LE SMANIE PER LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 2
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LEONARDO: Finalmente siete ancora fanciulla, e le fanciulle non s'hanno a mettere colle maritate.
VITTORIA: Anche la signora Giacinta è fanciulla, e va con tutte le mode, con tutte le gale delle maritate.
E in oggi non si distinguono le fanciulle dalle maritate, e una fanciulla che non faccia quello che fanno l'altre, suol passare per zotica, per anticaglia; e mi maraviglio che voi abbiate di queste massime, e che mi vogliate avvilita e strapazzata a tal segno.
LEONARDO: Tanto fracasso per un abito?
VITTORIA: Piuttosto che restar qui, o venir fuori senza il mio abito, mi contenterei d'avere una malattia.
LEONARDO: Il Cielo vi conceda la grazia.
VITTORIA: Che mi venga una malattia? (Con isdegno.)
LEONARDO: No, che abbiate l'abito, e che siate contenta.
SCENA QUARTA
Berto e detti.
BERTO: Signore, il signor Ferdinando desidera riverirla.
(A Leonardo.)
LEONARDO: Venga, venga, è padrone.
VITTORIA: Sentimi.
Va immediatamente dal sarto, da monsieur de la Réjouissance, e digli che finisca subito il mio vestito, che lo voglio prima ch'io parta per la campagna, altrimenti me ne renderà conto, e non farà più il sarto in Livorno.
BERTO: Sarà servita.
(Parte.)
LEONARDO: Via, acchetatevi, e non vi fate scorgere dal signor Ferdinando.
VITTORIA: Che importa a me del signor Ferdinando? Io non mi prendo soggezione di lui.
M'immagino che anche quest'anno verrà in campagna a piantare il bordone da noi.
LEONARDO: Certo, mi ha dato speranza di venir con noi, e intende di farci una distinzione; ma siccome è uno di quelli che si cacciano da per tutto, e si fanno merito rapportando qua e là i fatti degli altri, convien guardarsene e non fargli sapere ogni cosa; perché se sapesse le vostre smanie per l'abito, sarebbe capace di porvi in ridicolo in tutte le compagnie, in tutte le conversazioni.
VITTORIA: E perché dunque volete condur con noi questo canchero, se conoscete il di lui carattere?
LEONARDO: Vedete bene: in campagna è necessario aver della compagnia.
Tutti procurano d'aver più gente che possono; e poi si sente dire: il tale ha dieci persone, il tale ne ha sei, il tale otto, e chi ne ha più, è più stimato.
Ferdinando poi è una persona che comoda infinitamente.
Gioca a tutto, è sempre allegro, dice delle buffonerie, mangia bene, fa onore alla tavola, soffre la burla, e non se ne ha a male di niente.
VITTORIA: Sì, sì, è vero; in campagna questi caratteri sono necessari.
Ma che fa, che non viene?
LEONARDO: Eccolo lì, ch'esce dalla cucina.
VITTORIA: Che cosa sarà andato a fare in cucina?
LEONARDO: Curiosità.
Vuol saper tutto.
Vuol saper quel che si fa, quel che si mangia, e poi lo dice per tutto.
VITTORIA: Manco male, che di noi non potrà raccontare miserie.
SCENA QUINTA
Ferdinando e detti.
FERDINANDO: Padroni miei riveriti.
Il mio rispetto alla signora Vittoria.
VITTORIA: Serva, signor Ferdinando.
LEONARDO: Siete, amico, siete dei nostri?
FERDINANDO: Sì, sarò con voi.
Mi sono liberato da quel seccatore del conte Anselmo, che mi voleva seco per forza.
VITTORIA: Il conte Anselmo non fa una buona villeggiatura?
FERDINANDO: Sì, si tratta bene, fa una buona tavola; ma da lui si fa una vita troppo metodica.
Si va a cena a quattr'ore, e si va a letto alle cinque.
VITTORIA: Oh! io non farei questa vita per tutto l'oro del mondo.
Se vado a letto prima dell'alba, non è possibile ch'io prenda sonno.
LEONARDO: Da noi sapete come si fa.
Si gioca, si balla; non si va mai a cena prima delle otto; e poi col nostro carissimo faraoncino il più delle volte si vede il sole.
VITTORIA: Questo si chiama vivere.
FERDINANDO: E per questo ho preferito la vostra villeggiatura a quella del conte Anselmo.
E poi quell'anticaglia di sua moglie è una cosa insoffribile.
VITTORIA: Sì, sì, vuol fare ancora la giovinetta.
FERDINANDO: L'anno passato, i primi giorni sono stato io il cavalier servente; poi è capitato un giovanetto di ventidue anni, e ha piantato me per attaccarsi a lui.
VITTORIA: Oh! che ti venga il bene.
Con un giovanetto di ventidue anni?
FERDINANDO: Sì, e mi piace di dire la verità; era un biondino, ben cincinato, bianco e rosso come una rosa.
LEONARDO: Mi maraviglio di lui, che avesse tal sofferenza.
FERDINANDO: Sapete, com'è? È uno di quelli che non hanno il modo, che si appoggiano qua e là, dove possono; e si attaccano ad alcuna di queste signore antichette, le quali pagano loro le poste, e danno loro qualche zecchino ancor per giocare.
VITTORIA: (È una buona lingua per altro).
FERDINANDO: A che ora si parte?
VITTORIA: Non si sa ancora.
L'ora non è stabilita.
FERDINANDO: M'immagino che anderete in una carrozza da quattro posti.
LEONARDO: Io ho ordinato un calesso per mia sorella e per me, ed un cavallo per il mio cameriere.
FERDINANDO: Ed io come vengo?
LEONARDO: Come volete.
VITTORIA: Via, via.
Il signor Ferdinando verrà con me, voi anderete nello sterzo col signor Filippo e la signora Giacinta.
(A Leonardo.) (Farò meglio figura a andar in calesso con lui, che con mio fratello).
LEONARDO: Ma siete poi risolta di voler partire? (A Vittoria.)
FERDINANDO: Che? Ci ha qualche difficoltà?
VITTORIA: Vi potrebbe essere una picciola difficoltà.
FERDINANDO: Se non siete sicuri di partire, ditemelo liberamente.
Se non vado con voi, andrò con qualchedun altro.
Tutti vanno in campagna, e non voglio che dicano, ch'io resto a far la guardia a Livorno.
VITTORIA: (Sarebbe anche per me una grandissima mortificazione).
SCENA SESTA
Cecco e detti.
CECCO: Son qui, signore...
(A Leonardo.)
LEONARDO: Accostati.
(A Cecco.) Con licenza.
(A Ferdinando.)
CECCO: (Il signor Filippo la riverisce, e dice che circa ai cavalli da posta, riposa sopra di lei.
La signora Giacinta sta bene; lo sta attendendo, e lo prega sollecitare, perché di notte non ha piacer di viaggiare).
LEONARDO: (E di Guglielmo mi sai dir niente?).
CECCO: (Mi assicurano che questa mattina non si è veduto).
LEONARDO: (Benissimo: son contento).
Andrai ad avvisare il fattore della posta, che siano lesti i cavalli per ventun'ora.
VITTORIA: Ma se quell'affare non fosse in ordine?...
LEONARDO: Ci sia, o non ci sia.
Venite, o non venite, io vo' partire alle ventun'ora...
FERDINANDO: Ed io per le ventuna sarò qui preparato.
VITTORIA: Vorrei vedere ancor questa...
LEONARDO: Sono in impegno, e per una scioccheria voi non mi farete mancare.
Se vi fossero delle buone ragioni, pazienza; ma per uno straccio d'abito non si ha da restare.
(A Vittoria, e parte.)
SCENA SETTIMA
Vittoria, Ferdinando e Cecco.
VITTORIA: (Povera me, in che condizione miserabile che mi trovo! Non son padrona di me; ho da dipendere dal fratello.
Non veggo l'ora di maritarmi; niente per altro, che per poter fare a mio modo).
FERDINANDO: Ditemi in confidenza, signora, se si può dire: che cosa vi mette in dubbio di partire o di non partire?
VITTORIA: Cecco.
CECCO: Signora.
VITTORIA: Sei tu stato dalla signora Giacinta?
CECCO: Sì, signora.
VITTORIA: L'hai veduta?
CECCO: L'ho veduta.
VITTORIA: E che cosa faceva?
CECCO: Si provava un abito.
VITTORIA: Un abito nuovo?
CECCO: Novissimo.
VITTORIA: (Oh maledizione! Se non ho il mio, non parto assolutamente).
FERDINANDO: (E che sì, ch'ella pure vorrebbe un vestito nuovo, e non ha denari per farselo? Già tutti lo dicono: fratello e sorella sono due pazzi.
Spendono più di quello che possono, e consumano in un mese a Montenero quello che basterebbe loro un anno in Livorno).
VITTORIA: Cecco.
CECCO: Signora.
VITTORIA: E com'è quest'abito della signora Giacinta?
CECCO: Per dir la verità, non ci ho molto badato, ma credo sia un vestito da sposa.
VITTORIA: Da sposa? Hai tu sentito dire, che si faccia la sposa?
CECCO: Non l'ho sentito dire precisamente.
Ma ho inteso una parola francese, che ha detto il sarto, che mi par di capirla.
VITTORIA: Intendo anch'io il francese.
Che cosa ha detto?
CECCO: Ha detto mariage.
VITTORIA: (Ah! sì, ora ho capito; si fa ella pure il mariage: mi pareva impossibile che non lo facesse).
Dov'è Berto? Guarda, se trovi Berto.
Se non c'è, corri dal mio sartore, digli che assolutamente, in termine di tre ore, vo' che mi porti il mio mariage.
CECCO: Mariage non vuol dir matrimonio?
VITTORIA: Il diavolo, che ti porti.
Va subito, corri.
Fa quel che ti dico, e non replicare.
CECCO: Sì, signora, subito corro.
(Parte.)
SCENA OTTAVA
Vittoria e Ferdinando.
FERDINANDO: Signora, dite la verità, sareste in dubbio di partire per la mancanza dell'abito?
VITTORIA: E bene? Mi dareste il torto per questo?
FERDINANDO: No, avete tutte le ragioni del mondo: è una cosa necessarissima.
Lo fanno tutte, lo fanno quelle che non lo potrebbono fare.
Conoscete la signora Aspasia?
VITTORIA: La conosco.
FERDINANDO: Se n'è fatto uno ella pure, e ha preso il drappo in credenza per pagarlo uno scudo al mese.
E la signora Costanza? La signora Costanza, per farsi l'abito nuovo, ha venduto due paia di lenzuola ed una tovaglia di Fiandra e ventiquattro salviette.
VITTORIA: E per qual impegno, per qual premura hanno fatto questo?
FERDINANDO: Per andare in campagna.
VITTORIA: Non so che dire, la campagna è una gran passione, le compatisco; se fossi nel caso loro, non so anch'io che cosa farei.
In città non mi curo di far gran cose; ma in villa ho sempre paura di non comparire bastantemente...
Fatemi un piacere, signor Ferdinando, venite con me.
FERDINANDO: Dove abbiamo d'andare?
VITTORIA: Dal sarto, a gridare, a strapazzarlo ben bene.
FERDINANDO: No, volete ch'io v'insegni a farlo sollecitare?
VITTORIA: E come direste voi che io facessi?
FERDINANDO: Perdonate: lo pagate subito?
VITTORIA: Lo pagherò al mio ritorno.
FERDINANDO: Pagatelo presto, e sarete servita presto.
VITTORIA: Lo pago quando voglio, e vo' che mi serva quando mi pare.
(Parte.)
FERDINANDO: Bravissima, bel costume! Far figura in campagna, e farsi maltrattare in città.
(Parte.)
SCENA NONA
Camera in casa di Filippo.
Filippo e Guglielmo incontrandosi.
FILIPPO: Oh, signor Guglielmo, che grazie, che finezze son queste?
GUGLIELMO: Il mio debito, signor Filippo; il mio debito, e niente più.
So che oggi ella va in campagna, e sono venuto ad augurarle buon viaggio e buona villeggiatura.
FILIPPO: Caro amico, sono obbligato all'amor vostro, alla vostra attenzione; oggi finalmente si anderà in campagna.
In quanto a me ci sarei che sarebbe un mese, e ai miei tempi, quando era giovane, si anticipavano le villeggiature, e si anticipava il ritorno.
Fatto il vino, si ritornava in città; ma allora si andava per fare il vino, ora si va per divertimento, e si sta in campagna col freddo, e si vedono seccar le foglie sugli alberi.
GUGLIELMO: Ma non siete voi il padrone? Perché non andate quando vi pare, e non tornate quando vi comoda?
FILIPPO: Sì, dite bene, lo potrei fare; ma sono stato sempre di buon umore; mi ha sempre piacciuto la compagnia, e nell'età in cui sono, mi piace vivere, mi piace ancora godere un poco di mondo.
Se dico d'andar in villa il settembre, non c'è un can che mi seguiti, nessuno vuol venire con me a sagrificarsi.
Anche mia figlia alza il grugno, e non ho altri al mondo che la mia Giacinta, e desidero soddisfarla.
Si va, quando vanno gli altri, ed io mi lascio regolar dagli altri.
GUGLIELMO: Veramente quello che si fa dalla maggior parte, si dee credere, che sia sempre il meglio.
FILIPPO: Non sempre, non sempre, ci sarebbe molto che dire.
Voi dove fate quest'anno la vostra villeggiatura?
GUGLIELMO: Non so; non ho ancora fissato.
(Ah! se potessi andare con lui; se potessi villeggiare coll'amabile sua figliuola!)
FILIPPO: Vostro padre era solito villeggiare sulle colline di Pisa.
GUGLIELMO: È verissimo.
Colà sono situati i nostri poderi, e vi è un'abitazione passabile.
Ma io son solo, e dirò, come dite voi: star solo in campagna è un morir di malinconia.
FILIPPO: Volete venir con noi?
GUGLIELMO: Oh! signor Filippo, io non ho alcun merito, né oserei di dare a voi quest'incomodo.
FILIPPO: Io non son uomo di ceremonie.
Posso adattarmi allo stile moderno in tutt'altro, fuor che nell'uso de' complimenti.
Se volete venire, vi esibisco un buon letto, una mediocre tavola, ed un cuore sempre aperto agli amici, e sempre eguale con tutti.
GUGLIELMO: Non so che dire.
Siete così obbligante, ch'io non posso ricusare le grazie vostre.
FILIPPO: Così va fatto.
Venite, e stateci fin che vi pare; non pregiudicate i vostri interessi, e stateci fin che vi pare.
GUGLIELMO: A che ora destinate voi di partire?
FILIPPO: Non lo so; intendetevi col signor Leonardo.
GUGLIELMO: Viene con voi il signor Leonardo?
FILIPPO: Sì, certo, abbiamo destinato d'andare insieme con lui e con sua sorella.
Le nostre case di villa sono vicine, siamo amici, e anderemo insieme.
GUGLIELMO: (Questa compagnia mi dispiace.
Ma né anche per ciò voglio perdere l'occasione favorevole di essere in compagnia di Giacinta).
FILIPPO: Ci avete delle difficoltà?
GUGLIELMO: Non, signore.
Pensava ora, se dovea prendere un calesso, o, essendo solo, un cavallo da sella.
FILIPPO: Facciamo così.
Noi siamo in tre, ed abbiamo un legno da quattro, venite dunque con noi.
GUGLIELMO: Chi è il quarto, se è lecito?
FILIPPO: Una mia cognata vedova, che viene con noi per custodia di mia figliuola; non già ch'ella abbia bisogno di essere custodita, ché ha giudizio da sé, ma per il mondo, non avendo madre, è necessario che vi sia una donna attempata.
GUGLIELMO: Va benissimo.
(Procurerò ben io di cattivarmi l'animo della vecchia).
FILIPPO: E così? Vi comoda di venir con noi?
GUGLIELMO: Anzi è la maggiore finezza che io possa ricevere.
FILIPPO: Andate dunque dal signor Leonardo, e ditegli che non s'impegni con altri per il posto, che è destinato per voi.
GUGLIELMO: Non potreste farmi voi il piacere di mandar qualcheduno?
FILIPPO: I miei servitori sono tutti occupati.
Scusatemi, non mi pare di darvi sì grande incomodo.
GUGLIELMO: Non dico diversamente.
Aveva un certo picciolo affare.
Basta non occorr'altro.
Anderò io ad avvisarlo.
(Dica Leonardo quel che sa dire, prenda la cosa come gli pare, ci penso poco, e non ho soggezione di lui).
Signor Filippo, a buon rivederci.
FILIPPO: Non vi fate aspettare.
GUGLIELMO: Sarò sollecito.
Ho degli stimoli, che mi faranno sollecitare.
(Parte.)
SCENA DECIMA
Filippo, poi Giacinta e Brigida.
FILIPPO: Or, che ci penso.
Non vorrei che mi criticassero, invitando un giovane a venir con noi, avendo una figliuola da maritare.
Ma, diacine, è una cosa che in oggi si accostuma da tanti, perché hanno da criticare me solo? Potrebbono anche dire del signor Leonardo, che viene con noi, e di me, che vado con sua sorella, che sono vecchio, è vero, ma non sono poi sì vecchio, che non potessero sospettare.
Eh! al giorno d'oggi non vi è malizia.
Pare che l'innocenza della campagna si comunichi ai cittadini.
Non si usa in villa quel rigore che si pratica nelle città; e poi in casa mia so quanto mi posso compromettere: mia figlia è savia, è bene educata.
Eccola, che tu sia benedetta!
GIACINTA: Signor padre, mi favorisca altri sei zecchini.
FILIPPO: E per che fare, figliuola mia?
GIACINTA: Per pagare la sopravveste di seta da portar per viaggio per ripararsi dalla polvere.
FILIPPO: (Poh! non si finisce mai).
Ed è necessario, che sia di seta?
GIACINTA: Necessarissimo.
Sarebbe una villania portare la polverina di tela; vuol essere di seta, e col capuccietto.
FILIPPO: Ed a che fine il capuccietto?
GIACINTA: Per la notte, per l'aria, per l'umido, per quando è freddo.
FILIPPO: Ma non si usano i cappellini? I cappellini non riparano meglio?
GIACINTA: Oh, i cappellini!
BRIGIDA: Oh, oh, oh, i cappellini!
GIACINTA: Che ne dici, eh, Brigida? I cappellini!
BRIGIDA: Fa morir di ridere il signor padrone.
I cappellini!
FILIPPO: Che! ho detto qualche sproposito? Qualche bestialità? A che far tante maraviglie? Non si usavano forse i cappellini?
GIACINTA: Goffaggini, goffaggini.
BRIGIDA: Anticaglie, anticaglie.
FILIPPO: Ma quanto sarà, che non si usano più i cappellini?
GIACINTA: Oh! due anni almeno.
FILIPPO: E in due anni sono venuti anticaglie?
BRIGIDA: Ma non sapete, signore, che quello che si usa un anno, non si usa l'altro?
FILIPPO: Sì, è vero.
Ho veduto in pochissimi anni cuffie, cuffiotti, cappellini, cappelloni; ora corrono i cappuccietti; m'aspetto, che l'anno venturo vi mettiate in testa una scarpa.
GIACINTA: Ma voi che vi maravigliate tanto delle donne, ditemi un poco, gli uomini non fanno peggio di noi? Una volta, quando viaggiavano per la campagna, si mettevano il loro buon giubbone di panno, le gambiere di lana, le scarpe grosse: ora portano anch'eglino la polverina, gli scappinetti colle fibbie di brilli, e montano in calesso colle calzoline di seta.
BRIGIDA: E non usano più il bastone.
GIACINTA: Ed usano il palossetto ritorto.
BRIGIDA: E portano l'ombrellino per ripararsi dal sole.
GIACINTA: E poi dicono di noi.
BRIGIDA: Se fanno peggio di noi.
FILIPPO: Io non so niente di tutto questo.
So che come s'andava cinquant'anni sono, vado ancora presentemente.
GIACINTA: Questi sono discorsi inutili.
Favoritemi sei zecchini.
FILIPPO: Sì, veniamo alla conclusione; lo spendere è sempre stato alla moda.
GIACINTA: Mi pare di essere delle più discrete.
BRIGIDA: Oh! signore, non sapete niente.
Date un'occhiata in villa a quel che fanno le altre, e me la saprete poi raccontare.
FILIPPO: Sicché dunque devo ringraziare la mia figliuola, che mi fa la finezza di farmi risparmiare moltissimo.
BRIGIDA: Vi assicuro che una fanciulla più economa non si dà.
GIACINTA: Mi contento del puro puro bisognevole, e niente più.
FILIPPO: Figliuola mia, sia bisognevole, o non sia bisognevole, sapete ch'io desidero soddisfarvi, e i sei zecchini venite a prenderli nella mia camera, che ci saranno.
Ma circa all'economia, studiatela un poco più, perché, se vi maritate, sarà difficile che troviate un marito del carattere di vostro padre.
GIACINTA: A che ora si parte?
FILIPPO: (A proposito).
Io penso verso le ventidue.
GIACINTA: Oh! credo che si partirà prima.
E chi viene in carrozza con noi?
FILIPPO: Ci verrò io, ci verrà vostra zia, e per quarto un galantuomo, un mio amico che conoscete anche voi.
GIACINTA: Qualche vecchio forse?
FILIPPO: Vi dispiacerebbe che fosse un vecchio?
GIACINTA: Oh! non, signore.
Non ci penso, basta che non sia una marmotta.
Se è anche vecchio, quando sia di buon umore, son contentissima.
FILIPPO: È un giovane.
BRIGIDA: Tanto meglio.
FILIPPO: Perché tanto meglio?
BRIGIDA: Perché la gioventù naturalmente è più vivace, è più spiritosa.
Starete allegri; non dormirete per viaggio.
GIACINTA: E chi è questo signore?
FILIPPO: È il signor Guglielmo.
GIACINTA: Sì, sì, è un giovane di talento.
FILIPPO: Il signor Leonardo, mi figuro, andrà in calesso con sua sorella.
GIACINTA: Probabilmente.
BRIGIDA: Ed io, signore, con chi anderò?
FILIPPO: Tu andrai, come sei solita andare; per mare, in una feluca, colla mia gente e con quella del signor Leonardo.
BRIGIDA: Ma, signore, il mare mi fa sempre male, e l'anno passato ho corso pericolo d'annegarmi, e quest'anno non ci vorrei andare.
FILIPPO: Vuoi, ch'io ti prenda un calesso apposta?
BRIGIDA: Compatitemi, con chi va il cameriere del signor Leonardo?
GIACINTA: Appunto: il suo cameriere lo suol condurre per terra.
Povera Brigida, lasciate che ella vada con esso lui.
FILIPPO: Col cameriere?
GIACINTA: Sì, cosa avete paura? Ci siamo noi; e poi sapete che Brigida è una buona fanciulla.
BRIGIDA: In quanto a me, vi protesto, monto in sedia, mi metto a dormire, e non lo guardo in faccia nemmeno
GIACINTA: È giusto ch'io abbia meco la mia cameriera.
BRIGIDA: Tutte le signore la conducono presso di loro.
GIACINTA: Per viaggio mi possono abbisognar cento cose.
BRIGIDA: Almeno son lì pronta per assistere, per servir la padrona.
GIACINTA: Caro signor padre.
BRIGIDA: Caro signor padrone.
FILIPPO: Non so che dire; non so dir di no, non son capace di dir di no, e non dirò mai di no.
(Parte.)
SCENA UNDICESIMA
Giacinta e Brigida.
GIACINTA: Sei contenta?
BRIGIDA: Brava la mia padrona.
GIACINTA: Oh! io poi ho questo di buono; faccio far alla gente tutto quello che io voglio.
BRIGIDA: Ma, come andrà la faccenda col signor Leonardo?
GIACINTA: Su che proposito?
BRIGIDA: Sul proposito del signor Guglielmo; sapete quanto è geloso; e se lo vede in carrozza con voi...
GIACINTA: Converrà che lo soffra.
BRIGIDA: Io ho paura che si disgusterà.
GIACINTA: Con chi?
BRIGIDA: Con voi.
GIACINTA: Eh! per appunto.
Gliene ho fatte soffrir di peggio.
BRIGIDA: Compatitemi, signora padrona, il poverino vi vuol troppo bene.
GIACINTA: Ed io non gli voglio male.
BRIGIDA: Ei si lusinga, che siate un giorno la di lui sposa.
GIACINTA: E può anche essere che ciò succeda.
BRIGIDA: Ma se avesse questa buona intenzione, procurate un poco più di renderlo soddisfatto.
GIACINTA: Anzi per lo contrario, prevedendo ch'ei possa un giorno essere mio marito, vo' avvezzarlo per tempo a non esser geloso, a non esser sofistico, a non privarmi dell'onesta mia libertà.
Se principia ora a pretendere, a comandare, se gli riesce ora d'avvilirmi, di mettermi in soggezione, è finita: sarò schiava perpetuamente.
O mi vuol bene, o non mi vuol bene.
Se mi vuol bene, s'ha da fidare, se non mi vuol bene, che se ne vada.
BRIGIDA: Dice per altro il proverbio: chi ama, teme; e se dubita, dubiterà per amore.
GIACINTA: Questo è un amore che non mi comoda.
BRIGIDA: Diciamola fra di noi; voi l'amate pochissimo il signor Leonardo.
GIACINTA: Io non so quanto l'ami; ma so che l'amo più di quello ch'io abbia amato nessuno; e non avrei difficoltà a sposarlo, ma non a costo di essere tormentata.
BRIGIDA: Compatitemi, questo non è vero amore.
GIACINTA: Non so che fare.
Io non ne conosco di meglio.
BRIGIDA: Mi pare di sentir gente.
GIACINTA: Va a vedere chi è.
BRIGIDA: Oh! appunto è il signor Leonardo.
GIACINTA: Che vuol dir che non viene innanzi?
BRIGIDA: E che sì, che ha saputo del signor Guglielmo?
GIACINTA: O prima, o dopo, l'ha da sapere.
BRIGIDA: Non viene.
C'è del male.
Volete, che io vada a vedere?
GIACINTA: Sì, va a vedere, fallo venire innanzi.
BRIGIDA: (Capperi, non mi preme per lui, mi preme per il cameriere).
(Parte.)
SCENA DODICESIMA
Giacinta e Leonardo.
GIACINTA: Sì, lo amo, lo stimo, lo desidero, ma non posso soffrire la gelosia.
LEONARDO: Servitor suo, signora Giacinta.
(Sostenuto.)
GIACINTA: Padrone, signor Leonardo.
(Sostenuta.)
LEONARDO: Scusi se son venuto ad incomodarla.
GIACINTA: Fa grazia, signor ceremoniere, fa grazia.
(Con ironia.)
LEONARDO: Sono venuto ad augurarle buon viaggio.
GIACINTA: Per dove?
LEONARDO: Per la campagna.
GIACINTA: E ella non favorisce?
LEONARDO: Non signora.
GIACINTA: Perché, se è lecito?
LEONARDO: Perché non le vorrei essere di disturbo.
GIACINTA: Ella non incomoda mai; favorisce sempre.
È così grazioso, che favorisce sempre.
(Con ironia.)
LEONARDO: Non sono io il grazioso.
Il grazioso lo averà seco lei nella sua carrozza.
GIACINTA: Io non dispongo, signore.
Mio padre è il padrone, ed è padrone di far venire chi vuole.
LEONARDO: Ma la figliuola si accomoda volentieri.
GIACINTA: Se volentieri, o malvolentieri, voi non avete da far l'astrologo.
LEONARDO: Alle corte, signora Giacinta.
Quella compagnia non mi piace.
GIACINTA: È inutile che a me lo diciate.
LEONARDO: E a chi lo devo dire?
GIACINTA: A mio padre.
LEONARDO: Con lui non ho libertà di spiegarmi.
GIACINTA: Né io ho l'autorità di farlo fare a mio modo.
LEONARDO: Ma se vi premesse la mia amicizia, trovereste la via di non disgustarmi.
GIACINTA: Come? Suggeritemi voi la maniera.
LEONARDO: Oh! non mancano pretesti, quando si vuole.
GIACINTA: Per esempio?
LEONARDO: Per esempio si fa nascere una novità, che differisca l'andata, e si acquista tempo; e quando preme, si tralascia d'andare, piuttosto che disgustare una persona per cui si ha qualche stima.
GIACINTA: Sì, per farsi ridicoli, questa è la vera strada.
LEONARDO: Eh! dite che non vi curate di me.
GIACINTA: Ho della stima, ho dell'amore per voi; ma non voglio per causa vostra fare una trista figura in faccia del mondo.
LEONARDO: Sarebbe un gran male, che non andaste un anno in villeggiatura?
GIACINTA: Un anno senza andare in villeggiatura! Che direbbero di me a Montenero? Che direbbero di me a Livorno? Non avrei più ardire di mirar in faccia nessuno.
LEONARDO: Quand'è così, non occorr'altro.
Vada, si diverta, e buon pro le faccia.
GIACINTA: Ma ci verrete anch
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