LE SMANIE PER LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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GUGLIELMO: Non so che dire.
Siete così obbligante, ch'io non posso ricusare le grazie vostre.
FILIPPO: Così va fatto.
Venite, e stateci fin che vi pare; non pregiudicate i vostri interessi, e stateci fin che vi pare.
FILIPPO: Non lo so; intendetevi col signor Leonardo.
GUGLIELMO: Viene con voi il signor Leonardo?
FILIPPO: Sì, certo, abbiamo destinato d'andare insieme con lui e con sua sorella.
Le nostre case di villa sono vicine, siamo amici, e anderemo insieme.
GUGLIELMO: (Questa compagnia mi dispiace.
Ma né anche per ciò voglio perdere l'occasione favorevole di essere in compagnia di Giacinta).
FILIPPO: Ci avete delle difficoltà?
GUGLIELMO: Non, signore.
Pensava ora, se dovea prendere un calesso, o, essendo solo, un cavallo da sella.
FILIPPO: Facciamo così.
Noi siamo in tre, ed abbiamo un legno da quattro, venite dunque con noi.
GUGLIELMO: Chi è il quarto, se è lecito?
FILIPPO: Una mia cognata vedova, che viene con noi per custodia di mia figliuola; non già ch'ella abbia bisogno di essere custodita, ché ha giudizio da sé, ma per il mondo, non avendo madre, è necessario che vi sia una donna attempata.
GUGLIELMO: Va benissimo.
(Procurerò ben io di cattivarmi l'animo della vecchia).
GUGLIELMO: Anzi è la maggiore finezza che io possa ricevere.
FILIPPO: Andate dunque dal signor Leonardo, e ditegli che non s'impegni con altri per il posto, che è destinato per voi.
GUGLIELMO: Non potreste farmi voi il piacere di mandar qualcheduno?
FILIPPO: I miei servitori sono tutti occupati.
Scusatemi, non mi pare di darvi sì grande incomodo.
GUGLIELMO: Non dico diversamente.
Aveva un certo picciolo affare.
Basta non occorr'altro.
Anderò io ad avvisarlo.
(Dica Leonardo quel che sa dire, prenda la cosa come gli pare, ci penso poco, e non ho soggezione di lui).
Signor Filippo, a buon rivederci.
FILIPPO: Non vi fate aspettare.
GUGLIELMO: Sarò sollecito.
Ho degli stimoli, che mi faranno sollecitare.
(Parte.)
SCENA DECIMA
Filippo, poi Giacinta e Brigida.
FILIPPO: Or, che ci penso.
Ma, diacine, è una cosa che in oggi si accostuma da tanti, perché hanno da criticare me solo? Potrebbono anche dire del signor Leonardo, che viene con noi, e di me, che vado con sua sorella, che sono vecchio, è vero, ma non sono poi sì vecchio, che non potessero sospettare.
Eh! al giorno d'oggi non vi è malizia.
Pare che l'innocenza della campagna si comunichi ai cittadini.
Non si usa in villa quel rigore che si pratica nelle città; e poi in casa mia so quanto mi posso compromettere: mia figlia è savia, è bene educata.
Eccola, che tu sia benedetta!
GIACINTA: Signor padre, mi favorisca altri sei zecchini.
FILIPPO: E per che fare, figliuola mia?
GIACINTA: Per pagare la sopravveste di seta da portar per viaggio per ripararsi dalla polvere.
FILIPPO: (Poh! non si finisce mai).
Ed è necessario, che sia di seta?
GIACINTA: Necessarissimo.
Sarebbe una villania portare la polverina di tela; vuol essere di seta, e col capuccietto.
FILIPPO: Ed a che fine il capuccietto?
GIACINTA: Per la notte, per l'aria, per l'umido, per quando è freddo.
FILIPPO: Ma non si usano i cappellini? I cappellini non riparano meglio?
GIACINTA: Oh, i cappellini!
BRIGIDA: Oh, oh, oh, i cappellini!
GIACINTA: Che ne dici, eh, Brigida? I cappellini!
BRIGIDA: Fa morir di ridere il signor padrone.
I cappellini!
FILIPPO: Che! ho detto qualche sproposito? Qualche bestialità? A che far tante maraviglie? Non si usavano forse i cappellini?
GIACINTA: Goffaggini, goffaggini.
FILIPPO: Ma quanto sarà, che non si usano più i cappellini?
GIACINTA: Oh! due anni almeno.
FILIPPO: E in due anni sono venuti anticaglie?
BRIGIDA: Ma non sapete, signore, che quello che si usa un anno, non si usa l'altro?
FILIPPO: Sì, è vero.
Ho veduto in pochissimi anni cuffie, cuffiotti, cappellini, cappelloni; ora corrono i cappuccietti; m'aspetto, che l'anno venturo vi mettiate in testa una scarpa.
GIACINTA: Ma voi che vi maravigliate tanto delle donne, ditemi un poco, gli uomini non fanno peggio di noi? Una volta, quando viaggiavano per la campagna, si mettevano il loro buon giubbone di panno, le gambiere di lana, le scarpe grosse: ora portano anch'eglino la polverina, gli scappinetti colle fibbie di brilli, e montano in calesso colle calzoline di seta.
BRIGIDA: E non usano più il bastone.
GIACINTA: Ed usano il palossetto ritorto.
BRIGIDA: E portano l'ombrellino per ripararsi dal sole.
GIACINTA: E poi dicono di noi.
BRIGIDA: Se fanno peggio di noi.
FILIPPO: Io non so niente di tutto questo.
So che come s'andava cinquant'anni sono, vado ancora presentemente.
GIACINTA: Questi sono discorsi inutili.
Favoritemi sei zecchini.
GIACINTA: Mi pare di essere delle più discrete.
BRIGIDA: Oh! signore, non sapete niente.
Date un'occhiata in villa a quel che fanno le altre, e me la saprete poi raccontare.
FILIPPO: Sicché dunque devo ringraziare la mia figliuola, che mi fa la finezza di farmi risparmiare moltissimo.
BRIGIDA: Vi assicuro che una fanciulla più economa non si dà.
GIACINTA: Mi contento del puro puro bisognevole, e niente più.
FILIPPO: Figliuola mia, sia bisognevole, o non sia bisognevole, sapete ch'io desidero soddisfarvi, e i sei zecchini venite a prenderli nella mia camera, che ci saranno.
Ma circa all'economia, studiatela un poco più, perché, se vi maritate, sarà difficile che troviate un marito del carattere di vostro padre.
GIACINTA: A che ora si parte?
FILIPPO: (A proposito).
Io penso verso le ventidue.
GIACINTA: Oh! credo che si partirà prima.
E chi viene in carrozza con noi?
FILIPPO: Ci verrò io, ci verrà vostra zia, e per quarto un galantuomo, un mio amico che conoscete anche voi.
GIACINTA: Qualche vecchio forse?
FILIPPO: Vi dispiacerebbe che fosse un vecchio?
GIACINTA: Oh! non, signore.
Non ci penso, basta che non sia una marmotta.
Se è anche vecchio, quando sia di buon umore, son contentissima.
FILIPPO: È un giovane.
BRIGIDA: Tanto meglio.
FILIPPO: Perché tanto meglio?
BRIGIDA: Perché la gioventù naturalmente è più vivace, è più spiritosa.
Starete allegri; non dormirete per viaggio.
GIACINTA: E chi è questo signore?
FILIPPO: È il signor Guglielmo.
GIACINTA: Sì, sì, è un giovane di talento.
FILIPPO: Il signor Leonardo, mi figuro, andrà in calesso con sua sorella.
GIACINTA: Probabilmente.
BRIGIDA: Ed io, signore, con chi anderò?
FILIPPO: Tu andrai, come sei solita andare; per mare, in una feluca, colla mia gente e con quella del signor Leonardo.
BRIGIDA: Ma, signore, il mare mi fa sempre male, e l'anno passato ho corso pericolo d'annegarmi, e quest'anno non ci vorrei andare.
FILIPPO: Vuoi, ch'io ti prenda un calesso apposta?
BRIGIDA: Compatitemi, con chi va il cameriere del signor Leonardo?
GIACINTA: Appunto: il suo cameriere lo suol condurre per terra.
Povera Brigida, lasciate che ella vada con esso lui.
FILIPPO: Col cameriere?
BRIGIDA: In quanto a me, vi protesto, monto in sedia, mi metto a dormire, e non lo guardo in faccia nemmeno
GIACINTA: È giusto ch'io abbia meco la mia cameriera.
BRIGIDA: Tutte le signore la conducono presso di loro.
GIACINTA: Per viaggio mi possono abbisognar cento cose.
BRIGIDA: Almeno son lì pronta per assistere, per servir la padrona.
GIACINTA: Caro signor padre.
BRIGIDA: Caro signor padrone.
FILIPPO: Non so che dire; non so dir di no, non son capace di dir di no, e non dirò mai di no.
(Parte.)
SCENA UNDICESIMA
Giacinta e Brigida.
GIACINTA: Sei contenta?
BRIGIDA: Brava la mia padrona.
GIACINTA: Oh! io poi ho questo di buono; faccio far alla gente tutto quello che io voglio.
BRIGIDA: Ma, come andrà la faccenda col signor Leonardo?
GIACINTA: Su che proposito?
GIACINTA: Converrà che lo soffra.
BRIGIDA: Io ho paura che si disgusterà.
GIACINTA: Con chi?
BRIGIDA: Con voi.
GIACINTA: Eh! per appunto.
Gliene ho fatte soffrir di peggio.
BRIGIDA: Compatitemi, signora padrona, il poverino vi vuol troppo bene.
GIACINTA: Ed io non gli voglio male.
BRIGIDA: Ei si lusinga, che siate un giorno la di lui sposa.
GIACINTA: E può anche essere che ciò succeda.
BRIGIDA: Ma se avesse questa buona intenzione, procurate un poco più di renderlo soddisfatto.
GIACINTA: Anzi per lo contrario, prevedendo ch'ei possa un giorno essere mio marito, vo' avvezzarlo per tempo a non esser geloso, a non esser sofistico, a non privarmi dell'onesta mia libertà.
Se principia ora a pretendere, a comandare, se gli riesce ora d'avvilirmi, di mettermi in soggezione, è finita: sarò schiava perpetuamente.
O mi vuol bene, o non mi vuol bene.
Se mi vuol bene, s'ha da fidare, se non mi vuol bene, che se ne vada.
BRIGIDA: Dice per altro il proverbio: chi ama, teme; e se dubita, dubiterà per amore.
GIACINTA: Questo è un amore che non mi comoda.
BRIGIDA: Diciamola fra di noi; voi l'amate pochissimo il signor Leonardo.
GIACINTA: Io non so quanto l'ami; ma so che l'amo più di quello ch'io abbia amato nessuno; e non avrei difficoltà a sposarlo, ma non a costo di essere tormentata.
BRIGIDA: Compatitemi, questo non è vero amore.
GIACINTA: Non so che fare.
Io non ne conosco di meglio.
BRIGIDA: Mi pare di sentir gente.
GIACINTA: Va a vedere chi è.
BRIGIDA: Oh! appunto è il signor Leonardo.
GIACINTA: Che vuol dir che non viene innanzi?
BRIGIDA: E che sì, che ha saputo del signor Guglielmo?
GIACINTA: O prima, o dopo, l'ha da sapere.
BRIGIDA: Non viene.
C'è del male.
Volete, che io vada a vedere?
GIACINTA: Sì, va a vedere, fallo venire innanzi.
BRIGIDA: (Capperi, non mi preme per lui, mi preme per il cameriere).
(Parte.)
SCENA DODICESIMA
Giacinta e Leonardo.
GIACINTA: Sì, lo amo, lo stimo, lo desidero, ma non posso soffrire la gelosia.
LEONARDO: Servitor suo, signora Giacinta.
(Sostenuto.)
GIACINTA: Padrone, signor Leonardo.
(Sostenuta.)
LEONARDO: Scusi se son venuto ad incomodarla.
GIACINTA: Fa grazia, signor ceremoniere, fa grazia.
(Con ironia.)
LEONARDO: Sono venuto ad augurarle buon viaggio.
GIACINTA: Per dove?
LEONARDO: Per la campagna.
GIACINTA: E ella non favorisce?
LEONARDO: Non signora.
GIACINTA: Perché, se è lecito?
LEONARDO: Perché non le vorrei essere di disturbo.
GIACINTA: Ella non incomoda mai; favorisce sempre.
È così grazioso, che favorisce sempre.
(Con ironia.)
LEONARDO: Non sono io il grazioso.
Il grazioso lo averà seco lei nella sua carrozza.
GIACINTA: Io non dispongo, signore.
Mio padre è il padrone, ed è padrone di far venire chi vuole.
LEONARDO: Ma la figliuola si accomoda volentieri.
GIACINTA: Se volentieri, o malvolentieri, voi non avete da far l'astrologo.
LEONARDO: Alle corte, signora Giacinta.
Quella compagnia non mi piace.
GIACINTA: È inutile che a me lo diciate.
LEONARDO: E a chi lo devo dire?
GIACINTA: A mio padre.
LEONARDO: Con lui non ho libertà di spiegarmi.
GIACINTA: Né io ho l'autorità di farlo fare a mio modo.
LEONARDO: Ma se vi premesse la mia amicizia, trovereste la via di non disgustarmi.
GIACINTA: Come? Suggeritemi voi la maniera.
LEONARDO: Oh! non mancano pretesti, quando si vuole.
GIACINTA: Per esempio?
LEONARDO: Per esempio si fa nascere una novità, che differisca l'andata, e si acquista tempo; e quando preme, si tralascia d'andare, piuttosto che disgustare una persona per cui si ha qualche stima.
GIACINTA: Sì, per farsi ridicoli, questa è la vera strada.
LEONARDO: Eh! dite che non vi curate di me.
GIACINTA: Ho della stima, ho dell'amore per voi; ma non voglio per causa vostra fare una trista figura in faccia del mondo.
LEONARDO: Sarebbe un gran male, che non andaste un anno in villeggiatura?
GIACINTA: Un anno senza andare in villeggiatura! Che direbbero di me a Montenero? Che direbbero di me a Livorno? Non avrei più ardire di mirar in faccia nessuno.
LEONARDO: Quand'è così, non occorr'altro.
Vada, si diverta, e buon pro le faccia.
GIACINTA: Ma ci verrete anche voi.
LEONARDO: Non signora, non ci verrò.
GIACINTA: Eh! sì, che verrete.
(Amorosamente.)
LEONARDO: Con colui non ci voglio andare.
GIACINTA: E che cosa vi ha fatto colui?
LEONARDO: Non lo posso vedere.
GIACINTA: Dunque l'odio, che avete per lui, è più grande dell'amore che avete per me.
LEONARDO: Io l'odio appunto per causa vostra.
GIACINTA: Ma per qual motivo?
LEONARDO: Perché, perché*...
non mi fate parlare.
GIACINTA: Perché ne siete geloso?
LEONARDO: Sì, perché ne sono geloso.
GIACINTA: Qui vi voleva.
La gelosia che avete di lui, è un'offesa, che fate a me, e non potete essere di lui geloso, senza credere me una frasca, una civetta, una banderuola.
Chi ha della stima per una persona, non può nutrire tai sentimenti, e dove non vi è stima, non vi può essere amore; e se non mi amate, lasciatemi, e se non sapete amare, imparate.
Io vi amo, e son fedele, e son sincera, e so il mio dovere, e non vo' gelosie, e non voglio dispetti, e non voglio farmi ridicola per nessuno, e in villa ci ho d'andare, ci devo andare, e ci voglio andare.
(Parte.)
LEONARDO: Va, che il diavolo ti strascini.
Ma no; può essere che tu non ci vada.
Farò tanto forse, che non ci anderai.
Maladetto sia il villeggiare.
In villa ha fatto quest'amicizia.
In villa ha conosciuto costui.
Si sagrifichi tutto: dica il mondo quel che sa dire; dica mia sorella quel che vuol dire.
Non si villeggia più, non si va più in campagna.
(Parte.)
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera di Leonardo.
Vittoria e Paolo.
VITTORIA: Via, via, non istate più a taroccare.
Lasciate, che le donne finiscano di fare quel che hanno da fare, e piuttosto v'aiuterò a terminare il baule per mio fratello.
PAOLO: Non so, che dire.
Siamo tanti in casa, e pare ch'io solo abbia da fare ogni cosa.
VITTORIA: Presto, presto.
Facciamo, che quando torna il signor Leonardo, trovi tutte le cose fatte.
Ora son contentissima, a mezzogiorno avrò in casa il mio abito nuovo.
PAOLO: Gliel'ha poi finito il sarto?
VITTORIA: Sì, l'ha finito; ma da colui non mi servo più.
PAOLO: E perché, signora? Lo ha fatto male?
VITTORIA: No, per dir la verità, è riuscito bellissimo.
Mi sta bene, è un abito di buon gusto, che forse forse farà la prima figura, e farà crepar qualcheduno d'invidia.
PAOLO: E perché dunque è sdegnata col sarto?
VITTORIA: Perché mi ha fatto un'impertinenza.
Ha voluto i danari subito per la stoffa e per la fattura.
PAOLO: Perdoni, non mi par che abbia gran torto.
Mi ha detto più volte che ha un conto lungo, e che voleva esser saldato.
VITTORIA: E bene, doveva aggiungere alla lunga polizza anche questo conto, e sarebbe stato pagato di tutto.
PAOLO: E quando sarebbe stato pagato?
VITTORIA: Al ritorno della villeggiatura.
PAOLO: Crede ella di ritornar di campagna con dei quattrini?
VITTORIA: È facilissimo.
In campagna si gioca.
Io sono piuttosto fortunata nel gioco, e probabilmente l'avrei pagato senza sagrificare quel poco che mio fratello mi passa per il mio vestito.
PAOLO: A buon conto quest'abito è pagato, e non ci ha più da pensare.
VITTORIA: Sì, ma sono restata senza quattrini.
PAOLO: Che importa? Ella non ne ha per ora da spendere.
VITTORIA: E come ho da far a giocare?
PAOLO: Ai giochetti si può perder poco.
VITTORIA: Oh! io non gioco a giochetti.
Non ci ho piacere, non vo applicare.
In città gioco qualche volta per compiacenza; ma in campagna il mio divertimento, la mia passione, è il faraone.
PAOLO: Per quest'anno le converrà aver pazienza.
VITTORIA: Oh, questo poi, no.
Vo' giocare, perché mi piace giocare.
Vo' giocare, perché ho bisogno di vincere, ed è necessario che io giochi, per non far dire di me la conversazione.
In ogni caso io mi fido, io mi comprometto di voi.
PAOLO: Di me?
VITTORIA: Sì, di voi.
Sarebbe gran cosa, che mi anticipaste qualche danaro, a conto del mio vestiario dell'anno venturo?
PAOLO: Perdoni.
Mi pare che ella lo abbia intaccato della metà almeno.
VITTORIA: Che importa? Quando l'ho avuto, l'ho avuto.
Io non credo, che vi farete pregare per questo.
PAOLO: Per me la servirei volentieri, ma non ne ho.
È vero che quantunque io non abbia che il titolo, ed il salario di cameriere, ho l'onor di servire il padrone da fattore e da mastro di casa.
Ma la cassa ch'io tengo è così ristretta, che non arrivo mai a poter pagare quello che alla giornata si spende; e per dirle la verità, sono indietro anch'io di sei mesi del mio onorario.
VITTORIA: Lo dirò a mio fratello, e mi darà egli il bisogno.
PAOLO: Signora, si accerti che ora è più che mai in ristrettezze grandissime, e non si lusinghi, perché non le può dar niente.
VITTORIA: Ci sarà del grano in campagna.
PAOLO: Non ci sarà nemmeno il bisogno per fare il pane che occorre.
VITTORIA: L'uva non sarà venduta.
PAOLO: È venduta anche l'uva.
VITTORIA: Anche l'uva?
PAOLO: E se andiamo di questo passo, signora...
VITTORIA: Non sarà così di mio zio.
PAOLO: Oh! quello ha il grano, il vino e i danari.
VITTORIA: E non possiamo noi prevalerci di qualche cosa?
PAOLO: Non signora.
Hanno fatto le divisioni.
Ciascheduno conosce il suo.
Sono separate le fattorie.
Non vi è niente da sperare da quella parte.
VITTORIA: Mio fratello dunque va in precipizio.
PAOLO: Se non ci rimedia.
VITTORIA: E come avrebbe da rimediarci?
PAOLO: Regolar le spese.
Cambiar sistema di vivere.
Abbandonar soprattutto la villeggiatura.
VITTORIA: Abbandonar la villeggiatura? Si vede bene che siete un uomo da niente.
Ristringa le spese in casa.
Scemi la tavola in città, minori la servitù; le dia meno salario.
Si vesta con meno sfarzo, risparmi quel che getta in Livorno.
Ma la villeggiatura si deve fare, e ha da essere da par nostro, grandiosa secondo il solito, e colla solita proprietà.
PAOLO: Crede ella, che possa durar lungo tempo?
VITTORIA: Che duri fin che io ci sono.
La mia dote è in deposito, e spero che non tarderò a maritarmi.
PAOLO: E intanto?...
VITTORIA: E intanto terminiamo il baule.
PAOLO: Ecco il padrone.
VITTORIA: Non gli diciamo niente per ora.
Non lo mettiamo in melanconia.
Ho piacere che sia di buon animo, che si parta con allegria.
Terminiamo di empir il baule.
(Si affrettano tutti e due a riporre il baule.)
SCENA SECONDA
Leonardo e detti.
LEONARDO: (Ah! vorrei nascondere la mia passione, ma non so se sarà possibile.
Sono troppo fuor di me stesso).
VITTORIA: Eccoci qui, signor fratello, eccoci qui a lavorare per voi.
LEONARDO: Non vi affrettate.
Può essere che la partenza si differisca.
VITTORIA: No, no, sollecitatela pure.
Io sono in ordine, il mio mariage è finito.
Son contentissima, non vedo l'ora d'andarmene.
LEONARDO: Ed io, sul supposto di far a voi un piacere, ho cambiato disposizione, e per oggi non si partirà.
VITTORIA: E ci vuol tanto a rimettere le cose in ordine per partire?
LEONARDO: Per oggi, vi dico, non è possibile.
VITTORIA: Via, per oggi pazienza.
Si partirà domattina pel fresco; non è così?
LEONARDO: Non lo so.
Non ne son sicuro.
VITTORIA: Ma voi mi volete far dare alla disperazione.
LEONARDO: Disperatevi quanto volete, non so che farvi.
VITTORIA: Bisogna dire che vi siano de' gran motivi.
LEONARDO: Qualche cosa di più della mancanza d'un abito.
VITTORIA: E la signora Giacinta va questa sera?
LEONARDO: Può essere ch'ella pure non vada.
VITTORIA: Ecco la gran ragione.
Eccolo il gran motivo.
Perché non parte la bella, non vorrà partire l'amante.
Io non ho che fare con lei, e si può partire senza di lei.
LEONARDO: Partirete, quando a me parerà di partire.
VITTORIA: Questo è un torto, questa è un'ingiustizia, che voi mi fate.
Io non ho da restar in Livorno, quando tutti vanno in campagna, e la signora Giacinta mi sentirà se resterò a Livorno per lei.
LEONARDO: Questo non è ragionare da fanciulla propria, e civile, come voi siete.
E voi che fate colà ritto, ritto, come una statua? (A Paolo.)
PAOLO: Aspetto gli ordini.
Sto a veder, sto a sentire.
Non so, s'io abbia a seguitar a fare, o a principiar a disfare.
VITTORIA: Seguitate a fare.
LEONARDO: Principiate a disfare.
PAOLO: Fare e disfare è tutto lavorare.
(Levando dal baule.)
VITTORIA: Io butterei volentieri ogni cosa dalla finestra.
LEONARDO: Principiate a buttarvi il vostro mariage.
VITTORIA: Sì, se non vado in campagna, lo straccio in centomila pezzi.
LEONARDO: Che cosa c'è in questa cassa? (A Paolo.)
PAOLO: Il caffè, la cioccolata, lo zucchero, la cera e le spezierie.
LEONARDO: M'immagino che niente di ciò sarà stato pagato.
PAOLO: Con che vuol ella ch'io abbia pagato? So bene che per aver questa roba a credito, ho dovuto sudare; e i bottegai mi hanno maltrattato, come se io l'avessi rubata.
LEONARDO: Riportate ogni cosa a chi ve l'ha data, e fate che depennino la partita.
PAOLO: Sì, signore.
Ehi! chi è di là? Aiutatemi.
(Vien servito.)
VITTORIA: (Oh, povera me! La villeggiatura è finita).
PAOLO: Bravo, signor padrone: così va bene.
Far manco debiti che si può.
LEONARDO: Il malan che vi colga.
Non mi fate il dottore, che perderò la pazienza.
PAOLO: (Andiamo, andiamo, prima che si penta.
Si vede, che non lo fa per economia, lo fa per qualche altro diavolo che ha per il capo).
(Porta via la cassetta, e parte.)
SCENA TERZA
Vittoria e Leonardo.
VITTORIA: Ma si può sapere il motivo di questa vostra disperazione?
LEONARDO: Non lo so nemmen io.
VITTORIA: Avete gridato colla signora Giacinta?
LEONARDO: Giacinta è indegna dell'amor mio, è indegna dell'amicizia della mia casa, e ve lo dico, e ve lo comando, non vo' che la pratichiate.
VITTORIA: Eh! già, quando penso una cosa, non fallo mai.
L'ho detto, e così è.
Non si va più in campagna per ragione di quella sguaiata, ed ella ci anderà, ed io non ci potrò andare.
E si burleranno di me.
LEONARDO: Eh! corpo del diavolo, non ci anderà nemmen ella.
Farò tanto che non ci anderà.
VITTORIA: Se non ci andasse Giacinta, mi pare che mi spiacerebbe meno di non andar io.
Ma ella sì, ed io no? Ella a far la graziosa in villa, ed io restar in città? Sarebbe una cosa, sarebbe una cosa da dar la testa nelle muraglie.
LEONARDO: Vedrete, che ella non anderà.
Per conto mio, ho levato l'ordine de' cavalli.
VITTORIA: Oh sì, peneranno assai a mandar eglino alla posta!
LEONARDO: Eh! ho fatto qualche cosa di più.
Ho fatto dir delle cose al signor Filippo, che se non è stolido, se non è un uomo di stucco, non condurrà per ora la sua figliuola in campagna.
VITTORIA: Ci ho gusto.
Anch'ella sfoggierà il suo grand'abito in Livorno.
La vedrò a passeggiar sulle mura.
Se l'incontro, le vo' dar la baia a dovere.
LEONARDO: Io non voglio che le parliate.
VITTORIA: Non le parlerò, non le parlerò.
So corbellare senza parlare.
SCENA QUARTA
Ferdinando, da viaggio, e detti.
FERDINANDO: Eccomi qui, eccomi lesto, eccomi preparato pel viaggio.
VITTORIA: Oh! sì, avete fatto bene ad anticipare.
LEONARDO: Caro amico, mi dispiace infinitamente, ma sappiate che per un mio premuroso affare, per oggi non parto più.
FERDINANDO: Oh, cospetto di bacco! Quando partirete? Domani?
LEONARDO: Non so, può essere che differisca, per qualche giorno, e può anche essere, che per quest'anno i miei interessi m'impediscano di villeggiare.
FERDINANDO: (Povero diavolo! Sarà per mancanza di calor naturale).
VITTORIA: (Quando ci penso, per altro, mi vengono i sudori freddi).
LEONARDO: Voi potrete andare col conte Anselmo.
FERDINANDO: Eh! a me non mancano villeggiature.
Il conte Anselmo l'ho licenziato; fo il mio conto, che andrò col signor Filippo, e colla signora Giacinta.
VITTORIA: Oh! la signora Giacinta per quest'anno potrebbe anch'ella morir colla voglia in corpo.
FERDINANDO: Io vengo di là in questo punto, e ho veduto che sono in ordine per partire, ed ho sentito che hanno mandato a ordinare i cavalli per ventun'ora.
VITTORIA: Sente, signor Leonardo?
LEONARDO: (Il signor Fulgenzio non avrà ancora parlato al signor Filippo).
FERDINANDO: Eh, in quella casa non tremano.
Il signor Filippo si tratta da gran signore, e non ha impicci in Livorno, che gl'impediscano la sua magnifica villeggiatura.
VITTORIA: Sente, signor Leonardo?
LEONARDO: Sento, sento, ed ho sentito, ed ho sofferto abbastanza.
Mi è noto il vostro stile satirico.
In casa mia, in città e fuori, siete stato più volte, e non siete morto di fame; e se non vado in villa, ho i miei motivi per non andarvi, e non ho da render conto di me a nessuno.
Andate da chi vi pare, e non vi prendete più l'incomodo di venir da me.
(Scrocchi insolenti, mormoratori indiscreti!).
(Parte.)
SCENA QUINTA
Vittoria e Ferdinando.
FERDINANDO: È impazzito vostro fatello? Che cosa ha egli con me? Di che può lamentarsi dei fatti miei?
VITTORIA: Veramente pare dal vostro modo di dire, che noi non possiamo andare in campagna per mancanza del bisognevole.
FERDINANDO: Io? Mi maraviglio.
Per gli amici mi farei ammazzare: difenderei la vostra riputazione colla spada alla mano.
Se ha degli affari in Livorno, chi l'obbliga a andar in villa? Se ho detto che il signor Filippo non ha interessi, che lo trattengano, m'intesi dire, perché il signor Filippo è un vecchio pazzo, che trascura gli affari suoi per tripudiare, per scialacquare; e la sua figliuola ha meno giudizio di lui, che gli fa spendere l'osso del collo in centomila corbellerie.
Io stimo la prudenza del signor Leonardo, e stimo la prudenza vostra, che sa addattarsi alle congiunture; e si fa quello che si può, e che si rovinino quelli che si vogliono rovinare.
VITTORIA: Ma siete curioso per altro.
Mio fratello non resta in Livorno per il bisogno.
FERDINANDO: Lo so; ci resta per la necessità.
VITTORIA: Necessità di che?
FERDINANDO: Di accudire agli affari suoi.
VITTORIA: E la signora Giacinta credete voi che ci vada in campagna?
FERDINANDO: Senz'altro.
VITTORIA: Sicuro?
FERDINANDO: Infallibilmente.
VITTORIA: (Io ho paura che mio fratello me la voglia dare ad intendere.
Che dica di non andare, e poi mi pianti, e se ne vada da sé).
FERDINANDO: Ho veduto l'abito della signora Giacinta.
VITTORIA: È bello?
FERDINANDO: Bellissimo.
VITTORIA: Più del mio?
FERDINANDO: Più del vostro non dico; ma è bello assai; e in campagna ha da fare una figura strepitosissima.
VITTORIA: (Ed io ho da restare col mio bell'abito a spazzar le strade in Livorno?).
FERDINANDO: Quest'anno io credo che si farà a Montenero una bellissima villeggiatura.
VITTORIA: Per qual ragione?
FERDINANDO: Vi hanno da essere delle signore di più, delle spose novelle, tutte magnifiche, tutte in gala, e le donne traggono seco gli uomini, e dove vi è della gioventù, tutti corrono.
Vi sarà gran gioco, gran feste di ballo.
Ci divertiremo infinitamente.
VITTORIA: (Ed io ho da stare in Livorno?).
FERDINANDO: (Si rode, si macera.
Ci ho un gusto pazzo).
VITTORIA: (No, non ci voglio stare; Se credessi cacciarmi per forza con qualche amica).
FERDINANDO: Signora Vittoria, a buon riverirla.
VITTORIA: La riverisco.
FERDINANDO: A Montenero comanda niente?
VITTORIA: Eh! può essere che ci vediamo.
FERDINANDO: Se verrà, ci vedremo.
Se non verrà, le faremo un brindisi.
VITTORIA: Non vi è bisogno ch'ella s'incomodi.
FERDINANDO: Viva il bel tempo! Viva l'allegria, viva la villeggiatura! Servitore umilissimo.
VITTORIA: La riverisco divotamente.
FERDINANDO: (Se non va in campagna, ella crepa prima che termini questo mese).
(Parte.)
SCENA SESTA
VITTORIA (sola): Ma! La cosa è così pur troppo.
Quando si è sul candeliere, quando si è sul piede di seguitare il gran mondo, una volta che non si possa, si attirano gli scherni, e le derisioni.
Bisognerebbe non aver principiato.
Oh! costa molto il dover discendere.
Io non ho tanta virtù, che basti.
Sono in un'afflizione grandissima, e il mio maggior tormento è l'invidia.
Se le altre non andassero in villa, non ci sarebbe pericolo, ch'io mi rammaricassi per non andarvi.
Ma chi sa mai, se Giacinta ci vada o non ci vada? Ella mi sta sul cuore più delle altre.
Vo' assicurarmene, lo vo' sapere di certo.
Vo' andar io medesima a ritrovarla.
Dica mio fratello quel che sa dire.
Questa curiosità vo' cavarmela.
Nasca quel che sa nascere, vo' soddisfarmi.
Son donna, son giovane.
Mi hanno sempre lasciato fare a mio modo, ed è difficile tutt'ad un tratto farmi cambiar costume, farmi cambiare temperamento.
(Parte.)
SCENA SETTIMA
Camera in casa di Filippo.
Filippo e Brigida.
BRIGIDA: Sicché dunque il signor Leonardo ha mandato a dire che non può partire per ora?
FILIPPO: Sì certo, l'ha mandato a dire.
Ma ciò non sarebbe niente.
Può essergli sopraggiunto qualche affare d'impegno.
Non stimo niente.
Mi fa specie che ha mandato alla posta a levar l'ordine dei cavalli per lui e dei cavalli per me, come s'egli avesse paura ch'io non pagassi, e che dovesse toccar a lui a pagare.
BRIGIDA: (L'ho detto io, l'ho detto.
La padrona vuol far di sua testa, che il cielo la benedica).
FILIPPO: Io non mi aspettava da lui questo sgarbo.
BRIGIDA: E così, signor padrone, come avete pensato di fare?
FILIPPO: Ho pensato che posso andar in campagna senza di lui, che posso avere i cavalli senza di lui, e li ho mandati a ordinare per oggi.
BRIGIDA: Se è lecito, quanti cavalli avete ordinato?
FILIPPO: Quattro, secondo il solito, per il mio carrozzino.
BRIGIDA: E per me, poverina?
FILIPPO: Bisognerà che tu ti accomodi a andar per mare.
BRIGIDA: Oh! per mare non ci vado assolutamente.
FILIPPO: E come vorresti tu ch'io facessi? Ch'io levassi per te una sedia? Fino che ci fosse stato il cameriere del signor Leonardo, per una metà avrei supplito alla spesa, ma per l'intiero sarebbe troppo, e mi maraviglio che tu abbia tanta indiscretezza per domandarlo.
BRIGIDA: Io non lo domando, io mi accomodo a tutto.
Ma fatemi grazia: il signor Ferdinando non viene anch'egli con voi?
FILIPPO: Sì, è vero: doveva andar col signor Leonardo, ed è venuto poco fa a dirmi che verrà con me.
BRIGIDA: Bisognerà che pensiate voi a condurlo.
FILIPPO: E perché ci ho da pensar io?
BRIGIDA: Perché egli intende di venire per farvi grazia.
Perché egli è solito andar in campagna, non per divertimento, ma per mestiere.
Se conduceste con voi l'architetto, il pittore, l'agrimensore, per impiegarli in servizio vostro, non dovreste loro pagare il viaggio? Lo stesso dovete fare col signor Ferdinando che vien con voi per fare onore alla vostra tavola, e per divertire la compagnia.
E se conducete lui, non sarebbe gran cosa che conduceste anche me; e se non vado in calesso col cameriere del signor Leonardo, posso andare in calesso col signor cavaliere del dente.
FILIPPO: Brava, io non ti credeva sì spiritosa.
Hai fatto un bel panegirico al signor Ferdinando.
Basta, se sarò costretto a pagar il viaggio al signor cavaliere del dente, sarà servita la signora contessa della buona lingua.
BRIGIDA: Sarà per sua grazia, non per mio merito.
FILIPPO: Chi c'è in sala?
BRIGIDA: C'è gente.
FILIPPO: Guarda un poco.
BRIGIDA: È il signor Fulgenzio.
(Dopo averlo osservato.)
FILIPPO: Domanda di me forse?
BRIGIDA: Probabilmente.
FILIPPO: Va a veder cosa vuole.
BRIGIDA: Subito.
Chi sa che non sia un altro ospite rispettoso, che venga ad esibirvi la sua umile servitù in campagna?
FILIPPO: Padrone.
Mi farebbe piacere.
Con lui ho delle obbligazioni non poche, e poi in campagna io non ricuso nessuno.
BRIGIDA: Non ci dubitate, signore, non vi mancherà compagnia.
Dove c'è miglio, gli uccelli volano, e dove c'è buona tavola, gli scrocchi fioccano.
(Parte.)
SCENA OTTAVA
Filippo, poi Giacinta.
GIACINTA: A quest'ora, signore, vi potrebbero risparmiare le seccature.
Vien tardi, a ventun'ora si ha da partire.
Mi ho da vestir da viaggio da capo a piedi, e abbiamo ancora da desinare.
FILIPPO: Ma io ho da sentire che cosa vuole il signor Fulgenzio.
GIACINTA: Fategli dire che avete che fare, che avete premura, che non potete...
FILIPPO: Voi non sapete quello che vi diciate, ho con lui delle obbligazioni, non lo deggio trattare villanamente.
GIACINTA: Spicciatevi presto dunque.
FILIPPO: Più presto che si potrà.
GIACINTA: È un seccatore, non finirà sì presto.
FILIPPO: Eccolo che viene.
GIACINTA: Vado, vado.
(Non lo posso soffrire.
Ogni volta che viene qui, ha sempre qualche cosa da dire sul vivere, sull'economia, sul costume.
Vo' un po' star a sentire, se dice qualche cosa di me).
(Parte.)
SCENA NONA
Filippo, poi Fulgenzio.
FILIPPO: Gran cosa di queste ragazze! Quel giorno che hanno d'andar in campagna, non sanno quel che si facciano, non sanno quel che si dicano, sono fuori di lor medesime.
FULGENZIO: Buon giorno, signor Filippo.
FILIPPO: Riverisco il mio carissimo signor Fulgenzio.
Che buon vento vi conduce da queste parti?
FULGENZIO: La buona amicizia, il desiderio di rivedervi prima che andiate in villa, e di potervi dare il buon viaggio.
FILIPPO: Son obbligato al vostro amore, alla vostra cordialità, e mi fareste una gran finezza, se vi compiaceste di venir con me.
FULGENZIO: No, caro amico, vi ringrazio.
Sono stato in campagna alla raccolta del grano, ci sono stato alla semina, sono tornato per le biade minute, e ci anderò per il vino.
Ma son solito di andar solo, e di starvi quanto esigono i miei interessi, e non più.
FILIPPO: Circa agl'interessi della campagna, poco più, poco meno, ci abbado anch'io, ma solo non ci posso stare.
Amo la compagnia, ed ho piacere nel tempo medesimo di agire, e di divertirmi.
FULGENZIO: Benissimo, ottimamente.
Dee ciascuno operare secondo la sua inclinazione.
Io amo star solo, ma non disapprovo chi ama la compagnia.
Quando però la compagnia sia buona, sia conveniente, e non dia occasione al mondo di mormorare.
FILIPPO: Me lo dite in certa maniera, signor Fulgenzio, che pare abbiate intenzione di dare a me delle staffilate.
FULGENZIO: Caro amico, noi siamo amici da tanti anni.
Sapete se vi ho sempre amato, se nelle occasioni vi ho dati dei segni di cordialità.
FILIPPO: Sì, me ne ricordo, e ve ne sarò grato fino ch'io viva.
Quando ho avuto bisogno di denari, me ne avete sempre somministrato senz'alcuna difficoltà.
Ve li ho per altro restituiti, e i mille scudi che l'altro giorno mi avete prestati, li avrete, come mi sono impegnato, da qui a tre mesi.
FULGENZIO: Di ciò son sicurissimo, e prestar mille scudi ad un galantuomo, io lo calcolo un servizio da nulla.
Ma permettetemi che io vi dica un'osservazione che ho fatta.
Io veggo che voi venite a domandarmi denaro in prestito quasi ogni anno, quando siete vicino alla villeggiatura.
Segno evidente che la villeggiatura v'incomoda; ed è un peccato che un galantuomo, un benestante come voi siete, che ha il suo bisogno per il suo mantenimento, s'incomodi e domandi denari in prestito per ispenderli malamente.
Sì, signore, per ispenderli malamente, perché le persone medesime che vengono a mangiare il vostro, sono le prime a dir male di voi, e fra quelli che voi trattate amorosamente, vi è qualcheduno che pregiudica al vostro decoro ed alla vostra riputazione.
FILIPPO: Cospetto! voi mi mettete in un'agitazione grandissima.
Rispetto allo spendere qualche cosa di più, e farmi mangiare il mio malamente, ve l'accordo, è vero, ma sono avvezzato così, e finalmente non ho che una sola figlia.
Posso darle una buona dote, e mi resta da viver bene fino ch'io campo.
Mi fa specie che voi diciate, che vi è chi pregiudica al mio decoro, alla mia riputazione.
Come potete dirlo, signor Fulgenzio?
FULGENZIO: Lo dico con fondamento, e lo dico appunto, riflettendo che avete una figliuola da maritare.
Io so che vi è persona che la vorrebbe per moglie, e non ardisce di domandarvela, perché voi la lasciate troppo addomesticar colla gioventù, e non avete riguardo di ammettere zerbinotti in casa, e fino di accompagnarli in viaggio con essolei.
FILIPPO: Volete voi dire del signor Guglielmo?
FULGENZIO: Io dico di tutti e non voglio dir di nessuno.
FILIPPO: Se parlaste del signor Guglielmo, vi accerto che è un giovane il più savio, il più dabbene del mondo.
FULGENZIO: Ella è giovane.
FILIPPO: E mia figlia è una fanciulla prudente.
FULGENZIO: Ella è donna.
FILIPPO: E vi è mia sorella, donna attempata...
FULGENZIO: E vi sono delle vecchie più pazze assai delle giovani.
FILIPPO: Era venuto anche a me qualche dubbio su tal proposito, ma ho pensato poi, che tanti altri si conducono nella stessa maniera...
FULGENZIO: Caro amico, de' casi ne avete mai veduti a succedere? Tutti quelli che si conducono come voi dite, si sono poi trov
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