LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 52
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La conseguenza è che invece di lei ti scrivo io, per lasciarle agio di metter giù quel po' di colleruzza che, quantunque un po' fuori di luogo, non lascia purtuttavia di discendere da un lato buono, cioè dall'affezione sua per te, dimostrata chiaramente dallo stesso dispettuccio di averti lontano forse più di quanto si lusingava.
Mi sbrigo di scriverti onde non espormi al caso che la presente resti a Roma.
Se avessi io potuto aspettare qualche ora di più, son certo che in luogo de' caratteri miei, vedresti quella della tua Cristina.
Sai com'è fatta questa ragazza: bravissima, affezionatissima, ma non sempre capace di vincere subito qualche lieve suscettibilità da cui è talvolta sorpresa.
Spero che il mio foglio potrà giungere alle tue mani prima del tuo rimetterti in via; e che ti arrivi benché io non ponga sull'indirizzo fuorché Nazzano, ignorando ora io il giro che debba percorrere la posta per costì.
Gl'impiegati di questo Uficio sapranno benissimo in quale pacco inserire la mia lettera senz'altro indirizzo.
Non prenderti alcuna pena della salute di Cristina nostra.
Malgrado il gran freddo e il palmo di neve caduto questa notte, ella sta piuttosto benino, e te ne assicuro io sul mio onore.
Tutti in casa ti dicono mille cose affettuose.
Riverisci il Sig.
Massarini.
Sta', Ciro mio, di lieto animo, e sii convinto della gran gioia che arrecherai col tuo ritorno a tua moglie ed a me
Tuo aff.mo padre
Cristina (tua)
Il tua è di carattere mio, ma son convinto che in cuore desiderava essa di scriverlo più di quanto io amassi di vederglielo scrivere.
LETTERA 536.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Domenica 3 febbraio 1850
C.
Spada
Il bisogno di avere i programmi firmati è divenuto urgente.
Si deve fare l'impianto e la distribuz.ne fra i due camminatori onde giungan le stampe al destino.
Sei dunque pregato di mandare a Tosi al più presto quel che devi già avere presso di te.
Il tuo Belli
LETTERA 537.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Domenica, 17 agosto 1851
Signori figliuoli, amici e padroni
Credevamo noi tutti di aver ieri a sera qualche vostra lettera per mezzo dei vetturini, alla quale lettera risponder subito affinché vi giungesse il nostro riscontro questa mattina col medesimo mezzo.
Nulla però ci pervenne, ma non per questo ci mettemmo in alcuna benchè minima pena, avendo già avuto per ben due volte vostre buone notizie, la prima cioè per la bocca del cocchiere che vi aveva condotti a codesta Metropoli delle frasche, e la seconda dall'avvocato Ricci il quale venne jeri a mattina espressamente a narrarci l'incontro accaduto fra lui, Carolina Serny e voi altri, su per la salita dei Vermicelli.
Questa mattina ha poi favorito la Signora Janni di mandare espressamente la sua cubicularia a darci altre buone novelle.
Va dunque benone.
In quanto a noi poveri derelitti poco o nulla v'è da dire.
Le cose camminano tutte con quelle zampe con che voi le lasciaste, e quando è la sera ogni zampa ha fatto l'uficio suo.
Giacomo giuoca a calabresella ed esercita una pazienza da santo martire cogli spropositi del sostituto dell'Annona e grascia.
Le due ragazze sotto la scuola del lodato sostituto si vanno più che sufficientemente guastando, e perdono quell'acume di cui la natura le avea pure fornite.
Sigismondo è tutto occupato nell'eseguire appuntino i prudenti consigli de' Professori in su e in giù per Ripetta.
Gigi studia e borbotta contro certi buoni uomini coi calzoni corti e colle fibbie alle scarpe.
Nanna prosegue il suo corso di educazione elementare al gatto di casa.
Ed io? Faccio colazione, pranzo e ceno, e circa al pranzo oggi mangio quello di Ricci e di Monsignore Annibale; e quando dico io, intendo dire io scrivente Giuseppe Gioachino Belli, che pregovi salutarmi Marietta Ricci (cogli appodiati) e la famiglia Angelini, e dare un bacio a Peppe e una scoppola a Nina.
Sono abbracciandovi e benedicendovi di cuore
Il Vostro aff.mo padre, a.co e serv.e
ut supra
LETTERA 538.
A LUCIA VANNUZZI - TERNI
[10 ottobre 1851]
Cariss.a parente ed amica
Alla lettera che voi mi scriveste il 7 ottobre del p.to anno 1850 circa alle idee dell'affittuario Francesco Ligobbi, io risposi pienamente con la mia del 10 di detto mese, della quale non vi ripeto oggi il contenuto, persuaso qual sono che Voi la conserviate e possiate perciò consultarla al bisogno.
Scaduto ora col 29 del p.p.
settembre il terzo anno dello stipulato affitto del suddetto Francesco Ligobbi, io, usando e forse anche abusando della vostra cortese amicizia e delle obbligantissime esibizioni vostre, vengo con la presente a supplicarvi di volere come nello scorso anno 1850 ritirare dall'affittuario gli scudi diciassette della maturata corrisposta, ed aggiungervi anche il favore di farmeli pervenire qui in Roma.
E qualora a quest'uopo non troviate convenienti occasioni, impostateli al mio indirizzo, prelevandone l'importo della spesa che per ciò dobbiate incontrare.
Lo ripeto, io mi mostro verso di voi troppo importuno, ma spero che me ne vogliate perdonare in grazia dell'amicizia e parentela che passa fra la vostra e la mia famiglia.
In questo incontro pregovi interrogare il Ligobbi sulle sue intenzioni intorno al nuovo triennio incominciato col 30 Settembre, facendogli valutare le ragioni che io espressi a Voi ampiamente nella suddetta mia lettera del 10 ottobre 1850.
Mi farete cosa graditissima dandomi individuali notizie sì vostre che de' vostri figli.
Riguardo a me ed a' miei poco di buono posso dirvi.
Dal primo di luglio sino ad ora tra la famiglia mia e quella di mia nuora (che sono quasi unite abitandosi da entrambe in due contigui appartamenti) sonosi sofferte tra padroni e servitù, dieci malattie quali più, quali meno gravi, una poi mortale, cioè del mio nipotino che da cinquanta giorni è tuttora infermo, ed un'altra toccata al padre di Cristina, il quale non potrà più riaversene, essendo caduto in invincibile cronicismo.
Eccovi la lista degli infermi.
Io, Cristina, il figlio, il padre, lo zio, il fratello ed una delle due sorelle di lei, la donna dei parenti di essa Cristina, la donna di casa mia, e finalmente per due volte la balia del mio povero nipotino, giacché sappiate ancora che stante la malattia nervosa di Cristina si dovè prendere in casa una balia.
Il dettaglio di tutti questi guai sarebbe così lungo e intricato da impiegarci più fogli di carta.
Basti dunque il poco che ve ne ho detto, per dimostrarvi le angustie della mia casa.
Condonatemi tutti questi fastidii, ricevete i saluti di Ciro e Cristina, compiacetevi di riscontrarmi, e credetemi sempre ecc.
LETTERA 539.
AD ANTONIO CORAZZA - TERNI PER CESI
[10 marzo 1852]
C.
A.
Nello scorso giorno di domenica 7 venne il vetturale Giovanni Rosati cogli scudi quindici m.ta da voi mandatimi per conto di Pietro Roncetti e glie ne rilasciai un appunto per sua giustificazione presso di voi.
Prima però di darvene diretta notizia epistolare aspettavo io di ricevere un vostro foglio, il quale di fatti poi venne, ma non giunse prima di ieri benché scritto in data del 3.
Vi rispondo dunque oggi colle più brevi parole possibili giacché siamo qui in molta confusione per la morte di Giacomo Ferretti, suocero di mio figlio, accaduta domenica dopo lunghissima e tormentosissima infermità di undici mesi, e quasi un mese di aspra agonia.
Il genere delle frasi della vostra precedente del 12 febbraio, e specialmente l'avermi voi fra esse citato le mie precise espressioni del 25 febbraio 1850 (le quali non furono da me mai smentite) mi dovettero naturalmente portare a formar quel giudizio che voi stesso convenite di aver preveduto appena dopo impostata la vostra lettera.
Ma tuttociò non altera punto la scambievole nostra buona armonia.
Vi accludo una quietanza degli Sc.
15 pel Roncetti, dal quale, nel consegnargliela, pregovi di ritirare quel qualunque ricevuto che possiate avergli rilasciato voi quando vi consegnò egli la somma.
La minuta della quietanza pel Roncetti, qui di contro nominata, è in posiz.e unitamente colle carte del Roncetti.
Mille saluti di Ciro e Cristina e vi abbraccio di cuore
LETTERA 540.
A LUCIA VANNUZZI - TERNI
[Sabato, 13 novembre 1852]
C.
A.
e parente
Tornato ieri a sera il Sig.
Alessandro Delfini dalla sua villeggiatura di Stroncone, mi ha oggi portato e consegnato tanto la vostra gentilissima del 2 quanto gli scudi diciassette che contemporaneamente gli avevate voi dati per me (secondo il nostro concerto) procedenti dall'annata di affitto a tutto il 29 p.p.
settembre sborsata da Francesco Ligobbi affittuario del terreno Maratta.
Sono sensibile al disturbo che avete voi dovuto avere per tutto ciò, e vi rendo duplicati ringraziamenti anche pel favore di avermi inviato la somma in moneta di argento.
Debbo peraltro avvertirvi che nella somma ho trovato due baiocchi più del giusto; e l'equivoco deve esser nato dall'aver forse contato una bavarese (che vale baj: 95) per un napoleone che vale baj: 93.
Vi sono io dunque debitore di due baiocchi che non faccio la caricatura di spedirvi, ma che non mancherà qualche futura occasione per conteggiarli.
Dopo la mia ultima del 5 p.p.
ottobre accadde nella mia famiglia un avvenimento per metà prospero e per metà no.
Alle ore 4 mattutine del lunedì 11 ottobre Cristina si sgravò felicemente di due gemelle.
Nella parola felicemente consiste la parte prospera, perché due figli ad un parto sono una cosa grave per molti motivi.
Avrei dovuto parteciparvelo prima di oggi, e voleva farlo, ma lo stato vitale assai incerto delle due bambine davami gran motivo di aspettarmi che poco dopo la notizia della nascita avrei dovuta darvi l'altra della morte, e perciò io mi stava attendendo qualche risoluzione per riferirvi il tutto ad una volta.
Così poi andò avvicinandosi il tempo del ritorno del Sig.
Delfini, ed io decisi di rimetter l'avviso a questa epoca in cui era naturale che io vi annunziassi il ricevimento del vostro invio.
Le bambine furono battezzate una coi nomi di Maria Teresa, e l'altra con quelli di M.a.
Luisa.
La seconda dopo pochi giorni dalla nascita fu anche cresimata per la poca speranza che dava di vita: l'altra, che inspirava meno timori, non è stata cresimata ancora, ed ora pare essersi anche un po' riavuta.
Intanto però si vanno usando infinite cautele per fortificarle ambedue.
Né soltanto ad esse si limitano le cure, ma debbono prestarsi anche al maschio, che il giorno 25 corrente compirà 27 mesi.
Correva egli già da solo per casa, e adesso non cammina più da qualche tempo, in seguito di una infiammazione sofferta in una coscia, malattia chiamata in arte coxalgia, e che in quella età suole spesso avere assai triste conseguenza.
Figuratevi il nostro rammarico.
Cristina sta molto deperita.
Ed anche questo non è un bel conforto.
Io sempre cagionevole al solito.
A tuttociò ci si unisce il dispiacere di udir pure voi così incomodata, ed anche Chiarina.
Oh che bel mondo! Oh che delizie! Ciro è il solo a star bene, manda molti ed affettuosi saluti a voi ed alla vostra famiglia.
Altrettanto fa la buona Cristina; ed io, unendoci i miei per tutti i vostri figli ho il piacere di ripetermi ecc.
P.S.
Vedo che questa lettera difficilmente potrà partire oggi, essendosi fatto assai tardi; e probabilmente andrà colla spedizione di lunedì 15.
LETTERA 541.
AD ANTONIO CORAZZA - TERNI PER CESI
[15 novembre 1852]
C.
A.
Ebbi in corrente la vostra del 7 andante novembre, con in seno la ricevuta firmata dal Frasca il 20 aprile passato anno 1851; e va bene, e ve ne ringrazio.
Trattandosi di lieve somma non la ricuserei in moneta di rame; ma come farebbe il Roncetti a spedire in rame il peso di quindici scudi?
Cristina, di cui mi chiedete notizie, sta assai sciupatella; ed è un gran peccato, perchè è così cara! Ciro bene: Io così così.
Le due bambine scinicatissime.
La Maria Luisa più scinicata della Maria Teresa.
Eccovene i nomi in mezzo alle scinicature.
Amerei che si terminasse tra il Sig.
Eustachi e noi la vecchia pendenza legna etc.
etc.
Mille saluti.
LETTERA 542.
A GIOVANNI BATTISTA ROSANI - ROMA
[12 marzo 1853]
Monsignore Veneratissimo
Nulla mai di sì stupendo e maraviglioso, mi è incontrato nel non breve corso della mia vita quanto il vedermi ascritto in questi ultimi dì al sublime Ceto dell'Accademia di Religione Cattolica, onore massimo per qualunque ossequioso figlio della vera Chiesa di Gesù Cristo, ma per me specialmente immenso perché fuori di ogni proporzione coi mezzi d'intelletto e di dottrina che richieggonsi (e a me al tutto mancano) per corrispondere con degna opera ai santi fini del Sommo Instituto.
Da due opposte commozioni pertanto mi sono io sentito prendere a ricevere l'immeritato Diploma unito all'umanissimo foglio di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima in data del 9 corrente marzo: l'una cioè di dolce riconoscenza verso il gratuito favore, e l'altro di confusione penosissima innanzi alla perfetta conoscenza di me stesso, dalla quale mi deriva assoluta certezza del dovermi io sempre restare ozioso e inutile strumento intorno ad una macchina cotanto nobile e vasta.
E così pieno io trovomi di questo doloroso convincimento, che non avendo potuto prevenire e impedire con preghiere e con rimostranze una ammissione di cui non ebbi precedente sentore, starei or quasi per rinunciarvi se non conoscessi la turpitudine di questo passo che alla vecchia qualità mia d'ignorante verrebbe oggi ad aggiungere agli occhi de' gentili uomini pur quella nuova di malcreato.
Nulladimeno, dove a Lei, Monsignore, e a codesto rispettabile Consesso paresse non mancare qualche decente temperamento merceccui potessi io effettuare il pensier mio senza ingiuria a chi tanto generosamente mi onorò, io mi ritirerei prontamente da un nobilissimo consorzio a cui non saprei prestare alcuna lodevole cooperazione.
Come cattolico e cittadino amicissimo dell'ordine sì religioso che politico e civile, io ben so come ad ogni suddito della Chiesa e dello Stato incomba il dovere di contribuire secondo le sue forze al trionfo degli eterni principii di verità; ma al mantenimento e al restauro dello eccelso edificio chi può recar travi e colonne e chi soltanto ciottolini e bullette.
Fra gli ultimi del secondo numero mi son io, il quale appena isolatamente e senza esterni concerti ardisco a quando a quando azzardarmi ad eseguire il pochissimo che, non so come sorgemi improvviso nell'animo per ispontanee inspirazioni.
Voglia, Monsignore, essermi benigno di rappresentare queste mie sincere proteste all'Eminentissimo Presidente e all'insigne Consiglio della Veneranda Accademia, e si degni conservarmi la Sua preziosa benevolenza in ricambio del profondo ossequio con cui ho l'onore di confermarmi
Di V.S.
Ill.ma e R.ma
Di casa, 12 marzo 1853
U.mo d'mo obb.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 543.
A MONS.
VINCENZO TIZZANI
Roma, sabato 23 aprile 1853
Monsignore pregiatissimo
Fra' miei cancherini ho scritto oggi altri due cancherini di Inni, dopo quello pe' S.
Pietro e Paolo mandatovi questa mattina: questi ultimi sono per la Natività della Vergine e per gli Angeli custodi.
Ne abbiam dunque già otto, e c'è così da camminar per un pezzo, cioè 1° Ave Maris Stella, 2° Pange lingua, 3° Veni Creator Spiritus, 4° S.
Filippo, 5° S.
Luigi, 6° S.S.
Pietro e Paolo, 7° Natività di Maria Santissima, 8° Gli Angeli custodi.
Dimanda di Monsignore: E perché invece di annunziarmi gli ultimi due, non me gli ha mandati? - Risposta di Belli: Perché mi duole la testa, e il copiare rompe più il capo che non il comporre.
Almeno così accade al
Vostro servo ed amico G.
G.
Belli
LETTERA 544.
FRANCESCO SPADA - ROMA
mercoldì 4 maggio 1853
Caro Spada
Circa un dieci giorni addietro Monsignor Capalti mi dimandò lettura de' miei versi pel caso che non fossero approvati per la stampa.
Verificatosi il divieto, è egli venuto questa mattina da me per ripetermi la dimanda.
Ti prego dunque di portarmeli al più presto, volendo io soddisfare questo suo desiderio.
Sono cordialiter
Il tuo aff.mo a.co G.
G.
Belli
LETTERA 545.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 9 giugno 1853
Figli miei cari
Sigismondo empirà probabilmente tutto il suo foglio: vi scrivo dunque due parole a parte.
Di me che potrei dirvi? mi tengo addosso un mal'umore da potersi affettar col coltello.
La mestizia di questo cielo sempre sì torbido, e il vedere come a voi poveri disgraziati non sia lecito neppure di respirare una boccata di aria pura né godere un raggio di limpido sole (beneficii ne' quali io tanto sperava) mi rinforzano i patimenti dello spirito travagliato.
Ebbene, ripetiamo la vecchia parola di conforto: speriamo, speriamo.
Eppoi uno sguardo al cielo, un altro alla terra, e rassegnazione.
Al solito così passano al mondo gli anni e la vita: soffrire e sperare.
Toccate per me la mano a Barbara e a Pio, e dimandate in mio nome alla prima se il Sig.
Conti Capo-di-ferro abbia con esso-lei preso qualche concerto circa ai fascicoletti retroattivi del dilui utilissimo almanacco, che segue egli a pubblicare per prova che il tempo già scorso è stato fedele in tutti i suoi ritorni di mesi, di settimane, di giorni e di riscontri di cielo.
Son venuti in luce l'aprile ed il maggio, ed io non ho che i soli precedenti tre mesi.
A poco veramente mi serve questa effemeride codicillare, ma pure vorrei averne meco quanta la gatta presciolosa ne saprà partorire.
Un saluto alla balia, un bacio alla pupa, un abbraccio a voi due, miei cari ed amatissimi figli.
Il vostro aff.mo padre
LETTERA 546.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 10 giugno 1853
Ciro mio e Cristina mia
Sono le 10 del mattino, ed io mi pongo qui a preparare un po' di risposta alla vostra letterina di ieri a sera, dando nello scrivere un'occhiata alla carta e un'altra al cielo, non già per cavarne inspirazioni come gli autori di fantasie, ma per cercare se vi appariscano nuvoli che minaccino di ricondurci la sperpetua di ieri o qualche cosa di simile.
E, purtroppo, nuvoli qua e là se ne vedono, e poca speranza concedono che il bel sereno col quale principiò la giornata mantengasi a favorire le vostre ricreazioni.
Figli miei cari, afferrate dunque i momenti, e pigliate quel che si può, quando il Sole faccia (come Spada) apri e serra bottega.
Sigismondo, Chiara e Gigio aggradirono infinitamente i saluti vostri e di tutta codesta comunità, né rimasero meno appagati delle vostre buone notizie, comprese quelle della pupa, la quale avrà già il suo crino.
Chiara sta meglio, e viene Melata a medicarla regolarmente.
Ho pensato che non vi riuscirebbe discaro nelle vostre refezioni un poco di buon formaggio-cavallo e di marzolina scelta, il tutto del negozio di Geremia.
Troverete l'uno e l'altra nel qui unito pacco, del peso di libre sette.
Non è venuto il vetturale Capolongo ma sì invece lo Scalandra.
Nina va a consegnare le cose a costui, e spero andrà tutto bene.
Torna ora Nina: la consegna allo Scalandra è già fatta.
La balia stia quieta.
Scrivendo io, credo che Sigismondo si astenga giacché non potrebbe egli che ripetervi le stesse mie cose.
Tutti però di casa vi salutano e teneramente vi abbracciano.
Mille baci alla pupa, nostro attuale conforto, e una stretta di mano alla balia.
Pei conjugi Barberi nulla di speciale, perché s'intendono compresi a far parte nei saluti ed abbracci per voi.
Mentre scrivo viene la Comare di Nina, e dice che di quel tale abito non vogliono dare che quindici paoli.
Se non si vuole rilasciare per tal prezzo, essa Comare lo riporterà qui.
Figli miei cari, state tranquilli ed amate il V.ro aff.mo padre.
LETTERA 547.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 11 giugno 1853
No, Ciro mio caro e Cristina mia bella, non vi angustiate sulla malinconia che mi domina, giacché ad onta del mio continuo dare in celie ed in barzellette nelle ordinarie circostanze del vivere sociale, la tristezza è poi veramente il fondo essenziale del mio carattere, mascherato con quegli esteriori segni d'ilarità, la quale nasce piuttosto dalla qualità del mio spirito che non da quella del cuore.
Che se in questi giorni ha prevaluto la indole del secondo sulla leggerezza del primo, voi non ve ne dovete cotanto rammaricare, ma sì riflettere invece che stante la mia perfetta rassegnazione ai disegni della provvidenza tutto ritornerà in me di giorno in giorno al primiero equilibrio, né poco vi contribuirà pure il saper voi tranquilli e ristorati dalle conseguenze della vostra disgrazia.
Io stesso, e pel primo, conobbi la necessità di una vostra ricreazione, e questa promossi e desiderai e volli, siccome la voglio e desidero protratta a quel più lontano termine che potrà conciliarsi colle personali faccende di quello fra voi che non dipende intieramente da sé: al quale riguardo può trovarsi pure un rimedio mediante una ben concepita lettera alla superiorità da cui dipenda l'intento.
Circa a me, non ci pensate un momento.
Io non son solo: fo vita colla buona famiglia Ferretti che mi usa riguardi delicatissimi.
Vero è bene che la mia prima lettera di giovedì 9 non poteva ed anzi doveva esser meno querimoniosa; ma quel cielo sì torbido e diluviante, in un momento in cui avevate voi due tanto bisogno di serenità, mi cavò a mal mio grado fuor della penna parole più in armonia colle intemperie dell'aria che colla temperanza da darsi ad un scritto destinato al sollievo di due poveri appassionati.
Perdonatemi, figli miei, e consoliamoci tutti scambievolmente.
Intanto io sto bene e ve ne assicuro.
Chiara va progredendo nella solita cura di quelle moleste faccende.
Oggi si toglie via l'empiastro.
Sta ella quieta-quieta come una santarella.
Vi si mandò giovedì il crino per la pupa, e crediam certo che vi sia giunto.
Così credo che abbiate ieri ricevuto la fiaschetta di cacio-cavallo e la marzolina.
Abbiamo da darvi mille saluti delle Taddei, di Mad.me Bellay, della Sig.ra Marignoli, della Sig.ra Buccella, delle sorelle Servi, e di Nina nostra (povera Nina) che chiede con istanza di esservi specialmente nominata.
Odo con immenso piacere il lento, e perciò più sicuro, miglioramento del caro Pio, al quale non meno che a Barbara sua pregovi fare i miei sinceri rallegramenti e saluti.
Desidero che la balia stia allegra; e così, oltre a lei, starà anche allegra la pupa, quella cara passeretta da nido.
Vi abbraccio e benedico di cuore
Il V.o aff.mo padre
LETTERA 548.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 13 giugno 1853
alle ore 9 3/4 antimeridiane
Ciro mio caro
Tutto il pacco delle lettere di ieri (12) è giunto un quarto d'ora fa.
Il pessimo tempo di ieri può spiegare il ritardo.
Hai tu dunque intenzione di ritornare a Roma giovedì prossimo? Rispetto i tuoi onesti motivi; ma su questo proposito credo di aggiungere a quanto dissi nella mia di sabato 11 che se mai stimassi tu utile una personale mia visita a qualcuno de' Superiori del tribunale per acquistarti un poco più di permesso di assenza (quando ciò ti piaccia), basterebbe un tuo cenno perché ciò fosse da me prontamente eseguito.
Intanto, dicendomi tu nella tua lettera che il ritorno per parte tua sarà giovedì, sembrami poterne dedurre che dunque in quanto a Cristina è in moto qualche progetto di protrarre la sua dimora in Frascati un poco più a lungo.
Questa cosa mi darebbe molta consolazione, anche a mal grado del piacere di riavere questa cara figlia con me.
E perché infatti non rimanere, avendo costì una compagnia sì amorosa e fidata, e sperimentandosi buoni effetti per lei dal beneficio dell'aria? Tu poi, ne' momenti liberi potresti correre a visitarla, e...
Ma che sto qui ciarlando? Di questi discorsi già fra voi quattro ne avrete fatti a carra e barconi.
Sia ringraziato Iddio del color di rosa della pupa: sia ringranato Iddio del miglioramento di Pio, e del buono stato di Barbara, di quello della balia, e di tutto: sia ringraziato Iddio.
La lettera alla Sig.ra Angelini è già stata mandata, con mia nota all'esterno circa al ritardato suo arrivo.
Caneva viene assiduamente.
Voleva, è vero, venirvi a trovare, ma il mal tempo gli ha sconvolti tutti i suoi disegni e di viaggio e di lavori.
Vi sarebbe da darvi saluti di mille persone, ma chi le ricorda? Per esempio casa Delfini, la Sig.ra Di-Pietro-Serafini, Erminia Spada etc.
etc.
Ne faremo poi un sacco da vuotarsi insieme quando saremo tutti riuniti in famiglia.
I Sig.ri Barberi vengono impreteribilmente mattina e sera, né v'ha diluvio che li trattenga.
Ti abbraccio e benedico teneramente
Il tuo aff.mo padre
Mia buona Cristina
Avrai letto che cosa ho detto a Ciro intorno ad una tua più lunga dimora in Frascati.
Persuaditi, figlia mia, che ciò sarebbe utile a te, e in te a noi tutti che tanto ti amiamo.
Chiara segue a star meglio, ed ora si medica una sola volta per giorno.
Qualunque desiderio tu abbia e per te e pei Barberi, scrivimi e sarai appagata.
Addio, figlia mia cara, fa' di star sana e di conservarti alla tua figlia, al tuo Ciro, alla tua famiglia, ed a me
Tuo più padre che suocero
G.G.
Belli
LETTERA 549.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldi 15 giugno 1853
alle ore 9 antimeridiane
Ciro mio caro
Eccomi a dichiararti meglio l'imbroglio.
La tua lettera di lunedì 13, contenente in seno il foglio diretto al Sig.
Avv.
Laurenti, mi fu dai vetturini portata jeri a sera ad un'ora di notte insieme colla posteriore di ieri stesso, scrittami da Cristina e da te.
Avendo io aperta, delle due, quella più piena, che appunto era quella colla inserzione, appena n'ebbi esaminato la data mi arrabbiai della negligenza de' vetturini, per la cui colpa io riceveva una premurosa lettera in un tempo nel quale avresti tu già dovuto averne in mano il riscontro.
Intanto, così arrabbiato, invece di disigillar l'altra lettera ruppi spensieratamente il sigillo di quella diretta al Laurenti, e me ne crebbe la stizza.
Allora presi tosto il mio partito.
Mi vestii subito e corsi al tribunale: vi trovai l'Avvocato, gli consegnai la lettera narrandogli tutto l'accaduto, ed egli me ne fece subito la risposta.
Uscito dal tribunale voleva io andarmene difilato all'albergo delle vetture, ma sotto un lampione mi avvidi che l'Avv.
non aveva apposto alla lettera né indirizzo né sigillo, cosa naturale ma che io non avea prima avvertita.
Tornai dunque a casa, vi feci un poscritto, e così per mezzo di Adamo fu spedita all'albergo, perché almeno, invece di ieri a sera, ti potesse giungere questa mattina.
La presente poi l'avrai questa sera, e saran così le cose rimediate alla meglio che si poteva.
Tanto l'Avvocato quanto il Sig.
Mazza che stava lì facendo le tue veci, ti salutano affettuosamente e ti dicono di non prenderti nessuna pena circa all'uficio.
Valuto i delicati motivi che inducono te e la buona tua moglie a lasciar luogo ad altri etc., ma siccome questi altri indicano la nostra Chiara, sappiate entrambi che Maggiorani non le permette di partire finché il tempo non sia a ciò sicuramente propizio.
Caneva era presente all'apertura delle lettere.
Egli verrà a Frascati o questa sera o dimani.
Di salute non istiamo noi male, e Chiara seguita a progredire co' suoi foruncoli in meglio.
Ho a dare i saluti della Sig.ra Marignoli, della Sig.ra Pasini, di Casa Belli, del Sig.
Casamonte, oltre gl'infiniti di questa nostra famiglia per Cristina, per te, per Barbara, per Pio, per la balia, ma per la pupa no, perché a quella soltanto baci, e di questi moltissimi.
Ti abbraccio e benedico teneramente
Il tuo aff.mo padre
Cristina mia
Ringraziamo Iddio pel dente della pupa, e più pel non veloce sviluppo intellettuale, e su ciò basti.
È vero, figlia mia: da Cini non sono mai andato, benché ogni giorno ne abbia fatto proposito.
Ma io voleva andarci di sera per varii giusti motivi.
Ebbene, o la Marignoli, o il diluvio o il freddo me ne hanno poi ogni sera distolto.
Ieri a sera aveva propriamente risoluto di far tale visita; ma il freddo rincalzò anche più della sera innanzi nella quale io ne sentii molto urto al petto tornando dalla Marignoli a casa.
Fu però grazia di Dio che ne dimettessi il pensiero, giacché se non mi fossi trovato qui allorché giunsero le vostre lettere di Frascati, l'impiccio relativo all'Avv.
Laurenti sarebbesi complicato anche di più, e non avrei potuto eseguire ciò che pur mi riuscì di fare.
Mi lusingo che la risposta del Sig.
Laurenti sia giunta a Ciro questa mattina.
In una delle mie lettere precedenti ti domandai che cosa volevi tu risolvere circa a un certo tuo abito, del quale disse la Comare di Nina non avere avuto maggiore offerta che di quindici paoli.
Nel passare ieri a sera dalla Rotonda trovai che stavasi demolendo la casa di cantone, e venivan giù nuvoli di calcinaccio.
Si sta nella Chiesa del Gesù eseguendo un nuovo lavoro.
Le parti laterali dell'abside dell'altar maggiore son di belle pietre ed incassi riquadrati.
In ognuno di questi incassi mettono una cornice di metallo dorato, di brillantissimo effetto, che toglie via quel nudo e freddo che prima vi si trovava.
Erasi qui principiato a parlare di un trasudamento di sangue manifestatosi sopra un volto-santo esistente presso le monache della Principessa Volkonski.
Il Cardinal Vicario mandò a suggellare la sacra immagine; e fattesi poi sopra eseguire delle minute e prudenti verificazioni, la faccenda è finita coll'invio alle Scalette d'una mezza monachella che avea finto il prodigio mediante il sangue di un piccione.
Questa mezza-monachella, che simulava la profetessa, era stata negli scorsi anni una garibaldina, e la buona Principessa la teneva per Santa.
Oh nostra povera religione! Strapazzata dai cattivi e dai buoni!
Persuaso che ti avrebbe fatto piacere, ho qui interrotto la lettera e sono andato da Cini.
Ne torno adesso, ore 10, 3/4.
Il povero Lello sta come tu lo lasciasti e forse un po' peggio.
Fa pena il vederlo in quel letto, verde, giallo, gonfio e fasciato! Sì egli che Nina salutano te e Ciro con calde parole.
Figlia mia, abbraccia per me Pio e Barbara, saluta la balia e da' mille baci alla pupa.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 550.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 17 giugno 1853
Ore 9 antimeridiane
Mio caro Ciro
Mi recò ieri a sera il Sig.
Caneva la tua lettera, ed essendo presenti i Sig.ri Barberi feci loro l'ambasciata di Pio, alla quale si posero a ridere, ed io dissi fra me pasticcetti.
Udii dallo stesso Caneva che il fango lasciato dal diluvio della sera di mercoldì 15 non vi permise ieri neppure di metter piede fuori di casa, perchè avreste dovuto fare come la colomba di Noè, seppure non volevate imitare il corvo.
Son persuaso che, quando ritornerete, farete il viaggio nelle ore pomeridiane, molto più comodo per la pupa e per le faccende del bagaglietto.
Ma questa idea deve esser già venuta in mente anche a voi altri.
Desidero poi che da voi si noleggi tutto l'interno della vettura, perchè stiate più comodi e non abbiate soggezione di sconosciuti.
Jeri a sera vennero a visitarmi Virginia Pfiffer col marito, il Sig.
Desiderio Boguet e Pippo Ricci.
Tutti m'incaricarono di saluti per Cristina e per te.
Consegnai a Sigismondo la fede di sopravvivenza di Barbara, e passai i saluti a lui, a Chiara, a Gigi, a Nina, a Nanna e ad Adamo.
Buon'uomo questo Adamo! Ti abbraccio, Ciro mio, e ti benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
Cristina mia cara
Nina passerà dalla Comare e le dirà dunque che sino a diciotto paoli rilasci il tuo abito: altrimenti no.
Andò essa ieri dal calzolaio, il quale rispose che già da tre o quattro giorni eran fatte tanto le scarpe della balia quanto le scarpette della pupa, e che dentro la giornata di oggi avrebbe portato tutto giacché allora le teneva fuori di bottega, e perciò non potea darle.
Ci credi tu? Io dico che non le ha ancora tagliate.
Sono le solite porcherie dei nostri artigiani.
E poi si lamentano della sorte! Si recò Nina anche all'albergo di San Vito.
Non v'era alcun vetturale di quel paese.
Ci si tornerà.
Feci a Chiara la tua richiesta del libro sulla Passione ed ella mi rispose che te lo avrebbe spedito.
Gigi lunedì ha gli esami, e sta molto occupato, tanto più che ne fu prevenuto da soli tre giorni addietro.
Ha partorito la Mar.sa Bandini, e mi pare mi dicessero abbia fatto una femina.
Le cose sono andate bene.
Di balia non si è fatta parola.
Ne avran presa un'altra.
Il fatto del finto miracolo del volto-santo è anche più turpe di quanto ti partecipai.
Me lo ha detto Pietruccio Angelini che lo ha saputo dall'Abate Tarnassi segretario del Vicariato.
Le macchie non furono di sangue di piccione, come per Roma si divulgò a motivo forse di minore indecenza, ma di sangue molto più sozzo.
Lo scopo dell'impostura è complicato e lo udirai al tuo ritorno.
Intanto la bella e giovane Signorina (di nome Teta, e cognita bene ai Carabinieri) dalle Scalette, ove tentò un consimile miracolo sopra un altro Nazareno, è stata condotta alle carceri nuove, e lì aspetterà il suo destino.
Fanno dire al Prof.
Calandrelli (chi sa se lo ha neppure sognato!) che di questo pessimo tempo n'avremo sino al dì 25, per ragioni d'una certa cometa.
Io, per me, credo che la causa abbia a riconoscersi nella pervicacia del vento, e non già nel corso degli astri.
Di' per me mille parole affettuose a Barbara e a Pio, da' infiniti baci alla pupa quando non istà a spasso sotto la tavola, e credimi sempre il tuo
Aff.mo Papà
LETTERA 551.
A CRISTINA E CIRO BELLI - FRASCATI
Sabato 18 giugno 1853, ore 10 antimerid.
Ecco le scarpe, miei cari figli.
Ad occhio quelle della pupa mi paiono un poco lunghette: spero però d'ingannarmi.
Ho pagato il calzolaio con uno scudo fra tutto.
C'è il patto di rendere indietro quel che non vada bene.
Ho i saluti della Marignoli, la cui sorella puerpera sta bene, come anche la bambina.
Saluti dalla zia monaca Leonarda, visitata a preghiera di Chiara dal Sig.
Pinelli.
Saluti della Con.ssa Donadio etc.
etc.
Ieri a mattina ricomparve lo Spada: io però stava a messa, e nol vidi.
Alla sera venne Biagini a chieder notizie di tutti voi.
Sulla loggia ove sogliono stendere i panni Annamaria e la carbonaia hanno ieri a notte rubato tutto intiero un bucatone di biancheria appartenente a varie poste della d.a carbonaia.
Del nostro nulla vi era, e nulla perciò è andato perduto, fuorché uno di quei cuscinetti trapuntati coi quali tengonsi in braccio creature.
Pochissimo danno.
Nella passata settimana ci avrebbero i ladri ben conciati, perché vi avevamo panni tanti che di lavatura importarono Sc.
1:18 1/2.
Circa a ladri sono in questi ultimi giorni accaduti diversi fatti, di cui parleremo a voce.
Al Gesù vannosi progettando altri sontuosi lavori.
Si vuol ridurre a marmi tutta la navata principale, che ora è a semplice muro.
Ho sospeso la lettera per aspettar Nina, andata all'albergo di San Vito.
Ritornata mi dice esser venuti tanto lo Scalandra quanto il Capolongo.
Col primo non ha potuto parlare, benché l'abbia aspettato un'ora e un quarto.
Ha parlato però col secondo, cioè col Capolongo, il quale ha dato eccellenti notizie della famiglia della balia, aggiungendo che sul resto si stia pur tranquilli perché non è possibile che lo Scalandra non abbia il tutto puntualmente consegnato a Pietro Cinti quel che gli fu qui dato a portargli.
Saluto amichevolmente Barbara, Pio e la balia: do mille baci a Teresa: abbraccio, figli miei, e benedico voi due
Il V.o aff.mo padre
LETTERA 552.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Roma, domenica 19 giugno 1853
ore 10 antimeridiane
Ciro mio.
In questo punto, mentre sto scrivendo la data del presente foglio per rispondere alla tua di ieri mattina (giuntami ieri a sera), ecco ricapitarmisi l'altra tua lettera pure di ieri e da te vergata alle 8 pomeridiane.
Apertala appena ho spedito Nina all'albergo coll'acclusa della balia pel marito, nella speranza che possa tuttora essere in Roma qualche vetturale di S.
Vito.
Intanto che Nina va io scrivo: tornerò su questo proposito al suo ritorno.
Del vostro temporale di ieri ebbi molto sospetto, avendo io veduto intenebrarsi densamente l'atmosfera da codesta parte, non che udito varii tuoni lontani.
Qui fu una passata d'acqua per men di mezz'ora.
Intanto stava io riflettendo: se quelli poveretti stessero ora facendo una gita, come si troverebbero! Venne poi la tua lettera dov'era indicato il progetto di Monte Porzio, ed io lì allora a pensare se il progetto avesse poi o no avuto effetto, e se il temporale vi fosse o no stato, e se vi avesse o non vi avesse colpiti, e via discorrendo.
Infine la lettera arrivata adesso mi schiarisce la faccenda del temporale ma non quella del viaggio.
Basta, speriamo che sia andata bene.
Ecco Nina di ritorno.
Ha essa consegnato la lettera della balia nelle proprie mani dello Scalandra, ed ha con lui lungamente parlato.
In breve, egli assicura di aver già al suo tempo il tutto consegnato al Cinti, cioè danari, sediola, formaggio e lettera, ed avergli inculcato di rispondere alla moglie e si meraviglia e si duole come colui non abbia ciò sino ad ora eseguito, mentre da motivi di salute non può essere derivata la negligenza, stando tutta quella famiglia Cinti ottimamente, come assicura anche un ragazzotto che trovavasi presso allo Scalandra mentre parlava con Nina.
Il ripetuto Scalandra parte or'ora, cioè a mezzogiorno.
Bisogna dire che Bassanelli non abbia mai ricevuto una lettera inviatagli da Sigismondo per la posta, appena, accaduta la nostra comune disgrazia.
La lettera di Pio a Biagini è stata mandata al destino dall'Avv.
Barberi che si trovò presente all'arrivo di essa in seno alla tua.
Ieri prese possesso della sua nuova carica di Governatore Monsignor Matteucci, in treno di gala e scortato da uno squadrone di carabinieri a cavallo in grande uniforme.
Andò così dal Papa, dal Seg.rio di Stato e dal Card.
Decano.
Oggi avrete avuto baccano alla locanda vicina a voi altri.
La famiglia Quarti in comitiva di quaranta persone.
Ce lo disse ieri a sera l'Avv.
Barberi.
Vivano i denti della pupa e vengano pure, a condizione che non la faccian soffrire.
Ringraziamo Iddio del continuo miglioramento di Pio, che ci saluterai con Barbara, a nome di tutti.
Chiara si soffre i suoi foruncoli con molta disinvoltura.
Meglio così, povera ragazza, ma la è una gran noia.
Ieri al giorno venne Marietta Ricci, e lasciò i saluti per tutti voi, non certamente esclusa Matilde.
Aspettiamo dunque ansiosamente Cristina e te verso la sera del prossimo martedì 21, seppure il tempo non fosse troppo orribile pericolo non tanto vano in questa perversa stagione.
Sigismondo, Chiara, Gigi, Nanna, Adamo, Nina, Geremia ed Annunziata m'incaricano di salutarvi in massa ed io abbraccio te e la nostra Cristina.
Il tuo aff.mo Padre
LETTERA 553.
A FILIPPO BABOCCI - TERNI
[20 luglio 1853]
Duolmi assai, caro Babocci, di averti obbligato al fastidio dello scrivermi nel tuo neppure pieno stato di convalescenza dopo una fiera malattia.
Perdonami: ma io, che nulla sapea del tuo male, attribuiva (lo confesso) il tuo silenzio a un po' di pigrizia.
Vengonmi dunque due dispiaceri dalla tua lettera del 17: l'uno cioè per la infermità tua, la quale però, grazie a Dio, volge al suo termine: l'altro per quella della povera Vannuzzi, che mi pare caso ben più serio, e neppure so precisamente quale specie di morbo la travagli.
Rispondesti bene a quel Signore che a te si diresse per lo acquisto in globo dei beni di Ciro in codeste parti.
Un progetto di compera e vendita fu realmente imbastito con altra persona che bramando acquistare la roba di Cesi e S.
Gemine, acconsentiva di prendere anche il terreno Maratta di Terni.
Tuttociò rimonta all'epoca in cui fra te e me passò un carteggio su questa faccenda.
Rimasero poi le cose sospese, né io crederei delicato procedere il volgermi oggi d'improvviso ad altro acquirente per le terre di Cesi e S.
Gemine, giacché in quanto al terreno Maratta potrei pur venderlo anche staccato a diversa persona.
Tuttociò puoi ora soggiungere al Signore che ti parlò.
La mia famiglia ti ringrazia de' tuoi saluti, te ne rende altrettanti, e vi unisce il desiderio vivissimo della tua perfetta e sollecita guarigione.
Sono ecc.
LETTERA 554.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FIRENZE
Di Roma, lunedì 24 ottobre 1853 ore 11 antimerid.
Miei carissimi figli
Nello scorso sabato 22 poco io sperava di ricevere vostre notizie, giacché io so bene per esperienza che nei viaggi non si può troppo contare sulle esattezze degli orarii di percorrenza e di arrivo.
Di ciò mi ha vieppiù persuaso la desideratissima vostra del 21 dalla quale apprendo essere il vostro arrivo a Firenze accaduto con un ritardo di quasi dodici ore oltre quello che potevasi credere secondo i conti che vi fece Miniato.
Ma insomma siete pur giunti e senza disgrazie, e ne sia lode a Dio; né forse è stato gran male il dovere a Siena attendere il secondo convoglio, avendo così potuto veder Cini, il cui stato è veramente deplorabile.
Non avrei creduto che la famiglia Biagini si trovasse tuttora costì, perché Miniato avea detto esser sul punto di fare un giro per le principali città della Toscana.
Ma va bene così: gli avete almeno veduti, e potrete render loro i saluti miei con quelli della casa Ferretti.
Chiara specialmente spera di vedere il giornale del viaggio di Luisa.
Passiamo al capitolo della salute.
Io me la tiro via discretamente, non essendo altro il mio incomoduccio che una delle solite gnagnere reumatiche, da cui non ho avuto neppur l'ombra di febbre.
Mi sono un po' riguardato per tre o quattro giorni, e non è stato altro.
La pupa sta vispa come una passeretta; e qualche volta, ben circondata da pronte braccia, fa due o tre passetti sola-sola o in terra o su qualche tavola; e ne farebbe forse anche più se non fosse ne' suoi movimenti così subitanea.
Ha già bene scoperto il suo sesto dentino, che anzi è un dentone, largo come una paletta: va a spasso con frequenza, perché il tempo lo permette, e ne gode moltissimo: la sciolta poco assai la molesta, né Maggiorani ci ha mai nulla trovato di criminale, dicendo egli anzi che durante la dentizione una moderata diarrea preserva i bambini da locali infiammazioni.
Maggiorani è ancora alla vigna, ma quanto prima ne vuol ritornare.
L'ultima volta che qui venne, in adempimento della promessa che vi aveva fatta, m'incaricò di farvi i suoi saluti.
Credo che la Famiglia Ferretti aggiungerà qui appresso qualche parola: perciò i saluti di essa non ve li faccio.
Vi dò bensì quelli delle nostre donne di casa, Nina cioè, Pasqua e la balia, le quali tutte e tre si conducono benissimo, innamoratissime egualmente della carissima Teresuccia.
La famiglia Massani, desiderosa di vostre notizie, le avrà subito in oggi.
Divertitevi, figli miei, più che potete, ed amate sempre quanto vi ama
Il V.o aff.mo padre
LETTERA 555.
A CIRO E CRISTINA BELLI - FIRENZE
Di Roma, giovedì 27 ottobre 1853
ore 10 1/2 antimeridiane
Figli miei cari
Ricevo in questo punto la graditissima vostra seconda lettera, quella cioè del 25.
Alla precedente del 21, giuntami il lunedì 24, io risposi nel giorno medesimo dell'arrivo, dimodoché avete contato benissimo che il mio riscontro dovesse arrivarvi il 26, ossia ieri, giorno posteriore a quello della data del vostro ultimo foglio.
Nella suddetta mia lettera (non credo di aver fatto male) io segnai l'indirizzo all'Albergo del Giglio in Via Calzaioli, persuadendomi che in Firenze usino i portalettere come a Roma.
In tutti i modi però abbiamo qui in famiglia conchiuso che o avreste la lettera al domicilio o la trovereste alla posta.
La famiglia Massani, che molto aggradì i vostri primi saluti e ve ne rende altrettanti, avrà in oggi partecipazione di quanto per essa mi dite.
Non istate in alcuna pena per Teresa.
Ella sta bene, vivace, allegra ed accenna sempre più al voler presto andar sola.
Oggetto carissimo della vigilanza e della cura di tutti, potete pur credere che a questo riguardo è come se foste voi qui.
Mi pare, figli miei, che il ripartir vostro di Firenze appena dopo il sabato 29 sia un po' troppo sollecito.
La città è bella, il tempo è buono: dunque godetene un poco più.
Del resto poi regolatevi come vi pare.
A me va sempre bene.
Io me la passo benino; ed il buon tempo, che abbiamo anche qui mi ha molto giovato.
Ieri vidi Pippo Ricci che vi saluta.
La sua famiglia sta bene.
Se oggi vado da Domenico (il cuoco Meranghini) a portargli il semestre di giubilazione scaduto in questo medesimo giorno, conto di salire in casa Ricci-Capalti.
La Welisareff sta bene.
La visitarono lunedì Nina e la balia, e la trovarono poi per Roma nel Martedì susseguente.
Saluti anche di quella, e di Miniato e di Spada.
Anticipo qui due avvertenze.
Non essendo prevenuta la Vannuzzi del vostro arrivo a Terni (quandunque esso accadrà), è bene che smontiate alla locanda, e vi regoliate poi a seconda delle circostanze.
Questa è una: l'altra è che vediate Babocci, e gli chiediate come va la faccenda delle tasse sul terreno Maratta, non avendomene egli più scritto.
Ah se si trovasse a vendere quel benedetto terreno!
Chiara ringrazia, e dice che starà a vedere ciò che le porti Luisa.
Tanto essa quanto il buon Gigi, e Sigismondo e i coniugi Barberi (che vanno venendo al solito) dicono ad entrambi voi mille cose affettuosissime.
Maggiorani venne ieri a trovarci, perché non tornava a dormire alla vigna, essendo stato chiamato per un consulto in casa Barberini.
Il Principe ha avuto una brutta febbre di 48 ore, con sintomi di sopore.
Ma se n'è riavuto malgrado i suoi 82 anni, come mi è stato detto da altri.
Credesi che sarà faccenda da chinino.
Sospendendo la lettera, mi è riuscito prima d'impostarla di fare la vostra ambasciata alla famiglia Massani, e rendervene ringraziamenti e saluti infiniti.
Tutti di quella Casa trovansi nello stato medesimo in cui erano quando li lasciaste alla vigilia della vostra partenza.
Oggi abbiamo tombola a piazza Navona; ma del volatore Sig.
Piana non se ne parla più.
Forse sarà volato in qualche altra maniera.
Divertitevi, divertitevi, divertitevi.
Vedete tutto, andate per tutto.
In questa intelligenza vi abbraccio entrambi e benedico: amen.
Il vostro aff.mo padre.
LETTERA 556.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, sabato 29 ottobre 1853
ore 2 pomeridiane
Ciro mio
È venuto Pio con una tua lettera a lui diretta il 26.
Sull'esterno marchio postale di Firenze si legge 26 ottobre 1853 dopo la partenza.
Bisogna dire che tu l'impostasti un po' tardi, e perciò fu spedita di costì il 27 ed è arrivata qui oggi.
Godo sentire esserti giunta la prima mia del 27, e spero che oggi tu abbia pure la seconda che ti mandai il 27.
Ieri, avendo io mosso al Massani il discorso sul lasciapassare, mi rispose che facilmente si aderirà alla già fattane richiesta; ma vuole il Ministero di finanza conoscere in antecedenza con qual mezzo di vettura entrerà in Roma il viaggiatore, se cioè 1° col corriere, o 2° con un proprio legno in posta, o 3° colla Diligenza, o finalmente 4° in una carrozza da nolo o vogliam dire vettura ordinaria.
Io esclusi subito i primi due mezzi, il secondo de' quali in riguardo al lasciapassare è sempre il più utile, perché senz'altro si va subito a casa.
Restano dunque in forse gli altri due modi, vale a dire quello della diligenza e quello della vettura.
Circa alla diligenza questa soffre la visita del doganiere (e credo certamente nel Palazzo di finanza), ma il bagaglio di chi abbia il lasciapassare non è visitato.
Per la vettura poi, la stessa faccenda accade alla porta della città, e non si suppone che al nominato nel lasciapassare appartenga tutto il carico del legno, se vi sono altri forastieri di conserva.
Venendo ora al nostro caso pratico io non credo che voi due potrete venire da Terni a Roma in diligenza, poiché combinandosi a quell'epoca l'affluenza di tutti i concorrenti a Roma o per ritorno o per altro motivo, Terni, che può quasi dirsi l'ultima città di transito, vede passare la Diligenza sempre piena o al più al più con un sol posto vacante, laddove a voi ne abbisognano due e il trovarli vuoti sarebbe quasi un miracolo.
Ma qui intanto non si dà il lasciapassare se non si dichiara con quale specie di trasporto si arrivi.
Dunque, nel dubbio che troviate posti in Diligenza, che cosa qui si dichiara? Perciò io direi, per meglio andare al sicuro, che pel breve residuo del viaggio da Terni a Roma vi contentaste, figli miei, di venire in vettura, e ciò dichiarare al Ministero della finanza.
Ho sollecitato a parlarti di ciò per non perder tempo, sapendo io bene quanto sien lenti i romani impiegati, e non solo lenti ma arche imbroglioni, la quale lor qualità non mi tiene assai quieto sull'andar bene questa faccenda del lasciapassare.
Rispondimi su tal particolare al più presto che siati possibile.
Questa mia ti deve arrivare lunedì 31, un giorno dunque (e più) innanzi alla tua partenza di Firenze, dove son contento che abbiate passato qualche altro giorno.
La pupa è tornata adesso lieta e contenta dalla passeggiata fatta con Nina e la balia.
Saluti e buone nuove da tutti a te ed a Cristinella che abbraccerai di cuore pel
tuo aff.mo padre
A Perugia stateci non tanto poco.
C'è da vedere: e visitate Assisi.
LETTERA 557.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, lunedì 31 ottobre 1853
Mio carissimo Ciro
Giunto Biagini sabato a porta del popolo sulle ore 9 pomeridiane, e in casa alle 10 1/2, venne ieri a sera a portarmi da tua parte un esemplare della Cantica del Fava, senza però ricordarsi a chi sia destinata.
Chiara crede al Massani.
Questi in oggi l'avrà; e se non è per lui la riprenderò aspettandone da te indicazioni.
Oggi tu devi ricevere la mia del 29, dove ti parlai non brevemente del lasciapassare.
Intanto ti diriggo questa, ferma in posta a Perugia, carica de' miei saluti pei Micheletti e per gli altri amici che abbiamo in quella città.
Ho ricevuto il tuo foglio del 29, che mi dà notizia del viaggio fatto da te e dalla Cristina nostra a Pisa, a Lucca e a Livorno.
Bei luoghi! Sono contento che li abbiate veduti.
La cara Teresuccia ha spuntato (sulla mascella inferiore) il settimo dente, e sta lì lì per cavar fuori anche l'ottavo.
Per questo sviluppo le torna di tratto in tratto un po' di sciolta, cosa naturalissima, ma di cui però non si dà essa per intesa, tanto è vispa e allegroccia.
State dunque tranquilli.
Zio Sigismondo, Chiara, Gigi, Nina, Matilde, Pasqua, Nanna, Adamo, Marietta Ricci, Mariannina Angelini, Nannetta Welisareff e Pacifico Interlenghi, mi hanno data ciascuno commissione di mille saluti.
Io ve li mando tutti in un sacco: voi fra voi altri ve li dividerete.
Sabato il Piana ritentò il volo.
Niente affatto: il pallone nol poté alzare.
E intanto spese, e per Roma borbottamenti.
Finisce che vola di notte col suo pallone sopra le spalle.
Mi ha raccontato Biagini la storia delle mie litanie.
Quel mezzo francescone di diritti postali gli è proprio rimasto nel gozzo.
E infatti! Bravo il fiorentino speziale Sig.
Carlo Agresti!
Abbiamo ieri avuto la beatificazione del Ven.
Bobòla della Compagnia di Gesù.
E tre in poco tempo.
Abbraccio di cuore e te e la tua cara Cristinella, firmata anch'essa appiè della tua letterina, e mi ripeto affettuosamente di entrambi
Il tenerissimo padre
LETTERA 558.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, giovedì 3 novembre 1853
Ciro mio
Sabato 29 ottobre ti diressi a Firenze (col solito ricapito) una lettera, che dovea giungerti nel lunedì 31, e così eri tu in tempo di riscontrarla prima di partire da quella città dove dicesti di trattenerti a tutto il martedì p.mo novembre.
In essa lettera ti partecipai da parte di Massani alcune dimande fattegli dal Ministero di Finanza circa al lasciapassare che si voleva concedere soltanto dopo saputo con qual genere di vettura giungereste a Roma.
Su tuttociò io ti feci in quella mia lettera un lungo sproloquio, e ne aspettavo risposta.
Il fatto è però che né ieri (come poteva arrivare) e neppure oggi ho veduto niente.
Nel lunedì 31 poi risposi all'ultima tua fiorentina, e spedii la mia lettera a Perugia ferma in posta, affinché lì ti aspettasse.
La pupa ha spuntato l'ottavo dente, e pare che non dovrebbe esserne molto lontano qualcun'altro, perché la ciumachella va mettendosi lateralmente le mani in bocca.
Come ti dissi nella mia precedente, se l'è riaffacciato un poco di sciolta; ma ciò non è nulla, ed anzi sarebbe stata maraviglia il contrario in cosiffatta frequenza di dentizione.
Essa però non se piglia: sta allegra e va a spasso la mattina con suo molto diletto.
State tranquilli su tutto.
Giunto a questo passo della mia lettera, mi son veduto arrivare il Sig.
Augusto Garofolini che veniva direttamente dal Ministero di Finanza a portarmi il desiderato lasciapassare senza visita e senza accompagno, e senza veruna indicazione di qualità di vettura.
Io dunque farò così.
Appena saprò da te, presso a poco, l'epoca in cui giungerai a Terni, te lo spedirò colà per la posta, e tu te lo riporterai a Roma in saccoccia per mostrarlo o alla porta se verrai in una vettura ordinaria, o alla doganella del palazzo Madama se verrai in Diligenza.
Questo secondo caso però mi pare difficile, perché in questo tempo le Diligenze che passano da Terni per Roma sono ordinariamente piene come uova fresche.
A malgrado dell'eccezione che leggerai nel lasciapassare intorno agli altri viaggiatori esistenti nella ordinaria vettura e non compresi nel privilegio di libero transito, dice il Signor Garofolini che tu potrai dichiarare essere tutti tuoi i bagagli del carico, e così favorire i compagni di viaggio.
Non so io peraltro se la faccenda sia regolare, e se i doganieri se la beveranno, tantoppiù poi se il legno apparisca assai carico.
Basta, ti regolerai con prudenza e a seconda delle occasioni.
Tutti gl'individui delle due nostre famiglie, e tutti gli amici che si vanno vedendo, dicono a te ed a Cristinella nostra mille parole amichevoli.
E tu di' a Cristinella da mia parte che la presente mia lettera la consideri Ella come da me scritta anche a Lei, non facendo io fra voi differenza veruna.
La mia salute non va malaccio, e me ne contento.
A proposito: per varie ragioni tuttociò che si dovrà qui in casa eseguire in mettitura di tendine, tappeto etc., non potrà essere in ordine prima della sera del sabato 12; dimodoché non venite prima di quell'epoca se volete trovare le cose compite.
State allegri, divertitevi, figli miei, quanto il tempo ve lo permette, ed amate il
V.ro aff.mo padre
I miei saluti ai Micheletti, ai Bianchi, ai Monaldi etc.
etc.
LETTERA 559.
A CIRO E CRISTINA BELLI - PERUGIA
Di Roma, lunedì 7 novembre 1853, 11 antimeridiane
Miei carissimi figli
Te Deum laudamus! Gloria in excelsis Deo! Benedictus Dominus Deus Israel! Mezz'ora fa mi son giunte le vostre lettere, dopo tanti giorni che (senza vostra colpa) non vedeva io più niente.
La prima di esse è quella fiorentina del 1° corrente, ma spedita di colà non prima del 5 come apparisce dal bollo postale di partenza: la seconda è la perugina del 4, spedita di colà il 5, come pure rilevasi da quel bollo postale.
Intanto io, nelle dubbiezze nate dalle negligenze postali, sotto il giorno 5 vi diressi a Terni tanto una mia lettera quanto separatamente il lasciapassare, entrambi le cose franche e ferme in posta, affinché al vostro arrivo colà le poteste trovare.
Ora mi dite che arriverete in Terni presso a poco il giorno 11.
Va bene, ma non sapendo io se questi giorni intermedii li passerete tutti a Perugia, ovvero ne consumerete una parte pei luoghi lungo la via, per pormi al sicuro vi scrivo oggi due lettere, una cioè a Perugia e un'altra a Terni, dove arrivando ne rinverrete dunque tre.
La pupa, che sta meglio del piccolo accesso di sciolta novamente venutole per l'accelerata dentizione, sta sempre vivace ed allegra, e va facendo varii passetti senza appoggio ma fra vigili cautele.
Fa fare la ninna alla pupazza, e si diverte assai col buttarmi per aria il zucchetto.
Tutti qui nelle due famiglie stan bene, e singolarmente uno per uno diconvi mille cose affettuose dopo avere udita da me lettura de' vostri due contemporanei fogli.
Le ambasciate alle famiglie Massani e Barberi saran fatte dentro la giornata.
Dicovi frattanto che Pio rispose in corrente a Ciro ringraziandolo e rinunziando ad ogni acquisto di libri.
Più volte la famiglia Ferretti si è recata a Monte Mario per visitarvi Peppe Delfini, il quale, se non meglio-meglio, non istà neppure peggio di quando si condusse lassù.
Il suo male è grave, ma il caso non sembra disperato.
Ieri con solenne processione fu ricondotto il SS.mo Crocifisso da S.
Carlo al Corso alla sua nuova Cappella in Campo-vaccino, dove il Papa lo aspettò e poi predicò al popolo dalla scala di S.
Giuseppe de' falegnami.
D.
Carlo Bonaparte ha venduto in Parigi a D.
Alessandro Torlonia il suo palazzo di Roma e la sua interessenza nelle ferriere per 70,000 scudi, ed oltracciò il principato di Canino per scudi 450,000.
Circa il titolo poi di esso principato, che da Torlonia gli si voleva lasciare, il Bonaparte volle assolutamente venderglielo insieme colle possidenze, chiedendo che si esprimesse nell'istrumento farglisi da lui cotal cessione di titolo per un baiocco.
Non so se Torlonia abbia voluto sottoscrivere simil clausola, che equivale a un insultante schiaffo contro il nostro Stato e Governo.
Mi pare non aver altro da dire, fuorché darvi i saluti della Casa Ricci-Capalti, dove si gode ora buona salute, e quelli di Spada.
Alla Welisareff tornò giorni addietro una febbre.
Vi abbraccio (anche colle manine di Teresa) e di vero cuore entrambe vi benedico.
Il V.o aff.mo padre
P.S.
Scrivo espressamente in carta grossa perché la lettera sia più massiccia e non si perda fra le dita degl'impiegati postali.
Prego, con separata lettera, il Signor Luigi Micheletti affinché se la presente non vi trovi più a Perugia ve la mandi subito appresso alla volta di Terni.
Bisogna fare il meglio che si può.
LETTERA 560.
A CRISTINA BELLI - TERNI
Di Roma, venerdì 11 novembre 1853
alle 10 antimer.
Mia cara Cristina
In questo punto ricevo la graditissima tua dell'8.
Essa fu da te scritta nella sera del giorno suddetto: partì dunque da Perugia nella giornata del 9, ed è qui arrivata oggi 11.
Va in regola.
Partendo però coi altri per Fuligno domani, non potreste più ricevere un mio riscontro a Perugia, e perciò lo diriggo a Terni ad aspettarvici fra le altre lettere che già vi sono.
La presente porta la esterna direzione a Ciro, ma poi parla a te com'è di dovere, perché responsiva a un foglio di tutto carattere tuo.
Principiamo dal capo principale: la pupa.
Prosegue essa a star bene, e la poca diarrea che le si era riaffacciata all'uscire dell'8° dente, presto se ne tornò alla malora.
Sta' pur tranquilla circa all'esercizio del camminare: le si fa far moderato, tanto più che, sebbene stacchi già la bambina de' passi spediti e senza appoggio, purtuttavia la sua tendenza ad alzarsi sulle punte de' piedi non è ancora vinta del tutto: bensì è molto diminuita.
Quanto si fa affettuosa questa cara angioletta!
Sono molto contento che tu sii andata al Santuario di Assisi.
Bello eh? E così pure mi piace che tu abbia veduto la campagna di Bianchi, vero gioiello di amenità.
Ha del gusto quell'uomo.
Ieri venne Cagnoni a portarmi la mesata di Ciro in un bono da Sc.
20 e in un altro da 5.
Pare che d'argento non se ne parli più.
Staremo a vedere come finirà questa faccenda.
Si è battezzata a S.
Rocco una bella giovanetta danese, della compagnia equestre del Guerra, la quale neppure sapeva se fosse cristiana.
Devesi ciò allo zelo del Parroco di d.a Chiesa.
La matrina fu la Kimski.
Delfini al solito: Cencio Maggiorani sta alla Pagliarozza e far purga di uva.
Il suo petto è più sollevato.
Ritorno a Ciro ed a te i saluti di quanti sono, parenti, amici e domestici, e specialmente della buona balia che me ne ha incaricato tremila volte.
Abbraccia per me Ciro, come io abbraccio te benedicendovi entrambi.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Saluti in casa Vannuzzi e a Babocci.
LETTERA 561.
A CIRO E CRISTINA BELLI - TERNI
Di Roma, lunedì 14 novembre 1853
alle 11 antimeridiane
Miei carissimi figli
Ricevo e riscontro la graditissima vostra data l'11 di Perugia e giuntami in questo momento.
E in questo momento voi state dunque viaggiando per Terni, a traverso di brutte, fosche e noiose montagne, viaggio che deve rendervisi ancor più ingrato per la brutta giornata, se in codeste parti è così scura e piovosa come qui a Roma.
L'unico vantaggio consiste nella brevità di sole miglia 18.
Dio vi porti sani e salvi fino fra le nostre braccia, secondoché sani e salvi v'ha sempre condotti!
La Teresuccia nostra sta bene, e va continuamente a spasso quando il tempo lo permette; e l'ha quasi sempre permesso.
Questa cara bambina spiega grazie tutte proprie d'una affettuosa feminuccia.
Smaniata per far fare la ninna a tuttociò che le capiti innanzi, ma specialmente alle scopette, e, fra le scopette, dà preferenza alla mia.
Avanti a tutte le madonne che col bambino in braccio pendono dalle pareti di casa nostra, ella vuole arrestarsi, e battendosi la manina sul petto intuona la cantilena promotrice del sonno.
Fra tutte le cose poi che ama di afferrare, predilige i quattrini.
Mi fa con ciò sempre ricordare quella creatura che interrogata a chi volesse più bene, se cioè al papà o alla mammà, rispose: a li cadini.
Sabato a mattina vedemmo arrivare il caro Pietro, che venne per un suo affare con Ricci.
Portò seco il figlio Luigi, bel ragazzo di dieci anni.
Potete figurarvi le contentezze della buona Matilde! Schizzava gioia da tutte le parti.
Ripartirono i forestieri ieri al giorno dopo il pranzo, pranzo in cui, naturalmente, entrarono i maccheroni.
Sonosi in casa Massani ricevute negli scorsi giorni due lettere di Firenze, del Sig.
Sloane e della Sig.ra Amici, piene entrambe di rammarichi per non aver potuto far nulla a vostro favore in quella città.
Spero che a Terni troverete tutte in un fascetto le varie lettere da me ivi direttevi, comprensivamente al lasciapassare, piegato anch'esso in foggia di lettera.
Senza specificare saluti nominalmente, ve li do tutti in un cumulo, così i domestici come gli estranei; e voi altri fate in mio nome altrettanto e presso la famiglia Vannuzzi e con chi vi chieda di me.
Amatemi, figli miei cari, quanto vi amo, e ricevete da me abbracci e benedizioni.
Il v.ro aff.mo padre
LETTERA 562.
A CIRO E CRISTINA BELLI - TERNI
Di Roma, martedì 15 novembre 1853 / mezzodì
Figli miei cari
Il potere io, oggi ancora, ricevere una vostra lettera non mi sembrava difficile: non avrei però immaginato che mi venisse, come è venuta, da Terni, dove io credeva che sareste arrivati ieri e non già nella sera della precedente domenica.
Tuttavia a me va bene anche così, postoché è sembrato bene a voi altri.
Temo che la brutta giornata di ieri o vi abbia impedito il recarvi a Piediluco, o almeno vi abbia sturbato la gita.
Qui il tempo fu pessimo.
Siccome poi neppur'oggi è niente di buono, ne sto in pensiere per la scorsa a Cesi, annunziatami colla lettera vostra per questo medesimo giorno.
In tutti i casi però, mi lusingo che tu, Cristina mia, non sarai andata ad arrampicarti lassù, perché lo esporti col mal tempo sarebbe stata imprudenza, e tanto più in quanto i soliti trasporti per quelle parti somigliano più i carretti che le vetture.
Basta, mi riposo l'anima in Dio e nella vostra ragione.
Il molto piacere di udirvi sempre più a me vicini mi è stato in gran parte amareggiato dalle tristi notizie della casa Vannuzzi.
Quale cumulo di sventure! Come diamine esser colpito quel giovane da una artritide sì violenta! Ma già, basta esser corpo umano per poter soggiacere a simil traversie.
Mi fa pietà egli, mi fa pietà la Sig.ra Lucia, mi fa pietà la intiera famiglia.
Dite loro per me le parole più consolanti ed affettuose: ma queste qual bene poi fanno?
Nina porterà subito alla modista la cappotta di velluto per rimodernarla.
La pupetta seguita a voler addormire tutta la roba di casa, e fa a Nina mille strilletti per metterle paura.
Quando poi Nina si è tutta avvilita, allora risate.
Tutti noi le parliamo continuamente di Papà e di Mammà: sono curioso di vedere se a prima giunta vi riconosce.
Sono persuasissimo della vostra comune smania di riabbracciarla; ma noioso, da vecchio mio pari, vi esorto a non abbandonarvi troppo ai primi benché giustissimi moti della vostra contentezza nel rivederla, affinché colta all'improvviso non abbia forse ad esserne urtata.
Se sentiste com'ella rosica con que' suoi otto dentini! Quando io prendo tabacco, segue ed imita come una scimmietta tutti i miei moti.
Per lo scimmieggiare non ho mai veduto chi possa eguagliarla.
Questa mattina avrete avuta una mia di ieri, con una giuntarella di Sigismondo.
Ho fatto a tutti i vostri saluti, e tutti ve li ritornano cordialissimi e centuplicati.
Ringrazio il Sig.
Santini della cortese memoria che conserva di me, e distintamente lo riverisco.
Secondo l'itinerario che mi accennate, forse questa mia lettera dovrà o potrà esser l'ultima che io costì vi dirigga.
Mi regolerò peraltro dimani, se mai dimani io riceva altri vostri caratteri con indizi più precisi circa al giorno della vostra partenza da codesta città, dove, diciamolo pure, nulla v'è da vedere con qualche interesse.
Intanto vi abbraccio, vi benedico, e mi ripeto di entrambi.
Aff.mo padre
LETTERA 563.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
La sera di S.
Giuseppe 1854
Mia buona Cristinella
Fra tutti gli augurii (che sono stati una cesta) fattimi fra il vespro e la solennità dagl'infiniti venutimi a visitare espressamente allo scopo, il più grato, il più dolce, il più accetto lo gustai ieri in quelle care e affettuose parolette che scrivesti per me al tuo e mio Ciro.
Te ne ringrazio, figlia mia, e te ne prego da Dio ricompensa nel sollecito e perfetto ristabilimento della tua amata figlietta, primo oggetto delle giuste tue cure e de' tuoi sagrifizi.
Ieri mattina andai dal buon Peppe Massani, e Ciro lo visitò ieri a sera.
Oggi dopo il pranzo è qui venuta la Signora Marignoli.
Ti dicono mille affettuose parole.
Non ti farò la lista de' parenti ed amici concorsi anche in quest'anno al baciamano pel mio onomastico.
Non la finirei più.
Pareva la visita della Scala santa.
E tutti mi han lasciato saluti per te, facendo caldi voti pel ricupero della tua tranquillità dopo tante amarezze.
Pare che in casa Angelini sia penetrato un altro medico, di nome straniero: un dottor Carus, Calus, Gallus...
o un consimile.
Altri rimedi, altri tentativi...
E non so se Maggiorani siane al giorno.
Ma la bambina va al solito.
Basta, Pietruccio Angelini ti saluta.
E Pippo Ricci, che è qui in questo momento, non vuol'essere lasciato addietro.
Dei moltissimi altri non parlo, perché, come ho già detto, non sarebbe da terminarla sì presto.
Della tabelletta coll'indirizzo di Ciro hai ragione.
Stava attaccato al manico della canestra grande nel sottoscala.
Ma io non l'avea veduta né quando tornò da Fiumicino né poi.
Ciro ti aggiungerà qui due parole.
Abbraccio te, bacio la pupa, ed entrambe vi benedico.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 564.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, sabato 8 aprile 1854
Mia carissima Cristina
Alle 10 antimeridiane mi è giunta la tua letterina di ieri, e presso a poco all'ora stessa dev'essere a te arrivato il tuo Ciro, della cui venuta mi parli.
Circa al corpetto e alle veste di Gigia, sarà eseguito quanto prescrivi.
Così pure si farà in quanto alla mantiglia del tuo abito di giacconetta.
Questa sera però, come sai, non potrò spedirla per mancanza del viaggio del vapore.
La spediremo nella sera di domani (domenica), affinché giungati lunedì.
Ho letto la tua lettera in presenza di tuo zio e di tua sorella, coram Pacifico.
Sul proposito della visita di Chiara, Sigismondo ha risposto: eh, non dipende da me.
Essa poi non ha aperto bocca.
Mi spiego?
I miei dolori, figlia mia, fanno il comodo loro, ed io non glielo posso impedire.
Il mio silenzio però non ci rimette nel caso dello scorso ottobre; perché allora non eravate qui nessun di voi due, e al contrario c'è adesso Ciro che alla circostanza mi sbianca.
Piano un poco, signora Chiacchierina: io non dissi golosa, ma golosi.
Scrissi biscottini pei golosi.
C'è una bella differenza.
Di golosi al mondo ve n'ha tanti.
C'è, per esempio, l'Abate Pitotti, ci son io, ci potrebbe essere anche Don Antonio..., e via discorrendo.
Golosi in astratto è parola che non offende né il prossimo né il remoto.
E non era forse probabile che la Signoria Vostra aprisse quel cartoccione sulla riva del fiume, e ad ogni marinaio presente ed accettante distribuisse il suo biscottino? Possibile che lo avessero schifato tutti que' buoni servi di Dio? Ecco dunque i golosi.
Badi ella pertanto a reprimere i giudizi temerarii qualunque altra volta si trovasse al mondo in un consimile caso, e non attribuire a un povero galantuomo prave e maligne intenzioni quando parla coperto della candida stola dell'innocenza.
Ci siamo intesi.
Chiudo la lettera e apro la finestra, perché esco per recarmi a impostare.
Abbracciami Ciro, abbracciami Teresa, abbracciami te stessa non mi abbracciar Gigia ma salutala; e ricevi i saluti e gli abbracci dei presenti, dei preteriti e de' futuri, ed anche di qualche imperfetto che si fa avanti colle sue imperfezioni; e questo imperfetto è Chiara, perché è tutt'altro che perfezione il non venirti a trovare.
Il tuo aff.mo più Padre che suocero
P.S.
Ho letto a Chiara il paragrafo delle imperfezioni.
Ci ha sorriso, ed ha poi soggiunto che il contegno dello zio in simili faccende è sempre tale che esonera se stesso mentre dimostra di lasciar lei libera di seguire la propria volontà.
Ella in vece amerebbe che lo zio le dicesse: và, Chiara: và pure, ché mi fa piacere.
In caso contrario teme Chiara di veder musi in aria, come dice averne più d'una esperienza.
Comunque stiano le cose, ti faccio questi dettagli per amor di giustizia; affine di non aggravar troppo tua sorella nell'attuale incidente.
Prima la giustizia, poi la minestra, poi il lesso, e in fine di tutto l'altra pietanza con un finocchietto se c'è.
Ma non mai più biscottini, i quali hannomi fruttato una bella mortificazione.
LETTERA 565.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, lunedì 24 luglio 1854
ore 10 antimeridiane
Mia cara Cristina
Comincio a scrivere io, e poi Ciro continuerà.
Per parte della Sig.ra Lezzani ci giunse ieri a sera la tua lettera venuta col Sig.
Garofolini.
La stranezza della pupa vorremmo noi qui attribuirla all'azione dell'aria elastica che le abbia in questi principii esaltato i nervi.
Ci giova, Cristina mia, creder così, per aprirci più facilmente adito a sperar bene nel futuro, allorché la cara bambina siasi abituata a cod.to clima.
Circa alle notizie e voci di cholera prego Iddio che tengati l'anima tranquilla.
Qualunque cosa fosse per accadere, il mio voto sarebbe non interrompere in quanto a voi altre ciò che non per vaghezza ma per necessità e per ordine di medico è stato fatto: nel che parmi chiaro il voler di Dio.
Per Ciro, io penso che se le esigenze dell'impiego potessero concederglielo, farebbe bene di unirsi con te e con la figlia, e così farvi tutti compagnia e confortarvi a vicenda.
Io poi, che son già passato altra volta per questa via (e in tempo e in circostanze per me assai peggiori), resterei qui serenamente, non sembrandomi prudente per niun riflesso il lasciare la casa.
Tutte queste cose però te le dico invitatovi quasi dal tuo paragrafo toccante simil soggetto.
Finora non siamo in questo caso; e in ogni futura contingenza poi tu saresti padrona ed arbitra di prendere quel partito che ti paresse il migliore.
Oggi (festa di S.
Cristina che ti ho già augurata felice nella mia lettera del 22) vedrai o avrai già veduto il Sig.
Casamenti, latore di d.a lettera.
Ciro, che giunse bene, vi aggiunse del suo, ed anche l'Avv.
Barberi.
Ti scrisse a parte anche Ferretti.
Lo strutto anche a Roma costa bai: dodici.
Non ti dar pensiero di queste cose.
Ciò che ti serve, e costì si trovi, comperalo allegramente e non fare altri conti.
La doppia, lasciata da Ciro presso di te, segnala per danaro ricevuto, e se ne avrà ragione a suo tempo.
È venuta la solita libra di cera per la tua festa.
Ti fo i saluti di tutti di casa, ti prego passarli anche a Barbara anche a mio nome, e benedico ed abbraccio te e la pupa.
Il tuo Papà
LETTERA 566.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, lunedì 31 luglio 1854
alle 11 antimerid.
Mia cara Cristina
Azzardo questa lettera per la posta, benchè per più prove non si possa negare a codesto corriere la meritata lode di sciattamestiere.
Quando alle 7 1/2 giunse ieri a casa il legno colla tua famiglia, io, che stava alla finestra da civettone, vi contai tre soli individui, e il mancante era Ciro.
Corsi giù per le scale, e seppi il motivo.
Dio ti dia, vi dia, ci dia pazienza! Che altro si potrebbe più dire?
Spero che il viaggio albanestre non vi abbia nocciuto a veruna delle quattro; e mi lascio lusingare pur da un'altra speranza: che abbiate cioè trovato una servicina per sostituta.
Ieri al giorno venne il marito di Luisa per udir notizie della moglie, non avendo riscontro ad una sua lettera impostata giovedì 27.
Tornò ieri a sera colla cognata (sorella di Luisa).
Io gli dissi come stavan le cose, ma con frasi che nol mettessero in troppa pena.
Mi pare che ci riuscii.
È questa mattina andata al destino una lettera che mi spedì Ciro pel Sig.
Massarini.
Oggi pranzo in casa Ferretti.
Non mi pare di aver altro da dirti, senonché pregarti di salutarmi Barbara e la famiglia del Sig.
Michelangiolo, se e quando la vedi.
Bacia la pupa forcinella e credimi sempre il tuo affettuoso
Papà
LETTERA 567.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, domenica 13 agosto 1854
Mia carissima figlia.
Risposi ieri a tre tue lettere, del 9 del 10 e dell'11, giunte tutte una appresso all'altra con poco intervallo, grazie alla puntualità così della posta come de' carrettieri.
Bisognerà dunque addestrare le colombe alla orientale a far le funzioni di corrieri.
I miei riscontri alle sudd.e tue lettere furono due, uno de' quali per la posta e l'altro pe' carrettieri che debbono tornare alla Rocca questa sera che è domenica, perché (attenti bene) io scrivo colla data di domenica, e la Sig.ra Camilla ti darà questo mio foglio dimani, che sarà lunedì.
Capisco che mi spiego benissimo.
Nel riscontro per la posta (che ti dovrebbe giungere mentre io scrivo la presente) ti annunziai che ti avrei anche scritto pel mezzo de' carrettieri unendo la lettera cogli oggetti da inviarsi, cioè
Due barattoli con loro sugheri
Sei libre di zucchero
Corno di cervo
Stringhe da stivaletti per Barbara
Cuscino per la sediola di Teresa
Pillole per Agnese
(Roba messa nel nostro canestro del pane con sopravi una lettera al Fondi).
Ti narrai io pure di aver fatto cecca col P.
Minini che non potei ritrovare.
Dopo impostata quella lettera quando stavan per batter le cinque, tornai dal P.
Minimi; stava in confessionale, ed io mi gli piantai lì davanti.
Tra una confessione e l'altra detti una picchiatina al davanzale: egli aprì gli sportelletti, ed io gli feci la tua dimanda.
"Non solo non approvo quest'anno il suo digiuno, egli mi rispose, ma assolutamente lo vieto.
Reciti in onore della Madonna il cantico Magnificat, e non pensi più ad altro".
Questa risposta già te l'ho fatta nella lettera spedita de' carrettieri, ma te la ripeto nella presente per timore che i cavalli de' carretti si rompan le gambe fra le alpi di Rockenpapen.
Ieri a sera dunque portai con Nina il canestro (chiuso e con lettera legata al solito sul coperchio, diretta al Sig.
Fondi) al magazzino della neve, affinché lo consegnassero questa mattina ai carrettieri dopo che avessero scaricato l'acqua gelata.
Il Sig.
Stefano, ministro, mi rispose serio-serio: "Non m'incarico di niente, e non garantisco niente.
Dimani non vengono gli uomini di Fondi, ma certi garzonacci ladri, che l'altr'anno rubarono sino un materasso a Serventi.
Lo conosce Lei il Sig.
Serventi? Ebbene gli dovean portare due materassi, e gliene portarono uno solo: l'altro volò via sano-sano.
Anzi credo che venga dimani Midiaccio (cioè il Sig.
Emidio), che è il peggio di tutti.
Venga Lei alle 6 domattina e ci parli Lei: io non garantisco niente".
- Dopo questa antifona, io pregai, feci riflettere che difficilmente avrebbero sottratto roba diretta al Sig.
Fondi, e lasciai un grosso da darsi al carrettiere col canestro e colle raccomandazioni.
Il Sig.
Stefano (o Stefani che sia) chiamò allora il pesatore e gli consegnò il grosso o pel Midiaccio, o pel Checcaccio, o pel Tittaccio che scaricherà dimani la neve.
Speriamo che vada bene: intanto sei ora informata di tutto.
Ecco poi il fatto mio curioso circa alle mie ricerche del P.
Minini.
La tua lettera era giunta dopo il mezzodì: allora il P.
Minini era a pranzo di certo.
Io mi preparai dunque la risposta, vi feci la soprascritta, vi posi sopra il bollino franco, e alle 4 pomerid.e andai al Gesù colla lettera in tasca a sigillo volante, nella idea di passar poi dall'Uficio Delfini, aggiugnervi la risposta del P.
Minini, sigillare e impostare.
Sulla porta del Padre il chiodo indicava Chiesa o Sagrestia.
Torno giù.
La porta che mette dalla portiera alla Sagristia era chiusa a chiave.
Passa il P.
Ministro, gli narro il mio bisogno, ed egli mi apre e poi sparisce per la chiesa e nol trovo più.
In Sagristia non v'era nessuno: in chiesa nessuno.
Giro, rigiro: sempre nessuno.
Vado per riuscire in porteria perché l'ora stringeva: la porta chiusa: busso: nessuno sente: finalmente mi apre un chierichetto sbucato di non so dove.
Eran circa le 4 3/4.
Corro da Delfini: allora proprio un copista aveva aperto.
Mancò poco che trovassi chiuso anche lì.
Scrissi quattro parole, e quando impostai stavan per batter le 5.
Per la Chiesa parevo un matto.
Ardevo e gelavo.
- Saluti, abbracci, benedizioni, e non c'è più carta.
Il tuo Papà
P.S.
Giunge la lettera di Ciro, che doveva o poteva esser portata jeri a sera.
Ringraziamo Iddio che non l'abbian portata dimani.
Siam più quieti riguardo alla pupa, udendo aver ella gonfie le gengive pe' canini.
Sappiamo almeno a che attribuir la diarrea.
E a Roma sarebbe stato forse peggio.
Ieri pranzai in casa Ferretti, ove era pure la cugina Chiara.
Oggi non ci pranzo, perché la Conferenza di S.
Vincenzo de' Paoli finisce ora assai tardi.
A Roma siamo restati in pochi, e le cose van piuttosto tranquille.
Ognuno fa con disinvoltura quel che ha da fare.
Il Sig.
Casamenti è in Marino colla madre in casa Palmieri.
Vi starà qualche tempo.
Son passato dal magazzino della neve: i carrettieri hanno avuto il canestro.
Me lo ha detto il pesatore che si chiama Giuseppe Belli.
LETTERA 568.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, il dì dell'Assunta nel 1854
una e 1/2 pomeridiana
Mia buona Cristinella
Mentre sto per riabbracciare Ciro, lo che deve accader fra poche ore, do riscontro a te della lettera ch'egli mi scrisse domenica 13 (a sera) dopo giunto costì il canestro, preceduto già nel mattino dal mio avviso per la posta.
Mancozimale che questa volta né il postino né i carrettieri sonosi sciancati per viaggio.
La pupa dunque al solito con diarrea e stranezza! Ah, si potesse udir finalmente sono spuntati que' benedetti canini! Spererei allora un gran cambiamento.
Dico spererei: poi Dio lo sa.
Ieri mi venne a trovare Balestra, e poco più tardi Clelia Belli: entrambi mi lasciarono mille saluti per te.
Questa mattina si è celebrata la solita festività a S.
Maria Maggiore, con benedizione papale.
Crederai già al solito che io vi sia andato come vado per tutto.
Eppure no: vedi stranezza! Quest'anno ho interrotto la consuetudine, e, meno la messa alle Stimmate, mi son trattenuto a casa, contentandomi di veder passare il Papa sotto le mie finestre.
Non so se vi sia andato Biagini per curare il suo piede con una buona camminatona, giacché senza questo scopo se ne sarebbe astenuto, egli che pari in ciò alle sue donne non va mai in alcun luogo.
Questa sera grande illuminazione e musica a piazza Colonna per l'onomastico dell'Imperador de' francesi.
Là sì, ti confesso che ho un gran prurito di non accostarmici, in grazia della folla che forma la mia delizia.
Se poi al casino de' militari m'invitassero a bere una buona bottiglia di rum vero Giammai, eh, eh, in tal caso...
tu conosci il mio debole.
Ieri pranzai in casa Ferretti: oggi ci pranzo pure, e si mangeranno pollastri.
Anzi, chiudo la lettera perché già mi aspetto dietro alle spalle la chiamata dello scalco.
Dunque, abbracci, baci e saluti secondo la giusta distribuzione, anche da parte di questa tua famiglia.
Sono il tuo aff.mo Papà
LETTERA 569.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, giovedì 17 agosto 1854
Mia cara figlia
Voleva io ben dire che alla Rocca, e per noi, vi fosse tanto da ridere quando tu arcanamente annunziavi a Ciro prima della sua partenza per la recente gita a codesta Hymalaya.
Quella millantatrice villana che si esibiva per mari e per monti, quella spaccona si era dunque annoiata? Volle tornare alle patrie delizie per cuocer la cicoria ad Ascanio, che oggi non è pur buono neppure per oste? Per lei buon viaggio, ma per voi altre poverette è un destino che se ve lo prendete con rassegnazione diventate sante dalla scrinatura sino alla suola delle scarpe.
Si è procurato di riallacciare la donna che aveami già trovato Pietro.
Dopo qualche giorno da quell'epoca cadde e si ruppe una costa.
Andò allo spedale, fu curata, e (dice) guarì.
Ora sta a servire, ma la costa le duole sempre.
Dunque, se fosse anche disoccupata, stareste fresche tra la costa della serva e le salite di Rocca di Papa! Chiara e Ciro van facendo altre pratiche.
Ciro te ne darà conto.
Ma intanto è per avventura accaduto costì qualche altro finimondo? Si è subissata la ragazzetta? La povera Agnese è ricaduta in malanno? Che so io...
tremo sempre come una foglia di pioppo.
E andiamo avanti.
Martedì a sera a piazza colonna si sprofondò un palco d'orchestra con tutti i suonatori, i quali dovettero perciò stonare per forza.
Qualcuno se ne acciaccò un poco, ma la poteva andar peggio.
Buono che io non sonava laggiù quella sera, ma sonava invece a casa il fagotto de' miei cenci di gala, e fui salvo.
Ecco il suono del mezzogiorno, e portalettere non si vede.
Nulla di sinistro voglio a ciò attribuire, conoscendo come vada la posta fra Roma e codesta terra promessa alle fauci de' lupi.
D'altra parte Ciro dice non esser più da pensare a corrispondenze pel mezzo de' manigoldi carrettieri della neve.
Sicché, uhm!...
Tralascio di scrivere e lascio tutto il resto della carta a Ciro per quando tornerà a casa.
Pazienza, figlia mia, pazienza su tutto, e valicheremo anche questi torrenti.
Tanti baci a Teresa, e altrettanti saluti a Barbara.
A te abbracci e benedizioni del
tuo aff.mo Papà
LETTERA 570.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Roma, lunedì 21 agosto 1854
10 antimeridiane
Mia carissima figlia
Dopo partito di casa (sabato verso sera) il canestro con entro le cose della spedizione, non che con due nostre lettere responsive ad altrettante tue, giunse un tuo terzo foglio mandatomi da Costa.
Io non era in casa e ve lo trovai al mio ritorno.
Non era allora più tempo di rispondere per veruna via; ma restaimi contuttociò tranquillo, stanteché quel che avrei potuto dirti di più interessante erati già stato detto tanto nelle due lettere incluse nel canestro quanto nell'altra da noi poco prima impostata.
Facesti benissimo col non esporti ai tumultuosi moti di una festa villereccia; ma pure assai sento al vivo la tua spiacevole vita in mezzo all'altrui gioia e dissipazione, e in un paese ove la tua dimora non ti frutta che privazioni e rammarichi.
Tu conosci il mio cuore e il mio carattere, e mi crederai senza sforzo.
Ma che potrei fare io poveretto per migliorare l'attuale tuo stato e metterti l'anima in quiete?
Ieri a sera poi tornando Ciro a casa portò due lettere venute colle vetture di Frascati, al cui Uficio era egli andato a cercarne.
L'una era di Marietta Ricci, che partecipava a Ciro di non aver potuto mandarti a Rocca di Papa la donna sennonché tardi, perché gli asini trovavansi fuor di paese; e di asini ce ne volevan due (come già erasi da Ciro prevenuta Marietta), uno cioè per la donna, e l'altro per caricarlo di due canestre, cioè quella ben pesante della nostra spedizione, e quella colla roba appartenente alla donna.
Circa al paramento delle bestie e del bestiaro erasi già convenuto che Marietta (e così fece) combinasse il prezzo e te ne mandasse avviso per mezzo della donna, affine che si pagasse alla Rocca, non essendo mai prudenza il pagar prima del servizio.
La seconda lettera, che portò qui a casa Ciro ieri a sera, era tua, diretta a me, colla data dello stesso giorno di ieri.
Trapelano facilmente da essa le inquietudini da cui sei agitata, e le quali per conseguenza non possono non agitare anche me che più viva brama non ho che quella della tua quiete.
Ma come si fa? Alcune cose che nelle tue lettere vai desiderando di sapere ti son ritardate per la non rara irregolarità de' veicoli della nostra corrispondenza, tantoché spesso ti è stato già da noi detto ciò che ci sentiamo poi dimandare.
Perché questo? Perché se le lettere ci fossero tutte ricapitate (tanto a te quanto a noi) nei giusti giorni e nelle esatte ore de' loro arrivi, non accadrebbero le richieste mentre già sono in viaggio le soddisfazioni di esse.
Tuttociò in genere.
In ispecie poi, parlando più particolarmente della tua ultima di ieri, ti lagni che nessuno di noi due ti abbia fatto sapere se ci sia o no in Roma il cholera.
Io ignoro ciò che Ciro abbiati detto su questo particolare nei quattro giorni che si trattenne costì con te; ma, in quanto a notizie epistolari, io stesso ho letto la lettera in cui Ciro ti diceva: il cholera è mitissimo, ed a ciò rispondesti tu stessa.
Di più io ti ho scritto che le cose qui andavan tranquille.
Io intendeva parlare di cose sanitarie; ma se non ho parlato più chiaro, oggi me ne dispiace, e te ne chiedo scusa vedendoti agitata.
Insomma il cholera è veramente mitissimo, almeno sino ad ora; ma pure è già un mese dacché si sviluppò, e nel 1837 dopo un mese già era uno sperpero.
In una delle lettere da me incluse nel canestro, che deve averti ieri consegnato la donna, ti detti perfino un cenno del bollettino sanitario che si cominciò qui ad inserire nel giornale sin dal 16 corrente.
Lì avrai veduto la scarsezza dei casi proporzionalmente a una Città come è Roma.
Son però giusto: quella mia lettera non avevi ancor potuto leggerla quando spedisti l'ultimo tuo foglio di ieri per la via di Frascati.
Spero però che al vederla ti sarai almeno in parte rasserenata.
Quagliotti disse uno sproposito, e ne disse un contrario Costa; ed ecco in qual modo nascono nelle menti altrui le penose incertezze.
Di quanto accade altronde nell'Ospedale francese, qui non se ne sa una patacca, perché i francesi non ne dicono niente a nessuno.
Termino questo paragrafo di guai riflettendo che alla Rocca o lo speziale, o il medico, o il priore, o il caffettiere, avranno pure il Giornale di Roma; e se un esemplare costìssù pur ne viene, non par difficile che di cosiffatta notizia possa aversene una sufficiente e non tanto vaga contezza.
Passiamo ad altro.
Dei discorsi passati fra te e Ciro intorno al Sig.
Botti e alla casa io non ne ho mai saputo parola.
Se ne fossi stato anche mezzamente informato, puoi credere che (lasciandoti in tutti i casi piena libertà di restare o venire secondo il vario stato del tuo animo) avrei procurato di contribuire in qualche modo e con qualche preventiva disposizione all'intento di non lasciarti costì a troppo tuo controgenio, ovvero di non farti trovare all'uopo senza abitazione; e in tuttociò senza mai por mente all'articolo spesa, o goduta o perduta, o leggiera oppur grave, purché tu fossi tranquilla.
Questa mattina si reca Ciro da Maggiorani, e poi si prenderà tosto un partito, da subordinare però sempre al tuo voto.
Farai il tuo pieno volere.
Speravo spuntato qualche altro dente a Teresa: la speranza al solito m'ha deluso.
E noi poveri uomini sempre speriamo!
Torna ora Ciro a casa, ed io gli consegno la presente, latrice dei saluti della tua famiglia per te e per Barbara, come ancor quelli della Sig.ra Costanza Serafini e del Sig.
Prinzivalli.
Ti abbraccio e benedico di cuore
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 571.
A CRISTINA BELLI - ROCCA DI PAPA
Di Roma, lunedì 28 agosto 1854
ore 11 antimeridiane
Mia cara figlia
Prendo al solito i passi avanti finché torni Ciriuccio per leggere e riscontrare la tua lettera giunta per la posta in questo momento.
N'è venuta anche un'altra a te diretta da Palestrina.
M'immagino che sia della balia Matilde, e mi figuro pure che, o l'apra Ciro o non l'apra, te la porterà egli stesso costì.
Ti sarai avveduta com'io da qualche tempo vada nelle mie lettere facendo lusso di carta.
Fogli intieri! alla grande.
Giustizia però vuole che tanta splendidezza non venga attribuita a qualche mia virtù anti-taccagna.
In certi casi muoia l'avarizia e crepi l'usuria, mi diceva mia nonna quando mi gocciava una stilla d'olio di più sulla panzanella.
E il mio caso è oggi il desiderio o la speranza che una lettera di più grande formato riesca meglio visibile a qualche guercio postiere, sicché non gli si perda fra le dita come le pallottole nelle mani del ciarlatano, e tu per tal modo la riceva o più sicuramente o più presto in grazia del maggior volume.
N'aveva anzi io pensata un'altra di furberia, di non affrancar cioè le mie lettere, nella idea che la roba non pagata venga ricapitata con più puntualità che non quella il cui prezzo sia già stato digerito.
Ma su ciò trànseat e buona notte.
Ecco Ciro: tralascio di scrivere, e con mille saluti di tutti, e di su e di giù, compio al solito i miei atti con Barbara, con Teresa e con te.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 572.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 2 settembre 1854
ore 10 antimeridiane
Cristina mia
Ieri a sera, verso l'un'ora e mezzo di notte, mi giunse la lettera direttami da Ciro nella stessa giornata per mezzo de' vetturini.
Non così però mi è peranche arrivata l'altra ch'egli mi dice spedita dalla Roccaccia nel preced.te giorno 31.
Molto piacere arrecò a me ed alla tua famiglia l'udirvi tutti felicemente pervenuti a Frascati con armi e bagagli e tamburo battente e bandiere spiegate.
Né minore è in noi tutti stata la gioia della notizia del terzo canino spuntato alla Teresuccia.
Ne resta un solo, il quarto, e Dio faccia che venga presto fuori anche questo, e saranno così superati i quattro più perigliosi scogli delle creature.
La povera nostra passeretta ci ha penato, ma ritengo che a Roma sarebbe andata la faccenda anche peggio, sotto quest'aria grave e opprimente.
Mentre sto scrivendo ecco arrivare colle stampelle la lettera del 31 agosto, ultima di quelle procedenti dalla Rocca-dell'anticristo.
La ho letta alla tua famiglia, e tutti abbiam giubilato tanto dello stato della pupa (ad onta de' suoi travagli) quanto di quello del Sig.
Casamenti.
Siane ringraziato il Signore.
Credo che Ciro ti avrà dato le ottime notizie della tua zia monaca Suor M.a Leonarda, dalla quale si recò Nina prima ch'egli partisse da Roma.
La buona religiosa prega Iddio per noi tutti.
Chiara mi dice non aver potuto ancora vedere la Vittoria del tuo foulard, e non essere ancor fatto il cappelletto della pupa.
È una disperazione!
A quanto Ciro mi disse partendo, dovrebbe egli essere qui di ritorno stasera.
Dunque non ti do saluti per lui; ma sì molti per Barbara e per te, della quale sono di cuore
Il tuo Papà aff.mo
LETTERA 573.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 5 settembre 1854
ore 10 antimeridiane
Mia cara figlia
Allorché ritornato Ciro da Frascati, nella sera del sabato 2, mi partecipò l'accordo fatto fra voi due, cioè di scriver tu la mattina e risponder noi qui la sera per aver così scambievoli notizie quotidiane, io co' miei dubbi da vecchio gli risposi subito che la cosa in genere mi sarebbe piaciuta, ma che però in pratica non sarebbe riuscita per motivi indipendenti da noi e dalla volontà nostra.
Così è infatti accaduto.
Le lettere vengono tardi, Ciro non può sempre trovarsi in casa al loro arrivo, e poi quando ritorna v'è appena qualche momento per rispondere due parole affine di essere in tempo da riportare la risposta all'albergo delle Vetture.
Ieri sera, per esempio, la tua lettera ci fu recata a due ore e mezzo di notte.
Ciro avea dovuto uscire per affari di uficio: purtuttavia nel frattempo avea dato inutilmente due corse a casa e due all'albergo.
Tornò finalmente tardi, avendo dovuto andare dal Fiscale.
Allora non avea più tempo di scrivere né di trovar più aperto l'albergo.
Per non farti mettere in pena ho però questa mattina portato due parole ai Vetturini alle ore 4 1/2.
Io dunque direi, Cristina mia, (meno qualche caso di urgenza) si combinasse fra noi la corrispondenza epistolare collo scrivere sì qua che costì sempre di mattina, tu un giorno e noi l'altro, alternativamente; e per tal modo ci sarà più spazio per rispondere e preparar qualche cosa che dovesse andare unita alle lettere.
Mi piace poi che tu dirigga le tue lettere per la scala di Ferretti, anziché per la nostra dove i garzoni non trovano al buio né porta né campanello.
Ma non mettere sulle lettere Via delle Stimmate, come facesti ieri: metti Piazza delle Stimmate, perché que' grossi garzoni la chiamano piazza, tantoché ieri a sera, dopo aver cercato invano il Ciro Belli al N.
24 per la strada nostra (che essi chiamano o Via delle Stimmate o Via del Gesù), finalmente bussarono alla porta nostra, dicendo che il numero del portone era sulla soprascritta sbagliato.
Maggiorani m'ha ordinato varii imbroglietti, e vedremo.
Mons.
Tizzani sta meglio: meglio Angelina, ed esce di casa: megli Quadrari e sta a Marino.
Il cholera segue a procedere al solito, e qui niuno quasi se ne dà per inteso.
Il caso del francese a Frascati lo sapea già Ciro da jeri mattina.
Si vedrà quel che n'esca.
Intanto è certo che i francesi ci hanno conciati pel dì della festa, ma S.
Ignazio ci salverà e per le feste e pei dì da lavoro.
Anche qui piovve ieri sempre fino dopo le 2 pomeridiane: poi rischiarò.
Povera Teresuccia! forse perdè per tutto il giorno l'allisciatura.
Ti mandiamo un prosciutto di L.
15 lordo, ma stato un po rimondato.
Vi sarà unita la cioccolata e il Napoleone.
Il caffè dimani.
Il cappelletto di Teresa, uhm!, non so quando l'avrai.
Il fiorentino pare che neppure ci pensi.
La Vittoria del foulard sta ad assistere una certa inferma, e non si può raccapezzare.
Si va novamente a cercarla.
Sigismondo, Chiara, Gigi, ed entrambe le famiglie salutano te e Barbara, ed abbraccian la pupa.
Io stringo la mano a Barbara e benedico te di cuore.
Il tuo Papà
LETTERA 574.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 7 settembre 1854
ore 10 antimeridiane
Mia cara Cristina
In questo momento ci arriva la tua di jeri (6) colla notizia del da te avuto prosciutto etc.
Ieri a sera poi deve esserti giunta una scatola col cappello della pupa, caffè etc.
Non ti spaventar troppo de' 40 casi di colèra.
Dopo la festa succede sempre un aumento, il quale va poscia riabbassando ne' consecutivi giorni della settimana.
Il bollettino sanitario, che qui si pubblica quotidianamente, abbraccia il periodo di 24 ore, dalle 8 del mattino alle 8 egualmente del mattino.
Si è dunque costantemente osservato che il bollettino dalle 8 mattutine della domenica alle 8 del lunedì mantiene nel numero di casi colerici la solita discreta proporzione de' giorni antecedenti, perché i popolari disordini delle pomeridiane ore della domenica non hanno peranche influito negli sviluppi del morbo: laddove al contrario nel bollettino dalle 8 del lunedì alle 8 del martedì si trova sempre un risalto per effetto di quell'influsso che ha avuto allora il tempo di operare sopra gli sconsigliati rei di spropositi.
I tanti disordini che si commettono da questi stupidi e increduli nostri plebei nel dopo-pranzo delle feste per le osterie, per le vigne e per gli orti, non son cose da credersi né da immaginarsi.
Dunque, figlia mia bella, non agitarti; e sul resto lasciam fare al Signore.
Passa frattanto il tempo, ed io spero in Dio e nella intercessione di S.
Maria e di S.
Ignazio che ci rivedremo e riuniremo poi tutti in ottimo stato.
Ti salutano Sigismondo e Chiara e Gigi, e ti abbracciano con Barbara e con Teresa.
Io ti benedico e do mille baci alla tua cara raponzoletta.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 575.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, domenica 10 settembre 1854
ore 10 antimeridiane
Cristinella mia
Ieri, mentre Ciro viaggiava, non potendolo io accompagnare per terra lo seguiva cogli occhi nel cielo, per pure scoprir fra le nuvole se qualche rovescione d'acqua lo potesse mai cogliere in cammino.
Non ne capii però niente come ti puoi figurare, ché il nuvolo e il sereno si correano appresso l'un l'altro come nella lanterna magica il diavolo e l'oste quando scherzano insieme da buoni fratelli.
Acqua però qui non ne cadde; ma ben se ne ricattò jeri a sera e poi nella nottata; ma allora, Deo Gratias, stavam tutti sotto le coltri a covare i paperini.
Insomma piove e mal temp'è, e presto-presto a casa dell'antri nun se sta bè, come diceva la buona comare seduta sulla pizzetta bollente.
Ciro, nel passare in legno sotto le mie finestre alzò gli occhi a quella della stanza da letto, ma non mi vide perché io ero all'altra della libreria.
Mettiamo ora mano a un altro barattolo, cioè la lettera di Ciro, scritta alle 7 1/2 di ieri a sera, e portatami giù adesso da Gigi, il quale si è subito presa la inclusa per la Signora Camilla per ricapitarla al momento.
Non c'è più nulla da dubitare: la diarrea della cara paperella nostra procedea dunque al certo dai denti: ed ora, se mai, siccome Ciro si esprime, si riaffacciasse, non ci sarebbe più da mettersene in pena, essendovi ancora il quarto canino da uscir fuori dalla buccia.
Le stampe portate ieri dal Centurione Sig.
Canori sono un fascicolo di corrispondenza bimestrale e il rendiconto del passato anno 1853, nel quale furono incassati netti Sc.
5669:42 1/2, di che il Consiglio diocesano mostrasi contento.
Ritorno i saluti di tutti e singoli a tutti e singoli, e anch'io al solito e saluto e abbraccio e benedico per omnia saecula saeculorum.
L'aff.mo Papà
LETTERA 576.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 12 settembre 1854
ore 10 antimeridiane
Figlia mia cara
Mentre io intingeva la penna nel calamaio per principiare un po di chiacchiera con te, ecco arrivar diritta come uno spiedo la tua letterina scritta jeri a sera alle 8.
Le cose che tu richiedi si stanno in questo momento preparando per ispedirtele oggi, poiché per avanzar tempo e metterlo a profitto mi sono io arbitrato di aprire il tuo foglio senza aspettar Ciro, il quale è da ieri divenuto un personaggio d'importanza girando per Roma in frullone di Palazzo, con probabilità di esser preso per un gran Foriere o per uno Scalco maggiore.
Sino al suo ritorno in casa scarabocchio io intanto questa prima pagina, e il resto del foglio lo lascerò bianco per lui, affinché possa egli diffondersi nelle interminabili asiaticità che tu sempre gli rimproveri.
L'è inutile: stile conciso questo ciarlone non ha mai saputo adoperare.
Né solamente a Frascati, figlia mia, fa freddo.
Da domenica impoi spira qui un'arietta da intirizzire i piccioni.
Figurati il Sig.
G.
G.
Belli! lana da tutte le parti.
Abbiate giudizio assai, bellezze mie care, perché i primi freddi gabbano più che i secondi ed i terzi.
Come ti notai jeri appiè della lettera del tuo stimatissimo consorte, io non ebbi tempo che da apporvi il mio nome, essendo ritornato tarduccio da certe visite fatte per la Conferenza del Gesù, alla quale, calando in numero ogni settimana, finalmente ci riducemmo domenica i quattro, uno de' quali sciancato, che, pieno del dovuto ossequio, son io.
Presto dunque, fuori questo quarto canino, e poi Te Deum! Stan qui tutti bene tanto su quanto giù, e salutando te e Barbara dan molti baciozzi alla pupa, uniti a quelli del tuo
Aff.mo Papà
Vorrei che dal Papà mi cadesse l'accento, e poi ti creerei cardinale.
LETTERA 577.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoledì 13 settembre 1854
ore 10 antimeridiane
Figlia mia cara
Mi pare d'esser diventato un Canonico, o un Beneficiato, o un Mansionario qualunque.
Ad ora fissa, e quasi ai rintocchi d'una campana, gittatomi addosso in fretta il rocchetto e imbracciata la pelliccia, entro in presbiterio, mi seggo sullo stallo, e principio la quotidiana salmodia tanto per zelo interiore quanto per evitare le puntature.
Il Rev.
Ab.
Ciro però non segue le stesse ore canoniche, e comincia a cantar dopo Nona, dovendo egli per tutto il mattino uficiare in altre Collegiate e con altri Capitoli, sì veramente purtuttavia che poi a Vespro e a Compieta son tutti gli obblighi soddisfatti.
Cristina mia, io avevo principiato questa lettera da buffone in riscontro alla tua di ieri mattina ore 2, in cui nulla era che dar ci potesse fastidio.
Ma in questo preciso momento sopraggiunse l'altra di ieri sera ore 8, la quale mi ha subito messo di pessimo umore.
Sei in letto con febbre! Ah questi repentini squilibri di temperatura! Non essendo Ciro in casa ho aperto io la tua ultima lettera, giacché due tue spedizioni in un medesimo giorno non mi parean cosa di buono augurio.
Sventuratamente non mi sono ingannato, e sono così stato io il primo a ingoiare l'amarissima pillola.
Adesso conto i minuti del tempo che manca al ritorno di Ciro, che prima delle 2 non suole quasi mai rivenire, dovendo egli saltar sempre da Erode a Pilato.
Se il tuo male è, come dici e ti credo, un leggiero reuma, non ti agitare; ma quel tuo non poter sudare è veramente una fatalità! Sta' tranquilla su tutti noi, i quali non siamo che afflitti della tua infermità.
Ti abbraccio e benedico di vero cuore.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 578.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 14 settembre 1854
ore 11 antimeridiane
Mia carissima figlia
Sono le 11, ed io sto qui al mio tavolino con sotto gli occhi la lettera da te scritta ieri a Ciro alla 2 pomeridiane, e qui giunta ieri a sera mentre già Ciro si trovava presso di te.
Desiderava io di mettermi a riscontrarla dopo che avessi ricevuta l'altra che senza dubbio deve avermi Ciro inviata ieri a sera.
Il fatto è però che ancora non vedo niente; e questa cosa non mi sorprende, perché per solito tutto ciò che si desidera più presto viene appunto più tardi.
Basta, lascerò aperta questa mia fino al punto di doverla spedire: intanto mando Nina alla rimessa de' Vetturini per far qualche ricerca.
Questa tua febbre dunque non finisce! e se a tal fine è necessario od utile il sudore, so bene che simil risorsa ti si suol sempre dalla natura niegare: cosa che mi affligge moltissimo.
Cristina mia, quanto siam disgraziati! Pazienza, e chiniamo ai voleri di Dio questa nostra testaccia che tutto vorrebbe a suo modo.
Che, circa al cholera, dalle 8 al mezzogiorno del giorno 12 fossero date (come ti si è detto) 27 denunzie, questo è un fatto impossibile a sapersi anche qui: figurati poi a Frascati.
Non por mente, figlia mia, a tante relazioni, meritevoli sempre di tara.
Ecco, ti han detto morto il Parroco di S.
M.a in Campitelli, e quello sta meglio di noi, e lo abbiam saputo dal Sig.
Niccola De-Belardini, il quale è bene al caso di esserne informato pe' suoi quotidiani rapporti colla Casa Cavalletti.
- Per esempio, udirai essere infermo o fors'anche morto di cholera il Curato nostro.
Circa al morbo se ne parlava anche a Roma.
Ebbene, ha avuto una semplicissima gastrica, dalla quale è guarito, e ieri-mattina ci parlò il tuo zio Sigismondo.
Mettiti, bella mia, l'animo in quiete, come facciam noi: al resto penserà Iddio, che legge in un libro assai diverso dai nostri.
Chiedevi tu a Ciro zucchero e caffè-di-ghianda.
Ti spedisco io l'uno e l'altro; e vi unisco altre cose il cui bisogno preveggo esser ti possa imminente, cioè minestrine per Teresuccia e cioccolata per te.
Suona mezzogiorno, e suona insieme il campanello di casa Ferretti.
Il primo porta la minestra nel refettorio dei frati: il secondo reca a me la sospirata lettera direttami da Cirone ieri a sera dopo la visita del medico.
Oh ringraziato Iddio di tutto! Ti assicuro che ho detto di cuore un Agimus tibi gratias.
Ho letto la lettera in casa Ferretti, e tutti mi hanno incaricato di esternarti le loro congratulazioni, unite a saluti.
Se dunque le cose seguitano oggi (come spero) ad andar meglio, questa sera tornerà Ciro con ulteriori notizie.
Credo, anzi son certo, anzi suppongo, che ti avrà recato gran piacere il vederti ieri capitare innanzi il tuo Ciro.
Ti vuol bene assai quel povero figlio mio, e te ne voglio un pochetto io pure.
A proposito: se a qualcuno sonasse non tanto bene in logica quel suppongo dopo il son certo, difendimi per carità tu col testo del Sindaco Babbeo, che era un laureato niente più e niente meno di me.
Da' una sculacciatella a Teresa da parte di Nono.
Si deve adesso menar bene su quelle parti rimpolpatelle.
Ma che carrettino eh? Mi pare vederlo rotolarsi per Villa Conti.
Scrisse un Papa ai Magistrati della Repubblica di S.
Marino, ed avendo scritto molto concluse: A buon conto, eccovi una lettera più grande della vostra Repubblica.
Terminando io questo foglio ti ripeto quella celia pontificale, con avvertenza di adattarla al luogo ed alle persone.
E poi saluto Barbara, e poi mi ripeto
Il tuo aff.mo Papà, che ti abbraccia e ti benedice
LETTERA 579.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 18 settembre 1854
ore 10 1/2 antimeridiane
Mia cara Cristinella
Alle 8, ed io ancora poltroneggiava, mi è entrato in camera Ciriuccio o Cirione che vogliam dirlo, e mi ha dato buone notizie di te, della Teresola e di Barbara, della quale sonomi poi stati passati speciali saluti da Chiara che gli ha attinti in una lettera della forestiera sovrallodata.
Io, pel tuo mezzo, ne rendo ad essa uguale misura, con aggiuntovi un odoretto di rispetti e di complimenti.
Dunque tu ieri uscisti di casa.
Evviva! Spero in Dio che ti mantenga sana per cent'anni e altrettante quarantene.
E la pupa cammina, mi si dice, come un folletto.
La porteremo a spasso con maggiore frequenza e facilità.
Non vedo poi l'ora che mi torni in camera a chiedermi le pallette di zucchero, somministrabili secondo la prudenza del vecchio.
Sai? Fu una chiacchiera l'adozione del festona che si dovea fare alle Stimmate.
Niente di ciò: dissero tutti al solito festina, e puoi starne sicura, non essendo io né sordo né capace di ingannarti.
Sul merito della parola non voglio io pronunciare un giudizio.
Circa però al fatto, la cosa può essere andata in due modi: o la festa delle Stimmate non fu giudicata una vera festona, o per introdurre il nuovo vocabolo si sarà ritenuto esser necessaria una preventiva congregazione di Cardinali.
Qui, giusta il consueto, ce la passiamo tranquillamente: la gente va a spasso, e la sera passano molti e molti che cantano, se poi bene o male è un altro paio di maniche.
Sigismondo, Chiara e Gigi salutano Cristina, Barbara e Teresa: tre contro tre come gli Orazii e Curiazii.
Il tuo Papà
LETTERA 580.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 19 settembre 1854
ore 10 antimeridiane
Madama
E a Lei, sia detto con tutto il rispetto, Signora insolente, chi ha dato il diritto e la facoltà di mettere il becco sulla condotta de' Canonici e Prebendati, e segnar loro le cacce, e sindacare l'adempimento de' loro doveri? In coro, per parte mia, io ci vado ogni mattina alle 10; e se talvolta principia più tardi la uficiatura, dipende ciò unicamente dai vetturini addetti alla Collegiata, i quali non portano a tempo nel presbiterio i libri corali da regolare la solfa di quella mattina; è se anche in alcun giorno tace del tutto la salmodia, è segno che il Primicerio in quei dì non trovasi in Roma, e in tal caso o trasportansi le ore o in alcuna di queste si fa vacanza, come lo stesso Sig.
Primicerio D.
Ciro Le può a voce significare quando viene costì a perder tempo con donne in vece di attendere agli obblighi del proprio stato.
Le basti per oggi questo po di rammanzina: un'altra volta si metterebbe mano a compulsioni più efficaci ed operative.
Dunque la diarella (come diceva una certa comare) ti prese e ti rilasciò la stessa mattina? Indizio perciò di lieve causa, che può benissimo spiegarsi con isquilibrio di digestione al passare da dieta piuttosto rigida ad alimenti alquanto più sostanziosi.
Tu però sei prudente: prudente è anche il medico: così le cose andranno bene, secondo il nostro comune desiderio.
Qui tutto il campo è a romore sul Nuovo metodo di ravvisare il cholera morbus, e relativo metodo di cura, proposto dal farmacista Gaetano Tardani.
De' medici chi dice sì, chi no, chi stringesi nelle spalle.
Uno grida che giova, uno che nuoce, uno che non fa né bene né male.
Questo vuole servirsene, quello ricusa, quell'altro tentenna, sgomentato dalla idea di assoggettare i suoi clienti alla passiva condizione di strumenti sperimentali.
Intanto varie e varie guarigioni sembrano qua e là veramente ottenute: la stampa del metodo si moltiplica a migliaia e migliaia: la fa