LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 244
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Ma non s'è già potuto mai, se non si disfaceva il tutto, rimediare che ella non sia fuor di scquadra e non lo mostri nel pavimento e nel palco.
Vero è che nel modo che essi la posono, così come ella si truova, vi è gran fattura e fatica e merita lode assai per molte pietre lavorate col calandrino che sfuggono a quartabuono per cagione dello sbiecare della sala; ma di diligenza e d'essere bene murate, commesse e lavorate non si può fare né veder meglio.
Ma molto meglio sarebbe riuscito il tutto se Baccio, che non tenne mai conto dell'architettura, si fusse servito di qualche migliore giudizio che di Giuliano, il quale, se bene era buono maestro di legname et intendeva d'architettura, non era però tale che a sì fatta opera, come quella sera, egli fusse atto, come ha dimostrato l'esperienza.
Imperò tutta questa opera s'andò per ispazio di molti anni lavorando e murando poco più che la metà, e Baccio finì e messe nelle nicchie minori la statua del signor Giovanni e quella del duca Alessandro nella facciata dinanzi amendue e nella nicchia maggiore, sopra un basamento di mattoni, la statua di papa Clemente e tirò al fine ancora la statua del duca Cosimo, dove egli s'affaticò assai sopra la testa, ma con tutto ciò il Duca e gli uomini di corte dicevano che ella non lo somigliava punto.
Onde avendone Baccio già prima fatto una di marmo, la quale è oggi nel medesimo palazzo nelle camere di sopra, e fu la migliore testa che facesse mai, e stette benissimo, egli difendeva e ricuopriva l'errore e la cattività della presente testa con la bontà della passata.
Ma sentendo da ognuno biasimare quella testa, un giorno in còllora la spiccò, con animo di farne un'altra e commetterla nel luogo di quella, ma non la fece poi altrimenti.
Et aveva Baccio per costume nelle statue ch'e' faceva di mettere de' pezzi piccoli e grandi di marmo, non gli dando noia il fare ciò e ridendosene, il che egli fece nell'Orfeo a una delle teste di Cerbero, et a San Piero che è in Santa Maria del Fiore rimesse un pezzo di panno; nel gigante di piazza, come si vede, rimesse a Cacco et appiccò due pezzi, cioè una spalla et una gamba, et in molti altri suoi lavori fece il medesimo, tenendo cotali modi i quali sogliono grandemente dannare gli scultori.
Finite queste statue, messe mano alla statua di papa Leone per questa opera e la tirò forte innanzi.
Vedendo poi Baccio che questa opera riusciva lunga e che e' non era per condursi oramai al fine di quel suo primo disegno per le facciate attorno attorno al palazzo e che e' s'era speso gran somma di danari e passato molto tempo, e che quella opera con tutto ciò non era mezza finita e piaceva poco all'universale, andò pensando nuova fantasia et andava provando di levare il Duca dal pensiero del palazzo, parendogli che sua eccellenza ancora fusse di questa opera infastidita.
Avendo egli addunque, nell'Opera di Santa Maria del Fiore che la comandava, fatto nimicizia co' provveditori e con tutti gli scarpellini, e poiché tutte le statue che andavan nell'udienza erano a suo modo quali finite e poste in opera e quali abbozzate e lo ornamento murato in gran parte, per occultare molti difetti che v'erano, et a poco a poco abbandonare quell'opera, messe innanzi Baccio al Duca che l'Opera di Santa Maria del Fiore gittava via i danari, né faceva più cosa di momento.
Onde disse avere pensato che sua eccellenza farebbe bene a far voltare tutte quelle spese dell'opera inutili a fare il coro a otto facce della chiesa e l'ornamento dello altare, scale, residenze del Duca e magistrati, e delle sedie del coro pe' canonici e cappellani e clerici, secondo che a sì onorata chiesa si conveniva.
Del quale coro Filippo di ser Brunellesco aveva lasciato il modello in quel semplice telaio di legno, che prima serviva per coro in chiesa, con intenzione di farlo col tempo di marmo con la medesima forma, ma con maggiore ornamento.
Considerava Baccio, oltre alle cose sopra dette, che egli arebbe occasione in questo coro di fare molte statue e storie di marmo e di bronzo nell'altare maggiore et intorno al coro, et ancora in due pergami che dovevano essere di marmo nel coro, e che le otto facce nelle parti di fuora si potevano nel basamento ornare di molte storie di bronzo commesse nello ornamento di marmo.
Sopra questo pensava di fare un ordine di colonne e di pilastri che reggessino attorno attorno le cornice e quattro archi; de' quali archi divisati secondo la crocera della chiesa, uno facesse l'entrata principale, col quale si riscontrasse l'arco dell'altare maggiore posto sopra esso altare, e gli altri due fussino da' lati, da man destra uno e l'altro da man sinistra, sotto i quali due da' lati dovevano essere posti i pergami; sopra la cornice uno ordine di balaustri in cima, che girassino le otto facce, e sopra i balaustri una grillanda di candelieri, per quasi incoronare di lumi il coro secondo i tempi, come sempre s'era costumato innanzi, mentre che vi fu il modello di legno del Brunellesco.
Tutte queste cose mostrando Baccio al Duca, diceva che sua eccellenza con l'entrata dell'Opera, cioè di S.
Maria del Fiore e delli Operai di quella, e con quello che ella per sua liberalità aggiugnerebbe, in poco tempo addornerebbe quel tempio e gli acquisterebbe molta grandezza e magnificenza e conseguentemente a tutta la città, per essere lui di quella il principale tempio e lascerebbe di sé in cotal fabbrica eterna et onorata memoria; et oltre a tutto questo (diceva) che sua eccellenza darebbe occasione a lui d'affaticarsi e di fare molte buone opere e belle, e mostrando la sua virtù, d'acquistarsi nome e fama ne' posteri, il che doveva essere caro a sua eccellenza, per essere lui suo servitore et allevato della casa de' Medici.
Con questi disegni e parole mosse Baccio il Duca, sì che gl'impose che egli facesse un modello di tutto il coro, consentendo che cotal fabbrica si facesse.
Partito Baccio dal Duca, fu con Giuliano di Baccio d'Agnolo suo architetto e, conferito il tutto seco, andorono in sul luogo, et esaminata ogni cosa diligentemente, si risolverono di non uscire della forma del modello di Filippo, ma di seguitare quello, aggiugnendogli solamente altri ornamenti di colonne e di risalti e d'arricchirlo quanto potevano più, mantenendogli il disegno e la figura di prima.
Ma non le cose assai et i molti ornamenti son quelli che abbelliscono et arricchiscono le fabbriche, ma le buone, quantunque sieno poche, se sono ancora poste ne' luoghi loro e con la debita proporzione composte insieme; queste piacciono e sono ammirate e fatte con giudizio dall'artefice, ricevono di poi lode da tutti gli altri.
Questo non pare che Giuliano e Baccio considerassino, né osservassino, perché presono un suggetto di molta opera e lunga fatica, ma di poca grazia, come ha l'esperienza dimostro.
Il disegno di Giuliano (come si vede) fu di fare nelle cantonate di tutte le otto facce pilastri che piegavano in su gli angoli, e l'opera tutta di componimento ionico, e questi pilastri, perché nella pianta venivano insieme con tutta l'opera a diminuire verso il centro del coro e non erano uguali, venivano necessariamente a essere larghi dalla parte di fuora e stretti di dentro, il che è sproporzione di misura.
E ripiegando il pilastro secondo l'angolo delle otto facce di dentro, le linee del centro lo diminuivano tanto, che le due colonne, le quali mettevono in mezzo il pilastro da' canti, lo facevano parere sottile et accompagnavano con disgrazia lui e tutta quell'opera, sì nella parte di fuora e simile in quella di dentro, ancora che vi fosse la misura.
Fece Giuliano parimente tutto il modello dello altare, discosto un braccio e mezzo dall'ornamento del coro, sopra il quale Baccio fece poi di cera un Cristo morto a giacere con due Angeli, de' quali uno gli teneva il braccio destro e con un ginocchio gli reggeva la testa, e l'altro teneva i misteri della Passione, et occupava la statua di Cristo quasi tutto lo altare, sì che appena celebrare vi si sarebbe potuto, e pensava di fare questa statua di circa quattro braccia e mezzo.
Fece ancora un risalto d'uno piedistallo dietro all'altare appiccato con esso nel mezzo con un sedere, sopra il quale pose poi un Dio Padre a sedere, di braccia sei, che dava la benedizzione e veniva accompagnato da due altri Angeli di braccia quattro l'uno, che posavano ginocchione in su' canti e fine della predella dell'altare, al pari dove Dio Padre posava i piedi.
Questa predella era alta più d'un braccio, nella quale erano molte storie della Passione di Gesù Cristo, che tutte dovevano essere di bronzo; in su' canti di questa predella erano gli Angeli sopra detti, tutti e due ginocchione e tenevano ciascuno in mano un candelliere, i quali candellieri delli Angeli accompagnavano otto candellieri grandi alti braccia tre e mezzo, che ornavano quello altare, posti fra gli Angeli, e Dio Padre era nel mezzo di loro; rimaneva un vano d'un mezzo braccio dietro al Dio Padre, per potere salire e accendere i lumi.
Sotto l'arco, che faceva riscontro all'entrata principale del coro, sul basamento che girava intorno, dalla banda di fuora aveva posto nel mezzo sotto detto arco l'albero del peccato, al tronco del quale era avvolto l'antico serpente con la faccia umana in cima e due figure ignude erano intorno all'albero, che una era Adamo e l'altra Eva.
Dalla banda di fuora del coro, dove dette figure voltavano le facce, era per lunghezza nell'imbasamento un vano lungo circa tre braccia, per farvi una storia o di marmo o di bronzo della loro creazione; per seguitare nelle facce de' basamenti di tutta quell'opera insino al numero di ventuno storie tutte del Testamento Vecchio, e per maggiore ricchezza di questo basamento ne' zoccoli, dove posavano le colonne et i pilastri, aveva per ciascuno fatto una figura o vestita o nuda per alcuni Profeti per farli poi di marmo: opera certo et occasione grandissima e da poter mostrare tutto l'ingegno e l'arte d'un perfetto maestro, del quale non dovesse mai per tempo alcuno spegnersi la memoria.
Fu mostro al Duca questo modello et ancora doppi disegni fatti da Baccio, i quali sì per la varietà e quantità, come ancora per la loro bellezza, perciò che Baccio lavorava di cera fieramente e disegnava bene, piacquero a sua eccellenza, et ordinò che si mettesse subito mano al lavoro di quadro, voltandovi tutte le spese che faceva l'Opera et ordinando che gran quantità di marmi si conducessino da Carrara.
Baccio ancora egli cominciò a dare principio alle statue, e le prime furono uno Adamo che alzava un braccio et era grande quattro braccia in circa.
Questa figura fu finita da Baccio, ma perché gli riuscì stretta ne' fianchi et in altre parti con qualche difetto, la mutò in uno Bacco, il quale dette poi al Duca et egli lo tenne in camera molti anni nel suo palazzo, e fu posto poi, non è molto, nelle stanze terrene, dove abita il principe la state, dentro a una nicchia.
Aveva parimente fatto della medesima grandezza un'Eva che sedeva, la quale condusse fino alla metà e restò indietro per cagione dello Adamo, il quale ella doveva accompagnare.
Et avendo dato principio a un altro Adamo di diversa forma et attitudine, gli bisognò mutare ancora Eva; e la prima che sedeva fu convertita da lui in una Cerere e la dette all'illustrissima duchessa Leonora in compagnia d'uno Appollo, che era un altro ignudo che egli aveva fatto, e sua eccellenza lo fece mettere nella facciata del vivaio che è nel giardino de' Pitti col disegno et architettura di Giorgio Vasari.
Seguitò Baccio queste due figure di Adamo e d'Eva con grandissima volontà, pensando di satisfare all'universale et agli artefici, avendo satisfatto a se stesso, e le finì e lustrò con tutta la sua diligenza et affezzione; messe di poi queste figure d'Adamo e d'Eva nel luogo loro e scoperte ebbero la medesima fortuna che l'altre sue cose e furono con sonetti e con versi latini troppo crudelmente lacerate: avvenga che il senso di uno diceva che sì come Adamo et Eva, avendo con la loro disubbidienza vituperato il paradiso, meritorono d'essere cacciati, così queste figure vituperando la terra, meritano d'essere cacciate fuora di chiesa.
Nondimeno le statue sono proporzionate et hanno molte belle parti, e se non è in loro quella grazia che altre volte s'è detto e che egli non poteva dare alle cose sue, hanno però arte e disegno tale, che meritano lode assai.
Fu domandata una gentildonna, la quale s'era posta a guardare queste statue, da alcuni gentiluomini, quello che le paresse di questi corpi ignudi.
Rispose: "Degli uomini non posso dare giudizio", et essendo pregata che della donna dicesse il parer suo, rispose che le pareva che quella Eva avesse due buone parti da essere commendata assai, perciò che ella è bianca e soda; ingegnosamente mostrando di lodare, biasimò copertamente e morse l'artefice e l'artifizio suo, dando alla statua quelle lode proprie de' corpi femminili, le quali è necessario intendere della materia del marmo e di lui son vere, ma dell'opera e dell'artifizio no, perciò che l'artifizio quelle lode non lodano.
Mostrò addunque quella valente donna che altro non si poteva secondo lei lodare in quella statua se non il marmo.
Messe di poi mano Baccio alla statua di Cristo morto, il quale ancora non gli riuscendo come se l'era proposto, essendo già innanzi assai, lo lasciò stare, e preso un altro marmo ne cominciò un altro con attitudine diversa dal primo, et insieme con l'Angelo che con una gamba sostiene a Cristo la testa e con la mano un braccio, e' non restò che l'una e l'altra figura finì del tutto, e dato ordine di porlo sopra l'altare, riuscì grande di maniera che, occupando troppo del piano, non avanzava spazio all'operazioni del sacerdote.
Et ancora che questa statua fusse ragionevole e delle migliori di Baccio, nondimeno non si poteva saziare il popolo di dirne male e di levarne i pezzi, non meno tutta l'altra gente che i preti.
Conoscendo Baccio che lo scoprire l'opere imperfette nuoce alla fama degli artefici nel giudizio di tutti coloro i quali o non sono della professione, o non se n'intendono, o non hanno veduto i modelli, per accompagnare la statua di Cristo e finire l'altare, si risolvé a fare la statua di Dio Padre, per la quale era venuto un marmo da Carrara bellissimo.
Già l'aveva condotto assai innanzi, e fatto mezzo ignudo a uso di Giove, quando non piacendo al Duca, et a Baccio parendo ancora che egli avesse qualche difetto, lo lasciò così come s'era e così ancora si truova nell'Opera.
Non si curava del dire delle genti, ma attendeva a farsi ricco et a comprare possessioni.
Nel poggio di Fiesole comperò un bellissimo podere chiamato lo Spinello, e nel piano sopra San Salvi sul fiume d'Affrico un altro con bellissimo casamento, chiamato il Cantone, e nella via de' Ginori una gran casa, la quale il Duca con danari e favori gli fece avere; ma Baccio avendo acconcio lo stato suo, poco si curava oramai di fare, d'affaticarsi, et essendo la sepoltura del signor Giovanni imperfetta, e l'udienza della sala cominciata, et il coro, e l'altare addietro, poco si curava del dire altrui e del biasimo che per ciò gli fusse dato.
Ma pure avendo murato l'altare e posto l'imbasamento di marmo dove doveva stare la statua di Dio Padre, avendone fatto un modello, finalmente la cominciò, e tenendovi scarpellini andava lentamente seguitando.
Venne in que' giorni di Francia Benvenuto Cellini, il quale aveva servito il re Francesco nelle cose dell'orefice, di che egli era ne' suoi tempi il più famoso, e nel getto di bronzo aveva a quel re fatto alcune cose; et egli fu introdotto al duca Cosimo, il quale desiderando d'ornare la città, fece a lui ancora molte carezze e favori.
Dettegli a fare una statua di bronzo di cinque braccia incirca di uno Perseo ignudo, il quale posava sopra una femmina ignuda fatta per Medusa, alla quale aveva tagliato la testa, per porlo sotto uno degli archi della loggia di piazza.
Benvenuto mentre che faceva il Perseo, ancora dell'altre cose faceva al Duca.
Ma come avviene che il figulo sempre invidia e noia il figulo, e lo scultore l'altro scultore, non potette Baccio sopportare i favori varii fatti a Benvenuto.
Parevagli ancora strana cosa che egli fusse così in un tratto di orefice riuscito scultore, né gli capiva nell'animo che egli, che soleva fare medaglie e figure piccole, potesse condur colossi ora e giganti.
Né potette il suo animo occultare Baccio, ma lo scoperse del tutto e trovò chi gli rispose; perché dicendo Baccio a Benvenuto in presenza del Duca molte parole delle sue mordaci, Benvenuto, che non era manco fiero di lui, voleva che la cosa andasse del pari.
E spesso ragionando delle cose dell'arte e delle loro proprie, notando i difetti di quelle, si dicevano l'uno all'altro parole vituperosissime in presenza del Duca; il quale, perché ne pigliava piacere, conoscendo ne' lor detti mordaci ingegno veramente et acutezza, gli aveva dato campo franco e licenza che ciascuno dicesse all'altro ciò che egli voleva dinanzi a lui, ma fuora non se ne tenesse conto.
Questa gara, o più tosto nimicizia, fu cagione che Baccio sollecitò lo Dio Padre, ma non aveva egli già dal Duca que' favori che prima soleva, ma s'aiutava per ciò corteggiando e servendo la Duchessa.
Un giorno fra gli altri, mordendosi al solito e scoprendo molte cose de' fatti loro, Benvenuto guardando e minacciando Baccio, disse: "Provvediti Baccio d'un altro mondo, che di questo ti voglio cavare io".
Rispose Baccio: "Fa che io lo sappia un dì innanzi, sì ch'io mi confessi e faccia testamento e non muoia come una bestia, come sei tu".
Per la qual cosa il Duca, perché molti mesi ebbe preso spasso del fatto loro, gli pose silenzio, temendo di qualche mal fine, e fece far loro un ritratto grande della sua testa fino alla cintura, che l'uno e l'altro si gettassi di bronzo, acciò che chi facesse meglio avesse l'onore.
In questi travagli et emulazioni finì Baccio il suo Dio Padre, il quale ordinò che si mettesse in chiesa sopra la basa a canto all'altare.
Questa figura era vestita et è braccia sei alta e la murò e finì del tutto.
Ma per non la lasciare scompagnata, fatto venire da Roma Vincenzio de' Rossi scultore suo creato, volendo nell'altare tutto quello che mancava di marmo farlo di terra, si fece aiutare da Vincenzio a finire i due Angeli che tengono i candelieri in su' canti, e la maggior parte delle storie della predella e basamento; messo di poi ogni cosa sopra l'altare, acciò si vedesse come aveva a stare il fine del suo lavoro, si sforzava che 'l Duca lo venisse a vedere, innanzi che egli lo scoprisse.
Ma il Duca non volle mai andare, et essendone pregato dalla Duchessa, la quale in ciò favoriva Baccio, non si lasciò però mai piegare il Duca, e non andò a vederlo, adirato perché di tanti lavori Baccio non aveva mai finitone alcuno, et egli pure l'aveva fatto ricco e gli aveva con odio de' cittadini fatto molte grazie et onoratolo molto.
Con tutto questo andava sua eccellenza pensando d'aiutare Clemente figliuolo naturale di Baccio e giovane valente, il quale aveva acquistato assai nel disegno, perché e' dovesse toccare a lui col tempo a finire l'opere del padre.
In questo medesimo tempo, che fu l'anno 1554, venne da Roma, dove serviva papa Giulio Terzo, Giorgio Vasari aretino per servire sua eccellenza in molte cose che l'aveva in animo di fare e particularmente innovare di fabbriche et ornare il palazzo di piazza e fare la sala grande, come s'è di poi veduto.
Giorgio Vasari di poi l'anno seguente condusse da Roma, et acconciò col Duca, Bartolommeo Ammannati scultore per fare l'altra facciata dirimpetto all'udienza cominciata da Baccio in detta sala et una fonte nel mezzo di detta facciata, e subito fu dato principio a fare una parte delle statue che vi andavano.
Conobbe Baccio che 'l Duca non voleva servirsi più di lui, poi che adoperava altri, di che egli avendo grande dispiacere e dolore era diventato sì strano e fastidioso, che né in casa né fuora non poteva alcuno conversare con lui, et a Clemente suo figliuolo usava molte stranezze e lo faceva patire d'ogni cosa.
Per questo Clemente avendo fatto di terra una testa grande di sua eccellenza per farla di marmo per la statua dell'udienza, chiese licenza al Duca di partirsi per andare a Roma per le stranezze del padre; il Duca disse che non gli mancherebbe.
Baccio nella partita di Clemente, che gli chiese licenza, non gli volle dar nulla, benché egli fusse in Firenze di grande aiuto, che era quel giovane le braccia di Baccio in ogni bisogno, nondimeno non si curò che si gli levasse dinanzi.
Arrivato il giovane a Roma contro a tempo, sì per gli studi e sì pe' disordini, il medesimo anno si morì, lasciando in Firenze di suo quasi finita una testa del duca Cosimo di marmo, la quale Baccio poi pose sopra la porta principale di casa sua nella via de' Ginori, et è bellissima.
Lasciò ancora Clemente molto innanzi un Cristo morto, che è retto da Niccodemo, il quale Niccodemo è Baccio ritratto di naturale: le quali statue, che sono assai buone, Baccio pose nella chiesa de' Servi, come al suo luogo diremo.
Fu di grandissima perdita la morte di Clemente a Baccio et all'arte, et egli lo conobbe poi che fu morto.
Scoperse Baccio l'altare di Santa Maria del Fiore e la statua di Dio Padre fu biasimata; l'altare s'è restato con quello che s'è racconto di sopra, né vi si è fatto poi altro, ma s'è atteso a seguitare il coro.
Erasi molti anni innanzi cavato a Carrara un gran pezzo di marmo alto braccia dieci e mezzo e largo braccia cinque, del quale avuto Baccio l'avviso, cavalcò a Carrara e dette al padrone di chi egli era scudi cinquanta per arra, e fattone contratto tornò a Firenze, e fu tanto intorno al Duca, che per mezzo della Duchessa ottenne di farne un gigante, il quale dovesse mettersi in piazza sul canto dove era il lione, nel quale luogo si facesse una gran fonte che gittasse acqua, nel mezzo della quale fusse Nettunno sopra il suo carro tirato da cavagli marini e dovesse cavarsi questa figura di questo marmo.
Di questa figura fece Baccio più d'uno modello e mostratigli a sua eccellenza, stettesi la cosa senza fare altro fino all'anno 1559, nel quale tempo il padrone del marmo venuto da Carrara, chiedeva d'essere pagato del restante o che renderebbe gli scudi 50 per romperlo in più pezzi e farne danari, perché aveva molte chieste.
Fu ordinato dal Duca a Giorgio Vasari che facesse pagare il marmo.
Il che intesosi per l'arte e che il Duca non aveva ancora dato libero il marmo a Baccio, si risentì Benvenuto e parimente l'Ammannato, pregando ciascheduno di loro il Duca di fare un modello a concorrenza di Baccio e che sua eccellenza si degnasse di dare il marmo a colui che nel modello mostrasse maggior virtù.
Non negò il Duca a nessuno il fare il modello, né tolse la speranza che chi si portava meglio non potesse esserne il facitore.
Conosceva il Duca che la virtù e 'l giudicio e 'l disegno di Baccio era ancora meglio di nessuno scultore di quelli che lo servivano, pure che egli avesse voluto durare fatica, et aveva cara questa concorrenza per incitare Baccio a portarsi meglio e fare quel che egli poteva.
Il quale vedutasi addosso questa concorrenza ne ebbe grandissimo travaglio, dubitando più della disgrazia del Duca che d'altra cosa, e di nuovo si messe a fare modelli.
Era intorno alla Duchessa assiduo, con la quale operò tanto Baccio, che ottenne d'andare a Carrara per dare ordine che il marmo si conducesse a Firenze.
Arrivato a Carrara, fece scemare il marmo tanto, secondo che egli aveva disegnato di fare, che lo ridusse molto meschino e tolse l'occasione a sé et agli altri et il poter farne omai opera molto bella e magnifica.
Ritornato a Firenze fu lungo combattimento tra Benvenuto e lui, dicendo Benvenuto al Duca che Baccio aveva guasto il marmo innanzi che egli l'avesse tocco.
Finalmente la Duchessa operò tanto, che 'l marmo fu suo, e di già s'era ordinato che egli fusse condotto da Carrara alla marina e preparato gli ordini della barca che lo condusse su per Arno fino a Signa.
Fece ancora Baccio murare nella loggia di piazza una stanza per lavorarvi dentro il marmo, et in questo mezzo aveva messo mano a fare cartoni, per fare dipignere alcuni quadri che dovevano ornare le stanze del palazzo de' Pitti.
Questi quadri furono dipinti da un giovane chiamato Andrea del Minga, il quale maneggiava assai acconciamente i colori.
Le storie dipinte ne' quadri furono la creazione d'Adamo e d'Eva e l'esser cacciati dall'Angelo di Paradiso; un Noè et un Moisè con le tavole, i quali finiti gli donò poi alla Duchessa cercando il favore di lei nelle sue difficultà e controversie.
E nel vero se non fusse stata quella signora, che lo tenne in piè e lo amava per la virtù sua, Baccio sarebbe cascato affatto et arebbe persa interamente la grazia del Duca.
Servivasi ancora la Duchessa assai di Baccio nel giardino de' Pitti, dove ella aveva fatto fare una grotta piena di tartari e di spugne congelate dall'acqua, dentrovi una fontana, dove Baccio aveva fatto condurre di marmo a Giovanni Fancelli suo creato un pilo grande et alcune capre quanto il vivo, che gettano acqua, e parimente col modello fatto da se stesso per un vivaio un villano che vota un barile pieno d'acqua.
Per queste cose la Duchessa di continovo aiutava e favoriva Baccio appresso al Duca, il quale aveva dato licenzia finalmente a Baccio che cominciasse il modello grande del Nettunno: per lo che egli mandò di nuovo a Roma per Vincenzio de' Rossi, che già s'era partito di Firenze, con intenzione che gli aiutasse condurlo.
Mentre che queste cose si andavano preparando, venne volontà a Baccio di finire quella statua di Cristo morto tenuto da Niccodemo, il quale Clemente suo figliolo aveva tirato innanzi: perciò che aveva inteso che a Roma il Buonarroto ne finiva uno, il quale aveva cominciato in un marmo grande, dove erano cinque figure, per metterlo in S.
Maria Maggiore alla sua sepoltura.
A questa concorrenza Baccio si messe a lavorare il suo con ogni accuratezza e con aiuti, tanto che lo finì.
Et andava cercando in questo mezzo per le chiese principali di Firenze d'un luogo dove egli potesse collocarlo e farvi per sé una sepoltura, ma non trovando luogo che lo contentasse per sepoltura, si risolvé a una cappella nella chiesa de' Servi, la quale è della famiglia de' Pazzi.
I padroni di questa cappella pregati dalla Duchessa concessono il luogo a Baccio, senza spodestarsi del padronato e delle insegne che v'erano di casa loro e solamente gli concessono che egli facesse uno altare di marmo e sopra quello mettesse le dette statue e vi facesse la sepoltura a' piedi.
Convenne ancora poi co' frati di quel convento dell'altre cose appartenenti allo ufiziarla.
In questo mezzo faceva Baccio murare l'altare et il basamento di marmo, per mettervi su queste statue, e finitolo disegnò mettere in quella sepoltura, dove voleva esser messo egli e la sua moglie, l'ossa di Michelagnolo suo padre, le quali aveva nella medesima chiesa fatto porre, quando e' morì, in uno deposito; queste ossa di suo padre egli di sua mano volle pietosamente mettere in detta sepoltura, dove avvenne che Baccio, o che egli pigliasse dispiacere et alterazione d'animo nel maneggiar l'ossa di suo padre, o che troppo s'affaticasse nel tramutare quell'ossa con le proprie mani e nel murare i marmi, o l'uno o l'altro insieme, si travagliò di maniera, che sentendosi male et andatosene a casa et ogni dì più aggravando il male, in otto giorni si morì, essendo d'età d'anni settantadue, essendo stato fino allora robusto e fiero, senza aver mai provato molti mali mentre ch'e' visse.
Fu sepolto con onorate essequie e posto allato all'ossa del padre nella sopra detta sepoltura da lui medesimo lavorata, nella quale è questo epitaffio:
D.O.M.
BACCIUS BANDINELLUS DIVI IACOBI EQUES
SUB HAC SERVATORIS IMAGINE,
A SE EXPRESSA, CUM IACOBA DONIA
UXORE QUIESCIT.
ANNO SALUTIS MDLIX.
Lasciò figliuoli maschi e femmine, i quali furono eredi di molte facultà, di terreni, di case e di danari, le quali egli lasciò loro, et al mondo lasciò l'opere da noi descritte di scultura e molti disegni in gran numero, i quali sono appresso i figliuoli, e nel nostro libro ne sono di penna e di matita alcuni che non si può certamente far meglio.
Rimase il marmo del gigante in maggior contesa che mai, perché Benvenuto era sempre intorno al Duca e per virtù d'un modello piccolo, che egli aveva fatto, voleva che 'l Duca glielo desse; dall'altra parte l'Ammannato, come quello era scultore di marmi e sperimentato in quelli più che Benvenuto, per molte cagioni giudicava che a lui s'appartenesse questa opera.
Avvenne che a Giorgio bisognò andare a Roma col cardinale figliuolo del Duca, quando prese il cappello, al quale avendo l'Ammannato dato un modelletto di cera, secondo che egli desiderava di cavare del marmo quella figura et uno legno, come era appunto grosso e lungo e largo e bieco quel marmo, acciò che Giorgio lo mostrasse a Roma a Michelagnolo Buonarroti perché egli ne dicesse il parere suo, e così movesse il Duca a dargli il marmo, il che tutto fece Giorgio volentieri, questo fu cagione che 'l Duca dette commessione che e' si turasse un arco della loggia di piazza e che l'Ammannato facesse un modello grande quanto aveva a essere il gigante.
Inteso ciò Benvenuto, tutto in furia cavalcò a Pisa, dove era il Duca, dove dicendo lui che non poteva comportare che la virtù sua fusse conculcata da chi era da manco di lui e che desiderava di fare a concorrenza dell'Ammannato un modello grande nel medesimo luogo, volle il Duca contentarlo e gli concesse ch'e' si turasse l'altro arco della loggia, e fece dar a Benvenuto le materie, acciò facesse come egli voleva il modello grande a concorrenza dell'Ammannato.
Mentre che questi maestri attendevano a fare questi modelli e che avevano serrato le loro stanze, sì che né l'uno né l'altro poteva vedere ciò che il compagno faceva, benché fussino appiccate insieme le stanze, si destò maestro Giovan Bologna fiammingo scultore, giovane di virtù e di fierezza non meno che alcuno degli altri.
Costui stando col signor don Francesco principe di Firenze, chiese a sua eccellenza di poter fare un gigante, che servisse per modello, della medesima grandezza del marmo et il principe ciò gli concesse.
Non pensava già maestro Giovan Bologna d'avere a fare il gigante di marmo, ma voleva almeno mostrare la sua virtù e farsi tenere quello che egli era; avuta la licenza dal principe, cominciò ancora egli il suo modello nel convento di S.
Croce.
Non volle mancare di concorrere con questi tre Vincenzio Danti perugino, scultore giovane di minore età di tutti, non per ottenere il marmo, ma per mostrare l'animosità e l'ingegno suo.
Così messosi a lavorare di suo nelle case di Messer Alessandro di Messer Ottaviano de' Medici, condusse un modello con molte buone parti grande come gli altri.
Finiti i modelli, andò il Duca a vedere quello dell'Ammannato e quello di Benvenuto, e piaciutogli più quello dell'Ammannato che quello di Benvenuto, si risolvé che l'Ammannato avesse il marmo e facesse il gigante, perché era più giovane di Benvenuto e più pratico né marmi di lui.
Aggiunse all'inclinazione del Duca Giorgio Vasari, il quale con sua eccellenza fece molti buoni ufizi per l'Ammannato, vedendolo oltre al saper suo pronto a durare ogni fatica e sperando che per le sue mani si vedrebbe un'opera eccellente finita in breve tempo.
Non volle il Duca allora vedere il modello di maestro Giovan Bologna, perché non avendo veduto di suo lavoro alcuno di marmo, non gli pareva che si gli potesse per la prima fidare, così grande impresa, ancora che da molti artefici e da altri uomini di giudicio intendesse che 'l modello di costui era in molte parti migliore che gli altri.
Ma se Baccio fusse stato vivo, non sarebbono state tra que' maestri tante contese, perché a lui senza dubbio sarebbe tocco a fare il modello di terra et il gigante di marmo.
Questa opera addunque tolse a lui la morte, ma la medesima gli dette non piccola gloria, perché fece vedere in que' quattro modelli, de' quali fu cagione il non essere vivo Baccio ch'e' si facessino, quanto era migliore il disegno e 'l giudicio e la virtù di colui che pose Ercole e Cacco quasi vivi nel marmo in piazza; la bontà della quale opera molto più hanno scoperta et illustrata l'opere, le quali dopo la morte di Baccio hanno fatte questi altri, i quali benché si sieno portati laudabilmente, non però hanno potuto aggiugnere al buono et al bello che pose egli nell'opera sua.
Il duca Cosimo poi nelle nozze della reina Giovanna d'Austria sua nuora, dopo la morte di Baccio sette anni, ha fatto nella sala grande finire l'udienza della quale abbiamo ragionato di sopra, cominciata da Baccio, e di tal finimento ha voluto che sia capo Giorgio Vasari, il quale ha cerco con ogni diligenza di rimediare a molti difetti che sarebbero stati in lei, se ella si seguitava e si finiva secondo il principio e primo ordine suo.
Così quell'opera imperfetta con l'aiuto d'Iddio s'è condotta ora al fine et èssi arricchita nelle sue rivolte con l'aggiunta di nicchie e di pilastri e di statue poste ne' luoghi loro, dove ancora, perché era messa bieca e fuor di squadra, siamo andati pareggiandola quanto è stato possibile e l'abbiamo alzata assai con un corridore sopra di colonne toscane; e la statua di Leone, cominciata da Baccio, Vincenzio de' Rossi suo creato l'ha finita.
Oltre a ciò è stata quell'opera ornata di fregiature piene di stucchi, con molte figure grandi e piccole e con imprese et altri ornamenti di varie sorti, e sotto le nicchie ne' partimenti delle volte si sono fatti molti spartimenti varii di stucchi e molte belle invenzioni d'intagli, le quali cose tutte hanno di maniera arricchita quell'opera, che ha mutato forma et acquistato più grazia e bellezza assai.
Imperò che dove secondo il disegno di prima, essendo il tetto della sala alto braccia ventuno, l'udienza non s'alzava più che diciotto braccia, sì che tra lei e 'l tetto vecchio era un vano in mezzo di braccia tre, ora secondo l'ordine nostro il tetto della sala s'è alzato tanto, che sopra il tetto vecchio è ito dodici braccia e sopra l'udienza di Baccio e di Giuliano braccia quindici: così trentatré braccia è alto il tetto ora della sala.
E fu certamente grande animo quello del duca Cosimo a risolversi di fare finire per le nozze sopra dette tutta questa opera in tempo di cinque mesi, alla quale mancava più del terzo, volendola condurre a perfezzione, et insino a quel termine, dove ella era allora, era arrivata in più di quindici anni.
Ma non solo sua eccellenza fece finire del tutto l'opera di Baccio, ma il resto ancora di quel che aveva ordinato Giorgio Vasari, ripigliando dal basamento, che ricorre sopra tutta quell'opera, con un ricinto di balaustri ne' vani che fa un corridore che passa sopra questo lavoro della sala e vede di fuori la piazza e di dentro tutta la sala; così potranno i principi e' signori stare a vedere senza essere veduti tutte le feste che vi si faranno con molto commodo loro e piacere, e ritirarsi poi nelle camere e camminare per le scale segrete e pubbliche per tutte le stanze del palazzo.
Nondimeno a molti è dispiaciuto il non avere in un'opera sì bella e sì grande messo in isquadra quel lavoro, e molti arebbono voluto smurarlo e rimurarlo poi in isquadra, ma è stato giudicato ch'e' sia meglio il seguitare così quel lavoro, per non parere maligno contro a Baccio e prosuntuoso, et aremo dimostro che e' non ci bastasse l'animo di correggere gli errori e mancamenti trovati e fatti da altri.
Ma tornando a Baccio, diciamo che le virtù sue sono state sempre conosciute in vita, ma molto più saranno conosciute e desiderate dopo la morte.
E molto più ancora sarebbe egli stato vivendo conosciuto quello che era et amato, se dalla natura avesse avuto grazia d'essere più piacevole e più cortese: perché l'essere il contrario e molto villano di parole gli toglieva la grazia delle persone et oscurava le sue virtù, e faceva che dalla gente erano con malanimo et occhio bieco guardate l'opere sue, e perciò non potevano mai piacere.
Et ancora che egli servisse questo e quel signore e sapesse servire per la sua virtù, faceva nondimeno i servizii con tanta mala grazia, che niuno era che grado di ciò gli sapesse.
Ancora il dire sempre male e biasimare le cose d'altri era cagione che nessuno lo poteva patire, e dove altri gli poteva rendere il cambio, gli era reso addoppio, e ne' magistrati senza rispetto a' cittadini diceva villania, e da loro ne ricevé parimente.
Piativa e litigava d'ogni cosa volentieri e continovamente visse in piati, e di ciò pareva che trionfasse.
Ma perché il suo disegnare, al che si vede che egli più che ad altro attese, fu tale e di tanta bontà, che supera ogni suo difetto di natura e lo fa conoscere per uomo raro di questa arte, noi perciò non solamente lo annoveriamo tra i maggiori, ma sempre abbiamo avuto rispetto all'opere sue e cerco abbiamo non di guastarle, ma di finirle e di fare loro onore: imperò che ci pare che Baccio veramente sia di quelli uno che onorata lode meritono e fama eterna.
Abbiamo riservato nell'ultimo di far menzione del suo cognome, perciò che egli non fu sempre uno, ma variò: ora de' Brandini, ora de' Bandinelli facendosi lui chiamare; prima il cognome de' Brandini si vede intagliato nelle stampe dopo il nome di Baccio; di poi più gli piacque questo de' Bandinelli, il quale insino al fine ha tenuto e tiene, dicendo che i suoi maggiori furono de' Bandinelli di Siena i quali già vennono a Gaiuole e da Gaiuole a Firenze.
IL FINE DELLA VITA DI BACCIO BANDINELLI, SCULTORE FIORENTINO
VITA DI GIULIANO BUGIARDINI PITTORE FIORENTINO
Erano innanzi all'assedio di Fiorenza in sì gran numero multiplicati gl'uomini, che i borghi lunghissimi che erano fuori di ciascuna porta, insieme con le chiese, munisteri e spedali, erano quasi un'altra città abitata da molte orrevoli persone, e da buoni artefici di tutte le sorti, come che per lo più fussero meno agiati che quelli della città e là si stessero con manco spese di gabelle e d'altro.
In uno di questi sobborghi adunque fuori della porta a Faenza nacque Giuliano Bugiardini, e sì come avevano fatto i suoi passati, vi abitò all'anno 1529, che tutti furono rovinati.
Ma innanzi, essendo giovinetto, il principio de' suoi studii fu nel giardino de' Medici in sulla piazza di San Marco, nel quale seguitando d'imparare l'arte sotto Bertoldo scultore, prese amicizia e tanta stretta familiarità con Michelagnolo Buonarroti, che poi fu sempre da lui molto amato.
Il che fece Michelagnolo non tanto perché vedesse in Giuliano una profonda maniera di disegnare, quanto una grandissima diligenza et amore che portava all'arte.
Era in Giuliano oltre ciò una certa bontà naturale et un certo semplice modo di vivere senza malignità o invidia che infinitamente piaceva al Buonarroto, né alcun notabile difetto fu in costui se non che troppo amava l'opere che egli stesso faceva.
E se bene in questo peccano comunemente tutti gl'uomini, egli nel vero passava il segno, o la molta fatica e diligenza che metteva in lavorarle o altra qual si fusse di ciò la cagione, onde Michelagnolo usava di chiamarlo beato, poi che pareva si contentasse di quello che sapeva, e se stesso infelice, che mai di niuna sua opera pienamente si sodisfaceva.
Dopo che ebbe un pezzo atteso al disegno Giuliano nel detto giardino, stette pur insieme col Buonarruoti e col Granacci, con Domenico Grillandai quando faceva la cappella di Santa Maria Novella.
Dopo, cresciuto e fatto assai ragionevole maestro, si ridusse a lavorare in compagnia di Mariotto Albertinelli in Gualfonda, nel qual luogo finì una tavola che oggi è all'entrata della porta di Santa Maria Maggiore di Firenze, dentro la quale è un Santo Alberto frate carmelitano, che ha sotto i piedi il diavolo in forma di donna, che fu opera molto lodata.
Solevasi in Firenze avanti l'assedio del 1530, nel sepellire i morti che erano nobili e di parentado, portare innanzi al cataletto, appiccati intorno a una tavola la quale portava in capo un facchino, una filza di drapelloni, i quali poi rimanevano alla chiesa per memoria del defunto e della famiglia.
Quando dunque morì Cosimo Rucellai il vecchio, Bernardo e Palla suoi figliuoli pensarono per far cosa nuova di non far drapelloni, ma in quel cambio una bandiera quadra di quattro braccia larga e cinque alta, con alcuni drapelloni ai piedi con l'arme de' Rucellai.
Dando essi addunque a fare quest'opera a Giuliano, egli fece nel corpo di detta bandiera quattro figuroni grandi, molto ben fatti, cioè San Cosimo e Damiano e San Piero e San Paulo, le quali furono pitture veramente bellissime e fatte con più diligenza che mai fusse stata fatta altra opera in drappo.
Queste et altre opere di Giuliano avendo veduto Mariotto Albertinelli e conosciuto quanto fusse diligente in osservare i disegni che se gli mettevano innanzi, senza uscirne un pelo, in que' giorni che si dispose abbandonare l'arte, gli lasciò a finire una tavola che già fra' Bartolomeo di S.
Marco suo compagno et amico avea lasciata solamente disegnata et aombrata con l'acquerello in sul gesso della tavola, sì come era di suo costume.
Giuliano addunque messovi mano, con estrema diligenza e fatica condusse quest'opera, la quale fu allora posta nella chiesa di San Gallo fuor della porta, la quale chiesa e convento fu poi rovinato per l'assedio, e la tavola portata dentro e posta nello spedal de' preti in via di San Gallo; di lì poi nel convento di San Marco et ultimamente in San Iacopo tra' Fossi al canto agl'Alberti, dove al presente è collocata all'altare maggiore.
In questa tavola è Cristo morto, la Madalena che gl'abbraccia i piedi e San Giovanni Evangelista che gli tiene la testa e lo sostiene sopra un ginocchio; èvvi similmente San Piero che piagne e San Paulo che aprendo le braccia contempla il suo signore morto.
E per vero dire, condusse Giuliano questa tavola con tanto amore e con tanta avvertenza e giudizio, che come ne fu allora, così ne sarà sempre et a ragione sommamente lodato.
E dopo questa finì a Cristofano Rinieri il rapimento di Dina in un quadro, stato lasciato similmente imperfetto dal detto fra' Bartolomeo, al quale quadro ne fece un altro simile che fu mandato in Francia.
Non molto dopo, essendo tirato a Bologna da certi amici suoi, fece alcuni ritratti di naturale et in San Francesco dentro al coro nuovo in una capella una tavola a olio, dentrovi la Nostra Donna e due Santi, che fu allora tenuta in Bologna, per non esservi molti maestri, buona e lodevole opera.
E dopo, tornato a Fiorenza, fece per non so chi cinque quadri della vita di Nostra Donna, i quali sono oggi in casa di maestro Andrea Pasquali medico di sua eccellenza et uomo singolarissimo.
Avendogli dato Messer Palla Rucellai a fare una tavola, che dovea porsi al suo altare in Santa Maria Novella, Giuliano incominciò a farvi entro il martirio di Santa Caterina vergine, ma è gran cosa, la tenne dodici anni fra mano, né mai la condusse in detto tempo a fine, per non avere invenzione, né sapere come farsi le tante varie cose che in quel martirio intervenivono; e se bene andava ghiribizzando sempre come potevono stare quelle ruote e come doveva fare la saetta et incendio che le abbruciò, tuttavia mutando quello che un giorno aveva fatto l'altro, in tanto tempo non le diede mai fine.
Ben è vero che in quel mentre fece molte cose, e fra l'altre a Messer Francesco Guicciardini che allora, essendo tornato da Bologna, si stava in villa a Montici scrivendo la sua storia, il ritratto di lui, che somigliò assai ragionevolmente e piacque molto.
Similmente ritrasse la signora Angela de' Rossi, sorella del conte di San Secondo, per lo signor Alessandro Vitelli suo marito, che allora era alla guardia di Firenze.
E per Messer Ottaviano de' Medici, ricavandolo da uno di fra' Bastiano del Piombo, ritrasse in un quadro grande et in due figure intere papa Clemente a sedere e fra' Niccolò della Magna in piede.
In un altro quadro ritrasse similmente papa Clemente a sedere et innanzi a lui inginocchioni Bartolomeo Valori che gli parla, con fatica e pazienza incredibile.
Avendo poi segretamente il detto Messer Ottaviano pregato Giuliano che gli ritraesse Michelagnolo Buonarroti, egli messovi mano, poi che ebbe tenuto due ore fermo Michelagnolo, che si pigliava piacere de' ragionamenti di colui, gli disse Giuliano: "Michelagnolo, se volete vedervi state su, che già ho fermo l'aria del viso".
Michelagnolo, rizzatosi e veduto il ritratto, disse ridendo a Giuliano: "Che diavolo avete voi fatto! Voi mi avete dipinto con uno degl'occhi in una tempia, avertitevi un poco".
Ciò udito poi che fu alquanto stato sopra di sé Giuliano et ebbe molte volte guardato il ritratto et il vivo, rispose sul saldo: "A me non pare, ma ponetevi a sedere et io vedrò un poco meglio dal vivo s'egli è così".
Il Buonarruoto, che conosceva onde veniva il difetto et il poco giudizio del Bugiardino, si rimisse subito a sedere ghignando, e Giuliano riguardò molte volte ora Michelagnolo et ora il quadro, e poi levato finalmente in piede, disse: "A me pare che la cosa stia sì come io l'ho disegnata e che il vivo mi mostri così".
"Questo è dunque" soggiunse il Buonarruoto "difetto di natura: seguitate e non perdonate al pennello, né all'arte." E così finito questo quadro, Giuliano lo diede a esso Messer Ottaviano, insieme col ritratto di papa Clemente di mano di fra' Bastiano, sì come volle il Buonarruoto che l'aveva fatto venire da Roma.
Fece poi Giuliano per Innocenzio cardinal Cibo un ritratto del quadro nel quale già aveva Raffaello da Urbino ritratto papa Leone, Giulio cardinal de' Medici et il cardinale de' Rossi.
Ma in cambio del detto cardinale de' Rossi fece la testa di esso cardinale Cibo, nella quale si portò molto bene e condusse il quadro tutto con molta fatica e diligenza.
Ritrasse similmente allora Cencio Guasconi, giovane in quel tempo bellissimo.
E dopo fece all'Olmo a Castello un tabernacolo a fresco, alla villa di Baccio Pedoni, che non ebbe molto disegno, ma fu ben lavorato con estrema diligenza.
Intanto, sollecitandolo Palla Rucellai a finire la sua tavola, della quale si è di sopra ragionato, si risolvé a menare un giorno Michelagnolo a vederla, e così condottolo dove egli l'aveva, poi che gli ebbe raccontato con quanta fatica avea fatto il lampo che venendo dal cielo spezza le ruote et uccide coloro che le girano, et un sole che uscendo d'una nuvola libera Santa Caterina dalla morte, pregò liberamente Michelagnolo, il quale non poteva tenere le risa udendo le sciagure del povero Bugiardino, che volesse dirgli come farebbe otto o dieci figure principali dinanzi a questa tavola, di soldati che stessino in fila a uso di guardia et in atto di fuggire, cascati, feriti e morti, perciò che non sapeva egli come fargli scortare in modo che tutti potessero capire in sì stretto luogo, nella maniera che si era imaginato, per fila.
Il Buonarruoti addunque, per compiacergli, avendo compassione a quel povero uomo, accostatosi con un carbone alla tavola contornò de' primi segni, schizzati solamente, una fila di figure ignude maravigliose, le quali in diversi gesti scortando, variamente cascavano chi in dietro e chi innanzi, con alcuni morti e feriti fatti con quel giudizio et eccellenza che fu propria di Michelagnolo.
E ciò fatto si partì ringraziato da Giuliano, il quale non molto dopo menò il Tribolo suo amicissimo a vedere quello che il Buonarruoto aveva fatto, raccontandogli il tutto.
E perché come si è detto aveva fatto il Buonarruoto le sue figure solamente contornate, non poteva il Bugiardino metterle in opera, per non vi essere né ombre, né altro; quando si risolvé il Tribolo ad aiutarlo, per che, fatti alcuni modelli in bozze di terra, i quali condusse eccellentemente, dando loro quella fierezza e maniera che aveva dato Michelagnolo al disegno, con la gradina - che è un ferro intaccato - le gradinò acciò fussero crudette et avessino più forza, e così fatte le diede a Giuliano.
Ma perché quella maniera non piaceva alla pulitezza e fantasia del Bugiardino, partito che fu il Tribolo, egli con un pennello, intignendolo di mano in mano nell'acqua, le lisciò tanto che, levatone via le gradine, le pulì tutte, di maniera che, dove i lumi avevano a servire per ritratto e fare l'ombre più crude, si venne a levare via quel buono che faceva l'opera perfetta.
Il che avendo poi inteso il Tribolo dallo stesso Giuliano, si rise della dapoca semplicità di quell'uomo, il quale finalmente diede finita l'opera in modo che non si conosce che Michelagnolo la guardasse mai.
In ultimo Giuliano, essendo vecchio e povero e facendo pochissimi lavori, si messe a una strana et incredibile fatica per fare una Pietà in un tabernacolo che aveva a ire in Ispagna, di figure non molto grandi, e la condusse con tanta diligenza, che pare cosa strana a vedere che un vecchio di quell'età avesse tanta pazienza in fare una sì fatta opera, per l'amore che all'arte portava.
Ne' portelli del detto tabernacolo, per mostrare le tenebre che furono nella morte del Salvatore, fece una Notte in campo nero ritratta da quella che è nella sagrestia di San Lorenzo, di mano di Michelagnolo.
Ma perché non ha quella statua altro segno che un barbagianni, Giuliano, scherzando intorno alla sua pittura della Notte con l'invenzione de' suoi concetti, vi fece un frugnuolo da uccellare a tordi la notte, con la lanterna, un pentolino di quei che si portano la notte con una candela o moccolo, con altre cose simili e che hanno che fare con le tenebre e col buio, come dire berrettini, cuffie, guanciali e pipistregli.
Onde il Buonarruoto quando vide quest'opera ebbe a smascellare delle risa, considerando con che strani capricci aveva il Bugiardino arricchita la sua Notte.
Finalmente essendo sempre stato Giuliano un uomo così fatto, d'età d'anni settantacinque si morì e fu seppellito nella chiesa di San Marco di Firenze l'anno 1556.
Raccondando una volta Giuliano al Bronzino d'avere veduta una bellissima donna, poi che l'ebbe infinitamente lodata, disse il Bronzino: "Conoscetela voi?".
"Non", rispose "ma è bellissima; fate conto ch'ella sia una pittura di mia mano, e basta."
IL FINE DELLA VITA DI GIULIANO BUGIARDINI, PITTORE
VITA DI CRISTOFANO GHERARDI DETTO DOCENO DAL BORGO SAN SEPOLCRO, PITTORE
Mentre che Raffaello dal Colle del Borgo San Sepolcro, il quale fu discepolo di Giulio Romano e gli aiutò lavorare a fresco la sala di Gostantino nel palazzo del Papa in Roma et in Mantoa le stanze del T, dipigneva, essendo tornato al Borgo, la tavola della cappella di San Gilio et Arcanio, nella quale fece, imitando esso Giulio e Raffaello da Urbino, la ressurrezzione di Cristo, che fu opera molto lodata, et un'altra tavola d'un'Assunta ai frati de' Servi a Città di Castello; mentre (dico) Raffaello queste et altre opere lavorava nel Borgo sua patria, acquistandosi ricchezze e nome, un giovane d'anni sedici, chiamato Cristofano e per sopranome Doceno, figliuolo di Guido Gherardi, uomo d'orrevole famiglia in quella città, attendendo per naturale inclinazione con molto profitto alla pittura, disegnava e coloriva così bene e con tanta grazia, che era una maraviglia.
Per che, avendo il sopra detto Raffaello veduto di mano di costui alcuni animali come cani, lupi, lepri e varie sorti d'uccelli e pesci molto ben fatti, e vedutolo di dolcissima conversazione e tanto faceto e motteggevole, come che fusse astratto nel vivere e vivesse quasi alla filosofica, fu molto contento d'avere sua amistà e che gli praticasse per imparare in bottega.
Avendo dunque sotto la disciplina di Raffaello disegnato Cristofano alcun tempo, capitò al Borgo il Rosso, con quale avendo fatto amicizia et avuto de' suoi disegni, studiò Doceno sopra quelli con molta diligenza, parendogli (come quelli che non aveva veduto altri che di mano di Raffaello) che fussino, come erano in vero, bellissimi.
Ma cotale studio fu da lui interrotto perché, andando Giovanni de' Turrini dal Borgo allora capitano de' fiorentini con una banda di soldati borghesi e da Città di Castello alla guardia di Firenze, assediata dall'esercito imperiale e di papa Clemente, vi andò fra gl'altri soldati Cristofano, essendo stato da molti amici suoi sviato; ben è vero che vi andò non meno con animo d'avere a studiare con qualche commodo le cose di Fiorenza che di militare, ma non gli venne fatto, perché Giovanni suo capitano ebbe in guardia non alcun luogo della città, ma i bastioni del monte di fuora.
Finita quella guerra, essendo non molto dopo alla guardia di Firenze il signor Alessandro Vitelli da Città di Castello, Cristofano tirato dagl'amici e dal disiderio di vedere le pitture e sculture di quella città, si mise come soldato in detta guardia, nella quale mentre dimorava avendo inteso il signor Alessandro da Battista della Bilia, pittore e soldato da Città di Castello, che Cristofano attendeva alla pittura et avuto un bel quadro di sua mano, avea disegnato mandarlo con detto Battista della Bilia e con un altro Battista similmente da Città di Castello, a lavorare di sgraffito e di pitture un giardino e loggia che a Città di Castello avea cominciato.
Ma essendosi mentre si murava il detto giardino morto quello et in suo luogo entrato l'altro Battista, per allora, che se ne fusse cagione, non se ne fece altro.
Intanto essendo Giorgio Vasari tornato da Roma, e trattenendosi in Fiorenza col duca Alessandro insino a che il cardinale Ipolito suo signore tornasse d'Ungheria, aveva avuto le stanze nel convento de' Servi, per dar principio a fare certe storie in fresco de' fatti di Cesare nella camera del canto del palazzo de' Medici, dove Giovanni da Udine avea di stucchi e pitture fatta la volta, quando Cristofano, avendo conosciuto Giorgio Vasari nel Borgo l'anno 1528 quando andò a vedere colà il Rosso dove l'avea molto carezzato, si risolvé di volere ripararsi con esso lui, e con sì fatta comodità attendere all'arte molto più che non aveva fatto per lo passato.
Giorgio dunque, avendo praticato con lui un anno che li stette seco e trovatolo suggetto da farsi valent'uomo e che era di dolce e piacevole conversazione e secondo il suo gusto, gli pose grandissimo amore.
Onde avendo a ire non molto dopo, di commessione del duca Alessandro, a Città di Castello in compagnia d'Antonio da San Gallo e di Pier Francesco da Viterbo, i quali erano stati a Fiorenza per fare il castello, o vero cittadella, e tornandosene facevano la via di Città di Castello, per riparare le mura del detto giardino del Vitelli, che minacciavano rovina, menò seco Cristofano; acciò, disegnato che esso Vasari avesse e spartito gl'ordini de' fregi, che s'avevano a fare in alcune stanze e similmente le storie e partimenti d'una stufa et altri schizzi per le facciate delle loggie, egli e Battista sopra detto il tutto conducessero a perfezzione.
Il che tutto fecero tanto bene e con tanta grazia, e massimamente Cristofano, che un ben pratico e nell'arte consumato maestro non arebbe fatto tanto; e, che è più, sperimentandosi in quell'opera, si fece pratico oltre modo e valente nel disegnare e colorire.
L'anno poi 1536 venendo Carlo V imperadore in Italia et in Fiorenza, come altre volte si è detto, si ordinò un onoratissimo apparato, nel quale al Vasari per ordine del duca Alessandro fu dato carico dell'ornamento della porta a S.
Piero Gattolini, della facciata in testa di via Maggio a S.
Felice in piazza e del frontone che si fece sopra la porta di S.
Maria del Fiore, et oltre ciò d'uno stendardo di drappo per il castello alto braccia 15 e lungo 40, nella doratura del quale andorono 50 migliaia di pezzi d'oro.
Ora, parendo ai pittori fiorentini et altri che in questo apparato s'adoperavano, che esso Vasari fusse in troppo favore del duca Alessandro, per farlo rimanere con vergogna nella parte che gli toccava di quello apparato, grande nel vero e faticosa, fecero di maniera che non si poté servire d'alcun maestro di mazzonerie, né di giovani o d'altri che gl'aiutassero in alcuna cosa, di quelli che erano nella città.
Di che accortosi il Vasari, mandò per Cristofano, Raffaello dal Colle e per Stefano Veltroni dal Monte San Savino suo parente, e con il costoro aiuto e d'altri pittori d'Arezzo e d'altri luoghi, condusse le sopra dette opere; nelle quali si portò Cristofano di maniera, che fece stupire ognuno, facendo onore a sé et al Vasari, che fu nelle dette opere molto lodato; le quali finite dimorò Cristofano in Firenze molti giorni, aiutando al medesimo nell'apparato che si fece per le nozze del duca Alessandro nel palazzo di Messer Ottaviano de' Medici, dove fra l'altre cose condusse Cristofano un'arme della duchessa Margherita d'Austria con le palle abbracciate da un'aquila bellissima, e con alcuni putti molto ben fatti.
Non molto dopo, essendo stato ammazzato il duca Alessandro, fu fatto nel Borgo un trattato di dare una porta della città a Piero Strozzi, quando venne a Sestino, e fu perciò scritto da alcuni soldati borghesi fuorusciti a Cristofano, pregandolo che in ciò volesse essere in aiuto loro.
Le quali lettere ricevute, se ben Cristofano non acconsentì al volere di coloro, volle nondimeno per non far lor male più tosto stracciare, come fece, le dette lettere, che palesarle, come secondo le leggi e bandi doveva, a Gherardo Gherardi allora commessario per il signor duca Cosimo nel Borgo.
Cessati dunque i rumori e risaputasi la cosa, fu dato a molti borghesi, et in fra gl'altri a Doceno, bando di ribello.
Et il signor Alessandro Vitelli, che sapendo come il fatto stava arebbe potuto aiutarlo, nol fece perché fusse Cristofano quasi forzato a servirlo nell'opera del suo giardino a Città di Castello, del quale avemo di sopra ragionato.
Nella qual servitù avendo consumato molto tempo senza utile e senza profitto, finalmente, come disperato, si ridusse con altri fuorusciti nella villa di San Iustino, lontana dal Borgo un miglio e mezzo, nel dominio della Chiesa, e pochissimo lontana dal confino de' fiorentini.
Nel qual luogo, come che vi stesse un pericolo, dipinse all'abate Bufolini da Città di Castello, che vi ha bellissime e commode stanze, una camera in una torre con uno spartimento di putti e figure che scortano al di sotto in su molto bene e con grottesche, festoni e maschere bellissime e più bizzarre che si possino imaginare.
La qual camera fornita, perché piacque all'abate, gliene fece fare un'altra, alla quale desiderando di fare alcuni ornamenti di stucco e non avendo marmo da fare polvere per mescolarla, gli servirono a ciò molto bene alcuni sassi di fiume, venati di bianco, la polvere de' quali fece buona e durissima presa; dentro ai quali ornamenti di stucchi fece poi Cristofano alcune storie de' fatti de' romani, così ben lavorate a fresco, che fu una maraviglia.
In que' tempi lavorando Giorgio il tramezzo della badia di Camaldoli a fresco di sopra e per da basso due tavole, e volendo far loro un ornamento in fresco pieno di storie, arebbe voluto Cristofano appresso di sé, non meno per farlo tornare in grazia del Duca che per servirsene.
Ma non fu possibile, ancora che Messer Ottaviano de' Medici molto se n'adoperasse col Duca, farlo tornare, sì brutta informazione gli era stata data de' portamenti di Cristofano.
Non essendo dunque ciò riuscito al Vasari, come quello che amava Cristofano, si mise a far opera di levarlo almeno da S.
Iustino, dove egli con altri fuoriusciti stava in grandissimo pericolo.
Onde avendo l'anno 1539 a fare per i monaci di Monte Oliveto nel monasterio di San Michele in Bosco, fuor di Bologna, in testa d'un refettorio grande tre tavole a olio, con tre storie lunghe braccia quattro l'una et un fregio intorno a fresco alto braccia tre con venti storie dell'Apocalisse di figure piccole, e tutti i monasterii di quella congregazione ritratti di naturale, con un partimento di grottesche et intorno a ciascuna finestra braccia quattordici di festoni con frutte ritratte di naturale, scrisse subito a Cristofano che da San Iustino andasse a Bologna insieme con Battista Cungii borghese e suo compatriota, il quale aveva anch'egli servito il Vasari sette anni.
Costoro dunque arrivati a Bologna, dove non era ancora Giorgio arrivato per essere ancora a Camaldoli, dove fornito il tramezzo faceva il cartone d'un Deposto di croce, che poi fece e fu in quello stesso luogo messo all'altare maggiore, si misono a ingessare le dette tre tavole et a dar di mestica, insino a che arivasse Giorgio, il quale avea dato commessione a Dattero ebreo, amico di Messer Ottaviano de' Medici, il quale faceva banco in Bologna, che provedesse Cristofano e Battista di quanto facea lor bisogno.
E perché esso Dattero era gentilissimo e cortese molto, facea loro mille commodità e cortesie, per che andando alcuna volta costoro in compagnia di lui per Bologna assai dimesticamente et avendo Cristofano una gran maglia in un occhio e Battista gl'occhi grossi, erano così loro creduti ebrei, come era Dattero veramente.
Onde avendo una mattina un calzaiuolo a portare di commessione del detto ebreo un paio di calze nuove a Cristofano, giunto al monasterio disse a esso Cristofano il quale si stava alla porta a vedere far le limosine: "Messere, sapresti voi insegnare le stanze di que' due ebrei dipintori, che qua entro lavorano?".
"Che ebrei e non ebrei", disse Cristofano "che hai da fare con esso loro?".
"Ho a dare", rispose colui, "queste calze a uno di loro chiamato Cristofano." "Io sono uomo da bene e migliore cristiano che non sei tu." "Sia come volete voi", replicò il calzolaio, "io diceva così perciò che, oltre che voi sete tenuti e conosciuti per ebrei da ognuno, queste vostre arie, che non sono del paese, mel raffermavano." "Non più", disse Cristofano, "ti parrà che noi facciamo opere da cristiani." Ma per tornare all'opera, arrivato il Vasari in Bologna, non passò un mese che egli disegnando e Cristofano e Battista abbozzando le tavole con i colori, elle furono tutte e tre fornite d'abbozzare con molta lode di Cristofano, che in ciò si portò benissimo.
Finite di abbozzare le tavole, si mise mano al fregio, il quale se bene doveva tutto da sé lavorare Cristofano, ebbe compagnia: perciò che, venuto da Camaldoli a Bologna Stefano Veltroni dal Monte San Savino, cugino del Vasari, che avea abbozzata la tavola del Deposto, fecero ambidue quell'opera insieme e tanto bene, che riuscì maravigliosa.
Lavorava Cristofano le grottesche tanto bene, che non si poteva veder meglio, ma non dava loro una certa fine che avesse perfezzione.
E per contrario Stefano mancava d'una certa finezza e grazia, perciò che le pennellate non facevano a un tratto restare le cose ai luoghi loro, onde perché era molto paziente, se ben durava più fatica, conduceva finalmente le sue grottesche con più diligenza e finezza.
Lavorando dunque costoro a concorrenza l'opera di questo fregio, tanto faticarono l'uno e l'altro, che Cristofano imparò a finire da Stefano e Stefano imparò da lui a essere più fino e lavorare da maestro.
Mettendosi poi mano ai festoni grossi, che andavano a mazzi intorno alle finestre, il Vasari ne fece uno di sua mano, tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo, e ciò fatto, ordinò che tenendo il medesimo modo, Cristofano e Stefano seguitassono il rimanente, uno da una banda e l'altro dall'altra della finestra; e così a una a una l'andassono finendo tutte, promettendo a chi di loro meglio si portasse nel fine dell'opera un paio di calze di scarlatto.
Per che, gareggiando amorevolmente costoro per l'utile e per l'onore, si misero dalle cose grande a ritrarre insino alle minutissime, come migli, panichi, ciocche di finocchio et altre simili, di maniera che furono que' festoni bellissimi et ambidue ebbero il premio delle calze di scarlatto dal Vasari, il quale si affaticò molto perché Cristofano facesse da sé parte di disegni delle storie, che andarono nel fregio, ma egli non volle mai.
Onde mentre che Giorgio gli faceva da sé, condusse i casamenti di due tavole con grazia e bella maniera, a tanta perfezzione, che un maestro di gran iudizio, ancor che avesse avuto i cartoni innanzi, non arebbe fatto quello che fece Cristofano, e di vero, non fu mai pittore che facesse da sé, e senza studio, le cose che a costui venivano fatte.
Avendo poi finito di tirare innanzi i casamenti delle due tavole, mentre che il Vasari conduceva a fine le venti storie dell'Apocalisse per lo detto fregio, Cristofano nella tavola dove San Gregorio (la cui testa è il ritratto di papa Clemente VII) mangia con que' dodici poveri, fece Cristofano tutto l'apparecchio del mangiare molto vivamente e naturalissimo.
Essendosi poi messo mano alla terza tavola, mentre Stefano facea mettere d'oro l'ornamento delle altre due, si fece sopra due capre di legno un ponte in sul quale, mentre il Vasari lavorava da una banda in un sole i tre Angeli che apparvero ad Abraam nella valle Mambre, faceva dall'altra banda Cristofano certi casamenti.
Ma perché egli faceva sempre qualche trabiccola di predelle, deschi e tal volta di catinelle a rovescio e pentole, sopra le quali saliva, come uomo a caso che egli era, avvenne che, volendo una volta discostarsi per vedere quello che avea fatto, che mancatogli sotto un piede et andate sotto sopra le trabiccole, cascò d'alto cinque braccia e si pestò in modo, che bisognò trargli sangue e curarlo da dovero altrimenti si sarebbe morto.
E, che fu peggio, essendo egli un uomo così fatto e trascurato, se gli sciolsero una notte le fasce del braccio, per lo quale si era tratto sangue, con tanto suo pericolo che, se di ciò non s'accorgeva Stefano che era a dormire seco, era spacciato; e con tutto ciò si ebbe che fare a rinvenirlo, avendo fatto un lago di sangue nel letto e se stesso condotto quasi all'estremo.
Il Vasari, dunque, presone particulare cura, come se gli fusse stato fratello, lo fece curare con estrema diligenza e nel vero non bisognava meno, e con tutto ciò non fu prima guarito che fu finita del tutto quell'opera.
Per che tornato Cristofano a San Giustino, finì alcuna delle stanze di quell'abate lasciate imperfette, e dopo fece a Città di Castello una tavola, che era stata allogata a Battista suo amicissimo, tutta di sua mano, et un mezzo tondo, che è sopra la porta del fianco di San Fiorido, con tre figure in fresco.
Essendo poi, per mezzo di Messer Pietro Aretino, chiamato Giorgio a Vinezia a ordinare e fare per i gentiluomini e signori della Compagnia della Calza l'apparato d'una sontuosissima e molto magnifica festa e la scena d'una commedia, fatta dal detto Messer Pietro Aretino per i detti signori, egli, come quello che non potea da sé solo condurre una tanta opera, mandò per Cristofano e Battista Cungii sopra detti, i quali arrivati finalmente a Vinezia dopo essere stati trasportati dalla fortuna del mare in Schiavonia, trovarono che il Vasari non solo era là innanzi a loro arrivato, ma avea già disegnato ogni cosa, e non ci aveva se non a por mano a dipignere.
Avendo dunque i detti signori della Calza presa nel fine di Canareio una casa grande che non era finita, anzi non aveva se non le mura principali et il tetto, nello spazio d'una stanza lunga settanta braccia e larga sedici, fece fare Giorgio due ordini di gradi di legname, alti braccia quattro da terra, sopra i quali avevano a stare le gentildonne a sedere.
E le facciate delle bande divise ciascuna in quattro quadri di braccia dieci l'uno, distinti con nicchie di quattro braccia l'una per larghezza, dentro le quali erano figure, le quali nicchie erano in mezzo ciascuna a due termini di rilievo alti braccia nove, di maniera che le nicchie erano per ciascuna banda cinque et i termini dieci, che in tutta la stanza venivano a essere dieci nicchie, venti termini et otto quadri di storie.
Nel primo de' quali quadri a man ritta a canto alla scena, che tutti erano di chiaro scuro, era figurata per Vinezia Adria finta bellissima in mezzo al mare e sedente sopra uno scoglio con un ramo di corallo in mano, et intorno a essa stavano Nettunno, Teti, Proteo, Nereo, Glauco, Palemone et altri dii e ninfe marine, che le presentavano gioie, perle et oro et altre ricchezze del mare.
Et oltre ciò vi erano alcuni amori che tiravano saette, et altri che in aria volando spargevano fiori, et il resto del campo del quadro era tutto di bellissime palme; nel secondo quadro era il fiume della Drava e della Sava ignudi con i loro vasi; nel terzo era il Po finto grosso e curpulento con sette figliuoli fatti per i sette rami che di lui uscendo mettono, come fusse ciascuno di loro fiume regio, in mare.
Nel [quarto] quadro era la Brenta, con altri fiumi del Friuli.
Nell'altra faccia dirimpetto all'Adria era l'isola di Candia, dove si vedeva Giove essere allattato dalla capra, con molte ninfe intorno; a canto a questo, cioè dirimpetto alla Drava, era il fiume del Tagliamento et i monti di Cadoro, e sotto a questo, dirimpetto al Po, era il lago Benaco et il Mincio che entravano in Po; allato a questo e dirimpetto alla Brenta era l'Adice et il Tesino entranti in mare.
I quadri dalla banda ritta erano tramezzati da queste virtù collocate nelle nicchie: Liberalità, Concordia, Pietà, Pace e Religione.
Dirimpetto nell'altra faccia erano: la Fortezza, la Prudenza Civile, la Iustizia, una Vettoria con la guerra sotto et in ultimo una Carità.
Sopra poi erano cornicione architrave et un fregio pieno di lumi e di palle di vetro piene d'acque stillate, acciò avendo dietro lumi rendessono tutta la stanza luminosa.
Il cielo poi era partito in quattro quadri, larghi ciascuno dieci braccia per un verso e per l'altro otto, e tanto quanto teneva la larghezza delle nicchie di quattro braccia, era un fregio che rigirava intorno intorno alla cornice et alla dirittura delle nicchie, veniva nel mezzo di tutti vani un quadro di braccia tre per ogni verso.
I quali quadri erano in tutto ventitré, senza uno che n'era doppio sopra la scena, che faceva il numero di ventiquattro.
Et in quest'erano l'Ore, cioè dodici della notte e dodici del giorno.
Nel primo de' quadri grandi dieci braccia, il quale era sopra la scena, era il Tempo che dispensava l'Ore ai luoghi loro, accompagnato da Eolo dio de' Venti, da Giunone e da Iride; in un altro quadro era all'entrare della porta il carro dell'Aurora, che uscendo delle braccia a Titone andava spargendo rose, mentre esso carro era da alcuni galli tirato; nell'altro era il carro del Sole, e nel quarto era il carro della Notte, tirato da barbagianni, la qual Notte aveva la luna in testa, alcune nottole innanzi e d'ogni intorno tenebre.
De' quali quadri fece la maggior parte Cristofano, e si portò tanto bene, che ne restò ognuno maravigliato, e massimamente nel carro della Notte, dove fece di bozze a olio quello che in un certo modo non era possibile.
Similmente nel quadro d'Adria fece que' mostri marini con tanta varietà e bellezza, che chi gli mirava rimanea stupito come un par suo avesse saputo tanto.
Insomma, in tutta quest'opera si portò oltre ogni credenza da valente e molto pratico dipintore, e massimamente nelle grottesche e fogliami.
Finito l'apparato di quella festa, stettono in Vinezia il Vasari e Cristofano alcuni mesi, dipignendo al Magnifico Messer Giovanni Cornaro il palco o vero soffittato d'una camera, nella quale andarono nove quadri grandi a olio.
Essendo poi pregato il Vasari da Michele San Michele architettore veronese di fermarsi in Vinezia, si sarebbe forse volto a starvi qualche anno, ma Cristofano ne lo dissuase sempre, dicendo che non era bene fermarsi in Vinezia, dove non si tenea conto del disegno, né i pittori in quel luogo l'usavano, senzaché i pittori sono cagione che non vi s'attende alle fatiche dell'arti, e che era meglio tornare a Roma, che è la vera scuola dell'arti nobili e vi è molto più riconosciuta la virtù che a Vinezia.
Aggiunte adunque alla poca voglia che il Vasari aveva di starvi le disuasioni di Cristofano, si partirono amendue.
Ma perché Cristofano, essendo ribello dello stato di Firenze, non poteva seguitare Giorgio, se ne tornò a San Giustino dove non fu stato molto, facendo sempre qualcosa per lo già detto abbate, che andò a Perugia la prima volta che vi andò papa Paulo Terzo, dopo le guerre fatte con i perugini, dove nell'apparato che si fece per ricevere Sua Santità, si portò in alcune cose molto bene, e particolarmente al portone detto di frate Rinieri, dove fece Cristofano, come volle monsignor della Barba allora quivi governatore, un Giove grande irato et un altro placato, che sono due bellissime figure, e dall'altra banda fece un Atlante col mondo addosso et in mezzo a due femine, che avevano una la spada e l'altra le bilance in mano.
Le quali opere, con molte altre che fece in quelle feste Cristofano, furono cagione che fatta poi murare dal medesimo pontefice in Perugia la cittadella, Messer Tiberio Crispo, che allora era governatore e castellano, nel fare dipignere molte stanze volle che Cristofano, oltre quello che vi avea lavorato Lattanzio pittore marchigiano insin allora, vi lavorasse anch'egli.
Onde Cristofano non solo aiutò al detto Lattanzio, ma fece poi di sua mano la maggior parte delle cose migliori, che sono nelle stanze di quella fortezza dipinte.
Nella quale lavorò anco Raffaello dal Colle et Adone Doni d'Ascesi, pittore molto pratico e valente, che ha fatto molte cose nella sua patria et in altri luoghi.
Vi lavorò anco Tommaso del Papa Celio pittore cortonese; ma il meglio che fusse fra loro e vi acquistasse più lode, fu Cristofano, onde messo in grazia da Lattanzio del detto Crispo, fu poi sempre molto adoperato da lui.
Intanto avendo il detto Crispo fatto una nuova chiesetta in Perugia, detta Santa Maria del Popolo, e prima del Mercato, et avendovi cominciata Lattanzio una tavola a olio, vi fece Cristofano di sua mano tutta la parte di sopra, che invero è bellissima e molto da lodare.
Essendo poi fatto Lattanzio, di pittore bargello di Perugia, Cristofano se ne tornò a San Giustino, vi si stette molti mesi pur lavorando per lo detto signor abate Bufolini.
Venuto poi l'anno 1543 avendo Giorgio a fare per lo illustrissimo cardinal Farnese una tavola a olio per la Cancelleria grande et un'altra chiesa di Santo Agostino, per Galeotto da Girone, mandò per Cristofano, il quale andato ben volentieri, come quello che avea voglia di veder Roma, vi stette molti mesi facendo poco altro che andar veggendo, ma nondimeno acquistò tanto, che tornato di nuovo a S.
Iustino fece per capriccio in una sala alcune figure tanto belle, che pareva che l'avesse studiate venti anni.
Dovendo poi andare il Vasari l'anno 1545 a Napoli a fare ai frati di Monte Uliveto un refettorio di molto maggior opera che non fu quella di San Michele in Bosco di Bologna, mandò per Cristofano, Raffaello dal Colle e Stefano sopra detti, suoi amici e creati, i quali tutti si trovarono al tempo determinato in Napoli, eccetto Cristofano, che restò per essere ammalato.
Tuttavia essendo sollecitato dal Vasari si condusse in Roma per andare a Napoli, ma ritenuto da Borgognone suo fratello, che era anch'egli fuoruscito, et il quale lo voleva condurre in Francia, si perdé quell'occasione; ma ritornando il Vasari l'anno 1546 da Napoli a Roma per fare ventiquattro quadri che poi furono mandati a Napoli e posti nella sagrestia di San Giovanni Carbonaro, nei quali dipinse in figure d'un braccio o poco più storie del Testamento Vecchio e della vita di San Giovanni Battista, e per dipignere similmente i portelli dell'organo del piscopio che erano alti braccia sei, si servì di Cristofano, che gli fu di grandissimo aiuto e condusse figure e paesi in quell'opere molto eccellentemente.
Similmente aveva disegnato Giorgio servirsi di lui nella sala della Cancelleria, la quale fu dipinta con i cartoni di sua mano e del tutto finita in cento giorni, per lo cardinal Farnese, ma non gli venne fatto, perché amalatosi Cristofano, se ne tornò a San Giustino subito che fu cominciato a migliorare, et il Vasari senza lui finì la sala, aiutato da Raffaello dal Colle, da Gianbatista Bagna Cavallo bolognese, da Roviale e Bizzera spagnuoli, e da molti altri suoi amici e creati.
Da Roma tornato Giorgio a Fiorenza e di lì dovendo andare a Rimini, per fare all'abate Gian Matteo Faettani nella chiesa de' monaci di Monte Oliveto una cappella a fresco et una tavola, passò da San Giustino per menar seco Cristofano, ma l'abate Buffolino, al quale dipigneva una sala, non volle per allora lasciarlo partire, promettendo a Giorgio che presto gliela manderebbe fino in Romagna.
Ma non ostanti cotali promesse stette tanto a mandarlo, che quando Cristofano andò trovò esso Vasari non solo aver finito l'opere di quell'abbate, ma aveva anco fatto una tavola all'altar maggiore di San Francesco d'Arimini per Messer Niccolò Marcheselli, et a Ravenna nella chiesa di Classi de' monaci di Camaldoli un'altra tavola al padre don Romualdo da Verona, abbate di quella badia.
Aveva apunto Giorgio l'anno 1550 non molto innanzi fatto in Arezzo nella badia di Santa Fiore de' monaci Neri, cioè nel refettorio, la storia delle nozze d'Ester, et in Fiorenza nella chiesa di San Lorenzo alla cappella de' Martelli la tavola di San Gismondo quando, essendo creato papa Giulio Terzo, fu condotto a Roma al servigio di Sua Santità, là dove pensò al sicuro, col mezzo del cardinal Farnese che in quel tempo andò a stare a Fiorenza, di rimettere Cristofano nella patria e tornarlo in grazia del duca Cosimo.
Ma non fu possibile, onde bisognò che il povero Cristofano si stesse così infino al 1554, nel qual tempo essendo chiamato il Vasari al servizio del duca Cosimo, se gli porse occasione di liberare Cristofano.
Aveva il vescovo de' Ricasoli, perché sapeva di farne cosa grata a sua eccellenza, messo mano a fare dipignere di chiaro scuro le tre facciate del suo palazzo, che è posto in sulla coscia del ponte alla Carraia, quando Messer Sforza Almeni, coppiere e primo e più favorito cameriere del Duca, si risolvé di voler far anch'egli dipignere di chiaro scuro a concorrenza del vescovo la sua casa della via de' Servi.
Ma non avendo trovato pittori a Firenze secondo il suo capriccio, scrisse a Giorgio Vasari, il quale non era anco venuto a Fiorenza, che pensasse all'invenzione e gli mandasse disegnato quello che gli pareva si dovesse dipignere in detta sua facciata.
Per che Giorgio, il quale era suo amicissimo e si conoscevano insino quando ambidue stavano col duca Alessandro, pensato al tutto, secondo le misure della facciata, gli mandò un disegno di bellissima invenzione: il quale a dirittura da capo a piedi con ornamento vario rilegava et abelliva le finestre e riempieva con ricche storie tutti i vani della facciata.
Il qual disegno, dico, che conteneva per dirlo brevemente tutta la vita dell'uomo dalla nascita per infino alla morte, mandato dal Vasari a Messer Sforza, gli piacque tanto, e parimente al Duca, che per fare egli avesse la sua perfezzione, si risolverono a non volere che vi si mettesse mano fino a tanto che esso Vasari non fusse venuto a Fiorenza.
Il quale Vasari finalmente venuto e ricevuto da sua eccellenza illustrissima e dal detto Messer Sforza con molte carezze, si cominciò a ragionare di chi potesse essere il caso a condurre la detta facciata.
Per che, non lasciando Giorgio fuggire l'occasione, disse a Messer Sforza che niuno era più atto a condurre quell'opera che Cristofano e che né in quella, né parimente nell'opere che si avevano a fare in palazzo, potea fare senza l'aiuto di lui.
Laonde, avendo di ciò parlato Messer Sforza al Duca, dopo molte informazioni trovatosi che il peccato di Cristofano non era sì grave come era stato dipinto, fu da sua eccellenza il cattivello finalmente ribenedetto.
La qual nuova avendo avuta il Vasari, che era in Arezzo a rivedere la patria e gl'amici, mandò subito uno a posta a Cristofano, che di ciò niente sapeva, a dargli sì fatta nuova.
All'avuta della quale fu per allegrezza quasi per venir meno; tutto lieto adunque, confessando niuno avergli mai voluto meglio del Vasari, se n'andò la mattina vegnente da Città di Castello al Borgo, dove, presentate le lettere della sua liberazione al commessario, se n'andò a casa del padre, dove la madre, et il fratello che molto innanzi si era ribandito, stupirono.
Passati poi due giorni se n'andò ad Arezzo, dove fu ricevuto da Giorgio con più festa che se fusse stato suo fratello, come quelli che da lui si conoscea tanto amato, che era risoluto voler fare il rimanente della vita con esso lui.
D'Arezzo poi venuti ambidue a Firenze, andò Cristofano a baciar le mani al Duca, il quale lo vide volentieri e restò maravigliato, perciò che, dove avea pensato veder qualche gran bravo, vide un omicciatto il migliore del mondo.
Similmente essendo molto stato carezzato da Messer Sforza, che gli pose amor grandissimo, mise mano Cristofano alla detta facciata, nella quale, perché non si poteva ancor lavorare in palazzo, gl'aiutò Giorgio, pregato da lui, a fare per le facciate alcuni disegni delle storie, disegnando anco tal volta nell'opera sopra la calcina di quelle figure che vi sono.
Ma se bene vi sono molte cose ritocche dal Vasari, tutta la facciata nondimeno e la maggior parte delle figure e tutti gl'ornamenti, festoni et ovati grandi, sono di mano di Cristofano, il quale, nel vero, come si vede, valeva tanto nel maneggiar i colori in fresco che si può dire, e lo confessa il Vasari, che ne sapesse più di lui.
E se si fusse Cristofano, quando era giovanetto, essercitato continovamente negli studii dell'arte (perciò che non disegnava mai, se non quando aveva a mettere in opera) et avesse seguitato animosamente le cose dell'arte, non arebbe avuto pari, veggendosi che la pratica, il giudizio e la memoria gli facevano in modo condurre le cose senza altro studio, che egli superava molti che invero ne sapevano più di lui.
Né si può credere con quanta pratica e prestezza egli conducesse i suoi lavori, e quando si piantava a lavorare e fusse di che tempo si volesse, sì gli dilettava, che non levava mai capo dal lavoro, onde altri si poteva di lui promettere ogni gran cosa.
Era oltre ciò tanto grazioso nel conversare e burlare mentre che lavorava, che il Vasari stava tal volta dalla mattina fino alla sera in sua compagnia lavorando, senza che gli venisse mai a fastidio.
Condusse Cristofano questa facciata in pochi mesi, senzaché tal volta stette alcune settimane senza lavorarvi, andando al Borgo a vedere e godere le cose sue.
Né voglio che mi paia fatica raccontare gli spartimenti e figure di quest'opera, la quale potrebbe non aver lunghissima vita, per esser all'aria e molto sottoposta ai tempi fortunosi: né era a fatica fornita, che da una terribile pioggia e grossissima grandine fu molto offesa, et in alcuni luoghi scalcinato il muro.
Sono adunque in questa facciata tre spartimenti: il primo è, per cominciarmi, da basso, dove sono la porta principale e le due finestre; il secondo è dal detto davanzale insino a quello del secondo finestrato, et il terzo è dalle dette ultime finestre insino alla cornice del tetto.
E sono oltre ciò in ciascun finestrato sei finestre, che fanno sette spazii, e secondo quest'ordine fu divisa tutta l'opera per dirittura dalla cornice del tetto infino a terra.
A canto dunque alla cornice del tetto è in prospettiva un cornicione con mensole che risaltano sopra un fregio di putti, sei de' quali per la larghezza della facciata stanno ritti, cioè sopra il mezzo dell'arco di ciascuna finestra uno, e sostengono con le spalle festoni bellissimi di frutti, frondi e fiori che vanno da l'uno all'altro, i quali fiori e frutti sono di mano in mano secondo le stagioni e secondo l'età della vita nostra, quivi dipinta.
Similmente in sul mezzo de' festoni, dove pendono, sono altri puttini in diverse attitudini.
Finita questa fregiatura, in fra i vani delle dette finestre di sopra in sette spazii che vi sono si feciono i sette pianeti con i sette segni celesti sopra loro per finimento et ornamento; sotto il davanzale di queste finestre, nel parapetto è una fregiatura in virtù che a due a due tengono sette ovati grandi, dentro ai quali ovati sono distinte in istorie le sette età dell'uomo.
E ciascuna età accompagnata da due virtù a lei convenienti in modo, che sotto gl'ovati, fra gli spazii delle finestre di sotto, sono le tre virtù teologiche e le quattro morali; e sotto, nella fregiatura, che è sopra la porta e finestre inginocchiate, sono le sette arti liberali e ciascuna è alla dirittura dell'ovato in cui è la storia dell'età a quella virtù conveniente; et appresso nella medesima dirittura le virtù morale, pianeti, segni et altri corrispondenti.
Fra le finestre inginocchiate poi è la vita attiva e la contemplativa con istorie e statue per insino alla morte, inferno et ultima resurrezzione nostra.
E per dir tutto, condusse Cristofano quasi solo tutta la cornice, festoni e putti et i sette segni de' pianeti.
Cominciando poi da un lato fece primieramente la luna e per lei fece una Diana che ha il grembo pieno di fiori, simili a Proserpina, con una luna in capo et il segno di Cancro sopra.
Sotto nell'ovato, dove è la storia dell'infanzia, a la nascita dell'uomo sono alcune balie che lattano putti e donne di parto nel letto, condotte da Cristofano con molta grazia.
E questo ovato è sostenuto dalla Volontà sola, che è una giovane vaga e bella, mezza nuda, la quale è retta dalla Carità, che anch'ella allatta putti.
E sotto l'ovato, nel parapetto, è la Grammatica, che insegna leggere ad alcuni putti; segue, tornando da capo, Mercurio col caduceo e col suo segno, il quale ha nell'ovato la Puerizia con alcuni putti, parte de' quali vanno alla scuola e parte giuocano.
E questo è sostenuto dalla Verità, che è una fanciulletta ignuda tutta pura e semplice, la quale ha da una parte un maschio per la Falsità con varii socinti, e viso bellissimo, ma con gl'occhi cavati in dentro.
E sotto l'ovato [tra] le finestre [è] la Fede, che con la destra battezza un putto in una conca piena d'acqua e con la sinistra mano tiene una croce, e sotto è la Loica nel parapetto con un serpente e coperta da un velo; séguita poi il sole figurato in un Apollo che ha la testa in mano et il suo segno nell'ornamento di sopra.
Nell'ovato è l'Adolescenza in due giovinetti che andando a paro, l'uno saglie con un ramo d'oliva un monte illuminato dal sole, e l'altro fermandosi a mezzo il camino a mirare le bellezze che ha la Fraude dal mezzo in su, senza accorgersi che le cuopre il viso bruttissimo una bella e pulita maschera, è da lei e dalle sue lusinghe fatto cadere in un precipizio.
Regge questo ovato l'Ozio, che è un uomo grasso e corpolento, il quale si sta tutto sonnacchioso e nudo a guisa d'un sileno, e la Fatica, in persona d'un robusto e faticante villano, che ha d'attorno gl'instrumenti da lavorar la terra.
E questi sono retti da quella parte dell'ornamento ch'è fra le finestre dove è la Speranza che ha l'ancore a' piedi, e nel parapetto di sotto è la Musica con varii strumenti musicali attorno; séguita in ordine Venere la quale, avendo abbracciato Amore, lo bacia et ha anch'ella sopra il suo segno.
Nell'ovato che ha sotto è la storia della Gioventù: cioè un giovane nel mezzo a sedere con libri, strumenti da misurare et altre cose appartenenti al disegno, et oltre ciò, apamondi, palle di cosmografia e sfere.
Dietro a lui è una loggia, nella quale sono giovani che cantando, danzando e sonando si danno buon tempo; et un convito di giovani tutti dati a' piaceri.
Dall'uno de' lati è sostenuto questo ovato dalla Cognizione di se stesso, la quale ha intorno seste, armille, quadrati e libri e si guarda in uno specchio, e dall'altro dalla Fraude, bruttissima vecchia magra e sdentata, la quale si ride di essa Cognizione, e con bella e pulita maschera si va ricoprendo il viso.
Sotto l'ovato è la Temperanza con un freno da cavallo in mano, e sotto nel parapetto la Rettorica che è in fila con l'altre.
Segue a canto questi Marte armato con molti trofei attorno col segno sopra del leone.
Nel suo ovato, che è sotto, è la Virilità finta in un uomo maturo, messo in mezzo dalla Memoria e dalla Volontà che gli porgono innanzi un bacino d'oro dentrovi due ale, e gli mostrano la via della salute verso un monte.
E questo ovato è sostenuto dall'Innocenza, che è una giovane con uno agnello a lato e dalla Ilarità, che tuta letiziante e ridente si mostra quello che è veramente.
Sotto l'ovato tra le finestre è la Prudenza, che si fa bella allo specchio et ha sotto nel parapetto la Filosofia; séguita Giove con il fulmine e con l'aquila suo uccello e col suo segno sopra.
Nell'ovato è la Vecchiezza, la quale è figurata in un vecchio vestito da sacerdote e ginocchioni dinanzi a un altare, sopra il quale pone il bacino d'oro con le due ale.
E questo ovato è retto dalla Pietà, che ricuopre certi putti nudi, e dalla Religione ammantata di vesti sacerdotali.
Sotto è la Fortezza armata, la quale posando con atto fiero l'una delle gambe sopra un rocchio di colonna, mette in bocca a un leone certe palle et ha nel parapetto di sotto l'Astrologia.
L'ultimo de' sette pianeti è Saturno finto in un vecchio tutto malinconico che si mangia i figliuoli et un serpente grande che prende con i denti la coda, il quale Saturno ha sopra il segno del Capricorno.
Nell'ovato è la Decrepità, nella quale è finto Giove in cielo ricevere un vecchio decrepito ignudo e ginocchioni, il quale è guardato dalla Felicità e dalla Immortalità, che gettano nel mondo le vestimenta.
È questo ovato sostenuto dalla Beatitudine, la quale è retta sotto nell'ornamento dalla Iustizia, la quale è a sedere et ha in mano lo scetro e la cicogna, sopra le palle con l'arme e le leggi attorno, e di sotto nel parapetto è la Geometria.
Nell'ultima parte da basso, che è intorno alle finestre inginocchiate et alla porta, è Lia in una nicchia per la Vita attiva e dall'altra banda del medesimo luogo l'Industria che ha un corno di dovizia e due stimoli in mano.
Di verso la porta è una storia, dove molti fabricanti, architetti e scarpellini hanno innanzi la porta di Cosmopoli, città edificata dal signor duca Cosimo nell'isola dell'Elba, col ritratto di Porto Ferrai.
Fra questa storia et il fregio, dove sono l'Arti liberali, è il lago Trasimeno, al quale sono intorno ninfe ch'escono dell'acqua, con tinche, lucci, anguille e lasche, et allato al lago è Perugia in una figura ignuda, avendo un cane in mano lo mostra a una Fiorenza ch'è dall'altra banda che corrisponde a questa, con un Arno a canto che l'abbraccia e gli fa festa.
E sotto questa è la Vita contemplativa in un'altra storia, dove molti filosofi et astrologhi misurano il cielo e mostrano di fare la natività del Duca, et a canto, nella nicchia che è rincontro a Lia, è Rachel sua sorella, figliuola di Laban, figurata per essa Vita contemplativa.
L'ultima storia, la quale anch'essa è in mezzo a due nicchie e chiude il fine di tutta l'invenzione, è la Morte, la quale sopra un caval secco e con la falce in mano, avendo seco la guerra, la peste e la fame, corre addosso ad ogni sorte di gente.
In una nicchia è lo dio Plutone et a basso Cerbero cane infernale, e nell'altra è una figura grande che resuscita il dì novissimo d'un sepolcro.
Dopo le quali tutte cose fece Cristofano, sopra i frontespizii delle finestre inginocchiate, alcuni ignudi che tengono l'imprese di sua eccellenza, e sopra la porta un'arme ducale, le cui sei palle sono sostenute da certi putti ignudi, che volando s'intrecciano per aria.
E per ultimo nei basamenti da basso, sotto tutte le storie, fece il medesimo Cristofano l'impresa di esso Messer Sforza, cioè alcune aguglie o vero piramidi triangolari che posano sopra tre palle, con un motto intorno che dice: "Inmobilis".
La quale opera finita fu infinitamente lodata da sua eccellenza e da esso Messer Sforza, il quale come gentilissimo e cortese, voleva con un donativo d'importanza ristorare la virtù e fatica di Cristofano, ma egli nol sostenne, contentandosi e bastandogli la grazia di quel signore, che sempre l'amò quanto più non saprei dire.
Mentre che quest'opera si fece, il Vasari, sì come sempre avea fatto per l'adietro, tenne con esso seco Cristofano in casa del signor Bernardetto de' Medici al quale, perciò che vedeva quanto si dilettava della pittura, fece esso Cristofano in un canto del giardino due storie di chiaro scuro: l'una fu il rapimento di Proserpina e l'altra Vertunno e Pomona dèi dell'agricoltura, et oltre ciò fece in quest'opera Cristofano alcuni ornamenti di termini e putti tanto belli e varii, che non si può veder meglio.
Intanto essendosi dato ordine in palazzo di cominciare a dipignere, la prima cosa a che si mise mano fu una sala delle stanze nuove, la quale, essendo larga braccia venti e non avendo disfogo, secondo che l'aveva fatta il Tasso, più di nove braccia, con bella invenzione fu alzata tre, cioè insino a dodici in tutto, dal Vasari senza muovere il tetto, che era la metà a padiglione.
Ma perché in ciò fare, prima che si potesse dipignere andava molto tempo in rifare i palchi et altri lavori di quella e d'altre stanze, ebbe licenza esso Vasari d'andare a starsi in Arezzo due mesi insieme con Cristofano, ma non gli venne fatto di potere in detto tempo riposarsi, conciò sia che non poté mancare di non andare in detto tempo a Cortona, dove nella Compagnia del Gesù dipinse la volta e le facciate in fresco insieme con Cristofano, che si portò molto bene, e massimamente in dodici sacrificii variati del Testamento Vecchio, i quali fecero nelle lunette fra i peducci delle volte.
Anzi per meglio dire fu quasi tutta questa opera di mano di Cristofano, non avendovi fatto il Vasari che certi schizzi, disegnato alcune cose sopra la calcina e poi ritocco tal volta alcuni luoghi, secondo che bisognava.
Fornita quest'opera che non è se non grande, lodevole e molto ben condotta, per la molta varietà delle cose che vi sono, se ne tornarono amendue a Fiorenza del mese di gennaio, l'anno 1555, dove, messo mano a dipignere la sala degl'Elementi, mentre il Vasari dipigneva i quadri del palco, Cristofano fece alcune imprese che rilegano i fregi delle travi per lo ritto, nelle quali sono teste di capricorno e testuggini con la vela, imprese di sua eccellenza.
Ma quello in che si mostrò costui maraviglioso furono alcuni festoni di frutte, che sono nella fregiatura della trave dalla parte di sotto, i quali sono tanto belli, che non si può veder cosa meglio colorita né più naturale, essendo massimamente tramezzati da certe maschere, che tengono in bocca le legature di essi festoni, delle quali non si possono veder né le più varie né le più bizzarre; nella qual maniera di lavori si può dire che fusse Cristofano superiore a qualunque altro n'ha fatto maggiore e particulare professione.
Ciò fatto, dipinse nelle facciate, ma con i cartoni del Vasari, dove è il nascimento di Venere, alcune figure grandi et in un paese molte figurine piccole, che furono molto ben condotte.
Similmente nella facciata dove gl'amori, piccioli fanciulletti, fabbricano le saette a Cupido, fece i tre Ciclopi che battono i fulmini per Giove; e sopra sei porte condusse a fresco sei ovati grandi con ornamenti di chiaro scuro, e dentro storie di bronzo che furono bellissimi.
E nella medesima sala colorì un Mercurio et un Plutone fra le finestre, che sono parimente bellissimi.
Lavorandosi poi a canto a questa sala la camera della dea Opi, fece nel palco in fresco le quattro stagioni, et oltre alle figure alcuni festoni che per la loro varietà e bellezza furono maravigliosi; conciò sia che come erano quelli della Primavera pieni di mille sorti fiori, così quelli della State erano fatti con una infinità di frutti e biade; quelli dell'Autunno erano d'uve e pampani, e quei del Verno di cipolle, rape, radici, carote, pastinache e foglie secche, senza che egli colorì a olio nel quadro di mezzo, dove è il carro d'Opi, quattro leoni che lo tirano, tanto belli, che non si può far meglio, et invero nel fare animali non aveva paragone.
Nella camera poi di Cerere, che è a lato a questa, fece in certi angoli alcuni putti e festoni belli affatto, e nel quadro del mezzo, dove il Vasari aveva fatto Cerere cercante Proserpina con una face di pino accesa e sopra un carro tirato da due serpenti, condusse molte cose a fine Cristofano di sua mano, per esser in quel tempo il Vasari amalato et aver lasciato fra l'altre cose quel quadro imperfetto.
Finalmente venendosi a fare un terrazzo, che è dopo la camera di Giove et allato a quella di Opi, si ordinò di farvi tutte le cose di Giunone, e così fornito tutto l'ornamento di stucchi con ricchissimi intagli e varii componimenti di figure, fatti secondo i cartoni del Vasari, ordinò esso Vasari che Cristofano conducesse da sé solo in fresco quell'opera, disiderando, per esser cosa che aveva a vedersi da presso e di figure non più grandi che un braccio, che facesse qualche cosa di bello in quello che era sua propria professione.
Condusse dunque Cristofano in un ovato della volta uno sposalizio con Iunone in aria e dall'uno de' lati in un quadro Ebe, dea della gioventù, e nell'altro Iride, la quale mostra in cielo l'arco celeste.
Nella medesima volta fece tre altri quadri, due per riscontro et un altro maggiore alla dirittura dell'ovato, dove è lo sposalizio, nel quale è Giunone sopra il carro a sedere tirato dai pavoni.
In uno degl'altri due che mettono in mezzo questo è la dea della Potestà e nell'altro l'Abondanza col corno della copia a' piedi; sotto sono nelle faccie in due quadri, sopra l'entrare di due porte, due altre storie di Giunone: quando converte la figliuola d'Inaco fiume in vacca e Calisto in orsa.
Nel fare della quale opera pose sua eccellenza grandissima affezzione a Cristofano veggendolo diligente e sollecito oltre modo a lavorare, perciò che non era la mattina a fatica giorno, che Cristofano era comparso in sul lavoro, del quale avea tanta cura e tanto gli dilettava, che molte volte non si forniva di vestire per andar via, e tal volta, anzi spesso, avvenne che si mise per la fretta un paio di scarpe (le quali tutte teneva sotto il letto) che non erano compagne, ma di due ragioni, et il più delle volte aveva la cappa a rovescio e la caperuccia dentro.
Onde una mattina comparendo a buon'ora in sull'opera, dove il signor Duca e la signora Duchessa si stavano guardando et apparecchiandosi d'andare a caccia, mentre le dame e gli altri si mettevano a ordine, s'avvidero che Cristofano al suo solito aveva la cappa a rovescio et il cappuccio di dentro, per che ridendo ambidue, disse il Duca: "Cristofano, che vuol dir questo portar sempre la cappa a rovescio?".
Rispose Cristofano: "Signore, io nol so, ma voglio un dì trovare una foggia di cappe che non abbino né diritto né rovescio, e siano da ogni banda a un modo, perché non mi basta l'animo di portarla altrimenti, vestendomi et uscendo di casa la mattina le più volte al buio, senza che io ho un occhio in modo impedito, che non ne veggio punto.
Ma guardi vostra eccellenza a quel che io dipingo e non a come io vesto".
Non rispose altro il signor Duca, ma di lì a pochi giorni gli fece fare una cappa di panno finissimo e cucire e rimendare i pezzi in modo, che non si vedeva né ritto né rovescio, et il collare da capo era lavorato di passamani nel medesimo modo dentro che di fuori e così il finimento che aveva intorno.
E quella finita, la mandò per uno staffieri a Cristofano, imponendo che gliela desse da sua parte.
Avendo dunque una mattina di buon'ora ricevuta costui la cappa, senza entrare in altre cirimonie, provata che se la fu, disse allo staffieri: "Il Duca ha ingegno, digli che la sta bene".
E perché era Cristofano della persona sua trascurato e non aveva alcuna cosa più in odio che avere a mettersi panni nuovi o andare troppo stringato e stretto, il Vasari, che conosceva quell'umore, quando conoscea che egli aveva d'alcuna sorte di panni bisogno, glieli facea fare di nascosto e poi una mattina di buon'ora porglieli in camera e levare i vecchi, e così era forzato Cristofano a vestirsi quelli che vi trovava.
Ma era un sollazzo maraviglioso starlo a udire mentre era in còllora e si vestiva i panni nuovi: "Guarda", diceva egli, "che assassinamenti son questi, non si può in questo mondo vivere a suo modo; può fare il diavolo che questi nimici delle commodità si dieno tanti pensieri?".
Una mattina fra l'altre essendosi messo un paio di calze bianche, Domenico Benci pittore, che lavorava anch'egli in palazzo col Vasari, fece tanto che in compagnia d'altri giovani menò Cristofano con esso seco alla Madonna dell'Impruneta, e così avendo tutto il giorno caminato, saltato e fatto buon tempo, se ne tornarono la sera dopo cena.
Onde Cristofano, che era stracco, se n'andò subito per dormire in camera, ma essendosi messo a trarsi le calze, fra perché erano nuove et egli era sudato, non fu mai possibile che se ne cavasse se non una, per che, andato la sera il Vasari a vedere come stava, trovò che s'era adormentato con una gamba calzata e l'altra scalza, onde fece tanto, che tenendogli un servidore la gamba e l'altro tirando la calza, pur gliela trassero, mentre che egli malediva i panni, Giorgio, e chi trovò certe usanze che tengono (diceva egli) gl'uomini schiavi in catena.
Che è più, egli gridava che voleva andarsi con Dio e per ogni modo tornarsene a S.
Giustino, dove era lasciato vivere a suo modo, e dove non avea tante servitù.
E fu una passione racconsolarlo.
Piacevagli il ragionar poco et amava che altri in favellando fusse breve, in tanto che non che altro arebbe voluto i nomi proprii degl'uomini brevissimi, come quello d'uno schiavo che aveva Messer Sforza, il quale si chiamava M...
"Oh questi", dicea Cristofano, "son be' nomi, e non Giovan Francesco e Giovan Antonio, che si pena un'ora a pronunziarli." E perché era grazioso di natura e diceva queste cose in quel suo linguaggio borghese, arebbe fatto ridere il pianto.
Si dilettava d'andare il dì delle feste dove si vendevono leggende e pitture stampate et ivi si stava tutto il giorno; e, se ne comperava alcuna, mentre andava l'altre guardando le più volte le lasciava in qualche luogo, dove si fusse appoggiato.
Non volle mai, se non forzato, andare a cavallo ancor che fusse nato nella sua patria nobilmente e fusse assai ricco.
Finalmente essendo morto Borgognone suo fratello e dovendo egli andare al Borgo, il Vasari, che aveva riscosso molti danari delle sue provisioni e serbatigli, gli disse: "Io ho tanti danari di vostro: è bene che gli portiate con esso voi, per servirvene ne' vostri bisogni".
Rispose Cristofano: "Io non vo' danari, pigliategli per voi, che a me basta la grazia di starvi appresso e di vivere e morire con esso voi".
"Io non uso", replicò il Vasari, "servirmi delle fatiche altrui; se non gli volete, gli manderò a Guido vostro padre." "Cotesto non fate voi", disse Cristofano "perciò che gli manderebbe male, come è il solito suo." In ultimo avendogli presi se n'andò al Borgo indisposto e con mala contenteza d'animo, dove giunto, il dolore della morte del fratello, il quale amava infinitamente, et una crudele scolatura di rene, in pochi giorni, avuti tutti i Sacramenti della chiesa, si morì, avendo dispensato a' suoi di casa et a molti poveri que' danari che aveva portato, affermando poco anzi la morte che ella per altro non gli doleva se non perché lasciava il Vasari in troppo grandi impacci e fatiche, quanti erano quelli a che aveva messo mano nel palazzo del Duca.
Non molto dopo avendo sua eccellenza intesa la morte di Cristofano, e certo con dispiacere, fece fare in marmo la testa di lui e con l'infrascritto epitaffio la mandò da Fiorenza al Borgo dove fu posta in San Francesco.
D.O.M.
CHRISTOPHORO GHERARDO BURGENSI PINGENDI
ARTE PRAESTANTISSIMO
QUOD GEORGIUS VASARIUS ARETINUS HUIUS
ARTIS FACILE PRINCEPS IN EXORNANDO
COSMI FLORENTINORUM DUCIS PALATIO
ILLIUS OPERAM QUAM MAXIME
PROBAVERIT
PICTORES HETRUSCI POSUERE
OBIIT A.
D.
MDLVI.
VIXIT AN.
LVI.
M.
III.
D.
VI
VITA DI IACOPO DA PUNTORMO PITTORE FIORENTINO
Gl'antichi, o vero maggiori di Bartolomeo di Iacopo di Martino, padre di Iacopo da Puntormo del quale al presente scriviamo la vita, ebbono, secondo che alcuni affermano, origine dall'Ancisa, castello del Valdarno di sopra, assai famoso per avere di lì tratta similmente la prima origine gl'antichi di Messer Francesco Petrarca.
Ma o di lì o d'altronde che fussero stati i suoi maggiori, Bartolomeo sopra detto, il quale fu fiorentino e secondo che mi vien detto della famiglia de' Carucci, si dice che fu discepolo di Domenico del Ghirlandaio, e che avendo molte cose lavorato in Valdarno come pittore secondo que' tempi ragionevole, condottosi finalmente a Empoli a fare alcuni lavori e quivi e ne' luoghi vicini dimorando, prese moglie in Puntormo una molto virtuosa e da ben fanciulla, chiamata Alessandra, figliuola di Pasquale di Zanobi e di monna Brigida sua donna.
Di questo Bartolomeo adunque nacque l'anno 1493 Iacopo, ma essendogli morto il padre l'anno 1499, la madre l'anno 1504 e l'avolo l'anno 1506, et egli rimaso al governo di monna Brigida sua avola, la quale lo tenne parecchi anni in Puntormo, e gli fece insegnare leggere e scrivere et i primi principii della grammatica latina, fu finalmente dalla medesima condotto di tredici anni in Firenze e messo ne' pupilli, acciò da quel magistrato, secondo che si costuma, fussero le sue poche facultà custodite e conservate, e lui posto che ebbe in casa d'un Battista calzolaio, un poco suo parente, si tornò monna Brigida a Puntormo e menò seco una sorella di esso Iacopo.
Ma indi a non molto essendo anco essa monna Brigida morta, fu forzato Iacopo a ritirarsi la detta sorella in Fiorenza e metterla in casa d'un suo parente chiamato Nicolaio, il quale stava nella via de' Servi.
Ma anche questa fanciulla, seguitando gl'altri suoi, avanti fusse maritata si morì l'anno 1512.
Ma per tornare a Iacopo, non era anco stato molti mesi in Fiorenza, quando fu messo da Bernardo Vettori a stare con Lionardo da Vinci, e poco dopo con Mariotto Albertinelli, con Piero di Cosimo, e finalmente, l'anno 1512, con Andrea del Sarto, col quale similmente non stette molto perciò che, fatti che ebbe Iacopo i cartoni dell'archetto de' Servi, del quale si parlerà di sotto, non parve che mai dopo lo vedesse Andrea ben volentieri, qualunche di ciò fusse la cagione.
La prima opera dunque che facesse Iacopo in detto tempo, fu una Nunziata piccoletta per un suo amico sarto, ma essendo morto il sarto prima che fusse finita l'opera, si rimase in mano di Iacopo, che allora stava con Mariotto, il quale n'aveva vanagloria e la mostrava per cosa rara a chiunche gli capitava a bottega.
Onde venendo di que' giorni a Firenze Raffaello da Urbino, vide l'opera et il giovinetto che l'avea fatta, con infinita maraviglia, profetando di Iacopo quello che poi si è veduto riuscire.
Non molto dopo essendo Mariotto partito di Firenze et andato a lavorare a Viterbo la tavola che fra' Bartolomeo vi aveva cominciata, Iacopo, il quale era giovane malinconico e soletario, rimaso senza maestro andò da per sé a stare con Andrea del Sarto, quando a punto egli avea fornito nel cortile de' Servi le storie di San Filippo, le quale piacevano infinitamente a Iacopo, sì come tutte l'altre cose e la maniera e disegno d'Andrea.
Datosi dunque Iacopo a far ogni opera d'immitarlo, non passò molto che si vide aver fatto acquisto maraviglioso nel disegnare e nel colorire, in tanto che alla pratica parve che fusse stato molti anni all'arte.
Ora avendo Andrea di que' giorni finita una tavola d'una Nunziata per la chiesa de' frati di San Gallo oggi rovinata, come si è detto nella sua vita, egli diede a fare la predella di quella tavola a olio a Iacopo, il quale vi fece un Cristo morto con due Angioletti che gli fanno lume con due torce e lo piangono, e dalle bande in due tondi, due Profeti, i quali furono così praticamente lavorati, che non paiono fatti da giovinetto, ma da un pratico maestro.
Ma può anco essere, come dice il Bronzino ricordarsi avere udito da esso Iacopo Puntormo, che in questa predella lavorasse anco il Rosso.
Ma sì come a fare questa predella fu Andrea da Iacopo aiutato, così fu similmente in fornire molti quadri et opere che continuamente faceva Andrea.
In quel mentre, essendo stato fatto sommo pontefice il cardinale Giovanni de' Medici e chiamato Leone Decimo, si facevano per tutta Fiorenza dagl'amici e divoti di quella casa molte armi del Pontefice, in pietre, in marmi, in tele et in fresco.
Per che volendo i frati de' Servi fare alcun segno della divozione e servitù loro verso la detta casa e Pontefice, fecero fare di pietra l'arme di esso Leone e porla in mezzo all'arco del primo portico della Nunziata, che è in sulla piazza, e poco appresso diedero ordine che ella fusse da Andrea di Cosimo pittore messa d'oro et adornata di grottesche, delle quali era egli maestro eccellente, e dell'imprese di casa Medici, et oltre ciò messa in mezzo da una Fede e da una Carità.
Ma conoscendo Andrea di Cosimo che da sé non poteva condurre tante cose, pensò di dare a fare le due figure ad altri; e così chiamato Iacopo, che allora non aveva più che dicianove anni, gli diede a fare le dette due figure ancor che durasse non piccola fatica a disporlo a volere fare, come quello che essendo giovinetto non voleva per la prima mettersi a sì gran risico, né lavorare in luogo di tanta importanza; pure fattosi Iacopo animo ancor che non fusse così pratico a lavorare in fresco come a olio, tolse a fare le dette due figure.
E ritirato (perché stava ancora con Andrea del Sarto) a fare i cartoni in Santo Antonio alla porta a Faenza, dove egli stava, gli condusse in poco tempo a fine.
E ciò fatto menò un giorno Andrea del Sarto suo maestro a vederli, il quale Andrea vedutigli con infinita maraviglia e stupore gli lodò infinitamente; ma poi, come si è detto, che se ne fusse o l'invidia o altra cagione, non vide mai più Iacopo con buon viso.
Anzi andando alcuna volta Iacopo a bottega di lui o non gl'era aperto o era uccellato dai garzoni, di maniera che egli si ritirò affatto e cominciò a fare sottilissime spese, perché era poverino, e studiare con grandissima assiduità.
Finito dunque che ebbe Andrea di Cosimo di metter d'oro l'arme e tutta la gronda, si mise Iacopo da sé solo a finire il resto, e trasportato dal disio d'acquistare nome, dalla voglia del fare e dalla natura che l'avea dotato d'una grazia e fertilità d'ingegno grandissimo, condusse quel lavoro con prestezza incredibile a tanta perfezzione, quanta più non arebbe potuto fare un ben vecchio e pratico maestro eccellente; per che, cresciutogli per quella sperienza l'animo, pensando di poter fare molto miglior opera, aveva fatto pensiero, senza dirlo altrimenti a niuno, di gettar in terra quel lavoro e rifarlo di nuovo secondo un altro suo disegno, che egli aveva in fantasia.
Ma in questo mentre avendo i frati veduta l'opera finita e che Iacopo non andava più al lavoro, trovato Andrea lo stimolarono tanto, che si risolvé di scoprirla.
Onde, cercato di Iacopo per domandare se voleva farvi altro e non lo trovando, perciò che stava rinchiuso intorno al nuovo disegno e non rispondeva a niuno, fece levare la turata et il palco e scoprire l'opera; e la sera medesima, essendo uscito Iacopo di casa per andare ai Servi, e come fusse notte mandar giù il lavoro che aveva fatto e mettere in opera il nuovo disegno, trovò levato i ponti e scoperto ogni cosa con infiniti popoli attorno che guardavano.
Per che, tutto in còllora, trovato Andrea si dolse che senza lui avesse scoperto, aggiugnendo quello che avea in animo di fare.
A cui Andrea ridendo rispose: "Tu hai il torto a dolerti perciò che il lavoro che tu hai fatto sta tanto bene che se tu l'avessi a rifare, tengo per fermo che non potresti far meglio, e perché non ti mancherà da lavorare, serba cotesti disegni ad altre occasioni".
Quest'opera fu tale, come si vede, e di tanta bellezza, sì per la maniera nuova e sì per la dolcezza delle teste che sono in quelle due femine e per la bellezza de' putti vivi e graziosi, ch'ella fu la più bella in fresco che insino allora fusse stata veduta già mai; perché oltre ai putti della Carità, ve ne sono due altri in aria, i quali tengono all'arme del Papa un panno, tanto begli che non si può far meglio, sanza che tutte le figure hanno rilievo grandissimo e son fatte per colorito e per ogni altra cosa tali, che non si possono lodare a bastanza.
E Michelagnolo Buonarroti, veggendo un giorno quest'opera e considerando che l'avea fatta un giovane d'anni 19, disse: "Questo giovane sarà anco tale per quanto si vede, che se vive e seguita porrà quest'arte in cielo".
Questo grido e questa fama sentendo gl'uomini di Puntormo, mandato per Iacopo gli fecero fare dentro nel castello sopra una porta, posta in sulla strada maestra, un'arme di papa Leone, con due putti, bellissima, come che dall'acqua sia già stata poco meno che guasta.
Il carnovale del medesimo anno, essendo tutta Fiorenza in festa ed in allegrezza per la creazione del detto Leone Decimo, furono ordinate molte feste e fra l'altre due bellissime e di grandissima spesa da due Compagnie di signori e gentiluomini della città, d'una delle quali, che era chiamata il Diamante, era capo il signor Giuliano de' Medici, fratello del Papa, il quale l'aveva intitolata così per essere stato il diamante impresa di Lorenzo il Vecchio suo padre, e dell'altra, che aveva per nome e per insegna il Broncone, era capo il signor Lorenzo figliuolo di Piero de' Medici, il quale dico aveva per impresa un broncone, cioè un tronco di lauro secco che rinverdiva le foglie, quasi per mostrare che rinfrescava e risurgeva il nome dell'avolo.
Dalla compagnia dunque del Diamante fu dato carico a Messer Andrea Dazzi, che allora leggeva lettere greche e latine nello studio di Fiorenza, di pensare all'invenzione d'un trionfo.
Onde egli ne ordinò uno simile a quelli che facevano i Romani trionfando, di tre carri bellissimi e lavorati di legname dipinti con bello e ricco artificio.
Nel primo era la Puerizia con un ordine bellissimo di fanciulli, nel secondo era la Virilità con molte persone che nell'età loro virile avevano fatto gran cose, e nel terzo era la Senettù con molti chiari uomini che nella loro vecchiezza avevano gran cose operato, i quali tutti personaggi erano ricchissimamente adobati, in tanto che non si pensava potersi far meglio.
Gl'architetti di questi carri furono Raffaello delle Vivuole, il Carota intagliatore, Andrea di Cosimo pittore et Andrea del Sarto, e quelli che feciono et ordinarono gl'abiti delle figure furono ser Piero da Vinci, padre di Lionardo, e Bernardino di Giordano, bellissimi ingegni.
Et a Iacopo Puntormo solo toccò a dipignere tutti e tre i carri, nei quali fece in diverse storie di chiaro scuro molte transformazioni degli dii in varie forme, le quali oggi sono in mano di Pietro Paulo Galeotti orefice eccellente.
Portava scritto il primo carro in note chiarissime "Erimus", il secondo "Sumus", et il terzo "Fuimus", cioè "Saremo", "Siamo", "Fummo".
La canzone cominciava: "Volano gl'anni", etc.
Avendo questi trionfi veduto il signor Lorenzo, capo della compagnia del Broncone, e disiderando che fussero superati, dato del tutto carico a Iacopo Nardi gentiluomo nobile e literatissimo al quale, per quello che fu poi, è molto obligata la sua patria Fiorenza, esso Iacopo ordinò sei trionfi per radoppiare quelli stati fatti dal Diamante.
Il primo, tirato da un par di buoi vestiti d'erba, rappresentava l'età di Saturno e di Iano, chiamata dell'oro, et aveva in cima del carro Saturno con la falce et Iano con le due teste e con la chiave del tempio della pace in mano e sotto i piedi legato il Furore, con infinite cose attorno pertinenti a Saturno, fatte bellissime e di diversi colori dall'ingegno del Puntormo.
Accompagnavano questo trionfo sei coppie di pastori ignudi, ricoperti in alcune parti con pelle di martore e zibellini, con stivaletti all'antica di varie sorte e con i loro zaini e ghirlande in capo di molte sorti frondi.
I cavalli sopra i quali erano questi pastori erano senza selle, ma coperti di pelle di leoni, di tigri e di lupi cervieri; le zampe de' quali, messe d'oro, pendevano dagli lati con bella grazia.
Gl'ornamenti delle groppe e staffieri erano di corde d'oro; le staffe teste di montoni, di cane e d'altri simili animali, et i freni e redine fatti di diverse verzure e di corde d'argento.
Aveva ciascun pastore quattro staffieri in abito di pastorelli, vestiti più semplicemente d'altre pelli e con torce fatte a guisa di bronconi secchi e di rami di pino che facevano bellissimo vedere.
Sopra il secondo carro tirato da due paia di buoi vestiti di drappo ricchissimo, con ghirlande in capo e con paternostri grossi che loro pendevano dalle dorate corne, era Numa Pompilio secondo re de' Romani con i libri della Religione e con tutti gl'ordini sacerdotali e cose appartenenti a' sacrifici, perciò che egli fu, appresso i Romani, autore e primo ordinatore della Relligione e de' sacrifizii.
Era questo carro accompagnato da sei sacerdoti sopra bellissime mule, coperti il capo con manti di tela ricamati d'oro e d'argento a foglie d'ellera maestrevolmente lavorati; in dosso avevano vesti sacerdotali all'antica, con balzane e fregi d'oro attorno ricchissimi et in mano chi un turibolo e chi un vaso d'oro e chi altra cosa somigliante.
Alle staffe avevano ministri a uso di leviti e le torce che questi avevano in mano erano a uso di candellieri antichi e fatti con bello artifizio.
Il terzo carro rappre