LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 112
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Et in S.
Marco al tramezzo della chiesa, un'altra tavola, e nella forestieria un cenacolo con diligenza l'uno e l'altro condotto: et in casa di Giovanni Tornabuoni un tondo con la storia de' Magi, fatto con diligenza.
Allo spedaletto per Lorenzo Vecchio de' Medici, la storia di Vulcano, dove lavorano molti ignudi fabricando con le martella saette a Giove.
Et in Fiorenza nella chiesa d'Ogni Santi, a concorrenza di Sandro di Botticello, dipinse a fresco un San Girolamo che oggi è allato alla porta che va in coro, intorno al quale fece una infinità di instrumenti di libri da persone studiose.
Questa pittura insieme con quella di Sandro di Botticello, essendo occorso a' frati levare il coro del luogo dove era, è stata allacciata con ferri e trapportata nel mezzo della chiesa senza lesione, in questi proprii giorni che queste vite la seconda volta si stampano.
Dipinse ancora l'arco sopra la porta di S.
Maria Ughi et un tabernacolino all'Arte de' Linaiuoli, similmente un S.
Giorgio molto bello, che ammazza il serpente, nella medesima chiesa d'Ogni Santi.
E per il vero egli intese molto bene il modo del dipignere in muro e facilissimamente lo lavorò; essendo nientedimanco nel comporre le sue cose molto leccato.
Essendo poi chiamato a Roma da papa Sisto IIII a dipignere con altri maestri la sua cappella, vi dipinse quando Cristo chiama a sé dalle reti Pietro et Andrea, e la Resurressione di esso Gesù Cristo, della quale oggi è guasta la maggior parte per essere ella sopra la porta respetto a lo avervisi avuto a rimetter uno architrave che rovinò.
Era in questi tempi medesimi in Roma, Francesco Tornabuoni onorato e ricco mercante et amicissimo di Domenico, al quale essendo morta la donna sopra parto, come s'è detto in Andrea Verrochio, et avendo, per onorarla come si convenia alla nobiltà loro, fattole fare una sepoltura nella Minerva, volle anco che Domenico dipignesse tutta la faccia dove ell'era sepolta, et oltre a questo vi facesse una piccola tavoletta a tempera, laonde in quella pariete fece quattro storie: dua di S.
Giovanni Batista e due della Nostra Donna; le quali veramente gli furono allora molto lodate.
E provò Francesco tanta dolcezza nella pratica di Domenico, che tornandosene quello a Fiorenza con onore e con danari, lo raccomandò per lettere a Giovanni suo parente, scrivendoli quanto e' lo avesse servito bene in quell'opera e quanto il papa fusse satisfatto de le sue pitture.
Le quali cose udendo Giovanni, cominciò a disegnare di metterlo in qualche lavoro magnifico da onorare la memoria di se medesimo e da arrecare a Domenico fama e guadagno.
Era per avventura in S.
Maria Novella, convento de' frati predicatori, la cappella maggiore dipinta già da Andrea Orgagna; la quale, per essere stato mal coperto il tetto della volta, era in più parti guasta da l'acqua, per il che già molti cittadini l'avevano voluta rassettare, o vero dipignierla di nuovo; ma i padroni, che erano quelli della famiglia de' Ricci, non se n'erano mai contentati, non potendo essi far tanta spesa, né volendosi risolvere a concederla ad altri che la facesse, per non perdere la iuridizione del padronato et il segno dell'arme loro lasciatagli dai loro antichi.
Giovanni adunque, desideroso che Domenico gli facesse questa memoria, si misse intorno a questa pratica tentando diverse vie.
Et in ultimo promisse a' Ricci far tutta quella spesa egli e che gli ricompenserebbe in qualcosa, e farebbe metter l'arme loro nel più evidente et onorato luogo che fusse in quella cappella; e così rimasi d'accordo e fattene contratto et instrumento molto stretto del tenore ragionato di sopra, logò Giovanni a Domenico questa opera, con le storie medesime che erano dipinte prima; e feciono che il prezzo fusse ducati milledugento d'oro larghi; et in caso che l'opera gli piacesse fussino dugento più.
Per il che Domenico mise man all'opera; né restò che egli in quattro anni l'ebbe finita; il che fu nel MCCCCLXXXV, con grandissima satisfazione e contento di esso Giovanni.
Il quale chiamandosi servito, e confessando ingenuamente che Domenico aveva guadagnati i dugento ducati del più, disse che arebbe piacere che e' si contentasse del primo pregio; e Domenico, che molto più stimava la gloria e l'onore che le ricchezze, gli largì subito tutto il restante, affermando che aveva molto più caro lo avergli satisfatto che lo essere contento del pagamento.
Appresso Giovanni fece fare due armi grandi di pietra, l'una de' Tornaquinci, l'altra de' Tornabuoni, e metterle ne' pilastri fuori d'essa cappella, e nell'arco altre arme di detta famiglia, divisa in più nomi e più arme, cioè, oltre alle due dette, Giachinotti, Popoleschi, Marabotini e Cardinali.
E quando poi Domenico fece la tavola dello altare, nello ornamento dorato, sotto un arco ch'è per fine di quella tavola fece mettere il tabernacolo del Sacramento, bellissimo; e nel frontispizio di quello fece uno scudicciuolo d'un quarto di braccio, dentrovi l'arme de' padron detti, cioè de' Ricci.
Et il bello fu allo scoprire della cappella, perché questi cercarono con gran romore de l'arme loro; e finalmente, non ve la vedendo, se n'andarono al magistrato degli otto portando il contratto.
Per il che mostrarono i Tornabuoni esservi posta nel più evidente et onorato luogo di quell'opera, e benché quelli esclamassino che ella non si vedeva, fu lor detto che eglino avevano il torto, e che avendola fatta metter in così onorato luogo quanto era quello, essendo vicina al Santissimo Sagramento, se ne dovevano contentare.
E così fu deciso che dovesse stare, per quel magistrato, come al presente si vede.
Ma se questo paresse ad alcuno fuor delle cose della vita che si ha da scrivere, non gli dia noia: perché tutto era nel fine del tratto della mia penna e serve se non ad altro a mostrare quanto la povertà è preda delle ricchezze; e che le ricchezze acompagnate dalla prudenzia, conducono a fine e senza biasimo ciò che altri vuole.
Ma per tornare alle belle opere di Domenico, sono in questa cappella, primieramente nella volta i quattro Evangelisti maggiori del naturale, e nella pariete della finestra storie di S.
Domenico e S.
Pietro martire e S.
Giovanni quando va al deserto e la Nostra Donna annunziata dall'Angelo e molti Santi avvocati di Fiorenza ginocchioni, sopra le finestre, e dappiè v'è ritratto di naturale Giovanni Tornaboni da man ritta e la donna sua da man sinistra, che dicono esser molto naturali.
Nella facciata destra sono sette storie, scompartite sei di sotto, in quadri grandi quanto tien la facciata; et una ultima di sopra, larga quanto son due istorie e quanto serra l'arco della volta, e nella sinistra altrettante di S.
Giovanni Batista.
La prima della facciata destra è quando Giovacchino fu cacciato dal tempio, dove si vede nel volto di lui espressa la pacienzia come in quel di coloro il dispregio e l'odio che i Giudei avevano a quelli che senza avere figliuoli venivano al tempio; e sono in questa storia, da la parte verso la finestra, quattro uomini ritratti di naturale, l'un de' quali, cioè quello che è vecchio e raso et in cappuccio rosso, è Alesso Baldovinetti, maestro di Domenico nella pittura e nel musaico; l'altro che è in capegli e che si tiene una mano al fianco et ha un mantello rosso e sotto una vesticciuola azzurra, è Domenico stesso, maestro dell'opera, ritrattosi in uno specchio da se medesimo; quello che ha una zazzera nera con certe labbra grosse, è Bastiano da S.
Gimignano suo discepolo e cognato, e l'altro che volta le spalle et ha un berrettino in capo, è Davitte Ghirlandaio pittore suo fratello; i quali tutti per chi gli ha conosciuti si dicono esser veramente vivi e naturali.
Nella seconda storia è la Natività della Nostra Donna fatta con una diligenzia grande; e tra le altre cose notabili che egli vi fece, nel casamento o prospettiva è una finestra che dà 'l lume a quella camera la quale inganna chi la guarda; oltra questo, S.
Anna è nel letto e certe donne la visitano, pose alcune femmine che lavano la Madonna con gran cura: chi mette acqua, chi fa le fasce, chi fa un servizio, chi fa un altro, e mentre ognuna attende al suo, vi è una femmina che ha in collo quella puttina, e ghignando la fa ridere, con una grazia donnesca, degna veramente di un'opera simile a questa, oltre a molti altri affetti che sono in ciascuna figura.
Nella terza, che è la prima sopra, è quando la Nostra Donna saglie i gradi del tempio, dove è un casamento che si allontana assai ragionevolmente dall'occhio; oltra che v'è uno ignudo che gli fu allora lodato per non se ne usar molti, ancor che e' non vi fusse quella intera perfezzione come a quegli che si son fatti ne' tempi nostri, per non essere eglino tanto eccellenti.
Accanto a questa è lo sposalizio di Nostra Donna; dove dimostrò la collera di coloro che si sfogano nel rompere le verghe che non fiorirono come quella di Giuseppo; la quale istoria è copiosa di figure in uno accomodato casamento.
Nella quinta si veggono arrivare i Magi di Bettelem con gran numero di uomini, cavalli e dromedarii et altre cose varie; storia certamente accomodata.
Et accanto a questa è la sesta, la quale è la crudele impietà fatta da Erode agli innocenti; dove di vede una baruffa bellissima di femmine e di soldati e cavalli, che le percuotono et urtano: e nel vero, di quante storie vi si vede di suo, questa è la migliore; perché ella è condotta con giudizio, con ingegno et arte grande.
Conoscevisi l'impia volontà di coloro che comandati da Erode, senza riguardare le madri, uccidono que' poveri fanciullini; fra i quali si vede uno che ancora appiccato alla poppa muore per le ferite ricevute nella gola; onde sugge, per non dir beve, dal petto non meno sangue che latte; cosa veramente di sua natura e per esser fatta nella maniera ch'ella è, da tornar viva la pietà dove ella fusse ben morta; èvvi ancora un soldato che ha tolto per forza un putto, e mentre correndo con quello se lo stringe in sul petto per amazzarlo, se li vede appiccata a' capegli la madre di quello con grandissima rabbia; e facendoli fare arco della schiena, fa che si conosce in loro tre effetti bellissimi: uno è la morte del putto che si vede crepare, l'altro l'impietà del soldato che per sentirsi tirare sì stranamente, mostra l'affetto del vendicarsi in esso putto, il terzo è che la madre nel veder la morte del figliuolo, con furia e dolore e sdegno cerca che quel traditore non parta senza pena; cosa veramente più da filosofo mirabile di giudizio, che da pittore.
Sonvi espressi molti altri affetti, che chi li guarda conoscerà senza dubbio questo maestro esser stato in quel tempo eccellente.
Sopra questa, nella settima che piglia le due storie e cigne l'arco della volta, è il transito di Nostra Donna e la sua assunzione con infinito numero d'Angeli et infinite figure e paesi et altri ornamenti, di che egli soleva abbondare, in quella sua maniera facile e pratica.
Dall'altra faccia, dove sono le storie di S.
Giovanni, nella prima è quando Zacheria sacrificando nel tempio, l'Angelo gli appare e per non credergli amutolisce; nella quale storia, mostrando che a' sacrifizii de tempii concorrono sempre le persone più notabili, per farla più onorata ritrasse un buon numero di cittadini fiorentini, che governavono allora quello stato; e particularmente tutti quelli di casa Tornabuoni, i giovani et i vecchi.
Oltre a questo, per mostrare che quella età fioriva in ogni sorte di virtù e massimamente nelle lettere, fece in cerchio quattro mezze figure, che ragionano insieme appiè della istoria; i quali erano i più scienziati uomini che in que' tempi si trovassero in Fiorenza, e sono questi: il primo è Messer Marsilio Ficino, che ha una veste da canonico, il secondo con un mantello rosso et una becca nera al collo, è Cristofano Landino, e Demetrio Greco che se li volta et in mezzo a questi quello che alza alquanto una mano è Messer Angelo Poliziano, i quali son vivissimi e pronti.
Séguita nella seconda, allato a questa, la visitazione di Nostra Donna e S.
Elisabetta; nella quale sono molte donne che l'accompagnano con portature di que' tempi, e fra loro fu ritratta la Ginevra de' Benci, allora bellissima fanciulla.
Nella terza storia sopra alla prima è la nascita di S.
Giovanni, nella quale è una avvertenza bellissima: che mentre S.
Elisabetta è in letto, e che certe vicine la vengono a vedere e la balia stando a sedere allatta il bambino, una femmina con allegrezza gnene chiede, per mostrare a quelle donne la novità che in sua vechiezza aveva fatto la padrona di casa; e finalmente vi è una femmina che porta a l'usanza fiorentina frutte e fiaschi da la villa, la quale è molto bella.
Nella quarta allato a questa è Zacheria che ancor mutolo stupisce con intrepido animo che sia nato di lui quel putto; e mentre gli è dimandato del nome, scrive in su 'l ginocchio, affisando gli occhi al figliuolo quale è tenuto incollo da una femmina con reverenza postasi ginocchione innanzi a lui, e segna con la penna in sul foglio: "Giovanni sarà il tuo nome", non senza ammirazione di molte altre figure, che pare che stiano in forse se egli è vero o no.
Séguita la quinta, quando e' predica alle turbe; nella quale storia si conosce quella attenzione che dànno i popoli nello udir cose nuove; e massimamente nelle teste degli scribi che ascoltano Giovanni, i quali pare che con un certo modo del viso sbeffino quella legge, anzi l'abbiano in odio; dove sono ritti et a sedere maschi e femmine in diverse fogge.
Nella sesta si vede S.
Giovanni battezzare Cristo; nella reverenza del quale mostrò interamente la fede che si debbe avere a sacramento tale; e perché questo non fu senza grandissimo frutto, vi figurò molti già ignudi e scalzi, che aspettando d'essere battezzati, mostrano la fede e la voglia scolpita nel viso; et in fra gl'altri uno che si cava una scarpetta, rappresenta la prontitudine istessa.
Nella ultima, cioè nell'arco accanto alla volta, è la suntuosissima cena di Erode et il ballo di Erodiana, con infinità di servi che fanno diversi aiuti in quella storia, oltra la grandezza d'uno edifizio tirato in prospettiva, che mostra apertamente la virtù di Domenico insieme con le dette pitture.
Condusse a tempera la tavola isolata tutta, e le altre figure che sono ne' sei quadri: che oltre alla Nostra Donna che siede in aria col Figliuolo in collo e gl'altri Santi che gli sono intorno, oltra il S.
Lorenzo et il S.
Stefano che sono interamente vive, al S.
Vincenzio e S.
Pietro Martire non manca se non la parola.
Vero è che di questa tavola ne rimase imperfetta una parte, mediante la morte sua, per che, avendo egli già tiratola tanto innazi, che e' non le mancava altro che il finire certe figure dalla banda di dietro dove è la Resurressione di Cristo, e tre figure che sono in que' quadri, finirono poi il tutto Benedetto e Davitte Ghirlandai suoi frategli.
Questa cappella fu tenuta cosa bellissima, grande, garbata e vaga, per la vivacità de' colori, per la pratica e pulitezza del maneggiargli nel muro e per il poco essere stati ritocchi a secco, oltre la invenzione e collocazione delle cose.
E certamente ne merita Domenico lode grandissima per ogni conto, e massimamente per la vivezza delle teste, le quali per essere ritratte di naturale rappresentano a chi verrà le vivissime effigie di molte persone segnalate.
E pel medesimo Giovanni Tornabuoni dipinse al Casso Maccherelli, sua villa poco lontana dalla città, una cappella, in sul fiume di Terzolle, oggi mezza rovinata per la vicinità del fiume; la quale ancor che stata molti anni scoperta e continuamente bagnata dalle piogge et arsa da' soli, si è difesa in modo che pare stata al coperto: tanto vale il lavorare in fresco quando è lavorato bene e con giudizio, e non a ritocco a secco.
Fece ancora nel palazzo della Signoria, nella sala dove è il maraviglioso orologio di Lorenzo della Volpaia, molte figure di Santi fiorentini con bellissimi adornamenti.
E tanto fu amico del lavorare e di satisfare ad ognuno che egli aveva commesso a' garzoni che e' si accettasse qualunche lavoro che capitasse a bottega se bene fussero cerchi da paniere di donne, perché non gli volendo fare essi, gli dipignerebbe da sé a ciò che nessuno si partisse scontento da la sua bottega.
Dolevasi bene quando aveva cure familiari, e per questo dette a David suo fratello ogni peso di spendere dicendogli: "Lascia lavorare a me e tu provedi, che ora che io ho cominciato a conoscere il modo di quest'arte, mi duole che non mi sia allogato a dipignere a storie il circuito di tutte le mura della città di Fiorenza", mostrando così animo invitissimo e risoluto in ogni azzione.
Lavorò a Lucca in S.
Martino una tavola di S.
Pietro e S.
Paulo.
Alla Badia di Settimo, fuor di Fiorenza, lavorò la facciata della maggior cappella a fresco, e nel tramezzo della chiesa due tavole a tempera.
In Fiorenza lavorò ancora molti tondi, quadri e pitture diverse che non si riveggono altrimenti per essere nelle case de' particulari.
In Pisa fece la nicchia del Duomo allo altar maggiore e lavorò in molti luoghi di quella città, come alla facciata dell'opera quando il re Carlo ritratto di naturale raccomanda Pisa; et in San Girolamo a' frati Gesuati due tavole a tempera, quella dell'altar maggiore et un'altra.
Nel qual luogo ancora è di mano del medesimo in un quadro, S.
Rocco e S.
Bastiano, il quale fu donato a que' padri da non so chi de' Medici, onde essi vi hanno perciò aggiunte l'arme di papa Leone Decimo.
Dicono che ritraendo anticaglie di Roma, archi, terme, colonne, colisei, aguglie, amfiteatri et acquidotti, era sì giusto nel disegno che le faceva a occhio, senza regolo o seste e misure; e misurandole da poi fatte che l'aveva, erano giustissime come se e' le avesse misurate.
E ritraendo a occhio il Coliseo, vi fece una figura ritta appiè, che misurando quella tutto l'edificio si misurava; e fattone esperienza da' maestri dopo la morte sua, si ritrovò giustissimo.
Fece a S.
Maria Nuova nel Cimiterio, sopra una porta un S.
Michele in fresco armato, bellissimo con riverberazione d'armature poco usate inanzi a lui; et alla Badia di Passignano, luogo de' monaci di Vall'Ombrosa, lavorò in compagnia di David suo fratello e di Bastiano da S.
Gimignano, alcune cose; dove, trattandoli i monaci male del vivere, inanzi la venuta di Domenico si richiamarono all'abate, pregandolo che meglio servire li facesse, non essendo onesto che come manovali fussero trattati.
Promise loro l'abate di farlo e scusossi che questo più avveniva per ignoranza de' foresterai che per malizia.
Venne Domenico e tuttavia si continuò nel medesimo modo, per il che David trovando un'altra volta lo abate, si scusò dicendo che non faceva questo per conto suo, ma per li meriti e per la virtù del suo fratello; ma lo abate, come ignorante ch'egli era, altra risposta non fece.
La sera dunque postisi a cena, venne il forestario con una asse piena di scodelle e tortacce da manigoldi, pur nel solito modo che l'altre volte si faceva, onde David salito in collera rivoltò le minestre addosso al frate, e preso il pane ch'era su la tavola et aventandoglielo, lo percosse di modo che mal vivo a la cella ne fu portato.
Lo abate che già era a letto, levatosi e corso al rumor, credette che 'l monistero rovinasse; e trovando il frate mal concio cominciò a contendere con David; per il che infuriato, David gli rispose che si gli togliesse dinanzi che valeva più la virtù di Domenico che quanti abati porci suoi pari furon mai in quel monistero; laonde lo abate riconosciutosi, da quell'ora inanzi s'ingegnò di trattargli da valenti uomini come egl'erano.
Finita l'opera tornò a Fiorenza, et al signor di Carpi dipinse una tavola; un'altra ne mandò a Rimino al signor Carlo Malatesta, che la fece porre nella sua cappella in S.
Domenico.
Questa tavola fu a tempera, con tre figure bellissime e con istoriette di sotto; e dietro figure di bronzo, finte con disegno et arte grandissima.
Due altre tavole fece nella Badia di S.
Giusto fuor di Volterra dell'Ordine di Camaldoli; le quali tavole che sono belle affatto, gli fece fare il Magnifico Lorenzo de' Medici; perciò che allora aveva quella Badia in comenda Giovanni cardinale de' Medici, suo figliuolo, che fu poi Papa Leone.
La qual Badia pochi anni sono, ha restituita il molto reverendo Messere Giovanbattista Bava da Volterra, che similmente l'aveva in comenda, alla detta Congregazione di Camaldoli.
Condotto poi Domenico a Siena per mezzo del Magnifico Lorenzo de' Medici che gli entrò mallevadore a questa opera di ducati ventimila, tolse a fare di musaico la facciata del Duomo; e cominciò a lavorare con buono animo e miglior maniera, ma prevenuto da la morte, lasciò l'opera imperfetta.
Come per la morte del predetto Magnifico Lorenzo rimase imperfetta in Fiorenza la capella di S.
Zanobi cominciata a lavorare di musaico da Domenico in compagnia di Gherardo miniatore.
Vedesi di mano di Domenico sopra quella porta del fianco di S.
Maria del Fiore, che va a' Servi, una Nunziata di musaico bellissima, della quale fra' maestri moderni di musaico non s'è veduto ancor meglio.
Usava dire Domenico la pittura essere il disegno, e la vera pittura per la eternità essere il musaico.
Stette seco in compagnia a imparare Bastiano Mainardi da S.
Gimignano, il quale in fresco era divenuto molto pratico maestro di quella maniera; per il che andando con Domenico a S.
Gimignano dipinsero a compagnia la cappella di S.
Fina, la quale è cosa bella.
Onde per la servitù e gentilezza di Bastiano, sendosi così bene portato, giudicò Domenico che e' fosse degno d'avere una sua sorella per moglie, e così l'amicizia loro fu cambiata in parentado: liberalità di amorevole maestro rimuneratore delle virtù del discepolo acquistate con le fatiche dell'arte.
Fece Domenico dipignere al detto Bastiano, facendo nondimeno esso il cartone, in S.
Croce nella cappella de' Baroncegli e Bandini, una Nostra Donna che va in cielo, et abasso S.
Tommaso che riceve la cintola il quale è bel lavoro a fresco; e Domenico e Bastiano insieme dipinsono in Siena nel palazzo degli Spannocchi, in una camera molte storie di figure piccole a tempera; et in Pisa, oltre alla nicchia già detta del Duomo, tutto l'arco di quella cappella piena d'Angeli; e parimente i portegli che chiuggono l'organo, e cominciarono a mettere d'oro il palco.
Quando poi in Pisa et in Siena s'aveva a metter mano a grandissime opere, Domenico ammalò di gravissima febbre, la pestilenza della quale in cinque giorni gli tolse la vita.
Essendo infermo, gli mandarono que' de' Tornabuoni a donare cento ducati d'oro, mostrando l'amicizia e la familiarità sua e la servitù che Domenico a Giovanni et a quella casa avea sempre portata.
Visse Domenico 44 anni e fu con molte lagrime e con pietosi sospiri da David e da Benedetto suoi fratelli e da Ridolfo suo figliuolo, con belle esequie sepellito in S.
Maria Novella, e fu tal perdita di molto dolore agl'amici suoi; perché intesa la morte di lui, molti eccellenti pittori forestieri scrissero a' suoi parenti dolendosi della sua acerbissima morte.
Restarono suoi discepoli David e Benedetto Ghirlandai, Bastiano Mainardi da S.
Gimignano e Michel Agnolo Buonarotti fiorentino, Francesco Granaccio, Niccolò Cieco, Iacopo del Tedesco, Iacopo dell'Indaco, Baldino Baldinelli et altri maestri, tutti fiorentini.
Morì nel 1493.
Arricchì Domenico l'arte della pittura del musaico più modernamente lavorato che non fece nessun Toscano, d'infiniti che si provorono, come lo mostrano le cose fatte da lui per poche ch'elle siano.
Onde per tal ricchezza e memoria, nell'arte merita grado et onore, et essere celebrato con lode straordinarie dopo la morte.
VITA D'ANTONIO E PIERO POLLAIUOLI PITTORI E SCULTORI FIORENTINI
Molti di animo vile cominciano cose basse, a' quali crescendo poi l'animo con la virtù, cresce ancora la forza et il valore; di maniera che, salendo a maggiori imprese, aggiungono vicino al cielo co' bellissimi pensier loro; et inalzati dalla fortuna, si abbattono bene spesso in un principe buono, che trovandosene ben servito, è forzato remunerare in modo le loro fatiche che i posteri di quegli ne sentino largamente et utile e comodo.
Laonde questi tali caminano in questa vita con tanta gloria a la fine loro, che di sé lasciano segni al mondo di maraviglia, come fecero Antonio e Piero del Pollaiuolo, molto stimati ne' tempi loro, per quelle rare virtù che si avevano con la loro industria e fatica guadagnate.
Nacquero costoro nella città di Fiorenza, pochi anni l'uno dopo l'altro, di padre assai basso e non molto agiato, il quale conoscendo per molti segni il buono et acuto ingegno de' suoi figliuoli, né avendo il modo a indirizzargli a le lettere, pose Antonio all'arte dello orefice con Bartoluccio Ghiberti, maestro allora molto eccellente in tale esercizio, e Piero mise al pittore con Andrea del Castagno, che era il meglio allora di Fiorenza.
Antonio, dunque, tirato innanzi da Bartoluccio, oltre il legare le gioie e lavorare a fuoco smalti d'argento, era tenuto il più valente che maneggiasse ferri in quell'arte.
Laonde Lorenzo Ghiberti, che allora lavorava le porte di S.
Giovanni, dato d'occhio alla maniera d'Antonio, lo tirò al lavoro suo in compagnia di molti altri giovani.
E postolo intorno ad uno di que' festoni che allora aveva tra mano, Antonio vi fece su una quaglia che dura ancora, tanto bella e tanto perfetta, che non le manca se non il volo.
Non consumò, dunque, Antonio molte settimane in questo esercizio, che e' fu conosciuto per il meglio di tutti que' che vi lavoravano, di disegno e di pazienzia, e per il più ingegnoso e più diligente che vi fusse.
Laonde crescendo la virtù e la fama sua, si partì da Bartoluccio e da Lorenzo, et in Mercato Nuovo, in quella città, aperse da sé una bottega di orefice magnifica et onorata.
E molti anni seguitò l'arte, disegnando continuamente, e faccendo di rilievo cere et altre fantasie, che in brieve tempo lo fecero tenere (come egli era) il principale di quello esercizio.
Era in questo tempo medesimo un altro orefice chiamato Maso Finiguerra, il quale ebbe nome straordinario e meritamente, ché per lavorare il bulino e fare di niello, non si era veduto mai chi in piccoli o grandi spazii facesse tanto numero di figure quante ne faceva egli; sì come lo dimostrano ancora certe paci, lavorate da lui in S.
Giovanni di Fiorenza, con istorie minutissime de la Passione di Cristo.
Costui disegnò benissimo et assai, e nel libro nostro v'è dimolte carte di vestiti, ignudi e di storie disegnate d'acquerello.
A concorrenza di costui fece Antonio alcune istorie, dove lo paragonò nella diligenzia e superollo nel disegno.
Per la qual cosa i consoli dell'Arte de' Mercatanti, vedendo la eccellenzia di Antonio, deliberarono tra loro che avendosi a fare di argento alcune istorie nello altare di S.
Giovanni, sì come da varii maestri in diversi tempi sempre era stato usanza di fare, che Antonio ancora ne lavorasse.
E così fu fatto.
E riuscirono queste sue cose tanto eccellenti, che elle si conoscono fra tutte l'altre per le migliori; e furono la cena d'Erode et il ballo d'Erodiana; ma sopra tutto fu bellissimo il S.
Giovanni, che è nel mezzo dell'altare, tutto di cesello et opera molto lodata.
Per il che gli allogarono i detti consoli, i candellieri de l'argento, di braccia tre l'uno, e la croce a proporzione, dove egli lavorò tanta roba d'intaglio e la condusse a tanta perfezzione, che e da' forestieri e da' terrazzani sempre è stata tenuta cosa maravigliosa.
Durò in questo mestiero infinite fatiche, sì ne' lavori che e' fece d'oro, come in quelli di smalto e di argento; in fra le quali sono alcune paci in S.
Giovanni, bellissime, che di colorito a fuoco sono di sorte, che col penello si potrebbono poco migliorare.
Et in altre chiese di Fiorenza e di Roma, et altri luoghi d'Italia si veggono di suo smalti miracolosi.
Insegnò quest'arte a Mazzingo fiorentino et a Giuliano del Facchino, maestri ragionevoli, et a Giovanni Turini sanese, che avanzò questi suoi compagni assai in questo mestiero, del quale da Antonio di Salvi in qua, (che fece di molte cose e buone, come una croce grande d'argento nella Badia di Firenze, et altri lavori) non s'è veduto gran fatto, cose che se ne possa far conto staordinario.
Ma, e di queste e di quelle de' Pollaiuoli, molte per i bisogni della città nel tempo della guerra, sono state dal fuoco destrutte e guaste.
Laonde, conoscendo egli che quell'arte non dava molta vita alle fatiche de' suoi artefici, si risolvé per desiderio di più lunga memoria, non attendere più ad essa.
E così avendo egli Piero suo fratello che attendeva alla pittura, si accostò a quello per imparare i modi del maneggiare et adoperare i colori, parendoli un'arte tanto differente da l'orefice, che se egli non avesse così prestamente resoluto d'abandonare quella prima in tutto, e' sarebbe forse stata ora che e' non arebbe voluto esservisi voltato.
Per la qual cosa spronato dalla vergogna più che dall'utile, appresa in non molti mesi la pratica del colorire, diventò maestro eccellente.
Et unitosi in tutto con Piero lavorarono in compagnia dimolte pitture.
Fra le quali per dilettarsi molto del colorito, fecero al cardinale di Portogallo una tavola a olio in San Miniato al Monte, fuori di Fiorenza, la quale fu posta sull'altar della sua cappella, e vi dipinsero dentro S.
Iacopo Apostolo, S.
Eustachio e San Vincenzio, che sono stati molto lodati.
E Piero particolarmente vi fece in sul muro a olio, il che aveva imparato da Andrea del Castagno, nelle quadrature degl'angoli sotto l'architrave, dove girano i mezzi tondi degl'archi, alcuni Profeti; et in un mezzo tondo una Nunziata con tre figure.
Et a' capitani di parte dipinse, in un mezzo tondo, una Nostra Donna col Figliuolo in collo et un fregio di Serafini intorno, pur lavorato a olio.
Dipinsero ancora in S.
Michele in Orto, in un pilastro in tela a olio, un Angelo Raffaello con Tobia; e fecero nella Mercatanzia di Fiorenza alcune virtù, in quello stesso luogo dove siede, pro tribunali, il magistrato di quella.
Ritrasse di naturale Messer Poggio, segretario della Signoria di Fiorenza, che scrisse l'istoria fiorentina dopo Messer Lionardo d'Arezzo, e Messer Giannozzo Manetti, persona dotta e stimata assai, nel medesimo luogo dove da altri maestri assai prima erano ritratti Zanobi da Strada, poeta fiorentino, Donato Acciaiuoli et altri.
Nel Proconsolo e nella cappella de' Pucci a S.
Sebastiano de' Servi, fece la tavola dell'altare che è cosa eccellente e rara, dove sono cavalli mirabili, ignudi e figure bellissime in iscorto, et il S.
Sebastiano stesso ritratto dal vivo, cioè da Gino di Lodovico Capponi e fu quest'opera la più lodata che Antonio facesse già mai.
Conciò sia che per andare egli imitando la natura il più che e' poteva, fece in uno di que' saettatori, che appoggiatasi la balestra al petto si china a terra per caricarla, tutta quella forza che può porre un forte di braccia in caricare quell'instrumento; imperò che e' si conosce in lui il gonfiare delle vene e de' muscoli et il ritenere del fiato, per fare più forza.
E non è questo solo ad essere condotto con avvertenza, ma tutti gl'altri ancora, con diverse attitudini, assai chiaramente dimostrano l'ingegno e la considerazione, che egli aveva posto in questa opera, la qual fu certamente conosciuta da Antonio Pucci, che gli donò per questo trecento scudi, affermando che non gli pagava appena i colori, e fu finita l'anno 1475.
Crebbeli dunque da questo l'animo et a San Miniato, fra le torri, fuor della porta, dipinse un S.
Cristofano di dieci braccia, cosa molto bella e modernamente lavorata, e di quella grandezza fu la più proporzionata figura che fusse stata fatta fino a quel tempo.
Poi fece in tela un Crucifisso con S.
Antonino, il quale è posto alla sua cappella in S.
Marco.
In palazzo della Signoria di Fiorenza lavorò alla porta della catena un S.
Giovanni Battista; et in casa Medici dipinse a Lorenzo Vecchio tre Ercoli in tre quadri, che sono di cinque braccia, l'uno de' quali scoppia Anteo, figura bellissima, nella quale propriamente si vede la forza d'Ercole nello strignere, che i muscoli della figura et i nervi di quella sono tutti raccolti per far crepare Anteo: e nella testa di esso Ercole si conosce il digrignare de' denti, accordato in maniera con l'altre parti, che fino a le dita de' piedi s'alzano per la forza; né usò punto minore avvertenza in Anteo, che stretto dalle braccia d'Ercole, si vede mancare e perdere ogni vigore, et a bocca aperta rendere lo spirito.
L'altro ammazzando il leone, gli appunta il ginocchio sinistro al petto et afferrata la bocca del leone con ammendue le sue mani, serrando i denti e stendendo le braccia, lo apre e sbarra per viva forza, ancora che la fiera per sua difesa, con gli unghioni malamente gli graffi le braccia.
Il terzo, che ammazza l'Idra, è veramente cosa maravigliosa, e massimamente il serpente, il colorito del quale così vivo fece e sì propriamente, che più vivo far non si può.
Quivi si vede il veleno, il fuoco, la ferocità, l'ira, con tanta prontezza che merita esser celebrato e da' buoni artefici in ciò grandemente imitato.
Alla Compagnia di S.
Angelo in Arezzo fece da un lato un Crucifisso e dall'altro in sul drappo a olio un S.
Michele che combatte col serpe, tanto bello, quanto cosa che di sua mano si possa vedere; perché v'è la figura del S.
Michele che con una bravura affronta il serpente, stringendo i denti et increspando le ciglia, che veramente pare disceso dal cielo per far la vendetta di Dio contra la superbia di Lucifero, et è certo cosa maravigliosa.
Egli s'intese degli ignudi più modernamente che fatto non avevano gl'altri maestri inanzi a lui, e scorticò molti uomini, per vedere la notomia lor sotto.
E fu primo a mostrare il modo di cercar i muscoli che avessero forma et ordine nelle figure; e di quegli tutti, cinti d'una catena, intagliò in rame una battaglia, e dopo quella fece altre stampe con molto migliore intaglio che non avevano fatto gl'altri maestri ch'erano stati inanzi a lui.
Per queste cagioni, adunque, venuto famoso in fra gl'artefici, morto papa Sisto IV fu da Innocenzio suo successore condotto a Roma, dove fece di metallo la sepoltura di detto Innocenzio, nella quale lo ritrasse di naturale a sedere, nella maniera che stava quando dava la benedizzione, che fu posta in San Pietro.
E quella di papa Sisto detto, la quale finita con grandissima spesa, fu collocata questa nella cappella che si chiama dal nome di detto pontefice, con ricco ornamento e tutta isolata; e sopra essa è a giacere esso Papa molto ben fatto e quella [di] Innocenzio in S.
Pietro, accanto alla capella dov'è la lancia di Cristo.
Dicesi che disegnò il medesimo la fabbrica del palazzo di Belvedere, per detto Papa Innocenzio, se bene fu condotta da altri, per non aver egli molta pratica di murare.
Finalmente, essendo fatti ricchi morirono poco l'uno dopo l'altro, amendue questi fratelli, nel 1498, e da' parenti ebbero sepoltura in S.
Piero in Vincula.
Et in memoria loro, allato alla porta di mezzo, a man sinistra entrando in chiesa, furono ritratti ambidue in due tondi di marmo con questo epitaffio:
Antonius Pullarius, patria Florentinus, pictor insignis,
qui duorum Pontificum Xisti et Innocentii
aerea monimenta miro opificio
expressit.
Re familiari composita ex
testamento.
Hic secum Petro fratre condi voluit.
Vixit annos LXXII.
Obiit anno Salvatoris MIID.
Il medesimo fece di basso rilievo in metallo una battaglia di nudi che andò in Ispagna, molto bella, della quale n'è una impronta di gesso in Firenze appresso tutti gl'artefici.
E si trovò dopo la morte sua il disegno e modello che a Lodovico Sforza egli aveva fatto per la statua a cavallo di Francesco Sforza duca di Milano, il quale disegno è nel nostro libro in due modi: in uno egli ha sotto Verona, nell'altro egli, tutto armato e sopra un basamento pieno di battaglie, fa saltare il cavallo addosso a un armato.
Ma la cagione perché non mettesse questi disegni in opera, non ho già potuto sapere.
Fece il medesimo alcune medaglie bellissime, e fra l'altre in una la congiura de' Pazzi, nella quale sono le teste di Lorenzo e Giuliano de' Medici, e nel riverso il coro di S.
Maria del Fiore e tutto il caso come passò appunto.
Similmente fece le medaglie d'alcuni pontefici et altre molte cose che sono dagli artefici conosciute.
Aveva Antonio quando morì anni LXXII e Pietro anni LXV.
Lasciò molti discepoli, e fra gli altri Andrea Sansovino.
Ebbe nel tempo suo felicissima vita, trovando pontefici ricchi e la sua città in colmo, che si dilettava di virtù; per che molto fu stimato, dove se forse avesse avuto contrari i tempi non avrebbe fatto que' frutti che e' fece, essendo inimici molto i travagli alle scienze, delle quali gli uomini fanno professione e prendono diletto.
Col disegno di costui furono fatte per S.
Giovanni di Fiorenza due tonicelle et una pianeta e piviale di broccato, riccio sopra riccio, tessuti tutti d'un pezzo, senza alcuna cucitura; e per fregi et ornamenti di quelle, furono ricamate le storie della vita di S.
Giovanni, con sottilissimo magisterio et arte da Paulo da Verona, divino in quella professione e sopra ogni altro ingegno rarissimo; dal quale non furono condotte manco bene le figure con l'ago, che se le avesse dipinte Antonio col penello: di che si debbe avere obligo non mediocre alla virtù dell'uno nel disegno, et alla pazienza dell'altro nel ricamare.
Durò a condursi questa opera anni XXVI, e di questi ricami fatti col punto serrato, che oltre all'esser più durabili appare una propria pittura di penello, n'è quasi smarito il buon modo, usandosi oggi il punteggiare più largo, che è manco durabile e men vago a vedere.
VITA DI SANDRO BOTTICELLO PITTOR FIORENTINO
Ne' medesimi tempi del Magnifico Lorenzo Vecchio de' Medici, che fu veramente per le persone d'ingegno un secol d'oro, fiorì ancora Alessandro, chiamato a l'uso nostro Sandro e detto di Botticello per la cagione che appresso vedremo.
Costui fu figliuolo di Mariano Filipepi, cittadino fiorentino dal quale diligentemente allevato e fatto instruire in tutte quelle cose che usanza è di insegnarsi a' fanciulli in quella età, prima che e' si ponghino a le botteghe, ancora che agevolmente apprendesse tutto quello che e' voleva, era nientedimanco inquieto sempre; né si contentava di scuola alcuna, di leggere, di scrivere o di abbaco; di maniera che il padre infastidito di questo cervello sì stravagante, per disperato lo pose a lo orefice con un suo compare chiamato Botticello, assai competente maestro allora in quell'arte.
Era in quella età una dimestichezza grandissima e quasi che una continova pratica, tra gli orefici et i pittori; per la quale Sandro, che era destra persona e si era volto tutto al disegno, invaghitosi della pittura, si dispose volgersi a quella.
Per il che aprendo liberamente l'animo suo al padre, da lui che conobbe la inchinazione di quel cervello, fu condotto a fra' Filippo del Carmine, eccellentissimo pittore allora et acconcio seco a imparare, come Sandro stesso desiderava.
Datosi dunque tutto a quell'arte, seguitò et imitò sì fattamente il maestro suo, che fra' Filippo gli pose amore; et insegnolli di maniera che e' pervenne tosto ad un grado che nessuno lo arebbe stimato.
Dipinse, essendo giovanetto, nella mercatanzia di Fiorenza, una Fortezza fra le tavole delle virtù che Antonio e Piero del Pollaiuolo lavorarono.
In S.
Spirito di Fiorenza fece una tavola alla cappella de' Bardi, la quale è con diligenza lavorata et a buon fin condotta, dove sono alcune olive e palme lavorate con sommo amore.
Lavorò nelle Convertite una tavola a quelle monache, et a quelle di S.
Barnabà similmente un'altra.
In Ogni Santi dipinse a fresco nel tramezzo alla porta che va in coro, per i Vespucci, un S.
Agostino, nel quale cercando egli allora di passare tutti coloro ch'al suo tempo dipinsero, ma particolarmente Domenico Ghirlandaio che aveva fatto dall'altra banda un S.
Girolamo, molto s'affaticò; la qual opera riuscì lodatissima per avere egli dimostrato nella testa di quel Santo, quella profonda cogitazione et acutissima sottigliezza, che suole essere nelle persone sensate et astratte continuamente nella investigazione di cose altissime e molto difficili.
Questa pittura, come si è detto nella vita del Ghirlandaio, questo anno 1564 è stata mutata dal luogo suo, salva et intera.
Per il che venuto in credito et in riputazione, dall'Arte di Porta Santa Maria gli fu fatto fare in S.
Marco una incoronazione di Nostra Donna, in una tavola, et un coro d'Angeli, la quale fu molto ben disegnata e condotta da lui.
In casa Medici, a Lorenzo Vecchio lavorò molte cose, e massimamente una Pallade su una impresa di bronconi che buttavano fuoco, la quale dipinse grande quanto il vivo, et ancora un S.
Sebastiano.
In S.
Maria Maggior di Fiorenza è una Pietà con figure piccole, allato alla cappella di Panciatichi, molto bella.
Per la città in diverse case fece tondi di sua mano e femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, villa del duca Cosimo, sono due quadri figurati: l'uno Venere che nasce, e quelle aure e venti, che la fanno venire in terra con gli amori, e così un'altra Venere che le grazie la fioriscono, dinotando la Primavera; le quali da lui con grazia si veggono espresse.
Nella via de' Servi in casa Giovanni Vespucci, oggi di Piero Salviati, fece intorno a una camera molti quadri, chiusi da ornamenti di noce, per ricignimento e spalliera, con molte figure e vivissime e belle.
Similmente in casa Pucci fece di figure piccole la novella del Boccaccio di Nastagio degl'Onesti, in quattro quadri, di pittura molto vaga e bella et in un tondo l'Epifania.
Ne' monaci di Cestello a una cappella fece una tavola d'una Annunziata.
In S.
Pietro Maggiore alla porta del fianco, fece una tavola per Matteo Palmieri con infinito numero di figure, cioè la assunzione di Nostra Donna con le zone de' cieli come son figurate, i Patriarchi, i Profeti, gl'Apostoli, gli Evangelisti, i Martiri, i Confessori, i Dottori, le Vergini e le Gerarchie, e tutto col disegno datogli da Matteo, ch'era litterato e valent'uomo.
La quale opera egli con maestria e finitissima diligenza dipinse; èvvi ritratto appiè Matteo in ginocchioni e la sua moglie ancora.
Ma con tutto che questa opera sia bellissima e ch'ella dovesse vincere la invidia, furono però alcuni malivoli e dettratori, che non potendo dannarla in altro dissero che e Matteo e Sandro gravemente vi avevano peccato in eresia; il che se è vero o non vero, non se ne aspetta il giudizio a me, basta che le figure che Sandro vi fece veramente sono da lodare, per la fatica che e' durò nel girare i cerchi de' cieli e tramezzare tra figure e figure d'Angeli e scorci e vedute in diversi modi diversamente, e tutto condotto con buono disegno.
Fu allogato a Sandro in questo tempo una tavoletta piccola, di figure di tre quarti di braccio l'una, la quale fu posta in S.
Maria Novella fra le due porte, nella facciata principale della chiesa, nell'entrare per la porta del mezzo, a sinistra: et èvvi dentro la adorazione de' Magi; dove si vede tanto affetto nel primo vecchio, che baciando il piede al Nostro Signore e struggendosi di tenerezza, benissimo dimostra avere conseguita la fine del lunghissimo suo viaggio.
E la figura di questo re è il proprio ritratto di Cosimo Vecchio de' Medici, di quanti a' dì nostri se ne ritruovano, il più vivo e più naturale.
Il secondo, che è Giuliano de' Medici, padre di papa Clemente VII, si vede che intensissimo con l'animo, divotamente rende riverenza a quel Putto e gli assegna il presente suo; il terzo, inginocchiato egli ancora, pare che adorandolo gli renda grazie e lo confessi il vero Messia, è Giovanni figliuolo di Cosimo.
Né si può descrivere la bellezza che Sandro mostrò nelle teste che vi si veggono; le quali con diverse attitudini son girate, quale in faccia, quale in proffilo, quale in mezzo occhio, e qual chinata, et in più altre maniere e diversità d'arie di giovani, di vecchi, con tutte quelle stravaganzie che possono far conoscere la perfezzione del suo magisterio; avendo egli distinto le corti di tre re, di maniera che e' si comprende quali siano i servidori dell'uno e quali dell'altro: opera certo mirabilissima; e per colorito, per disegno e per componimento ridotta sì bella, che ogni artefice ne resta oggi maravigliato.
Et allora gli arrecò in Fiorenza e fuori tanta fama che papa Sisto IIII avendo fatto fabricare la cappella in palazzo di Roma e volendola dipignere, ordinò ch'egli ne divenisse capo; onde in quella fece di sua mano le infrascritte storie, cioè quando Cristo è tentato dal diavolo, quando Mosè amazza lo Egizzio, e che riceve bere da le figlie di Ietro Madianite; similmente quando sacrificando i figliuoli di Aron, venne fuoco dal cielo; et acuni santi papi nelle nicchie di sopra alle storie.
Laonde, acquistato fra molti concorrenti che seco lavorarono e Fiorentini e di altre città, fama e nome maggiore, ebbe da 'l Papa buona somma di danari; i quali ad un tempo destrutti e consumati tutti nella stanza di Roma, per vivere a caso come era il solito suo, e finita insieme quella parte che egli era stata allogata e scopertala, se ne tornò subitamente a Fiorenza.
Dove, per essere persona sofistica, comentò una parte di Dante; e figurò lo Inferno e lo mise in stampa, dietro al quale consumò di molto tempo, per il che non lavorando fu cagione di infiniti disordini alla vita sua.
Mise in stampa ancora molte cose sue di disegni che egli aveva fatti, ma in cattiva maniera, perché l'intaglio era mal fatto, onde il meglio che si vegga di sua mano è il trionfo della fede di fra' Girolamo Savonarola da Ferrara: della setta del quale fu in guisa partigiano, che ciò fu causa che egli abbandonando il dipignere e non avendo entrate da vivere, precipitò in disordine grandissimo.
Perciò che, essendo ostinato a quella parte e facendo (come si chiamavano allora) il piagnone, si diviò dal lavorare: onde in ultimo si trovò vecchio e povero, di sorte che se Lorenzo de' Medici mentre che visse, per lo quale, oltre a molte altre cose, aveva assai lavorato allo spedaletto in quel di Volterra, non l'avesse sovvenuto, e poi gl'amici e molti uomini da bene stati affezionati alla sua virtù, si sarebbe quasi morto di fame.
È di mano di Sandro in S.
Francesco, fuor della porta a S.
Miniato, in un tondo una Madonna con alcuni Angeli grandi quanto il vivo, il quale fu tenuto cosa bellissima.
Fu Sandro persona molto piacevole e fece molte burle ai suoi discepoli et amici, onde si racconta che avendo un suo creato, che aveva nome Biagio, fatto un tondo simile al sopradetto appunto, per venderlo, che Sandro lo vendé sei fiorini d'oro a un cittadino, e che trovato Biagio gli disse: "Io ho pur finalmente venduto questa tua pittura, però si vuole stassera appicarla in alto, perché averà miglior veduta e dimattina andare a casa il detto cittadino e condurlo qua, acciò la veggia a buon'aria al luogo suo; poi ti annoveri i contanti".
"O, quanto avete ben fatto maestro mio!", disse Biagio.
E poi, andato a bottega, mise il tondo in luogo assai ben alto e partissi.
In tanto Sandro et Iacopo, che era un altro suo discepolo, fecero di carta otto cappucci a uso di cittadini e con la cera bianca gl'accommodarono sopra le otto teste degl'Angeli, che in detto tondo erano intorno alla Madonna.
Onde venuta la mattina, eccoti Biagio, che ha seco il cittadino che aveva compera la pittura e sapeva la burla, et entrati in bottega alzando Biagio gl'occhi vide la sua Madonna non in mezzo agl'Angeli ma in mezzo alla Signoria di Firenze starsi a sedere fra que' cappucci.
Onde volle cominciare a gridare e scusarsi con colui che l'aveva mercatata, ma vedendo che taceva, anzi lodava la pittura, se ne stette anch'esso.
Finalmente, andato Biagio col cittadino a casa, ebbe il pagamento de' sei fiorini, secondo che dal maestro era stata mercatata la pittura, e poi tornato a bottega, quando a punto Sandro et Iacopo avevano levati i cappucci di carta, vide i suoi Angeli essere Angeli, e non cittadini in cappuccio.
Perché tutto stupefatto non sapeva che si dire, pur finalmente rivolto a Sandro disse: "Maestro mio, io non so se io mi sogno o se gli è vero; questi Angeli quando io venni qua avevano i cappucci rossi in capo et ora non gli hanno, che vuol dir questo?".
"Tu sei fuor di te, Biagio", disse Sandro, "questi danari t'hanno fatto uscire del seminato; se cotesto fusse, credi tu che quel cittadino l'avesse compero?"; "Gli è vero", soggiunse Biagio "che non me n'ha detto nulla, tuttavia a me pareva strana cosa".
Finalmente tutti gl'altri garzoni furono intorno a costui e tanto dissono, che gli fecion credere che fussino stati capogiroli.
Venne una volta ad abitare allato a Sandro un tessidore di drappi, e rizzò ben otto telaia, i quali quando lavoravano facevano non solo col romore delle calcole e ribattimento delle casse, assordare il povero Sandro, ma tremare tutta la casa che non era più gagliarda di muraglia che si bisognasse, donde fra per l'una cosa e per l'altra non poteva lavorare o stare in casa; e pregato più volte il vicino che rimediasse a questo fastidio, poi che egli ebbe detto che in casa sua voleva e poteva far quel che più gli piaceva, Sandro sdegnato, in sul suo muro che era più alto di quel del vicino e non molto gagliardo, pose in billico una grossissima pietra, e di più che di carrata, che pareva che ogni poco che 'l muro si movesse fusse per cadere e sfondare i tetti e palchi e tele e telai del vicino; il quale impaurito di questo pericolo e ricorrendo a Sandro, gli fu risposto con le medesime parole, che in casa sua poteva e voleva far quel che gli piaceva, né potendo cavarne altra conclusione, fu necessitato a venir agli accordi ragionevoli, e far a Sandro buona vicinanza.
Raccontasi ancora che Sandro accusò per burla un amico suo di eresia al Vicario, e che colui comparendo dimandò chi l'aveva accusato e di che; per che, essendogli detto che Sandro era stato, il quale diceva che egli teneva l'opinione degli epicurei e che l'anima morisse col corpo, volle vedere l'accusatore dinanzi al giudice, onde Sandro, comparso, disse: "E' gli è vero che io ho questa opinione dell'anima di costui che è una bestia, oltre ciò non pare a voi che sia eretico poi che senza avere lettere o a pena saper leggere, comenta Dante e mentova il suo nome invano?".
Dicesi ancora che egli amò fuor di modo coloro che egli cognobbe studiosi dell'arte, e che guadagnò assai, ma tutto, per avere poco governo e per trascuratagine, mandò male.
Finalmente condottosi vecchio e disutile, e caminando con due mazze, perché non si reggeva ritto, si morì essendo infermo e decrepito d'anni settantotto; et in Ogni Santi di Firenze fu sepolto l'anno 1515.
Nella guardaroba del signor duca Cosimo sono di sua mano due teste di femmina in profilo, bellissime; una delle quali si dice che fu l'inamorata di Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzo, e l'altra madonna Lucrezia de' Tornabuoni, moglie di detto Lorenzo.
Nel medesimo luogo è similmente di man di Sandro un Bacco, che alzando con ambe le mani un barile, se lo pone a bocca, il quale è una molto graziosa figura; e nel Duomo di Pisa, alla cappella dell'Impagliata, cominciò un'Assunta con un coro d'Angeli, ma poi non gli piacendo, la lasciò imperfetta.
In S.
Francesco di Monte Varchi fece la tavola dell'altar maggiore; e nella Pive d'Empoli da quella banda dove è il S.
Bastiano del Rossellino fece due Angeli.
E fu egli de' primi che trovasse di lavorare gli stendardi et altre drapperie, come si dice, di commesso, perché i colori non istinghino e mostrino da ogni banda il colore del drappo.
E di sua mano così fatto è il baldachino d'Or S.
Michele, pieno di Nostre Donne tutte variate e belle.
Il che dimostra quanto cotal modo di fare, meglio conservi il drappo che non fanno i mordenti, che lo ricidano e dannogli poca vita, se bene per manco spesa è più in uso oggi il mordente che altro.
Disegnò Sandro bene fuor di modo e tanto, che dopo lui un pezzo s'ingegnarono gl'artefici d'avere de' suoi disegni.
E noi nel nostro libro n'abbiamo alcuni che son fatti con molta pratica e giudizio.
Fu copioso di figure nelle storie, come si può veder ne' ricami del fregio della croce che portano a processione i frati di S.
Maria Novella, tutto di suo disegno.
Meritò dunque Sandro gran lode in tutte le pitture che fece, nelle quali volle mettere diligenza e farle con amore, come fece la detta tavola de' Magi di S.
Maria Novella, la quale è maravigliosa.
È molto bello ancora un picciol tondo di sua mano che si vede nella camera del priore degl'Angeli di Firenze, di figure piccole, ma graziose molto e fatte con bella considerazione.
Della medesima grandezza che è la detta tavola de' Magi, n'ha una di mano del medesimo Messer Fabio Segni, gentiluomo fiorentino, nella quale è dipinta la calunnia d'Apelle, bella quanto possa essere.
Sotto la quale tavola, la quale egli stesso donò ad Antonio Segni suo amicissimo, si leggono oggi questi versi di detto Messer Fabio:
Indicio quemquam ne falso laedere tentent
terrarum reges parva tabella monet.
Huic similem Aegypti regi donavit Apelles:
rex fuit, et dignus munere, munus eo.
VITA DI BENEDETTO DA MAIANO SCULTORE ET ARCHITETTO
Benedetto da Maiano scultore fiorentino, essendo ne' suoi primi anni intagliatore di legname, fu tenuto in quello esercizio il più valente maestro che tenesse ferri in mano, e particolarmente fu ottimo artefice in quel modo di fare che, come altrove si è detto, fu introdotto al tempo di Filippo Brunelleschi e di Paulo Ucello, di comettere insieme legni tinti di diversi colori e farne prospettive, fogliami e molte altre diverse fantasie.
Fu dunque in questo artifizio Benedetto da Maiano, nella sua giovinezza, il miglior maestro che si trovasse, come apertamente ne dimostrano molte opere sue che in Firenze in diversi luoghi si veggiono; e particolarmente tutti gl'armari della sagrestia di S.
Maria del Fiore, finiti da lui la maggior parte dopo la morte di Giuliano suo zio, che son pieni di figure fatte di rimesso e di fogliami e d'altri lavori, fatti con maggior spesa et artifizio.
Per la novità dunque di questa arte, venuto in grandissimo nome, fece molti lavori che furono mandati in diversi luoghi et a diversi principi; e fra gl'altri n'ebbe il re Alfonso di Napoli un fornimento d'uno scrittoio, fatto fare per ordine di Giuliano, zio di Benedetto, che serviva il detto re nelle cose d'architettura, dove esso Benedetto si trasferì, ma non gli piacendo la stanza, se ne tornò a Firenze; dove avendo non molto dopo lavorato per Mattia Corvino re d'Ungheria, che aveva nella sua corte molti Fiorentini e si dilettava di tutte le cose rare, un paio di casse con difficile e bellissimo magisterio di legni commessi, si deliberò, essendo con molto favore chiamato da quel re, di volere andarvi per ogni modo; per che fasciate le sue casse e con esse entrato in nave, se n'andò in Ungheria.
Là dove, fatto reverenza a quel re dal quale fu benignamente ricevuto, fece venire le dette casse; e quelle fatte sballare alla presenza del re che molto disiderava di vederle, vide che l'umido dell'acqua e 'l mucido del mare aveva intenerito in modo la colla, che nell'aprire gl'incerati, quasi tutti i pezzi che erano alle casse appicati, caddero in terra; onde se Benedetto rimase attonito et ammutolito per la presenza di tanti signori, ognuno se lo pensi.
Tuttavia messo il lavoro insieme il meglio che potette, fece che il re rimase assai sodisfatto.
Ma egli nondimeno, recatosi a noia quel mestiero, non lo poté più patire, per la vergogna che n'aveva ricevuto.
E così messa da canto ogni timidità, si diede alla scultura, nella quale aveva di già a Loreto, stando con Giuliano suo zio, fatto per la sacrestia un lavamani con certi Angeli di marmo.
Nella quale arte, prima che partisse d'Ungheria, fece conoscere a quel re che se era da principio rimaso con vergogna, la colpa era stata dell'esercizio che era basso, e non dell'ingegno suo che era alto e pellegrino.
Fatto dunque che egli ebbe in quelle parti alcune cose di terra e di marmo, che molto piacquero a quel re, se ne tornò a Firenze, dove non sì tosto fu giunto, che gli fu dato dai signori a fare l'ornamento di marmo della porta della lor udienza, dove fece alcuni fanciulli, che con le braccia reggono certi festoni molto belli.
Ma sopra tutto fu bellissima la figura che è nel mezzo, d'un S.
Giovanni giovanetto, di due braccia, la quale è tenuta cosa singulare.
Et acciò che tutta quell'opera fusse di sua mano, fece i legni che serrano la detta porta egli stesso, e vi ritrasse i legni commessi, in ciascuna parte, una figura, cioè in una Dante e nell'altra il Petrarca: le quali due figure, a chi altro non avesse in cotale esercizio veduto di man di Benedetto, possono fare conoscere quanto egli fosse in quello raro et eccellente.
La quale udienza a' tempi nostri ha fatta dipignere il signor duca Cosimo da Francesco Salviati, come al suo luogo si dirà.
Dopo fece Benedetto, in S.
Maria Novella di Fiorenza, dove Filippino dipinse la capella, una sepoltura di marmo nero, in un tondo una Nostra Donna e certi Angeli con molta diligenza, per Filippo Strozzi Vecchio, il ritratto del quale, che vi fece di marmo, è oggi nel suo palazzo.
Al medesimo Benedetto fece fare Lorenzo Vecchio de' Medici in Santa Maria del Fiore, il ritratto di Giotto, pittore fiorentino, e lo collocò sopra l'epitaffio, del quale si è di sopra, nella vita di esso Giotto, a bastanza ragionato, la quale scultura di marmo è tenuta ragionevole.
Andato poi Benedetto a Napoli, per essere morto Giuliano suo zio, del quale egli era erede, oltre alcune opere che fece a quel re, fece per il conte di Terra Nuova, in una tavola di marmo nel monasterio de' monaci di Monte Oliveto, una Nunziata con certi Santi e fanciulli intorno, bellissimi, che reggono certi festoni; e nella predella di detta opera fece molti bassi rilievi con buona maniera.
In Faenza fece una bellissima sepoltura di marmo per il corpo di S.
Savino, et in essa fece di basso rilievo sei storie della vita di quel Santo, con molta invenzione e disegno, così ne' casamenti come nelle figure; di maniera che per questa e per l'altre opere sue, fu conosciuto per uomo eccellente nella scultura.
Onde prima che partisse di Romagna gli fu fatto fare il ritratto di Galeotto Malatesta.
Fece anco, non so se prima o poi, quello d'Enrico Settimo, re d'Inghilterra, secondo che n'aveva avuto da alcuni mercanti fiorentini un ritratto in carta: la bozza de' quali due ritratti fu trovata in casa sua con molte altre cose, dopo la sua morte.
Ritornato finalmente a Fiorenza, fece a Pietro Mellini, cittadin fiorentino et allora ricchissimo mercante, in S.
Croce il pergamo di marmo che vi si vede, il qual è tenuto cosa rarissima e bella sopr'ogni altra che in quella maniera sia mai stata lavorata, per vedersi in quello lavorate le figure di marmo nelle storie di S.
Francesco, con tanta bontà e diligenza, che di marmo non si potrebbe più oltre disiderare; avendovi Benedetto con molto artifizio intagliato alberi, sassi, casamenti, prospettive et alcune cose maravigliosamente spiccate; et oltre ciò un ribattimento in terra di detto pergamo, che serve per la lapida di sepoltura, fatto con tanto disegno, che egli è impossibile lodarlo a bastanza.
Dicesi che egli in fare questa opera ebbe difficultà con gl'Operai di S.
Croce; perché volendo appoggiare detto pergamo a una colonna, che regge alcuni degli archi che sostengono il tetto, e forare la detta colonna per farvi la scala e l'entrata al pergamo, essi non volevano, dubitando che ella non si indebolisse tanto col vacuo della salita, che il peso non la sforzasse, con gran rovina d'una parte di quel tempio.
Ma avendo dato sicurtà il Mellino che l'opera si finirebbe senza alcun danno della chiesa, finalmente furono contenti.
Onde avendo Benedetto sprangato di fuori con fasce di bronzo la colonna, cioè quella parte che dal pergamo in giù è ricoperta di pietra forte, fece dentro la scala per salire al pergamo; e tanto quanto egli la bucò di dentro, l'ingrossò di fuora con detta pietra forte, in quella maniera che si vede.
E con stupore di chiunche la vede condusse questa opera a perfezzione, mostrando in ciascuna parte et in tutta insieme quella maggior bontà che può in simil opera desiderarsi.
Affermano molti che Filippo Strozzi il Vecchio, volendo fare il suo palazzo, ne volle il parere di Benedetto che gliene fece un modello, e che secondo quello fu cominciato, se bene fu seguitato poi e finito dal Cronaca, morto esso Benedetto; il quale avendosi acquistato da vivere, dopo le cose dette non volle fare altro lavoro di marmo.
Solamente finì in S.
Trinità la S.
Maria Madalena stata cominciata da Disiderio da Settignano, e fece il Crucifisso, che è sopra l'altare di S.
Maria del Fiore, et alcuni altri simili.
Quanto all'architettura, ancora che mettesse mano a poche cose, in quelle nondimeno non dimostrò manco giudizio che nella scultura, e massimamente in tre palchi di grandissima spesa, che d'ordine e col consiglio suo, furono fatti nel palazzo della Signoria di Firenze.
Il primo fu il palco della sala che oggi si dice de' Dugento, sopra la quale avendosi a fare non una sala simile, ma due stanze, cioè una sala et una audienza, e per conseguente avendosi a fare un muro, non mica leggieri del tutto e dentrovi una porta di marmo ma di ragionevole grossezza, non bisognò manco ingegno o giudizio di quello che aveva Benedetto, a fare un'opera così fatta.
Benedetto, adunque, per non diminuire la detta sala e dividere nondimeno il disopra in due, fece a questo modo: sopra un legno grosso un braccio e lungo quanto la larghezza della sala, ne commesse un altro di due pezzi, di maniera che con la grossezza sua alzata due terzi di braccio, e negl'estremi ambidue benissimo confitti et incatenati insieme facevano a canto al muro, ciascuna testa alta due braccia; e le dette due teste erano intaccate a ugna in modo che vi si potesse impostare un arco di mattoni doppi, grosso un mezzo braccio, appoggiatolo ne' fianchi ai muri principali.
Questi due legni adunque erano con alcune incastrature a guisa di denti in modo con buone spranghe di ferro uniti, et incatinati insieme, che di due legni venivano a essere un solo; oltre ciò, avendo fatto il detto arco acciò le dette travi del palco non avesseno a reggere se non il muro dell'arco in giù, e l'arco tutto il rimanente, apiccò davantaggio al detto arco due grandi staffe di ferro, che inchiodate gagliardamente nelle dette travi da basso, le reggevano e reggono, di maniera che quando per loro medesime non bastasseno sarebbe atto l'arco, mediante le dette catene stesse che abbracciano il travo, e sono due, una di qua et una di là dalla porta di marmo, a reggere molto maggior peso che non è quello del detto muro, che è di mattoni e grosso un mezzo braccio.
E nondimeno fece lavorare nel detto muro i mattoni per coltello e centinato, che veniva a pigner ne' canti dove era il sodo e rimanere più stabile.
Et in questa maniera, mediante il buon giudizio di Benedetto rimase la detta sala de' Dugento nella sua grandeza; e sopra nel medesimo spazio, con un tramezzo di muro, vi si fece la sala che si dice dell'oriuolo, e l'udienza dove è dipinto il trionfo di Camillo di mano del Salviati.
Il soffittato del qual palco fu riccamente lavorato et intagliato da Marco del Tasso, Domenico e Giuliano suoi frategli, che fece similmente quello della sala dell'oriuolo e quello dell'udienza.
E perché la detta porta di marmo fu da Benedetto fatta doppia, sopra l'arco della porta di dentro, avendo già detto del difuori, fece una Iustizia di marmo a sedere con la palla del mondo in una mano, e nell'altra una spada con lettere intorno all'arco, che dicono: Diligite iustitiam qui iudicatis terram; la quale tutta opera fu condotta con maravigliosa diligenza et artifizio.
Il medesimo alla Madonna delle Grazie, che è poco fuor d'Arezzo, facendo un portico et una salita di scale dinanzi alla porta, nel portico mise gl'archi sopra le colonne et a canto al tetto girò intorno intorno a un architrave, fregio e cornicione; et in quello fece per gocciolatoio una ghirlanda di rosoni intagliati di macigno, che sportano in fuori un braccio et un terzo; talmente che fra l'agetto del frontone della gola di sopra et il dentello et uovolo, sotto il gocciolatoio, fa braccia due e mezzo, che aggiuntovi mezzo braccio che fanno i tegoli, fa un tetto di braccia tre intorno bello, ricco, utile et ingegnoso.
Nella qual opera è quel suo artifizio degno d'esser molto considerato dagli artefici, che volendo che questo tetto sportasse tanto in fuori senza modiglioni o menzole che lo reggessino, fece que' lastroni, dove sono i rosoni intagliati, tanto grandi che la metà sola sportassi infuori, e l'altra metà restassi murato di sodo, onde essendo così contrepesati, potettono reggere il resto e tutto quello che di sopra si aggiunse, come ha fatto sino a oggi, senza disagio alcuno di quella fabrica.
E perché non voleva che questo cielo apparissi di pezzi come egli era, riquadrò pezzo per pezzo d'un corniciamento intorno, che veniva a far lo sfondato del rosone, che incastrato e commesso bene a cassetta, univa l'opera di maniera che chi la vede la giudica d'un pezzo tutta.
Nel medesimo luogo fece fare un palco piano di rosoni messi d'oro, che è molto lodato.
Avendo Benedetto compero un podere fuor di Prato, a uscire per la porta Fiorentina per venire verso Firenze, e non più lontano dalla terra che un mezzo miglio, fece in sulla strada maestra accanto alla porta, una bellissima cappelletta, et in una nicchia una Nostra Donna col Figliuolo in collo di terra, lavorata tanto bene, che così fatta, senza altro colore, è bella quanto se fusse di marmo.
Così sono due Angeli, che sono a sommo per ornamento, con un candelliere per uno in mano.
Nel dossale dell'altare è una pietà con la Nostra Donna e S.
Giovanni di marmo, bellissimo.
Lassò anco alla sua morte in casa sua molte cose abbozzate di terra e di marmo.
Disegnò Benedetto molto bene, come si può vedere in alcune carte del nostro libro.
Finalmente d'anni 54 si morì, nel 1498, e fu onorevolmente sotterrato in S.
Lorenzo.
E lasciò che dopo la vita d'alcuni suoi parenti, tutte le sue facultà fussino della Compagnia del Bigallo.
Mentre Benedetto nella sua giovinezza lavorò di legname e di commesso, furono suoi concorrenti Baccio Cellini piffero della Signoria di Firenze, il quale lavorò di commesso alcune cose d'avorio molto belle, e fra l'altre un ottangolo di figure d'avorio profilate di nero, bello affatto, il quale è nella guardaroba del Duca; parimente Girolamo della Cecca, creato di costui, e piffero anch'egli della Signoria, lavorò ne' medesimi tempi pur di commesso molte cose.
Fu nel medesimo tempo Davit pistolese, che in S.
Giovanni Evangelista di Pistoia, fece all'entrata del coro un S.
Giovanni Evangelista di rimesso, opera più di gran fatica a condursi, che di gran disegno.
E parimente Geri Aretino, che fece il coro et il pergamo di S.
Agostino d'Arezzo, de' medesimi rimessi di legnami di figure e prospettive.
Fu questo Geri molto capriccioso, e fece di canne di legno uno organo perfettissimo, di dolcezza e suavità, che è ancor oggi nel Vescovado d'Arezzo, sopra la porta della sagrestia, mantenutosi nella medesima bontà, che è cosa degna di maraviglia e da lui prima messa in opera.
Ma nessuno di costoro, né altri, fu a gran pezzo eccellente quanto Benedetto, onde egli merita fra i migliori artefici delle sue professioni d'esser sempre annoverato e lodato.
VITA DI ANDREA VERROCCHIO PITTORE, SCULTORE ET ARCHITETTO
Andrea del Verrocchio, fiorentino, fu ne' tempi suoi orefice, prospettivo, scultore, intagliatore, pittore e musico; ma invero ne l'arte della scultura e pittura ebbe la maniera alquanto dura e crudetta; come quello che con infinito studio se la guadagnò, più che col benefizio o facilità della natura; la qual facilità se ben li fussi tanto mancata, quanto gli avanzò studio e diligenza, sarebbe stato in queste arti eccellentissimo, le quali a una somma perfezione vorrebbono congiunto studio e natura; e dove l'un de' due manca rade volte si perviene al colmo, se ben lo studio ne porta seco la maggior parte; il quale perché fu in Andrea, quanto in alcuno altro mai grandissimo, si mette fra i rari et eccellenti artefici dell'arte nostra.
Questi in giovanezza attese alle scienze, particularmente alla geometria.
Furono fatti da lui, mentre attese all'orefice, oltre a molte altre cose, alcuni bottoni da piviali che sono in S.
Maria del Fiore di Firenze; e di grosserie particolarmente una tazza, la forma della quale, piena d'animali, di fogliami e d'altre bizzarrie, va attorno et è da tutti gl'orefici conosciuta, et un'altra parimente dove è un ballo di puttini molto bello.
Per le quali opere avendo dato saggio di sé, gli fu dato a fare dall'arte de' Mercatanti due storie d'argento nelle teste dell'altare di S.
Giovanni, delle quali, messe che furono in opera, acquistò lode e nome grandissimo.
Mancavano in questo tempo in Roma alcuni di quegli Apostoli grandi, che ordinariamente solevano stare in sull'altare della cappella del papa con alcune altre argenterie state disfatte; per il che, mandato per Andrea, gli fu con gran favore da papa Sisto dato a fare tutto quello che in ciò bisognava; et egli il tutto condusse con molta diligenza e giudizio a perfezzione.
Intanto vedendo Andrea che delle molte statue antiche et altre cose che si trovavano in Roma, si faceva grandissima stima, e che fu fatto porre quel cavallo di bronzo dal papa a S.
Ianni Laterano e che de' fragmenti, non che delle cose intere che ogni dì si trovavano, si faceva conto, deliberò d'attendere alla scultura.
E così abandonato in tutto l'orefice, si mise a gettare di bronzo alcune figurette che gli furono molto lodate.
Laonde preso maggiore animo, si mise a lavorare di marmo; onde essendo morta sopra parto in que' giorni la moglier di Francesco Tornabuoni, il marito che molto amata l'aveva, e, morta, voleva quanto poteva il più onorarla, diede a fare la sepoltura ad Andrea, il quale sopra una cassa di marmo intagliò in una lapida la donna, il partorire et il passare all'altra vita; et appresso in tre figure fece tre virtù, che furono tenute molto belle, per la prima opera che di marmo avesse lavorato; la quale sepoltura fu posta nella Minerva.
Ritornato poi a Firenze con danari, fama et onore, gli fu fatto fare di bronzo un Davit di braccia due e mezzo, il quale finito, fu posto in palazzo al sommo della scala dove stava la catena, con sua molta lode.
Mentre che egli conduceva la detta statua, fece ancora quella Nostra Donna di marmo che è sopra la sepoltura di Messer Lionardo Bruni aretino, in S.
Croce, la quale lavorò, essendo ancora assai giovane, per Bernardo Rossellini architetto e scultore, il quale condusse di marmo, come si è detto, tutta quell'opera.
Fece il medesimo in un quadro di marmo una Nostra Donna di mezzo rilievo, dal mezzo in su, col Figliuolo in collo; la quale già era in casa Medici ed oggi è nella camera della Duchessa di Fioranza, sopra una porta come cosa bellissima.
Fece anco due teste di metallo, una d'Alessandro Magno, di proffilo, l'altra d'un Dario a suo capriccio, pur di mezzo rilievo, e ciascuna da per sé variando l'un dall'altro ne' cimieri, nell'armadure et in ogni cosa.
Le quali ambedue furono mandate dal Magnifico Lorenzo de' Medici al re Mattia Corvino in Ungheria, con molte altre cose, come si dirà al luogo suo.
Per le quali cose avendo acquistatosi Andrea nome di eccellente maestro, e massimamente [nelle] cose di metallo delle quali egli si dilettava molto, fece di bronzo tutta tonda in San Lorenzo la sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de' Medici, dove è una cassa di porfido, retta da quattro cantonate di bronzo, con girari di foglie molto ben lavorate e finite con diligenza grandissima; la quale sepoltura è posta fra la cappella del Sagramento e la sagrestia, della qual opera non si può, né di bronzo né di getto, far meglio; massimamente avendo egli in un medesimo tempo mostrato l'ingegno suo nell'architettura per aver la detta sepoltura collocata nell'apertura d'una finestra larga braccia cinque et alta dieci in circa e posta sopra un basamento che divide la detta cappella del Sagramento dalla sagrestia vecchia.
E sopra la cassa, per ripieno dell'apertura insino alla volta, fece una grata a mandorle di cordoni di bronzo naturalissimi con ornamenti in certi luoghi d'alcuni festoni et altre belle fantasie, tutte notabili e con molta pratica, giudizio et invenzione condotte.
Dopo, avendo Donatello per lo magistrato de' sei della Mercanzia fatto il tabernacolo di marmo che è oggi dirimpetto a San Michele, nell'oratorio di esso d'Or San Michele, et avendovisi a fare un San Tommaso di bronzo che cercasse la piaga a Cristo, ciò per allora non si fece altrimenti, perché degl'uomini che avevano cotal cura, alcuni volevano che lo facesse Donatello et altri Lorenzo Ghiberti.
Essendosi dunque la cosa stata così, insino a che Donato e Lorenzo vissero, furono finalmente le dette due statue allogate ad Andrea, il quale fattone i modelli e le forme, le gettò e vennero tanto salde, intere e ben fatte, che fu un bellissimo getto.
Onde messosi a rinettarle e finirle, le ridusse a quella perfezzione che al presente si vede, che non potrebbe esser maggiore, perché in San Tommaso si scorge la incredulità e la troppa voglia di chiarirsi del fatto, et in un medesimo tempo l'amore che gli fa con bellissima maniera metter la mano al costato di Cristo; et in esso Cristo, il quale con liberalissima attitudine alza un braccio et aprendo la veste chiarisce il dubbio dell'incredulo discepolo, è tutta quella grazia e divinità, per dir così, che può l'arte dar a una figura.
E l'avere Andrea ambedue queste figure vestite di bellissimi e bene accomodati panni, fa conoscere che egli non meno sapeva questa arte che Donato, Lorenzo e gl'altri che erano stati inanzi a lui.
Onde ben meritò questa opera d'esser in un tabernacolo, fatto da Donato, collocata e di essere stata poi sempre tenuta in pregio e grandissima stima.
Laonde non potendo la fama di Andrea andar più oltre né più crescere in quella professione, come persona a cui non bastava in una sola cosa essere eccellente, ma desiderava esser il medesimo in altre ancora, mediante lo studio, voltò l'animo alla pittura e così fece i cartoni d'una battaglia d'ignudi, disegnati di penna molto bene, per fargli di colore in una facciata.
Fece similmente i cartoni d'alcuni quadri di storie e dopo gli cominciò a mettere in opera di colori; ma qual si fusse la cagione, rimasero imperfetti.
Sono alcuni disegni di sua mano nel nostro libro, fatti con molta pacienza e grandissimo giudizio; in fra i quali sono alcune teste di femina con bell'arie et acconciature di capegli, quali per la sua bellezza Lionardo da Vinci sempre imitò; sonvi ancora dua cavagli con il modo delle misure e centine, da fargli di piccioli grandi, che venghino proporzionati e senza errori; e di rilievo di terra cotta è appresso di me una testa di cavallo ritratta dall'antico, che è cosa rara, et alcuni altri pure in carta, n'ha il molto reverendo don Vincenzio Borghini nel suo libro, del quale si è di sopra ragionato.
E fra gl'altri un disegno di sepoltura da lui fatto in Vinegia per un doge et una storia de' Magi che adorano Cristo; et una testa d'una donna finissima quanto si possa, dipinta in carta.
Fece anco a Lorenzo de' Medici, per la fonte della villa a Careggi, un putto di bronzo, che strozza un pesce; il quale ha fatto porre, come oggi si vede, il signor duca Cosimo alla fonte che è nel cortile del suo palazzo; il qual putto è veramente maraviglioso.
Dopo, essendosi finita di murare la cupola di Santa Maria del Fiore, fu risoluto dopo molti ragionamenti, che si facesse la palla di rame che aveva a esser posta in cima a quell'edifizio, secondo l'ordine lasciato da Filippo Brunelleschi; per che, datone la cura ad Andrea, egli la fece alta braccia quattro, e posandola in sur un bottone, la incatenò di maniera che poi vi si poté mettere sopra sicuramente la croce.
La quale opera finita, fu messa su con grandissima festa e piacere de' popoli.
Ben è vero che bisognò usar nel farla ingegno e diligenza, perché si potesse, come si fa, entrarvi dentro per di sotto; et anco nell'armarla con buone fortificazioni acciò i venti non le potessero far nocumento.
E per ché Andrea mai non si stava, e sempre o di pittura o di scultura lavorava qualche cosa e qualche volta tramezzava l'un'opera con l'altra, perché meno, come molti fanno, gli venisse una stessa cosa a fastidio, se bene non mise in opera i sopradetti cartoni, dipinse nondimeno alcune cose; e fra l'altre una tavola alle monache di San Domenico di Firenze, nella quale gli parve essersi portato molto bene, onde poco appresso ne dipinse in S.
Salvi un'altra a' frati di Vallombrosa, nella quale è quando San Giovanni battezza Cristo.
Et in questa opera aiutandogli Lionardo da Vinci allora giovanetto e suo discepolo, vi colorì un Angelo di sua mano, il quale era molto meglio che l'altre cose; il che fu cagione che Andrea si risolvette a non volere toccare più pennelli, poiché Lionardo così giovanetto in quell'arte, si era portato molto meglio di lui.
Avendo dunque Cosimo de' Medici avuto di Roma molte anticaglie, aveva dentro alla porta del suo giardino, o vero cortile, che riesce nella via de' Ginori fatto porre un bellissimo Marsia di marmo bianco, impiccato a un tronco per dovere essere scorticato; perché volendo Lorenzo suo nipote, al quale era venuto alle mani un torso con la testa d'un altro Marsia antichissimo e molto più bello che l'altro e di pietra rossa, accompagnarlo col primo, non poteva ciò fare essendo imperfettissimo; onde datolo a finire et acconciare ad Andrea, egli fece le gambe, le cosce e le braccia che mancavano a questa figura, di pezzi di marmo rosso, tanto bene che Lorenzo ne rimase soddisfattissimo e la fece porre dirimpetto all'altra, dall'altra banda della porta.
Il quale torso antico, fatto per un Marsia scorticato, fu con tanta avvertezza e giudizio lavorato, che alcune vene bianche e sottili, che erano nella pietra rossa, vennero intagliate dall'artefice in luogo a punto che paiono alcuni piccoli nerbicini, che nelle figure naturali quando sono scorticate, si veggiono: il che doveva far parere quell'opera, quando aveva il suo primiero pulimento, cosa vivissima.
Volendo in tanto i Viniziani onorare la molta virtù di Bartolomeo da Bergamo, mediante il quale avevano avuto molte vittorie, per dare animo agli altri, udita la fama d'Andrea, lo condussero a Vinezia, dove gli fu dato ordine che facesse di bronzo la statua a cavallo di quel capitano, per porla in sulla piazza di S.
Giovanni e Polo.
Andrea dunque, fatto il modello del cavallo, aveva cominciato ad armarlo per gettarlo di bronzo, quando, mediante il favore d'alcuni gentiluomini, fu deliberato che Vellano da Padova facesse la figura, et Andrea il cavallo.
La qual cosa avendo intesa Andrea, spezzato che ebbe al suo modello le gambe e la testa, tutto sdegnato se ne tornò senza far motto a Firenze.
Ciò udendo, la Signoria gli fece intendere che non fusse mai più ardito di tornare in Vinezia, perché gli sarebbe tagliata la testa, alla qual cosa scrivendo rispose che se ne guarderebbe, perché spiccate che le avevano, non era in loro facultà rappiccare le teste agl'uomini, né una simile alla sua già mai, come arebbe saputo lui fare di quella che gli avea spiccata al suo cavallo, e più bella.
Dopo la qual risposta che non dispiacque a que' Signori, fu fatto ritornare con doppia provisione a Vinezia, dove racconcio che ebbe il primo modello, lo gettò di bronzo ma non lo finì già del tutto, perché esendo riscaldato e raffreddato nel gettarlo, si morì in pochi giorni in quella città, lasciando imperfetta non solamente quell'opera, ancor che poco mancasse al rinettarla, che fu messa nel luogo dove era destinata, ma un'altra ancora che faceva in Pistoia, cioè la sepoltura del cardinale Forteguerra, con le tre virtù teologiche et un Dio Padre sopra, la quale opera fu finita poi da Lorenzetto scultore fiorentino.
Aveva Andrea quando morì anni 56.
Dolse la sua morte infinitamente agl'amici et a' suoi discepoli, che non furono pochi; e massimamente a Nanni Grosso scultore e persona molto astratta nell'arte e nel vivere.
Dicesi che costui non averebbe lavorato fuor di bottega, e particolarmente né a' monaci né a' frati, se non avesse avuto per ponte l'uscio della volta, o vero cantina, per potere andare a bere a sua posta e senza avere a chiedere licenza.
Si racconta anco di lui che essendo una volta tornato sano e guarito di non so che sua infirmità da S.
Maria Nuova rispondeva agl'amici quando era visitato e dimandato da loro come stava: "Io sto male".
"Tu sei pur guarito", rispondevano essi; et egli soggiungeva: "E però sto io male, per ciò che io arei bisogno d'un poco di febre per potermi intrattenere qui nello spedale, agiato e servito".
A costui, venendo a morte pur nello spedale, fu posto inanzi un Crocifisso di legno assai mal fatto e goffo; onde pregò che gli fusse levato dinanzi e portatogliene uno di man di Donato, affermando che se non lo levavano si morrebbe disperato, cotanto gli dispiacevano l'opere mal fatte della sua arte.
Fu discepolo del medesimo Andrea, Piero Perugino e Lionardo da Vinci, de' quali si parlerà al suo luogo, e Francesco di Simone fiorentino, che lavorò in Bologna nella chiesa di San Domenico una sepoltura di marmo, con molte figure piccole, che alla maniera paiono di mano d'Andrea; la qual fu fatta per Messer Alessandro Tartaglia imolese, dottore.
Et un'altra in San Brancazio di Firenze, che risponde in sagrestia, et in una capella di chiesa, per Messer Pier Minerbetti, cavaliere.
Fu suo allievo ancora Agnol di Polo, che di terra lavorò molto praticamente, et ha pieno la città di cose di sua mano, e se avesse voluto attender all'arte da senno, arebbe fatte cose bellissime.
Ma più di tutti fu amato da lui Lorenzo di Credi, il quale ricondusse l'ossa di lui da Vinezia, e le ripose nella chiesa di S.
Ambruogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione, dove sopra la lapida sono intagliate queste parole:
Sep.
Michaelis de Cionis et suorum;
et appresso:
Hic ossa iacent Andreae Verrochii, qui obiit Venetiis
MCCC[C]LXXXVIII
Si dilettò assai Andrea di formare di gesso da far presa, cioè di quello che si fa d'una pietra dolce, la quale si cava in quel di Volterra e di Siena, et in altri molti luoghi d'Italia.
La quale pietra cotta al fuoco e poi pesta e con l'acqua tiepida impastata, diviene tenera di sorte, che se ne fa quello che altri vuole, e dopo rassoda insieme et indurisce, in modo che vi si può dentro gettar figure intere.
Andrea dunque usò di formare, con forme così fatte, le cose naturali per poterle con più commodità tenere inanzi et imitarle, cioè mani, piedi, ginocchia, gambe, braccia e torsi.
Dopo si cominciò al tempo suo a formare le teste di coloro che morivano, con poca spesa; onde si vede in ogni casa di Firenze sopra i camini, usci, finestre e cornicioni infiniti di detti ritratti, tanto ben fatti e naturali, che paiono vivi.
E da detto tempo in qua si è seguitato e seguita il detto uso, che a noi è stato di gran commodità, per avere i ritratti di molti, che si sono posti nelle storie del palazzo del duca Cosimo.
E di questo si deve certo aver grandissimo obligo alla virtù d'Andrea, che fu de' primi che cominciasse a metterlo in uso.
Da questo si venne al fare imagini di più perfezzione non pure in Fiorenza, ma in tutti i luoghi dove sono divozioni e dove concorrono persone a porre voti, e, come si dice, miracoli, per avere alcuna grazia ricevuto.
Perciò che, dove prima si facevano o piccoli d'argento o in tavolucce solamente, o vero di cera e goffi affatto, si cominciò al tempo d'Andrea a fargli in molto miglior maniera, perché avendo egli stretta dimestichezza con Orsino ceraiuolo, il quale in Fiorenza aveva in quell'arte assai buon giudizio, gli incominciò a mostrare come potesse in quella farsi eccellente.
Onde venuta l'occasione per la morte di Giuliano de' Medici e per lo pericolo di Lorenzo suo fratello, stato ferito in S.
Maria del Fiore, fu ordinato dagl'amici e parenti di Lorenzo, che si facesse, rendendo della sua salvezza grazie a Dio, in molti luoghi l'imagine di lui.
Onde Orsino, fra l'altre, con l'aiuto et ordine d'Andrea, ne condusse tre di cera grande quanto il vivo, facendo dentro l'ossatura di legname, come altrove si è detto, et intessuta di canne spaccate, ricoperte poi di panno incerato con bellissime pieghe e tanto acconciamente, che non si può veder meglio, né cosa più simile al naturale.
Le teste, poi, mani e piedi, fece di cera più grossa, ma vote dentro, e ritratte dal vivo e dipinte a olio con quelli ornamenti di capelli et altre cose secondo che bisognava, naturali e tanto ben fatti, che rappresentavano non più uomini di cera, ma vivissimi, come si può vedere in ciascuna delle dette tre; una delle quali è nella chiesa delle monache di Chiarito in via di S.
Gallo, dinanzi al Crucifisso che fa miracoli.
E questa figura è con quell'abito a punto che aveva Lorenzo, quando ferito nella gola e fasciato, si fece alle finestre di casa sua, per esser veduto dal popolo, che là era corso per vedere se fusse vivo, come disiderava, o se pur morto, per farne vendetta.
La seconda figura del medesimo è in lucco, abito civile e proprio de' fiorentini; e questa, è nella chiesa de' Servi alla Nunziata, sopra la porta minore, la quale è accanto al desco dove si vende le candele.
La terza fu mandata a S.
Maria degl'Angeli d'Ascesi, e posta dinanzi a quella Madonna.
Nel qual luogo medesimo, come già si è detto, esso Lorenzo de' Medici fece mattonare tutta la strada che camina da S.
Maria alla porta d'Ascesi, che va a S.
Francesco, e parimente restaurare le fonti che Cosimo suo avolo aveva fatto fare in quel luogo.
Ma tornando alle imagini di cera, sono di mano d'Orsino nella detta chiesa de' Servi, tutte quelle che nel fondo hanno per segno un O grande, con un R dentrovi et una croce sopra.
E tutte sono in modo belle, che pochi sono stati poi, che l'abbiano paragonato.
Questa arte, ancora che si sia mantenuta viva insino a' tempi nostri, è nondimeno più tosto in declinazione che altrimenti, o perché sia mancata la divozione o per altra cagione che si sia.
Ma per tornare al Verrocchio, egli lavorò, oltre alle cose dette, Crucifissi di legno et alcune cose di terra, nel che era eccellente, come si vide ne' modelli delle storie che fece per l'altare di S.
Giovanni, et in alcuni putti bellissimi et in una testa di S.
Girolamo, che è tenuta maravigliosa.
È anco di mano del medesimo, il putto dell'oriuolo di Mercato Nuovo, che ha le braccia schiodate in modo che alzandole, suona l'ore con un martello che tiene in mano.
Il che fu tenuto in que' tempi cosa molto bella e capricciosa.
E questo il fine sia della vita d'Andrea Verrocchio, scultore eccellentissimo.
Fu ne' tempi d'Andrea, Benedetto Buglioni, il quale da una donna che uscì di casa Andrea della Robbia ebbe il segreto degl'invetriati di terra, onde fece di quella maniera molte opere in Fiorenza e fuori, e particolarmente nella chiesa de' Servi, vicino alla cappela di S.
Barbara, un Cristo che resuscita con certi Angeli, che per cosa di terra cotta invetriata è assai bell'opera; in S.
Brancazio fece in una cappella un Cristo morto; e sopra la porta principale della chiesa di S.
Pier Maggiore, il mezzo tondo che vi si vede.
Dopo Benedetto rimase il segreto a Santi Buglioni, che solo sa oggi lavorare di questa sorte sculture.
VITA DI ANDREA MANTEGNA PITTORE MANTOVANO
Quanto possa il premio nella virtù, colui che opera virtuosamente et è in qualche parte premiato lo sa, perciò che non sente né disagio né incommodo né fatica, quando n'aspetta onore e premio; e, che è più, ne diviene ogni giorno più chiara e più illustre essa virtù; bene è vero che non sempre si truova chi la conosca e la pregi e la rimuneri, come fu quella riconosciuta d'Andrea Mantegna, il quale nacque d'umilissima stirpe nel contado di Mantoa; et ancora che da fanciullo pascesse gl'armenti, fu tanto inalzato dalla sorte e dalla virtù, che meritò d'esser cavalier onorato, come al suo luogo si dirà.
Questi, essendo già grandicello fu condotto nella città, dove attese alla pittura sotto Iacopo Squarcione pittore padoano, il quale, secondo che scrive in una sua epistola latina Messer Girolamo Campagnuola a Messer Leonico Timeo, filosofo greco, nella quale gli dà notizia d'alcuni pittori vecchi che servirono quei da Carrara, signori di Padova, il quale Iacopo se lo tirò in casa e poco appresso, conosciutolo di bello ingegno, se lo fece figliuolo adottivo.
E perché si conosceva lo Squarcione non esser il più valente dipintore del mondo, acciò che Andrea imparasse più oltre che non sapeva egli, lo esercitò assai in cose di gesso formate da statue antiche, et in quadri di pitture, che in tela si fece venire di diversi luoghi, e particolarmente di Toscana e di Roma.
Onde con questi sì fatti et altri modi, imparò assai Andrea nella sua giovinezza.
La concorrenza ancora di Marco Zoppo bolognese e di Dario da Trevisi e di Niccolò Pizzolo padoano, discepoli del suo adottivo padre e maestro, gli fu di non picciolo aiuto e stimolo all'imparare.
Poi dunque che ebbe fatta Andrea, allora che non aveva più che 17 anni, la tavola dell'altar maggiore di S.
Sofia di Padoa, la quale pare fatta da un vecchio ben pratico e non da un giovanetto, fu allogata allo Squarcione la capella di S.
Cristofano, che è nella chiesa de' frati Eremitani di S.
Agostino in Padoa, la quale egli diede a fare al detto Niccolò Pizzolo et Andrea.
Niccolò vi fece un Dio Padre che siede in maestà in mezzo ai dottori della chiesa, che furono poi tenute non manco buone pitture, che quelle che vi fece Andrea; e nel vero, se Niccolò che fece poche cose ma tutte buone si fusse dilettato della pittura quanto fece dell'arme, sarebbe stato eccellente e forse molto più vivuto che non fece; conciò fusse che, stando sempre in sull'armi et avendo molti nimici, fu un giorno che tornava da lavorare, affrontato e morto a tradimento; non lasciò altre opere che io sappia, Niccolò, se non un altro Dio Padre nella capella di Urbano Perfetto.
Andrea, dunque, rimaso solo, fece nella detta cappella i quattro Vangelisti che furono tenuti molto belli.
Per questa et altre opere, cominciando Andrea a essere in grande aspettazione et a sperarsi che dovesse riuscire quello che riuscì, tenne modo Iacopo Bellino pittore viniziano, padre di Gentile e di Giovanni e concorrente dello Squarcione, che esso Andrea tolse per moglie una sua figliuola e sorella di Gentile.
La qual cosa sentendo, lo Squarcione si sdegnò di maniera con Andrea che furono poi sempre nimici; e quanto lo Squarcione per l'adietro aveva sempre lodate le cose d'Andrea, altretanto da indi in poi le biasimò sempre publicamente.
E sopra tutto biasimò senza rispetto le pitture che Andrea aveva fatte nella detta cappella di S.
Cristofano, dicendo che non erano cosa buona perché aveva nel farle imitato le cose di marmo antiche, dalle quali non si può imparare la pittura perfettamente, perciò che i sassi hanno sempre la durezza con esso loro e non mai quella tenera dolcezza che hanno le carni e le cose naturali, che si piegano e fanno diversi movimenti, aggiugnendo che Andrea arebbe fatto molto meglio quelle figure e sarebbono state più perfette se avesse fattole di color di marmo e non di que' tanti colori, perciò che non avevano quelle pitture somiglianza di vivi ma di statue antiche di marmo o d'altre cose simili.
Queste cotali reprensioni punsero l'animo d'Andrea, ma dall'altro canto gli furono di molto giovamento, perché conoscendo che egli diceva in gran parte il vero, si diede a ritrarre persone vive e vi fece tanto acquisto, che in una storia che in detta cappella gli restava a fare, mostrò che sapeva non meno cavare il buono delle cose vive e naturali, che di quelle fatte dall'arte.
Ma con tutto ciò ebbe sempre opinione Andrea che le buone statue antiche fussino più perfette et avessino più belle parti, che non mostra il naturale.
Atteso che quelli eccellenti maestri, secondo che e' giudicava e gli pareva vedere in quelle statue, aveano da molte persone vive cavato tutta la perfezione della natura, la quale di rado in un corpo solo accozza et accompagna insieme tutta la bellezza, onde è necessario pigliarne da uno una parte, e da un altro un'altra; et oltre a questo gli parevano le statue più terminate e più tocche in su' muscoli, vene, nervi et altre particelle, le quali il naturale, coprendo con la tenerezza e morbidezza della carne certe crudezze, mostra talvolta meno, se già non fusse un qualche corpo d'un vecchio o di molto estenuato; i quali corpi però, sono per altri rispetti dagl'artefici fuggiti.
E si conosce di questa openione essersi molto compiaciuto nell'opere sue, nelle quali si vede in vero la maniera un pochetto tagliente e che tira talvolta più alla pietra che alla carne viva.
Comunque sia, in questa ultima storia, la quale piacque infinitamente, ritrasse Andrea lo Squarcione in una figuraccia corpacciuta con una lancia e con una spada in mano.
Vi ritrasse similmente Noferi di Messer Palla Strozzi fiorentino, Messer Girolamo dalla Valle, medico eccellentissimo, Messer Bonifazio Fuzimeliga, dottor di leggi, Niccolò orefice di papa Innocenzio VIII e Baldassarre da Leccio, suoi amicissimi; i quali tutti fece vestiti d'arme bianche brunite e splendide come le vere sono, e certo con bella maniera.
Vi ritrasse anco Messer Bonramino cavaliere, et un certo vescovo d'Ungheria, uomo sciocco affatto, il quale andava tutto giorno per Roma vagabondo, e poi la notte si riduceva a dormire, come le bestie, per le stalle.
Vi ritrasse anco Marsilio Pazzo, nella persona del carnefice che taglia la testa a S.
Iacopo, e similmente se stesso.
Insomma questa opera gl'acquistò, per la bontà sua, nome grandissimo.
Dipinse anco, mentre faceva questa cappella, una tavola che fu posta in S.
Iustina all'altar di S.
Luca.
E dopo lavorò a fresco l'arco che è sopra la porta di S.
Antonino dove scrisse il nome suo.
Fece in Verona una tavola per l'altare di S.
Cristofano e di S.
Antonio, et al canto della piazza della Paglia fece alcune figure.
In S.
Maria in Organo, ai frati di Monte Oliveto, fece la tavola dell'altar maggiore, che è bellissima, e similmente quella di S.
Zeno.
E fra l'altre cose, stando in Verona, lavorò e mandò in diversi luoghi e n'ebbe uno abbate della Badia di Fiesole, suo amico e parente, un quadro nel quale è una Nostra Donna dal mezzo in su, col Figliuolo in collo et alcune teste d'Angeli che cantano, fatti con grazia mirabile.
Il qual quadro è oggi nella libreria di quel luogo e fu tenuta allora e sempre poi come cosa rara.
E perché aveva, mentre dimorò in Mantoa, fatto gran servitù con Lodovico Gonzaga marchese, - quel signore che sempre stimò assai e favorì la virtù d'Andrea, - gli fece dipignere nel castello di Mantoa, per la cappella, una tavoletta nella quale sono storie di figure non molto grandi, ma bellissime.
Nel medesimo luogo sono molte figure che scortano al di sotto in sù, grandemente lodate, perché se bene ebbe il modo del panneggiare crudetto e sottile, e la maniera alquanto secca, vi si vede nondimeno ogni cosa fatta con molto artifizio e diligenzia.
Al medesimo marchese dipinse nel palazzo di S.
Sebastiano in Mantoa in una sala il trionfo di Cesare, che è la miglior cosa che lavorasse mai; in questa opera si vede con ordine bellissimo situato nel trionfo, la bellezza e l'ornamento del carro; colui che vitupera il trionfante, i parenti, i profumi, gl'incensi, i sacrifizii, i sacerdoti, i tori pel sacrificio coronati e prigioni, le prede fatte da' soldati, l'ordinanza delle squadre, i liofanti, le spoglie, le vittorie e le città e le rocche, in varii carri contrafatte con una infinità di trofei in sull'aste e varie armi per testa e per indosso, acconciature, ornamenti e vasi infiniti; e tra la moltitudine degli spettatori una donna, che ha per la mano un putto, al qual essendosi fitto una spina in un piè, lo mostra egli piangendo alla madre, con modo grazioso e molto naturale.
Costui, come potrei aver accennato altrove, ebbe in questa istoria una bella e buona avertenza, che avendo situato il piano dove posavano le figure, più alto che la veduta dell'occhio, fermò i piedi dinanzi in sul primo profilo e linea del piano, facendo fuggire gl'altri più adentro di mano in mano, e perder della veduta de' piedi e gambe, quanto richiedeva la ragione della veduta; e così delle spoglie, vasi et altri istrumenti et ornamenti fece veder sola la parte di sotto e perder quella di sopra, come di ragione di prospettiva si conveniva di fare, e questo medesimo osservò con gran diligenza ancora Andrea degl'Impiccati nel cenacolo che è nel refettorio di S.
Maria Nuova.
Onde si vede che in quella età questi valenti uomini andarono sottilmente investigando e con grande studio imitando la vera proprietà delle cose naturali; e per dirlo in una parola, non potrebbe tutta questa opera esser né più bella, né lavorata meglio.
Onde se il marchese amava prima Andrea l'amò poi sempre et onorò molto maggiormente; e, che è più, egli ne venne in tal fama, che papa Innocenzo VIII, udita l'eccellenza di costui nella pittura e l'altre buone qualità di che era maravigliosamente dotato, mandò per lui, acciò che egli, essendo finita di fabricare la muraglia di Belvedere, sì come faceva fare a molti altri, l'adornasse delle sue pitture.
Andato dunque a Roma con molto esser favorito e raccomandato dal marchese che per maggiormente onorarlo lo fece cavaliere, fu ricevuto amorevolmente da quel pontefice e datagli subito a fare una picciola cappella che è in detto luogo.
La quale con diligenza e con amore lavorò così minutamente, che e la volta e le mura paiono più tosto cosa miniata che dipintura; e le maggiori figure che vi sieno sono sopra l'altare, le quali egli fece in fresco come l'altre, e sono S.
Giovanni che battezza Cristo, et intorno sono popoli che spogliandosi fanno segno di volersi battezzare.
E fra gl'altri vi è uno, che volendosi cavare una calza appiccata per il sudore alla gamba, se la cava a rovescio attraversandola all'altro stinco, con tanta forza e disagio, che l'una e l'altra gli appare manifestamente nel viso; la qual cosa capricciosa recò a chi la vide in quei tempi, maraviglia.
Dicesi che il detto Papa, per le molte occupazioni che aveva, non dava così spesso danari al Mantegna come egli arebbe avuto bisogno, e che perciò nel dipignere in quel lavoro alcune virtù di terretta, fra l'altre vi fece la discrezione; onde andato un giorno il papa a vedere l'opra, dimandò Andrea che figura fusse quella, a che rispose Andrea: "Ell'è la discrezione".
Soggiunse il pontefice: "Se tu vuoi che ella sia bene accompagnata, falle a canto la pacienza".
Intese il dipintore quello che perciò voleva dire il Santo Padre, e mai più fece motto.
Finita l'opera, il Papa con onorevoli premii e molto favore lo rimandò al duca.
Mentre che Andrea stette a lavorare in Roma, oltre la detta capella, dipinse in un quadretto piccolo una Nostra Donna col Figliuolo in collo che dorme, e nel campo, che è una montagna, fece dentro a certe grotte alcuni scarpellini che cavano pietre per diversi lavori, tanto sottilmente e con tanta pacienza, che non par possibile che con una sottil punta di pennello si possa far tanto bene; il qual quadro è oggi appresso lo illustrissimo signor don Francesco Medici, principe di Fiorenza, il quale lo tiene fra le sue cose carissime.
Nel nostro libro è in un mezzo foglio reale un disegno di mano d'Andrea, finito di chiaro scuro, nel quale è una Iudith che mette nella tasca d'una sua schiava mora la testa d'Oloferne, fatto d'un chiaro scuro non più usato, avendo egli lasciato il foglio bianco che serve per il lume della biacca tanto nettamente, che vi si veggiono i capegli sfilati e l'altre sottigliezze, non meno che se fussero stati con molta diligenza fatti dal pennello.
Onde si può in un certo modo chiamar questo più tosto opera colorita che carta disegnata.
Si dilettò il medesimo, sì come fece il Pollaiuolo, di far stampe di rame, e fra l'altre cose fece i suoi trionfi, e ne fu allora tenuto conto perché non si era veduto meglio.
E fra l'ultime cose che fece fu una tavola di pittura a S.
Maria della Vittoria, chiesa fabbricata con ordine e disegno d'Andrea dal Marchese Francesco, per la vittoria avuta in sul fiume del Taro, essendo egli generale del campo de' Vineziani contra a' Francesi: nella quale tavola che fu lavorata a tempera e posta all'altar maggiore, è dipinta la Nostra Donna col putto a sedere sopra un piedestallo; e da basso sono S.
Michelagnolo, S.
Anna e [San] Gioachino, che presentano esso Marchese, ritratto di naturale tanto bene che par vivo, alla Madonna che gli porge la mano.
La quale come piacque e piace a chiunche la vide, così sodisfece di maniera al Marchese, che egli liberalissimamente premiò la virtù e fatica d'Andrea, il quale poté, mediante l'essere stato riconosciuto dai principi di tutte le sue opere, tenere infinito all'ultimo onoratamente il grado di cavaliere.
Furono concorrenti d'Andrea Lorenzo da Lendinara, il quale fu tenuto in Padova pittore eccellente e lavorò anco di terra alcune cose nella chiesa di S.
Antonio, et alcuni altri di non molto valore.
Amò egli sempre Dario da Trevisi e Marco Zoppo bolognese, per essersi allevato con esso loro sotto la disciplina dello Squarcione.
Il qual Marco fece in Padova ne' frati minori una loggia che serve loro per capitolo; et in Pesero una tavola che è oggi nella chiesa nuova di S.
Giovanni Evangelista; e ritrasse in uno quadro Guido Baldo da Monte Feltro, quando era capitano de' Fiorentini.
Fu similmente amico del Mantegna Stefano pittor ferrarese, che fece poche cose, ma ragionevoli; e di sua mano si vede in Padoa l'ornamento dell'arca di S.
Antonio, e la Vergine Maria che si chiama del pilastro.
Ma per tornare a esso Andrea, egli murò in Mantoa e dipinse per uso suo una bellissima casa, la quale si godette mentre visse.
E finalmente d'anni 66, si morì nel 1517.
E con esequie onorate fu sepolto in S.
Andrea, et alla sua sepoltura, sopra la quale egli è ritratto di bronzo, fu posto questo epitaffio:
Esse parem hunc noris, si non praeponis Apelli,
Aenea Mantineae, qui simulacra vides.
Fu Andrea di sì gentili e lodevoli costumi in tutte le sue azioni, che sarà sempre di lui memoria, non solo nella sua patria, ma in tutto il mondo, onde meritò esser dall'Ariosto celebrato non meno per i suoi gentilissimi costumi che per l'eccellenza della pittura, dove nel principio del XXXIII canto, annoverandolo fra i più illustri pittori de' tempi suoi, dice:
Leonardo, Andrea Mantegna, Gian Bellino.
Mostrò costui con miglior modo, come nella pittura si potesse fare gli scorti delle figure al di sotto in sù, il che fu certo invenzione difficile e capricciosa; e si dilettò ancora, come si è detto, d'intagliare in rame le stampe delle figure, che è commodità veramente singularissima, e mediante la quale ha potuto vedere il mondo non solamente la baccaneria, la battaglia de' mostri marini, il Deposto di croce, il sepelimento di Cristo, la Ressuressione con Longino e con S.
Andrea, opere di esso Mantegna, ma le maniere ancora di tutti gl'artefici che sono stati.
VITA DI FILIPPO LIPPI PITTOR FIORENTINO
Fu in questi medesimi tempi in Firenze, pittore di bellissimo ingegno e di vaghissima invenzione, Filippo figliuolo di fra' Filippo del Carmine, il quale seguitando nella pittura le vestigie del padre morto, fu tenuto et ammaestrato essendo ancor giovanetto da Sandro Botticello, nonostante che il padre venendo a morte lo raccomandasse a fra' Diamante, suo amicissimo e quasi fratello.
Fu dunque di tanto ingegno Filippo e di sì copiosa invenzione nella pittura e tanto bizzarro e nuovo ne' suoi ornamenti, che fu il primo il quale ai moderni mostrasse il nuovo modo di variare gl'abiti, che abbellisse ornatamente con veste antiche soccinte le sue figure.
Fu primo ancora a dar luce alle grottesche che somiglino l'antiche, e le mise in opera di terretta e colorite in fregi con più disegno e grazia che gli innanzi a lui fatto non avevano.
Onde fu maravigliosa cosa a vedere gli strani capricci che egli espresse nella pittura; e, che è più, non lavorò mai opera alcuna nella quale delle cose antiche di Roma con gran studio non si servisse, in vasi, calzari, trofei, bandiere, cimieri, ornamenti di tempii, abbigliamenti di portature da capo, strane fogge da dosso, armature, scimitarre, spade, toghe, manti et altre tante cose diverse e belle, che grandissimo e sempiterno obligo se gli debbe, per avere egli in questa parte accresciuta bellezza et ornamenti all'arte.
Costui nella sua prima gioventù diede fine alla cappella de' Brancacci, nel Carmine in Fiorenza, cominciata da Masolino e non del tutto finita da Masaccio per essersi morto.
Filippo dunque le diede di sua mano l'ultima perfezzione e vi fece il resto d'una storia che mancava, dove S.
Piero e Paulo risuscitano il nipote dell'imperatore.
Nella figura del qual fanciullo ignudo ritrasse Francesco Granacci, pittore allora giovanetto, e similmente Messer Tommaso Soderini cavaliere, Piero Guicciardini, padre di Messer Francesco che ha scritto le storie, Piero del Pugliese e Luigi Pulci poeta; parimente Antonio Pollaiuolo e se stesso così giovane come era, il che non fece altrimenti nel resto della sua vita, onde non si è potuto avere il ritratto di lui d'età migliore.
E nella storia che segue ritrasse Sandro Botticello suo maestro e molti altri amici e grand'uomini, et infra gli altri il Raggio sensale, persona d'ingegno e spiritosa molto, quello che in una conca condusse di rilievo tutto l'Inferno di Dante, con tutti i cerchi e partimenti delle bolgie e del pozzo, misurati a punto tutte le figure e minuzie che da quel gran poeta furono ingegnosissimamente immaginate e discritte, che fu tenuta in questi tempi cosa maravigliosa.
Dipinse poi a tempera nella cappella di Francesco del Pugliese alle Campora, luogo de' monaci di Badia fuor di Firenze, in una tavola un S.
Bernardo, al quale apparisce la Nostra Donna con alcuni Angeli, mentre egli in un bosco scrive; la quale pittura in alcune cose è tenuta mirabile, come in sassi, libri, erbe e simili cose che dentro vi fece; oltre che vi ritrasse esso Francesco di naturale tanto bene, che non pare che gli manchi se non la parola.
Questa tavola fu levata di quel luogo per l'assedio, e posta per conservarla nella sagrestia della Badia di Fiorenza.
In S.
Spirito della medesima città lavorò in una tavola la Nostra Donna, S.
Martino, S.
Niccolò, e S.
Caterina per Tanai de' Nerli, et in S.
Brancazio alla cappella de' Rucellai una tavola et in S.
Raffaello un crucifisso e due figure in campo d'oro; in S.
Francesco fuor della porta a S.
Miniato, dinanzi alla sagrestia, fece un Dio Padre con molti fanciulli, et al Palco, luogo de' frati del Zoccolo fuori di Prato, lavorò una tavola.
E nella terra fece nell'udienza de' Priori, in una tavoletta molto lodata, la Nostra Donna, S.
Stefano e S.
Giovanni Battista.
In sul canto al Mercatale pur di Prato, dirimpetto alle monache di S.
Margherita, vicino a certe sue case, fece in un tabernacolo a fresco, una bellissima Nostra Donna con un coro di serafini in campo di splendore.
Et in questa opera, fra l'altre cose dimostrò arte e bella avvertenza in un serpente che è sotto a S.
Margherita, tanto strano et orribile, che fa conoscere dove abbia il veleno, il fuoco e la morte.
Et il resto di tutta l'opera è colorito con tanta freschezza e vivacità, che merita perciò essere lodato infinitamente.
In Lucca lavorò parimente alcune cose e particolarmente nella chiesa di S.
Ponziano de' frati di Monte Oliveto una tavola in una cappella, nel mezzo della quale in una nicchia è un S.
Antonio bellissimo di rilievo, di mano d'Andrea Sansovino scultore eccellentissimo.
Essendo Filippo ricerco d'andare in Ungheria al re Mattia, non volle andarvi; ma in quel cambio lavorò in Firenze per quel re due tavole molto belle che gli furono mandate, in una delle quali ritrasse quel re, secondo che gli mostrarono le medaglie.
Mandò anco lavori a Genoa, e fece a Bologna in S.
Domenico, allato alla cappella dell'altar maggiore a man sinistra, in una tavola un S.
Bastiano che fu cosa degna di molta lode.
A Tanai de' Nerli fece un'altra tavola di S.
Salvadore fuor di Fiorenza.
Et a Piero del Pugliese amico suo lavorò una storia di figure piccole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela dinegò dicendo esser impossibile farla.
Dopo queste opere fece, pregato da Lorenzo Vecchio de' Medici, per Olivieri Caraffa cardinale napolitano amico suo, una grandissima opera in Roma, là dove andando per ciò fare, passò, come volle esso Lorenzo, da Spoleto per dar ordine di far fare a fra' Filippo suo padre una sepoltura di marmo a spese di Lorenzo, poiché non aveva potuto dagli Spoletini ottenere il corpo di quello, per condurlo a Firenze; e così disegnò Filippo la detta sepoltura con bel garbo, e Lorenzo in su quel disegno la fece fare, come in altro luogo s'è detto, sontuosa e bella.
Condottosi poi Filippo a Roma fece al detto cardinale Caraffa, nella chiesa della Minerva, una cappella nella quale dipinse storie della vita di S.
Tommaso d'Aquino et alcune poesie molto belle, che tutte furono da lui, il quale ebbe in questo sempre propizia la natura, ingegnosamente trovate.
Vi si vede, dunque, dove la Fede ha fatto prigiona l'Infedeltà, tutti gl'eretici et infedeli.
Similmente, come sotto la Speranza è la Disperazione, così vi sono molte altre virtù che quel vizio che è loro contrario hanno soggiogato.
In una disputa è S.
Tommaso in catedra, che difende la Chiesa da una scuola d'eretici et ha sotto come vinti Sabellio, Arrio, Averroè et altri, tutti con graziosi abiti indosso.
Della quale storia ne abbiamo di propria mano di Filippo nel nostro libro de' disegni il proprio, con alcuni altri del medesimo, fatti con tanta pratica che non si può migliorare.
Evvi anco quando orando S.
Tommaso gli dice il Crucifisso: "Bene scripsisti de me Thoma" et un compagno di lui che udendo quel Crucifisso così parlare sta stupeffatto e quasi fuor di sé.
Nella tavola è la Vergine annunziata da Gabriello, e nella faccia l'assunzione di quella in cielo et i dodici Apostoli intorno al sepolcro.
La quale opera tutta fu et è tenuta molto eccellente, e per lavoro in fresco, fatta perfettamente.
Vi è ritratto di naturale il detto Olivieri Caraffa cardinale e vescovo d'Ostia, il quale fu in questa cappella sotterrato l'anno 1511, e dopo condotto a Napoli nel Piscopio.
Ritornato Filippo in Fiorenza, prese a fare con suo commodo e la cominciò, la cappella di Filippo Strozzi Vecchio in S.
Maria Novella; ma fatto il cielo, gli bisognò tornare a Roma, dove fece per il detto cardinale una sepoltura di stucchi e di gesso, in uno spartimento della detta chiesa, una cappellina allato a quella, et altre figure, delle quali Raffaellino del Garbo suo discepolo ne lavorò alcune.
Fu stimata la sopra detta cappella, da maestro Lanzilago padoano e da Antonio detto Antoniasso romano pittori amendue dei migliori che fussero allora in Roma, duemila ducati d'oro, senza le spese degl'azzurri e de' garzoni.
La quale somma riscossa che ebbe, Filippo se ne tornò a Fiorenza dove finì la detta cappella degli Strozzi, la quale fu tanto bene condotta e con tanta arte e disegno ch'ella fa maravigliare chiunche la vede, per la novità e varietà delle bizzarrie che vi sono: uomini armati, tempii, vasi, cimieri, armadure, trofei, aste, bandiere, abiti, calzari, acconciature di capo, veste sacerdotali et altre cose con tanto bel modo condotte, che merita grandissima comendazione.
Et in questa opera dove è la ressurezione di Drusiana per S.
Giovanni Evangelista, si vede mirabilmente espressa la maraviglia che si fanno i circostanti nel vedere un uomo rendere la vita a una defunta con un semplice segno di croce, e più che tutti gl'altri si maraviglia un sacerdote, o vero filosofo che sia, che ha un vaso in mano, vestito all'antica.
Parimente in questa medesima storia fra molte donne diversamente abbigliate si vede un putto che impaurito d'un cagnolino spagnuolo pezzato di rosso, che l'ha preso coi denti per una fascia, ricorre intorno alla madre, et occultandosi fra i panni di quella, pare che non meno tema d'esser morso dal cane, che sia la madre spaventata e piena d'un certo orrore per la resurezione di Drusiana.
Appresso ciò, dove esso S.
Giovanni bolle nell'olio, si vede la collera del giudice, che comanda che il fuoco si faccia maggiore; et il riverberare delle fiamme nel viso di chi soffia, e tutte le figure sono fatte con belle e diverse attitudini.
Nell'altra faccia è S.
Filippo nel tempio di Marte, che fa uscire di sotto l'altare il serpente che occide col puzzo il figliuolo del re.
E dove in certe scale finge il pittore la buca per la quale uscì di sotto l'altare il serpente, vi dipinse la rottura d'uno scaglione tanto bene, che volendo una sera uno de' garzoni di Filippo riporre non so che cosa, acciò non fusse veduta da uno che picchiava per entrare, corse alla buca così in fretta per appiattarvela dentro e ne rimase ingannato.
Dimostrò anco tanta arte Filippo nel serpente, che il veleno, il fetore et il fuoco pare più tosto naturale che dipinto.
Et anco molto lodano la invenzione della storia, nell'essere quel Santo crucifisso, perché egli s'imaginò, per quanto si conosce, che egli in terra fusse disteso in sulla croce, e poi così tutto insieme alzato e tirato in alto per via di canapi e funi e di puntegli; le quali funi e canapi sono avvolte a certe anticaglie rotte e pezzi di pilastri et imbasamenti e tirate da alcuni ministri.
Dall'altro lato regge il peso della detta croce e del Santo che vi è sopra nudo, da una banda uno con una scala, con la quale l'ha inforcata, e dall'altra un altro con un puntello, sostenendola insino a che due altri, fatto lieva a piè del ceppo e pedale d'essa croce, va bilicando il peso, per metterla nella buca fatta in terra, dove aveva da stare ritta.
Che più? Non è possibile, né per invenzione, né per disegno, né per quale si voglia altra industria o artifizio, far meglio.
Sonovi, oltre ciò, molte grottesche et altre cose lavorate di chiaroscuro simili al marmo e fatte stranamente con invenzione e disegno bellissimo.
Fece anco ai frati Scopetini a S.
Donato fuor di Fiorenza, detto Scopeto, al presente rovinato, in una tavola i Magi che offeriscono a Cristo finita con molta diligenza, e vi ritrasse in figura d'uno astrologo che ha in mano un quadrante, Pier Francesco Vecchio de' Medici, figliuolo di Lorenzo di Bicci, e similmente Giovanni padre del signor Giovanni de' Medici et un altro Pier Francesco di esso signor Giovan