LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 74
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È vero che tu parli sempre di buona salute: però quel ma, quel! Quei ...
Le sono mie solite ubbie, e bisogna perdonarmele in vista di tante precedenti scottature.
La pelle nuova è sempre più delicata.
Sigismondo è fuori di casa: (qui ci stanno bene tre !!!).
Gli altri stan rintanati: più tardi comunicherò la tua lettera.
Chiudo frattanto la presente, dopo aver però abbracciato e benedetto te, Cristina e i bambocci.
Mi par mill'anni di rivederli, e godere la prima risatina di Carlo, che oramai deve farne non solamente nel sonno ma anche vegliando, e fissando insieme gli occhioni.
Basta, piglierò poi quel che viene.
Monsieur, Madame, à demain.
Il vostro aff.mo papà
LETTERA 631.
A MONS.
BORROMEO ARESE,
MAESTRO DI CAMERA DI NOSTRO SIGNORE - ROMA
[Roma, 25 aprile 1856]
Ecc.za R.ma
Con generoso atto di sovrana clemenza si degnò Sua Santità di concedere che fosse a spese del governo impressa dalla Stamperia Cam.le una mia lirica versione degli Inni del Breviario Romano, e volle anche benignamente accettarne la dedica.
Compiuta in oggi la stampa del volume, e correndo a me il debito di umiliarne ai SS.mi Piedi di N.
S.
il primo esemplare colle azioni di grazie pel ricevuto beneficio, prego ossequiosamente Vostra Eccellenza Reverendissima di ottenermi da Sua Beatitudine l'onore di una udienza; e valgomi di questo a me glorioso incontro per protestarmi con sensi di profondissimo rispetto
Di vostra Ecc.za R.ma
Roma, 25 aprile 1856
umilissimo, devotissimo obbligatissimo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
via de' Cesarini, presso il Gesù, n° 77, secondo piano
LETTERA 632.
MONS.
BORROMEO ARESE,
MAESTRO DI CAMERA DI NOSTRO SIGNORE - ROMA
Ecc.za R.ma
Dolente di farmele importuno, non posso tuttavia tralasciare di ripetere a V.ra Ecc.za R.ma la rispettosa preghiera che già le avanzai il 25 aprile affinchè volesse Ella degnarsi di ottenermi dal Sommo Pontefice una udienza allo scopo di umiliare a N.
S.
un mio libro che Sua Santità si degnò fare imprimere a spese del governo accettandone insieme la dedica.
Questo mio atto, come V.ra Ecc.za R.ma ben vede, non è soltanto un mio desiderio di onore, ma sì pure e specialmente l'adempimento di un preciso dovere, e dirò ancora un urgente bisogno, non essendomi lecito di pubblicare il volume senza la precedente presentazione al Santo Padre del primo esemplare.
Con profondo ossequio inchinandomele torno qui a dichiararmi rispettosamente
Di V.
E.
R.
Roma, giugno 1856
LETTERA 633.
A TOMMASO GNOLI - ROMA
[18 agosto 1856]
Fàmose un po' a capì, sor Tomasso mio caro.
Da qualche parola dettami ieri da Cristina dopo la tua partenza di casa mia, mi pare di poterne raccapezzare che tu forse ritenga esserti venuta da me la lettera a stampa dello Spada intorno a' miei inni.
Gnornò, sor Tomasso, pijjate quìvico.
Te l'avrà mandata o lasciata all'uscio quel canapiolo dell'autore.
A nulla io do corso che ridondi a mia lode; e per dartene prova eccoti in anima e corpo il libro degli inni.
Leggilo tutto, se ti basta lo stomaco, e dagli poi giù senza riguardi allo Spada e senza misericordia al
tuo Belli
18 agosto 1856
LETTERA 634.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 18 ottobre 1856
ore 7 pomeridiane
Mia cara Cristina
Ecco il Bicchieri colla tua lettera d'oggi.
Ciro, naturalmente non è in casa, e do principio io alla risposta.
La storia del divezzamento di Carlo, con tutti i suoi amminicoli di stranimenti per lui e di strapazzo per te e per gli altri, non mi giunge inaspettata; ché anzi, ti dico il vero, mi aspettava anche di peggio, benché non è pur poco quanto mi narri.
Gran passaggio è questo dello slattamento! Circa a Teresa prego sempre Iddio che le tolga questa molestia della tosse.
Ma col pessimo tempo che or corre come si può mai prosperare? È venuta oggi quella tal donna che la Sassolini mandò una volta a stirare per Elena, e l'ha avvisata che lunedì verrà a prenderla per farle fare la devozione.
La detta donna ebbe ieri simile incarico per mezzo di Teresa che fece una corsa a Roma col Maggiore, e subito ne ripartì.
La poltroncina da accomodarsi, a quel che mi pare, la riavremo pel tempo della befana.
Tutti così, e sempre così.
Basta, di questa minuzia non ti dar pensiero.
Io come sto? Eh, col reuma sul collo, sulla spalla e sul braccio.
Vado a messa e torno a casa: il tempaccio non mi permette di più: Pascenza.
La pena che io mi prendo non è per me, ma per te, per le creaturelle nostre e per la balia.
Abbiamo fatto un buon negozio!, ma il futuro chi lo conosce? Si opera per bene, e si riesce al male.
Ti abbraccio, figlia mia, co' miei cari nipotini, e nella speranza di rivedere il sole mi ripeto di cuore
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 635.
A TERESA BELLI - ROMA
[s.
d., ma probabilmente Epifania 1857]
Teresa mia cara
M'ha detto il befanino che tu sei buona.
Una volta eri un po cattivella, ma adesso le cose vanno benino, e ti fai il lavativo come una donnetta di garbo, perché tutte le donnette di garbo si fanno il lavativo.
Dunque ti riporto qualche regaluccio, e te lo mando giù pel caminetto dal Befanino mio, che si chiama Schizzafòco.
Domani io torno al paese a preparare altra robuccia pei ragazzetti e per le ragazzette buone che dicono l'orazioni, che ubbidiscono a papà, a mammà e a nonno vecchietto, e si fanno il lavativo senza piangere.
Addio, Teresa mia fricciccarella: ci rivedremo quest'altr'anno.
Salutami la Signora Cristina, il Signor Ciro e il rispettabile Signor Giuseppe.
Un'altra volta penserò pure per Carlo tuo fratelluccio.
La tua aff.ma Befana
Maccheramà Babì
della Zugna
LETTERA 636.
A CRISTINA BELLI - FIUMICINO
Di Roma, sabato 17 aprile 1858
ore 10 antimeridiane
Mia cara Cristina
Giunta in questo momento la tua desideratissima lettera di ieri, l'ho aperta e letta, così autorizzato da Ciro al suo uscire di casa.
Tirava vento? Ne soffiava tanto qui: figurati a Fiumicino! Se gli ombrelli si son rotti, li raccomoderanno: tutto il vero danno in ciò è che per la inservibilità di essi ne aveste a soffrire nella salute voi altri.
Qui oggi è giornata tranquilla.
Ma quel birbo di Ambrogio! Seguire il povero Giacomo sino a codeste remote regioni per dargli guai! Mi lusingo che il tuo silenzio sull'articolo della salute si possa interpretare in buon senso.
Da' per me cento baci a Teresa, novantanove a Carlo e novantotto a Giacomo.
Non lasciarti mancar nulla di quanto si può avere costì, salutami i Desjardins, voglimi bene e credimi il
Tuo aff.mo papà G.
G.
Belli
LETTERA 637.
A ORSOLA MAZIO BALESTRA - ROMA
[Roma, 7 dicembre 1858]
Mia cara cugina
I giorni passano e non migliorano; e, tristo me, non miglioro neppur io.
Intanto il dì 15 si approssima, e convien pure lasciare un po' di tempo alla Sig.ra Ricci, perché possa vedere il fratello.
Ho oggi dunque scritto e mandato un biglietto alla Signora, e credo sarà efficace.
Così è ita innanzi questa specie di antipasto.
Nei giorni seguenti poi io farò quel di più che potrò, e tu farai quel di più che vorrai.
Spero frattanto che la faccenda sia accomodata.
È poco, Orsolina mia, per quello che desidererei operare per la tua soddisfazione, ma il desiderio umano ha la gamba corta anche più della bugia, la quale insomma vedo che cammina assai bene, e fa bene gli affari suoi.
Saluto tua madre, tuo fratello, le tue figlie, i tuoi figli e tua sorella e tua zia
anche per tutti quei di casa mia.
Vedi, mi hai fatto fare un verso e te lo do gratis.
Di casa, martedì 7 Xbre
Il tuo aff.mo cugino
G.
G.
Belli
LETTERA 638.
A ORSOLA MAZIO BALESTRA - ROMA
Lunedì 13 xbre 1858
Mia cara cugina
Voglio darti una prova di non avere io dimenticato le promesse che ti feci nel mio biglietto di giovedì addietro.
Ieri mattina (tanto il tempo quanto io stando un po' meglio di salute) andai dalla Signora Ricci per ispinger di nuovo il tuo affare, da decidersi, come mi dicesti il dì 15.
Pare però che la Commissione si fosse già adunata nello stesso giorno di ieri, perché trovai in casa Ricci un biglietto inviato di fresco dal prof.
Aless.o Capalti.
Te lo trascrivo qui appresso.
"Dirai a Belli che per massima io penso favorire tutti gli artisti, quando ciò non sia in opposizione colla mia coscienza.
Io conosco Balestra, e l'avrei contentato molto volentieri.
Ma siccome Belli è uomo onesto e ragionevole, spero che sentirà con equi sentimenti che la Commissione stabilita a tutelare l'interesse della Calcografia non ha potuto accettare il disegno.
Il disegno è bonissimo, ma non è tratto dall'originale di Tiziano.
Ciò è di poca importanza in quanto al disegno, ma di moltissima in quanto alla incisione.
La calcografia acquista disegni per farli incidere; ma potrebbe essa spendere una moneta piccola per pubblicare un'opera che non può esser fedele di un quadro così celebre e così conosciuto?
Di' dunque al carissimo Belli che sono veramente dispiacentissimo, ma che la ragione addotta qui sopra è tale che non può non persuadere lui, che è sì buono e coscienzioso.
Aggiungi che la somma da disporre è sì limitata, le domande d'incisori per lavori son tante, che è mente del Sovrano che quella sia erogata in aiuto particolare dell'incisione".
Orsolina mia, io entro con l'animo nel tuo dispiacere per un successo così contrario a' tuoi desiderii, e che sembra togliere anche le speranze per l'avvenire, avendo la Commissione provato essere il disegno tratto da una copia e non dal quadro originale di Tiziano.
Sono pure malcontento dello averti dovuto transcrivere le parole di elogio con le quali il Prof.
Capalti ha voluto per cortesia ingemmare il mio nome.
Le avrei potute facilmente togliere via; ma ti serviranno a conoscere sempre più che lo scrivente di esse sarebbe stato benevolo verso di me in questo affare se non se ne fosse creduto impedito da un sentimento di dovere.
Altro dunque non mi resta in questo foglio sennonché ripetermi, come un pulcino bagnato,
Il tuo aff.mo cugino
G.
G.
Belli
LETTERA 639.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, lunedì 18 luglio 1859, 1 pomer.
Mia carissima figlia
Eccoti in un'aria più fresca: so anzi da Ciro che al tuo arrivo a Frascati era freschissima.
Sin da ieri anche qui il caldo è minore.
Ieri mattina vennero per visitarti tutte le Mazio-Balestra.
Verso la sera capitarono le Degli Antoni, e poco appresso la Welisareff.
Tutti mi han lasciato saluti ed auguri per te.
Son venute le scarpe per Teresa: Ciro oggi glie le porta su.
Entrambi noi la visiteremo poi giovedì.
Giacomo sta come lo lasciasti.
Ieri al giorno lo condusse la balia alla processione del Carmine.
Si divertì molto, specialmente colle bandiere e coi ragazzi muniti di candela.
Quando alfine passava un Cardinal-Vescovo colla mitra in capo, egli gridò: c'è pure Pulcinella!; e ne risero tutti gli astanti.
Il mio reuma va diminuendo.
Abbiti cura, Cristinella mia, non ti far mancare niente e sta' quieta.
Ti abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo papà
LETTERA 640.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 13 agosto 1859
Mia carissima figlia
Le tue notizie, per quanto sembra, senza essere buone al punto che io le desidererei, aprono purtuttavia il cuore alla speranza di un non lontano miglioramento che ti rimetta in pienezza di forze.
Del poco intanto che tu n'abbia ricuperato, bada, Cristina ad usarne con parsimonia.
E in mezzo alle tue sofferenze personali, ti è pur toccata, povera Cristina, la malattia di Carlo! Giacomo, mentre io ti scrivo, mi sta qui accanto al tavolino dicendo un mondo di buffonate, ed attaccando (egli dice) una mosca di Milano al braccio di pulcinella.
Ogni giorno, quando vado a messa, mi aiuta egli a vestirmi; e jeri, nel far ciò, mi disse: Nonno, che brutto vestiario! A proposito! Quando dissi da tua parte al P.
Minini che tu ti consideravi come una bestia, senza sacramenti e senza chiesa, con un sorriso egli risposemi: stia tranquilla la buona Cristina, perché è una bestia battezzata.
Due volte Monsignor Tizzani, dimorante ora in Napoli, mi ha mandato il suo decano Vincenzo a dimandar di tue nuove e del resto della nostra famiglia.
Mercoldì a sera venne a trovarmi l'Avvocato Gnoli, espressamente per sapere lo stato della tua salute.
Egli è convalescente d'una malattia di cinque mesi.
Si trattenne lungamente da me, che quella sera era solo, essendo venuto Biagini la sera innanzi.
Quello pure è acciaccatello, e si lagna, come tutti, del caldo.
Ogni tanto manda ancor la Sig.ra Savetti per saper come stai.
Porgi i miei augurii alla carissima Marietta per la sua festa del 15.
Giacomo e Nanna ti salutano: io ti abbraccio e benedico, e con te Carlo,e Maria, la quale dicono essere una vespetta.
Il tuo Papà
LETTERA 641.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 20 agosto 1859
Mia carissima figlia
Hai ragione, Cristina mia, e n'hai tanta da vendere, da affittare, da regalare, e te ne resta pieno un magazzino per te.
Sì, la pazienza, dici benissimo, è un gran conforto nelle sventure, e, in mancanza di altri meriti innanzi a Dio, ci procura almen quello della rassegnazione.
Tu lo hai, buona Cristina, questo bel dono; e colla cara tua predicuccia nella lettera di ieri cerchi d'infonderlo anche in Ciro e indirettamente anche in me.
Se Ciro se ne giovi non saprei dirtelo bene: su me però fai poco frutto, mantenendomi io sempre quel bofonchione e querulo vecchio che per quanto vi si studii non sa prendere i sassi per ciambelle.
Il vedermi sempre d'attorno sofferenze di coloro che amo mi affligge, mi tormenta; e benché sappia quanto chiunque che nel senso cristiano i guai debbono prendersi piuttosto per beneficii, poco valgo a sollevarmi sul fango della umana fralezza.
- Sto io qui scrivendoti questa tirata di morale, e non so neppure se imbrocco nella grammatica, con Giacomo un po intorno e un po addosso che mi distrae fra le vetture, i cavalli, i Peppi, gli Isidori, i Vincenzi, non che fra gli stimoli del giocar seco a nascondarello.
- Melata gli ha trovato questa mattina il tumoretto quasi rincarnato.
Or senti questa, che è da ridere.
Tu sai che io tengo sotto campana un ritratto di gesso di Gall con sopra delineato in rosso il di lui sistema craniologico.
Ebbene, Giacomo lo riguarda come tutto ferito, e lo cura con fasce e cerotti di carta, desiderando di far guarire con sé anche il povero Capoccioncello, nome che gli ha egli assegnato.
La indovinasti: né la Signora Poli né io avemmo l'altro ieri coraggio di recarci al Bambino Gesù.
Lo ebbe Ciro però, ma io l'indussi a prendersi un trasporto almeno per l'andata.
Circa poi alla rinfrescata dell'atmosfera, discese essa giovedì per quasi dodici gradi essendosi abbassata al 18.mo e qualche linea.
Ieri sera tornò il caldo e continua, benché non tanto smanioso.
Ti saluta il P.e Curato.
Tu abbraccia per me le creature, riverisci la famiglia Ricci, ed abbimi sempre qual mi considero
tuo aff.mo padre
LETTERA 642.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 1° settembre 1859
(ore 10 antimeridiane)
Mia cara e buona figlia
Ti sarà stata ricapitata dai vetturini nella sera di lunedì 29 prossimo passato agosto, la lettera in cui ti partecipai il ritorno felice di Ciro nella domenica precedente, ti comunicai la risposta del D.r Maggiorani circa alla tua dimora in Frascati, e ti dissi qualche altra cosetta.
Questa mattina Ciro andrà da Teresuccia nostra e le porterà le scarpe risolate dal Lelli con aggiunta di qualche carezza alla tomarra.
Eppure mi disse la Maestra dell'educandato esser Teresa una delle più accurate conservatrici di scarpe.
Ad ogni modo ho io disposto di farlene fare anche un paio nuove, affinché ad una occorrenza non resti coi piedi per terra.
E tu dici benissimo che il mutar calzolaio non ci procurerebbe alcun guadagno.
Preghiamo Iddio che ci conservi in salute quella cara fanciulla, e buona notte alle scarpe.
Mezzodì
Riprendo a scrivere dopo una interruzione, essendo andato prima alle Stimmate e quindi a vedere se era tornato a Roma il P.
Minini.
È tornato.
Non ho però potuto vederlo, perché era a Santa Rufina.
Richiesto da me il buon portinaio intorno ad una lettera (la tua) lasciata giorni addietro in portineria pel detto Padre, mi ha risposto che ve n'eran due che gli furono entrambe ricapitate.
Sul principio della prossima settimana io ripeterò al Padre Minini, la visita, e vedremo.
Tu hai dimandato a Ciro notizie.
Non ve ne sono, Cristina mia.
Di cose politiche è un imbroglio come un nodo gordiano: di cose romane nulla abbiamo degno di relazione.
Pare che al Papa (ciò solo sarebbe interessante, se fosse vero) siasi aperta una piaga in una gamba in seguito d'un risipola.
Iddio ce lo conservi, specialmente in questi tempi sì torbidi.
Ti saluta affettuosamente la Signora Poli, e presto ti scriverà.
Ti salutano pure Biagini, Pietro Angelini e le due Nanne domestiche.
Abbraccia e bacia per mio conto Carlo, Maria e Giacomo pecoraretto; e tu ricevi un tenero abbraccio e mille benedizioni da me
Tuo aff.mo padre
LETTERA 643.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 2 settembre 1859
ore una pomeridiana
Cristina mia cara
Ritornato in questo momento a casa dopo essere andato da Lelli il calzolaio e a portare ai vetturini una mia lettera per la buona Marietta Ricci, ho trovato sul mio tavolino la letterina da te inviata ieri a Ciro per mezzo del Sig.
Ratta, e da Ciro fatta a me giungere dall'Uficio dove questa mattina l'ha ricevuta.
Subito prendo la penna per dirti che la lettura del tuo foglio mi ha recato un estremo piacere e insieme un po di rabbietta: il primo per la notizia che adesso tu mangi e mangi anche con gusto: la seconda per li conti che vai facendo e sulle spese e sulla economia e simili bazzecole che non concludono niente.
Io ti ho sempre detto e raccomandato di non farti mancar nulla: al resto ci penso io.
L'unica tua cura dev'esser quella di viver quieta, e ti vorrei in ciò pur pure un poco egoista.
Vedo poi con rammarico che ti sei lasciata finire i danari anche prima del terminare di agosto, mentre io ti aveva pregata di aver su ciò l'occhio lungo, e farmi conoscere le tue occorrenze innanzi al tempo dell'arrivato bisogno.
Eccoti intanto al disotto di alcuni scudi fin da varii giorni, e seguitano naturalmente a correr le spese.
Ora come fai a sostenerle? Ma figlia mia! ci faccio una bella figura! Ti manderei denari oggi stesso, ma a chi darli con sicurezza? De' vetturini non me ne fido.
Prima di lunedì non so come soccorrerti.
Lunedì mattina avrò una buona occasione, di cui vivo quieto.
Ma in questo frattempo mi duole assai che tu debba forse ricorrere agli amici e prendere in prestito, non potendo Ciro condursi a Frascati domani, come ti scrisse ieri.
Insomma, bando quindi innanzi ad ogni economica ubbia.
Sta' tranquilla, abbiti riguardo, e per te c'è Papà.
Ti do la piacevole notizia che il Sig.
Pio Casamenti è venuto ieri di abitazione e di scuola nella via dell'arco de' Ginnasi, dove stava Ravalli.
Non so bene in qual piano, ma ciò poco importa.
Lo abbiamo ora incontro alle nostre finestre.
Ti abbraccio e benedico unitamente a' tuoi cari figlietti.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 644.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 7 settembre 1859
ad ora una dopo il mezzodì
Cristina mia cara
Nacque nel 1791 Giuseppe Gioachino Belli, il giorno settimo di settembre, alle ore 18 (come in quel tempo si diceva) ossia, come dicesi adesso, all'un'ora pomeridiana.
Da tuttociò si conchiude che il Signor Giuseppe Gioachino Belli (seppure è ancora vivo, ché io nol so bene) in questo preciso momento ha compiuto l'anno sessantesimo-ottavo della età sua, e già cammina sulla strada del sessagesimonono.
Intanto il Tevere corre e correrà sempre come il Signor Giuseppe non fosse mai nato.
Le tue lettere, figlia mia, hanno il destino degli sciancati: arrivano sempre a cose fatte.
Per esempio, se la tua ultima del 5 me l'avessero ieri (6) portata ad ora cristiana, te ne avrei fatta menzione nella risposta che ieri stesso ti diedi alla tua precedente del 4.
Ma venne verso le 5 pomeridiane.
Le notizie che di te e della tua famiglia trovai compendiate nel tuo foglio mi rimisero un po' di fiato in corpo.
Ciro ti porta altri Sc.
30.
Se mai prevedessi che non ti bastassero a soddisfare completamente i tuoi bisogni, dammene un cenno a tempo opportuno.
I soliti saluti, i soliti abbracci, le solite benedizioni del tuo solito
Aff.mo padre
LETTERA 645.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 13 settembre 1859
ore 10 antimeridiane
Cara figlia mia
Ieri ti scrisse Ciro: oggi ti scrivo io.
Domenica dopo pranzo, verso le sei, me ne andai a passeggiare in piazza di Colonna Traiana per vedere giungere Ciro e la balia, qualora (come mi parea probabile) fossero venuti col penultimo corso.
Dopo una decina di minuti eccoti spuntare da Campo Carleo gli omninibussoli.
Passa il primo, niente: passa il secondo, niente: il terzo, niente.
Già mi mettevo io l'animo in pace, quando sul cielo di un quarto legno scopro Ciro arrampicato come una cornacchia sopra un campanile.
La vettura, poco stante, si fermò: smontò Ciro con un canestro: uscì dall'arca la balia con un fagotto; e tutti e tre ce ne venimmo a casa, intantoché io tempestava gli altri due con una grandine d'interrogazioni.
Clotilde, la cugina di Nanna, fu ieri al giorno avvisata pel cappelletto di Maria.
Nanna però si era scordata a Frascati di prender la misura della testa della bambina.
Che ci faresti? Bisogna che ce la mandi tu mediante un filo, ovvero (che mi parrebbe meglio) con una striscetta di carta.
La Signora Poli, che ti saluta, m'incarica dirti che la figlia Teresina entrerà al Bambin Gesù nel prossimo venerdì 16.
Ti salutano pure il P.e Curato, il P.e Minini, Erminio Spada e la Signora Chiaretta tua zia.
Venerdì 9 venne a dimandar tue notizie la Sig.ra Paolina Conti (il nome del marito non lo ricordo), la quale già precedentemente era venuta altra volta, come ora ho saputo.
Unita alla presente ti mando una maglietta più greve, di cui puoi già avere bisogno.
Ieri qui un gran vento freddo: posso figurarmi quel che sarà stato a Frascati.
Ciro ti abbraccia e benedice i figli.
Io mi ripeto di vero cuore
Il tuo aff.mo Papà
LETTERA 646.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 17 settembre 1859, mezzodì
Carissimo figlio mio
Alle ore 11 mi è giunta la tua sconfortante lettera delle 6 1/4 e delle 7 di questa mattina.
Che posso risponderti? Che dirti? Null'altro fuorché siamo accorati.
Ah si potesse trovar presto il momento di ricondurre la cara figlia a casa sua fra le nostre carezze! Io sto qui sempre colla mente a Frascati e colla voce a Dio.
Abbracciala Cristina nostra e pregala in nome del papà suo di confidare nella Madonna, e ne riceverà all'animo un poco di quiete.
Raccomandatela alla Venerabile regina di Napoli, della quale si farà fra non molto la beatificazione.
Circa alla partecipazione delle triste notizie al Bambin Gesù già ci si era pensato sino da ieri dopo la tua partenza.
Ci andò la balia a portare le scarpe nuove a Teresa, che vide e trovò benissimo al solito.
Questa mattina ci è andata la Signora Poli.
Quelle buone monache pregano per Cristina con fervore.
Ringrazia Barbara, la Signora Ricci e Lunati, non che il Sig.
D.r Natali, pe' loro meriti verso la nostra diletta Cristina.
Addio; la mia testa è stordita non men della tua.
Benedico voi tutti in particolare, miei carissimi figli.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 647.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 17 settembre 1859
ore 9 pomeridiane
Ciro mio
Alla tua delle 7 di questa mattina detti risposta e l'avrai ricevuta.
Me n'è giunta un'altra alle 8 di questa sera.
La buona balia le ha entrambe portate a Maggiorani, malgrado il forte e freddo vento che soffia.
Maggiorani era al teatro! Ma la balia ha lasciato le lettere ad Elenuccia, la quale me le rimanderà domani-mattina alle 7 con qualche risposta del dottore.
La canestra, di cui mi annunziavi la spedizione nella giornata, non è venuta.
Ne abbiamo fatto dimanda all'uomo che ci ha recato stasera la seconda tua lettera, ma egli dice che in uficio non v'è tale canestro.
Non so se farei secondo o contro la tua intenzione col recarmi al tuo tribunale per far prevenuti que' Signori del tuo ritardo al tornare.
Forse avrai loro scritto direttamente: forse no.
Che credi ch'io faccia?
Il rimandare qui le creature prima di Cristina è stato il continuo discorso fra la Signora Poli, la balia e me fin da ieri a sera, fondandoci sugli stessi motivi, e facendo le stesse riflessioni e parole che ho poi trovate nella tua lettera giuntami pocanzi.
La nostra povera Cristina ha bisogno di quiete.
Appena potrà ella tornare a casa, si avran qui più modi per tenerla tranquilla.
Abbracciala la cara nostra inferma e falle mille carezze.
Qui sospendo questa mia lettera sino a domani.
Domenica 18 settembre 1859
alle 7 1/2 antimeridiane
Eccoti la risposta di Maggiorani.
Ah! tutto alla peggio! Iddio ci dia conforto.
Ti abbraccio e benedico insieme con Cristina e figli.
Il tuo addolorato padre.
LETTERA 648.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, 18 settembre 1859: domenica alle 9 della sera
Ciro mio
Eccoti la balia: eccoti quel che chiedesti, con qualche cosa di più, cioè un paio di stivali e un biglietto da dieci scudi.
Se non mi chiedevi il cuscino di pelle te lo avrei mandato di moto spontaneo.
Dopo partito Ferretti da Frascati avrai avuto altra mia lettera delle ore dieci di questa mattina.
Ti assicuro che sin da ieri mi passava pel capo la idea di pregare il P.
Minini di fare una visita: me ne astenni però pel timore di commuover troppo la cara figlia.
È venuta meglio così, e ringrazio con tutto il cuore chi ha avuto parte così delicatamente nel procurare a Cristina questa consolazione.
Intanto dalle 10 della sera antecedente sino alla 2 3/4 di oggi son 16 ore e tre quarti senza sangue.
Ringraziato il Signore! Ringraziata Maria SS.ma! Non dico altro.
Abbraccia e benedici Cristina, dà un bacio alla pupa, saluta i buoni amici e Giacinta.
I maschietti me li abbraccio dimani a sera da me.
Questa mattina è venuta Orsolina, e dice a Cristinella mille affettuose cose.
Addio, Ciro mio caro.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 649.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 21 settembre 1859
Ore 8 1/2 pomeridiane
Mio caro figlio
Rientro in questo punto in casa dopo aver visitato il P.
Minini e il D.r Maggiorani.
Dice il primo a Cristina queste precise parole: io la saluto, la benedico, offro a Dio per lei il sacrosanto sacrificio eucaristico, e la prego e le inculco di mantenere su tutto quella calma di spirito in cui la lasciai dopo il nostro colloquio.
Maggiorani poi dice esser lui nelle stesse disposizioni di venire a Frascati nel prossimo venerdì (nelle ore del dopo pranzo, come fa sempre), seppure in questo residual giorno e mezzo di dilazione non gli si attraversi qualche nuovo ostacolo, come accadde nei giorni ora scorsi, nei quali (oltre gli esami etc.) gli è stato pure malato un cavallo.
Circa al cavallo però il cocchiere opina che per venerdì può esso essere in caso di fare il viaggio.
Ma un'altra cosa debbo dirti su questo grave particolare.
Sembra che Maggiorani abbia inteso ed intenda non di venire con Cristina nel medesimo di lui legno, ma di conserva col legno di lei, perché mi ha specificamente detto che bisognerebbe trovare un legno comodo, ben difeso dalle intemperie, e tale da poterci adagiare la inferma in modo che non soffrisse strapazzo.
Al postutto io poi penso che unita a Cristina dovesse venire una compagnia, cioè tu, o Barbara, o l'uno e l'altra; e allora tra l'ingombro dell'adagiamento di Cristina e le due o tre altre persone di accompagno (compreso Maggiorani) un sol legno diverrebbe forse insufficiente.
Se parlassi costì con voi altri a voce, mi spiegherei forse un po' meglio.
Mi ha dimandato infine Maggiorani se al portone di Cristina possa accedere un legno.
Io non ho saputo rispondere con certezza né di sì, né di no.
Ieri la balia andò con Clotilde e i ragazzi a misurare a Teresa gli abiti di prammatica per vedere se vi fosse bisogno di nulla.
La trovarono in eccellente salute.
Nella mattinata di domani ci andrò io, e la balia si recherà a casa di Barbara.
Carlo e Giacomo stanno in ismania attendendo le fruste di canna d'India.
Questa mattina a pranzo il primo ha detto al secondo: Giacomo mio, non mangiar tanto, ché poi ti raffreddi.
Oggi mi ha visto Mons.
Tizzani.
Vuole, se gli riesce, venire dimani o posdomani a veder Cristina.
Penserebbe partire da Roma col primo corso, e ripartire da Frascati alle 11.
Gli basta di salutar Cristina nostra e farle coraggio.
La povera Checchina Finocchi pativa come Cristina nostra pel giacere nel letto.
Ha trovato qualche sollievo nell'applicazione di un sacchetto o cuscinetto di semola suggeritole dalla Renazzi per mezzo della Sig.ra Nanna Poli.
Questa vien su spesso, e manda per Cristina voti e saluti.
Avrai già ricevuto una mia lettera di questa mattina entro un canestro colla coperta di Lucca e una libra di gomma.
Circa alla vigilanza sulle creature Cristina sia quieta.
Se ne ha sino allo scrupolo e per quanto umanamente si può.
Pare anzi che abbiano alquanto abbandonato la finestra del cortile, perché stanno volentieri intorno a Clotilde che li tratta con dolcezza e ha con loro molta pazienza.
Giovedì 22 - ore 7 1/2 del mattino
Interruppi iersera la mia lettera per parlare con Ferretti, da solo a solo e di proposito, sul progetto di Cristina da te comunicatoci, cioè che per questo inverno si potrebbe adattare in camera da letto una piccola stufa di terra cotta, incondottandola in una canna di cammino già ivi esistente.
Può Cristina esser sicura del mio desiderio di appagarla in ogni sua brama, nel quale animo concorre anche lo zio.
A tutti e due noi è sembrato però che l'attuale angustia di tempo non concederebbe il potere scandagliar bene le cose, cercare, scegliere, acquistare, eseguire etc.
Se, come speriamo, tornasse Cristina dopo dimani, si troverebbe cogli artisti in camera, muratore, ferraro etc., e ciò anche nel più prospero caso dell'aversi già tutto in ordine.
Ma se poi nell'atto della esecuzione si trovasse qualche imprevisto impedimento nel vecchio muro della stanza o dentro il vano dell'antico cammino, come allora ci troveremmo? Come si farebbe con Cristina lì, bisognosa di tanti delicati riguardi? E converrebbe, prima anche di tutto, consultar Maggiorani per una simile innovazione.
Nel pensiero di Cristina, io lo vedo, ha parte anche una idea amorosa riguardante la creatura.
Tutto questo però rende necessario qualche tranquillo discorso a voce fra tutti noi cointeressati.
Alcune altre riflessioni, mie e di Ferretti, dovrei qui aggiungerti; ma per lettera è troppo lungo e difficile il bene spiegarsi ed intendersi.
Conchiudo pertanto col ripeterti che gli attuali momenti di aspettazione non concedono per ora la esecuz.e del progetto.
Esorta Cristina alla pazienza anche in questo.
I salutati corrispondono ai saluti; ed io in somma fretta chiudo la presente per ispedirla, perché fra colez.e, barba e le creature mi si è fatto tardi.
Benedico ed abbraccio te e Cristina nostra, e saluto Barbara.
Il tuo Papà
LETTERA 650.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 22 settembre 1859,
ore 8 1/2 della sera
Ciro mio caro
Alle 8, cioè mezz'ora fa, ho ricevuto la tua delle 4 pomeridiane di oggi, e contemporaneamente dev'essere a te giunto un fagottello con entro una mia lettera unitamente al corpetto di Cristina e a' due oggettucci di Barbara.
Nel genere di malattia di Cristinella nostra le notizie proseguono a darci conforto.
Mi ha scritto di lei Monsignor Tizzani: la trovai tranquilla, e, a dire la impressione fattami, con un volto rassicurante.
Vi è stato oggi il Sig.
Bruno Valenzi, assetato di notizie.
Gli sono state dette quali le abbiamo, e n'è rimasto soddisfatto.
Quando io gli recai ieri la tua lettera, te ne aveva poco innanzi spedita una sua, non so con qual mezzo e con quale indirizzo.
Ore 8 3/4
Ecco di ritorno la balia, che, accompagnata da Peppe Pazzi, ho mandata da Maggiorani.
Dice egli di aver fatto oggi visitare il suo cavallo convalescente, e gli è stato dichiarato che mettendolo a un passo moderato potrà dimani fare il viaggio di Frascati.
Conta dunque Maggiorani di partire nel dopo-pranzo e di venirsene piano-piano costì, dove, giunto la sera, farà una visituccia a Cristina per poi visitarla meglio nella mattinata di sabato e risolvere la faccenda.
V'è però il caso che arrivando egli dimani troppo tardi, la visituccia della sera non succeda, restando però allora ferma la visitona della mattina seguente.
Perché in tal caso possiate voi altri conoscere almeno se il Dottore sia o no venuto domani a Frascati, bisognerebbe indagare dove vada a smontare: cosa che alla balia non ha egli comunicata.
Ma dunque, qui voi altri direte, v'è qualche probabilità che il Dottore non abbia forse a venire? Deciso di venire è egli certamente, a meno che non diluvii, o non si frapponga qualche improvviso ostacolo grave che glielo impedisca.
Già, tutte le umane cose van soggette a tali dubbiezze in via generale.
Ma via, seguitiamo a sperare in Dio, e preghiamolo che tutto proceda a seconda de' nostri ardentissimi voti.
I piccoli dormono saporitamente.
Questa mattina Carlo mostravasi restio al recitar le orazioni, e Giacomo lo catechizzava così: Ma dille, Carlo mio, dille: fa' il piacere: te le faccio dir io: dille a me.
Prima stavamo tanto bene, e oggi non vuoi esser buono.
Questo catechismo non può negarsi che sia edificante: per omaggio però alla verità devesi confessare averne talora bisogno il medesimo catechista.
I saluti son fatti e ne rendo centuplicati, unendovi i miei per Cristina, Barbara, il Sig.
Dottor Natali e le famiglie Ricci e Lunati con l'aggiunta di mille ringraziamenti, i quali, circa a Cristina, cambierai in abbracci e benedizioni.
Abbraccio e benedico di cuore anche te.
Il tuo aff.mo padre
P.S.
Un bacione alla grottoletta di Nonno.
Venerdì 23: ore 8 1/2
Eccoci a venerdì.
Pare che, fra le difficoltà e gl'impedimenti fortuiti del viaggio di Maggiorani, la difficoltà almeno e l'impedimento del mal-tempo sino a questo momento non vi sia.
Vedremo nel progresso della giornata.
Maggiorani suole recarsi a Frascati la sera e ripartirne la seguente mattina.
Se però questa volta dovrà ritornare insieme con Cristina, ciò, spero, non potrà accadere in ora molto sollecita.
Io sto sulle spine.
LETTERA 651.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 24 settembre 1859.
Mezzodì
Mio carissimo Ciro
Alle 10 mi è pervenuta la tua delle 7 1/4 di questa mattina, da cui rilevo l'unanime voto de' medici circa al ritorno della povera Cristina.
Pazienza ancora! Dio sa quel che fa, e vuol ciò che vuole.
Il riaver qui Cristina è il nostro ardente sospiro; ma saremmo carnefici se la esponessimo troppo presto a un rischio che, non approvato dalla prudenza, potrebbe riuscirci fatale.
Lasciamo fare ai medici, entrambi dotti, oculati, cordiali ed onesti.
Ripeterò dunque: ancora un po di pazienza, e mandiamo intanto innanzi i preliminari che dispongano la inferma ad un passo troppo critico senza qualche gradato tentativo intermedio.
Iddio ci farà poi giungere al sospirato momento!
Ti ho già scritto questa mattina in risposta alla tua lettera non che al tuo polizzino di jeri sera.
La scatola colla cuffia l'ho spedita verso le 9 1/2 mandando insieme la lettera separata, affinché in ogni caso ti serva di notizia della eseguita spedizione sia della scatola che della canestra.
La lettera e la scatola (portate all'agenzia da Pietro il barbiere) ti saranno giunte affrancate: non così però il vuoto canestrone, poiché se l'è riportato indietro lo stesso facchino che unitamente alla balia ce lo aveva qui recato.
Ora, il facchino non avea facoltà di eseguirne l'affrancazione, atto di pertinenza de' soli impiegati dell'agenzia.
Per la fretta non ho poi incaricato Pietro di pagare anche il porto di essa canestra quando l'ho quindi spedito all'Uficio colla lettera e colla scatola.
Ritornatovi io poi sopra colla memoria, oh diamine, ho esclamato: dunque la canestra non affrancata non parte! E qui Nanna un'altra volta correndo all'agenzia.
Ma gl'impiegati le han risposto: non importa, già è stato registrato (per la canestra) diritto di porto da pagarsi a Frascati.
Eccoti tutta la litania di questo negozio: un po minuta, ed anzi trita.
È un mio naturale difetto.
Abbici pazienza: da vecchio non posso più levarmelo di dosso.
È venuta la fattora del Bambin Gesù.
Io le ho dato le notizie.
Al Monistero si prega sempre, e Teresa sta bene.
Negli scorsi giorni le Monache Turchine han fatto un triduo per la cara nostra Cristina.
Prosiegue la folla de' premurosi, conoscenti, parenti ed amici, a dimandar come va?
Ho, poco fa, comperato dal mercante Giuliani al Gesù due belle coperte di Lucca.
Per l'attual numero de nostri letti erano necessarie.
Prezzo Sc.
1:15 l'una.
Sigismondo, le due Nanne, Clotilde, i due bambini etc.
salutano.
Io vi abbraccio e benedico colla pupa.
Il tuo, anzi vostro, papà
LETTERA 652.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, sabato 24 settembre 1859:
Ore 8 pomeridiane
Mia carissima figlia
È tanto tempo che corrispondo epistolarmente con Ciro (quantunque io non gli parli che di te) che mi pare omai ora di indirizzare un foglio al tuo nome, persuaso qual sono del dover esso giungerti accetto, gratissimo poi in contemplazione della mano da cui lo riceverai domattina.
A questa lettera io non voglio (ché sarei matto) una risposta di tuo pugno, ma serviti di quella de' tuoi segretarii, che sono pur sei, cioè Ciro, Barbara, Giacinta, Checca e le due Marie.
Neppure Sidi-Mohammed ne ha tanti.
Questa sera, a mezz'ora di notte, io era già presto e parato ad uscire di casa per recarmi da Maggiorani, quando mi si è presentato il di lui figlio Gasparino a dirmi da parte del padre esser lui felicemente ritornato (con questa bellissima giornata: oh!...): non aver la prudenza permesso il ricondurti per ora a Roma; ma star tu veramente meglio: in prova di che ti si era permesso di uscire per alcun poco di letto: alla quale notizia io ho dato un guizzetto da vecchio, pensando che almeno ti avran data una zappata a quella montagna di Somma! Basta, il letto tuo è qui già rifatto e ti aspetta.
Voleva io allora riaccompagnar Gasparino a casa sua per dar seguito al mio divisamento di rivedere il Dottore, ringraziarlo delle sue premurose gentilezze (come intendo ringraziarne per tuo mezzo il caro Sig.
Natali), ed anche fare una ciarlatina con lui.
Mi ha però risposto il Gasparino che il padre, al suo lasciarlo, era allora-allora per uscire, ma sarebbe probabilmente ritornato fra un'ora o un'ora e mezzo.
Ci andrò dunque domani dopo il mezzogiorno.
Intanto il più interessante lo so.
Ti mando (non a quel paese) ma un biglietto di Sc.
20 per mezzo di tuo zio, latore anche della presente; e ti abbraccio, e ti benedico, e ti prego di abbracciare e benedire per me Ciro e Maria.
Il tuo papà
Questa sera, nello scrivere, quasi nulla mi trema la mano.
LETTERA 653.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 27 settembre 1859:
Ore 10 antimeridiane
Ciro mio
Alle 9 1/2 è da me venuto Biagini, appena arrivato a Roma.
Io aveva poco innanzi spedito Pietro all'agenzia con una mia lettera, responsiva alla tua delle 4 pomeridiane di ieri.
Gli ho detto che dopo il mezzodì andrò a udire da Maggiorani qualche cosa di preciso: ho detto insomma le stesse parole scritte a te poco fa.
Appena uscito da Maggiorani ti darò relazione della di lui risposta; e credo anzi che salirò a scriverla in casa di Biagini, il quale riparte oggi per Frascati.
Mi duole assai, Ciro, che il mio foglio di ieri (9 1/2 ant.) abbia in voi altri destato (come ti esprimi) qualche dubbio.
Non ne ho peraltro alcuna colpa.
Ciro mio; e tu sarai già convinto di quanto sarei capace per tenervi tranquilli.
Scrissi così pel motivo semplicissimo di provvedere al riposo di Barbara affine di ovviare in suo pro a tutti i possibili casi di un ritardo fortuito di Maggiorani, il quale sto a momenti per riudire.
Circa a Cristina non avere alcuna ubbìa per la mente, perchè Maggiorani mi ha detto e ridetto e ripetuto che essa decisamente sta meglio, ed ha migliorato ogni giorno.
Dunque calma, figli miei, calma per carità.
Ho comunicato in famiglia il tuo foglio, e tutti-tutti risalutano al solito.
Chiudo intanto questo preliminare di lettera coi consueti abbracci e benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
3/4 dopo il Mezzodì
Scrivo in casa di Biagini, il quale ti recherà la presente.
Maggiorani risponde che realmente sarebbe venuto a Frascati questa sera.
Ma vedi fatalità! Antonio il suo cocchiere ha avuto nella scorsa notte una febbre, di nessuna conseguenza però.
Non dubitare peraltro: Maggiorani sarà a Frascati Venerdì al giorno, senza alcuna dubbiezza.
Che vuoi farci, figlio mio? Fra questa sera e il giorno di venerdì passeranno due soli giorni di mezzo.
Pazienza dunque per l'amor di Dio!
LETTERA 654.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, martedì 27 settembre 1859:
Ore 8 della sera
Questa lettera, per buone ragioni,
non fu inviata.
Mio carissimo Ciro
Ricevo adesso il tuo foglio delle 4 pomeridiane.
Sì, ho veduto Biagini, e tu lo avrai verso sera riveduto, latore di una lettera mia.
Si avvicina il giorno 30 del mese.
Io sono certo, sono convinto, che in quella sera Iddio e la Madonna (tanto pregati da tanti) già ci avran fatto la grazia di esserci tutti riuniti e riabbracciati in famiglia.
Ma per non disturbare né Cristina né te in que' primi momenti destinati alla comune pace e allo scambievole conforto, ti dimando oggi ciò che non vorrei o non mi ricorderei di chiederti allora.
Ed è una dimanda semplicissima.
Volendo io pagare la mesata a Nanna, dove dovrò prendere il danaro che restò in tue mani quando il giorno 3 del cadente portasti a casa il tuo stipendio? In un tiratorino del burò v'è una cartina con Sc.
6:13, ed altri baiocchi sei a parte.
Interrogata poi da me, Nanna mi ha comunicato esservi al comò di Cristina una borsa con delle altre monete.
Donde dunque io trarrò il danaro per Nanna? Circa poi a Giacinta, che ancora non è qui, ci penserete voi altri.
Con Clotilde, ripeto, siamo d'accordo, anche sull'articolo della stiratrice.
Ella si adatterà a tutto, non escluso ad un bisogno qualche servizio di cucina.
La cosa unica alla quale non potrebbe prestarsi sarebbe l'uscire con creature in braccio: e veramente pare a me che nol consentisse la sua complessione.
Passiamo ora all'articolo doloroso della tua lettera, e doloroso tanto che mi accora (come accora tutti), e mi priva di quel po' di coraggio che io, povero vecchio, ho chiesto sempre al Signore per sostenermi nell'attuale sventura.
Parlo della profondissima malinconia di Cristina.
Ma come, ma perché (io le direi se qui ad essa scrivessi anzi che a te), ma come, ma perché questa invincibile tristezza mentre il tuo male va di giorno in giorno pur procedendo nel meglio? Tanto più rassegnata e tranquilla nei momenti del vero e giusto terrore; e adesso sì caduta d'animo quando ti approssimi in ogni istante all'appagamento de' tuoi vivissimi desiderii, del vicino ritorno cioè in casa tua, fra tutti i tuoi cari, nel godimento de' figli, in pace, in riposo, per proseguire tranquillamente una cura già con successo principiata e incaminata con grazia della provvidenza? E non ti par questo un mancare alla fiducia e alla riconoscenza verso Iddio, che ami pur tanto, e che ti ha fin qui mostrato manifesti segni dell'essersi commosso alle preghiere che tutti gli porgono per te? Io non pretendo da pazzo che tu abbia ad essere allegra, ma ti scongiuro, per quanto io possa valere sul tuo cuore, di sforzarti ad un sentimento di calma, per non far contro a te stessa disturbando e ritardando gli effetti dell'azione lenta e benefica della natura, così bene secondata dall'arte.
Vorrei aver parole di fiamma, affinché, oltre al tônarti all'orecchio, ti balenassero agli occhi.
No, figlia mia buona, non far così: non uccidere il tuo Ciro di ambascia, non uccidere il tuo papà: rasserenati in Dio.
Egli ha principiato l'opera: egli la compirà.
Queste parole io direi alla cara inferma se parlassi ora con lei.
Ma qual frutto me ne potrei ripromettere se inefficaci riescono i conforti di ben altra autorità che i meschinissimi miei? Ah! Mons.
Tizzani mi diede molto miglior sicurtà sullo stato morale di Cristina!
Ferretti è grandemente agitato per questa ipocondria della nipote, e partecipa de' miei sentimenti.
Fede e quiete.
Senza queste poco può il resto valere.
Si è veduto talvolta un fiero malore (anche non pria mitigato al grado attuale di quel di Cristina) esser vinto da un trasporto di speranza.
Ma Dio buono! Qui il mal fisico cala e il morale si accresce.
Quale contraddizione è mai questa, Cristina mia pazzerella!
Sigismondo, la Sig.ra Poli, le donne, tutti mandano cordialissimi saluti.
Le creature, prima di andare a letto ove ora dormono, mi hanno incaricato di un bacio a Mammà e un altro a Papà.
Io vi associo i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il vostro aff.mo padre
LETTERA 655.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, mercoldì 28 settembre 1859:
ore 9 pomeridiane
Ciro mio caro
Circa un paio d'ore dopo avermi tu scritta oggi la tua delle 4 (giuntami alle 8) avrai veduta Clotilde, latrice di un mio foglio con uniti Sc.
19:26.
In attenzione di altra tua, nella quale son certo che mi notificherai domani mattina l'arrivo di essa Clotilde, io mi anticipo al solito fin da questa sera le presenti poche parole, riserbandomi a farci una aggiunta al nuovo giorno se il seguente tuo foglio mi perverrà in tempo pria di mandar questo mio all'agenzia.
In caso contrario ne riceverai riscontro la sera, dovendo io domani intorno al mezzodì occupar qualche tempo nella regolar visita alla nostra Teresa.
Ti prego, figlio mio, di ripeter sempre alla tua diletta compagna e mia buona figlia Cristina le mie tenere esortazioni perché voglia consolarci col superare per amor di Dio e della Madonna quella profonda malinconia da cui si lascia dominare, malinconia che il prospetto della nostra sì prossima riunione in famiglia dovrebbe pur diradare, malinconia che disturba e contraria il procedimento visibile del suo stato verso un miglior avvenire.
Lo so, quando siam tristi siam tristi; ma lasciarsi macerare il cuore in momenti così differenti da quelli in cui il P.e Minini e Mons.
Tizzani ed io stesso la vedemmo tanto meno agitata che non è adesso, egli è un caso veramente deplorabile! Maggiorani dopo dimani verrà, e quando leggerete la presente il dopo-dimani sarà divenuto dimani.
Preparati l'animo, Cristina mia, figlia mia buona, a disporre più prosperamente con anticipata tranquillità il felice avvenimento del tuo ritorno, da noi tutti cotanto desiderato.
Prega Iddio, come io lo prego, che non ti lasci avversare da te stessa il proprio tuo bene.
I figlietti mangiano, beono, saltano, e consumano spago a gomitoli.
Carlo ha riacquistato appetito e vivacità.
Questo birboncello di Giacomo, andando a spasso domenica, volle entrare in Chiesa de' SS.
Vincenzo ed Anastasio, ove si declamava il panegirico dell'Addolorata.
Chi è quello lassù?, dimandò.
È il predicatore, gli fu risposto.
- E che dice? - Che chi è buono va in paradiso, e che chi è cattivo all'inferno.
- Va bene, egli concluse: dunque andiamocene via.
A dì 29: ore 8 mattutine
Credo che questa mattina partirà Barbara da Frascati, se, come voglio sperare, il suo raffreddore glielo permetta; e tu me ne darai un cenno.
Ore 9 1/2
Chiudo la presente e la mando all'agenzia per mezzo di Pietro.
Ti ripeto i saluti di tutti, e novamente stringo al cuore Cristina, te e Maria.
Il tuo aff.mo padre
LETTERA 656.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 29 settembre 1859 al mezzodi
Mio carissimo figlio
Non si vede ancora alcun tuo scritto.
M'incammino dunque verso il Bambin Gesù, e al mio ritorno vedremo.
Alle 2 pomeridiane
Ritorno in questo punto dal Bambin Gesù; e niuna lettera! Pare impossibile! Pazienza!
Teresa è in fioridissimo stato, con due spalle dure da facchinetta.
Al saggio si è fatta molto onore nella storia.
Le ho dimandato se aveva bisogno di nulla.
Faccia il piacere, ha risposto, di scrivere a Papà e Mammà che io gli bacio la mano, e dire a Mammà che stia quieta, perchè Gesù Nazzareno farà andar tutto bene.
Queste sono state le sue precise parole e spontanee.
Eppure io non le avea affatto manifestato la malinconia di Cristina.
Senza notizie di costì null'altro posso aggiungere fuorché i soliti saluti e le consuete mie benedizioni all'uno e all'altra.
Il tuo aff.mo padre
Alle 3 1/2
Niente ancora.
Spedisco dunque la presente.
Addio.
LETTERA 657.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 29 settembre 1859,
alle 8 pomeridiane
Cara Cristina mia
Arrivo appena da casa Maggiorani, dove il dottore è arrivato adesso, tante sono state le visite che ha dovuto fare.
E indovina un po? le ha fatte tutte a piedi, affine di tener più freschi i cavalli pel suo viaggio di domani.
Vedi se Maggiorani ti vuol bene, e se cerca di facilitare in tuo pro le cose perché vada tutto a seconda! Verrà egli dimani alla stessa ora del passato venerdì.
Avrà Ciro stasera ricevuto due mie lettere in vece di una: la prima da me scritta a tozzi e bocconi: la seconda consistente in una sola linea.
Ecco il fatto.
Alle 3 3/4, non potendosi più tardare la spedizione di quella, è andata la balia volando all'agenzia per portarcela, e intanto ha ivi detto dovervi sicuramente esserne una di Frascati diretta a me questa mattina a buon'ora.
C'era infatti, fra tutte le altre giunte coi precedenti convogli, e non ancora ricapitate a nessuno.
Se l'è presa Nanna e me l'ha portata alle tre e tre quarti e dieci minuti.
Diavolo!, ho allora esclamato io: e que' poveretti staranno adesso in pena essi, perché ho scritto loro di non aver nulla ricevuto! Subito, mano a un foglio di carta, una linea acciabattata, una piegatura ad uso di Carlo o di Giacomo, e via il Sig.
Giuseppe correndo a Monte citorio, dove allora battevan le 4 e si movevano gli omnibus.
- È tardi, mi ha detto l'impegato: La busta è già nella vettura.
- Ed io: colpa loro, perché qua e perché là etc.
etc.
- Ha ragione.
- Insomma si è ricalata abbasso la busta, si è riaperta colla chiavetta, e dentro è caduta la lettera mia d'una riga.
Tutto è poi terminato con una bella birbata ad un ragazzotto, che mi figuro essere il portalettere dell'uficio.
Qui il Signor Belli passo-passo è ritornato a casa, rientrando dalla porta di Ferretti perché le donne erano uscite colle creature.
Parliamo adesso dell'altra lettera di Ciro, recatami dal Signor Pio Casamenti.
Questa lettera m'ha rimesso un po di fiato in corpo, e la firma tua è stata come lo zucchero sui maccheroni.
Ciro mi parla di nuvoloni.
Qui è stato buon tempo.
Ma circa dunque a nuvoloni, quando io teneva ieri proposito a Maggiorani sul tuo timore che si riguastassero i tempi e piovesse nel sospirato sabato, Ebbene?, mi rispose il dottore: si viaggia anche coll'acqua, e la mia Cittadina è chiusa come una stanza.
Ed io contento, capo sotto, e mucino.
Rivedrò con piacere Barbara.
In quanto al Sig.
Dr.
Natali sta bene che Ciro consulti anche Marietta.
Io non me ne impiccio più, perchè ho da pensare al brodo per sabato a sera.
E deve essere buono.
Di che lo vuoi? di manzo? di vitella? di pollo?
Siam tutti in coro, sino alle creature, a salutarti, a desiderarti, ad abbracciarti, compreso il nostro buon Cirone, diventato un poco Cerino.
Tranquilla, Cristina mia: te ne prega il tuo
aff.mo Papà
Venerdì 30 Alle 9 antimeridiane
La mattinata è (almeno sino ad ora) eccellente.
Allegri, ed abbi in mente quel che mi disse ieri Teresa.
Ecco Pietro chiudo la lettera.
LETTERA 658.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 30 settembre 1859:
Ore 10 1/2 pomeridiane
Ciro mio
Poche parole in riscontro alla tua delle 4 1/2 di oggi.
Mi è giunta mentre era qui Gnoli, il quale, partendo dimani alle tre pom.ne per Frascati colla famiglia, ha avuto la gentilezza di venire a dimandarmi se io avessi da dargli qualche commissione.
Grazie: io gli ho risposto: i miei figli in dimani stesso tornano a Roma.
Gnoli è andato via adesso, e adesso ti scrivo queste due righe.
Duolmi assai che lo stato di Cristina nostra non sia stato oggi simile al più tranquillo di ieri.
Queste alternative però non debbono recar maraviglia in una inferma della sensibilità di Cristina.
Coraggio e fede in Dio, in Dio tanto pregato e da tanti.
A Roma, a Roma.
Mi dici esser costì tutto disposto per la partenza.
Avrai pensato di certo a levare dal tuo lettino la nostra coperta di Lucca.
Credo che smonterete al portone nostro, poiché troppo incomoda sarebbe per Cristina la scaletta a chiocciola fra la casa nostra e quella di Ferretti.
Al Signor Casamenti ho mandato la tua ambasciata per mezzo di Peppe Pazzi.
Tutti, comprese le creature, vi aspettiamo con ansietà.
Iddio e la B.
Vergine vi guidino fra le nostre braccia.
Fede, lo ripeto, e coraggio! Addio Ciro mio, addio cara Cristina.
Io, dimani a sera, heureux comme un roi!
Il vostro aff.mo padre
P.mo ottobre (ore 7 3/4 antimeridiane)
Se potrò aver presto la tua di questa mattina per aggiugnere in tempo alla presente una riga di riscontro, lo farò con piacere.
La balia alle 8 1/2 va a piantarsi all'agenzia, e avuta la tua lettera torna subito a casa.
Ti arriverebbe la mia risposta comodamente prima della vostra partenza di costì.
In questo punto il cielo sembra nuvolo, ma è nebbia.
Il tempo dunque non pare inopportuno pel viaggio.
Ecco la lettera delle 6.
Dio sia ringraziato.
LETTERA 659.
A ORSOLA MAZIO BALESTRA - ROMA
[21 ottobre 1859]
Mia cara Cugina
È Santa Orsola e non vengo a vederti! Dopo tante obbligazioni che ti professo! Ma ti rattristerei anziché rallegrarti co' miei poveri augurii.
Oggi in tua casa è giorno di festa, e qui con me abita la desolazione.
Questi poveri tre orfanelli non istanno bene: io mi sento male: dunque perdonami la mia mancanza, e Dio renda più felice te ne' tuoi figli.
Ah! non avrei neppur dovuto scriverti questo biglietto, il quale non poteva riuscir che accorante.
Saluto tutti-tutti di tua famiglia, in nome anche di questo disgraziato mio Ciro, e mi ripeto di vero cuore
Il tuo aff.mo ed obb.mo cugino
Giuseppe Gioachino Belli
Di casa, Venerdì 21 ottobre 1859.
LETTERA 660.
AL PRINCIPE PLACIDO GABRIELLI
Di Roma, 15 gennaio 1861
Signor Principe
Mi fo premura di riscontrare l'onorevol suo foglio del 2 corrente gennaio, giuntomi dal di Lei palazzo in domenica 13.
Il parlar romanesco non è un dialetto e neppure un vernacolo della lingua italiana, ma unicamente una sua corruzione, o, diciam meglio, una sua storpiatura.
Un dialetto, ed anche un vernacolo, è indistintamente parlato da tutte le classi del popolo a cui appartiene, salvo l'uso promiscuo dell'idioma illustre in chi lo abbia appreso dalla educazione o dai libri.
Non così del romanesco, favella non di Roma ma del rozzo e spropositato suo volgo.
Nei vari dialetti o vernacoli si può dir tutto, perché nati ed esercitati fra le bocche di chi può sapere e dir tutto: nel linguaggio di una plebe si può dir poco o nulla, perché la vera plebe difetta di vocaboli come di notizie e di idee.
Né a questa verità contraddice la esistenza di alcuni poemi dati e ritenuti per esempii di stil romanesco.
Mai la gentaglia di Roma non si espresse a quel modo, imperocché, a tacer qui delle stirate voci e delle non genuine frasi di cotali arbitrarie scritture, gli autori loro, che non eran plebei, vi si valsero di tutte le risorse poetiche ed oratorie, letterarie e scientifiche, di che l'incultissimo popolo andò sempre intieramente digiuno.
A quale poi mi chiedesse perché abbia io dunque in altri tempi impiegata la mia penna in simiglianti lavori, risponderei mio intento non essere stato già quello di fissare in carte una lingua a cui meritatamente manca in Italia un posto; ma sì unicamente di introdurre il nostro popolo a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella, dipingendo così egli stesso i suoi propri usi, i suoi costumi, le sue storte opinioni, e insieme con tutto ciò i suoi originali pensieri intorno ai più elevati ordini di questo social corpo di cui esso occupa il fondo.
Checché, del resto, si voglia del mio intendimento di allora, Ella sa, Signor Principe, come io abbia in seguito condannati que' miei scritti, riboccanti, per necessità, di forme e dizioni essenzialmente indecenti.
Persone di sufficiente levatura d'ingegno da innalzare a suggetto sì grave (qual'è un Evangelio) la lingua abbietta e buffona de' romaneschi, io non ne conosco, e credo anzi fermamente che qui non ne abbiamo; non potendosi considerare per tali forse due o tre goffi scopamestieri che van travestendo in pessimo romanesco or questa or quell'opera classica in servigio di scene, e col solo scopo di eccitare le risa.
Da quanto io Le ho sin qui candidamente rappresentato Ella dedurrà, signor Principe, che il nobil suo zio Luigi Luciano Bonaparte o non avrà una versione romanesca del Vangelo di S.
Matteo, o, anche ottenendola, non potrà dirittamente includerla fra le altre che già possiede in veri dialetti o vernacoli italici, poiché al tutto mancante il romanesco della qualità e di dialetto e di vernacolo del nostro idioma, appena nel caso attuale riuscirebbe ad altro che ad una irriverenza verso i sacri volumi.
G.
G.
Belli
LETTERA 661.
AL CARD.
GIUSEPPE BOFONDI - ROMA
[1861]
E.mo e R.mo P.pe
Difficilmente saprei esprimere con adeguate parole il senso di penosa mortificazione ch'io provo in trovarmi al tutto incapace di poter corrispondere al così onorevole invito che a V.E.R.
piacque di farmi, col venerato Suo foglio del 24, per la recita di un componimento nella circostanza della premiazione de' giovani studenti di geodesia; imperocché agli altri abituali e non lievi malori che da circa due anni vengono ogni dì più travagliandomi, si è di recente aggiunta una affezion tracheale a vietarmi l'uso libero della voce.
Mi auguro che quella stessa bontà che rivolse su me in questo incontro l'obbligante pensiere della E.
V., mi varrà pure nell'umanissimo di lei animo un facil perdono al non volontario tratto di inobbedienza.
In questa confortevole speranza, inchinato al bacio della Sacra Porpora, passo all'onore di confermarmi
Di V.E.R.
u.mo, d.mo obb.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 662.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Mercoldì 22 gennaio [1863]
Che originale! I libri, le acciughe, l'origano...
che capo d'opera! Il pensiere è stato però gentilissimo, e merita un cordiale ringraziamento.
Il tuo amico da 59 anni
G.
G.
Belli
* * *
SENZA DATA
LETTERA 663.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Caro Amico
Un viaggio più giocondo
Mai non si fece al Mondo
E che vi fosse un viaggio più felice
È pazzo chi lo crede e chi lo dice.
Un venticello anteriore che mitigava i raggi del sole posteriore: un sole posteriore che temperava lo stimolo del venticello anteriore; ed insieme neutralizzandosi rendevano i graziosi effetti di una limonea, in cui lo zucchero e l'agro si mortificano a vicenda: ecco i miei compagni di viaggio.
La vostra bestia ha fatto l'obbligo suo da dottore ed in due ore e mezzo circa mi ha condotto alla vostra Metropoli.
Sono subito venuto in casa vostra, dove scrivo, ed ho trovato tutti bene, benché eccettuata vostra sorella non ho ancora veduto nessuno.
Vedrò il Sig.
[...] Bemignati ed il Governatore che impegnerò a cercare i materiali per un arco trionfale fra tutti gli avanzi della vecchia Cartagine.
Se voi partite fate buon viaggio: ma vi prego incaricare Grabbielle del ritiro delle mie lettere che potessero giungere sabato, e della sollecita spedizione di esse a cod.a volta per Domenica mattina a buon'ora, et ita dicamus di ciò che potesse arrivarmi d'altronde, e particolarme[nte] da Ascoli poichè essendomi io dimenticato di avvisare della mia partenza Luigi Cantalamessa in quel biglietto di cui voi ieri v'incaricaste, sospetto anzi stimo certo, che egli mi risponda costì.
Amatemi come vi amo e stimo e credetemi vivo e morto.
Il V.o Belli
LETTERA 664.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Carissimo amico
Ebbi il 20 agosto la cara vostra degli 11.
Vi ripeto assai tardi, perché quando avrei dovuto farlo mi trovava nuovamente in letto indisposto: e così cosa indugiata non soffre indugio.
Mi delineate una ricreante prospettiva di domestica felicità! Beato voi che per una lunga serie di tenere sollecitudini siete finalmente arrivato a goder maturo il frutto delle vostre cure! A me toccano ancora le lacrime della sementa prima di giungere alla esultanza del raccolto.
Il mio figlio, benché per avventura non povero degli elementi naturali per divenire un giorno il conforto de' genitori, trovansi tuttora in un'età troppo tenera per mostrarmi vicina la stagione del riposo.
Così, contemplando attualmente i vostri piaceri paterni, non può passare da me a voi che la lode e l'invidia che meritate.
Bella e purtroppo vera sentenza mi pronunciaste sulla doppiezza e malignità degli uomini datici a compagnia della vita.
Che se la complicazione degli umani interessi non ce ne rendesse in qualche parte necessario il commercio, quale amico dell'onore e della pace non preferirebbe piuttosto il dolore della misantropia alle insidie della società? E dico dolore, perché la Natura ben ci avrebbe voluti sociali, ma le indegne arti che la deturpano ci vorrebbero quasi snaturati.
Né io mi dilungo dalle stesse vostre abitudini di ritiro: pochi bisogni di negozii e un ristretto numero di amici vengono solo a distrarmi dalle dilette occupazioni del mio tavolino.
Che produrrò io così vivendo? Molto per me, nulla per gli uomini.
Né io saprei migliorarli, né essi ne meritano forse il progetto.
Travaglio pel mio Ciro.
Se avrò formato in lui un uomo secondo il mio cuore, non crederò aver menato oziosa la vita.
E quando sarà giunto l'ultimo mio giorno, spero che l'unico rammarico che io soffrirò a suo riguardo si ristringerà a quello di lasciarlo fra la corruttela del secolo, dove i premi e le pene si dispensano dalla fortuna.
- Fra tre giorni io avrò lasciato questi luoghi per andare a trattenermi una settimana [a Terni] chiamatovi da urgenza di affari di famiglia.
Per questo anno dunque mi è negato riabbracciarvi e godere de' vostri cortesi inviti.
Ma se il minaccioso flagello che si avvicina all'Italia ci lascierà vivi, porterò sempre meco il desiderio di rivedere in voi un individuo degno di riconciliarmi un po colla specie.
Riveritemi tutta tutta la vostra famiglia e siatemi sempre amico quale io m'offro di voi.
Il vostro Belli
LETTERA 665.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Mio obbligantissimo amico
Tornato io martedì 18 da Perugia, per dove ero partito di qui il 16 agosto, ho trovato sul mio scrittoio la cara vostra del 20 di agosto con in grembo un ordine di Sc.14:50 tratto dal Co: Filippo vostro fratello al mio ordine sopra questo Sig.
Paolino Alibrandi il quale me lo ha pagato alla presentazione.
Io sono dunque così saldato del trimestre di aprile maggio e giugno pp.ti sulla ritenzione dell'onorario c.
il M.se Antonio Trevisani.
Mi pare però, se non prendo abbaglio, esser corso un leggierissimo equivoco sulla estensione dell'ordine.
Nella vostra 25 giugno mi mandaste Sc.
14:50 pel primo trimestre dell'anno corr.e dicendomi che pel 2° trimestre mi avreste spediti invece Sc.
14:60 onde bilanciare la piccolissima differenza risultante dal non avere allora vostro fratello altri fondi disponibili oltre gli Sc.
15:50.
Benché però a bene guardar la cosa non avrei dovuto avere pel 2° trimestre se non Sc.
14:59, calcolando al solito le trimestrali esigenze in Sc.
14:59 1/2 l'una, e diffalcandone ogni trimestre i bai: 05 pel bollo della quietanza.
Ma tutto ciò è cosa di niun conto, e solamente ve ne faccio parola perché la vostra buona amicizia mi rende ardito a rilevare un facilissimo abbaglio in cosa di sì poco momento, dove ciascuno (ed io più d'ogni altro) potrebbe incorrere trattandosi di lievi rotti che nel decorso di mesi difficilmente si mantengono nella memoria di chi non abbia ad attendere soltanto a simiglianti bazzecole.
La omissione però che veramente mi spiace nella vostra del 20 agosto è quella delle notizie di vostra salute, dopo avermela ne' mesi antecedenti fatta conoscere un poco alterata per dolori reumatici.
Amerei, caro Neroni, di sapere che stiate tanto bene quanto lo meritate; e ciò (se vi piace) anche prima dell'epoca in cui vi darete il solito incomodo di scrivermi in rapporto dello spirante terzo trimestre Trevisani.
La mia salute, di cui, dimenticandovi della vostra, vi compiacete dimandarmi, è buonina, benchè il 16 agosto io mi mettessi in diligenza colla colica.
Ma il viaggio, il clima di Perugia, e, più di tutto, la compagnia di mio figlio, hanno contribuito a guarirmi.
Il mio Ciro è, a 14 anni e pochi mesi, alto quasi quanto son io (che però non posso invanirmi sulla statura); muscoloso poi e forte più di me.
Serio, di poche parole, moderato in tutto e modesto, gentile e studioso ha formato la mia consolazione.
Si è da lui dato un pubblico saggio di trigonometria, geodesia e musica sul pianoforte, ed ha riportato tre primi premii, in matematica, in umanità superiore e in musica.
Al primo di novembre intraprende lo studio dell'alta eloquenza e della lingua greca, oltre quello delle curve algebriche con che si suole compiere il corso delle matematiche elementari.
Nella Università romana studierà poi un giorno il calcolo sublime.
E i figli vostri dove stanno ora? Come li conoscerei volentieri!
Nella vostra del 18 giugno mi parlaste de' miei 300 sonetti inediti, né mi ricordo se in ciò vi ho risposto.
Sono essi duemila, ma da tenersi riposti e poi forse un giorno bruciarsi.
Se avete occasione di scrivere ad Orazio Piccolomini, salutatemelo e salutatemi anche il governatore Lenti se è sempre costì.
Comandate ed amate il vostro riconoscente ed aff.o amico
G.
G.
Belli
LETTERA 666.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Mio caro Ferretti
Fa maltempo per camminare ma buono per scrivere.
Non potendo venire mando.
Eccoti il sonetto per lo Spigolatore.
Crederei che la censura non dovrebbe fargli viso cholerico.
Te ne compiego un altro in due copie.
La ediz.e in foglio la darai al tuo amico Domeniconi, che io ho creduto lodare nella tragedia, parte più sublime dell'arte da lui professata.
La edizione poi più modesta te la terrai per te, e la comunicherai, se ti pare, a qualcuno de' nostri.
È gran soddisfazione
Miros audire tragoedos.
Non sarà così de' miei versi; ma vadan pur là nella mucchia.
Saluto tutta la tua famigila, e te troo i braso al coll.
Il tuo Belli
LETTERA 667.
ALLA CITTADINANZA ROMANA
Signori romani
Se non è un giorno è l'altro, vado io ricevendo complimenti e congratulazioni per colpa di certi eruditi e spiritosi articoletti che di tempo in tempo si trovano stampati presso gli annunzî giudiziari nel nostro Diario o fra le notizie del giorno, sotto il titolo di Case abitate etc.
E se io dissi per colpa non crediate che la sia una espressione temeraria o usata alla cieca: Signori no: è proprio la parola che ci voleva, è addirittura la pietra all'anello, perché il dispensare a un uomo elogi dovuti ad un altro non può chiamarsi buona giustizia.
Di simil gloria io mi sono per verità sempre schermito, ma vedendo alfine che la faccenda va in lungo, e chi sa quali zizanie potrebbe un giorno seminare fra i biografi de' secoli futuri, mi credo in coscienza obbligato ad una pubblica e solenne dichiarazione affinché la cosa non prenda vizio, e fra l'autore di questi articoletti e me si ristabilisca al netto l'unicuique suum.
Tutto l'imbroglio è nato fra noi da error di persone, per quel benedetto nome di Belli che portiamo entrambi.
Ma non per questo noi siamo un unum et idem, che anzi neppure apparteniamo ad un medesimo albero, ad una medesima progenie.
L'autore degli articoletti fa razza a parte.
Forse discendiamo ab antiquo da un ceppo solo, ma oggi, a buon conto, passa da lui a me tanta differenza quanta un giorno dai Bianchi ai Neri, dai Lambertazzi ai Geremei.
Eppoi egli è cavaliere e dotto medico chirurgo, ed io un omiccino nudo e crudo senza addosso né privilegio di alloro, né fregio di nastro: egli sa di antiquaria, ed io non ho potuto ancor capire che cosa sia la Greco stasi né il Templum-pacis né il Truti della statua di Todi, né l'Apparet di Vergilio Eurisace, cose più chiare che non la luce delle candele steariche: egli conosce le case di tutti i morti ed io non so nemmeno quai vivi mi abitino incontro: egli ha scritto sul Sal cibario ed ha condito quel suo sale con (cento) altri saletti (di sua fabbrica privativa) ed io, se (talor) mi scappa una lepidezza, fo, come si dice, calar il latte alle ginocchia.
Insomma egli è un uom dotto, ed io (mi sono) un povero bietolone che ho a caro e grazia di non fiatare per non farmi attaccare la scaletta alle tasche (come a mezza quaresima), né udirmi gridare addietro i ragazzi ti vedo, quasi andassi in carrozza allo scrocco.
Finiamola una volta.
Eccovi un ultimo punto di differenza, e questo vale per tutti.
Noi (due) ci firmiamo entrambi per Belli, l'ho già confessato, e fin qui non v'è replica.
Ma innanzi a quel cognome egli suol mettere un A.
col puntino, che vuol dire Andrea; ed io lo fo precedere da due G.
con due puntini, che significano quel che leggerete al termine di questa (leale) declaratoria.
Quando voi dunque troverete sotto gli articoletti la prima lettera dell'alfabeto dite pure: questo è il Signor Andrea Belli e colpirete nel segno: benché, il cielo vi perdoni, potevate risparmiare a voi uno sforzo di critica e a me uno sfogo d'umiltà, se aveste badato che l'autore degli articoletti si dà talvolta per Andrea tutto (disteso) e senza tanti misteri.
Gius.e Gioach.o Belli
LETTERA 668.
A ANTONIO TOSI - ROMA
Scritti a mano van circolando in Roma e fuori parecchi versi a me attribuiti, sebbene da me non mai pubblicati né comunicati a nessuno.
Senza rifiutarli né riconoscerli tutti per miei, mi limito soltanto a dichiarare che simili mss.i e lor copie abbondano generalmente di tante inesattezze così ne' titoli come nel testo, che, se alcuni io ne composi, hanno essi quasi al tutto perduta la loro indole ed essenza lor primitiva.
Prego quindi la vostra amichevole compiacenza, mio Signor Tosi, di volere nel vostro accreditato giornale dar pubblicità alla presente mia dichiarazione, la quale vedrei con piacere riprodotta in altri periodici fogli, per non udirmi più autore di cose non dette da me.
G.
G.
B.
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