LE SMANIE PER LA VILLEGGIATURA, di Carlo Goldoni - pagina 9
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FILIPPO: Sicuramente.
Gliela darò, ed ei l'ha da prendere, ed ella l'ha da volere.
Fraschetta! Amoretti, eh!
FULGENZIO: Cosa credete? Che le ragazze siano di stucco? Quando si lasciano praticare...
FILIPPO: Ha detto di venir qui il signor Leonardo?
FULGENZIO: No, anderò io da lui; e lo condurrò da voi, e che concludiamo.
FILIPPO: Sempre più mi confesso obbligato al vostro amore, alla vostra amicizia.
FULGENZIO: Vedete se ho fatto bene io a persuadervi a staccare dal fianco di vostra figlia il signor Guglielmo?
FILIPPO: (Oh diavolo! E l'amico è in casa).
FULGENZIO: Leonardo non l'intendeva, ed aveva ragione, e se il signor Guglielmo andava in campagna con voi, non la prendeva più certamente.
FILIPPO: (Povero me! Sono più che mai imbarazzato).
FULGENZIO: E badate bene, che il signor Guglielmo non si trovi più in compagnia di vostra figliuola.
FILIPPO: (Se Giacinta non trova ella qualche ragione, io non la trovo sicuro).
FULGENZIO: Parlate con vostra figlia, ch'io intanto andrò a ritrovare il signor Leonardo.
FILIPPO: Benissimo...
Bisognerà vedere...
FULGENZIO: Vi è qualche difficoltà?
FILIPPO: Niente, niente.
FULGENZIO: A buon rivederci, dunque.
Or ora sono da voi.
(In atto di partire.)
SCENA UNDICESIMA
Guglielmo e detti.
GUGLIELMO: Signore, le vent'una sono poco lontane.
Se comandate, anderò io a sollecitare i cavalli.
FULGENZIO: Cosa vedo? Guglielmo?
FILIPPO: (Che tu sia maladetto!).
No, no, non importa; non si partirà più così presto.
Ho qualche cosa da fare...
(Non so nemmeno quel, che mi dica).
FULGENZIO: Si va in campagna, signor Guglielmo?
GUGLIELMO: Per obbedirla.
FILIPPO: (Io non ho coraggio di dirgli niente).
FULGENZIO: E con chi va in campagna, se è lecito?
GUGLIELMO: Col signor Filippo.
FULGENZIO: In carrozza con lui?
GUGLIELMO: Per l'appunto.
FULGENZIO: E colla signora Giacinta?
GUGLIELMO: Sì, signore.
FULGENZIO: (Buono!).
FILIPPO: O via, andate a sollecitare i cavalli.
(A Guglielmo.)
GUGLIELMO: Ma se dite che vi è tempo.
FILIPPO: No, no, andate, andate.
GUGLIELMO: Io non vi capisco.
FILIPPO: Fate che diano loro la biada, e fatemi il piacere di star lì presente, perché la mangino, e che gli stallieri non gliela levino.
GUGLIELMO: La pagate voi la biada?
FILIPPO: La pago io.
Andate.
GUGLIELMO: Non occorr'altro.
Sarete servito.
(Parte.)
SCENA DODICESIMA
Fulgenzio e Filippo.
FILIPPO: (Finalmente se n'è andato).
FULGENZIO: Bravo, signor Filippo.
FILIPPO: Bravo, bravo...
quando si dà una parola...
FULGENZIO: Sì, mi avete dato parola, e me l'avete ben mantenuta.
FILIPPO: E non aveva io data prima la parola a lui?
FULGENZIO: E se non volevate mancar a lui, perché promettere a me?
FILIPPO: Perché aveva intenzione di fare quello che mi avete detto di fare.
FULGENZIO: E perché non l'avete fatto?
FILIPPO: Perché...
d'un male minore si poteva fare un male peggiore; perché avrebbero detto...
perché avrebbero giudicato...
oh cospetto di bacco! Se aveste sentito le ragioni che ha detto mia figlia, vi sareste ancora voi persuaso.
FULGENZIO: Ho capito.
Non si tratta così coi galantuomini pari miei.
Non sono un burattino da farmi far di queste figure.
Mi giustificherò col signor Leonardo.
Mi pento d'esserci entrato.
Me ne lavo le mani, e non c'entrerò più.
(In atto di partire.)
FILIPPO: No, sentite.
FULGENZIO: Non vo' sentir altro.
FILIPPO: Sentite una parola.
FULGENZIO: E che cosa mi potete voi dire?
FILIPPO: Caro amico, sono così confuso, che non so in che mondo mi sia.
FULGENZIO: Mala condotta, scusatemi, mala condotta.
FILIPPO: Rimediamoci, per carità.
FULGENZIO: E come ci volete voi rimediare?
FILIPPO: Non siamo in tempo ancora di licenziare il signor Guglielmo?
FULGENZIO: Non l'avete mandato a sollecitare i cavalli?
FILIPPO: Per levarmelo d'attorno, che miglior pretesto potea trovare?
FULGENZIO: E quando tornerà coi cavalli?
FILIPPO: Sono in un mare di confusioni.
FULGENZIO: Fate così, piuttosto tralasciate d'andare in campagna.
FILIPPO: E come ho da fare?
FULGENZIO: Fatevi venir male.
FILIPPO: E che male m'ho da far venire?
FULGENZIO: Il cancaro che vi mangi.
(Sdegnato.)
FILIPPO: Non andate in collera.
SCENA TREDICESIMA
Leonardo e detti.
LEONARDO: Ho piacere di ritrovarvi qui tutti e due.
Chi è di voi che si prende spasso di me? Chi è che si burla de' fatti miei? Chi mi ha fatto l'insulto?
FULGENZIO: Rispondetegli voi.
(A Filippo.)
FILIPPO: Caro amico, rispondetegli voi.
(A Fulgenzio.)
LEONARDO: Così si tratta coi galantuomini? Così si tratta coi pari miei? Che modo è questo? Che maniera impropria, incivile?
FULGENZIO: Ma rispondetegli.
(A Filippo.)
FILIPPO: Ma se non so cosa dire! (A Fulgenzio.)
SCENA QUATTORDICESIMA
Giacinta e detti.
GIACINTA: Che strepito è questo? Che piazzate son queste?
LEONARDO: Signora, le piazzate non le fo io.
Le fanno quelli che si burlano dei galantuomini, che mancano di parola, che tradiscono sulla fede.
GIACINTA: Chi è il reo? Chi è il mancatore? (Con caricatura.)
FULGENZIO: Parlate voi.
(A Filippo.)
FILIPPO: Favoritemi di principiar voi.
(A Fulgenzio.)
FULGENZIO: Orsù, ci va del mio in quest'affare.
Poiché il diavolo mi ci ha fatto entrare, a tacere ci va del mio, e se non sa parlare il signor Filippo, parlerò io.
Sì, signora.
Ha ragione il signor Leonardo di lamentarsi.
Dopo avergli dato parola che il signor Guglielmo non sarebbe venuto con voi, mancargli, farlo venire, condurlo in villa, è un'azion poco buona, è un trattamento incivile.
GIACINTA: Che dite voi, signor padre?
FILIPPO: Ha parlato con voi.
Rispondete voi.
GIACINTA: Favorisca in grazia, signor Fulgenzio, con qual autorità pretende il signor Leonardo di comandare in casa degli altri?
LEONARDO: Con quell'autorità che un amante...
GIACINTA: Perdoni, ora non parlo con lei.
(A Leonardo.) Mi risponda il signor Fulgenzio.
Come ardisce il signor Leonardo pretendere da mio padre e da me, che non si tratti chi pare a noi, e non si conduca in campagna chi a lui non piace?
LEONARDO: Voi sapete benissimo...
GIACINTA: Non dico a lei; mi risponda il signor Fulgenzio.
FILIPPO: (Oh! non sarà vero degli amoretti, non parlerebbe così).
FULGENZIO: Poiché volete che dica io, dirò io.
Il signor Leonardo non direbbe niente, non pretenderebbe niente se non avesse intenzione di pigliarvi per moglie.
GIACINTA: Come! Il signor Leonardo ha intenzione di volermi in isposa? (A Fulgenzio.)
LEONARDO: Possibile che vi giunga nuovo?
GIACINTA: Perdoni.
Mi lasci parlar col signor Fulgenzio.
(A Leonardo.) Dite, signore, con quale fondamento potete voi asserirlo? (A Fulgenzio.)
FULGENZIO: Col fondamento che io medesimo, per commissione del signor Leonardo, ne ho avanzata testé a vostro padre la proposizione.
LEONARDO: Ma veggendomi ora sì maltrattato...
GIACINTA: Di grazia, s'accheti.
Ora non tocca a lei; parlerà, quando toccherà a lei.
(A Leonardo.) Che dice su di ciò il signor padre?
FILIPPO: E che cosa direste voi?
GIACINTA: No, dite prima quel che pensate voi.
Dirò poi quello che penso io.
FILIPPO: Io dico che, in quanto a me, non ci avrei difficoltà.
LEONARDO: Ma io dico presentemente...
GIACINTA: Ma se ancora non tocca a lei! Ora tocca parlare a me.
Abbia la bontà d'ascoltarmi, e poi, se vuole, risponda.
Dopo che ho l'onor di conoscere il signor Leonardo, non può egli negare ch'io non abbia avuto per lui della stima; e so e conosco ch'ei ne ha sempre avuta per me.
La stima a poco a poco diventa amore, e voglio credere che egli mi ami, siccome, confesso il vero, non sono io per lui indifferente.
Per altro, perché un uomo acquisti dell'autorità sopra una giovane, non basta un equivoco affetto, ma è necessaria un'aperta dichiarazione.
Fatta questa, non l'ha da saper la fanciulla solo, l'ha da saper chi le comanda, ha da esser nota al mondo, s'ha da stabilire, da concertare colle debite formalità.
Allora tutte le finezze, tutte le attenzioni hanno da essere per lo sposo, ed egli acquista qualche ragione, se non di pretendere e di comandare, almeno di spiegarsi con libertà, e di ottenere per convenienza.
In altra guisa può una figlia onesta trattar con indifferenza, e trattar tutti, e conversare con tutti, ed esser egual con tutti; ma non può, e non deve usar distinzioni, e dar nell'occhio, e discreditarsi.
Con quella onestà con cui ho trattato sempre con voi, ho trattato col signor Guglielmo e con altri.
Mio padre lo ha invitato con noi, ed io ne sono stata contenta, come lo sarei stata d'ogni altro; e vi lagnate a torto, se di lui, se di me vi dolete.
Ora poi che dichiarato vi siete, ora che rendete pubblico l'amor vostro, che mi fate l'onore di domandarmi in isposa, e che mio padre lo sa, e vi acconsente, vi dico, che io ne sono contenta, che mi compiaccio dell'amor vostro, e vi ringrazio della vostra bontà.
Per l'avvenire tutte le distinzioni saranno vostre, vi si convengono, le potrete pretendere e le otterrete.
Una cosa sola vi chiedo in grazia, e da questa grazia può forse dipendere il buon concetto ch'io deggio formar di voi, e la consolazione d'avervi.
Vogliatemi amante, ma non mi vogliate villana.
Non fate che i primi segni del vostro amore siano sospetti vili, difidenze ingiuriose, azioni basse, e plebee.
Siam sul momento di dover partire.
Volete voi che si scacci villanamente, che si rendano altrui palesi i vostri sospetti, e che ci rendiamo ridicoli in faccia al mondo? Lasciate correre per questa volta.
Credetemi, e non mi offendete.
Conoscerò da ciò, se mi amate.
Se vi preme il cuore, o la mano.
La mano è pronta, se la volete.
Ma il cuore meritatelo, se desiderate di conseguirlo.
FILIPPO: Ah! che dite? (A Fulgenzio.)
FULGENZIO: (Io non la prenderei, se avesse cento mila scudi di dote).
(Piano a Filippo.)
FILIPPO: (Sciocco!).
(Da sé.)
LEONARDO: Non so che dire, vi amo, desidero sopra tutto il cuor vostro.
Mi avete dette delle ragioni che mi convincono.
Non voglio esservi ingrato.
Servitevi, come vi pare, ed abbiate pietà di me.
FULGENZIO: (Uh il baccellone!).
GIACINTA: (Niente m'importa che venga meco Guglielmo.
Basta che non mi contraddica Leonardo).
(Da sé.)
SCENA QUINDICESIMA
Brigida e detti.
BRIGIDA: Signore, è qui la sua signora sorella col di lei cameriere.
LEONARDO: Con permissione, che passino.
BRIGIDA: (Si va, o non si va?).
(Piano a Giacinta.)
GIACINTA: (Si va, si va).
(Piano a Brigida.)
BRIGIDA: (Aveva una paura terribile che non si andasse).
(Parte.)
SCENA SEDICESIMA
Vittoria, Paolo, Brigida e detti.
VITTORIA: È permesso? (Melanconica.)
GIACINTA: Sì, vita mia, venite.
VITTORIA: (Eh vita mia, vita mia!).
Come vi sentite, signor Leonardo? (Come sopra.)
LEONARDO: Benissimo, grazie al cielo.
Paolino, presto, fate che tutto sia lesto e pronto.
Il baule, i cavalli, tutto quel che bisogna.
Noi partirem fra poco.
VITTORIA: Si parte? (Allegra.)
GIACINTA: Sì, vita mia, si parte.
Siete contenta?
VITTORIA: Sì, gioia mia, sono contentissima.
FILIPPO: Ho piacere che fra cognate si amino.
(Piano a Fulgenzio.)
FULGENZIO: Io credo che si amino come il lupo e la pecora.
(A Filippo.)
FILIPPO: (Che uomo fantastico!).
PAOLO: Sia ringraziato il cielo, che lo vedo rasserenato.
(Parte.)
VITTORIA: Via, fratello, andiamo anche noi.
LEONARDO: Siete molto impaziente.
GIACINTA: Poverina! è smaniosa per andare in campagna.
VITTORIA: Sì, poco più, poco meno, come voi all'incirca.
FULGENZIO: E volete andare in campagna senza concludere, senza stabilire il contratto?
VITTORIA: Che contratto?
FILIPPO: Prima di partire si potrebbe fare la scritta.
VITTORIA: Che scritta?
LEONARDO: Io son prontissimo a farla.
VITTORIA: E che cosa avete da fare?
GIACINTA: Si chiamano due testimoni.
VITTORIA: Che cosa far di due testimoni?
BRIGIDA: Non lo sa? (A Vittoria.)
VITTORIA: Non so niente.
BRIGIDA: Se non lo sa, lo saprà.
VITTORIA: Signor fratello.
LEONARDO: Comandi.
VITTORIA: Si fa lo sposo?
LEONARDO: Per obbedirla.
VITTORIA: E a me non si dice niente?
LEONARDO: Se mi darete tempo, ve lo dirò.
VITTORIA: È questa la vostra sposa?
GIACINTA: Sì, cara, sono io che ha questa fortuna.
Mi vorrete voi bene?
VITTORIA: Oh quanto piacere! Quanta consolazione ne sento! Cara la mia cognata.
(Si baciano.) (Non ci mancava altro che venisse in casa costei!).
GIACINTA: (Prego il cielo che vada presto fuori di casa!).
BRIGIDA: (Quei baci credo che non arrivino al core).
FILIPPO: (Vedete se si vogliono bene!) (A Fulgenzio.)
FULGENZIO: (Sì, lo vedo.
Voi non conoscete le donne).
(A Filippo.)
FILIPPO: (Mi fa rabbia).
GIACINTA: Eccoli, eccoli; ecco due testimoni.
LEONARDO: (Ah! ecco Guglielmo, egli è la mia disperazione; non lo posso vedere).
(Da sé, osservando fra le scene.)
VITTORIA: (Che caro signor fratello! Prender moglie prima di dare marito a me! Sentirà, sentirà, se gli saprò dire l'animo mio...).
SCENA DICIASSETTESIMA
Guglielmo, Ferdinando e detti
GUGLIELMO: I cavalli son lesti.
FERDINANDO: Animo, animo, che fa tardi.
Come sta l'amico Leonardo? Vi è passata la melanconia?
LEONARDO: Che cosa sapete voi di melanconia?
FERDINANDO: Oh! ha detto un non so che la signora Vittoria.
VITTORIA: Non è vero niente, non v'ho detto niente.
FERDINANDO: Eh! una mentita da una donna si può soffrire.
FILIPPO: Signori, prima di partire si ha da fare una cosa.
Il signor Leonardo ha avuto la bontà di domandarmi la mia figliuola, ed io gliel'ho promessa.
Si faranno le nozze...
Quando vorreste voi si facessero? (A Leonardo.)
LEONARDO: Io direi dopo la villeggiatura.
FILIPPO: Benissimo, si faranno dopo la villeggiatura, e intanto si ha da fare la scritta.
Onde siete pregati ad esser voi testimoni.
GUGLIELMO: (Questa è una novità ch'io non m'aspettava).
FERDINANDO: Son qui; molto volentieri.
Facciamo presto quello che si ha da fare, e partiamo per la campagna.
Ma a proposito, signori miei, a me qual luogo vien destinato?
FILIPPO: Non saprei...
Che dite voi, Giacinta?
GIACINTA: Tocca a voi a disporre.
FILIPPO: E il signor Guglielmo? Mi dispiace...
Come si farà?
VITTORIA: Permettetemi che io dica una cosa.
(A Filippo.)
FERDINANDO: Trovate voi l'espediente, signora.
VITTORIA: Io dico che se mio fratello è promesso colla signora Giacinta, tocca a lui a andare in carrozza colla sua sposa.
FULGENZIO: Così vorrebbe la convenienza, signor Filippo.
FILIPPO: Che cosa dice Giacinta?
GIACINTA: Io non invito nessuno e non ricuso nessuno.
LEONARDO: Cosa dice il signor Guglielmo?
GUGLIELMO: Io dico che se sono d'incomodo, tralascierò di venire.
VITTORIA: No, no, verrete in calesso con me.
GUGLIELMO: (La convenienza vuole ch'io non insista).
Se il signor Leonardo me lo permette, accetterò le grazie della signora Vittoria.
LEONARDO: Sì, caro amico, ed io della vostra compiacenza vi sarò eternamente obbligato.
GIACINTA: (Quando ha ceduto da sé, non m'importa.
Io ho sostenuto il mio punto).
(Da sé.)
FILIPPO: (Ah! che dite? Va bene ora?).
(A Fulgenzio.)
FULGENZIO: (Non va troppo bene per la signora Vittoria).
(A Filippo.)
FILIPPO: (Eh! freddure).
(A Fulgenzio.)
FERDINANDO: Ed io con chi devo andare?
GIACINTA: Signore, se vi degnaste di andar colla mia cameriera?
FERDINANDO: In calesso?
GIACINTA: In calesso.
FERDINANDO: Sì, gioia bella, avrò il piacere di godere la vostra amabile compagnia.
(A Brigida.)
BRIGIDA: Oh! sarà una gloria per me strabocchevole.
(Sarei andata più volentieri col cameriere).
(Da sé.)
FULGENZIO: Bravi, bene, tutti d'accordo.
VITTORIA: Oh via! finiamola una volta.
Andiamo a questa benedetta campagna.
GIACINTA: Sì, facciamo la scritta, e subitamente partiamo.
Finalmente siamo giunti al momento tanto desiderato d'andare in villa.
Grandi smanie abbiamo sofferte per paura di non andarvi! Smanie solite della corrente stagione.
Buon viaggio dunque a chi parte, e buona permanenza a chi resta.
Fine della Commedia.
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