LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 66
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Ieri non volle mai dormire, ma fece sempre un'altra funzione: ché se la madre avesse avute mille mammelle come Cibele, gliele avrebbe l'amico asciugate tutte.
Nella scorsa nottata però, usiamogli giustizia, è stato sufficientemente tranquillo.
Oggi, fino ad ora, fa il tamburino, e presta attenzione alla campana di Bonifazio.
Se nel resto della giornata prosegue così, i suoi riposi, almeno i diurni, assumeranno l'indole di quartenarii.
Egli sta bene, e piglia l'aria di un bel fratozzo.
Di Cristina nulla di nuovo.
Mi auguro che Melata venga prima del chiudersi la presente per così darvi conto del di lui oracolo.
Se no, cari miei, vi conviene pazientare sino a dimani.
Del resto Cristina non si risente di alcun sintomo che possa inspirarci altri timori.
Vorremmo però che la faccenda si risolvesse un po' presto.
Alessandro Spada si cavò sangue, e nella giornata di ieri se ne trovò meglio.
Oggi non ne sappiamo ancor nulla.
Ho poi dato una corsa in casa Spada.
Alessandro prosegue nel miglioramento di ieri.
Sono ora le 11 3/4.
La pupa di Pasqua sta male assai.
Si cresimò ieri a 23 ore.
Va venendo Achille per la spesa.
Troverete qui inclusa una letterina di Sigismondo, diretta ad un di voi tre, che tutti io abbraccio e saluto e riverisco, secondo la rispettività di ciascuno di voi, e degli individui che io rappresento.
G.
G.
Belli
LETTERA 601.
A LUIGI FERRETTI- FRASCATI
Di Roma, giovedì 9 agosto 1855 (al mezzodì)
Chiara e Gigi carissimi
Da due righe che vi scrisse e diresse Ciro ieri a sera, avrete già da questa mattina appreso il di lui prospero arrivo.
Ci recò egli competenti notizie di Teresa, aggiungendovi: Gigi sta, al solito, bene, e Chiara può senza nocumento nutrirsi anche più che in Roma, e così pure la sera.
Questo sembrami buono effetto dell'aria più elastica, e ne siamo tutti contenti.
Prosegua ciò e cresca.
Udiste dalla nostra di ieri il voto di Melata intorno a Cristina.
Oggi va come ieri, né più né meno.
Ma intanto passa il tempo e le cose non si risolvono.
Alessandro Spada prosegue nel suo stato tranquillo.
Me lo è venuto a dire questo povero squinternato di Checco, che ho trovato alla mia porta di casa mentre uscivo espressamente per recarmi da' suoi parenti.
Sono tornato dentro con lui, sgridandolo (inutilmente) di questo suo strapazzarsi.
Il pupo saccheggia, secondo il suo consueto, il petto della madre, e del dormire non vuol saperne nulla.
Ingrassa a vista d'occhio, ma un po più di riposo ci starebbe assai bene, specialmente per la madre, e poi anche per tutti.
Ieri a sera, sesta ed ultima delle musiche ed illuminazioni sulla piazza della Minerva, accadde un scompiglio del genere di quello successo già sulla piazza del popolo: pare però che non portasse conseguenze sì gravi, tuttoché ve ne fossero.
Un ladro ne fu al solito la cagione.
Dicesi che fu preso, ed avea pulitissimo esteriore.
Vedremo se avrà il cavalletto, funzione che tanto disgusta oggidì i nostri filantropi, tenerissime anime ed ubbriache di zelo per la dignità umana.
Meno Pasqua, che tornerà al servizio sabato (per quanto dice il marito, fiero figlio di Tetide), gli altri tutti, componenti la parte superiore e la inferiore delle due alleate nostre famiglie, stan bene, meno qualche molestiola procedente dal calore della stagione e dalla natura del clima.
E tutti insieme vi salutano, chiedendo ciascuno per sé speciale menzione.
Io poi, tornando sempre a ringraziarvi delle attenzioni che usate alla cara mia e vostra nipotina, mi ripeto di cuore
Vostro aff.mo parente
G.
G.
Belli
LETTERA 605.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 13 agosto 1855 (al mezzodì)
Mio caro Gigi
In questa mia epistolare corrispondenza potrebbesi da qualcuno vedere una simiglianza cogli esercizi ginnastici de' saltatori e ballerini funamboli.
Principia sempre a prodursi il loro piccolo servo diavoletto, o folletto, o arlecchinetto, o pulcinelletto, o tartaruccio, o cinesino, o indianello, e poi di grado in grado, crescendo la dignità degli attori, vengon fuori i pezzi-grossi, sino all'ultimo che è il pezzo più grosso di tutti.
Così nelle lettere che a voi due vengono di qui: apro io l'agone, che son come lo scarto della compagnia, e quindi su su, a chi tocca tocca.
Ieri però, Gigi mio e Chiara mia, saltai solo, come vedeste, perché Ciro non era qui fra i virtuosi ma costì fra gli spettatori, e in quanto a Cristina la pregai di non alzarsi su per iscrivere, dolendole il petto e avendo essa la febbre.
La febbre è oggi minore, il dolore quasi il medesimo, e la resipella (come la chiama il Melata) un poco più dilatata verso la sterno.
Da ieri impoi viene tre volte entro le 24 ore una sorella di Nanna la sarta, delicatissima tiratrice di mammelle, per iscaricarle discretamente la poppa inferma, affinché il leoncello di Carlo non istrapazzi quella parte offesa col suo tiro energico.
Egli poi va poppando dall'altra mammella, e in compenso del minor nutrimento che ne ricava gli si è da ieri sera somministrato, col poppatore, latte d'asina diluito con una terza parte d'acqua.
Oggi poi dovrebbe venire una certa donna per principiare a dare al bambino quel che dicesi una mezza zinna.
Così tireremo innanzi regolandoci cogli eventi.
Cristina intanto, rassegnata in Dio a queste molestie, vi saluta, vi abbraccia, ed è contenta delle sempre migliori notizie che le vengono della sua figlia.
Buonine tanto le portò Ciro nell'arrivar che fece verso la sera.
E ciò pur non è poco.
Ieri qui diluviò mattina e giorno a varie e varie riprese.
Anche simili variazioni atmosferiche non giovano alla salute nientaccio affattaccio.
La sarta Nannetta principia adesso l'abito di merinos per Teresa.
Per varii motivi ha dovuto impiegare tutta la mattina nell'acquisto della roba.
La donna della mezza-zinna è venuta in questo momento, mentre io stava scrivendo.
Non so peraltro se si combinerà con essa, giacché quantunque il suo figlio di otto mesi paia ben prosperoso, essa però è di un aspetto un po schefo.
Dopo averci il calzolaio Sig.
Francesco presi per buffoni col ripeterci a tutte le ore di tutti gli scorsi giorni: adesso gliele mando su, adesso gliele mando su, questa mattina finalmente, messo colle spalle al muro, ha restituito le scarpe di mostra conchiudendo che le scarpe non le ha fatte perché non ha potuto.
Chiara si persuada non essere in ciò colpa nostra, ma tutta è di questo imperatore dei re de' bugiardi.
Io lo andava sempre dicendo: costui ancora non le ha tagliate.
Disse Ciro iersera che Chiara è disposta a valersi del buon calzolaio di Frascati.
Si mantiene anche oggi Alessandro Spada nel suo stato di miglioramento e di quiete.
È venuto a dircelo il povero strascicone di Checco suo zio.
Le d'Antonj erano ieri a sera senza febbre l'una e l'altra.
Speriamo (la gran parola de' poveri tribolati) speriamo che non ricadano, sì per loro bene che per quel di Chiaretta.
Sigismondo e Barbara e Ciro vi salutano (te e Chiara): Nanna e Nina e Nannetta vogliono esservi ricordate.
Tutti poi ci uniamo per abbracciar Teresuccia.
Venne Pippo Ricci ieri a sera.
Da' suoi discorsi, combinati con quelli di Ciro, rilevai che gli stallieri di Frascati abbian fatto relativamente a Casa Ricci un imbroglio di lettere per avidità di rubarsi fra loro la mancia.
Sono di te e di Chiara
L'aff.mo servo e parente G.
G.
Belli
LETTERA 606.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, martedì 14 agosto 1855 / Al mezzodì
Mio caro Gigi
Da ieri ad oggi altri cambiamenti circa a Cristina.
Non più zinna pel pupo ma intiera balia, perché disponendosi la mammella di Cristina alla suppurazione e curandosi coi metodi ordinarii, fra i quali entra pure la dieta, il latte va a scomparire nella mammella sana, e non potrebbe quindi Cristina allattar più neppure con quella.
Aggiungasi a tuttociò che addolorata e febbricitante come trovasi questa povera figlia, noi non vorremmo aumentarle i patimenti che accompagnano quell'esercizio materno, né arrischiare insieme lo stato sanitario del bambinello.
Maggiorani dunque dice balia, Melata balia, Ciro balia, ed io e tutti rispondiamo in coro balia, balia, baliissima.
Questa mattina n'è venuta una inviataci dalle Lopez, le quali dicono intendere di farci in essa un regalo.
Ha 22 anni, tiene al petto una bambina di due mesi, ed è priva di marito mortole recentemente.
Ad un'ora pomeridiana Ciro la condurrà da Maggiorani affinché questi la osservi.
Di tutto il resto se ne parlerà dopo, per non mandare il carro innanzi ai bovi.
Venne ieri Pippo Ricci a visitarci verso le 2 pomeridiane, e ci esibì di farsi latore di qualunque cosa per Frascati dove sarebbesi forse recato la sera.
Ringraziatolo io del suo atto cortese, non volli però su quel forse consegnargli la lettera già preparata per te, giacché potevasi andare incontro all'inconveniente che quando Ricci si decidesse pel non partire (dovea viaggiare col legno di Lunati), non si fosse allora più in tempo di spedir la lettera pel mezzo de' vetturini ordinarii, siccome feci.
Ignoro poi se sia Ricci partito o non partito.
Qualora il perverso tempo, che abbiamo anche qui, permetta a te e a Chiara di visitar dimani la buona Marietta, compiete presso di lei in nostro nome agli amichevoli uficii di augurii per la sua festa.
Notizie di Alessandro Spada ne abbiamo avute ogni giorno, e ogni giorno se n'è fatta menzione nelle nostre lettere.
Son notizie buone, ma negative, cioè non ci è stato più nulla di nuovo.
Febbre non l'ha avuta mai: dunque non si potrebbe neppur dire la febbre è diminuita, la febbre è cessata etc.
Egli intanto sta quieto.
Le cose che ci vieni sempre annunziando della cara Teresa nostra ci riescono consolantissime, e tanto Cristinella quanto Ciro ed io vorremmo, direi quasi, sfiatarci in azioni di grazie verso di te e di Chiara per le cure amorose che prodigate entrambi a codesta piripicchietta, che pregovi coprir di baci per noi.
Le d'Antonj meglio, ma fiacche assai.
Chiaretta è con esse dal lunedì 6.
Ricevete mille saluti di tutti e singoli quanti qui siamo.
Abbraccio te, Gigi mio, non abbraccio Chiara per mutua verecondia ma le stringo la mano, e di entrambi mi ripeto
Aff.mo servo e parente
G.
G.
Belli
LETTERA 607.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, il dì dell'Assunta mercoledì
15 agosto 1855 / Al mezzodì
Gigi carissimo
Ecco il loro servo Brighella a dar principio alle esercitazioni di oggi col difficile passo della ranocchia.
Nel momento in cui giungeva a noi iersera la tua gentilissima della giornata, dovete avere tu e Chiara ricevuto una nostra entro un canestro a te diretto e contenente biancheria, vestiario etc.
La visita del Melata in questa mattina ci ha prodotto il sapere che la suppurazione della mammella di Cristina procede di buon passo al suo completamento.
Desideriamo noi tutti con ardore una simile risoluzione.
Del resto la febbre oggi è mite, a detta del Melata stesso e di Maggiorani.
La balia, fissata come scrisse ieri Ciro, ha preso possesso questa mattina alle 7, avendo Cristina desiderato che nella recente notte si riposasse ella dal viaggio che aveva fatto la notte precedente da Bracciano a Roma; e questo riposo se lo prendesse a casa sua in pienissima libertà.
Qui dormirà nel canapè della camera nostra da pranzo.
Pare ella una molto quieta giovane e senza incomode pretensioni.
Ieri a sera visitò Ciro l'amico Alessandro Spada, e poté vederlo perché gli aprì Checco la porta di casa e lo introdusse nella camera del convalescente.
Stava questi di serenissimo spirito, e va riprendendo le forze che deve però usare con parsimonia.
Circa alla nostra, vostra e loro Teresa, ci riescono sempre esilaranti le notizie, per quanto presentar possano un aspetto di uniformità tra i prossimi periodi di 24 in 24 ore.
Ci consola e ricrea moltissimo il seguire di qui colla mente la vita che ella mena costì, e per concomitanza anche la vita di Chiara e di te.
Messer Carlino fin da due giorni, ed oggi è il terzo, sta quieto e buonissimo.
Iddio conosce il bisogno.
Succhia e suona il tamburo.
Il Sig.
Contino Della-Porta è stato condannato a cinque anni di pena.
Ma li sconterà tutti? o quanti ne sconterà? e come? o dove? Uhm!
È questa mattina stato celebrato il matrimonio della Signora Nannina Massani col Barone Camuccini.
Buon matrimonio e buon patrimonio.
Ho io dalle mie finestre veduto entrare nel portone Borgognoni quattro eleganti carrozze.
Passavano sull'arena gialla, fatta a comodo loro gettare dal Papa per comodo suo.
V'ha benedizione a S.
Maria Maggiore.
Influirà, spero, anche sull'imeneo Camuccini-Massani.
Eccoci all'articolo dei saluti.
Sono i soliti per tutti voi tre.
Abbiateveli adunque tenerissimi e sincerissimi quali escono dalla bocca e dal cuore di quanti qui siamo.
Il tuo e vostro G.
G.
Belli
LETTERA 608.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 17 agosto 1855 (Al mezzodì)
Ser Gigiluigi carissimo; ho saputo che il Duca mio padrone (Ciro I° ed ultimo) prima ancor che arrivasse la tua di ieri, che giunse poi dopo l'un'ora di notte, partecipò a te ed a Chiara la mammillare operazione seguita poche ore innanzi sulla Duchessa, Serenissima sua consorte (Dio guardi), con ottimo successo.
Con simile diretta ed autografa partecipazione entrò il Duca quasi armata-mano negli uficii del povero istoriografo che indegnamente son io, e spero non perdere con questo atto di padronale autorità i miei diritti alle competenze, sportule, mance, palmàrii, propine, ricognizioni, secondo gli usi, le regole e le inveterate costumanze di corte.
Rientrando nella consueta umiltà del mio stile dirò che non avendo avuto Cristina il coraggio di farsi aprir la mammella nella visita chirurgica della mattina, dovè rimaner soggetta ad atroci spasimi per altre ore otto (cioè dalle 9 antimeridiane alle 5 pomeridiane); ma la poveretta benché stata sempre sì vigorosa nelle sue infermità, questa volta sentì una tanto invincibile ripugnanza al lasciarsi operare, che il Chirurgo volle rispettare quel suo involontario orgasmo rimettendo il necessario atto a qualche ora più tardi.
Poco oltre le 5 egli tornò; ed ecco Cristina riassalita alla di lui vista dal medesimo terrore della mattina; ma riconfortata dal Melata, da Barbara, da Ciro e da chi altri erale intorno (meno la carogna del qui sottoscritto), si prestò a quanto non poteasi più oltre procrastinare.
Dato in un momento il taglio, uscì dalla ferita, di un mezzo pollice d'apertura, un vivace zampillo di pus liquido e mordacissimo e trapassato alquanto di maturità.
E appresso altre ed altre materie, cacciate fuori dalla pressione moderata della mano chirurgica, sino all'egresso di una più densa delle altre e di colore verdastro, procedente dalla central sede del male.
Alle 10 1/2 nuova medicatura e nuova emissione di pus.
Ma insomma le conseguenze di tuttociò sono state un notabile alleggerimento e una sensibil quietezza della nostra cara ammalatuccia.
La parte inferma, al dire di Melata, non si sarebbe aperta di per sè stessa, atteso la tenacità della cute; e intanto quelle stagnanti materie avrebbero potuto degenerare, o anche riassorbirsi e farsi cause di altri mali non meno paurosi.
Ma, laus Deo, questi pericoli non vi son più.
Questa mattina è stata fatta un'altra medicatura, e tutto procede regolarmente.
Adesso si attende, con lievi e giudiziosi metodi d'uso, allo spogliamento di latte della mammella destra, per ricondurre a poco a poco le cose al normale stato di sanità.
Cristina, sollevata non poco da' sofferti tormenti, abbraccia teneramente te Gigi, te Chiara, e te Teresuccia, ed ha sempre voi tre e nella mente e sul labbro ed in cuore.
Il tamburinello nostro si esercita sempre e di giorno e di notte.
Con tale e tanto esercizio sorpasserà un tempo quello storico suo predecessore che a furia di battere alla disperata, sgomentò i nemici e fece vincere a Napoleone la famosa battaglia d'Austerlitz.
Un altro laus Deo, o sarà meglio Deo gratias per amore di varietà, a cagione della rifiorente salute della piccola nostra Teresa.
Nessun Ricci ieri vedemmo: ne vedremo forse in oggi; ma il tempo è nero come un cappello di tintafina.
Spada e le d'Antonj benino.
Sigismondo, Barbara e gli altri e le altre bene.
Io? Io, dispensator di saluti, potrei mancar di salute? Sto dunque come un Cesare quando prendeva la cassia ed il tamarindo inglese di Peretti o di Frezzolini.
Il V.o istoriografo G.
G.
Belli
P.S.
Mi giunge Pietro il Barbiere: Ciro non è tornato: minaccia un temporale...
Dunque sigillo e mando Pietro dai vetturini.
LETTERA 609.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, sabato 18 agosto 1855 (Al mezzodì)
Signor Principe del sangue
Segue la cronica del cronico Cronista di palazzo.
Nella medicatura delle 5 pomeridiane di ieri opinò il Chirurgo che si potesse amministrar questa mattina un purgante per deviare la discesa del latte della mammella sana.
Il medico però, assai più guardingo, diè il suo voto pel no, rimettendo la purga a quel giorno in cui dalla mammella offesa fossero del tutto cessati i flussi di materie, e ciò affine di non disturbare menomamente il regolar processo della natura e non andare incontro al caso di riassorbimenti di pravi umori nella circolazione del sangue.
Nello stesso consiglio ha dovuto questa mattina scendere il Melata al veder fluire tuttora del pus dalla ferita, ed all'osservare anzi di più come nelle parti inferiori alla ferita stessa paia che vada formandosi altra minor suppurazione e subalterna, la quale però avrà libero il suo esito per la già fatta apertura.
Sarebbe stato anche più utile a questo secondo bisogno se il taglio si fosse potuto praticare sin da bella prima più basso, pel più comodo scolo delle originarie e delle successive materie; ma quello ove l'apertura venne eseguita era il luogo indicato dal male, né poteasi deviare di lì il ferro per portarlo più basso in parte più viva.
Nulladimeno le cose procedono con tutta regolarità, e la esistente porta basta e basterà all'egresso di quanto abbia ad uscirsene per andare in malora.
Circa all'altra mammella nulla v'ha che richiami speciale attenzione.
Cristina, delle di cui sofferenze io tesso la storia, abbraccia te, abbraccia Chiara, abbraccia Teresa, godendo immensamente di udire i quotidiani racconti del costei migliorare in salute.
Dell'arrivo di Carolina Serny, del quale ci parli nella tua di ieri giuntaci la sera, ci tenne ieri stesso parola anche l'avvocato Ricci.
Per verità quella povera Carolina fa compassione, e per risguardo a lei la merita anche Marietta.
Di Alessandro Spada le solite buone notizie.
È in piedi da più e più giorni, esce di camera, e ieri assisté al pranzo della madre e del padre.
Le d'Antonj meglio pur esse.
Ieri al giorno Sigismondo e Barbara le visitarono riportandone mille saluti per Cristina e per voi due villeggianti, o, meglio, cittadizzanti, perchè Frascati non è una villa, e guai chi la dicesse tale ad uno di codesti illustrissimi cittadini.
Il Signor Carlo Belli, con rispetto parlando, fa come i filosofi antichi: logora più olio che vino, atteso le sue veglie notturne.
Nella scorsa notte si è dovuto finalmente ricorrere al succhietto, che è stato come la tregua di Dio del medio-evo.
Qui, con qualche buona ragione, non vorrebbero abituarcelo; ma in certi estremi come si fa? Se ne prenderà l'uso lo abbandonerà poi; e su ciò ho io detto piuttosto sapientemente di non aver visto mai giudice salire in tribunale né entrar prete in sagristia col succhietto in bocca.
I soliti saluti, i consueti abbracci, gli abituali rispetti di tutti e di tutte.
Il V.o G.
G.
Belli
LETTERA 610.
A LUIGI FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, mercoledì 22 agosto 1855 (Al mezzodì)
Amabilissimo Gigi
A due tuscolane qui si risponde: a quella cioè di ieri, giunta la sera co' vetturini, e all'altra di questa stessa mattina, recataci dall'Avvocato Filippo Ricci unitamente all'ombrello da sole, il quale, già sciancatello abbastanza, pare in oggi un reduce dalla Crimea.
Il professore che dovrà prenderlo in cura la mastica assai; ma sembra purtuttavia che mediante il lieve conto di scudi sei e trentaquattro baiocchi potrà il buon Maestro riporcelo in grado di sostenere qualche altra battaglia sotto le mura di Melacott.
Sissignore, secondo la mia precedente Num.o 19 qualunque onesto cristiano avrebbe conchiuso come tu fate, signor Luigi mio caro, cioè: può temersi che la malattia di Cristina, benché proceda regolarmente, non voglia avere un fine così sollecito quale si desidererebbe.
Ma i fatti son fatti, e lo storico non deve farla da romanziere.
I fatti dunque ieri a sera mutarono aspetto, ed il come eccolo qui.
Già sapete voi, leggitori miei umanissimi, quel tal quale confritto di opinioni fra il mastro medico e il mastro cerusico intorno al dare o non dare purganti, e sul momento opportuno e non opportuno per simile trattamento.
Intanto da qualche giorno andava la inferma interrogando il mastro medico se volesse vedere la parte offesa, e questi rispondeva che volontà sua ciò non era.
Ieri a sera però, cambiata la formula della dimanda, la risposta riuscì assai differente.
- Fareste, Dottore, il piacere di osservare la mammella, inferma? - Volentieri.
- E la osservazione si fece, e l'esito ne fu che veramente pus radicale non v'era, e che fin da questa mattina si potrebbe (come è accaduto) cominciare il metodo delle purghe con una dose di cremor di tartaro in due o tre dita d'acqua.
Dunque il Melata aveva ragione, e il Maggiorani non aveva torto quando per delicatezza di professione non voleva in materia chirurgica entrare in un giudizio che in lui paresse arbitrario e dittatorio piuttostoché pronunciato per semplice deferenza.
Lasciamo qui da parte varie osservazioncelle che potrebbero presentarsi alla mente circa a simili incidenti, e concludiamo col dire essere ora stabilita la cessazione di ogni pus centrale, e per conseguenza la opportunità di dare finalmente addosso al latte affinché o volti strada o se ne resti in pace a casa sua.
Ecco pertanto riaffacciarsi ridente la lusinga di una più sollecita risoluzione di questa incomoda gnàgnera.
Amen.
Fra Carluco è più quieto di prima, ed ha questa mattina mostrato le natiche allo zio Sigismondo, il quale molto probabilmente sarà, da lui ancora, chiamato un giorno zio Bondo.
Le d'Antonj debbono questa mattina essere uscite a far due passi.
Vi salutano esse, e Chiaretta con loro.
Speriamo di veder questa quanto prima.
Alessandro Spada si va tuttodì rinfrancando, ma non cammina ancora per Roma.
Pur egli manda saluti.
Godetevi il buon tempo (qui un po calduccio) e ricevete le solite dimostrazioni benevolenti di quanti qui siamo.
Amate e pagate
Il vostro umilissimo istoriaro G.
G.
Belli
P.S.
Tenete d'occhio i quattrini, perché io possa alla opportunità rifornirvene.
LETTERA 611.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, sabato 25 agosto 1855 (Al mezzodì)
Madamusella Chiara e Monsù Luigi
Bisognerà che le vostre magnificenze si contentino anche per oggi de' caratteri o piuttosto delle slavature di me povero verme, imperocché l'altissimo Duca, il quale tornerà anche tardi a palazzo, mi ha detto in sul bello uscirne: Giuseppe, scrivete e spedite pure la lettera a Frascati, perchè io nulla ho ad aggiungervi.
Ed in ciò dire è partito, incaricandomi però de' suoi saluti che io qui incarto e spedisco.
La nostra di ieri era dentro un canestro pieno d'imbrogli.
Se avete avuto il canestro avete avuto anche la lettera.
In quanto alla vostra del medesimo giorno ci fu recata sì tarduccio che già (ma senza turbamento) credevamo che ci mancasse, almeno per ieri a sera, a colpa de' vetturini.
Ma venne, e venne graditissima per le sempre uguali notizie della biricchina Teresa, alla quale darete mille baci per mammà, papà, nonno, zio e zia, e tutti quelli di casa mia.
Di Cristina, che vi abbraccia stretti-stretti per quanto può nel suo stato di non robustezza, di Cristina nulla di nuovo.
Alle 7 ha preso la sua bell'oncia di cremore di tartaro, ci ha bevuto appresso con giusti intervalli le sue chicchere di brodo lungo...
Ebbene? Ha operato in voi altri questa purga? Così finora in Cristina.
Il cremore di tartaro, disse giovedì a sera Maggiorani, sarà in oggi diventato farina.
Tempi di novità! Intanto il latte scende come non fosse fatto suo; e qui si aspetta, si aspetta, si aspetta, e non si vede mai fine.
Si la biastima nun fussi peccato, ce saria da fassene un'impanzata.
Ieri a sera Ciro visitò Alessandro Spada e lo trovò bene.
Questi vi saluta al solito, e parte dimani per Albano come vi dissi.
Oggi si apre al passaggio il nuovo portone della posta, o piuttosto il Ministero delle finanze.
Lo attraverserà il Papa pel primo, al suo uscire dalla Chiesa di S.
Luigi de' francesi, dove recasi al solito per la festa di S.
Luigi IX Re di Francia.
Ho detto male dicendo si apre, attraverserà, recasi.
A quest'ora è tutto accaduto.
Altra notizia per questa sera.
Principia il suo corso di recite la Compagnia comica..., di cui fa parte il Morelli.
Luisa Pagliari sta sottosopra.
Deve ella essersi al certo rinterzate di gomma le veste: altrimenti voi capite quale spettacolo nascerebbe da quel sottosopra!
Biagini ha scritto un articolo per certa commedia di un Ennio-Quirino Visconti, intitolata il cuor di una donna, e recitata al regio teatro Capranica.
Uscì l'articolo sull'Eptacordo, alterato dal revisore della Segreteria di Stato.
Biagini diceva la commedia brutta, e l'articolo quasi la dice oggi bella.
L'articolista sputa amaro; e per una parte (da mano manca) ha ragione.
Pregovi passare la inclusa letterina ad Alessandrina Ricci.
Tutti coloro i quali nella precedente pagina hanno con me abbracciato Teresa, qui tornano in campo per salutare e abbracciar Voi due, e portarsi appresso un codazzo di altri subalterni salutatori.
Il vostro istoriaro a ufo
G.
G.
Belli
LETTERA 612.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, 26 agosto 1855: domenica (Al mezzodì)
Nelle ore vespertine di ieri, miei amabilissimi lettore e lettrice, Chiara e Luigi, la oncia di cremore, che sin dal bel mattino era entrata per una porta nella fabbrica di Cristina, riuscì finalmente per l'altra, senza però grande accompagnamento che valesse a distinguere con qualche solennità quell'egresso da un egresso ordinario, e tanto meno in quanto per quell'uscio non era fin da tre giorni venuto fuori nessuno.
Il latte intanto seguita, ma diconlo un po meno denso di prima.
Per oggi vacanza: dimani poi si darà accesso e secesso a mezz'oncia di sale inglese, e se ne spera un passaggio ben più solenne, trattandosi di un forestiere.
Giacché siamo sul proposito di evacuazione, seguitiamo un momento lo stesso soggetto.
Neppur noi siamo contenti nell'essere le materie di Teresa ritornate alquanto, circa a qualità, verso quel ch'erano in passato ma pure, così stando le cose, lodiamo la ripetizione del tamarindo, e vogliam lusingarci che il non propizio fenomeno non da altra morbosa causa sia derivato fuorché dal calore dell'atmosfera, così cresciuto in questi ultimi giorni.
Tanto più entriamo volentieri in simile opinione al vedere non aumentate le deiezioni né in numero né in quantità.
Proseguiamo dunque colle stesse norme e cautele da Voi così bene osservate riguardo alla cara bambina, ed aspettiamo la benefica azione del tempo sussidiata dalla cooperazione dell'aria.
Circa poi al caldo, se in Frascati ne fa assai, qui a Roma si arde.
Diverse varianti all'articolo portone della posta.
Fu aperto nel dopo-pranzo, perché nelle ore pomeridiane suole il Papa recarsi a S.
Luigi de' francesi, e non di mattina come parevami.
Ora, il Santo Padre arrivò a S.
Luigi alle 5 1/2, ne riuscì alle 6 1/4, rimontò in carrozza, e se ne andò pe' fatti suoi senza guardare in faccia il famoso o famelico portone, che se ne stava lì a bocca aperta coll'architetto fra i denti come il Lucifero dell'Alighieri.
E poiché questo nuovo portone appartiene veramente al Ministero delle finanze, si è per Roma principiato a dire che alle finanze son cresciute le entrate.
Chi poi coi doppii uficii di una porta considerasse di più il quanto sia questa costata, potrebbe dire pur bene: alle finanze son cresciute le uscite.
Ad ogni modo però questo novello buco è utilissimo al facile accesso e recesso de' legni postali, e non merita in fondo che approvazione.
Il Signor Carlo questa mattina, senz'altre circonlucuzioni, mi ha pisciato addosso, aspergendomi dai fianchi ai piedi con una vispa fontanella mentre se ne stava ignudo e a pancia per aria sul seno di Nina.
Si principia con un bel rispetto alla dignità della vecchiaia! Voglio farne parlare la Civiltà Cattolica nella cronaca di scienze naturali.
Cristina ieri si alzò da letto: farà oggi altrettanto.
Vi saluta essa ed abbraccia di cuore, e vi prega coprirle di baci Teresa.
Mille cose per noi alla famiglia Ricci.
Ricevete i soliti e quotidiani saluti ed abbracci e rispetti di questi parenti, amici, affini e confini; e con questo, avendo io riscontrata la lettera vostra di ieri, do termine a questa mia di oggi.
G.
G.
Belli, vostro divoto osservante
LETTERA 613.
A CRISTINA BELLI - ROMA
Di Frascati, martedì 28 agosto 1855 / mezzodì
Mia cara Cristina, mio caro Ciro, miei cari tutti
Usciti ieri alle 5 dalla porta S.
Giovanni, Lunati, Ricci, Guglielmo Serny ed io, giungemmo a Frascati alle 6 3/4.
Quando fummo pochi passi, più su della cappelletta che trovasi al principio della salita, vedemmo la schiena di Chiara, di Gigi e di Teresa che pianpianino se ne tornavano verso il paese, o verso la città per dir meglio.
Guglielmo, che se ne stava seduto presso il cocchiere, li chiamò: essi fermaronsi, e quando fummo vicini rimasero maravigliati al vedermi.
Teresa abbassò gli occhi e s'impallidì.
Allora smontò Lunati, e salirono in carrettella Chiara, Gigi e la pupa, la quale io mi presi sulle ginocchia.
Essa mi dette un bacio e mi disse poi subito Pippi? Mi domandò quindi: E nonno piglia caffè a coazzione? Appresso vennero in campo e Mammà e Papà (che è ttato a Fascati l'anto gionno) e Calluccio, che volle sapere se prende esso pure il caffè e se cammina etc.
Fra questi ed altri simili discorsi intorno alle altre persone della famiglia, fra le quali non mancava mai Bobo bianco, si giunse al portone Lunati, presso al quale trovammo di ritorno dal passeggio Marietta e Carolina, la seconda delle quali pare la nonna dell'altra.
Salimmo tutti in casa Ricci, dove si rimase fino all'una e mezza di notte, con sommo piacere di Teresa che ciarlò sempre e rise e giuocò sino a carte cogli altri ragazzi.
Essa è qui amata da tutti: la Sig.ra Rosina Lunati poi n'è proprio innamorata.
Ogni tantino correva la birbetta da me per dirmi: Nonno, vado a cena io dopo.
La cena poi fu una buona minestra di riso.
Andò quindi a letto sempre chiacchierando.
Nel segno della croce dice talvolta Nome 'e ppade, e bbobo, e o ppìito zanto.
Questa mattina, dopo la sua abbondante colezione di caffè d'orzo con latte, e di una pagnotella che intingeva a pezzetto a pezzetto con moltissima grazia, ha nell'uscire chiamato Velònala, e mentre scendeva le scale stava colla testina alta ordinandole a minetta e riso pe Nnonno che je pace cotta bene: avete capito?
Taccio poi di Villa Conti e di tutti gl'infiniti discorsi, che son sempre intreccio da non potersi riferire.
Ha udito piangere una creatura: quetta oggi non ha e ggelato, pecchè cattiva.
Le ha chiesto l'elemosina un povero storpio: domani matina quando tonnamo ttasera a casa l'aveète.
E poi voltasi a me: que ppoeello me fa una cêtta pena...
Di salute essa sta bene, in carne e di buon colore.
Le evacuazioni son lodevoli, con talora qualche lievissima varietà nella qualità loro.
Di buono umore e di maniere obbedienti.
Chiara (secondandola Gigi) la tratta con fermezza mista a massima dolcezza: non mai una parola un po aspra o risentita o priva di garbo.
E quella folletta le si piega in modo mirabile.
L'abito col quale fece spicco domenica fu quello e seta cuda, co coppetio banco e melletti, e e ccappelletto bono chello nôvo.
Gigi glielo aveva, alla villa, tutto capricciosamente adorno di capelvenere.
Al sentirsi la furbetta lodare da chi si fermava a guardarla, diceva pianpiano alla zia: lo fanno pe mme, e tirava innanzi con disinvoltura.
Mi ha dimandato se, quando verrà l'anto jeri Mammà, tonna pure nonno.
E Papà?
Pippo Ricci pare che si fermerà qualche, giorno: io conto di tornare dimani a sera, come dicemmo.
Chiara e Gigi e Teresa, e tutti quanti qui sono, vi mandano una infinità di saluti e di abbracci.
Il vostro aff.mo padre, parente, amico...
G.
G.
Belli
LETTERA 614.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, martedì 4 settembre 1855 (Al mezzodì)
Sora cosa e Sor Coso
I particolari atmosferici della lettera vostra di ieri sono la esatta storia di quanto andò accadendo anche qui.
Ora io vi aggiungo la cronaca romana relativamente alla meteorologia della parte vespertina e completoria della giornata.
La prescrizione medicale sull'uscire di Cristina era, come io vi dissi nella mia precedente, subordinata alla riserva se è tempo buono, e l'orario della trottata diceva dalle 5 alle 6.
Il tempo però non si mostrava né cattivo né buono, ma dubbio.
Nuvolo sì, ma un nuvolo uniforme, lieve e trasparente.
Che vogliamo fare? Se restiamo in casa cedendo al tuziorismo, ce ne possiamo pentire...
Ebbene? Si o no? Si va o non si va? S'esce o non s'esce? Voi che ne dite? A voi che ne pare? Tu che cosa ne pensi? A te che inspira il cuore? questo benedetto cuore che ciarla sempre e non ne indovina mai una.
Insomma, dopo mille consulte e scarica-barili di responsabilità da una schiena all'altra, fu risolto pel sì, contentandoci d'una mezza-misura da soffocar la coscienza, che fra i coraggiosi consigli del desiderio facea pur capolino buttandoci in faccia un rimprovero di quelli che non servono a niente.
E la mezza-misura fu questa: uscir prima per ritornar prima, e così gabbare il tempo se mai avesse voglia di gabbar egli noi più sul tardi.
Detto fatto: attacca, Fantilli.
Si discendono le scale, si monta sul legno, si abbassa mezzo soffietto: Cristina a destra sul sedile d'onore: la balia col pacchianello a sinistra: Barbara incontro a Cristina: io di fronte alla balia: si parte.
Dove si va? Qui no, là neppure...
a Porta Pia.
Giuseppe, va' a Porta Pia.
Intanto, sole coperto, aria mite e tranquilla, tutto a maraviglia.
Ma che è, che non è...
a poco a poco da mezzogiorno vien su un cappellone nero alla gesuitica, un'arietta dispettosa lo accompagna; e noi, che ci trovavamo allora verso la villa Torlonia, principiamo zitti-zitti a guardar per aria.
Per prima cosa si rialzò il mezzo soffietto, già abbassato nell'uscire.
Ciro non v'era, perché ieri al giorno ebbe un affare.
Cristina (lodiamone la prudenza) fu la prima a opinare pel ritorno indietro.
Io non volli altro.
- Giuseppe, gridai, volta, e va dritto-dritto a casa.
- E Giuseppe voltò, e col suo consueto e legale trotterello tirò dritto-dritto (alla tedesca) sino a Magnanapoli, e giù per le tre cannelle, e innanzi pe' SS.
Apostoli, piazza di Venezia, il Gesù, le Stimmate, e dentro il portone Ferretti.
Entrati appena, eccoti un rovescione d'acqua, e così poi diluviò tutta-sera, con qualche salsa di tuoni e un buon guazzetto di turbini.
Nel trapassare innanzi al portone Borgognoni avea Cristina traveduto il Maggiorani avviato verso il Gesù.
Ah! Maggiorani dev'essere stato da noi! Sissignori, c'era stato proprio allora, e n'era ripartito annaspando colle braccia in aria per la maraviglia del nostro procedere, che egli avrà forse chiamato temerità o forse pazzia.
Ma noi abbiamo, per iscusarci, i nostri bravi numeri di sommario, che sarebbero accolti con benignità sin dagli Avvocati Lunati e Ricci.
Noi insomma, non ci bagnammo.
E oggi si esce? Uhm, io me ne lavo le mani, e credo meglio il lavarsele coll'acqua del pozzo che con quella delle nuvole.
Fu questa sempre la mia dottrina.
Circa a salute nulla di nuovo.
Il tempo peraltro ritarda adesso i progressi verso il meglio.
Aspettiamo e flemma.
Riguardo a Teresa non pare vada tanto male, secondoché ci scrivete.
Son momenti di atmosferica transizione.
Abbiate riguardo tutti e tre, e non vi riscaldate per quanto è possibile.
Staremo in attenzione della canestra ovale, mandata per mezzo dei Sig.ri Angelini.
Io vi spedisco biancheria da tavola per Voi, e musica per casa Ricci.
Mille saluti in contracambio de' mille saluti, e di tutti a tutti.
Il vostro G.
G.
Belli
P.S.
Quando favorirete di rimandare i canestri, rimandate indietro la pelle.
LETTERA 615.
A LUIGI E CHIARA FERRETTI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 7 settembre 1855 (Al mezzodì)
Mala tempora insomma, signora Chiara e Signor Luigi; il che in buon volgare significa le tempore sono cose cattive.
Ad ogni modo bisogna prenderle come vengono, per la testa se per la testa, per le gambe se per le gambe, come si trattasse di feti.
Capisco benissimo però che voi parlate di piogge, ed anche di diluvii che torna presso a poco lo stesso.
In questo caso il miglior consiglio che io soglio dare a chi m'interessa è quello di non bagnarsi e di andare fra una goccia e l'altra.
Ieri-mattina Cristina uscì, nel dopo-pranzo riuscì, questa mattina è tornata ad uscire per andare in santibus; e questa parola potrà servire agli Avvocati Lunati e Ricci per qualche loro voto o scrittura innanzi a tribunali dove ancora si parli in latino.
Va circolando per Roma, e fa strepito, la notizia del fallimento di una società anonima stabilitasi già in Frascati senza licenza de' superiori, e diretta al sociale scopo di migliorare e propagare il nobile esercizio dell'altalena con mezzi per verità un po dispendiosi ma pure fruttiferi un giorno di un vistosissimo dividendum.
Forti borse aveanvi immessi i lor capitali; ma per un improvviso veto del padrone del fondo ove si era stabilita l'accomandita, è tutto andato in aria, statuto, materiale e speranze, con manifesta iattura del genere-umano.
Il cassiere ha dato il suo rendiconto, ma qui si vocifera che agli azionisti non tornerà in tasca l'un per cento della vendita degli oggetti d'impianto.
Povero mondo! ecco la filantropia dei retrogradi! Pare impossibile, eppur si tocca con mani! Voi due, che siete sul teatro dell'azione, diteci se il mostruoso fatto è o no vero, e toglieteci di angustie.
Ciò che un po mi consola in tutta questa dolorosa faccenda è il correr voce che la mia nipote Teresa non si fosse associata a simile impresa, e non abbia perciò sofferto perdite né in numerario, né in tranquillità di spirito, né in appetito né in sonno; e così conservi la integrità de' suoi lombi e del suo buono umore.
Ditele che avrà di più il coccio e la pila, oggetti de' suoi desiderii.
I due canestri sono venuti iersera, e qualche ora prima era giunta la canestra ovale.
Tutto è dunque in regola.
I saluti sono al solito molti, una giumella cioè per cadauno, di tutti noi, grandi e piccoli, maschi e femine, nobili e plebei, poveri e disperati, perchè verbo quattrini corre fra l'uno e l'altro pochissima differenza.
Dispensateli voi con retta coscienza a chiunque ha diritto di reciprocanza al riceverne.
Io mi fermo qui.
Se più ci sarà da dirvi, ve lo aggiungeranno i padroni.
Il vostro quel che volete
G.
G.
Belli
LETTERA 616.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sciabà 15 settembre 1855 / Al mezzodì
Mia cara Cristinella
In riscontro alla tua breve (e così va bene) letterina di ieri 14 vengo io primo in iscena per mandare innanzi come un prologo all'opera principale, che di ragione appartiene verso di te al nostro Ciro.
Tu, siccome leggo nel tuo ultimo foglio, vorresti però da lui scritti alquanto più diffusi; e questo tuo amoroso desiderio è naturalissimo.
Ma perdonagli, figlia mia, se ciò non va sempre secondo le tue brame.
Il natural laconismo di Ciro nostro, il poco spazio d'ora e talvolta i momenti che gli restano a simile cura dopo tornato a casa, e finalmente la scarsa materia che io con soverchieria gli lascio dopo esaurito o tutto o quasi tutto quel che vi fosse da dire; ecco, a quanto sembrami, i tre motivi della concisione ordinaria delle lettere di Ciriuccio come chiamavalo Torricelli.
Un veterano sedentario, qual'io mi sono, si mette qui acculattato sur una poltrona, e col suo stile di brodo lungo allarga ed accresce ed amplifica i soggettuzzi delle sue lettere, tanto che bastar possano a tutta una Regola di frati.
Ma Ciro, fantaccino in azione, deve assai di sovente far le cose a sospetto di fuga; e tu pensa, cara figlia, che il fuggitivo è quel benedetto tempo, il quale arriva, passa, si dilegua, senza mai volgersi indietro e senza aspettare nessuno.
A tutto questo mio profluvio di parole tu farai una stretta di spalle, e lo dirai una tiritera da ciarlatano.
E tu chiamalo come ti pare, ché io non ti scapiglierò per questo, purché tu voglia bene al nostro Ciro ed a me povero vecchiarello, i quali ne vogliamo a te tanto e tanto.
Di ciò, spero, sarai persuasa.
Dunque la Teresuccia pianse più volte, dicendo e papà mio dove sta? Come è amorosa quella creatura! Iddio ce la conservi, ma nel conservarcela voglia pure degnarsi di non farla così sensitiva come accenna voler divenire.
In questo mondo di sotterfugii penerebbe ella assai! - E Carlo sta bene? tosse egli pochissimo? Sarebbe meglio niente.
Arriveremo anche a ciò colla pazienza e il giudizio.
Ecco a buon conto una pagina piena come un uovo fresco; ma, lo capisco, non è uovo del gallinaio di Ciro.
Non dubitare: aggiungerà anch'egli.
Intanto io ti abbraccio paternamente, e abbraccio insieme nonnalmente i tuoi cari figlietti.
Salutarvi Chiara, Gigi, le famiglie Ricci-Lunati-Serny, e la balia e Veronala.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 617.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 17 settembre 1855 (Al mezzodì)
Cara la mia Cristinella
Ah mi dai una mentita? Ah così trattasi un bestione che ha sulla groppa 64 falciature di fieno? Uh! Che cosa è diventata oggi al mondo la gioventù! Non più un rispetto pei poveri vecchi, sieno essi poi suoceri, o padri, o nonni, o zii, o mariti, o fratelli, o figli, o nipoti, o ascendenti insomma, o collaterali, o discendenti sino alla terza o alla quarta generazione! Una mentita a un par mio! Arcade e tiberino! Una mentita a un Signore della mia qualità e del mio calibro, la cui fama vola chiarissima sino alla terra di Cesi e al vicolo delle Stalle di Corsini N° 23! Una mentita ad un pubblico ex-scrivano, al quale il Governo dà ogni mese trentacinque scudi e quindici baiocchi, un po in carta e un po in rame, affinché si contenti di non far niente! Arma e santo! tuttociò è un vituperio, una indegnità, un enorme attentato, degno di decotti d'occhi di canna.
E perché un tale insulto? Per aver temuto io meschino, nella umile semplicità del mio spirito, che la lunghezza delle mie lettere potesse tentarvi, Signora Spizzichina, a far niffo e spallucce.
- Insomma, Cristina mia, dalle tue parole io capisco che mi capisti, come dalle mie tu capisci ch'io t'ho capita.
Fra tanti disgusti di questa vitaccia non ci sta male qualche celia, come una salsa piccante sopra i pollastri puzzolenti.
Vennero ieri a sera i canestri: e venne pure la tua della giornata, e già ti era di qui stata spedita la fodera per la vita dell'abito di Nanna la balia.
Di' a questa che già da tre giorni abbiam fatto avere alla di lei madre il biglietto e il danaro per ispegnare il cerchio d'oro etc., siccome essa desiderava.
Brava, Cristina mia, abbiti cura.
Noi ne abbiamo forse bisogno più degli altri, perché più disgraziati in tale proposito.
Barbara sta meglio della sua tosse: Sigismondo sta bene, ma un po urtato di nervi al suo solito.
Esce di casa e si applica agli affari e mangia secondo il suo consueto.
Io me la passo come un leone, ma come un leone che sa d'esser vecchio, e non si espone perciò a troppe battaglie.
Dimanda a Teresa da parte di Nonno se la scolatora grande scola bene l'insalata di Bobo.
A Carlo non gli dimandar niente, perché quello è capace di non risponderti.
Con lui faremo i conti un po' più in là.
Abbracciali però e da' loro assai baci per me, che ne tengo le braccia e le labbra un po' troppo lontane.
Qui ancora il cielo annuvola e rasserena, e intanto non piove.
Ma la temperatura dell'aria, specialmente in certe ore, va riabbassandosi verso il grado autunnale.
Che ciò non accada per salti è pur cosa buona fra le cattive, la peggior delle quali prosegue e mitigarsi secondo le generali notizie che se ne ripetono.
Dunque, mia cara figlia, sta' quieta; e Iddio farà il resto.
Saluti a Chiara, a Gigi, alla balia, da parte di tutti noi d'ogni età, sesso e condizione.
E fanne parte anche a Verònala.
Mille cose ai Ricci, ai Lunati, ai Serny.
Per te poi tanti abbracci di tuo zio, di tua sorella e del tuo
aff.mo papà
LETTERA 618.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 18 settembre 1855 (Al mezzodì)
Di sommo rammarico ci è, Cristina mia, riuscito l'udire dalla tua lettera di ieri a sera la pena da te sofferta per non aver veduto nostri caratteri né domenica a sera né la mattina di ieri, lunedì.
Dio voglia che nella serata di ieri ti sia poi pervenuta l'altra nostra, N° 44, spedita da noi entro la stessa giornata, la qual lettera abbia potuto porti lo spirito in calma e trattenerti dal venir oggi in Roma, atto lodevole dal lato morale, ma molto meno per ogni altro rispetto.
Nella ultima smarrita nostra N° 44, inviata ieri, io ti dava pure un cenno (benché forse inesatto) di roba da qui spedita domenica.
La spedizione fu fatta entro un sacco da notte, il quale, come poi dimandando ho saputo, conteneva, oltre una lettera nostra, alcuni fasciatori di tela, il rimanente de' fasciatori di fustagno, due magliette tue, una maglietta della pupa, alcuni canavacci e parannanzi, un paio di calze della balia, e la fodera della vita dell'abito di essa balia, la qual vita dice Nina che era stata mandata sabato 15.
Se mai il sacco da notte fosse andato smarrito, lo che non vorrei credere, il maggior mio dispiacere sarebbe l'agitazione da te sofferta nel vederti priva di nostre notizie e come da noi trascurata, mentre teniamo in cuore più te che noi stessi.
A tutto il resto ci sarebbe rimedio; e circa all'urgente fodera per la balia ti pregherei intanto di comperarne a mio conto costì, dove sarà, credo, qualche mercante.
Ora, mia cara e buona figlia, intendimi bene.
Qui siamo in due, Ciro ed io, ed entrambi col pensiero rivolto a te: nella tua casa paterna son pure in due, cioè Sigismondo e Barbara: in tutti, dunque, quattro.
Possibil sarebbe che in qualunque circostanza ci trovassimo tutti e quattro impediti di scrivere a te una parola? Eppoi per casa capita pur sempre qualcuno.
Noi già stiamo tutti bene, ma se ancora qualcuno fosse incomodato, non dubitare, anzi tienilo quasi per un articolo di fede, che non passerebbe mai e poi mai un sol giorno senza che di qui ti venisse una lettera.
Dunque conclusione: qualora, come adesso è accaduto, qualche lettera non ti arrivi, chiudi gli occhi al sonno tranquillamente, dicendo: la lettera c'è, ma non me l'hanno portata.
Allora il danno non consisterà in altro fuorché nel disappunto di non aver letto le cose che ti avessimo scritte, ma non ne andrà di mezzo la tua tranquillità e con essa la tua salute, per noi preziosa.
Ieri a sera, appena aperta la tua lettera dimostrante agitazione, Ciro prese tosto la penna e ti scrisse due righe per intanto metterti in calma, e la portò di volo ai vetturini.
Al suo foglietto (cui ti prego apporre il Num.o 45) unì tutti in un pacco gli oggetti che dimandavi, cioè le tue cuffie da notte e lo scuffino di Carlo.
Tuttociò che dici da te mandato, o dal Gigi, è arrivato.
Nel consegnare il pacco ai vetturini Ciro dimandò conto del mancato sacco da notte, ed essi risposero essere stato domenica caricato, e che oggi ne farebbero essi medesimi inchiesta alla rimessa in Frascati.
In Frascati dunque si fan tridui alla Madonna Addolorata e a San Rocco per impetrare la preservazione dal cholera? Pio e lodevole atto.
Qui, che io sappia, niuna special divozione pubblicamente è ordinata a questo particolare intento, meno le private preci che la Comunità, le famiglie e pur gl'individui possono offerire a Dio, alla B.
Vergine ed ai Santi nell'attual circostanza.
Soltanto è ora invalso nel popolo un costume, che pare vada ampliandosi, ed il quale assume qua e là un certo carattere che mentre dimostra fede e compunzione in chi vi prende parte, non lascia in pari tempo di trascorrere al punto che Iddio in vece d'una grazia debba concedere e operare un miracolo.
Brigatelle, più o meno numerose di donne, seguite da uomini, van per le vie recitando (per verità devotamente) il Rosario, e tramezzandone le imposte col canto delle laudi della Madonna.
Queste processioncelle procedono da diversi punti di Roma nelle ore notturne, e con croce innanzi e con candelette accese dirigonsi tutte al SS.mo Crocifisso in Campo Vaccino.
Da tuttociò nascono due effetti: 1° Siccome molte di quelle donne, dicesi, camminano a piedi scalzi, sembra ciò alla città un tentare la Provvidenza con un sanitario sproposito perniciosissimo; e in questa opinione si uniscono e i Cristiani buoni e i cattivi, e i credenti e gl'increduli: 2° Quel canto, quell'ora, que' lumi, e il motivo di quelle processioni, turbano le menti già deboli e (benché a torto) sgomentate, e dan pretesto agli ipocriti nemici della religione e del Governo di magnificare ed esagerare un simile turbamento e sgomento, per biasimare oltre il giusto il permesso che si dà a quella gente di raccomandarsi al cielo a suo modo.
Ma dunque tuttociò, si dirà, indica in Roma strage e rovina! Neppure per sogno.
I casi di morbo son pochi, e di questi quasi nessuno tocca i sobrii, i tranquilli, e i vigilanti nel curarsi ad ogni occorrenza.
Dunque statti pur quieta, Cristina mia, e sappi che in generale Roma del cholera non ne parla e non se ne dà per intesa.
Mi dispiace il peggioramento che annunzii della principessa Chigi Torlonia.
Delle De Antoni ecco qui.
La madre negli scorsi giorni ricadde inferma per la terza volta, con attacco pernicioso e minaccia di nervosa.
Ora è di nuovo senza febbre.
E la figlia? la figlia sta sempre (dirò) in bilico.
Conosco la fiera cocciuta, cioè dei cocci, di cotesta Frascati.
Ma! non vi sono coccetti e non può dirsi perciò cocciutella come la vorrebbe Teresa.
Se occorrono a questa nuovi coccetti, dillo, e si manderanno da Roma che ne abbonda.
La poltrona per Maggiorani sta in bottega del Mustioli, che ancora non ha fatto il cuscino.
Dovremmo arrivare a S.
Carlo!
Degl'Inni dal 4 di questo mese non se ne parla più.
E in ciò dovremmo arrivare al 1860!
Tuo zio sta bene, Barbara tosse meno ed ha umori maturi, Ciro bene, io bene, Nina e Pasqua e Nanna bene, Pietro bene, l'altro Pietro il barbiere bene, il gatto bene, i sorci male perché il gatto se li divora...
Ne vuoi di più?
Ieri fu gran festa alle Stimmate, con pontificale di Monsignor Rosani.
Questa mattina si è cantato solenne Te-Deum a S.
Luigi de' francesi per la vittoria di Malakoff, e insieme per la preservazione dell'Imperatore nel recente nuovo attentato contro la sua vita.
Circa i tuoi figlietti contentiamoci così.
Li vorrei in istato anche migliore, ma, ripeto, contentiamoci.
E tu ancora non vedi utilità di cotesti tuoi pediluvii! Che lunghe faccende!
Insomma, parola dopo parola, ecco già piena la lettera.
E per Ciro? Per Ciro ci sarà un altro foglio di carta, perché del presente non se ne può fare più conto.
I soliti effetti della troppa chiacchiera.
Oh me chiacchierone! I saluti di qua per costì sono i soliti.
Prendine, danne, e restituiscine in equa misura.
Io poi termino col fortemente abbracciare i tuoi figli e te, della quale mi ripeto di cuore.
Aff.mo padre
P.S.
Ecco giungere l'altra tua delle 8 pomeridiane di ieri.
Manco male che sei tornata tranquilla.
LETTERA 619.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 26 settembre 1855 (Al mezzodì)
Mia cara Cristinella
Vennero i due canestri colla tua lettera di ieri, e ci trovarono tutti in buona salute, come siamo anche oggi e saremo domani.
Dalla suddetta lettera della Signoria Vostra spira un certo soave odore di quattrini stagionati, che non ha potuto mancare di accrescere in me il rispetto, l'ossequio, la stima, la considerazione e i più devoti riguardi verso una Dama sì fornita delle più splendide qualità com'Ella è e lo diverrà maggiormente col diventar ricca pe' suoi diritti ereditarii.
Ella, che ebbe sempre un bel cuore, non vorrà oggi, spero, dimenticarsi di un Suo povero e umilissimo servitore, che se avesse quattrini se li terrebbe generosamente per sé, ma sa in pari tempo aspirare magnanimo a quelli degli altri, dovendosi amare la roba del prossimo come la propria come oggi sa ogni onesto cristiano.
Vada Ella dunque al possesso de' Suoi 18,750 centesimi, che il Signore Le li benedica, e sappia che qualora non debba io sperare d'intingere in essi anche il mio dito, sarò sempre pronto a prenderne una porzione a interesse con una buona ipoteca di fondi instabili situati nel territorio di Arcadia, e liberi quanto il vento che vi passeggia.
E a proposito di Arcadia, la faccenda del Sorgenti ha preso per lui assai mala piega, e par certo che la Congregazione generale cardinalizia, tenutasi per gli Studii il giorno 18, abbia deciso che si ecciti l'attual Custode a rinunziare, altrimenti etc., e il resto va colle sue gambe.
Io l'ho saputo da buona fonte.
Povero galantuomo! me ne duole all'anima, perché non meritava un simile affronto; ma che gli potrei far io? - Piuttosto lo dirigerò a te, adesso che vai a trovarti nel caso di poter sanare le piaghe di mezzo mondo.
Altro mirabile avvenimento! Da più e più giorni la Casa Biagini e Pagliari non ha più la serva proveniente dalla Vassura! Le Signore Pagliari dimandarono a Pietro una donna; e Pietro ne rimase così spaventato, che fu lì per lì per cascare a faccia avanti per la paura.
I tuoi scialli godono salute perfettissima e si hanno scrupolosa cura.
Vivine tranquilla.
Questa sera verrà il parmegiano con Geremia, o Geremia col parmegiano.
Che ti vuoi fare di questo sciancato papà? Presto avrai Ciro, e non perderai certamente nel cambio.
Eppoi questa benedetta Camerìa Stamperale mi dà tali e tante faccende che neppure ho il tempo la notte per mangiare e il giorno per dormire.
Che furia di stampe! Si discorre che a forza di correzioni presto-presto non ho più inchiostro; e in tal caso ne andrà, di mezzo anche la nostra epistolare corrispondenza.
Insomma c'è un da fa' incredibbole.
Abbraccia e bacia per me, per tuo zio e per tua sorella codesti tuoi bociacchetti, e co' loro affettuosi saluti ricevi anche i non meno caldi del tuo Papà scioperone.
P.S.
Cristina mia, oggi fa freddo; copritevi tutti e riguardatevi meglio che potete.
I primi freddi!
LETTERA 620.
A MESSER FRANCESCO SPADA NEL GIORNO DEL SUO NOME
4 ottobre 1855
Io sommi sempre assai maravigliato
Come il destin mi vi facesse amico
Invece che fratel fostemi nato.
Voi, credo, non nasceste al tempo antico,
Né, parmi, nascerete nel futuro,
E di questo il presente benedico.
Noi non venimmo al mondo per sicuro
L'uno a Cefalonìa, l'altro in Caldea,
Ma quasi, dir possiamo, a muro a muro.
Forse dunque del Suo ci rimettea
Madre natura a trarci di un sol ventre
Poi che ci trasse d'una sola idea?
Darci due madri e insiem due padri, mentre
Ci diè un egual cervello e un cuore eguale!
Non par che oprasse in ciò contra sua scentre?
Non dico che qual'io siate voi tale,
Siccome usciti d'una stessa forma
Vendonsi un San Pasquale e un San Pasquale.
Foste voi fatto con diversa norma
E se entrambi fuggiamo sulla neve
Un bravo sbirro ci discerne all'orma.
Voi la date più lunga ed io più breve,
Perché più voi traverso e più pesante
Ed io 'n vece più maghero e più lieve.
Se vi metteste a Diogene avante
Più voi nel doglio lì torreste lume
Però che appetto a me siete un gigante.
Diversi ci mostriam pur nel costume
O culto della barba e dei capelli,
Che in me paiono setole e in voi piume.
Insomma, voi lo Spada, io sono il Belli:
Qual meraviglia dunque se fra amici
Corra una varietà ch'è tra fratelli?
Ma in quanto a sensi ed a morali uffici
Possiam dirci due frutti d'una pianta,
Possiam dirci una pianta in due radici.
E per questo fra noi corsa è pur tanta
Pratica, intrinsichezza ed armonia
Già da ben anni due oltre i cinquanta.
Voi date passo a qualche pecca mia,
Io porto in pace qualche pecca vostra,
E sì ci vogliam bene e tiriam via.
Che se del cuor dalla più cupa chiostra
Ci vien fuori talor broncio o puntiglio,
Non ne corriamo a duellarci in giostra.
Oggi poi non v'è più manco un cipiglio
Dal dì che, al sacro fonte, in su le braccia
Levar voleste il figlio di mio figlio.
Sciacquastevi quel giorno e mani e faccia
E insiem vestiste un giubboncello nuovo
Per far la vostra ladra figuraccia:
Buona cautela ch'io, Ser Cecco, approvo,
Come laudo quell'altra dello avere
Pria tutto il Credo ristudiato ab ovo;
Perché la fede non è già un mestiere
Da esercitarlo a sguisa o ad occhio e croce
Come fanno il magnano e il carpentiere.
Io so, sor Cecco mio, quanto vi cuoce
Lo udir qualche cristiano prataiuolo
Mal nel Credo scevrar voce da voce;
Ché talun dopo il Cristo suo figliuolo
L'unico ve lo appicca al Signor nostro
Quasi tal signoria fosse in lui solo.
Voi ci avete benissimo dimostro
Che diciam, sì dicendo, una biastema
Qual la potrebbe dir Giuda o Cagliostro.
Rifacciamoci adesso al nostro tema
Donde n'ha disviati questa cosa,
In che fui spinto da un'urgenza estrema;
Perché i versi non son come la prosa:
Qui potete vagar dove vi piace,
Là vi smarrite in una selva ombrosa.
Né un poeta par mio sempre è capace
Di tener sodo a soggiogar le rime
Per filar dritto e camminare in pace.
Io dunque vi diceva in sulle prime
Che fattovi Compar del mio nipote
Mi vi legaste d'un novello vime.
Come springava con ambo le piote
Quel farinello allor che sotto l'acque
Lo sporgevate innanzi al sacerdote!
Parea capir che venturoso nacque;
Né certo fu per lui picciola sorte
Se d'essergli padrin non vi dispiacque.
Lasciamo stare i ninnoli e le torte
E le treggee che gli darete in vita:
Penso a quel più che gli darete in morte.
Cristina è furba, e l'ha perciò capita
Che il lascerete erede universale
Del libro dell'entrata e dell'uscita.
Tutti fannovi un grasso capitale,
Non contandoci pur tanti ambi e terni
Che ne tenete in corpo un arsenale.
Ne stivate in fascicoli e in quaderni,
E ad ogni estrazïon n'esce qualcuno
Da far tremare le viscere ai governi.
E so che voi non li date a nessuno:
Figuratevi mo' se il vostro erede
Sarà mai per combatter col digiuno!
Havvi un guaio però, che il mondo crede
Che presto-presto voi prendiate moglie
Per metter la Comare in mala-fede.
Non lo fate, ser Cecco, o ve ne incoglie
Qualche serqua di croci e di malanni:
V'è scorso il tempo da coteste voglie.
Non la toglieste ne' vostri begli anni,
E vorrestela mo negli anni brutti
Per accoppiar coi nostri i vostri danni?
Voi della vita vi appressate ai frutti:
Mangiatevene in pace ancora il resto,
E noi non ci lasciate a denti asciutti.
Se poi per foia od altro fine onesto
Avete fermamente risoluto
D'appiccarvi pel collo a quel capestro,
Chino la testa e mi rimango muto,
E volgerò l'amor che per voi sento
A secondarvi d'efficace aiuto.
Lasciate un po' ch'io mi vi ficchi drento,
Ed ho per voi già pronta una mogliera
Che niun sapria raccapezzarla in cento.
Degli anni suoi non so la somma intiera,
Però che n'ha perduti andando a spasso
O fors'anco ai tarocchi o alla primiera.
Ha un volto smilzo e un ventricino grasso:
Non die' mai prole al suo primo marito;
E questo è un punto che può dirsi l'asso.
È donna di scarsissimo appetito,
E a' suoi pasti pochissimo pretende,
Bastandole crescioni e pan bollito.
Si acconcia in casa a tutte le faccende,
E dà buon sesto agli affarucci suoi,
Chè meglio d'una ebrea compera e vende.
Vedete proprio se non fa per voi!
Su dunque, la man ritta e la man manca
Pria datele e godètelavi poi.
Ella in Nigrizia potria dirsi bianca;
Possiede un naso proffilato e rosso...
Che più vi occorre? Che cosa le manca?
Non le manca né muscolo né osso,
Anzi, per dirla, ha più del necessario,
Cioè tre spalle e un po scrignuto il dosso.
Pronostica il mal tempo e il tempo vario
Per certe sue locali trafitture
Che torranvi la spesa del lunario.
Però, ser Cecco, sposatela pure;
E vi sto a patto che ne andrete in succhio
Più che non fan le persiche mature.
Già di ragioni io ve ne accolsi un mucchio:
Or vi do la maiuscola da sezzo
In cui l'altre staran come in lor bucchio.
Essa alla destra sua non fissa un prezzo,
Né, voi morendo, alcun patto vi pone,
Perché d'esser venal sente il ribrezzo.
Morite quando e come Iddio dispone:
Ella giammai non vi farà rimproccio
Se, restandole ai Lotti una pensione,
Voi lascerete allor tutto al figlioccio.
G.
G.
Belli
LETTERA 621.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 6 ottobre 1855 (Al mezzodì)
Riscontro, mia cara e buona figlia, la tua lettera di ieri, giunta nello stesso momento presso a poco in cui tu dovesti ricevere la nostra della giornata medesima; e per primo capo ti ringrazio anche da parte di tuo zio e di Barbara della affettuosa premura che mostri ed hai per la nostra salute, la quale, grazie a Dio, è buona in noi tutti.
Di sommo contento poi ci riesce l'udire da te buone notizie de' tuoi cari ciumachelli, i quali bacerai, abbraccerai e accarezzerai per noi finché sii stracca.
Della salute tua propria non dici mai niente e questo, Cristina mia, è un gran vuoto che tu lasci nelle tue lettere.
Ciro dice che tu stai bene, e voglio ben crederlo, non sapendo egli mentire; ma una paroletta di più uscita su questo proposito dalla tua penna farebbe anch'essa la sua bella figura.
Passiamo ora a un differente articolo meno grazioso.
Questo ridicolo tappo del Sig.
Achille, marito di Pasqua, ha dichiarato oggi apertamente di voler levare la moglie dal servizio.
E il motivo? È geloso di tutti quelli dai quali la moglie va a spendere.
Farà la grazia di lasciarci la sua Cleopatra, Elena, Semiramide o Venere che sia, sino alla metà di questo mese, e sarà stupendo miracolo di sua clemenza se vorrà mai protrarre l'indugio sino al dì 31.
Ha già disdetto la stanza in via di Magnanapoli pel giorno 15: ne prenderà un'altra ai Monti; e lì, egli dice, starà la moglie sempre ritirata, e mangerà quanto e quando ei le ne porti: lo che significa in buon volgare che questa povera sciagurata starà fresca come un sorbetto.
Insomma, tutto il genere-umano maschio insidia questo portento di venustà, al cui paragone ogni lucertola verminaria diventerebbe una stella.
Intanto eccoci vicini al punto di restar senza donna, e di una donna buona, fidata, discreta ed affettuosa.
Un po, come tu sai, sempliciona ma gran bel difetto ai tempi d'oggidì! E dove se ne pesca un'altra che abbia almeno la sua fidatezza e la sua discreta abilità per la cucina? Per aggiunta di disdetta sento dire che la Veronica si è impegnata con una famiglia di Frascati: altrimenti si sarebbe potuto provar essa anche in Roma, qualora non avessi tu avuto in ciò qualche tua speciale difficoltà un po grave.
Ma questa occasione non parmi più in tempo.
Io non so dove daremo la testa.
Mi aveva già Ciro questa mattina accennato per qual motivo tu non toccasti in risposta il mio paragrafo intorno all'Eustachî.
Lo capisco, figlia mia; ma io già ti ritornai su quel proposito più per voglia di chiacchierare con te che per altro.
Certo è però che quella lettera dell'Eustachî, costata un baiocco, l'avrei pagata volentieri un luigi.
Il povero Pietro tornò qui da me al mezzogiorno per vedere se v'era lettera da portare ai vetturini di Frascati.
Era tutto rosso in viso, scalmanato e in sudore.
- Che hai fatto, Pietro? - Sono stato dal Curato per la tumulazione de' miei due bambini.
- E per questo tanta ansietà? - Eh, il Curato mi nega il biglietto per le casse e per la sepoltura, se non gli porto l'attestato del seguìto battesimo.
Ebbene? - Il battesimo l'ha amministrato la mammana; ed io la cerco, la cerco di qua e di là, e non la trovo.
Intanto la giornata si avanza: ho da ottener questo attestato, l'ho da portare al parroco, ho da trovar questo perché mi rilasci la sua licenza...
Temo assai di non poter più per oggi mandar via i due morticelli, e che questi mi si alterino in quel buco di casa mia...
- Quest'altro disgraziato mi facea compassione.
La famiglia, la bottega, mille imbrogli, e nessuno che gli dia una mano e lo aiuti! Che mondo! che vita! che allegriole! che tibi! (Eppure poi rimediò a tutto).
Lascio posto bianco per Ciro, il quale, pur troppo, dopo la pubblicità del bensì non ti può più vedere, per le 12 miglia di lontananza.
Ti abbraccio e benedico insieme con Teresa e con Carlo.
Il tuo papà
Ho saldato a Ciro la tua listarella di settembre.
LETTERA 622.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 10 ottobre 1855: all'Avemaria
Signora Cosa mia cara,
Principio sin da questa sera la presente lettera, destinata a ricevere il suo compimento dimani giovedì 11.
Ne dipende la fretta del gran bisogno che sento di sfogarmi per una enormità nella quale incorresti iersera quando volesti con uno straordinario fogliettino (non di vino ma di carta) annunziarmi l'inatteso e prospero arrivo di tuo marito fra le tue braccia.
Allorché mi fu questa mattina presentato quel tuo fogliettino (ci siamo intesi) era già tardi, ed io avea da fare qualche altra cosa: non potei perciò esaminarlo più che tanto.
Ma quale non fu poi il mio stupore nel ripassarlo a mente quieta? Non poteva io prestar fede a' miei occhi, che pur-pure coll'aiuto degli occhiali son ancora buoni a qualche cosa.
Ah Cristina Cristina! Come mai! Di qual barbaro tu nascesti? Scrivermi secula seculorum così senza dittonghi! Saecula saeculorum si scrive, o almeno sécula séculorum.
Scrissero sempre in tal modo i tuoi avi, bisavi, proavi, tritavi, arcavoli, e così addietro e addietro sino al tempo in cui (secondo almeno il Cicella) Cicerone suo consanguineo insegnava sul Tuscolo il latino agli antichi romani.
Consulta, Cristina, il Sanzio, lo Scioppio, lo Scaligero, il Donato, il Porretti, l'Abate Portelli, e tutti i più affamati grammatisti della terra.
Non troverai un solo saeculum senza dittongo.
Interroga il Gloria Patri che vedi ogni giorno, e ti dirà: figlia mia, il dittongo ci vuole.
C'è forse al mondo penuria di dittonghi? Se ne trova per tutto a carrette, da innalzarne coi soli frantumi un secondo monte Testaccio con sotto le sue brave grotte piene di vino falsificato.
E quando anche venisser meno tutti i dittonghi artificiali, non resterebbervi forse sempre tanti e tanti altri dittonghi semoventi, cioè tantissime migliaia di uomini, veri e pretti dittonghi del genere-umano? E tu venirmi fuori senza un dittongo, senza almeno uno! Fa' che nol sappiano Monsignor Capalti e l'Avvocato Ricci, due latinisti per la vita, perché se lo scoprono li veda in gran rischio di trasecolare, cioè di uscir dal seculum e senza dittongo, che a modo di uncino ve li trattenga pel lembo della zimarra.
- Mi sono sfogato.
[segue]
Giovedì 11 ottobre 1855 (alle ore 9 antimeridiane)
Mio carissimo Ciro
Col sangue rinfrescato dopo la terribile arrabbiatura presami ieri sera con Cristina per lo scandalo dei dittonghi, ti accuso ricevimento della tua letterina, che mi giunse dopo le due ore di notte, tantoché noi qui già credevamo che il vetturino se la fosse riportata a Frascati per farti avere le tue notizie fresche-fresche di giornata.
Mi ha trafitto lo sbaglio degli auguri pel compleannos di Teresa.
Ci fosse almeno un rimedio!...
Eh, qui non c'è altro che dimandar mille scuse alla Signorina dell'averle io rubato una giornata, e datole così un anno di soli 364 giorni.
Lo so, uno me n'è restato in saccoccia; e per tal modo al terzo anno della povera Teresa è venuta ad accadere la disgrazia che spesso tocca ai cartocci di quadrinacci.
In questo momento però la somma è già stata reintegrata, ed io con più coraggio rinnovo gli augurii alla nostra cara Madamusella.
Fra giorni tocca a Carlo pel complemenses.
Ieri alle 4 pomeridiane venne Cagnoni col tuo cumquìbus.
Lo ricevetti io il tuo cumquìbus, dicendo al Cagnoni che tu desti martedì a sera una corsa a Frascati per istar ieri colla tua famiglia e tornare a Roma questa mattina.
Dissi questa mattina perché domani in ragion burocratica equivarrà a questa mattina, essendo oggi giovedì d'ottobre e perciò festa di precetto.
Non tacqui al Cagnoni la tua momentanea assenza: a Frascati ti può vedere tutto il mondo, un po ad occhio nudo e un po coi cannocchiali: dunque?
Fra le 3 1/2 e le 4 pomeridiane di oggi il Sig.
Pio Casamenti effettuerà la sua grandissima, solennissima, spettacolosissima premiazione agli alunni suoi regionarii.
Credo che v'intervenga anche il Papa colle saccocce piene di tisichelle e di mandorle attorrate.
Ma se non ci va la Santità Sua, Sigismondo e Barbara ci vanno di certo, colle saccocce vuote.
Io, invitato anch'io, non credo che ci anderò: non saprei difendermi dal dente dell'invidia verso quei ragazzi fortunatissimi.
Così, è meglio non esporsi alla occasione prossima di peccare.
Se mai vuoi andarci anche tu, siamo in tempo.
Ti compiego un biglietto d'ingresso.
Pranza e sbrigati.
Un'altro se mai.
Se mai si parlasse costì del cholera onde è morto l'Incaricato straordinario di Napoli, sappiate tutti voi altri che quel Diplomatico avea la diarrea da quindici giorni; che, invitato ad un pranzo in luogo lontanuccio assai, vi andò a piedi e si prese una buona scalmanata, e che finalmente al pranzo diede una taffiata alla napolitana; e così il Cholera, chiamato, rispose son lesto.
Oggi molte carrettelle in moto per festeggiare il giovedì d'ottobre.
Gentilissimo al solito questo Signor Ottobre, temendo egli che il sole non abbronzi la pelle dei festeggianti, ha fatto distendere un gran velario cenerino fra il cielo e la terra.
Una spesa enorme, Ciro mio e Cristina mia.
Non gli son bastate, dicono, da trecento a quattrocentomila canne di nuvole doppie e rinterzate, e tutte delle più accreditate fabbriche oltremarine e oltremontane.
Potete poi figurarvi la quantità di fittucce per le cappiuole e di rampini per attaccarle! Credo che il tendone arrivi anche a Frascati.
Così Carlo non si immulatterà anche di più.
Un passo indietro.
Il Sig.
Pio Casamenti ha ospiti (per quattro o cinque giorni) sei Marinesi, tre de' quali son mascolini e tre femminini, generi che un Maestro di scuola distingue benissimo.
I mascolini dormono da lui: i femminini in un'altra casa.
A pranzo e a cena però tutti alla sua tavola.
Il vino se lo son portato, e di quello da far gli occhi rossi.
Sono insomma le famiglie Palmieri e Mercuri.
Una Palmieri sposa un Mercuri (parente, fra parentesi, dell'incisore); e vennero qui a far le spese di orerie ed abiti per gli sponsali.
Ricche entrambe le casate snocciolan di belle sommette.
Finita la premiazione del Sig.
Pio, terminate poi le provviste degli sposi, il Sig.
Pio stesso va con quelli a Marino per imbriacarsi con loro al pranzo nuziale.
Non c'è più carta da farvi io il Pulcinella.
Ritorno dunque tuo e vostro
Padre nobile
Battetemi le mani
P.S.
Saluti di qui per costì.
LETTERA 623.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 12 ottobre 1855
(ore 11 antimeridiane)
Mia carissima figlia
Circa alle ore 7 giunse ieri a sera la tua lettera: intorno alle 8 1/2 è arrivato questa mattina il tuo marito.
Non so quella che viaggio avesse: Ciro so che l'ha fatto benissimo.
Né mi curo d'altro.
Mi basta che la tua lettera stia ora sul tavolino mio, e il tuo Ciro stia adesso al tavolino suo.
Ci ha recato Cirione ottime notizie di te e de' tuoi brugnoletti, notizie da ringraziare Iddio colle castagne sotto le ginocchia, alla qual ceremonia ha provveduto la Villa Aldobrandini.
Dunque ieri il velario del cielo fu ripiegato in Frascati e riposto? Meglio così: giacché non piove ci sia almeno il sole.
Anzi, se seguitasse a regolarmente rinfrescare come è accaduto questa mattina, ti vorrei augurare sempre sole, e vivo e splendido sì che spaccasse le pietre; senza però spaccar gli uomini, le donne e i ragazzi.
Oh indovinaci un po: il Papa non intervenne poi ieri alla premiazione del signor Pio Casamenti.
Se n'andò invece a Ostia! Eppure sarebbe stato convenientissimo il recarsi a questa solenne distribuzione di croci d'argento, non foss'altro in vista della eguaglianza di nome fra il Sovrano e il maestro di scuola.
Bell'accordo avrebbe prodotto quel Pio-Pio! Sigismondo e Barbara ne tornarono incantati, entusiasti e sbalorditi.
Trentasei crocette, oltre le medagliuzze, i quadricciuoli e i santini! Io feci come il Papa: non ci andai, ma neppure andai a Ostia.
Mi sarei trovato avvilito fra quell'esercito di crociatelli.
Barbara e Sigismondo han più coraggio di me.
E Ciro? Neppur Ciro si vide.
Pretende che il biglietto d'invito non gli arrivasse in tempo.
Per parte mia sto in ciò tranquillo di coscienza come il conte Lattanzi di Todi.
Il biglietto lo mandai: dunque? Omnibus adhibitis diligentiis...
Dimandai al Sig.
Pio Casamenti (che ti saluta) se si sarebbe imbriacato al pasto nuziale.
Mi rispose che neppure vuol essere de' commensali, e per due motivi: 1° per prevenire in questi pericolosi momenti ogni occasione d'intemperanza; 2° per non trovarsi alla ceremonia che usa in Marino in simili banchetti da nozze al termine de' quali gira la sposa intorno alla brigata con un bacile fra le mani, e tutti debbono gettare in quello una moneta d'oro o d'argento, di valore proporzionato alla facoltà degli sposi.
Gli sposi del caso nostro son ricchi, e il Sig.
Pio non lo è tanto per pagar loro il pranzo per dieci volte il suo costo.
Bellissima e comodissima costumanza! La dicono antica, e s'incocciano però a mantenerla.
Ma se l'uso fosse che gli sposi pagassero i commensali, già sarebbe scomparso da un mezzo secolo.
Appena letta iersera in tua casa la tua letterina, il cui ultimo paragrafo parla di Spada e dell'orologio, eccoti entrare lo Spada, ma l'orologio no.
Io mi gli rivolsi così: adesso appunto leggevamo certe cose che dice Cristina di voi.
- Ed egli: che cose? che cose? eh? che cose? - Che vi saluta, io soggiunsi; e così terminò il tutto con una risata mia e mezza risata sua.
Non era ora di parlar d'orologi; ma verrà.
Adesso poi è ora di terminar queste chiacchiere.
Ti abbracciano e ti salutano tuo zio e tua sorella: ti riveriscono Nina, Pasqua, Nanna, Pietro il barbiere e Buzzonetti, diventato portiere stabile della Depositeria.
Spada, dal canto suo, manda un saluto più intagliato e più tornito.
Bacia per me i due cari tuoi fegatelli e saluta chi se ne curi.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 624.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Roma 13 ottobre 1855
Cristina mia
Sotto adesso a chi tocca; e credo che tocchi a me.
Animo dunque e cominciamo.
(E qui l'uditorio sputa).
M'immagino che la lettera spedita ieri a sera da Ciro avrà tolto via ogni sospetto dalle menti di chi voleva tornare oggi a Roma.
Già da due giorni avevano qui ammazzato di cholera il Principe Massimo delle Colonne; ma siccome però quello sta ad Arsoli in buona salute, non avran forse i ciarloni voluto sprecare questo po di cholera, e l'han regalato invece all'altro Massimi dell'Ara-coeli.
Un simile dono è per bontà loro toccato al Ministro Bargagli
Che trotta colla sella e coi sonagli.
Sigismondo girò tutta la mattina di ieri per far mettere subito-subito-subito in ordine l'abitazione del Commissariato di Camera, perché il nuovo Commissario Pagnoncelli gli scrive ogni giorno 24 biglietti per sapere se l'appartamento è in istato da poterci subito-subito-subito portare i mobili; ed altrettante lettere scrive al computista della Camera Sig.
Guidi, e al Ministro delle Finanze, e forse anche all'Imperatore di Marocco, perché s'impegnino a fargli aver la casa subito-subito-subito.
Ieri a sera dunque Sigismondo si sentì un po' intasato, e se ne andò sotto le lenzuola a procurarsi il solito rimedio d'una buona sudata.
C'è stata un po di febbre, ma questa mattina non c'è più.
Niun dolore né peso di testa, niuna molestia nel petto, niuna insomma di queste cose.
Buone orine, serenità di spirito, anzi buon'umore.
Insomma uno de' suoi ordinari costipamentucci di sei o sette volte all'anno.
Falcioni sta colla podagra, ed ha in sua vece mandato un suo dottor Baglioni, il quale deve avere molta scienza, se questa abbia a misurarsi dalla ciarla.
Dunque concludiamo: non ti mettere in alcuna pena, perché le cose stanno proprio come te le dico io.
Dimani compie Carlo il suo terzo mese: tre baci per me in questa occasione.
Dopo dimani ricorrerà il terzo onomastico di Teresaccola.
Altri tre baci a lei anche per questo.
Oh che affollamento di ricorrenze! Non si arriva in tempo a respirare.
Io pago alla balia di mese in mese anticipatamente.
Dopo dimani, come sai, sarà la scadenza della mesata a tutto il 15 novembre.
Dimandale se ho da passare gli Sc.
4:50 a Nina, come essa Nena mi fece fare alla metà di settembre: se no, dica come debbo ora regolarmi.
Ti spedisco un canestro di biancherie.
Adesso che ti sento mortificata non ti parlerò più di dittonghi.
Quello che è stato è stato, e ritorniamo più amici di prima.
Non posso nasconderti però che con quella chiamiamola inavvertenza mi offendesti assaissimo.
Niuno, figlia mia, ti obbliga a scriver latino.
La lingua la sai e basta.
Ma quando vuoi scriverlo, sta' colla testa a casa e bada ai dittonghi, badaci per carità.
Non se re parli più: una pietra sopra e una sotto.
Saluti e risaluti di tutti: rispetti e ririspetti di tutti; e ribaci e riabbracci e ribenedizioni a guisa di polli e ripolli.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 625.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 19 ottobre 1855
(Ore 8 3/4 antimeridiane)
Cristina e Ciro, figli miei cari
Riscontro la letterina di iersera, da cui apprendo l'ottimo stato di tutti voi e il profitto che ricevete dalle attuali deliziose giornate.
Godetene, e buon pro.
Di lettere ve ne scrissi due: la prima (N° 78) al mezzodì a Cristina Belli: la seconda (N° 79) all'1 1/2 pomeridiana a Ciro Belli.
Spero sianvi state recapitate ambue.
Tra l'una e l'altra di esse si sviluppava il secondo atto della commedia intitolata Achille in Pasqua-befanìa.
Il primo atto, credo, ve lo eravate già comunicato a voce.
Oggi vi narrerò, ma in succinto, l'atto terzo, obbligato qual sono a trascurare le parole della sceneggiatura, in sé curiosissime, ma tante da non finirla con tre fogli di carta.
Invelenita ieri Pasqua contro il marito per l'ambasciata da lui mandatami (mia lettera n.° 78), allorché tornò egli la sera a casa gli saltò agli occhi come una furia, e lo sgomentò in modo che egli la prese per un braccio e la portò da Felicetta.
Là nacque una scena da cui risultò che tutta la manovra e tutti i dissapori accaduti in questa ultima circostanza e nelle epoche precedenti erano di fabbrica della buona Felicetta medesima, la quale, giovandosi in oggi della sua malattia (reale per verità e grave) avea procurato di dar l'ultima mano alle sue tessiture.
Essa subillava ad Achille la risoluzione di togliere a noi la moglie, perché se aveva questa tanto desiderio di stare in casa nostra, qualche motivaccio o qui o nelle vicinanze doveva esserci.
Essa indusse quel tappo a lasciar Pasqua con lei, che l'avrebbe mantenuta e le avrebbe dato un grosso al giorno; e intanto Pasqua, in quattro giorni che ci è stata, si è morta sempre di fame sino alla sera che il marito le portava qualche cosa.
Essa abbindolava il burattino con ogni più sottile accorgimento sino a convincerlo del bisogno di tener Pasqua al buio di simili concerti, affinché a nostra insaputa cadesse nel laccio.
Essa si occupò di trovare ad Achille e Pasqua una camera ai Monti per toglierli da queste parti, cosa che già ha cominciato a fruttare ad Achille rimproveri in cucina del Cardinale per le sue tardanze nei viaggi da presso a S.
Maggiore fin qui.
Essa ha manipolato tutti questi ed altri vergognosi pasticcetti, mentre mi mandò per mezzo intanto di Nina tanti affettuosi saluti e l'assicurazione della pena che io le faceva pel mancare di donna, non senza pure infiltrare in tuttociò qualche amoroso consiglio (benché da Pasqua respinto) di cercarmi una donna, per toglier lei (Felicetta) dall'angustioso pensiere di avere ella senza colpa messo la nostra casa in simile disappunto.
E così Pasqua aveva cominciato la bella sua nuova-vita col digiuno, coll'arrabbiarsi per le infernalità de' suoi nipotini, col girar pei Monti a cercar qualche zinnata all'ultima creatura (nonimestre) della sorella, col lavare a questa i suoi stracci e quelli di alcune posterelle che essa ha, col camminare sempre piegata a mezza-vita, nella bassissima soffittaccia dove abita Felicetta, e col ricevere continui rimproveri dal caro cognato, sospettoso che gli mangiasse ella il pane.
Finalmente Pasqua le fuggì ieri da casa dicendole: tu stai un po meglio, ed io voglio andare dai padroni mii, perché non vorrei che non vedendomi più né più niente sapendo di me, si trovassero un'altra donna, ché ne avrebbero troppa ragione.
Venuta poi qui si trovò le notizie che dettero luogo all'altra scena da me compendiata a voi ieri nella mia N° 79.
Tutte le suddette manifestazioni vennero a galla iersera nella sbottata che fece Achille nella soffitta della strega, intantoché Pasqua vi diceva pure le sue, narrando in di lei presenza al marito tutte le suggestioni da lei datele per metterlo in guerra con lui, al tempo stesso che insipillava lui per metterlo in guerra con lei.
Il fatto ora è questo: che Pasqua oggi è qui, veramente contenta come una pasqua, e contenta in modo che un po commuove e un po fa crepar noi dalle risa.
E poc'anzi è venuto anche Achille, mortificato come un pulcino.
Diceva egli ier l'altro alla cognata: ma alli padroni di Pasqua bisognerà dirgli qualche cosa.
Ed essa a lui: fagli sapere che Pasqua non può lasciare la sorella moribonda, e perciò si cerchino essi un'altra donna.
E questo discorso dietro alle spalle di Pasqua, che era uscita in aiuto della sorella.
Le notizie però non finiscono qui.
Indovinate un po? Pasqua ed Achille lasciano di bel nuovo la stanza ai Monti.
E dove vanno? In piazza di Colonna Traiana.
Nell'abitazione di prima? No.
E dove dunque? Proprio in casa del Sig.
Natale.
Ma il Sig.
Natale non ha due camere sole? Sì, una per sé e l'altra pel famoso Carluccio.
E in qual buco dunque colloca Achille e Pasqua? Nella camera appunto di Carluccio.
E Carluccio? Va al palazzo Torlonia.
E a che diavolo farci? Il guardaportone.
Ma burlate? Non burlo: ha avuto il posto di portiere con Sc.
12 al mese, e al 1° novembre entra nel suo uficio.
Voi altri cascherete dalle nuvole.
Ci sono cascato anch'io in vece dell'acqua che non vuol venire; ma la faccenda è così.
Passiamo a vostro zio.
Il tumore si è rotto da sé questa notte.
Nella visita di iersera Melata aveva ripristinato il pancotto.
Questa mattina ha egli trovato le cose fatte.
Il tumore presenta assai minore importanza che i precedenti.
Oggi l'infermo sta in letto, e dimani si alza.
Le medicature si faranno due sole volte al giorno.
La volete meglio di così.
Lo zio vi saluta ed abbraccia.
Per gara verso la Commedia di Pasqua qui recitiamo anche noi una vaga farsetta intitolata il nascondarello.
Vi figurano cinque principali personaggi, oltre due quasi-comparse, cioè un Padre-nobile, una Madre-nobile senza figli, una prima amorosa GIOVANE, un Promiscui e un Mammo: parte toccata al vostro umilissimo servo, che la disimpegna come sa e può.
Ci divertiamo moltissimo.
Io mangio su; e quando si alza il coperchio della terrina mi pare che si alzi il sipario.
Vengo per ultimo ad abbracciarvi e strabenedirvi coi vostri carissimi ciammaruchi.
Il vostro Papà aff.mo
P.S.
Si è rannuvolato.
Dopo la cascata mia di lassù avesse anche da caderne la pioggia!
LETTERA 626.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 23 ottobre 1855
Ore 10 antimeridiane
Cristinella mia cara
Avrai già fin da questa mattina ricevuto il canestro di biancheria che di qui ti spedimmo iersera, non essendo stato possibile il farlo partire per le vetture della giornata, come ti dissi nella mia precedente.
Ricevemmo intanto la lettera tua colle solite buone notizie di salute e di tempo.
Quello che mi dispiace è l'udire come per poter fare due passi nella villa ti bisogni aprirti il transito fra la folla calcata a furia di spinte, d'urtoni e di gomitate, con rischio anche di venire a rissa con qualcuno o qualcuna, e metter forse mano al coltello.
Non lo portare, Cristina mia, il coltellaccio: lascialo a casa: non ti cimentare; o piuttosto, se ti rincresce di andar senz'armi, va a passeggiare in qualche chiostro di frati, ché lì non troverai gran concorso.
Di' a Teresa che il suo papà andò ieri a caccia per le campagne di Rocca Gorga, ma non c'erano dòlele.
- Di queste ne portò, in vece di tordi, il Sig.
Pio Casamenti, che pranzò in casa Ferretti, dove passò a riprenderlo il vetturino di Marino mentre stava ancor masticando il penultimo boccone.
Stava di buon aspetto quel Sig.
Pio.
Come gli conferisce in bene l'aria campestre appena egli esce da Roma! Ma già, il beneficio dell'aria l'ho veduto sempre miracoloso per tutti, a meno che chi va a cercarlo non abbia già la macchina sfacellata come la Chiesa di Santa Chiara.
Circa alla Chiesa di Santa Chiara non pensai di scrivertene ieri nella mia lettera.
Nella mattina se ne venne giù tutta la volta e tutto il tetto superiore.
Siccome si stavano eseguendo alcuni parziali ristauri nell'interior della chiesa, al momento della caduta trovavasi in una cappella un muratore, eppure non restò offeso.
Pochi momenti prima il Sig.
Severini era stato sopra la volta a praticar qualche esame per miglior diligenza, affine di vedere se mai vi apparisse qualche lesione che richiedesse qualche convenienza di puntellatura.
Appena partitone lui la chiesa gli fece appresso quell'inchino.
La rovina delle macerie, dei travi, delle tegole etc.
s'insaccò tutta fra le pareti del tempio, e se qualche parte di mattoni e di calcinacci balzò fuori e cadde per la strada (che pur qua e là ve ne cadde), non colpì alcuno, cosicché non devesi in tuttociò deplorare niuna disgrazia d'uomini, benché il fatto accadesse in piena mattina e in luogo così frequentato.
Dice un buono, savio e prudente cristiano che già egli usava di udir messa pochissime volte, ma che d'ora innanzi a messa non ci andrà mai più, per ovviare al caso che le chiese cadangli addosso.
Delle quattro virtù cardinali la prima almeno a questo eccellente galantuomo non gli manca di certo.
Tuo zio prosegue nel suo lodevole stato.
Stà sempre in piedi, e questa mattina esce di casa per le sue faccende.
Egli ti saluta, e, indovinaci un po!, ti saluta anche Chiara! Eh, stai per tornare a Roma...
Circa a Barbara, non la ho questa mattina veduta; ma da un breve discorsetto che ebbi ieri al giorno con lei desumo il suo desiderio di mantenersi con te sempre in affezione.
Circa allo Sventolino (come lo chiamalo speziale Donati), quello non parla mai.
Addio, figlia mia: saluta la balia, dà mille baci per me a' due tuoi naccherini, ed abbiti da me mille abbracci e benedizioni.
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 627.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, ultimo giovedì di ottobre (25) dell'anno 1855
Mi pare, Sora Cristina, una buscherataccia questo andare girandolando di qua e di là senza mai né posa né tregua.
E Albano, e Grottaferrata, e ri-Albano, ri-Grottaferrata!...
Sapete come finisce? Finisce che quando non volete più star fuori, io vi faccio tornare a Roma, e saranno terminati tutti questi moti perpetui.
E mi meraviglio assai di questo pataccone di vostro marito che vi lascia così la capezza sul collo, che neppur la vergogna di chi non vi vede.
A tempo mio le donnette costumate e di garbo filavano, inaspavano, torcevano, e stavano sempre avanti al cammino masticando paternostri, e ricreandosi solo di tempo in tempo col canto di qualche strofa della Gnora Luna ovvero delle piume bianche e nere.
Adesso non c'è altro che correre il mondo in largo ed in lungo: Parigi, Rocca di Papa, Napoli, Borghetto, e Parione, e Baldracca, e Buffia e Truffia, e così a traverso di tutta la geografia antica e moderna, che il diavolo se la porti una volta con tutte le carrozze, i vapori, gli asini, i palloni, i muli e simili corbellerie.
Ma riverrete a casa, padrona mia, e ci troverete un muso da farvi augurare d'esser nata o quarant'anni più presto o quaranta, anni più tardi.
Ma chi vi mette su, dico io! Ah, pur troppo, corruttori non ne manca mai a soffiar sotto la pila della umana fragilità, per sé stessa già sciancata e cascaticcia!
Ieri al giorno venne a visitarmi la Signora Chiaretta, rientrata finalmente a casa sua.
Sta benino e ti saluta.
Così pure ti saluta la zia monaca Suor M.a Leonarda che poco prima avea mandato a chiedere le tue nuove e quelle de' tuoi figli.
Ho fatto alla tua famiglia i saluti tuoi e della Bassanella di Albano.
Venne ieri Attilj di Cantalupo, e in vece di quattrini portò qualche libra di farro.
Tuo zio sta come te l'ho mostrato nelle antecedenti mie lettere.
Brutto tempo oggi, sora sposa.
Basta, anche col tempo cattivo si può, credo, abbracciare e benedire una figlia e due nipotini da un
aff.mo padre
LETTERA 628.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 26 ottobre 1855
alle ore 10 antimeridiane
Mia carissima Cristina
È ieri accaduto a Roma un miracolo, un miracolo strepitoso, di quelli che non si possono vedere senza far ritorno alla fede, chi per disgrazia se ne fosse allontanato.
Le conversioni debbono derivarne numerosissime, e più che se avuto avessimo un giubileo.
Io, che pel primo m'incontrai al prodigioso fatto, mi sentii torcer la bocca dietro le orecchie, e non m'è ancora ben ritornata al suo segno ordinario.
Ma che cosa è stata? Francesco Spada del quondam Alessio riportò zitto-zitto il castello dell'orologio di anticamera, senza aspettare il decennio dalla rimozione! Interrogato da me tutto ancor tremante dallo sbigottimento, sulla ricompensa da darglisi per simile opera, rispose: me la intenderò con Carluccio.
Previeni tu dunque Carluccio, affinché vada tutto in regola.
L'incomodo di tuo zio procede anch'esso in piena regola.
Momenti fa ci è stato Melata, che viene sempre mattina e sera.
Egli permette a Sigismondo di mangiar quel che vuole e di andar dove vuole; e questi si sente bene e fa vita da sano.
In Roma i calzolai non sono mai stati tanto bizzarri ed eleganti e festeggiosi quanto descrivi tu quelli di Frascati.
Qui si contentavano, quando era lecito, di onorare il loro Santo con tre o quattro o cinque o sei imbriacature.
Del resto, circa i guanti, mi piacerebbe l'osservare un calzolaio con un guanto bianco in una mano, e coll'altra mano sguantata, perché a me vanno a genio i confronti.
E quanto alle lor corse nel sacco (allorché si costumavano), mi pare fosse giusto che mettendo essi tante volte in sacco gli altri, vi entrassero, almeno una volta l'anno, eglino pure, non fosse altro per simbolo della professione.
E la imminente Accademia? Io pregherei quasi il boia che mi mettesse prima a dormire.
Bacio, abbraccio e benedico que' ravioletti de' tuoi figli, e mi ripeto col cuore e coi precordii
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 629.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sciabbà 27 ottobre 1855
Ore 8 1/2 antimeridiane
Non c'era bisogno, mia cara Signora, che si scaldasse tanto i precordii per una lieve ammonizioncella fattale da un povero vecchio di Chiòchiero in materia di sì grave importanza qual'è un ri-Albano, un ri-Grottaferrata e un ri-buschera che va in carretta; e pare ancora che fosse superfluo quel buttarmi in faccia audacemente la torre de' quattro Santi che io neppur conosceva di vista.
Il sonetto che mi hai mandato mi ha ridato la vita.
Che capo-lavoro! Beati que' Santi Martiri che se lo meritavano! E che cosa è il morire ammazzati, quando dopo sedici secoli debba venir fuori un sonetto che valga il compenso non di una morte ma di cento colla buona misura? Oh Pio Belli! Oh Antonio Dinunzio! Ingegni privilegiati, usciti come due funghi dalla classica terra d'Italia, a far fede della nostra gloria non peritura, come direbbe quell'altro cervellettone di Angiolina Lopez, degna di essere mandata a prendere con un tiro a sei asini perché spargesse anch'ella una ciotola del suo brodo poetico nella imminente seduta dell'Accademia tuscolana.
Oh Pio Belli, ripeto, oh Antonio Dinunzio! Voglio fin da oggi incastrare il primo nell'albero genealogico della mia famiglia; e il secondo l'appiccheremo allo stipite dello stalliere di Peppe Fantilli.
Quanto ho detto fino ad ora ti fa intendere che mi giunse ieri a sera la tua lettera (a due ore e mezzo dopo l'Avemaria); un'altra prova del quale arrivo l'avrai tu avuta questa mattina a ricevere il richiesto ventaglio.
Questo ti avrà già ormai servito per doppio uficio: rinfrescar la faccia e nasconder le risate, o almeno-almeno i sogghigni.
Come avrei fatto io poveretto senza ventaglio?
Sì, tuo zio va migliorando, e questa mattina esce anche prima del solito.
Melata lo ha visitato alle 7.
Alle 8 ci sono andato io, e l'ho trovato di buono aspetto e di vermiglio colore.
Dimandatomi da lui se ci vedevamo a pranzo, gli ho risposto di no.
- E perché? - Io gli ho spiegato il perché.
Allora egli ha spinto fuori il fiato in un lungo heee, e poi mi si è messo a parlare di pastinache.
Imparate, figliuoli: quando non sapete che diavolo rispondere, date mano a un discorso di pastinache, e son buone a ciò anche le radiche di cicoria.
Ho salutata tutta la tua famiglia.
Amici non ne vedo; eppoi quanti sono? Qualcuno sì, e lo saluterò quando mi venga al balzo.
Oggi, fino alle ore 9, sereno e freschetto: quindi nuvoli e vento.
A Frascati sarà, credo, altrettanto.
Occhî alla penna!
Cristina mia, abbraccio te, abbraccio Ciro, abbraccio Teresa, abbraccio Carlo, non abbraccio la balia ma la saluto.
In compenso di tuttociò, se Ciro te lo permette, abbracciami Pio Belli e Antonio Dinunzio.
Il tuo aff.mo padre
[segue]
Alle ore 10 1/2 antimeridiane
Ciro mio caro
Ecco la lettera tua colle buone notizie del viaggio e dell'arrivo.
Sei dunque in seno alla tua impallata famiglia, per non separartene come dopo le gite precedenti.
Io ne sono contento e soddisfatto.
Che masseria di poeti! A fulgure et tempestate liberamus domine.
E ci hai tu pure uno spicchio d'inno! Tutti più fortunati di me povero vermine solitario.
Eh figli miei, fatevene una intrippata, perché a Roma di simili delizie non ce n'è neppure la speranza.
Sigismondo non è in casa: gli altri, se ci sono, stanno forse nei loro quarti o quinti: dunque i saluti più tardi.
Per ora termino le ciarle con un nuovo abbraccio a voi tutti, meno anche qui la balia per riguardi di decenza, che non ci avessero a prendere per Paolo e Virginia, come è accaduto di altri che conosco io.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 630.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 31 ottobre 1855
Ore 11 1/2 antimeridiane
Mio carissimo figlio
Accadde ieri a sera la stessa faccenda della sera precedente.
Non venne la lettera tua.
È venuta in vece adesso appuntino.
Ora che fa tempo cattivo si risparmiano questi galeotti la girata notturna, e portano poi le lettere nel giorno consecutivo a tutto lor comodo.
Dunque ringraziamo Iddio d'essere al termine di simili imbrogli.
Vedo intanto che bene io feci iersera a dirigerti la mia antecedente N° 93 senza aspettare l'arrivo della tua.
Sarei stato fresco se l'avessi attesa per riscontrarla! Non avreste voi altri conosciuto tuttora il ritardatissimo ricapito della vostra di lunedì 29.
Va benone: vi aspettiamo a pranzo dimani, e faremo insieme la festa dei Santi.
E perché questo spostamento di viaggio mi dovrebbe dispiacere? Hai combinato le cose a maraviglia.
Temo che con questi continui diluvii dobbiate, figli miei, trovarvi imbarazzati pel trasporto de' vostri bagagli.
Circa alle biancherie poco male: si stendono, si asciugano in qualche modo, anche si lavano...
Ma pei vestiarii! Uhm! Iddio ce la mandi buona.
In quanto alle vostre persone, spero che vi diano un legno che non faccia acqua, né di sopra, né dalle spalle né dai lati.
Ihii, quante cose desidera questo lumacone di vecchio! Lo capisco, desidero assai, perché assai mi state tutti e cinque sul cuore.
Io non sarò ben tranquillo che quando vi vedrò sani e salvi (e diciamo anche asciutti) al mio fianco.
Nella tua di lunedì 29, parlando tu del nostro prossimo riabbracciarci, aggiungesti: oh fosse almeno un abbraccio da stringerci in modo da non doverci più separare! Ma!...
Or vedi un po, Ciro mio: quel ma, con quel punto ammirativo, con quei puntini, mi ha ficcata una pulce nelle orecchie.
È vero che tu parli sempre di buona salute: però quel ma, quel! Quei ...
Le sono mie solite ubbie, e bisogna perdonarmele in vista di tante precedenti scottature.
La pelle nuova è sempre più delicata.
Sigismondo è fuori di casa: (qui ci stanno bene tre !!!).
Gli altri stan rintanati: più tardi comunicherò la tua lettera.
Chiudo frattanto la presente, dopo aver però abbracciato e benedetto te, Cristina e i bambocci.
Mi par mill'anni di rivederli, e godere la prima risatina di Carlo, che oramai deve farne non solamente nel sonno ma anche vegliando, e fissando insieme gli occhioni.
Basta, piglierò poi quel che viene.
Monsieur, Madame, à demain.
Il vostro aff.mo papà
LETTERA 631.
A MONS.
BORROMEO ARESE,
MAESTRO DI CAMERA DI NOSTRO SIGNORE - ROMA
[Roma, 25 aprile 1856]
Ecc.za R.ma
Con generoso atto di sovrana clemenza si degnò Sua Santità di concedere che fosse a spese del governo impressa dalla Stamperia Cam.le una mia lirica versione degli Inni del Breviario Romano, e volle anche benignamente accettarne la dedica.
Compiuta in oggi la stampa del volume, e correndo a me il debito di umiliarne ai SS.mi Piedi di N.
S.
il primo esemplare colle azioni di grazie pel ricevuto beneficio, prego ossequiosamente Vostra Eccellenza Reverendissima di ottenermi da Sua Beatitudine l'onore di una udienza; e valgomi di questo a me glorioso incontro per protestarmi con sensi di profondissimo rispetto
Di vostra Ecc.za R.ma
Roma, 25 aprile 1856
umilissimo, devotissimo obbligatissimo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
via de' Cesarini, presso il Gesù, n° 77, secondo piano
LETTERA 632.
MONS.
BORROMEO ARESE,
MAESTRO DI CAMERA DI NOSTRO SIGNORE - ROMA
Ecc.za R.ma
Dolente di farmele importuno, non posso tuttavia tralasciare di ripetere a V.ra Ecc.za R.ma la rispettosa preghiera che già le avanzai il 25 aprile affinchè volesse Ella degnarsi di ottenermi dal Sommo Pontefice una udienza allo scopo di umiliare a N.
S.
un mio libro che Sua Santità si degnò fare imprimere a spese del governo accettandone insieme la dedica.
Questo mio atto, come V.ra Ecc.za R.ma ben vede, non è soltanto un mio desiderio di onore, ma sì pure e specialmente l'adempimento di un preciso dovere, e dirò ancora un urgente bisogno, non essendomi lecito di pubblicare il volume senza la precedente presentazione al Santo Padre del primo esemplare.
Con profondo ossequio inchinandomele torno qui a dichiararmi rispettosamente
Di V.
E.
R.
Roma, giugno 1856
LETTERA 633.
A TOMMASO GNOLI - ROMA
[18 agosto 1856]
Fàmose un po' a capì, sor Tomasso mio caro.
Da qualche parola dettami ieri da Cristina dopo la tua partenza di casa mia, mi pare di poterne raccapezzare che tu forse ritenga esserti venuta da me la lettera a stampa dello Spada intorno a' miei inni.
Gnornò, sor Tomasso, pijjate quìvico.
Te l'avrà mandata o lasciata all'uscio quel canapiolo dell'autore.
A nulla io do corso che ridondi a mia lode; e per dartene prova eccoti in anima e corpo il libro degli inni.
Leggilo tutto, se ti basta lo stomaco, e dagli poi giù senza riguardi allo Spada e senza misericordia al
tuo Belli
18 agosto 1856
LETTERA 634.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 18 ottobre 1856
ore 7 pomeridiane
Mia cara Cristina
Ecco il Bicchieri colla tua lettera d'oggi.
Ciro, naturalmente non è in casa, e do principio io alla risposta.
La storia del divezzamento di Carlo, con tutti i suoi amminicoli di stranimenti per lui e di strapazzo per te e per gli altri, non mi giunge inaspettata; ché anzi, ti dico il vero, mi aspettava anche di peggio, benché non è pur poco quanto mi narri.
Gran passaggio è questo dello slattamento! Circa a Teresa prego sempre Iddio che le tolga questa molestia della tosse.
Ma col pessimo tempo che or corre come si può mai prosperare? È venuta oggi quella tal donna che la Sassolini mandò una volta a stirare per Elena, e l'ha avvisata che lunedì verrà a prenderla per farle fare la devozione.
La detta donna ebbe ieri simile incarico per mezzo di Teresa che fece una corsa a Roma col Maggiore, e subito ne ripartì.
La poltroncina da accomodarsi, a quel che mi pare, la riavremo pel tempo della befana.
Tutti così, e sempre così.
Basta, di questa minuzia non ti dar pensiero.
Io come sto? Eh, col reuma sul collo, sulla spalla e sul braccio.
Vado a messa e torno a casa: il tempaccio non mi permette di più: Pascenza.
La pena che io mi prendo non è per me, ma per te, per le creaturelle nostre e per la balia.
Abbiamo fatto un buon negozio!, ma il futuro chi lo conosce? Si opera per bene, e si riesce al male.
Ti abbraccio, figlia mia, co' miei cari nipotini, e nella speranza di rivedere il sole mi ripeto di cuore
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 635.
A TERESA BELLI - ROMA
[s.
d., ma probabilmente Epifania 1857]
Teresa mia cara
M'ha detto il befanino che tu sei buona.
Una volta eri un po cattivella, ma adesso le cose vanno benino, e ti fai il lavativo come una donnetta di garbo, perché tutte le donnette di garbo si fanno il lavativo.
Dunque ti riporto qualche regaluccio, e te lo mando giù pel caminetto dal Befanino mio, che si chiama Schizzafòco.
Domani io torno al paese a preparare altra robuccia pei ragazzetti e per le ragazzette buone che dicono l'orazioni, che ubbidiscono a papà, a mammà e a nonno vecchietto, e si fanno il lavativo senza piangere.
Addio, Teresa mia fricciccarella: ci rivedremo quest'altr'anno.
Salutami la Signora Cristina, il Signor Ciro e il rispettabile Signor Giuseppe.
Un'altra volta penserò pure per Carlo tuo fratelluccio.
La tua aff.ma Befana
Maccheramà Babì
della Zugna
LETTERA 636.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, sabato 17 aprile 1858
ore 10 antimeridiane
Mia cara Cristina
Giunta in questo momento la tua desideratissima lettera di ieri, l'ho aperta e letta, così autorizzato da Ciro al suo uscire di casa.
Tirava vento? Ne soffiava tanto qui: figurati a Fiumicino! Se gli ombrelli si son rotti, li raccomoderanno: tutto il vero danno in ciò è che per la inservibilità di essi ne aveste a soffrire nella salute voi altri.
Qui oggi è giornata tranquilla.
Ma quel birbo di Ambrogio! Seguire il povero Giacomo sino a codeste remote regioni per dargli guai! Mi lusingo che il tuo silenzio sull'articolo della salute si possa interpretare in buon senso.
Da' per me cento baci a Teresa, novantanove a Carlo e novantotto a Giacomo.
Non lasciarti mancar nulla di quanto si può avere costì, salutami i Desjardins, voglimi bene e credimi il
Tuo aff.mo papà G.
G.
Belli
LETTERA 637.
A ORSOLA MAZIO BALESTRA - ROMA
[Roma, 7 dicembre 1858]
Mia cara cugina
I giorni passano e non migliorano; e, tristo me, non miglioro neppur io.
Intanto il dì 15 si approssima, e convien pure lasciare un po' di tempo alla Sig.ra Ricci, perché possa vedere il fratello.
Ho oggi dunque scritto e mandato un biglietto alla Signora, e credo sarà efficace.
Così è ita innanzi questa specie di antipasto.
Nei giorni seguenti poi io farò quel di più che potrò, e tu farai quel di più che vorrai.
Spero frattanto che la faccenda sia accomodata.
È poco, Orsolina mia, per quello che desidererei operare per la tua soddisfazione, ma il desiderio umano ha la gamba corta anche più della bugia, la quale insomma vedo che cammina assai bene, e fa bene gli affari suoi.
Saluto tua madre, tuo fratello, le tue figlie, i tuoi figli e tua sorella e tua zia
anche per tutti quei di casa mia.
Vedi, mi hai fatto fare un verso e te lo do gratis.
Di casa, martedì 7 Xbre
Il tuo aff.mo cugino
G.
G.
Belli
LETTERA 638.
A ORSOLA MAZIO BALESTRA - ROMA
Lunedì 13 xbre 1858
Mia cara cugina
Voglio darti una prova di non avere io dimenticato le promesse che ti feci nel mio biglietto di giovedì addietro.
Ieri mattina (tanto il tempo quanto io stando un po' meglio di salute) andai dalla Signora Ricci per ispinger di nuovo il tuo affare, da decidersi, come mi dicesti il dì 15.
Pare però che la Commissione si fosse già adunata nello stesso giorno di ieri, perché trovai in casa Ricci un biglietto inviato di fresco dal prof.
Aless.o Capalti.
Te lo trascrivo qui appresso.
"Dirai a Belli che per massima io penso favorire tutti gli artisti, quando ciò non sia in opposizione colla mia coscienza.
Io conosco Balestra, e l'avrei contentato molto volentieri.
Ma siccome Belli è uomo onesto e ragionevole, spero che sentirà con equi sentimenti che la Commissione stabilita a tutelare l'interesse della Calcografia non ha potuto accettare il disegno.
Il disegno è bonissimo, ma non è tratto dall'originale di Tiziano.
Ciò è di poca importanza in quanto al disegno, ma di moltissima in quanto alla incisione.
La calcografia acquista disegni per farli incidere; ma potrebbe essa spendere una moneta piccola per pubblicare un'opera che non può esser fedele di un quadro così celebre e così conosciuto?
Di' dunque al carissimo Belli che sono veramente dispiacentissimo, ma che la ragione addotta qui sopra è tale che non può non persuadere lui, che è sì buono e coscienzioso.
Aggiungi che la somma da disporre è sì limitata, le domande d'incisori per lavori son tante, che è mente del Sovrano che quella sia erogata in aiuto particolare dell'incisione".
Orsolina mia, io entro con l'animo nel tuo dispiacere per un successo così contrario a' tuoi desiderii, e che sembra togliere anche le speranze per l'avvenire, avendo la Commissione provato essere il disegno tratto da una copia e non dal quadro originale di Tiziano.
Sono pure malcontento dello averti dovuto transcrivere le parole di elogio con le quali il Prof.
Capalti ha voluto per cortesia ingemmare il mio nome.
Le avrei potute facilmente togliere via; ma ti serviranno a conoscere sempre più che lo scrivente di esse sarebbe stato benevolo verso di me in questo affare se non se ne fosse creduto impedito da un sentimento di dovere.
Altro dunque non mi resta in questo foglio sennonché ripetermi, come un pulcino bagnato,
Il tuo aff.mo cugino
G.
G.
Belli
LETTERA 639.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 18 luglio 1859, 1 pomer.
Mia carissima figlia
Eccoti in un'aria più fresca: so anzi da Ciro che al tuo arrivo a Frascati era freschissima.
Sin da ieri anche qui il caldo è minore.
Ieri mattina vennero per visitarti tutte le Mazio-Balestra.
Verso la sera capitarono le Degli Antoni, e poco appresso la Welisareff.
Tutti mi han lasciato saluti ed auguri per te.
Son venute le scarpe per Teresa: Ciro oggi glie le porta su.
Entrambi noi la visiteremo poi giovedì.
Giacomo sta come lo lasciasti.
Ieri al giorno lo condusse la balia alla processione del Carmine.
Si divertì molto, specialmente colle bandiere e coi ragazzi muniti di candela.
Quando alfine passava un Cardinal-Vescovo colla mitra in capo, egli gridò: c'è pure Pulcinella!; e ne risero tutti gli astanti.
Il mio reuma va diminuendo.
Abbiti cura, Cristinella mia, non ti far mancare niente e sta' quieta.
Ti abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 640.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 13 agosto 1859
Mia carissima figlia
Le tue notizie, per quanto sembra, senza essere buone al punto che io le desidererei, aprono purtuttavia il cuore alla speranza di un non lontano miglioramento che ti rimetta in pienezza di forze.
Del poco intanto che tu n'abbia ricuperato, bada, Cristina ad usarne con parsimonia.
E in mezzo alle tue sofferenze personali, ti è pur toccata, povera Cristina, la malattia di Carlo! Giacomo, mentre io ti scrivo, mi sta qui accanto al tavolino dicendo un mondo di buffonate, ed attaccando (egli dice) una mosca di Milano al braccio di pulcinella.
Ogni giorno, quando vado a messa, mi aiuta egli a vestirmi; e jeri, nel far ciò, mi disse: Nonno, che brutto vestiario! A proposito! Quando dissi da tua parte al P.
Minini che tu ti consideravi come una bestia, senza sacramenti e senza chiesa, con un sorriso egli risposemi: stia tranquilla la buona Cristina, perché è una bestia battezzata.
Due volte Monsignor Tizzani, dimorante ora in Napoli, mi ha mandato il suo decano Vincenzo a dimandar di tue nuove e del resto della nostra famiglia.
Mercoldì a sera venne a trovarmi l'Avvocato Gnoli, espressamente per sapere lo stato della tua salute.
Egli è convalescente d'una malattia di cinque mesi.
Si trattenne lungamente da me, che quella sera era solo, essendo venuto Biagini la sera innanzi.
Quello pu