LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 49
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Le nostre che dicevi aspettarsi da voi con molta anzianità, vi saran pervenute, e in esse avrete conosciuto quel che a noi sembra più conveniente ad operarsi circa al vostro ritorno e ricongiungimento colla famiglia in queste dubbie circostanze attuali.
Nulla di certo da niuno può presagirsi: dunque bisogna un po' gittarsi in braccio alla provvidenza, senza troppo sperare né troppo temere.
Non arrechi maraviglia alla nostra buona Cristina se le lettere da qualche tempo io le intesto a te solo.
Ho preso questo sistema per ovviare gl'imbrogli di senso e di estensione quando mi occorre rivolgermi più particolarmente all'uno o all'altro di voi due, nel mentre che la intestazione, stando alla grammatica, parlerebbe ad entrambi.
Io dunque mi dirigo, specialmente a te, e per tuo mezzo poi mi rivolgo a Cristina, la quale non si sarà mai vista da me trascurata, ciocché sarebbe impossibile.
Seguita sempre a piovere; ma lasciamo questo noioso discorso.
Quante persone qui vediamo, o parenti od amici, tutte mai non finiscono dall'insistere perché nelle nostre lettere facciavisi menzione di loro e de' voti loro concordi per la vostra salute e felicità.
Noi non andiamo sempre specificandone i nomi per non fare opera troppo prolissa e superflua, tantoppiù che a voi può riuscire ben facile il supplire colla vostra mente al nostro silenzio su tale proposito.
Domenica, 22 aprile, alle 9 1/2 antimeridiane
Prima di chiuder la presente da me scritta jeri a sera avrei voluto vedere se da Casa Ferretti mi giungesse qualche altro tuo foglio portato dai vetturini nella stessa serata di ieri.
Ma nulla ancor veggo...
Viene in questo punto Viotti e lo mando a fare la sovrindicata ricerca.
Intanto tengo aperta la presente sino al suo ritorno.
Torna Viotti colla tua lettera di ieri intestata grando, nix, glacies etc.
Anche qui fu un abisso invernale e infernale.
Oggi parrebbe finora tempo discreto, ma già scappano fuori i nuvoloni.
Ed io dentro il guscio! E andiamo avanti.
Abbraccia per me affettuosamente la nostra cara Cristina, dà un bacio a Gigi, e credimi sempre qual sono
Tuo amorosissimo padre
LETTERA 518.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 23 aprile 1849
ore 9 1/2 antimeridiane
Carissimo figlio
Il Sig.
Adriano Rufini fecemi jeri a sera recapitare la tua lettera dello stesso giorno.
Mi chiedi un biglietto da Sc.
20 e qualche altro piccolo, da farteli ricapitare col mezzo di qualche occasione.
Il biglietto da 20 me lo son fatto prestare da mio cugino Gigi essendomi mancata in queste difficili circostanze ogni risorsa, giacché ho dovuto far fronte a varii pagamentucci, e intanto nessuno mi dà più un baiocco.
Circa ai boni piccoli ne ho messi insieme tre da due scudi l'uno, cosicché son per te destinati in tutto ventisei scudi.
Le occasioni poi per mandarteli con sicurezza formano attualmente per me un'altra difficoltà, non sapendo io chi possa partire per costì, né riuscendomi agevole con queste piovose e fredde giornate il mettermi in traccia di esse.
Farò il possibile per venirne a capo al più presto, non escluso (alla disperata) il mezzo della posta.
Veramente, trovandomi su tal proposito, debbo dirti che se nel giorno 9 in cui ti trovavi in Roma avessi tu un po' meglio calcolato le tue così prossime urgenze, sarebbesi fra noi potuta combinare la cosa con più agio e senza aspettare di trovarsi alle strette.
Io ti domandai se abbisognavi di danaro: tu rispondesti di no, chiedendomi piuttosto il concambio di un bono da 10 in due da 5.
Non persuadendomi però il tuo discorso, volli lasciarti il tuo bono e dartene invece degli altri per tredici scudi.
Come ti detti questi avrei procurato dartene di più onde non lasciarti in secco sì presto.
Parlando quindi in genere della spesa di codesta villeggiatura, al conto che alto-alto io mi vo' figurando, sembrami che al fine avrà importato circa un centinaio di scudi, lo che, non pagando pigione, non è piccola cosa, in questi tempi angustiosi massimamente.
Ciò ti faccia comprendere come il sistema che voi altri avevate preso (e non dissimulato anche con qualcheduno) di starvene costì quieti-quieti finché non foste qui esplicitamente richiamati, poco e non bene conveniva alle circostanze economiche degli attuali momenti.
E prescindendo anche dalla considerazione delle odierne calamità, non deve, Ciro mio, uscirti mai di memoria la ristrettezza del tuo patrimonio i pesi che necessariamente nel tuo nuovo stato dovrai sostenere.
La villeggiatura che da principio parea fissata a pochi giorni come in via di un diporto da nozze, e che poi insensibilmente si è estesa a 40 giorni (e forse, e senza il forse, sarebbe andata anche più innanzi se io non ne moveva qui qualche parola), poteva troncarsi nel suo corso quando vedeasi quanto caro costava.
Queste cose, Ciro mio, te le dico senza il minimo senso di amarezza, ma per solo effetto di paterna affezione, onde agevolarti la via di importi da te medesimo un freno contro una certa larghezza di spendere che credo avere io purtroppo in te rilevata facendoti un po' i conti addosso negli ultimi anni dacché viviamo insieme.
Se in ciò mi sono ingannato, godrò che tu mi apra gli occhi sul mio errore.
Abbraccio e benedico insieme con te la nostra Cristina, e saluto Gigi.
Il tuo aff.mo padre
In via di urgenza azzardo intanto di qui compiegarti uno dei boni da 2.
Pel momento ti varrà questo.
Vorrà perdersi proprio questa lettera quandoché le altre non si son perdute?
LETTERA 519.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 23 aprile 1849
alla ora una pomeridiana
Mio caro figlio
Avrai ricevuta un'altra mia, data in questa stessa mattina alle ore 9 1/2, contenente in seno un bono da scudi due che ho azzardato sperando che giungati salvo colla lettera come sembrami esserti giunte le altre lettere precedenti.
Que' due scudi possono servirti pel momento ad affrontare le spese minori.
Buoni da uno scudo né li ho né ho potuto trovarne.
Dopo mandata la d.a lettera in casa Ferretti mi sono io stesso recato colà verso il mezzodì, ed ho trovato esser già stata quella portata da Giacomo ai vetturini.
È quindi giunta la buona Welisareff, e, parlando dell'invio di danaro che desiderate, siamo restati nel seguente concerto.
Va ella oggi a pregare la famiglia Fiorani di passarvi quella somma che può occorrervi, somma che voi altri restituirete nel giorno 30 corrente in cui verrà Giacomo a riprendervi.
Questi vi recherà da mia parte un biglietto di banca da 20 e due Boni del tesoro da scudi due l'uno: in tutto 24; i quali, aggiunti all'altro bono da me già spedito questa mattina, formano il complesso di 26.
Siccome io non mando adunque che carta, non potreste restituire ai Sig.ri Fiorani altro che carta.
Regolatevi dunque e non prendete ad essi moneta sonante in caso che ve ne offrissero, dappoiché non sarebbe poi giusto che rendeste loro carta per metallo.
Se dopo-pranzo il tempo regge senza pioggia andrò io medesimo a depositare la presente nel negozio Ambrogioni onde ti pervenga dimani a mattina contemporaneamente con quella che spedisce questa sera la Welisareff ai Sig.ri Fiorani.
Se poi il tempo m'impedirà di uscire di casa, ti arriverà questo mio foglio colle vetture di domani a sera, e sarà poco male.
Meglio di così non mi è riuscito di fare per compiacere le tue richieste.
Amami, Ciro mio, e mi ami anche Cristina; siccome entrambi io vi amo.
Saluto Gigi, e tutti vi abbraccio.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 520.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 24 aprile 1849
ora una pomeridiana
Ciro mio caro
Sono appena trascorse quattr'ore dacché ti ho quest'oggi scritto, ed eccomi già di bel nuovo con in mano la penna al medesimo uficio.
Mi preparo una letterina per consegnarla a Pippo Ricci nel caso che possa egli recarsi dimani a Frascati e nel caso pure che, effettuando egli o non effettuando simile viaggio, gli riesca di passare questa sera da me siccome mi mostrò desiderio di fare.
Così, o vedrò Ricci, e gli consegnerò lettera e Boni; o nol vedrò, e allora il tutto verrà per le altre vie già fra noi ordinate.
Mettiti bene nell'animo, Ciro mio, e persuadine efficacemente anche la mia cara Cristina, che mia vivissima brama è quello di sapervi tranquilli e senza la minima ombra di disgusto per le osservazioni da me fattevi nella lettera del 22.
Forse anche ho poco in quella misurato le espressioni, e non sono riuscito nel vero mio intendimento, di parlare cioè da padre e non da censore, non che di suscitare in voi saggi riflessi invece d'impressioni penose, che vi risparmierei a costo di qualunque mio personale sacrificio.
State pertanto allegri e contenti; e se ci sarà qualche punto in tuttociò da spiegarsi scambievolmente fra noi un poco meglio, verrà chiarita ogni cosa d'amore e d'accordo quando ci riabbracceremo qui in Roma per poi viver vicini.
Tale dichiarazione avrei voluto esporla nella precedente mia di questa stessa mattina; ma allora me ne mancava l'agio, poiché aveva io già chiusa la lettera allorché mi venne il tuo foglio di ieri, e mi convenne riaprirla per darvene un cenno di ricevimento, mentre intanto Viotti stava qui aspettando per recarla a Ferretti.
In casa Ferretti sono andato ancor questa mattina, avendomelo il tempo permesso, non ostante le minacce di pioggia che però non sonosi mai effettuate.
Giacomo ha incontrato il prof.
Savetti, il quale gli ha detto che egli saprà due giorni prima in quale giornata tu dovrai presentarti al Consiglio di riforma, e ce ne farà avvertiti.
Così assicura.
Vedremo poi se riuscirà la faccenda secondo i nostri desiderii, del combinarsi cioè la tua colla sua presenza in quel luogo, nella medesima sessione.
La fabbrica aggiunta al casamento Ferretti sta bene innanzi, e vien molto graziosa e comoda.
Alle 9 pomeridiane
È venuto Ricci a prevenirmi che stante il cattivo tempo non si reca più a Frascati.
Ci vuol pazienza.
Riuscitomi bene giorni addietro l'invio del Bono da 2 entro una lettera, te ne accludo qui un altro dello stesso valore, e vi unisco pure un Bonnuccio da bai: 24 che mi è capitato, e il quale potrà servirti per qualche spesetta di baioccami, e tirare innanzi.
Ti abbraccio teneramente colla tua pacchianella, e do un bacio al buon Gigi.
Il tuo aff.mo padre
Ti avverto che invece del Biglietto di Banca da Sc.
20 avrai un Bono del tesoro della stessa somma.
Sarà meglio perché vi sarà di più il frutto che decorre sino al 30 aprile.
LETTERA 521.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di casa, mercoledì 25 aprile 1849
Caro Ferretti
Venne Pippo Ricci jeri a sera per avvertirmi che atteso il cattivo tempo non andrebbe oggi più a Frascati.
La qui compiegata lettera adunque, che avrei ad esso consegnato, la mando a te pregandoti di farla consegnare secondo il solito ai Vetturini.
Ho in essa incluso un bono da Sc.
2 e un altro da bai: 24 che mi è capitato.
Serviranno a que' ragazzi per andare innanzi dietim.
Addio suocero di mio figlio.
Sono con vero affetto
Il suocero di tua figlia
G.
G.
Belli
LETTERA 522.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 26 aprile 1849
alle ore 9 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Ebbi jeri la tua scritta a mezzanotte tra il dì 24 e il 25, e ne ho tratta infinita consolazione all'udire lo stato di quiete in cui così tu come Cristina tua siete tornati circa alla faccenda de' giorni anteriori.
Pronosticasti benissimo che Ricci non sarebbe più partito di qui per Frascati atteso il pessimo tempo che faceva martedì a sera.
Ricevuta che avrai poi la mia di ieri (gravida di due Bonucci di Sc.
2:24 in tutto), avrai udito poco dopo da me la conferma del tuo pensiero.
Godo dell'accordo seguito fra te e la buona famiglia Fiorani circa il prestito etc.
Al dopopranzo venne da me jeri Ferretti per farmi udire le posteriori due lettere, una tua ed una di Cristinella nostra.
Giacomo ed io non crediamo che al vostro ritorno possiate incontrare alla porta S.
Giovanni disturbi pel bagaglio che riporterete a Roma con voi.
Circa alla chiusura delle porte, questa accadde jeri a notte sino alle 6 1/2 del mattino e non più.
In genere poi siate convinti, figli miei cari, che qua si vive in molto minore agitazione di quanto possa credersi costì, e di quanto ve lo faccia per avventura supporre il veder tanta gente partirsi da questa città.
Lo so, cari figli, e lo sento vivamente nel cuore: il tornare qui mentre tanti stimano più sicuro il partirne, non può a meno di destarvi nell'animo qualche rammarico; ma, figli miei, anche quello star divisi in simili tempi non produrrebbe accorazione minore.
Che se poi per qualche giorno dovesse anche interrompersi la corrispondenza fra l'interno e l'esterno della Capitale, quale aumento allora di pene! Vivo in molta lusinga che ciò non accadrà, ma non è almeno idea fatua il porlo a calcolo in una risoluzione che non ammette perplessità e mezzi-termini.
Il generale della Civica ha pubblicato un ordine del giorno per prevenire l'intiero Corpo che suo proprio uficio dev'essere quello soltanto di tutelare l'ordine e la sicurezza interna di Roma.
Tutto il resto non appartiene alla guardia cittadina.
Venne jeri, verso la sera, l'intimo per presentarsi sabato 28 alle 4 1/2 pomeridiane innanzi al Consiglio di riforma.
Ferretti, nel recarsi dimani costì, porterà seco il detto foglio onde mostrarlo alla porta, come motivo del suo viaggio, nel remoto caso che nascesse qualche difficoltà pel libero transito.
- Oggi io mando, per mezzo di Viotti, tre biglietti per aiutare l'affar tuo della riforma, uno cioè al prof.
Tancioni, uno all'Avv.
Lasagni ed uno all'avv.
Franchi.
Vedremo.
Dà un bacio a Gigi e ricevi mille amplessi e benedizioni dal
tuo amatissimo padre
Cristina mia cara!
Quanto mi è piaciuta la giuntarella da te fatta alla lettera di Ciro nostro! Sì, vivi tranquilla, figlia mia, vivi perfettamente tranquilla riguardo al mio cuore verso di te e del tuo compagno.
Su tutto il resto gittiamoci nelle braccia di Dio e speriamo.
Ti abbraccio di vero cuore
Il tuo secondo padre
LETTERA 523.
AL PROF.
G.
TANCIONI - ROMA
Giovedì 26 aprile 1849
Gentilissimo Signore
Il mio figlio Ciro, a Lei ben noto, ha ricevuto intimazione di presentarsi alle ore 4 1/2 pomeridiane del prossimo sabato 28 innanzi al Consiglio di riforma della guardia nazionale, in conseguenza della istanza da lui avanzata fin dal 12 p.to febbraio all'appoggio di un certificato sanitario da V.S.
rilasciatogli.
Da qualche tempo egli trovasi fuori di Roma per salute, ma tornerà espressamente e si presenterà al Consiglio secondo l'intimo.
Nel partire per la sua villeggiatura Ciro mi disse avergli V.S.
gentilmente promesso che se nel caso dell'intimo ne avesse a Lei data precedente partecipazione, sarebbesi Ella compiaciuta di procurargli qualche favore fra i soggetti che lo dovranno visitare e giudicare.
In assenza di mio figlio io La prego per lui di usargli simile cortesia, e Le chiedo insieme perdono se non adempio in persona questo atto di preghiera, trovandomi da varii giorni indisposto di salute, come è il mio solito nell'inverno.
Voglia co' miei ringraziamenti accogliere anche le proteste della rispettosa stima con cui mi dichiaro ecc.
LETTERA 524.
ALL'AVV.
ALESSANDRO FRANCHI - ROMA
Giovedì 26 aprile 1849
Gentilissimo amico
Alle 4 1/2 pomeridiane del prossimo sabato 28 dovrà Ciro mio figlio presentarsi al Consiglio di riforma della guardia nazionale, secondo istanza da lui già promossane, all'appoggio di un certificato sanitario dell'Arma, per ragionevoli cause.
Sembrami non errare nel credere che faccia Ella parte del detto Consiglio.
Ardisco quindi pregarla di volergli usare e procurare benignità nel giudizio.
Non vengo in persona impeditone da incomodi di salute.
Voglia, Sig.
Avv., scusare le mie paterne premure, e credermi quale mi pregio di essere ecc.
LETTERA 525.
ALL'AVV.
GIOACHINO LASAGNI - ROMA
Giovedì 26 aprile 1849
Caro amico
Nel pross.o sabato 28, alle 4 1/2 pomeridiane, dovrà Ciro mio figlio presentarsi al Consiglio di riforma della guardia nazionale, in conseguenza di istanza già da esso promossa.
Io ve ne parlai un giorno per via.
Torno oggi a dirvene una parola pregando la cortesia vostra di volergli nel giudizio usare e procurare favore.
Compatite le mie paterne premure e credetemi pieno di stima e gratitud.e
LETTERA 526.
AGLI ONOREVOLI CITTADINI COMPONENTI
IL CONSIGLIO DI RIFORMA DELLA
GUARDIA NAZIONALE IN ROMA
[Roma, 27 aprile 1849]
Per
Ciro Belli, addetto alla 4a Comp.ia dell'8° battaglione
Onorevoli Cittadini
Ciro Belli, addetto alla 4a Compagnia dell'8° battaglione, ed attualm.e sotto riforma, trovasi da vario tempo assente da Roma per causa di salute.
Intimato a presentarsi a cod.o spettabil Consiglio per la Sessione del 28 corrente aprile 1849, il sottoscritto di lui padre (nelle cui mani venne rilasciato il foglio d'intimo), si è dato cura di mandare a prenderlo per qui condurlo in tempo opportuno; ma alla porta della città è stato impossibile il transito per divieto governativo.
Se quindi l'intimato Ciro Belli, ignaro degli esposti fatti, non comparirà al Consiglio, il sotto esponente ne invoca per lui scusa da cod.o benigno consesso.
Roma, 27 aprile 1849.
Gius.
Gioachino Belli
N.B.
Venerdì 27 aprile 1849 portai io med.o l'orig.le della p.nte memoria al Comando generale civico, sulla piazza della Pilotta, lasciandolo nelle mani di un impiegato di nome Sig.
Dubois, a cui fui presentato dal Sig.
Filo Gerardi mio amico, ed uno degl'impiegati superiori del med.o Dicastero.
Il Sig.
Dubois, col quale a lungo parlai, mi rispose che il motivo da me esposto era giustissimo: stessi quindi quieto, e sarebbe differito l'esame di Ciro a 10 o 15 giorni.
Partecipai subito tuttociò al Sig.
Gennari quartier-mastro del Battaglione 8°, e ne prevenni anche il Camminatore del battaglione, onde a suo tempo mi porti il nuovo intimo qualche giorno prima della sessione.
LETTERA 527.
TESTAMENTO
Commetto io sottoscritto ed impongo al dilettissimo mio figlio Ciro che qualora per divina disposizione mi accadesse di morire senza potergli verbalmente comunicare le mie estreme intenzioni, arda egli e distrugga dopo la mia morte tutte le carte esistenti in questa cassetta e contenenti i miei versi in vernacolo e stile romanesco, da me condannati indistintamente al fuoco affinché non sian dal mondo mai conosciuti, siccome sparsi di massime, pensieri e parole riprovevoli.
Che se mio figlio (così al cielo non piaccia) mancasse anch'egli di vita prima di avere avuto agio di dare esecuzione a quel mio comando, prego caldamente chiunque altri, alle cui mani capitassero i detti miei manoscritti, di eseguire la stessa mia volontà, protestando io in caso contrario innanzi a Dio delle conseguenze di scandalo che fossero per derivare fra gli uomini dall'inadempimento del cristiano mio desiderio.
Dichiaro finalmente che quella qualunque porzione de' ripetuti miei versi che per avventura sia di già conosciuta ed abbia in qualsivoglia guisa potuto circolare di voce in voce e di scritto in iscritto, viene da me ripudiata per mia opera, sia perché realmente (per quanto è a mia notizia) va difforme da' miei originali, e perché al postutto io nego di più riconoscere lavori da me fatti per solo capriccio e in tempi di mente sregolata, i quali si oppongono agl'intimi e veraci sentimenti dell'animo mio.
Roma, 13 maggio 1849
Giuseppe Gioachino Belli
NOTA DA ME G.
G.
BELLI SCRITTA IL 14 MAGGIO 1849
Se mai io venissi a mancare senza poter dare al mio figlio Ciro le mie istruzioni estreme sappia egli che agli Sc.
46,27 che esistono presso di me di proprietà degli eredi del fu Ippolito De Villers di Vesoul in Francia per esazioni fatte a tutto il 22 maggio 1847 come carte 81 del Registro esistente in uno scompartimento (a destra) della mia scrivania grande, debbonsi unire altri Sc.
15 passatimi recentemente da un vecchio giovane di studio del fu ab.e Valentino Conti mio suocero.
Prima di morire il d.o giovane di studio me li consegnò dicendo averli ricuperati da un antico pigionante del De Villers, contro il quale erano già stati eseguiti degli atti forensi.
Prego il mio figlio di versare per me nella povera cassa dell'Accademia Tiberina scudi sette.
Egualmente lo prego di pagare uno scudo al Sig.
Carlo Pieri, zio del professor Giuliano Pieri, scudo uno, che da mie vecchie carte ho trovato dovergli io tuttora per un ultimo paio di scarpe da lui fattemi allorché esercitava il mestiere di calzolaio in via della Croce incontro al Palazzo Poniatowski.
G.
G.
Belli
A DI' 14 MAGGIO 1849
Prego caldamente mio figlio Ciro di attenersi scrupolosamente alla povertà de' miei funerali in caso di mia morte.
Gl'inculco però con somma premura di dispensare per salvezza dell'anima mia scudi quindici di elemosine entro lo spazio di un anno, onde a lui non riescano tanto gravi nelle angustie in cui può trovarsi allora il suo patrimonio.
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 528.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 30 luglio 1849
alle ore 10 1/2 antimeridiane
in Casa Ferretti.
Miei cari figli
Poche parole in riscontro alla consolantissima vostra lettera di jeri, poiché recandosi a Frascati Biagini, egli, che probabilmente sarà il latore del presente mio foglio, vi riferirà le chiacchiere che secolui ho fatte poc'anzi.
Limitandomi dunque al principale articolo salute, godo sentire che il principio di questa vostra villeggiaturella sia accaduto con lieti auspici di accoglienze e di cielo; ed accolgo anch'io in cuore la grata lusinga intorno ai benefici effetti dell'aria su te, Cristina mia, come sonosi di già manifestati sulla buona Marietta Ricci e sulle di lei creature amabili.
Salutatemi tutti tutti codesti cari amici, dicendo a ciascuna le più affettuose parole che possiate trovare nel vocabolario del cuore.
Io mi vado abbeverando di acqua del Tettuccio, e i doloretti vanno e vengono e non si trattengono.
Col tempo e colla paglia si maturano le nespole.
Notizie di casa Ferretti ne avete dalla lettera di Giacomo.
Termino pertanto abbracciandovi e benedicendovi entrambi
Il V.o Papà
Belli
LETTERA 529.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
[31 luglio 1849]
Jeri a sera avrete veduto, figli miei cari, il nostro amico Biagini, latore di due nostre lettere scritte jeri mattina.
Ho ricevuto una lettera di Corazza, la quale mi dice che il 9 e il 10 di questo spirante luglio Garibaldi accampò a Cesi con circa seimila omini, e mi soggiunge le seguenti precise parole: in un piccolo paese com'è questo figuratevi cosa fu in que' due giorni.
Mi dà pure notizia che da dieci giorni a questa parte trovasi in Terni una guarnigione di cinquemila spagnuoli.
Circa agli affari, poco c'è finora da discorere: ne parleremo al rivederci.
Cosa buona è però questa, cioè che il Corazza non parla affatto di danni ne' tuoi terreni per causa dell'accampamento del Garibaldi.
Mille saluti a Marietta Ricci, a Mons.
Capalti, a Nannetta, a Checchino, a Biagini, e se v'hanno altri da salutare.
Divertitevi, figli miei cari, ed amate il
Vostro aff.mo Papà
Belli
LETTERA 530.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, Martedì 31 luglio 1849
alle 9 1/2 pomeridiane
Ciro mio
Questa sera (sarà una mezz'ora) ho veduto Maggiorani in Casa Ferretti, dove erasi espressamente recato per visitare Giacomo, che ha trovato in istato più lodevole che non negli scorsi giorni, benché abbia questi sempre fatta, come fa tuttora, con molta disinvoltura le sue faccende.
Il miglioramento sembra doversi attribuire in ispecie all'uso di cristeri (vulgo lavativi) di brodo di piede di vitella e al cibo del piede stesso, del quale piede pare che Giacomo non tema or più il calcio.
Anche nel resto del sistema dietetico ha il Maggiorani desiderato e (pare) ottenuto un poco più di norma e di rigidità.
Prescrizione poi di non girare per le vie nelle ore più calde.
Con questi riguardi spero che si andrà ogni giorno in meglio.
Passiamo ora alla salute della nostra cara Cristina.
Escito io di casa Ferretti con Maggiorani, ed introdottosi da me il discorso su tale a me interessantissimo soggetto, mi ha egli dimandato quanti giorni veramente resterete a Frascati, avendogli detto Ferretti che non vi tratterrete più di cinque o sei giorni.
Al che dimandatogli io perché mi facesse simile dimanda, è venuto sul discorso de' bagni, che egli crede non solo indicati ed utili a Cristina, ma necessarii.
E poi, secondoché volgevasi il nostro colloquio, ha mostrato di non ricordarsi di aver mai né opinato né detto che il beneficio dell'aria potesse nel caso di Cristina equivalere e sostituirsi a quello sperabile per essa da un corso regolare di bagni, fuorché (forse) qualora la durata della villeggiatura si protraesse oltre ai quaranta o i cinquanta giorni; ed anche in tale ipotesi i bagni non dovrebbero totalmente trascurarsi, volendo operare con senno.
Se l'aria non si respira per un lungo periodo, tutto riducesi, secondo lui, a mero divagamento e sollazzo, ma vantaggi igienici di sicura durata non si ottengono; ed allora tanto valgono gli otto o dieci quanto i cinque o sei giorni.
Spiacegli quindi di veder consumati senza prò troppi giorni dell'agosto, trascorso il qual mese non è poi più tempo di bagni.
Allora soltanto potrebbe menar egli buono il passare a Frascati qualche giorno di più de' cinque o sei o sette, quando durante tutta la dimora costì potesse Cristina unire al vantaggio dell'aria anche quello de' bagni, per poi proseguirli in Roma dopo il ritorno: su che insiste fermamente.
Conchiudo io da tuttociò che se nel cumulo delle attuali nostre circostanze di famiglia ci fosse permesso il farsi da voi una lunga villeggiatura, nulla più ci sarebbe da dire; ma poiché la faccenda va altrimenti, io non trascurerei le riflessioni di Maggiorani, le quali ho io però riferite, secondo il mio solito, assai confusamente e imperfettamente.
Il Papa ha manifestato a Mons.
Pellegrini in Gaeta il desiderio e la intenzione di vedere, dopo il di lui ritorno a Roma, tutti gli impiegati civili o militari che non hanno aderito o giurato alla Repubblica.
Sembra che voglia lor dare una udienza collettiva.
Di' a Biagini essersi da me eseguita in questa stessa sera la sua commissione presso la sorella.
Il fagotello sarà diretto, secondo la sua intenzione, all'Avv.
Ricci, Casino Lunati.
Abbraccia la tua Cristina, salutami la famiglia Ricci-Capalti
Sono il tuo aff.mo padre
LETTERA 531.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 2 agosto 1849
ore 11 antimeridiane
Ciro mio
Sono momenti dacché è partita di casa la nostra lettera di questa mattina, ed ecco giungere la tua di jeri.
Te ne do riscontro subito, anche in nome di Ferretti, il quale, essendosi recato a fare una visita a Lopez infermo con reuma, non è peranco tornato.
Mi spiacerebbe se il discorso di Maggiorani, da me riferitovi, figli miei, nella mia antecedente, avesse contrariato per avventura un vostro desiderio di rimaner costì qualche altro giorno.
Io però me ne credo senza colpa, tutto da me riferendosi allo scopo del miglior vantaggio della salute di Cristina, che tanto e tanto mi sta a cuore.
E poi, non potendosi eseguire una lunga villeggiatura, forse sarà meglio il diporto di 5 o 6 giorni che non quello di 10 o 12.
Nel secondo caso riuscirebbe a Cristina più sensibile il ritorno alla greve aria di Roma.
Mille saluti delle ragazze e di Gigi, le sole persone che or trovansi in casa.
Sono il vostro aff.mo
Papà Belli
P.S.
La lettera al Patrizi sarà ricapitata.
LETTERA 532.
A CRISTINA BELLI - POGGIO MIRTETO
Di Roma, sabato 13 ottobre 1849
alle ore 2 1/2 pomeridiane
Cristina mia cara
Appena terminato il nostro breve e, per la tua mancanza, non lieto pasto, io pongomi a scriverti per riscontrare in parte la aspettata e desideratissima tua lettera di ieri.
Principierà da me questa per noi piacevolissima occupazione: proseguirà poi Ciro, giusto essendo e decente che al tuo sposo rimanga del foglio la parte di confidenza, la quale è quella che precede immediatamente l'apposizione del suggello.
In quanto al tuo papà, non so se nella presente potrà aver luogo il suo carattere, giacché trovandosi egli oggi commensale dei Card.
Tosti in S.
Michele, non era qui presente quando giunse il tuo foglio ad un'ora pomeridiana, e molto probabilmente non sarà tornato a casa al punto del dover impostare.
Le ragazze poi, che ti abbracciano teneramente, e così pure Gigi, aggiungeranno alla prima lettera che ti manderà Giacomo.
La salute di noi tutti è lodevole.
Ti confesserò il vero, Cristina mia: noi vivevamo un po' in malo umore contro la perversità del tempo per cui ti fu forza viaggiare, né ci rallegrava tampoco il pensiere della tarda ora in cui dovevi arrivare.
Udita però la relazione del tuo, se non piacevole, almeno non disgraziato viaggio, ci siamo su questo articolo racconsolati.
Ma quale audacia quella de' ladri del ponte Salario! Ringraziamo il cielo che abbiano fallito il loro colpo in grazia delle tue grida.
Teresa fece una spontanea alla tua sorella, un pochino, per verità, artificiosetta, ma purtuttavia in senso di confessione, e con mille promesse di non ricader più nel fallo di cui trovavasi rea.
Noi stiamo tutti all'erta.
In tutti i casi sta' quieta, figlia mia: la Albertina ad ogni occorrenza non rifiuta di venire a star qui, siccome era tuo desiderio.
In seguito si penserebbe al resto.
I candelieri dorati son venuti benissimo, e fanno uno spicco d'incanto.
Viviamo tutti sicurissimi che tu ti avrai tutti i riguardi che ci prometti, e già tripudiamo della gioia di riabbracciarti in uno stato coi salute che coroni le nostre più dolci speranze.
Lascio di scrivere per non essere indiscreto coll'occupar troppo spazio al tuo Ciro.
Riverisci tutta cod.a famiglia, e ricevi i miei abbracci.
Il tuo aff.mo suocero (mi piacerebbe più genero)
G.G.
Belli
LETTERA 533.
A CRISTINA BELLI - POGGIO MIRTETO
Di Roma, lunedì 15 ottobre 1849 ore 7 pomeridiane
Cristinella mia cara
Mentre questa mattina noi due poveri romitelli pranzavamo, e fra l'uno e l'altro boccone parlavamo, secondo il consueto di te, eccoti una sonata.
Chi era? Il portalettere, che ci sembrò un angiol del paradiso.
Con quello zucchero delle tue letterine per la bocca che vuoi più pensare al guazzetto di Domenico! Io mi divorai la mia; Ciro la sua, e il tuo papà la terza che subito gli aveva io mandata a sequestrargli lo stufato pel gorgozzule.
Indi a poco venne di qua la tua famiglia; e lì dagliela a ciarle sul fatto tuo; e la conversazione sarebbe per verità andata quieta e consolatoria se per mia sgraziata imprudenza non mi fosse sfuggita di bocca la confidenza da te fattami all'orecchio intorno a quel malaugurato bacio che ti stampò sulla mano (non so se destra o sinistra) il Cavalier parente di tanti principi e patentati.
Perdonami, Cristina mia, l'ho fatto il marrone, ma l'ho fatto senza malizia.
Nulladimeno il male è senza rimedio.
Ciro saltò talmente sulle furie e imbizzarrì per modo che dopo attaccati tanti moccoloni quanti sono i cospicui membri del parentado del Cavalier Crêpsilon, con un solo manrovescio frantumò il desco del pranzo con tuttociò che vi si trovava al di sopra, e dato poi di piglio ad un randellaccio ne menò sì fieramente attorno attorno per tutta la nostra povera casa, che se tu ci stessi per entro ti parrebbe di passeggiare in Villa Borghese.
Che desolazione! Che pianto! L'abbiam fatta grossa, Cristina: tu a prenderti il bacio sulla mano da quell'uomo fatale, e poi raccontarmelo: io a non sapere tener cece in bocca e a palesare lo spaventevole avvenimento.
Ora sai tu che consiglio ti posso dare? Invece di tornare più a Roma, fuggi a Costantinopoli e datti a Maometto come Kossuth, Bem e Dembiuski.
Peccato! Era stamane venuto il dejeuné di Riveruzzi; ma che vuoi! l'è andato in tacchie con tutto il resto.
Addio, Cristina mia, che amo e amerò sempre come una vera figlia
Il tuo papà Belli
LETTERA 534.
A CRISTINA BELLI - POGGIO MIRTETO
Di Roma, mercoledì 17 ottobre 1849 ore 9 pom.
Cara la mia Cristinella
Mentre la Signora Chiara, il Sig.
Sigismondo, il Sig.
Luigi e il Sig.
Ciro se ne stanno al terzo ordine N.
3 del teatro Argentina godendosi la prima rappresentazione de' Masnadieri del Verdi (il quale, trovandosi attualmente in Roma, non so se neppure si accosti al teatro, forse per la paura di sentire il suo lavoro massacrato), questo povero vecchietto del Sig.
Giuseppe Gioachino Belli si pone al suo tavolo e principia a preparare una letterina per la sua buona Cristinella, in anticipazione, arra e caparra del di più che gli possa riuscire di aggiungervi dimani, se il foglio che la medesima Cristinella deve avere impostato oggi arriverà in tempo per riscontrarlo in corrente, cosa però molto difficile per la tarda ora in cui suol venire il portalettere nel suo giro della distribuzione.
Ripigliamo il fiato, figlia mia, dopo questo periodo di mezza pagina, e intanto io mi riposerò la mano intormentita per averlo scritto tutto in una tirata.
Se non lo sai, te lo dirò io: il Verdi sta qui purgando la contumacia perché provenendo da paesi infetti di cholera non sarebbe ammesso al passaggio del confine napolitano prima di aver dimorato 15 giorni in terra netta.
Son 5 giorni che è qui, e gliene restano a dimorarvi altri 10.
Venne jeri sera a visitare la tua famiglia.
Se non ne sai un'altra, te la dirò io anche questa, creandomi tuo spione, pure a costo di esercitare il mestiere senza mercede.
Oggi tutti i Signori e le Signore Ferretti sono andati a Fiumicino, con una sorte molto diversa da quella che toccò a te nel tuo viaggio per Poggio-Mirteto.
Vedendo io per tutta intiera la giornata quel bel sole che avrebbe fatto sfringuellare anche i rospi, ne ho concepito tanto dispetto, che questa sera, al ritorno de' viaggiatori, ho fatto loro rimporre la maccheronata con una filatessa di parole e mordicanti, interrotte ogni tanto dalla giaculatoria: brutti stregoni: voi altri un paradiso, e quella povera Cristina un inferno! Ma questa buona razza de' parenti ha la pelle con tanto di callo: mi ridevano in faccia...
Ohé! sento piovere! Se non frigge i polpi qualche vicino, questa è acqua di certo.
Eh, piove davvero.
Ma come diavolo mai! Dopo una giornata simile! Capisci, Cristina mia, come va il Mondo? Nel meglio il destino te l'accocca.
Veramente però faceva troppo caldo, e il negozio non andava colle sue gambe.
E costì? fa acqua, fa vento, fa caldo, fa freddo, che fa? E tu, come tu te la passi? Ah! questa nostra casuccia, senza di te, pare un deserto.
Io vi porrei fuori per insegna l'Albergo di Santo Ilarione.
Mi duole l'anima il doverti dare una brutta notizia.
Ciro di te non vuol saperne più né puzza né odore, per causa di quel male arrivato Rossi, e ho gran sospetti che abbia già scritto a Portici, o a Gaeta che sia, per lo scioglimento del matrimonio.
Che scandalo per tutta Cristianìa.
Se era a Roma il buon Mazzini, ce lo avrei messo di mezzo.
Di Teresa nulla di nuovo: non si è scoperto finora più altro.
Chi sa che non voglia davvero mantener la parola? S.
Agostino però lo mette in dubbio.
Vedremo.
Noi le stiamo tutti un po' ammusatelli ed ella pare una biocchetta bagnata.
È venuto a Roma il fratello; ma qui in casa non si è veduto.
Il tuo Papà sta trascrivendo versi pei piccoli Pescetelli-Emiliani; e Barbara con M.r Godde, ognuno alla sua maniera, gli fan compania.
Ora io vado a inquartarmi con loro.
Ama, figlia mia, il tuo più padre in cuore che suocero
G.
G.
Belli
LETTERA 535.
A CIRO BELLI - NAZZANO
Di Roma, 29 Xbre 1849 al mezzodì
Ciro mio
È poco fa giunta la tua letterina di S.
Marta, recata dal vetturino che ti condusse: credo almeno che sia quello.
Io non era in casa al momento della sua venuta.
Mi dice Cristina averlo pregato di tornare a prendere due righe per te quando fosse per ripartire.
Rispose colui non molto gentilmente (secondo le relazioni di Cristina) che senza avviso di costì egli non riparte; e che poi, o avviso o non avviso, pel prima dell'anno egli non riparte di certo.
Cristina dunque, che sperava nel tuo sollecito ritorno (sospirato da essa e da tutti noi) si è inquietata un poco pel vedere la incertezza della sollecitudine di detto ritorno; e tu che conosci il carattere alquanto vivo di questa buona ragazza non ti meraviglierai della conseguenza di simile inquietezza.
La conseguenza è che invece di lei ti scrivo io, per lasciarle agio di metter giù quel po' di colleruzza che, quantunque un po' fuori di luogo, non lascia purtuttavia di discendere da un lato buono, cioè dall'affezione sua per te, dimostrata chiaramente dallo stesso dispettuccio di averti lontano forse più di quanto si lusingava.
Mi sbrigo di scriverti onde non espormi al caso che la presente resti a Roma.
Se avessi io potuto aspettare qualche ora di più, son certo che in luogo de' caratteri miei, vedresti quella della tua Cristina.
Sai com'è fatta questa ragazza: bravissima, affezionatissima, ma non sempre capace di vincere subito qualche lieve suscettibilità da cui è talvolta sorpresa.
Spero che il mio foglio potrà giungere alle tue mani prima del tuo rimetterti in via; e che ti arrivi benché io non ponga sull'indirizzo fuorché Nazzano, ignorando ora io il giro che debba percorrere la posta per costì.
Gl'impiegati di questo Uficio sapranno benissimo in quale pacco inserire la mia lettera senz'altro indirizzo.
Non prenderti alcuna pena della salute di Cristina nostra.
Malgrado il gran freddo e il palmo di neve caduto questa notte, ella sta piuttosto benino, e te ne assicuro io sul mio onore.
Tutti in casa ti dicono mille cose affettuose.
Riverisci il Sig.
Massarini.
Sta', Ciro mio, di lieto animo, e sii convinto della gran gioia che arrecherai col tuo ritorno a tua moglie ed a me
Tuo aff.mo padre
Cristina (tua)
Il tua è di carattere mio, ma son convinto che in cuore desiderava essa di scriverlo più di quanto io amassi di vederglielo scrivere.
LETTERA 536.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Domenica 3 febbraio 1850
C.
Spada
Il bisogno di avere i programmi firmati è divenuto urgente.
Si deve fare l'impianto e la distribuz.ne fra i due camminatori onde giungan le stampe al destino.
Sei dunque pregato di mandare a Tosi al più presto quel che devi già avere presso di te.
Il tuo Belli
LETTERA 537.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Domenica, 17 agosto 1851
Signori figliuoli, amici e padroni
Credevamo noi tutti di aver ieri a sera qualche vostra lettera per mezzo dei vetturini, alla quale lettera risponder subito affinché vi giungesse il nostro riscontro questa mattina col medesimo mezzo.
Nulla però ci pervenne, ma non per questo ci mettemmo in alcuna benchè minima pena, avendo già avuto per ben due volte vostre buone notizie, la prima cioè per la bocca del cocchiere che vi aveva condotti a codesta Metropoli delle frasche, e la seconda dall'avvocato Ricci il quale venne jeri a mattina espressamente a narrarci l'incontro accaduto fra lui, Carolina Serny e voi altri, su per la salita dei Vermicelli.
Questa mattina ha poi favorito la Signora Janni di mandare espressamente la sua cubicularia a darci altre buone novelle.
Va dunque benone.
In quanto a noi poveri derelitti poco o nulla v'è da dire.
Le cose camminano tutte con quelle zampe con che voi le lasciaste, e quando è la sera ogni zampa ha fatto l'uficio suo.
Giacomo giuoca a calabresella ed esercita una pazienza da santo martire cogli spropositi del sostituto dell'Annona e grascia.
Le due ragazze sotto la scuola del lodato sostituto si vanno più che sufficientemente guastando, e perdono quell'acume di cui la natura le avea pure fornite.
Sigismondo è tutto occupato nell'eseguire appuntino i prudenti consigli de' Professori in su e in giù per Ripetta.
Gigi studia e borbotta contro certi buoni uomini coi calzoni corti e colle fibbie alle scarpe.
Nanna prosegue il suo corso di educazione elementare al gatto di casa.
Ed io? Faccio colazione, pranzo e ceno, e circa al pranzo oggi mangio quello di Ricci e di Monsignore Annibale; e quando dico io, intendo dire io scrivente Giuseppe Gioachino Belli, che pregovi salutarmi Marietta Ricci (cogli appodiati) e la famiglia Angelini, e dare un bacio a Peppe e una scoppola a Nina.
Sono abbracciandovi e benedicendovi di cuore
Il Vostro aff.mo padre, a.co e serv.e
ut supra
LETTERA 538.
A LUCIA VANNUZZI - TERNI
[10 ottobre 1851]
Cariss.a parente ed amica
Alla lettera che voi mi scriveste il 7 ottobre del p.to anno 1850 circa alle idee dell'affittuario Francesco Ligobbi, io risposi pienamente con la mia del 10 di detto mese, della quale non vi ripeto oggi il contenuto, persuaso qual sono che Voi la conserviate e possiate perciò consultarla al bisogno.
Scaduto ora col 29 del p.p.
settembre il terzo anno dello stipulato affitto del suddetto Francesco Ligobbi, io, usando e forse anche abusando della vostra cortese amicizia e delle obbligantissime esibizioni vostre, vengo con la presente a supplicarvi di volere come nello scorso anno 1850 ritirare dall'affittuario gli scudi diciassette della maturata corrisposta, ed aggiungervi anche il favore di farmeli pervenire qui in Roma.
E qualora a quest'uopo non troviate convenienti occasioni, impostateli al mio indirizzo, prelevandone l'importo della spesa che per ciò dobbiate incontrare.
Lo ripeto, io mi mostro verso di voi troppo importuno, ma spero che me ne vogliate perdonare in grazia dell'amicizia e parentela che passa fra la vostra e la mia famiglia.
In questo incontro pregovi interrogare il Ligobbi sulle sue intenzioni intorno al nuovo triennio incominciato col 30 Settembre, facendogli valutare le ragioni che io espressi a Voi ampiamente nella suddetta mia lettera del 10 ottobre 1850.
Mi farete cosa graditissima dandomi individuali notizie sì vostre che de' vostri figli.
Riguardo a me ed a' miei poco di buono posso dirvi.
Dal primo di luglio sino ad ora tra la famiglia mia e quella di mia nuora (che sono quasi unite abitandosi da entrambe in due contigui appartamenti) sonosi sofferte tra padroni e servitù, dieci malattie quali più, quali meno gravi, una poi mortale, cioè del mio nipotino che da cinquanta giorni è tuttora infermo, ed un'altra toccata al padre di Cristina, il quale non potrà più riaversene, essendo caduto in invincibile cronicismo.
Eccovi la lista degli infermi.
Io, Cristina, il figlio, il padre, lo zio, il fratello ed una delle due sorelle di lei, la donna dei parenti di essa Cristina, la donna di casa mia, e finalmente per due volte la balia del mio povero nipotino, giacché sappiate ancora che stante la malattia nervosa di Cristina si dovè prendere in casa una balia.
Il dettaglio di tutti questi guai sarebbe così lungo e intricato da impiegarci più fogli di carta.
Basti dunque il poco che ve ne ho detto, per dimostrarvi le angustie della mia casa.
Condonatemi tutti questi fastidii, ricevete i saluti di Ciro e Cristina, compiacetevi di riscontrarmi, e credetemi sempre ecc.
LETTERA 539.
AD ANTONIO CORAZZA - TERNI PER CESI
[10 marzo 1852]
C.
A.
Nello scorso giorno di domenica 7 venne il vetturale Giovanni Rosati cogli scudi quindici m.ta da voi mandatimi per conto di Pietro Roncetti e glie ne rilasciai un appunto per sua giustificazione presso di voi.
Prima però di darvene diretta notizia epistolare aspettavo io di ricevere un vostro foglio, il quale di fatti poi venne, ma non giunse prima di ieri benché scritto in data del 3.
Vi rispondo dunque oggi colle più brevi parole possibili giacché siamo qui in molta confusione per la morte di Giacomo Ferretti, suocero di mio figlio, accaduta domenica dopo lunghissima e tormentosissima infermità di undici mesi, e quasi un mese di aspra agonia.
Il genere delle frasi della vostra precedente del 12 febbraio, e specialmente l'avermi voi fra esse citato le mie precise espressioni del 25 febbraio 1850 (le quali non furono da me mai smentite) mi dovettero naturalmente portare a formar quel giudizio che voi stesso convenite di aver preveduto appena dopo impostata la vostra lettera.
Ma tuttociò non altera punto la scambievole nostra buona armonia.
Vi accludo una quietanza degli Sc.
15 pel Roncetti, dal quale, nel consegnargliela, pregovi di ritirare quel qualunque ricevuto che possiate avergli rilasciato voi quando vi consegnò egli la somma.
La minuta della quietanza pel Roncetti, qui di contro nominata, è in posiz.e unitamente colle carte del Roncetti.
Mille saluti di Ciro e Cristina e vi abbraccio di cuore
LETTERA 540.
A LUCIA VANNUZZI - TERNI
[Sabato, 13 novembre 1852]
C.
A.
e parente
Tornato ieri a sera il Sig.
Alessandro Delfini dalla sua villeggiatura di Stroncone, mi ha oggi portato e consegnato tanto la vostra gentilissima del 2 quanto gli scudi diciassette che contemporaneamente gli avevate voi dati per me (secondo il nostro concerto) procedenti dall'annata di affitto a tutto il 29 p.p.
settembre sborsata da Francesco Ligobbi affittuario del terreno Maratta.
Sono sensibile al disturbo che avete voi dovuto avere per tutto ciò, e vi rendo duplicati ringraziamenti anche pel favore di avermi inviato la somma in moneta di argento.
Debbo peraltro avvertirvi che nella somma ho trovato due baiocchi più del giusto; e l'equivoco deve esser nato dall'aver forse contato una bavarese (che vale baj: 95) per un napoleone che vale baj: 93.
Vi sono io dunque debitore di due baiocchi che non faccio la caricatura di spedirvi, ma che non mancherà qualche futura occasione per conteggiarli.
Dopo la mia ultima del 5 p.p.
ottobre accadde nella mia famiglia un avvenimento per metà prospero e per metà no.
Alle ore 4 mattutine del lunedì 11 ottobre Cristina si sgravò felicemente di due gemelle.
Nella parola felicemente consiste la parte prospera, perché due figli ad un parto sono una cosa grave per molti motivi.
Avrei dovuto parteciparvelo prima di oggi, e voleva farlo, ma lo stato vitale assai incerto delle due bambine davami gran motivo di aspettarmi che poco dopo la notizia della nascita avrei dovuta darvi l'altra della morte, e perciò io mi stava attendendo qualche risoluzione per riferirvi il tutto ad una volta.
Così poi andò avvicinandosi il tempo del ritorno del Sig.
Delfini, ed io decisi di rimetter l'avviso a questa epoca in cui era naturale che io vi annunziassi il ricevimento del vostro invio.
Le bambine furono battezzate una coi nomi di Maria Teresa, e l'altra con quelli di M.a.
Luisa.
La seconda dopo pochi giorni dalla nascita fu anche cresimata per la poca speranza che dava di vita: l'altra, che inspirava meno timori, non è stata cresimata ancora, ed ora pare essersi anche un po' riavuta.
Intanto però si vanno usando infinite cautele per fortificarle ambedue.
Né soltanto ad esse si limitano le cure, ma debbono prestarsi anche al maschio, che il giorno 25 corrente compirà 27 mesi.
Correva egli già da solo per casa, e adesso non cammina più da qualche tempo, in seguito di una infiammazione sofferta in una coscia, malattia chiamata in arte coxalgia, e che in quella età suole spesso avere assai triste conseguenza.
Figuratevi il nostro rammarico.
Cristina sta molto deperita.
Ed anche questo non è un bel conforto.
Io sempre cagionevole al solito.
A tuttociò ci si unisce il dispiacere di udir pure voi così incomodata, ed anche Chiarina.
Oh che bel mondo! Oh che delizie! Ciro è il solo a star bene, manda molti ed affettuosi saluti a voi ed alla vostra famiglia.
Altrettanto fa la buona Cristina; ed io, unendoci i miei per tutti i vostri figli ho il piacere di ripetermi ecc.
P.S.
Vedo che questa lettera difficilmente potrà partire oggi, essendosi fatto assai tardi; e probabilmente andrà colla spedizione di lunedì 15.
LETTERA 541.
AD ANTONIO CORAZZA - TERNI PER CESI
[15 novembre 1852]
C.
A.
Ebbi in corrente la vostra del 7 andante novembre, con in seno la ricevuta firmata dal Frasca il 20 aprile passato anno 1851; e va bene, e ve ne ringrazio.
Trattandosi di lieve somma non la ricuserei in moneta di rame; ma come farebbe il Roncetti a spedire in rame il peso di quindici scudi?
Cristina, di cui mi chiedete notizie, sta assai sciupatella; ed è un gran peccato, perchè è così cara! Ciro bene: Io così così.
Le due bambine scinicatissime.
La Maria Luisa più scinicata della Maria Teresa.
Eccovene i nomi in mezzo alle scinicature.
Amerei che si terminasse tra il Sig.
Eustachi e noi la vecchia pendenza legna etc.
etc.
Mille saluti.
LETTERA 542.
A GIOVANNI BATTISTA ROSANI - ROMA
[12 marzo 1853]
Monsignore Veneratissimo
Nulla mai di sì stupendo e maraviglioso, mi è incontrato nel non breve corso della mia vita quanto il vedermi ascritto in questi ultimi dì al sublime Ceto dell'Accademia di Religione Cattolica, onore massimo per qualunque ossequioso figlio della vera Chiesa di Gesù Cristo, ma per me specialmente immenso perché fuori di ogni proporzione coi mezzi d'intelletto e di dottrina che richieggonsi (e a me al tutto mancano) per corrispondere con degna opera ai santi fini del Sommo Instituto.
Da due opposte commozioni pertanto mi sono io sentito prendere a ricevere l'immeritato Diploma unito all'umanissimo foglio di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima in data del 9 corrente marzo: l'una cioè di dolce riconoscenza verso il gratuito favore, e l'altro di confusione penosissima innanzi alla perfetta conoscenza di me stesso, dalla quale mi deriva assoluta certezza del dovermi io sempre restare ozioso e inutile strumento intorno ad una macchina cotanto nobile e vasta.
E così pieno io trovomi di questo doloroso convincimento, che non avendo potuto prevenire e impedire con preghiere e con rimostranze una ammissione di cui non ebbi precedente sentore, starei or quasi per rinunciarvi se non conoscessi la turpitudine di questo passo che alla vecchia qualità mia d'ignorante verrebbe oggi ad aggiungere agli occhi de' gentili uomini pur quella nuova di malcreato.
Nulladimeno, dove a Lei, Monsignore, e a codesto rispettabile Consesso paresse non mancare qualche decente temperamento merceccui potessi io effettuare il pensier mio senza ingiuria a chi tanto generosamente mi onorò, io mi ritirerei prontamente da un nobilissimo consorzio a cui non saprei prestare alcuna lodevole cooperazione.
Come cattolico e cittadino amicissimo dell'ordine sì religioso che politico e civile, io ben so come ad ogni suddito della Chiesa e dello Stato incomba il dovere di contribuire secondo le sue forze al trionfo degli eterni principii di verità; ma al mantenimento e al restauro dello eccelso edificio chi può recar travi e colonne e chi soltanto ciottolini e bullette.
Fra gli ultimi del secondo numero mi son io, il quale appena isolatamente e senza esterni concerti ardisco a quando a quando azzardarmi ad eseguire il pochissimo che, non so come sorgemi improvviso nell'animo per ispontanee inspirazioni.
Voglia, Monsignore, essermi benigno di rappresentare queste mie sincere proteste all'Eminentissimo Presidente e all'insigne Consiglio della Veneranda Accademia, e si degni conservarmi la Sua preziosa benevolenza in ricambio del profondo ossequio con cui ho l'onore di confermarmi
Di V.S.
Ill.ma e R.ma
Di casa, 12 marzo 1853
U.mo d'mo obb.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 543.
A MONS.
VINCENZO TIZZANI
Roma, sabato 23 aprile 1853
Monsignore pregiatissimo
Fra' miei cancherini ho scritto oggi altri due cancherini di Inni, dopo quello pe' S.
Pietro e Paolo mandatovi questa mattina: questi ultimi sono per la Natività della Vergine e per gli Angeli custodi.
Ne abbiam dunque già otto, e c'è così da camminar per un pezzo, cioè 1° Ave Maris Stella, 2° Pange lingua, 3° Veni Creator Spiritus, 4° S.
Filippo, 5° S.
Luigi, 6° S.S.
Pietro e Paolo, 7° Natività di Maria Santissima, 8° Gli Angeli custodi.
Dimanda di Monsignore: E perché invece di annunziarmi gli ultimi due, non me gli ha mandati? - Risposta di Belli: Perché mi duole la testa, e il copiare rompe più il capo che non il comporre.
Almeno così accade al
Vostro servo ed amico G.
G.
Belli
LETTERA 544.
FRANCESCO SPADA - ROMA
mercoldì 4 maggio 1853
Caro Spada
Circa un dieci giorni addietro Monsignor Capalti mi dimandò lettura de' miei versi pel caso che non fossero approvati per la stampa.
Verificatosi il divieto, è egli venuto questa mattina da me per ripetermi la dimanda.
Ti prego dunque di portarmeli al più presto, volendo io soddisfare questo suo desiderio.
Sono cordialiter
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 545.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 9 giugno 1853
Figli miei cari
Sigismondo empirà probabilmente tutto il suo foglio: vi scrivo dunque due parole a parte.
Di me che potrei dirvi? mi tengo addosso un mal'umore da potersi affettar col coltello.
La mestizia di questo cielo sempre sì torbido, e il vedere come a voi poveri disgraziati non sia lecito neppure di respirare una boccata di aria pura né godere un raggio di limpido sole (beneficii ne' quali io tanto sperava) mi rinforzano i patimenti dello spirito travagliato.
Ebbene, ripetiamo la vecchia parola di conforto: speriamo, speriamo.
Eppoi uno sguardo al cielo, un altro alla terra, e rassegnazione.
Al solito così passano al mondo gli anni e la vita: soffrire e sperare.
Toccate per me la mano a Barbara e a Pio, e dimandate in mio nome alla prima se il Sig.
Conti Capo-di-ferro abbia con esso-lei preso qualche concerto circa ai fascicoletti retroattivi del dilui utilissimo almanacco, che segue egli a pubblicare per prova che il tempo già scorso è stato fedele in tutti i suoi ritorni di mesi, di settimane, di giorni e di riscontri di cielo.
Son venuti in luce l'aprile ed il maggio, ed io non ho che i soli precedenti tre mesi.
A poco veramente mi serve questa effemeride codicillare, ma pure vorrei averne meco quanta la gatta presciolosa ne saprà partorire.
Un saluto alla balia, un bacio alla pupa, un abbraccio a voi due, miei cari ed amatissimi figli.
Il vostro aff.mo padre
LETTERA 546.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 10 giugno 1853
Ciro mio e Cristina mia
Sono le 10 del mattino, ed io mi pongo qui a preparare un po' di risposta alla vostra letterina di ieri a sera, dando nello scrivere un'occhiata alla carta e un'altra al cielo, non già per cavarne inspirazioni come gli autori di fantasie, ma per cercare se vi appariscano nuvoli che minaccino di ricondurci la sperpetua di ieri o qualche cosa di simile.
E, purtroppo, nuvoli qua e là se ne vedono, e poca speranza concedono che il bel sereno col quale principiò la giornata mantengasi a favorire le vostre ricreazioni.
Figli miei cari, afferrate dunque i momenti, e pigliate quel che si può, quando il Sole faccia (come Spada) apri e serra bottega.
Sigismondo, Chiara e Gigio aggradirono infinitamente i saluti vostri e di tutta codesta comunità, né rimasero meno appagati delle vostre buone notizie, comprese quelle della pupa, la quale avrà già il suo crino.
Chiara sta meglio, e viene Melata a medicarla regolarmente.
Ho pensato che non vi riuscirebbe discaro nelle vostre refezioni un poco di buon formaggio-cavallo e di marzolina scelta, il tutto del negozio di Geremia.
Troverete l'uno e l'altra nel qui unito pacco, del peso di libre sette.
Non è venuto il vetturale Capolongo ma sì invece lo Scalandra.
Nina va a consegnare le cose a costui, e spero andrà tutto bene.
Torna ora Nina: la consegna allo Scalandra è già fatta.
La balia stia quieta.
Scrivendo io, credo che Sigismondo si astenga giacché non potrebbe egli che ripetervi le stesse mie cose.
Tutti però di casa vi salutano e teneramente vi abbracciano.
Mille baci alla pupa, nostro attuale conforto, e una stretta di mano alla balia.
Pei conjugi Barberi nulla di speciale, perché s'intendono compresi a far parte nei saluti ed abbracci per voi.
Mentre scrivo viene la Comare di Nina, e dice che di quel tale abito non vogliono dare che quindici paoli.
Se non si vuole rilasciare per tal prezzo, essa Comare lo riporterà qui.
Figli miei cari, state tranquilli ed amate il V.ro aff.mo padre.
LETTERA 547.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 11 giugno 1853
No, Ciro mio caro e Cristina mia bella, non vi angustiate sulla malinconia che mi domina, giacché ad onta del mio continuo dare in celie ed in barzellette nelle ordinarie circostanze del vivere sociale, la tristezza è poi veramente il fondo essenziale del mio carattere, mascherato con quegli esteriori segni d'ilarità, la quale nasce piuttosto dalla qualità del mio spirito che non da quella del cuore.
Che se in questi giorni ha prevaluto la indole del secondo sulla leggerezza del primo, voi non ve ne dovete cotanto rammaricare, ma sì riflettere invece che stante la mia perfetta rassegnazione ai disegni della provvidenza tutto ritornerà in me di giorno in giorno al primiero equilibrio, né poco vi contribuirà pure il saper voi tranquilli e ristorati dalle conseguenze della vostra disgrazia.
Io stesso, e pel primo, conobbi la necessità di una vostra ricreazione, e questa promossi e desiderai e volli, siccome la voglio e desidero protratta a quel più lontano termine che potrà conciliarsi colle personali faccende di quello fra voi che non dipende intieramente da sé: al quale riguardo può trovarsi pure un rimedio mediante una ben concepita lettera alla superiorità da cui dipenda l'intento.
Circa a me, non ci pensate un momento.
Io non son solo: fo vita colla buona famiglia Ferretti che mi usa riguardi delicatissimi.
Vero è bene che la mia prima lettera di giovedì 9 non poteva ed anzi doveva esser meno querimoniosa; ma quel cielo sì torbido e diluviante, in un momento in cui avevate voi due tanto bisogno di serenità, mi cavò a mal mio grado fuor della penna parole più in armonia colle intemperie dell'aria che colla temperanza da darsi ad un scritto destinato al sollievo di due poveri appassionati.
Perdonatemi, figli miei, e consoliamoci tutti scambievolmente.
Intanto io sto bene e ve ne assicuro.
Chiara va progredendo nella solita cura di quelle moleste faccende.
Oggi si toglie via l'empiastro.
Sta ella quieta-quieta come una santarella.
Vi si mandò giovedì il crino per la pupa, e crediam certo che vi sia giunto.
Così credo che abbiate ieri ricevuto la fiaschetta di cacio-cavallo e la marzolina.
Abbiamo da darvi mille saluti delle Taddei, di Mad.me Bellay, della Sig.ra Marignoli, della Sig.ra Buccella, delle sorelle Servi, e di Nina nostra (povera Nina) che chiede con istanza di esservi specialmente nominata.
Odo con immenso piacere il lento, e perciò più sicuro, miglioramento del caro Pio, al quale non meno che a Barbara sua pregovi fare i miei sinceri rallegramenti e saluti.
Desidero che la balia stia allegra; e così, oltre a lei, starà anche allegra la pupa, quella cara passeretta da nido.
Vi abbraccio e benedico di cuore
Il V.o aff.mo padre
LETTERA 548.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 13 giugno 1853
alle ore 9 3/4 antimeridiane
Ciro mio caro
Tutto il pacco delle lettere di ieri (12) è giunto un quarto d'ora fa.
Il pessimo tempo di ieri può spiegare il ritardo.
Hai tu dunque intenzione di ritornare a Roma giovedì prossimo? Rispetto i tuoi onesti motivi; ma su questo proposito credo di aggiungere a quanto dissi nella mia di sabato 11 che se mai stimassi tu utile una personale mia visita a qualcuno de' Superiori del tribunale per acquistarti un poco più di permesso di assenza (quando ciò ti piaccia), basterebbe un tuo cenno perché ciò fosse da me prontamente eseguito.
Intanto, dicendomi tu nella tua lettera che il ritorno per parte tua sarà giovedì, sembrami poterne dedurre che dunque in quanto a Cristina è in moto qualche progetto di protrarre la sua dimora in Frascati un poco più a lungo.
Questa cosa mi darebbe molta consolazione, anche a mal grado del piacere di riavere questa cara figlia con me.
E perché infatti non rimanere, avendo costì una compagnia sì amorosa e fidata, e sperimentandosi buoni effetti per lei dal beneficio dell'aria? Tu poi, ne' momenti liberi potresti correre a visitarla, e...
Ma che sto qui ciarlando? Di questi discorsi già fra voi quattro ne avrete fatti a carra e barconi.
Sia ringraziato Iddio del color di rosa della pupa: sia ringranato Iddio del miglioramento di Pio, e del buono stato di Barbara, di quello della balia, e di tutto: sia ringraziato Iddio.
La lettera alla Sig.ra Angelini è già stata mandata, con mia nota all'esterno circa al ritardato suo arrivo.
Caneva viene assiduamente.
Voleva, è vero, venirvi a trovare, ma il mal tempo gli ha sconvolti tutti i suoi disegni e di viaggio e di lavori.
Vi sarebbe da darvi saluti di mille persone, ma chi le ricorda? Per esempio casa Delfini, la Sig.ra Di-Pietro-Serafini, Erminia Spada etc.
etc.
Ne faremo poi un sacco da vuotarsi insieme quando saremo tutti riuniti in famiglia.
I Sig.ri Barberi vengono impreteribilmente mattina e sera, né v'ha diluvio che li trattenga.
Ti abbraccio e benedico teneramente
Il tuo aff.mo padre
Mia buona Cristina
Avrai letto che cosa ho detto a Ciro intorno ad una tua più lunga dimora in Frascati.
Persuaditi, figlia mia, che ciò sarebbe utile a te, e in te a noi tutti che tanto ti amiamo.
Chiara segue a star meglio, ed ora si medica una sola volta per giorno.
Qualunque desiderio tu abbia e per te e pei Barberi, scrivimi e sarai appagata.
Addio, figlia mia cara, fa' di star sana e di conservarti alla tua figlia, al tuo Ciro, alla tua famiglia, ed a me
Tuo più padre che suocero
G.G.
Belli
LETTERA 549.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldi 15 giugno 1853
alle ore 9 antimeridiane
Ciro mio caro
Eccomi a dichiararti meglio l'imbroglio.
La tua lettera di lunedì 13, contenente in seno il foglio diretto al Sig.
Avv.
Laurenti, mi fu dai vetturini portata jeri a sera ad un'ora di notte insieme colla posteriore di ieri stesso, scrittami da Cristina e da te.
Avendo io aperta, delle due, quella più piena, che appunto era quella colla inserzione, appena n'ebbi esaminato la data mi arrabbiai della negligenza de' vetturini, per la cui colpa io riceveva una premurosa lettera in un tempo nel quale avresti tu già dovuto averne in mano il riscontro.
Intanto, così arrabbiato, invece di disigillar l'altra lettera ruppi spensieratamente il sigillo di quella diretta al Laurenti, e me ne crebbe la stizza.
Allora presi tosto il mio partito.
Mi vestii subito e corsi al tribunale: vi trovai l'Avvocato, gli consegnai la lettera narrandogli tutto l'accaduto, ed egli me ne fece subito la risposta.
Uscito dal tribunale voleva io andarmene difilato all'albergo delle vetture, ma sotto un lampione mi avvidi che l'Avv.
non aveva apposto alla lettera né indirizzo né sigillo, cosa naturale ma che io non avea prima avvertita.
Tornai dunque a casa, vi feci un poscritto, e così per mezzo di Adamo fu spedita all'albergo, perché almeno, invece di ieri a sera, ti potesse giungere questa mattina.
La presente poi l'avrai questa sera, e saran così le cose rimediate alla meglio che si poteva.
Tanto l'Avvocato quanto il Sig.
Mazza che stava lì facendo le tue veci, ti salutano affettuosamente e ti dicono di non prenderti nessuna pena circa all'uficio.
Valuto i delicati motivi che inducono te e la buona tua moglie a lasciar luogo ad altri etc., ma siccome questi altri indicano la nostra Chiara, sappiate entrambi che Maggiorani non le permette di partire finché il tempo non sia a ciò sicuramente propizio.
Caneva era presente all'apertura delle lettere.
Egli verrà a Frascati o questa sera o dimani.
Di salute non istiamo noi male, e Chiara seguita a progredire co' suoi foruncoli in meglio.
Ho a dare i saluti della Sig.ra Marignoli, della Sig.ra Pasini, di Casa Belli, del Sig.
Casamonte, oltre gl'infiniti di questa nostra famiglia per Cristina, per te, per Barbara, per Pio, per la balia, ma per la pupa no, perché a quella soltanto baci, e di questi moltissimi.
Ti abbraccio e benedico teneramente
Il tuo aff.mo padre
Cristina mia
Ringraziamo Iddio pel dente della pupa, e più pel non veloce sviluppo intellettuale, e su ciò basti.
È vero, figlia mia: da Cini non sono mai andato, benché ogni giorno ne abbia fatto proposito.
Ma io voleva andarci di sera per varii giusti motivi.
Ebbene, o la Marignoli, o il diluvio o il freddo me ne hanno poi ogni sera distolto.
Ieri a sera aveva propriamente risoluto di far tale visita; ma il freddo rincalzò anche più della sera innanzi nella quale io ne sentii molto urto al petto tornando dalla Marignoli a casa.
Fu però grazia di Dio che ne dimettessi il pensiero, giacché se non mi fossi trovato qui allorché giunsero le vostre lettere di Frascati, l'impiccio relativo all'Avv.
Laurenti sarebbesi complicato anche di più, e non avrei potuto eseguire ciò che pur mi riuscì di fare.
Mi lusingo che la risposta del Sig.
Laurenti sia giunta a Ciro questa mattina.
In una delle mie lettere precedenti ti domandai che cosa volevi tu risolvere circa a un certo tuo abito, del quale disse la Comare di Nina non avere avuto maggiore offerta che di quindici paoli.
Nel passare ieri a sera dalla Rotonda trovai che stavasi demolendo la casa di cantone, e venivan giù nuvoli di calcinaccio.
Si sta nella Chiesa del Gesù eseguendo un nuovo lavoro.
Le parti laterali dell'abside dell'altar maggiore son di belle pietre ed incassi riquadrati.
In ognuno di questi incassi mettono una cornice di metallo dorato, di brillantissimo effetto, che toglie via quel nudo e freddo che prima vi si trovava.
Erasi qui principiato a parlare di un trasudamento di sangue manifestatosi sopra un volto-santo esistente presso le monache della Principessa Volkonski.
Il Cardinal Vicario mandò a suggellare la sacra immagine; e fattesi poi sopra eseguire delle minute e prudenti verificazioni, la faccenda è finita coll'invio alle Scalette d'una mezza monachella che avea finto il prodigio mediante il sangue di un piccione.
Questa mezza-monachella, che simulava la profetessa, era stata negli scorsi anni una garibaldina, e la buona Principessa la teneva per Santa.
Oh nostra povera religione! Strapazzata dai cattivi e dai buoni!
Persuaso che ti avrebbe fatto piacere, ho qui interrotto la lettera e sono andato da Cini.
Ne torno adesso, ore 10, 3/4.
Il povero Lello sta come tu lo lasciasti e forse un po' peggio.
Fa pena il vederlo in quel letto, verde, giallo, gonfio e fasciato! Sì egli che Nina salutano te e Ciro con calde parole.
Figlia mia, abbraccia per me Pio e Barbara, saluta la balia e da' mille baci alla pupa.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 550.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 17 giugno 1853
Ore 9 antimeridiane
Mio caro Ciro
Mi recò ieri a sera il Sig.
Caneva la tua lettera, ed essendo presenti i Sig.ri Barberi feci loro l'ambasciata di Pio, alla quale si posero a ridere, ed io dissi fra me pasticcetti.
Udii dallo stesso Caneva che il fango lasciato dal diluvio della sera di mercoldì 15 non vi permise ieri neppure di metter piede fuori di casa, perchè avreste dovuto fare come la colomba di Noè, seppure non volevate imitare il corvo.
Son persuaso che, quando ritornerete, farete il viaggio nelle ore pomeridiane, molto più comodo per la pupa e per le faccende del bagaglietto.
Ma questa idea deve esser già venuta in mente anche a voi altri.
Desidero poi che da voi si noleggi tutto l'interno della vettura, perchè stiate più comodi e non abbiate soggezione di sconosciuti.
Jeri a sera vennero a visitarmi Virginia Pfiffer col marito, il Sig.
Desiderio Boguet e Pippo Ricci.
Tutti m'incaricarono di saluti per Cristina e per te.
Consegnai a Sigismondo la fede di sopravvivenza di Barbara, e passai i saluti a lui, a Chiara, a Gigi, a Nina, a Nanna e ad Adamo.
Buon'uomo questo Adamo! Ti abbraccio, Ciro mio, e ti benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
Cristina mia cara
Nina passerà dalla Comare e le dirà dunque che sino a diciotto paoli rilasci il tuo abito: altrimenti no.
Andò essa ieri dal calzolaio, il quale rispose che già da tre o quattro giorni eran fatte tanto le scarpe della balia quanto le scarpette della pupa, e che dentro la giornata di oggi avrebbe portato tutto giacché allora le teneva fuori di bottega, e perciò non potea darle.
Ci credi tu? Io dico che non le ha ancora tagliate.
Sono le solite porcherie dei nostri artigiani.
E poi si lamentano della sorte! Si recò Nina anche all'albergo di San Vito.
Non v'era alcun vetturale di quel paese.
Ci si tornerà.
Feci a Chiara la tua richiesta del libro sulla Passione ed ella mi rispose che te lo avrebbe spedito.
Gigi lunedì ha gli esami, e sta molto occupato, tanto più che ne fu prevenuto da soli tre giorni addietro.
Ha partorito la Mar.sa Bandini, e mi pare mi dicessero abbia fatto una femina.
Le cose sono andate bene.
Di balia non si è fatta parola.
Ne avran presa un'altra.
Il fatto del finto miracolo del volto-santo è anche più turpe di quanto ti partecipai.
Me lo ha detto Pietruccio Angelini che lo ha saputo dall'Abate Tarnassi segretario del Vicariato.
Le macchie non furono di sangue di piccione, come per Roma si divulgò a motivo forse di minore indecenza, ma di sangue molto più sozzo.
Lo scopo dell'impostura è complicato e lo udirai al tuo ritorno.
Intanto la bella e giovane Signorina (di nome Teta, e cognita bene ai Carabinieri) dalle Scalette, ove tentò un consimile miracolo sopra un altro Nazareno, è stata condotta alle carceri nuove, e lì aspetterà il suo destino.
Fanno dire al Prof.
Calandrelli (chi sa se lo ha neppure sognato!) che di questo pessimo tempo n'avremo sino al dì 25, per ragioni d'una certa cometa.
Io, per me, credo che la causa abbia a riconoscersi nella pervicacia del vento, e non già nel corso degli astri.
Di' per me mille parole affettuose a Barbara e a Pio, da' infiniti baci alla pupa quando non istà a spasso sotto la tavola, e credimi sempre il tuo
Aff.mo Papà
LETTERA 551.
A CRISTINA E CIRO BELLI - FRASCATI
Sabato 18 giugno 1853, ore 10 antimerid.
Ecco le scarpe, miei cari figli.
Ad occhio quelle della pupa mi paiono un poco lunghette: spero però d'ingannarmi.
Ho pagato il calzolaio con uno scudo fra tutto.
C'è il patto di rendere indietro quel che non vada bene.
Ho i saluti della Marignoli, la cui sorella puerpera sta bene, come anche la bambina.
Saluti dalla zia monaca Leonarda, visitata a preghiera di Chiara dal Sig.
Pinelli.
Saluti della Con.ssa Donadio etc.
etc.
Ieri a mattina ricomparve lo Spada: io però stava a messa, e nol vidi.
Alla sera venne Biagini a chieder notizie di tutti voi.
Sulla loggia ove sogliono stendere i panni Annamaria e la carbonaia hanno ieri a notte rubato tutto intiero un bucatone di biancheria appartenente a varie poste della d.a carbonaia.
Del nostro nulla vi era, e nulla perciò è andato perduto, fuorché uno di quei cuscinetti trapuntati coi quali tengonsi in braccio creature.
Pochissimo danno.
Nella passata settimana ci avrebbero i ladri ben conciati, perché vi avevamo panni tanti che di lavatura importarono Sc.
1:18 1/2.
Circa a ladri sono in questi ultimi giorni accaduti diversi fatti, di cui parleremo a voce.
Al Gesù vannosi progettando altri sontuosi lavori.
Si vuol ridurre a marmi tutta la navata principale, che ora è a semplice muro.
Ho sospeso la lettera per aspettar Nina, andata all'albergo di San Vito.
Ritornata mi dice esser venuti tanto lo Scalandra quanto il Capolongo.
Col primo non ha potuto parlare, benché l'abbia aspettato un'ora e un quarto.
Ha parlato però col secondo, cioè col Capolongo, il quale ha dato eccellenti notizie della famiglia della balia, aggiungendo che sul resto si stia pur tranquilli perché non è possibile che lo Scalandra non abbia il tutto puntualmente consegnato a Pietro Cinti quel che gli fu qui dato a portargli.
Saluto amichevolmente Barbara, Pio e la balia: do mille baci a Teresa: abbraccio, figli miei, e benedico voi due
Il V.o aff.mo padre
LETTERA 552.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Roma, domenica 19 giugno 1853
ore 10 antimeridiane
Ciro mio.
In questo punto, mentre sto scrivendo la data del presente foglio per rispondere alla tua di ieri mattina (giuntami ieri a sera), ecco ricapitarmisi l'altra tua lettera pure di ieri e da te vergata alle 8 pomeridiane.
Apertala appena ho spedito Nina all'albergo coll'acclusa della balia pel marito, nella speranza che possa tuttora essere in Roma qualche vetturale di S.
Vito.
Intanto che Nina va io scrivo: tornerò su questo proposito al suo ritorno.
Del vostro temporale di ieri ebbi molto sospetto, avendo io veduto intenebrarsi densamente l'atmosfera da codesta parte, non che udito varii tuoni lontani.
Qui fu una passata d'acqua per men di mezz'ora.
Intanto stava io riflettendo: se quelli poveretti stessero ora facendo una gita, come si troverebbero! Venne poi la tua lettera dov'era indicato il progetto di Monte Porzio, ed io lì allora a pensare se il progetto avesse poi o no avuto effetto, e se il temporale vi fosse o no stato, e se vi avesse o non vi avesse colpiti, e via discorrendo.
Infine la lettera arrivata adesso mi schiarisce la faccenda del temporale ma non quella del viaggio.
Basta, speriamo che sia andata bene.
Ecco Nina di ritorno.
Ha essa consegnato la lettera della balia nelle proprie mani dello Scalandra, ed ha con lui lungamente parlato.
In breve, egli assicura di aver già al suo tempo il tutto consegnato al Cinti, cioè danari, sediola, formaggio e lettera, ed avergli inculcato di rispondere alla moglie e si meraviglia e si duole come colui non abbia ciò sino ad ora eseguito, mentre da motivi di salute non può essere derivata la negligenza, stando tutta quella famiglia Cinti ottimamente, come assicura anche un ragazzotto che trovavasi presso allo Scalandra mentre parlava con Nina.
Il ripetuto Scalandra parte or'ora, cioè a mezzogiorno.
Bisogna dire che Bassanelli non abbia mai ricevuto una lettera inviatagli da Sigismondo per la posta, appena, accaduta la nostra comune disgrazia.
La lettera di Pio a Biagini è stata mandata al destino dall'Avv.
Barberi che si trovò presente all'arrivo di essa in seno alla tua.
Ieri prese possesso della sua nuova carica di Governatore Monsignor Matteucci, in treno di gala e scortato da uno squadrone di carabinieri a cavallo in grande uniforme.
Andò così dal Papa, dal Seg.rio di Stato e dal Card.
Decano.
Oggi avrete avuto baccano alla locanda vicina a voi altri.
La famiglia Quarti in comitiva di quaranta persone.
Ce lo disse ieri a sera l'Avv.
Barberi.
Vivano i denti della pupa e vengano pure, a condizione che non la faccian soffrire.
Ringraziamo Iddio del continuo miglioramento di Pio, che ci saluterai con Barbara, a nome di tutti.
Chiara si soffre i suoi foruncoli con molta disinvoltura.
Meglio così, povera ragazza, ma la è una gran noia.
Ieri al giorno venne Marietta Ricci, e lasciò i saluti per tutti voi, non certamente esclusa Matilde.
Aspettiamo dunque ansiosamente Cristina e te verso la sera del prossimo martedì 21, seppure il tempo non fosse troppo orribile pericolo non tanto vano in questa perversa stagione.
Sigismondo, Chiara, Gigi, Nanna, Adamo, Nina, Geremia ed Annunziata m'incaricano di salutarvi in massa ed io abbraccio te e la nostra Cristina.
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 553.
A FILIPPO BABOCCI - TERNI
[20 luglio 1853]
Duolmi assai, caro Babocci, di averti obbligato al fastidio dello scrivermi nel tuo neppure pieno stato di convalescenza dopo una fiera malattia.
Perdonami: ma io, che nulla sapea del tuo male, attribuiva (lo confesso) il tuo silenzio a un po' di pigrizia.
Vengonmi dunque due dispiaceri dalla tua lettera del 17: l'uno cioè per la infermità tua, la quale però, grazie a Dio, volge al suo termine: l'altro per quella della povera Vannuzzi, che mi pare caso ben più serio, e neppure so precisamente quale specie di morbo la travagli.
Rispondesti bene a quel Signore che a te si diresse per lo acquisto in globo dei beni di Ciro in codeste parti.
Un progetto di compera e vendita fu realmente imbastito con altra persona che bramando acquistare la roba di Cesi e S.
Gemine, acconsentiva di prendere anche il terreno Maratta di Terni.
Tuttociò rimonta all'epoca in cui fra te e me passò un carteggio su questa faccenda.
Rimasero poi le cose sospese, né io crederei delicato procedere il volgermi oggi d'improvviso ad altro acquirente per le terre di Cesi e S.
Gemine, giacché in quanto al terreno Maratta potrei pur venderlo anche staccato a diversa persona.
Tuttociò puoi ora soggiungere al Signore che ti parlò.
La mia famiglia ti ringrazia de' tuoi saluti, te ne rende altrettanti, e vi unisce il desiderio vivissimo della tua perfetta e sollecita guarigione.
Sono ecc.
LETTERA 554.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FIRENZE
Di Roma, lunedì 24 ottobre 1853 ore 11 antimerid.
Miei carissimi figli
Nello scorso sabato 22 poco io sperava di ricevere vostre notizie, giacché io so bene per esperienza che nei viaggi non si può troppo contare sulle esattezze degli orarii di percorrenza e di arrivo.
Di ciò mi ha vieppiù persuaso la desideratissima vostra del 21 dalla quale apprendo essere il vostro arrivo a Firenze accaduto con un ritardo di quasi dodici ore oltre quello che potevasi credere secondo i conti che vi fece Miniato.
Ma insomma siete pur giunti e senza disgrazie, e ne sia lode a Dio; né forse è stato gran male il dovere a Siena attendere il secondo convoglio, avendo così potuto veder Cini, il cui stato è veramente deplorabile.
Non avrei creduto che la famiglia Biagini si trovasse tuttora costì, perché Miniato avea detto esser sul punto di fare un giro per le principali città della Toscana.
Ma va bene così: gli avete almeno veduti, e potrete render loro i saluti miei con quelli della casa Ferretti.
Chiara specialmente spera di vedere il giornale del viaggio di Luisa.
Passiamo al capitolo della salute.
Io me la tiro via discretamente, non essendo altro il mio incomoduccio che una delle solite gnagnere reumatiche, da cui non ho avuto neppur l'ombra di febbre.
Mi sono un po' riguardato per tre o quattro giorni, e non è stato altro.
La pupa sta vispa come una passeretta; e qualche volta, ben circondata da pronte braccia, fa due o tre passetti sola-sola o in terra o su qualche tavola; e ne farebbe forse anche più se non fosse ne' suoi movimenti così subitanea.
Ha già bene scoperto il suo sesto dentino, che anzi è un dentone, largo come una paletta: va a spasso con frequenza, perché il tempo lo permette, e ne gode moltissimo: la sciolta poco assai la molesta, né Maggiorani ci ha mai nulla trovato di criminale, dicendo egli anzi che durante la dentizione una moderata diarrea preserva i bambini da locali infiammazioni.
Maggiorani è ancora alla vigna, ma quanto prima ne vuol ritornare.
L'ultima volta che qui venne, in adempimento della promessa che vi aveva fatta, m'incaricò di farvi i suoi saluti.
Credo che la Famiglia Ferretti aggiungerà qui appresso qualche parola: perciò i saluti di essa non ve li faccio.
Vi dò bensì quelli delle nostre donne di casa, Nina cioè, Pasqua e la balia, le quali tutte e tre si conducono benissimo, innamoratissime egualmente della carissima Teresuccia.
La famiglia Massani, desiderosa di vostre notizie, le avrà subito in oggi.
Divertitevi, figli miei, più che potete, ed amate sempre quanto vi ama
Il V.o aff.mo padre
LETTERA 555.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FIRENZE
Di Roma, giovedì 27 ottobre 1853
ore 10 1/2 antimeridiane
Figli miei cari
Ricevo in questo punto la graditissima vostra seconda lettera, quella cioè del 25.
Alla precedente del 21, giuntami il lunedì 24, io risposi nel giorno medesimo dell'arrivo, dimodoché avete contato benissimo che il mio riscontro dovesse arrivarvi il 26, ossia ieri, giorno posteriore a quello della data del vostro ultimo foglio.
Nella suddetta mia lettera (non credo di aver fatto male) io segnai l'indirizzo all'Albergo del Giglio in Via Calzaioli, persuadendomi che in Firenze usino i portalettere come a Roma.
In tutti i modi però abbiamo qui in famiglia conchiuso che o avreste la lettera al domicilio o la trovereste alla posta.
La famiglia Massani, che molto aggradì i vostri primi saluti e ve ne rende altrettanti, avrà in oggi partecipazione di quanto per essa mi dite.
Non istate in alcuna pena per Teresa.
Ella sta bene, vivace, allegra ed accenna sempre più al voler presto andar sola.
Oggetto carissimo della vigilanza e della cura di tutti, potete pur credere che a questo riguardo è come se foste voi qui.
Mi pare, figli miei, che il ripartir vostro di Firenze appena dopo il sabato 29 sia un po' troppo sollecito.
La città è bella, il tempo è buono: dunque godetene un poco più.
Del resto poi regolatevi come vi pare.
A me va sempre bene.
Io me la passo benino; ed il buon tempo, che abbiamo anche qui mi ha molto giovato.
Ieri vidi Pippo Ricci che vi saluta.
La sua famiglia sta bene.
Se oggi vado da Domenico (il cuoco Meranghini) a portargli il semestre di giubilazione scaduto in questo medesimo giorno, conto di salire in casa Ricci-Capalti.
La Welisareff sta bene.
La visitarono lunedì Nina e la balia, e la trovarono poi per Roma nel Martedì susseguente.
Saluti anche di quella, e di Miniato e di Spada.
Anticipo qui due avvertenze.
Non essendo prevenuta la Vannuzzi del vostro arrivo a Terni (quandunque esso accadrà), è bene che smontiate alla locanda, e vi regoliate poi a seconda delle circostanze.
Questa è una: l'altra è che vediate Babocci, e gli chiediate come va la faccenda delle tasse sul terreno Maratta, non avendomene egli più scritto.
Ah se si trovasse a vendere quel benedetto terreno!
Chiara ringrazia, e dice che starà a vedere ciò che le porti Luisa.
Tanto essa quanto il buon Gigi, e Sigismondo e i coniugi Barberi (che vanno venendo al solito) dicono ad entrambi voi mille cose affettuosissime.
Maggiorani venne ieri a trovarci, perché non tornava a dormire alla vigna, essendo stato chiamato per un consulto in casa Barberini.
Il Principe ha avuto una brutta febbre di 48 ore, con sintomi di sopore.
Ma se n'è riavuto malgrado i suoi 82 anni, come mi è stato detto da altri.
Credesi che sarà faccenda da chinino.
Sospendendo la lettera, mi è riuscito prima d'impostarla di fare la vostra ambasciata alla famiglia Massani, e rendervene ringraziamenti e saluti infiniti.
Tutti di quella Casa trovansi nello stato medesimo in cui erano quando li lasciaste alla vigilia della vostra partenza.
Oggi abbiamo tombola a piazza Navona; ma del volatore Sig.
Piana non se ne parla più.
Forse sarà volato in qualche altra maniera.
Divertitevi, divertitevi, divertitevi.
Vedete tutto, andate per tutto.
In questa intelligenza vi abbraccio entrambi e benedico: amen.
Il vostro aff.mo padre.
LETTERA 556.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, sabato 29 ottobre 1853
ore 2 pomeridiane
Ciro mio
È venuto Pio con una tua lettera a lui diretta il 26.
Sull'esterno marchio postale di Firenze si legge 26 ottobre 1853 dopo la partenza.
Bisogna dire che tu l'impostasti un po' tardi, e perciò fu spedita di costì il 27 ed è arrivata qui oggi.
Godo sentire esserti giunta la prima mia del 27, e spero che oggi tu abbia pure la seconda che ti mandai il 27.
Ieri, avendo io mosso al Massani il discorso sul lasciapassare, mi rispose che facilmente si aderirà alla già fattane richiesta; ma vuole il Ministero di finanza conoscere in antecedenza con qual mezzo di vettura entrerà in Roma il viaggiatore, se cioè 1° col corriere, o 2° con un proprio legno in posta, o 3° colla Diligenza, o finalmente 4° in una carrozza da nolo o vogliam dire vettura ordinaria.
Io esclusi subito i primi due mezzi, il secondo de' quali in riguardo al lasciapassare è sempre il più utile, perché senz'altro si va subito a casa.
Restano dunque in forse gli altri due modi, vale a dire quello della diligenza e quello della vettura.
Circa alla diligenza questa soffre la visita del doganiere (e credo certamente nel Palazzo di finanza), ma il bagaglio di chi abbia il lasciapassare non è visitato.
Per la vettura poi, la stessa faccenda accade alla porta della città, e non si suppone che al nominato nel lasciapassare appartenga tutto il carico del legno, se vi sono altri forastieri di conserva.
Venendo ora al nostro caso pratico io non credo che voi due potrete venire da Terni a Roma in diligenza, poiché combinandosi a quell'epoca l'affluenza di tutti i concorrenti a Roma o per ritorno o per altro motivo, Terni, che può quasi dirsi l'ultima città di transito, vede passare la Diligenza sempre piena o al più al più con un sol posto vacante, laddove a voi ne abbisognano due e il trovarli vuoti sarebbe quasi un miracolo.
Ma qui intanto non si dà il lasciapassare se non si dichiara con quale specie di trasporto si arrivi.
Dunque, nel dubbio che troviate posti in Diligenza, che cosa qui si dichiara? Perciò io direi, per meglio andare al sicuro, che pel breve residuo del viaggio da Terni a Roma vi contentaste, figli miei, di venire in vettura, e ciò dichiarare al Ministero della finanza.
Ho sollecitato a parlarti di ciò per non perder tempo, sapendo io bene quanto sien lenti i romani impiegati, e non solo lenti ma arche imbroglioni, la quale lor qualità non mi tiene assai quieto sull'andar bene questa faccenda del lasciapassare.
Rispondimi su tal particolare al più presto che siati possibile.
Questa mia ti deve arrivare lunedì 31, un giorno dunque (e più) innanzi alla tua partenza di Firenze, dove son contento che abbiate passato qualche altro giorno.
La pupa è tornata adesso lieta e contenta dalla passeggiata fatta con Nina e la balia.
Saluti e buone nuove da tutti a te ed a Cristinella che abbraccerai di cuore pel
tuo aff.mo padre
A Perugia stateci non tanto poco.
C'è da vedere: e visitate Assisi.
LETTERA 557.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, lunedì 31 ottobre 1853
Mio carissimo Ciro
Giunto Biagini sabato a porta del popolo sulle ore 9 pomeridiane, e in casa alle 10 1/2, venne ieri a sera a portarmi da tua parte un esemplare della Cantica del Fava, senza però ricordarsi a chi sia destinata.
Chiara crede al Massani.
Questi in oggi l'avrà; e se non è per lui la riprenderò aspettandone da te indicazioni.
Oggi tu devi ricevere la mia del 29, dove ti parlai non brevemente del lasciapassare.
Intanto ti diriggo questa, ferma in posta a Perugia, carica de' miei saluti pei Micheletti e per gli altri amici che abbiamo in quella città.
Ho ricevuto il tuo foglio del 29, che mi dà notizia del viaggio fatto da te e dalla Cristina nostra a Pisa, a Lucca e a Livorno.
Bei luoghi! Sono contento che li abbiate veduti.
La cara Teresuccia ha spuntato (sulla mascella inferiore) il settimo dente, e sta lì lì per cavar fuori anche l'ottavo.
Per questo sviluppo le torna di tratto in tratto un po' di sciolta, cosa naturalissima, ma di cui però non si dà essa per intesa, tanto è vispa e allegroccia.
State dunque tranquilli.
Zio Sigismondo, Chiara, Gigi, Nina, Matilde, Pasqua, Nanna, Adamo, Marietta Ricci, Mariannina Angelini, Nannetta Welisareff e Pacifico Interlenghi, mi hanno data ciascuno commissione di mille saluti.
Io ve li mando tutti in un sacco: voi fra voi altri ve li dividerete.
Sabato il Piana ritentò il volo.
Niente affatto: il pallone nol poté alzare.
E intanto spese, e per Roma borbottamenti.
Finisce che vola di notte col suo pallone sopra le spalle.
Mi ha raccontato Biagini la storia delle mie litanie.
Quel mezzo francescone di diritti postali gli è proprio rimasto nel gozzo.
E infatti! Bravo il fiorentino speziale Sig.
Carlo Agresti!
Abbiamo ieri avuto la beatificazione del Ven.
Bobòla della Compagnia di Gesù.
E tre in poco tempo.
Abbraccio di cuore e te e la tua cara Cristinella, firmata anch'essa appiè della tua letterina, e mi ripeto affettuosamente di entrambi
Il tenerissimo padre
LETTERA 558.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, giovedì 3 novembre 1853
Ciro mio
Sabato 29 ottobre ti diressi a Firenze (col solito ricapito) una lettera, che dovea giungerti nel lunedì 31, e così eri tu in tempo di riscontrarla prima di partire da quella città dove dicesti di trattenerti a tutto il martedì p.mo novembre.
In essa lettera ti partecipai da parte di Massani alcune dimande fattegli dal Ministero di Finanza circa al lasciapassare che si voleva concedere soltanto dopo saputo con qual genere di vettura giungereste a Roma.
Su tuttociò io ti feci in quella mia lettera un lungo sproloquio, e ne aspettavo risposta.
Il fatto è però che né ieri (come poteva arrivare) e neppure oggi ho veduto niente.
Nel lunedì 31 poi risposi all'ultima tua fiorentina, e spedii la mia lettera a Perugia ferma in posta, affinché lì ti aspettasse.
La pupa ha spuntato l'ottavo dente, e pare che non dovrebbe esserne molto lontano qualcun'altro, perché la ciumachella va mettendosi lateralmente le mani in bocca.
Come ti dissi nella mia precedente, se l'è riaffacciato un poco di sciolta; ma ciò non è nulla, ed anzi sarebbe stata maraviglia il contrario in cosiffatta frequenza di dentizione.
Essa però non se piglia: sta allegra e va a spasso la mattina con suo molto diletto.
State tranquilli su tutto.
Giunto a questo passo della mia lettera, mi son veduto arrivare il Sig.
Augusto Garofolini che veniva direttamente dal Ministero di Finanza a portarmi il desiderato lasciapassare senza visita e senza accompagno, e senza veruna indicazione di qualità di vettura.
Io dunque farò così.
Appena saprò da te, presso a poco, l'epoca in cui giungerai a Terni, te lo spedirò colà per la posta, e tu te lo riporterai a Roma in saccoccia per mostrarlo o alla porta se verrai in una vettura ordinaria, o alla doganella del palazzo Madama se verrai in Diligenza.
Questo secondo caso però mi pare difficile, perché in questo tempo le Diligenze che passano da Terni per Roma sono ordinariamente piene come uova fresche.
A malgrado dell'eccezione che leggerai nel lasciapassare intorno agli altri viaggiatori esistenti nella ordinaria vettura e non compresi nel privilegio di libero transito, dice il Signor Garofolini che tu potrai dichiarare essere tutti tuoi i bagagli del carico, e così favorire i compagni di viaggio.
Non so io peraltro se la faccenda sia regolare, e se i doganieri se la beveranno, tantoppiù poi se il legno apparisca assai carico.
Basta, ti regolerai con prudenza e a seconda delle occasioni.
Tutti gl'individui delle due nostre famiglie, e tutti gli amici che si vanno vedendo, dicono a te ed a Cristinella nostra mille parole amichevoli.
E tu di' a Cristinella da mia parte che la presente mia lettera la consideri Ella come da me scritta anche a Lei, non facendo io fra voi differenza veruna.
La mia salute non va malaccio, e me ne contento.
A proposito: per varie ragioni tuttociò che si dovrà qui in casa eseguire in mettitura di tendine, tappeto etc., non potrà essere in ordine prima della sera del sabato 12; dimodoché non venite prima di quell'epoca se volete trovare le cose compite.
State allegri, divertitevi, figli miei, quanto il tempo ve lo permette, ed amate il
V.ro aff.mo padre
I miei saluti ai Micheletti, ai Bianchi, ai Monaldi etc.
etc.
LETTERA 559.
A CIRO E CRISTINA BELLI - PERUGIA
Di Roma, lunedì 7 novembre 1853, 11 antimeridiane
Miei carissimi figli
Te Deum laudamus! Gloria in excelsis Deo! Benedictus Dominus Deus Israel! Mezz'ora fa mi son giunte le vostre lettere, dopo tanti giorni che (senza vostra colpa) non vedeva io più niente.
La prima di esse è quella fiorentina del 1° corrente, ma spedita di colà non prima del 5 come apparisce dal bollo postale di partenza: la seconda è la perugina del 4, spedita di colà il 5, come pure rilevasi da quel bollo postale.
Intanto io, nelle dubbiezze nate dalle negligenze postali, sotto il giorno 5 vi diressi a Terni tanto una mia lettera quanto separatamente il lasciapassare, entrambi le cose franche e ferme in posta, affinché al vostro arrivo colà le poteste trovare.
Ora mi dite che arriverete in Terni presso a poco il giorno 11.
Va bene, ma non sapendo io se questi giorni intermedii li passerete tutti a Perugia, ovvero ne consumerete una parte pei luoghi lungo la via, per pormi al sicuro vi scrivo oggi due lettere, una cioè a Perugia e un'altra a Terni, dove arrivando ne rinverrete dunque tre.
La pupa, che sta meglio del piccolo accesso di sciolta novamente venutole per l'accelerata dentizione, sta sempre vivace ed allegra, e va facendo varii passetti senza appoggio ma fra vigili cautele.
Fa fare la ninna alla pupazza, e si diverte assai col buttarmi per aria il zucchetto.
Tutti qui nelle due famiglie stan bene, e singolarmente uno per uno diconvi mille cose affettuose dopo avere udita da me lettura de' vostri due contemporanei fogli.
Le ambasciate alle famiglie Massani e Barberi saran fatte dentro la giornata.
Dicovi frattanto che Pio rispose in corrente a Ciro ringraziandolo e rinunziando ad ogni acquisto di libri.
Più volte la famiglia Ferretti si è recata a Monte Mario per visitarvi Peppe Delfini, il quale, se non meglio-meglio, non istà neppure peggio di quando si condusse lassù.
Il suo male è grave, ma il caso non sembra disperato.
Ieri con solenne processione fu ricondotto il SS.mo Crocifisso da S.
Carlo al Corso alla sua nuova Cappella in Campo-vaccino, dove il Papa lo aspettò e poi predicò al popolo dalla scala di S.
Giuseppe de' falegnami.
D.
Carlo Bonaparte ha venduto in Parigi a D.
Alessandro Torlonia il suo palazzo di Roma e la sua interessenza nelle ferriere per 70,000 scudi, ed oltracciò il principato di Canino per scudi 450,000.
Circa il titolo poi di esso principato, che da Torlonia gli si voleva lasciare, il Bonaparte volle assolutamente venderglielo insieme colle possidenze, chiedendo che si esprimesse nell'istrumento farglisi da lui cotal cessione di titolo per un baiocco.
Non so se Torlonia abbia voluto sottoscrivere simil clausola, che equivale a un insultante schiaffo contro il nostro Stato e Governo.
Mi pare non aver altro da dire, fuorché darvi i saluti della Casa Ricci-Capalti, dove si gode ora buona salute, e quelli di Spada.
Alla Welisareff tornò giorni addietro una febbre.
Vi abbraccio (anche colle manine di Teresa) e di vero cuore entrambe vi benedico.
Il V.o aff.mo padre
P.S.
Scrivo espressamente in carta grossa perché la lettera sia più massiccia e non si perda fra le dita degl'impiegati postali.
Prego, con separata lettera, il Signor Luigi Micheletti affinché se la presente non vi trovi più a Perugia ve la mandi subito appresso alla volta di Terni.
Bisogna fare il meglio che si può.
LETTERA 560.
A CRISTINA BELLI - TERNI
Di Roma, venerdì 11 novembre 1853
alle 10 antimer.
Mia cara Cristina
In questo punto ricevo la graditissima tua dell'8.
Essa fu da te scritta nella sera del giorno suddetto: partì dunque da Perugia nella giornata del 9, ed è qui arrivata oggi 11.
Va in regola.
Partendo però coi altri per Fuligno domani, non potreste più ricevere un mio riscontro a Perugia, e perciò lo diriggo a Terni ad aspettarvici fra le altre lettere che già vi sono.
La presente porta la esterna direzione a Ciro, ma poi parla a te com'è di dovere, perché responsiva a un foglio di tutto carattere tuo.
Principiamo dal capo principale: la pupa.
Prosegue essa a star bene, e la poca diarrea che le si era riaffacciata all'uscire dell'8° dente, presto se ne tornò alla malora.
Sta' pur tranquilla circa all'esercizio del camminare: le si fa far moderato, tanto più che, sebbene stacchi già la bambina de' passi spediti e senza appoggio, purtuttavia la sua tendenza ad alzarsi sulle punte de' piedi non è ancora vinta del tutto: bensì è molto diminuita.
Quanto si fa affettuosa questa cara angioletta!
Sono molto contento che tu sii andata al Santuario di Assisi.
Bello eh? E così pure mi piace che tu abbia veduto la campagna di Bianchi, vero gioiello di amenità.
Ha del gusto quell'uomo.
Ieri venne Cagnoni a portarmi la mesata di Ciro in un bono da Sc.
20 e in un altro da 5.
Pare che d'argento non se ne parli più.
Staremo a vedere come finirà questa faccenda.
Si è battezzata a S.
Rocco una bella giovanetta danese, della compagnia equestre del Guerra, la quale neppure sapeva se fosse cristiana.
Devesi ciò allo zelo del Parroco di d.a Chiesa.
La matrina fu la Kimski.
Delfini al solito: Cencio Maggiorani sta alla Pagliarozza e far purga di uva.
Il suo petto è più sollevato.
Ritorno a Ciro ed a te i saluti di quanti sono, parenti, amici e domestici, e specialmente della buona balia che me ne ha incaricato tremila volte.
Abbraccia per me Ciro, come io abbraccio te benedicendovi entrambi.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Saluti in casa Vannuzzi e a Babocci.
LETTERA 561.
A CIRO E CRISTINA BELLI - TERNI
Di Roma, lunedì 14 novembre 1853
alle 11 antimeridiane
Miei carissimi figli
Ricevo e riscontro la graditissima vostra data l'11 di Perugia e giuntami in questo momento.
E in questo momento voi state dunque viaggiando per Terni, a traverso di brutte, fosche e noiose montagne, viaggio che deve rendervisi ancor più ingrato per la brutta giornata, se in codeste parti è così scura e piovosa come qui a Roma.
L'unico vantaggio consiste nella brevità di sole miglia 18.
Dio vi porti sani e salvi fino fra le nostre braccia, secondoché sani e salvi v'ha sempre condotti!
La Teresuccia nostra sta bene, e va continuamente a spasso quando il tempo lo permette; e l'ha quasi sempre permesso.
Questa cara bambina spiega grazie tutte proprie d'una affettuosa feminuccia.
Smaniata per far fare la ninna a tuttociò che le capiti innanzi, ma specialmente alle scopette, e, fra le scopette, dà preferenza alla mia.
Avanti a tutte le madonne che col bambino in braccio pendono dalle pareti di casa nostra, ella vuole arrestarsi, e battendosi la manina sul petto intuona la cantilena promotrice del sonno.
Fra tutte le cose poi che ama di afferrare, predilige i quattrini.
Mi fa con ciò sempre ricordare quella creatura che interrogata a chi volesse più bene, se cioè al papà o alla mammà, rispose: a li cadini.
Sabato a mattina vedemmo arrivare il caro Pietro, che venne per un suo affare con Ricci.
Portò seco il figlio Luigi, bel ragazzo di dieci anni.
Potete figurarvi le contentezze della buona Matilde! Schizzava gioia da tutte le parti.
Ripartirono i forestieri ieri al giorno dopo il pranzo, pranzo in cui, naturalmente, entrarono i maccheroni.
Sonosi in casa Massani ricevute negli scorsi giorni due lettere di Firenze, del Sig.
Sloane e della Sig.ra Amici, piene entrambe di rammarichi per non aver potuto far nulla a vostro favore in quella città.
Spero che a Terni troverete tutte in un fascetto le varie lettere da me ivi direttevi, comprensivamente al lasciapassare, piegato anch'esso in foggia di lettera.
Senza specificare saluti nominalmente, ve li do tutti in un cumulo, così i domestici come gli estranei; e voi altri fate in mio nome altrettanto e presso la famiglia Vannuzzi e con chi vi chieda di me.
Amatemi, figli miei cari, quanto vi amo, e ricevete da me abbracci e benedizioni.
Il v.ro aff.mo padre
LETTERA 562.
A CIRO E CRISTINA BELLI - TERNI
Di Roma, martedì 15 novembre 1853 / mezzodì
Figli miei cari
Il potere io, oggi ancora, ricevere una vostra lettera non mi sembrava difficile: non avrei però immaginato che mi venisse, come è venuta, da Terni, dove io credeva che sareste arrivati ieri e non già nella sera della precedente domenica.
Tuttavia a me va bene anche così, postoché è sembrato bene a voi altri.
Temo che la brutta giornata di ieri o vi abbia impedito il recarvi a Piediluco, o almeno vi abbia sturbato la gita.
Qui il tempo fu pessimo.
Siccome poi neppur'oggi è niente di buono, ne sto in pensiere per la scorsa a Cesi, annunziatami colla lettera vostra per questo medesimo giorno.
In tutti i casi però, mi lusingo che tu, Cristina mia, non sarai andata ad arrampicarti lassù, perché lo esporti col mal tempo sarebbe stata imprudenza, e tanto più in quanto i soliti trasporti per quelle parti somigliano più i carretti che le vetture.
Basta, mi riposo l'anima in Dio e nella vostra ragione.
Il molto piacere di udirvi sempre più a me vicini mi è stato in gran parte amareggiato dalle tristi notizie della casa Vannuzzi.
Quale cumulo di sventure! Come diamine esser colpito quel giovane da una artritide sì violenta! Ma già, basta esser corpo umano per poter soggiacere a simil traversie.
Mi fa pietà egli, mi fa pietà la Sig.ra Lucia, mi fa pietà la intiera famiglia.
Dite loro per me le parole più consolanti ed affettuose: ma queste qual bene poi fanno?
Nina porterà subito alla modista la cappotta di velluto per rimodernarla.
La pupetta seguita a voler addormire tutta la roba di casa, e fa a Nina mille strilletti per metterle paura.
Quando poi Nina si è tutta avvilita, allora risate.
Tutti noi le parliamo continuamente di Papà e di Mammà: sono curioso di vedere se a prima giunta vi riconosce.
Sono persuasissimo della vostra comune smania di riabbracciarla; ma noioso, da vecchio mio pari, vi esorto a non abbandonarvi troppo ai primi benché giustissimi moti della vostra contentezza nel rivederla, affinché colta all'improvviso non abbia forse ad esserne urtata.
Se sentiste com'ella rosica con que' suoi otto dentini! Quando io prendo tabacco, segue ed imita come una scimmietta tutti i miei moti.
Per lo scimmieggiare non ho mai veduto chi possa eguagliarla.
Questa mattina avrete avuta una mia di ieri, con una giuntarella di Sigismondo.
Ho fatto a tutti i vostri saluti, e tutti ve li ritornano cordialissimi e centuplicati.
Ringrazio il Sig.
Santini della cortese memoria che conserva di me, e distintamente lo riverisco.
Secondo l'itinerario che mi accennate, forse questa mia lettera dovrà o potrà esser l'ultima che io costì vi dirigga.
Mi regolerò peraltro dimani, se mai dimani io riceva altri vostri caratteri con indizi più precisi circa al giorno della vostra partenza da codesta città, dove, diciamolo pure, nulla v'è da vedere con qualche interesse.
Intanto vi abbraccio, vi benedico, e mi ripeto di entrambi.
Aff.mo padre
LETTERA 563.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
La sera di S.
Giuseppe 1854
Mia buona Cristinella
Fra tutti gli augurii (che sono stati una cesta) fattimi fra il vespro e la solennità dagl'infiniti venutimi a visitare espressamente allo scopo, il più grato, il più dolce, il più accetto lo gustai ieri in quelle care e affettuose parolette che scrivesti per me al tuo e mio Ciro.
Te ne ringrazio, figlia mia, e te ne prego da Dio ricompensa nel sollecito e perfetto ristabilimento della tua amata figlietta, primo oggetto delle giuste tue cure e de' tuoi sagrifizi.
Ieri mattina andai dal buon Peppe Massani, e Ciro lo visitò ieri a sera.
Oggi dopo il pranzo è qui venuta la Signora Marignoli.
Ti dicono mille affettuose parole.
Non ti farò la lista de' parenti ed amici concorsi anche in quest'anno al baciamano pel mio onomastico.
Non la finirei più.
Pareva la visita della Scala santa.
E tutti mi han lasciato saluti per te, facendo caldi voti pel ricupero della tua tranquillità dopo tante amarezze.
Pare che in casa Angelini sia penetrato un altro medico, di nome straniero: un dottor Carus, Calus, Gallus...
o un consimile.
Altri rimedi, altri tentativi...
E non so se Maggiorani siane al giorno.
Ma la bambina va al solito.
Basta, Pietruccio Angelini ti saluta.
E Pippo Ricci, che è qui in questo momento, non vuol'essere lasciato addietro.
Dei moltissimi altri non parlo, perché, come ho già detto, non sarebbe da terminarla sì presto.
Della tabelletta coll'indirizzo di Ciro hai ragione.
Stava attaccato al manico della canestra grande nel sottoscala.
Ma io non l'avea veduta né quando tornò da Fiumicino né poi.
Ciro ti aggiungerà qui due parole.
Abbraccio te, bacio la pupa, ed entrambe vi benedico.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 564.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, sabato 8 aprile 1854
Mia carissima Cristina
Alle 10 antimeridiane mi è giunta la tua letterina di ieri, e presso a poco all'ora stessa dev'essere a te arrivato il tuo Ciro, della cui venuta mi parli.
Circa al corpetto e alle veste di Gigia, sarà eseguito quanto prescrivi.
Così pure si farà in quanto alla mantiglia del tuo abito di giacconetta.
Questa sera però, come sai, non potrò spedirla per mancanza del viaggio del vapore.
La spediremo nella sera di domani (domenica), affinché giungati lunedì.
Ho letto la tua lettera in presenza di tuo zio e di tua sorella, coram Pacifico.
Sul proposito della visita di Chiara, Sigismondo ha risposto: eh, non dipende da me.
Essa poi non ha aperto bocca.
Mi spiego?
I miei dolori, figlia mia, fanno il comodo loro, ed io non glielo posso impedire.
Il mio silenzio però non ci rimette nel caso dello scorso ottobre; perché allora non eravate qui nessun di voi due, e al contrario c'è adesso Ciro che alla circostanza mi sbianca.
Piano un poco, signora Chiacchierina: io non dissi golosa, ma golosi.
Scrissi biscottini pei golosi.
C'è una bella differenza.
Di golosi al mondo ve n'ha tanti.
C'è, per esempio, l'Abate Pitotti, ci son io, ci potrebbe essere anche Don Antonio..., e via discorrendo.
Golosi in astratto è parola che non offende né il prossimo né il remoto.
E non era forse probabile che la Signoria Vostra aprisse quel cartoccione sulla riva del fiume, e ad ogni marinaio presente ed accettante distribuisse il suo biscottino? Possibile che lo avessero schifato tutti que' buoni servi di Dio? Ecco dunque i golosi.
Badi ella pertanto a reprimere i giudizi temerarii qualunque altra volta si trovasse al mondo in un consimile caso, e non attribuire a un povero galantuomo prave e maligne intenzioni quando parla coperto della candida stola dell'innocenza.
Ci siamo intesi.
Chiudo la lettera e apro la finestra, perché esco per recarmi a impostare.
Abbracciami Ciro, abbracciami Teresa, abbracciami te stessa non mi abbracciar Gigia ma salutala; e ricevi i saluti e gli abbracci dei presenti, dei preteriti e de' futuri, ed anche di qualche imperfetto che si fa avanti colle sue imperfezioni; e questo imperfetto è Chiara, perché è tutt'altro che perfezione il non venirti a trovare.
Il tuo aff.mo più Padre che suocero
P.S.
Ho letto a Chiara il paragrafo delle imperfezioni.
Ci ha sorriso, ed ha poi soggiunto che il contegno dello zio in simili faccende è sempre tale che esonera se stesso mentre dimostra di lasciar lei libera di seguire la propria volontà.
Ella in vece amerebbe che lo zio le dicesse: và, Chiara: và pure, ché mi fa piacere.
In caso contrario teme Chiara di veder musi in aria, come dice averne più d'una esperienza.
Comunque stiano le cose, ti faccio questi dettagli per amor di giustizia; affine di non aggravar troppo tua sorella nell'attuale incidente.
Prima la giustizia, poi la minestra, poi il lesso, e in fine di tutto l'altra pietanza con un finocchietto se c'è.
Ma non mai più biscottini, i quali hannomi fruttato una bella mortificazione.
LETTERA 565.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, lunedì 24 luglio 1854
ore 10 antimeridiane
Mia cara Cristina
Comincio a scrivere io, e poi Ciro continuerà.
Per parte della Sig.ra Lezzani ci giunse ieri a sera la tua lettera venuta col Sig.
Garofolini.
La stranezza della pupa vorremmo noi qui attribuirla all'azione dell'aria elastica che le abbia in questi principii esaltato i nervi.
Ci giova, Cristina mia, creder così, per aprirci più facilmente adito a sperar bene nel futuro, allorché la cara bambina siasi abituata a cod.to clima.
Circa alle notizie e voci di cholera prego Iddio che tengati l'anima tranquilla.
Qualunque cosa fosse per accadere, il mio voto sarebbe non interrompere in quanto a voi altre ciò che non per vaghezza ma per necessità e per ordine di medico è stato fatto: nel che parmi chiaro il voler di Dio.
Per Ciro, io penso che se le esigenze dell'impiego potessero concederglielo, farebbe bene di unirsi con te e con la figlia, e così farvi tutti compagnia e confortarvi a vicenda.
Io poi, che son già passato altra volta per questa via (e in tempo e in circostanze per me assai peggiori), resterei qui serenamente, non sembrandomi prudente per niun riflesso il lasciare la casa.
Tutte queste cose però te le dico invitatovi quasi dal tuo paragrafo toccante simil soggetto.
Finora non siamo in questo caso; e in ogni futura contingenza poi tu saresti padrona ed arbitra di prendere quel partito che ti paresse il migliore.
Oggi (festa di S.
Cristina che ti ho già augurata felice nella mia lettera del 22) vedrai o avrai già veduto il Sig.
Casamenti, latore di d.a lettera.
Ciro, che giunse bene, vi aggiunse del suo, ed anche l'Avv.
Barberi.
Ti scrisse a parte anche Ferretti.
Lo strutto anche a Roma costa bai: dodici.
Non ti dar pensiero di queste cose.
Ciò che ti serve, e costì si trovi, comperalo allegramente e non fare altri conti.
La doppia, lasciata da Ciro presso di te, segnala per danaro ricevuto, e se ne avrà ragione a suo tempo.
È venuta la solita libra di cera per la tua festa.
Ti fo i saluti di tutti di casa, ti prego passarli anche a Barbara anche a mio nome, e benedico ed abbraccio te e la pupa.
Il tuo Papà
LETTERA 566.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, lunedì 31 luglio 1854
alle 11 antimerid.
Mia cara Cristina
Azzardo questa lettera per la posta, benchè per più prove non si possa negare a codesto corriere la meritata lode di sciattamestiere.
Quando alle 7 1/2 giunse ieri a casa il legno colla tua famiglia, io, che stava alla finestra da civettone, vi contai tre soli individui, e il mancante era Ciro.
Corsi giù per le scale, e seppi il motivo.
Dio ti dia, vi dia, ci dia pazienza! Che altro si potrebbe più dire?
Spero che il viaggio albanestre non vi abbia nocciuto a veruna delle quattro; e mi lascio lusingare pur da un'altra speranza: che abbiate cioè trovato una servicina per sostituta.
Ieri al giorno venne il marito di Lu