LE SMANIE PER LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 5
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VITTORIA: Sente, signor Leonardo?
LEONARDO: Sento, sento, ed ho sentito, ed ho sofferto abbastanza.
Mi è noto il vostro stile satirico.
In casa mia, in città e fuori, siete stato più volte, e non siete morto di fame; e se non vado in villa, ho i miei motivi per non andarvi, e non ho da render conto di me a nessuno.
Andate da chi vi pare, e non vi prendete più l'incomodo di venir da me.
(Scrocchi insolenti, mormoratori indiscreti!).
(Parte.)
SCENA QUINTA
Vittoria e Ferdinando.
FERDINANDO: È impazzito vostro fatello? Che cosa ha egli con me? Di che può lamentarsi dei fatti miei?
VITTORIA: Veramente pare dal vostro modo di dire, che noi non possiamo andare in campagna per mancanza del bisognevole.
FERDINANDO: Io? Mi maraviglio.
Per gli amici mi farei ammazzare: difenderei la vostra riputazione colla spada alla mano.
Se ha degli affari in Livorno, chi l'obbliga a andar in villa? Se ho detto che il signor Filippo non ha interessi, che lo trattengano, m'intesi dire, perché il signor Filippo è un vecchio pazzo, che trascura gli affari suoi per tripudiare, per scialacquare; e la sua figliuola ha meno giudizio di lui, che gli fa spendere l'osso del collo in centomila corbellerie.
Io stimo la prudenza del signor Leonardo, e stimo la prudenza vostra, che sa addattarsi alle congiunture; e si fa quello che si può, e che si rovinino quelli che si vogliono rovinare.
VITTORIA: Ma siete curioso per altro.
Mio fratello non resta in Livorno per il bisogno.
FERDINANDO: Lo so; ci resta per la necessità.
VITTORIA: Necessità di che?
FERDINANDO: Di accudire agli affari suoi.
VITTORIA: E la signora Giacinta credete voi che ci vada in campagna?
FERDINANDO: Senz'altro.
VITTORIA: Sicuro?
FERDINANDO: Infallibilmente.
VITTORIA: (Io ho paura che mio fratello me la voglia dare ad intendere.
Che dica di non andare, e poi mi pianti, e se ne vada da sé).
FERDINANDO: Ho veduto l'abito della signora Giacinta.
VITTORIA: È bello?
FERDINANDO: Bellissimo.
VITTORIA: Più del mio?
FERDINANDO: Più del vostro non dico; ma è bello assai; e in campagna ha da fare una figura strepitosissima.
VITTORIA: (Ed io ho da restare col mio bell'abito a spazzar le strade in Livorno?).
FERDINANDO: Quest'anno io credo che si farà a Montenero una bellissima villeggiatura.
VITTORIA: Per qual ragione?
FERDINANDO: Vi hanno da essere delle signore di più, delle spose novelle, tutte magnifiche, tutte in gala, e le donne traggono seco gli uomini, e dove vi è della gioventù, tutti corrono.
Vi sarà gran gioco, gran feste di ballo.
Ci divertiremo infinitamente.
VITTORIA: (Ed io ho da stare in Livorno?).
FERDINANDO: (Si rode, si macera.
Ci ho un gusto pazzo).
VITTORIA: (No, non ci voglio stare; Se credessi cacciarmi per forza con qualche amica).
FERDINANDO: Signora Vittoria, a buon riverirla.
VITTORIA: La riverisco.
FERDINANDO: A Montenero comanda niente?
VITTORIA: Eh! può essere che ci vediamo.
FERDINANDO: Se verrà, ci vedremo.
Se non verrà, le faremo un brindisi.
VITTORIA: Non vi è bisogno ch'ella s'incomodi.
FERDINANDO: Viva il bel tempo! Viva l'allegria, viva la villeggiatura! Servitore umilissimo.
VITTORIA: La riverisco divotamente.
FERDINANDO: (Se non va in campagna, ella crepa prima che termini questo mese).
(Parte.)
SCENA SESTA
VITTORIA (sola): Ma! La cosa è così pur troppo.
Quando si è sul candeliere, quando si è sul piede di seguitare il gran mondo, una volta che non si possa, si attirano gli scherni, e le derisioni.
Bisognerebbe non aver principiato.
Oh! costa molto il dover discendere.
Io non ho tanta virtù, che basti.
Sono in un'afflizione grandissima, e il mio maggior tormento è l'invidia.
Se le altre non andassero in villa, non ci sarebbe pericolo, ch'io mi rammaricassi per non andarvi.
Ma chi sa mai, se Giacinta ci vada o non ci vada? Ella mi sta sul cuore più delle altre.
Vo' assicurarmene, lo vo' sapere di certo.
Vo' andar io medesima a ritrovarla.
Dica mio fratello quel che sa dire.
Questa curiosità vo' cavarmela.
Nasca quel che sa nascere, vo' soddisfarmi.
Son donna, son giovane.
Mi hanno sempre lasciato fare a mio modo, ed è difficile tutt'ad un tratto farmi cambiar costume, farmi cambiare temperamento.
(Parte.)
SCENA SETTIMA
Camera in casa di Filippo.
Filippo e Brigida.
BRIGIDA: Sicché dunque il signor Leonardo ha mandato a dire che non può partire per ora?
FILIPPO: Sì certo, l'ha mandato a dire.
Ma ciò non sarebbe niente.
Può essergli sopraggiunto qualche affare d'impegno.
Non stimo niente.
Mi fa specie che ha mandato alla posta a levar l'ordine dei cavalli per lui e dei cavalli per me, come s'egli avesse paura ch'io non pagassi, e che dovesse toccar a lui a pagare.
BRIGIDA: (L'ho detto io, l'ho detto.
La padrona vuol far di sua testa, che il cielo la benedica).
FILIPPO: Io non mi aspettava da lui questo sgarbo.
BRIGIDA: E così, signor padrone, come avete pensato di fare?
FILIPPO: Ho pensato che posso andar in campagna senza di lui, che posso avere i cavalli senza di lui, e li ho mandati a ordinare per oggi.
BRIGIDA: Se è lecito, quanti cavalli avete ordinato?
FILIPPO: Quattro, secondo il solito, per il mio carrozzino.
BRIGIDA: E per me, poverina?
FILIPPO: Bisognerà che tu ti accomodi a andar per mare.
BRIGIDA: Oh! per mare non ci vado assolutamente.
FILIPPO: E come vorresti tu ch'io facessi? Ch'io levassi per te una sedia? Fino che ci fosse stato il cameriere del signor Leonardo, per una metà avrei supplito alla spesa, ma per l'intiero sarebbe troppo, e mi maraviglio che tu abbia tanta indiscretezza per domandarlo.
BRIGIDA: Io non lo domando, io mi accomodo a tutto.
Ma fatemi grazia: il signor Ferdinando non viene anch'egli con voi?
FILIPPO: Sì, è vero: doveva andar col signor Leonardo, ed è venuto poco fa a dirmi che verrà con me.
BRIGIDA: Bisognerà che pensiate voi a condurlo.
FILIPPO: E perché ci ho da pensar io?
BRIGIDA: Perché egli intende di venire per farvi grazia.
Perché egli è solito andar in campagna, non per divertimento, ma per mestiere.
Se conduceste con voi l'architetto, il pittore, l'agrimensore, per impiegarli in servizio vostro, non dovreste loro pagare il viaggio? Lo stesso dovete fare col signor Ferdinando che vien con voi per fare onore alla vostra tavola, e per divertire la compagnia.
E se conducete lui, non sarebbe gran cosa che conduceste anche me; e se non vado in calesso col cameriere del signor Leonardo, posso andare in calesso col signor cavaliere del dente.
FILIPPO: Brava, io non ti credeva sì spiritosa.
Hai fatto un bel panegirico al signor Ferdinando.
Basta, se sarò costretto a pagar il viaggio al signor cavaliere del dente, sarà servita la signora contessa della buona lingua.
BRIGIDA: Sarà per sua grazia, non per mio merito.
FILIPPO: Chi c'è in sala?
BRIGIDA: C'è gente.
FILIPPO: Guarda un poco.
BRIGIDA: È il signor Fulgenzio.
(Dopo averlo osservato.)
FILIPPO: Domanda di me forse?
BRIGIDA: Probabilmente.
FILIPPO: Va a veder cosa vuole.
BRIGIDA: Subito.
Chi sa che non sia un altro ospite rispettoso, che venga ad esibirvi la sua umile servitù in campagna?
FILIPPO: Padrone.
Mi farebbe piacere.
Con lui ho delle obbligazioni non poche, e poi in campagna io non ricuso nessuno.
BRIGIDA: Non ci dubitate, signore, non vi mancherà compagnia.
Dove c'è miglio, gli uccelli volano, e dove c'è buona tavola, gli scrocchi fioccano.
(Parte.)
SCENA OTTAVA
Filippo, poi Giacinta.
GIACINTA: A quest'ora, signore, vi potrebbero risparmiare le seccature.
Vien tardi, a ventun'ora si ha da partire.
Mi ho da vestir da viaggio da capo a piedi, e abbiamo ancora da desinare.
FILIPPO: Ma io ho da sentire che cosa vuole il signor Fulgenzio.
GIACINTA: Fategli dire che avete che fare, che avete premura, che non potete...
FILIPPO: Voi non sapete quello che vi diciate, ho con lui delle obbligazioni, non lo deggio trattare villanamente.
GIACINTA: Spicciatevi presto dunque.
FILIPPO: Più presto che si potrà.
GIACINTA: È un seccatore, non finirà sì presto.
FILIPPO: Eccolo che viene.
GIACINTA: Vado, vado.
(Non lo posso soffrire.
Ogni volta che viene qui, ha sempre qualche cosa da dire sul vivere, sull'economia, sul costume.
Vo' un po' star a sentire, se dice qualche cosa di me).
(Parte.)
SCENA NONA
Filippo, poi Fulgenzio.
FILIPPO: Gran cosa di queste ragazze! Quel giorno che hanno d'andar in campagna, non sanno quel che si facciano, non sanno quel che si dicano, sono fuori di lor medesime.
FULGENZIO: Buon giorno, signor Filippo.
FILIPPO: Riverisco il mio carissimo signor Fulgenzio.
Che buon vento vi conduce da queste parti?
FULGENZIO: La buona amicizia, il desiderio di rivedervi prima che andiate in villa, e di potervi dare il buon viaggio.
FILIPPO: Son obbligato al vostro amore, alla vostra cordialità, e mi fareste una gran finezza, se vi compiaceste di venir con me.
FULGENZIO: No, caro amico, vi ringrazio.
Sono stato in campagna alla raccolta del grano, ci sono stato alla semina, sono tornato per le biade minute, e ci anderò per il vino.
Ma son solito di andar solo, e di starvi quanto esigono i miei interessi, e non più.
FILIPPO: Circa agl'interessi della campagna, poco più, poco meno, ci abbado anch'io, ma solo non ci posso stare.
Amo la compagnia, ed ho piacere nel tempo medesimo di agire, e di divertirmi.
FULGENZIO: Benissimo, ottimamente.
Dee ciascuno operare secondo la sua inclinazione.
Io amo star solo, ma non disapprovo chi ama la compagnia.
Quando però la compagnia sia buona, sia conveniente, e non dia occasione al mondo di mormorare.
FILIPPO: Me lo dite in certa maniera, signor Fulgenzio, che pare abbiate intenzione di dare a me delle staffilate.
FULGENZIO: Caro amico, noi siamo amici da tanti anni.
Sapete se vi ho sempre amato, se nelle occasioni vi ho dati dei segni di cordialità.
FILIPPO: Sì, me ne ricordo, e ve ne sarò grato fino ch'io viva.
Quando ho avuto bisogno di denari, me ne avete sempre somministrato senz'alcuna difficoltà.
Ve li ho per altro restituiti, e i mille scudi che l'altro giorno mi avete prestati, li avrete, come mi sono impegnato, da qui a tre mesi.
FULGENZIO: Di ciò son sicurissimo, e prestar mille scudi ad un galantuomo, io lo calcolo un servizio da nulla.
Ma permettetemi che io vi dica un'osservazione che ho fatta.
Io veggo che voi venite a domandarmi denaro in prestito quasi ogni anno, quando siete vicino alla villeggiatura.
Segno evidente che la villeggiatura v'incomoda; ed è un peccato che un galantuomo, un benestante come voi siete, che ha il suo bisogno per il suo mantenimento, s'incomodi e domandi denari in prestito per ispenderli malamente.
Sì, signore, per ispenderli malamente, perché le persone medesime che vengono a mangiare il vostro, sono le prime a dir male di voi, e fra quelli che voi trattate amorosamente, vi è qualcheduno che pregiudica al vostro decoro ed alla vostra riputazione.
FILIPPO: Cospetto! voi mi mettete in un'agitazione grandissima.
Rispetto allo spendere qualche cosa di più, e farmi mangiare il mio malamente, ve l'accordo, è vero, ma sono avvezzato così, e finalmente non ho che una sola figlia.
Posso darle una buona dote, e mi resta da viver bene fino ch'io campo.
Mi fa specie che voi diciate, che vi è chi pregiudica al mio decoro, alla mia riputazione.
Come potete dirlo, signor Fulgenzio?
FULGENZIO: Lo dico con fondamento, e lo dico appunto, riflettendo che avete una figliuola da maritare.
Io so che vi è persona che la vorrebbe per moglie, e non ardisce di domandarvela, perché voi la lasciate troppo addomesticar colla gioventù, e non avete riguardo di ammettere zerbinotti in casa, e fino di accompagnarli in viaggio con essolei.
FILIPPO: Volete voi dire del signor Guglielmo?
FULGENZIO: Io dico di tutti e non voglio dir di nessuno.
FILIPPO: Se parlaste del signor Guglielmo, vi accerto che è un giovane il più savio, il più dabbene del mondo.
FULGENZIO: Ella è giovane.
FILIPPO: E mia figlia è una fanciulla prudente.
FULGENZIO: Ella è donna.
FILIPPO: E vi è mia sorella, donna attempata...
FULGENZIO: E vi sono delle vecchie più pazze assai delle giovani.
FILIPPO: Era venuto anche a me qualche dubbio su tal proposito, ma ho pensato poi, che tanti altri si conducono nella stessa maniera...
FULGENZIO: Caro amico, de' casi ne avete mai veduti a succedere? Tutti quelli che si conducono come voi dite, si sono poi trovati della loro condotta contenti?
FILIPPO: Per dire la verità, chi sì e chi no.
FULGENZIO: E voi siete sicuro del sì? Non potete dubitare del no?
FILIPPO: Voi mi mettete delle pulci nel capo.
Non veggo l'ora di liberarmi di questa figlia.
Caro amico, e chi è quegli che dite voi, che la vorrebbe in consorte?
FULGENZIO: Per ora non posso dirvelo.
FILIPPO: Ma perché?
FULGENZIO: Perché per ora non vuol essere nominato.
Regolatevi diversamente, e si spiegherà.
FILIPPO: E che cosa dovrei fare? Tralasciar d'andare in campagna? È impossibile; son troppo avvezzo.
FULGENZIO: Che bisogno c'è, che vi conduciate la figlia?
FILIPPO: Cospetto di bacco! se non la conducessi, ci sarebbe il diavolo in casa.
FULGENZIO: Vostra figlia dunque può dire anch'ella la sua ragione.
FILIPPO: L'ha sempre detta.
FULGENZIO: E di chi è la colpa?
FILIPPO: È mia, lo confesso, la colpa è mia.
Ma son di buon cuore.
FULGENZIO: Il troppo buon cuore del padre fa essere di cattivo cuore le figlie.
FILIPPO: E che vi ho da fare presentemente?
FULGENZIO: Un poco di buona regola.
Se non in tutto, in parte.
Staccatele dal fianco la gioventù.
FILIPPO: Se sapessi come fare a liberarmi dal signor Guglielmo!
FULGENZIO: Alle corte: questo signor Guglielmo vuol essere il suo malanno.
Per causa sua il galantuomo che la vorrebbe, non si dichiara.
Il partito è buono, e se volete che se ne parli, e che si tratti, fate a buon conto che non si veda questa mostruosità, che una figliuola abbia da comandar più del padre.
FILIPPO: Ma ella in ciò non ne ha parte alcuna.
Sono stato io che l'ha invitato a venire.
FULGENZIO: Tanto meglio.
Licenziatelo.
FILIPPO: Tanto peggio; non so come licenziarlo.
FULGENZIO: Siete uomo, o che cosa siete?
FILIPPO: Quando si tratta di far malegrazie, io non so come fare.
FULGENZIO: Badate che non facciano a voi delle malegrazie che puzzino.
FILIPPO: Orsù, bisognerà, ch'io lo faccia.
FULGENZIO: Fatelo, che ve ne chiamerete contento.
FILIPPO: Potreste ben farmi la confidenza di dirmi chi sia l'amico che aspira alla mia figliuola.
FULGENZIO: Per ora non posso, compatitemi.
Deggio andare per un affare di premura.
FILIPPO: Accomodatevi, come vi pare.
FULGENZIO: Scusatemi della libertà, che mi ho preso.
FILIPPO: Anzi vi ho tutta l'obbligazione.
FULGENZIO: A buon rivederci.
FILIPPO: Mi raccomando alla grazia vostra.
FULGENZIO: (Credo di aver ben servito il signor Leonardo.
Ma ho inteso di servire alla verità, alla ragione, all'interesse e al decoro dell'amico Filippo).
(Parte.)
SCENA DECIMA
Filippo, poi Giacinta.
FILIPPO: Fulgenzio mi ha dette delle verità irrefragabili, e non sono sì sciocco ch'io non le conosca, e non le abbia conosciute anche prima d'ora.
Ma non so che dire, il mondo ha un certo incantesimo, che fa fare di quelle cose che non si vorrebbono fare.
Dove però si tratta di dar nell'occhio, bisogna usare maggior prudenza.
Orsù, in ogni modo mi convien licenziare il signor Guglielmo, a costo di non andare in campagna.
GIACINTA: Mi consolo, signore, che la seccatura è finita.
FILIPPO: Chiamatemi un servitore.
GIACINTA: Se volete che diano in tavola, glielo posso dire io medesima.
FILIPPO: Chiamatemi un servitore.
L'ho da mandare in un loco.
GIACINTA: Dove lo volete mandare?
FILIPPO: Siete troppo curiosa.
Lo vo' mandare dove mi pare.
GIACINTA: Per qualche interesse che vi ha suggerito il signor Fulgenzio?
FILIPPO: Voi vi prendete con vostro padre più libertà di quello che vi conviene.
GIACINTA: Chi ve l'ha detto, signore? Il signor Fulgenzio?
FILIPPO: Finitela, e andate via, vi dico.
GIACINTA: Alla vostra figliuola? Alla vostra cara Giacinta?
FILIPPO: (Non sono avvezzo a far da cattivo, e non lo so fare).
GIACINTA: (Ci scommetterei la testa, che Leonardo si è servito del signor Fulgenzio per ispuntarla.
Ma non ci riuscirà).
FILIPPO: C'è nessuno di là? C'è nessun servitore?
GIACINTA: Ora, ora, acchetatevi un poco.
Anderò io a chiamar qualcheduno.
FILIPPO: Fate presto.
GIACINTA: Ma non si può sapere, che cosa vogliate fare del servitore?
FILIPPO: Che maledetta curiosità! Lo voglio mandare dal signor Guglielmo.
GIACINTA: Avete paura che egli non venga? Verrà pur troppo.
Così non venisse.
FILIPPO: Così non venisse?
GIACINTA: Sì, signore, così non venisse.
Godremmo più libertà, e potrebbe venire con noi quella povera Brigida, che si raccomanda.
FILIPPO: E non avreste piacere d'aver in viaggio una compagnia da discorrere, da divertirvi?
GIACINTA: Io non ci penso, e non v'ho mai pensato.
Non siete stato voi che l'ha invitato? Ho detto niente io, perché lo facciate venire?
FILIPPO: (Mia figliuola ha più giudizio di me).
Ehi, chi è di là? Un servitore.
GIACINTA: Subito lo vado io a chiamare.
E che volete far dire al signor Guglielmo?
FILIPPO: Che non s'incomodi, e che non lo possiamo servire.
GIACINTA: Oh bella scena! bella, bella, bellissima scena.
(Con ironia.)
FILIPPO: Glielo dirò con maniera.
GIACINTA: Che buona ragione gli saprete voi dire?
FILIPPO: Che so io?...
Per esempio...
che nella carrozza ha da venire la cameriera, e che non c'è loco per lui.
GIACINTA: Meglio, meglio, e sempre meglio.
(Come sopra.)
FILIPPO: Vi burlate di me, signorina?
GIACINTA: Io mi maraviglio certo di voi, che siate capace di una simile debolezza.
Che cosa volete ch'ei dica? Che cosa volete che dica il mondo? Volete essere trattato da uomo incivile, da malcreato?
FILIPPO: Vi pare cosa ben fatta, che un giovane venga in sterzo con voi?
GIACINTA: Sì, è malissimo fatto, e non si può far peggio; ma bisognava pensarvi prima.
Se l'avessi invitato io, potreste dir non lo voglio; ma l'avete invitato voi.
FILIPPO: E bene, io ho fatto il male, ed io ci rimedierò.
GIACINTA: Basta che il rimedio non sia peggiore del male.
Finalmente, s'ei viene con me, c'è la zia, ci siete voi: è male; ma non è gran male.
Ma se dite ora di non volerlo, se gli fate la mal'azione di licenziarlo, non arriva domani, che voi ed io per Livorno e per Montenero siamo in bocca di tutti: si alzano sopra di noi delle macchine, si fanno degli almanacchi.
Chi dirà: erano innamorati, e si son disgustati.
Chi dirà: il padre si è accorto di qualche cosa.
Chi sparlerà di voi, chi sparlerà di me; e per non fare una cosa innocente, ne patirà la nostra riputazione.
FILIPPO: (Quanto pagherei che ci fusse Fulgenzio che la sentisse!) Non sarebbe meglio che lasciassimo stare d'andar in campagna?
GIACINTA: Sarebbe meglio per una parte; ma per l'altra poi si farebbe peggio.
Figurarsi! quelle buone lingue di Montenero che cosa direbbono de' fatti nostri! Il signor Filippo non villeggia più, ha finito, non ha più il modo.
La sua figliuola, poveraccia! ha terminato presto di figurare.
La dote è fritta; chi l'ha da prendere? chi l'ha da volere? Dovevano mangiar meno, dovevano trattar meno.
Quello che si vedeva, era fumo, non era arrosto.
Mi par di sentirle; mi vengono i sudori freddi.
FILIPPO: Che cosa dunque abbiamo da fare?
GIACINTA: Tutto quel che volete.
FILIPPO: S'io fuggo dalla padella, ho paura di cader nelle bragie.
GIACINTA: E le bragie scottano, e convien salvar la riputazione.
FILIPPO: Vi parrebbe dunque meglio fatto, che il signor Guglielmo venisse con noi?
GIACINTA: Per questa volta, giacché è fatta.
Ma mai più, vedete, mai più.
Vi serva di regola, e non lo fate mai più.
FILIPPO: (È una figliuola di gran talento).
GIACINTA: E così? Volete che chiami il servitore, o che non lo chiami?
FILIPPO: Lasciamo stare, giacché è fatta.
GIACINTA: Sarà meglio, che andiamo a pranzo.
FILIPPO: E in villa abbiamo da tenerlo in casa con noi?
GIACINTA: Che impegni avete presi con lui?
FILIPPO: Io l'ho invitato, per dirla.
GIACINTA: E come volete fare a mandarlo via?
FILIPPO: Ci dovrà stare dunque.
GIACINTA: Ma mai più, vedete, mai più.
FILIPPO: Mai più, figliuola, che tu sia benedetta, mai più! (Parte.)
SCENA UNDICESIMA
Giacinta, poi Brigida.
GIACINTA: Nulla mi preme del signor Guglielmo.
Ma non voglio che Leonardo si possa vantare d'averla vinta.
Già son sicura che gli passerà, son sicura che tornerà, che conoscerà non essere questa una cosa da prendere con tanto caldo.
E se mi vuol bene davvero, com'egli dice, imparerà a regolarsi per l'avvenire con più discrezione, ché non sono nata una schiava, e non voglio essere schiava.
BRIGIDA: Signora, una visita.
GIACINTA: E chi è a quest'ora?
BRIGIDA: La signora Vittoria.
GIACINTA: Le hai detto che ci sono?
BRIGIDA: Come voleva, ch'io dicessi, che non ci è?
GIACINTA: Ora mi viene in tasca davvero: e dov'è?
BRIGIDA: Ha mandato il servitore innanzi.
È per la strada che viene.
GIACINTA: Valle incontro.
Converrà ch'io la soffra.
Ho anche curiosità di sapere se viene o se non viene in campagna; se vi è novità veruna.
Venendo ella a quest'ora, qualche cosa ci avrebbe a essere.
BRIGIDA: Ho saputo una cosa.
GIACINTA: E che cosa?
BRIGIDA: Ch'ella pure si è fatto un vestito nuovo, e non lo poteva avere dal sarto, perché credo che il sarto volesse esser pagato; e c'è stato molto che dire, e se non aveva il vestito, non voleva andare in campagna.
Cose, cose veramente da mettere nelle gazzette.
(Parte.)
SCENA DODICESIMA
Giacinta, poi Vittoria.
GIACINTA: È ambiziosissima.
Se vede qualche cosa di nuovo ad una persona, subito le vien la voglia d'averla.
Avrà saputo, ch'io mi ho fatto il vestito nuovo, e l'ha voluto ella pure.
Ma non avrà penetrato del mariage.
Non l'ho detto a nessuno; non avrà avuto tempo a saperlo.
VITTORIA: Giacintina, amica mia carissima.
GIACINTA: Buon dì, la mia cara gioia.
(Si baciano.)
VITTORIA: Che dite eh? È una bell'ora questa da incomodarvi?
GIACINTA: Oh! incomodarmi? Quando vi ho sentita venire, mi si è allargato il core d'allegrezza.
VITTORIA: Come state? State bene?
GIACINTA: Benissimo.
E voi? Ma è superfluo il domandarvi: siete grassa e fresca, il cielo vi benedica, che consolate.
VITTORIA: Voi, voi avete una ciera che innamora.
GIACINTA: Oh! cosa dite mai? Sono levata questa mattina per tempo, non ho dormito, mi duole lo stomaco, mi duole il capo, figurarsi che buona ciera ch'io posso avere.
VITTORIA: Ed io non so cosa m'abbia, sono tanti giorni che non mangio niente; niente, niente, si può dir quasi niente.
Io non so di che viva, dovrei essere come uno stecco.
GIACINTA: Sì, sì, come uno stecco! Questi bracciotti non sono stecchi.
VITTORIA: Eh! a voi non vi si contano l'ossa.
GIACINTA: No, poi.
Per grazia del cielo, ho il mio bisognetto.
VITTORIA: Oh cara la mia Giacinta!
GIACINTA: Oh benedetta la mia Vittorina! (Si baciano.) Sedete, gioia; via sedete.
VITTORIA: Aveva tanta voglia di vedervi.
Ma voi non vi degnate mai di venir da me.
(Siedono.)
GIACINTA: Oh! caro il mio bene, non vado in nessun loco.
Sto sempre in casa.
VITTORIA: E io? Esco un pochino la festa, e poi sempre in casa.
GIACINTA: Io non so come facciano quelle che vanno tutto il giorno a girone per la città.
VITTORIA: (Vorrei pur sapere se va o se non va a Montenero, ma non so come fare).
GIACINTA: (Mi fa specie, che non mi parla niente della campagna).
VITTORIA: È molto che non vedete mio fratello?
GIACINTA: L'ho veduto questa mattina.
VITTORIA: Non so cos'abbia.
È inquieto, è fastidioso.
GIACINTA: Eh! non lo sapete? Tutti abbiamo le nostre ore buone e le nostre ore cattive.
VITTORIA: Credeva quasi che avesse gridato con voi.
GIACINTA: Con me? Perché ha da gridare con me? Lo stimo e lo venero, ma egli non è ancora in grado di poter gridare con me.
(Ci gioco io, che l'ha mandata qui suo fratello).
VITTORIA: (È superba quanto un demonio).
GIACINTA: Vittorina, volete restar a pranzo con noi?
VITTORIA: Oh! no, vita mia, non posso.
Mio fratello mi aspetta.
GIACINTA: Glielo manderemo a dire.
VITTORIA: No, no assolutamente non posso.
GIACINTA: Se volete favorire, or ora qui da noi si dà in tavola.
VITTORIA: (Ho capito.
Mi vuol mandar via).
Così presto andate a desinare?
GIACINTA: Vedete bene.
Si va in campagna, si parte presto, bisogna sollecitare.
VITTORIA: (Ah! maledetta la mia disgrazia).
GIACINTA: M'ho da cambiar di tutto, m'ho da vestire da viaggio.
VITTORIA: Sì, sì, è vero; ci sarà della polvere.
Non torna il conto rovinare un abito buono.
(Mortificata.)
GIACINTA: Oh! in quanto a questo poi, me ne metterò uno meglio di questo.
Della polvere non ho paura.
Mi ho fatto una sopravveste di cambellotto di seta col suo capuccietto, che non vi è pericolo che la polvere mi dia fastidio.
VITTORIA: (Anche la sopravveste col capuccietto! La voglio anch'io, se dovessi vendere de' miei vestiti).
GIACINTA: Voi non l'avete la sopravveste col capuccietto?
VITTORIA: Sì, sì, ce l'ho ancor io; me l'ho fatta fin dall'anno passato.
GIACINTA: Non ve l'ho veduta l'anno passato.
VITTORIA: Non l'ho portata, perché, se vi ricordate, non c'era polvere.
GIACINTA: Sì, sì, non c'era polvere.
(È propriamente ridicola).
VITTORIA: Quest'anno mi ho fatto un abito.
GIACINTA: Oh! io me ne ho fatto un bello.
VITTORIA: Vedrete il mio, che non vi dispiacerà.
GIACINTA: In materia di questo, vedrete qualche cosa di particolare.
VITTORIA: Nel mio non vi è né oro, né argento, ma per dir la verità, è stupendo.
GIACINTA: Oh! moda, moda.
Vuol esser moda.
VITTORIA: Oh! circa la moda, il mio non si può dir che non sia alla moda.
GIACINTA: Sì, sì, sarà alla moda.
(Sogghignando.)
VITTORIA: Non lo credete?
GIACINTA: Sì, lo credo.
(Vuol restare quando vede il mio mariage).
VITTORIA: In materia di mode poi, credo di essere stata sempre io delle prime.
GIACINTA: E che cos'è il vostro abito?
VITTORIA: È un mariage.
GIACINTA: Mariage! (Maravigliandosi.)
VITTORIA: Sì, certo.
Vi par che non sia alla moda?
GIACINTA: Come avete voi saputo, che sia venuta di Francia la moda del mariage?
VITTORIA: Probabilmente, come l'avrete saputo anche voi.
GIACINTA: Chi ve l'ha fatto?
VITTORIA: Il sarto francese monsieur de la Réjouissance.
GIACINTA: Ora ho capito.
Briccone! Me la pagherà.
Io l'ho mandato a chiamare.
Io gli ho dato la moda del mariage.
Io che aveva in casa l'abito di madama Granon.
VITTORIA: Oh! madama Granon è stata da me a farmi visita il secondo giorno che è arrivata a Livorno.
GIACINTA: Sì, sì, scusatelo.
Me l'ha da pagare senza altro.
VITTORIA: Vi spiace, ch'io abbia il mariage?
GIACINTA: Oibò, ci ho gusto.
VITTORIA: Volevate averlo voi sola?
GIACINTA: Perché? Credete voi, ch'io sia una fanciulla invidiosa? Credo che lo sappiate, che io non invidio nessuno.
Bado a me, mi faccio quel che mi pare, e lascio che gli altri facciano quel che vogliono.
Ogni anno un abito nuovo certo.
E voglio esser servita subito, e servita bene, perché pago, pago puntualmente, e il sarto non lo faccio tornare più d'una volta.
VITTORIA: Io credo che tutte paghino.
GIACINTA: No, tutte non pagano.
Tutte non hanno il modo, o la delicatezza che abbiamo noi.
Vi sono di quelle che fanno aspettare degli anni, e poi se hanno qualche premura, il sarto s'impunta.
Vuole i danari sul fatto, e nascono delle baruffe.
(Prendi questa, e sappiatemi dir se è alla moda).
VITTORIA: (Non crederei, che parlasse di me.
Se potessi credere che il sarto avesse parlato, lo vorrei trattar, come merita).
GIACINTA: E quando ve lo metterete questo bell'abito?
VITTORIA: Non so, può essere, che non me lo metta nemeno.
Io son così; mi basta d'aver la roba, ma non mi curo poi di sfoggiarla.
GIACINTA: Se andate in campagna, sarebbe quella l'occasione di metterlo.
Peccato, poverina, che non ci andiate in quest'anno!
VITTORIA: Chi v'ha detto che io non ci vada?
GIACINTA: Non so: il signor Leonardo ha mandato a licenziar i cavalli.
VITTORIA: E per questo? Non si può risolvere da un momento all'altro? E lo credete che non possa andare senza di lui? Credete ch'io non abbia delle amiche, delle parenti da poter andare?
GIACINTA: Volete venire con me?
VITTORIA: No, no, vi ringrazio.
GIACINTA: Davvero, vi vedrei tanto volentieri.
VITTORIA: Vi dirò, se posso ridurre una mia cugina a venire con me a Montenero, può essere che ci vediamo.
GIACINTA: Oh! che l'avrei tanto a caro.
VITTORIA: A che ora partite?
GIACINTA: A ventun'ora.
VITTORIA: Oh! dunque c'è tempo.
Posso trattenermi qui ancora un poco.
(Vorrei vedere questo abito, se potessi).
GIACINTA: Sì, sì, ho capito.
Aspettate un poco.
(Verso la scena.)
VITTORIA: Se avete qualche cosa da fare, servitevi.
GIACINTA: Eh! niente.
M'hanno detto che il pranzo è all'ordine, e che mio padre vuol desinare.
VITTORIA: Partirò dunque.
GIACINTA: No, no, se volete restare, restate.
VITTORIA: Non vorrei che il vostro signor padre si avesse a inquietare.
GIACINTA: Per verità, è fastidioso un poco.
VITTORIA: Vi leverò l'incomodo.
(S'alza.)
GIACINTA: Se volete restar con noi, mi farete piacere.
(S'alza.)
VITTORIA: (Quasi, quasi, ci resterei, per la curiosità di quest'abito).
GIACINTA: Ho inteso; non vedete? Abbiate creanza.
(Verso la scena.)
VITTORIA: Con chi parlate?
GIACINTA: Col servitore che mi sollecita.
Non hanno niente di civiltà costoro.
VITTORIA: Io non ho veduto nessuno.
GIACINTA: Eh, l'ho ben veduto io.
VITTORIA: (Ho capito).
Signora Giacinta, a buon rivederci.
GIACINTA: Addio, cara.
Vogliatemi bene, ch'io vi assicuro che ve ne voglio.
VITTORIA: Siate certa, che siete corrisposta di cuore.
GIACINTA: Un bacio almeno.
VITTORIA: Sì, vita mia.
GIACINTA: Cara la mia gioia.
(Si baciano.)
VITTORIA: Addio.
GIACINTA: Addio.
VITTORIA: (Faccio de' sforzi a fingere, che mi sento crepare).
(Parte.)
GIACINTA: Le donne invidiose io non le posso soffrire.
(Parte.)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera di Leonardo.
Leonardo e Fulgenzio.
LEONARDO: Voi mi date una nuova, signor Fulgenzio, che mi consola infinitamente.
Ha dunque dato parola il signor Filippo di liberarsi dall'impegno che aveva col signor Guglielmo?
FULGENZIO: Sì, certo, mi ha promesso di farlo.
LEONARDO: E siete poi sicuro che non vi manchi?
FULGENZIO: Son sicurissimo.
Passano delle cose fra lui e me, che mi rendono certo della sua parola; e poi l'ho trovato assai pontuale in affari di rimarco.
Non dubito di ritrovarlo tale anche in questo.
LEONARDO: Dunque Guglielmo non andrà in campagna colla signora Giacinta.
FULGENZIO: Questo è certissimo.
LEONARDO: Son contentissimo.
Ora ci andrò io volentieri.
FULGENZIO: Ho detto tanto, ho fatto tanto, che quel buon uomo si è illuminato.
Egli ha un ottimo cuore.
Non crediate ch'ei manchi per malizia; manca qualche volta per troppa bontà.
LEONARDO: E credo che la sua figliuola lo faccia fare a suo modo.
FULGENZIO: No, non è cattiva fanciulla.
Mi ha confessato il signor Filippo, ch'ella non avea parte alcuna nell'invito del signor Guglielmo; e ch'egli l'avea anzi pregato d'andar con loro, per quella passione ch'egli ha d'aver compagnia, e di farsi mangiare il suo.
LEONARDO: Ho piacere che la signora Giacinta non ne abbia parte.
Mi pareva quasi impossibile, sapendo quel che è passato fra lei e me.
FULGENZIO: E che cosa è passato fra lei e voi?
LEONARDO: Delle parole che l'assicurano ch'io l'amo, e che mi fanno sperare ch'ella mi ami.
FULGENZIO: E il padre suo non sa niente?
LEONARDO: Per parte mia non lo sa.
FULGENZIO: E convien credere ch'ei non lo sappia, perché dicendogli che vi sarebbe un partito per sua figliuola, non gli è caduto in mente di domandarmi di voi.
LEONARDO: Non lo saprà certamente.
FULGENZIO: Ma è necessario ch'egli lo sappia.
LEONARDO: Un giorno glielo faremo sapere.
FULGENZIO: E perché non adesso?
LEONARDO: Adesso si sta per andare in campagna.
FULGENZIO: Amico, parliamo chiaro.
Io vi ho servito assai volentieri presso il signor Filippo, per far ch'ei staccasse da sua figliuola una compagnia un poco pericolosa, perché mi parve che l'onestà l'esigesse, e perché mi avete assicurato di aver buona intenzione sopra di lei, e che ottenuta questa soddisfazione, l'avreste chiesta in isposa.
Ora non vorrei che seguitasse la tresca senza conclusione veruna, ed essere stato io cagione di un mal peggiore.
Finalmente col signor Guglielmo potea essere che non ci fosse malizia, ma di voi non si può dire così.
Siete avviticchiati, per quel ch'io sento, e poiché mi avete fatto entrare in cotesta danza, non ne voglio uscire con disonore.
Una delle due dunque, o dichiaratevi col signor Filippo, o gli farò, riguardo a voi, quella lezione medesima che gli ho fatto rispetto al signor Guglielmo.
LEONARDO: E che cosa mi consigliate di fare?
FULGENZIO: O chiederla a drittura, o ritirarvi dalla sua conversazione.
LEONARDO: E come ho da fare a chiederla in questi brevi momenti?
FULGENZIO: Questa è una cosa che si fa presto.
Mi esibisco io di servirvi.
LEONARDO: Non si potrebbe aspettare al ritorno dalla campagna?
FULGENZIO: Eh! in una villeggiatura non si sa quel che possa accadere.
Sono stato giovane anch'io; per grazia del cielo, pazzo non sono stato, ma ho veduto delle pazzie.
L'obbligo mio vuol ch'io parli chiaro all'amico, o per domandargli la figlia, o per avvertirlo che si guardi da voi.
LEONARDO: Quand'è così, domandiamola dunque.
FULGENZIO: Con che condizione volete voi ch'io gliela domandi?
LEONARDO: Circa alla dote, si sa che le ha destinato otto mila scudi e il corredo.
FULGENZIO: Siete contento?
LEONARDO: Contentissimo.
FULGENZIO: Quanto tempo volete prendere per isposarla?
LEONARDO: Quattro, sei, otto mesi, come vuole il signor Filippo.
FULGENZIO: Benissimo.
Gli parlerò.
LEONARDO: Ma avvertite che oggi si dee partire per Montenero.
FULGENZIO: Non si potrebbe differir qualche giorno?
LEONARDO: Non c'è caso, non si può differire.
FULGENZIO: Ma, l'affare di cui si tratta, merita che si sagrifichi qualche cosa.
LEONARDO: Se si trattiene il signor Filippo, mi tratterrò ancor io, ma vedrete che sarà impossibile.
FULGENZIO: E perché impossibile?
LEONARDO: Perché tutti vanno, e il signor Filippo vorrà andare, e la signora Giacinta infallibilmente oggi vorrà partire, e mia sorella mi tormenta all'estremo per l'impazienza d'andare, e per cento ragioni io non mi potrò trattenere.
FULGENZIO: Poh! fin dove è arrivata la passione del villeggiare! Un giorno pare un secolo.
Tutti gli affari cedono; via, anderò subito; vi servirò, vi soddisfarò.
Ma, caro amico, soffrite dalla mia sincerità due parole ancora.
Maritatevi per far giudizio, e non per essere piucché mai rovinato.
So che le cose vostre non vanno molto felicemente.
Otto mila scudi di dote vi possono rimediare; ma non gli spendete intorno di vostra moglie, non li sagrificate in villeggiatura; prudenza, economia, giudizio.
Val più il dormir quieto, senza affanni di cuore, di tutti i divertimenti del mondo.
Fin che ce n'è, tutti godono.
Quando non ce n'è più, motteggi, derisioni, fischiate, scusatemi.
Vado a servirvi immediatamente.
(Parte.)
SCENA SECONDA
Leonardo, poi Cecco.
LEONARDO: Eh! dice bene; mi saprò regolare; metterò la testa a partito.
Ehi, chi è di là?
CECCO: Signore.
LEONARDO: Va subito dal signor Filippo, e dalla signora Giacinta.
Di loro che mi sono liberato da' miei affari, e che oggi mi darò l'onore di essere della loro partita per Montenero.
Soggiungi che avrei una compagnia da dare a mia sorella in calesso, e che, se me lo permettono, andrò io nella carrozza con loro.
Fa presto, e portami la risposta.
CECCO: Sarà obbedita.
LEONARDO: Di' al cameriere che venga qui, e che venga subito.
CECCO: Sì, signore.
(Oh quante mutazioni in un giorno!) (Parte.)
SCENA TERZA
Leonardo, poi Paolo.
LEONARDO: Ora che nella carrozza loro non va Guglielmo, non ricuseranno la mia compagnia; sarebbe un torto manifesto che mi farebbono.
E poi, se il signor Fulgenzio gli parla, se il signor Filippo è contento di dare a me sua figliuola, come non dubito, la cosa va in forma; nella carrozza ci ho d'andar io.
Con mia sorella vedrò che ci vada il signor Ferdinando.
Già so com'egli è fatto, non si ricorderà più quello che gli ho detto.
PAOLO: Eccomi a' suoi comandi.
LEONARDO: Presto, mettete all'ordine quel che occorre, e fate ordinare i cavalli, che a ventun'ora s'ha da partire.
PAOLO: Oh! bella!
LEONARDO: E spicciatevi.
PAOLO: E il desinare?
LEONARDO: A me non importa il desinare.
Mi preme che siamo lesti per la partenza.
PAOLO: Ma io ho disfatto tutto quello che aveva fatto.
LEONARDO: Tornate a fare.
PAOLO: È impossibile.
LEONARDO: Ha da esser possibile, e ha da esser fatto.
PAOLO: (Maledetto sia il servire in questa maniera).
LEONARDO: E voglio il caffè, la cera, lo zucchero, la cioccolata.
PAOLO: Io ho reso tutto ai mercanti.
LEONARDO: Tornate a ripigliare ogni cosa.
PAOLO: Non mi vorranno dar niente.
LEONARDO: Non mi fate andar in collera.
PAOLO: Ma, signore...
LEONARDO: Non c'è altro da dire.
Spicciatevi.
PAOLO: Vuole che gliela dica? Si faccia servire da chi vuole, ch'io non ho abilità per servirla.
LEONARDO: No, Paolino mio, non mi abbandonate.
Dopo tanti anni di servitù, non mi abbandonate.
Si tratta di tutto.
Vi farò una confidenza non da padrone, ma da amico.
Si tratta, che il signor Filippo mi dia per moglie la sua figliuola, con dodicimila scudi di dote.
Volete ora ch'io perda il credito? Mi volete vedere precipitato? Credete ch'io sia in necessità di fare gli ultimi sforzi per comparire? Avrete core ora di dirmi che non si può, che è impossibile, che non mi potete servire?
PAOLO: Caro signor padrone, la ringrazio della confidenza che si è degnato di farmi: farò il possibile; sarà servita.
Se credessi di far col mio, la non dubiti, sarà servita.
(Parte.)
SCENA QUARTA
Leonardo, poi Vittoria.
LEONARDO: È un buon uomo, amoroso, fedele; dice che farà, se credesse di far col suo.
Ma m'immagino già che quel che ora è suo, una volta sarà stato mio.
Frattanto vo' rimettere in ordine il mio baule.
VITTORIA: Orsù, signor fratello, vengo a dirvi liberamente che da questa stagione in Livorno non ci sono mai stata, e non ci voglio stare, e voglio andare in campagna.
Ci va la signora Giacinta, ci vanno tutti, e ci voglio andar ancor io.
(Con caldo.)
LEONARDO: E che bisogno c'è che mi venite ora a parlare con questo caldo?
VITTORIA: Mi scaldo, perché ho ragione di riscaldarmi, e andrò in campagna con mia cugina Lugrezia e con suo marito.
LEONARDO: E perché non volete venire con me?
VITTORIA: Quando?
LEONARDO: Oggi.
VITTORIA: Dove?
LEONARDO: A Montenero.
VITTORIA: Voi?
LEONARDO: Io.
VITTORIA: Oh!
LEONARDO: Sì, da galantuomo.
VITTORIA: Mi burlate?
LEONARDO: Dico davvero.
VITTORIA: Davvero, davvero?
LEONARDO: Non vedete ch'io fo il baule?
VITTORIA: Oh! fratello mio, come è stata?
LEONARDO: Vi dirò: sappiate che il signor Fulgenzio...
VITTORIA: Sì, sì, mi racconterete poi.
Presto, donne, dove siete? Donne, le scatole, la biancheria, le scuffie, gli abiti, il mio mariage.
(Parte.)
SCENA QUINTA
Leonardo, poi Cecco.
LEONARDO: È fuor di sé dalla consolazione.
Certo, che se restava in Livorno, non le si poteva dare una mortificazione maggiore.
E io? Sarei stato per impazzire.
Ma! il puntiglio fa fare delle gran cose.
L'amore fa fare degli spropositi.
Per un puntiglio, per una semplice gelosia, sono stato in procinto di abbandonare la villeggiatura.
CECCO: Eccomi di ritorno.
LEONARDO: E così, che hanno detto?
CECCO: Li ho trovati padre e figlia, tutti e due insieme.
M'hanno detto di riverirla; che avranno piacere della di lei compagnia per viaggio, ma che circa il posto nella carrozza, abbia la bontà di compatire, che non la possono servire, perché sono impegnati a darlo al signor Guglielmo.
LEONARDO: Al signor Guglielmo?
CECCO: Così m'hanno detto.
LEONARDO: Hai tu capito bene? Al signor Guglielmo?
CECCO: Al signor Guglielmo.
LEONARDO: No, non può essere.
Sei uno stolido, sei un balordo.
CECCO: Io le dico, che ho capito benissimo, e in segno della mia verità, quando io scendeva le scale, saliva il signor Guglielmo col suo servitore col valigino.
LEONARDO: Povero me! non so dove mi sia.
Mi ha tradito Fulgenzio, mi scherniscono tutti, son fuor di me.
Sono disperato.
(Siede.)
CECCO: Signore.
LEONARDO: Portami dell'acqua.
CECCO: Da lavar le mani?
LEONARDO: Un bicchier d'acqua, che tu sia maladetto.
(S'alza.)
CECCO: Subito.
(Non si va più in campagna).
(Parte.)
LEONARDO: Ma come mai quel vecchio, quel maladetto vecchio, ha potuto ingannarmi? L'averanno ingannato.
Ma se mi ha detto che Filippo ha con esso lui degli affari, in virtù dei quali non lo poteva ingannare; dunque il male viene da lui; ma non può venire da lui.
Verrà da lei, da lei; ma non può venire nemmeno da lei.
Sarà stato il padre; ma se il padre ha promesso.
Sarà stata la figlia; ma se la figlia dipende.
Sarà dunque stato Fulgenzio; ma per qual ragione mi ha da tradire Fulgenzio? Non so niente, son io la bestia, il pazzo, l'ignorante...
CECCO (viene coll'acqua).
LEONARDO: Sì, pazzo, bestia.
(Da sé, non vedendo Cecco.)
CECCO: Ma! perché bestia?
LEONARDO: Sì, bestia, bestia.
(Prendendo l'acqua.)
CECCO: Signore, io non sono una bestia.
LEONARDO: Io, io sono una bestia, io.
(Beve l'acqua.)
CECCO: (Infatti le bestie bevono l'acqua, ed io bevo il vino).
LEONARDO: Va subito dal signor Fulgenzio.
Guarda s'è in casa.
Digli che favorisca venir da me, o che io andrò da lui.
CECCO: Dal signor Fulgenzio, qui dirimpetto?
LEONARDO: Sì, asino, da chi dunque?
CECCO: Ha detto a me?
LEONARDO: A te.
CECCO: (Asino, bestia, mi pare che sia tutt'uno).
(Parte.)
SCENA SESTA
Leonardo, poi Paolo.
LEONARDO: Non porterò rispetto alla sua vecchiaia, non porterò rispetto a nessuno.
PAOLO: Animo, animo, signore, stia allegro, che tutto sarà preparato.
LEONARDO: Lasciatemi stare.
PAOLO: Perdoni, io ho fatto il debito mio, e più del debito mio.
LEONARDO: Lasciatemi stare, vi dico.
PAOLO: Vi è qualche novità?
LEONARDO: Sì, pur troppo.
PAOLO: I cavalli sono ordinati.
LEONARDO: Levate l'ordine.
PAOLO: Un'altra volta?
LEONARDO: Oh! maledetta la mia disgrazia!
PAOLO: Ma che cosa gli è accaduto mai?
LEONARDO: Per carità, lasciatemi stare.
PAOLO: (Oh! povero me! andiamo sempre di male in peggio).
SCENA SETTIMA
Vittoria con un vestito piegato, e detti.
VITTORIA: Fratello, volete vedere il mio mariage?
LEONARDO: Andate via.
VITTORIA: Che maniera è questa?
PAOLO: (Lo lasci stare).
(Piano a Vittoria.)
VITTORIA: Che diavolo avete?
LEONARDO: Sì, ho il diavolo; andate via.
VITTORIA: E con questa bella allegria si ha da andare in campagna?
LEONARDO: Non vi è più campagna; non vi è più villeggiatura, non vi è più niente.
VITTORIA: Non volete andare in campagna?
LEONARDO: No, non ci vado io, e non ci anderete nemmeno voi.
VITTORIA: Siete diventato pazzo?
PAOLO: (Non lo inquieti di più, per amor del Cielo).
(A Vittoria.)
VITTORIA: Eh! non mi seccate anche voi.
(A Paolo.)
SCENA OTTAVA
Cecco e detti.
CECCO: Il signor Fulgenzio non c'è.
(A Leonardo.)
LEONARDO: Dove il diavolo se l'ha portato?
CECCO: Mi hanno detto, che è andato dal signor Filippo.
LEONARDO: Il cappello e la spada.
(A Paolo.)
PAOLO: Signore...
LEONARDO: Il cappello e la spada.
(A Paolo, più forte.)
PAOLO: Subito.
(Va a prendere il cappello e la spada.)
VITTORIA: Ma si può sapere? (A Leonardo.)
LEONARDO: Il cappello e la spada.
PAOLO: Eccola servita.
(Gli dà il cappello e la spada.)
VITTORIA: Si può sapere, che cosa avete? (A Leonardo.)
LEONARDO: Lo saprete poi.
(Parte.)
VITTORIA: Ma che cosa ha? (A Paolo.)
PAOLO: Non so niente.
Gli vo' andar dietro alla lontana.
(Parte.)
VITTORIA: Sai tu, che cos'abbia? (A Cecco.)
CECCO: Io so che m'ha detto asino; non so altro.
(Parte.)
SCENA NONA
Vittoria, poi Ferdinando.
VITTORIA: Io resto di sasso, non so in che mondo mi sia.
Vengo a casa, lo trovo allegro, mi dice: Andiamo in campagna.
Vo di là, non passano tre minuti.
Sbuffa, smania.
Non si va più in campagna.
Io dubito che abbia data la volta al cervello.
Ecco qui, ora sono più disperata che mai.
Se questa di mio fratello è una malattia, addio campagna, addio Montenero.
Va là tu pure, maledetto abito.
Poco ci mancherebbe che non lo tagliassi in minuzzoli.
(Getta il vestito sulla sedia.)
FERDINANDO: Eccomi qui a consolarmi colla signora Vittoria.
VITTORIA: Venite anche voi a rompermi il capo?
FERDINANDO: Come, signora? Io vengo qui per un atto di urbanità, e voi mi trattate male?
VITTORIA: Che cosa siete venuto a fare?
FERDINANDO: A consolarmi che anche voi anderete in campagna.
VITTORIA: Oh! se non fosse perché, perché...
mi sfogherei con voi di tutte le consolazioni che ho interne.
FERDINANDO: Signora, io sono compiacentissimo.
Quando si tratta di sollevar l'animo di una persona, si sfoghi con me, che le do licenza.
VITTORIA: Povero voi, se vi facessi provar la bile che mi tormenta.
FERDINANDO: Ma cosa c'è? Cosa avete? Cosa v'inquieta? Confidatevi meco.
Con me potete parlare con libertà.
Siete sicura ch'io non lo dico a nessuno.
VITTORIA: Sì, certo, confidatevi alla tromba della comunità.
FERDINANDO: Voi mi avete in mal credito, e non mi pare di meritarlo.
VITTORIA: Io dico quello che sento dire da tutti.
FERDINANDO: Come possono dire ch'io dica i falli degli altri? Ho mai detto niente a voi di nessuno?
VITTORIA: Oh! mille volte; e della signora Aspasia, e della signora Flamminia, e della signora Francesca.
FERDINANDO: Ho detto io?
VITTORIA: Sicuro.
FERDINANDO: Può essere che l'abbia fatto senza avvedermene.
VITTORIA: Eh! già, quel che si fa per abito, non si ritiene.
FERDINANDO: In somma, dunque siete arrabbiata, e non mi volete dire il perché?
VITTORIA: No, non vi voglio dir niente.
FERDINANDO: Sentite.
O sono un galantuomo, o sono una mala lingua.
Se sono un galantuomo, confidatevi, e non abbiate paura.
Se fossi una mala lingua, sarebbe in arbitrio mio interpretare le vostre smanie, e trarne quel ridicolo che più mi paresse.
VITTORIA: Volete ch'io ve la dica? Davvero, davvero, siete un giovane spiritoso.
(Ironica.)
FERDINANDO: Son galantuomo, signora.
E quando si può parlare, parlo, e quando s'ha da tacere, taccio.
VITTORIA: Orsù, perché non crediate quel che non è; e non pensiate quel che vi pare, vi dirò che per me medesima non ho niente, ma mio fratello è inquietissimo, è fuor di sé, è delirante, e per cagione sua divento peggio di lui.
FERDINANDO: Sì, sarà delirante per la signora Giacinta.
È una frasca, è una civetta, dà retta a tutti, si discredita, si fa ridicola dappertutto.
VITTORIA: Per altro voi non dite mal di nessuno.
FERDINANDO: Dov'è il signor Leonardo?
VITTORIA: Io credo che sia andato da lei.
FERDINANDO: Con licenza.
VITTORIA: Dove, dove?
FERDINANDO: A ritrovare l'amico, a soccorrerlo, a consigliarlo.
(A raccogliere qualche cosa per la conversazione di Montenero).
(Parte.)
VITTORIA: Ed io, che cosa ho da fare? Ho da aspettar mio fratello, o ho da andare da mia cugina? Bisognerà che io l'aspetti, bisognerà, ch'io osservi dove va a finire questa faccenda.
Ma no, sono impaziente, vo' saper subito qualche cosa.
Vo' tornar dal signor Filippo, vo' tornar da Giacinta.
Chi sa, ch'ella non faccia apposta perch'io non vada in campagna? Ma nasca quel che sa nascere, ci voglio andare, e ci anderò a suo dispetto.
(Parte.)
SCENA DECIMA
Camera in casa del signor Filippo.
Filippo e Fulgenzio.
FILIPPO: Per me, vi dico, son contentissimo.
Il signor Leonardo è un giovane proprio, civile, di buona nascita, ed ha qualche cosa del suo.
È vero che gli piace a spendere, e specialmente in campagna, ma si regolerà.
FULGENZIO: Eh! per questa parte, non avete occasion di rimproverarlo.
FILIPPO: Volete dire, perché faccio lo stesso anch'io? Ma vi è qualche differenza da lui a me.
FULGENZIO: Basta, non so che dire.
Voi lo conoscete.
Voi sapete il suo stato; dategliela, se vi pare; se non vi pare, lasciate.
FILIPPO: Io gliela do volentieri.
Basta ch'ella ne sia contenta.
FULGENZIO: Eh! mi persuado che non dirà di no.
FILIPPO: Sapete voi qualche cosa?
FULGENZIO: Sì, so più di voi, e so quello che dovreste saper meglio voi.
Un padre dee tener gli occhi aperti sulla sua famiglia, e voi che avete una figliuola sola, potreste farlo meglio di tanti altri.
Non si lasciano praticar le figlie.
Capite? Non si lasciano praticare.
Non ve lo diceva io? È donna.
Oh, oh! mi dicevate: è prudente.
Ed io vi diceva: è donna.
Con tutta la sua saviezza, con tutta la sua prudenza, sono passati degli amoretti fra lei e il signor Leonardo.
FILIPPO: Oh! sono passati degli amoretti?
FULGENZIO: Sì, e ringraziate il cielo che avete a fare con un galantuomo; e dategliela, che farete bene.
FILIPPO: Sicuramente.
Gliela darò, ed ei l'ha da prendere, ed ella l'ha da volere.
Fraschetta! Amoretti, eh!
FULGENZIO: Cosa credete? Che le ragazze siano di stucco? Quando si lasciano praticare...
FILIPPO: Ha detto di venir qui il signor Leonardo?
FULGENZIO: No, anderò io da lui; e lo condurrò da voi, e che concludiamo.
FILIPPO: Sempre più mi confesso obbligato al vostro amore, alla vostra amicizia.
FULGENZIO: Vedete se ho fatto bene io a persuadervi a staccare dal fianco di vostra figlia il signor Guglielmo?
FILIPPO: (Oh diavolo! E l'amico è in casa).
FULGENZIO: Leonardo non l'intendeva, ed aveva ragione, e se il signor Guglielmo andava in campagna con voi, non la prendeva più certamente.
FILIPPO: (Povero me! Sono più che mai imbarazzato).
FULGENZIO: E badate bene, che il signor Guglielmo non si trovi più in compagnia di vostra figliuola.
FILIPPO: (Se Giacinta non trova ella qualche ragione, io non la trovo sicuro).
FULGENZIO: Parlate con vostra figlia, ch'io intanto andrò a ritrovare il signor Leonardo.
FILIPPO: Benissimo...
Bisognerà vedere...
FULGENZIO: Vi è qualche difficoltà?
FILIPPO: Niente, niente.
FULGENZIO: A buon rivederci, dunque.
Or ora sono da voi.
(In atto di partire.)
SCENA UNDICESIMA
Guglielmo e detti.
GUGLIELMO: Signore, le vent'una sono poco lontane.
Se comandate, anderò io a sollecitare i cavalli.
FULGENZIO: Cosa vedo? Guglielmo?
FILIPPO: (Che tu sia maladetto!).
No, no, non importa; non si partirà più così presto.
Ho qualche cosa da fare...
(Non so nemmeno quel, che mi dica).
FULGENZIO: Si va in campagna, signor Guglielmo?
GUGLIELMO: Per obbedirla.
FILIPPO: (Io non ho coraggio di dirgli niente).
FULGENZIO: E con chi va in campagna, se è lecito?
GUGLIELMO: Col signor Filippo.
FULGENZIO: In carrozza con lui?
GUGLIELMO: Per l'appunto.
FULGENZIO: E colla signora Giacinta?
GUGLIELMO: Sì, signore.
FULGENZIO: (Buono!).
FILIPPO: O via, andate a sollecitare i cavalli.
(A Guglielmo.)
GUGLIELMO: Ma se dite che vi è tempo.
FILIPPO: No, no, andate, andate.
GUGLIELMO: Io non vi capisco.
FILIPPO: Fate che diano loro la biada, e fatemi il piacere di star lì presente, perché la mangino, e che gli stallieri non gliela levino.
GUGLIELMO: La pagate voi la biada?
FILIPPO: La pago io.
Andate.
GUGLIELMO: Non occorr'altro.
Sarete servito.
(Parte.)
SCENA DODICESIMA
Fulgenzio e Filippo.
FILIPPO: (Finalmente se n'è andato).
FULGENZIO: Bravo, signor Filippo.
FILIPPO: Bravo, bravo...
quando si dà una parola...
FULGENZIO: Sì, mi avete dato parola, e me l'avete ben mantenuta.
FILIPPO: E non aveva io data prima la parola a lui?
FULGENZIO: E se non volevate mancar a lui, perché promettere a me?
FILIPPO: Perché aveva intenzione di fare quello che mi avete detto di fare.
FULGENZIO: E perché non l'avete fatto?
FILIPPO: Perché...
d'un male minore si poteva fare un male peggiore; perché avrebbero detto...
perché avrebbero giudicato...
oh cospetto di bacco! Se aveste sentito le ragioni che ha detto mia figlia, vi sareste ancora voi persuaso.
FULGENZIO: Ho capito.
Non si tratta così coi galantuomini pari miei.
Non sono un burattino da farmi far di queste figure.
Mi giustificherò col signor Leonardo.
Mi pento d'esserci entrato.
Me ne lavo le mani, e non c'entrerò più.
(In atto di partire.)
FILIPPO: No, sentite.
FULGENZIO: Non vo' sentir altro.
FILIPPO: Sentite una parola.
FULGENZIO: E che cosa mi potete voi dire?
FILIPPO: Caro amico, sono così confuso, che non so in che mondo mi sia.
FULGENZIO: Mala condotta, scusatemi, mala condotta.
FILIPPO: Rimediamoci, per carità.
FULGENZIO: E come ci volete voi rimediare?
FILIPPO: Non siamo in tempo ancora di licenziare il signor Guglielmo?
FULGENZIO: Non l'avete mandato a sollecitare i cavalli?
FILIPPO: Per levarmelo d'attorno, che miglior pretesto potea trovare?
FULGENZIO: E quando tornerà coi cavalli?
FILIPPO: Sono in un mare di confusioni.
FULGENZIO: Fate così, piuttosto tralasciate d'andare in campagna.
FILIPPO: E come ho da fare?
FULGENZIO: Fatevi venir male.
FILIPPO: E che male m'ho da far venire?
FULGENZIO: Il cancaro che vi mangi.
(Sdegnato.)
FILIPPO: Non andate in collera.
SCENA TREDICESIMA
Leonardo e detti.
LEONARDO: Ho piacere di ritrovarvi qui tutti e due.
Chi è di voi che si prende spasso di me? Chi è che si burla de' fatti miei? Chi mi ha fatto l'insulto?
FULGENZIO: Rispondetegli voi.
(A Filippo.)
FILIPPO: Caro amico, rispondetegli voi.
(A Fulgenzio.)
LEONARDO: Così si tratta coi galantuomini? Così si tratta coi pari miei? Che modo è questo? Che maniera impropria, incivile?
FULGENZIO: Ma rispondetegli.
(A Filippo.)
FILIPPO: Ma se non so cosa dire! (A Fulgenzio.)
SCENA QUATTORDICESIMA
Giacinta e detti.
GIACINTA: Che strepito è questo? Che piazzate son queste?
LEONARDO: Signora, le piazzate non le fo io.
Le fanno quelli che si burlano dei galantuomini, che mancano di parola, che tradiscono sulla fede.
GIACINTA: Chi è il reo? Chi è il mancatore? (Con caricatura.)
FULGENZIO: Parlate voi.
(A Filippo.)
FILIPPO: Favoritemi di principiar voi.
(A Fulgenzio.)
FULGENZIO: Orsù, ci va del mio in quest'affare.
Poiché il diavolo mi ci ha fatto entrare, a tacere ci va del mio, e se non sa parlare il signor Filippo, parlerò io.
Sì, signora.
Ha ragione il signor Leonardo di lamentarsi.
Dopo avergli dato parola che il signor Guglielmo non sarebbe venuto con voi, mancargli, farlo venire, condurlo in villa, è un'azion poco buona, è un trattamento incivile.
GIACINTA: Che dite voi, signor padre?
FILIPPO: Ha parlato con voi.
Rispondete voi.
GIACINTA: Favorisca in grazia, signor Fulgenzio, con qual autorità pretende il signor Leonardo di comandare in casa degli altri?
LEONARDO: Con quell'autorità che un amante...
GIACINTA: Perdoni, ora non parlo con lei.
(A Leonardo.) Mi risponda il signor Fulgenzio.
Come ardisce il signor Leonardo pretendere da mio padre e da me, che non si tratti chi pare a noi, e non si conduca in campagna chi a lui non piace?
LEONARDO: Voi sapete benissimo...
GIACINTA: Non dico a lei; mi risponda il signor Fulgenzio.
FILIPPO: (Oh! non sarà vero degli amoretti, non parlerebbe così).
FULGENZIO: Poiché volete che dica io, dirò io.
Il signor Leonardo non direbbe niente, non pretenderebbe niente se non avesse intenzione di pigliarvi per moglie.
GIACINTA: Come! Il signor Leonardo ha intenzione di volermi in isposa? (A Fulgenzio.)
LEONARDO: Possibile che vi giunga nuovo?
GIACINTA: Perdoni.
Mi lasci parlar col signor Fulgenzio.
(A Leonardo.) Dite, signore, con quale fondamento potete voi asserirlo? (A Fulgenzio.)
FULGENZIO: Col fondamento che io medesimo, per commissione del signor Leonardo, ne ho avanzata testé a vostro padre la proposizione.
LEONARDO: Ma veggendomi ora sì maltrattato...
GIACINTA: Di grazia, s'accheti.
Ora non tocca a lei; parlerà, quando toccherà a lei.
(A Leonardo.) Che dice su di ciò il signor padre?
FILIPPO: E che cosa direste voi?
GIACINTA: No, dite prima quel che pensate voi.
Dirò poi quello che penso io.
FILIPPO: Io dico che, in quanto a me, non ci avrei difficoltà.
LEONARDO: Ma io dico presentemente...
GIACINTA: Ma se ancora non tocca a lei! Ora tocca parlare a me.
Abbia la bontà d'ascoltarmi, e poi, se vuole, risponda.
Dopo che ho l'onor di conoscere il signor Leonardo, non può egli negare ch'io non abbia avuto per lui della stima; e so e conosco ch'ei ne ha sempre avuta per me.
La stima a poco a poco diventa amore, e voglio credere che egli mi ami, siccome, confesso il vero, non sono io per lui indifferente.
Per altro, perché un uomo acquisti dell'autorità sopra una giovane, non basta un equivoco affetto, ma è necessaria un'aperta dichiarazione.
Fatta questa, non l'ha da saper la fanciulla solo, l'ha da saper chi le comanda, ha da esser nota al mondo, s'ha da stabilire, da concertare colle debite formalità.
Allora tutte le finezze, tutte le attenzioni hanno da essere per lo sposo, ed egli acquista qualche ragione, se non di pretendere e di comandare, almeno di spiegarsi con libertà, e di ottenere per convenienza.
In altra guisa può una figlia onesta trattar con indifferenza, e trattar tutti, e conversare con tutti, ed esser egual con tutti; ma non può, e non deve usar distinzioni, e dar nell'occhio, e discreditarsi.
Con quella onestà con cui ho trattato sempre con voi, ho trattato col signor Guglielmo e con altri.
Mio padre lo ha invitato con noi, ed io ne sono stata contenta, come lo sarei stata d'ogni altro; e vi lagnate a torto, se di lui, se di me vi dolete.
Ora poi che dichiarato vi siete, ora che rendete pubblico l'amor vostro, che mi fate l'onore di domandarmi in isposa, e che mio padre lo sa, e vi acconsente, vi dico, che io ne sono contenta, che mi compiaccio dell'amor vostro, e vi ringrazio della vostra bontà.
Per l'avvenire tutte le distinzioni saranno vostre, vi si convengono, le potrete pretendere e le otterrete.
Una cosa sola vi chiedo in grazia, e da questa grazia può forse dipendere il buon concetto ch'io deggio formar di voi, e la consolazione d'avervi.
Vogliatemi amante, ma non mi vogliate villana.
Non fate che i primi segni del vostro amore siano sospetti vili, difidenze ingiuriose, azioni basse, e plebee.
Siam sul momento di dover partire.
Volete voi che si scacci villanamente, che si rendano altrui palesi i vostri sospetti, e che ci rendiamo ridicoli in faccia al mondo? Lasciate correre per questa volta.
Credetemi, e non mi offendete.
Conoscerò da ciò, se mi amate.
Se vi preme il cuore, o la mano.
La mano è pronta, se la volete.
Ma il cuore meritatelo, se desiderate di conseguirlo.
FILIPPO: Ah! che dite? (A Fulgenzio.)
FULGENZIO: (Io non la prenderei, se avesse cento mila scudi di dote).
(Piano a Filippo.)
FILIPPO: (Sciocco!).
(Da sé.)
LEONARDO: Non so che dire, vi amo, desidero sopra tutto il cuor vostro.
Mi avete dette delle ragioni che mi convincono.
Non voglio esservi ingrato.
Servitevi, come vi pare, ed abbiate pietà di me.
FULGENZIO: (Uh il baccellone!).
GIACINTA: (Niente m'importa che venga meco Guglielmo.
Basta che non mi contraddica Leonardo).
(Da sé.)
SCENA QUINDICESIMA
Brigida e detti.
BRIGIDA: Signore, è qui la sua signora sorella col di lei cameriere.
LEONARDO: Con permissione, che passino.
BRIGIDA: (Si va, o non si va?).
(Piano a Giacinta.)
GIACINTA: (Si va, si va).
(Piano a Brigida.)
BRIGIDA: (Aveva una paura terribile che non si andasse).
(Parte.)
SCENA SEDICESIMA
Vittoria, Paolo, Brigida e detti.
VITTORIA: È permesso? (Melanconica.)
GIACINTA: Sì, vita mia, venite.
VITTORIA: (Eh vita mia, vita mia!).
Come vi sentite, signor Leonardo? (Come sopra.)
LEONARDO: Benissimo, grazie al cielo.
Paolino, presto, fate che tutto sia lesto e pronto.
Il baule, i cavalli, tutto quel che bisogna.
Noi partirem fra poco.
VITTORIA: Si parte? (Allegra.)
GIACINTA: Sì, vita mia, si parte.
Siete contenta?
VITTORIA: Sì, gioia mia, sono contentissima.
FILIPPO: Ho piacere che fra cognate si amino.
(Piano a Fulgenzio.)
FULGENZIO: Io credo che si amino come il lupo e la pecora.
(A Filippo.)
FILIPPO: (Che uomo fantastico!).
PAOLO: Sia ringraziato il cielo, che lo vedo rasserenato.
(Parte.)
VITTORIA: Via, fratello, andiamo anche noi.
LEONARDO: Siete molto impaziente.
GIACINTA: Poverina! è smaniosa per andare in campagna.
VITTORIA: Sì, poco più, poco meno, come voi all'incirca.
FULGENZIO: E volete andare in campagna senza concludere, senza stabilire il contratto?
VITTORIA: Che contratto?
FILIPPO: Prima di partire si potrebbe fare la scritta.
VITTORIA: Che scritta?
LEONARDO: Io son prontissimo a farla.
VITTORIA: E che cosa avete da fare?
GIACINTA: Si chiamano due testimoni.
VITTORIA: Che cosa far di due testimoni?
BRIGIDA: Non lo sa? (A Vittoria.)
VITTORIA: Non so niente.
BRIGIDA: Se non lo sa, lo saprà.
VITTORIA: Signor fratello.
LEONARDO: Comandi.
VITTORIA: Si fa lo sposo?
LEONARDO: Per obbedirla.
VITTORIA: E a me non si dice niente?
LEONARDO: Se mi darete tempo, ve lo dirò.
VITTORIA: È questa la vostra sposa?
GIACINTA: Sì, cara, sono io che ha questa fortuna.
Mi vorrete voi bene?
VITTORIA: Oh quanto piacere! Quanta consolazione ne sento! Cara la mia cognata.
(Si baciano.) (Non ci mancava altro che venisse in casa costei!).
GIACINTA: (Prego il cielo che vada presto fuori di casa!).
BRIGIDA: (Quei baci credo che non
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