corpo.
Questa è legge di natura, né deve sorprendere.
Basta, confidiamo in Dio, che è Santo grosso.
Abbraccia per me la tua Cristina., e dà un bacio al buon Gigi.
Ti stringo al cuore e ti benedico.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 514.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 17 aprile 1849
ore 9 pomeridiane
Mio carissimo figlio
Jeri sera (lunedì 16) Giacomo mi partecipò con un suo biglietto il ritorno di Nannetta e le buone notizie da essa recatagli di Cristina di Gigi e di te.
Di tutto questo mi rallegrai.
Oggi verso le 6 è stato lo stesso Giacomo a visitarmi, atteso il mio solito sequestro in casa pel pessimo tempo, freddo, piovoso, ventoso e umidissimo.
Alle 8 è poi venuto Spada a portarmi per parte del ripetuto Giacomo la tua lettera del corrente giorno.
Spero che ti sien giunte tutte le mie letterine, l'ultima delle quali in data di ieri.
Da essa avrai rilevato che il motivo de' miei protratti riguardi igienici non dipende dal mio stato personale, ma da quello dell'atmosfera, contro la contrarietà della quale mi difendo alla meglio col viver nel guscio come le lumache.
Nulla vi si dice di notizie politiche, nulla essendovi mai di sicuro né in bene né in male.
Delle generali faccende italiane i giornali, che vengono anche a Frascati, possono darvi sufficiente contezza.
Circa però a cose che interessino particolarmente il nostro Stato, e in ispecie Roma, le voci corrono sempre sì vaghe, strane e contraddittorie, da non potersi attenere al positivo, secondoché voi, cari figli, desiderate.
Vanno di tanto in tanto sorgendo spauracchi che poi si dileguano e tutto rimane nella incertezza.
Dio solo conosce il presente e il futuro in questa confusione di umane faccende.
Nulla ho mai saputo di casa Ricci: ignoro se stian bene, se stian male e vivo in pensiero anche per essi.
Ieri a mattina mandai per mezzo di Viotti un mio biglietto a Marietta per chiederle loro notizie, ma non ho avuto riscontro.
Che stato tormentoso è questo mio isolamento! Questa sera ho pregato Spada di passar da loro in mio nome: vedremo.
Mercoldì 18, ore 9 antimeridiane
Compio la lettera da me, principiata ieri a sera.
Il tempo questa mattina non sembra tanto cattivo, ma pure si volgono quà e là per l'aria nuvoloni che poco di buono promettono.
Sarebbe pur ora che finisse! Poteste almeno oggi allargarvi un po più lungi da casa da quel che vi è toccato fare finora!
Abbracciami Gigi, com'io abbraccio te e la nostra Cristina benedicendovi entrambi dal fondo del cuore.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Ah! il Sole si occulta.
Oh come crescono i nuvoli.
Ho capito: piove ancor oggi.
LETTERA 515.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 19 aprile 1849
alle 10 pomeridiane
Mio caro, carissimo figlio
Pongomi subito a riscontrar la tua lettera di ieri, recata dalla Sig.ra Bennicelli a Ferretti e da questi mandatami adesso.
Te Deum! che finalmente avete potuto eseguire senza diluvii il tanto desiderato e procrastinato viaggetto del Tuscolo.
All'apparenza del cielo di Roma non avrei creduto ieri così benigno il tempo da permettervi lo andare in zonzo per tutta la giornata, senza il rischio di bagnarvi come pulcini.
Ma lode a Dio dello aver la faccenda avuto una contraria realtà.
Stando poi pure alle apparenze romane, sembrami poter lusingarmi che oggi, anche meglio di ieri, siavi dovuto riuscire un giorno propizio alle asinesche peregrinazioni, imperocché io stesso (che non è dir poco) ho trovato in me tanto coraggio da uscir di casa due volte, una cioè nella mattinata ed una nel dopopranzo.
Colla prima scappata sono andato in Casa Ferretti, e poi a portare ad Ambrogioni la mia lettera delle 8 antimerid.e perché Ferretti aveva già mandato la sua: colla scappata seconda ho fatto un giretto, come io soglio dire, attorno al barattolo, e poi me ne sono tornato nel guscio.
Se dimani Giove Pluvio me lo concede, voglio spingermi sino a S.
Claudio, presso i Ricci-Capalti, amen.
Eccovi, figli miei, uno indiretto ragguaglio del mio stato sanitario.
Intorno al capitolo del vostro ritorno fra noi mi scrive Giacomo andare egli a proporvi un suo progetto sul come e sul quando eseguire questo recesso alle patrie mura.
Attenetevi dunque a' suoi divisamenti ne' quali io pure convengo.
Sul riunirci tutti insieme, come tu, Ciro mio, ti esprimi, non saprei accogliere nell'animo una opinione diversa dalla sua; benché, esaminando e considerando la cosa sotto l'aspetto rivolto al lato politico degli attuali avvenimenti, non saprei più che cosa rispondere, né qual consiglio dare, né qual partito adottare in circostanze se non paurose così come taluni se le dipingono, dubbie almeno per modo da rendere incerto ogni umano presagio sulle future contingenze.
Può non accader nulla, può accader qualche cosa; ma chi ci dice che in questo secondo caso riesca meglio lo star lungi da Roma o lo stare in Roma? e circa al trovarsi fuori di Roma, saran tutti egualmente sicuri i luoghi?, o quale il sicuro e quale il pericoloso? Accadono eventi al mondo contrariissimi alle più probabili ed anche plausibili previsioni, e ciò anche in affari di molto più piana natura.
E in mezzo a sviluppi cotanto intricati qual'uomo può dire questo sarà e questo no? La più prudente risoluzione sembrami adunque quella del non dividere le famiglie e sperperarle quà e là in frazioni, e dello aspettar poi dal tempo e dagli avvenimenti giornalieri il lume occorrente ad una comune ed uniforme condotta.
Venerdì 20 aprile 1849 - ore 9 antimeridiane
Chiudo la lettera questa mattina per esplorare il tempo.
Uhm! vedo gran nuvoloni.
Mi seccherebbe lo stare in casa.
Ciro mio, Cristina mia, vi abbraccio e benedico di cuore.
Il V.o aff.mo p.e
G.
G.
Belli
LETTERA 516.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 21 aprile 1849
alle ore 9 antimeridiane
Ciro mio caro.
Dopo appena un paio di giorni di mezza tregua, eccoci tornati a stemperature atmosferiche peggiori anche delle precedenti! Ieri mattina, con un pochino di azzardo, dopo fatta una visita in casa Ferretti, mi spinsi fino a casa Ricci, dove però trovai il solo D.r Annibale, perché Pippo a quella tarda ora in cui andai non trovasi mai in casa, e Marietta erasi approfittata del non pessimo tempo per condurre i figli a moversi un poco.
Ma jeri al giorno che sperpetua! Diluvio fulmini e grandine con vento turbinosissimo.
Spero in Dio che quel contentino non vi abbia presi in campagna, poiché la minaccia se ne vedeva nel cielo fin da qualche ora prima.
Nulladimeno, considerato il coraggio di voi altri signorini, non ne vivo sicurissimo.
Nel momento in cui scrivo diluvia e il vento fa prova di portarsi Roma al Mogolle! Benone, e tiriamo via! Il novilunio accadrà lunedì 23: vedremo.
Dopo mandata jeri la mia letterina, Ferretti mi fece avere a casa (mentre io mi recava da lui) la tua di Albano del 19 portata a Roma dal professor Calandrelli.
Tornato al mio domicilio la lessi, e tra poco la rimando a Ferretti unitamente alla presente da spedirsi a Frascati.
Questa mattina il Sig.
G.
G.
Belli non mette capoccia neppure ai cristalli delle finestre.
Ecco il barbiere.
Chiudo e suggello il foglio dopo dati mille abbracci a Cristina, a te e al buon Gigi.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 517.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 21 aprile 1849 al mezzodì
Ciro mio caro
Anche oggi mi è accaduto come jeri.
Dopo mandata a Ferretti la mia risposta delle ore 9 alla tua Albanese, Ferretti mi ha fatto avere la tua susseguente del 20, lettera in cui tu parli del felice ritorno da Albano a Frascati nella sera del 19, ci partecipi l'incontro con Bassanelli, ed annunzii una imminente lettera per Ricci.
Le nostre che dicevi aspettarsi da voi con molta anzianità, vi saran pervenute, e in esse avrete conosciuto quel che a noi sembra più conveniente ad operarsi circa al vostro ritorno e ricongiungimento colla famiglia in queste dubbie circostanze attuali.
Nulla di certo da niuno può presagirsi: dunque bisogna un po' gittarsi in braccio alla provvidenza, senza troppo sperare né troppo temere.
Non arrechi maraviglia alla nostra buona Cristina se le lettere da qualche tempo io le intesto a te solo.
Ho preso questo sistema per ovviare gl'imbrogli di senso e di estensione quando mi occorre rivolgermi più particolarmente all'uno o all'altro di voi due, nel mentre che la intestazione, stando alla grammatica, parlerebbe ad entrambi.
Io dunque mi dirigo, specialmente a te, e per tuo mezzo poi mi rivolgo a Cristina, la quale non si sarà mai vista da me trascurata, ciocché sarebbe impossibile.
Seguita sempre a piovere; ma lasciamo questo noioso discorso.
Quante persone qui vediamo, o parenti od amici, tutte mai non finiscono dall'insistere perché nelle nostre lettere facciavisi menzione di loro e de' voti loro concordi per la vostra salute e felicità.
Noi non andiamo sempre specificandone i nomi per non fare opera troppo prolissa e superflua, tantoppiù che a voi può riuscire ben facile il supplire colla vostra mente al nostro silenzio su tale proposito.
Domenica, 22 aprile, alle 9 1/2 antimeridiane
Prima di chiuder la presente da me scritta jeri a sera avrei voluto vedere se da Casa Ferretti mi giungesse qualche altro tuo foglio portato dai vetturini nella stessa serata di ieri.
Ma nulla ancor veggo...
Viene in questo punto Viotti e lo mando a fare la sovrindicata ricerca.
Intanto tengo aperta la presente sino al suo ritorno.
Torna Viotti colla tua lettera di ieri intestata grando, nix, glacies etc.
Anche qui fu un abisso invernale e infernale.
Oggi parrebbe finora tempo discreto, ma già scappano fuori i nuvoloni.
Ed io dentro il guscio! E andiamo avanti.
Abbraccia per me affettuosamente la nostra cara Cristina, dà un bacio a Gigi, e credimi sempre qual sono
Tuo amorosissimo padre
LETTERA 518.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 23 aprile 1849
ore 9 1/2 antimeridiane
Carissimo figlio
Il Sig.
Adriano Rufini fecemi jeri a sera recapitare la tua lettera dello stesso giorno.
Mi chiedi un biglietto da Sc.
20 e qualche altro piccolo, da farteli ricapitare col mezzo di qualche occasione.
Il biglietto da 20 me lo son fatto prestare da mio cugino Gigi essendomi mancata in queste difficili circostanze ogni risorsa, giacché ho dovuto far fronte a varii pagamentucci, e intanto nessuno mi dà più un baiocco.
Circa ai boni piccoli ne ho messi insieme tre da due scudi l'uno, cosicché son per te destinati in tutto ventisei scudi.
Le occasioni poi per mandarteli con sicurezza formano attualmente per me un'altra difficoltà, non sapendo io chi possa partire per costì, né riuscendomi agevole con queste piovose e fredde giornate il mettermi in traccia di esse.
Farò il possibile per venirne a capo al più presto, non escluso (alla disperata) il mezzo della posta.
Veramente, trovandomi su tal proposito, debbo dirti che se nel giorno 9 in cui ti trovavi in Roma avessi tu un po' meglio calcolato le tue così prossime urgenze, sarebbesi fra noi potuta combinare la cosa con più agio e senza aspettare di trovarsi alle strette.
Io ti domandai se abbisognavi di danaro: tu rispondesti di no, chiedendomi piuttosto il concambio di un bono da 10 in due da 5.
Non persuadendomi però il tuo discorso, volli lasciarti il tuo bono e dartene invece degli altri per tredici scudi.
Come ti detti questi avrei procurato dartene di più onde non lasciarti in secco sì presto.
Parlando quindi in genere della spesa di codesta villeggiatura, al conto che alto-alto io mi vo' figurando, sembrami che al fine avrà importato circa un centinaio di scudi, lo che, non pagando pigione, non è piccola cosa, in questi tempi angustiosi massimamente.
Ciò ti faccia comprendere come il sistema che voi altri avevate preso (e non dissimulato anche con qualcheduno) di starvene costì quieti-quieti finché non foste qui esplicitamente richiamati, poco e non bene conveniva alle circostanze economiche degli attuali momenti.
E prescindendo anche dalla considerazione delle odierne calamità, non deve, Ciro mio, uscirti mai di memoria la ristrettezza del tuo patrimonio i pesi che necessariamente nel tuo nuovo stato dovrai sostenere.
La villeggiatura che da principio parea fissata a pochi giorni come in via di un diporto da nozze, e che poi insensibilmente si è estesa a 40 giorni (e forse, e senza il forse, sarebbe andata anche più innanzi se io non ne moveva qui qualche parola), poteva troncarsi nel suo corso quando vedeasi quanto caro costava.
Queste cose, Ciro mio, te le dico senza il minimo senso di amarezza, ma per solo effetto di paterna affezione, onde agevolarti la via di importi da te medesimo un freno contro una certa larghezza di spendere che credo avere io purtroppo in te rilevata facendoti un po' i conti addosso negli ultimi anni dacché viviamo insieme.
Se in ciò mi sono ingannato, godrò che tu mi apra gli occhi sul mio errore.
Abbraccio e benedico insieme con te la nostra Cristina, e saluto Gigi.
Il tuo aff.mo padre
In via di urgenza azzardo intanto di qui compiegarti uno dei boni da 2.
Pel momento ti varrà questo.
Vorrà perdersi proprio questa lettera quandoché le altre non si son perdute?
LETTERA 519.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 23 aprile 1849
alla ora una pomeridiana
Mio caro figlio
Avrai ricevuta un'altra mia, data in questa stessa mattina alle ore 9 1/2, contenente in seno un bono da scudi due che ho azzardato sperando che giungati salvo colla lettera come sembrami esserti giunte le altre lettere precedenti.
Que' due scudi possono servirti pel momento ad affrontare le spese minori.
Buoni da uno scudo né li ho né ho potuto trovarne.
Dopo mandata la d.a lettera in casa Ferretti mi sono io stesso recato colà verso il mezzodì, ed ho trovato esser già stata quella portata da Giacomo ai vetturini.
È quindi giunta la buona Welisareff, e, parlando dell'invio di danaro che desiderate, siamo restati nel seguente concerto.
Va ella oggi a pregare la famiglia Fiorani di passarvi quella somma che può occorrervi, somma che voi altri restituirete nel giorno 30 corrente in cui verrà Giacomo a riprendervi.
Questi vi recherà da mia parte un biglietto di banca da 20 e due Boni del tesoro da scudi due l'uno: in tutto 24; i quali, aggiunti all'altro bono da me già spedito questa mattina, formano il complesso di 26.
Siccome io non mando adunque che carta, non potreste restituire ai Sig.ri Fiorani altro che carta.
Regolatevi dunque e non prendete ad essi moneta sonante in caso che ve ne offrissero, dappoiché non sarebbe poi giusto che rendeste loro carta per metallo.
Se dopo-pranzo il tempo regge senza pioggia andrò io medesimo a depositare la presente nel negozio Ambrogioni onde ti pervenga dimani a mattina contemporaneamente con quella che spedisce questa sera la Welisareff ai Sig.ri Fiorani.
Se poi il tempo m'impedirà di uscire di casa, ti arriverà questo mio foglio colle vetture di domani a sera, e sarà poco male.
Meglio di così non mi è riuscito di fare per compiacere le tue richieste.
Amami, Ciro mio, e mi ami anche Cristina; siccome entrambi io vi amo.
Saluto Gigi, e tutti vi abbraccio.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 520.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 24 aprile 1849
ora una pomeridiana
Ciro mio caro
Sono appena trascorse quattr'ore dacché ti ho quest'oggi scritto, ed eccomi già di bel nuovo con in mano la penna al medesimo uficio.
Mi preparo una letterina per consegnarla a Pippo Ricci nel caso che possa egli recarsi dimani a Frascati e nel caso pure che, effettuando egli o non effettuando simile viaggio, gli riesca di passare questa sera da me siccome mi mostrò desiderio di fare.
Così, o vedrò Ricci, e gli consegnerò lettera e Boni; o nol vedrò, e allora il tutto verrà per le altre vie già fra noi ordinate.
Mettiti bene nell'animo, Ciro mio, e persuadine efficacemente anche la mia cara Cristina, che mia vivissima brama è quello di sapervi tranquilli e senza la minima ombra di disgusto per le osservazioni da me fattevi nella lettera del 22.
Forse anche ho poco in quella misurato le espressioni, e non sono riuscito nel vero mio intendimento, di parlare cioè da padre e non da censore, non che di suscitare in voi saggi riflessi invece d'impressioni penose, che vi risparmierei a costo di qualunque mio personale sacrificio.
State pertanto allegri e contenti; e se ci sarà qualche punto in tuttociò da spiegarsi scambievolmente fra noi un poco meglio, verrà chiarita ogni cosa d'amore e d'accordo quando ci riabbracceremo qui in Roma per poi viver vicini.
Tale dichiarazione avrei voluto esporla nella precedente mia di questa stessa mattina; ma allora me ne mancava l'agio, poiché aveva io già chiusa la lettera allorché mi venne il tuo foglio di ieri, e mi convenne riaprirla per darvene un cenno di ricevimento, mentre intanto Viotti stava qui aspettando per recarla a Ferretti.
In casa Ferretti sono andato ancor questa mattina, avendomelo il tempo permesso, non ostante le minacce di pioggia che però non sonosi mai effettuate.
Giacomo ha incontrato il prof.
Savetti, il quale gli ha detto che egli saprà due giorni prima in quale giornata tu dovrai presentarti al Consiglio di riforma, e ce ne farà avvertiti.
Così assicura.
Vedremo poi se riuscirà la faccenda secondo i nostri desiderii, del combinarsi cioè la tua colla sua presenza in quel luogo, nella medesima sessione.
La fabbrica aggiunta al casamento Ferretti sta bene innanzi, e vien molto graziosa e comoda.
Alle 9 pomeridiane
È venuto Ricci a prevenirmi che stante il cattivo tempo non si reca più a Frascati.
Ci vuol pazienza.
Riuscitomi bene giorni addietro l'invio del Bono da 2 entro una lettera, te ne accludo qui un altro dello stesso valore, e vi unisco pure un Bonnuccio da bai: 24 che mi è capitato, e il quale potrà servirti per qualche spesetta di baioccami, e tirare innanzi.
Ti abbraccio teneramente colla tua pacchianella, e do un bacio al buon Gigi.
Il tuo aff.mo padre
Ti avverto che invece del Biglietto di Banca da Sc.
20 avrai un Bono del tesoro della stessa somma.
Sarà meglio perché vi sarà di più il frutto che decorre sino al 30 aprile.
LETTERA 521.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di casa, mercoledì 25 aprile 1849
Caro Ferretti
Venne Pippo Ricci jeri a sera per avvertirmi che atteso il cattivo tempo non andrebbe oggi più a Frascati.
La qui compiegata lettera adunque, che avrei ad esso consegnato, la mando a te pregandoti di farla consegnare secondo il solito ai Vetturini.
Ho in essa incluso un bono da Sc.
2 e un altro da bai: 24 che mi è capitato.
Serviranno a que' ragazzi per andare innanzi dietim.
Addio suocero di mio figlio.
Sono con vero affetto
Il suocero di tua figlia
G.
G.
Belli
LETTERA 522.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 26 aprile 1849
alle ore 9 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Ebbi jeri la tua scritta a mezzanotte tra il dì 24 e il 25, e ne ho tratta infinita consolazione all'udire lo stato di quiete in cui così tu come Cristina tua siete tornati circa alla faccenda de' giorni anteriori.
Pronosticasti benissimo che Ricci non sarebbe più partito di qui per Frascati atteso il pessimo tempo che faceva martedì a sera.
Ricevuta che avrai poi la mia di ieri (gravida di due Bonucci di Sc.
2:24 in tutto), avrai udito poco dopo da me la conferma del tuo pensiero.
Godo dell'accordo seguito fra te e la buona famiglia Fiorani circa il prestito etc.
Al dopopranzo venne da me jeri Ferretti per farmi udire le posteriori due lettere, una tua ed una di Cristinella nostra.
Giacomo ed io non crediamo che al vostro ritorno possiate incontrare alla porta S.
Giovanni disturbi pel bagaglio che riporterete a Roma con voi.
Circa alla chiusura delle porte, questa accadde jeri a notte sino alle 6 1/2 del mattino e non più.
In genere poi siate convinti, figli miei cari, che qua si vive in molto minore agitazione di quanto possa credersi costì, e di quanto ve lo faccia per avventura supporre il veder tanta gente partirsi da questa città.
Lo so, cari figli, e lo sento vivamente nel cuore: il tornare qui mentre tanti stimano più sicuro il partirne, non può a meno di destarvi nell'animo qualche rammarico; ma, figli miei, anche quello star divisi in simili tempi non produrrebbe accorazione minore.
Che se