LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 63
...
.
È venuta poi Nanna, domestica de' tuoi parenti, a pregarmi di farti per essa gli auguri nella ricorrenza della santa pasqua.
LETTERA 590.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, martedì 10 aprile 1855
ore 10 antimeridiane
Mia carissima figlia
Negli giorni scorsi disse Spada a Ciro ed a me che andava fra non molto a partire per Fiumicino la Sig.ra Puccini, della quale occasione (a detta della Welisareff) ci saremmo potuti valere per mandarti qualche cosa se ne avessimo avuta.
Vedendo io dunque il tempo buono, e ritenendo che questo favorirebbe il proponimento della Signora Puccini, mandai ieri Nina dalla Welisareff a pigliare informazioni più precise intorno a tal viaggio.
Rispose ella che la partenza della Sig.ra Puccini accadrebbe o mercoldì o giovedì (che oggi vuol dire dimani o dopodimani), e che se noi avessimo da spedir qualche cosa la mandassimo a lei oggi dopo il pranzo, ed essa la farebbe avere alla Sig.ra Puccini.
Così stavan le cose quando ieri sera, circa alle 8, mentre stavano lavorando in camera mia le tue sorelle, che da domenica in poi passano con me non poco tempo, mi recò Nina una lettera di Ciro in data di ieri, e portata da un giovanetto (che io non vidi perché già partito appena consegnata la lettera), il quale disse che sarebbero oggi qui venute le sue sorelle per prendere certa roba della pupa da portarsi costì.
Dunque vedremo.
Se oggi ad una cert'ora dopo pranzo non saranno esse venute, manderò la roba alla Signora Welisareff.
Per una via o per l'altra spero che tu avrai quel che desideri.
La lettera di Ciro, molto laconica per angustia certamente di tempo, non mi dice se tu poi avesti lo strutto di cui già ti parlai.
Me lo dirà al suo ritorno, il quale mi piace insieme e mi dispiace, perché io vorrei, se si potesse, ch'egli stesse sempre con te.
Ma come si fa?
Circa dunque alla tua famiglia, quando nella giornata del sabato santo io vidi l'ora d'impostar la mia lettera di quello stesso giorno 7, num.o 13, suggellai e spedii Nina alla posta col mio foglio mancante d'ogni saluto ed augurio de' tuoi parenti per te.
Nella serata poi mandai su a Sigismondo quattro parolette scritte con salsa di aceto, peperone, senape e sale, ma senza vocaboli direttamente ingiuriosi a nessuno degl'individui della famiglia.
Ne ho meco pel bisogno una copia.
Dopo una mezz'oretta eccoti Barbara tutta in commozione.
Si parlò a lungo...
insomma è cambiata scena, e adesso mi si mostrano anche soverchie premure, e ne sono gratissimo alle tue sorelle dalle quali mi vengono.
I maschi non gli ho veduti, ma li visiterò oggi io medesimo.
Mi dissero esse che l'altro ieri (il giorno di Pasqua) tuo zio ti scrisse per la posta.
Io risposi loro che nelle domeniche, e peggio poi nella domenica di Pasqua, la posta non manda corrieri non solo a Fiumicino ma neppure ad alcun altro luogo del mondo.
Il foglio dunque di Sigismondo ti giungerà contemporaneamente con questa mia.
Ti saluta Maggiorani che mi visitò ieri vicino alla sera.
La sua Rosa non è ancor libera dalle febbri, ed egli con suo sommo rammarico vede che tal malattia gli scompone per varii riflessi tutto il vagheggiato progetto di mandare a Fiumicino la sua povera Marietta.
Pasqua non è più venuta, per la malattia della Nenna.
Intanto Nina ed io ci troviamo in qualche momento un po imbarazzati per concentrarci nelle cose e nelle ore.
In questi tre giorni di buon tempo (compreso l'oggi) io vado un po' uscendo di casa: cammino con pena ma pure vado.
Nella vecchiaia si risorge assai lentamente, quando pur si risorge.
Ciro mi scrive: la salute della pupa è alquanto migliore.
Bisogna contentarsi: lo capisco: ma pure quell'alquanto mi pare poco e non mi appaga pienamente.
Vorrei udire un bene assoluto.
Aspettiamo, e forse vorrà Iddio consolarci.
Manco male che le vettovaglie van calando di prezzo.
L'agnello otto baiocchi la libra.
È vero che è di cattiva qualità, ma almeno costa quasi niente, ed abbiamo ora in esso una bella risorsa.
Beata la povera gente!
Secondo le parole di Ciro, se mai questa sera non lo vedessi, non mi prenderò pena, ma ne attribuirò la cagione a mancanza di mezzi di trasporto.
Mi pare di sentirlo come deve egli essersi teco vantato di averti ricondotto il buon tempo! Certo è che in questo, se non certamente in altro, egli non ha cattiva fortuna.
E perciò facilmente arrischia; ma badi, perché poi vien la volta che la paga per tutte.
Chiara e Barbara abbracciano cordialmente te e la pupa, siccome faccio io mentre entrambe vi benedico.
Il tuo aff.mo Papà.
LETTERA 591.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, venerdì 13 aprile 1855
(ore 5 pomeridiane)
Mia cara Cristina
Martedì al giorno (10) dicevami il figlio del capitano che difficilmente sarebbe in quella sera giunto Ciro in Roma, ma che potrebbe certamente arrivare nella susseguente sera del mercoldì nella Diligenza con cui esso Sig.
D'Angelo e le sue sorelle andavano a partire la mattina per Fiumicino.
Giunse la benedetta sera del mercoldì e non si vedeva nessuno.
A due ore di notte spedimmo il servitore di tuo zio alla rimessa della Diligenza per cercar notizie di essa.
Tornò Pietro dicendo che non era ancora arrivata.
Fortuna che intanto ci fu recata la lettera che Ciro aveva nel giorno consegnata al Vetturino che portò a Roma dei Gesuiti.
Altrimenti avremmo aspettato angustiosamente la diligenza tutta la notte.
Il bello poi è che ieri mattina mi recai alla rimessa io medesimo per verificare che razza di risposta avean dato la sera innanzi al servitore; e là mi dissero che il servitore doveva aver sognato, perché non poteva nessuno avergli detto non essere ancora tornato un legno che la mattina non era da Roma partito.
Iddio dunque saprà chi sognasse o fosse ubbriaco, se cioè l'uom della rimessa o Pietro il servitore.
Tornato questi, fu mandato dall'Avv.
Gorga e il resto andò bene.
Finalmente ieri alle 6 pomeridiane arrivò Ciro dopo ottimo viaggio.
La vettura che lo portò non appartiene al Vetturino di Monserrato del quale ti ho parlato sinora, ma ad un altro che fa pure queste corse, e che io scopersi pur ieri mattina nelle mie ricerche, per le quali venni a sapere che era quel legno partito di qui la mattina con due soli viaggiatori: dimodoché era io sicuro che Ciro tornerebbe ieri di certo.
Oggi è tornata Pasqua, che io aveva ieri mattina visitata per vedere con gli occhi miei come andavan le cose.
La pupa non è ben guarita ma sta molto meglio.
Pasqua riprende or dunque (almeno in parte) le sue funzioni.
C'è però un guaio, ed è che la facoltà medica le ha vietato l'esercizio del bucato.
Per ora farò dare i panni ad una lavandaia, e poi quando tu rivedrai Ciro concerterai con esso che cosa pensi di fare circa a Pasqua dopo simile innovazione.
Io credo che un'altra donna che faccia il bucato ed abbia insieme le altre qualità di Pasqua pel resto del servizio non sarà sì facile il ritrovarla.
Ieri il Papa, con Cardinali, Prelati, forastieri di qualità etc.
etc.
pranzò nella Canonica di S.
Agnese fuor dalle Mura.
Dopo il pranzo in altra sala ammise al bacio del piede il Collegio di Propaganda, o almeno porzione di esso.
Ivi erasi trasferita tutta la nobile comitiva, ed alcuni dei collegiali anzidetti dovean recitare dei componimenti poetici.
Mentre recitava il primo, il pavimento della sala si sprofondò, e il Papa e molti altri andaron giù in un tinello.
Mons.
Tizzani (che non si è fatto male e non è caduto) corse giù, come pratico del luogo, e rialzò il Papa da quegl'imbrogli.
Il Santo Padre ha qualche contusione nelle gambe: il Card.
Marini due ferite in testa: il General francese è offeso in un orecchio non poco: il Segretario di Stato ha battuto il petto e non sa come, perché non isprofondò: il Card.
Vicario restò non molto danneggiato, ma co' panni tutti laceri e quasi ignudo.
Molti collegiali feriti, e alcuni gravemente.
Eccoti un lieve cenno in succinto, ma gl'incidenti son numerosi.
Non è certo un bel fatto.
Figurati la confusione del momento e il moto susseguente nella serata! Quella riunione era accaduta in occasione di una visita sovrana a certi importanti scavi di antichità cristiane che fa eseguire il Collegio di Propaganda in quei dintorni.
Questa mattina Ciro è andato da Mons.
Tizzani, e non l'ha trovato in casa.
Pensa di tornarci stasera.
Deve parlargli per qualche cosa relativa al Sig.
Veneti.
Dunque la povera paciocchetta nostra combatte coi denti? Mi par mill'anni di udire che li abbia messi tutti e sedici, numero che completa la prima dentizione.
Dalle mille baci per me e per tutta la tua famiglia.
Ti benedico, Cristina mia con tutto il cuore
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 592.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, sabato 14 aprile 1855
ore 10 antimeridiane
Mia carissima figlia
Alle 9 mi si è recata da Ciro una tua lettera di ieri, che egli è andato a prendere alla posta dalle mani del portalettere.
Ve n'era unita un'altra per tuo zio, che l'ha gradita moltissimo.
Mentre noi qui aprivamo la d.a tua di ieri tu dovevi forse contemporaneamente aprire una nostra che ti spedimmo ieri a sera insieme con due canestri alla solita direzione, per partire questa mattina sul vapore.
Ciro ti disse in essa alcune parole circa ad un progetto di affitto costì coll'ottimo Sig.
Grifi che da molti anni io conosco.
Questa sera darò al Sig.
Niccola De Belardini un indirizzo col quale si presenterà a te qualcuno per parte del Sig.
Grifi affine di vedere la casa.
Che cuccagna per te! Aver telline e arcelle fresche a cucuzza! Peccato che il mare non butti pane, vino, carne, latte e quattrini!
Circa alla nostra pacchianella, anch'io spero e mi rallegro in vedere che forse la prima causa de' suoi malanni deriva dai denti.
Messi questi, io confido che le cose in seguito andranno meglio.
Intanto, si sa, pazienza.
Pasqua è qui colla sua creatura, che, sebbene non ancora ben guarita, sta pure assai meglio.
Di lei, che ti saluta insieme con Nina, ti scrissi anche ieri, e nulla ho da replicarti in proposito.
In uno degli scorsi giorni la tua zia monaca Suor M.a Leonarda mandò i suoi saluti e due pizze per te.
Nei canestri spediti da noi ieri a sera per mezzo di Ciriaco le pizze non poterono entrare.
Conta Ciro di portarle questa sera alla Diligenza di Giovanni Lupoli, perché partendo dimani a mattina, te le conduca costì.
La magnesia poi ti sarà spedita col vapore di lunedì.
Tornò ieri a sera Ciro da Mons.
Tizzani per parlargli del Sig.
Veneti.
Lo aspettò sino a tarda ora inutilmente.
Gli fu detto là in casa che assai probabilmente Monsignore era in giro visitando i personaggi ammaccati nella disgrazia di S.
Agnese.
Fra i più offesi trovasi pure Monsignor Barnabò.
Ieri a sera Geremia vide riportare a Propaganda alcun collegiali che non poterono dopo il fatto soffrire il trasporto.
Due ne andavano in carrozza, e due altri in una specie di lettiga a barella.
E intanto il nostro Giornale spaccia (mi dicono) che non restò danneggiato veruno.
È un bel pudore.
Ieri al giorno il Papa uscì, e passeggiò a piedi fuori di porta del popolo.
Fece bene, ma stava di cera abbattuta.
Poco dopo la disgrazia Sua Santità, con quanti poterono seguirlo, discese nella Chiesa di S.
Agnese a ringraziare Iddio che non fosse accaduto un completo macello.
Mons.
Tizzani vi diede la benedizione.
Il municipio ha decretato un solenne triduo alla Immacolata Vergine nella Chiesa dell'Araceli.
Eccoti le parole che io scrissi a tuo zio:
"Sabato santo.
- Questa mattina ho mandato su una lettera di Cristina, piena di amorevoli espressioni d'augurio per tutta la sua famiglia.
Mi è stata respinta con un semplice va benissimo.
- In fatti va benissimo che abbia Cristina adempiuto a questo suo uficio; ma sarebbe anche andato benissimo che ne avesse ricevuta una parola di contraccambio.
Così ho risposto a Cristina, la quale farà su ciò le sue considerazioni, e sarà al caso di giudicare se questa faccenda vada benissimo, o se piuttosto non debba essa credere di essere tenuta da' Suoi uguale in meriti ad una cagna rognosa.
- Se poi è stata Cristina, contracambiata (che nol so) con una lettera a parte, allora va benissimo che il rognoso sia solamente il mediator degli augurii.
G.
G.
B.".
Queste parole son forti, ma non contengono ingiurie personali contro veruno.
Cristina mia, abbraccio e benedico di cuore te e la tua cara figlietta,
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 593.
A CIRO BELLI - ROMA
Fiumicino, lunedì 23 aprile 1855
ore 10 antimeridiane
Mio caro figlio
Alle ore 9, cioè un'ora fa, arrivati Pacifico e Ciriaco, con un tempo nuvolo e ventoso, ci hanno recato il canestro pieno di biancheria e contenente altresì la graditissima tua di ieri sera.
Sia ringraziato Iddio del tuo felice arrivo in Roma, e così pure ringraziato del non avere né la nostra famiglia né quella Ferretti a deplorare niuna sventura nel luttuoso benché non nuovo avvenimento sulla piazza del popolo.
A noi insomma, possessori di qualche mezz'oncia di giudizio simili sventure non accadono.
Duolmi anche di cuore il mal degli altri, ma spiegherò il tutto benissimo co' due notissimi e savissimi proverbii di cautela sociale, cioè: gallina vecchia onor di capitano: bandiera vecchia fa buon brodo.
Dunque bisogna aver sempre prudenza e colle galline e colle bandiere.
La pupa seguita innanzi col suo po di tosse, ma non se ne dà per intesa.
Va facendo orli coll'ago per tutta la casa, e mi assicura di aver ben orlato anche il mio ferraiuolo.
Dice ella di tempo in tempo: Papà chi no: Nina e Pacca // Nono chi sì: me.
//.
E questa mattina mi ha fatto avvisato che il latte da me preso era puaca.
Saluta affettuosamente Sigismondo, Chiara, Barbara, Gigi, e saluta anche Nina e Pasqua, Nanna e Pietro, l'altro Pietro e Geremia.
Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 594.
A CIRO BELLI - ROMA
Fiumicino, venerdì 27 aprile 1955 / Mezzodì
Ciro mio caro
Da circa un'ora è partito per Roma Ciriaco, a piedi, non avendo trovato occasioni.
Veramente sarebbevi stata quella del vapore; ma Pacifico non ha voluto ch'egli ne approfittasse, e così ha esposto quel pover'uomo a uno strapazzo ben significante, e tanto più in quanto il disgraziato partiva carico d'un cirignone ad armacollo, probabilmente non vuoto, oltre di un grosso fagotto sotto al braccio, contenente all'apparenza butiro.
Se arriva a Roma vivo, sotto la solina di oggi, è un miracolo.
Lettere per te non gliene abbiam consegnate, perché oggi è giorno di posta e ti scriviamo per questo mezzo, e perché ancora devi avere ieri a sera ricevuto un altro nostro foglio, oltre un canestro gravido di due altri canestrelli e di due scarpe, a condotta di Francesco garzone del vetturino Giovanni Lupoli in Via Montoro N.i 10 e 12.
La lettera era a mano e separata dal canestro, affinché non fosse in questo trovata alla porta portese in caso di visita doganale.
È questa mattina arrivato sul battello l'Avv.
Desjardins, che mi ha portato per parte di Biagini la fresca notizia del dato permesso dal P.
Maestro per la stampa degl'inni!
Oggi qui fa una giornata superba.
Ventarello freschetto, ma sole ardentissimo.
Cristina e la pupa han fatto una ben lunga passeggiata per la pioggia.
Tornate appena a casa, la signorina ha principiato a flottare: Mamma, a pappo me.
Son dunque tornate ad uscire, dirette alla casa del Capitano.
Abbiamo comperato una bella spigola di cinque libre, a bai: 12 1/2 la libra, mezza per oggi e mezza per dimani.
Nel portarla a casa moveva ancora gli occhi e la vita.
Di quaglie non se ne vede la stampa; e tutti questi poveri cacciatori si guardano in faccia e sospirano.
Se io fossi ne' loro panni (ché non sarei vestito con molta eleganza), farei colla oziosa polvere girelletti e zaganelle per accogliere con festa i molti legni che entrano in porto.
Saluta tutti di casa con amichevoli parole, e vogli bene al tuo aff.mo padre che ti benedice ed abbraccia.
LETTERA 595.
A CIRO BELLI - ROMA
Fiumicino, sabato 28 aprile 1855 / Mezzodì
Mio carissimo figlio
Alla lettera spedita a te giovedì 26 colla diligenza, e all'altra inviata ieri (venerdì 27) per la posta, facciam seguito con queste due righe le quali ti perverranno per mezzo di Pacifico che torna questa sera a Roma colla detta diligenza venuta a Fiumicino anche oggi.
Serva dunque la presente per informarti del nostro buono stato di salute, ad onta della variabilità continua dell'atmosfera.
Dopo la deliziosa mattinata di ieri si levò nelle ore pomeridiane un sì furioso vento che avemmo persino scrupolo di mandar Francescone al procojo.
Si era anche ricoperto il cielo di nuvoli, ma l'impetuoso libeccio tornò poi a rischiararlo.
Questa mattina poi nuova calma ed aria pura come un cristallo da specchi, con sole ben caldo, temperato però sulla spiaggia del mare.
Vedremo che ne sarà ad ore più tarde.
Nulladimeno, fra tante variazioni non ha mai piovuto.
La pupa fa continuamente la mattarella, e dice cose curiosissime, e alcune anche assennatelle non poco.
Vi ricorda e nomina sempre tutti, principiando da te e scendendo sino al gatto di Nanna, al bibbone senza lecchie (orecchie), il quale va sulla ôggia a far l'impicci ne' vasi di Papà dove sono i fiori, tutti me.
Io allora, imitando la voce e il gesto di Nanna, dico: dove sei stato, brutto birbone? E la bricconcella risponde: ôggia Papà, impicci.
Mangia ella con appetito, e, come Pulcinella re in sogno, vorrebbe che sonasse un perpetuo mezzogiorno, e vi aggiungerò pure una, perpetua avemaria per contraddistinguere presso a poco i due punti della giornata in cui ricorrono un sottosopra i principali ritorni delle refezioni domestiche.
Saluta tutti, di su e di giù, ed abbiti abbracci e benedizioni dal
tuo aff.mo padre
LETTERA 596.
A SIGISMONDO FERRETTI - ROMA
Fiumicino, 1 maggio 1855
Messer Sigismondo, amico e parente carissimo
Investito di pieni poteri, pieni quanto il secchietto del latte che ci viene ogni sera da Porto, ho di già abbassato i miei ordini a questo reggimento di artiglieria perché dimani al sorger dell'alba diasi fuoco a tutte le batterie della nostra fortezza, e altrettanto si faccia al tocco del mezzogiorno, che qui non suona mai, e così pure si pratichi in sul tramonto del sole, mentre le varie flotte amarrate nel vasto bacino del porto, tutte pavesate a festa, risponderanno alle salve come potranno, con cannoni, mortai, bombarde, spingarde, sagri, falconetti, razzi alla congrève, messi tutti all'unisono co' fucili de' cacciatori, ai quali le quaglie non dan molte faccende.
E perché tanto terribilio da mandarne a sconcio fin le rame dei fossi? Lo sa pure Teresa: perché dimani è San Bondo.
E dovrebbe saperlo probabilmente anche Don Antonio, essendo egli stato veduto frugare fra gl'incomposti fagotti della sua sagrestia per trar fuori dalla polvere e dalle tele di ragno alcun paramento più vistosetto da porsi in armonia colla polvere e colle tele di ragno delle bocche da fuoco de' baluardi fiumicineschi.
Intanto colezioni, pranzi e cene a tutti e senza risparmio, perché onguno paga per sé a casa sua.
A Roma accadrà altrettanto e peggio.
Comunque sia, stando io qui e non costì, incarico questa mia pistoletta di scaricarvi un augurio di felicità da udirsene lo scoppio fino a Sebastopoli e Balaclava.
Sono affettuosamente e sinceramente
Il vostro amico e parente
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 597.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Fiumicino, mercoldì 2 maggio 1855
Mio carissimo figlio
Dal garzone di Checco vetturino in Via Montoro, venuto qui questa mattina con una carrettella, riceverai la presente oltre a due canestri vuoti, che son quelli stessi pervenutici pieni co' due vapori di ieri e di oggi.
Tutto è arrivato bene, e grazie di tutto.
Tre lettere tue abbiamo altresì ricevuto: quella del 30 aprile entro il primo canestro, quella di ieri nel canestro secondo, e l'altra dello stesso giorno per la via della posta.
Presso a poco dunque (meno la parte della donna) la Linda degli scimuniti va bene.
Dio salvi l'Imperatore di Francia dalla rinnovazione di sì empii attentati.
Circa il tempo, eccoti le nostre notizie in cambio delle pessime che abbiamo di Roma: Lunedì 30 aprile principiò a piovere, con molto vento, verso la sera: diluviò poi tutta la notte.
Martedì 1° di maggio (ieri) una giornata superba.
Oggi, nuvoliccio, vento, ma pure giornata passabile, e forse più buona che mediocre.
Va bene di Spada, va bene di Biagini.
Se ne vedi uno o l'altro, salutali.
Fai giudiziosamente portando con te l'abito di Cristina acciocché non si sciatti.
Oltre il pollo che ti dissi di portare (in caso che vengano teco Nina e Pasqua), porta ancora cinque libre di zucchero per prevenir la mancanza di quello che abbiamo tuttora.
Tutti i da te salutati ti risalutano a solo ed in coro.
Tu fa' altrettanto per noi con codesti parenti.
La pupa sta bene e si va facendo, ogni giorno più dell'altro, una vera e furba ciarlatanetta.
Addio, Ciro mio: ti benedico ed abbraccio
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 598.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, venerdì 11 maggio 1855
ore 6 pomeridiane
Mia cara Cristinella
La tua letterona di ieri è giunta questa mattina, recata su in casa Ferretti dal Sig.
Sernicoli, siccome mi ha detto Barbara che me l'ha portata giù alle 10 antimeridiane.
Ricevutala appena sono andato a passarla a Ciro presso il Sig.
Avv.
Gorgo, ed egli l'ha veduta collo stesso mio piacere, che è stato grandissimo.
Conveniamo entrambi nelle tue savie riflessioni circa alla venuta di Pasqua; ed anzi, se le avessimo potute conoscere ieri a sera, ci saremmo consigliati fra noi un po meglio, senza metterti quelle altre pulci nelle orecchie come facemmo nella nostra di ieri a sera, che deve esserti pervenuta col vapore di questa mattina entro il canestro della biancheria etc.
etc.
a te da noi spedito unitamente al barattolo di strutto.
Lo zelo della tua quiete ci trasportò.
Ma, dici bene, per pochi giorni che rimangono della tua dimora costì, è quasi meglio lasciar correre le cose come ora vanno.
Se poi il costume di colei non è buono, peggio sarà per essa, perché, in quanto a noi, presto ce ne laveremo le mani.
Nel canestro in cui troverai dimani la presente, ti giungerà il caffè con due libre di farina, due di polenta ed una di semolella, secondo le tue richieste.
Seguita a fare i tuoi inventarietti per prevedere che cosa può star vicino a mancarti, e chiedi.
I due canestri li ridarai domenica a chi verrà a trovarti, giusta quanto ti dirà Ciro qui appresso.
Ho parlato con Nina della stiratura delle veste inamidate, e mi ha risposto che va bene.
La causa della pazzia de' roccheggiani deriva da certe lor vane pretensioni contro il principe Colonna sul diritto di pescare e di legnare nel territorio, diritto che negli scorsi anni in virtù della emancipazione repubblicana avevano essi portato agli ultimi estremi della licenza.
Il principe ha voluto ricondurre que' villanzoni ai limiti del dovere secondo le vecchie stipulazioni e consuetudini; ed essi morte a Colonna, viva la repubblica, e fuori una bandiera tricolore, e su un albero della libertà, e balli, e grida, e il malanno che se li colga.
Ne sono stati carcerati 17.
Io per me, dopo data loro una buona stirata d'orecchie e una zeccata sul naso, li rimanderei a casa a dormire sotto quattro coperte trapuntate, perché dopo una sudata copiosa si rialzassero di letto col cervello alleggerito.
Buono che il fatto non accadde nei mesi di luglio e di agosto del 1854! Avrei corso il rischio che tu, Barbara e la pupa, trasportate da quel generoso entusiasmo, non mi diventaste tre Volunnie, tre Vetturie o tre Porzie, o anche tre Madamine Lucrezie.
E il povero Priore? starà fra gli agnelli o i capretti?
Certo, se il Sig.
Grifi abitava da te, con quella razza di visita tu non avevi più bisogno di niente, spuntava subito il dente di Teresa, e la diarrea le si seccava come i patti otti de' fossi di Fiumicino.
Ma una simil visita, onde il Grifi è ben degno, non poteva esser pane né pe' tuoi né pe' nostri poveri denti.
Ho aggradito i saluti de' Sig.ri Biscontini e Fioroni.
Circa alla Sig.ra Filippani ti sei regolata benissimo.
Il curioso è che intanto è stato detto a tuo zio Sigismondo che il Sig.
Benedetto Filippani sta a Napoli.
Non era anch'egli costì? Uhm!
Questa mattina ha pranzato co' tuoi parenti la Sig.ra Chiaretta, che unisce i suoi caldi saluti a quelli di tutti gli altri.
Sono nella mattinata andato in casa Ricci, dove è venuta la vedova Serny a trovare il fratello Monsignore, molestato da un umore resipellaceo in una palpebra.
Sta molto affilata e intontita quella povera Carolina.
Essa, come gli altri, mi ha chiesto notizie e della pupa; e tutti ti salutano.
Cristina mia, addio: Abbraccio e benedico te e Teresuccia nostra.
Il tuo Papà
P.S.
Anche oggi stava al banco il cognato di Teresa.
Ci son passato io espressamente.
LETTERA 599.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, martedì 15 maggio 1855
ore 1 1/2 pomeridiana
Figlia mia bella
È questa mattina, per parte del Sig.
Frezzolini, venuta la tua lettera di ieri unita alla scarpa della Signora Rosina.
Ciro se ne darà cura e ne darà presto il discarico a voce.
Se nella giornata si potrà trovare qualche pasta colla passerina, per tener vece di pizza imbibbo, ti si manderà col canestro che avrai dimani.
Non essendo però quaresima non sarà così facile trovar pasta con passerina, sian maritozzi o altro.
Basta, vedremo.
Circa a canestro, ne avrai già avuto stamattina un altro con quasi tutta la mandata di biancheria.
Il picciol resto lo riceverai colla imminente spedizione.
Chiara procede lodevolmente.
Quanto al venir fuori, con questi tempi e con questi rigidetti, non saprei...
A stagione ferma poi sarebbe tardi, perché di maggio ne resta poco.
Ti saluta essa e ringrazia del tuo pensiere.
Ma codesta matta, eh? Che diavolo le ha preso? Se non puoi aver più pazienza ti compatisco, e in tutti i casi colle tue parole ci hai messi in calma sulla tua situazione.
Io sto bene, e mi ho riguardi perchè la stagione è tale da ammazzare
Ogni fedele od infedel cristiano.
I saluti, gli abbracci, i baci etc.
etc.
fioccano al solito da tutte le parti.
Stringi per me al cuore la biricchina, e ricevi le mie benedizioni.
Il tuo Papà
LETTERA 600.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, sciabbà 19 maggio 1855
Mia cara Cristina
Ciro è determinato di tornare costì domani.
Ma pure, per ogni buon riguardo, e perché qui è un vero inverno con tutte le sue stranezze, ti dirigiamo la presente per la posta, come si fece nel sabato della settimana passata, affinché tu non rimanga al buio sulle cose nostre qualora il tempo fosse in modo perverso da impedir il viaggio di Ciro.
Ritornò egli in Roma felicemente, prima dell'avemaria, nel recente giovedì; ma non si è potuto dartene più sollecita notizia per mancanza di occasione nel giorno di ieri.
Venghiamo ora alla tua lettera da noi ricevuta per la posta questa mattina.
Bel tormento di conto pel governo l'aver messo fuori questo diluvio di Rame.
Dice Sigismondo che questa andata per mare ad Ancona e poi il ritorno, girando due volte attorno a più di mezza Italia, per portar qui scudi centomila di quattrinacci, va a costare all'erario non meno di scudi mille.
E dopo, puoi figurarti!, ci affogheremo tutti in simile immondezza.
A cena da Golini eh? Beata te! Dunque a voce i particolari? Ne diremo la storia.
Sarà stata la cena di Baldassarre senza il Mane Thecel Phares (cioè domani t'esce il fiato), ma col compenso del coco pocco.
Dalle Servi Nina andò, e Ciro ti darà conto del risultamento di quella gita.
La modista promette la tua cappotta pel preciso giorno di S.
Filippo, e si dà pronta a fare il cappello per la pupa appena torni tu in Roma.
Poi passi l'angiolo e dica ammenne.
Io sto bene: Chiara sta meglio, ma con questa invernata Maggiorani la vuole ancora colle gambe sotto i lenzuoli, affinché il reuma non abbia a riaccendersi.
Interrogato da me tuo zio se vi sia speranza che egli rechisi costì con qualcuno di casa, o almeno da solo, ha fatto
Come la tartaruca de zi' Nena
quanno aritira er collo in ne la schina,
e strette le labbra e arricciando il naso ha guardato il cielo, e con ciò ha detto tutto.
L'atmosfera par sempre o un campo di cenere, o un magazzino di balle di lana; e questo è il meglio che sia!
Le cose da te richieste le avrai dalle mani di Ciro, meno l'anello e le altre fantasie di quella biricchinaccia di tua figlia, che vuol venire una ciana con tutti i fiocchi.
Tutti della tua famiglia e della nostra ti salutano con espressioni di affetto, e vi si unisce anche la Sig.ra Savetti che venne su ieri al giorno in una carrozza da ambasciatore.
Poi il Sig.
Pio, Lopez, Pacifico, Spada...
non mi ricordo d'altri, ma forse ce ne debbono essere.
Io ti prego dal cielo rassegnazione e pazienza in questi ultimi scoli di scomunicata villeggiatura, e faccio voti per la tua salute e per quella della bociacca.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 601.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, martedì 22 maggio 1855
ore 1 pomeridiana
Cristinella mia cara
Sai che ti dico? Piena com'è di minacce e furori la tua di ieri contro questo povero diavolo di Ciro, io non gliela mostro e la ficco invece sotto un mattone che fortunatamente è scalzato, affinché per la paura non abbia a voltarglisi la bocca dietro e suscitarglisi una verminazione.
Anzi, quando ritornerà egli costì gli procurerò un crivello, perché ti si presenti dietro a quello come Bertoldo, e così essere da te riconosciuto e non riconosciuto ed evitare in tal modo i primi impeti della tua formidabile collera.
Starebbe fresco senza questa cautela!
Sarà provveduta la roba che tu accenni, e si manderà per completare il numero delle cose da riconsegnarsi al padrone di casa in sostituzione di quelle sfasciate.
La biricchinetta dunque cammina da valorosa, e arriva da sé come una donnetta fino a osso onsino! Vedo poi lietamente che la ciarla seguita in essa a svilupparsi di giorno in giorno.
Abbracciala per me tanto-tanto e coprila di baci che si sentano a Porto.
Mi spiace assai quel vocabolo sciupata che trovo nella tua lettera.
Mi par mill'anni che ritorni tu a Roma, per istartene a casa tua con più riposo che si potrà.
Ah! quello sciupata mi dà fastidio.
Ieri al giorno l'Avv.
Barberi recitò alla Tiberina una prosa:
In che debba consistere il vero amore della patria.
Fu un'accademia grande e grossa, larga e lunga, piena di componimenti e di gente, più che se fosse stata solenne.
V'intervenne un Cardinale, (Gazzoli) il Sig.
Sigismondo e la Signora Barbara Ferretti, e sino quella schifenza del Sig.
Giuseppe Gioachino Belli.
Si tornò a casa verso un'ora di notte.
Avvenimento da far epoca e, come direbbe Angiolina Lopez, di memoria e fama non peritura.
Sigismondo, Chiara, Barbara, Gigi etc.
etc.
etc.
salutano e abbracciano al solito te e la pupa; ed io faccio altrettanto e vi benedico entrambe.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 602.
ALL'AVVOCATO FILIPPO RICCI
NEL SUO GIORNO ONOMASTICO - ROMA
26 maggio 1855
Nunquam queruli causa doloris abist
(Ovid: Trist: III.8.)
Ser Pippo al tempo che toglieste moglie
Io scrissivi una certa cantilena
Più in acconcio che il bagno per le doglie.
In essa vi mostrai tutta la scena
Del matrimonio, e diedivi il segreto
Del come hassi a portar la sua catena.
Dopo il consiglio mio dritto e discreto,
Par che le cose non sien ite male
Se vi volgete a riguardarvi indietro.
Quindici anni di vita conjugale:
Senza risse né bronci né vergogne
Son di bene un non piccol capitale.
Una moglie soave, alle bisogne
Tutta intesa, e all'amor della famiglia
Può farvi fe' s'io vi contai menzogne.
E una figlia, e un figliuolo, e un'altra figlia
Che son tre perle incastonate in oro,
Vi recan la fortuna per la briglia.
Credereste più pace e più decoro.
Giorni più lieti e benedetti avere
Se pur foste Decano in Concistoro?
O parvi forse che maggior piacere
Vi prendesse a bear l'anima onesta
In quel dì che vi fecer cavaliere?
Però niun pensi ch'io mi covi in testa
La matta idea che tutto a me dobbiate
Quanto godeste e da goder vi resta.
Io vi parlai siccome un prete o un frate,
Che insegni che quel santo sagramento
Non di morsi è palestra, e di ceffate.
D'ambo voi dunque il natural talento
Fu origin vera di sì bel riposo:
Vi porsi io l'uno, e voi compieste il cento.
Oggi che il mondo è un bosco pauroso,
Pieno tutto d'insidie e di mal passi,
Che qui mandaci a sghembo, e lì a ritroso;
Ove alla cieca e alla ventura vassi
Fra l'ombre, i marci tronchi, e gli acquitrini,
E i fitti dumi, e gli sterponi e i sassi,
Se coi guasti e gl'imbrogli cittadini
Si accoppian le domestiche brutture,
Che ne sarà degli uomini tapini?
Basta ben delle pubbliche sciagure,
Senza piantar nel proprio nido i germi,
Di nuovi danni, e di più acerbe cure.
Simile allora a uno spedal d'infermi
La dolce casa che ci accoglie in terra
Si fa albergo di piaghe, e puzzo, e vermi.
Corrano i tristi a travagliarsi in guerra,
E noi tenghiamci più beato e caro
L'asil che noi, co' nostri figli serra.
Di ricchezze altri sia cupido e avaro
Noi della pace interna e dell'onore;
Cui niun tesor può mai venire a paro.
Meglio giova la stima che l'amore
A farne acquisto; e guai se negli affetti
Tace la mente quando parla il cuore
Questi miei sensi voglio avervi detti,
Per mostrar quanto voi siate felice
E quanta ancor felicità vi aspetti.
Ché se il futuro penetrar mi lice,
Veggo ne' figli vostri un apparecchio
Da darvene l'aggiunta e l'appendice.
Or poi vi piaccia che un amico vecchio,
Dopo avervi sin qui solleticato,
Passi a tirarvi un pocolin l'orecchio.
Che buon voi siete, lo attesta il curato,
E con lui tutti, ma ben io conosco
Fra le vostre virtù, pure un peccato.
Per carità, non mi guardate losco:
È un peccatuccio, il so, ma tuttavia
Stende sul fondo chiaro un velo fosco.
Io vo' dir della strana bizzaria,
Da credervi malato tutto l'anno
E cader tratto-tratto in agonia.
Non lo capite voi di quale affanno
Cagion vi fate ai figli, alla mogliera
E a tutti quelli che attorno vi stanno?
Perché mai questa ubbia, questa chimera
Di vedervi arrivar la morte accanto
Ogni mattina, appunto, ed ogni sera?
Che se il dottore vi badasse intanto,
Certo oggimai sul vostro corpo avreste
Consumato una botte d'oliosanto.
Non vi ha tifo, non canchero, non peste,
Non v'ha febbre apopletica o maligna
Che ad assalirvi non vi pajan preste.
Ora aspettate il flusso, ora la tigna,
Ora il collo scavezzo, o l'ossa rotte,
Or chiedete il purgante, or la sanguigna.
Chiamate il confessore a mezzanotte,
E svegliereste il povero Piovano
Per mali di zibibbo e melacotte.
Poi starvi tutto dì col polso in mano?
E specchiarvi la lingua ogni minuto!
E pensar sempre al ventre e al deretano!
Oggi: il fiato è cattivo, oggi lo sputo:
Quando eccede il sudor, quando l'orina:
Mo il badiglio è mortal, mo lo starnuto...
Ser Lippo, la faccenda non cammina:
Troppo voi tribolate vostra moglie
E Checcuccio e Nannetta e Alessandrina.
Mutate vezzo, e se talor v'incoglie
Guizzo di nervi o stomacal fummea,
Sappiate che la vita non vi toglie.
Non ammazza uno spruzzol di diarrea;
Non è un fulmine un flato che vien fora,
Un singhiozzo, ser Lippo, è una miscea.
Son quarant'anni che morite a ogni ora;
E in otto lustri dopo tante morti,
Per quanto io sappia, siete vivo ancora.
Siavi questo il pensier che vi conforti,
Che quando morivate a volta a volta,
Vel giuro in Dio, non ce ne siamo accorti.
Questa mia brama non vi sembri stolta,
Di guarirvi da un mal che non avete;
Oppur la fantasia v'ha parte molta.
Via ser Lippo, mangiate e beete:
E tanto oggi io vi mando per augurio:
Che abbiate sempre fame e sempre sete.
Gnaffe, così parlando io non vi ingiurio,
Ma v'offro d'amicizia un testimonio
Dall'ombra del mio povero tugurio
Come già ve l'offrii pel matrimonio.
G.
G.
Belli
LETTERA 603.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 7 agosto 1855
ore 10 1/2 antimeridiane
Ciro mio caro, mia buona Chiara, mio amato Gigi: a tutti e tre salute e non apostolica benedizione, perché io non sono un apostolo.
Puntualissimamente avemmo la lettera direttaci col mezzo del cortesissimo Sig.
Sneider, che ce la fece avere jeri a sera di buon'ora.
Grata ci riesce la notizia del tamarindo a cui pare che la nostra Teresa vada riamicandosi.
El zor Carluccio ha le veglie e i riposi di periodo; direm così, terzanario.
Ieri non volle mai dormire, ma fece sempre un'altra funzione: ché se la madre avesse avute mille mammelle come Cibele, gliele avrebbe l'amico asciugate tutte.
Nella scorsa nottata però, usiamogli giustizia, è stato sufficientemente tranquillo.
Oggi, fino ad ora, fa il tamburino, e presta attenzione alla campana di Bonifazio.
Se nel resto della giornata prosegue così, i suoi riposi, almeno i diurni, assumeranno l'indole di quartenarii.
Egli sta bene, e piglia l'aria di un bel fratozzo.
Di Cristina nulla di nuovo.
Mi auguro che Melata venga prima del chiudersi la presente per così darvi conto del di lui oracolo.
Se no, cari miei, vi conviene pazientare sino a dimani.
Del resto Cristina non si risente di alcun sintomo che possa inspirarci altri timori.
Vorremmo però che la faccenda si risolvesse un po' presto.
Alessandro Spada si cavò sangue, e nella giornata di ieri se ne trovò meglio.
Oggi non ne sappiamo ancor nulla.
Ho poi dato una corsa in casa Spada.
Alessandro prosegue nel miglioramento di ieri.
Sono ora le 11 3/4.
La pupa di Pasqua sta male assai.
Si cresimò ieri a 23 ore.
Va venendo Achille per la spesa.
Troverete qui inclusa una letterina di Sigismondo, diretta ad un di voi tre, che tutti io abbraccio e saluto e riverisco, secondo la rispettività di ciascuno di voi, e degli individui che io rappresento.
G.
G.
Belli
LETTERA 601.
A LUIGI FERRETTI- FRASCATI
Di Roma, giovedì 9 agosto 1855 (al mezzodì)
Chiara e Gigi carissimi
Da due righe che vi scrisse e diresse Ciro ieri a sera, avrete già da questa mattina appreso il di lui prospero arrivo.
Ci recò egli competenti notizie di Teresa, aggiungendovi: Gigi sta, al solito, bene, e Chiara può senza nocumento nutrirsi anche più che in Roma, e così pure la sera.
Questo sembrami buono effetto dell'aria più elastica, e ne siamo tutti contenti.
Prosegua ciò e cresca.
Udiste dalla nostra di ieri il voto di Melata intorno a Cristina.
Oggi va come ieri, né più né meno.
Ma intanto passa il tempo e le cose non si risolvono.
Alessandro Spada prosegue nel suo stato tranquillo.
Me lo è venuto a dire questo povero squinternato di Checco, che ho trovato alla mia porta di casa mentre uscivo espressamente per recarmi da' suoi parenti.
Sono tornato dentro con lui, sgridandolo (inutilmente) di questo suo strapazzarsi.
Il pupo saccheggia, secondo il suo consueto, il petto della madre, e del dormire non vuol saperne nulla.
Ingrassa a vista d'occhio, ma un po più di riposo ci starebbe assai bene, specialmente per la madre, e poi anche per tutti.
Ieri a sera, sesta ed ultima delle musiche ed illuminazioni sulla piazza della Minerva, accadde un scompiglio del genere di quello successo già sulla piazza del popolo: pare però che non portasse conseguenze sì gravi, tuttoché ve ne fossero.
Un ladro ne fu al solito la cagione.
Dicesi che fu preso, ed avea pulitissimo esteriore.
Vedremo se avrà il cavalletto, funzione che tanto disgusta oggidì i nostri filantropi, tenerissime anime ed ubbriache di zelo per la dignità umana.
Meno Pasqua, che tornerà al servizio sabato (per quanto dice il marito, fiero figlio di Tetide), gli altri tutti, componenti la parte superiore e la inferiore delle due alleate nostre famiglie, stan bene, meno qualche molestiola procedente dal calore della stagione e dalla natura del clima.
E tutti insieme vi salutano, chiedendo ciascuno per sé speciale menzione.
Io poi, tornando sempre a ringraziarvi delle attenzioni che usate alla cara mia e vostra nipotina, mi ripeto di cuore
Vostro aff.mo parente
G.
G.
Belli
LETTERA 605.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 13 agosto 1855 (al mezzodì)
Mio caro Gigi
In questa mia epistolare corrispondenza potrebbesi da qualcuno vedere una simiglianza cogli esercizi ginnastici de' saltatori e ballerini funamboli.
Principia sempre a prodursi il loro piccolo servo diavoletto, o folletto, o arlecchinetto, o pulcinelletto, o tartaruccio, o cinesino, o indianello, e poi di grado in grado, crescendo la dignità degli attori, vengon fuori i pezzi-grossi, sino all'ultimo che è il pezzo più grosso di tutti.
Così nelle lettere che a voi due vengono di qui: apro io l'agone, che son come lo scarto della compagnia, e quindi su su, a chi tocca tocca.
Ieri però, Gigi mio e Chiara mia, saltai solo, come vedeste, perché Ciro non era qui fra i virtuosi ma costì fra gli spettatori, e in quanto a Cristina la pregai di non alzarsi su per iscrivere, dolendole il petto e avendo essa la febbre.
La febbre è oggi minore, il dolore quasi il medesimo, e la resipella (come la chiama il Melata) un poco più dilatata verso la sterno.
Da ieri impoi viene tre volte entro le 24 ore una sorella di Nanna la sarta, delicatissima tiratrice di mammelle, per iscaricarle discretamente la poppa inferma, affinché il leoncello di Carlo non istrapazzi quella parte offesa col suo tiro energico.
Egli poi va poppando dall'altra mammella, e in compenso del minor nutrimento che ne ricava gli si è da ieri sera somministrato, col poppatore, latte d'asina diluito con una terza parte d'acqua.
Oggi poi dovrebbe venire una certa donna per principiare a dare al bambino quel che dicesi una mezza zinna.
Così tireremo innanzi regolandoci cogli eventi.
Cristina intanto, rassegnata in Dio a queste molestie, vi saluta, vi abbraccia, ed è contenta delle sempre migliori notizie che le vengono della sua figlia.
Buonine tanto le portò Ciro nell'arrivar che fece verso la sera.
E ciò pur non è poco.
Ieri qui diluviò mattina e giorno a varie e varie riprese.
Anche simili variazioni atmosferiche non giovano alla salute nientaccio affattaccio.
La sarta Nannetta principia adesso l'abito di merinos per Teresa.
Per varii motivi ha dovuto impiegare tutta la mattina nell'acquisto della roba.
La donna della mezza-zinna è venuta in questo momento, mentre io stava scrivendo.
Non so peraltro se si combinerà con essa, giacché quantunque il suo figlio di otto mesi paia ben prosperoso, essa però è di un aspetto un po schefo.
Dopo averci il calzolaio Sig.
Francesco presi per buffoni col ripeterci a tutte le ore di tutti gli scorsi giorni: adesso gliele mando su, adesso gliele mando su, questa mattina finalmente, messo colle spalle al muro, ha restituito le scarpe di mostra conchiudendo che le scarpe non le ha fatte perché non ha potuto.
Chiara si persuada non essere in ciò colpa nostra, ma tutta è di questo imperatore dei re de' bugiardi.
Io lo andava sempre dicendo: costui ancora non le ha tagliate.
Disse Ciro iersera che Chiara è disposta a valersi del buon calzolaio di Frascati.
Si mantiene anche oggi Alessandro Spada nel suo stato di miglioramento e di quiete.
È venuto a dircelo il povero strascicone di Checco suo zio.
Le d'Antonj erano ieri a sera senza febbre l'una e l'altra.
Speriamo (la gran parola de' poveri tribolati) speriamo che non ricadano, sì per loro bene che per quel di Chiaretta.
Sigismondo e Barbara e Ciro vi salutano (te e Chiara): Nanna e Nina e Nannetta vogliono esservi ricordate.
Tutti poi ci uniamo per abbracciar Teresuccia.
Venne Pippo Ricci ieri a sera.
Da' suoi discorsi, combinati con quelli di Ciro, rilevai che gli stallieri di Frascati abbian fatto relativamente a Casa Ricci un imbroglio di lettere per avidità di rubarsi fra loro la mancia.
Sono di te e di Chiara
L'aff.mo servo e parente G.
G.
Belli
LETTERA 606.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, martedì 14 agosto 1855 / Al mezzodì
Mio caro Gigi
Da ieri ad oggi altri cambiamenti circa a Cristina.
Non più zinna pel pupo ma intiera balia, perché disponendosi la mammella di Cristina alla suppurazione e curandosi coi metodi ordinarii, fra i quali entra pure la dieta, il latte va a scomparire nella mammella sana, e non potrebbe quindi Cristina allattar più neppure con quella.
Aggiungasi a tuttociò che addolorata e febbricitante come trovasi questa povera figlia, noi non vorremmo aumentarle i patimenti che accompagnano quell'esercizio materno, né arrischiare insieme lo stato sanitario del bambinello.
Maggiorani dunque dice balia, Melata balia, Ciro balia, ed io e tutti rispondiamo in coro balia, balia, baliissima.
Questa mattina n'è venuta una inviataci dalle Lopez, le quali dicono intendere di farci in essa un regalo.
Ha 22 anni, tiene al petto una bambina di due mesi, ed è priva di marito mortole recentemente.
Ad un'ora pomeridiana Ciro la condurrà da Maggiorani affinché questi la osservi.
Di tutto il resto se ne parlerà dopo, per non mandare il carro innanzi ai bovi.
Venne ieri Pippo Ricci a visitarci verso le 2 pomeridiane, e ci esibì di farsi latore di qualunque cosa per Frascati dove sarebbesi forse recato la sera.
Ringraziatolo io del suo atto cortese, non volli però su quel forse consegnargli la lettera già preparata per te, giacché potevasi andare incontro all'inconveniente che quando Ricci si decidesse pel non partire (dovea viaggiare col legno di Lunati), non si fosse allora più in tempo di spedir la lettera pel mezzo de' vetturini ordinarii, siccome feci.
Ignoro poi se sia Ricci partito o non partito.
Qualora il perverso tempo, che abbiamo anche qui, permetta a te e a Chiara di visitar dimani la buona Marietta, compiete presso di lei in nostro nome agli amichevoli uficii di augurii per la sua festa.
Notizie di Alessandro Spada ne abbiamo avute ogni giorno, e ogni giorno se n'è fatta menzione nelle nostre lettere.
Son notizie buone, ma negative, cioè non ci è stato più nulla di nuovo.
Febbre non l'ha avuta mai: dunque non si potrebbe neppur dire la febbre è diminuita, la febbre è cessata etc.
Egli intanto sta quieto.
Le cose che ci vieni sempre annunziando della cara Teresa nostra ci riescono consolantissime, e tanto Cristinella quanto Ciro ed io vorremmo, direi quasi, sfiatarci in azioni di grazie verso di te e di Chiara per le cure amorose che prodigate entrambi a codesta piripicchietta, che pregovi coprir di baci per noi.
Le d'Antonj meglio, ma fiacche assai.
Chiaretta è con esse dal lunedì 6.
Ricevete mille saluti di tutti e singoli quanti qui siamo.
Abbraccio te, Gigi mio, non abbraccio Chiara per mutua verecondia ma le stringo la mano, e di entrambi mi ripeto
Aff.mo servo e parente
G.
G.
Belli
LETTERA 607.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, il dì dell'Assunta mercoledì
15 agosto 1855 / Al mezzodì
Gigi carissimo
Ecco il loro servo Brighella a dar principio alle esercitazioni di oggi col difficile passo della ranocchia.
Nel momento in cui giungeva a noi iersera la tua gentilissima della giornata, dovete avere tu e Chiara ricevuto una nostra entro un canestro a te diretto e contenente biancheria, vestiario etc.
La visita del Melata in questa mattina ci ha prodotto il sapere che la suppurazione della mammella di Cristina procede di buon passo al suo completamento.
Desideriamo noi tutti con ardore una simile risoluzione.
Del resto la febbre oggi è mite, a detta del Melata stesso e di Maggiorani.
La balia, fissata come scrisse ieri Ciro, ha preso possesso questa mattina alle 7, avendo Cristina desiderato che nella recente notte si riposasse ella dal viaggio che aveva fatto la notte precedente da Bracciano a Roma; e questo riposo se lo prendesse a casa sua in pienissima libertà.
Qui dormirà nel canapè della camera nostra da pranzo.
Pare ella una molto quieta giovane e senza incomode pretensioni.
Ieri a sera visitò Ciro l'amico Alessandro Spada, e poté vederlo perché gli aprì Checco la porta di casa e lo introdusse nella camera del convalescente.
Stava questi di serenissimo spirito, e va riprendendo le forze che deve però usare con parsimonia.
Circa alla nostra, vostra e loro Teresa, ci riescono sempre esilaranti le notizie, per quanto presentar possano un aspetto di uniformità tra i prossimi periodi di 24 in 24 ore.
Ci consola e ricrea moltissimo il seguire di qui colla mente la vita che ella mena costì, e per concomitanza anche la vita di Chiara e di te.
Messer Carlino fin da due giorni, ed oggi è il terzo, sta quieto e buonissimo.
Iddio conosce il bisogno.
Succhia e suona il tamburo.
Il Sig.
Contino Della-Porta è stato condannato a cinque anni di pena.
Ma li sconterà tutti? o quanti ne sconterà? e come? o dove? Uhm!
È questa mattina stato celebrato il matrimonio della Signora Nannina Massani col Barone Camuccini.
Buon matrimonio e buon patrimonio.
Ho io dalle mie finestre veduto entrare nel portone Borgognoni quattro eleganti carrozze.
Passavano sull'arena gialla, fatta a comodo loro gettare dal Papa per comodo suo.
V'ha benedizione a S.
Maria Maggiore.
Influirà, spero, anche sull'imeneo Camuccini-Massani.
Eccoci all'articolo dei saluti.
Sono i soliti per tutti voi tre.
Abbiateveli adunque tenerissimi e sincerissimi quali escono dalla bocca e dal cuore di quanti qui siamo.
Il tuo e vostro G.
G.
Belli
LETTERA 608.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 17 agosto 1855 (Al mezzodì)
Ser Gigiluigi carissimo; ho saputo che il Duca mio padrone (Ciro I° ed ultimo) prima ancor che arrivasse la tua di ieri, che giunse poi dopo l'un'ora di notte, partecipò a te ed a Chiara la mammillare operazione seguita poche ore innanzi sulla Duchessa, Serenissima sua consorte (Dio guardi), con ottimo successo.
Con simile diretta ed autografa partecipazione entrò il Duca quasi armata-mano negli uficii del povero istoriografo che indegnamente son io, e spero non perdere con questo atto di padronale autorità i miei diritti alle competenze, sportule, mance, palmàrii, propine, ricognizioni, secondo gli usi, le regole e le inveterate costumanze di corte.
Rientrando nella consueta umiltà del mio stile dirò che non avendo avuto Cristina il coraggio di farsi aprir la mammella nella visita chirurgica della mattina, dovè rimaner soggetta ad atroci spasimi per altre ore otto (cioè dalle 9 antimeridiane alle 5 pomeridiane); ma la poveretta benché stata sempre sì vigorosa nelle sue infermità, questa volta sentì una tanto invincibile ripugnanza al lasciarsi operare, che il Chirurgo volle rispettare quel suo involontario orgasmo rimettendo il necessario atto a qualche ora più tardi.
Poco oltre le 5 egli tornò; ed ecco Cristina riassalita alla di lui vista dal medesimo terrore della mattina; ma riconfortata dal Melata, da Barbara, da Ciro e da chi altri erale intorno (meno la carogna del qui sottoscritto), si prestò a quanto non poteasi più oltre procrastinare.
Dato in un momento il taglio, uscì dalla ferita, di un mezzo pollice d'apertura, un vivace zampillo di pus liquido e mordacissimo e trapassato alquanto di maturità.
E appresso altre ed altre materie, cacciate fuori dalla pressione moderata della mano chirurgica, sino all'egresso di una più densa delle altre e di colore verdastro, procedente dalla central sede del male.
Alle 10 1/2 nuova medicatura e nuova emissione di pus.
Ma insomma le conseguenze di tuttociò sono state un notabile alleggerimento e una sensibil quietezza della nostra cara ammalatuccia.
La parte inferma, al dire di Melata, non si sarebbe aperta di per sè stessa, atteso la tenacità della cute; e intanto quelle stagnanti materie avrebbero potuto degenerare, o anche riassorbirsi e farsi cause di altri mali non meno paurosi.
Ma, laus Deo, questi pericoli non vi son più.
Questa mattina è stata fatta un'altra medicatura, e tutto procede regolarmente.
Adesso si attende, con lievi e giudiziosi metodi d'uso, allo spogliamento di latte della mammella destra, per ricondurre a poco a poco le cose al normale stato di sanità.
Cristina, sollevata non poco da' sofferti tormenti, abbraccia teneramente te Gigi, te Chiara, e te Teresuccia, ed ha sempre voi tre e nella mente e sul labbro ed in cuore.
Il tamburinello nostro si esercita sempre e di giorno e di notte.
Con tale e tanto esercizio sorpasserà un tempo quello storico suo predecessore che a furia di battere alla disperata, sgomentò i nemici e fece vincere a Napoleone la famosa battaglia d'Austerlitz.
Un altro laus Deo, o sarà meglio Deo gratias per amore di varietà, a cagione della rifiorente salute della piccola nostra Teresa.
Nessun Ricci ieri vedemmo: ne vedremo forse in oggi; ma il tempo è nero come un cappello di tintafina.
Spada e le d'Antonj benino.
Sigismondo, Barbara e gli altri e le altre bene.
Io? Io, dispensator di saluti, potrei mancar di salute? Sto dunque come un Cesare quando prendeva la cassia ed il tamarindo inglese di Peretti o di Frezzolini.
Il V.o istoriografo G.
G.
Belli
P.S.
Mi giunge Pietro il Barbiere: Ciro non è tornato: minaccia un temporale...
Dunque sigillo e mando Pietro dai vetturini.
LETTERA 609.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, sabato 18 agosto 1855 (Al mezzodì)
Signor Principe del sangue
Segue la cronica del cronico Cronista di palazzo.
Nella medicatura delle 5 pomeridiane di ieri opinò il Chirurgo che si potesse amministrar questa mattina un purgante per deviare la discesa del latte della mammella sana.
Il medico però, assai più guardingo, diè il suo voto pel no, rimettendo la purga a quel giorno in cui dalla mammella offesa fossero del tutto cessati i flussi di materie, e ciò affine di non disturbare menomamente il regolar processo della natura e non andare incontro al caso di riassorbimenti di pravi umori nella circolazione del sangue.
Nello stesso consiglio ha dovuto questa mattina scendere il Melata al veder fluire tuttora del pus dalla ferita, ed all'osservare anzi di più come nelle parti inferiori alla ferita stessa paia che vada formandosi altra minor suppurazione e subalterna, la quale però avrà libero il suo esito per la già fatta apertura.
Sarebbe stato anche più utile a questo secondo bisogno se il taglio si fosse potuto praticare sin da bella prima più basso, pel più comodo scolo delle originarie e delle successive materie; ma quello ove l'apertura venne eseguita era il luogo indicato dal male, né poteasi deviare di lì il ferro per portarlo più basso in parte più viva.
Nulladimeno le cose procedono con tutta regolarità, e la esistente porta basta e basterà all'egresso di quanto abbia ad uscirsene per andare in malora.
Circa all'altra mammella nulla v'ha che richiami speciale attenzione.
Cristina, delle di cui sofferenze io tesso la storia, abbraccia te, abbraccia Chiara, abbraccia Teresa, godendo immensamente di udire i quotidiani racconti del costei migliorare in salute.
Dell'arrivo di Carolina Serny, del quale ci parli nella tua di ieri giuntaci la sera, ci tenne ieri stesso parola anche l'avvocato Ricci.
Per verità quella povera Carolina fa compassione, e per risguardo a lei la merita anche Marietta.
Di Alessandro Spada le solite buone notizie.
È in piedi da più e più giorni, esce di camera, e ieri assisté al pranzo della madre e del padre.
Le d'Antonj meglio pur esse.
Ieri al giorno Sigismondo e Barbara le visitarono riportandone mille saluti per Cristina e per voi due villeggianti, o, meglio, cittadizzanti, perchè Frascati non è una villa, e guai chi la dicesse tale ad uno di codesti illustrissimi cittadini.
Il Signor Carlo Belli, con rispetto parlando, fa come i filosofi antichi: logora più olio che vino, atteso le sue veglie notturne.
Nella scorsa notte si è dovuto finalmente ricorrere al succhietto, che è stato come la tregua di Dio del medio-evo.
Qui, con qualche buona ragione, non vorrebbero abituarcelo; ma in certi estremi come si fa? Se ne prenderà l'uso lo abbandonerà poi; e su ciò ho io detto piuttosto sapientemente di non aver visto mai giudice salire in tribunale né entrar prete in sagristia col succhietto in bocca.
I soliti saluti, i consueti abbracci, gli abituali rispetti di tutti e di tutte.
Il V.o G.
G.
Belli
LETTERA 610.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, mercoledì 22 agosto 1855 (Al mezzodì)
Amabilissimo Gigi
A due tuscolane qui si risponde: a quella cioè di ieri, giunta la sera co' vetturini, e all'altra di questa stessa mattina, recataci dall'Avvocato Filippo Ricci unitamente all'ombrello da sole, il quale, già sciancatello abbastanza, pare in oggi un reduce dalla Crimea.
Il professore che dovrà prenderlo in cura la mastica assai; ma sembra purtuttavia che mediante il lieve conto di scudi sei e trentaquattro baiocchi potrà il buon Maestro riporcelo in grado di sostenere qualche altra battaglia sotto le mura di Melacott.
Sissignore, secondo la mia precedente Num.o 19 qualunque onesto cristiano avrebbe conchiuso come tu fate, signor Luigi mio caro, cioè: può temersi che la malattia di Cristina, benché proceda regolarmente, non voglia avere un fine così sollecito quale si desidererebbe.
Ma i fatti son fatti, e lo storico non deve farla da romanziere.
I fatti dunque ieri a sera mutarono aspetto, ed il come eccolo qui.
Già sapete voi, leggitori miei umanissimi, quel tal quale confritto di opinioni fra il mastro medico e il mastro cerusico intorno al dare o non dare purganti, e sul momento opportuno e non opportuno per simile trattamento.
Intanto da qualche giorno andava la inferma interrogando il mastro medico se volesse vedere la parte offesa, e questi rispondeva che volontà sua ciò non era.
Ieri a sera però, cambiata la formula della dimanda, la risposta riuscì assai differente.
- Fareste, Dottore, il piacere di osservare la mammella, inferma? - Volentieri.
- E la osservazione si fece, e l'esito ne fu che veramente pus radicale non v'era, e che fin da questa mattina si potrebbe (come è accaduto) cominciare il metodo delle purghe con una dose di cremor di tartaro in due o tre dita d'acqua.
Dunque il Melata aveva ragione, e il Maggiorani non aveva torto quando per delicatezza di professione non voleva in materia chirurgica entrare in un giudizio che in lui paresse arbitrario e dittatorio piuttostoché pronunciato per semplice deferenza.
Lasciamo qui da parte varie osservazioncelle che potrebbero presentarsi alla mente circa a simili incidenti, e concludiamo col dire essere ora stabilita la cessazione di ogni pus centrale, e per conseguenza la opportunità di dare finalmente addosso al latte affinché o volti strada o se ne resti in pace a casa sua.
Ecco pertanto riaffacciarsi ridente la lusinga di una più sollecita risoluzione di questa incomoda gnàgnera.
Amen.
Fra Carluco è più quieto di prima, ed ha questa mattina mostrato le natiche allo zio Sigismondo, il quale molto probabilmente sarà, da lui ancora, chiamato un giorno zio Bondo.
Le d'Antonj debbono questa mattina essere uscite a far due passi.
Vi salutano esse, e Chiaretta con loro.
Speriamo di veder questa quanto prima.
Alessandro Spada si va tuttodì rinfrancando, ma non cammina ancora per Roma.
Pur egli manda saluti.
Godetevi il buon tempo (qui un po calduccio) e ricevete le solite dimostrazioni benevolenti di quanti qui siamo.
Amate e pagate
Il vostro umilissimo istoriaro G.
G.
Belli
P.S.
Tenete d'occhio i quattrini, perché io possa alla opportunità rifornirvene.
LETTERA 611.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, sabato 25 agosto 1855 (Al mezzodì)
Madamusella Chiara e Monsù Luigi
Bisognerà che le vostre magnificenze si contentino anche per oggi de' caratteri o piuttosto delle slavature di me povero verme, imperocché l'altissimo Duca, il quale tornerà anche tardi a palazzo, mi ha detto in sul bello uscirne: Giuseppe, scrivete e spedite pure la lettera a Frascati, perchè io nulla ho ad aggiungervi.
Ed in ciò dire è partito, incaricandomi però de' suoi saluti che io qui incarto e spedisco.
La nostra di ieri era dentro un canestro pieno d'imbrogli.
Se avete avuto il canestro avete avuto anche la lettera.
In quanto alla vostra del medesimo giorno ci fu recata sì tarduccio che già (ma senza turbamento) credevamo che ci mancasse, almeno per ieri a sera, a colpa de' vetturini.
Ma venne, e venne graditissima per le sempre uguali notizie della biricchina Teresa, alla quale darete mille baci per mammà, papà, nonno, zio e zia, e tutti quelli di casa mia.
Di Cristina, che vi abbraccia stretti-stretti per quanto può nel suo stato di non robustezza, di Cristina nulla di nuovo.
Alle 7 ha preso la sua bell'oncia di cremore di tartaro, ci ha bevuto appresso con giusti intervalli le sue chicchere di brodo lungo...
Ebbene? Ha operato in voi altri questa purga? Così finora in Cristina.
Il cremore di tartaro, disse giovedì a sera Maggiorani, sarà in oggi diventato farina.
Tempi di novità! Intanto il latte scende come non fosse fatto suo; e qui si aspetta, si aspetta, si aspetta, e non si vede mai fine.
Si la biastima nun fussi peccato, ce saria da fassene un'impanzata.
Ieri a sera Ciro visitò Alessandro Spada e lo trovò bene.
Questi vi saluta al solito, e parte dimani per Albano come vi dissi.
Oggi si apre al passaggio il nuovo portone della posta, o piuttosto il Ministero delle finanze.
Lo attraverserà il Papa pel primo, al suo uscire dalla Chiesa di S.
Luigi de' francesi, dove recasi al solito per la festa di S.
Luigi IX Re di Francia.
Ho detto male dicendo si apre, attraverserà, recasi.
A quest'ora è tutto accaduto.
Altra notizia per questa sera.
Principia il suo corso di recite la Compagnia comica..., di cui fa parte il Morelli.
Luisa Pagliari sta sottosopra.
Deve ella essersi al certo rinterzate di gomma le veste: altrimenti voi capite quale spettacolo nascerebbe da quel sottosopra!
Biagini ha scritto un articolo per certa commedia di un Ennio-Quirino Visconti, intitolata il cuor di una donna, e recitata al regio teatro Capranica.
Uscì l'articolo sull'Eptacordo, alterato dal revisore della Segreteria di Stato.
Biagini diceva la commedia brutta, e l'articolo quasi la dice oggi bella.
L'articolista sputa amaro; e per una parte (da mano manca) ha ragione.
Pregovi passare la inclusa letterina ad Alessandrina Ricci.
Tutti coloro i quali nella precedente pagina hanno con me abbracciato Teresa, qui tornano in campo per salutare e abbracciar Voi due, e portarsi appresso un codazzo di altri subalterni salutatori.
Il vostro istoriaro a ufo
G.
G.
Belli
LETTERA 612.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, 26 agosto 1855: domenica (Al mezzodì)
Nelle ore vespertine di ieri, miei amabilissimi lettore e lettrice, Chiara e Luigi, la oncia di cremore, che sin dal bel mattino era entrata per una porta nella fabbrica di Cristina, riuscì finalmente per l'altra, senza però grande accompagnamento che valesse a distinguere con qualche solennità quell'egresso da un egresso ordinario, e tanto meno in quanto per quell'uscio non era fin da tre giorni venuto fuori nessuno.
Il latte intanto seguita, ma diconlo un po meno denso di prima.
Per oggi vacanza: dimani poi si darà accesso e secesso a mezz'oncia di sale inglese, e se ne spera un passaggio ben più solenne, trattandosi di un forestiere.
Giacché siamo sul proposito di evacuazione, seguitiamo un momento lo stesso soggetto.
Neppur noi siamo contenti nell'essere le materie di Teresa ritornate alquanto, circa a qualità, verso quel ch'erano in passato ma pure, così stando le cose, lodiamo la ripetizione del tamarindo, e vogliam lusingarci che il non propizio fenomeno non da altra morbosa causa sia derivato fuorché dal calore dell'atmosfera, così cresciuto in questi ultimi giorni.
Tanto più entriamo volentieri in simile opinione al vedere non aumentate le deiezioni né in numero né in quantità.
Proseguiamo dunque colle stesse norme e cautele da Voi così bene osservate riguardo alla cara bambina, ed aspettiamo la benefica azione del tempo sussidiata dalla cooperazione dell'aria.
Circa poi al caldo, se in Frascati ne fa assai, qui a Roma si arde.
Diverse varianti all'articolo portone della posta.
Fu aperto nel dopo-pranzo, perché nelle ore pomeridiane suole il Papa recarsi a S.
Luigi de' francesi, e non di mattina come parevami.
Ora, il Santo Padre arrivò a S.
Luigi alle 5 1/2, ne riuscì alle 6 1/4, rimontò in carrozza, e se ne andò pe' fatti suoi senza guardare in faccia il famoso o famelico portone, che se ne stava lì a bocca aperta coll'architetto fra i denti come il Lucifero dell'Alighieri.
E poiché questo nuovo portone appartiene veramente al Ministero delle finanze, si è per Roma principiato a dire che alle finanze son cresciute le entrate.
Chi poi coi doppii uficii di una porta considerasse di più il quanto sia questa costata, potrebbe dire pur bene: alle finanze son cresciute le uscite.
Ad ogni modo però questo novello buco è utilissimo al facile accesso e recesso de' legni postali, e non merita in fondo che approvazione.
Il Signor Carlo questa mattina, senz'altre circonlucuzioni, mi ha pisciato addosso, aspergendomi dai fianchi ai piedi con una vispa fontanella mentre se ne stava ignudo e a pancia per aria sul seno di Nina.
Si principia con un bel rispetto alla dignità della vecchiaia! Voglio farne parlare la Civiltà Cattolica nella cronaca di scienze naturali.
Cristina ieri si alzò da letto: farà oggi altrettanto.
Vi saluta essa ed abbraccia di cuore, e vi prega coprirle di baci Teresa.
Mille cose per noi alla famiglia Ricci.
Ricevete i soliti e quotidiani saluti ed abbracci e rispetti di questi parenti, amici, affini e confini; e con questo, avendo io riscontrata la lettera vostra di ieri, do termine a questa mia di oggi.
G.
G.
Belli, vostro divoto osservante
LETTERA 613.
A CRISTINA BELLI - ROMA
Di Frascati, martedì 28 agosto 1855 / mezzodì
Mia cara Cristina, mio caro Ciro, miei cari tutti
Usciti ieri alle 5 dalla porta S.
Giovanni, Lunati, Ricci, Guglielmo Serny ed io, giungemmo a Frascati alle 6 3/4.
Quando fummo pochi passi, più su della cappelletta che trovasi al principio della salita, vedemmo la schiena di Chiara, di Gigi e di Teresa che pianpianino se ne tornavano verso il paese, o verso la città per dir meglio.
Guglielmo, che se ne stava seduto presso il cocchiere, li chiamò: essi fermaronsi, e quando fummo vicini rimasero maravigliati al vedermi.
Teresa abbassò gli occhi e s'impallidì.
Allora smontò Lunati, e salirono in carrettella Chiara, Gigi e la pupa, la quale io mi presi sulle ginocchia.
Essa mi dette un bacio e mi disse poi subito Pippi? Mi domandò quindi: E nonno piglia caffè a coazzione? Appresso vennero in campo e Mammà e Papà (che è ttato a Fascati l'anto gionno) e Calluccio, che volle sapere se prende esso pure il caffè e se cammina etc.
Fra questi ed altri simili discorsi intorno alle altre persone della famiglia, fra le quali non mancava mai Bobo bianco, si giunse al portone Lunati, presso al quale trovammo di ritorno dal passeggio Marietta e Carolina, la seconda delle quali pare la nonna dell'altra.
Salimmo tutti in casa Ricci, dove si rimase fino all'una e mezza di notte, con sommo piacere di Teresa che ciarlò sempre e rise e giuocò sino a carte cogli altri ragazzi.
Essa è qui amata da tutti: la Sig.ra Rosina Lunati poi n'è proprio innamorata.
Ogni tantino correva la birbetta da me per dirmi: Nonno, vado a cena io dopo.
La cena poi fu una buona minestra di riso.
Andò quindi a letto sempre chiacchierando.
Nel segno della croce dice talvolta Nome 'e ppade, e bbobo, e o ppìito zanto.
Questa mattina, dopo la sua abbondante colezione di caffè d'orzo con latte, e di una pagnotella che intingeva a pezzetto a pezzetto con moltissima grazia, ha nell'uscire chiamato Velònala, e mentre scendeva le scale stava colla testina alta ordinandole a minetta e riso pe Nnonno che je pace cotta bene: avete capito?
Taccio poi di Villa Conti e di tutti gl'infiniti discorsi, che son sempre intreccio da non potersi riferire.
Ha udito piangere una creatura: quetta oggi non ha e ggelato, pecchè cattiva.
Le ha chiesto l'elemosina un povero storpio: domani matina quando tonnamo ttasera a casa l'aveète.
E poi voltasi a me: que ppoeello me fa una cêtta pena...
Di salute essa sta bene, in carne e di buon colore.
Le evacuazioni son lodevoli, con talora qualche lievissima varietà nella qualità loro.
Di buono umore e di maniere obbedienti.
Chiara (secondandola Gigi) la tratta con fermezza mista a massima dolcezza: non mai una parola un po aspra o risentita o priva di garbo.
E quella folletta le si piega in modo mirabile.
L'abito col quale fece spicco domenica fu quello e seta cuda, co coppetio banco e melletti, e e ccappelletto bono chello nôvo.
Gigi glielo aveva, alla villa, tutto capricciosamente adorno di capelvenere.
Al sentirsi la furbetta lodare da chi si fermava a guardarla, diceva pianpiano alla zia: lo fanno pe mme, e tirava innanzi con disinvoltura.
Mi ha dimandato se, quando verrà l'anto jeri Mammà, tonna pure nonno.
E Papà?
Pippo Ricci pare che si fermerà qualche, giorno: io conto di tornare dimani a sera, come dicemmo.
Chiara e Gigi e Teresa, e tutti quanti qui sono, vi mandano una infinità di saluti e di abbracci.
Il vostro aff.mo padre, parente, amico...
G.
G.
Belli
LETTERA 614.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, martedì 4 settembre 1855 (Al mezzodì)
Sora cosa e Sor Coso
I particolari atmosferici della lettera vostra di ieri sono la esatta storia di quanto andò accadendo anche qui.
Ora io vi aggiungo la cronaca romana relativamente alla meteorologia della parte vespertina e completoria della giornata.
La prescrizione medicale sull'uscire di Cristina era, come io vi dissi nella mia precedente, subordinata alla riserva se è tempo buono, e l'orario della trottata diceva dalle 5 alle 6.
Il tempo però non si mostrava né cattivo né buono, ma dubbio.
Nuvolo sì, ma un nuvolo uniforme, lieve e trasparente.
Che vogliamo fare? Se restiamo in casa cedendo al tuziorismo, ce ne possiamo pentire...
Ebbene? Si o no? Si va o non si va? S'esce o non s'esce? Voi che ne dite? A voi che ne pare? Tu che cosa ne pensi? A te che inspira il cuore? questo benedetto cuore che ciarla sempre e non ne indovina mai una.
Insomma, dopo mille consulte e scarica-barili di responsabilità da una schiena all'altra, fu risolto pel sì, contentandoci d'una mezza-misura da soffocar la coscienza, che fra i coraggiosi consigli del desiderio facea pur capolino buttandoci in faccia un rimprovero di quelli che non servono a niente.
E la mezza-misura fu questa: uscir prima per ritornar prima, e così gabbare il tempo se mai avesse voglia di gabbar egli noi più sul tardi.
Detto fatto: attacca, Fantilli.
Si discendono le scale, si monta sul legno, si abbassa mezzo soffietto: Cristina a destra sul sedile d'onore: la balia col pacchianello a sinistra: Barbara incontro a Cristina: io di fronte alla balia: si parte.
Dove si va? Qui no, là neppure...
a Porta Pia.
Giuseppe, va' a Porta Pia.
Intanto, sole coperto, aria mite e tranquilla, tutto a maraviglia.
Ma che è, che non è...
a poco a poco da mezzogiorno vien su un cappellone nero alla gesuitica, un'arietta dispettosa lo accompagna; e noi, che ci trovavamo allora verso la villa Torlonia, principiamo zitti-zitti a guardar per aria.
Per prima cosa si rialzò il mezzo soffietto, già abbassato nell'uscire.
Ciro non v'era, perché ieri al giorno ebbe un affare.
Cristina (lodiamone la prudenza) fu la prima a opinare pel ritorno indietro.
Io non volli altro.
- Giuseppe, gridai, volta, e va dritto-dritto a casa.
- E Giuseppe voltò, e col suo consueto e legale trotterello tirò dritto-dritto (alla tedesca) sino a Magnanapoli, e giù per le tre cannelle, e innanzi pe' SS.
Apostoli, piazza di Venezia, il Gesù, le Stimmate, e dentro il portone Ferretti.
Entrati appena, eccoti un rovescione d'acqua, e così poi diluviò tutta-sera, con qualche salsa di tuoni e un buon guazzetto di turbini.
Nel trapassare innanzi al portone Borgognoni avea Cristina traveduto il Maggiorani avviato verso il Gesù.
Ah! Maggiorani dev'essere stato da noi! Sissignori, c'era stato proprio allora, e n'era ripartito annaspando colle braccia in aria per la maraviglia del nostro procedere, che egli avrà forse chiamato temerità o forse pazzia.
Ma noi abbiamo, per iscusarci, i nostri bravi numeri di sommario, che sarebbero accolti con benignità sin dagli Avvocati Lunati e Ricci.
Noi insomma, non ci bagnammo.
E oggi si esce? Uhm, io me ne lavo le mani, e credo meglio il lavarsele coll'acqua del pozzo che con quella delle nuvole.
Fu questa sempre la mia dottrina.
Circa a salute nulla di nuovo.
Il tempo peraltro ritarda adesso i progressi verso il meglio.
Aspettiamo e flemma.
Riguardo a Teresa non pare vada tanto male, secondoché ci scrivete.
Son momenti di atmosferica transizione.
Abbiate riguardo tutti e tre, e non vi riscaldate per quanto è possibile.
Staremo in attenzione della canestra ovale, mandata per mezzo dei Sig.ri Angelini.
Io vi spedisco biancheria da tavola per Voi, e musica per casa Ricci.
Mille saluti in contracambio de' mille saluti, e di tutti a tutti.
Il vostro G.
G.
Belli
P.S.
Quando favorirete di rimandare i canestri, rimandate indietro la pelle.
LETTERA 615.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 7 settembre 1855 (Al mezzodì)
Mala tempora insomma, signora Chiara e Signor Luigi; il che in buon volgare significa le tempore sono cose cattive.
Ad ogni modo bisogna prenderle come vengono, per la testa se per la testa, per le gambe se per le gambe, come si trattasse di feti.
Capisco benissimo però che voi parlate di piogge, ed anche di diluvii che torna presso a poco lo stesso.
In questo caso il miglior consiglio che io soglio dare a chi m'interessa è quello di non bagnarsi e di andare fra una goccia e l'altra.
Ieri-mattina Cristina uscì, nel dopo-pranzo riuscì, questa mattina è tornata ad uscire per andare in santibus; e questa parola potrà servire agli Avvocati Lunati e Ricci per qualche loro voto o scrittura innanzi a tribunali dove ancora si parli in latino.
Va circolando per Roma, e fa strepito, la notizia del fallimento di una società anonima stabilitasi già in Frascati senza licenza de' superiori, e diretta al sociale scopo di migliorare e propagare il nobile esercizio dell'altalena con mezzi per verità un po dispendiosi ma pure fruttiferi un giorno di un vistosissimo dividendum.
Forti borse aveanvi immessi i lor capitali; ma per un improvviso veto del padrone del fondo ove si era stabilita l'accomandita, è tutto andato in aria, statuto, materiale e speranze, con manifesta iattura del genere-umano.
Il cassiere ha dato il suo rendiconto, ma qui si vocifera che agli azionisti non tornerà in tasca l'un per cento della vendita degli oggetti d'impianto.
Povero mondo! ecco la filantropia dei retrogradi! Pare impossibile, eppur si tocca con mani! Voi due, che siete sul teatro dell'azione, diteci se il mostruoso fatto è o no vero, e toglieteci di angustie.
Ciò che un po mi consola in tutta questa dolorosa faccenda è il correr voce che la mia nipote Teresa non si fosse associata a simile impresa, e non abbia perciò sofferto perdite né in numerario, né in tranquillità di spirito, né in appetito né in sonno; e così conservi la integrità de' suoi lombi e del suo buono umore.
Ditele che avrà di più il coccio e la pila, oggetti de' suoi desiderii.
I due canestri sono venuti iersera, e qualche ora prima era giunta la canestra ovale.
Tutto è dunque in regola.
I saluti sono al solito molti, una giumella cioè per cadauno, di tutti noi, grandi e piccoli, maschi e femine, nobili e plebei, poveri e disperati, perchè verbo quattrini corre fra l'uno e l'altro pochissima differenza.
Dispensateli voi con retta coscienza a chiunque ha diritto di reciprocanza al riceverne.
Io mi fermo qui.
Se più ci sarà da dirvi, ve lo aggiungeranno i padroni.
Il vostro quel che volete
G.
G.
Belli
LETTERA 616.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sciabà 15 settembre 1855 / Al mezzodì
Mia cara Cristinella
In riscontro alla tua breve (e così va bene) letterina di ieri 14 vengo io primo in iscena per mandare innanzi come un prologo all'opera principale, che di ragione appartiene verso di te al nostro Ciro.
Tu, siccome leggo nel tuo ultimo foglio, vorresti però da lui scritti alquanto più diffusi; e questo tuo amoroso desiderio è naturalissimo.
Ma perdonagli, figlia mia, se ciò non va sempre secondo le tue brame.
Il natural laconismo di Ciro nostro, il poco spazio d'ora e talvolta i momenti che gli restano a simile cura dopo tornato a casa, e finalmente la scarsa materia che io con soverchieria gli lascio dopo esaurito o tutto o quasi tutto quel che vi fosse da dire; ecco, a quanto sembrami, i tre motivi della concisione ordinaria delle lettere di Ciriuccio come chiamavalo Torricelli.
Un veterano sedentario, qual'io mi sono, si mette qui acculattato sur una poltrona, e col suo stile di brodo lungo allarga ed accresce ed amplifica i soggettuzzi delle sue lettere, tanto che bastar possano a tutta una Regola di frati.
Ma Ciro, fantaccino in azione, deve assai di sovente far le cose a sospetto di fuga; e tu pensa, cara figlia, che il fuggitivo è quel benedetto tempo, il quale arriva, passa, si dilegua, senza mai volgersi indietro e senza aspettare nessuno.
A tutto questo mio profluvio di parole tu farai una stretta di spalle, e lo dirai una tiritera da ciarlatano.
E tu chiamalo come ti pare, ché io non ti scapiglierò per questo, purché tu voglia bene al nostro Ciro ed a me povero vecchiarello, i quali ne vogliamo a te tanto e tanto.
Di ciò, spero, sarai persuasa.
Dunque la Teresuccia pianse più volte, dicendo e papà mio dove sta? Come è amorosa quella creatura! Iddio ce la conservi, ma nel conservarcela voglia pure degnarsi di non farla così sensitiva come accenna voler divenire.
In questo mondo di sotterfugii penerebbe ella assai! - E Carlo sta bene? tosse egli pochissimo? Sarebbe meglio niente.
Arriveremo anche a ciò colla pazienza e il giudizio.
Ecco a buon conto una pagina piena come un uovo fresco; ma, lo capisco, non è uovo del gallinaio di Ciro.
Non dubitare: aggiungerà anch'egli.
Intanto io ti abbraccio paternamente, e abbraccio insieme nonnalmente i tuoi cari figlietti.
Salutarvi Chiara, Gigi, le famiglie Ricci-Lunati-Serny, e la balia e Veronala.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 617.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 17 settembre 1855 (Al mezzodì)
Cara la mia Cristinella
Ah mi dai una mentita? Ah così trattasi un bestione che ha sulla groppa 64 falciature di fieno? Uh! Che cosa è diventata oggi al mondo la gioventù! Non più un rispetto pei poveri vecchi, sieno essi poi suoceri, o padri, o nonni, o zii, o mariti, o fratelli, o figli, o nipoti, o ascendenti insomma, o collaterali, o discendenti sino alla terza o alla quarta generazione! Una mentita a un par mio! Arcade e tiberino! Una mentita a un Signore della mia qualità e del mio calibro, la cui fama vola chiarissima sino alla terra di Cesi e al vicolo delle Stalle di Corsini N° 23! Una mentita ad un pubblico ex-scrivano, al quale il Governo dà ogni mese trentacinque scudi e quindici baiocchi, un po in carta e un po in rame, affinché si contenti di non far niente! Arma e santo! tuttociò è un vituperio, una indegnità, un enorme attentato, degno di decotti d'occhi di canna.
E perché un tale insulto? Per aver temuto io meschino, nella umile semplicità del mio spirito, che la lunghezza delle mie lettere potesse tentarvi, Signora Spizzichina, a far niffo e spallucce.
- Insomma, Cristina mia, dalle tue parole io capisco che mi capisti, come dalle mie tu capisci ch'io t'ho capita.
Fra tanti disgusti di questa vitaccia non ci sta male qualche celia, come una salsa piccante sopra i pollastri puzzolenti.
Vennero ieri a sera i canestri: e venne pure la tua della giornata, e già ti era di qui stata spedita la fodera per la vita dell'abito di Nanna la balia.
Di' a questa che già da tre giorni abbiam fatto avere alla di lei madre il biglietto e il danaro per ispegnare il cerchio d'oro etc., siccome essa desiderava.
Brava, Cristina mia, abbiti cura.
Noi ne abbiamo forse bisogno più degli altri, perché più disgraziati in tale proposito.
Barbara sta meglio della sua tosse: Sigismondo sta bene, ma un po urtato di nervi al suo solito.
Esce di casa e si applica agli affari e mangia secondo il suo consueto.
Io me la passo come un leone, ma come un leone che sa d'esser vecchio, e non si espone perciò a troppe battaglie.
Dimanda a Teresa da parte di Nonno se la scolatora grande scola bene l'insalata di Bobo.
A Carlo non gli dimandar niente, perché quello è capace di non risponderti.
Con lui faremo i conti un po' più in là.
Abbracciali però e da' loro assai baci per me, che ne tengo le braccia e le labbra un po' troppo lontane.
Qui ancora il cielo annuvola e rasserena, e intanto non piove.
Ma la temperatura dell'aria, specialmente in certe ore, va riabbassandosi verso il grado autunnale.
Che ciò non accada per salti è pur cosa buona fra le cattive, la peggior delle quali prosegue e mitigarsi secondo le generali notizie che se ne ripetono.
Dunque, mia cara figlia, sta' quieta; e Iddio farà il resto.
Saluti a Chiara, a Gigi, alla balia, da parte di tutti noi d'ogni età, sesso e condizione.
E fanne parte anche a Verònala.
Mille cose ai Ricci, ai Lunati, ai Serny.
Per te poi tanti abbracci di tuo zio, di tua sorella e del tuo
aff.mo papà
LETTERA 618.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 18 settembre 1855 (Al mezzodì)
Di sommo rammarico ci è, Cristina mia, riuscito l'udire dalla tua lettera di ieri a sera la pena da te sofferta per non aver veduto nostri caratteri né domenica a sera né la mattina di ieri, lunedì.
Dio voglia che nella serata di ieri ti sia poi pervenuta l'altra nostra, N° 44, spedita da noi entro la stessa giornata, la qual lettera abbia potuto porti lo spirito in calma e trattenerti dal venir oggi in Roma, atto lodevole dal lato morale, ma molto meno per ogni altro rispetto.
Nella ultima smarrita nostra N° 44, inviata ieri, io ti dava pure un cenno (benché forse inesatto) di roba da qui spedita domenica.
La spedizione fu fatta entro un sacco da notte, il quale, come poi dimandando ho saputo, conteneva, oltre una lettera nostra, alcuni fasciatori di tela, il rimanente de' fasciatori di fustagno, due magliette tue, una maglietta della pupa, alcuni canavacci e parannanzi, un paio di calze della balia, e la fodera della vita dell'abito di essa balia, la qual vita dice Nina che era stata mandata sabato 15.
Se mai il sacco da notte fosse andato smarrito, lo che non vorrei credere, il maggior mio dispiacere sarebbe l'agitazione da te sofferta nel vederti priva di nostre notizie e come da noi trascurata, mentre teniamo in cuore più te che noi stessi.
A tutto il resto ci sarebbe rimedio; e circa all'urgente fodera per la balia ti pregherei intanto di comperarne a mio conto costì, dove sarà, credo, qualche mercante.
Ora, mia cara e buona figlia, intendimi bene.
Qui siamo in due, Ciro ed io, ed entrambi col pensiero rivolto a te: nella tua casa paterna son pure in due, cioè Sigismondo e Barbara: in tutti, dunque, quattro.
Possibil sarebbe che in qualunque circostanza ci trovassimo tutti e quattro impediti di scrivere a te una parola? Eppoi per casa capita pur sempre qualcuno.
Noi già stiamo tutti bene, ma se ancora qualcuno fosse incomodato, non dubitare, anzi tienilo quasi per un articolo di fede, che non passerebbe mai e poi mai un sol giorno senza che di qui ti venisse una lettera.
Dunque conclusione: qualora, come adesso è accaduto, qualche lettera non ti arrivi, chiudi gli occhi al sonno tranquillamente, dicendo: la lettera c'è, ma non me l'hanno portata.
Allora il danno non consisterà in altro fuorché nel disappunto di non aver letto le cose che ti avessimo scritte, ma non ne andrà di mezzo la tua tranquillità e con essa la tua salute, per noi preziosa.
Ieri a sera, appena aperta la tua lettera dimostrante agitazione, Ciro prese tosto la penna e ti scrisse due righe per intanto metterti in calma, e la portò di volo ai vetturini.
Al suo foglietto (cui ti prego apporre il Num.o 45) unì tutti in un pacco gli oggetti che dimandavi, cioè le tue cuffie da notte e lo scuffino di Carlo.
Tuttociò che dici da te mandato, o dal Gigi, è arrivato.
Nel consegnare il pacco ai vetturini Ciro dimandò conto del mancato sacco da notte, ed essi risposero essere stato domenica caricato, e che oggi ne farebbero essi medesimi inchiesta alla rimessa in Frascati.
In Frascati dunque si fan tridui alla Madonna Addolorata e a San Rocco per impetrare la preservazione dal cholera? Pio e lodevole atto.
Qui, che io sappia, niuna special divozione pubblicamente è ordinata a questo particolare intento, meno le private preci che la Comunità, le famiglie e pur gl'individui possono offerire a Dio, alla B.
Vergine ed ai Santi nell'attual circostanza.
Soltanto è ora invalso nel popolo un costume, che pare vada ampliandosi, ed il quale assume qua e là un certo carattere che mentre dimostra fede e compunzione in chi vi prende parte, non lascia in pari tempo di trascorrere al punto che Iddio in vece d'una grazia debba concedere e operare un miracolo.
Brigatelle, più o meno numerose di donne, seguite da uomini, van per le vie recitando (per verità devotamente) il Rosario, e tramezzandone le imposte col canto delle laudi della Madonna.
Queste processioncelle procedono da diversi punti di Roma nelle ore notturne, e con croce innanzi e con candelette accese dirigonsi tutte al SS.mo Crocifisso in Campo Vaccino.
Da tuttociò nascono due effetti: 1° Siccome molte di quelle donne, dicesi, camminano a piedi scalzi, sembra ciò alla città un tentare la Provvidenza con un sanitario sproposito perniciosissimo; e in questa opinione si uniscono e i Cristiani buoni e i cattivi, e i credenti e gl'increduli: 2° Quel canto, quell'ora, que' lumi, e il motivo di quelle processioni, turbano le menti già deboli e (benché a torto) sgomentate, e dan pretesto agli ipocriti nemici della religione e del Governo di magnificare ed esagerare un simile turbamento e sgomento, per biasimare oltre il giusto il permesso che si dà a quella gente di raccomandarsi al cielo a suo modo.
Ma dunque tuttociò, si dirà, indica in Roma strage e rovina! Neppure per sogno.
I casi di morbo son pochi, e di questi quasi nessuno tocca i sobrii, i tranquilli, e i vigilanti nel curarsi ad ogni occorrenza.
Dunque statti pur quieta, Cristina mia, e sappi che in generale Roma del cholera non ne parla e non se ne dà per intesa.
Mi dispiace il peggioramento che annunzii della principessa Chigi Torlonia.
Delle De Antoni ecco qui.
La madre negli scorsi giorni ricadde inferma per la terza volta, con attacco pernicioso e minaccia di nervosa.
Ora è di nuovo senza febbre.
E la figlia? la figlia sta sempre (dirò) in bilico.
Conosco la fiera cocciuta, cioè dei cocci, di cotesta Frascati.
Ma! non vi sono coccetti e non può dirsi perciò cocciutella come la vorrebbe Teresa.
Se occorrono a questa nuovi coccetti, dillo, e si manderanno da Roma che ne abbonda.
La poltrona per Maggiorani sta in bottega del Mustioli, che ancora non ha fatto il cuscino.
Dovremmo arrivare a S.
Carlo!
Degl'Inni dal 4 di questo mese non se ne parla più.
E in ciò dovremmo arrivare al 1860!
Tuo zio sta bene, Barbara tosse meno ed ha umori maturi, Ciro bene, io bene, Nina e Pasqua e Nanna bene, Pietro bene, l'altro Pietro il barbiere bene, il gatto bene, i sorci male perché il gatto se li divora...
Ne vuoi di più?
Ieri fu gran festa alle Stimmate, con pontificale di Monsignor Rosani.
Questa mattina si è cantato solenne Te-Deum a S.
Luigi de' francesi per la vittoria di Malakoff, e insieme per la preservazione dell'Imperatore nel recente nuovo attentato contro la sua vita.
Circa i tuoi figlietti contentiamoci così.
Li vorrei in istato anche migliore, ma, ripeto, contentiamoci.
E tu ancora non vedi utilità di cotesti tuoi pediluvii! Che lunghe faccende!
Insomma, parola dopo parola, ecco già piena la lettera.
E per Ciro? Per Ciro ci sarà un altro foglio di carta, perché del presente non se ne può fare più conto.
I soliti effetti della troppa chiacchiera.
Oh me chiacchierone! I saluti di qua per costì sono i soliti.
Prendine, danne, e restituiscine in equa misura.
Io poi termino col fortemente abbracciare i tuoi figli e te, della quale mi ripeto di cuore.
Aff.mo padre
P.S.
Ecco giungere l'altra tua delle 8 pomeridiane di ieri.
Manco male che sei tornata tranquilla.
LETTERA 619.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 26 settembre 1855 (Al mezzodì)
Mia cara Cristinella
Vennero i due canestri colla tua lettera di ieri, e ci trovarono tutti in buona salute, come siamo anche oggi e saremo domani.
Dalla suddetta lettera della Signoria Vostra spira un certo soave odore di quattrini stagionati, che non ha potuto mancare di accrescere in me il rispetto, l'ossequio, la stima, la considerazione e i più devoti riguardi verso una Dama sì fornita delle più splendide qualità com'Ella è e lo diverrà maggiormente col diventar ricca pe' suoi diritti ereditarii.
Ella, che ebbe sempre un bel cuore, non vorrà oggi, spero, dimenticarsi di un Suo povero e umilissimo servitore, che se avesse quattrini se li terrebbe generosamente per sé, ma sa in pari tempo aspirare magnanimo a quelli degli altri, dovendosi amare la roba del prossimo come la propria come oggi sa ogni onesto cristiano.
Vada Ella dunque al possesso de' Suoi 18,750 centesimi, che il Signore Le li benedica, e sappia che qualora non debba io sperare d'intingere in essi anche il mio dito, sarò sempre pronto a prenderne una porzione a interesse con una buona ipoteca di fondi instabili situati nel territorio di Arcadia, e liberi quanto il vento che vi passeggia.
E a proposito di Arcadia, la faccenda del Sorgenti ha preso per lui assai mala piega, e par certo che la Congregazione generale cardinalizia, tenutasi per gli Studii il giorno 18, abbia deciso che si ecciti l'attual Custode a rinunziare, altrimenti etc., e il resto va colle sue gambe.
Io l'ho saputo da buona fonte.
Povero galantuomo! me ne duole all'anima, perché non meritava un simile affronto; ma che gli potrei far io? - Piuttosto lo dirigerò a te, adesso che vai a trovarti nel caso di poter sanare le piaghe di mezzo mondo.
Altro mirabile avvenimento! Da più e più giorni la Casa Biagini e Pagliari non ha più la serva proveniente dalla Vassura! Le Signore Pagliari dimandarono a Pietro una donna; e Pietro ne rimase così spaventato, che fu lì per lì per cascare a faccia avanti per la paura.
I tuoi scialli godono salute perfettissima e si hanno scrupolosa cura.
Vivine tranquilla.
Questa sera verrà il parmegiano con Geremia, o Geremia col parmegiano.
Che ti vuoi fare di questo sciancato papà? Presto avrai Ciro, e non perderai certamente nel cambio.
Eppoi questa benedetta Camerìa Stamperale mi dà tali e tante faccende che neppure ho il tempo la notte per mangiare e il giorno per dormire.
Che furia di stampe! Si discorre che a forza di correzioni presto-presto non ho più inchiostro; e in tal caso ne andrà, di mezzo anche la nostra epistolare corrispondenza.
Insomma c'è un da fa' incredibbole.
Abbraccia e bacia per me, per tuo zio e per tua sorella codesti tuoi bociacchetti, e co' loro affettuosi saluti ricevi anche i non meno caldi del tuo Papà scioperone.
P.S.
Cristina mia, oggi fa freddo; copritevi tutti e riguardatevi meglio che potete.
I primi freddi!
LETTERA 620.
A MESSER FRANCESCO SPADA NEL GIORNO DEL SUO NOME
4 ottobre 1855
Io sommi sempre assai maravigliato
Come il destin mi vi facesse amico
Invece che fratel fostemi nato.
Voi, credo, non nasceste al tempo antico,
Né, parmi, nascerete nel futuro,
E di questo il presente benedico.
Noi non venimmo al mondo per sicuro
L'uno a Cefalonìa, l'altro in Caldea,
Ma quasi, dir possiamo, a muro a muro.
Forse dunque del Suo ci rimettea
Madre natura a trarci di un sol ventre
Poi che ci trasse d'una sola idea?
Darci due madri e insiem due padri, mentre
Ci diè un egual cervello e un cuore eguale!
Non par che oprasse in ciò contra sua scentre?
Non dico che qual'io siate voi tale,
Siccome usciti d'una stessa forma
Vendonsi un San Pasquale e un San Pasquale.
Foste voi fatto con diversa norma
E se entrambi fuggiamo sulla neve
Un bravo sbirro ci discerne all'orma.
Voi la date più lunga ed io più breve,
Perché più voi traverso e più pesante
Ed io 'n vece più maghero e più lieve.
Se vi metteste a Diogene avante
Più voi nel doglio lì torreste lume
Però che appetto a me siete un gigante.
Diversi ci mostriam pur nel costume
O culto della barba e dei capelli,
Che in me paiono setole e in voi piume.
Insomma, voi lo Spada, io sono il Belli:
Qual meraviglia dunque se fra amici
Corra una varietà ch'è tra fratelli?
Ma in quanto a sensi ed a morali uffici
Possiam dirci due frutti d'una pianta,
Possiam dirci una pianta in due radici.
E per questo fra noi corsa è pur tanta
Pratica, intrinsichezza ed armonia
Già da ben anni due oltre i cinquanta.
Voi date passo a qualche pecca mia,
Io porto in pace qualche pecca vostra,
E sì ci vogliam bene e tiriam via.
Che se del cuor dalla più cupa chiostra
Ci vien fuori talor broncio o puntiglio,
Non ne corriamo a duellarci in giostra.
Oggi poi non v'è più manco un cipiglio
Dal dì che, al sacro fonte, in su le braccia
Levar voleste il figlio di mio figlio.
Sciacquastevi quel giorno e mani e faccia
E insiem vestiste un giubboncello nuovo
Per far la vostra ladra figuraccia:
Buona cautela ch'io, Ser Cecco, approvo,
Come laudo quell'altra dello avere
Pria tutto il Credo ristudiato ab ovo;
Perché la fede non è già un mestiere
Da esercitarlo a sguisa o ad occhio e croce
Come fanno il magnano e il carpentiere.
Io so, sor Cecco mio, quanto vi cuoce
Lo udir qualche cristiano prataiuolo
Mal nel Credo scevrar voce da voce;
Ché talun dopo il Cristo suo figliuolo
L'unico ve lo appicca al Signor nostro
Quasi tal signoria fosse in lui solo.
Voi ci avete benissimo dimostro
Che diciam, sì dicendo, una biastema
Qual la potrebbe dir Giuda o Cagliostro.
Rifacciamoci adesso al nostro tema
Donde n'ha disviati questa cosa,
In che fui spinto da un'urgenza estrema;
Perché i versi non son come la prosa:
Qui potete vagar dove vi piace,
Là vi smarrite in una selva ombrosa.
Né un poeta par mio sempre è capace
Di tener sodo a soggiogar le rime
Per filar dritto e camminare in pace.
Io dunque vi diceva in sulle prime
Che fattovi Compar del mio nipote
Mi vi legaste d'un novello vime.
Come springava con ambo le piote
Quel farinello allor che sotto l'acque
Lo sporgevate innanzi al sacerdote!
Parea capir che venturoso nacque;
Né certo fu per lui picciola sorte
Se d'essergli padrin non vi dispiacque.
Lasciamo stare i ninnoli e le torte
E le treggee che gli darete in vita:
Penso a quel più che gli darete in morte.
Cristina è furba, e l'ha perciò capita
Che il lascerete erede universale
Del libro dell'entrata e dell'uscita.
Tutti fannovi un grasso capitale,
Non contandoci pur tanti ambi e terni
Che ne tenete in corpo un arsenale.
Ne stivate in fascicoli e in quaderni,
E ad ogni estrazïon n'esce qualcuno
Da far tremare le viscere ai governi.
E so che voi non li date a nessuno:
Figuratevi mo' se il vostro erede
Sarà mai per combatter col digiuno!
Havvi un guaio però, che il mondo crede
Che presto-presto voi prendiate moglie
Per metter la Comare in mala-fede.
Non lo fate, ser Cecco, o ve ne incoglie
Qualche serqua di croci e di malanni:
V'è scorso il tempo da coteste voglie.
Non la toglieste ne' vostri begli anni,
E vorrestela mo negli anni brutti
Per accoppiar coi nostri i vostri danni?
Voi della vita vi appressate ai frutti:
Mangiatevene in pace ancora il resto,
E noi non ci lasciate a denti asciutti.
Se poi per foia od altro fine onesto
Avete fermamente risoluto
D'appiccarvi pel collo a quel capestro,
Chino la testa e mi rimango muto,
E volgerò l'amor che per voi sento
A secondarvi d'efficace aiuto.
Lasciate un po' ch'io mi vi ficchi drento,
Ed ho per voi già pronta una mogliera
Che niun sapria raccapezzarla in cento.
Degli anni suoi non so la somma intiera,
Però che n'ha perduti andando a spasso
O fors'anco ai tarocchi o alla primiera.
Ha un volto smilzo e un ventricino grasso:
Non die' mai prole al suo primo marito;
E questo è un punto che può dirsi l'asso.
È donna di scarsissimo appetito,
E a' suoi pasti pochissimo pretende,
Bastandole crescioni e pan bollito.
Si acconcia in casa a tutte le faccende,
E dà buon sesto agli affarucci suoi,
Chè meglio d'una ebrea compera e vende.
Vedete proprio se non fa per voi!
Su dunque, la man ritta e la man manca
Pria datele e godètelavi poi.
Ella in Nigrizia potria dirsi bianca;
Possiede un naso proffilato e rosso...
Che più vi occorre? Che cosa le manca?
Non le manca né muscolo né osso,
Anzi, per dirla, ha più del necessario,
Cioè tre spalle e un po scrignuto il dosso.
Pronostica il mal tempo e il tempo vario
Per certe sue locali trafitture
Che torranvi la spesa del lunario.
Però, ser Cecco, sposatela pure;
E vi sto a patto che ne andrete in succhio
Più che non fan le persiche mature.
Già di ragioni io ve ne accolsi un mucchio:
Or vi do la maiuscola da sezzo
In cui l'altre staran come in lor bucchio.
Essa alla destra sua non fissa un prezzo,
Né, voi morendo, alcun patto vi pone,
Perché d'esser venal sente il ribrezzo.
Morite quando e come Iddio dispone:
Ella giammai non vi farà rimproccio
Se, restandole ai Lotti una pensione,
Voi lascerete allor tutto al figlioccio.
G.
G.
Belli
LETTERA 621.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 6 ottobre 1855 (Al mezzodì)
Riscontro, mia cara e buona figlia, la tua lettera di ieri, giunta nello stesso momento presso a poco in cui tu dovesti ricevere la nostra della giornata medesima; e per primo capo ti ringrazio anche da parte di tuo zio e di Barbara della affettuosa premura che mostri ed hai per la nostra salute, la quale, grazie a Dio, è buona in noi tutti.
Di sommo contento poi ci riesce l'udire da te buone notizie de' tuoi cari ciumachelli, i quali bacerai, abbraccerai e accarezzerai per noi finché sii stracca.
Della salute tua propria non dici mai niente e questo, Cristina mia, è un gran vuoto che tu lasci nelle tue lettere.
Ciro dice che tu stai bene, e voglio ben crederlo, non sapendo egli mentire; ma una paroletta di più uscita su questo proposito dalla tua penna farebbe anch'essa la sua bella figura.
Passiamo ora a un differente articolo meno grazioso.
Questo ridicolo tappo del Sig.
Achille, marito di Pasqua, ha dichiarato oggi apertamente di voler levare la moglie dal servizio.
E il motivo? È geloso di tutti quelli dai quali la moglie va a spendere.
Farà la grazia di lasciarci la sua Cleopatra, Elena, Semiramide o Venere che sia, sino alla metà di questo mese, e sarà stupendo miracolo di sua clemenza se vorrà mai protrarre l'indugio sino al dì 31.
Ha già disdetto la stanza in via di Magnanapoli pel giorno 15: ne prenderà un'altra ai Monti; e lì, egli dice, starà la moglie sempre ritirata, e mangerà quanto e quando ei le ne porti: lo che significa in buon volgare che questa povera sciagurata starà fresca come un sorbetto.
Insomma, tutto il genere-umano maschio insidia questo portento di venustà, al cui paragone ogni lucertola verminaria diventerebbe una stella.
Intanto eccoci vicini al punto di restar senza donna, e di una donna buona, fidata, discreta ed affettuosa.
Un po, come tu sai, sempliciona ma gran bel difetto ai tempi d'oggidì! E dove se ne pesca un'altra che abbia almeno la sua fidatezza e la sua discreta abilità per la cucina? Per aggiunta di disdetta sento dire che la Veronica si è impegnata con una famiglia di Frascati: altrimenti si sarebbe potuto provar essa anche in Roma, qualora non avessi tu avuto in ciò qualche tua speciale difficoltà un po grave.
Ma questa occasione non parmi più in tempo.
Io non so dove daremo la testa.
Mi aveva già Ciro questa mattina accennato per qual motivo tu non toccasti in risposta il mio paragrafo intorno all'Eustachî.
Lo capisco, figlia mia; ma io già ti ritornai su quel proposito più per voglia di chiacchierare con te che per altro.
Certo è però che quella lettera dell'Eustachî, costata un baiocco, l'avrei pagata volentieri un luigi.
Il povero Pietro tornò qui da me al mezzogiorno per vedere se v'era lettera da portare ai vetturini di Frascati.
Era tutto rosso in viso, scalmanato e in sudore.
- Che hai fatto, Pietro? - Sono stato dal Curato per la tumulazione de' miei due bambini.
- E per questo tanta ansietà? - Eh, il Curato mi nega il biglietto per le casse e per la sepoltura, se non gli porto l'attestato del seguìto battesimo.
Ebbene? - Il battesimo l'ha amministrato la mammana; ed io la cerco, la cerco di qua e di là, e non la trovo.
Intanto la giornata si avanza: ho da ottener questo attestato, l'ho da portare al parroco, ho da trovar questo perché mi rilasci la sua licenza...
Temo assai di non poter più per oggi mandar via i due morticelli, e che questi mi si alterino in quel buco di casa mia...
- Quest'altro disgraziato mi facea compassione.
La famiglia, la bottega, mille imbrogli, e nessuno che gli dia una mano e lo aiuti! Che mondo! che vita! che allegriole! che tibi! (Eppure poi rimediò a tutto).
Lascio posto bianco per Ciro, il quale, pur troppo, dopo la pubblicità del bensì non ti può più vedere, per le 12 miglia di lontananza.
Ti abbraccio e benedico insieme con Teresa e con Carlo.
Il tuo papà
Ho saldato a Ciro la tua listarella di settembre.
LETTERA 622.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 10 ottobre 1855: all'Avemaria
Signora Cosa mia cara,
Principio sin da questa sera la presente lettera, destinata a ricevere il suo compimento dimani giovedì 11.
Ne dipende la fretta del gran bisogno che sento di sfogarmi per una enormità nella quale incorresti iersera quando volesti con uno straordinario fogliettino (non di vino ma di carta) annunziarmi l'inatteso e prospero arrivo di tuo marito fra le tue braccia.
Allorché mi fu questa mattina presentato quel tuo fogliettino (ci siamo intesi) era già tardi, ed io avea da fare qualche altra cosa: non potei perciò esaminarlo più che tanto.
Ma quale non fu poi il mio stupore nel ripassarlo a mente quieta? Non poteva io prestar fede a' miei occhi, che pur-pure coll'aiuto degli occhiali son ancora buoni a qualche cosa.
Ah Cristina Cristina! Come mai! Di qual barbaro tu nascesti? Scrivermi secula seculorum così senza dittonghi! Saecula saeculorum si scrive, o almeno sécula séculorum.
Scrissero sempre in tal modo i tuoi avi, bisavi, proavi, tritavi, arcavoli, e così addietro e addietro sino al tempo in cui (secondo almeno il Cicella) Cicerone suo consanguineo insegnava sul Tuscolo il latino agli antichi romani.
Consulta, Cristina, il Sanzio, lo Scioppio, lo Scaligero, il Donato, il Porretti, l'Abate Portelli, e tutti i più affamati grammatisti della terra.
Non troverai un solo saeculum senza dittongo.
Interroga il Gloria Patri che vedi ogni giorno, e ti dirà: figlia mia, il dittongo ci vuole.
C'è forse al mondo penuria di dittonghi? Se ne trova per tutto a carrette, da innalzarne coi soli frantumi un secondo monte Testaccio con sotto le sue brave grotte piene di vino falsificato.
E quando anche venisser meno tutti i dittonghi artificiali, non resterebbervi forse sempre tanti e tanti altri dittonghi semoventi, cioè tantissime migliaia di uomini, veri e pretti dittonghi del genere-umano? E tu venirmi fuori senza un dittongo, senza almeno uno! Fa' che nol sappiano Monsignor Capalti e l'Avvocato Ricci, due latinisti per la vita, perché se lo scoprono li veda in gran rischio di trasecolare, cioè di uscir dal seculum e senza dittongo, che a modo di uncino ve li trattenga pel lembo della zimarra.
- Mi sono sfogato.
[segue]
Giovedì 11 ottobre 1855 (alle ore 9 antimeridiane)
Mio carissimo Ciro
Col sangue rinfrescato dopo la terribile arrabbiatura presami ieri sera con Cristina per lo scandalo dei dittonghi, ti accuso ricevimento della tua letterina, che mi giunse dopo le due ore di notte, tantoché noi qui già credevamo che il vetturino se la fosse riportata a Frascati per farti avere le tue notizie fresche-fresche di giornata.
Mi ha trafitto lo sbaglio degli auguri pel compleannos di Teresa.
Ci fosse almeno un rimedio!...
Eh, qui non c'è altro che dimandar mille scuse alla Signorina dell'averle io rubato una giornata, e datole così un anno di soli 364 giorni.
Lo so, uno me n'è restato in saccoccia; e per tal modo al terzo anno della povera Teresa è venuta ad accadere la disgrazia che spesso tocca ai cartocci di quadrinacci.
In questo momento però la somma è già stata reintegrata, ed io con più coraggio rinnovo gli augurii alla nostra cara Madamusella.
Fra giorni tocca a Carlo pel complemenses.
Ieri alle 4 pomeridiane venne Cagnoni col tuo cumquìbus.
Lo ricevetti io il tuo cumquìbus, dicendo al Cagnoni che tu desti martedì a sera una corsa a Frascati per istar ieri colla tua famiglia e tornare a Roma questa mattina.
Dissi questa mattina perché domani in ragion burocratica equivarrà a questa mattina, essendo oggi giovedì d'ottobre e perciò festa di precetto.
Non tacqui al Cagnoni la tua momentanea assenza: a Frascati ti può vedere tutto il mondo, un po ad occhio nudo e un po coi cannocchiali: dunque?
Fra le 3 1/2 e le 4 pomeridiane di oggi il Sig.
Pio Casamenti effettuerà la sua grandissima, solennissima, spettacolosissima premiazione agli alunni suoi regionarii.
Credo che v'intervenga anche il Papa colle saccocce piene di tisichelle e di mandorle attorrate.
Ma se non ci va la Santità Sua, Sigismondo e Barbara ci vanno di certo, colle saccocce vuote.
Io, invitato anch'io, non credo che ci anderò: non saprei difendermi dal dente dell'invidia verso quei ragazzi fortunatissimi.
Così, è meglio non esporsi alla occasione prossima di peccare.
Se mai vuoi andarci anche tu, siamo in tempo.
Ti compiego un biglietto d'ingresso.
Pranza e sbrigati.
Un'altro se mai.
Se mai si parlasse costì del cholera onde è morto l'Incaricato straordinario di Napoli, sappiate tutti voi altri che quel Diplomatico avea la diarrea da quindici giorni; che, invitato ad un pranzo in luogo lontanuccio assai, vi andò a piedi e si prese una buona scalmanata, e che finalmente al pranzo diede una taffiata alla napolitana; e così il Cholera, chiamato, rispose son lesto.
Oggi molte carrettelle in moto per festeggiare il giovedì d'ottobre.
Gentilissimo al solito questo Signor Ottobre, temendo egli che il sole non abbronzi la pelle dei festeggianti, ha fatto distendere un gran velario cenerino fra il cielo e la terra.
Una spesa enorme, Ciro mio e Cristina mia.
Non gli son bastate, dicono, da trecento a quattrocentomila canne di nuvole doppie e rinterzate, e tutte delle più accreditate fabbriche oltremarine e oltremontane.
Potete poi figurarvi la quantità di fittucce per le cappiuole e di rampini per attaccarle! Credo che il tendone arrivi anche a Frascati.
Così Carlo non si immulatterà anche di più.
Un passo indietro.
Il Sig.
Pio Casamenti ha ospiti (per quattro o cinque giorni) sei Marinesi, tre de' quali son mascolini e tre femminini, generi che un Maestro di scuola distingue benissimo.
I mascolini dormono da lui: i femminini in un'altra casa.
A pranzo e a cena però tutti alla sua tavola.
Il vino se lo son portato, e di quello da far gli occhi rossi.
Sono insomma le famiglie Palmieri e Mercuri.
Una Palmieri sposa un Mercuri (parente, fra parentesi, dell'incisore); e vennero qui a far le spese di orerie ed abiti per gli sponsali.
Ricche entrambe le casate snocciolan di belle sommette.
Finita la premiazione del Sig.
Pio, terminate poi le provviste degli sposi, il Sig.
Pio stesso va con quelli a Marino per imbriacarsi con loro al pranzo nuziale.
Non c'è più carta da farvi io il Pulcinella.
Ritorno dunque tuo e vostro
Padre nobile
Battetemi le mani
P.S.
Saluti di qui per costì.
LETTERA 623.<