LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 45
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Jeri Monsignor Tizzani discese ben di buon'ora da Piedimonte, si recò alle 8 a dir messa nel monistero di S.
Teresa, della qual Santa correva la festa, e alle 9 passò a visitare le monache di S.
Procolo, nel cui parlatorietto io lo attendeva secondo il già fra lui e me concordato.
Lo riabbracciai, lo riverii da tua parte, e poi lo lasciai là donde se ne tornava quindi alla sua seminariesca villeggiatura.
Questa sera, gli scriverò ripetendogli i tuoi saluti.
Mille cose amichevoli ti dicono la famiglia Vannuzzi, Benedetta, Governa, Babocci, lo speziale Santini e Riotti.
Penso di partire per Roma dimani mattina, onde giunger domenica.
Dipendendo peraltro la mia partenza dal trovar posto in una vettura che si diriga a codesta volta, non ti prender pena alcuna se per caso non mi vedessi domenica arrivare.
Faccio eco sincerissimo alla tua esclamazione: oh l'ottimo Sovrano! Qui molti del popolo portano al cappellaccio una coccardina caudata, che pare una stella cometa.
Su tutte le porte delle case e botteghe leggi in carta bianca e stampa gialla: Viva l'immortale Pio IX.
Truppe di ragazzetti circolano per questi vicoli con bandierette in mano cantando una popolare canzoncina che poco io comprendo.
Una strofa però mi è restata in mente, ed è questa:
Partimo da Bologna
E annamo a Roma Santa
Colla bandiera bianca
Del car nostro Sovran.
Non ti paiono versi degni del cedro, o di cedrate? Ma, comunque siano, esprimono sempre interni sensi di amore, e per la plebe ciò basta.
La inscrizione qui scoperta nella sera di lunedì 5, e alla inaugurazione della quale si trovò presente Biagini, vedesi sulla facciata del palazzo governale in piazza, è di ferro fuso con lettere di bronzo, pesa libre 2,500, e fu donata alla città dalla ferriera fuor della porta del Sesto.
Eccone la leggenda che assai poco mi piace.
A
Pio IX P.M.
CHE IL DÌ XVI LUGLIO
MDCCCXLVI
CON MAGNANIMA CLEMENZA
FECE SUO L'AMOR DEI FIGLI
L'AMMIRAZIONE DEL MONDO
TERNI V OTTOBRE
Sul campo della lastra, a' due angoli superiori, fan mostra, pure in ferro, due coccarde verniciate a bianco e giallo, che sono assai sconcia cosa a vedere.
Io ho detto a varie persone che sarebbe meglio il toglierle via.
Salutami, Ciro mio, tutti di casa e gli amici che vedrai, ed io intanto nella viva brama di presto rivederti e riabbracciarti, torno a benedirti le mille volte.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 494.
A FRANCESCO CERROTI - PORTO D'ANZIO
Di Roma, 14 maggio 1847
Carissimo e gentilissimo Cerroti
Dunque le forze ristabilite? e gli umori al petto menomati? Sei per la buona via di una completa guarigione.
Me ne consolo, e presto voglio vederti grassoccio.
Macte animo intanto, e lascia ogni altra cura nel dimenticatoio, tranne quella della salute.
Circa alla tua nomina in membro della Commissione etc., ne rimasi istruito nel giorno stesso dell'arrivo del biglietto in tua casa, essendomivi recato in quel dì per aver tue notizie.
Lascia fare, dopo gli onores verranno le opes, abbenché non v'entri di mezzo né il Justinianus né il Galenus, ma la sola Pallade-Minerva, che deve pure valer qualche cosa.
Le riforme pubbliche da te lodate pare, a quanto si va buccinando, che saranno seguite da altre, vivamente richieste dalla natura dei tempi.
Quali precisamente saranno mal si conosce, ma sembra bollir molto in pignatta.
Jeri, giorno genetliaco del nostro buon Sovrano e pontefice, invece della solita tregenda, furon mazzolini di fiori lanciati in aria da varie migliaia di persone sulla grande piazza del Quirinale sotto gli occhi del Santo monarca, dopoché, tornato appena dalla ecclesiastica funzione del Laterano, ebbe ripetuta dal balcone del suo palazzo una benedizione, direi casereccia, all'affollato popolo che lo attendeva per augurargli lunga e prospera vita.
Sua Santità era commossa, né meno commossa la moltitudine, che la ama di vero cuore e quanto Essa merita.
Di Mons.
Tizzani nulla può dirsi.
Né si parla di transeazione, né si è scoperto l'autore dell'indegno libello.
I giornali e le opinioni fan guerra fra loro.
Hic et nunc ha miglior giudizio chi meno si lascia andare alle dispute.
Come va la mia salute? La testa mi duole più che prima, e il dolore va accompagnato da stordimento fastidiosissimo.
Dimani sera mi farò fare, per cenno medico, una sanguigna emorroidale.
Eppoi? Eppoi Dio lo sa.
Ciro ti saluta e ti abbraccia, come ti abbraccio io.
Tuo aff.mo a.co
e quasi parente
G.
G.
Belli
N.B.
Ho potuto raccapezzare un esemplaruccio del librettuccio de' miei versettucci inediti.
Te lo darò per unirlo alla cartaccia del primo volume.
LETTERA 495.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, mercoledì 2 giugno 1847
Ciro mio caro
Prima ancora di ricevere la tua di jeri io andava già ruminando nella mia testa il pensiero di scriverti intorno alla difficoltà ed alla angustia di tempo che tu, occupato per tutta la mattina, devi sperimentare volendo rispondere alle mie lettere nella giornata stessa in cui ti pervengono.
Tornare a casa in fretta, leggere il mio foglio, riscontrarlo, e poi correr via per impostar la risposta, e tuttociò nel breve giro di mezz'ora, o poco più, per trovarti in tempo al momento del desinare, la è faccenda che non può da me permettersi né bramarsi.
Restiamo pertanto di accordo, Ciro mio, che tu alle mie lettere risponderai nel giorno consecutivo a quello in cui le avrai ricevute, tranne qualche caso di molta urgenza.
Nulla di più dolce e consolante avrei potuto trovar nel tuo foglio quanto la notizia della tua buona salute, datami da te con sì positive e rassicuranti parole.
Circa al mio andare in campagna, mi regolerò con prudenza: non dubitarne.
Dopo averti spedita la mia antecedente nello scorso lunedì 31 maggio, vidi Vannuzzi e Babocci, il primo de' quali s'incaricò di far nella giornata conoscere il mio arrivo a Governa.
Venne questi infatti a cercarmi verso la sera, ma non avendomi trovato (perché io era andato a passeggiare con Monsignore) tornò jeri mattina, e si discorse alcun poco.
Non è ancora fatta la perizia dell'abusivo, ed anzi delittuoso, taglio di querce eseguito da quel tal carbonaio nella tua macchia.
Dice Governa che il perito di cui egli si serve non ha sino ad ora potuto recarsi colassù.
Fra pochi giorni peraltro vi andrà.
Si darà quindi querela contro il reo, il quale però si dovrà far convenire presso il Governo di Amelia nel cui circondario è domiciliato.
Con Governa venne lunedì a cercarmi anche il Roncetti, che in quel giorno trovavasi casualmente qui in Terni.
Avendo però dovuto ripartirsene nella medesima sera, tornerà quanto prima.
Non ho ancora potuto vedere la famiglia Vannuzzi.
Jeri mattina mi diressi verso la loro casa, ma dissemi Peppino che tanto la moglie quanto le figlie vi erano assenti.
Io passo qui tutte quasi le mie ore presso il nostro impareggiabile Mons.
Tizzani, discorrendo con lui dalla mattina alla sera di mille e mille soggetti.
Ha egli per verità bisogno di compagnia e sollievo, ben conoscendosi dall'esteriore come internamente soffra per la malizia e la villanesca ingratitudine di questi buoni Patrizi ternani.
Nega il povero Vescovo di sentirsene accorato, ma intanto è dimagrito non poco, e soffre di stomaco, e non dorme; eppure sorride con indifferentissima placidezza.
Ti assicuro che la iniquità de' suoi nemici difficilmente troverebbe frasi acconce a descriverla e caratterizzarla.
Gli ho letto i tuoi paragrafi dove tu parli di saluti per lui e del ritorno di Sua Santità a Roma.
Ti ricambia egli i primi cordialissimamente, ed ha aggradito le notizie de' plausi fatti dal popolo al Santo Padre.
Ma quella supplica presentata al Papa presso al Portonaccio che cosa conterrà essa mai? Diamine! proprio un ricorso così solenne contro il Governatore! Se ne saprà poi più addentro, sembrando impossibile che sia per rimanere incerto il tenore di un foglio dato al Sovrano con tanta pubblicità, seppure non resti occulto e privato il segreto fra l'estensore e un limitato numero di committenti.
Rendi sempre i miei saluti alla famiglia e a quanti de' nostri amici tu vegga.
Spero già del tutto cessata la flussioncella di Orsolina, e con piacere odo principiata la esecuzione del contratto col Rosati, nella parte che concerne la obbligazione di questo Messer Simplicio.
Conservati sempre sano per tuo bene e pel mio.
Voglimi bene, e prendi mille abbracci e benedizioni da tuo
Aff.mo padre
LETTERA 496.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, mercoldì 9 giugno 1847
Ciro mio caro
Jeri non partiva corriere per Roma: rispondo dunque oggi alla tua del 7.
Nel dopo-pranzo del sabato 5 andai a visitare i terreni.
Gli oliveti han bellissima fioritura.
Il fondo Palombara mi parve in buono stato.
Su tutto però parleremo a voce.
Se il solo lavoro preparatorio dell'apertura della porta in camera di Nannarella ha obbligato tutti a sloggiare, tanto maggiormente, credo, si manterrà il bisogno di starne lontani allorché (e Dio sa quando!) sarà compiuto tutto il lavoro della porta intiera.
Bramerei conoscere sino a quando potrà durare simile stato di cose, dappoiché io, siccome dissi nel partire da Roma, non vorrei qui trattenermi lungamente; e altronde comprendo la confusione in cui codesti poveri inquilini della detta camera-traforata debbono ora trovarsi, e non so prevedere per quanti giorni ancora il puzzo di calce obbligherà tutti a far come si può.
Ed io che non vedo l'ora di tornare a Roma? Monsignore mi usa le solite gentilezze, ma la sua vita non si confà colla mia.
Egli ti saluta caramente, come io prego te di salutare codesti nostri parenti e gli amici.
Addio, Ciro mio: ti benedico ed abbraccio.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 497.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, venerdì 11 giugno 1847
Mio carissimo figlio
Grazie, Ciro mio, della affettuosa premura che ti sei data di farmi indilatamente conoscere quanto m'interessava sapere intorno allo stabilimento delle cose domestiche, per regolare il mio ritorno con sicurezza di non accrescere gl'imbarazzi della famiglia, già di troppo angustiata per la circostanza imperiosa di codesto aperimento di porta.
Era e sono io persuaso, nulla meno che i nostri buoni parenti, della impossibilità di albergare in quella camera durante i lavori e per qualche giorno anche di più.
Ma nella incertezza delle cose, per rapporto alla durabilità di esse, volli chiederne un cenno per regola mia, alieno io però nell'animo da tuttociò che potesse a mio riguardo aumentare l'orgasmo di chi stava in mezzo a guai d'insolubil natura.
Del resto il mio ritorno non accadrà domenica 13, ma, come spero, in qualche altro consecutivo giorno della settimana, di che avrò poi cura istruirti.
Intanto, adunque, la Sig.ra Nanna prosegua pure a usare della mia stanza, se ciò può farle piacere, e senza punto di ceremonie.
Credo che io tornerò a Roma o con Riotti, che deve darvi una corsa, o col Sig.
Sebastiani, venuto qui ieri per fare una visita a due figli che tiene in educazione sotto la vigilanza di Mons.
Tizzani.
Abbiamo sempre freddo, diluvii e temporali.
Jeri ripetè la grandine, ma a Cesi non cadde.
Iddio ne sia benedetto!
È venuto questa mattina Corazza, che ti saluta.
Dì mille cose per me ai parenti ed amici, ed abbiti altrettanti abbracci dal tuo
aff.mo padre
LETTERA 498.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni, domenica 13 giugno 1847
Mio carissimo figlio
Poche righe per avvisarti che molto probabilmente io arriverò a Roma nella giornata di martedì 15, salvo però sempre il caso o di mancanza di vettura o di troppo cattivo tempo, essendo realmente l'atmosfera in quotidiani temporali con poche ore di intervallo da uno all'altro.
Se pertanto, per qualunque de' due prefati motivi, tu non mi vedessi giungere nell'indicato giorno, bada a non darti la minima pena: verrei in uno de' consecutivi giorni il più presto che mi riuscisse possibile.
Inutile è intanto il dire che tu alla presente non devi rispondere.
Faccio precedermi da mille saluti per la famiglia e per gli amici, in anticipazione degli abbracci che darò a tutti, salve le debite proporzioni e convenienze.
Sono, benedicendoti e stringendoti al cuore
Il tuo aff.mo padre.
Aveva io già scritta la presente quando mi è giunta la tua carissima di ieri.
La notizia che mi dai circa all'inviato di Calvi (Sig.
Can.co Garavaglia) mi fa dispiacente il non aver io lasciato a mano l'involto di stampe che devo mandare al detto Calvi.
L'involto sta dentro la cantoniera rossa che in camera tua rimane allato alla mia scrivania grande.
Non mi ricordo però se ne ho lasciato la chiave o se l'abbia riposta in qualche luogo.
Potresti vedere se trovisi essa nel tiratore del tavolinetto sul quale io soglio scrivere: ma non mi pare che ci sarà.
In tutti i modi, tornando il Sig.
Can.co Garavaglia, può dirglisi che io tornerò a Roma nel martedì prossimo, a meno di qualche imprevedibile circostanza.
Comprendo che per l'attuale situazione della casa io vi ritorno troppo presto, e perciò ne accrescerò gl'imbarazzi.
Pensava io infatti di ripartire di qui qualche giorno più tardi, onde lasciare un maggiore agio alla famiglia di far le cose con minore ansia e tumulto; ma siccome il Sig.
Sebastiani e Riotti debbono entrambi affrettare il loro viaggio per Roma, non ho voluto lasciare fuggire questa buona occasione di compagnia.
Il mondo è pieno di necessità, né sempre si può mandare le cose a tutto nostro comodo e piacere.
Udrò i rilievi di Marini sopra i noti attestati, e ne parleremo.
Piace anche a me la risoluzione concistoriale sulle future promozioni cardinalizie.
Ricevi i consueti saluti di Monsignore, a cui ho fatto i tuoi.
E mi ripeto come al solito etc.
LETTERA 499.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 29 luglio 1847
A.
C.
Giunsemi il dì 26 una vostra lettera circolare a stampa, data il 19, che mi riempì di maraviglia e dolore.
Qual morte! Che colpo per voi, pel povero Sig.
Emidio e per tutta la vostra famiglia! Stento a riavermi dalla impressione che mi ha sbalordito.
Così giovane, così gentile, così buona, madre di teneri figli!...
Parmi non poterlo credere e mi spiace averla conosciuta.
Non minor colpo ha risentito nell'animo il mio Ciro all'inaspettato tristissimo annunzio.
Ora, che dirvi di confortante? Con quali parole e argomenti alleviare un'afflizione sì giusta? Conosco tutta la importanza della vostra perdita, ed altro non so fare che pregarvi di credermi capace di rappresentarmi al vivo la vostra ambascia e prenderne per me una parte non lieve.
Leviamo la mente a Dio, caro amico, a Dio che prima di toglierci dal Mondo vuol farci conoscere qual sorta d'albergo esso sia, e come possa legarci a sé il cuore.
Resto con sincerissimi sensi di compassione.
Vostro aff.mo a.co e serv.e
Giuseppe Gioachino Belli
Autografo nella Biblioteca Comunale di Macerata.
LETTERA 500.
AD AMALIA BETTINI MINARDI - BOLOGNA
Di Roma, 11 settembre 1847
Mia carissima amica, la stessa mole angustissima di questa mia ettera serva a indicarvi non essere essa altrimenti una risposta alla interessantissima Vostra del 4 marzo, che dovrei e dovrò riscontrare con molto maggiore estensione; ma è destinata invece allo scopo di aprire l'accesso fino a Voi a Ciro, mio figlio, il quale, facendo un rapido giretto per l'Italia superiore, passa per Bologna, ove non può trascurare di presentarvisi per farvi i miei affettuosi rispetti, che s'intendono anche estensivi al gentil Vostro sposo.
Ciro vi parlerà di me e della mia testa fessa, e con ciò del motivo del mio silenzio con voi e con tutti.
Sono e sarò sempre
Il V.o aff.mo a.co e ser.re
Giuseppe Gioachino Belli
Parlate al mio Ciro di tutti i vostri, che io saluto di cuore.
LETTERA 501.
A CIRO BELLI - FIRENZE (MA A BOLOGNA)
Di Roma, giovedì 16 settembre 1847
Mio caro figlio
Riscontro la desideratissima e consolantissima tua del 14, ma nel risponderti debbo esser conciso, tra perché manco della materia di cui tu puoi adesso abbondare, e perché scarso è il tempo che intercede tra il ricevimento del tuo foglio e la impostatura della presente.
Della felicità del tuo viaggio, fino a codesta capitale insignissima, ringrazio il cielo, e ti auguro egual sorte per tutto il rimanente che dovrai percorrere nel tuo piacevole giro.
In quanto poi alla maraviglia che mi manifesti per le bellezze che da ogni parte costì paransi innanzi a' tuoi occhi, la è cosa che io già mi aspettava; né certo potevi altronde incontrare più favorevol momento per vedere in atto il brio de' toscani.
Tu godi ora a Firenze ciò che io non ho goduto: per esempio a' miei tempi la via Calzaioli era un vicolo angusto da Orsanmichele sino alla piazza del Duomo.
Mi fa piacere l'udire le buone accoglienze che tu e il pedagogo Lopez (che abbraccerai per me) avete ricevute dal Sig.
Petrana cuoco di Lord Ward; e mi duole del cattivo stato del Sig.
Belotti che mi saluterai.
Ti ringrazio de' voti che formi per la mia salute e per la ilarità del mio spirito.
Sii però persuaso che ne' momenti di ipocondria niun'altra voce potrebbe sollevarmi più della tua.
Basta su ciò.
Al mio ritorno sarai più loquace, vero antidoto per vincere il mio raro silenzio.
Su questo non voglio per iscritto alcuna risposta.
Quel che io voglio, e desidero, e spero, è che tu ti diverta, che ti abbi riguardo, e che torni a Roma come un toro di robustezza.
Te lo ripeto: ad ogni bisogno di danaro, se non ne potrete voi altri trovare sulla parola, scrivimene una linea, e te ne farò giungere dove vorrai.
Farò i tuoi saluti a tutti.
Intanto ricevi il contraccambio di altrettanti affettuosissimi di questi parenti.
Non passa momento che da qualcuno non mi si chieda di te.
Sabato 18 torna Marietta Ricci da Frascati.
Martedì pranzai in Casa Cini: la sera andai con questi di famiglia al Mac-Beth.
Superba musica! Addio ti abbraccio tenerissimamente.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 502.
A CIRO BELLI - VENEZIA
Di Roma, sabato 18 settembre 1847
Mio carissimo figlio
Riepiloghiamo.
Nel 16 ebbi la tua fiorentina del 14, ti risposi a Bologna, ove il mio foglio deve giungere in dimani, cioè domenica 19.
Spero che tu ti ci tratterai tanto da poterlo ricevere.
Jeri poi Ricci mi portò una lettera di Marietta per Locatelli di Milano, abitante al Corso di porta Orientale N° 735.
Non sapendo ove dirigerla con sicurezza che si trovasse nel tuo itinerario, la spedii a Venezia inclusa in un mio polizzino; e tantopiù stimai dovere regolarmi così, in quanto lo stesso Ricci mi fece conoscere avergli tu detto verbalmente che mandasse la ripetuta lettera a Venezia.
Oggi ricevo la tua seconda, quella cioè di Firenze in data del 16, in cui leggo che nello stesso giorno andavi a partire per Bologna.
Siccome però tu non m'indichi per qual luogo debba io spedirti il presente riscontro, mi metto al sicuro e lo rivolgo a Venezia, dove lo troverai insieme col precedente di ieri.
Mandarlo a Bologna no, perché non potendo esso pervenirci che martedì 21, al tardi, tu probabilmente non ti troveresti più là.
Circa poi a Ferrara, poco al certo ti ci tratterrai, giacché poco c'è da vedere.
Dunque a Venezia.
Se Firenze t'è molto piaciuta, Venezia ti incanterà.
Le buone notizie della salute così tua come dell'amico Lopez mi riescono consolantissime.
Fate entrambi di tutto per mantenerla tale sino al vostro ritorno, e quindi in progresso.
Di' a Lopez che dal suo negozio io ci passo spessissimo e per avere e per dare notizie, ed anche per mantenere l'abitudine.
Farei altrettanto anche circa alla sua Casa, e lo farò se a lui piacerà, giacché di mio proprio moto io non soglio mai visitare famiglie quando ne manchi il Capo, o non me ne abbia egli dato l'incarico.
La è una delle mie minutezze, o de' miei scrupoli che voglian chiamarsi.
La mia salute non è cattiva, e la strappo alla meglio.
Tutta la famiglia sta bene e ti saluta con molta effusione di benevolenza.
Ricevi anche i cordiali saluti di tutti gli amici, che non ti nomino per non farti una litania di nomi.
Altro non aggiungo fuorché un milione di abbracci e benedizioni
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 503.
A CIRO BELLI - MILANO
Di Roma, giovedì 23 settembre 1847
Mio carissimo figlio
Dalla terza tua lettera, data di Bologna il 18, rilevo non aver tu peranco ricevuto mie notizie, ad onta che prima della presente io ti abbia, scritto tre volte.
Niuna maraviglia peraltro in ciò, dappoiché mentre le tue lettere vengono in quà tu precedi in là, e le mie risposte debbono correrti appresso, con molta probabilità che giunte al luogo del loro indirizzo ti trovino poco prima partito, e così rimangano in posta.
Un simile accidente dovrebbe essersi infatti già verificato circa alla mia del giovedì 16, diretta da me a Bologna un momento dopo giuntami la tua fiorentina del 14.
Quella mia lettera avresti potuto averla colà circa al mezzodì della domenica 19; ma se ne sei partito per Ferrara al mattino, invece che nel dopopranzo, mi par certo che non possa esser venuta nelle tue mani e che sia restata a Bologna.
Nulladimeno di miei fogli ne avrai avuti due in Venezia, il primo de' quali in data del 17, e l'altro del 18.
Il presente poi lo dirigo immediatamente a Milano, perché credo che consumerà in viaggio presso a poco lo stesso tempo che tu consumerai a Venezia, e quindi non ti rinvenga sulla laguna.
Non v'ha dubbio che il viaggio da Firenze a Bologna nulla offra di divertente né di curioso, fuorché forse il piccolo vulcanetto ardente di Pietramala; siccome pure io convengo teco del poco piacevole aspetto di questa ultima città, la quale soltanto può cominciare a movere interesse in un forestiere quando egli penetri nella società, che è cordiale, culta e briosa.
Circa alla Sig.ra Bettini-Minardi, se ti ricordi, io già prevedeva il caso della di lei dimora in campagna.
Ti sei regolato benissimo.
Mi piace assai che tu ti sia fatto conoscere al Baruzzi, al buono e affettuoso Baruzzi, che ti avea veduto piccoletto, e di cui aggradisco i saluti.
Salutami senza fine costì gli ottimi Moraglia e Calvi colle loro famiglie, non che il caro Locatelli pel quale ti compiegai e diressi a Venezia una letterina di Marietta Ricci.
Questa torna da Frascati oggi verso sera, ma, poverina, trova il padre veramente poco bene di salute.
L'altrieri volle quel benedetto vecchio escire di casa soletto al solito, e non ebbe quindi più forza di ritornarvi.
Fu riaccompagnate da varie persone che lo trovarono mezzo perduto per la via, benché sempre presente a se stesso.
Per le scale bisognò alzarlo e portarlo di peso.
Jeri fu attaccato da un po di febbre, eppure volle mangiare a suo modo e rifiutò il medico.
Oggi sta a letto, e Carolina Serny lo assiste.
È una mano santa che torni Marietta, che però sconta subita la villeggiatura.
Anche Ricci non era in Roma quando il Sig.
Lorenzo subì quell'incomodo, che fu chiamato col nome di convulsioni.
Domenica scorsa incontrai a piazza di Sciarra il Sig.
Baldini di Ancona, già tuo compagno di Collegio.
Mi incaricò di salutarti in suo nome.
Ti saluta anche Delfini (il figlio), partito jeri con Biagini per la sua villeggiatura di Stroncone.
E Biagini, e Spada, e Casa Cini, e questi di nostra famiglia, e infine tutti, ti dicono mille cose amichevoli.
Tu dinne altrettante in mio nome all'amico Lopez, che sento dire per Roma non possa più abbottonarsi la cinta de' calzoni per causa della trippetta.
Le di lui figlie stan bene.
Amami, divertiti allegramente, e ricevi da me mille abbracci e benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 504.
A CIRO BELLI - GENOVA
Di Roma, giovedì 30 settembre 1847
Mio caro figlio
Curiosa dunque è la posta.
Hai ricevuta la mia del 18 e non la precedente del 17, nella quale era inclusa quella di Marietta Ricci per Locatelli! E sembra che neppur l'altra del 16 siati giunta, quella cioè che da Bologna ti spedì appresso il Corriere Checchi.
A suo tempo mi dirai se trovasti in Milano la mia 4a del giorno 23.
Per compiacerti dirigo la presente a Genova per dove mandai altro foglio già da martedì 28, segnato con N° 5.
Circa al Locatelli, mi disse jeri il Cav.
Giuseppe Gozzano non esser esso attualmente a Milano, ma alla Stradella, paese dove possiede alcuni beni.
Se dunque la lettera di Marietta ti è poi arrivata, altro non hai potuto fare che lasciarla in casa dei Locatelli, al Corso di porta Orientale N° 735.
Non poteasi dubitare che Venezia, specialmente nella occasione attuale del Congresso, ti dovesse riescire incantevole; e tantopiù fra le mille attenzioni che vi hai ricevute per riguardo dell'amico Lopez che mi abbraccerai, dicendogli essermi io già recato due volte in sua Casa, e così andrò facendo in progresso con mio sommo piacere.
Le figlie stan bene.
La salute mia non è cattiva, meno l'incomodo al capo, faccenda oramai abituale e da lasciarsi andar come vuole.
Tutta la famiglia trovasi prospera, e ti manda infiniti saluti.
Altrettanti abbine da parte degli amici, che non ti nomino.
Quanti ne vedo tanti mi chieggono di te.
Il vecchio Capalti sta sempre al solito, e la sua coccia è più del male.
Stancherebbe un reggimento con le sue stranezze.
Racconterò alla Sig.ra Pellegrina le gentilezze che ti usò a Venezia il fratello, Sig.
Binarelli.
Jeri sera passai qualche ora con essa in casa Boguet.
La sig.ra Boguet soffre sempre del suo tormentoso dolore di reni.
Null'altro restando a dirti, chiudo la presente per portarla alla posta, dopo datoti un affettuoso abbraccio con mille benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
La lettera di Lopez alle figlie, da lui scritta di Venezia il 25, è (come doveva) arrivata questa mattina, come è pure a me giunta la tua dello stesso ordinario.
Io l'ho udita leggere dalla Sig.ra Angiolina.
È in errore Lopez credendo che tra Roma e Venezia il Corriere impieghi tre giorni.
Ve ne vogliono cinque.
Due per Firenze, tre per Bologna, cinque per Venezia, e cinque per Milano.
LETTERA 505.
A CIRO BELLI - TERNI
Di Roma, giovedì 28 ottobre 1847
Mio caro figlio, anzi carissimo
Riscontro subito la tua graditissima di ieri, apportatrice della più dolce notizia che mi potesse arrivare, cioè della tua buona salute, non ostante il gran freddo che in questi giorni ha imperversato: di che io viveva in qualche pena per te.
Dio sia lodato!
Il mezzo di Corazza che mi proponi per far giungere in Roma i pagamenti di Roncetti non potrebbe mai dispiacermi.
Io dunque ne sono contento; purché però (e qui non intendo affatto di dubitare della puntualità di Corazza) in caso di qualunque specie di smarrimento o d'incrociature il Roncetti rimanga sempre responsabile delle somme sino all'arrivo di esse in nostre mani, imperocché nell'epoca egli assunse la obbligazione di pagare al nostro domicilio in Roma.
Insomma, deve rimanergli ora lo stesso rischio ch'egli correva nel versare i danari in mano del Governa, non essendo giusto che il buon Corazza risenta conseguenze sinistre da un atto di pura cortesia nel farsi in ciò mediatore.
Circa alla patente del guardiano, se tu leggi il mio foglio d'istruzioni vi troverai che il Governa me l'ha messa a conto nel passato giugno, come risulta dalla sua nota di spese che gli saldai a Terni nel giorno otto di detto mese.
Non solamente dunque ti conchiudo che la patente dev'essere stata fatta nell'anno corrente (anziché tre anni fa), ma ti aggiungo che il Sig.
Governa me l'ha messa in conto ogni anno.
Che se invece è solito il rinnovar simili patenti di triennio in triennio, ecco un'altra prova d'infedeltà del Sig.
Governa, il quale sembra non più dubbio aver sinora fatto man bassa sulle nostre povere spalle per tutti i versi e modi possibili.
Di tuttociò lagnati modestamente colla Signora Lucia Vannuzzi, che mi propose quel buon mobile come un galantuomo da croce cavalleresca.
Siccome poi il Roncetti asserisce esser necessario il guardiano, mi pare che anch'egli dovrebbe soggiacere a porzione del dispendio che importa; cioè alla metà della spesa, giacché anch'egli ne risente metà del vantaggio, siccome colòno ossia mezzarolo del frutto.
Godo della buona accoglienza che avesti e da Corazza e dai Sig.ri Delfini.
La povera Adelina Serny morì l'altro ieri.
Che pianto in quella povera famiglia!
È colla posta giunto questa mattina un foglio a stampa in forma di circolare ai possidenti del territorio di Cesi; ed è firmato colle seguenti parole: un civico.
Esso, in data del 25 cadente, è indirizzata a te come uno dei compossidenti in quel territorio.
Te lo rispingo a Terni sotto fascia.
Leggilo e risolvi quello che credi, informandoti da qualcuno quid agendum.
Ho affittato il piano della casa alle Stalle Corsini, per un anno, con sicurtà del Marchese Gio.
B.a Guglielmi.
Io non so dove i Cesani portino le olive a macinare, e dove in conseguenza le porti Corazza.
La macinatura delle olive sarebbe il solo affare per cui avremmo bisogno di un agente residente in Terni.
Che se Corazza portasse le sue proprie a Terni, o dovunque, e ci potesse personalmente accudire, così potrebbe anche accudire alle nostre; e in tal caso quasi-quasi gli progetterei di assumere l'agenzia che tiene ora Governa, e col medesimo emolumento annuo, purché egli badasse in tutto e per tutto ai terreni come faremmo noi, e come avrebbe dovuto diligentemente fare il Governa.
Son persuaso che Corazza nel luogo di Governa non ci avrebbe fatto spendere tante e tante centinaia in cose che forse (giunte che siano a maturità) non varranno la spesa sostenuta per istabilirle.
Ti saluto da parte di tutti: e salutami tutti.
Ti abbraccia il tuo aff.mo padre
LETTERA 506.
A CIRO BELLI - ALBANO
Di Roma, domenica 2 luglio 1848
all'una e un quarto pomeridiane
Il vento di Roma mi dava proporzione di quello che dovevi soffrire tu in viaggio.
Poco male quando ti ha fatto pur giungere sano ed incolume.
Oggi è fresco: lo sarà, credo, costì anche di più.
Mi piace il collocamento di alloggio che trovasti già preparato, e godo udirti in buona salute, e parimenti in buona salute anche la famiglia Ferretti.
Ti ho salutato la Casa Cini.
Lello sta passabilmente.
Tanto quella famiglia quanto la nostra dei Mazio ti dicono mille cose affettuose; e così pure il Sig.
Pio Barberi, che trovasi in Casa Ferretti dove io scrivo assai di volo queste due righe.
E ci mette il capo anche Quadrari.
Stringi la mano per me a tutti codesti villeggianti, scopo della tua gita, e specialmente a Cristina che ringrazio della giunta fatta da Lei, e da me aggradita, nella tua lettera.
Ti abbraccio di cuore e ti benedico.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 507.
A CIRO BELLI - ALBANO
Roma, in casa Ferretti; giovedì 6 luglio 1848: mezzodì
Non può mettersi in dubbio che lo spettacolo che si gode dalla cima del Monte-cavo sia sorprendente ed ecciti le sensazioni da te accennatami nella tua letterina di jeri; e non ostante la perita innocenza di Adamo veggo che, a saperne usare, qualche delizia anche oggi può al mondo godersi.
Mi fa molto piacere l'udirti contento dell'attuale tua situazione, lo che contribuirà ad accrescere energia al tuo spirito ed alla tua salute.
A momenti andrò a ricapitare la tua lettera a Cini.
Gli amici che tu saluti, e così ugualmente i parenti, ti contraccambiano con vera cordialità.
Seguita a divertirti e stare allegramente.
Dì mille cose affettuose a tutti e a ciascuno in particolare di codesti amici, e specialmente, s'intende, alla nostra Cristina.
Ti benedico ed abbraccio di tutto cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 508.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[4 ottobre 1848]
Checco mio
Come diceva la Comare?
"Piove e mal temp'è,
"a casa dell'antri nun ce se va be' etc.
Così dico io oggi a te.
Se il tempo me lo permetterà verrò a farti mille augurii pel tuo onomastico: se no abbiti tutto in carta e perdonami.
Ti abbraccio di cuore
Il tuo Belli
4 ottobre 1848
LETTERA 509.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, il martedì 10 aprile 1849
alle ore 11 1/2 antimeridiane
Carissimi figli miei
Qui sulla mia poltrona, in presenza del buon Giacomo Ferretti che è venuto a visitarmi e darmi le nuove del vostro felice arrivo costì a un quarto di notte, vi scrivo queste due righe per rallegrarmi con voi di tale notizia, e per aggiungervi che io sto meglio come già avrete capito dalle prime parole della presente.
Nella scorsa notte, mentre io udiva diluviare, mi andava irritando col tempo che sembra voglia invidiarvi il vantaggio che potreste ritrarre da codesta aria se fosse serena.
Ma come si fa? Né il tempo né i tempi ce li possiamo fabbricare da noi.
Questa famiglia Mazio vi saluta affettuosamente, e così Biagini, e così pure Spada.
Abbracciate per me il poliglotto Messer Luigi, divertitevi quanto, come e quando potete, e ricevete da me baci e benedizioni.
Il V.o aff.mo padre
G.
G.
Belli
LETTERA 510.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoledì 11 aprile 1849
ore 5 pomeridiane
Ciro mio caro
In questo punto Ferretti mi manda la lettera tua e di Cristina scritta ieri dopo il pranzo di casa Angelini.
Questa mattina, quando egli è venuto a vedermi, la lettera non erasi ancora ricevuta.
La mia salute va meglio, ma il tempo non mi permette ancora di metter fuori la capoccia, come tu dici.
Mando subito Tonino in casa Ferretti a portargli queste due righe di mia risposta, perché Vincenzo non si è trattenuto ad aspettare se io avessi nulla da dire.
Il mio cugino Gigi Mazio desidera ciò che ha scritto nel qui accluso foglio.
Vedi di occupartene.
Abbraccia la nostra Cristina e Gigi, e saluta la Welisareff e Casa Angelini.
Ti stringo al cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 511.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 12 aprile 1849
alle ore 7 Vespertine
Miei dilettissimi figli
Avrei questa mattina voluto metter fuori la capoccia all'aria aperta; ma non Signore, il tempo non ha voluto, e il sor Giuseppe ha rincacciato dentro il guscio le corna e la testa come fa la lumaca.
Giunto poscia Viotti dalla sua dogana della suola, ho lui subito mandato in mia vece a vedere se in casa Ferretti fossero giunte fresche notizie di voi altri raponzoli.
La risposta mi è tornata negativa, colla promessa però che giungendo entro la giornata qualche lettera, mi sarebbe tosto inviata.
Verso sera difatti ho visto giungermi quella da Voi scritta ieri 11, contrassegnata al di fuori col preme assai, cautela e stimolo che riguardo ai vetturini non produssero gran frutto.
Odo in essa la solita storia del tempo cattivo, che mentre pure non debella affatto il vostro coraggio passeggiatorio, non vi lascia però così liberi da azzardare qualche gita un po più ampia per gli ameni dintorni del luogo.
Pazienza: vi bisogna prendere quel che si può.
Ho intanto gran paura che dopo aver tutti sì lungamente sospirato l'acqua per gravi e giusti motivi, ne abbiam poi da avere che ci scacci la devozione.
Mentre Vi sto qui scrivendo, ecco altro dispaccio da casa Ferretti, cioè la lettera di Giggiarello al papà, lettera vergata da lui alle 8 antimeridiane di oggi, coll'avvertenza che gli sposi non si sottoscrivono perché dormono ancora, e poi appresso a queste parole un bel punto ammirativo.
Pare che il maliziosetto scrittore abbia fatto il conto sul naso intorno alle ore passate dagli sposini fra il coricarsi di ieri sera e il tuttor covare di questa mattina: così almeno mi fa supporre quel punto.
Pace e sonno, signorini miei cari.
Dicesi che a tavola non s'invecchia.
A letto non so: ne farete l'esperienza voi altri.
Jeri ti spedii, Ciro, una lettera con entro un foglietto di Gigi Mazio relativo ad un appartamento che desidera prendere costì a fitto Mons.
Rufini.
Spero che ti sarà pervenuta, ed a suo tempo me ne darai riscontro.
Biagini e Spada vengono da me assiduamente: gli ho avuti questa sera: gli ebbi ieri sera, ed anzi venne ieri sera anche Ricci Miniato.
Ricci Pippo non l'ho veduto mai.
Que' primi tre, e questi Mazio, e Maggiorani, vi salutano senza fine.
Vi abbraccio e benedico.
Il vostro aff.mo papà
G.
G.
Mille cose amichevoli agli Angelini e a Nannetta, e un abbraccio a Gigi.
LETTERA 512.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 14 aprile 1849 ore 9 antimeridiane
Mio caro Ciro
Jeri (venerdì 13), non giunse alcuna tua lettera, almeno fino presso alla sera; alla quale ora venne Giacomo a farmi una visita.
Niuna né maraviglia né pena però ciò mi fece, attesoché il perfido e orribile tempo altera naturalmente tutte le umane faccende.
Eccomi quindi a vergarti due righe per mandarle a Ferretti quando verrà Viotti, non potendo io al solito uscire col diluvio e col freddo e colla umidità che seguitano anche oggi ad imperversare.
Figuriamoci a Frascati! Povero Ciro! Povera Cristina! Povero Gigi! Ed io, poverello non meno di voi altri, sto qui col pensiero di voi e col pensiero di me.
Or senti.
Mentre ieri al giorno diluviava venne a 23 ore il camminatore del nostro 8° battaglione civico, e portò il nuovo intimo per te, a presentarti oggi al Consiglio di riforma.
Che aveva io da fare? Colla mia salute, con quel tempo, a quell'ora, senza nessuno da spedire in quà o in là...
Ripetei dunque la canzone che tu stai fuori per salute; e narrai la storia del mal riuscito mio tentativo precedente, quando ti venni a prendere, ti condussi a Roma per presentarti, e nulla si poté fare.
L'intimo, portato ieri 13, era rilasciato in data del 9.
Mi lagnai col camminatore del tanto ritardo nella esibizione del foglio, ed egli mi rispose: me lo hanno dato adesso.
Sarà, ma io non ci credo.
Insomma, stretto come mi trovava dalle sovraenunciate angustie, non accettai l'intimo e lasciai correr la cosa per la sua libera via.
Partito appena il camminatore ecco Ferretti a farmi visita.
Gli narrai minutamente il fatto e gli esposi le circostanze che regolarono la mia condotta.
Egli tutto approvò, perché contro il destino bisogna chinar la testa.
È curiosa che l'intimo fu rilasciato, come ti ho detto, il dì 9, mentre tu forse ti trovavi ancora in Roma.
Bisogna credere che nella mattina del 9 fra gli altri tuoi giri non andasti anche da Savetti come ti aveva io precedentemente insinuato.
Chi sa che Savetti non avesse saputo qualche cosa di quell'intimo? Dico chi sa, perché probabilmente ancora potea non saperne nulla.
Volgomi ora a te, Cristina mia.
Non puoi farti una idea del mio rammarico nel vedere così contrariato dalla stagionaccia perversa lo scopo della tua dimora costì, quello cioè di bene e gagliardamente ricuperare la tua fioridezza, che è il sospiro di noi tutti.
Ma! Dopo tanto buono doveva succedere un cattivo sterminato anch'esso come la serenità precedente.
Come ti annoierai! Come avrai freddo! Non fo che pensarci.
Tanti abbracci a Gigi, e i consueti saluti a Nannetta e alla famiglia Angelini; se potete vedervi con questi diluvii.
Vi stringo entrambi al cuore.
Il V.o aff.mo padre
G.
G.
Belli
LETTERA 513.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 16 aprile 1849
Mio carissimo figlio
Tornato Gigi jeri all'avemaria mi consegnò la tua lettera con in seno altre due per casa Ferretti, le quali (in mancanza di altri latori, e a fine di non tardarne il ricapito sino a questa mattina) furono all'una e mezzo di notte portate dalla Sig.ra Nanna e mandate su ai Ferretti per mezzo di Francesco mentre ella passava per le Stimmate recandosi alla solita società Muti.
Ciò dunque andò bene.
Mi fa piacere l'udire che quella miseria di cinquanta baiocchi in rame che ti mandai pel mezzo di Gigi, possa riuscirti utile non ostante la creazione costì fattasi di piccoli biglietti pel minuto interno commercio.
Il principale mio scopo nell'inviarti que' baiocchi fu il metterti in istato di eseguire le spesette di corrispondenza epistolare, e far fronte a qualche altra occorrenzuola giornaliera in questo tempo di tanta difficoltà per dare e ottener resti in danaro.
Aveva io dunque ben divisato che l'appartamento presso la porta della città fosse quello della Panizza.
Gigi mi dice esservisi Mons.
Rufini bene accomodato; ed ancor questo mi fa piacere.
Tu agirai con molto senno se, come ti esprimi, te lo terrai caro il Rufini.
Non ti nuocerà mai il farti buoni rapporti.
Di questi al mondo si vive, e con questi si va innanzi.
Passando all'articolo della salute, oltre le assicurazioni che tu mi dai per iscritto intorno a quella tua e di Cristina, anche Gigi me ne disse cose confortanti.
Mi aggiunse però che la cara Cristinella ieri a mattina aveva un po di raucedine, inconveniente però che nel dopo-pranzo era passato.
Circa poi alla salute mia, la strappo come si può.
Un giorno più su, un giorno più giù: l'è proprio come al giuoco dell'altalena, e tutto il malanno procede dalle inclemenze del tempo, che m'impedisce pur di pensare a muovermi un poco, a prendere un alito di aria pura ed esterna, e a godere di qualche divagamento.
Acqua, vento, umido, freddo, fango...
Un corpo più saldo del mio se ne riderebbe ma in me certi azzardi riescono sempre fatali, e se mi appresso all'unto (come suol dirsi) ci lascio il pelo.
Dunque aspettiamo ed abbiamo pazienza.
Ti ringrazio de' conforti che cerchi inspirarmi colle tue affettuose parole.
Io cerco di giovarmene per quanto so e posso; ma non ti dissimulo che il mio spirito nel procedere degli anni va calando in forza come il mio corpo.
Questa è legge di natura, né deve sorprendere.
Basta, confidiamo in Dio, che è Santo grosso.
Abbraccia per me la tua Cristina., e dà un bacio al buon Gigi.
Ti stringo al cuore e ti benedico.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 514.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 17 aprile 1849
ore 9 pomeridiane
Mio carissimo figlio
Jeri sera (lunedì 16) Giacomo mi partecipò con un suo biglietto il ritorno di Nannetta e le buone notizie da essa recatagli di Cristina di Gigi e di te.
Di tutto questo mi rallegrai.
Oggi verso le 6 è stato lo stesso Giacomo a visitarmi, atteso il mio solito sequestro in casa pel pessimo tempo, freddo, piovoso, ventoso e umidissimo.
Alle 8 è poi venuto Spada a portarmi per parte del ripetuto Giacomo la tua lettera del corrente giorno.
Spero che ti sien giunte tutte le mie letterine, l'ultima delle quali in data di ieri.
Da essa avrai rilevato che il motivo de' miei protratti riguardi igienici non dipende dal mio stato personale, ma da quello dell'atmosfera, contro la contrarietà della quale mi difendo alla meglio col viver nel guscio come le lumache.
Nulla vi si dice di notizie politiche, nulla essendovi mai di sicuro né in bene né in male.
Delle generali faccende italiane i giornali, che vengono anche a Frascati, possono darvi sufficiente contezza.
Circa però a cose che interessino particolarmente il nostro Stato, e in ispecie Roma, le voci corrono sempre sì vaghe, strane e contraddittorie, da non potersi attenere al positivo, secondoché voi, cari figli, desiderate.
Vanno di tanto in tanto sorgendo spauracchi che poi si dileguano e tutto rimane nella incertezza.
Dio solo conosce il presente e il futuro in questa confusione di umane faccende.
Nulla ho mai saputo di casa Ricci: ignoro se stian bene, se stian male e vivo in pensiero anche per essi.
Ieri a mattina mandai per mezzo di Viotti un mio biglietto a Marietta per chiederle loro notizie, ma non ho avuto riscontro.
Che stato tormentoso è questo mio isolamento! Questa sera ho pregato Spada di passar da loro in mio nome: vedremo.
Mercoldì 18, ore 9 antimeridiane
Compio la lettera da me, principiata ieri a sera.
Il tempo questa mattina non sembra tanto cattivo, ma pure si volgono quà e là per l'aria nuvoloni che poco di buono promettono.
Sarebbe pur ora che finisse! Poteste almeno oggi allargarvi un po più lungi da casa da quel che vi è toccato fare finora!
Abbracciami Gigi, com'io abbraccio te e la nostra Cristina benedicendovi entrambi dal fondo del cuore.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Ah! il Sole si occulta.
Oh come crescono i nuvoli.
Ho capito: piove ancor oggi.
LETTERA 515.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 19 aprile 1849
alle 10 pomeridiane
Mio caro, carissimo figlio
Pongomi subito a riscontrar la tua lettera di ieri, recata dalla Sig.ra Bennicelli a Ferretti e da questi mandatami adesso.
Te Deum! che finalmente avete potuto eseguire senza diluvii il tanto desiderato e procrastinato viaggetto del Tuscolo.
All'apparenza del cielo di Roma non avrei creduto ieri così benigno il tempo da permettervi lo andare in zonzo per tutta la giornata, senza il rischio di bagnarvi come pulcini.
Ma lode a Dio dello aver la faccenda avuto una contraria realtà.
Stando poi pure alle apparenze romane, sembrami poter lusingarmi che oggi, anche meglio di ieri, siavi dovuto riuscire un giorno propizio alle asinesche peregrinazioni, imperocché io stesso (che non è dir poco) ho trovato in me tanto coraggio da uscir di casa due volte, una cioè nella mattinata ed una nel dopopranzo.
Colla prima scappata sono andato in Casa Ferretti, e poi a portare ad Ambrogioni la mia lettera delle 8 antimerid.e perché Ferretti aveva già mandato la sua: colla scappata seconda ho fatto un giretto, come io soglio dire, attorno al barattolo, e poi me ne sono tornato nel guscio.
Se dimani Giove Pluvio me lo concede, voglio spingermi sino a S.
Claudio, presso i Ricci-Capalti, amen.
Eccovi, figli miei, uno indiretto ragguaglio del mio stato sanitario.
Intorno al capitolo del vostro ritorno fra noi mi scrive Giacomo andare egli a proporvi un suo progetto sul come e sul quando eseguire questo recesso alle patrie mura.
Attenetevi dunque a' suoi divisamenti ne' quali io pure convengo.
Sul riunirci tutti insieme, come tu, Ciro mio, ti esprimi, non saprei accogliere nell'animo una opinione diversa dalla sua; benché, esaminando e considerando la cosa sotto l'aspetto rivolto al lato politico degli attuali avvenimenti, non saprei più che cosa rispondere, né qual consiglio dare, né qual partito adottare in circostanze se non paurose così come taluni se le dipingono, dubbie almeno per modo da rendere incerto ogni umano presagio sulle future contingenze.
Può non accader nulla, può accader qualche cosa; ma chi ci dice che in questo secondo caso riesca meglio lo star lungi da Roma o lo stare in Roma? e circa al trovarsi fuori di Roma, saran tutti egualmente sicuri i luoghi?, o quale il sicuro e quale il pericoloso? Accadono eventi al mondo contrariissimi alle più probabili ed anche plausibili previsioni, e ciò anche in affari di molto più piana natura.
E in mezzo a sviluppi cotanto intricati qual'uomo può dire questo sarà e questo no? La più prudente risoluzione sembrami adunque quella del non dividere le famiglie e sperperarle quà e là in frazioni, e dello aspettar poi dal tempo e dagli avvenimenti giornalieri il lume occorrente ad una comune ed uniforme condotta.
Venerdì 20 aprile 1849 - ore 9 antimeridiane
Chiudo la lettera questa mattina per esplorare il tempo.
Uhm! vedo gran nuvoloni.
Mi seccherebbe lo stare in casa.
Ciro mio, Cristina mia, vi abbraccio e benedico di cuore.
Il V.o aff.mo p.e
G.
G.
Belli
LETTERA 516.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 21 aprile 1849
alle ore 9 antimeridiane
Ciro mio caro.
Dopo appena un paio di giorni di mezza tregua, eccoci tornati a stemperature atmosferiche peggiori anche delle precedenti! Ieri mattina, con un pochino di azzardo, dopo fatta una visita in casa Ferretti, mi spinsi fino a casa Ricci, dove però trovai il solo D.r Annibale, perché Pippo a quella tarda ora in cui andai non trovasi mai in casa, e Marietta erasi approfittata del non pessimo tempo per condurre i figli a moversi un poco.
Ma jeri al giorno che sperpetua! Diluvio fulmini e grandine con vento turbinosissimo.
Spero in Dio che quel contentino non vi abbia presi in campagna, poiché la minaccia se ne vedeva nel cielo fin da qualche ora prima.
Nulladimeno, considerato il coraggio di voi altri signorini, non ne vivo sicurissimo.
Nel momento in cui scrivo diluvia e il vento fa prova di portarsi Roma al Mogolle! Benone, e tiriamo via! Il novilunio accadrà lunedì 23: vedremo.
Dopo mandata jeri la mia letterina, Ferretti mi fece avere a casa (mentre io mi recava da lui) la tua di Albano del 19 portata a Roma dal professor Calandrelli.
Tornato al mio domicilio la lessi, e tra poco la rimando a Ferretti unitamente alla presente da spedirsi a Frascati.
Questa mattina il Sig.
G.
G.
Belli non mette capoccia neppure ai cristalli delle finestre.
Ecco il barbiere.
Chiudo e suggello il foglio dopo dati mille abbracci a Cristina, a te e al buon Gigi.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 517.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 21 aprile 1849 al mezzodì
Ciro mio caro
Anche oggi mi è accaduto come jeri.
Dopo mandata a Ferretti la mia risposta delle ore 9 alla tua Albanese, Ferretti mi ha fatto avere la tua susseguente del 20, lettera in cui tu parli del felice ritorno da Albano a Frascati nella sera del 19, ci partecipi l'incontro con Bassanelli, ed annunzii una imminente lettera per Ricci.
Le nostre che dicevi aspettarsi da voi con molta anzianità, vi saran pervenute, e in esse avrete conosciuto quel che a noi sembra più conveniente ad operarsi circa al vostro ritorno e ricongiungimento colla famiglia in queste dubbie circostanze attuali.
Nulla di certo da niuno può presagirsi: dunque bisogna un po' gittarsi in braccio alla provvidenza, senza troppo sperare né troppo temere.
Non arrechi maraviglia alla nostra buona Cristina se le lettere da qualche tempo io le intesto a te solo.
Ho preso questo sistema per ovviare gl'imbrogli di senso e di estensione quando mi occorre rivolgermi più particolarmente all'uno o all'altro di voi due, nel mentre che la intestazione, stando alla grammatica, parlerebbe ad entrambi.
Io dunque mi dirigo, specialmente a te, e per tuo mezzo poi mi rivolgo a Cristina, la quale non si sarà mai vista da me trascurata, ciocché sarebbe impossibile.
Seguita sempre a piovere; ma lasciamo questo noioso discorso.
Quante persone qui vediamo, o parenti od amici, tutte mai non finiscono dall'insistere perché nelle nostre lettere facciavisi menzione di loro e de' voti loro concordi per la vostra salute e felicità.
Noi non andiamo sempre specificandone i nomi per non fare opera troppo prolissa e superflua, tantoppiù che a voi può riuscire ben facile il supplire colla vostra mente al nostro silenzio su tale proposito.
Domenica, 22 aprile, alle 9 1/2 antimeridiane
Prima di chiuder la presente da me scritta jeri a sera avrei voluto vedere se da Casa Ferretti mi giungesse qualche altro tuo foglio portato dai vetturini nella stessa serata di ieri.
Ma nulla ancor veggo...
Viene in questo punto Viotti e lo mando a fare la sovrindicata ricerca.
Intanto tengo aperta la presente sino al suo ritorno.
Torna Viotti colla tua lettera di ieri intestata grando, nix, glacies etc.
Anche qui fu un abisso invernale e infernale.
Oggi parrebbe finora tempo discreto, ma già scappano fuori i nuvoloni.
Ed io dentro il guscio! E andiamo avanti.
Abbraccia per me affettuosamente la nostra cara Cristina, dà un bacio a Gigi, e credimi sempre qual sono
Tuo amorosissimo padre
LETTERA 518.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 23 aprile 1849
ore 9 1/2 antimeridiane
Carissimo figlio
Il Sig.
Adriano Rufini fecemi jeri a sera recapitare la tua lettera dello stesso giorno.
Mi chiedi un biglietto da Sc.
20 e qualche altro piccolo, da farteli ricapitare col mezzo di qualche occasione.
Il biglietto da 20 me lo son fatto prestare da mio cugino Gigi essendomi mancata in queste difficili circostanze ogni risorsa, giacché ho dovuto far fronte a varii pagamentucci, e intanto nessuno mi dà più un baiocco.
Circa ai boni piccoli ne ho messi insieme tre da due scudi l'uno, cosicché son per te destinati in tutto ventisei scudi.
Le occasioni poi per mandarteli con sicurezza formano attualmente per me un'altra difficoltà, non sapendo io chi possa partire per costì, né riuscendomi agevole con queste piovose e fredde giornate il mettermi in traccia di esse.
Farò il possibile per venirne a capo al più presto, non escluso (alla disperata) il mezzo della posta.
Veramente, trovandomi su tal proposito, debbo dirti che se nel giorno 9 in cui ti trovavi in Roma avessi tu un po' meglio calcolato le tue così prossime urgenze, sarebbesi fra noi potuta combinare la cosa con più agio e senza aspettare di trovarsi alle strette.
Io ti domandai se abbisognavi di danaro: tu rispondesti di no, chiedendomi piuttosto il concambio di un bono da 10 in due da 5.
Non persuadendomi però il tuo discorso, volli lasciarti il tuo bono e dartene invece degli altri per tredici scudi.
Come ti detti questi avrei procurato dartene di più onde non lasciarti in secco sì presto.
Parlando quindi in genere della spesa di codesta villeggiatura, al conto che alto-alto io mi vo' figurando, sembrami che al fine avrà importato circa un centinaio di scudi, lo che, non pagando pigione, non è piccola cosa, in questi tempi angustiosi massimamente.
Ciò ti faccia comprendere come il sistema che voi altri avevate preso (e non dissimulato anche con qualcheduno) di starvene costì quieti-quieti finché non foste qui esplicitamente richiamati, poco e non bene conveniva alle circostanze economiche degli attuali momenti.
E prescindendo anche dalla considerazione delle odierne calamità, non deve, Ciro mio, uscirti mai di memoria la ristrettezza del tuo patrimonio i pesi che necessariamente nel tuo nuovo stato dovrai sostenere.
La villeggiatura che da principio parea fissata a pochi giorni come in via di un diporto da nozze, e che poi insensibilmente si è estesa a 40 giorni (e forse, e senza il forse, sarebbe andata anche più innanzi se io non ne moveva qui qualche parola), poteva troncarsi nel suo corso quando vedeasi quanto caro costava.
Queste cose, Ciro mio, te le dico senza il minimo senso di amarezza, ma per solo effetto di paterna affezione, onde agevolarti la via di importi da te medesimo un freno contro una certa larghezza di spendere che credo avere io purtroppo in te rilevata facendoti un po' i conti addosso negli ultimi anni dacché viviamo insieme.
Se in ciò mi sono ingannato, godrò che tu mi apra gli occhi sul mio errore.
Abbraccio e benedico insieme con te la nostra Cristina, e saluto Gigi.
Il tuo aff.mo padre
In via di urgenza azzardo intanto di qui compiegarti uno dei boni da 2.
Pel momento ti varrà questo.
Vorrà perdersi proprio questa lettera quandoché le altre non si son perdute?
LETTERA 519.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 23 aprile 1849
alla ora una pomeridiana
Mio caro figlio
Avrai ricevuta un'altra mia, data in questa stessa mattina alle ore 9 1/2, contenente in seno un bono da scudi due che ho azzardato sperando che giungati salvo colla lettera come sembrami esserti giunte le altre lettere precedenti.
Que' due scudi possono servirti pel momento ad affrontare le spese minori.
Buoni da uno scudo né li ho né ho potuto trovarne.
Dopo mandata la d.a lettera in casa Ferretti mi sono io stesso recato colà verso il mezzodì, ed ho trovato esser già stata quella portata da Giacomo ai vetturini.
È quindi giunta la buona Welisareff, e, parlando dell'invio di danaro che desiderate, siamo restati nel seguente concerto.
Va ella oggi a pregare la famiglia Fiorani di passarvi quella somma che può occorrervi, somma che voi altri restituirete nel giorno 30 corrente in cui verrà Giacomo a riprendervi.
Questi vi recherà da mia parte un biglietto di banca da 20 e due Boni del tesoro da scudi due l'uno: in tutto 24; i quali, aggiunti all'altro bono da me già spedito questa mattina, formano il complesso di 26.
Siccome io non mando adunque che carta, non potreste restituire ai Sig.ri Fiorani altro che carta.
Regolatevi dunque e non prendete ad essi moneta sonante in caso che ve ne offrissero, dappoiché non sarebbe poi giusto che rendeste loro carta per metallo.
Se dopo-pranzo il tempo regge senza pioggia andrò io medesimo a depositare la presente nel negozio Ambrogioni onde ti pervenga dimani a mattina contemporaneamente con quella che spedisce questa sera la Welisareff ai Sig.ri Fiorani.
Se poi il tempo m'impedirà di uscire di casa, ti arriverà questo mio foglio colle vetture di domani a sera, e sarà poco male.
Meglio di così non mi è riuscito di fare per compiacere le tue richieste.
Amami, Ciro mio, e mi ami anche Cristina; siccome entrambi io vi amo.
Saluto Gigi, e tutti vi abbraccio.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 520.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 24 aprile 1849
ora una pomeridiana
Ciro mio caro
Sono appena trascorse quattr'ore dacché ti ho quest'oggi scritto, ed eccomi già di bel nuovo con in mano la penna al medesimo uficio.
Mi preparo una letterina per consegnarla a Pippo Ricci nel caso che possa egli recarsi dimani a Frascati e nel caso pure che, effettuando egli o non effettuando simile viaggio, gli riesca di passare questa sera da me siccome mi mostrò desiderio di fare.
Così, o vedrò Ricci, e gli consegnerò lettera e Boni; o nol vedrò, e allora il tutto verrà per le altre vie già fra noi ordinate.
Mettiti bene nell'animo, Ciro mio, e persuadine efficacemente anche la mia cara Cristina, che mia vivissima brama è quello di sapervi tranquilli e senza la minima ombra di disgusto per le osservazioni da me fattevi nella lettera del 22.
Forse anche ho poco in quella misurato le espressioni, e non sono riuscito nel vero mio intendimento, di parlare cioè da padre e non da censore, non che di suscitare in voi saggi riflessi invece d'impressioni penose, che vi risparmierei a costo di qualunque mio personale sacrificio.
State pertanto allegri e contenti; e se ci sarà qualche punto in tuttociò da spiegarsi scambievolmente fra noi un poco meglio, verrà chiarita ogni cosa d'amore e d'accordo quando ci riabbracceremo qui in Roma per poi viver vicini.
Tale dichiarazione avrei voluto esporla nella precedente mia di questa stessa mattina; ma allora me ne mancava l'agio, poiché aveva io già chiusa la lettera allorché mi venne il tuo foglio di ieri, e mi convenne riaprirla per darvene un cenno di ricevimento, mentre intanto Viotti stava qui aspettando per recarla a Ferretti.
In casa Ferretti sono andato ancor questa mattina, avendomelo il tempo permesso, non ostante le minacce di pioggia che però non sonosi mai effettuate.
Giacomo ha incontrato il prof.
Savetti, il quale gli ha detto che egli saprà due giorni prima in quale giornata tu dovrai presentarti al Consiglio di riforma, e ce ne farà avvertiti.
Così assicura.
Vedremo poi se riuscirà la faccenda secondo i nostri desiderii, del combinarsi cioè la tua colla sua presenza in quel luogo, nella medesima sessione.
La fabbrica aggiunta al casamento Ferretti sta bene innanzi, e vien molto graziosa e comoda.
Alle 9 pomeridiane
È venuto Ricci a prevenirmi che stante il cattivo tempo non si reca più a Frascati.
Ci vuol pazienza.
Riuscitomi bene giorni addietro l'invio del Bono da 2 entro una lettera, te ne accludo qui un altro dello stesso valore, e vi unisco pure un Bonnuccio da bai: 24 che mi è capitato, e il quale potrà servirti per qualche spesetta di baioccami, e tirare innanzi.
Ti abbraccio teneramente colla tua pacchianella, e do un bacio al buon Gigi.
Il tuo aff.mo padre
Ti avverto che invece del Biglietto di Banca da Sc.
20 avrai un Bono del tesoro della stessa somma.
Sarà meglio perché vi sarà di più il frutto che decorre sino al 30 aprile.
LETTERA 521.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di casa, mercoledì 25 aprile 1849
Caro Ferretti
Venne Pippo Ricci jeri a sera per avvertirmi che atteso il cattivo tempo non andrebbe oggi più a Frascati.
La qui compiegata lettera adunque, che avrei ad esso consegnato, la mando a te pregandoti di farla consegnare secondo il solito ai Vetturini.
Ho in essa incluso un bono da Sc.
2 e un altro da bai: 24 che mi è capitato.
Serviranno a que' ragazzi per andare innanzi dietim.
Addio suocero di mio figlio.
Sono con vero affetto
Il suocero di tua figlia
G.
G.
Belli
LETTERA 522.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 26 aprile 1849
alle ore 9 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Ebbi jeri la tua scritta a mezzanotte tra il dì 24 e il 25, e ne ho tratta infinita consolazione all'udire lo stato di quiete in cui così tu come Cristina tua siete tornati circa alla faccenda de' giorni anteriori.
Pronosticasti benissimo che Ricci non sarebbe più partito di qui per Frascati atteso il pessimo tempo che faceva martedì a sera.
Ricevuta che avrai poi la mia di ieri (gravida di due Bonucci di Sc.
2:24 in tutto), avrai udito poco dopo da me la conferma del tuo pensiero.
Godo dell'accordo seguito fra te e la buona famiglia Fiorani circa il prestito etc.
Al dopopranzo venne da me jeri Ferretti per farmi udire le posteriori due lettere, una tua ed una di Cristinella nostra.
Giacomo ed io non crediamo che al vostro ritorno possiate incontrare alla porta S.
Giovanni disturbi pel bagaglio che riporterete a Roma con voi.
Circa alla chiusura delle porte, questa accadde jeri a notte sino alle 6 1/2 del mattino e non più.
In genere poi siate convinti, figli miei cari, che qua si vive in molto minore agitazione di quanto possa credersi costì, e di quanto ve lo faccia per avventura supporre il veder tanta gente partirsi da questa città.
Lo so, cari figli, e lo sento vivamente nel cuore: il tornare qui mentre tanti stimano più sicuro il partirne, non può a meno di destarvi nell'animo qualche rammarico; ma, figli miei, anche quello star divisi in simili tempi non produrrebbe accorazione minore.
Che se poi per qualche giorno dovesse anche interrompersi la corrispondenza fra l'interno e l'esterno della Capitale, quale aumento allora di pene! Vivo in molta lusinga che ciò non accadrà, ma non è almeno idea fatua il porlo a calcolo in una risoluzione che non ammette perplessità e mezzi-termini.
Il generale della Civica ha pubblicato un ordine del giorno per prevenire l'intiero Corpo che suo proprio uficio dev'essere quello soltanto di tutelare l'ordine e la sicurezza interna di Roma.
Tutto il resto non appartiene alla guardia cittadina.
Venne jeri, verso la sera, l'intimo per presentarsi sabato 28 alle 4 1/2 pomeridiane innanzi al Consiglio di riforma.
Ferretti, nel recarsi dimani costì, porterà seco il detto foglio onde mostrarlo alla porta, come motivo del suo viaggio, nel remoto caso che nascesse qualche difficoltà pel libero transito.
- Oggi io mando, per mezzo di Viotti, tre biglietti per aiutare l'affar tuo della riforma, uno cioè al prof.
Tancioni, uno all'Avv.
Lasagni ed uno all'avv.
Franchi.
Vedremo.
Dà un bacio a Gigi e ricevi mille amplessi e benedizioni dal
tuo amatissimo padre
Cristina mia cara!
Quanto mi è piaciuta la giuntarella da te fatta alla lettera di Ciro nostro! Sì, vivi tranquilla, figlia mia, vivi perfettamente tranquilla riguardo al mio cuore verso di te e del tuo compagno.
Su tutto il resto gittiamoci nelle braccia di Dio e speriamo.
Ti abbraccio di vero cuore
Il tuo secondo padre
LETTERA 523.
AL PROF.
G.
TANCIONI - ROMA
Giovedì 26 aprile 1849
Gentilissimo Signore
Il mio figlio Ciro, a Lei ben noto, ha ricevuto intimazione di presentarsi alle ore 4 1/2 pomeridiane del prossimo sabato 28 innanzi al Consiglio di riforma della guardia nazionale, in conseguenza della istanza da lui avanzata fin dal 12 p.to febbraio all'appoggio di un certificato sanitario da V.S.
rilasciatogli.
Da qualche tempo egli trovasi fuori di Roma per salute, ma tornerà espressamente e si presenterà al Consiglio secondo l'intimo.
Nel partire per la sua villeggiatura Ciro mi disse avergli V.S.
gentilmente promesso che se nel caso dell'intimo ne avesse a Lei data precedente partecipazione, sarebbesi Ella compiaciuta di procurargli qualche favore fra i soggetti che lo dovranno visitare e giudicare.
In assenza di mio figlio io La prego per lui di usargli simile cortesia, e Le chiedo insieme perdono se non adempio in persona questo atto di preghiera, trovandomi da varii giorni indisposto di salute, come è il mio solito nell'inverno.
Voglia co' miei ringraziamenti accogliere anche le proteste della rispettosa stima con cui mi dichiaro ecc.
LETTERA 524.
ALL'AVV.
ALESSANDRO FRANCHI - ROMA
Giovedì 26 aprile 1849
Gentilissimo amico
Alle 4 1/2 pomeridiane del prossimo sabato 28 dovrà Ciro mio figlio presentarsi al Consiglio di riforma della guardia nazionale, secondo istanza da lui già promossane, all'appoggio di un certificato sanitario dell'Arma, per ragionevoli cause.
Sembrami non errare nel credere che faccia Ella parte del detto Consiglio.
Ardisco quindi pregarla di volergli usare e procurare benignità nel giudizio.
Non vengo in persona impeditone da incomodi di salute.
Voglia, Sig.
Avv., scusare le mie paterne premure, e credermi quale mi pregio di essere ecc.
LETTERA 525.
ALL'AVV.
GIOACHINO LASAGNI - ROMA
Giovedì 26 aprile 1849
Caro amico
Nel pross.o sabato 28, alle 4 1/2 pomeridiane, dovrà Ciro mio figlio presentarsi al Consiglio di riforma della guardia nazionale, in conseguenza di istanza già da esso promossa.
Io ve ne parlai un giorno per via.
Torno oggi a dirvene una parola pregando la cortesia vostra di volergli nel giudizio usare e procurare favore.
Compatite le mie paterne premure e credetemi pieno di stima e gratitud.e
LETTERA 526.
AGLI ONOREVOLI CITTADINI COMPONENTI
IL CONSIGLIO DI RIFORMA DELLA
GUARDIA NAZIONALE IN ROMA
[Roma, 27 aprile 1849]
Per
Ciro Belli, addetto alla 4a Comp.ia dell'8° battaglione
Onorevoli Cittadini
Ciro Belli, addetto alla 4a Compagnia dell'8° battaglione, ed attualm.e sotto riforma, trovasi da vario tempo assente da Roma per causa di salute.
Intimato a presentarsi a cod.o spettabil Consiglio per la Sessione del 28 corrente aprile 1849, il sottoscritto di lui padre (nelle cui mani venne rilasciato il foglio d'intimo), si è dato cura di mandare a prenderlo per qui condurlo in tempo opportuno; ma alla porta della città è stato impossibile il transito per divieto governativo.
Se quindi l'intimato Ciro Belli, ignaro degli esposti fatti, non comparirà al Consiglio, il sotto esponente ne invoca per lui scusa da cod.o benigno consesso.
Roma, 27 aprile 1849.
Gius.
Gioachino Belli
N.B.
Venerdì 27 aprile 1849 portai io med.o l'orig.le della p.nte memoria al Comando generale civico, sulla piazza della Pilotta, lasciandolo nelle mani di un impiegato di nome Sig.
Dubois, a cui fui presentato dal Sig.
Filo Gerardi mio amico, ed uno degl'impiegati superiori del med.o Dicastero.
Il Sig.
Dubois, col quale a lungo parlai, mi rispose che il motivo da me esposto era giustissimo: stessi quindi quieto, e sarebbe differito l'esame di Ciro a 10 o 15 giorni.
Partecipai subito tuttociò al Sig.
Gennari quartier-mastro del Battaglione 8°, e ne prevenni anche il Camminatore del battaglione, onde a suo tempo mi porti il nuovo intimo qualche giorno prima della sessione.
LETTERA 527.
TESTAMENTO
Commetto io sottoscritto ed impongo al dilettissimo mio figlio Ciro che qualora per divina disposizione mi accadesse di morire senza potergli verbalmente comunicare le mie estreme intenzioni, arda egli e distrugga dopo la mia morte tutte le carte esistenti in questa cassetta e contenenti i miei versi in vernacolo e stile romanesco, da me condannati indistintamente al fuoco affinché non sian dal mondo mai conosciuti, siccome sparsi di massime, pensieri e parole riprovevoli.
Che se mio figlio (così al cielo non piaccia) mancasse anch'egli di vita prima di avere avuto agio di dare esecuzione a quel mio comando, prego caldamente chiunque altri, alle cui mani capitassero i detti miei manoscritti, di eseguire la stessa mia volontà, protestando io in caso contrario innanzi a Dio delle conseguenze di scandalo che fossero per derivare fra gli uomini dall'inadempimento del cristiano mio desiderio.
Dichiaro finalmente che quella qualunque porzione de' ripetuti miei versi che per avventura sia di già conosciuta ed abbia in qualsivoglia guisa potuto circolare di voce in voce e di scritto in iscritto, viene da me ripudiata per mia opera, sia perché realmente (per quanto è a mia notizia) va difforme da' miei originali, e perché al postutto io nego di più riconoscere lavori da me fatti per solo capriccio e in tempi di mente sregolata, i quali si oppongono agl'intimi e veraci sentimenti dell'animo mio.
Roma, 13 maggio 1849
Giuseppe Gioachino Belli
NOTA DA ME G.
G.
BELLI SCRITTA IL 14 MAGGIO 1849
Se mai io venissi a mancare senza poter dare al mio figlio Ciro le mie istruzioni estreme sappia egli che agli Sc.
46,27 che esistono presso di me di proprietà degli eredi del fu Ippolito De Villers di Vesoul in Francia per esazioni fatte a tutto il 22 maggio 1847 come carte 81 del Registro esistente in uno scompartimento (a destra) della mia scrivania grande, debbonsi unire altri Sc.
15 passatimi recentemente da un vecchio giovane di studio del fu ab.e Valentino Conti mio suocero.
Prima di morire il d.o giovane di studio me li consegnò dicendo averli ricuperati da un antico pigionante del De Villers, contro il quale erano già stati eseguiti degli atti forensi.
Prego il mio figlio di versare per me nella povera cassa dell'Accademia Tiberina scudi sette.
Egualmente lo prego di pagare uno scudo al Sig.
Carlo Pieri, zio del professor Giuliano Pieri, scudo uno, che da mie vecchie carte ho trovato dovergli io tuttora per un ultimo paio di scarpe da lui fattemi allorché esercitava il mestiere di calzolaio in via della Croce incontro al Palazzo Poniatowski.
G.
G.
Belli
A DI' 14 MAGGIO 1849
Prego caldamente mio figlio Ciro di attenersi scrupolosamente alla povertà de' miei funerali in caso di mia morte.
Gl'inculco però con somma premura di dispensare per salvezza dell'anima mia scudi quindici di elemosine entro lo spazio di un anno, onde a lui non riescano tanto gravi nelle angustie in cui può trovarsi allora il suo patrimonio.
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 528.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 30 luglio 1849
alle ore 10 1/2 antimeridiane
in Casa Ferretti.
Miei cari figli
Poche parole in riscontro alla consolantissima vostra lettera di jeri, poiché recandosi a Frascati Biagini, egli, che probabilmente sarà il latore del presente mio foglio, vi riferirà le chiacchiere che secolui ho fatte poc'anzi.
Limitandomi dunque al principale articolo salute, godo sentire che il principio di questa vostra villeggiaturella sia accaduto con lieti auspici di accoglienze e di cielo; ed accolgo anch'io in cuore la grata lusinga intorno ai benefici effetti dell'aria su te, Cristina mia, come sonosi di già manifestati sulla buona Marietta Ricci e sulle di lei creature amabili.
Salutatemi tutti tutti codesti cari amici, dicendo a ciascuna le più affettuose parole che possiate trovare nel vocabolario del cuore.
Io mi vado abbeverando di acqua del Tettuccio, e i doloretti vanno e vengono e non si trattengono.
Col tempo e colla paglia si maturano le nespole.
Notizie di casa Ferretti ne avete dalla lettera di Giacomo.
Termino pertanto abbracciandovi e benedicendovi entrambi
Il V.o Papà
Belli
LETTERA 529.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
[31 luglio 1849]
Jeri a sera avrete veduto, figli miei cari, il nostro amico Biagini, latore di due nostre lettere scritte jeri mattina.
Ho ricevuto una lettera di Corazza, la quale mi dice che il 9 e il 10 di questo spirante luglio Garibaldi accampò a Cesi con circa seimila omini, e mi soggiunge le seguenti precise parole: in un piccolo paese com'è questo figuratevi cosa fu in que' due giorni.
Mi dà pure notizia che da dieci giorni a questa parte trovasi in Terni una guarnigione di cinquemila spagnuoli.
Circa agli affari, poco c'è finora da discorere: ne parleremo al rivederci.
Cosa buona è però questa, cioè che il Corazza non parla affatto di danni ne' tuoi terreni per causa dell'accampamento del Garibaldi.
Mille saluti a Marietta Ricci, a Mons.
Capalti, a Nannetta, a Checchino, a Biagini, e se v'hanno altri da salutare.
Divertitevi, figli miei cari, ed amate il
Vostro aff.mo Papà
Belli
LETTERA 530.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, Martedì 31 luglio 1849
alle 9 1/2 pomeridiane
Ciro mio
Questa sera (sarà una mezz'ora) ho veduto Maggiorani in Casa Ferretti, dove erasi espressamente recato per visitare Giacomo, che ha trovato in istato più lodevole che non negli scorsi giorni, benché abbia questi sempre fatta, come fa tuttora, con molta disinvoltura le sue faccende.
Il miglioramento sembra doversi attribuire in ispecie all'uso di cristeri (vulgo lavativi) di brodo di piede di vitella e al cibo del piede stesso, del quale piede pare che Giacomo non tema or più il calcio.
Anche nel resto del sistema dietetico ha il Maggiorani desiderato e (pare) ottenuto un poco più di norma e di rigidità.
Prescrizione poi di non girare per le vie nelle ore più calde.
Con questi riguardi spero che si andrà ogni giorno in meglio.
Passiamo ora alla salute della nostra cara Cristina.
Escito io di casa Ferretti con Maggiorani, ed introdottosi da me il discorso su tale a me interessantissimo soggetto, mi ha egli dimandato quanti giorni veramente resterete a Frascati, avendogli detto Ferretti che non vi tratterrete più di cinque o sei giorni.
Al che dimandatogli io perché mi facesse simile dimanda, è venuto sul discorso de' bagni, che egli crede non solo indicati ed utili a Cristina, ma necessarii.
E poi, secondoché volgevasi il nostro colloquio, ha mostrato di non ricordarsi di aver mai né opinato né detto che il beneficio dell'aria potesse nel caso di Cristina equivalere e sostituirsi a quello sperabile per essa da un corso regolare di bagni, fuorché (forse) qualora la durata della villeggiatura si protraesse oltre ai quaranta o i cinquanta giorni; ed anche in tale ipotesi i bagni non dovrebbero totalmente trascurarsi, volendo operare con senno.
Se l'aria non si respira per un lungo periodo, tutto riducesi, secondo lui, a mero divagamento e sollazzo, ma vantaggi igienici di sicura durata non si ottengono; ed allora tanto valgono gli otto o dieci quanto i cinque o sei giorni.
Spiacegli quindi di veder consumati senza prò troppi giorni dell'agosto, trascorso il qual mese non è poi più tempo di bagni.
Allora soltanto potrebbe menar egli buono il passare a Frascati qualche giorno di più de' cinque o sei o sette, quando durante tutta la dimora costì potesse Cristina unire al vantaggio dell'aria anche quello de' bagni, per poi proseguirli in Roma dopo il ritorno: su che insiste fermamente.
Conchiudo io da tuttociò che se nel cumulo delle attuali nostre circostanze di famiglia ci fosse permesso il farsi da voi una lunga villeggiatura, nulla più ci sarebbe da dire; ma poiché la faccenda va altrimenti, io non trascurerei le riflessioni di Maggiorani, le quali ho io però riferite, secondo il mio solito, assai confusamente e imperfettamente.
Il Papa ha manifestato a Mons.
Pellegrini in Gaeta il desiderio e la intenzione di vedere, dopo il di lui ritorno a Roma, tutti gli impiegati civili o militari che non hanno aderito o giurato alla Repubblica.
Sembra che voglia lor dare una udienza collettiva.
Di' a Biagini essersi da me eseguita in questa stessa sera la sua commissione presso la sorella.
Il fagotello sarà diretto, secondo la sua intenzione, all'Avv.
Ricci, Casino Lunati.
Abbraccia la tua Cristina, salutami la famiglia Ricci-Capalti
Sono il tuo aff.mo padre
LETTERA 531.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 2 agosto 1849
ore 11 antimeridiane
Ciro mio
Sono momenti dacché è partita di casa la nostra lettera di questa mattina, ed ecco giungere la tua di jeri.
Te ne do riscontro subito, anche in nome di Ferretti, il quale, essendosi recato a fare una visita a Lopez infermo con reuma, non è peranco tornato.
Mi spiacerebbe se il discorso di Maggiorani, da me riferitovi, figli miei, nella mia antecedente, avesse contrariato per avventura un vostro desiderio di rimaner costì qualche altro giorno.
Io però me ne credo senza colpa, tutto da me riferendosi allo scopo del miglior vantaggio della salute di Cristina, che tanto e tanto mi sta a cuore.
E poi, non potendosi eseguire una lunga villeggiatura, forse sarà meglio il diporto di 5 o 6 giorni che non quello di 10 o 12.
Nel secondo caso riuscirebbe a Cristina più sensibile il ritorno alla greve aria di Roma.
Mille saluti delle ragazze e di Gigi, le sole persone che or trovansi in casa.
Sono il vostro aff.mo
Papà Belli
P.S.
La lettera al Patrizi sarà ricapitata.
LETTERA 532.
A CRISTINA BELLI - POGGIO MIRTETO
Di Roma, sabato 13 ottobre 1849
alle ore 2 1/2 pomeridiane
Cristina mia cara
Appena terminato il nostro breve e, per la tua mancanza, non lieto pasto, io pongomi a scriverti per riscontrare in parte la aspettata e desideratissima tua lettera di ieri.
Principierà da me questa per noi piacevolissima occupazione: proseguirà poi Ciro, giusto essendo e decente che al tuo sposo rimanga del foglio la parte di confidenza, la quale è quella che precede immediatamente l'apposizione del suggello.
In quanto al tuo papà, non so se nella presente potrà aver luogo il suo carattere, giacché trovandosi egli oggi commensale dei Card.
Tosti in S.
Michele, non era qui presente quando giunse il tuo foglio ad un'ora pomeridiana, e molto probabilmente non sarà tornato a casa al punto del dover impostare.
Le ragazze poi, che ti abbracciano teneramente, e così pure Gigi, aggiungeranno alla prima lettera che ti manderà Giacomo.
La salute di noi tutti è lodevole.
Ti confesserò il vero, Cristina mia: noi vivevamo un po' in malo umore contro la perversità del tempo per cui ti fu forza viaggiare, né ci rallegrava tampoco il pensiere della tarda ora in cui dovevi arrivare.
Udita però la relazione del tuo, se non piacevole, almeno non disgraziato viaggio, ci siamo su questo articolo racconsolati.
Ma quale audacia quella de' ladri del ponte Salario! Ringraziamo il cielo che abbiano fallito il loro colpo in grazia delle tue grida.
Teresa fece una spontanea alla tua sorella, un pochino, per verità, artificiosetta, ma purtuttavia in senso di confessione, e con mille promesse di non ricader più nel fallo di cui trovavasi rea.
Noi stiamo tutti all'erta.
In tutti i casi sta' quieta, figlia mia: la Albertina ad ogni occorrenza non rifiuta di venire a star qui, siccome era tuo desiderio.
In seguito si penserebbe al resto.
I candelieri dorati son venuti benissimo, e fanno uno spicco d'incanto.
Viviamo tutti sicurissimi che tu ti avrai tutti i riguardi che ci prometti, e già tripudiamo della gioia di riabbracciarti in uno stato coi salute che coroni le nostre più dolci speranze.
Lascio di scrivere per non essere indiscreto coll'occupar troppo spazio al tuo Ciro.
Riverisci tutta cod.a famiglia, e ricevi i miei abbracci.
Il tuo aff.mo suocero (mi piacerebbe più genero)
G.G.
Belli
LETTERA 533.
A CRISTINA BELLI - POGGIO MIRTETO
Di Roma, lunedì 15 ottobre 1849 ore 7 pomeridiane
Cristinella mia cara
Mentre questa mattina noi due poveri romitelli pranzavamo, e fra l'uno e l'altro boccone parlavamo, secondo il consueto di te, eccoti una sonata.
Chi era? Il portalettere, che ci sembrò un angiol del paradiso.
Con quello zucchero delle tue letterine per la bocca che vuoi più pensare al guazzetto di Domenico! Io mi divorai la mia; Ciro la sua, e il tuo papà la terza che subito gli aveva io mandata a sequestrargli lo stufato pel gorgozzule.
Indi a poco venne di qua la tua famiglia; e lì dagliela a ciarle sul fatto tuo; e la conversazione sarebbe per verità andata quieta e consolatoria se per mia sgraziata imprudenza non mi fosse sfuggita di bocca la confidenza da te fattami all'orecchio intorno a quel malaugurato bacio che ti stampò sulla mano (non so se destra o sinistra) il Cavalier parente di tanti principi e patentati.
Perdonami, Cristina mia, l'ho fatto il marrone, ma l'ho fatto senza malizia.
Nulladimeno il male è senza rimedio.
Ciro saltò talmente sulle furie e imbizzarrì per modo che dopo attaccati tanti moccoloni quanti sono i cospicui membri del parentado del Cavalier Crêpsilon, con un solo manrovescio frantumò il desco del pranzo con tuttociò che vi si trovava al di sopra, e dato poi di piglio ad un randellaccio ne menò sì fieramente attorno attorno per tutta la nostra povera casa, che se tu ci stessi per entro ti parrebbe di passeggiare in Villa Borghese.
Che desolazione! Che pianto! L'abbiam fatta grossa, Cristina: tu a prenderti il bacio sulla mano da quell'uomo fatale, e poi raccontarmelo: io a non sapere tener cece in bocca e a palesare lo spaventevole avvenimento.
Ora sai tu che consiglio ti posso dare? Invece di tornare più a Roma, fuggi a Costantinopoli e datti a Maometto come Kossuth, Bem e Dembiuski.
Peccato! Era stamane venuto il dejeuné di Riveruzzi; ma che vuoi! l'è andato in tacchie con tutto il resto.
Addio, Cristina mia, che amo e amerò sempre come una vera figlia
Il tuo papà Belli
LETTERA 534.
A CRISTINA BELLI - POGGIO MIRTETO
Di Roma, mercoledì 17 ottobre 1849 ore 9 pom.
Cara la mia Cristinella
Mentre la Signora Chiara, il Sig.
Sigismondo, il Sig.
Luigi e il Sig.
Ciro se ne stanno al terzo ordine N.
3 del teatro Argentina godendosi la prima rappresentazione de' Masnadieri del Verdi (il quale, trovandosi attualmente in Roma, non so se neppure si accosti al teatro, forse per la paura di sentire il suo lavoro massacrato), questo povero vecchietto del Sig.
Giuseppe Gioachino Belli si pone al suo tavolo e principia a preparare una letterina per la sua buona Cristinella, in anticipazione, arra e caparra del di più che gli possa riuscire di aggiungervi dimani, se il foglio che la medesima Cristinella deve avere impostato oggi arriverà in tempo per riscontrarlo in corrente, cosa però molto difficile per la tarda ora in cui suol venire il portalettere nel suo giro della distribuzione.
Ripigliamo il fiato, figlia mia, dopo questo periodo di mezza pagina, e intanto io mi riposerò la mano intormentita per averlo scritto tutto in una tirata.
Se non lo sai, te lo dirò io: il Verdi sta qui purgando la contumacia perché provenendo da paesi infetti di cholera non sarebbe ammesso al passaggio del confine napolitano prima di aver dimorato 15 giorni in terra netta.
Son 5 giorni che è qui, e gliene restano a dimorarvi altri 10.
Venne jeri sera a visitare la tua famiglia.
Se non ne sai un'altra, te la dirò io anche questa, creandomi tuo spione, pure a costo di esercitare il mestiere senza mercede.
Oggi tutti i Signori e le Signore Ferretti sono andati a Fiumicino, con una sorte molto diversa da quella che toccò a te nel tuo viaggio per Poggio-Mirteto.
Vedendo io per tutta intiera la giornata quel bel sole che avrebbe fatto sfringuellare anche i rospi, ne ho concepito tanto dispetto, che questa sera, al ritorno de' viaggiatori, ho fatto loro rimporre la maccheronata con una filatessa di parole e mordicanti, interrotte ogni tanto dalla giaculatoria: brutti stregoni: voi altri un paradiso, e quella povera Cristina un inferno! Ma questa buona razza de' parenti ha la pelle con tanto di callo: mi ridevano in faccia...
Ohé! sento piovere! Se non frigge i polpi qualche vicino, questa è acqua di certo.
Eh, piove davvero.
Ma come diavolo mai! Dopo una giornata simile! Capisci, Cristina mia, come va il Mondo? Nel meglio il destino te l'accocca.
Veramente però faceva troppo caldo, e il negozio non andava colle sue gambe.
E costì? fa acqua, fa vento, fa caldo, fa freddo, che fa? E tu, come tu te la passi? Ah! questa nostra casuccia, senza di te, pare un deserto.
Io vi porrei fuori per insegna l'Albergo di Santo Ilarione.
Mi duole l'anima il doverti dare una brutta notizia.
Ciro di te non vuol saperne più né puzza né odore, per causa di quel male arrivato Rossi, e ho gran sospetti che abbia già scritto a Portici, o a Gaeta che sia, per lo scioglimento del matrimonio.
Che scandalo per tutta Cristianìa.
Se era a Roma il buon Mazzini, ce lo avrei messo di mezzo.
Di Teresa nulla di nuovo: non si è scoperto finora più altro.
Chi sa che non voglia davvero mantener la parola? S.
Agostino però lo mette in dubbio.
Vedremo.
Noi le stiamo tutti un po' ammusatelli ed ella pare una biocchetta bagnata.
È venuto a Roma il fratello; ma qui in casa non si è veduto.
Il tuo Papà sta trascrivendo versi pei piccoli Pescetelli-Emiliani; e Barbara con M.r Godde, ognuno alla sua maniera, gli fan compania.
Ora io vado a inquartarmi con loro.
Ama, figlia mia, il tuo più padre in cuore che suocero
G.
G.
Belli
LETTERA 535.
A CIRO BELLI - NAZZANO
Di Roma, 29 Xbre 1849 al mezzodì
Ciro mio
È poco fa giunta la tua letterina di S.
Marta, recata dal vetturino che ti condusse: credo almeno che sia quello.
Io non era in casa al momento della sua venuta.
Mi dice Cristina averlo pregato di tornare a prendere due righe per te quando fosse per ripartire.
Rispose colui non molto gentilmente (secondo le relazioni di Cristina) che senza avviso di costì egli non riparte; e che poi, o avviso o non avviso, pel prima dell'anno egli non riparte di certo.
Cristina dunque, che sperava nel tuo sollecito ritorno (sospirato da essa e da tutti noi) si è inquietata un poco pel vedere la incertezza della sollecitudine di detto ritorno; e tu che conosci il carattere alquanto vivo di questa buona ragazza non ti meraviglierai della conseguenza di simile inquietezza.
La conseguenza è che invece di lei ti scrivo io, per lasciarle agio di metter giù quel po' di colleruzza che, quantunque un po' fuori di luogo, non lascia purtuttavia di discendere da un lato buono, cioè dall'affezione sua per te, dimostrata chiaramente dallo stesso dispettuccio di averti lontano forse più di quanto si lusingava.
Mi sbrigo di scriverti onde non espormi al caso che la presente resti a Roma.
Se avessi io potuto aspettare qualche ora di più, son certo che in luogo de' caratteri miei, vedresti quella della tua Cristina.
Sai com'è fatta questa ragazza: bravissima, affezionatissima, ma non sempre capace di vincere subito qualche lieve suscettibilità da cui è talvolta sorpresa.
Spero che il mio foglio potrà giungere alle tue mani prima del tuo rimetterti in via; e che ti arrivi benché io non ponga sull'indirizzo fuorché Nazzano, ignorando ora io il giro che debba percorrere la posta per costì.
Gl'impiegati di questo Uficio sapranno benissimo in quale pacco inserire la mia lettera senz'altro indirizzo.
Non prenderti alcuna pena della salute di Cristina nostra.
Malgrado il gran freddo e il palmo di neve caduto questa notte, ella sta piuttosto benino, e te ne assicuro io sul mio onore.
Tutti in casa ti dicono mille cose affettuose.
Riverisci il Sig.
Massarini.
Sta', Ciro mio, di lieto animo, e sii convinto della gran gioia che arrecherai col tuo ritorno a tua moglie ed a me
Tuo aff.mo padre
Cristina (tua)
Il tua è di carattere mio, ma son convinto che in cuore desiderava essa di scriverlo più di quanto io amassi di vederglielo scrivere.
LETTERA 536.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Domenica 3 febbraio 1850
C.
Spada
Il bisogno di avere i programmi firmati è divenuto urgente.
Si deve fare l'impianto e la distribuz.ne fra i due camminatori onde giungan le stampe al destino.
Sei dunque pregato di mandare a Tosi al più presto quel che devi già avere presso di te.
Il tuo Belli
LETTERA 537.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Domenica, 17 agosto 1851
Signori figliuoli, amici e padroni
Credevamo noi tutti di aver ieri a sera qualche vostra lettera per mezzo dei vetturini, alla quale lettera risponder subito affinché vi giungesse il nostro riscontro questa mattina col medesimo mezzo.
Nulla però ci pervenne, ma non per questo ci mettemmo in alcuna benchè minima pena, avendo già avuto per ben due volte vostre buone notizie, la prima cioè per la bocca del cocchiere che vi aveva condotti a codesta Metropoli delle frasche, e la seconda dall'avvocato Ricci il quale venne jeri a mattina espressamente a narrarci l'incontro accaduto fra lui, Carolina Serny e voi altri, su per la salita dei Vermicelli.
Questa mattina ha poi favorito la Signora Janni di mandare espressamente la sua cubicularia a darci altre buone novelle.
Va dunque benone.
In quanto a noi poveri derelitti poco o nulla v'è da dire.
Le cose camminano tutte con quelle zampe con che voi le lasciaste, e quando è la sera ogni zampa ha fatto l'uficio suo.
Giacomo giuoca a calabresella ed esercita una pazienza da santo martire cogli spropositi del sostituto dell'Annona e grascia.
Le due ragazze sotto la scuola del lodato sostituto si vanno più che sufficientemente guastando, e perdono quell'acume di cui la natura le avea pure fornite.
Sigismondo è tutto occupato nell'eseguire appuntino i prudenti consigli de' Professori in su e in giù per Ripetta.
Gigi studia e borbotta contro certi buoni uomini coi calzoni corti e colle fibbie alle scarpe.
Nanna prosegue il suo corso di educazione elementare al gatto di casa.
Ed io? Faccio colazione, pranzo e ceno, e circa al pranzo oggi mangio quello di Ricci e di Monsignore Annibale; e quando dico io, intendo dire io scrivente Giuseppe Gioachino Belli, che pregovi salutarmi Marietta Ricci (cogli appodiati) e la famiglia Angelini, e dare un bacio a Peppe e una scoppola a Nina.
Sono abbracciandovi e benedicendovi di cuore
Il Vostro aff.mo padre, a.co e serv.e
ut supra
LETTERA 538.
A LUCIA VANNUZZI - TERNI
[10 ottobre 1851]
Cariss.a parente ed amica
Alla lettera che voi mi scriveste il 7 ottobre del p.to anno 1850 circa alle idee dell'affittuario Francesco Ligobbi, io risposi pienamente con la mia del 10 di detto mese, della quale non vi ripeto oggi il contenuto, persuaso qual sono che Voi la conserviate e possiate perciò consultarla al bisogno.
Scaduto ora col 29 del p.p.
settembre il terzo anno dello stipulato affitto del suddetto Francesco Ligobbi, io, usando e forse anche abusando della vostra cortese amicizia e delle obbligantissime esibizioni vostre, vengo con la presente a supplicarvi di volere come nello scorso anno 1850 ritirare dall'affittuario gli scudi diciassette della maturata corrisposta, ed aggiungervi anche il favore di farmeli pervenire qui in Roma.
E qualora a quest'uopo non troviate convenienti occasioni, impostateli al mio indirizzo, prelevandone l'importo della spesa che per ciò dobbiate incontrare.
Lo ripeto, io mi mostro verso di voi troppo importuno, ma spero che me ne vogliate perdonare in grazia dell'amicizia e parentela che passa fra la vostra e la mia famiglia.
In questo incontro pregovi interrogare il Ligobbi sulle sue intenzioni intorno al nuovo triennio incominciato col 30 Settembre, facendogli valutare le ragioni che io espressi a Voi ampiamente nella suddetta mia lettera del 10 ottobre 1850.
Mi farete cosa graditissima dandomi individuali notizie sì vostre che de' vostri figli.
Riguardo a me ed a' miei poco di buono posso dirvi.
Dal primo di luglio sino ad ora tra la famiglia mia e quella di mia nuora (che sono quasi unite abitandosi da entrambe in due contigui appartamenti) sonosi sofferte tra padroni e servitù, dieci malattie quali più, quali meno gravi, una poi mortale, cioè del mio nipotino che da cinquanta giorni è tuttora infermo, ed un'altra toccata al padre di Cristina, il quale non potrà più riaversene, essendo caduto in invincibile cronicismo.
Eccovi la lista degli infermi.
Io, Cristina, il figlio, il padre, lo zio, il fratello ed una delle due sorelle di lei, la donna dei parenti di essa Cristina, la donna di casa mia, e finalmente per due volte la balia del mio povero nipotino, giacché sappiate ancora che stante la malattia nervosa di Cristina si dovè prendere in casa una balia.
Il dettaglio di tutti questi guai sarebbe così lungo e intricato da impiegarci più fogli di carta.
Basti dunque il poco che ve ne ho detto, per dimostrarvi le angustie della mia casa.
Condonatemi tutti questi fastidii, ricevete i saluti di Ciro e Cristina, compiacetevi di riscontrarmi, e credetemi sempre ecc.
LETTERA 539.
AD ANTONIO CORAZZA - TERNI PER CESI
[10 marzo 1852]
C.
A.
Nello scorso giorno di domenica 7 venne il vetturale Giovanni Rosati cogli scudi quindici m.ta da voi mandatimi per conto di Pietro Roncetti e glie ne rilasciai un appunto per sua giustificazione presso di voi.
Prima però di darvene diretta notizia epistolare aspettavo io di ricevere un vostro foglio, il quale di fatti poi venne, ma non giunse prima di ieri benché scritto in data del 3.
Vi rispondo dunque oggi colle più brevi parole possibili giacché siamo qui in molta confusione per la morte di Giacomo Ferretti, suocero di mio figlio, accaduta domenica dopo lunghissima e tormentosissima infermità di undici mesi, e quasi un mese di aspra agonia.
Il genere delle frasi della vostra precedente del 12 febbraio, e specialmente l'avermi voi fra esse citato le mie precise espressioni del 25 febbraio 1850 (le quali non furono da me mai smentite) mi dovettero naturalmente portare a formar quel giudizio che voi stesso convenite di aver preveduto appena dopo impostata la vostra lettera.
Ma tuttociò non altera punto la scambievole nostra buona armonia.
Vi accludo una quietanza degli Sc.
15 pel Roncetti, dal quale, nel consegnargliela, pregovi di ritirare quel qualunque ricevuto che possiate avergli rilasciato voi quando vi consegnò egli la somma.
La minuta della quietanza pel Roncetti, qui di contro nominata, è in posiz.e unitamente colle carte del Roncetti.
Mille saluti di Ciro e Cristina e vi abbraccio di cuore
LETTERA 540.
A LUCIA VANNUZZI - TERNI
[Sabato, 13 novembre 1852]
C.
A.
e parente
Tornato ieri a sera il Sig.
Alessandro Delfini dalla sua villeggiatura di Stroncone, mi ha oggi portato e consegnato tanto la vostra gentilissima del 2 quanto gli scudi diciassette che contemporaneamente gli avevate voi dati per me (secondo il nostro concerto) procedenti dall'annata di affitto a tutto il 29 p.p.
settembre sborsata da Francesco Ligobbi affittuario del terreno Maratta.
Sono sensibile al disturbo che avete voi dovuto avere per tutto ciò, e vi rendo duplicati ringraziamenti anche pel favore di avermi inviato la somma in moneta di argento.
Debbo peraltro avvertirvi che nella somma ho trovato due baiocchi più del giusto; e l'equivoco deve esser nato dall'aver forse contato una bavarese (che vale baj: 95) per un napoleone che vale baj: 93.
Vi sono io dunque debitore di due baiocchi che non faccio la caricatura di spedirvi, ma che non mancherà qualche futura occasione per conteggiarli.
Dopo la mia ultima del 5 p.p.
ottobre accadde nella mia famiglia un avvenimento per metà prospero e per metà no.
Alle ore 4 mattutine del lunedì 11 ottobre Cristina si sgravò felicemente di due gemelle.
Nella parola felicemente consiste la parte prospera, perché due figli ad un parto sono una cosa grave per molti motivi.
Avrei dovuto parteciparvelo prima di oggi, e voleva farlo, ma lo stato vitale assai incerto delle due bambine davami gran motivo di aspettarmi che poco dopo la notizia della nascita avrei dovuta darvi l'altra della morte, e perciò io mi stava attendendo qualche risoluzione per riferirvi il tutto ad una volta.
Così poi andò avvicinandosi il tempo del ritorno del Sig.
Delfini, ed io decisi di rimetter l'avviso a questa epoca in cui era naturale che io vi annunziassi il ricevimento del vostro invio.
Le bambine furono battezzate una coi nomi di Maria Teresa, e l'altra con quelli di M.a.
Luisa.
La seconda dopo pochi giorni dalla nascita fu anche cresimata per la poca speranza che dava di vita: l'altra, che inspirava meno timori, non è stata cresimata ancora, ed ora pare essersi anche un po' riavuta.
Intanto però si vanno usando infinite cautele per fortificarle ambedue.
Né soltanto ad esse si limitano le cure, ma debbono prestarsi anche al maschio, che il giorno 25 corrente compirà 27 mesi.
Correva egli già da solo per casa, e adesso non cammina più da qualche tempo, in seguito di una infiammazione sofferta in una coscia, malattia chiamata in arte coxalgia, e che in quella età suole spesso avere assai triste conseguenza.
Figuratevi il nostro rammarico.
Cristina sta molto deperita.
Ed anche questo non è un bel conforto.
Io sempre cagionevole al solito.
A tuttociò ci si unisce il dispiacere di udir pure voi così incomodata, ed anche Chiarina.
Oh che bel mondo! Oh che delizie! Ciro è il solo a star bene, manda molti ed affettuosi saluti a voi ed alla vostra famiglia.
Altrettanto fa la buona Cristina; ed io, unendoci i miei per tutti i vostri figli ho il piacere di ripetermi ecc.
P.S.
Vedo che questa lettera difficilmente potrà partire oggi, essendosi fatto assai tardi; e probabilmente andrà colla spedizione di lunedì 15.
LETTERA 541.
AD ANTONIO CORAZZA - TERNI PER CESI
[15 novembre 1852]
C.
A.
Ebbi in corrente la vostra del 7 andante novembre, con in seno la ricevuta firmata dal Frasca il 20 aprile passato anno 1851; e va bene, e ve ne ringrazio.
Trattandosi di lieve somma non la ricuserei in moneta di rame; ma come farebbe il Roncetti a spedire in rame il peso di quindici scudi?
Cristina, di cui mi chiedete notizie, sta assai sciupatella; ed è un gran peccato, perchè è così cara! Ciro bene: Io così così.
Le due bambine scinicatissime.
La Maria Luisa più scinicata della Maria Teresa.
Eccovene i nomi in mezzo alle scinicature.
Amerei che si terminasse tra il Sig.
Eustachi e noi la vecchia pendenza legna etc.
etc.
Mille saluti.
LETTERA 542.
A GIOVANNI BATTISTA ROSANI - ROMA
[12 marzo 1853]
Monsignore Veneratissimo
Nulla mai di sì stupendo e maraviglioso, mi è incontrato nel non breve corso della mia vita quanto il vedermi ascritto in questi ultimi dì al sublime Ceto dell'Accademia di Religione Cattolica, onore massimo per qualunque ossequioso figlio della vera Chiesa di Gesù Cristo, ma per me specialmente immenso perché fuori di ogni proporzione coi mezzi d'intelletto e di dottrina che richieggonsi (e a me al tutto mancano) per corrispondere con degna opera ai santi fini del Sommo Instituto.
Da due opposte commozioni pertanto mi sono io sentito prendere a ricevere l'immeritato Diploma unito all'umanissimo foglio di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima in data del 9 corrente marzo: l'una cioè di dolce riconoscenza verso il gratuito favore, e l'altro di confusione penosissima innanzi alla perfetta conoscenza di me stesso, dalla quale mi deriva assoluta certezza del dovermi io sempre restare ozioso e inutile strumento intorno ad una macchina cotanto nobile e vasta.
E così pieno io trovomi di questo doloroso convincimento, che non avendo potuto prevenire e impedire con preghiere e con rimostranze una ammissione di cui non ebbi precedente sentore, starei or quasi per rinunciarvi se non conoscessi la turpitudine di questo passo che alla vecchia qualità mia d'ignorante verrebbe oggi ad aggiungere agli occhi de' gentili uomini pur quella nuova di malcreato.
Nulladimeno, dove a Lei, Monsignore, e a codesto rispettabile Consesso paresse non mancare qualche decente temperamento merceccui potessi io effettuare il pensier mio senza ingiuria a chi tanto generosamente mi onorò, io mi ritirerei prontamente da un nobilissimo consorzio a cui non saprei prestare alcuna lodevole cooperazione.
Come cattolico e cittadino amicissimo dell'ordine sì religioso che politico e civile, io ben so come ad ogni suddito della Chiesa e dello Stato incomba il dovere di contribuire secondo le sue forze al trionfo degli eterni principii di verità; ma al mantenimento e al restauro dello eccelso edificio chi può recar travi e colonne e chi soltanto ciottolini e bullette.
Fra gli ultimi del secondo numero mi son io, il quale appena isolatamente e senza esterni concerti ardisco a quando a quando azzardarmi ad eseguire il pochissimo che, non so come sorgemi improvviso nell'animo per ispontanee inspirazioni.
Voglia, Monsignore, essermi benigno di rappresentare queste mie sincere proteste all'Eminentissimo Presidente e all'insigne Consiglio della Veneranda Accademia, e si degni conservarmi la Sua preziosa benevolenza in ricambio del profondo ossequio con cui ho l'onore di confermarmi
Di V.S.
Ill.ma e R.ma
Di casa, 12 marzo 1853
U.mo d'mo obb.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 543.
A MONS.
VINCENZO TIZZANI
Roma, sabato 23 aprile 1853
Monsignore pregiatissimo
Fra' miei cancherini ho scritto oggi altri due cancherini di Inni, dopo quello pe' S.
Pietro e Paolo mandatovi questa mattina: questi ultimi sono per la Natività della Vergine e per gli Angeli custodi.
Ne abbiam dunque già otto, e c'è così da camminar per un pezzo, cioè 1° Ave Maris Stella, 2° Pange lingua, 3° Veni Creator Spiritus, 4° S.
Filippo, 5° S.
Luigi, 6° S.S.
Pietro e Paolo, 7° Natività di Maria Santissima, 8° Gli Angeli custodi.
Dimanda di Monsignore: E perché invece di annunziarmi gli ultimi due, non me gli ha mandati? - Risposta di Belli: Perché mi duole la testa, e il copiare rompe più il capo che non il comporre.
Almeno così accade al
Vostro servo ed amico G.
G.
Belli
LETTERA 544.
FRANCESCO SPADA - ROMA
mercoldì 4 maggio 1853
Caro Spada
Circa un dieci giorni addietro Monsignor Capalti mi dimandò lettura de' miei versi pel caso che non fossero approvati per la stampa.
Verificatosi il divieto, è egli venuto questa mattina da me per ripetermi la dimanda.
Ti prego dunque di portarmeli al più presto, volendo io soddisfare questo suo desiderio.
Sono cordialiter
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 545.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 9 giugno 1853
Figli miei cari
Sigismondo empirà probabilmente tutto il suo foglio: vi scrivo dunque due parole a parte.
Di me che potrei dirvi? mi tengo addosso un mal'umore da potersi affettar col coltello.
La mestizia di questo cielo sempre sì torbido, e il vedere come a voi poveri disgraziati non sia lecito neppure di respirare una boccata di aria pura né godere un raggio di limpido sole (beneficii ne' quali io tanto sperava) mi rinforzano i patimenti dello spirito travagliato.
Ebbene, ripetiamo la vecchia parola di conforto: speriamo, speriamo.
Eppoi uno sguardo al cielo, un altro alla terra, e rassegnazione.
Al solito così passano al mondo gli anni e la vita: soffrire e sperare.
Toccate per me la mano a Barbara e a Pio, e dimandate in mio nome alla prima se il Sig.
Conti Capo-di-ferro abbia con esso-lei preso qualche concerto circa ai fascicoletti retroattivi del dilui utilissimo almanacco, che segue egli a pubblicare per prova che il tempo già scorso è stato fedele in tutti i suoi ritorni di mesi, di settimane, di giorni e di riscontri di cielo.
Son venuti in luce l'aprile ed il maggio, ed io non ho che i soli precedenti tre mesi.
A poco veramente mi serve questa effemeride codicillare, ma pure vorrei averne meco quanta la gatta presciolosa ne saprà partorire.
Un saluto alla balia, un bacio alla pupa, un abbraccio a voi due, miei cari ed amatissimi figli.
Il vostro aff.mo padre
LETTERA 546.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 10 giugno 1853
Ciro mio e Cristina mia
Sono le 10 del mattino, ed io mi pongo qui a preparare un po' di risposta alla vostra letterina di ieri a sera, dando nello scrivere un'occhiata alla carta e un'altra al cielo, non già per cavarne inspirazioni come gli autori di fantasie, ma per cercare se vi appariscano nuvoli che minaccino di ricondurci la sperpetua di ieri o qualche cosa di simile.
E, purtroppo, nuvoli qua e là se ne vedono, e poca speranza concedono che il bel sereno col quale principiò la giornata mantengasi a favorire le vostre ricreazioni.
Figli miei cari, afferrate dunque i momenti, e pigliate quel che si può, quando il Sole faccia (come Spada) apri e serra bottega.
Sigismondo, Chiara e Gigio aggradirono infinitamente i saluti vostri e di tutta codesta comunità, né rimasero meno appagati delle vostre buone notizie, comprese quelle della pupa, la quale avrà già il suo crino.
Chiara sta meglio, e viene Melata a medicarla regolarmente.
Ho pensato che non vi riuscirebbe discaro nelle vostre refezioni un poco di buon formaggio-cavallo e di marzolina scelta, il tutto del negozio di Geremia.
Troverete l'uno e l'altra nel qui unito pacco, del peso di libre sette.
Non è venuto il vetturale Capolongo ma sì invece lo Scalandra.
Nina va a consegnare le cose a costui, e spero andrà tutto bene.
Torna ora Nina: la consegna allo Scalandra è già fatta.
La balia stia quieta.
Scrivendo io, credo che Sigismondo si astenga giacché non potrebbe egli che ripetervi le stesse mie cose.
Tutti però di casa vi salutano e teneramente vi abbracciano.
Mille baci alla pupa, nostro attuale conforto, e una stretta di mano alla balia.
Pei conjugi Barberi nulla di speciale, perché s'intendono compresi a far parte nei saluti ed abbracci per voi.
Mentre scrivo viene la Comare di Nina, e dice che di quel tale abito non vogliono dare che quindici paoli.
Se non si vuole rilasciare per tal prezzo, essa Comare lo riporterà qui.
Figli miei cari, state tranquilli ed amate il V.ro aff.mo padre.
LETTERA 547.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 11 giugno 1853
No, Ciro mio caro e Cristina mia bella, non vi angustiate sulla malinconia che mi domina, giacché ad onta del mio continuo dare in celie ed in barzellette nelle ordinarie circostanze del vivere sociale, la tristezza è poi veramente il fondo essenziale del mio carattere, mascherato con quegli esteriori segni d'ilarità, la quale nasce piuttosto dalla qualità del mio spirito che non da quella del cuore.
Che se in questi giorni ha prevaluto la indole del secondo sulla leggerezza del primo, voi non ve ne dovete cotanto rammaricare, ma sì riflettere invece che stante la mia perfetta rassegnazione ai disegni della provvidenza tutto ritornerà in me di giorno in giorno al primiero equilibrio, né poco vi contribuirà pure il saper voi tranquilli e ristorati dalle conseguenze della vostra disgrazia.
Io stesso, e pel primo, conobbi la necessità di una vostra ricreazione, e questa promossi e desiderai e volli, siccome la voglio e desidero protratta a quel più lontano termine che potrà conciliarsi colle personali faccende di quello fra voi che non dipende intieramente da sé: al quale riguardo può trovarsi pure un rimedio mediante una ben concepita lettera alla superiorità da cui dipenda l'intento.
Circa a me, non ci pensate un momento.
Io non son solo: fo vita colla buona famiglia Ferretti che mi usa riguardi delicatissimi.
Vero è bene che la mia prima lettera di giovedì 9 non poteva ed anzi doveva esser meno querimoniosa; ma quel cielo sì torbido e diluviante, in un momento in cui avevate voi due tanto bisogno di serenità, mi cavò a mal mio grado fuor della penna parole più in armonia colle intemperie dell'aria che colla temperanza da darsi ad un scritto destinato al sollievo di due poveri appassionati.
Perdonatemi, figli miei, e consoliamoci tutti scambievolmente.
Intanto io sto bene e ve ne assicuro.
Chiara va progredendo nella solita cura di quelle moleste faccende.
Oggi si toglie via l'empiastro.
Sta ella quieta-quieta come una santarella.
Vi si mandò giovedì il crino per la pupa, e crediam certo che vi sia giunto.
Così credo che abbiate ieri ricevuto la fiaschetta di cacio-cavallo e la marzolina.
Abbiamo da darvi mille saluti delle Taddei, di Mad.me Bellay, della Sig.ra Marignoli, della Sig.ra Buccella, delle sorelle Servi, e di Nina nostra (povera Nina) che chiede con istanza di esservi specialmente nominata.
Odo con immenso piacere il lento, e perciò più sicuro, miglioramento del caro Pio, al quale non meno che a Barbara sua pregovi fare i miei sinceri rallegramenti e saluti.
Desidero che la balia stia allegra; e così, oltre a lei, starà anche allegra la pupa, quella cara passeretta da nido.
Vi abbraccio e benedico di cuore
Il V.o aff.mo padre
LETTERA 548.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 13 giugno 1853
alle ore 9 3/4 antimeridiane
Ciro mio caro
Tutto il pacco delle lettere di ieri (12) è giunto un quarto d'ora fa.
Il pessimo tempo di ieri può spiegare il ritardo.
Hai tu dunque intenzione di ritornare a Roma giovedì prossimo? Rispetto i tuoi onesti motivi; ma su questo proposito credo di aggiungere a quanto dissi nella mia di sabato 11 che se mai stimassi tu utile una personale mia visita a qualcuno de' Superiori del tribunale per acquistarti un poco più di permesso di assenza (quando ciò ti piaccia), basterebbe un tuo cenno perché ciò fosse da me prontamente eseguito.
Intanto, dicendomi tu nella tua lettera che il ritorno per parte tua sarà giovedì, sembrami poterne dedurre che dunque in quanto a Cristina è in moto qualche progetto di protrarre la sua dimora in Frascati un poco più a lungo.
Questa cosa mi darebbe molta consolazione, anche a mal grado del piacere di riavere questa cara figlia con me.
E perché infatti non rimanere, avendo costì una compagnia sì amorosa e fidata, e sperimentandosi buoni effetti per lei dal beneficio dell'aria? Tu poi, ne' momenti liberi potresti correre a visitarla, e...
Ma che sto qui ciarlando? Di questi discorsi già fra voi quattro ne avrete fatti a carra e barconi.
Sia ringraziato Iddio del color di rosa della pupa: sia ringranato Iddio del miglioramento di Pio, e del buono stato di Barbara, di quello della balia, e di tutto: sia ringraziato Iddio.
La lettera alla Sig.ra Angelini è già stata mandata, con mia nota all'esterno circa al ritardato suo arrivo.
Caneva viene assiduamente.
Voleva, è vero, venirvi a trovare, ma il mal temp