LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 121
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Antonio bellissimo di rilievo, di mano d'Andrea Sansovino scultore eccellentissimo.
Essendo Filippo ricerco d'andare in Ungheria al re Mattia, non volle andarvi; ma in quel cambio lavorò in Firenze per quel re due tavole molto belle che gli furono mandate, in una delle quali ritrasse quel re, secondo che gli mostrarono le medaglie.
Mandò anco lavori a Genoa, e fece a Bologna in S.
Domenico, allato alla cappella dell'altar maggiore a man sinistra, in una tavola un S.
Bastiano che fu cosa degna di molta lode.
A Tanai de' Nerli fece un'altra tavola di S.
Salvadore fuor di Fiorenza.
Et a Piero del Pugliese amico suo lavorò una storia di figure piccole, condotte con tanta arte e diligenza, che volendone un altro cittadino una simile, gliela dinegò dicendo esser impossibile farla.
Dopo queste opere fece, pregato da Lorenzo Vecchio de' Medici, per Olivieri Caraffa cardinale napolitano amico suo, una grandissima opera in Roma, là dove andando per ciò fare, passò, come volle esso Lorenzo, da Spoleto per dar ordine di far fare a fra' Filippo suo padre una sepoltura di marmo a spese di Lorenzo, poiché non aveva potuto dagli Spoletini ottenere il corpo di quello, per condurlo a Firenze; e così disegnò Filippo la detta sepoltura con bel garbo, e Lorenzo in su quel disegno la fece fare, come in altro luogo s'è detto, sontuosa e bella.
Condottosi poi Filippo a Roma fece al detto cardinale Caraffa, nella chiesa della Minerva, una cappella nella quale dipinse storie della vita di S.
Tommaso d'Aquino et alcune poesie molto belle, che tutte furono da lui, il quale ebbe in questo sempre propizia la natura, ingegnosamente trovate.
Vi si vede, dunque, dove la Fede ha fatto prigiona l'Infedeltà, tutti gl'eretici et infedeli.
Similmente, come sotto la Speranza è la Disperazione, così vi sono molte altre virtù che quel vizio che è loro contrario hanno soggiogato.
In una disputa è S.
Tommaso in catedra, che difende la Chiesa da una scuola d'eretici et ha sotto come vinti Sabellio, Arrio, Averroè et altri, tutti con graziosi abiti indosso.
Della quale storia ne abbiamo di propria mano di Filippo nel nostro libro de' disegni il proprio, con alcuni altri del medesimo, fatti con tanta pratica che non si può migliorare.
Evvi anco quando orando S.
Tommaso gli dice il Crucifisso: "Bene scripsisti de me Thoma" et un compagno di lui che udendo quel Crucifisso così parlare sta stupeffatto e quasi fuor di sé.
Nella tavola è la Vergine annunziata da Gabriello, e nella faccia l'assunzione di quella in cielo et i dodici Apostoli intorno al sepolcro.
La quale opera tutta fu et è tenuta molto eccellente, e per lavoro in fresco, fatta perfettamente.
Vi è ritratto di naturale il detto Olivieri Caraffa cardinale e vescovo d'Ostia, il quale fu in questa cappella sotterrato l'anno 1511, e dopo condotto a Napoli nel Piscopio.
Ritornato Filippo in Fiorenza, prese a fare con suo commodo e la cominciò, la cappella di Filippo Strozzi Vecchio in S.
Maria Novella; ma fatto il cielo, gli bisognò tornare a Roma, dove fece per il detto cardinale una sepoltura di stucchi e di gesso, in uno spartimento della detta chiesa, una cappellina allato a quella, et altre figure, delle quali Raffaellino del Garbo suo discepolo ne lavorò alcune.
Fu stimata la sopra detta cappella, da maestro Lanzilago padoano e da Antonio detto Antoniasso romano pittori amendue dei migliori che fussero allora in Roma, duemila ducati d'oro, senza le spese degl'azzurri e de' garzoni.
La quale somma riscossa che ebbe, Filippo se ne tornò a Fiorenza dove finì la detta cappella degli Strozzi, la quale fu tanto bene condotta e con tanta arte e disegno ch'ella fa maravigliare chiunche la vede, per la novità e varietà delle bizzarrie che vi sono: uomini armati, tempii, vasi, cimieri, armadure, trofei, aste, bandiere, abiti, calzari, acconciature di capo, veste sacerdotali et altre cose con tanto bel modo condotte, che merita grandissima comendazione.
Et in questa opera dove è la ressurezione di Drusiana per S.
Giovanni Evangelista, si vede mirabilmente espressa la maraviglia che si fanno i circostanti nel vedere un uomo rendere la vita a una defunta con un semplice segno di croce, e più che tutti gl'altri si maraviglia un sacerdote, o vero filosofo che sia, che ha un vaso in mano, vestito all'antica.
Parimente in questa medesima storia fra molte donne diversamente abbigliate si vede un putto che impaurito d'un cagnolino spagnuolo pezzato di rosso, che l'ha preso coi denti per una fascia, ricorre intorno alla madre, et occultandosi fra i panni di quella, pare che non meno tema d'esser morso dal cane, che sia la madre spaventata e piena d'un certo orrore per la resurezione di Drusiana.
Appresso ciò, dove esso S.
Giovanni bolle nell'olio, si vede la collera del giudice, che comanda che il fuoco si faccia maggiore; et il riverberare delle fiamme nel viso di chi soffia, e tutte le figure sono fatte con belle e diverse attitudini.
Nell'altra faccia è S.
Filippo nel tempio di Marte, che fa uscire di sotto l'altare il serpente che occide col puzzo il figliuolo del re.
E dove in certe scale finge il pittore la buca per la quale uscì di sotto l'altare il serpente, vi dipinse la rottura d'uno scaglione tanto bene, che volendo una sera uno de' garzoni di Filippo riporre non so che cosa, acciò non fusse veduta da uno che picchiava per entrare, corse alla buca così in fretta per appiattarvela dentro e ne rimase ingannato.
Dimostrò anco tanta arte Filippo nel serpente, che il veleno, il fetore et il fuoco pare più tosto naturale che dipinto.
Et anco molto lodano la invenzione della storia, nell'essere quel Santo crucifisso, perché egli s'imaginò, per quanto si conosce, che egli in terra fusse disteso in sulla croce, e poi così tutto insieme alzato e tirato in alto per via di canapi e funi e di puntegli; le quali funi e canapi sono avvolte a certe anticaglie rotte e pezzi di pilastri et imbasamenti e tirate da alcuni ministri.
Dall'altro lato regge il peso della detta croce e del Santo che vi è sopra nudo, da una banda uno con una scala, con la quale l'ha inforcata, e dall'altra un altro con un puntello, sostenendola insino a che due altri, fatto lieva a piè del ceppo e pedale d'essa croce, va bilicando il peso, per metterla nella buca fatta in terra, dove aveva da stare ritta.
Che più? Non è possibile, né per invenzione, né per disegno, né per quale si voglia altra industria o artifizio, far meglio.
Sonovi, oltre ciò, molte grottesche et altre cose lavorate di chiaroscuro simili al marmo e fatte stranamente con invenzione e disegno bellissimo.
Fece anco ai frati Scopetini a S.
Donato fuor di Fiorenza, detto Scopeto, al presente rovinato, in una tavola i Magi che offeriscono a Cristo finita con molta diligenza, e vi ritrasse in figura d'uno astrologo che ha in mano un quadrante, Pier Francesco Vecchio de' Medici, figliuolo di Lorenzo di Bicci, e similmente Giovanni padre del signor Giovanni de' Medici et un altro Pier Francesco di esso signor Giovanni fratello, et altri segnalati personaggi.
Sono in quest'opera mori, indiani, abiti stranamente acconci et una capanna bizzarrissima.
Al Poggio a Caiano cominciò per Lorenzo de' Medici un sacrifizio a fresco in una loggia, che rimase imperfetto.
E per le monache di S.
Ieronimo sopra la costa a S.
Giorgio in Firenze, cominciò la tavola dell'altar maggiore, che dopo la morte sua fu da Alonso Berughetta spagnuolo tirata assai bene inanzi, ma poi finita del tutto, essendo egli andato in Ispagna, da altri pittori.
Fece nel palazzo della Signoria la tavola della sala dove stavano gl'Otto di pratica; et il disegno d'un'altra tavola grande con l'ornamento per la sala del consiglio, il qual disegno, morendosi, non cominciò altramente a mettere in opera, se bene fu intagliato l'ornamento il quale è oggi appresso maestro Baccio Baldini fiorentino, fisico eccellentissimo et amatore di tutte le virtù.
Fece per la chiesa della Badia di Firenze un S.
Girolamo bellissimo.
Cominciò ai frati della Nunziata, per l'altar maggiore, un Deposto di croce; e finì le figure dal mezzo in sù solamente, perché sopragiunto da febre crudelissima e da quella strettezza di gola, che volgarmente si chiama sprimanzia, in pochi giorni si morì, di quarantacinque anni.
Onde essendo sempre stato cortese, affabile e gentile, fu pianto da tutti coloro che l'avevano conosciuto, e particolarmente dalla gioventù di questa sua nobile città, che nelle feste pubbliche mascherate et altri spettacoli si servì sempre con molta sodisfazione dell'ingegno et invenzione di Filippo, che in così fatte cose non ha avuto pari.
Anzi fu tale in tutte le sue azzioni, che ricoperse la macchia (qualunche ella si sia) lasciatagli dal padre.
La ricoprì dico, non pure con l'eccellenza della sua arte nella quale non fu ne' suoi tempi inferiore a nessuno, ma con vivere modesto e civile, e sopra tutto con l'esser cortese et amorevole; la qual virtù quanto abbia forza e potere in conciliarsi gl'animi universalmente di tutte le persone, coloro il sanno solamente, che l'hanno provato e provano.
Ebbe Filippo dai figliuoli suoi sepoltura in S.
Michele Bisdomini a' dì 13 aprile MDV.
E mentre si portava a sepellire si serrarono tutte le botteghe nella via de' Servi, come nell'essequie de' principi uomini si suol fare alcuna volta.
Furono discepoli di Filippo, ma non lo pareggiarono, a gran pezzo, Raffaellino del Garbo che fece, come si dirà al luogo suo, molte cose, se bene non confermò l'openione e speranza che di lui si ebbe vivendo Filippo et essendo esso Raffaellino ancor giovanetto.
E però non sempre sono i frutti simili ai fiori che si veggiono nella primavera.
Non riuscì anco molto valente Niccolò Zoccolo, o come altri lo chiamarono, Niccolò Cartoni il quale fu similmente discepolo di Filippo e fece in Arezzo la facciata che è sopra l'altare di S.
Giovanni Decollato, et in S.
Agnesa una tavolina assai ben lavorata; e nella Badia di S.
Fiora, sopra un lavamani, in una tavola un Cristo che chiede bere alla Samaritana, e molte altre opere che per essere state ordinarie non si raccontano.
VITA DI BERNARDINO PINTURICCHIO PITTORE PERUGINO
Sì come sono molti aiutati dalla fortuna senza essere di molta virtù dotati, così per lo contrario sono infiniti quei virtuosi che da contraria e nimica fortuna sono perseguitati; onde si conosce apertamente che ell'ha per figliuoli coloro che senza l'aiuto d'alcuna virtù dependono da lei; poiché le piace che dal suo favore sieno alcuni inalzati, che per via di meriti non sarebbono mai conosciuti; il che si vide nel Pinturicchio da Perugia, il quale ancor che facesse molti lavori e fusse aiutato da diversi, ebbe nondimeno molto maggior nome che le sue opere non meritarono.
Tuttavia egli fu persona che ne' lavori grandi ebbe molta pratica, e che tenne di continovo molti lavoranti nelle sue opere.
Avendo dunque costui nella sua prima giovanezza lavorato molte cose con Pietro da Perugia suo maestro, tirando il terzo di tutto il guadagno che si faceva, fu da Francesco Piccolomini cardinale chiamato a Siena a dipignere la libreria stata fatta da Papa Pio II nel Duomo di quella città.
Ma è ben vero che gli schizzi et i cartoni di tutte le storie che egli vi fece, furono di mano di Raffaello da Urbino allora giovinetto, il quale era stato suo compagno e condiscepolo appresso al detto Pietro; la maniera del quale aveva benissimo appresa il detto Raffaello; e di questi cartoni se ne vede ancor oggi uno in Siena et alcuni schizzi ne sono di man di Raffaello nel nostro libro.
Le storie dunque di questo lavoro, nel quale fu aiutato Pinturicchio da molti garzoni e lavoranti, tutti della scola di Pietro, furono divise in dieci quadri.
Nel primo è dipinto quando detto papa Pio Secondo nacque, di Silvio Piccolomini e di Vittoria, e fu chiamato Enea, l'anno 1405 in Valdorcia, nel castello di Corsignano, che oggi si chiama Pienza dal nome suo, per essere stata poi da lui edificata e fatta città.
Et in questo quadro sono ritratti di naturale il detto Silvio e Vettoria.
Nel medesimo è quando con Domenico cardinale di Capranica passa l'Alpe piena di ghiacci e di neve, per andare al concilio in Basilea.
Nel secondo è quando il Concilio manda esso Enea in molte legazioni, cioè in Argentina tre volte, a Trento, a Gostanza, a Francscordia et in Savoia.
Nella terza è quando il medesimo Enea è mandato oratore, da Felice Antipapa, a Federigo Terzo imperatore, appresso al quale fu di tanto merito la destrezza dell'ingegno, l'eloquenza e la grazia d'Enea, che da esso Federigo fu coronato, come poeta, di lauro, fatto protonotario, ricevuto fra gl'amici suoi e fatto primo Segretario.
Nel quarto è quando fu mandato da esso Federigo ad Eugenio Quarto, dal quale fu fatto vescovo di Trieste, e poi arcivescovo di Siena sua patria.
Nella quinta storia è quando il medesimo imperatore, volendo venire in Italia a pigliare la corona dell'imperio, manda Enea a Telamone, porto de' Sanesi, a rincontrare Leonora sua moglie che veniva di Portogallo.
Nella sesta va Enea, mandato dal detto imperatore a Calisto Quarto, per indurlo a far guerra ai Turchi, et in questa parte si vede che il detto pontefice, essendo travagliata Siena dal conte di Pittigliano e da altri, per colpa del re Alfonso di Napoli, lo manda a trattare la pace.
La quale ottenuta si disegna la guerra contra gl'Orientali; et egli tornato a Roma, è dal detto Pontefice fatto cardinale.
Nella settima, morto Calisto, si vede Enea esser creato sommo pontefice e chiamato Pio Secondo.
Nell'ottava va il Papa a Mantoa al concilio per la spedizione contra i Turchi, dove Lodovico marchese lo riceve con apparato splendidissimo e magnificenza incredibile.
Nella nona il medesimo mette nel catalogo de' Santi, e, come si dice, canonezza Caterina sanese monaca e Santa donna dell'Ordine de' frati predicatori.
Nella decima et ultima, preparando papa Pio un'armata grossissima, con l'aiuto e favore di tutti i principi cristiani, contra i Turchi, si muore in Ancona; et un romito dell'eremo di Camaldoli, santo uomo, vede l'anima d'esso Pontefice in quel punto stesso che muore, come anco si legge, essere d'Angeli portata in cielo.
Dopo si vede, nella medesima storia, il corpo del medesimo essere da Ancona portato a Roma, con orrevole compagnia d'infiniti signori e prelati, che piangono la morte di tanto uomo e di sì raro e santo Pontefice.
La quale opera è tutta piena di ritratti di naturale, che di tutti sarebbe longa storia i nomi raccontare, ed è tutta colorita di fini e vivacissimi colori, e fatta con varii ornamenti d'oro e molto ben considerati spartimenti nel cielo.
E sotto ciascuna storia è uno epitaffio latino che narra quello che in essa si contenga.
In questa libreria fu condotto dal detto Francesco Piccolomini cardinale e suo nipote, e messe in mezzo della stanza, le tre Grazie che vi sono di marmo, antiche e bellissime; le quali furono in que' tempi le prime anticaglie che fussono tenute in pregio.
Non essendo anco a fatica finita questa libreria, nella quale sono tutti i libri che lasciò il detto Pio II, fu creato papa il detto Francesco cardinale, nipote del detto pontefice Pio Secondo, che per memoria del zio volle esser chiamato Pio III.
Il medesimo Pinturicchio dipinse in una grandissima storia, sopra la porta della detta libreria che risponde in Duomo, grande dico quanto tiene tutta la facciata, la coronazione di detto papa Pio Terzo, con molti ritratti di naturale, e sotto vi si leggono queste parole:
Pius III senensis Pii Secundi nepos M.DIII.
septembris XXI.
apertis electus suffragiis; octavo octobris coronatus est.
Avendo il Pinturicchio lavorato in Roma al tempo di Papa Sisto, quando stava con Pietro Perugino, aveva fatto servitù con Domenico della Rovere cardinale di S.
Clemente, onde avendo il detto cardinale fatto in Borgo Vecchio un molto bel palazzo, volle che tutto lo dipignesse esso Pinturicchio e che facesse nella facciata l'arme di papa Sisto, tenuta da due putti.
Fece il medesimo nel palazzo di S.
Apostolo alcune cose per Sciarra Colonna.
E non molto dopo, cioè l'anno 1484, Innocenzio Ottavo genovese gli fece dipignere alcune sale e loggie nel palazzo di Belvedere, dove fra l'altre cose, sì come volle esso Papa, dipinse una loggia tutta di paesi, e vi ritrasse Roma, Milano, Genova, Fiorenza, Vinezia e Napoli alla maniera de' Fiamminghi, che, come cosa insino allora non più usata, piacquero assai.
E nel medesimo luogo dipinse una Nostra Donna a fresco all'entrata della porta principale.
In S.
Piero alla cappella dove è la lancia che passò il costato a Gesù Cristo, dipinse in una tavola a tempera, per il detto Innocenzio Ottavo, la Nostra Donna maggior che il vivo; e nella chiesa di S.
Maria del Popolo dipinse due cappelle, una per il detto Domenico della Rovere cardinale di S.
Clemente, nella quale fu poi sepolto, e l'altra a Innocenzio Cibo cardinale, nella quale anch'egli fu poi sotterrato, et in ciascuna di dette cappelle ritrasse i detti cardinali che le fecero fare.
E nel palazzo del papa dipinse alcune stanze, che rispondono sopra il cortile di S.
Piero, alle quali sono state pochi anni sono, da Papa Pio Quarto, rinnovati i palchi e le pitture.
Nel medesimo palazzo gli fece dipignere Alessandro Sesto tutte le stanze dove abitava, e tutta la Torre Borgia, nella quale fece istorie dell'arti liberali in una stanza, e lavorò tutte le volte di stucchi e d'oro; ma perché non avevano il modo di fare gli stucchi in quella maniera che si fanno oggi, sono i detti ornamenti per la maggior parte guasti.
In detto palazzo ritrasse, sopra la porta d'una camera, la signora Giulia Farnese nel volto d'una Nostra Donna; e nel medesimo quadro la testa di esso papa Alessandro che l'adora.
Usò molto Bernardino di fare alle sue pitture ornamenti di rilievo messi d'oro, per sodisfare alle persone che poco di quell'arte intendevano, acciò avessono maggior lustro e veduta, il che è cosa goffissima nella pittura.
Avendo dunque fatto in dette stanze una storia di S.
Caterina, figurò gl'archi di Roma di rilievo, e le figure dipinte di modo che essendo inanzi le figure e dietro i casamenti, vengono più inanzi le cose che diminuiscono, che quelle che secondo l'occhio crescono: eresia grandissima nella nostra arte.
In Castello Sant'Angelo dipinse infinite stanze a grottesche, ma nel torrione da basso nel giardino, fece istorie di papa Alessandro, e vi ritrasse Isabella regina catolica, Niccolò Orsino conte di Pitigliano, Gianiacomo Triulzi con molti altri parenti et amici di detto Papa, et in particolare Cesare Borgia, il fratello e le sorelle, e molti virtuosi di que' tempi.
A Monte Oliveto di Napoli, alla cappella di Paulo Tolosa, è di mano del Pinturicchio una tavola d'una Assunta.
Fece costui infinite altre opere per tutta Italia, che per non essere molto eccellenti, ma di pratica, le porrò in silenzio.
Usava dire il Pinturicchio che il maggior rilievo che possa dare un pittore alle figure, era l'avere da sé, senza saperne grado a principi o ad altri.
Lavorò anco in Perugia ma poche cose.
In Araceli dipinse la cappella di S.
Bernardino; et in S.
Maria del Popolo, dove abbiam detto che fece le due cappelle, fece nella volta della cappella maggiore i quattro Dottori della Chiesa.
Essendo poi all'età di 59 anni pervenuto, gli fu dato a fare in S.
Francesco di Siena, in una tavola, una Natività di Nostra Donna, alla qual avendo messo mano, gli consegnarono i frati una camera per suo abitare, e gliela diedero, sì come volle, vacua e spedita del tutto, salvo che d'un cassonaccio grande et antico, e perché pareva loro troppo sconcio a tramutarlo.
Ma Pinturicchio, come strano e fantastico uomo che egli era, ne fece tanto rumore e tante volte, che i frati finalmente si misero per disperati a levarlo via.
E fu tanta la loro ventura, che nel cavarlo fuori si ruppe un'asse nella quale erano cinquecento ducati d'oro di camera.
Della qual cosa prese Pinturicchio tanto dispiacere e tanto ebbe a male il bene di que' poveri frati, che più non si potrebbe pensare e se n'accorò di maniera, non mai pensando ad altro, che di quello si morì.
Furono le sue pitture circa l'anno 1513.
Fu suo compagno et amico, se bene era più vecchio di lui, Benedetto Buonfiglio pittore perugino il quale molte cose lavorò in Roma nel palazzo del papa con altri maestri.
Et in Perugia sua patria fece nella cappella della Signoria istorie della vita di S.
Ercolano vescovo e protettore di quella città, e nella medesima alcuni miracoli fatti da S.
Lodovico.
In S.
Domenico dipinse in una tavola a tempera la storia de' Magi, et in un'altra molti Santi.
Nella chiesa di S.
Bernardino dipinse un Cristo in aria con esso S.
Bernardino et un popolo da basso.
Insomma fu costui assai stimato nella sua patria, inanzi che venisse in cognizione Pietro Perugino.
Fu similmente amico di Pinturicchio, e lavorò assai cose con esso lui, Gerino Pistolese, che fu tenuto diligente coloritore et assai imitatore della maniera di Pietro Perugino, con il quale lavorò in sin presso alla morte.
Costui fece in Pistoia sua patria poche cose.
Al borgo S.
Sepolcro fece in una tavola a olio nella Compagnia del buon Gesù una Circoncisione che è ragionevole; nella pieve del medesimo luogo dipinse una cappella in fresco, et in sul Tevere, per la strada che va ad Anghiari, fece un'altra cappella pur a fresco per la comunità.
Et in quel medesimo luogo in S.
Lorenzo, Badia de' monaci di Camaldoli, fece un'altra cappella.
Mediante le quali opere fece così lunga stanza al Borgo, che quasi se l'elesse per patria.
Fu costui persona meschina nelle cose dell'arte, durava grandissima fatica nel lavorare, e penava tanto a condurre un'opera che era uno stento.
Fu ne' medesimi tempi eccellente pittore nella città di Fuligno, Niccolò Alunno, perché non si costumando molto di colorire ad olio inanzi a Pietro Perugino, molti furono tenuti valenti uomini, che poi non riuscirono.
Niccolò dunque sodisfece assai nell'opere sue, per che se bene non lavorò se non a tempera, perché faceva alle sue figure teste ritratte dal naturale e che parevano vive, piacque assai la sua maniera.
In S.
Agostino di Fuligno è di sua mano in una tavola una Natività di Cristo et una predella di figure piccole.
In Ascesi fece un gonfalone, che si porta a processione, nel Duomo la tavola dell'altar maggiore et in S.
Francesco un'altra tavola.
Ma la miglior pittura che mai lavorasse Niccolò fu una cappella nel Duomo, dove fra l'altre cose vi è una Pietà e due Angeli, che tenendo due torcie piangono tanto vivamente, che io giudico che ogni altro pittore, quanto si voglia eccellente, arebbe potuto far poco meglio.
A S.
Maria degl'Angeli in detto luogo dipinse la facciata e molte altre opere, delle quali non accade far menzione, bastando aver tocche le migliori.
E questo sia il fine della vita di Pinturicchio, il quale fra l'altre cose sodisfece assai a molti principi e signori, perché dava presto l'opere finite, sì come disiderano, se bene per avventura manco buone che chi le fa adagio e consideratamente.
VITA DI FRANCESCO FRANCIA BOLOGNESE OREFICE E PITTORE
Francesco Francia, il quale nacque in Bologna l'anno 1450 di persone artigiane ma assai costumate e da bene, fu posto nella sua prima fanciullezza all'orefice; nel quale esercizio adoperandosi con ingegno e spirito, si fece crescendo di persona e d'aspetto tanto ben proporzionato, e nella conversazione e nel parlare tanto dolce e piacevole, che ebbe forza di tenere allegro e senza pensieri col suo ragionamento qualunche fusse più malinconico, per lo che fu non solamente amato da tutti coloro che di lui ebbono cognizione, ma ora da molti principi italiani et altri signori.
Attendendo dunque, mentre stava all'orefice, al disegno, in quello tanto si compiacque che svegliando l'ingegno a maggior cose, fece in quello grandissimo profitto, come per molte cose lavorate d'argento in Bologna sua patria si può vedere, e particolarmente in alcuni lavori di niello eccellentissimi.
Nella qual maniera di fare mise molte volte nello spazio di due dita d'altezza e poco più lungo venti figurine proporzionatissime e belle.
Lavorò di smalto ancora molte cose d'argento, che andarono male nella rovina e cacciata de' Bentivogli.
E per dirlo in una parola lavorò egli qualunche cosa può far quell'arte, meglio che altri facesse già mai.
Ma quello di che egli si dilettò sopra modo et in che fu eccellente, fu il fare conii per medaglie, nel che fu ne' tempi suoi singularissimo, come si può vedere in alcune che ne fece, dove è naturalissima la testa di papa Giulio Secondo che stettono a paragone di quelle di Caradosso.
Oltra che fece le medaglie del signor Giovanni Bentivogli che par vivo, e d'infiniti principi, i quali nel passaggio di Bologna si fermavano, et egli faceva le medaglie ritratte in cera, e poi finite le madri de' conii, le mandava loro; di che, oltra la immortalità della fama, trasse ancora presenti grandissimi.
Tenne continuamente mentre che e' visse la Zecca di Bologna; e fece le stampe di tutti i conii per quella, nel tempo che i Bentivogli reggevano; e poiché se n'andarono, ancora mentre che visse papa Iulio, come ne rendono chiarezza le monete che il papa gittò nella entrata sua, dove era da una banda la sua testa naturale, e da l'altra queste lettere: Bononia per Iulium a tyranno liberata.
E fu talmente tenuto eccellente in questo mestiero, che durò a far le stampe delle monete fino al tempo di Papa Leone; e tanto sono in pregio le impronte de' conii suoi, che chi ne ha le stima tanto per danari non se ne può avere.
Avenne che il Francia, desideroso di maggior gloria, avendo conosciuto Andrea Mantegna e molti altri pittori che avevano cavato da la loro arte e facultà et onori, deliberò provare se la pittura gli riuscisse nel colorito, avendo egli sì fatto disegno che e' poteva comparire largamente con quegli.
Onde, dato ordine a farne pruova, fece alcuni ritratti et altre cose piccole, tenendo in casa molti mesi persone del mestiero, che gl'insegnassino i modi e l'ordine del colorire, di maniera che egli, che aveva giudizio molto buono, vi fé la pratica prestamente; e la prima opera che egli facesse fu una tavola non molto grande a Messer Bartolomeo Felisini che la pose nella Misericordia, chiesa fuor di Bologna, nella qual tavola è una Nostra Donna a seder sopra una sedia con molte altre figure e con il detto Messer Bartolomeo ritratto di naturale, et è lavorata a olio, con grandissima diligenza.
La qual opera da lui fatta l'anno 1490, piacque talmente in Bologna che Messer Giovanni Bentivoglio desideroso di onorar con l'opere di questo nuovo pittore la cappella sua, in S.
Iacopo di quella città, gli fece fare, in una tavola, una Nostra Donna in aria e due figure per lato, con due Angioli da basso che suonano.
La qual opera fu tanto ben condotta dal Francia, che meritò da Messer Giovanni oltra le lode, un presente onoratissimo.
Laonde, incitato da questa opera monsignore de' Bentivogli gli fece fare una tavola per l'altar maggior della Misericordia, che fu molto lodata, dentrovi la Natività di Cristo dove oltre al disegno non è, se non bella, l'invenzione, et il colorito non sono se non lodevoli.
Et in questa opera fece monsignore ritratto di naturale molto simile per quanto dice chi lo conobbe, et in quello abito stesso che egli, vestito da pellegrino, tornò in Ierusalemme.
Fece similmente in una tavola, nella chiesa della Nunziata fuor della porta di S.
Mammolo, quando la Nostra Donna è annunziata dall'Angelo, insieme con due figure per lato, tenuta cosa molto ben lavorata.
Mentre dunque per l'opere del Francia era cresciuta la fama sua, deliberò egli, sì come il lavorare a olio gli aveva dato fama et utile, così di vedere se il medesimo gli riusciva nel lavoro in fresco.
Aveva fatto Messer Giovanni Bentivogli dipignere il suo palazzo a diversi maestri e ferraresi e di Bologna et alcuni altri modonesi, ma vedute le pruove del Francia a fresco, deliberò che egli vi facesse una storia, in una facciata d'una camera dove egli abitava, per suo uso, nella quale fece il Francia il campo di Oloferne armato in diversi guardie, a piedi et a cavallo, che guardavano i padiglioni; e mentre che erano attenti ad altro, si vedeva il sonnolento Oloferne preso da una femmina soccinta in abito vedovile, la quale con la sinistra teneva i capegli sudati per il calore del vino e del sonno, e con la destra vibrava il colpo per uccidere il nemico; mentre che una serva vecchia con crespe et aria veramente da serva fidatissima, intenta negli occhi della sua Iudit per inanimirla, chinata giù con la persona, teneva bassa una sporta per ricevere in essa il capo del sonnacchioso amante.
Storia che fu delle più belle e meglio condotte che il Francia facesse mai; la quale andò per terra nelle rovine di quello edifizio, nella uscita de' Bentivogli, insieme con un'altra storia sopra questa medesima camera, contraffatta di colore di bronzo, d'una disputa di filosofi molto eccellentemente lavorata et espressovi il suo concetto.
Le quali opere furono cagione che Messer Giovanni e quanti eran di quella casa, lo amassino et onorassino; e dopo loro, tutta quella città.
Fece nella cappella di S.
Cecilia, attaccata con la chiesa di S.
Iacopo, due storie lavorate in fresco, in una delle quali dipinse quando la Nostra Donna è sposata da Giuseppo e nell'altra la morte di S.
Cecilia, tenuta cosa molto lodata da' Bolognesi; e nel vero il Francia prese tanta pratica e tanto animo nel veder caminar a perfezzione l'opere che egli voleva, ch'e' lavorò molte cose che io non ne farò memoria; bastandomi mostrare a chi vorrà veder l'opere sue, solamente le più notabili e le migliori.
Né per questo la pittura gl'impedì mai che egli non seguitasse e la Zecca e l'altre cose delle medaglie, come e' faceva sino dal principio.
Ebbe il Francia, secondo che si dice, grandissimo dispiacere de la partita di Messer Giovanni Bentivogli; perché avendogli fatti tanti benefizii gli dolse infinitamente; ma pure, come savio e costumato che egli era, attese all'opere sue.
Fece dopo la sua partita di quello, tre tavole che andarono a Modena, in una delle quali era quando S.
Giovanni battezza Cristo, nell'altra una Nunziata bellissima e nella ultima una Nostra Donna in aria con molte figure, la qual fu posta nella chiesa de' frati dell'Osservanza.
Spartasi dunque per cotante opere la fama di così eccellente maestro, facevano le città a gara per aver dell'opere sue.
Laonde fece egli in Parma ne' monaci neri di S.
Giovanni, una tavola con un Cristo morto in grembo alla Nostra Donna et intorno molte figure, tenuta universalmente cosa bellissima; per che, trovandosi serviti, i medesimi frati operarono ch'egli ne facesse un'altra a Reggio di Lombardia in un luogo loro, dov'egli fece una Nostra Donna con molte figure.
A Cesena fece un'altra tavola pure per la chiesa di questi monaci, e vi dipinse la Circoncisione di Cristo colorita vagamente.
Né volsono avere invidia i Ferraresi agl'altri circonvicini, anzi diliberati ornare delle fatiche del Francia il loro Duomo, gli allogarono una tavola, che vi fece su un gran numero di figure, e la intitolarono la tavola di Ogni Santi.
Fecene in Bologna una in S.
Lorenzo, con una Nostra Donna e due figure per banda, e due putti sotto, molto lodata.
Né ebbe appena finita questa, che gli convenne farne un'altra in S.
Iobbe, con un Crucifisso e S.
Iobbe ginocchioni appiè della croce, e due figure da' lati.
Era tanto sparsa la fama e l'opere di questo artefice per la Lombardia, che fu mandato di Toscana ancora per alcuna cosa di suo, come fu da Lucca, dove andò una tavola dentrovi una S.
Anna e la Nostra Donna con molte altre figure, e sopra un Cristo morto in grembo alla madre; la quale opera è posta nella chiesa di S.
Fridiano et è tenuta da' lucchesi cosa molto degna.
Fece in Bologna per la chiesa della Nunziata due altre tavole che furon molto diligentemente lavorate; e così fuor della porta a Strà Castione nella Misericordia, ne fece un'altra a requisizione d'una gentildonna de' Manzuoli.
Nella quale dipinse la Nostra Donna col Figliuolo in collo, S.
Giorgio, S.
Giovanni Batista, S.
Stefano e S.
Agostino con un Angelo a' piedi, che tiene le mani giunte con tanta grazia, che par proprio di Paradiso.
Nella Compagnia di S.
Francesco nella medesima città, ne fece un'altra; e similmente una ne la Compagnia di S.
Ieronimo.
Aveva sua dimestichezza Messer Paolo Zambeccaro, e come amicissimo per ricordanza di lui gli fece fare un quadro assai grande, dentrovi una Natività di Cristo che è molto celebrata delle cose che egli fece.
E per questa cagione Messer Polo gli fece dipignere due figure in fresco, alla sua villa, molto belle.
Fece ancora in fresco una storia molto leggiadra in casa Messer Ieronimo Bolognino, con molte varie e bellissime figure.
Le quali opere tutte insieme gli avevano recato una reverenza in quella città, che v'era tenuto come uno iddio.
E quello che gliel'accrebbe in infinito, fu che il Duca d'Urbino gli fece dipignere un par di barde da cavallo, nelle quali fece una selva grandissima d'alberi, che vi era appiccato il fuoco, e fuor di quella usciva quantità grande di tutti gli animali aerei e terrestri, et alcune figure: cosa terribile, spaventosa e veramente bella, che fu stimata assai per il tempo consumatovi sopra nelle piume degli ucelli e nelle altre sorti d'animali terrestri, oltra le diversità delle frondi e rami diversi, che nella varietà degli alberi si vedevano.
La quale opera fu riconosciuta con doni di gran valuta, per satisfare alle fatiche del Francia; oltra che il Duca sempre gli ebbe obligo per le lodi che egli ne ricevé.
Il duca Guido Baldo parimente ha nella sua guardaroba, di mano del medesimo, in un quadro una Lucrezia romana da lui molto stimata, con molte altre pitture, delle quali si farà, quando sia tempo, menzione.
Lavorò dopo queste, una tavola di S.
Vitale et Agricola, allo altare della Madonna, che vi è dentro due Angeli che suonano il liuto, molto begli.
Non conterò già i quadri che sono sparsi per Bologna in casa que' gentiluomini, e meno la infinità de' ritratti di naturale che egli fece, perché troppo sarei prolisso.
Basti che mentre che egli era in cotanta gloria e godeva in pace le sue fatiche, era in Roma Raffaello da Urbino; e tutto il giorno gli venivano intorno molti forestieri, e fra gli altri molti gentiluomini bolognesi, per vedere l'opere di quello.
E perché egli avviene il più delle volte che ognuno loda volentieri gli ingegni di casa sua, cominciarono questi bolognesi con Raffaello a lodare l'opere, la vita e le virtù del Francia; e così feciono tra loro a parole tanta amicizia, che il Francia e Raffaello si salutarono per lettere.
Et udito il Francia tanta fama de le divine pitture di Raffaello, desiderava veder l'opere sue; ma già vecchio et agiato, si godeva la sua Bologna.
Avvenne appresso che Raffaello fece in Roma per il cardinal de' Pucci Santi IIII una tavola di S.
Cecilia, che si aveva a mandare in Bologna per porsi in una cappella in S.
Giovanni in Monte, dove è la sepoltura della beata Elena dall'Olio; et incassata, la dirizzò al Francia, che come amico gliela dovesse porre in sull'altare di quella cappella, con l'ornamento come l'aveva esso acconciato.
Il che ebbe molto caro il Francia, per aver agio di veder, sì come avea tanto disiderato, l'opere di Raffaello.
Et avendo aperta la lettera che gli scriveva Raffaello, dove e' lo pregava se ci fusse nessun graffio che e' l'acconciase e similmente conoscendoci alcuno errore come amico lo correggesse, fece con allegrezza grandissima ad un buon lume trarre della cassa la detta tavola.
Ma tanto fu lo stupore che e' ne ebbe e tanto grande la maraviglia, che conoscendo qui lo error suo e la stolta presunzione della folle credenza sua, si accorò di dolore e fra brevissimo tempo se ne morì.
Era la tavola di Raffaello divina, e non dipinta ma viva, e talmente ben fatta e colorita da lui, che fra le belle che egli dipinse mentre visse, ancora che tutte siano miracolose, ben poteva chiamarsi rara.
Laonde il Francia mezzo morto per il terrore e per la bellezza della pittura che era presente agl'occhi, et a paragone di quelle che intorno di sua mano si vedevano, tutto smarrito la fece con diligenzia porre in S.
Giovanni in Monte, a quella cappella dove doveva stare, et entratosene fra pochi dì nel letto, tutto fuori di se stesso, parendoli esser rimasto quasi nulla nell'arte appetto a quello che egli credeva e che egli era tenuto, di dolore e malinconia, come alcuni credono, si morì essendoli advenuto, nel troppo fisamente contemplare la vivissima pittura di Raffaello, quello che al Fivizano nel vagheggiare la sua bella Morte, de la quale è scritto questo epigramma:
Me veram pictor divinus mentre recepit.
Admota est operi, deinde perita manus.
Dumque opere in facto defigit lumina pictor
intentus nimium, palluit et moritur.
Viva igitur sum mors; non mortua mortis imago
si fungor quo mors fungitur officio.
Tuttavolta dicono alcuni altri che la morte sua fu sì subita, che a molti segni apparì più tosto veleno o giocciola che altro.
Fu il Francia uomo savio e regolatissimo del vivere e di buone forze.
E morto, fu sepolto onoratamente dai suoi figliuoli in Bologna, l'anno MDXVIII.
VITA DI PIETRO PERUGINO PITTORE
Di quanto benefizio sia agli ingegni alcuna volta la povertà, quanto ella sia potente cagione di fargli venir perfetti et eccellenti in qual si voglia facultà, assai chiaramente si può vedere nelle azzioni di Pietro Perugino.
Il quale partitosi da le estreme calamità di Perugia e condottosi a Fiorenza, desiderando co 'l mezzo della virtù di pervenire a qualche grado, stette molti mesi, non avendo altro letto, poveramente a dormire in una cassa; fece de la notte giorno, e con grandissimo fervore continuamente attese allo studio della sua professione.
Et avendo fatto l'abito in quello, nessuno altro piacere conobbe che di affaticarsi sempre in quell'arte e sempre dipignere.
Perché avendo sempre dinanzi agl'occhi il terrore della povertà, faceva cose per guadagnare, che e' non arebbe forse guardate, se avesse avuto da mantenersi.
E per avventura tanto gli arebbe la ricchezza chiuso il camino da venire eccellente per la virtù quanto glielo aperse la povertà e ve lo spronò il bisogno, disiderando venire da sì misero e basso grado, se e' non poteva al sommo e supremo, ad uno almeno dove egli avesse da sostentarsi.
Per questo non si curò egli mai di freddo, di fame, di disagio, di incomodità, di fatica, né di vergogna, per potere vivere un giorno in agio e riposo; dicendo sempre, e quasi in proverbio, che dopo il cattivo tempo è necessario che e' venga il buono: e che quando è buono tempo si fabricano le case per potervi stare al coperto quando e' bisogna.
Ma perché meglio si conosca il progresso di questo artefice, cominciandomi dal suo principio dico, secondo la publica fama, che nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro.
Il quale allevato fra la miseria e lo stento, fu dato dal padre per fattorino a un dipintore di Perugia, il quale non era molto valente in quel mestiero, ma aveva in gran venerazione e l'arte e gli uomini che in quella erano eccellenti.
Né mai con Pietro faceva altro che dire di quanto guadagno et onore fusse la pittura a chi ben la esercitasse.
E contandoli i premii già delli antichi e de' moderni, confortava Pietro a lo studio di quella.
Onde gli accese l'animo di maniera che gli venne capriccio di volere (se la fortuna lo volesse aiutare) essere uno di quelli.
E però spesso usava di domandare qualunque conosceva essere stato per lo mondo, in che parte meglio si facesseno gli uomini di quel mestiero, e particularmente il suo maestro.
Il quale gli rispose sempre di un medesimo tenore, cioè che in Firenze più che altrove venivano gli uomini perfetti in tutte l'arti, e specialmente nella pittura, atteso che in quella città sono spronati gl'uomini da tre cose: l'una dal biasimare che fanno molti e molto, per far quell'aria gli ingegni liberi di natura, e non contentarsi universalmente dell'opere pur mediocri, ma sempre più ad onore del buono e del bello, che a rispetto del facitore considerarle; l'altra che a volervi vivere bisogna essere industrioso, il che non vuole dire altro che adoperare continuamente l'ingegno et il giudizio et essere accorto e presto nelle sue cose, e finalmente saper guadagnare, non avendo Firenze paese largo et abbondante, di maniera che e' possa dar le spese per poco a chi si sta, come dove si truova del buono assai; la terza, che non può forse manco dell'altre, è una cupidità di gloria et onore, che quella aria genera grandissima in quelli d'ogni perfezzione, la qual, in tutte le persone che hanno spirito, non consente che gli uomini voglino stare al pari, non che restare indietro a chi e' veggono essere uomini come sono essi, benché gli riconoschino per maestri; anzi gli sforza bene spesso a desiderar tanto la propria grandezza, che se non sono benigni di natura o savi, riescono maldicenti, ingrati e sconoscenti de' benefizii.
È ben vero che quando l'uomo vi ha imparato tanto che basti, volendo far altro che vivere come gl'animali giorno per giorno e desiderando farsi ricco, bisogna partirsi di quivi e vender fuora la bontà delle opere sue e la riputazione di essa città; come fanno i dottori quella del loro studio; perché Firenze fa de li artefici suoi quel che il tempo de le sue cose: che fatte se le disfa e se le consuma a poco a poco.
Da questi avvisi dunque e dalle persuasioni di molti altri mosso, venne Pietro in Fiorenza con animo di farsi eccellente; e bene gli venne fatto conciò sia che al suo tempo le cose della maniera sua furono tenute in pregio grandissimo.
Studiò sotto la disciplina d'Andrea Verrocchio, e le prime sue figure furono fuor della porta al Prato, in S.
Martino alle monache, oggi ruinato per le guerre, et in Camaldoli un S.
Girolamo in muro allora molto stimato da' Fiorentini, e con lode messo inanzi per aver fatto quel santo vecchio, magro et asciutto con gl'occhi fisso nel Crucifisso, e tanto consumato che pare una notomia, come si può vedere in uno cavato da quello, che ha il già detto Bartolomeo Gondi.
Venne dunque in pochi anni in tanto credito, che de l'opere sue s'empié non solo Fiorenza et Italia, ma la Francia, la Spagna e molti altri paesi, dove elle furono mandate.
Laonde, tenute le cose sue in riputazione e pregio grandissimo, cominciarono i mercanti a fare incetta di quelle, et a mandarle fuori in diversi paesi, con molto loro utile e guadagno.
Lavorò alle donne di S.
Chiara, in una tavola un Cristo morto con sì vago colorito e nuovo, e che fece credere agl'artefici d'avere a essere maraviglioso et eccellente.
Veggonsi in questa opera alcune bellissime teste di vecchi, e similmente certe Marie, che restate di piagnere, considerano il Morto con ammirazione et amore straordinario; oltre che vi fece un paese, che fu tenuto allora bellissimo, per non si esser ancora veduto il vero modo di fargli, come si è veduto poi.
Dicesi che Francesco del Pugliese volle dare alle dette monache tre volte tanti danari, quanti elle avevano pagato a Pietro, e farne far loro una simile a quella, di mano propria del medesimo, e che elle non vollono acconsentire, perché Pietro disse che non credeva poter quella paragonare.
Erano anco fuor della porta a' Pinti, nel convento de' frati Gesuiti, molte cose di man di Pietro; ma perché oggi la detta chiesa e convento sono rovinati, non voglio che mi paia fatica, con questa occasione, prima che io più oltre in questa vita proceda, dirne alcune poche cose.
Questa chiesa dunque, la quale fu architettura d'Antonio di Giorgio da Settignano, era longa braccia quaranta e larga venti; a sommo, per quattro scaglioni, o vero gradi, si saliva a un piano di braccia sei, sopra il qual era l'altar maggiore con molti ornamenti di pietre intagliate, e sopra il detto altare era posta con ricco ornamento una tavola, come si è detto, di mano di Domenico Ghirlandaio.
A mezzo la chiesa era un tramezzo di muro, con una porta traforata dal mezzo in su, la quale mettevano in mezzo due altari, sopra ciascuno de' quali era, come si dirà, una tavola di mano di Pietro Perugino, e sopra la detta porta era un bellissimo Crucifisso di mano di Benedetto da Maiano, messo in mezzo da una Nostra Donna et un San Giovanni di rilievo.
E dinanzi al detto piano dell'altare maggiore, appoggiandosi a detto tramezzo, era un coro di legname di noce e d'ordine dorico, molto ben lavorato: e sopra la porta principale della chiesa era un altro coro che posava sopra un legno armato, e di sotto faceva palco, o vero soffittato, con bellissimo spartimento e con un ordine di balaustri che faceva sponda al dinanzi del coro, che guardava verso l'altar maggiore.
Il qual coro era molto commodo per l'ore della notte ai frati di quel convento, e per fare loro particolare orazioni, e similmente per i giorni feriali.
Sopra la porta principale della chiesa, che era fatta con bellissimi ornamenti di pietra et aveva un portico dinanzi, in sulle colonne che copriva in sin sopra la porta del convento, era in un mezzo tondo un S.
Giusto vescovo in mezzo a due Angeli, di mano di Gherardo miniatore, molto bello; e ciò perché la detta chiesa era intitolata a detto S.
Giusto, e là entro si serbava da que' frati una reliquia, cioè un braccio di esso Santo.
All'entrare di quel convento era un picciol chiostro di grandezza appunto quanto la chiesa, cioè lungo braccia quaranta e largo venti, gl'archi e volte del quale che giravano intorno, posava sopra colonne di pietra, che facevano una spaziosa e molto commoda loggia intorno intorno.
Nel mezzo del cortile di questo chiostro, che era tutto pulitamente e di pietre quadre lastricato, era un bellissimo pozzo con una loggia sopra, che posava similmente sopra colonne di pietra e faceva ricco e bello ornamento.
Et in questo chiostro era il capitolo de' frati, la porta del fianco che entrava in chiesa, e le scale che salivano di sopra al dormentorio, et altre stanze a commodo de' frati.
Di là da questo chiostro, a dirittura della porta principale del convento, era un andito lungo quanto il capitolo e la camarlingheria e che rispondeva in un altro chiostro maggiore e più bello che il primo.
E tutta questa dirittura, cioè le 40 braccia della loggia del primo chiostro, l'andito e quella del secondo, facevano un riscontro lunghissimo e bello, quanto più non si può dire, essendo massimamente fuor del detto ultimo chiostro e nella medesima dirittura, una viottola dell'orto lunga braccia dugento.
E tutto ciò venendosi dalla principal porta del convento, faceva una veduta maravigliosa.
Nel detto secondo chiostro era un reffettorio lungo braccia sessanta e largo 18, con tutte quelle accommodate stanze e, come dicono i frati, officine che a un sì fatto convento si richiedevano.
Di sopra era un dormentorio a guida di T, una parte del quale, cioè la principale e diritta, la quale era braccia 60, era doppia, cioè aveva le celle da ciascun lato et in testa in uno spazio di quindici braccia un oratorio, sopra l'altare del quale era una tavola di mano di Piero Perugino, e sopra la porta di esso oratorio era un'altra opera in fresco, come si dirà, di mano del medesimo.
Et al medesimo piano, cioè sopra il capitolo, era una stanza grande dove stavano que' padri a fare le finestre di vetro, con i fornegli et altri commodi che a cotale esercizio erano necessarii.
E perché mentre visse Pietro, egli fece loro per molte opere i cartoni, furono i lavori che fecero al suo tempo tutti eccellenti.
L'orto poi di questo convento era tanto bello e tanto ben tenuto, e con tanto ordine le viti intorno al chiostro e per tutto accommodate, che intorno a Firenze non si poteva veder meglio.
Similmente la stanza dove stillavano, secondo il costume loro, acque odorifere e cose medicinali aveva tutti quegli agi, che più e migliori si possono imaginare.
Insomma quel convento era de' begli e bene accomodati che fussero nello stato di Firenze; e però ho voluto farne questa memoria, e massimamente essendo di mano del nostro Pietro Perugino la maggior parte delle pitture che vi erano.
Al qual Pietro tornando oramai, dico che dell'opere che fece in detto convento, non si sono conservate se non le tavole, perché quelle lavorate a fresco furono per lo assedio di Firenze, insieme con tutta quella fabrica, gettate per terra, e le tavole portate alla porta a San Piergattolini, dove ai detti frati fu dato luogo nella chiesa e convento di S.
Giovannino.
Le due tavole, adunque, che erano nel sopra detto tramezzo, erano di man di Piero; et in una era un Cristo nell'orto e gl'Apostoli che dormono, ne' quali mostrò Pietro quanto vaglia il sonno contra gl'affanni e' dispiaceri, avendogli figurati dormire in attitudini molto agiate.
E nell'altra fece una Pietà, cioè Cristo in grembo alla Nostra Donna con quattro figure intorno non men buone che l'altre della maniera sua, e fra l'altre cose fece il detto Cristo morto così intirizzato, come se e' fusse stato tanto in croce, che lo spazio et il freddo l'avessino ridotto così; onde lo fece reggere a Giovanni et alla Maddalena tutti afflitti e piangenti.
Lavorò in un'altra tavola un Crucifisso con la Maddalena et ai piedi S.
Girolamo, S.
Giovanni Battista et il beato Giovanni Colombini, fondatore di quella Religione, con infinita diligenza.
Queste tre tavole hanno patito assai e sono per tutto, negli scuri e dove sono l'ombre, crepate; e ciò avviene perché quando si lavora il primo colore che si pone sopra la mestica (perciò che tre mani di colori si danno l'un sopra l'altro) non è ben secco, onde poi col tempo nello seccarsi tirano per la grossezza loro e vengono ad aver forza di fare que' crepati; il che Pietro non potette conoscere perché a punto ne' tempi suoi si cominciò a colorire bene a olio.
Essendo dunque dai fiorentini molto comendate l'opere di Pietro, un priore del medesimo convento degl'Ingesuati, che si dilettava dell'arte, gli fece fare in un muro del primo chiostro una Natività coi Magi di minuta maniera, che fu da lui con vaghezza e pulitezza grande a perfetto fine condotta; dove era un numero infinito di teste variate e ritratti di naturale non pochi, fra i quali era la testa d'Andrea del Verrocchio suo maestro.
Nel medesimo cortile fece un fregio sopra gl'archi delle colonne, con teste quanto il vivo, molto ben condotte; delle quali era una quella del detto priore, tanto viva e di buona maniera lavorata, che fu giudicata da peritissimi artefici la miglior cosa che mai facesse Pietro; al quale fu fatto fare nell'altro chiostro, sopra la porta che andava in reffettorio, una storia, quando papa Bonifazio conferma l'abito al beato Giovanni Colombino, nella quale ritrasse otto di detti frati e vi fece una prospettiva bellissima, che sfuggiva, la quale fu molto lodata e meritamente, perché ne faceva Pietro professione particolare.
Sotto a questa, in un'altra storia, cominciava la Natività di Cristo con alcuni Angeli e pastori, lavorata con freschissimo colorito; e sopra la porta del detto oratorio fece in un arco tre mezze figure: la Nostra Donna, S.
Girolamo et il beato Giovanni, con sì bella maniera che fu stimata delle migliori opere che mai Pietro lavorasse in muro.
Era, secondo che io udii già raccontare, il detto priore molto eccellente in fare gl'azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Piero in tutte le sopra dette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiducciato, che non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava.
Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non disiderava quel d'altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare; e così presa una catinella d'acqua, imposto che aveva o panni o altro, che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l'oltramarino nell'alberello dove era acqua stemperata; dopo, cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Piero risciacquava il pennello nella catinella, onde era più quello che nell'acqua rimaneva, che quello che egli aveva messo in opera.
Et il priore, che si vedeva votar il sacchetto et il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: "O quanto oltramarino consuma questa calcina!".
"Voi vedete", rispondeva Pietro.
Dopo partito il priore, Pietro cavava l'oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: "Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degl'uomini da bene che non ingannano mai chi si fida, ma sì bene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiducciati come voi sete".
Per queste dunque et altre molte opere venne in tanta fama Pietro, che fu quasi sforzato a andare a Siena, dove in S.
Francesco dipinse una tavola grande che fu tenuta bellissima, et in Santo Agostino ne dipinse un'altra dentrovi un Crucifisso con alcuni Santi.
E poco dopo questo, a Fiorenza nella chiesa di S.
Gallo, fece una tavola di S.
Girolamo in penitenzia, che oggi è in S.
Iacopo tra' fossi, dove detti frati dimorano, vicino al canto degli Alberti.
Fu fattogli allogazione d'un Cristo morto con S.
Giovanni e la Madonna, sopra le scale della porta del fianco di S.
Pier Maggiore, e lavorollo in maniera che, sendo stato all'acqua et al vento, s'è conservato con quella freschezza come se pur ora dalla man di Pietro fosse finito.
Certamente i colori furono dalla intelligenza di Pietro conosciuti, e così il fresco, come l'olio; onde obbligo gli hanno tutti i periti artefici, che per suo mezzo hanno cognizione de' lumi che per le sue opere si veggono.
In S.
Croce in detta città, fece una Pietà col morto Cristo in collo, e due figure che danno maraviglia a vedere, non la bontà di quelle, ma il suo mantenersi sì viva e nuova di colori, dipinti in fresco.
Gli fu allogato da Bernardino de' Rossi, cittadin fiorentino, un S.
Sebastiano per mandarlo in Francia, e furono d'accordo del prezzo in cento scudi d'oro; la quale opera fu venduta da Bernardino al re di Francia quattrocento ducati d'oro.
A Valle Ombrosa dipinse una tavola per lo altar maggiore, e nella Certosa di Pavia lavorò similmente una tavola a que' frati.
Dipinse al cardinal Caraffa di Napoli nello piscopio allo altar maggiore, una assunzione di Nostra Donna e gl'Apostoli ammirati intorno al sepolcro.
Et all'abbate Simone de' Graziani al Borgo a S.
Sepolcro una tavola grande, la quale fece in Fiorenza, che fu portata in S.
Gilio del Borgo sulle spalle de' facchini con spesa grandissima.
Mandò a Bologna a S.
Giovanni in Monte una tavola con alcune figure ritte et una Madonna in aria, per che talmente si sparse la fama di Pietro per Italia e fuori, che e' fu da Sisto IIII pontefice, con molta sua gloria condotto a Roma a lavorare nella cappella in compagnia degli altri artefici eccellenti; dove fece la storia di Cristo quando dà le chiavi a S.
Pietro, in compagnia di don Bartolomeo della Gatta abate di S.
Clemente di Arezzo, e similmente la natività et il battesimo di Cristo, et il nascimento di Mosè, quando dalla figliuola di Faraone è ripescato nella cestella.
E nella medesima faccia dove è l'altare, fece la tavola in muro con l'assunzione della Madonna, dove ginocchioni ritrasse papa Sisto.
Ma queste opere furono mandate a terra per fare la facciata del giudicio del divin Michel Agnolo, a tempo di papa Paolo III.
Lavorò una volta, in torre Borgia nel palazzo del papa, con alcune storie di Cristo e fogliami di chiaro oscuro, i quali ebbero al suo tempo nome straordinario di essere eccellenti.
In Roma medesimamente in S.
Marco, fece una storia di due martiri allato al Sacramento, opera delle buone che egli facesse in Roma.
Fece ancora nel palazzo di S.
Apostolo per Sciarra Colonna una loggia et altre stanze.
Le quali opere gli misero in mano grandissima quantità di danari, laonde risolutosi a non stare più in Roma, partitosene con buon favore di tutta la corte, a Perugia sua patria se ne tornò; et in molti luoghi della città finì tavole e lavori a fresco, e particolarmente in palazzo una tavola a olio nella cappella de' signori, dentrovi la Nostra Donna et altri Santi.
A S.
Francesco del Monte dipinse due cappelle a fresco, in una la storia de' Magi che vanno a offerire a Cristo, e nell'altra il martirio d'alcuni frati di S.
Francesco, i quali andando al soldano di Babilonia, furono occisi.
In S.
Francesco del convento dipinse similmente a olio due tavole, in una la Resurezione di Cristo, e nell'altra S.
Giovanni Battista et altri Santi.
Nella chiesa de' Servi fece parimente due tavole, in una la trasfigurazione del Nostro Signore e nell'altra, che è accanto alla sagrestia, la storia de' Magi; ma perché queste non sono di quella bontà che sono l'altre cose di Piero, si tien per fermo ch'elle siano delle prime opere che facesse.
In S.
Lorenzo, Duomo della medesima città, è di mano di Piero nella cappella del Crucifisso la Nostra Donna, S.
Giovanni, e l'altre Marie, S.
Lorenzo, S.
Iacopo et altri Santi.
Dipinse ancora, all'altare del Sagramento, dove sta riposto l'anello con che fu sposata la Vergine Maria, lo sposalizio di essa Vergine.
Dopo fece a fresco tutta l'udienza del Cambio, cioè nel partimento della volta i sette pianeti tirati sopra certi carri da diversi animali, secondo l'uso vecchio, e nella facciata, quando si entra dirimpetto alla porta, la Natività e la Resurrezione di Cristo; et in una tavola un S.
Giovanni Batista in mezzo a certi altri Santi.
Nelle facciate poi dalle bande dipinse, secondo la maniera sua, Fabio Massimo, Socrate, Numa Pompilio, F.
Camillo, Pitagora, Traiano, L.
Sicinio, Leonida Spartano, Orazio Cocle, Fabio Sempronio, Pericle ateniese e Cincinnato.
Nell'altra facciata fece le Sibille, i profeti Isaia, Moisè, Daniel, Davit, Ieremia, Salamone, Eritrea, Libica, Tiburtina, Delfica e l'altre.
E sotto ciascuna delle dette figure fece, a uso di motti, in scrittura alcune cose che dissero, le quali sono a proposito di quel luogo; et in uno ornamento fece il suo ritratto che pare vivissimo, scrivendovi sotto il nome suo in questo modo: Petrus Perusinus Egregius Pictor: perdita si fuerat, pingendo hic retulit artem.
Si nunquam inventa esset hactenus ipse dedit.
Anno domini 1500.
Questa opera, che fu bellissima e lodata più che alcun'altra che da Pietro fusse in Perugia lavorata, è oggi dagl'uomini di quella città, per memoria d'un sì lodato artefice della patria loro, tenuta in pregio.
Fece poi il medesimo nella chiesa di S.
Agostino alla cappella maggiore, in una tavola grande isolata e con ricco ornamento intorno, nella parte dinanzi S.
Giovanni che battezza Cristo, e di dietro, cioè dalla banda che risponde in coro, la Natività di esso Cristo; nelle teste alcuni Santi, e nella predella molte storie di figure piccole con molta diligenza.
Et in detta chiesa fece per Messer Benedetto Calera una tavola alla cappella di S.
Niccolò.
Dopo tornato a Firenze, fece ai monaci di Cestello in una tavola S.
Bernardo e nel capitolo un Crucifisso, la Nostra Donna, S.
Benedetto, S.
Bernardo e S.
Giovanni.
Et in S.
Domenico di Fiesole, nella seconda cappella a man ritta, una tavola, dentrovi la Nostra Donna con tre figure, fra le quali un S.
Bastiano è lodatissimo.
Aveva Pietro tanto lavorato e tanto gli abondava sempre da lavorare, che e' metteva in opera bene spesso le medesime cose; et era talmente la dottrina dell'arte sua ridotta a maniera, ch'e' faceva a tutte le figure un'aria medesima.
Per che essendo venuto già Michele Agnolo Buonarroti al suo tempo, desiderava grandemente Pietro vedere le figure di quello, per lo grido che gli davano gli artefici.
E vedendosi occultare la grandezza di quel nome, che con sì gran principio per tutto aveva acquistato, cercava molto con mordaci parole, offendere quelli che operavano.
E per questo meritò, oltre alcune brutture fattegli dagl'artefici, che Michele Agnolo in publico gli dicesse ch'egli era goffo nell'arte.
Ma non potendo Pietro comportare tanta infamia, ne furono al magistrato degl'Otto tutti due, dove ne rimase Pietro con assai poco onore.
Intanto i frati de' Servi di Fiorenza avendo volontà di avere la tavola dello altar maggiore che fusse fatta da persona famosa, et avendola, mediante la partita di Lionardo da Vinci, che se ne era ito in Francia, renduta a Filippino, egli quando ebbe fatto la metà d'una di due tavole che v'andavano, passò di questa all'altra vita.
Onde i frati, per la fede che avevano in Pietro, gli feciono allogazione di tutto il lavoro.
Aveva Filippino finito in quella tavola dove egli faceva Cristo deposto di croce, i Niccodemi che lo depongono; e Pietro seguitò di sotto lo svenimento della Nostra Donna et alcune altre figure.
E perché andavano in questa opera due tavole, ché l'una voltava inverso il coro de' frati e l'altra inverso il corpo della chiesa, dietro al coro si aveva a porre il Diposto di croce e dinanzi l'assunzione di Nostra Donna; ma Pietro la fece tanto ordinaria, che fu messo il Cristo deposto dinanzi, e l'Assunzione dalla banda del coro.
E queste oggi, per mettervi il tabernacolo del Sacramento, sono state l'una e l'altra levate via; e per la chiesa, messe sopra certi altri altari, è rimaso in quell'opera solamente sei quadri, dove sono alcuni Santi dipinti da Pietro in certe nicchie.
Dicesi che quando detta opera si scoperse, fu da tutti i nuovi artefici assai biasimata, e particolarmente perché si era Pietro servito di quelle figure, che altre volte era usato mettere in opera, dove tentandolo gl'amici suoi, dicevano che affaticato non s'era e che aveva tralasciato il buon modo dell'operare, o per avarizia o per non perder tempo.
Ai quali Pietro rispondeva: "Io ho messo in opera le figure altre volte lodate da voi e che vi sono infinitamente piaciute.
Se ora vi dispiacciono e non le lodate, che ne posso io?".
Ma coloro aspramente con sonetti e pubbliche villanie lo saettavano.
Onde egli già vecchio partitosi da Fiorenza e tornatosi a Perugia, condusse alcuni lavori a fresco nella chiesa di S.
Severo, monastero dell'Ordine di Camaldoli, nel qual luogo aveva Raffaello da Urbino giovanetto, e suo discepolo, fatto alcune figure, come nella sua vita si dirà.
Lavorò similmente al Montone, alla Fratta et in molti altri luoghi del contado di Perugia, e particolarmente in Ascesi a S.
Maria degl'Angeli, dove a fresco fece nel muro, dietro alla cappella della Madonna che risponde nel coro de' frati, un Cristo in croce con molte figure.
E nella chiesa di S.
Piero, Badia de' monaci neri in Perugia, dipinse all'altare maggiore in una tavola grande l'Ascensione con gl'Apostoli abbasso, che guardano verso il cielo.
Nella predella della quale tavola sono tre storie, con molta diligenza lavorate, cioè i Magi, il battesimo e la Ressurezione di Cristo; la quale tutta opera si vede piena di belle fatiche, intanto ch'ell'è la migliore di quelle che sono in Perugia di man di Pietro lavorate a olio.
Cominciò il medesimo un lavoro a fresco di non poca importanza a Castello della Pieve, ma non lo finì.
Soleva Pietro, sì come quello che di nessuno si fidava, nell'andare e tornare dal detto castello a Perugia, portare quanti danari aveva, sempre addosso; perché alcuni aspettandolo a un passo, lo rubarono, ma raccomandandosi egli molto, gli lasciarono la vita per Dio.
E dopo, adoperando mezzi et amici, che pur n'aveva assai, riebbe anco gran parte de' detti denari che gli erano stati tolti.
Ma nondimeno fu per dolore vicino a morirsi.
Fu Pietro persona di assai poca religione e non se gli poté mai far credere l'immortalità dell'anima; anzi con parole accomodate al suo cervello di porfido, ostinatissimamente ricusò ogni buona via.
Aveva ogni sua speranza ne' beni della fortuna, e per danari arebbe fatto ogni male contratto.
Guadagnò molte ricchezze, et in Fiorenza murò e comprò case, et in Perugia et a Castello della Pieve acquistò molti beni stabili.
Tolse per moglie una bellissima giovane e n'ebbe figliuoli; e si dilettò tanto che ella portasse leggiadre acconciature, e fuori et in casa, che si dice che egli spesse volte l'acconciava di sua mano.
Finalmente venuto Pietro in vecchiezza, d'anni LXXVIII finì il corso della vita sua nel Castello della Pieve, dove fu onoratamente sepolto l'anno 1524.
Fece Pietro molti maestri di quella maniera, et uno fra gl'altri che fu veramente eccellentissimo, il quale datosi tutto agl'onorati studi della pittura, passò di gran lunga il maestro: e questo fu il miracoloso Raffaello Sanzio da Urbino, il quale molti anni lavorò con Pietro in compagnia di Giovanni de' Santi suo padre.
Fu anco discepolo di costui il Pinturicchio pittor perugino il quale, come si è detto nella vita sua, tenne sempre la maniera di Pietro.
Fu similmente suo discepolo Rocco Zoppo, pittor fiorentino, di mano del quale ha in un tondo una Nostra Donna molto bella, Filippo Salviati; ma è ben vero ch'ella fu finita del tutto da esso Pietro.
Lavorò il medesimo Rocco molti quadri di Madonne e fece molti ritratti, de' quali non fa bisogno ragionare.
Dirò bene che ritrasse in Roma nella cappella di Sisto, Girolamo Riario e Francesco Piero cardinale di San Sisto.
Fu anco discepolo di Pietro il Montevarchi, che in San Giovanni di Valdarno dipinse molte opere, e particolarmente nella Madonna l'istorie del miracolo del latte.
Lasciò ancora molte opere in Montevarchi sua patria.
Imparò parimente da Pietro e stette assai tempo seco, Gerino da Pistoia, del quale si è ragionato nella vita del Pinturicchio, e così anco Baccio Ubertino fiorentino, il quale fu diligentissimo così nel colorito come nel disegno, onde molto se ne servì Pietro.
Di mano di costui è nel nostro libro un disegno d'un Cristo battuto alla colonna, fatto di penna, che è cosa molto vaga.
Di questo Baccio fu fratello, e similmente discepolo di Pietro, Francesco che fu per sopranome detto il Bacchiacca, il quale fu diligentissimo maestro di figure piccole, come si può vedere in molte opere state da lui lavorate in Firenze, e massimamente in casa Giovanmaria Benintendi et in casa Pierfrancesco Borgherini.
Dilettossi il Bacchiacca di far grottesche; onde al signor duca Cosimo fece uno studiolo pieno d'animali e d'erbe rare, ritratte dalle naturali, che sono tenute bellissime, oltre ciò fece i cartoni per molti panni d'arazzo, che poi furono tessuti di seta da maestro Giovanni Rosto fiammingo, per le stanze del palazzo di sua eccellenza.
Fu ancora discepolo di Pietro, Giovanni Spagnuolo, detto per sopranome lo Spagna, il quale colorì meglio che nessun altro di coloro che lasciò Pietro dopo la sua morte; il quale Giovanni, dopo Pietro si sarebbe fermo in Perugia, se l'invidia dei pittori di quella città, troppo nimici de' forestieri, non l'avessino perseguitato di sorte che gli fu forza ritirarsi in Spoleto, dove per la bontà e virtù sua, fu datogli donna di buon sangue e fatto di quella patria cittadino.
Nel qual luogo fece molte opere, e similmente in tutte l'altre città dell'Umbria.
Et in Ascesi dipinse la tavola della cappella di Santa Caterina nella chiesa di sotto di San Francesco, per il cardinale Egidio Spagnuolo; e parimente una in San Damiano.
In Santa Maria degl'Angeli dipinse nella cappella piccola, dove morì San Francesco, alcune mezze figure, grandi quanto il naturale, cioè alcuni compagni di San Francesco et altri Santi molto vivaci, i quali mettono in mezzo un San Francesco di rilievo.
Ma fra i detti discepoli di Pietro miglior maestro di tutti fu Andrea Luigi d'Ascesi, chiamato l'Ingegno, il quale nella sua prima giovanezza concorse con Raffaello da Urbino sotto la disciplina di esso Pietro, il quale l'adoperò sempre nelle più importanti pitture che facesse; come fu nell'udienza del Cambio di Perugia, dove sono di sua mano figure bellissime, in quelle che lavorò in Ascesi; e finalmente a Roma nella cappella di papa Sisto.
Nelle quali tutte opere diede Andrea tal saggio di sé, che si aspettava che dovesse di gran lunga trappassare il suo maestro; e certo così sarebbe stato; ma la fortuna, che quasi sempre agl'alti principii volentieri s'oppone, non lasciò venire a perfezzione l'Ingegno; perciò che cadendogli un trabocco di scesa negl'occhi, il misero ne divenne, con infinito dolore di chiunche lo conobbe, cieco del tutto.
Il qual caso dignissimo di compassione udendo, papa Sisto (come quello che amò sempre i virtuosi) ordinò che in Ascesi gli fusse ogni anno, durante la vita di esso Andrea, pagata una provisione da chi là maneggiava l'entrate.
E così fu fatto insino a che egli si morì d'anni ottantasei.
Furono medesimamente discepoli di Pietro, e perugini anch'eglino, Eusebio S.
Giorgio, che dipinse in S.
Agostino la tavola de' Magi; Domenico di Paris, che fece molte opere in Perugia, et attorno per le castella, seguitato da Orazio suo fratello; parimente Giannicola, che in S.
Francesco dipinse in una tavola Cristo nell'orto e la tavola d'Ogni Santi in S.
Domenico, alla cappella de' Baglioni, e nella cappella del Cambio istorie di S.
Giovanni Battista in fresco.
Benedetto Caporali, altrimenti Bitti, fu anch'egli discepolo di Piero, e di sua mano sono in Perugia sua patria molte pitture.
E nella architettura s'esercitò di maniera che non solo fece molte opere, ma comentò Vitruvio in quel modo che può vedere ognuno essendo stampato; nei quali studii lo seguitò Giulio suo figliuolo, pittore perugino.
Ma nessuno di tanti discepoli paragonò mai la diligenza di Pietro, né la grazia che ebbe nel colorire in quella sua maniera, la quale tanto piacque al suo tempo, che vennero molti di Francia, di Spagna, d'Alemagna e d'altre provincie, per impararla.
E dell'opere sue si fece come si è detto mercanzia da molti, che le mandarono in diversi luoghi, inanzi che venisse la maniera di Michelagnolo, la quale avendo mostro la vera e buona via a queste arti, l'ha condotte a quella perfezzione che nella Terza seguente Parte si vedrà.
Nella quale si tratterà dell'eccellenza e perfezzione dell'arte, e si mostrerà agl'artefici che chi lavora e studia continuamente, e non a ghiribizzi o a capricci, lascia opere e si acquista nome, facultà et amici.
VITA DI VITTORE SCARPACCIA ET ALTRI PITTORI VINIZIANI E LOMBARDI
Egli si conosce espressamente che quando alcuni de' nostri artefici cominciano in una qualche provincia, che dopo ne seguono molti l'un dopo l'altro; e molte volte ne sono in uno stesso tempo infiniti; perciò che la gara e l'emulazione, e l'avere avuto dependenza chi da uno e chi da un altro maestro eccellente, è cagione che con più fatica cercano gl'artefici di superare l'un l'altro quanto possono maggiormente.
E quando anco molti dependono da un solo, subito che si dividono, o per morte del maestro o per altra cagione, subito viene anco divisa in loro la volontà; onde per parere ognuno il migliore e capo di sé, cerca di mostrare il valor suo.
Di molti dunque che quasi in un medesimo tempo et in una stessa provincia fiorirno, de' quali non ho potuto sapere, né posso scrivere ogni particolare, dirò brevemente alcuna cosa; per non lasciare, trovandomi al fine della Seconda Parte di questa mia opera, indietro alcuni che si sono affaticati per lasciar il mondo adorno dell'opere loro.
De' quali dico, oltre al non aver potuto aver l'intero della vita, non ho anco potuto rinvenire i ritratti, eccetto quello dello Scarpaccia, che per questa cagione ho fatto capo degl'altri.
Accettisi dunque in questa parte quello che io posso; poiché non posso quello che io vorrei.
Furono addunque nella Marca Trivisana et in Lombardia nello spazio di molti anni, Stefano Veronese, Aldigieri da Zevio, Iacopo Davanzo bolognese, Sebeto da Verona, Iacobello de Flore, Guerriero da Padova, Giusto e Girolamo Campagnuola, Giulio suo figliuolo, Vincenzio bresciano, Vittore Sebastiano e Lazaro Scarpaccia viniziani, Vincenzio Carena, Luigi Vivarini, Giovanbatista da Cornigliano, Marco Basarini, Giovanetto Cordegliaghi, il Bassiti, Bartolomeo Vivarino, Giovanni Mansueti, Vittore Bellino, Bartolomeo Montagna da Vicenza, Benedetto Diana e Giovanni Buonconsigli, con molti altri de' quali non accade fare ora menzione.
E per cominciarmi dal primo, dico che Stefano Veronese, del quale dissi alcuna cosa nella vita d'Agnolo Gaddi, fu più che ragionevole dipintore de' tempi suoi; e quando Donatello lavorava in Padova, come nella sua vita si è già detto, andando una volta fra l'altre a Verona, restò maravigliato dell'opere di Stefano, affermando che le cose che egli aveva fatto a fresco, erano le migliori che insino a que' tempi fussero in quelle parti state lavorate.
Le prime opere di costui furono in S.
Antonio di Verona, nel tramezzo della chiesa, in una testa del muro a man manca, sotto il girare d'una volta; e furono una Nostra Donna col Figliuolo in braccio, e S.
Iacopo e S.
Antonio, che la mettono in mezzo.
Questa opera è tenuta anco al presente bellissima in quella città, per una certa prontezza che si vede nelle dette figure, e particolarmente nelle teste, fatte con molta grazia.
In S.
Niccolò, chiesa parimente e parocchia di quella città, dipinse a fresco un S.
Niccolò, che è bellissimo.
E nella via di S.
Polo, che va alla porta del vescovo, nella facciata d'una casa, dipinse la Vergine con certi Angeli molto belli et un S.
Cristofano.
E nella via del Duomo, sopra il muro della chiesa di S.
Consolata, in uno sfondamento fatto nel muro, dipinse una Nostra Donna et alcuni uccelli, e particolarmente un pavone, sua impresa.
In S.
Eufemia, convento de' frati Eremitani di S.
Agostino, dipinse sopra la porta del fianco un S.
Agostino con due altri santi, sotto il manto del quale S.
Agostino sono assai frati e monache del suo Ordine; ma il più bello di questa opera sono due profeti dal mezzo in su, grandi quanto il vivo; perciò che hanno le più belle e più vivaci teste che mai facesse Stefano; et il colorito di tutta l'opera, per essere stato con diligenza lavorato, si è mantenuto bello insino a' tempi nostri, non ostante che sia stato molto percosso dall'acque, da' venti e dal ghiaccio.
E se questa opera fusse stata al coperto, per non l'avere Stefano ritocca a secco, ma usato diligenza nel lavorarla bene a fresco, ella sarebbe ancora bella e viva, come gli uscì delle mani, dove è pure un poco guasta.
Fece poi dentro alla chiesa, nella cappella del Sagramento, cioè intorno al tabernacolo, alcuni Angeli che volano, una parte de' quali suonano, altri cantano et altri incensano il Sagramento, et una figura di Gesù Cristo, che egli dipinse in cima per finimento del tabernacolo.
Da basso sono altri Angeli che lo reggono, con veste bianche e lunghe insino a' piedi, che quasi finiscono in nuvole, la qual maniera fu propria di Stefano nelle figure degl'Angeli, i quali fece sempre molto nel volto graziosi e di bellissima aria.
In questa medesima opera è da un lato S.
Agostino e dall'altro S.
Ieronimo in figure grandi quanto è il naturale, e questi con le mani sostengono la chiesa di Dio, quasi mostrando che ambiduoi con la dottrina loro difendono la S.
Chiesa dagli eretici, e la sostengono.
Nella medesima chiesa dipinse a fresco in un pilastro della cappella maggiore una S.
Eufemia con bella e graziosa aria di viso; e vi scrisse a lettere d'oro il nome suo, parendogli forse, come è in effetto, ch'ella fusse una delle migliori pitture che avesse fatto; e secondo il costume suo, vi dipinse un pavone bellissimo, et appresso due lioncini, i quali non sono molto belli, perché non poté allora vederne de' naturali, come fece il pavone.
Dipinse ancora in una tavola del medesimo luogo, sì come si costumava in que' tempi, molte figure dal mezzo in su, cioè S.
Nicola da Tolentino et altri; e la predella fece piena di storie in figure piccole della vita di quel Santo.
In S.
Fermo, chiesa della medesima città dei frati di S.
Francesco, nel riscontro dell'entrare per la porta del fianco, fece per ornamento d'un Deposto di croce, XII profeti dal mezzo in su, grandi quanto il naturale, et a' piedi loro Adamo et Eva a giacere, et il suo solito pavone, quasi contrasegno delle pitture fatte da lui.
Il medesimo Stefano dipinse in Mantova nella chiesa di S.
Domenico alla porta del Martello, una bellissima Nostra Donna, la testa della quale, per avere avuto bisogno i padri di murare in quel luogo, hanno con diligenza posta nel tramezzo della chiesa, alla cappella di S.
Orsola, che è della famiglia de' Recuperati, dove sono alcune pitture a fresco di mano del medesimo.
E nella chiesa di S.
Francesco sono, quando si entra a man destra della porta principale, una fila di cappelle murate già dalla nobil famiglia della Ramma, in una delle quali è dipinto nella volta, di mano di Stefano, i quattro Evangelisti a sedere, e dietro alle spalle loro, per campo, fece alcune spalliere di rosai, con uno intessuto di canne a mandorle e variati alberi sopra, et altre verdure piene d'uccelli e particolarmente di pavoni.
Vi sono anco alcuni Angeli bellissimi.
In questa medesima chiesa dipinse una S.
Maria Maddalena grande quanto il naturale, in una colonna, entrando in chiesa a man ritta.
E nella strada detta Rompilanza della medesima città, fece a fresco in un frontespizio d'una porta, una Nostra Donna col Figliuolo in braccio et alcuni Angeli dinanzi a lei in ginocchioni, et il campo fece d'alberi pieni di frutte.
E queste sono l'opere che si truova esser state lavorate da Stefano, se ben si può credere, essendo vivuto assai, che ne facesse molte altre.
Ma come non ne ho potuto alcun'altra rinvenire, così né il cognome, né il nome del padre, né il ritratto suo, né altro particolare.
Alcuni affermano che prima che venisse a Firenze, egli fu discepolo di maestro Liberale, pittore veronese, ma questo non importa, basta che imparò tutto quello che in lui fu di buono, in Fiorenza da Agnolo Gaddi.
Fu della medesima città di Verona Aldigieri da Zevio, famigliarissimo de' signori della Scala, il quale dipinse, oltre a molte altre opere, la sala grande del palazzo loro, nella quale oggi abita il Podestà, facendovi la guerra di Gerusalemme, secondo che è scritta da Iosafo.
Nella quale opera mostrò Aldigieri grande animo e giudizio, spartendo nelle facce di quella sala, da ogni banda, una storia con un ornamento solo, che la ricigne attorno; nel quale ornamento posa dalla parte di sopra, quasi per fine, un partimento di medaglie, nelle quali si crede che siano ritratti di naturale molti uomini segnalati di que' tempi, et in particolare molti di que' signori della Scala, ma perché non se ne sa il vero, non ne dirò altro.
Dirò bene che Aldigieri mostrò in questa opera d'avere ingegno, giudizio et invenzione, avendo considerato tutte le cose che si possono in una guerra d'importanza considerare.
Oltre ciò il colorito si è molto bene mantenuto, e fra molti ritratti di grandi uomini e litterati, vi si conosce quello di Messer Francesco Petrarca.
Iacopo Avanzi pittore bolognese, fu nell'opere di questa sala concorrente d'Aldigieri, e sotto le sopradette pitture dipinse, similmente a fresco, due trionfi bellissimi e con tanto artifizio e buona maniera che afferma Girolamo Campagnuola che il Mantenga gli lodava come pittura rarissima.
Il medesimo Iacopo insieme con Aldigieri e Sebeto da Verona dipinse in Padova la cappella di S.
Giorgio che è allato al tempio di S.
Antonio, secondo che per lo testamento era stato lasciato dai marchesi di Carrara.
La parte di sopra dipinse Iacopo Avanzi; di sotto, Aldigieri alcune storie di S.
Lucia et un cenacolo; e Sebeto vi dipinse storie di S.
Giovanni.
Dopo tornati tutti e tre questi maestri in Verona, dipinsero insieme in casa de' conti Serenghi un par di nozze, con molti ritratti et abiti di que' tempi.
Ma di tutte l'opere di Iacopo Avanzi fu tenuta la migliore; ma perché di lui si è fatto menzione nella vita di Niccolò d'Arezzo per l'opere che fece in Bologna a concorrenza di Simone, Cristofano e Galasso pittori, non ne dirò altro in questo luogo.
In Venezia ne' medesimi tempi fu tenuto in pregio, se bene tenne la maniera greca, Iacobello de Flore, il qual in quella città fece opere assai, e particolarmente una tavola alle monache del Corpus Domini, che è posta nella lor chiesa all'altar di S.
Domenico.
Fu concorrente di costui Giromin Morzone, che dipinse in Vinezia et in molte città di Lombardia assai cose, ma perché tenne la maniera vecchia e fece le sue figure in punta di piedi, non diremo di lui se non che è di sua mano una tavola nella chiesa di S.
Lena all'altare dell'Assunzione, con molti Santi.
Fu molto miglior maestro di costui Guariero pittor padovano, il quale, oltre a molte altre cose, dipinse la cappella maggiore de' frati Eremitani di S.
Agostino in Padoa et una cappella ai medesimi nel primo chiostro; un'altra cappelletta in casa Urbano prefetto, e la sala degl'imperadori romani, dove nel tempo di carnovale vanno gli scolari a danzare.
Fece anco a fresco nella cappella del podestà, della città medesima, alcune storie del Testamento Vecchio.
Giusto, pittore similmente padovano, fece fuor della chiesa del Vescovado nella cappella di S.
Giovanni Batista, non solo alcune storie del Vecchio e Nuovo Testamento, ma ancora le revelazioni de l'Apocalisse di S.
Giovanni evangelista, e nella parte di sopra fece in un Paradiso, con belle considerazioni, molti cori d'Angeli et altri ornamenti.
Nella chiesa di S.
Antonio lavorò a fresco la cappella di S.
Luca, e nella chiesa degl'Eremitani di S.
Agostino dipinse in una cappella l'arti liberali; et appresso a quelle le virtù et i vizii, e così coloro che per le virtù sono stati celebrati, come quelli che per i vizii sono in estrema miseria rovinati e nel profondo dell'Inferno.
Lavorò anco in Padova, a' tempi di costui, Stefano pittore ferrarese, il quale, come altrove si è detto, ornò di varie pitture la cappella e l'arca, dove è il corpo di S.
Antonio, e così la Vergine Maria, detta del Pilastro.
Fu tenuto in pregio ne' medesimi tempi Vincenzio pittore bresciano, secondo che racconta il Filareto, e Girolamo Campignuola, anch'egli pittore padoano e discepolo dello Squarcione.
Giulio poi, figliuolo di Girolamo, dipinse, miniò et intagliò in rame molte belle cose, così in Padova come in altri luoghi.
Nella medesima Padova lavorò molte cose Niccolò Moreto, che visse ottanta anni e sempre esercitò l'arte; et oltre a questi molti altri, che ebbono dependenza da Gentile e Giovanni Bellini.
Ma Vittore Scarpaccia fu veramente il primo che fra costoro facesse opere di conto; e le sue prime opere furono nella scuola di S.
Orsola, dove in tela fece la maggior parte delle storie che vi sono, della vita e morte di quella Santa; le fatiche delle quali pitture egli seppe sì ben condurre, e con tanta diligenza et arte, che n'acquistò nome di molto accommodato e pratico maestro.
Il che fu, secondo che si dice, cagione che la nazione milanese gli fece fare ne' frati minori una tavola alla cappella loro di S.
Ambrogio, con molte figure a tempra.
Nella chiesa di S.
Antonio, all'altare di Cristo risuscitato, dove dipinse quando egli aparisce alla Maddalena et altre Marie, fece una prospettiva di paese lontano che diminuisce, molto bella.
In un'altra cappella dipinse la storia de' martiri, cioè quando furono crucifissi, nella quale opera fece meglio che trecento figure, fra grandi e piccole, et in oltre cavalli et alberi assai, un cielo aperto, diverse attitudini di nudi e vestiti, molti scorti e tante altre cose, e si può vedere che egli non la conducesse se non con fatica straordinaria.
Nella chiesa di S.
Iob in Canareio all'altare della Madonna fece quando ella presenta Cristo piccolino a Simeone, dove gli figurò essa Madonna ritta, e Simeone col piviale in mezzo a due ministri vestiti da cardinali.
Dietro alla Vergine sono due donne, una delle quali ha due colombe.
E da basso sono tre putti, che suonano un liuto, una storta et una lira, o vero viola: et il colorito di tutta la tavola è molto vago e bello.
E nel vero fu Vittore molto diligente e pratico maestro, e molti quadri che sono di sua mano in Vinezia e ritratti di naturale et altro, sono molto stimati per cose fatte in que' tempi.
Insegnò costui l'arte a due suoi fratelli, che l'immitarono assai: l'uno fu Lazaro e l'altro Sebastiano, di mano de' quali è nella chiesa delle monache di Corpus Domini, all'altare della Vergine, una tavola dove ella è a sedere in mezzo a S.
Caterina e S.
Marta, con altre Sante e due Angeli che suonano, et una prospettiva di casamenti, per campo di tutta l'opera, molto bella, della quale n'avemo i proprii disegni di mano di costoro nel nostro libro.
Fu anco pittore ragionevole ne' tempi di costoro Vincenzio Catena, che molto più si adoperò in fare ritratti di naturale, che in alcuna altra sorte di pitture, et invero alcuni che si veggiono di sua mano, sono maravigliosi, e fra gl'altri quello d'un tedesco de' Fucheri, persona onorata e di conto, che allora stava in Vinezia nel Fondaco de' tedeschi, fu molto vivamente dipinto.
Fece anco molte opere in Vinezia, quasi ne' medesimi tempi, Giovanbatista da Conigliano, discepolo di Giovan Bellino; di mano del quale è nella detta chiesa delle monache del Corpus Domini una tavola all'altare di S.
Piero martire, dove è detto Santo, S.
Niccolò e S.
Benedetto, con una prospettiva di paesi, un Angelo che accorda una cetera, e molte figure piccole, più che ragionevoli.
E se costui non fusse morto giovane, si può credere che arebbe paragonato il suo maestro.
Non ebbe anco se non nome di buon maestro, nell'arte medesima e ne' medesimi tempi, Marco Basarini, il quale dipinse in Venezia dove nacque di padre e madre greci, in S.
Francesco della Vigna, in una tavola, un Cristo deposto di croce, e nella chiesa di S.
Iob in un'altra tavola un Cristo nell'orto, et a basso i tre Apostoli che dormono, e S.
Francesco e S.
Domenico con due altri Santi; ma quello che più fu lodato di questa opera, fu un paese con molte figurine fatte con buona grazia.
Nella medesima chiesa dipinse l'istesso Marco, S.
Bernardino sopra un sasso, con altri Santi.
Giannetto Cordegliaghi fece nella medesima città infiniti quadri da camera, anzi non attese quasi ad altro, e nel vero ebbe in cotal sorte di pittura una maniera molto delicata e dolce, e migliore assai che quella dei sopra detti.
Dipinse costui in S.
Pantaleone, in una cappella accanto alla maggiore, S.
Piero che disputa con due altri Santi; i quali hanno indosso bellissimi panni e sono condotti con bella maniera.
Marco Bassiti fu quasi ne' medesimi tempi in buon conto, et è sua opera una gran tavola in Vinezia nella chiesa d'i frati di Certosa; nella quale dipinse Cristo in mezzo di Piero e d'Andrea nel Mare di Tiberiade et i figliuoli di Zebedeo, facendovi un braccio di mare, un monte e parte d'una città con molte persone in figure piccole.
Si potrebbono di costui molte altre opere raccontare, ma basti aver detto di questa che è la migliore.
Bartolomeo Vivarino da Murano si portò anch'egli molto bene nell'opere che fece, come si può vedere, oltre a molte altre, nella tavola che fece all'altare di S.
Luigi, nella chiesa di S.
Giovanni e Polo, nella quale dipinse il detto S.
Luigi a sedere col piviale indosso, S.
Gregorio, S.
Bastiano e S.
Domenico, e dall'altro lato S.
Niccolò, S.
Girolamo e S.
Rocco, e sopra questi altri Santi infino a mezzo.
Lavorò ancora benissimo le sue pitture, e si dilettò molto di contrafare le cose naturali, figure e paesi lontani, Giovanni Mansueti, che imitando assai l'opere di Gentile Bellino, fece in Vinezia molte pitture.
E nella scuola di S.
Marco, in testa all'udienza, dipinse un S.
Marco che predica in sulla piazza, ritraendovi la facciata della chiesa, e fra la moltitudine degl'uomini e delle donne che l'ascoltano, turchi, greci e volti d'uomini di diverse nazioni, con abiti stravaganti.
Nel medesimo luogo, dove fece in un'altra storia S.
Marco che sana un infermo, dipinse una prospettiva di due scale e molte loggie.
In un altro quadro vicino a questo fece un S.
Marco che converte alla fede di Cristo una infinità di popoli, et in questo fece un tempio aperto e sopra un altare un Crucifisso; e per tutta l'opera diversi personaggi con bella varietà d'arie, d'abiti e di teste.
Dopo costui, seguitò di lavorare nel medesimo luogo Vittore Bellini, che vi fece, dove in una storia S.
Marco è preso e legato, una prospettiva di casamenti che è ragionevole e con assai figure, nelle quali imitò i suoi passati.
Dopo costoro fu ragionevole pittore Bartolomeo Montagna vicentino, che abitò sempre in Vinezia e vi fece molte pitture; et in Padova dipinse una tavola nella chiesa di S.
Maria d'Artone.
Parimente Benedetto Diana fu non meno lodato pittore che si fussero i sopra scritti, come in fra l'altre sue cose lo dimostra l'opere che sono di sua mano in Vinezia, in S.
Francesco della Vigna, dove all'altare di S.
Giovanni fece esso santo ritto in mezzo a due altri Santi, che hanno in mano ciascuno un libro.
Fu anco tenuto in grado di buon maestro Giovanni Buonconsigli, che nella chiesa di S.
Giovanni e Paulo, all'altare di S.
Tomaso d'Aquino, dipinse quel Santo circondato da molti ai quali legge la scrittura sacra, e vi fece una prospettiva di casamenti che non è se non lodevole.
Dimorò anco quasi tutto il tempo di sua vita in Vinezia Simon Bianco, scultore fiorentino, e Tullio Lombardo molto pratico intagliatore.
In Lombardia parimente sono stati eccellenti Bartolomeo Clemento da Reggio et Agostino Busto scultori.
E nell'intaglio Iacopo Davanzo milanese e Gasparo e Girolamo Misceroni.
In Brescia fu pratico e valentuomo nel lavorare in fresco Vincenzio Verchio, il quale per le belle opere sue s'acquistò grandissimo nome nella patria.
Il simile fece Girolamo Romanino, bonissimo pratico e disegnatore, come apertamente dimostrano l'opere sue fatte in Brescia et intorno a molte miglia.
Né fu da meno di questi, anzi gli passò, Alessandro Moretto, delicatissimo ne' colori e tanto amico della diligenza, quanto l'opere da lui fatte ne dimostrano.
Ma tornando a Verona, nella quale città sono fioriti et oggi fioriscono più che mai eccellenti artefici, vi furono già Francesco Bonsignori e Francesco Caroto eccellenti; e dopo, maestro Zeno veronese, che in Arimini lavorò la tavola di S.
Marino e due altre con molta diligenza.
Ma quello che più di tutti gl'altri ha fatto alcune figure di naturale che sono maravigliose, è stato il Moro veronese, o vero come altri lo chiamavano, Francesco Turbido, di mano del quale è oggi in Vinezia in casa Monsignor de' Martini il ritratto d'un gentiluomo da Ca' Badovaro, figurato di un pastore che par vivissimo, e può stare a paragone di quanti ne sono stati fatti in quelle parti.
Parimente Batista d'Angelo, genero di costui, è così vago nel colorito e pratico nel disegno, che più tosto avanza, che sia inferiore al Moro.
Ma perché non è di mia intenzione parlare al presente de' vivi, voglio che mi basti, come dissi nel principio di questa vita, avere in questo luogo d'alcuni ragionato, de' quali non ho potuto sapere così minutamente la vita et ogni particolare, acciò la virtù e meriti loro da me abbiano al meno tutto quel poco che io, il quale molto vorrei, posso dar loro.
VITA DI IACOPO DETTO L'INDACO PITTORE
Iacopo detto l'Indaco, il quale fu discepolo di Domenico del Ghirlandaio, et in Roma lavorò con Pinturicchio, fu ragionevole maestro ne' tempi suoi; e se bene non fece molte cose, quelle nondimeno che furono da lui fatte sono da esser comendate.
Né è gran fatto che non uscissero se non pochissime opere delle sue mani, perciò che essendo persona faceta, piacevole e di buon tempo, alloggiava pochi pensieri e non voleva lavorare se non quando non poteva far altro; e perciò usava di dire che il non mai fare altro che affaticarsi senza pigliarsi un piacere al mondo, non era cosa da cristiani.
Praticava costui molto dimesticamente con Michelagnolo, perciò che quando voleva quell'artefice, eccellentissimo sopra quanti ne furono mai, ricrearsi dagli studii e dalle continue fatiche del corpo e della mente, niuno gli era perciò più a grado, né più secondo l'umor suo, che costui.
Lavorò Iacopo molti anni in Roma, o per meglio dire, stette molti anni in Roma e vi lavorò pochissimo.
È di sua mano in quella città nella chiesa di S.
Agostino, entrando in chiesa per la porta della facciata dinanzi a man ritta, la prima cappella, nella volta della quale sono gl'Apostoli che ricevono lo Spirito Santo; e di sotto sono nel muro due storie di Cristo, nell'una quando toglie dalle reti Pietro et Andrea, e nell'altra la cena di Simone e di Maddalena, nella quale è un palco di legno e di travi molto ben contrafatto.
Nella tavola della medesima cappella, la quale egli dipinse a olio, è un Cristo morto, lavorato e condotto con molta pratica e diligenza.
Parimente nella Trinità di Roma è di sua mano in una tavoletta, la coronazione di Nostra Donna.
Ma che bisogna o che si può di costui altro raccontare? Basta che quanto fu vago di cicalare tanto fu sempre nimico di lavorare e del dipignere.
E perché come si è detto, si pigliava piacer Michelagnelo delle chiacchiere di costui e delle burle che spesso faceva, lo teneva quasi sempre a mangiar seco; ma essendogli un giorno venuto costui a fastidio, come il più delle volte vengono questi cotali agl'amici e padroni loro, col troppo e bene spesso fuor di proposito e senza discrezione, cicalare - perché ragionare non si può dire, non essendo in simili per lo più né ragione, né giudizio - lo mandò Michelagnolo, per levarselo dinanzi allora che aveva forse altra fantasia, a comperare de' fichi; et uscito che Iacopo fu di casa, gli serrò Michelagnolo l'uscio dietro con animo, quando tornava, di non gl'aprire.
Tornato dunque l'Indaco di piazza, s'avvide, dopo aver picchiato un pezzo la porta invano, che Michelagnolo non voleva aprirgli; perché venutogli collera, prese le foglie et i fichi, e fattone una bella distesa in sulla soglia della porta, si partì e stette molti mesi che non volle favellare a Michelagnolo; pure finalmente rappattumatosi gli fu più amico che mai.
Finalmente, essendo vecchio di 68 anni, si morì in Roma.
Non dissimile a Iacopo fu un suo fratello minore, chiamato per proprio nome Francesco, e poi per soprannome anch'egli l'Indaco, che fu similmente dipintore più che ragionevole.
Non gli fu dissimile dico nel lavorare più che mal volentieri, e nel ragionare assai; ma in questo avanzava costui Iacopo perché sempre diceva male d'ognuno, e l'opere di tutti gl'artefici biasimava.
Costui dopo avere alcune cose lavorate in Montepulciano, e di pittura e di terra, fece in Arezzo, per la Compagnia della Nunziata, in una tavoletta per l'udienza, una Nunziata et un Dio Padre in cielo, circondato da molti Angeli in forma di putti.
E nella medesima città fece la prima volta che vi andò il Duca Alessandro, alla porta del palazzo de' signori, un arco trionfale bellissimo con molte figure di rilievo; e parimente a concorrenza d'altri pittori, che assai altre cose per la detta entrata del Duca lavorarono, la prospettiva d'una comedia, che fu tenuta molto bella.
Dopo andato a Roma, quando vi si aspettava l'imperadore Carlo Quinto, vi fece alcune figure di terra, e per il popolo romano un'arme a fresco in Campidoglio, che fu molto lodata.
Ma la miglior opera che mai uscisse delle mani di costui, e la più lodata, fu nel palazzo de' Medici in Roma, per la duchessa Margherita d'Austria, uno studiolo di stucco tanto bello e con tanti ornamenti, che non è possibil veder meglio; né credo che sia in un certo modo possibile far d'argento quello che in questa opera l'Indaco fece di stucco.
Dalle quali cose si fa giudizio che se costui si fusse dilettato di lavorare et avesse esercitato l'ingegno, che sarebbe riuscito eccellente.
Disegnò Francesco assai bene, ma molto meglio Iacopo, come si può vedere nel nostro libro.
VITA DI LUCA SIGNORELLI DA CORTONA PITTORE
Luca Signorelli, pittore eccellente del quale secondo l'ordine de' tempi devemo ora parlarne, fu ne' suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l'opere sue in tanto pregio, quanto nessun'altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai; perché nell'opere che fece di pittura, mostrò il modo di fare gl'ignudi, e che si possono sì bene con arte e difficultà far parer vivi.
Fu costui creato e discepolo di Pietro dal Borgo a Sansepolcro, e molto nella sua giovanezza si sforzò d'imitare il maestro, anzi di passarlo; mentre che lavorò in Arezzo con esso lui, tornandosi in casa di Lazzero Vasari suo zio, come s'è detto, imitò in modo la maniera di detto Pietro, che quasi l'una dall'altra non si conosceva.
Le prime opere di Luca furono in San Lorenzo d'Arezzo, dove dipinse, l'anno 1472, a fresco la cappella di S.
Barbara; et alla Compagnia di S.
Caterina, in tela a olio, il segno che si porta a processione, similmente quello della Trinità, ancora che non paia di mano di Luca, ma di esso Pietro dal Borgo.
Fece in S.
Agostino in detta città la tavola di S.
Nicola da Tolentino, con istoriette bellissime, condotta da lui con buon disegno et invenzione; e nel medesimo luogo fece alla cappella del Sagramento, due Angeli lavorati in fresco.
Nella chiesa di S.
Francesco alla cappella degl'Acolti fece per Messer Francesco, dottore di legge, una tavola nella quale ritrasse esso Messer Francesco et alcune sue parenti; in questa opera è un S.
Michele che pesa l'anime, il quale è mirabile; et in esso si conosce il saper di Luca, nello splendore dell'armi, nelle reverberazioni et insomma in tutta l'opera; gli mise in mano un paio di bilanze, nelle quali gl'ignudi, che vanno uno in su e l'altro in giù, sono scorti bellissimi.
E fra l'altre cose ingegnose che sono in questa pittura, vi è una figura ignuda benissimo trasformata in un diavolo, al quale un ramarro lecca il sangue d'una ferita.
Vi è oltre ciò, una Nostra Donna col Figliuolo in grembo, S.
Stefano, S.
Lorenzo, una S.
Caterina, e due Angeli, che suonano uno un liuto e l'altro un ribechino, e tutte sono figure vestite et adornate tanto, che è maraviglia; ma quello che vi è più miracoloso, è la predella piena di figura piccole de' fatti di detta S.
Caterina.
In Perugia ancora fece molte opere, e fra l'altre, in Duomo, per Messer Iacopo Vannucci cortonese vescovo di quella città, una tavola; nella quale è la Nostra Donna, S.
Nonofrio, S.
Ercolano, S.
Giovanni Batista e S.
Stefano; et un Angelo che tempera un liuto, bellissimo.
A Volterra dipinse in fresco nella chiesa di S.
Francesco, sopra l'altare d'una compagnia, la Circoncisione del Signore, che è tenuta bella a maraviglia, se bene il Putto avendo patito per l'umido, fu rifatto dal Soddoma molto men bello che non era.
E nel vero sarebbe meglio tenersi alcuna volta le cose fatte da uomini eccellenti più tosto mezzo guaste, che farle ritoccare a chi sa meno.
In S.
Agostino della medesima città fece una tavola a tempera e la predella di figure piccole, con istorie della Passione di Cristo, che è tenuta bella straordinariamente.
Al Monte a S.
Maria dipinse a quei signori in una tavola un Cristo morto, et a Città di Castello in S.
Francesco, una Natività di Cristo, et in S.
Domenico in una altra tavola un S.
Bastiano.
In S.
Margherita di Cortona sua patria, luogo de' frati del Zoccolo, un Cristo morto, opera delle sue rarissima.
E nella Compagnia del Gesù, nella medesima città, fece tre tavole, delle quali quella ch'è allo altar maggiore è maravigliosa dove Cristo comunica gl'Apostoli e Giuda si mette l'ostia nella scarsella.
E nella Pieve oggi detta il Vescovado, dipinse a fresco, nella cappella del Sagramento, alcuni Profeti grandi quanto il vivo; et intorno al tabernacolo alcuni Angeli che aprono un padiglione; e dalle bande un S.
Ieronimo et un S.
Tomaso d'Aquino.
All'altar maggiore di detta chiesa fece in una tavola una bellissima Assunta; e disegnò le pitture dell'occhio principale di detta chiesa, che poi furono messe in opera da Stagio Sassoli d'Arezzo.
In Castiglioni Aretino fece sopra la cappella del Sacramento un Cristo morto, con le Marie.
Et in S.
Francesco di Lucignano gli sportelli d'un armario, dentro al quale sta un albero di coralli che ha una croce a sommo.
A Siena fece in S.
Agostino una tavola alla cappella di S.
Cristofano, dentrovi alcuni Santi che mettono in mezzo un S.
Cristofano di rilievo.
Da Siena venuto a Firenze, così per vedere l'opere di quei maestri che allora vivevano, come quelle di molti passati, dipinse a Lorenzo de' Medici in una tela, alcuni dei ignudi, che gli furono molto comendati; et un quadro di Nostra Donna con due Profeti piccoli di terretta, il quale è oggi a Castello, villa del duca Cosimo; e l'una e l'altra opera donò al detto Lorenzo, il quale non volle mai da niuno esser vinto in esser liberale e magnifico.
Dipinse ancora un tondo di una Nostra Donna, che è nell'udienza de' capitani di Parte Guelfa, bellissimo.
A Chiusuri in quel di Siena, luogo principale de' monaci di Monte Oliveto, dipinse in una banda del chiostro undici storie della vita e fatti di S.
Benedetto.
E da Cortona mandò dell'opere sue a Monte Pulciano, a Foiano la tavola dell'altar maggiore che è nella Pieve, et in altri luoghi di Valdichiana.
Nella Madonna d'Orvieto, chiesa principale, finì di sua mano la cappella, che già vi aveva cominciato fra' Giovanni da Fiesole; nella quale fece tutte le storie della fine del mondo con bizzarra e capriciosa invenzione: Angeli, demoni, rovine, terremuoti, fuochi, miracoli d'anticristo, e molte altre cose simili; oltre ciò, ignudi, scorti e molte belle figure, immaginandosi il terrore che sarà in quello estremo e tremendo giorno.
Per lo che destò l'animo a tutti quelli che sono stati dopo lui, onde hanno poi trovato agevoli le difficultà di quella maniera.
Onde io non mi maraviglio se l'opere di Luca furono da Michelagnolo sempre sommamente lodate, né se in alcune cose del suo divino Giudizio, che fece nella cappella, furono da lui gentilmente tolte in parte dall'invenzioni di Luca, come sono Angeli, demoni, l'ordine de' cieli et altre cose, nelle quali esso Michelagnolo immitò l'andar di Luca, come può vedere ognuno.
Ritrasse Luca nella sopra detta opera molti amici suoi e se stesso: Niccolò, Paulo e Vitellozzo Vitelli, Giovan Paulo et Orazio Baglioni et altri, che non si sanno i nomi.
In S.
Maria di Loreto dipinse a fresco nella sagrestia i quattro Evangelisti, i quattro Dottori et altri Santi, che sono molto belli; e di questa opera fu da papa Sisto liberalmente rimunerato.
Dicesi che essendogli stato occiso in Cortona un figliuolo che egli amava molto, bellissimo di volto e di persona, che Luca così addolorato lo fece spogliare ignudo e con grandissima constanza d'animo, senza piangere o gettar lacrima lo ritrasse, per vedere sempre che volesse, mediante l'opera delle sue mani quella che la natura gli aveva dato e tolto la nimica fortuna.
Chiamato poi dal detto papa Sisto a lavorare nella cappella del palazzo, a concorrenza di tanti pittori, dipinse in quella due storie, che fra tante, son tenute le migliori: l'una è il testamento di Mosè al popolo ebreo nell'avere veduto la terra di promessione; e l'altra la morte sua.
Finalmente avendo fatte opere quasi per tutti i principi d'Italia et essendo già vecchio, se ne tornò a Cortona, dove in que' suoi ultimi anni lavorò più per piacere che per altro, come quello che avvezzo alle fatiche, non poteva, né sapeva starsi ozioso.
Fece dunque in detta sua vecchiezza una tavola alle monache di S.
Margherita d'Arezzo, et una alla Compagnia di S.
Girolamo, parte della quale pagò Messer Niccolò Gamurrini dottor di legge auditor di ruota: il quale in essa tavola è ritratto di naturale, in ginocchioni dinanzi alla Madonna, alla quale lo presenta uno S.
Niccolò che è in detta tavola.
Sonovi ancora S.
Donato e S.
Stefano, e più abbasso un S.
Girolamo ignudo, et un Davit che canta sopra un salterio; vi sono anco due Profeti, i quali, per quanto ne dimostrano i brevi che hanno in mano, trattano della concezzione.
Fu condotta quest'opera da Cortona in Arezzo, sopra le spalle degl'uomini di quella Compagnia; e Luca, così vecchio come era, volle venire a metterla su et in parte a rivedere gl'amici e parenti suoi.
E perché alloggiò in casa de' Vasari, dove io era piccolo fanciullo d'otto anni, mi ricorda che quel buon vecchio, il quale era tutto grazioso e pulito, avendo inteso dal maestro che m'insegnava le prime lettere, che io non attendeva ad altro in iscuola che a far figure, mi ricorda, dico, che voltosi ad Antonio mio padre gli disse: "Antonio, poi che Giorgino non traligna, fa ch'egli impari a disegnare in ogni modo, perché quando anco attendesse alle lettere, non gli può essere il disegno, sì come è a tutti i galantuomini, se non d'utile, d'onore e di giovamento".
Poi rivolto a me, che gli stava diritto inanzi, disse: "Impara parentino".
Disse molte altre cose di me, le quali taccio perché conosco non avere a gran pezzo confermata l'openione che ebbe di me quel buon vecchio; e perché egli intese, sì come era vero, che il sangue in sì gran copia m'usciva in quell'età dal naso, che mi lasciava alcuna volta tramortito, mi pose di sua mano un diaspro al collo, con infinita amorevolezza; la qual memoria di Luca mi starà in eterno fissa nell'animo.
Messa al luogo suo la detta tavola, se ne tornò a Cortona, accompagnato un gran pezzo da molti cittadini et amici e parenti, sì come meritava la virtù di lui, che visse sempre più tosto da signore e gentiluomo onorato, che da pittore.
Ne' medesimi tempi, avendo a Silvio Passerini, cardinale di Cortona, murato un palazzo, un mezzo miglio fuor della città, Benedetto Caporali, dipintore perugino, il quale, dilettandosi dell'architettura aveva poco inanzi comentato Vitruvio, volle il detto cardinale che quasi tutto si dipignesse.
Per ché messovi mano Benedetto, con l'aiuto di Maso Papacello cortonese, il quale era suo discepolo et aveva anco imparato assai da Giulio Romano, come si dirà, e da Tommaso et altri discepoli e garzoni, non rifinò che l'ebbe quasi tutto dipinto a fresco.
Ma volendo il cardinale avervi anco qualche pittura di mano di Luca, egli così vecchio et impedito dal parletico, dipinse a fresco nella facciata dell'altare della cappella di quel palazzo, quando San Giovanni Batista battezza il Salvatore; ma non potette finirla del tutto, perché mentre l'andava lavorando si morì, essendo vecchio d'ottantadue anni.
Fu Luca persona d'ottimi costumi, sincero et amorevole con gl'amici, e di conversazione dolce e piacevole con ognuno, e sopratutto cortese a chiunche ebbe bisogno dell'opera sua e facile nell'insegnare a' suoi discepoli.
Visse splendidamente e si dilettò di vestir bene; per le quali buone qualità fu sempre nella patria e fuori in somma venerazione.
Così col fine della vita di costui, che fu nel 1521, porremo fine alla Seconda Parte di queste vite, terminando in Luca come in quella persona che col fondamento del disegno e delli ignudi particolarmente e con la grazia della invenzione e disposizione delle istorie aperse alla maggior parte delli artefici la via all'ultima perfezzione dell'arte, alla quale poi poterono dar cima quelli che seguirono, de' quali noi ragioneremo per inanzi.
IL FINE DELLA SECONDA PARTE
DELLE VITE DE' PITTORI, SCULTORI ET ARCHITETTORI CHE SONO STATI DA CIMABUE IN QUA
SCRITTE DA MESSER GIORGIO VASARI PITTORE ARETINO
PARTE TERZA
PROEMIO
Veramente grande augumento fecero alle arti della architettura, pittura e scultura quelli eccellenti Maestri che noi abbiamo descritti sin qui, nella Seconda Parte di queste Vite; aggiugnendo alle cose de' primi regola, ordine, misura, disegno e maniera se non in tutto perfettamente, tanto almanco vicino al vero, che i terzi, di chi noi ragioneremo da qui avanti, poterono mediante quel lume sollevarsi e condursi alla somma perfezzione, dove abbiamo le cose moderne di maggior pregio e più celebrate.
Ma perché più chiaro ancor si conosca la qualità del miglioramento che ci hanno fatto i predetti artefici, non sarà certo fuori di proposito dichiarare, in poche parole, i cinque aggiunti che io nominai, e discorrer succintamente donde sia nato quel vero buono, che superato il secolo antico, fa il moderno sì glorioso.
Fu adunque la regola nella architettura il modo del misurare delle anticaglie, osservando le piante degli edificii antichi nelle opere moderne; l'ordine fu il dividere l'un genere dall'altro, sì che toccasse ad ogni corpo le membra sue, e non si cambiasse più tra loro il dorico, lo ionico, il corinzio et il toscano; e la misura fu universale, sì nella architettura, come nella scultura, fare i corpi delle figure retti, dritti e con le membra organizzate parimente; et il simile nella pittura.
Il disegno fu lo imitare il più bello della natura in tutte le figure, così scolpite come dipinte, la qual parte viene dallo aver la mano e l'ingegno che raporti tutto quello che vede l'occhio in sul piano, o disegni o in su fogli o tavola o altro piano, giustissimo et a punto; e così di rilievo nella scultura; la maniera venne poi la più bella, dall'avere messo in uso il frequente ritrarre le cose più belle; e da quel più bello, o mani o teste o corpi o gambe aggiugnerle insieme e fare una figura di tutte quelle bellezze che più si poteva; e metterla in uso in ogni opera per tutte le figure, che per questo si dice esser bella maniera.
Queste cose non l'aveva fatte Giotto, né que' primi artefici, se bene eglino avevano scoperto i principii di tutte queste difficoltà, e toccatele in superficie, come nel disegno, più vero che non era prima e più simile alla natura, e così l'unione de' colori et i componimenti delle figure nelle storie e molte altre cose, da le quali a bastanza s'è ragionato.
Ma se bene i secondi agomentarono grandemente a queste arti tutte le cose dette di sopra, elle non erano però tanto perfette, che elle finissino di aggiugnere all'intero della perfezzione.
Mancandoci ancora nella regola, una licenzia, che non essendo di regola, fosse ordinata nella regola e potesse stare senza fare confusione o guastare l'ordine, il quale aveva bisogno d'una invenzione copiosa di tutte le cose e d'una certa bellezza continuata in ogni minima cosa, che mostrasse tutto quell'ordine con più ornamento.
Nelle misure mancava uno retto giudizio, che senza che le figure fussino misurate avessero in quelle grandezze, ch'elle eran fatte, una grazia che eccedesse la misura.
Nel disegno non v'erano gli estremi del fine suo, perché se bene e' facevano un braccio tondo et una gamba diritta, non era ricerca con muscoli con quella facilità graziosa e dolce che apparisce fra 'l vedi e non vedi, come fanno la carne e le cose vive: ma elle erano crude, e scorticate, che faceva difficoltà agli occhi e durezza nella maniera, alla quale mancava una leggiadria di fare svelte e graziose tutte le figure e massimamente le femmine et i putti con le membra naturali come agli uomini, ma ricoperte di quelle grassezze e carnosità, che non siano goffe, come li naturali, ma arteficiate dal disegno e dal giudizio.
Vi mancavano ancora la copia de' belli abiti, la varietà di tante bizzarrie, la vaghezza de' colori, la università ne' casamenti e la lontananza e varietà ne' paesi.
Et avegna che molti di loro cominciassino come Andrea Verrocchio, Antonio del Pollaiuolo e molti altri più moderni, a cercare di fare le loro figure più studiate, e che ci apparisse dentro maggior disegno, con quella imitazione più simile e più a punto alle cose naturali, nondimeno e' non v'era il tutto ancora, che ci fusse l'una sicurtà più certa, che eglino andavano inverso il buono e ch'elle fussino però approvate secondo l'opere degli antichi, come si vide quando il Verrocchio rifece le gambe e le braccia di marmo al Marsia di casa Medici in Fiorenza, mancando loro pure una fine et una estrema perfezzione ne' piedi, mani, capegli, barbe, ancora che il tutto delle membra, sia accordato con l'antico et abbia una certa corrispondenza giusta nelle misure.
Ché s'eglino avessino avuto quelle minuzie dei fini, che sono la perfezzione et il fiore dell'arte, arebbono avuto ancora una gagliardezza risoluta nell'opere loro e ne sarebbe conseguito la leggiadria et una pulitezza e somma grazia, che non ebbono, ancora che vi sia lo stento della diligenzia, che son quelli che dànno gli stremi dell'arte nelle belle figure, o di rilievo o dipinte.
Quella fine e quel certo che ci mancava, non lo potevano mettere così presto in atto, avvenga che lo studio insecchisce la maniera, quando egli è preso per terminare i fini in quel modo.
Bene lo trovaron poi dopo loro gli altri, nel veder cavar fuora di terra certe anticaglie, citate da Plinio delle più famose: il Lacoonte, l'Ercole et il Torso grosso di Bel Vedere, così la Venere, la Cleopatra, lo Apollo et infine altre: le quali nella lor dolcezza e nelle lor asprezze con termini carnosi e cavati dalle maggior bellezze del vivo, con certi atti che non in tutto si storcono, ma si vanno in certe parti movendo e si mostrano con una graziosissima grazia.
E furono cagione di levar via una certa maniera secca e cruda e tagliente, che per lo soverchio studio avevano lasciata in questa arte Pietro della Francesca, Lazaro Vasari, Alesso Baldovinetti, Andrea dal Castagno, Pesello, Ercole Ferrarese, Giovan Bellini, Cosimo Rosselli, l'Abate di San Clemente, Domenico del Ghirlandaio, Sandro Botticello, Andrea Mantegna, Filippo e Luca Signorello; i quali, per sforzarsi, cercavano fare l'impossibile dell'arte con le fatiche e massime negli scorti e nelle vedute spiacevoli che, sì come erano a loro dure a condurle, così erano aspre a vederle.
Et ancora che la maggior parte fussino ben disegnate e senza errori, vi mancava pure uno spirito di prontezza che non ci si vide mai, et una