LE LETTERE 2, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 8
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Egli porterà la lettera al Giorgi.
Iddio sia lodato pel miglioramento della piaga d'occidente!
Io mi sento acciaccati tutti e quattro i punti cardinali e le 6 parti del Mondo.
Il passo a volo de' Sig.ri Dandolo e Fava m'impedirà con mio dispiacere di vederli.
Ma post aquas.
Veramente sfortunato questo povero Rossi! Poche gioie avrà certo dal matrimonio.
Addio patrimonio!
La buzzera! A nove anni già la POLAGRA?! È una faccenda da impensierire un povero padre amante dei figli.
Compatisco assai assai il Giorgi per questa non indifferente sciagura.
E dici bene come una intiera Sorbona
Dovunque volgi gli occhi
Noveri più disgrazie che baiocchi.
Ecco dunque Orsola fra tutte le sue contentezze.
(RF.
al segreto.
La nuvoletta la conosco io, e so da quale pozzanghera s'è levata ad oscurare il sole.
Son nebbie che si dissipano, ma abbassano sempre il barometro della pace, ed avvezzano l'atmosfera alla future procelle).
Ti mando un Corriere dei teatri.
Vorrei meglio spedirti un corriere de' lotti colla notizia di una cinquina da te giuocata.
D'Eramo doveva farmi avere una lettera per te.
Gli dissi jeri sera che avrei avuta occasione di spedirtela tuto cito et iucunde.
Non la vedo.
Se verrà prima che la balestra scocchi riceverai la carica più forte.
Altrimenti ti colpirà la sola mia lettera impiombata col Corrier de' teatri.
Ti salutano Giobbe
Spada
Le Pagliare
Le Mazie.
I nostri Dandolo e Fava passarono in Accademia come due razzi coruschi.
Quel tal Marchese del Piemonte, del quale hai tu scritto a d'Eramo non è ancora in Roma.
Si deve creder così perchè il suo nome non è comparso né in Consolato né in Legazione di Sardegna.
Ieri sera il vice-Consolo ne richiese in mia presenza al Conte Broglia Ministro plenipotenziario di S.M.
Savoiarda.
Non si è veduto.
D'Eramo mi condusse dal Ministro per un mio imbroglio, cioè per l'imbroglio di un imbroglione che ha imbrogliato la povera mia moglie, ed ora vuole imbrogliar me, e m'imbroglierà, malgrado del Conte Broglia che non ama gl'imbrogli!
Salutami capo per capo chi ti appartiene per sangue e per amicizia.
Sono il tuo Belli che ti abbraccia.
LETTERA 341.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma, giovedì 9 agosto 1838
(ore 8 antimeridiane)
Io già ve l'ho avvisato un'altra volta colle buone, sor coso mio, e voi ci ricascate.
Ma che diavolo m'esci ogni tanto a parlare di conti e di saldi? Questi sono pensieri da accogliersi in mente dopo le ferie autunnali.
Passerò a Carolina il residuale scudo per agosto, passerò tutto il passabile a chiunque occorra di passare quel che tu vuoi passare, e finiscila per amor delle anime sante del purgatorio.
Non m'infradiscià, direbbe un parente di Pulcinella.
Io invece ti dico e ti replico: chiudi quella malnata boccaccia in un profondo necessario silenzio.
La partita poi della riconoscenza, che tu vuoi serbar sempre accesa, è la più strana bislaccheria che ti vien su pel cervello.
Se io avessi anche operato qualche nonnulla per te, dimmi non avresti tu fatto altrettanto per me in consimile circostanza? Dunque eccolo tutto saldato liquidato e ammortizzato questo benedetto articolo della riconoscenza.
Tu pensa, pensa a rinfrancare la salute tua e quella della tua buona figliuola.
Il resto è baia che non monta un frullo,
E non val manco il picciolo sesterzio
Che si spendeva a' tempi di Catullo,
E d'Ovidio Nasone e di Properzio.
Dabitur scutum riccianum Annae Mariae de dementibus, cito, illico et immediate.
Vidi eam aliquantulum reimpellicciatellam in coloribus et carnibus suis ob aerem Albae et triclinia Jacobi; nec amplius faciunt sua crura Jacobum.
Oh utinam potuisset Albae svernare diutius! Genae eius inflatae fuissent de popina tua; atque genua eius valida ad stadium agonis in tua cella vinaria.
E sai tu cosa io faccio attualmente per guarire? Scrivo e sgambetto come un ossesso onde pormi in grado di partir davvero alla metà del mese lasciandomi dietro meno spine che posso.
Nel conforto di rivedere il mio Ciro troverò le risorse igieniche negatemi dal riposo de' materassi e dalle ingollate preparazioni del Professor Peretti.
Quando tornerò a Roma mi rivedrai giglio delle convalli e cedro del Libano.
Il pensiere che fra pochi giorni abbraccerò mio figlio mi elettrizza come una bottiglia di Leida, come una batteria di Muschembroech il borgomastro.
Que voulez vous? j'y tiens, disse a Giove cert'altra persona.
Ma quel povero Pietruccio dell'avvocato Grazioli non ha potuto poi raccontarla! Puoi immaginarti il dolore del padre e della madre.
Anche a me ha fatto gran rincrescimento, tanto più che il giovinetto era stato compagno di Ciro.
Un fiore troncato in sullo stelo! una rugiada svaporata ai primi raggi del sole! Ah! quasi meglio per lui; ma pe' genitori no, no, no.
Chi resta ed amava merita più lagrime che non chi amava e scompare.
La morte estingue una vita e ne impiaga un'altra a cui rimangono i sensi per desiderare il riposo del sepolcro.
I libri portatimi da Annamaria stanno fra gli altri che gli han preceduti, aspettando novelle compagnie.
Anzi tutto ciò si può mettere facilmente in versi.
Vedi come la prosa diventa talor poesia, e la poesia prosa, con bella gara di gentilezza.
I libri che portammi Annamaria
Stanno fra gli altri che gli han preceduti,
Aspettando novella compagnia.
Addio, caro Ferretti, debbo prepararmi per la via-crucis d'oggi.
Vattene in giro per casa e prendi in petto chi trovi e chi non trovi, dicendo a tutti e singoli passati presenti e futuri: ti saluta Belli.
E fra quelli anche alle balestre; e non aver paura, ché non le sono armi da fuoco.
Spara e fuggi.
E facendovi qui duemila inchini
Davanti a voi la berretta mi cavo
E in tutto quello che non sian quattrini
Mi vi offerisco, e vi rimango schiavo.
Il tuo bietolifero Belli.
LETTERA 342.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma, sabato 11 agosto 1838
(ore 8 antimeridiane)
Dalla destra del Balestra
Ritornato al Campidoglio
Mio Ferretti, ebbi il pacchetto
Con due libri e con un foglio.
Al giornale degli Abruzzi,
Sia che odori o sia che puzzi,
Non darò certo di naso;
Ma però sii persuaso
Che il bel Canto, ahi troppo breve!,
Sul gran giorno in para sceve
Cuor, cervello e tutti i visceri
Già mi scosse e confortò.
Da quel Dandolo e quel Fava
Gentil coppia onesta e brava,
Nulla mai che non sia bello
E pel cuore e pel cervello
Fra le scienze e fra le lettere
Né si fe' né si lodò.
Quella è gente che non ama
Di dar vita o di dar fama
A poetiche quisquilie,
Ad ampolle e rococò.
Evviva Maria
E chi la creò.
Ed oh quanto t'invidio, o mio carissimo Giacomo, del tuo desinare oggi con que' fiori di gentilezza! perché io sempre ho pensato e sempre ho trovato vero niuna gioia tanto soave scendere all'anima quanto quella che si suscita a mensa fra cari parenti o fra amici affettuosi, culti e modesti.
Allora il cibo va in tutto sangue e la bevanda in buon'umore e in consolazione innocente.
Due giorni invidiabili passerai tu dunque o Ferretti.
Uno oggi presso il Conte Dandolo: l'altro dimani fra le tue mura domestiche, celebrando l'onomastico della seconda figliuola, per cui dovresti andar padre superbo quando anche tu non avessi le altre due, ciascuna delle quali potrebbe formare la gloria di una famiglia.
E non istarmi a dire: Belli si è messo a far l'adulatore.
No, lo so anch'io quando c'entra; e tu sai s'io so dare della scimmia e della sciuerta a chi meriti d'essere proverbiata.
E parlando più specialmente di quella fra le tre che dimani è la Signora della festa, mi sono ingegnato anch'io di scrivere un brindisi alla meglio, onde far eco a tutte le belle cose che i commensali tiberini spareranno fra lo Expectare dapes et plenae procula mensae.
Eccolo qui; e perdoneranno.
Questo vino nun me lassa la bocca amara:
A la salute de la sora Chiara.
Ognuno da quel che può.
Così Berni seniore scrisse i suoi giocondi capitoli a Messer Hieronimo Fracastoro e a Maestro Piero Buffeto: così il Berni iunione ha rimpinzato una tarantella colla storia romana sino alla Battaglia d'Azio.
E se non vien più giù Dio ti ringrazio.
Nelle opere umane bisogna cercar la buona intenzione; e nessuno presumerà mai che i due Berni abbian voluto far male.
Il primo certo nol fece: il secondo neppure, se vogliamo dar retta alla carità cristiana che difendendolo a spadatratta ha provato in barbara et baralipton poter le carte di lui riuscire utilissime alla cozione di melenzane e di frittate rognose, assai meglio i paterni stivali non servono alla propagazione de' calli e degli occhi-pollini.
- Incoraggiato da sì nobili esempi io fabbrico brindisi, e tu sai che Brindisi l'è un tocco di città che sino Orazio Flacco trattò con tutti i debiti rispetti, benché avesse tante altre cose da fare nella tenuta di Roma-vecchia.
S'io trovassi anzi qualche buon canale
Da mover Berni a ritornare in sella,
Spererei trarne un'altra tarantella
Dal diluvio al giudizio universale,
Mentre il padre cucisse uno stivale.
Annamaria è prevenuta.
Le mutature Peppesche saranno ammanite in casa etc, e il tuo lettino rifatto in puellarum cubiculo.
Ma dimmi, che Dio ti aiuti: che male poi ci sarebbe se nel tuo inno al Tasso entrasse qua e là qualche fioritura di ritornelli mammaneschi, o di passagalli cauponarii, o di melodie da carraccio? E non conti per nulla la novità? Lascia dunque cantare Comare Nena usque ad strangulationem et ultro; e Tasso, e Dante, e Ariosto e Petrarca e tutta quell'altra turba d'imbrattacarte si chiameranno abbastanza onorati se tra i loro elogii troveranno a mo' di parentesi un
Fior de piselli
Come una scimmia voi fate li balli
Eppoi cantate com'er re d'uscelli.
Questo è il secolo de' Goti, bravissima gente che se sapesse scrivere non avrebbe tanti scrupoli alle calcagna.
Varietà, Ferretti mio, natura, natura ignuda e cruda com'esser dovrebbe la verità: ecco le vere, le limpide forme del bello.
Tasso e Meo Patacca a braccetto! Si sarebbe mai visto niente di meglio nel Mondo-nuovo, o nella lanterna magica, o nella fantasmagoria?
Dixit Jordanus Annae Mariae: Ecce locutus sum ad Fortinium, et tres bussolae in aula magna renovabuntur.
Amen.
Ego sum: io sono
il tuo Giuseppe Belli bello e buono.
LETTERA 343.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, martedì 21 agosto 1838
Mio buono e caro Spada, amicus ut alter ego.
Una botta al cerchio e un'altra alla botte, cioè una lettera a Biagini e una lettera a te, lasciando ad entrambi la facoltà di scegliere fra la botte e il cerchio la rappresentanza che vi parrà meglio convenire.
Ci giurerei che Biagini vorrà per sé in tutti i conti la botte per motivi d'analoga corporatura.
Arrivato che fui a Perugia scrissi a Biagini.
Egli intanto scriveva a me con un tuo poscritto a pie' di pagina.
Ora io prendo l'accessorio per il principale, e, riscontrando il tuo PROSCRITTO o coscritto che fosse, verrò a calmare la tua matta stizzaccia proceduta dal non saper fare i conti né procedere da galantuomo.
Io partii giovedì 16, corsi sempre (meno 30 minuti di cena a Civita Castellana, e 60 minuti di consegna, scarico, carico, pranzo e ricerca del governatore della Dogana a Fuligno) e giunsi qua' a due ore di notte del venerdì 17.
Scriverti da Civita era impossibile per angustia di tempo, e inconcludente per soverchia vicinanza di luogo.
Da Fuligno no, perché il corriere già era pronto, e lo incontrai per istrada.
Dunque da Perugia.
Ma il primo corso cadeva qui il 18.
E non iscrissi io il 18? Scrissi a Biagini parole per te, e scrissi a Biagini perché più prossimo a casa Mazio-Belli.
Senza questo riflesso vi avrei imbussolati nel cappello, e beato chi usciva! Il sortito sarebbe sempre stato nunzio al compagno.
Due lettere erano troppe per due corpi ed un'anima, né devesi moltiplicar enti senza grave ragione.
E come il Sig.
Spada si aspettava una mia lettera sabato 18? Bisognava che me la portassi già scritta in saccoccia, come io già soleva talvolta praticare colla bo.
me.
di Mariuccia pel caso che nulla fosse accaduto per viaggio.
Ma i termini generali in quest'anno potevano riuscire vani secondo i varii incidenti della mia salute.
Insomma ho da dirne di più? Scrissi appena arrivato, e tra Biagini e me esisteva già questo accordo.
Dunque zitto, quieto, mosca, e acqua in bocca, Signor Rugantino Covielli, con tutte le sue ciarle di generosità e di vendetta.
E impari le convenienze.
La mia salute è discreta, e me la vado qui confortando col vedere ed udire il mio Ciro, che pare una personcina di garbo.
E di' a Biagini che gli porterò il fascetto di cannelli di cerotto che mi richiede.
Ne debbo portare anche a Ferretti.
Anzi, circa a Ferretti, sappi che mi ha scritto pur egli.
Io non gli rispondo se prima non ho in pronto una certa notizia (o positiva o negativa) della cui ricerca mi incaricò innanzi alla mia partenza.
Se da Biagini, da te, o da qualche altro di comune conoscenza, si avesse occasione di dirigergli qualche lettera, aggradirei gli si facesse sapere quanto poco sopra t'ho espresso.
Ho veduto tuo cugino Luigi, ed a varie mie interrogazioni su differentissimi soggetti non ho potuto ricavare altre risposte che ma...
poi...
perché...
non si può...
quando...
si sa...
hè hè...
capisco che...
pure...
dico..., e via discorrendo.
Mi pare concentrato non poco.
È sempre in casa Fani.
Salutami l'Accademia tiberina se l'incontri ed ama il tuo riconoscente amico
G.
G.
Belli.
LETTERA 344.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Perugia, 28 agosto 1838
Mio caro Ferretti.
Alla tua affettuosissima lettera del 16, da me qui ricevuta il 20, non ho prima d'oggi risposto avendo voluto riscontrarti allorché potessi darti le notizie bramate dal Dott.
Bassanelli per Celso.
Di questo motivo di ritardo feci consapevole il nostro Biagini, al quale commisi di salutarti quando ti scrivesse.
Passerai dunque al Dott.
Bassanelli il qui unito foglietto dove troverai quanto si può dire e sapere intorno al soggetto del di lui quesito.
Ed aveva io certo stabilito di non più partire, sembrandomi imprudenza il mettermi in viaggio nello stato in cui mi sentiva.
Ma poi la mattina del giovedì, trovandomi un po' meno male e consultatone il Dr.
Pasquali, tornai all'abbandonato pensiere, riannodai le sciolte fila, mi cacciai in diligenza e mi commisi alla sorte.
Già non era nuovo per me il considerarmi in viaggio per un sacco d'ossa, secondo la notissima espressione della pratica forense.
Né mi riuscì malaccio.
Ora sto passabilmente benché questo clima sembri fatto apposta per dar la tempra agli acciai.
Fuoco e gelo.
Quello che mi dà veramente noia è l'udire del nuovo allargamento della piaga di Cristina.
Ah! lo vedo e lo credo ancor io: Cristina guarirà bene a Roma, dove in breve ci riuniremo tutti per confortarci a vicenda di scambievolezze amichevoli.
E vi saranno presto anche gli amabilissimi Conte Dandolo e Dr.
Fava ne' quali il cuore non fa torto all'ingegno.
Riveriscimeli cordialmente.
Mio figlio è grande, forte, dolce e studioso.
Parla poco, pensa molto e mi ama.
Di' mille parole affettuose per me alla tua cara famiglia, ed anche ad Orsolina se è più in Albano al giungervi di questa mia lettera.
Insomma Petrini è libero! Alleluia.
Sono il tuo aff.mo amico
G.
G.
Belli
LETTERA 345.
A LUIGI CERROTI - ALBANO
Di Perugia, 30 agosto 1838
Mio caro Gigi
Il locandiere de l'Hôtel d'Europe o, come qui dicono, dell'Otello, è un buffone.
La lettera ch'egli ti ha mandata appresso per la posta io me la portai meco alla locanda nel dopo-pranzo del medesimo giorno in cui ebbi il piacere d'incontrarti per le vie di questa Città.
Entrai nel portone dell'albergo mentre ne usciva la Sig.ra Duchessa di Sora per recarsi a trottare colla Sig.ra Contessa Conestabile della Staffa.
Dimandai di te: mi si rispose da un ragazzettaccio (scriviamolo più chiaro) ragazzettaccio di Cameriere essere tu uscito in quel punto per andare a passeggio.
A colui lasciai la lettera e il mio nome perché il tutto ti fosse consegnato al tuo ritorno.
Signore, non dubiti appena il Signore rientrerà in casa, Ella, Signore sarà servito.
Servo suo, Signore.
E poi con tanta bella signoria il Sig.
pivettaccio mi servì nella rognonata, per dirla alla romanesca.
- Del resto ti ringrazio del meglio che hai potuto fare circa alla lettera ed ai saluti Spada-Biagini.
Questa mattina ti ho salutato Ciro, che mi ha commesso di fare altrettanto io con te.
- E Bianchini chi lo vede mai? Partì, poi ripensò meglio per via, e tornò.
Allora lo vidi teco.
Adesso mi dicono essere occupato di continuo nella copia di un Raffaello presso il Conestabile.
Quando m'apparirà gli dirò: Vi saluta Cerroti.
E giacché sei in Albano, va' in via del Vescovado n° 49, 3° piano.
Ivi troverai Giacomo Ferretti cum uxore eius et filio et filiabus.
Ho udito essere inferme Cristina e Barbara.
Di' a loro tutti che me ne duole, e poi aggiungi mille parole amichevoli.
Scrissi a Ferretti il 28.
Avrà avuto la mia lettera oggi.
Stammi bene, Gigi mio, goditi dell'aria, dell'acqua, della terra e del fuoco, e di tutto quello che trovi al mondo di meglio.
Sono cordialmente
il tuo aff.mo amico e parente
G.
G.
Belli
LETTERA 346.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia, 8 settembre 1838
Sic vos non vobis fertis aratra boves.
Biagini mi scrive e tu paghi la mia risposta.
Va bene: un giorno Castoro e un giorno Pollice, nati entrambi da un uovo, al che allude Virgilio nella prosecuzione del testo: sic vos non vobis vellera fertis oves, benché egli usasse l'uovo in numero plurale non bastandogliene forse uno solo.
E infatti a un galantuomo vuoi dargliene meno d'un paio? Tanto varrebbe dargli del cappone addirittura.
- Ma dunque il Sig.
Biasciuti non ti disse che io mi sarei occupato intorno al Gallieni? Bisogna conchiudere o che Cianca abbia lasciato le parole in pizzo alla lingua, o che io le lasciassi in punta alla penna, due strumentacci uno peggio dell'altro: della quale osservazione non può Padron Menico adontarsi quando mi vede osservante del precetto prima charitas incipit ab ego.
Il motivo della dilazione al mio riscontro circa il Gallieni nacque da ciò, che l'Ospedale de' Pazzi trovasi in un certo sprofondo fuor di Perugia, nell'interno della quale città nulla o ben poco si conosce di quanto accade laggiù.
Vista io dunque la inutilità delle mie incerte ricerche, mi sono questa mattina calato a S.
Margherita (nome dell'Ospedale de' Pazzi) rivolgendomi direttamente al Cavalier Direttore dello stabilimento.
Fattagli la mia dimanda, nominatogli il soggetto e descrittagliene la persona, mi ha il Sig.
Direttore cortesemente risposto non essere mai venuto fra' suoi infermi alcuno che si riferisse a que' connotati.
Nulladimeno, per di lui spontanea offerta, ho girato da capo a fondo tutto lo stabilimento onde osservare i molti miglioramenti introdottisi dal 1832, nella quale epoca io lo aveva visitato.
Non pare un luogo di reclusione e di cura, ma un ridente e ordinato collegio di educazione.
I poveri romani Bettanzi e Antisèri eccitano veramente una profonda compassione: Ti narrerò poi un colloquio da me avuto colla sventurata Ludovisi-Fortuna, del quale conserverò per molto tempo penosissima sensazione.
Barbellini morì.
- Di tuo cugino ti parlerò in Roma.
Pare non isperabile alcun miglioramento.
Egli è sempre in casa Fani, ma si dice che Sneider voglia ricondurlo a Roma.
Belle, Checco mio, quelle tue sciarade! Scritte benissimo davvero, ma la chiarezza è poi quella che ti colpisce alla prima.
Non aveva io neppure terminato di leggerle e già le aveva indovinate: la prima Chierico, e la seconda zucchero d'orzo.
Non fidandomi però troppo temerariamente alla mia perspicacia e potendosi forse dar loro un'altra eguale buona interpretazione, ne ho spedita una copia all'Accademia de' Quaranta di Parigi e un'altra all'Accademia de' quaranta d'Orciano, per udire il sentimento di quegli ottanta Ominoni; e allora penso che potremo star di buon'animo.
In certi trabocchetti, Signor Francesco mio, non mi ci farete cadere, per brios.
Per grazia del Cielo io son nato nel grembo di S.
Madre Chiesa, e so bene non esserci al Mondo che una sola e misera Madonna.
Tutte le immagini diverse e i differenti lor titoli non sono se non altrettante invocazioni sotto le quali la divozione cristiana si compiace di venerare l'unica Vergine e Madre che la rivelazione ci die' ad adorare.
Dunque il no da me detto a Perugia vale quanto il no dovuto dire alle falde dell'Aracoeli.
Eppoi Rimanti: non voglio.
- Son triglia di scoglio.
- Ti basti così.
- E questi pochi versetti di più che classica fonte, bastino per tutta risposta ai molti versi romantici de' quali Mastro Menico (uno de' fondatori dell'Accademia Tiberina) si avvisò d'infarcire la sua letteraccia del 4 corrente.
Legga, legga il Bisso quel signor poco-di-buono, ed impari a poetare con proprietà di vocaboli e senza tanto enorme abuso di licenze.
Il Mont, la lettra, la vò, al su' etc.
Vi par maniera questa di scrivere con decenza? Nemmeno ci si azzarderebbe un Marchetti.
Vergogna! Un fondatore d'accademie! un impiegato superiore dell'Annona e grascia! un raziocinatore dell'illustre Consorzio de' fornaî! un galantuomo col frontino! Ve lo dirò io che cosa è, perché io ho il naso lungo e le cose le capisco per aria.
L'amico si trovava imbrogliato col numero delle sibille, e sarebbe entrata nella misura una sibilla di più del dovere.
E non serve che lo neghi; la faccenda deve essere andata sicuramente a quel modo.
Circa poi al su' e al ve' conchiudete pure che il Signor letterato sa di grammatica quanto il Gobbetto Nalli s'intende d'intuonazione.
Ma quello che fa scandalo e raccapriccio è il vederlo azzardarsi alle parole latine.
Haeternum! aeternum coll'h!!! Dunque il signore non legge mai neppure l'uffiziolo della Madonna? Se facesse uso di quel libretto vi troverebbe infilzate di aeternum che non finiscono mai.
Quando non si sa la lingua latina non si scrivono lettere per la posta, conciossiaché la posta non è stata instituita per gli asini ma per le persone di garbo.
E zitto.
Sicché Massi se l'è sentita all'osso pizzillo.
Difatti la lettera di Biagini pizzicava più della frusta di cartapecora che temporibus illis mi fece assaggiare Michele il Campanaro nelle sale di D.
Andrea Conti il cicoriaro del Collegio Romano.
Intanto però la chitarra è venuta, e Massi imparerà a non tener gli uomini per Cassandrini.
E zitto.
Oh, ascoltate entrambi adesso di Ciro.
Giovedì 6 egli ed un altro convittore si esposero ad un pubblico saggio di geodesia.
Un certo fratone dal centro della sala di udienza dimandò a Ciro una dimostrazione del modo di correggere le livellazioni per conto delle rifrazioni della luce.
Ciro delineò una figura e poi si accinse al calcolo.
A mezzo della operazione saltò fuori un ingegnere ad arrestarlo chiamando erroneo quel calcolo.
Ciro lo lasciò parlare, e quando colui ebbe finito gli rispose: Mi pare che il Signore prenda equivoco.
La mia dimostrazione risponde benissimo alla dimanda che mi è stata fatta.
Io debbo occuparmi della rifrazione della luce, ed ella pare voglia parlare della sfericità della terra.
Mi lasci prima terminare il mio calcolo, e poi colla stessa figura dimostrerò il secondo suo caso.
E così accadde.
L'uditorio rimunerò Ciro con un applauso.
- E avete, amici miei cari, da notare che quel secondo caso neppure era compreso nell'indice de' capitoli ai quali i due Convittori eransi obbligati di dar risposta.
- Finito il saggio tutti i maestri, i Superiori e qualche altro astante andarono a rallegrarsi con Ciro perché senza suo sgomento avesse mortificato il Sig.
ingegnere, o ignorante, se corresse in buona fede, o maligno se fu suo scopo il confondere uno studente.
La Città intiera attribuisce però al Sig.
ingegnere entrambe le qualità.
- Sembra dunque non esser Ciro sì addietro nell'arte del calcolo.
Ebbene, indovinatela un po', amici miei.
Questo piccolo Matematico in erba va spiegando invece inclinazioni all'avvocatura.
Dice che gli autori di eloquenza gli piacciono assai.
Ma, Ciro mio (io gli dimando) sarai poi forte nel latino, nelle lettere e nell'arte oratoria? Egli mi risponde: Non dubitate Papà.
- Iddio lo voglia.
Ma che al successo avessimo poi ad ingannarci! Basta, intanto tiriamo innanzi sulle due vie, e quindi vedremo.
- In tutti i casi una cosa non pregiudicherà l'altra.
Io partirò di qui lunedì o martedì: mi tratterrò in Terni una coppia o un terzetto di giorni, e poi m'incamminerò verso Romaccia, dove, se non ci foste voi due e pochi altri, mi parrebbe andare in galera.
Per la qual cosa, signori cosi miei, non mi rispondete perché la vostra lettera non mi troverebbe più qui.
Se tu o Biagini poteste portare in mio nome una notizia al R.
P.
Tessieri Direttore del museo Kircheriano mi fareste piacere.
Si dovrebbe dirgli che dopo mille ostacoli ho ieri potuto finalmente parlare con questo Sig.
Marchesino Orazio Antinori, al quale aveva io fatto varie visite come pur molte ne aveva egli fatte a me senza mai scambievolmente trovarci.
Egli dice avere già da qualche mese spediti al P.
Tessieri parecchi uccelli preparati, consegnandoli a un tal Massimi addetto all'Ospedale di S.
Spirito e abitante in casa del perugino D.
Benedetto Sebastiani accanto alla chiesuola di S.
Giuliano al Sudario.
Fra non molto procurerà di mandare i rimanenti che deve ancor preparare.
Bramerei che il P.
Tessieri sapesse queste cose prima del mio ritorno, onde accelerargliene la cognizione, tanto più che ne' primi giorni della mia dimora in Roma temo di aver faccende tali e tante da impedirmi di recarmi a riverirlo così presto come vorrei.
L'ora più propizia per trovare il P.
Tessieri è fra le 22 e le 23.
-
Saluti ai soliti: abbracci a te: abbracci a Biasciuti:
Trecento Fabî in un sol giorno estinti.
- chiusa in grazia della rima.
Il tuo, il vostro Belli.
LETTERA 347.
A LUIGI MAZIO - ROMA
Di Terni, venerdì 14 settembre 1838
Mio caro Gigi
Ieri giunsi finalmente in questa cornuta (e, se non avessi scrupolo delle parolacce, direi volentieri fottuta) città.
A Perugia ho perduto due giorni nel labirinto vetturinesco.
Oggi dovrei pormi in campagna pe' miei poveri affari; ma grazie a Dio, piove, e fra gli oliveti non si va né in tilbury né coll'ombrella.
Se dimani li Signor Tempo si contenterà mi recherò a questa benedetta via-crucis campestre: altrimenti quando la mia buona-stella vorrà.
Debbo andare in giro per gli avanzi del vecchio rustico patrimonio di Ciro, gridando per piani e per colli e per valli: ossa arida, venite ad judicium; e così sempre si grida quando non si è avuto giudizio a tempo.
Ma basta de' lai di Abacuc.
- E quando sarò a Roma? - Eh...
quando? Spererei, vorrei lusingarmi, nudrirei desiderio; avrei bisogno per la metà della vegnente settimana.
Da martedì 18 in poi ogni giorno ogni istante può essere il mio.
Ciò è bene che tu sappia, ciò è bene che sappia Nannarella, e la Casa et omnes habitantes in ea, e Biagini per tuo mezzo, e Spada per mezzo di Biagini, e gli altri amici per mezzo di Spada, e il Mondo per mezzo degli altri amici.
Non ti fidare del tuono di questa lettera.
La leggerezza è in me spesso maschera della convulsione di spirito, o artificial mezzo di stordimento.
Salutami tutti, e spendi questi quattro baiocchi per l'anima del tuo aff.mo cugino
G.
G.
Belli.
P.S.
Non rispondere alla presente, scritta con un zeppo prestatomi per amor di Dio, perché forse il tuo riscontro non mi troverebbe in questa terra; a fra poco dovrò forse dire: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc...
Iddio sa qual catapecchio.
LETTERA 348.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, martedì 18 settembre 1838
Mio carissimo figlio
Partito ieri da Terni alle ore 4 pomeridiane sono qui giunto in diligenza questa mattina alle 8.
Mi approfitto subito del corriere di oggi per darti notizie del mio ottimo viaggio e del buono stato di mia salute, siccome già te le detti in parte da Terni nel giorno 13.
Eccomi dunque nuovamente in Roma ad occuparmi de' nostri affari, onde far loro prendere a forza di perseveranza la migliore piega possibile, o, per dir meglio, diminuirne il danno.
Sono persuaso, Ciro mio, che tu ancora sarai per cooperare al medesimo fine mediante una attenta e diligente applicazione a' tuoi attuali doveri, il cui adempimento ti riuscirà un giorno di efficacissimo mezzo a stabilirti nel mondo e correggere gli oltraggi della fortuna.
Divertiti intanto nel tempo delle vacanze, e attendi a prendere nella ricreazione autunnale forze novelle e allegro coraggio per l'imminente nuovo anno scolastico.
Riverisci per me il Sig.
Presidente Colizzi e tutti i tuoi Sig.ri Superiori e Maestri: prendi da me mille affettuosi abbracci e credimi sempre il tuo amorosissimo padre.
LETTERA 349.
ALL'AVV.
RAFFAELLO BERTINELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma, 28 settembre 1838
Mio caro Bertinelli
Fra il vostro dolore vi prego di usare della vostra virtù per soffrire anche la molestia d'una mia lettera, che io vi scrivo però non colla intenzione di farmivi maestro di rassegnazione ma sì di mostrarvi come mi siete nel cuore e fra i primi de' miei pensieri.
- Dopo la vostra partenza di Roma per ricondurvi, povero Bertinelli, alle dolcezze della famiglia, io infermai co' miei soliti accessi d'infiammazione nel sangue, e così trapassai tutti i giorni sino al decimosesto di agosto in cui mi fu forza risolvermi a partire per Perugia.
Il moto mi giovò, e più poi l'aria di Perugia e la vicinanza del mio caro figlio, grande, sano, forte, studioso, modesto e gentile.
Queste cose io vi ho detto per farmi scusa presso di voi se non mi riuscì di recarmi allora alle Mantellate a ritirare il dolce ricordo della vostra pietosa amicizia.
Ho però adempiuto a siffatto mio debito dopo il mio ritorno accaduto in questi ultimi giorni, ed è attualmente con me quel caro pegno delle vostre fraterne più che amiche intenzioni.
Ma la R.
Madre Superiora, nel consegnarmelo con molta gentilezza di parole e di modi, mi afflisse col racconto di nuove sventure che voi certo non meritavate, seppure con quelle a Dio non piacque provare ancora maggiormente la vostra cristiana fortezza.
La R.
Madre fece passare nel mio animo tutto il cordoglio che ella sente per le vostre tribulazioni, e fra noi si convenne che io vi avrei scritto per esser tolti da un'incertezza penosa circa all'ignorato esito della malattia del vostro ottimo padre.
La buona Religiosa nulla ha più saputo dopo la notizia dei ricevuti conforti di religione dell'autore della vostra vita.
Non vi spiaccia, Bertinelli mio, dirmene qualche cosa di più, onde sapere sino a qual grado noi dobbiamo o compiangervi o rallegrarci con voi.
Prima però di scrivervi ho voluto poter vedere il Rev.
Prof.
Tizzani che al mio ritorno seppi essere in Roma.
Mi recai perciò jeri a S.
Pietro in Vincoli per salutarlo e parlargli di voi.
Non lo trovai e gli lasciai scritto il mio nome.
Intanto perché non trascorra più tempo, spedisco questa mia lettera, e confido sarà da voi ricevuta con sentimenti uguali a quelli che me l'hanno dettata.
Stringete per me affettuosamente la mano a Torricelli, se lo vedete.
Ma non dubito che lo vediate, dacchè l'anima di lui soave e gentile nol fa mancar mai là dove siano lagrime da tergere e conforti da amministrare.
Vogliatemi bene, mio caro amico, e ditemi se qui posso far nulla per voi in contraccambio delle sollecitudini da voi concesse a mio vantaggio in questo mio tempo di disinganno.
Sono di cuore
Il Vostro aff.mo e obbl.mo amico
G.
G.
Belli
Via Monte della Farina n° 18
LETTERA 350.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 14 ottobre 1838
Dall'ottimo tuo Signor Rettore ti sarà data questa mia lettera (responsiva alla tua 9 corrente), della quale mi favorisce esser latore il Signor Fiorelli che parte per Perugia con un altro figlio da collocare in Collegio.
Quello che tu mi dici intorno al proverbio arabo, relativo alla umana saggezza, è giustissimo.
Troppo disdirebbe all'uomo il non divenir saggio che in grave età.
In tutte le epoche della vita nostra dobbiamo amare il giusto ed il retto, nel che risiede la prima saggezza che da noi esigono Iddio ed il mondo: in tutti i giorni del viver nostro abbiamo obbligo di acquistar nuova dottrina per conferire alla saggezza nostra progressivo aumento ed insieme un carattere più rispettabile.
Non vorrei però che intorno a questo soggetto tu cadessi in un equivoco ed assumessi una opinione contraria alla comune sentenza che suole attribuire il senno alla età matura dell'uomo.
Questo generale giudizio è esattissimo e vero quanto il proverbio arabo, quantunque sembrino fra loro in contraddizione.
Dicendo il proverbio la saggezza si acquista non già col viver molto ma col vedere, e perciò non essere nel numero degli anni ma bensì nel cervello, viene a significare che se l'uomo aspettasse dal solo tempo la lucidità della mente e la umana prudenza vivrebbe ingannato dal suo proprio giudizio.
Deve egli assiduamente affaticarsi in migliorare le sue facoltà intellettuali e correggere le inclinazioni del cuore, affinché, giunto a vecchiezza, la sua sapienza e la sua giustizia non sieno state il solo frutto degli anni ma sì ancora la conseguenza de' suoi virtuosi esercizii.
Quindi fra due persone studiose di migliorarsi, l'una giovane e l'altra vecchia, questa avrà più senno di quella perché operarono in suo prò e gli anni che corsero e lo studio che nel loro corso gli accompagnò: laddove quella non possederà fuorché il beneficio del sapere, il quale però si acquista e cresce col beneficio degli anni.
Dammi, o Ciro, un giovane stato sempre solerte, e un vecchio stato sempre accidioso, ed io ti dirò subito: ha più senno il tuo giovane; ed in ciò si verifica pienamente il proverbio arabo.
Ma di un vecchio e di un giovane vissuti sempre entrambi innamorati della sapienza il vecchio godrà il privilegio di un maggior senno perché ebbe più tempo di acquistarlo col molto ed assiduo contemplare.
Né senza motivo diede Iddio alla gioventù vivacità di spirito e capacità d'intraprendere: somministrò così ad esso i mezzi di farsi forte nel bene.
Negletti que' fecondi semi a lui posti nell'anima e soffocate nella ignavia le buone disposizioni dello spirito e del cuore, l'intelletto muore prima dell'uomo per difetto della prima cultura.
L'ultima età della vita può conservare ma non già fare acquisto.
Quindi scende al giovane la obbligazione di fare per tempo tesoro di cognizioni e di virtù, onde, giunto alla maturità, godere del titolo onorato di savio che in ogni tempo fu specialmente ai vecchi (seniores) attribuito.
Ciro, la giovinezza è pari al Sole
Che mentre il mondo a illuminar si appresta
Rallegra il colle, il prato e la foresta
E fin le balze più selvagge e sole.
Presso a lei tutto si compone in festa
E germoglian dai vepri le vïole,
Mentre la fredda senettù si duole
Di viver pigra, abbandonata e mesta.
Ma un Dio regola i fati; e se quei dienno
Al giovane vigor, gioia e salute,
Fer grande al vecchio un altro dono: il senno.
Tristo però il mortale, o filiuol mio,
Che nemico del cielo e di virtute
Chiuderà l'intelletto al don di Dio.
Io già sapeva aver dato il Bosco un'accademia in Collegio, ed era persuaso che dovesse averti divertito.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e chi ti chiede di me.
Abbiti mille saluti de' parenti ed amici nostri, e così degli antichi domestici.
Sta' bene, divertiti, e ricevi benedizioni ed abbracci dal tuo aff.mo padre.
LETTERA 351.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 3 novembre 1838
Mio carissimo figlio
Dal cortesissimo Signor Fiorelli mi è stata recata la tua lettera del 28 scaduto ottobre.
È dunque finito questo ottobre, durante il quale tutti sogliono darsi a qualche ricreazione per ristoro dello spirito, affaticato nell'esercizio de' rispettivi doveri.
Ora ciascuno va ritornando a poco a poco alle interrotte occupazioni e al disimpegno delle proprie incumbenze.
Ancor tu, mio buon Ciro, ti prepari di già a riprendere i tuoi studi, quegli studi che debbonti far uomo; e mi piace che fra i motivi dai quali sei spinto a procacciarti istruzioni ed onore, abbi tu contemplato anche quello del decoro del tuo Collegio.
Dicesti benissimo, imperocché poco buon nome il Collegio ricaverebbe da allievi fiacchi ed asinelli.
Bravo: studia per te, pel collegio e per tuo padre, a cui fuori di te non resta altro conforto.
Sii dunque alacre ed operoso, perché l'accidia è madre de' guai.
La tua lettera mi ha molto soddisfatto.
Scritta con naturalezza, e non priva di qualche buona grazia, se l'hai fatta da te (come spero) mi dà non poco a sperare de' tuoi futuri progressi.
Ti conforto pertanto a continuare nel tuo stile disinvolto ed a scrivere francamente come parleresti se volessi discorrere di quelle medesime cose.
Gli ornamenti del dire verranno di poi a poco a poco, e senza che tu te ne avvegga, a misura che ti avanzerai nell'esercizio della classica eloquenza.
Ma scrivi (te ne prego) sempre da te, perché mai non saprebbe andar solo quell'uomo che sempre camminasse appoggiato.
Principiato che sia il nuovo corso scolastico mi parteciperai a quali studi abbianti destinato.
Intanto, senza che tu me ne abbia fatta parola, io di qui so tutto quel che tu fai, e ti vedo sino fra i tuoi lavoretti meccanici.
Come saranno graziose quelle scattoline di cartone pel gabinetto de' minerali! Bada, Ciro, che le non ti vengano sciancate ed a sghembo.
Vorresti che ti fischiassero? Grande scorno sarebbe questo per chi riscosse applausi nelle soluzioni di problemi geodetici e nel suono di sinfonie di Rossini.
Ed a proposito di musica, già m'aspetto di udirti nel settembre 1839 ad eseguire qualche gran concerto di formidabile difficoltà.
Salutami il caro tuo maestro Signor Tancioni, e digli quale specie di presagi mi vada girando pel capo.
E vorrei quindi che tu imparassi un po' d'accompagnamento; ma un po' per volta, non è vero?
Anche a Roma va principiando il rigido.
Ingruit hyems qualis solet esse novembris.
(x)
Tu però hai tutti i tuoi pannerelli a proposito, e col sangue bollente della gioventù ti riderai dell'inverno e de' suoi sfrenati rigori.
La pianta del Pincio non posso ancora mandartela perché non è ancora in ordine.
Spada l'aveva finita, ma indovinala un po': gli si è imbrattata d'olio, e deve rifarla da capo.
Egli ci usa questa attenzione gentile, e a noi non conviene una indiscreta petulanza.
Ma l'avrai, non dubitare.
Ogni promessa è debito: promissio boni viri est obligatio.
Riveriscimi il Sig.
Rettore al quale scrissi il 30 ottobre.
Così pure presenta i miei complimenti al Sig.
Presidente, ed anche al Signor Prof.
Benvenuti il quale si è incomodato a venire due volte in mia casa senza mai trovarmi.
Né io sapeva la sua dimora: altrimenti sarei andato da lui.
I parenti e gli amici e gli antichi nostri domestici ti salutano.
Tu fa' altrettanto colla Sig.ra Cangenna e co' nostri amici perugini.
Addio, Ciro mio caro; ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.
(x) Ti avvedrai che queste parole non sono un verso, benchè ne abbiano il suono ed anche in parte le quantità prosodiache.
LETTERA 352.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 dicembre 1838
Mio caro e buon Ciro
Non prima del 2 corrente ho avuto la tua del 21 passato, alla quale oggi rispondo.
È probabile che dopo qualche mese il Sig.
Prof.
Mezzanotte principii a prepararti almeno nella lettura del greco; e, prendendo la metafora dal gergo de' giuocatori, la sarà pure una mano avanzata.
Mi rallegro molto per la tua buona salute, né della mia ho attualmente motivo di lamentarmi.
Iddio vorrà, spero, conservarci l'uno per l'altro.
Eccoti la storia della pianta del Pincio.
Vedendo io che al nostro Spada mancava il tempo per rifarla dopo esserglisi macchiata d'olio la prima, né avendo io più agio di lui per occuparmene, da me stesso, ho pensato di rivolgermi all'autore del libro archeologico, nel qual libro era riportata la pianta.
Il detto autore, Sig.
Cav.
Luigi Cardinali, mio buon amico, non ne aveva altri esemplari, ma mi ha dato il rame onde farne cavare delle stampe.
Io dunque le ho fatte eseguire, e te ne spedirò otto o dieci copie, alle quali ho fatto aggiungere il prospetto della piazza del popolo che apre l'ingresso al passeggio del Pincio.
Ne terrai una per te, e darai le altre a chi ti piacerà, non trascurando il Sig.
Rettore, dove possa aggradirne egli la offerta.
Ti prevengo però che lo stato attuale del Pincio ha subito qualche piccola variazione da ciò che viene indicato nella pianta.
Se non troverò più sollecite occasioni ti spedirò le stampe insieme col solito piccolo regaletto di pangiallo romano.
I nostri parenti, amici e antichi domestici ti son grati per la memoria che conservi di loro.
Ciò fa onore al tuo cuore.
Essi tutti ti risalutano.
- Studia di cuore, Ciro mio, e divieni sempre più un ometto.
Riveriscimi i tuoi Sig.ri Superiori e la Sig.ra Cangenna, di cui il Sig.
Biscontini mi ha recato i saluti.
Ti abbraccia e benedice il tuo aff.mo padre.
LETTERA 353.
AL PROF.
ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma, 6 dicembre 1838
Gentilissimo amico
Ho ritirato dalla posta la vostra ode il 6 settembre, pendant (come direbbero i francesi) del 5 maggio del Manzoni.
In quest'ultima però si parla di Morte e di Sbigottimento: nella vostra suona vita e speranza.
Io ve ne ringrazio di cuore.
Riguardo al greco per Ciro il Sig.
Rettore Bonacci mi scrisse: io gli risposi: egli mi ha replicato.
Nella piega presa dal Collegio riguardo ai metodi d'istruzione convien prendere ciò che si può e come si può.
Intanto vi son grato delle cortesi disposizioni del vostro animo a pro di mio figlio, e farò ancora ch'egli le valuti quanto deve.
Tutto ciò che nel greco potrà Ciro acquistare prima del suo egresso dal Collegio, sarà sempre un di più da non trascurarsi, e gli gioverà per gli studi posteriori, come voi benissimo dite, dovunque abbia a farli.
Se io avessi tempo da ricopiare, che non l'ho davvero, vi manderei in piccolissimo contracambio della vostra nobile ode un'altra mia ode, scritta a sospetto di fuga per recitarla nell'Accademia solenne dei tiberini domenica ventura.
È intitolata L'arrivo di Milord, e tratta in uno stile tra il serio ed il faceto dell'attuale affitto delle case di Roma.
Ve la farò peraltro sentire a suo tempo in Perugia, e sino a quell'ora dormirà fra le mie scompigliate cartacce:
Tum resurget creatura
Iudicanti responsura.
Riveritemi la vostra famiglia e Sig.ri Prof.ri Antinori e Massari.
Sono cordialmente il V° aff.mo a.co e servit.e
G.
G.
Belli.
LETTERA 354.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
Di Roma, 11 dicembre 1838
Mio sempre caro e onorevole amico
In seno alla obbligantissima vostra del 2 corrente ho trovato un ordine di Sc.
14:60 tratto dal conte Filippo vostro fratello sopra questo Sig.
Paolino Alibrandi foriere delle guardie Nobili; e con questo io sono saldato del trimestre di luglio agosto e settembre ultimi sul sequestro dello stipendio del Sig.
Mar.
Antonio Trevisani.
Sarei veramente un indiscreto se non che una parola ma un solo pensiere io movessi sui piccoli ritardi della esigenza, dei quali voi avete voluto gentilmente chiedermi tolleranza.
A me basta che la Cassa pagatrice non differisca i pagamenti scaduti, allorché Le sono richiesti.
Quel che poi passa fra Voi e me non deve alterare le vostre occupazioni e angustiarvi.
Io so che Voi pensate a me, e questo mi tiene tranquillo.
Quando potrete esigere il cadente trimestre lo farete, ed io ne attenderò il risultato a vostro comodo e ve ne sarò sempre obbligato come lo avessi avuto nel giorno stesso della scadenza.
Ricordatevi, mio caro e valoroso amico, che se pubblicherete qualche altro vostro lavoro, o archeologico o d'altra natura, io mi terrò in credito di un esemplare, e non vi assolverò mai dal peccato della omissione.
Nella sera di domenica 9 l'Accademia tiberina tenne solenne adunanza con un discorso del Padre Rosani generale dell'Ordine delle scuole Pie, sui romanzi storici.
- Vi si udì un superbo poemetto in versi sciolti del dottore Fava di Padova, sulle rovine di Tivoli.
È il poemetto diretto a Chiara Ferretti una delle tre amabili figlie di questo nostro letterato Giacomo Ferretti, e trovasi recentemente stampato in una elegantissima strenna del Vallardi di Milano.
- Io dissi un mio strambottaccio intitolato: L'arrivo di Milord.
Qualche socio dell'Accademia vorrebbe farlo pubblicare come già il Goticismo.
Sono io però convinto che gli accadrà la sorte de' miei versi intitolati Bartolommeo Bosco, i quali non ottennero il lascia-passare.
Ma se mai avvenisse il contrario, la prima copia sarà pel mio Neroni.
In detto scritto è attaccato un po' vivacemente un certo uso moderno di Roma.
La mia salute, della quale mi chiedete cortesemente notizia, va reggendosi alla meglio, e per la vita che debbo menare posso chiamarmene contento.
Contribuisce però a conservarmela il conforto che mi viene continuamente da Perugia, donde mi scrivono sempre lusinghevolissime parole intorno al mio Ciro.
Se non avessi questo ragazzo, mèta e premio di tutti i miei pensieri, sarei già caduto a pezzetti.
Bramerei di sapere anch'io come vada la salute vostra dopo gl'incomodi che già mi annunziaste; e così pure mi fareste cosa graditissima se mi poneste a parte delle soddisfazioni che possano venirvi dalla vostra famiglia.
Voi meritate di essere fatto felice.
Ho udito a dire che stia per venire a Roma la moglie del Conte Orazio Piccolomini.
Ne ha egli scritto a qualcuno che gli ho io fatto conoscere allorché vi è venuto l'ultima volta.
E voi? Non vorrete voi più riveder Roma? È fatta più bella, sapete? Il formale presso a poco si mantiene lo stesso, ma il materiale ha migliorato d'assai; e per solito in Roma non si cerca che questo.
Vi ho pregato più d'una volta de' saluti per Pippo Lenti e pei Voltatorni.
Non vogliono più essi ricordarsi di un vecchio conoscente?
Addio, mio caro Neroni, amate sempre il vostro sincero e obbligatissimo amico
G.
G.
Belli.
LETTERA 355.
A NATALE DE WITTEN - ROMA
[25 dicembre 1838]
Corre al mondo una voce universale
E sino per le stampe è stato detto
Il misero poeta esser costretto
A morirsi di fame all'ospedale.
Eppure la poesia, Signor Natale,
Oggi ha fruttato un pranzo al mio sonetto;
E quattordici versi, io parlo schietto,
Mi par che un pranzo non li paghi male.
Ah, se le cose a questo modo or vanno,
Mi do tutto ai sonetti, e spero bene
Farne trecensessantacinque all'anno.
Anzi chi sa se aprendomi due vene
In luogo d'una, insiem non mi daranno
Co' pranzi ancor le rispettive cene?
25 Xbre 1838
996
LETTERA 356.
AL PROF.
ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma, 5 febbraio 1839
Mio buono e gentilissimo amico
Il Prelato Monsignore Gabriele Laureani, Custode generale d'Arcadia, Custode della biblioteca Vaticana, abita nel Vaticano.
Conosceva io già e pel mezzo del Sig.
Rettore Bonacci e per quello ancora di Ciro le vostre cortesi disposizioni verso di quest'ultimo, confermatemi poi da Voi stesso, a cui feci i miei ben dovuti ringraziamenti.
E recentemente il mio Ciro mi ha annunziato il principio delle lezioni destinate a fargli anticipare qualche parte della istruzione che gli dovrebbe toccare nel venturo 1840.
Di ciò io aspettava a ringraziarvi con tutto il cuore nella prima occasione che mi si fosse offerta di scrivervi.
Voi obbligantissimo me la porgete oggi e con parole e con fatti che tutto mi empiono di conforto e di riconoscenza.
So bene come dovrò scrivere a Ciro.
Sempre più mi cresce amore per il mio caro figlio udendone gli elogi in bocca di sapienti e gravi persone, fra le quali il vostro voto mi vale per molti.
È buono, povero Ciro, e fa il suo dovere.
Ed io farò il mio verso di lui.
Se Iddio mi concede tant'altro di vita da vederlo adulto, spero di lasciarlo nel mondo uomo onesto e onorato.
Seppi purtroppo la perdita lagrimevole da noi fatta nel virtuoso Antinori.
Morì egli il sabato, e nel seguente lunedì già io lo piangeva, dolendomene con quanti mi capitavano avanti.
Mi prese anzi in mal punto la luttuosa notizia, avendomi trovato infermo, e però in maggior disposizione a risentire la tristezza dei dolenti annunzi.
Ottimo uomo! In età ancor sì fresca mancare alla vita, agli amici che lo veneravano e alle lettere che egli illustrava e coi costumi e colle opere! Compatisco al vostro dolore e vi credo.
Voi che avete sempre vissuto con lui in uniformità di studi e di sentimenti! Vi sarò gratissimo della elegia che mi promettete e che mi giungerà cara tanto pel soggetto quanto per chi lo trattò.
Credo che in essa avrete fuso il concetto espressomi nella vostra lettera cioè: Si diradano assai quelli dell'antica scuola: ed oggi chi resta? i pazzi guastatori d'ogni bell'arte.
Amen.
Abbracciate per me il mio Ciro, e ditegli essersi da me ricevuta la lettera sua del 28 gennaio insieme con i libri, e tutto ciò pel mezzo del cortesissimo Sig.
Marchese Rodolfo Monaldi.
Io gli risponderò non appena avrò da lui avuti i dettagli de' voti del trimestre, secondo il solito.
Intanto io gli aspetto assai buoni, presso quanto me ne avete detto voi in genere.
Amate il vostro aff.mo e devotissimo amico e servitore.
G.
G.
Belli
LETTERA 357.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Di Roma, 26 febbraio 1839
Mia cara Amalia, pare insomma che Livorno sia per me un luogo di propiziazione.
Tutte le vostre lettere mi giunsero date da codesta benedetta città, non esclusa pur quella ultima del 3 luglio 1837 su cui invece di Bologna scriveste Livorno.
Fra Livorno e me esisterebbe in voi forse un'idea intermedia, una immagine riconciliatrice, un influsso di grazia, che scendendovi in cuore ve lo ammollisca e vi faccia dire povero Belli? E così questo povero Belli ha avuta la vostra celeste letterina del 20 corrente, l'ha letta, l'ha riletta, e poi l'ha studiata, e finalmente ha esclamato: Oh, la dolcissima cosa! che se in questo beato secolo di tribuna e di calcoli fosse lecito il turbare la requie alle ceneri de' Numi ed alle ossa delle Fate, io, da buon pastorello di Arcadia, vi canterei come i vostri caratteri abbiano rinnovato sull'ira mia quel miracolo stesso che già le vipere di Medusa operarono sulla balena di Andromeda, e lo scudo di Atlante su quell'altro animalaccio di Olimpia.
Tenendomi però nel giusto mezzo fra le vecchie e le nuove dottrine, non profanerò, spero, la moderna filosofia con l'assicurarvi essere pe' vostri incantesimi caduto dal mio petto lo sdegno, al modo che il divino balsamo fece uscire il ferro dalla gamba di Enea.
E tutte queste perle di erudizione ve le regalerei ancora a compensare il seducente quadretto da voi dipintomi della riposata cameruccia in cui fingete seguir dovrebbe un nostro ingenuo colloquio.
Ma questo colloquio accadrà egli più? Sino a tutto il 43 (cinque anni!) no certamente; e poi?...
Dopo io sarò vecchio, avrò la podagra, e rimarrò incapace di sentire il fuoco de' vostri discorsi.
Voi mi avete mandata una lettera aperta: io ve ne rendo una chiusa; ma in ogni modo la penna non è mai buona procuratrice della lingua.
La mia salute? eh, la mia salute si risente della tristezza del mio animo; e questo ve lo dico sul serio come vi direi tante altre cose che non vi dico.
Non badate alle mie barzellette.
Richiamato ai tiberini, dopo dieci anni di silenzio, recito parole che li fanno sbellicare dalle risa, mentre pure io scrissi coi sospiri sul labbro e colle lacrime agli occhi.
Conosco il tasto della ilarità.
Tocco quello, ed esso fa l'uficio suo.
Io rimango intanto freddo e malinconico.
E voi siete lieta, Amalia? Le vostre glorie, la salute vostra, e il prospero stato della Mamma e della sorella mi sembrano per voi operosi elementi di buon'umore.
Or bene, rallegrate me pure e non potendo venir qui in carne ed ossa veniteci almeno nella litografia che vi fu fatta per la Pia de' Tolomei.
Oh! mandatemela; me ne avete messo un desiderio da anima purgante.
Ravviserete subito l'Amalia: così mi avete detto.
Possibile che non troviate un pellegrino che voglia visitare questi nostri santuarii! cercatelo per mare e per terra, e munitelo in viaggio della vostra immagine.
Io poi la metterò sotto cristallo, e le dirigerò mattina e sera fervorose giaculatorie.
Va bene così? Un po' bene e un po' male; ma il nulla è poi meno del poco, siccome vogliono gli aritmetici.
Chiedete versi? Eccovi ubbidita: tal sia di Voi.
Oggi l'Arrivo di Milord: un'altra volta Bartolomeo Bosco.
Prima però dei versi terminiamo la prosa, e chiudiamola con due belli salutoni, grandi come le Ande e i Pirenei, uno all'amabile Sig.ra Lucrezia e l'altro alla buona appiccicarella.
Sono e sarò sempre di cuore il vostro
G.
G.
Belli
Ho mutato pensiero.
Questo avanzo di pagina doveva servire al principio dell'ode.
Ma no: facendo bene i conti della materia e dello spazio mi accorgo che i versi possono star tutti da loro in una delle due carte e lasciar questa tutta alla prosa e all'indirizzo.
Così volendo mostrar quelli e non questa, si fa una bella divisione fra gli agnelli e i capretti, e quali mandansi in cielo e quali agli abissi.
Alcuni de' tiberini volevano stampare questa ode (e le ottave su Bartolomeo Bosco) come fecero imprimere il Goticismo.
Ma il permesso de' superiori...
Allora pensarono farne pubblicaz.
altrove.
Io mi vi opposi, per la difficoltà della correz.
fuori degli occhi miei, specialmente alla ortografia e alla interpunzione, da me adottate, nel che sono fastidiosissimo.
Vi avrei colla stampa risparmiati un po' gli occhi.
LETTERA 358.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[14 marzo 1839]
Mio sempre carissimo amico
Coll'ordine tratto il 2 corrente dal vostro fratello Sig.
Conte Filippo sopra questo Sig.
Paolino Alibrandi, e da voi speditomi nella vostra del 4, giuntami non prima dell'11, io ho esatto la somma di Sc.
quattordici e baiocchi cinquanta procedente dagli Sc.
14:59 1/2 saldo dell'ultimo trimestre del prossimo passato anno sulla mensile ritenzione a carico del Sig.
Marchese Antonio Trevisani che voi vi compiacete di esigere per me; e i detti Sc.
14:50 (depurati dal bollo per la quietanza solita a rilasciarsi costì, meno qualche inconcludente frazione di cui non occorre parlare) il Signor Alibrandi me gli ha pagati benché non avesse per ora fondi del Sig.
Conte Filippo.
Come m'affigge, mio caro e buono amico, l'udirvi sempre incomodato co' vostri dolori reumatici! Tanto più vi compatisco in quanto so anch'io per prova ciò che si soffre per questo male aspro, pigro, e affliggente lo spirito ugualmente che il corpo.
Dal principio dell'anno sino ad oggi, sono già stato tre volte infermo di reuma, e obbligato a giacere in letto parecchi giorni per volta.
Il resto del tempo, ossiano gl'intervalli fra l'una e l'altra malattia, mi scorre pure assai tristo perché un continuo e non lieve dolor di testa mi tormenta e si oppone al libero esercizio delle mie facoltà mentali e della mia persona in servigio de' poveri affari del mio caro figlio.
Pazienza: Iddio mi vuol mortificare nella parte più delicata e sensitiva.
Per farvi passare un momento di più con me avrei voluto trascrivervi qualche cosa che nell'anno scorso dissi in Tiberina, ma vi assicuro che lo scrivere m'offende assai la testa, perché l'applicazione di qualunque genere, e più quella degli occhi, esacerba la mia emicrania.
Il mio medico, eccellente, sta in osservazione sui caratteri di questo male onde procurarmi un rimedio non peggiore del male come talora purtroppo accade.
Confortiamoci entrambi, mio ottimo amico, e speriamo dopo le nuvole il sole.
Io vi rinnovo intanto le proteste della mia gratitudine pei fastidi che vi prendete per me, e mi rammarico di non sapere in qual modo mostrarmivi riconoscente fuor che di parole.
Ma dovunque voi mi giudichiate atto a servirvi avrete sempre in me un sincero amico e un servitore diligente.
Il vostro aff.mo G.G.
Belli
Di Roma, 14 marzo 1839
LETTERA 359.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 4 aprile 1839
Mio carissimo figlio
Riscontro le tue lettere del 19 e 30 marzo caduto, ringraziandoti degli augurii che nella prima mi fai per San Giuseppe e nella seconda per la Santa Pasqua.
Non occorre che io ti dica da quali sentimenti sia nel mio cuore corrisposta la tua dimostrazione di affetto.
Dal Signor Caramelli, che dopo la notizia da te datami del suo ritorno fui a visitare, ho ricevuto speciali informazioni intorno al buon stato di tua salute e alla soddisfazione de' tuoi Sig.ri Superiori pe' tuoi portamenti.
Quando il Sig.
Avvocato Pieromaldi avrà potuto tornare a vederti aggradirò di sapere cosa ti sia sembrato di Lui e della sua gentilezza.
I versi che t'inviai sono abbastanza ricompensati dal piacere col quale mi assicuri averli ricevuti e letti.
Non ti dispiacere, Ciro mio, se la natura sembri non volerti poeta.
La poesia è dolce ed amena cosa, ma seduce un po' troppo lo spirito di chi a lei si dedica ed io so di avere perduto per essa una parte preziosa de' miei anni giovanili, che avrei potuto più utilmente impiegare.
Amerò sempre meglio che tu gusti la buona poesia altrui anziché vi ti eserciti tu stesso.
Oggi vi è troppo da fare nel mondo; ed un discreto scrittore di prose otterrà più favore dalla moderna società e assai maggiori mezzi di esistenza che non un poeta anche ottimo.
Segui dunque le disposizioni della tua mente la quale tende più al positivo che all'ideale, né ti dolere se la fantasia ceda in te all'intelletto.
Credimi, Ciro: un giorno te ne troverai contentissimo.
Non sei stato esattamente informato circa alle Commedie scritte appositamente per questo Ospizio di San Michele.
Non mai il Nota ma sì il Giraud ne compose alcune di lieve portata, e tutte per soli personaggi maschili.
Queste però non videro mai le stampe; né poi è sì facile il farne ricopiare i manuscritti, i quali, come puoi ben pensare, appartengono esclusivamente al luogo pio come privata proprietà.
Il Sig.
Cardinal Tosti, che li conserva presso di sé, non me li comunicherebbe in niun conto quando anche io avessi con Lui qualche aderenza.
Questa è anche la opinione di qualche altra persona con cui ne ho tenuto proposito.
Tu sai se io amerei soddisfarti in ogni onesto tuo desiderio.
Esistono alcuni volumetti di commediole composte da Giulio Genoino di Napoli, e stampati in quella Città coi tipi della società filomatica nel 1831.
L'opera è intitolata Etica drammatica per la educazione della gioventù.
La metà delle commediole è scritta per soli uomini, e l'altra metà per sole donne.
Se quelle convenissero al tuo collegio, se ne potrebbe far ricerca; ma bisognerebbe prendere tutta la collezione (che mi pare di 8 volumi) perché in ogni volume si trova una commedia per uomini ed una per donne.
I nostri parenti, gli amici e gli antichi domestici ti ritornano i loro saluti.
Tu rendi i miei ossequi a' tuoi Sig.ri Superiori, alla Sig.ra Cangenna e agli altri amici, primo fra i quali il Sig.
Prof.
Mezzanotte.
Ti abbraccia e benedice di vero cuore
il tuo aff.mo padre
LETTERA 360.
AD AMALIA BETTINI - BOLOGNA
Di Roma, 13 aprile 1839
Mia buona Amalia, i numeri son due, mi gridava una volta il maestro fra stirata e stirata d'orecchio: i numeri son due, e le persone son tre.
Nel sèguito della mia vita ho poi verificato che il maestro aveva ragione.
Ma allora che per ricreazione mi si dava la tombola, i numeri mi parevano tanti! Eppure non son più di due: singolare e plurale.
Il primo riservato a una sola persona, il secondo esteso a tutto il genere umano.
Le porzioni non paiono per verità troppo giuste: vi figura forse un po' troppo il sistema monarchico; ma le hanno fatte così e ci vuol pazienza.
Almeno i Greci, incastrandovi in mezzo il duale, v'indoravano la pillola, e il passaggio restava men duro.
Peggio poi quando i legislatori delle buone creanze, cacciato il naso fin ne' codici delle lingue, imbrogliarono ogni regime de' precedenti sistemi.
Qui voi mi chiederete, o cara Amalia, perché tanto preambolo a una lettera familiare.
E appunto qui vi voleva.
Nella parola familiare sta la chiave del mio Abracadabra.
Uditemi bene.
Del Lei, dell'Ella e del Vossignoria io non ho mai fatto uso con voi, fuorché nell'indispensabile cerimoniale de' primi colloquii.
In appresso e a voce e in carta venne fuori sempre il voi, non tanto per ossequio ai bandi del galateo quanto perché realmente le vostre grazie, la bontà vostra e i vostri talenti vi facevano parere a' miei occhi un compendio di molte care persone.
Ma appunto pel complesso delle vostre qualità avvezzatomi quindi a considerarvi men prima che unica nel vostro sesso, andò la logica riprendendo a poco a poco i suoi diritti sulla mia mente, sì che mi vidi più d'una volta in procinto di accogliere nelle mie lettere le schiette regole grammaticali.
Quando però al ruminare quella dolce seconda persona del numero singolare io mi sentii un certo sollevamento nuovo di costole, presi sospetto non venirmi forse il consiglio direttamente dal cervello, ma che invece un altro viscere più impertinente cercasse di cavar la castagna con la zampa del gatto.
E infatti conobbi poi essere stata una tentazione bella e buona, una tentazione cordiale mascherata da nome e da verbo, perché la mi svanì ad un segno di croce.
Senza di ciò Voi, povera Amalia, sareste oggi stata stordita da un tu tu tu, peggio che da una batteria di girandola.
Venendo ora alla refrigerante vostra lettera del 14 marzo, eccovi i principali motivi de' quali non ne riceveste da me una risposta a Livorno fra 8 giorni siccome mi avevate ordinato.
1) Faceste l'indirizzo in Casa Ferretti, al ponte della farina; ed io abito al Monte della farina, e non in casa Ferretti.
Ciò produsse alcuni equivoci pe' quali la vostra del 14 mi giunse il 21 allo spirare cioè del prescritto ottavario.
2) Il vostro foglio mi trovò in letto con reuma e potente emicrania.
3) Mi piaceva rispondervi a ritratto veduto; e questo di giorno in giorno sembrava dover essere qui.
Il Sig.
Cav.
Rosati però non l'ebbe prima del 10 corrente alle 11 antimeridiane.
Me lo mandò subito.
4) Circolava una voce che sarebbe venuta a Roma la compagnia Nardelli per la primavera.
Presso le notizie da Voi datemi sull'impegno con Bologna io non ci credeva gran fatto! ma pure avendo io visto apparecchiare il teatro e pagarne l'affitto, stavami aspettando lo scioglimento di questo nodo gordiano.
Avrei assai assai più amato rispondervi colla lingua che non colla penna.
Ora, io son guarito, il vostro ritratto è innanzi a' miei occhi, voi siete a Bologna: dunque conviene usare l'inchiostro, riserbando il fiato a migliore occasione, che il cielo si degni affrettare.
Già si prepara la cornice per la mia Amalia litografica.
Caro quel ritratto! Eppure v'è chi sostiene che non vi somiglia; e bisogna litigare.
Io però me lo guardo e gli faccio le mie confidenze.
Ma ditemi: voi me ne prometteste un esemplare ed io ne ho avuti due, uno cioè in carta della Cina ed un altro in carta comune.
Il secondo debbo io darlo a qualcuno? Debbo darlo a Ferretti? A...
Avete voi mai vedute, Amalia, le belle sale della romana accademia filarmonica? Mi pare di sì, e credo vi ci conducesse un Angiolo; benché fosse stato anche un demonio, il paradiso ve lo formavate da voi.
Ebbene l'accademia tiberina vi ha trasferita la sua residenza; e la sera del lunedì 8 vi si tenne la prima adunanza con prosa di Ferretti sulla vita e le opere di Francesco Avelloni.
Verso la metà dell'Accademia io declamai una elegia della Taddei sullo stesso argomento della prosa, e infine chiusi il trattenimento leggendo 84 miei versi rimasti, divisi in 6 gruppetti di 14 versi l'uno, intitolati: Il campione de' vocaboli - Una parola di lingua - Il purista -Il neologo - I testi di crusca - Lista del centro destro.
Ve li trascriverei, ma un foglio di carta non è poi la piazza di S.
Petronio.
Dal mio ritorno fra i tiberini non iscrivo più nel vernacolo popolare.
2000 sonetti pare che bastino e avanzino.
E voi, signorina mia, così mi andate voi propagando le mie bosinate? Invece di cacciarle, come direbbe l'Arciconsolo, nel dimenticatoio, le fate ronzare nelle orecchie de' buoni cristiani! Ma avete ragione: son roba vostra; e della roba sua ciascuno può usare a suo genio.
Io però protesto contro le conseguenze: e vi cito alla rifazione di danni, spese e interessi.
Intanto eccovi il Bartolomeo Bosco.
Questo non ha paura di Voi, perché è capace di dimenticarvi fra le mani un indulto per la quaresima.
Guai a chi la piglia coi maghi! Fossi mago io, vi farei uno scongiuro.
Voi dite che ci rivedremo.
Amen; ma intanto gli anni volano e la vita se ne va a spasso.
A questo proposito udite:
Vedeste voi questo mantel consunto.
Insomma vi ho scritta un'altra lettera più grande della repubblica di S.
Marino.
Con simili carteggi si paga la posta a ragion veduta.
La Ferretteria vi manda pel mio mezzo cento e un saluto, ad uso di salva reale.
Ed io vi prego aggiungervi uno zero, e farne così mille e dieci per mio conto alla Sig.ra Lucrezia ed alla cara appiccicarella.
Altro che i 110 ceci!...
Oh, è ora di finirla.
Prendetevi un bacio sulla mano dal
vostro poeta cesareo
G.
G.
Belli
Monte della Farina, 18
LETTERA 361.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 23 maggio 1839
Ciro mio
Dalla tua cara lettera del 16, giuntami in ritardo, ho con piena soddisfazione ricavato intorno al successo de' tuoi esami quanto può farmi fede della diligenza colla quale tu hai nello scorso trimestre atteso ai tuoi doveri relativi allo studio.
Mi pare insomma che di ottimi non sia penuria.
Macte animo dunque, mio caro Ciro, e innanzi senza paura.
- Il risultamento de' voti di scuola pel corso del trimestre in matematica me lo manderai un'altra volta: per ora mi è bastato il voto generale del saggio.
Aggradisco le gentilezze del veramente obbligante Signor Conte Ranieri.
Sono io però stato sfortunato qui in Roma circa al praticare con lui gli atti del mio dovere.
Di tre volte che ho cercato di visitarlo non l'ho trovato in alcuna.
La prima volta parlai col di lui domestico, la seconda colla padrona della Casa dov'egli abitava, e l'ultima volta lasciai un mio biglietto di visita nel buco della chiave della sua porta.
Anche qui abbiamo avuto finora un pessimo tempo e stravagantissimo.
Da molti e molti anni le stagioni han perduto il regolare lor corso; cosicché dal freddo si passa rapidamente al caldo estivo, e dall'estate si precipita poi nuovamente nei rigori invernali, senza quelle intermedie gradazioni di temperatura così necessarie affinché i nostri organi si abituino dolcemente ai passaggi da uno all'altro estremo.
Cause astronomiche di simili stravaganze non ne esistono, come alcuni semplici van credendo e spacciando: bisogna dunque cercare la spiegazione nel nostro globo stesso, e attribuirle forse a qualche squilibrio elettrico fra l'atmosfera e la terra.
Infatti i generali e frequentissimi terremoti, gli uragani, inondazioni, i contagi ed altri paurosi flagelli che tuttogiorno udiamo annunziarci, uniti alle acque, alle nevi e alle grandini fuori di stagione per le quali soffrono e i nostri corpi e le nostre campagne, non paiono potersi riferire fuorché ad un agente potentissimo qual'è l'elettricismo, siccome tu saprai fra poco tempo nello studio della fisica.
Sarà per te molto piacevole lo studio di quella scienza, che apre gli occhi sui grandi fenomeni e sulle più vaghe operazioni della natura.
Ecco dunque passato l'arido delle tue mentali applicazioni: ecco verificarsi a poco a poco le mie predizioni e le mie promesse.
Ciro, (io ti diceva anni indietro) Ciro mio, i tuoi studi attuali, le tue elementari pratiche possono assomigliarsi ad una rozza porta, ad una ripida scala, per cui si vada ad un appartamento pomposo e tutto splendente di lumi per un lieto festino.
-Tu già ti trovi nelle prime sale di quell'appartamento magnifico, e già travedi la luce delle superbe stanze più interne.
Segui ad inoltrarti con franco piede, e presto ti vedrai in mezzo a un delizioso spettacolo.
Ho scritto il 16 alla cortesissima Sig.ra Cangenna, la quale, come tu devi sapere, è stata male; ma tu non me ne dicesti mai nulla.
Ella s'incarica colla sua solita bontà di provvederti ciò che per ora ti è necessario.
- Meno qualche ostacolo che vi si frapponesse io ti riabbraccerò nel giorno 19 agosto.
Riveriscimi tutti i tuoi Sig.ri Superiori e Maestri, e ricevi i consueti saluti di quanti ti conoscono.
Sono abbracciandoti e benedicendoti di vero cuore
il tuo aff.mo padre
P.S.
- Ho dovuto riaprire la lettera, essendomi imbattuto per la via nel portalettere che mi ha dato un foglio scrittomi dal Sig.
Rettore il 20 corrente.
Dì dunque in mio nome al Sig.
Rettore che io non ho alcun rapporto con Direttore del Diario romano; ma che nulladimeno appena avrò avuto dalla posta il caricamento sotto fascia (del quale egli mi parla) mi darò tutto il pensiere di servir Lui e i Sig.ri Consuperiori del Collegio, nel che spero di riuscire senza molta difficoltà.
Non avendo io però potuto ancora ottenere dalla posta il ridetto invio sotto fascia non sarà così facile che la riproduzione di esso possa accadere nel più prossimo numero del Diario.
In tutti i modi farò il meglio che mi sarà possibile.
LETTERA 362.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S.
BENEDETTO
[29 maggio 1839]
Mio caro ed onorevole amico
Ieri al giorno mi fu da questo Sig.
Paolino Alibrandi pagato l'ordine di Sc.
14:50, da Voi speditomi in seno a Vostra del 21, per l'ammontare di Sc.
14:59 1/2 relativi al primo trimestre del sequestro Trevisani dell'anno corrente.
Io seguo sempre a ringraziarvi dell'amabile cortesia colla quale Vi compiaceste usarmi questo per Voi fastidioso favore.
Basterebbe la molta amicizia che io vi professo, e che meritate da chiunque conosce le vostre care doti, perché io mi rattristassi per l'ostinato malore che vi tormenta; ma un'altra cagione ancora si unisce alla prima onde più e più Ve ne compatisco quella cioè de' miei patimenti per un dolore di capo fisso e invincibile da varii mesi.
Non mi lascia esso in pace né giorno né notte.
Chi pena, mio caro amico, si fa più carico delle altrui sofferenze.
Varii medici da me seriamente consultati, e messi con diligenza al fatto de' sintomi di questo mio malanno, sono tutti d'accordo nell'attribuirlo ad un indebolimento de' nervi cerebrali.
Mi curo quindi in coerenza di simile dichiarazione; ed oltre la cura positiva debbo unirvi la negativa, consistente nell'astinenza da ogni mentale travaglio, eccettuati quegli indispensabili voluti dagli affari del patrimonio del mio figlio, pel quale anche morrei con ilarità quando ciò potesse essergli utile.
Senza però il divieto de' medici sento già abbastanza in me stesso la incapacità degli esercizii di spirito, tanto le mie facoltà intellettuali hanno perduto la loro energia.
Pochissimo concepisco e nulla ricordo.
Pazienza: passerà forse anche questo; benché nella età mia si può al più conservare ma difficilmente si ricupera il perduto.
Lasciamo ad ogni modo che il cielo si ricordi di noi e ci sollevi dai nostri patimenti.
La rassegnazione è pure un conforto, quando non ne abbiamo un migliore.
Amatemi sempre siccome vi amo e vi onoro.
Il vostro obb.mo amico G.G.
Belli
Di Roma, 29 maggio 1839
LETTERA 363.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma, 15 giugno 1839
Mio caro figlio
Veramente riscontro un po' tardi la tua del 1° corrente; ma avendo io disegnato di mandarti la mia risposta per mezzo del Sig.
Avv.
Salvador Micheletti che venne a dirmi prossima la sua partenza, non ho potuto eseguire il mio progetto, dacché il viaggio del Sig.
Micheletti, che doveva accadere fin dal 10, si è andato differendo di giorno in giorno.
Ho con estremo piacere rilevato dalla tua lettera che le mie assicurazioni circa al diletto a te preparato dalla fatica degli studi inferiori vanno a poco mostrandoti la verità da cui mi furono dettate.
Eppure non sei ancora entrato pienamente nel dominio delle scienze le più proprie a consolare l'intelletto ed il cuore.
Poco però ti resta a percorrere di cammino, e ben presto sarai quasi in un mondo novello.
Te lo assicura il tuo Papà che è il primo amico che tu possa avere su questa terra.
I successi di tutto il trimestre nella tua applicazione dell'algebra alla geometria son tali da appagare qualunque uomo il più esigente.
Su cinquanta voti riportare 46 ottimi e 4 beni non mi par poco onore: Iddio ti rimuneri, Ciro mio, del conforto che tu mi dai.
Resto sempre nella mia determinazione di partire da Roma il 19 agosto, salvo qualche ostacolo imprevedibile.
Intanto rispondimi alle seguenti dimande
1) Vuoi tu che io ti porti un altro volume di musica ridotta, per lasciartelo in cambio dell'altro che ti mandai al principio dell'anno? - Se il Sig.
Tancioni lo stima opportuno io te ne porterò un secondo e mi riprenderò in primo per restituirlo alla famiglia Ferretti.
2) Hai tu bisogno di manteca? e in caso affermativo quanti barattoli ne desideri?
3) Gradiresti acqua della Scala?
4) Ti occorre null'altro?
Ti incarico, mio caro Ciro, di recarti presso l'ottimo tuo Signor Rettore e di porgergli mille grazie in mio nome per le dolci e obbliganti parole da Lui aggiunte alla tua lettera.
Codesto eccellente Signore ha molta bontà per noi che siamo sì scarsi di mezzi per degnamente contraccambiarlo.
Procura tu almeno dal tuo canto di mostrartegli riconoscente coll'obbedirlo e col seguire i suoi savî consigli.
Presenta i miei rispettosi ossequi al Sig.
Presidente, al Sig.
Vice-Presidente, ai tuoi Maestri e agli altri tuoi Superiori.
Riverisci anche qualunque si degna parlarti di me, ed in ispecie la gentilissima Sig.ra Cangenna, dalla quale ebbi una cortese letterina del 6 corrente.
Sono sempre carico di saluti per te, tanto de' nostri parenti ed amici quanto de' nostri antichi domestici.
Tutti continuamente mi chieggono notizie di Ciro.
E come sta Ciro? e come si porta Ciro? e cosa studia Ciro? e come si fa grande? e quando torna? E le mie risposte pare che soddisfacciano a tutti.
Amami come io ti amo e ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre
P.
S.
Ciro mio, il 2 di luglio ricordati della tua povera madre.
Suffragane l'anima con qualche pia opera.
LETTERA 364.
AD AMALIA BETTINI - RAVENNA
Di Roma, 25 luglio 1839
Mia cara amica, se dopo un invito sì lusinghiero, o piccante stimolo, o generoso permesso che vogliamo chiamarlo, io conservassi nella mia epistolare corrispondenza colla più amabil donna le slavate forme del dire prodotte dalle civili sgrammaticature del Voi, meriterei di essere dalla plenaria corte di Tolosa condannato nelle orecchie e negli occhi ad un eterno supplizio di Ella, di Lei, e di Vossignoria, a non trovar più nelle lettere della cara donna una confidente parola di consolazione.
Lungi dunque da noi quella idra incipriata da galateo, nemica di ogni spontaneità ai vivi e negata ai morti, perché al limitar del Sepolcro non è più tempo da scherzi e principia il regno di verità.
Tu! Soave parola di amicizia e d'amore, primo grado del social termometro per salire dallo zero della cerimonia sino alla ebollizione del sentimento, esci ormai dal fondo del mio cuore, ove stavi aspettando di esser chiamata, e vattene a Ravenna.
Là presso la tomba di Dante troverai chi ti aspetta, fra le inspirazioni che da cinque secoli emanano da un pugno di cenere, unico avanzo di un fuoco, che dall'Italia illuminò l'universo.
Questa tirata, Amalia mia, m'è riuscita un po' gonfia e non verrebbe male assimigliata ad una batteria di razzi alla Congrève o ad un parco di cannoni alla Perkins.
Avrò dunque giudizio se lascerò simili slanci ai Guerrazzi e ai Dumas, contentandomi invece di aleggiar terraterra come una rondinella di aprile.
A me non concesse natura fuorché (sì e no) il pungoletto del frizzo: i paroloni, i concettoni, i figuroni furonmi da lei rifiutati come dal pedagogo le marionette a un ragazzo cattivo.
Ma il tu quando sbucherà egli dal guscio? quando verrà egli a occupare il luogo apertogli dalla Tua bontà? Zitto, Amalia: egli ha fatto già capolino.
Monna bontà gli ha dato coraggio, ed ei le si è attaccato alla vesta.
Attenta che eccolo.
Caccia la testa pian piano e va stendendo i suoi cornetti da lumacone e le sue zampe da tartaruga: qual metamorfosi! L'hai tu visto? Di rettile si trasformò in volatile, e già si scapriccia sul Montone e sul Ronco.
Quante cose vorrei dirti, o cara amica! quanti rallegramenti vorrei farti pe' tuoi grandi successi nell'arte nobilissima della declamazione! Le tue corone mi parvero posar sul mio capo ed esser cosa mia, tanto è l'interesse che io prendo per tuttociò che ti esalta.
Oh, come io mi trovo piccino accanto a te! L'anima tua fervida e sensitiva; la tua superiore intelligenza, la cultura del tuo spirito mi fanno rientrare in me stesso e deplorare il mio nulla.
E tu parli a me di mie raccolte e di stampe? Lascia, lascia morire nell'oblio le mie inutili sillabe già troppo ornate dal seguirti in parte ne' tuoi portafogli, ed al parer tollerabili a chi, udendole o lette dal tuo labbro o encomiate dalla tua cortesia, confonde forse i loro co' tuoi meriti e ne giudica sotto l'influsso dell'entusiasmo che tu ecciti in ogni petto capace di generose impressioni.
La mia vanità non si estende dunque più oltre che ad un cantuccio nel tuo taccuino; ma poiché questa vanità non mi sembra peccaminosa dove tu la giustifichi, io mi vi abbandono senza scrupolo e ti trascrivo 112 versi, tratti dal purgatorio delle mie tante corbellerie.
Beati loro che passano in paradiso! Ferretti ha molto aggradito il tuo ritratto, te ne ringrazia assai, ti saluta con tutta la sua famiglia e ti scriverà.
Coleine è ancor celibe.
Gli ho parlato della tua intenzione di scriver[gli]; ed egli si accinge a prevenirti.
E tu non ti fai ancora sposa? Il 17 agosto io partirò per Perugia: il 17 settembre sarò nuovamente in Roma a tirare il carrettone della vita.
Tu sempre in giro, mietendo palme per tutte vie che non menano a Roma! Sono in collera co' tuoi Nardelli, colle tue compagnie reali e con quant'altro ti tien lungi dalla cupola di S.
Pietro.
Fa' 3.794.621 saluti in mio nome alla Sig.ra Lucrezia e alla buona appiccicarella.
Sono e sarò sempre di cuore
Il tuo a.co e servit.re
Se qualcuno mai avesse la semplicità (i semplici son tanti!) di voler copia di qualche mio verso, ti prego di non dargliene né fargliene dare.
LETTERA 365.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma il giorno di San Pietro del 1839
Ciro mio caro
Rispondo alla tua del 25 cadente, in poche parole perché non ho carta, ed oggi è festa.
Avrai un altro volume di suonate,
Avrai qualche uscita di variazioni,
Avrai la manteca,
Avrai l'acqua della Scala,
Avrai quel di più che ti potrà occorrere
e porterò il tutto con me.
Dì al Sig.
M.ro Tancioni che il M.ro Basilj viene ad abitare accanto a me.
Così potrò meglio andargli raccomandando il Sig.
Lolli.
Questi è stato male, ed io l'ho visto ieri sera da Ferretti.
Ora sta bene.
Il caldo di Roma è serio, e tanto più in quanto ai primi del mese faceva ancora freddo.
Abbiamo avuto ieri 29 gradi.
Io poi lo soffro in casa assai più dell'anno passato per una circostanza di un certo chiodarolo...
Basta, te lo spiegherò a voce.
Sappi per ora che le mie due camere somigliano assai bene la fornace di Mìsach, Sìdrach, Abdènago; ossiano Anania, Azaria, Mìsael.
Ti spedisco sotto fascia un Num.° del giornale l'Album perché tu vi legga un grazioso e disinvolto articolo sopra un viaggio a vapore su strada ferrata.
Prenderai una prima idea di simili moderne invenzioni, da approfondirle un giorno col soccorso della fisica; e vedrai anche un esempio di giocondo scrivere.
- Mille miei rispetti a' tuoi Sig.ri Superiori, alla Sig.ra Marchesa Monaldi, alla Sig.ra Cangenna, al Sig.
Mezzanotte etc.
etc.
- Abbiti gl'infiniti saluti di qui e le mie benedizioni.
Ti abbraccio di cuore
Tuo aff.mo padre
LETTERA 366.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Perugia, 22 agosto 1839
Mio caro Ferretti
Ricevo e riscontro la tua del 20, alle ore 11 italiane del qual giorno non era ancora venuto a chiederti il plico chi doveva chiedertelo sino da' vespri del lunedì 19.
La tua deferente gentilezza ti creò un debito a cui soddisfacesti anche prima della scadenza; e fa maraviglia il vedere in questo secolo un debitore, e debitore spontaneo, correre incontro al suo creditore.
Ne accadono dunque ancora di queste, Ferretti mio, e forse la provvidenza apre siffatti fenomeni per compensazione parziale di tante altre dolorose meteore di questa mefitica atmosfera sociale, dove brucia fin la rugiada, e l'eco risponde ceci per fagiuoli.
- Grazie intanto, mio buono amico del favor che mi hai reso.
Si disse un giorno che M.r Governatore-met aveva proposto alla Ragionsonante Piracmone Sterope Bronte e compagnia una sfitta bottega in via de' Chiavaî, bottega di ex-chiavaio essa pure; dove pareva però che Mastro Polifemo, complimentario della Ditta, non troverebbe il suo conto, perché costruita con fucina alla ferraia, addossata cioè al muro, laddove gl'ingegneri chiodaiuoli abbisognano di una fornaciuola isolata quasi ara votiva onde circondarla di sacerdoti ignudi sino ai lombi come quelli di Osiride, per non paragonarli a verginelle danzanti intorno al sacro fuoco di Vesta.
Dopo sei mesi di studio diurno e notturno io sono un po' pratico di questi misteri chiovini, instituiti fin dal beato secolo della fortis Jael.
Ma oggi ascolto come si mediti di cambiar te in Sisara, e non so persuadermene.
È vero che la via de' chiodaiuoli par nata-fatta pe' chiodaiuoli, ma si dovrebbe pensare che non ogni nome indica più ai di' nostri il suo vero suggetto, siccome né l'abito fa il monaco.
Ne siano prova i nomi di galantuomo, di cristiano e di letterato che spesso accordano bene con galera, Maometto e spacco-di-croce.
Odimi però: ad ogni modo ci serviranno ancora i polmoni e le penne per dar nel petto a chi viene come si diè nelle spalle a chi parte.
Intanto c'è di buono che la lingua di Madama è potente e fulminea, e come dice il Salmista? Sagittae potentis acutae.
Ecco circa il Varese.
Dal giorno che io giunsi a Perugia (lunedì 19) il teatro non agì che iersera (mercoldì 21).
Il silenzio nacque dall'aver terminate le sue recite una tedesca Sig.ra Maray, prodigio (a quel che dicono) di valore, alla quale ha dovuto succedere la Sig.ra Frezzolini, figlia del basso-comico, a te ben noto.
Io non andai al teatro perché ieri fu giorno di diluvii, che abbassarono la temperatura atmosferica da 23 gradi ad 11.
Mi narrano però che il Varese lodatissimo già in tutto ciò che ha cantato finora, non incontri molto nella Elena da Feltre del Mercadante, sia perché la musica è noiosa (come accade quasi sempre alle opere di quel Maestro) sia perché la parte sua non gli si accomodi, sia finalmente perché il Varese accusa una certa indisposizione di salute che lo rende floscio e facile alle stuonature.
La Frezzolini ha graziosa voce e bel metodo ma fa a suo danno la memoria della Maray, la qualità della musica mercadantesca e certi soliti capricci dei padri delle virtuose.
Si sta ora provando la Beatrice, tavolone di rifugio per tutti i teatrali naufragi.
Ciro ha letto con me la tua lettera, e ti ringrazia cordialmente delle tue amichevoli espressioni a lui dirette.
Questa sera crollerò la mano, come m'imponi, al Prof.
Mezzanotte.
Nel passato ordinario incaricai Biagini di parlar per me in tua famiglia.
Oggi comparisco senza procura e sono di te e di tutte le tue Signore
dev.mo servitore e amico vero
G.
G.
Belli
E la mia testa? Andava un po' meglio, ma i 23 gradi balzati indietro agli 11, non han certo aiutato il di lei progresso nel bene.
Sento martellarmi come avessi al fianco Messer Giuseppe Prosperi e suoi consorti.
Vuoi tu sapere chi è il Prosperi? Chiedine al N.
17 del nostro Monte della Farina, ovvero a casa del diavolo dove abitano i loro fratelli.
Li manderei a Jubal Cain ma esso sta forse in Paradiso e si è là pentito di un'arte che contribuì a crocifiggere il Signore mercè i chiavelli di que' manigoldi del Ghetto.
LETTERA 367.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Perugia, 27 agosto 1839
Mio caro Ferretti
So tutto.
Ieri gran simposio a casa il Ricci.
Prosit; ma non iscrivo per ciò.
- Nella tua del 20 alla quale io risposi il 22, tu mi dicesti: ricorda i regali armonico-musicali al ritroso Maestro Tancioni, e prima della mia partenza parmi che mi dicesti (seppure la mia memoria non mi dà nespole per paternostri): Belli, chiedi al Tancioni qualche pezzo vocale sacro, in chiave di tenore.
Or sappi che dal lunedì 19, giorno del mio ingresso in Perugia, sino al martedì 27, che indegnamente è oggi, non mi fu mai possibile di vedere il Tancioni, comunque
Me lo pescassi
Fra piante e sassi
Per valli e fonti
E in terra e in ciel.
(Dall'autore del S.
Onofrio)
Finalmente l'ho raccapezzato come Iddio ha voluto, e gli ho avanzato in tuo nome la richiesta.
Volentieri, mi ha risposto il Tancioni; ma, dice, vorrei saper se si vuole musica a orchestra.
- Eh, dico, non so, dico, se si desideri orchestra, ovvero, dico, basti l'organo.
- Dice: ma allora, dice, come facciamo? Dico: scriverò stasera a Ferretti, e a corso di posta sapremo se la cosa la debba essere in cythara o in salterio, in chordis o in organo.
- Va bene dice, perché se volessero orchestra avrei, dice, qualche coserella d'effetto.
- Pertanto, dove io non abbia nella dimanda scambiato Radicofani per Pietroburgo, rispondimi sull'organo o sui ciuffoli, e vedremo, dico, di accomodare la faccenda.
Capo II°.
Il Varese.
Corpicciuolo ronconiano e voce bombardica.
Se la frena diletta: se la forza, sgomenta.
Nel principiare i larghi vacilla come vascello varato: poco appresso si rassicura e solca il mare trionfalmente.
Anima e vigore nel gesto.
Pare che basti.
Cap.
III°.
La Frezzolini: crescit eundo, e principia a consolare della perdita di Madama Maray.
Cominceranno a crescere anche gli zeri.
Cap.
IV°.
Il Sig.
Emilio Giampietro.
C'est la voix-de-taille de l'opéra.
Il taglio però verrebbe meglio sull'osso del collo, dal capo-cerro al pomo-di-adamo.
Ti ricordi del Querci di guercia memoria? Era un zucchero d'orzo, una marmellata, un osso-di-morto, un butirum et mel comedet, un latte-di-vecchia, un alchermes liquido della fonderia di Santa Maria Novella di Firenze, appetto a questo cafone, palamidone, giumento di Balaam; pifferaro, stoccafisso, gatto inciamorrito, ganghero irruginito, compar della ciovetta:
Chi più n'ha più ne metta
E conti pure il solfeggiar di dietro,
Che' il peggiore di tutti è il Sor Giampietro.
Dinne una buona parola al Iacoacci e fallo apocare per Tordinona.
Povero Donzelli! Povero Governator di Roma! Scannano tutti in solidum, e non si salva neppure Biagini col lampadaio.
Dopo due giorni di mezza-tregua il mio dolor di testa ha rialzato il capo.
Ieri sera mi girava attorno tutto il mondo, e speravo almeno di rivedere il Monte della Farina con tutti e singoli chiodaroli e le tre chiaviche che se gl'inghiottano.
Questa sera do in minchionerie perché dovendoti scrivere è meglio annoiarti colle graziete del SAL-CIBARIO che colla gnàgnera di Geremia.
Qui dovrebbero cadere i saluti.
Ma ne vorrei mandare tanti che non entrerebbero nelle tavole eugubine né in quella di Stratonica.
Fa dunque un po' tu, e buona notte.
Il tuo malatesta
G.
G.
B.
LETTERA 368.
A FRANCESCO SPADA - [DOMENICO BIAGINI - FILIPPO RICCI] - ROMA
Di Perugia, 29 agosto 1839
Se avessi potuto prevedere che le Loro tre Signorie illustrissime si sarebbero tanto offese di un titolo di primi grotteschi che per tanto tempo e per tanto spazio di terra formò l'orrore e l'orgoglio li tanti esimii virtuosi di gamba, mi sarei certamente guardato dal proïcere margaritas ante porcos.
Ma mi sta bene: questo si guadagna a favorire gl'ingrati.
Circa poi a Lei Signor mangia-pilastri, che più specialmente mi chiama a pentimenti e a ritrattazioni, io non ho altra scusa da offrirle che un equivalente di quella del Fagiuoli ai paggi di Cosimo da lui già chiamati bardasse:
Vi chieggo scusa e Ve la chieggo in rima:
Tornino i vostri cul com'eran prima.
Epperò io dirò a Lei col Fagiuoli e col Cecinculo
Le chieggo scusa, o mio Signor Francesco:
Torni qual'era pria d'esser grottesco.
Che se poi parlando del mio figliuolo, io lo assomigliai in durezza ad un salame di montagna, similitudine della quale Ella ebbe la bontà di tanto scandalizzarsi, ciò non provenne altrimenti dal più segnalato e distinto sentimento che io avessi di me stesso (siccome V.S.
si è compiaciuta di credere) ma dal bisogno di adottar concetti e frasi più chiare alla intelligenza de' miei benigni lettori.
Mi sarò ingannato e anche qui pazienza.
Un'altra volta, scrivendo a baccalari ed arcifanfani della loro portata, assumerò lo stile dell'epopea, e paragonerò un duro garzone alle cosce del cinghial caledonio o alla spalletta di Pelope.
E poteva Ella anche risparmiare quegli appetitosi arzigogoli delle circonferenze, dei centri, delle superficii, dei punti di vista, e altre simili babbuassaggini ripulite a furia di pomice e di zanne di porco, per fare il bello-spirito senza bisogno e per aprirsi strada sino alle prospettive del fluido-elettrico, dello spirito di Minderero e dello siroppo del cappuccino, come se queste tre sostanze fossero più materiali degli sbadigli, della tosse, dello starnuto, e di quegli altri suoni più dozzinali che si salutano anch'essi col prosit o col grecismo del crepsilon.
Figliuol mio bello, se nella vostra prospettiva scoperta e rifatta non sapete elevare che gallerie gassose ed eteree, starete fresco più del povero Sozzi e del buon Ciuffi, coi quali avete preso a cozzare, e le fischiate subisseranno la terra.
Voglio avervelo avvisato.
Dite a quel buona-lana del Sig.
Fiscale delle ripe che il testo ecclesiastico quod Deus conjunxit homo non separet, deve menare a una diversa serie di considerazioni e pronostici, e si ricordi dell'altro testo del reale Salmista, scritto apposta per gli scapoli che meditano ciò ch'egli (Sig.
Fiscale) chiama un bugg...tone.
Euntes ibant et flentes mittentes semina sua; venientes autem venient cun exulatione portantes manipulos suos.
Ne è da disprezzarsi quell'altro: Et erexit cornu salutis nobis in domo David pueri sui.
Se quello stemma non dispiacque al santo re David, può anche piacere in ogni caso al Sig.
Fiscale delle Ripe del Papa, che è qualche cosetta di meno.
Mi duole assai che il loro sgrottescato fratello Domenico non goda buona salute.
Dove m'avesse detto in qual parte del corpo egli soffra, avrei tentato di suggerirgli qualche rimedio.
Andando però a tastoni gli dirò che se patisce di capo prenda elleboro bianco; se di stomaco, acqua delle schioppettate: se di ventre, estratto di macine da mulino: se di gambe, elixir fabbricato dal Correttore del Collegio Romano: se finalmente di [....] siroppo della corda al corso:
Fior di fagiuoli
Se un farmaco vuol poi per tutti i mali
Lo cerchi all'atelier de' chiodaroli.
Vorrei che Biagini dicesse ai Mazio-Balestra & Co.
che il 20 corrente inviai al N.
18 del Monte della Farina una lettera più lunga d'una pezza di calzettine da lampioni.
- Non ne esigo risposta: rammento semplicemente quel fatto affinché in ogni caso di smarrimento non mi si dica somaro, che ci mancherebbe anche questo.
Antinori è morto; Speroni sta altrove, Mezzanotte ha da fare...
Chi vuoi dunque che scriva l'articoletto oraziano? Ci sarebbe stato Massari, ma creato Direttore de' matti non può attendere ai savii, benché noi...
non so se mi spiego...
Come sta Lepri nostro? Io combatto nuovamente colla testa.
Elleboro bianco.
Tribus Anticyris etc.
Un saluto a Cuccioni Bocca d'oro.
Sono di cuore il tuo Belli
P.S.
Ciro mio vi saluta tutti.
LETTERA 369.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia, 5 settembre 1839
Mio caro Ferretti
La notizia della gravissima infermità e forse peggio, del M.se Biondi ha recato gran dispiacere a quanti l'ho data o lo conoscessero personalmente o di sola fama, perché già di fama lo conoscono tutti quelli che leggono libri.
Fra i Santi-petti di Roma niuno, credo, lo poteva uguagliare.
Le lettere fanno certamente in lui somma perdita.
Ed ecco pover'uomo, svaniti e comodi e onori.
Sic transit gloria Mundi.
Rimane però chiara la sua memoria ne' suoi scritti, e onorata almeno in gran parte d'essi.
L'esilio del tuo F.
Camillo da Roma ci fa sperare un sollecito ritorno in patria fra tibie, corone e orazioni.
Bel soggetto! e tu lo tratterai da romano.
Tancioni mi darà (mi ha promesso) la musica tenorica, ma parmi che la sarà ad orchestra.
Spero che non mi dovrebbe bruciare il pagliaccio perché quel tasto del Maciotti gli ha suonato assai bene all'orecchio.
Tancioni è generalmente riputato indolente; ma solo, come si trova, in Perugia ad assistere il teatro, la cattedrale, la comune, il collegio e la città, vorrei vedere come potrebbe cavarsela altrimenti.
Bisogna anche un po' compatirlo.
Grazie a Piave e a te per lui.
- Ma bravo il nostro Montanelli, Iddio lo conservi ed abbia misericordia di lui, perché tra le altre, il Mondo dice anche questa che presso al chiuder degli occhi si rischiarano tutte le idee, e l'anima travede un lampo della luce futura.
Non sia mai per augurio; e teniamoci piuttosto alla tua ipotesi sul bozzo della memoria de' nomi.
Hai fatto bene ad avvisarmelo.
Adesso che a casa tua c'è un altro te stesso, mi terrò in guardia, casoché avessi qualche segreto da confidarsi a te solo, quantunque credo che fra voi due andrete d'accordo; e il Malatesti avrà ben pensato a non isconciare il suo miracolo dandoci uno spirito diverso dal tuo.
Anzi, se alla Renella il posto di tenore fosse già stato occupato da qualche cantore della cappella papale, procura al nostro Giampietro un buco nella Cloaca massima, dove sento si apre Opera seria intitolata Gli sciacquatori, con parole del Mazio e musica del Votacessi, maestro della real cappella di Cachilastra.
Che se i cori non saran di suo genio, non mancheranno a Roma Anticori da contentarlo.
Giusto va bene.
In borgo Pio ho due straccettacci di fabbrichettacce, che andrebbero in terra a un peto di monaca.
Se la polveriera me se l'è portate via risparmierò le dative ed i canoni.
La migliore maniera per coglionare gl'inquilini che non pagan pigione e reclamano il jus gazzagà.
E qui sieno altre grazie, cioè a Linda, e a Cristina per Linda, e a te per Cristina, e alla posta per tutti.
Per carità dunque, tieni occhi aperti su Gigio ed anche su Peppe.
Veglia e fa vegliare onde non facciano disordini.
In tempi di male influenze tutto può divenir cagion prossima e coefficiente di danno.
Comprendo i tuoi timori, specialmente pel tuo caro figlietto.
E quel ciorcinato di Gajassi eh? Aveva mo bisogno anche di una malattia mortale!
Ciro ti risaluta, ma buon per te che circa alla stretta di mano gli stai qualche miglietto discosto, perché se te la ristringe costui te la rompe.
Ha egli dato due saggi in eloquenza e in matematica, i cui particolari te li può narrare Balestra mediante una lettera da me scritta al di lui cognato e mio cugino.
I Perugini hanno fatto un inferno per la Frezzolini.
- Di tutto quel che puoi colla tua fervida mente immaginarti non sono mancati che i cavalli staccati dalla carrozza e il tiro a petto d'uomini: eccesso a cui pure sarebbero trascorsi senza un prudente NO di Monsignor Delegato.
Fortuna che qui trovasi un eccellente Ospedale pe' matti.
Or leggi alcuni versi di un certo 996, un ometto piccolo, parente dell'Abbachino.
AI MUSICOMANI
Taccio se in una gola che vi bêi
Cantando insiem con arte e passïone
Vogliate sprofondar qualche doblone
Negato ai Saggi che non sono Orfei.
Ma lo sfrenato prodigar su lei
Fiori, lagrime, faci, inni e corone,
Ma il condurvela attorno in processione
Qual fosse il verbum-caro o l'agnus-Dei
Questo del secol nostro è vitupèro,
Tanto maggior quanti più sono i passi
Che pur tentiamo verso il giusto e il vero.
Stolti! a civil felicità non vassi
Per crome e fuse; né diè a Roma impero
Stuol di soprani e di tenori e bassi.
Madama Teresa - Le Mademoiselles (Cristina, Chiara, Barbara) abbiansi mille saluti, e il piccolo Monsù Luigi.
- Ego sum, io sono il tuo amico bello e buono
G.
G.
Belli.
LETTERA 370.
A LUIGI MAZIO - ROMA
[12 settembre 1839]
All'onorando Messer Luigi, o, altrimenti, all'unus ex septem (non altaribus sed) dormientibus, La mano di Baldassarre.
Conosco il Martinetti, e lo conosco visu verbo et opere: visu, per quel bello aspetto da giuocarselo a lippa-fosso col Nano misterioso di Scozia: verbo, per quelle ciarle plusquam mozziniche, in grazia delle quali ha più ragione quando ha torto che quando ha ragione: opere finalmente, per quel bel lavoro di semplicista sulla INVIDIA o INDIVIA che sia, buona a far decotti per la podagra.
E, malgrado di tanti meriti, la tanagliata è toccata alla testa del prete! Tanto è vero che a questo mondo più non si trova giustizia.
Ma sai, Gigi, che la storia di Pi
...
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