LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 78
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Eppure io non le avea affatto manifestato la malinconia di Cristina.
Senza notizie di costì null'altro posso aggiungere fuorché i soliti saluti e le consuete mie benedizioni all'uno e all'altra.
Il tuo aff.mo padre
Alle 3 1/2
Niente ancora.
Spedisco dunque la presente.
Addio.
LETTERA 657.
A CRISTINA BELLI - FRASCATI
Di Roma, giovedì 29 settembre 1859,
alle 8 pomeridiane
Cara Cristina mia
Arrivo appena da casa Maggiorani, dove il dottore è arrivato adesso, tante sono state le visite che ha dovuto fare.
E indovina un po? le ha fatte tutte a piedi, affine di tener più freschi i cavalli pel suo viaggio di domani.
Vedi se Maggiorani ti vuol bene, e se cerca di facilitare in tuo pro le cose perché vada tutto a seconda! Verrà egli dimani alla stessa ora del passato venerdì.
Avrà Ciro stasera ricevuto due mie lettere in vece di una: la prima da me scritta a tozzi e bocconi: la seconda consistente in una sola linea.
Ecco il fatto.
Alle 3 3/4, non potendosi più tardare la spedizione di quella, è andata la balia volando all'agenzia per portarcela, e intanto ha ivi detto dovervi sicuramente esserne una di Frascati diretta a me questa mattina a buon'ora.
C'era infatti, fra tutte le altre giunte coi precedenti convogli, e non ancora ricapitate a nessuno.
Se l'è presa Nanna e me l'ha portata alle tre e tre quarti e dieci minuti.
Diavolo!, ho allora esclamato io: e que' poveretti staranno adesso in pena essi, perché ho scritto loro di non aver nulla ricevuto! Subito, mano a un foglio di carta, una linea acciabattata, una piegatura ad uso di Carlo o di Giacomo, e via il Sig.
Giuseppe correndo a Monte citorio, dove allora battevan le 4 e si movevano gli omnibus.
- È tardi, mi ha detto l'impegato: La busta è già nella vettura.
- Ed io: colpa loro, perché qua e perché là etc.
etc.
- Ha ragione.
- Insomma si è ricalata abbasso la busta, si è riaperta colla chiavetta, e dentro è caduta la lettera mia d'una riga.
Tutto è poi terminato con una bella birbata ad un ragazzotto, che mi figuro essere il portalettere dell'uficio.
Qui il Signor Belli passo-passo è ritornato a casa, rientrando dalla porta di Ferretti perché le donne erano uscite colle creature.
Parliamo adesso dell'altra lettera di Ciro, recatami dal Signor Pio Casamenti.
Questa lettera m'ha rimesso un po di fiato in corpo, e la firma tua è stata come lo zucchero sui maccheroni.
Ciro mi parla di nuvoloni.
Qui è stato buon tempo.
Ma circa dunque a nuvoloni, quando io teneva ieri proposito a Maggiorani sul tuo timore che si riguastassero i tempi e piovesse nel sospirato sabato, Ebbene?, mi rispose il dottore: si viaggia anche coll'acqua, e la mia Cittadina è chiusa come una stanza.
Ed io contento, capo sotto, e mucino.
Rivedrò con piacere Barbara.
In quanto al Sig.
Dr.
Natali sta bene che Ciro consulti anche Marietta.
Io non me ne impiccio più, perchè ho da pensare al brodo per sabato a sera.
E deve essere buono.
Di che lo vuoi? di manzo? di vitella? di pollo?
Siam tutti in coro, sino alle creature, a salutarti, a desiderarti, ad abbracciarti, compreso il nostro buon Cirone, diventato un poco Cerino.
Tranquilla, Cristina mia: te ne prega il tuo
aff.mo Papà
Venerdì 30 Alle 9 antimeridiane
La mattinata è (almeno sino ad ora) eccellente.
Allegri, ed abbi in mente quel che mi disse ieri Teresa.
Ecco Pietro chiudo la lettera.
LETTERA 658.
A CIRO BELLI - FRASCATI
Di Roma, venerdì 30 settembre 1859:
Ore 10 1/2 pomeridiane
Ciro mio
Poche parole in riscontro alla tua delle 4 1/2 di oggi.
Mi è giunta mentre era qui Gnoli, il quale, partendo dimani alle tre pom.ne per Frascati colla famiglia, ha avuto la gentilezza di venire a dimandarmi se io avessi da dargli qualche commissione.
Grazie: io gli ho risposto: i miei figli in dimani stesso tornano a Roma.
Gnoli è andato via adesso, e adesso ti scrivo queste due righe.
Duolmi assai che lo stato di Cristina nostra non sia stato oggi simile al più tranquillo di ieri.
Queste alternative però non debbono recar maraviglia in una inferma della sensibilità di Cristina.
Coraggio e fede in Dio, in Dio tanto pregato e da tanti.
A Roma, a Roma.
Mi dici esser costì tutto disposto per la partenza.
Avrai pensato di certo a levare dal tuo lettino la nostra coperta di Lucca.
Credo che smonterete al portone nostro, poiché troppo incomoda sarebbe per Cristina la scaletta a chiocciola fra la casa nostra e quella di Ferretti.
Al Signor Casamenti ho mandato la tua ambasciata per mezzo di Peppe Pazzi.
Tutti, comprese le creature, vi aspettiamo con ansietà.
Iddio e la B.
Vergine vi guidino fra le nostre braccia.
Fede, lo ripeto, e coraggio! Addio Ciro mio, addio cara Cristina.
Io, dimani a sera, heureux comme un roi!
Il vostro aff.mo padre
P.mo ottobre (ore 7 3/4 antimeridiane)
Se potrò aver presto la tua di questa mattina per aggiugnere in tempo alla presente una riga di riscontro, lo farò con piacere.
La balia alle 8 1/2 va a piantarsi all'agenzia, e avuta la tua lettera torna subito a casa.
Ti arriverebbe la mia risposta comodamente prima della vostra partenza di costì.
In questo punto il cielo sembra nuvolo, ma è nebbia.
Il tempo dunque non pare inopportuno pel viaggio.
Ecco la lettera delle 6.
Dio sia ringraziato.
LETTERA 659.
A ORSOLA MAZIO BALESTRA - ROMA
[21 ottobre 1859]
Mia cara Cugina
È Santa Orsola e non vengo a vederti! Dopo tante obbligazioni che ti professo! Ma ti rattristerei anziché rallegrarti co' miei poveri augurii.
Oggi in tua casa è giorno di festa, e qui con me abita la desolazione.
Questi poveri tre orfanelli non istanno bene: io mi sento male: dunque perdonami la mia mancanza, e Dio renda più felice te ne' tuoi figli.
Ah! non avrei neppur dovuto scriverti questo biglietto, il quale non poteva riuscir che accorante.
Saluto tutti-tutti di tua famiglia, in nome anche di questo disgraziato mio Ciro, e mi ripeto di vero cuore
Il tuo aff.mo ed obb.mo cugino
Giuseppe Gioachino Belli
Di casa, Venerdì 21 ottobre 1859.
LETTERA 660.
AL PRINCIPE PLACIDO GABRIELLI
Di Roma, 15 gennaio 1861
Signor Principe
Mi fo premura di riscontrare l'onorevol suo foglio del 2 corrente gennaio, giuntomi dal di Lei palazzo in domenica 13.
Il parlar romanesco non è un dialetto e neppure un vernacolo della lingua italiana, ma unicamente una sua corruzione, o, diciam meglio, una sua storpiatura.
Un dialetto, ed anche un vernacolo, è indistintamente parlato da tutte le classi del popolo a cui appartiene, salvo l'uso promiscuo dell'idioma illustre in chi lo abbia appreso dalla educazione o dai libri.
Non così del romanesco, favella non di Roma ma del rozzo e spropositato suo volgo.
Nei vari dialetti o vernacoli si può dir tutto, perché nati ed esercitati fra le bocche di chi può sapere e dir tutto: nel linguaggio di una plebe si può dir poco o nulla, perché la vera plebe difetta di vocaboli come di notizie e di idee.
Né a questa verità contraddice la esistenza di alcuni poemi dati e ritenuti per esempii di stil romanesco.
Mai la gentaglia di Roma non si espresse a quel modo, imperocché, a tacer qui delle stirate voci e delle non genuine frasi di cotali arbitrarie scritture, gli autori loro, che non eran plebei, vi si valsero di tutte le risorse poetiche ed oratorie, letterarie e scientifiche, di che l'incultissimo popolo andò sempre intieramente digiuno.
A quale poi mi chiedesse perché abbia io dunque in altri tempi impiegata la mia penna in simiglianti lavori, risponderei mio intento non essere stato già quello di fissare in carte una lingua a cui meritatamente manca in Italia un posto; ma sì unicamente di introdurre il nostro popolo a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella, dipingendo così egli stesso i suoi propri usi, i suoi costumi, le sue storte opinioni, e insieme con tutto ciò i suoi originali pensieri intorno ai più elevati ordini di questo social corpo di cui esso occupa il fondo.
Checché, del resto, si voglia del mio intendimento di allora, Ella sa, Signor Principe, come io abbia in seguito condannati que' miei scritti, riboccanti, per necessità, di forme e dizioni essenzialmente indecenti.
Persone di sufficiente levatura d'ingegno da innalzare a suggetto sì grave (qual'è un Evangelio) la lingua abbietta e buffona de' romaneschi, io non ne conosco, e credo anzi fermamente che qui non ne abbiamo; non potendosi considerare per tali forse due o tre goffi scopamestieri che van travestendo in pessimo romanesco or questa or quell'opera classica in servigio di scene, e col solo scopo di eccitare le risa.
Da quanto io Le ho sin qui candidamente rappresentato Ella dedurrà, signor Principe, che il nobil suo zio Luigi Luciano Bonaparte o non avrà una versione romanesca del Vangelo di S.
Matteo, o, anche ottenendola, non potrà dirittamente includerla fra le altre che già possiede in veri dialetti o vernacoli italici, poiché al tutto mancante il romanesco della qualità e di dialetto e di vernacolo del nostro idioma, appena nel caso attuale riuscirebbe ad altro che ad una irriverenza verso i sacri volumi.
G.
G.
Belli
LETTERA 661.
AL CARD.
GIUSEPPE BOFONDI - ROMA
[1861]
E.mo e R.mo P.pe
Difficilmente saprei esprimere con adeguate parole il senso di penosa mortificazione ch'io provo in trovarmi al tutto incapace di poter corrispondere al così onorevole invito che a V.E.R.
piacque di farmi, col venerato Suo foglio del 24, per la recita di un componimento nella circostanza della premiazione de' giovani studenti di geodesia; imperocché agli altri abituali e non lievi malori che da circa due anni vengono ogni dì più travagliandomi, si è di recente aggiunta una affezion tracheale a vietarmi l'uso libero della voce.
Mi auguro che quella stessa bontà che rivolse su me in questo incontro l'obbligante pensiere della E.
V., mi varrà pure nell'umanissimo di lei animo un facil perdono al non volontario tratto di inobbedienza.
In questa confortevole speranza, inchinato al bacio della Sacra Porpora, passo all'onore di confermarmi
Di V.E.R.
u.mo, d.mo obb.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 662.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Mercoldì 22 gennaio [1863]
Che originale! I libri, le acciughe, l'origano...
che capo d'opera! Il pensiere è stato però gentilissimo, e merita un cordiale ringraziamento.
Il tuo amico da 59 anni
G.
G.
Belli
* * *
SENZA DATA
LETTERA 663.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Caro Amico
Un viaggio più giocondo
Mai non si fece al Mondo
E che vi fosse un viaggio più felice
È pazzo chi lo crede e chi lo dice.
Un venticello anteriore che mitigava i raggi del sole posteriore: un sole posteriore che temperava lo stimolo del venticello anteriore; ed insieme neutralizzandosi rendevano i graziosi effetti di una limonea, in cui lo zucchero e l'agro si mortificano a vicenda: ecco i miei compagni di viaggio.
La vostra bestia ha fatto l'obbligo suo da dottore ed in due ore e mezzo circa mi ha condotto alla vostra Metropoli.
Sono subito venuto in casa vostra, dove scrivo, ed ho trovato tutti bene, benché eccettuata vostra sorella non ho ancora veduto nessuno.
Vedrò il Sig.
[...] Bemignati ed il Governatore che impegnerò a cercare i materiali per un arco trionfale fra tutti gli avanzi della vecchia Cartagine.
Se voi partite fate buon viaggio: ma vi prego incaricare Grabbielle del ritiro delle mie lettere che potessero giungere sabato, e della sollecita spedizione di esse a cod.a volta per Domenica mattina a buon'ora, et ita dicamus di ciò che potesse arrivarmi d'altronde, e particolarme[nte] da Ascoli poichè essendomi io dimenticato di avvisare della mia partenza Luigi Cantalamessa in quel biglietto di cui voi ieri v'incaricaste, sospetto anzi stimo certo, che egli mi risponda costì.
Amatemi come vi amo e stimo e credetemi vivo e morto.
Il V.o Belli
LETTERA 664.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Carissimo amico
Ebbi il 20 agosto la cara vostra degli 11.
Vi ripeto assai tardi, perché quando avrei dovuto farlo mi trovava nuovamente in letto indisposto: e così cosa indugiata non soffre indugio.
Mi delineate una ricreante prospettiva di domestica felicità! Beato voi che per una lunga serie di tenere sollecitudini siete finalmente arrivato a goder maturo il frutto delle vostre cure! A me toccano ancora le lacrime della sementa prima di giungere alla esultanza del raccolto.
Il mio figlio, benché per avventura non povero degli elementi naturali per divenire un giorno il conforto de' genitori, trovansi tuttora in un'età troppo tenera per mostrarmi vicina la stagione del riposo.
Così, contemplando attualmente i vostri piaceri paterni, non può passare da me a voi che la lode e l'invidia che meritate.
Bella e purtroppo vera sentenza mi pronunciaste sulla doppiezza e malignità degli uomini datici a compagnia della vita.
Che se la complicazione degli umani interessi non ce ne rendesse in qualche parte necessario il commercio, quale amico dell'onore e della pace non preferirebbe piuttosto il dolore della misantropia alle insidie della società? E dico dolore, perché la Natura ben ci avrebbe voluti sociali, ma le indegne arti che la deturpano ci vorrebbero quasi snaturati.
Né io mi dilungo dalle stesse vostre abitudini di ritiro: pochi bisogni di negozii e un ristretto numero di amici vengono solo a distrarmi dalle dilette occupazioni del mio tavolino.
Che produrrò io così vivendo? Molto per me, nulla per gli uomini.
Né io saprei migliorarli, né essi ne meritano forse il progetto.
Travaglio pel mio Ciro.
Se avrò formato in lui un uomo secondo il mio cuore, non crederò aver menato oziosa la vita.
E quando sarà giunto l'ultimo mio giorno, spero che l'unico rammarico che io soffrirò a suo riguardo si ristringerà a quello di lasciarlo fra la corruttela del secolo, dove i premi e le pene si dispensano dalla fortuna.
- Fra tre giorni io avrò lasciato questi luoghi per andare a trattenermi una settimana [a Terni] chiamatovi da urgenza di affari di famiglia.
Per questo anno dunque mi è negato riabbracciarvi e godere de' vostri cortesi inviti.
Ma se il minaccioso flagello che si avvicina all'Italia ci lascierà vivi, porterò sempre meco il desiderio di rivedere in voi un individuo degno di riconciliarmi un po colla specie.
Riveritemi tutta tutta la vostra famiglia e siatemi sempre amico quale io m'offro di voi.
Il vostro Belli
LETTERA 665.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Mio obbligantissimo amico
Tornato io martedì 18 da Perugia, per dove ero partito di qui il 16 agosto, ho trovato sul mio scrittoio la cara vostra del 20 di agosto con in grembo un ordine di Sc.14:50 tratto dal Co: Filippo vostro fratello al mio ordine sopra questo Sig.
Paolino Alibrandi il quale me lo ha pagato alla presentazione.
Io sono dunque così saldato del trimestre di aprile maggio e giugno pp.ti sulla ritenzione dell'onorario c.
il M.se Antonio Trevisani.
Mi pare però, se non prendo abbaglio, esser corso un leggierissimo equivoco sulla estensione dell'ordine.
Nella vostra 25 giugno mi mandaste Sc.
14:50 pel primo trimestre dell'anno corr.e dicendomi che pel 2° trimestre mi avreste spediti invece Sc.
14:60 onde bilanciare la piccolissima differenza risultante dal non avere allora vostro fratello altri fondi disponibili oltre gli Sc.
15:50.
Benché però a bene guardar la cosa non avrei dovuto avere pel 2° trimestre se non Sc.
14:59, calcolando al solito le trimestrali esigenze in Sc.
14:59 1/2 l'una, e diffalcandone ogni trimestre i bai: 05 pel bollo della quietanza.
Ma tutto ciò è cosa di niun conto, e solamente ve ne faccio parola perché la vostra buona amicizia mi rende ardito a rilevare un facilissimo abbaglio in cosa di sì poco momento, dove ciascuno (ed io più d'ogni altro) potrebbe incorrere trattandosi di lievi rotti che nel decorso di mesi difficilmente si mantengono nella memoria di chi non abbia ad attendere soltanto a simiglianti bazzecole.
La omissione però che veramente mi spiace nella vostra del 20 agosto è quella delle notizie di vostra salute, dopo avermela ne' mesi antecedenti fatta conoscere un poco alterata per dolori reumatici.
Amerei, caro Neroni, di sapere che stiate tanto bene quanto lo meritate; e ciò (se vi piace) anche prima dell'epoca in cui vi darete il solito incomodo di scrivermi in rapporto dello spirante terzo trimestre Trevisani.
La mia salute, di cui, dimenticandovi della vostra, vi compiacete dimandarmi, è buonina, benchè il 16 agosto io mi mettessi in diligenza colla colica.
Ma il viaggio, il clima di Perugia, e, più di tutto, la compagnia di mio figlio, hanno contribuito a guarirmi.
Il mio Ciro è, a 14 anni e pochi mesi, alto quasi quanto son io (che però non posso invanirmi sulla statura); muscoloso poi e forte più di me.
Serio, di poche parole, moderato in tutto e modesto, gentile e studioso ha formato la mia consolazione.
Si è da lui dato un pubblico saggio di trigonometria, geodesia e musica sul pianoforte, ed ha riportato tre primi premii, in matematica, in umanità superiore e in musica.
Al primo di novembre intraprende lo studio dell'alta eloquenza e della lingua greca, oltre quello delle curve algebriche con che si suole compiere il corso delle matematiche elementari.
Nella Università romana studierà poi un giorno il calcolo sublime.
E i figli vostri dove stanno ora? Come li conoscerei volentieri!
Nella vostra del 18 giugno mi parlaste de' miei 300 sonetti inediti, né mi ricordo se in ciò vi ho risposto.
Sono essi duemila, ma da tenersi riposti e poi forse un giorno bruciarsi.
Se avete occasione di scrivere ad Orazio Piccolomini, salutatemelo e salutatemi anche il governatore Lenti se è sempre costì.
Comandate ed amate il vostro riconoscente ed aff.o amico
G.
G.
Belli
LETTERA 666.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Mio caro Ferretti
Fa maltempo per camminare ma buono per scrivere.
Non potendo venire mando.
Eccoti il sonetto per lo Spigolatore.
Crederei che la censura non dovrebbe fargli viso cholerico.
Te ne compiego un altro in due copie.
La ediz.e in foglio la darai al tuo amico Domeniconi, che io ho creduto lodare nella tragedia, parte più sublime dell'arte da lui professata.
La edizione poi più modesta te la terrai per te, e la comunicherai, se ti pare, a qualcuno de' nostri.
È gran soddisfazione
Miros audire tragoedos.
Non sarà così de' miei versi; ma vadan pur là nella mucchia.
Saluto tutta la tua famigila, e te troo i braso al coll.
Il tuo Belli
LETTERA 667.
ALLA CITTADINANZA ROMANA
Signori romani
Se non è un giorno è l'altro, vado io ricevendo complimenti e congratulazioni per colpa di certi eruditi e spiritosi articoletti che di tempo in tempo si trovano stampati presso gli annunzî giudiziari nel nostro Diario o fra le notizie del giorno, sotto il titolo di Case abitate etc.
E se io dissi per colpa non crediate che la sia una espressione temeraria o usata alla cieca: Signori no: è proprio la parola che ci voleva, è addirittura la pietra all'anello, perché il dispensare a un uomo elogi dovuti ad un altro non può chiamarsi buona giustizia.
Di simil gloria io mi sono per verità sempre schermito, ma vedendo alfine che la faccenda va in lungo, e chi sa quali zizanie potrebbe un giorno seminare fra i biografi de' secoli futuri, mi credo in coscienza obbligato ad una pubblica e solenne dichiarazione affinché la cosa non prenda vizio, e fra l'autore di questi articoletti e me si ristabilisca al netto l'unicuique suum.
Tutto l'imbroglio è nato fra noi da error di persone, per quel benedetto nome di Belli che portiamo entrambi.
Ma non per questo noi siamo un unum et idem, che anzi neppure apparteniamo ad un medesimo albero, ad una medesima progenie.
L'autore degli articoletti fa razza a parte.
Forse discendiamo ab antiquo da un ceppo solo, ma oggi, a buon conto, passa da lui a me tanta differenza quanta un giorno dai Bianchi ai Neri, dai Lambertazzi ai Geremei.
Eppoi egli è cavaliere e dotto medico chirurgo, ed io un omiccino nudo e crudo senza addosso né privilegio di alloro, né fregio di nastro: egli sa di antiquaria, ed io non ho potuto ancor capire che cosa sia la Greco stasi né il Templum-pacis né il Truti della statua di Todi, né l'Apparet di Vergilio Eurisace, cose più chiare che non la luce delle candele steariche: egli conosce le case di tutti i morti ed io non so nemmeno quai vivi mi abitino incontro: egli ha scritto sul Sal cibario ed ha condito quel suo sale con (cento) altri saletti (di sua fabbrica privativa) ed io, se (talor) mi scappa una lepidezza, fo, come si dice, calar il latte alle ginocchia.
Insomma egli è un uom dotto, ed io (mi sono) un povero bietolone che ho a caro e grazia di non fiatare per non farmi attaccare la scaletta alle tasche (come a mezza quaresima), né udirmi gridare addietro i ragazzi ti vedo, quasi andassi in carrozza allo scrocco.
Finiamola una volta.
Eccovi un ultimo punto di differenza, e questo vale per tutti.
Noi (due) ci firmiamo entrambi per Belli, l'ho già confessato, e fin qui non v'è replica.
Ma innanzi a quel cognome egli suol mettere un A.
col puntino, che vuol dire Andrea; ed io lo fo precedere da due G.
con due puntini, che significano quel che leggerete al termine di questa (leale) declaratoria.
Quando voi dunque troverete sotto gli articoletti la prima lettera dell'alfabeto dite pure: questo è il Signor Andrea Belli e colpirete nel segno: benché, il cielo vi perdoni, potevate risparmiare a voi uno sforzo di critica e a me uno sfogo d'umiltà, se aveste badato che l'autore degli articoletti si dà talvolta per Andrea tutto (disteso) e senza tanti misteri.
Gius.e Gioach.o Belli
LETTERA 668.
A ANTONIO TOSI - ROMA
Scritti a mano van circolando in Roma e fuori parecchi versi a me attribuiti, sebbene da me non mai pubblicati né comunicati a nessuno.
Senza rifiutarli né riconoscerli tutti per miei, mi limito soltanto a dichiarare che simili mss.i e lor copie abbondano generalmente di tante inesattezze così ne' titoli come nel testo, che, se alcuni io ne composi, hanno essi quasi al tutto perduta la loro indole ed essenza lor primitiva.
Prego quindi la vostra amichevole compiacenza, mio Signor Tosi, di volere nel vostro accreditato giornale dar pubblicità alla presente mia dichiarazione, la quale vedrei con piacere riprodotta in altri periodici fogli, per non udirmi più autore di cose non dette da me.
G.
G.
B.
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