LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 257
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Veggendosi adunque quanta stima facesse Michelagnolo del Puntormo e con quanta diligenza esso Puntormo conducesse a perfezzione e ponesse ottimamente in pittura i disegni e cartoni di Michelagnolo, fece tanto Bartolomeo Bettini, che il Buonarruoti suo amicissimo gli fece un cartone d'una Venere ignuda con un Cupido che la bacia, per farla fare di pittura al Pontormo e metterla in mezzo a una sua camera, nelle lunette della quale aveva cominciato a fare dipignere dal Bronzino Dante, Petrarca e Boccaccio, con animo di farvi gl'altri poeti che hanno con versi e prose toscane cantato d'amore.
Avendo dunque Iacopo avuto questo cartone, lo condusse, come si dirà, a suo agio a perfezzione in quella maniera che sa tutto il mondo senza che io lo lodi altrimenti.
I quali disegni di Michelagnolo furono cagione che considerando il Puntormo la maniera di quello artefice nobilissimo, se gli destasse l'animo e si risolvesse per ogni modo a volere secondo il suo sapere imitarla e seguitarla.
Et allora conobbe Iacopo quanto avesse mal fatto a lasciarsi uscir di mano l'opera del Poggio a Caiano, come che egli ne incolpasse in gran parte una sua lunga e molto fastidiosa infermità, et in ultimo la morte di papa Clemente, che ruppe al tutto quella pratica.
Avendo Iacopo, dopo le già dette opere, ritratto di naturale in un quadro Amerigo Antinori, giovane allora molto favorito in Fiorenza, et essendo quel ritratto molto lodato da ognuno, il duca Alessandro avendo fatto intendere a Iacopo che voleva da lui essere ritratto in un quadro grande, Iacopo per più commodità lo ritrasse per allora in un quadretto grande quanto un foglio di carta mezzana con tanta diligenza e studio, che l'opere de' miniatori non hanno che fare alcuna cosa con questa; perciò che, oltre al somigliare benissimo, è in quella testa tutto quello che si può disiderare in una rarissima pittura.
Dal quale quadretto, che è oggi in guardaroba del duca Cosimo, ritrasse poi Iacopo il medesimo Duca in un quadro grande con uno stile in mano disegnando la testa d'una femina, il quale ritratto maggiore donò poi esso duca Alessandro alla signora Taddea Malespina sorella della marchesa di Massa.
Per quest'opere disegnando il Duca di volere ad ogni modo riconoscere liberamente la virtù di Iacopo, gli fece dire da Niccolò da Montaguto suo servitore che dimandasse quello che voleva che sarebbe compiaciuto.
Ma fu tanta, non so se io mi debba dire la pusillanimità o il troppo rispetto e modestia di quest'uomo, che non chiese se non tanti danari quanto gli bastassero a riscuotere una cappa che egl'aveva al presto impegnata.
Il che avendo udito il Duca, non senza ridersi di quell'uomo così fatto, gli fece dare cinquanta scudi d'oro et offerire provisione, et anche durò fatica Niccolò a fare che gl'accettasse.
Avendo in tanto finito Iacopo di dipignere la Venere dal cartone del Bettino, la quale riuscì cosa miracolosa, ella non fu data a esso Bettino per quel pregio che Iacopo gliela avea promessa, ma da certi furagrazie, per far male a Bettino, levata di mano a Iacopo quasi per forza e data al duca Alessandro, rendendo il suo cartone al Bettino.
La qual cosa avendo intesa Michelagnolo n'ebbe dispiacere per amor dell'amico a cui avea fatto il cartone, e ne volle male a Iacopo, il quale se bene n'ebbe dal Duca cinquanta scudi, non però si può dire che facesse fraude al Bettino, avendo dato la Venere per comandamento di chi gl'era signore, ma di tutto dicono alcuni, che fu in gran parte cagione, per volerne troppo, l'istesso Bettino.
Venuta dunque occasione al Puntormo, mediante questi danari, di mettere mano ad acconciare la sua casa, diede principio a murare, ma non fece cosa di molta importanza.
Anzi, se bene alcuni affermano che egli aveva animo di spendervi secondo lo stato suo grossamente e fare una abitazione comoda e che avesse qualche disegno, si vede nondimeno che quello che fece, o venisse ciò dal non avere il modo da spendere o da altra cagione, ha più tosto cera di casamento da uomo fantastico e soletario che di ben considerata abitura: conciò sia che alla stanza dove stava a dormire e tal volta a lavorare si saliva per una scala di legno, la quale entrato che egli era, tirava su con una carrucola, a ciò niuno potesse salire da lui senza sua voglia o saputa.
Ma quello che più in lui dispiaceva agl'uomini si era che non voleva lavorare se non quando et a chi gli piaceva, et a suo capriccio; onde essendo ricerco molte volte da gentiluomini che disideravano avere dell'opere sue, et una volta particolarmente dal Magnifico Ottaviano de' Medici, non gli volle servire, e poi si sarebbe messo a fare ogni cosa per un uomo vile e plebeo e per vilissimo prezzo.
Onde il Rossino muratore, persona assai ingegnosa secondo il suo mestiere, facendo il goffo, ebbe da lui per pagamento d'avergli mattonato alcune stanze e fatto altri muramenti, un bellissimo quadro di Nostra Donna, il quale facendo Iacopo, tanto sollecitava e lavorava in esso, quanto il muratore faceva nel murare.
E seppe tanto ben fare il prelibato Rossino, che oltre il detto quadro cavò di mano a Iacopo un ritratto bellissimo di Giulio cardinal de' Medici, tolto da uno di mano di Raffaello, e da vantaggio un quadretto d'un Crucifisso molto bello, il quale, se bene comperò il detto Magnifico Ottaviano dal Rossino muratore per cosa di mano di Iacopo, nondimeno si sa certo che egli è di mano di Bronzino, il quale lo fece tutto da per sé, mentre stava con Iacopo alla Certosa, ancor che rimanesse poi, non so perché, appresso al Puntormo.
Le quali tutte tre pitture cavate dall'industria del muratore di mano a Iacopo sono oggi in casa Messer Alessandro de' Medici figliuolo di detto Ottaviano.
Ma ancor che questo procedere del Puntormo, e questo suo vivere soletario et a suo modo fusse poco lodato, non è però se chi che sia volesse scusarlo, che non si potesse.
Conciò sia che di quell'opere che fece se gli deve avere obligo; e di quelle che non gli piacque di fare, non l'incolpare e biasimare.
Già non è niuno artefice obligato a lavorare se non quando e per chi gli pare; e se egli ne pativa, suo danno.
Quanto alla solitudine, io ho sempre udito dire ch'ell'è amicissima degli studi.
Ma quando anco così non fusse, io non credo che si debba gran fatto biasimare chi senza offesa di Dio e del prossimo vive a suo modo, et abita e pratica secondo che meglio aggrada alla sua natura.
Ma per tornare (lasciando queste cose da canto) all'opere di Iacopo, avendo il duca Alessandro fatto in qualche parte racconciare la villa di Careggi, stata già edificata da Cosimo Vecchio de' Medici, lontana due miglia da Firenze, e condotto l'ornamento della fontana et il laberinto che girava nel mezzo d'uno cortile scoperto, in sul quale rispondono due logge, ordinò sua eccellenza che le dette logge si facessero dipignere da Iacopo, ma se gli desse compagnia acciò che le finisse più presto e la conversazione, tenendolo allegro, fusse cagione di farlo, senza tanto andare ghiribizzando e stillandosi il cervello, lavorare.
Anzi il Duca stesso, mandato per Iacopo, lo pregò che volesse dar quell'opera quanto prima del tutto finita.
Avendo dunque Iacopo chiamato il Bronzino, gli fece fare in cinque piedi della volta una figura per ciascuno, che furono la Fortuna, la Iustizia, la Vittoria, la Pace e la Fama.
E nell'altro piede, che in tutto son sei, fece Iacopo di sua mano un amore.
Dopo, fatto il disegno d'alcuni putti che andavano nell'ovato della volta, con diversi animali in mano che scortano al di sotto in su, gli fece tutti, da uno in fuori, colorire dal Bronzino, che si portò molto bene.
E perché mentre Iacopo et il Bronzino facevano queste figure, fecero gl'ornamenti intorno Iacone, Pierfrancesco di Iacopo et altri, restò in poco tempo tutta finita quell'opera con molta sodisfazione del signor Duca, il quale voleva far dipignere l'altra loggia, ma non fu a tempo, perciò che essendosi fornito questo lavoro a dì 13 di dicembre 1536, alli sei di gennaio seguente fu quel signore illustrissimo ucciso dal suo parente Lorenzino, e così questa et altre opere rimasono senza la loro perfezzione.
Essendo poi creato il signor duca Cosimo, passata felicemente la cosa di Monte Murlo e messosi mano all'opera di Castello, secondo che si è detto nella vita del Tribolo, sua eccellenza illustrissima per compiacere la signora donna Maria sua madre, ordinò che Iacopo dipignesse la prima loggia, che si truova entrando nel palazzo di Castello a man manca.
Per che, messovi mano, primieramente disegnò tutti gl'ornamenti che v'andavano, e gli fece fare al Bronzino per la maggior parte et [a] coloro che avevano fatto quei di Careggi.
Di poi rinchiusosi dentro da sé solo, andò facendo quell'opera a sua fantasia et a suo bell'agio, studiando con ogni diligenza, acciò ch'ella fusse molto migliore di quella di Careggi, la quale non avea lavorata tutta di sua mano, il che potea fare commodamente, avendo per ciò otto scudi il mese da sua eccellenza, la quale ritrasse così giovinetta come era nel principio di quel lavoro, e parimente la signora donna Maria sua madre.
Finalmente essendo stata turata la detta loggia cinque anni, e non si potendo anco vedere quello che Iacopo avesse fatto, adiratasi la detta signora un giorno con esso lui, comandò che i palchi e la turata fusse gettata in terra.
Ma Iacopo essendosi raccomandato et avendo ottenuto che si stesse anco alcuni giorni a scoprirla, la ritoccò prima dove gli parea che n'avesse di bisogno, e poi fatta fare una tela a suo modo, che tenesse quella loggia (quando que' signori non v'erano) coperta, acciò l'aria, come avea fatto a Careggi, non si divorasse quelle pitture lavorate a olio in sulla calcina secca, la scoperse con grande aspettazione d'ognuno, pensandosi che Iacopo avesse in quell'opera avanzato se stesso e fatto alcuna cosa stupendissima.
Ma gl'effetti non corrisposero interamente all'opinione.
Perciò che, se bene sono in questa molte parti buone, tutta la proporzione delle figure pare molto difforme, e certi stravolgimenti et attitudini che vi sono pare che siano senza misura e molto strane.
Ma Iacopo si scusava con dire che non avea mai ben volentieri lavorato in quel luogo, perciò che essendo fuor di città par molto sottoposto alle furie de' soldati et ad altri simili accidenti.
Ma non accadeva che egli temesse di questo, perché l'aria et il tempo (per essere lavorate nel modo che si è detto) le van consumando a poco a poco.
Vi fece dunque nel mezzo della volta un Saturno col segno del Capricorno e Marte ermafrodito nel segno del Leone e della Vergine et alcuni putti in aria che volano come quei di Careggi.
Vi fece poi in certe feminone grandi, e quasi tutte ignude, la Filosofia, l'Astrologia, la Geometria, la Musica, l'Aritmetica et una Cerere et alcune medaglie di storiette fatte con varie tinte di colori et apropriate alle figure.
Ma con tutto che questo lavoro faticoso e stentato non molto sodisfacesse, e se pur assai, molto meno che non s'aspettava, mostrò sua eccellenza che gli piacesse e si servì di Iacopo in ogni occorrenza, essendo massimamente questo pittore in molta venerazione appresso i popoli, per le molto belle e buon'opere che avea fatto per lo passato.
Avendo poi condotto il signor Duca in Fiorenza maestro Giovanni Rosso e maestro Niccolò fiamminghi, maestri eccellenti di panni d'arazzo, perché quell'arte si esercitasse et imparasse dai fiorentini, ordinò che si facessero panni d'oro e di seta per la sala del consiglio de' Dugento, con spesa di sessantamila scudi, e che Iacopo e Bronzino facessero nei cartoni le storie di Ioseffo.
Ma avendone fatte Iacopo due, in uno de' quali è quando a Iacob è annunziata la morte di Ioseffo e mostratogli i panni sanguinosi e nell'altro il fuggire di Ioseffo, lasciando la veste, dalla moglie di Putifaro, non piacquero né al Duca, né a que' maestri che gl'avevano a mettere in opera, parendo loro cosa strana e da non dover riuscire ne' panni tessuti et in opera.
E così Iacopo non seguitò di fare più cartoni altrimenti.
Ma tornando a' suoi soliti lavori, fece un quadro di Nostra Donna che fu dal Duca donato al signor Don...
che lo portò in Ispagna.
E perché sua eccellenza seguitando le vestigia de' suoi maggiori ha sempre cercato di abellire et adornare la sua città, essendole ciò venuto in considerazione, si risolvé di fare dipignere tutta la capella maggiore del magnifico tempio di San Lorenzo, fatta già dal gran Cosimo Vecchio de' Medici.
Per che, datone il carico a Iacopo Puntormo, o di sua propria volontà o per mezzo (come si disse) di Messer Pierfrancesco Ricci maiorduomo, esso Iacopo fu molto lieto di quel favore, perciò che se bene la grandezza dell'opera essendo egli assai bene in là con gl'anni gli dava che pensare, e forse lo sgomentava, considerava dall'altro lato quanto avesse il campo largo nella grandezza di tant'opera di mostrare il valore e la virtù sua.
Dicono alcuni che veggendo Iacopo essere stata allogata a sé quell'opera, nonostante che Francesco Salviati pittore di gran nome fusse in Firenze et avesse felicemente condotta e di pittura la sala di palazzo, dove già era l'udienza della Signoria, ebbe a dire, che mostrarebbe come si disegnava e dipigneva, e come si lavora in fresco, et oltre ciò, che gl'altri pittori non erano se non persone da dozzina et altre simili parole altiere e troppo insolenti.
Ma perché io conobbi sempre Iacopo persona modesta e che parlava d'ognuno onoratamente et in quel modo che dee fare un costumato e virtuoso artefice, come egli era, credo che queste cose gli fussero aposte e che non mai si lasciasse uscir di bocca sì fatti vantamenti, che sono per lo più cose d'uomini vani e che troppo di sé presumono; con la qual maniera di persone non ha luogo la virtù né la buona creanza.
E se io arei potuto tacere queste cose, non l'ho voluto fare; però che il procedere come ho fatto mi pare ufficio di fedele e verace scrittore.
Basta che se bene questi ragionamenti andarono attorno, e massimamente fra gl'artefici nostri, porto nondimeno ferma opinione che fussero parole d'uomini maligni, essendo sempre stato Iacopo nelle sue azzioni, per quello che appariva, modesto e costumato.
Avendo egli adunque con muri, assiti e tende turata quella capella e datosi tutto alla solitudine, la tenne per ispazio d'undici anni in modo serrata che da lui infuori mai non vi entrò anima vivente, né amici né nessuno.
Bene è vero che disegnando alcuni giovinetti nella sagrestia di Michelagnolo, come fanno i giovani, salirono per le chiocciole di quella in sul tetto della chiesa e levati i tegoli e l'asse del rosone di quelli che vi sono dorati, videro ogni cosa.
Di che accortosi Iacopo l'ebbe molto per male, ma non ne fece altra dimostrazione che di turare con più diligenza ogni cosa, se bene dicono alcuni che egli perseguitò molto que' giovani, e cercò di fare loro poco piacere.
Immaginandosi dunque in quest'opera di dovere avanzare tutti i pittori e forse, per quel che si disse, Michelagnolo, fece nella parte di sopra in più istorie la creazione di Adamo et Eva, il loro mangiare del pomo vietato e l'essere scacciati di Paradiso, il zappare la terra, il sacrifizio d'Abel, la morte di Caino, la benedizione del seme di Noè e quando egli disegna la pianta e misure dell'Arca.
In una poi delle facciate di sotto, ciascuna delle quali è braccia quindici per ogni verso, fece la inondazione del Diluvio, nella quale sono una massa di corpi morti et affogati, e Noè che parla con Dio.
Nell'altra faccia è dipinta la Ressurezione Universale de' morti, che ha da essere nell'ultimo e novissimo giorno, con tanta e varia confusione, ch'ella non sarà maggiore da dovero per aventura, né così viva, per modo di dire, come l'ha dipinta il Pontormo.
Dirimpetto all'altare fra le finestre, cioè nella faccia del mezzo, da ogni banda è una fila d'ignudi che presi per mano et aggrappatisi su per le gambe e busti l'uno dell'altro, si fanno scala per salire in Paradiso, uscendo di terra, dove sono molti morti che gl'accompagnano; e fanno fine da ogni banda due morti vestiti, eccetto le gambe e le braccia, con le quali tengono due torce accese.
A sommo del mezzo della facciata, sopra le finestre fece nel mezzo in alto Cristo nella sua maestà, il quale circondato da molti Angeli tutti nudi fa resuscitare que' morti per giudicare.
Ma io non ho mai potuto intendere la dottrina di questa storia, se ben so che Iacopo aveva ingegno da sé e praticava con persone dotte e letterate, cioè quello volesse significare in quella parte dove è Cristo in alto, che risuscita i morti, e sotto i piedi ha Dio padre che crea Adamo et Eva.
Oltre ciò in uno de' canti dove sono i quattro Evangelisti nudi con libri in mano, non mi pare, anzi in niun luogo, osservato né ordine di storia, né misura, né tempo, né varietà di teste, non cangiamento di colori di carni, et insimma non alcuna regola, né proporzione, né alcun ordine di prospettiva: ma pieno ogni cosa d'ignudi, con un ordine, disegno, invenzione, componimento, colorito e pittura fatta a suo modo, con tanta malinconia e con tanto poco piacere di chi guarda quell'opera, ch'io mi risolvo, per non l'intendere ancor io, se ben son pittore, di lasciarne far giudizio a coloro che la vedranno; perciò che io crederei impazzarvi dentro et avvilupparmi, come mi pare, che in undici anni di tempo che egli ebbe, cercass'egli di avviluppare sé e chiunque vede questa pittura con quelle così fatte figure.
E se bene si vede in questa opera qualche pezzo di torso che volta le spalle o il dinanzi et alcune apiccature di fianchi, fatte con maraviglioso studio e molta fatica da Iacopo, che quasi di tutte fece i modelli di terra tondi e finiti, il tutto nondimeno è fuori della maniera sua, e come pare quasi a ognuno, senza misura, essendo nella più parte i torsi grandi e le gambe e braccia piccole, per non dir nulla delle teste, nelle quali non si vede punto punto di quella bontà e grazia singolare che soleva dar loro con pienissima sodisfazione di chi mira l'altre sue pitture.
Onde pare che in questa non abbia stimato se non certe parti, e dell'altre più importanti non abbia tenuto conto niuno.
Et insomma, dove egli aveva pensato di trapassare in questa tutte le pitture dell'arte, non arrivò a gran pezzo alle cose sue proprie fatte ne' tempi a dietro.
Onde si vede che chi vuol strafare e quasi sforzare la natura, rovina il buono che da quella gli era stato largamente donato.
Ma che si può o deve se non avergli compassione, essendo così gl'uomini delle nostre arti sottoposti all'errare come gl'altri? Et il buon Omero, come si dice, anch'egli tal volta s'adormenta.
Né sarà mai che in tutte l'opere di Iacopo (sforzasse quanto volesse la natura) non sia del buono e del lodevole.
E perché se morì poco avanti che al fine dell'opera, affermano alcuni che fu morto dal dolore, restando in ultimo malissimo sodisfatto di se stesso.
Ma la verità che essendo vecchio e molto affaticato dal far ritratti, modelli di terra e lavorare tanto in fresco, diede in una idropisia che finalmente l'uccise d'anni 65.
Furono dopo la costui morte trovati in casa sua molti disegni, cartoni e modelli di terra bellissimi, et un quadro di Nostra Donna stato da lui molto ben condotto, per quello che si vide, e con bella maniera molti anni inanzi, il quale fu venduto poi dagl'eredi suoi a Piero Salviati.
Fu sepolto Iacopo nel primo chiostro della chiesa de' frati de' Servi, sotto la storia che egli già fece della Visitazione, e fu onoratamente accompagnato da tutti i pittori, scultori et architettori.
Fu Iacopo molto parco e costumato uomo, e fu nel vivere e vestire suo più tosto misero che assegnato, e quasi sempre stette da sé solo, senza volere che alcuno lo servisse o gli cucinasse.
Pure negl'ultimi anni tenne come per allevarselo Battista Naldini, giovane di buono spirito, il quale ebbe quel poco di cura della vita di Iacopo che egli stesso volle che se n'avesse, et il quale sotto la disciplina di lui fece non piccol frutto nel disegno, anzi tale che se ne spera ottima riuscita.
Furono amici del Puntormo in particulare in questo ultimo della sua vita Pierfrancesco Vernacci, e don Vincenzio Borghini col quale si ricreava alcuna volta, ma di rado, mangiando con esso loro.
Ma sopra ogni altro fu da lui sempre sommamente amato il Bronzino che amò lui parimente come grato e conoscente del benefizio da lui ricevuto.
Ebbe il Puntormo di bellissimi tratti, e fu tanto pauroso della morte, che non voleva, non che altro, udirne ragionare, e fuggiva l'avere a incontrare morti.
Non andò mai a feste, né in altri luoghi dove si ragunassero genti, per non essere stretto nella calca e fu oltre ogni credenza solitario.
Alcuna volta, andando per lavorare, si mise così profondamente a pensare quello che volesse fare, che se ne partì senz'avere fatto altro in tutto quel giorno che stare in pensiero.
E che questo gl'avvenisse infinite volte nell'opera di San Lorenzo, si può credere agevolmente, perciò che quando era risoluto, come pratico e valente, non istentava punto a far quello che voleva, o aveva deliberato di mettere in opera.
IL FINE DELLA VITA DI IACOPO DA PUNTORMO, PITTOR FIORENTINO
VITA DI SIMONE MOSCA SCULTORE ET ARCHITETTO
Dagli scultori antichi greci e romani in qua, niuno intagliatore moderno ha paragonato l'opere belle e difficili che essi feciono nelle base, capitegli, fregiature, cornici, festoni, trofei, maschere, candellieri, uccelli, grottesche o altro corniciame intagliato, salvo che Simone Mosca da Settignano, il quale ne' tempi nostri ha operato in questa sorte di lavori talmente, che egli ha fatto conoscere con l'ingegno e virtù sua che la diligenza, e studio degl'intagliatori moderni, stati innanzi a lui, non aveva insino a lui saputo imitare il buono dei detti antichi, né preso il buon modo negl'intagli.
Conciò sia che l'opere loro tengono del secco et il girare de' loro fogliami dello spinoso e del crudo, là dove gli ha fatti egli con gagliardezza et abondanti e ricchi di nuovi andari con foglie in varie maniere intagliate, con belle intaccature e con i più bei semi, fiori e vilucchi che si possano vedere, senza gl'uccegli che in fra i festoni e fogliame ha saputo graziosamente in varie guise intagliare.
In tanto che si può dire che Simone solo (sia detto con pace degl'altri) abbia saputo cavar del marmo quella durezza che suol dar l'arte spesse volte alle sculture, e ridotte le sue cose con l'oprare dello scarpello a tal termine, ch'elle paiono palpabili e vere; et il medesimo si dice delle cornici et altri somiglianti lavori da lui condotti con bellissima grazia e giudizio.
Costui avendo nella sua fanciullezza atteso al disegno con molto frutto e poi fattosi pratico nell'intagliare, fu da maestro Antonio da San Gallo, il quale conobbe l'ingegno e buono spirito di lui, condotto a Roma, dove e' gli fece fare, per le prime opere, alcuni capitegli e base e qualche fregio di fogliami, per la chiesa di San Giovanni de' Fiorentini, et alcuni lavori per lo palazzo d'Alessandro, primo cardinal Farnese.
Attendendo in tanto Simone, e massimamente i giorni delle feste e quando poteva rubar tempo, a disegnare le cose antiche di quella città, non passò molto che disegnava e faceva piante con più grazia e nettezza che non faceva Antonio stesso; di maniera che, datosi tutto a studiare disegnando i fogliami della maniera antica et a girare gagliardo le foglie et a traforare le cose per condurle a perfezzione, togliendo dalle cose migliori il migliore, e da chi una cosa e da chi un'altra, fece in pochi anni una bella composizione di maniera e tanto universale, che faceva poi bene ogni cosa et insieme e da per sé, come si vede in alcun'armi che dovevano andare nella detta chiesa di San Giovanni in strada Giulia.
In una delle quali armi facendo un giglio grande, antica insegna del comune di Firenze, gli fece addosso alcuni girari di foglie con vilucchi e semi così ben fatti, che fece stupefare ognuno.
Né passò molto che, guidando Antonio da San Gallo per Messer Agnolo Cesis l'ornamento di marmo d'una cappella e sepoltura di lui e di sua famiglia, che fu murata poi l'anno 1550 nella chiesa di Santa Maria della Pace, fece fare parte d'alcuni pilastri e zoccoli pieni di fregiature che andavano in quell'opera a Simone, il quale gli condusse sì bene e sì begli, che senza ch'io dica quali sono, si fanno conoscere alla grazia e perfezzione loro in fra gl'altri.
Né è possibile veder più belli e capricciosi altari da fare sacrifizii all'usanza antica di quelli che costui fece nel basamento di quell'opera.
Dopo, il medesimo San Gallo, che facea condurre nel chiostro di San Pietro in Vincola la bocca di quel pozzo, fece fare al Mosca le sponde con alcuni mascheroni bellissimi.
Non molto dopo, essendo una state tornato a Firenze et avendo buon nome fra gl'artefici, Baccio Bandinelli che faceva l'Orfeo di marmo, che fu posto nel cortile del palazzo de' Medici, fatta condurre la basa di quell'opera da Benedetto da Rovezzano, fece condurre a Simone i festoni et altri intagli bellissimi che vi sono, ancor che un festone vi sia imperfetto e solamente gradinato.
Avendo poi fatto molte cose di macigno, delle quali non accade far memoria, disegnava tornare a Roma, ma seguendo in quel mentre il Sacco non andò altrimenti, ma preso donna, si stava a Firenze con poche faccende, perché, avendo bisogno d'aiutare la famiglia e non avendo entrate, si andava trattenendo con ogni cosa.
Capitando adunque in que' giorni a Fiorenza Pietro di Subisso, maestro di scarpello aretino, il quale teneva di continuo sotto di sé buon numero di lavoranti, però che tutte le fabriche d'Arezzo passavano per le sue mani, condusse fra molti altri Simone in Arezzo, dove gli diede a fare per la casa degl'eredi di Pellegrino da Fossombrone, cittadino aretino, la qual casa avea già fatta fare Messer Piero Geri, astrologo eccellente, col disegno d'Andrea Sansovino, e dai nepoti era stata venduta, per una sala un camino di macigno et un acquaio di non molta spesa.
Messovi dunque mano e cominciato Simone il cammino lo pose sopra due pilastri, facendo due nicchie nella grossezza di verso il fuoco e mettendo sopra i detti pilastri architrave, fregio e cornicione et un frontone di sopra con festoni e con l'arme di quella famiglia.
E così continuando, lo condusse con tanti e sì diversi intagli e sottile magistero, che ancor che quell'opera fusse di macigno, diventò nelle sue mani più bella che se fusse di marmo e più stupenda, il che gli venne anco fatto più agevolmente, però che quella pietra non è tanto dura quanto il marmo e più tosto renosiccia che no.
Mettendo dunque in questo lavoro un'estrema diligenza, condusse ne' pilastri alcuni trofei, di mezzo tondo e basso rilievo, più belli e più bizzarri che si possano fare; con celate, calzari, targhe, turcassi et altre diverse armadure; vi fece similmente maschere, mostri marini et altre graziose fantasie, tutte in modo ritratte e traforate, che paiono d'argento.
Il fregio poi, che è fra l'architrave et il cornicione, fece con un bellissimo girare di fogliami, tutto traforato e pien d'uccelli, tanto ben fatti, che paiano in aria volanti, onde è cosa maravigliosa vedere le piccole gambe di quelli, non maggiori del naturale, essere tutte tonde e staccate dalla pietra, in modo che pare impossibile.
E nel vero, quest'opera pare più tosto miracolo che artifizio.
Vi fece oltre ciò in un festone alcune foglie e frutte, così spiccate e fatte con tanta diligenza sottili, che vincono in un certo modo le naturali.
Il fine poi di quest'opera sono alcune mascherone e candellieri veramente bellissimi; e se bene non dovea Simone in un'opera simile mettere tanto studio, dovendone essere scarsamente pagato da coloro che molto non potevano, nondimeno, tirato dall'amore che portava all'arte e dal piacere che si ha in bene operando, volle così fare; ma non fece già il medesimo nell'acquaio de' medesimi, però che lo fece assai bello, ma ordinario.
Nel medesimo tempo aiutò fare a Piero di Sobisso, che molto non sapea, molti disegni di fabriche, di piante di case, porte, finestre et altre cose attenenti a quel mestiero.
In sulla cantonata degl'Albergotti, sotto la scuola e studio del comune, è una finestra fatta col disegno di costui assai bella.
Et in Pelliceria ne son due nella casa di ser Bernardino Serragli, et in sulla cantonata del palazzo de' Priori è di mano del medesimo un'arme grande di macigno di papa Clemente Settimo.
Fu condotta ancora di suo ordine e parte da lui medesimo una cappella di macigno d'ordine corinto, per Bernardino di Cristofano da Giuovi, che fu posta nella Badia di Santa Fiore, monasterio assai bello in Arezzo di monaci Neri.
In questa cappella voleva il padrone far fare la tavola ad Andrea del Sarto e poi al Rosso, ma non gli venne fatto perché, quando da una cosa e quando da altra impediti, non lo poterono servire.
Finalmente voltosi a Giorgio Vasari ebbe anco con esso lui delle difficultà e si durò fatica a trovar modo che la cosa si accomodasse.
Perciò che, essendo quella cappella intitolata in San Iacopo et in San Cristofani, vi voleva colui la Nostra Donna col Figliuolo in collo e poi al San Cristofano gigante un altro Cristo piccolo sopra la spalla, la quale cosa, oltre che parea mostruosa, non si poteva accomodare né fare un gigante di sei in una tavola di quattro braccia.
Giorgio adunque, disideroso di servire Bernardino, gli fece un disegno di questa maniera: pose sopra le nuvole la Nostra Donna con un sole dietro le spalle et in terra fece San Cristofano ginocchioni, con una gamba nell'acqua da uno de' lati della tavola, e l'altra in atto di moverla per rizzarsi, mentre la Nostra Donna gli pone sopra le spalle Cristo fanciullo con la palla del mondo in mano; nel resto della tavola poi aveva da essere accomodato in modo San Iacopo e gl'altri Santi, che non si sarebbono dati noia.
Il quale disegno piacendo a Bernardino, si sarebbe messo in opera, ma perché in quello si morì, la cappella si rimase a quel modo agl'eredi, che non hanno fatto altro.
Mentre dunque che Simone lavorava la detta cappella, passando per Arezzo Antonio da San Gallo, il quale tornava dalla fortificazione di Parma et andava a Loreto a finire l'opera della cappella della Madonna, dove aveva aviati il Tribolo, Raffaello Monte Lupo, Francesco giovane da San Gallo, Girolamo da Ferrara e Simon Cioli et altri intagliatori, squadratori e scarpellini, per finire quello che alla sua morte aveva lasciato Andrea Sansovino imperfetto, fece tanto che condusse là Simone a lavorare, dove gl'ordinò che non solo avesse cura agl'intagli, ma all'architettura ancora et altri ornamenti di quell'opera.
Nelle quali commessioni si portò il Mosca molto bene, e, che fu più, condusse di sua mano perfettamente molte cose et in particolare alcuni putti tondi di marmo che sono in sui frontespizii delle porte, e, se bene ve ne sono anco di mano di Simon Cioli, i migliori, che sono rarissimi, son tutti del Mosca.
Fece similmente tutti i festoni di marmo che sono a torno a tutta quell'opera, con bellissimo artifizio e con graziosissimi intagli e degni di ogni lode.
Onde non è maraviglia se sono amirati et in modo stimati questi lavori, che molti artefici da' luoghi lontani si sono partiti per andargli a vedere.
Antonio da San Gallo adunque, conoscendo quanto il Mosca valesse in tutte le cose importanti, se ne serviva con animo.
Un giorno, porgendosegli l'occasione di remunerarlo e fargli conoscere quanto amasse la virtù di lui, perché essendo, dopo la morte di papa Clemente, creato sommo pontefice Paulo Terzo Farnese, il quale ordinò, essendo rimasa la bocca del pozzo d'Orvieto imperfetta, che Antonio n'avesse cura, esso Antonio vi condusse il Mosca acciò desse fine a quell'opera, la quale aveva qualche difficultà et in particulare nell'ornamento delle porte, perciò che, essendo tondo il giro della bocca, colmo di fuori e dentro voto, que' due circoli contendevano insieme e facevano difficoltà nell'accomodare le porte quadre con l'ornamento di pietra.
Ma la virtù di quell'ingegno pellegrino di Simone accomodò ogni cosa e condusse il tutto con tanta grazia e perfezzione, che niuno s'avede che mai vi fusse difficultà.
Fece dunque il finimento di questa bocca e l'orlo di macigno et il ripieno di mattoni, con alcuni epitaffi di pietra bianca bellissimi et altri ornamenti, riscontrando le porte del pari; vi fece anco l'arme di detto papa Paulo Farnese di marmo, anzi, dove prima erano fatte di palle per papa Clemente che aveva fatto quell'opera, fu forzato il Mosca, e gli riuscì benissimo, a fare delle palle di rilievo, gigli, e così a mutare l'arme de' Medici in quella di casa Farnese, non ostante, come ho detto (così vanno le cose del mondo), che di cotanto magnifica opera e regia fusse stato autore papa Clemente Settimo, del quale non si fece, in quest'ultima parte e più importante, alcuna menzione.
Mentre che Simone attendeva a finire questo pozzo, gl'Operai di Santa Maria del Duomo d'Orvieto, disiderando far fine alla cappella di marmo, la quale con ordine di Michele San Michele veronese s'era condotta infino al basamento con alcuni intagli, ricercorno Simone che volesse attendere a quella, avendolo conosciuto veramente eccellente: per che, rimasi d'accordo e piacendo a Simone la conversazione degl'orvietani, vi condusse, per stare più comodamente, la famiglia, e poi si mise con animo quieto e posato a lavorare, essendo in quel luogo da ognuno grandemente onorato.
Poi dunque che ebbe dato principio, quasi per saggio, ad alcuni pilastri e fregiature, essendo conosciuta da quegl'uomini l'eccellenza e virtù di Simone, gli fu ordinata una provisione di dugento scudi d'oro l'anno, con la quale continuando di lavorare condusse quell'opera a buon termine.
Perché nel mezzo andava, per ripieno di questi ornamenti, una storia di marmo, cioè l'adorazione de' Magi di mezzo rilievo, vi fu condotto, avendolo proposto Simone suo amicissimo, Raffaello da Monte Lupo scultore fiorentino, che condusse quella storia, come si è detto, infino a mezzo bellissima.
L'ornamento dunque di questa cappella sono certi basamenti che mettono in mezzo l'altare di larghezza braccia dua e mezzo l'uno, sopra i quali sono due pilastri per banda alti cinque e questi mettono in mezzo la storia de' Magi.
E nei due pilastri di verso la storia, che se ne veggiono due faccie, sono intagliati alcuni candellieri con fregiature di grottesche, maschere, figurine e fogliami, che sono cosa divina.
E da basso nella predella che va ricignendo sopra l'altare fra l'uno e l'altro pilastro, è un mezzo Angioletto che con le mani tiene un'inscrizione con festoni sopra, e fra i capitegli de' pilastri, dove risalta l'architrave, il fregio e cornicione tanto quanto sono larghi i pilastri.
E sopra quelli del mezzo, tanto quanto son larghi, gira un arco che fa ornamento alla storia detta de' Magi, nella quale, cioè in quel mezzo tondo, sono molti Angeli.
Sopra l'arco è una cornice che viene da un pilastro all'altro, cioè da quegl'ultimi di fuori che fanno frontespizio a tutta l'opera, et in questa parte è un Dio Padre di mezzo rilievo; e dalle bande dove gira l'arco sopra i pilastri, sono due Vettorie di mezzo rilievo.
Tutta quest'opera adunque è tanto ben composta e fatta con tanta ricchezza d'intaglio, che non si può fornire di vedere le minuzie degli strafori, l'eccellenza di tutte le cose che sono in capitelli, cornici, maschere, festoni e ne' candellieri tondi, che fanno il fine di quella certo degno di essere come cosa rara amirato.
Dimorando adunque Simone Mosca in Orvieto, un suo figliuolo di quindici anni, chiamato Francesco e per sopranome il Moschino, essendo stato dalla natura prodotto quasi con gli scarpelli in mano e di sì bell'ingegno, che qualunque cosa voleva facea con somma grazia, condusse sotto la disciplina del padre in quest'opera, quasi miracolosamente, gl'Angeli che fra i pilastri tengono l'inscrizioni, poi il Dio Padre del frontespizio e finalmente gl'Angeli che sono nel mezzo tondo dell'opera, sopra l'Adorazione de' Magi fatta da Raffaello, et ultimamente le Vittorie dalle bande del mezzo tondo, nelle quali cose fé stupire e maravigliare ognuno.
Il che fu cagione che finita quella cappella, a Simone fu dagl'Operai del Duomo dato a farne un'altra a similitudine di questa, dall'altra banda, acciò meglio fusse accompagnato il vano della cappella dell'altare maggiore, con ordine che, senza variare l'architettura, si variassono le figure, e nel mezzo fusse la visitazione di Nostra Donna, la quale fu allogata al detto Moschino.
Convenuti dunque del tutto, misero il padre et il figliuolo mano all'opera, nella quale, mentre si adoperarono, fu il Mosca di molto giovamento et utile a quella città, facendo a molti disegni d'architettura per case et altri edifizii.
E fra l'altre cose fece in quella città la pianta e la facciata della casa di Messer Raffaello Gualtieri, padre del vescovo di Viterbo, e di Messer Felice, ambi gentiluomini e signori onorati e virtuosissimi; et alli signori conti della Cervara similmente le piante d'alcune case.
Il medesimo fece in molti de' luoghi a Orvieto vicini et in particolare il signor Pirro Colonna da Stripicciano, i modelli di molte fabriche e muraglie.
Facendo poi fare il Papa in Perugia la fortezza dove erano state le case de' Baglioni, Antonio San Gallo, mandato per il Mosca, gli diede carico di fare gl'ornamenti, onde furono con suo disegno condotte tutte le porte, finestre, camini et altre sì fatte cose, et in particolare due grandi e bellissime armi di Sua Santità.
Nella quale opera avendo Simone fatto servitù con Messer Tiberio Crispo che vi era castellano, fu da lui mandato a Bolsena dove, nel più alto luogo di quel castello riguardante il lago, accomodò parte in sul vecchio e parte fondando di nuovo, una grande e bella abitazione con una salita di scale bellissima e con molti ornamenti di pietra.
Né passò molto che, essendo detto Messer Tiberio fatto castellano di Castel Santo Agnolo, fece andare il Mosca a Roma, dove si servì di lui in molte cose nella rinovazione delle stanze di quel castello.
E fra l'altre cose gli fé fare sopra gl'archi che imboccano la loggia nuova, la quale volta verso i prati, due armi del detto Papa di marmo, tanto ben lavorate e traforate nella mitra o vero regno, nelle chiavi et in certi festoni e mascherine, ch'elle sono maravigliose.
Tornato poi ad Orvieto per finire l'opera della cappella, vi lavorò continuamente tutto il tempo che visse papa Paulo, conducendola di sorte, ch'ella riuscì, come si vede, non meno eccellente che la prima e forse molto più.
Perciò che portava il Mosca, come s'è detto, tanto amore all'arte e tanto si compiaceva nel lavorare, che non si faticava mai di fare, cercando quasi l'impossibile, e ciò per disiderio di gloria che d'accumulare oro, contentandosi più di bene operare nella sua professione che d'acquistare roba.
Finalmente, essendo l'anno 1550 creato papa Giulio Terzo, pensandosi che dovesse metter mano da dovero alla fabrica di San Piero, se ne venne il Mosca a Roma e tentò con i deputati della fabrica di S.
Piero di pigliare in somma alcuni capitelli di marmo, più per accomodare Giandomenico suo genero che per altro.
Avendo dunque Giorgio Vasari, che portò sempre amore al Mosca, trovatolo in Roma dove anch'egli era stato chiamato al servizio del Papa, pensò ad ogni modo d'avergli a dare da lavorare, perciò che avendo il cardinal vecchio di Monte, quando morì, lasciato agl'eredi che se gli dovesse fare in San Piero a Montorio una sepoltura di marmo, et avendo il detto papa Giulio suo erede e nipote ordinato che si facesse e datone cura al Vasari, egli voleva che in detta sepoltura facesse il Mosca qualche cosa d'intaglio straordinaria.
Ma avendo Giorgio fatti alcuni modelli per detta sepoltura, il Papa conferì il tutto con Michelagnolo Buonarruoti prima che volessi risolversi; onde, avendo detto Michelagnolo a Sua Santità che non s'impacciasse con intagli perché, se bene aricchiscono l'opere, confondono le figure, là dove il lavoro di quadro, quando è fatto bene, è molto più bello che l'intaglio e meglio accompagna le statue, perciò che le figure non amano altri intagli attorno, così ordinò Sua Santità che si facesse.
Per che il Vasari non potendo dare che fare al Mosca in quell'opera, fu licenziato e si finì senza intagli la sepoltura che tornò molto meglio che con essi non arebbe fatto.
Tornato dunque Simone a Orvieto, fu dato ordine col suo disegno di fare nella crocera a sommo della chiesa due tabernacoli grandi di marmo, e certo con bella grazia e proporzione; in uno de' quali fece in una nicchia Raffaello Monte Lupo un Cristo ignudo di marmo con la croce in ispalla e nell'altro fece il Moschino un S.
Bastiano similmente ignudo.
Seguitandosi poi da far per la chiesa gl'Apostoli, il Moschino fece della medesima grandezza S.
Piero e S.
Paulo, che furono tenute ragionevoli statue.
Intanto non si lasciando l'opera della detta cappella della Visitazione, fu condotta tanto inanzi vivendo il Mosca, che non mancava a farvi se non due uccelli, et anco questi non sarebbono mancati, ma Messer Bastiano Gualtieri, vescovo di Viterbo, come s'è detto, tenne occupato Simone in un ornamento di marmo di quattro pezzi, il quale finito mandò in Francia al cardinale di Loreno che l'ebbe carissimo, essendo bello a maraviglia e tutto pieno di fogliami e lavorato con tanta diligenza, che si crede questa essere stata delle migliori che mai facesse Simone; il quale non molto dopo che ebbe fatto questo si morì, l'anno 1554, d'anni 58, con danno non piccolo di quella chiesa d'Orvieto, nella quale fu onorevolmente sotterrato.
Dopo, essendo Francesco Moschino dagl'Operai di quel medesimo Duomo eletto in luogo del padre, non se ne curando, lo lasciò a Raffaello Monte Lupo e, andato a Roma, finì a Messer Ruberto Strozzi due molto graziose figure di marmo, cioè il Marte e la Venere che sono nel cortile della sua casa in Banchi.
Dopo, fatta una storia di figurine piccole, quasi di tondo rilievo, nella quale è Diana che con le sue ninfe si bagna e converte Atteon in cervio, il quale è mangiato da' suoi proprii cani, se ne venne a Firenze e la diede al signor duca Cosimo, il quale molto disiderava di servire, onde sua eccellenza avendo accettata e molto commendata l'opera, non mancò al disiderio del Moschino, come non ha mai mancato a chi ha voluto in alcuna cosa virtuosamente operare.
Per che, messolo nell'Opera del Duomo di Pisa, ha insino a ora con sua molta lode fatto nella cappella della Nunziata, stata fatta da Stagio da Pietrasanta, con gl'intagli et ogni altra cosa l'Angelo e la Madonna in figure di quattro braccia; nel mezzo Adamo ed Eva che hanno in mezzo il pomo et un Dio Padre grande con certi putti nella volta della detta cappella tutta di marmo, come sono anco le due statue che al Moschino hanno acquistato assai nome et onore.
E perché la detta cappella è poco meno che finita, ha dato ordine sua eccellenza che si metta mano alla cappella [che] è dirimpetto a questa, detta dell'Incoronata, cioè subito all'entrare di chiesa a man manca.
Il medesimo Moschino, nell'apparato della serenissima reina Giovanna e dell'illustrissimo prencipe di Firenze, si è portato molto bene in quell'opere che gli furono date a fare.
IL FINE DELLA VITA DI SIMONE DETTO IL MOSCA DA SETTIGNANO
VITA DI GIROLAMO E DI BARTOLOMEO GENGA E DI GIOVAMBATTISTA SAN MARINO GENERO DI GIROLAMO PITTORI FIORENTINI
Girolamo Genga, il quale fu da Urbino, essendo da suo padre di dieci anni messo all'Arte della Lana, perché l'essercitava malissimo volentieri, come gli era dato luogo e tempo di nascosto con carboni e con penne da scrivere andava disegnando.
La qual cosa vedendo alcuni amici di suo padre, l'essortarono a levarlo da quell'arte e metterlo alla pittura, onde lo mise in Urbino appresso di certi maestri di poco nome, ma veduta la bella maniera che avea e ch'era per far frutto, come'egli fu di quindici anni lo accomodò con maestro Luca Signorelli da Cortona, in quel tempo nella pittura maestro eccellente, col quale stette molti anni e lo seguitò nella Marca d'Ancona in Cortona et in molti altri luoghi, dove fece opere e particolarmente ad Orvieto, nel Duomo della qual città fece, come s'è detto, una cappella di Nostra Donna con infinito numero di figure, nella quale continuamente lavorò detto Girolamo e fu sempre de' migliori discepoli ch'egli avesse.
Partitosi poi da lui, si mise con Pietro Perugino, pittore molto stimato, col quale stette tre anni circa et attese assai alla prospettiva, che da lui fu tanto ben capita e bene intesa, che si può dire che ne divenisse eccellentissimo, sì come per le sue opere di pittura e di architettura si vede, e fu nel medesimo tempo che con il detto Pietro stava il divino Raffaello da Urbino, che di lui era molto amico.
Partitosi poi da Pietro se n'andò da sé a stare in Fiorenza, dove studiò tempo assai; dopo, andato a Siena vi stette appresso di Pandolfo Petrucci anni e mesi, in casa del quale dipinse molte stanze, che per essere benissimo disegnate e vagamente colorite meritorno essere viste e lodate da tutti i senesi e particolarmente dal detto Pandolfo, dal quale fu sempre benissimo veduto et infinitamente accarezzato.
Morto poi Pandolfo, se ne tornò a Urbino, dove Guidobaldo duca Secondo lo trattenne assai tempo, facendogli dipignere barde da cavallo che si usavano in que' tempi, in compagnia di Timoteo da Urbino pittore di assai buon nome e di molta esperienzia, insieme col quale fece una cappella di S.
Martino nel Vescovado per Messer Giovampiero Arivabene mantovano, allora vescovo d'Urbino, nella quale l'uno e l'altro di loro riuscì di bellissimo ingegno sì come l'opera istessa dimostra, nella qual è ritratto il detto Vescovo che pare vivo.
Fu anco particolarmente trattenuto il Genga da detto Duca, per far scene et apparati di commedie, le quali perché aveva bonissima intelligenza di prospettiva e gran principio di architettura, faceva molto mirabili e belli.
Partitosi poi da Urbino, se n'andò a Roma, dove in strada Giulia, in Santa Caterina da Siena, fece di pittura una Resurrezzione di Cristo, nella quale si fece cognoscere per raro et eccellente maestro, avendola fatta con disegno, bell'attitudine di figure, scorti e ben colorita, sì come quelli che sono della professione che l'hanno veduta ne possono far bonissima testimonianza.
E stando in Roma attese molto a misurare di quelle anticaglie, sì come ne sono scritti appresso de' suoi eredi.
In questo tempo, morto il duca Guido e successo Francesco Maria duca Terzo d'Urbino, fu da lui richiamato da Roma e constretto a ritornare a Urbino in quel tempo che 'l predetto Duca tolse per moglie e menò nel stato Leonora Gonzaga, figliuola del marchese di Mantova, e da sua eccellenza fu adoperato in far archi trionfali, apparati e scene di commedie, che tutto fu da lui tanto ben ordinato e mezzo in opera, che Urbino si poteva assimigliare a una Roma trionfante; onde ne riportò fama et onore grandissimo.
Essendo poi col tempo il Duca cacciato di stato, da l'ultima volta che se ne andò a Mantova, Girolamo lo seguitò sì come prima avea fatto nelli altri esilii, correndo una medesima fortuna e riducendosi con la sua famiglia in Cesena, dove fece in Sant'Agostino all'altare maggiore una tavola a olio, in cima della quale è una Annunziata e poi di sotto un Dio Padre e più a basso una Madonna con un Putto in braccio in mezzo ai quattro Dottori della Chiesa, opera veramente bellissima e da essere stimata.
Fece poi in Forlì a fresco, in San Francesco, una cappella a man dritta, dentrovi l'Assunzione della Madonna con molti Angeli e figure a torno, cioè Profeti et Apostoli, che in questa anco si cognosce in quanto mirabile ingegno fusse, perché l'opera fu giudicata bellissima.
Fecevi anco la storia dello Spirito Santo per Messer Francesco Lombardi, medico, che fu l'anno 1512 ed egli la finì, et altre opere per la Romagna, delle quali ne riportò onore e premio.
Essendo poi ritornato il Duca nello stato, se ne tornò anco Girolamo e da esso fu trattenuto ed adoperato per architetto e nel restaurare un palazzo vecchio e farli giunta d'altra torre nel monte dell'Imperiale sopra Pesaro.
Il qual palazzo per ordine e disegno del Genga fu ornato di pittura d'istorie e fatti del Duca, da Francesco da Forlì, da Raffael dal Borgo, pittori di buona fama, e da Cammillo Mantovano, in far paesi e verdure rarissimo, e fra li altri vi lavorò anco Bronzino fiorentino giovinetto, come si è detto nella vita del Puntormo.
Essendovi anco condotti i Dossi ferraresi, fu allogata loro una stanza a dipignere; ma perché finita che l'ebbero non piacque al Duca, fu gittata a terra e fatta rifare dalli sopra nominati.
Fecevi poi la torre alta 120 piedi con 13 scale di legno da salirvi sopra, accomodate tanto bene e nascoste nelle mura che si ritirano di solaro in solaro agevolmente, il che rende quella torre fortissima e maravigliosa.
Venendo poi voglia al Duca di voler fortificare Pesaro et avendo fatto chiamare Pierfrancesco da Viterbo, architetto molto eccellente, nelle dispute che si facevano sopra la fortificazione, sempre Girolamo v'intervenne et il suo discorso e parere fu tenuto buono e pieno di giudizio.
Onde, se m'è lecito così dire, il disegno di quella fortezza fu più di Girolamo che d'alcun altro, se bene questa sorte di architettura da lui fu sempre stimata poco, parendoli di poco pregio e dignità.
Vedendo dunque il Duca di aver un così raro ingegno, deliberò di fare al detto luogo dell'Imperiale vicino al palazzo vecchio un altro palazzo nuovo, e così fece quello che oggi vi si vede, che per esser fabrica bellissima e bene intesa, piena di camere, di colonnati e di cortili, di logge, di fontane e di amenissimi giardini, da quella banda non passano prencipi che non la vadino a vedere; onde meritò che papa Paulo Terzo, andando a Bologna con tutta la sua corte, l'andasse a vedere e ne restasse pienamente sodisfatto.
Col disegno del medesimo il Duca fece restaurare la corte di Pesaro et il Barchetto facendovi dentro una casa che, rappresentando una ruina, è cosa molto bella a vedere; e fra le altre cose vi è una scala, simile a quella di Belvedere di Roma, che è bellissima.
Mediante [lui] fece restaurare la rocca di Gradara e la corte di Castel Durante in modo che tutto quello che vi è di buono venne da questo mirabile ingegno.
Fece similmente il corridore della corte d'Urbino, sopra il giardino, et un altro cortile ricinse da una banda con pietre traforate con molta diligenza.
Fu anco cominciato col disegno di costui il convento de' Zoccolanti a Monte Baroccio e Santa Maria delle Grazie a Senigaglia, che poi restarono imperfette per la morte del Duca.
Fu ne' medesimi tempi con suo onore ordine e disegno cominciato il Vescovado di Sinigaglia, che se ne vede anco il modello fatto da lui.
Fece anco alcune opere di scultura e figure tonde di terra e di cera, che sono in casa de' nipoti in Urbino, assai bene.
All'Imperiale fece alcuni Angeli di terra, i quali fece poi gettar di gesso e mettergli sopra le porte delle stanze lavorate di stucco nel palazzo nuovo, che sono molto belli.
Fece al vescovo di Sinigaglia alcune bizzarrie di vasi di cera da bere per farli poi d'argento, e con più diligenzia ne fece al Duca per la sua credenza alcuni altri bellissimi.
Fu bellissimo inventore di mascherate e d'abiti, come si vidde al tempo del detto Duca, dal quale meritò per le sue rare virtù e buone qualità essere assai remunerato.
Essendo poi successo il duca Guidobaldo suo figliuolo, che regge oggi, fece principiare dal detto Genga la chiesa di San Giovambattista in Pesaro, che essendo stata condotta secondo quel modello da Bartolomeo suo figliuolo, è di bellissima architettura in tutte le parti, per avere assai immitato l'antico e fattala in modo ch'ell'è il più bel tempio che sia in quelle parti, sì come l'opera stessa apertamente dimostra, potendo stare al pari di quelle di Roma più lodate.
Fu similmente per suo disegno et opera fatto da Bartolomeo Ammannati fiorentino scultore, allora molto giovane, la sepoltura del duca Francesco Maria in Santa Chiara d'Urbino, che per cosa semplice e di poca spesa riuscì molto bella.
Medesimamente fu condotto da lui Battista Franco, pittore veniziano, a dipignere la cappella grande del Duomo d'Urbino, quando per suo disegno si fece l'ornamento dell'organo del detto Duomo che ancor non è finito.
E poco dappoi, avendo scritto il cardinale di Mantova al Duca che gli dovesse mandare Girolamo perché voleva rassettare il suo Vescovado di quella città, egli vi andò e rassettollo molto bene di lumi e di quanto disiderava quel signore; il quale oltre ciò, volendo fare una facciata bella al detto Duomo, gliene fece fare un modello che da lui fu condotto di tal maniera, che si può dire che avanzasse tutte l'architetture del suo tempo; perciò che si vede in quello grandezza, proporzione, grazia e composizione bellissima.
Essendo poi ritornato da Mantova già vecchio, se n'andò a stare a una sua villa nel territorio d'Urbino, detta la Valle, per riposarsi e godersi le sue fatiche; nel qual luogo, per non stare in ozio fece di matita una conversione di San Paolo con figure e cavalli assai ben grandi e con bellissime attitudini, la quale da lui con tanta pazienza e diligenza fu condotta, che non si può dire né vedere la maggiore, sì come appresso delli suoi eredi si vede, da' quali è tenuta per cosa preziosa e carissima.
Nel qual luogo stando con l'animo riposato, oppresso da una terribile febbre, ricevuti ch'egli ebbe tutti i sacramenti della chiesa, con infinito dolore di sua moglie e de' suoi figliuoli finì il corso di sua vita nel 1551, agli 11 di luglio, di età d'anni 75 incirca, dal qual luogo essendo portato a Urbino fu sepolto onoratamente nel Vescovado innanzi alla cappella di San Martino già stata dipinta da lui, con incredibile dispiacere de' suoi parenti e di tutti i cittadini.
Fu Girolamo uomo sempre da bene, in tanto che mai di lui non si sentì cosa mal fatta; fu non solo pittore, scultore et architettore, ma ancora buon musico.
Fu bellissimo ragionatore et ebbe ottimo trattenimento; fu pieno di cortesia e di amorevolezza verso i parenti et amici, e quello di che merita non piccola lode, egli diede principio alla casa dei Genghi in Urbino con onore, nome e facultà.
Lasciò due figliuoli, uno de' quali seguitò le sue vestigia et attese alla architettura nella quale, se da la morte non fusse stato impedito, veniva eccellentissimo, sì come dimostravano li suoi principii, e l'altro, che attese alla cura famigliare, ancor oggi vive.
Fu, come s'è detto, suo discepolo Francesco Menzochi da Furlì, il quale prima cominciò, essendo fanciulletto, a disegnare da sé, immitando e ritraendo in Furlì nel Duomo una tavola di mano di Marco Parmigiano da Forlì, che vi fé dentro una Nostra Donna, San Ieronimo et altri Santi, tenuta allora, delle pitture moderne, la migliore, e parimente andava immitando l'opere di Rondinino da Ravenna, pittore più eccellente di Marco, il quale aveva poco innanzi messo allo altar maggiore il detto Duomo una bellissima tavola, dipintovi dentro Cristo che comunica gli Apostoli et in un mezzo tondo sopra un Cristo morto, e nella predella di detta tavola storie di figure piccole de' fatti di Santa Elena, molto graziose, le quali lo ridussono in maniera, che venuto come abbiàn detto Girolamo Genga a dipignere la cappella di S.
Francesco di Furlì per Messer Bartolomeo Lombardino, andò Francesco allora a star col Genga e da quella comodità d'imparare; e non restò di servirlo mentre che visse; dove, et a Urbino et a Pesero nell'opera dell'Imperiale, lavorò come s'è detto continuamente, stimato et amato dal Genga, perché si portava benissimo come ne fa fede molte tavole di sua mano in Furlì, sparse per quella città e particolarmente tre, che ne sono in San Francesco, oltre che in palazzo nella sala v'è alcune storie a fresco di suo.
Dipinse per la Romagna molte opere; lavorò ancora in Vinezia per il reverendissimo patriarca Grimani quattro quadri grandi a olio posti in un palco d'un salotto in casa sua, attorno a uno ottangolo che fece Francesco Salviati, ne' quali sono le storie di Psiche tenuti molto belli.
Ma dove egli si sforzò di fare ogni diligenza e poter suo, fu nella chiesa di Loreto, alla cappella del Santissimo Sagramento, nella quale fece intorno a un tabernacolo di marmo, dove sta il corpo di Cristo, alcuni Angeli e nelle facciate di detta cappella dua storie, una di Melchisedec, l'altra quando piove la manna, lavorate a fresco, e nella volta spartì con varii ornamenti di stucco quindici storiette della Passione di Gesù Cristo, che ne fé di pittura nove, e sei ne fece di mezzo rilievo, cosa ricca e bene intesa, e ne riportò tale onore, che non si partì altrimenti che nel medesimo luogo fece una altra cappella della medesima grandezza di rincontro a quella intitolata nella Concezione, con la volta tutta di bellissimi stucchi, con ricco lavoro, nella quale insegnò a Pietro Paulo suo figliuolo a lavorargli, che gli ha poi fatto onore e di quel mestiero è diventato pratichissimo.
Francesco adunque nella facciate fece a fresco la natività e la presentazione di Nostra Donna, e sopra lo altare fece Santa Anna e la Vergine con Figliuolo in collo e dua Angeli che l'ancoronano, e nel vero l'opere sue sono lodate dagl'artefici e parimente i costumi e la vita sua; molto cristianamente è vissuto con quiete, godutosi quel ch'egli ha provisto con le sue fatiche.
Fu ancora creato del Genga Baldassarri Lancia da Urbino, il quale avendo egli atteso a molte cose d'ingegno, s'è poi essercitato nelle fortificazioni, dove e per la Signoria di Lucca provisionato da loro, nel qual luogo sté alcun tempo, e poi è coll'illustrissimo duca Cosimo de' Medici venuto a servirlo nelle sue fortificazioni dello stato di Fiorenza e di Siena, e l'ha adoperato et adopera a molte cose ingegnose, et affaticatosi onoratamente e virtuosamente Baldassarri, dove n'ha riportato grate remunerazioni da quel signore.
Molti altri servirono Girolamo Genga, de' quali per non essere venuti in molta grande eccellenza, non iscade ragionarne.
Di Girolamo sopra detto essendo nato in Cesana l'anno 1518 Bartolomeo mentre che il padre seguitava nell'esilio il Duca suo signore, fu da lui molto costumatamente allevato e posto poi, essendo già fatto grandicello, ad apprendere gramatica, nella quale fece più che mediocre profitto.
Dopo, essendo all'età di 18 anni pervenuto, vedendolo il padre più inclinato al disegno che alle lettere, lo fece attendere al disegno appresso di sé circa due anni, i quali finiti lo mandò a studiare il disegno e la pittura a Fiorenza, là dove sapeva che è il vero studio di quest'arte per l'infinite opere che vi sono di maestri eccellenti così antichi come moderni.
Nel qual luogo dimorando Bartolomeo et attendendo al disegno et all'architettura fece amicizia con Giorgio Vasari pittore et architetto aretino e con Bartolomeo Amannati scultore, da' quali imparò molte cose appartenenti all'arte.
Finalmente, essendo stato tre anni in Fiorenza, tornò al padre che allora attendeva in Pesaro alla fabrica di S.
Giovanni Battista, là dove il padre, veduti i disegni di Bartolomeo, gli parve che si portasse molto meglio nell'architettura che nella pittura, [e] che vi avesse molto buona inclinazione; per che, trattenendolo appresso di sé alcuni mesi, gl'insegnò i modi della prospettiva, e dopo lo mandò a Roma, acciò che là vedesse le mirabili fabriche che vi sono antiche e moderne, delle quali tutte in quattro anni che vi stette, prese le misure e vi fece grandissimo frutto.
Nel tornarsene poi a Urbino, passando per Firenze per vedere Francesco San Marino suo cognato, il quale stava per ingegnero col signor duca Cosimo, il signor Stefano Colonna da Palestina, allora generale di quel signore, cercò, avendo inteso il suo valore, di tenerlo appresso di sé con buona provisione, ma egli, che era molto ubligato al duca d'Urbino, non volle mettersi con altri.
Ma tornato a Urbino, fu da quel Duca ricevuto al suo servizio e poi sempre avuto molto caro, né molto dopo, avendo quel Duca presa per donna la signora Vettoria Farnese, Bartolomeo ebbe carico dal Duca di fare gl'apparati di quelle nozze, i quali egli fece veramente magnifici et onorati.
E fra l'altre cose fece un arco trionfale nel borgo di Valbuona tanto bello e ben fatto, che non si può vedere né il più bello, né il maggiore, onde fu conosciuto quanto nelle cose d'architettura avesse acquistato in Roma.
Dovendo poi il Duca, come generale della Signoria di Vinezia, andare in Lombardia a rivedere le fortezze di quel dominio, menò seco Bartolomeo, del quale si servì molto in fare siti e disegni di fortezze e particolarmente in Verona, alla porta S.
Felice.
Ora, mentre che era in Lombardia, passando per quella provincia il re di Boemia che tornava di Spagna al suo regno, et essendo dal Duca onorevolmente ricevuto in Verona, vide quelle fortezze, e perché gli piacquero, avuta cognizione di Bartolomeo lo volle condurre al suo regno per servirsene con buona provisione in fortificare le sue terre, ma non volendogli dare il Duca licenza, la cosa non ebbe altrimenti effetto.
Tornati poi a Urbino, non passò molto che Girolamo, suo padre, venne a morte; onde Bartolomeo fu dal Duca messo in luogo del padre sopra tutte le fabriche dello stato e mandato a Pesero, dove seguitò la fabrica di S.
Giovanni Battista col modello di Girolamo.
Et in quel mentre fece nella corte di Pesero un apartamento di stanze sopra la strada de' Mercanti, dove ora abita il Duca, molto bello, con bellissimi ornamenti di porte, di scale e di camini, delle qual cose fu eccellente architetto; il che avendo veduto il Duca volle che anco nella corte d'Urbino facesse un altro appartamento di camere, quasi tutto nella facciata che è volta verso San Domenico, il quale finito riuscì il più bello alloggiamento di quella corte, o vero palazzo, et il più ornato che vi sia.
Non molto dopo, avendolo chiesto i signori bolognesi per alcuni giorni al Duca, sua eccellenza lo concedette loro molto volentieri, et egli andato, gli servì in quello volevano di maniera che restarono sodisfattissimi et a lui fecero infinite cortesie.
Avendo poi fatto al Duca, che disiderava di fare un porto di mare a Pesero, un modello bellissimo, fu portato a Vinezia in casa il conte Giovan Iacomo Leonardi, allora ambasciadore in quel luogo del Duca, acciò fusse veduto da molti della professione, che si riducevano spesso con altri begl'ingegni a disputare e far discorsi sopra diverse cose in casa il detto conte, che fu veramente uomo rarissimo.
Quivi dunque essendo veduto il detto modello et uditi i bei discorsi del Genga, fu da tutti senza contrasto tenuto il modello artifizioso e bello et il maestro che l'aveva fatto di rarissimo ingegno.
Ma tornato a Pesero non fu messo il modello altrimenti in opera perché nuove occasioni di molta importanza levarono quel pensiero al Duca.
Fece in quel tempo il Genga il disegno della chiesa di Monte l'Abbate e quello della chiesa di S.
Piero in Mondavio, che fu condotta a fine da don Pier Antonio Genga in modo che per cosa piccola non credo si possa veder meglio.
Fatte queste cose, non passò molto che essendo creato papa Giulio Terzo e da lui fatto il duca d'Urbino capitan generale di Santa Chiesa, andò sua eccellenza a Roma e con essa il Genga, dove volendo Sua Santità fortificar borgo, fece il Genga a richiesta del Duca alcuni disegni bellissimi che con altri assai sono appresso di sua eccellenza in Urbino.
Per le quali cose divolgandosi la fama di Bartolomeo, i genovesi, mentre che egli dimorava col Duca in Roma, glielo chiesero per servirsene in alcune loro fortificazioni, ma il Duca non lo volle mai concedere loro, né allora, né altra volta che di nuovo ne lo ricercarono, essendo tornato a Urbino.
All'ultimo, essendo vicino il termine di sua vita, furono mandati a Pesero dal gran mastro di Rodi due cavalieri della loro Religione ierosolimitana a pregare sua eccellenza che volesse concedere loro Bartolomeo, acciò lo potessero condurre nell'isola di Malta, nella quale volevano fare non pure fortificazioni grandissime, per potere difendersi da' Turchi, ma anche due città, per ridurre molti villaggi che vi erano in uno o due luoghi; onde il Duca, il quale non avevano in due mesi potuto piegare i detti cavalieri a voler compiacere loro del detto Bartolomeo, ancor che si fussero serviti del mezzo della Duchessa e d'altri, ne gli compiacque finalmente per alcun tempo determinato a preghiera d'un buon padre capuccino, al quale sua eccellenza portava grandissima affezzione e non negava cosa che volesse; e l'arte che usò quel sant'uomo, il quale di ciò fece coscienza al Duca, essendo quello interesse della repubblica cristiana, non fu se non da molto lodare e comendare.
Bartolomeo adunque, il quale non ebbe mai di questa la maggior grazia, si partì con in detti cavalieri di Pesero a dì 20 di genaio 1558, ma trattenendosi in Sicilia, dalla fortuna del mar impediti, non giunsero a Malta se non a undici di marzo, dove furono lietamente raccolti dal gran mastro.
Essendogli poi mostrato quello che egli avesse da fare, si portò tanto bene in quelle fortificazioni, che più non si può dire, in tanto che al gran mastro e tutto que' signori cavalieri pareva d'avere avuto un altro Archimede, e ne fecero fede con fargli presenti onoratissimi e tenerlo, come raro, in somma venerazione.
Avendo poi fatto il modello d'una città, d'alcune chiese e del palazzo e residenza di detto gran mastro, con bellissime invenzioni et ordine, si amalò dell'ultimo male, perciò che, essendosi messo un giorno del mese di luglio, per essere in quell'isola grandissimi caldi, a pigliar fresco fra due porte, non vi stette molto che fu assalito da insoportabili dolori di corpo e da un flusso crudele che in diciassette giorni l'uccisero con grandissimo dispiacere del gran mastro e di tutti quegl'onoratissimi e valorosi cavalieri ai quali pareva aver trovato un uomo secondo il loro cuore, quando gli fu dalla morte rapito.
Della quale trista novella essendo avvisato il signor duca d'Urbino, n'ebbe incredibile dispiacere e pianse la morte del povero Genga; e poi risoltosi a dimostrare l'amore che gli portava a' cinque figliuoli che di lui erano rimasi, ne prese particolare et amorevole protezzione.
Fu Bartolomeo bellissimo inventore di mascherate e rarissimo in fare apparati di commedie e scene; dilettossi di fare sonetti et altri componimenti di rime e di prose, ma niuno meglio gli riusciva che l'ottava rima, nella qual maniera di scrivere fu assai lodato componitore.
Morì d'anni quaranta, nel 1558.
Essendo stato Giovambatista Bellucci da San Marino genero di Girolamo Genga, ho giudicato che sia ben fatto non tacere quello che io debbo di lui dire, dopo le vite di Girolamo e Bartolomeo Genghi, e massimamente per mostrare che [ai] belli ingegni (solo che vogliano) riesce ogni cosa, ancora che tardi si mettono ad imprese difficili et onorate, imperò che si è veduto avere lo studio, aggiunto all'inclinazioni di natura, aver molte volte cose maravigliose adoperato.
Nacque adunque Giovambatista in San Marino a dì 27 di settembre 1506 di Bartolomeo Bellucci, persona in quella terra assai nobile, et imparato che ebbe le prime lettere d'umanità, essendo d'anni diciotto, fu dal detto Bartolomeo suo padre mandato a Bologna ad attendere alle cose della mercatura appresso Bastiano di Ronco, mercante d'arte di lana, dove, essendo stato circa due anni, se ne tornò a San Marino amalato d'una quartana che gli durò due anni.
Dalla quale finalmente guarito, ricominciò da sé un'arte di lana, la quale andò continuando infino all'anno 1535.
Nel qual tempo vedendo il padre Giovambatista bene avviato, gli diede moglie in Cagli una figliuola di Guido Peruzzi, persona assai onorata in quella città; ma essendosi ella non molto dopo morta, Giovambatista andò a Roma a trovare Domenico Peruzzi suo cognato, il quale era cavalerizzo del signor Ascanio Colonna.
Col qual mezzo, essendo stato Giovambatista appresso quel signore due anni come gentiluomo, se ne tornò a casa; onde avvenne che, praticando a Pesero Girolamo Genga, conosciutolo virtuoso e costumato giovane, gli diede una figliuola per moglie e se lo tirò in casa.
Laonde, essendo Giovambatista molto inclinato all'architettura et attendendo con molta diligenza a quell'opere che di essa faceva il suo suocero, cominciò a possedere molto bene le maniere del fabricare et a studiare Vetruvio, onde a poco a poco, fra quello che acquistato da se stesso e che gl'insegnò il Genga, si fece buono architettore e massimamente nelle cose delle fortificazioni et altre cose appartenenti alla guerra.
Essendogli poi morta la moglie l'anno 1541 e lasciatogli due figliuoli, si stette insino al 1543 senza pigliare di sé altro partito, nel qual tempo capitando del mese di settembre a San Marino un signor Gustamante spagnuolo, mandato dalla maestà cesarea a quella repubblica per alcuni negozii, fu Giovambatista da colui conosciuto per eccellente architetto, onde per mezzo del medesimo venne non molto dopo al servizio dell'illustrissimo signor duca Cosimo per ingegneri, e così giunto a Fiorenza se ne servì sua eccellenza in tutte le fortificazioni del suo dominio, secondo i bisogni che giornalmente accadevano.
E fra l'altre cose, essendo stata molti anni innanzi cominciata la fortezza della città di Pistoia, il San Marino, come volle il Duca, la finì del tutto con molta sua lode, ancor che non sia cosa molto grande.
Si murò poi, con ordine del medesimo, un molto forte baluardo a Pisa.
Per che, piacendo il modo del fare di costui al Duca, gli fece fare, dove si era murato come s'è detto al poggio di San Miniato, fuor di Fiorenza, il muro che gira dalla porta San Niccolò alla porta San Miniato, la Forbiciaia che mette con due baluardi una porta in mezzo e serra la chiesa e monasterio di San Miniato, facendo nella sommità di quel monte una fortezza che domina tutta la città e guarda il difuori di verso levante e mezzogiorno; la quale opera fu lodata infinitamente.
Fece il medesimo molti disegni e piante per luoghi dello stato di sua eccellenza per diverse fortificazioni, e così diverse bozze di terra e modelli che sono appresso il signor Duca.
E perciò che era il San Marino di bello ingegno e molto studioso, scrisse un'operetta del modo di fortificare, la quale opera, che è bella et utile, è oggi appresso Messer Bernardo Puccini gentiluomo fiorentino, il quale imparò molte cose d'intorno alle cose d'architettura e fortificazione da esso San Marino suo amicissimo.
Avendo poi Giovambatista l'anno 1554 disegnato molti baluardi da farsi intorno alle mura della città di Fiorenza, alcuni de' quali furono cominciati di terra, andò con l'illustrissimo signor don Grazia di Tolledo a Mont'Alcino dove, fatte alcune trincee, entrò sotto un baluardo e lo ruppe di sorte che gli levò il parapetto, ma nell'andare quello a terra toccò il San Marino un'archibusata in una coscia.
Non molto dopo, essendo guarito, andato segretamente a Siena, levò la pianta di quella città e della fortificazione di terra che i sanesi avevano fatto a porta Camolia, la qual pianta di fortificazione mostrando egli poi al signor Duca et al marchese di Marignano, fece loro toccar con mano che ella non era difficile a pigliarsi né a serrarla poi dalla banda di verso Siena; il che esser vero dimostrò il fatto la notte ch'ella fu presa dal detto Marchese, col quale era andato Giovambatista, d'ordine e commessione del Duca.
Perciò dunque, avendogli posto amore il Marchese e conoscendo aver bisogno del suo giudizio e virtù in campo, cioè nella guerra di Siena, operò di maniera col Duca, che sua eccellenza lo spedì capitano d'una grossa compagnia di fanti, onde servì da indi in poi in campo come soldato di valore et ingegnoso architetto.
Finalmente essendo mandato dal Marchese all'Aiuola, fortezza nel Chianti, nel piantare l'artiglieria fu ferito d'una archibusata nella testa.
Per che, essendo portato dai soldati alla pieve di San Polo del vescovo da Ricasoli, in pochi giorni si morì e fu portato a San Marino, dove ebbe dai figliuoli onorata sepoltura.
Merita Giovambatista di essere molto lodato, perciò che oltre all'essere stato eccellente nella sua professione, è cosa maravigliosa che, essendosi messo a dare opera a quella tardi, cioè d'anni trentacinque, egli vi facessi il profitto che fece, e si può credere, se avesse cominciato più giovane, che sarebbe stato rarissimo.
Fu Giovambatista alquanto di sua testa, onde era dura impresa voler levarlo di sua openione; si dilettò fuor di modo di leggere storie e ne faceva grandissimo capitale, scrivendo con sua molta fatica le cose di quelle più notabili.
Dolse molto la sua morte al Duca et ad infiniti amici suoi, onde venendo a baciar le mani a sua eccellenza Giannandrea suo figliuolo, fu da lei benignamente raccolto e veduto molto volentieri, e con grandissime offerte per la virtù e fedeltà del padre, il quale morì d'anni quarantotto.
VITA DI MICHELE SAN MICHELE ARCHITETTORE VERONESE
Essendo Michele San Michele nato l'anno 1484 in Verona et avendo imparato i primi principii dell'architettura da Giovanni suo padre e da Bartolomeo suo zio, ambi architettori eccellenti, se n'andò di sedici anni a Roma, lasciando il padre e due suoi fratelli di bell'ingegno, l'uno de' quali, che fu chiamato Iacomo, attese alle lettere e l'altro, detto don Camillo, fu canonico regolare e generale di quell'Ordine; e giunto quivi studiò di maniera le cose d'architettura antiche e con tanta diligenza, misurando e considerando minutamente ogni cosa, che in poco tempo divenne, non pure in Roma, ma per tutti i luoghi che sono all'intorno, nominato e famoso.
Dalla quale fama mossi, lo condussero gl'orvietani con onorati stipendi per architettore di quel loro tanto nominato tempio.
In servigio de' quali mentre si adoperava, fu per la medesima cagione condotto a Monte Fiascone, cioè per la fabrica del loro tempio principale, e così servendo all'uno e l'altro di questi luoghi, fece quanto si vede in quelle due città di buona architettura.
Et noltre all'altre cose in San Domenico di Orvieto fu fatta con suo disegno una bellissima sepoltura, credo per uno de' Petrucci nobile sanese, la quale costò grossa somma di danari e riuscì maravigliosa.
Fece oltre ciò ne' detti luoghi infinito numero di disegni per case private e si fece conoscere per di molto giudizio et eccellente, onde papa Clemente pontefice Settimo, disegnando servirsi di lui nelle cose importantissime di guerra che allora bollivano per tutta Italia, lo diede con bonissima provisione per compagno ad Antonio San Gallo, acciò insieme andassero a vedere tutti i luoghi di più importanza dello stato ecclesiastico e dove fusse bisogno dessero ordine di fortificare, ma sopra tutte Parma e Piacenza, per essere quelle due città più lontane da Roma e più vicine et esposte ai pericoli delle guerre.
La qual cosa avendo essequito Michele et Antonio con molta sodisfazione del Pontefice, venne disiderio a Michele dopo tanti anni di rivedere la patria et i parenti e gl'amici, ma molto più le fortezze de' viniziani.
Poi dunque che fu stato alcuni giorni in Verona, andando a Trevisi per vedere quella fortezza e di lì a Padova pel medesimo conto, furono di ciò avvertiti i signori viniziani e messi in sospetto non forse il San Michele andasse a loro danno rivedendo quelle fortezze.
Per che, essendo di loro commessione stato preso in Padova e messo in carcere, fu lungamente essaminato, ma trovandosi lui essere uomo da bene, fu da loro non pure liberato, ma pregato che volesse con onorata provisione e grado andare al servigio di detti signori viniziani.
Ma scusandosi egli di non potere per allora ciò fare, per essere ubligato a Sua Santità, diede buone promesse e si partì da loro; ma non istette molto (in guisa, per averlo, adoperarono detti signori) che fu forzato a partirsi da Roma e con buona grazia del Pontefice, al qual prima in tutto sodisfece, andare a servire i detti illustrissimi signori suoi naturali.
Appresso de' quali dimorando, diede assai tosto saggio del giudizio e saper suo nel fare in Verona, dopo molte difficultà che parea che avesse l'opera, un bellissimo e fortissimo bastione, che infinitamente piacque a quei signori et al signor duca d'Urbino loro capitano generale.
Dopo le quali cose avendo i medesimi deliberato di fortificare Lignago e Porto, luoghi importantissimi al loro dominio e posti sopra il fiume dell'Adice, cioè uno da uno e l'altro dall'altro lato, ma congiunti da un ponte, comisero al San Michele che dovesse mostrare loro, mediante un modello, come a lui pareva che si potessero e dovessero detti luoghi fortificare.
Il che essendo da lui stato fatto, piacque infinitamente il suo disegno a que' signori et al duca d'Urbino.
Per che, dato ordine di quanto s'avesse a fare, condusse il San Michele le fortificazioni di que' due luoghi di maniera, che per simil opera non si può veder meglio, né più bella, né più considerata, né più forte, come ben sa chi l'ha veduta.
Ciò fatto, fortificò nel bresciano, quasi da' fondamenti, Orzinuovo, castello e porto simile a Legnago.
Essendo poi con molta instanza chiesto il San Michele dal signor Francesco Sforza ultimo duca di Milano, furono contenti que' signori dargli licenza, ma per tre mesi soli; laonde, andato a Milano, vide tutte le fortezze di quello stato et ordinò in ciascun luogo quanto gli parve che si dovesse fare, e ciò con tanta sua lode e sodisfazione del Duca, che quel signore oltre al ringraziarne i signori viniziani, donò cinquecento scudi al San Michele, il quale con quella occasione, prima che tornasse a Vinezia, andò a Casale di Monferrato per vedere quella bella e fortissima città e castello, stati fatti per opera e con l'architettura di Matteo San Michele, eccellente architetto e suo cugino, et una onorata e bellissima sepoltura di marmo fatta in San Francesco della medesima città pur con ordine di Matteo.
Dopo tornatosene a casa non fu sì tosto giunto che fu mandato col detto signor duca d'Urbino a vedere la Chiusa, fortezza e passo molto importante sopra Verona, e dopo tutti i luoghi del Friuli, Bergamo, Vicenza, Peschera et altri luoghi, de' quali tutti e di quanto gli parve bisognasse, diede ai suoi signori in iscritto minutamente notizia.
Mandato poi dai medesimi in Dalmazia per fortificare le città e luoghi di quella provincia, vide ogni cosa e restaurò con molta diligenza dove vide il bisogno esser maggiore, e perché non potette egli spedirsi del tutto vi lasciò Gian Girolamo suo nipote, il quale avendo ottimamente fortificata Zara, fece dai fondamenti la maravigliosa fortezza di San Niccolò, sopra la bocca del porto di Sebenico.
Michele in tanto, essendo stato con molta fretta mandato a Corfù, ristaurò in molti luoghi quella fortezza et il simigliante fece in tutti i luoghi di Cipri e di Candia, se bene indi a non molto gli fu forza, temendosi di non perdere quell'isola per le guerre turchesche che soprastavano, tornarvi, dopo avere rivedute in Italia le fortezze del dominio vinisiano, a fortificare con incredibile prestezza la Cania, Candia, Retimo e Settia, ma particolarmente la Cania e Candia, la quale riedificò dai fondamenti e fece inespugnabile.
Essendo poi assediata dal turco Napoli di Romania, fra per diligenza del San Michele in fortificarla e bastionarla et il valore d'Agostino Clusoni veronese, capitano valorosissimo, in difenderla con l'arme, non fu altrimenti presa dai nemici, né superata; le quali guerre finite, andato che fu il San Michele col Magnifico Messer Tomaso Monzenigo, capitan generale di mare, a fortificare di nuovo Corfù, tornarono a Sebenico, dove molto fu comendata la diligenza di Giangirolamo, usata nel fare la detta fortezza di San Niccolò.
Ritornato poi il San Michele a Vinezia, dove fu molto lodato per l'opere fatte in levante in servigio di quella republica, deliberarono di fare una fortezza sopra il Lito, cioè alla bocca del porto di Vinezia.
Per che, dandone cura al San Michele, gli dissero che se tanto aveva operato lontano di Vinezia, che egli pensasse quanto era suo debito di fare in cosa di tanta importanza e che in eterno aveva da essere in su gl'occhi del senato e di tanti signori; e che oltre ciò si aspettava da lui, oltre alla bellezza e fortezza dell'opera, singolare industria nel fondare sì veramente in luogo paludoso, fasciato d'ogni intorno dal mare e bersaglio de' flussi e riflussi, una machina di tanta importanza.
Avendo dunque il San Michele non pure fatto un bellissimo e sicurissimo modello, ma anco pensato il modo da porlo in effetto e fondarlo, gli fu commesso che senz'indugio si mettesse mano a lavorare, onde egli, avendo avuto da que' signori tutto quello che bisognava e preparata la materia e ripieno de' fondamenti e fatto oltre ciò molti pali ficcati con doppio ordine, si mise con grandissimo numero di persone perite in quell'acque a fare le cavazioni et a fare che con trombe et altri instrumenti si tenessero cavate l'acque che si vedevano sempre di sotto risorgere per essere il luogo in mare.
Una mattina poi, per fare ogni sforzo di dar principio al fondare, avendo quanti uomini a ciò atti si potettono avere e tutti i facchini di Vinezia e presenti molti de' signori, in un sùbito con prestezza e sollecitudine incredibile si vinsero per un poco l'acque di maniera, che in un tratto si gettarono le prime pietre de' fondamenti sopra le palificcate fatte, le quali pietre essendo grandissime pigliarono gran spazio e fecero ottimo fondamento; e così continuandosi senza perder tempo a tenere l'acque cavate, si fecero quasi in un punto que' fondamenti contra l'openione di molti che avevano quella per opera del tutto impossibile.
I quali fondamenti fatti, poi che furono lasciati riposare abastanza, edificò Michele sopra quelli una terribile fortezza e maravigliosa, murandola tutta di fuori alla rustica con grandissime pietre d'Istria, che sono d'estrema durezza e reggono ai venti, al gielo et a tutti i cattivi tempi, onde la detta fortezza, oltre all'essere maravigliosa rispetto al sito nel quale è edificata, è anco, per bellezza di muraglia e per la incredibile spesa, delle più stupende che oggi siano in Europa e rappresenta la maestà e grandezza delle più famose fabriche fatte dalla grandezza de' romani.
Imperò che oltre all'altre cose, ella pare tutta fatta d'un sasso e che intagliatosi un monte di pietra viva, se gli sia data quella forma, cotanto sono grandi i massi di che è murata e tanto bene uniti e commessi insieme, per non dire nulla degl'altri ornamenti, né dell'altre cose che vi sono, essendo che non mai se ne potrebbe dir tanto che bastasse.
Dentro poi vi fece Michele una piazza con partimenti di pilastri et archi d'ordine rustico, che sarebbe riuscita cosa rarissima se non fusse rimasa imperfetta.
Essendo questa grandissima machina condotta al termine che si è detto, alcuni maligni et invidiosi dissero alla Signoria che ancor che ella fusse bellissima e fatta con tutte le considerazioni, ella sarebbe nondimeno in ogni bisogno inutile e forse anco dannosa; perciò che nello scaricare dell'artiglieria, per la gran quantità e di quella grossezza che il luogo richiedeva, non poteva quasi essere che non s'aprisse tutta e rovinasse.
Onde, parendo alla prudenza di que' signori che fusse ben fatto di ciò chiarirsi, come di cosa che molto importava, fecero condurvi grandissima quantità d'artiglieria e delle più smisurate che fussero nell'arsenale, et empiute tutte le canoniere di sotto e di sopra e caricatole anco più che l'ordinario, furono scaricate tutte in un tempo; onde fu tanto il rumore, il tuono et il terremoto che si sentì, che parve che fusse rovinato il mondo, e la fortezza con tanti fuochi pareva un Mongibello et un inferno, ma non per tanto, rimase la fabrica nella sua medesima sodezza e stabilità, il senato chiarissimo del molto valore del San Michele, et i maligni scornati e senza giudizio, i quali avevano tanta paura messa in ognuno, che le gentildonne gravide, temendo di qualche gran cosa, s'erano allontanate da Vinezia.
Non molto dopo, essendo ritornato sotto il dominio viniziano un luogo detto Marano di non piccola importanza ne' liti vicini a Vinezia, fu rassettato e fortificato con ordine del San Michele con prestezza e diligenza.
E quasi ne' medesimi tempi, divolgandosi tuttavia più la fama di Michele e di Giovan Girolamo suo nipote, furono ricerchi più volte l'uno e l'altro d'andare a stare con l'imperatore Carlo Quinto e con Francesco re di Francia, ma eglino non vollono mai, anco che fussero chiamati con onoratissime condizioni, lasciare i loro proprii signori per andare a servire gli stranieri, anzi, continuando nel loro uffizio, andavano rivedendo ogni anno e rassettando dove bisognava tutte le città e fortezze dello stato viniziano.
Ma più di tutti gl'altri fortificò Michele et adornò la sua patria Verona: facendovi, oltre all'altre cose, quelle bellissime porte della città che non hanno in altro luogo pari: cioè la Porta Nuova, tutta di opera dorica rustica, la quale nella sua sodezza e nell'essere gagliarda e massiccia corrisponde alla fortezza del luogo, essendo tutta murata di tufo e pietra viva, et avendo dentro stanze per i soldati che stanno alla guardia et altri molti commodi, non più stati fatti in simile maniera di fabriche.
Questo edifizio, che è quadro e di sopra scoperto e con le sue canoniere, servendo per cavaliere difende due gran bastioni, o vero torrioni, che con proporzionata distanza tengono nel mezzo la porta; et il tutto è fatto con tanto giudizio, spesa e magnificenza, che niuno pensava potersi fare per l'avenire, come non si era veduto per l'adietro, già mai altr'opera di maggior grandezza né meglio intesa, quando di lì a pochi anni il medesimo San Michele fondò e tirò in alto la porta detta volgarmente dal Palio, la quale non è punto inferiore alla già detta, ma anch'ella parimente o più bella, grande, maravigliosa et intesa ottimamente.
E di vero in queste due porte si vede i signori viniziani, mediante l'ingegno di questo architetto, avere pareggiato gl'edifizii e fabriche degl'antichi romani.
Questa ultima porta adunque è dalla parte di fuori d'ordine dorico, con colonne smisurate che risaltano, striate tutte secondo l'uso di quell'ordine, le quali colonne dico, che sono otto in tutto, sono poste a due a due: quattro tengono la porta in mezzo con l'arme de' rettori della città, fra l'una e l'altra da ogni parte, e l'altre quattro similmente a due a due, fanno finimento negl'angoli della porta, la quale è di facciata larghissima e tutta di bozze, o vero bugne, non rozze ma pulite e con bellissimi ornamenti; et il foro, o vero vano della porta, riman quadro, ma l'architettura nuova, bizzarra e bellissima.
Sopra è un cornicione dorico ricchissimo con sue apartenenze, sopra cui doveva andare, come si vede nel modello, un frontespizio con suoi fornimenti, il quale faceva parapetto all'artiglieria, dovendo questa porta, come l'altra, servire per cavaliero.
Dentro poi sono stanze grandissime per i soldati con altri commodi et appartamenti.
Dalla banda che è volta verso la città, vi fece il San Michele una bellissima loggia, tutta di fuori d'ordine dorico e rustico e di dentro tutta lavorata alla rustica, con pilastri grandissimi, che hanno per ornamento colonne di fuori tonde e dentro quadre e con mezzo risalto, lavorate di pezzi alla rustica e con capitelli dorici senza base, e nella cima un cornicione pur dorico et intagliato che gira tutta la loggia, che è lunghissima, dentro e fuori.
Insomma quest'opera è maravigliosa, onde ben disse il vero l'illustrissimo signor Sforza Pallavicino, governatore generale degl'esserciti viniziani, quando disse non potersi in Europa trovare fabrica alcuna che a questa possa in niun modo aguagliarsi; la quale fu l'ultimo miracolo di Michele, imperò che, avendo a pena fatto tutto questo primo ordine descritto, finì il corso di sua vita.
Onde rimase imperfetta quest'opera, che non si finirà mai altrimenti, non mancando alcuni maligni (come quasi sempre nelle gran cose adiviene) che la biasimano, sforzandosi di sminuire l'altrui lodi con la malignità e maladicenza, poi che non possono con l'ingegno pari cose a gran pezzo operare.
Fece il medesimo un'altra porta in Verona, detta di San Zeno, la quale è bellissima, anzi in ogni altro luogo sarebbe maravigliosa, ma in Verona è la sua bellezza et artifizio dall'altre due sopra dette offuscata.
È similmente opera di Michele il bastione, o vero baluardo, che è vicino a questa porta, e similmente quello che è più a basso riscontro a S.
Bernardino, et un altro mezzo che è riscontro al Campo Marzio, detto dell'Acquaio, e quello che di grandezza avanza tutti gl'altri, il quale è posto alla catena dove l'Adice entra nella città.
Fece in Padova il bastione detto il Cornaro e quello parimente di Santa Croce, i quali amendue sono di maravigliosa grandezza e fabricati alla moderna, secondo l'ordine stato trovato da lui.
Imperò che il modo di fare i bastioni a cantoni fu invenzione di Michele, per ciò che prima si facevano tondi.
E dove quella sorte di bastioni erano molto difficili a guardarsi, oggi, avendo questi dalla parte di fuori un angolo ottuso, possono facilmente esser diffesi, o dal cavaliero edificato vicino fra due bastioni, o vero dall'altro bastione se sarà vicino e la fossa larga.
Fu anco sua invenzione il modo di fare i bastioni con le tre piazze, però che le due dalle bande guardano e difendono la fossa e le cortine con le canoniere aperte et il molone del mezzo si difende et offende il nemico dinanzi.
Il qual modo di fare è poi stato imitato da ognuno e si è lasciata quell'usanza antica delle canoniere sotterranee, chiamate case matte, nelle quali, per il fumo et altri impedimenti, non si potevano maneggiare l'artiglierie, senzaché indebolivano molte volte il fondamento de' torrioni e delle muraglie.
Fece il medesimo due molto belle porte a Legnago, fece lavorare in Peschiera nel primo fondare di quella fortezza e similmente molte cose in Brescia.
E tutto fece sempre con tanta diligenza e con sì buon fondamento, che niuna delle sue fabriche mostrò mai un pelo.
Ultimamente rassettò la fortezza della Chiusa sopra Verona, facendo commodo ai passeggeri di passare senza entrare per la fortezza, ma in tal modo però che levandosi un ponte da coloro che sono di dentro, non può passare contra lor voglia nessuno, né anco appresentarsi alla strada che è strettissima e tagliata nel sasso.
Fece parimente in Verona, quando prima tornò da Roma, il bellissimo ponte sopra l'Adice, detto il Ponte nuovo, che gli fu fatto fare da Messer Giovanni Emo allora podestà di quella città, che fu ed è cosa maravigliosa per la sua gagliardezza.
Fu eccellente Michele non pure nelle fortificazioni, ma ancora nelle fabriche private, ne' tempii, chiese e monasterii, come si può vedere in Verona et altrove in molte fabriche, particolarmente nella bellissima et ornatissima cappella de' Guareschi in San Bernardino, fatta tonda a uso di tempio e d'ordine corinzio, con tutti quegli ornamenti di che è capace quella maniera.
La quale cappella, dico, fece tutta di quella pietra viva e bianca che per lo suono che rende quando si lavora è in quella città chiamata bronzo, e nel vero questa è la più bella sorte di pietra che dopo il marmo fino sia stata trovata insino a' tempi nostri, essendo tutta soda e senza buchi o macchie che la guastino.
Per essere adunque di dentro la detta cappella di questa bellissima pietra e lavorata da eccellenti maestri d'intaglio e benissimo commessa, si tiene che per opera simile non sia oggi altra più bella in Italia, avendo fatto Michele girare tutta l'opera tonda in tal modo, che tre altari che vi sono dentro con i loro frontespizii e cornici, e similmente il vano della porta, tutti girano a tondo perfetto, quasi a somiglianza degl'usci che Filippo Brunelleschi fece nelle cappelle del tempio degl'Angeli in Firenze, il che è cosa molto difficile a fare.
Vi fece poi Michele dentro un ballatoio sopra il primo ordine che gira tutta la cappella, dove si veggiono bellissimi intagli di colonne, capitelli, fogliami, grottesche, pilastrelli et altri lavori intagliati con incredibile diligenza.
La porta di questa cappella fece di fuori quadra, corinzia, bellissima e simile ad una antica che egli vide in un luogo, secondo che egli diceva, di Roma.
Ben è vero che essendo quest'opera stata lasciata imperfetta da Michele, non so per qual cagione, ella fu o per avarizia, o per giudizio fatta finire a certi altri che la guastarono, con infinito dispiacere di esso Michele, che vivendo se la vide storpiare in su gl'occhi senza potervi riparare.
Onde alcuna volta si doleva con gl'amici solo per questo, di non avere migliaia di ducati per comperarla dall'avarizia d'una donna, che per spendere men che poteva vilmente la guastava.
Fu opera di Michele il disegno del tempio ritondo della Madonna di Campagna vicino a Verona, che fu bellissimo, ancor che la miseria, debolezza e pochissimo giudizio dei deputati sopra quella fabrica l'abbiano poi in molti luoghi storpiata, e peggio averebbono fatto, se non avesse avutone cura Bernardino Brugnuoli, parente di Michele, e fattone un compiuto modello, col quale va oggi inanzi la fabrica di questo tempio e molte altre.
Ai frati di Santa Maria in Organa, anzi monaci di Monte Oliveto in Verona, fece un disegno che fu bellissimo della facciata della loro chiesa di ordine corinzio, la quale facciata essendo stata tirata un pezzo in alto da Paulo San Michele, si rimase, non ha molto, a quel modo, per molte spese che furono fatte da que' monaci in altre cose, ma molto più per la morte di don Cipriano veronese, uomo di santa vita e di molta autorità in quella Religione, della quale fu due volte generale, il quale l'aveva cominciata.
Fece anco il medesimo in San Giorgio di Verona, convento de' preti regolari di San Giorgio in Alega, murare la cupola di quella chiesa, che fu opera bellissima e riuscì contra l'openione di molti, i quali non pensarono che mai quella fabrica dovesse reggersi in piedi per la debolezza delle spalle che avea: le quali poi furono in guisa da Michele fortificate, che non si ha più di che temere.
Nel medesimo convento fece il disegno e fondò un bellissimo campanile di pietre lavorate, parte vive e parte di tufo, che fu assai bene da lui tirato inanzi, et oggi si seguita dal detto Bernardino suo nipote, che lo va conducendo a fine.
Essendosi monsignor Luigi Lippomani, vescovo di Verona, risoluto di condurre a fine il campanile della sua chiesa, stato cominciato cento anni inanzi, ne fece fare un disegno a Michele, il quale lo fece bellissimo, avendo considerazione a conservare il vecchio et alla spesa che il vescovo vi potea fare, ma un certo Messer Domenico Porzio romano, suo vicario, persona poco intendente del fabricare, ancor che per altro uomo da bene, lasciatosi imbarcare da uno che ne sapea poco, gli diede cura di tirare inanzi quella fabrica.
Onde colui murandola di pietre di monte non lavorate e facendo nella grossezza delle mura le scale, le fece di maniera, che ogni persona anco mediocremente intendente d'architettura indovinò quello che poi successe, cioè che quella fabrica non istarebbe in piedi.
E fra gl'altri il molto reverendo fra' Marco de' Medici veronese, che oltre alli altri suoi studii più gravi, si è dilettato sempre, come ancor fa, della architettura, predisse quello che di cotal fabrica avverrebbe, ma gli fu risposto: "Fra' Marco vale assai nella professione delle sue lettere di filosofia e teologia, essendo lettor publico, ma nell'architettura non pesca in modo a fondo, che se gli possa credere".
Finalmente arrivato quel campanile al piano delle campane, s'aperse in quattro parti di maniera, che dopo avere speso molte migliaia di scudi in farlo, bisognò dare trecento scudi a' smuratori che lo gettassono a terra, acciò cadendo da per sé, come in pochi giorni arebbe fatto, non rovinasse all'intorno ogni cosa.
E così sta bene che avvenga a chi, lasciando i maestri buoni et eccellenti, s'impaccia con ciabattoni.
Essendo poi il detto monsignor Luigi stato eletto vescovo di Bergamo et in suo luogo vescovo di Verona monsignor Agostino Lippomano, questi fece rifare a Michele il modello del detto campanile e cominciarlo; e dopo lui, secondo il medesimo, ha fatto seguitare quell'opera, che oggi camina assai lentamente, monsignor Girolamo Trivisani, frate di San Domenico, il quale nel Vescovado sucedette all'ultimo Lippomano.
Il quale modello è bellissimo e le scale vengono in modo accomodate dentro, che la fabrica resta stabile e gagliardissima.
Fece Michele ai signori conti della Torre veronesi una bellissima cappella a uso di tempio tondo con l'altare in mezzo, nella lor villa di Fumane.
E nella chiesa del Santo in Padoa fu con suo ordine fabricata una sepoltura bellissima per Messer Alessandro Contarini procuratore di San Marco e stato proveditore dell'armata viniziana; nella quale sepoltura pare che Michele volesse mostrare in che maniera si deono fare simil opere, uscendo d'un certo modo ordinario, che a suo giudizio ha più tosto dell'altare e cappella che di sepolcro.
Questa dico, che è molto ricca per ornamenti e di composizione soda et ha proprio del militare, ha per ornamento una Tetis e due prigioni di mano di Alessandro Vittoria, che sono tenute buone figure, et una testa o vero ritratto di naturale del detto signore, col petto armato, stata fatta di marmo dal Danese da Carrara.
Vi sono oltre ciò altri ornamenti assai di prigioni, di trofei e di spoglie militari et altri de' quali non accade far menzione.
In Vinezia fece il modello del monasterio delle monache di San Biagio Catoldo, che fu molto lodato.
Essendosi poi deliberato in Verona di rifare il lazzaretto, stanza o vero spedale che serve agl'amorbati nel tempo di peste, essendo stato rovinato il vecchio con altri edifizii che erono nei sobborghi, ne fu fatto fare un disegno a Michele, che riuscì oltre ogni credenza bellissimo, acciò fusse messo in opera in luogo vicino al fiume, lontano un pezzo e fuori della spianata.
Ma questo disegno veramente bellissimo, et ottimamente in tutte le parti considerato, il quale è oggi appresso gl'eredi di Luigi Brugnuoli nipote di Michele, non fu da alcuni, per il loro poco giudizio e meschinità d'animo, posto interamente in essecuzione, ma molto ristretto, ritirato e ridotto al meschino da coloro i quali spesero l'autorità, che intorno a ciò avevano avuta dal publico, in storpiare quell'opera, essendo morti anzitempo alcuni gentiluomini che erano da principio sopra ciò et avevano la grandezza dell'animo pari alla nobiltà.
Fu similmente opera di Michele il bellissimo palazzo che hanno in Verona i signori conti di Canossa, il quale fu fatto edificare da monsignor reverendissimo di Baius, che fu il conte Lodovico Canossa, uomo tanto celebrato da tutti gli scrittori de' suoi tempi.
Al medesimo monsignore edificò Michele un altro magnifico palazzo nella villa di Grezano sul veronese; di ordine del medesimo fu rifatta la facciata de' conti Bevilacqua, e rassettate tutte le stanze del castello di detti signori, detto la Bevilacqua.
Similmente fece in Verona la casa e facciata de' Lavezoli, che fu molto lodata.
Et in Vinezia murò dai fondamenti il magnifico e ricchissimo palazzo de' Cornari, vicino a San Polo, e rassettò un altro palazzo, pur di casa Cornara, che è a San Benedetto al Albore per Messer Giovanni Cornari, del quale era Michele amicissimo e fu cagione che in questo dipignesse Giorgio Vasari nove quadri a olio per lo palco d'una magnifica camera tutta di legnami intagliati e messi d'oro riccamente.
Rassettò medesimamente la casa de' Bragadini riscontro a Santa Marina e la fece comodissima et ornatissima, e nella medesima città fondò e tirò sopra terra, secondo un suo modello e con spesa incredibile, il maraviglioso palazzo del nobilissimo Messer Girolamo Grimani, vicino a San Luca sopra il canal grande, ma non poté Michele, sopragiunto dalla morte, condurlo egli stesso a fine, e gl'altri architetti presi in suo luogo da quel gentiluomo in molte parti alterarono il disegno e modello del San Michele.
Vicino a Castel Franco, ne' confini fra il trivisano [e il] padovano, fu murato d'ordine dell'istesso Michele il famosissimo palazzo de' Soranzi, dalla detta famiglia detto la Soranza, il quale palazzo è tenuto, per abitura di villa, il più bello e più comodo che insino allora fusse stato fatto in quelle parti.
Et a Piombino, in contado, fece la casa Cornara e tante altre fabriche private, che troppo lunga storia sarebbe volere di tutte ragionare; basta aver fatto menzione delle principali.
Non tacerò già che fece le bellissime porte di due palazzi: l'una fu quella de' rettori e del capitano e l'altra quella del palazzo del podestà, amendue in Verona e lodatissime, se bene quest'ultima, che è d'ordine ionico con doppie colonne et intercolonnii ornatissimi et alcune Vittorie negl'angoli, pare per la bassezza del luogo dove è posta alquanto nana, essendo massimamente senza piedistallo e molto larga per la doppiezza delle colonne, ma così volle Messer Giovanni Delfini che la fé fare.
Mentre che Michele si godeva nella patria un tranquill'ozio e l'onore e riputazione che le sue onorate fatiche gl'avevano acquistate, gli sopravenne una nuova che l'accorò di maniera, che finì il corso della sua vita.
Ma perché meglio s'intenda il tutto e si sappiano in questa vita tutte le bell'opere de' San Micheli, dirò alcune cose di Giangirolamo nipote di Michele.
Costui adunque, il quale nacque di Paulo, fratello cugino di Michele, essendo giovane di bellissimo spirito, fu nelle cose d'architettura con tanta diligenza instrutto da Michele e tanto amato, che in tutte l'imprese d'importanza e massimamente di fortificazione lo volea sempre seco.
Per che, divenuto in brieve tempo con l'aiuto di tanto maestro in modo eccellente che si potea commettergli ogni difficile impresa di fortificazione, della quale maniera d'architettura si dilettò in particolare, fu dai signori viniziani conosciuta la sua virtù et egli messo nel numero dei loro architetti, ancor che fusse molto giovane, con buona provisione; e dopo mandato ora in un luogo et ora in altro a rivedere e rassettare le fortezze del loro dominio, e tallora a mettere in essecuzione i disegni di Michele suo zio.
Ma oltre agl'altri luoghi si adoperò con molto giudizio e fatica nella fortificazione di Zara e nella maravigliosa fortezza di S.
Niccolò, in Sebenico, come s'è detto, posta in sulla bocca del porto; la qual fortezza, che da lui fu tirata su dai fondamenti, è tenuta, per fortezza privata, una delle più forti e meglio intesa che si possa vedere.
Riformò ancora con suo disegno e giudizio del zio la gran fortezza di Corfù, riputata la chiave d'Italia da quella parte.
In questa, dico, rifece Giangirolamo i due torrioni che guardano verso terra, facendogli molto maggiori e più forti che non erano prima e con le canoniere e piazze scoperte che fiancheggiano la fossa alla moderna, secondo l'invenzione del zio.
Fatte poi allargare le fosse molto più che non erano, fece abbassare un colle che essendo vicino alla fortezza parea che la soprafacesse.
Ma oltre a molte altre cose che vi fece con molta considerazione, questa piacque estremamente, che in un cantone della fortezza fece un luogo assai grande e forte, nel quale in tempo d'assedio possono stare in sicuro i popoli di quell'isola, senza pericolo di essere presi da' nemici.
Per le quali opere venne Giangirolamo in tanto credito appresso detti signori, che gli ordinarono una provisione equale a quella del zio, non lo giudicando inferiore a lui anzi, in questa pratica delle fortezze, superiore; il che era di somma contentezza a Michele, il quale vedeva la propria virtù avere tanto accrescimento nel nipote, quanto a lui toglieva la vecchiezza di poter più oltre caminare.
Ebbe Giangirolamo, oltre al gran giudizio di conoscere la qualità de' siti, molta industria in sapergli rappresentare con disegni e modelli di rilievo, onde faceva vedere ai suoi signori insino alle menomissime cose delle sue fortificazioni in bellissimi modelli di legname che facea fare, la qual diligenza piaceva loro infinitamente, vedendo essi, senza partirsi di Vinezia, giornalmente come le cose passavano ne' più lontani luoghi di quello stato; et a fine che meglio fussero veduti da ognuno, gli tenevano nel palazzo del principe in luogo dove que' signori potevano vedergli a lor posta.
E perché così andasse Giangirolamo seguitando di fare, non pure gli rifacevano le spese fatte in condurre detti modelli, ma anco molte altre cortesie.
Potette esso Giangirolamo andare a servire molti signori con grosse provisioni, ma non volle mai partirsi dai suo' signori viniziani, anzi, per consiglio del padre e del zio tolse moglie in Verona una nobile giovanetta de' Fracastori con animo di sempre starsi in quelle parti, ma non essendo anco con la sua amata sposa, chiamata madonna Ortensia, dimorato se non pochi giorni, fu dai suoi signori chiamato a Vinezia e di lì con molta fretta mandato in Cipri a vedere tutti i luoghi di quell'isola, con dar commessione a tutti gli ufficiali che lo provedessino di quanto gli facesse bisogno in ogni cosa.
Arivato dunque Giangirolamo in quell'isola, in tre mesi la girò e vide tutta diligentemente, mettendo ogni cosa in disegno e scrittura per potere di tutto dar ragguaglio a' suoi signori.
Ma mentre che attendeva con troppa cura e sollecitudine al suo ufficio, tenendo poco conto della sua vita negl'ardentissimi caldi che allora erano in quell'isola, infermò d'una febre pestilente che in sei giorni gli levò la vita, se bene dissero alcuni che egli era stato avelenato; ma comunche si fusse, morì contento, essendo ne' servigi de' suoi signori et adoperato in cose importanti da loro, che più avevano creduto alla sua fede e professione di fortificare che a quella di qualunche altro.
Subito che fu amalato, conoscendosi mortale, diede tutti i disegni e scritti che avea fatto delle cose di quell'isola in mano di Luigi Brugnuoli suo cognato et architetto, che allora attendeva alla fortificazione di Famagosta, che è la chiave di quel regno, acciò gli portasse a' suoi signori.
Arivata in Vinezia la nuova della morte di Giangirolamo non fu niuno di quel senato che non sentisse incredibile dolore della perdita d'un sì fatt'uomo e tanto affezionato a quella repubblica.
Morì Giangirolamo di età di 45 anni et ebbe onorata sepoltura in S.
Niccolò di Famagosta dal detto suo cognato, il quale poi tornato a Vinezia presentando i disegni e scritti di Giangirolamo, il che fatto fu mandato a dar compimento alla fortificazione di Legnago, là dove era stato molti anni ad essequire i disegni e modelli del suo zio Michele.
Nel qual luogo non andò molto che si morì, lasciando due figliuoli che sono assai valenti uomini nel disegno e nella pratica d'architettura; con ciò sia che Bernardino, il maggiore, ha ora molte imprese alle mani, come la fabrica del campanile del Duomo e di quello di San Giorgio; la Madonna detta di Campagna, nelle quali et altre opere che fa in Verona et altrove riesce eccellente, e massimamente nell'ornamento e cappella maggiore di S.
Giorgio di Verona, la quale è d'ordine composito e tale che per grandezza, disegno e lavoro affermano i veronesi non credere che si truovi altra a questa pari in Italia; quest'opera dico, la quale va girando secondo che fa la nicchia, è d'ordine corinzio con capitelli composti, colonne doppie di tutto rilievo e con i suoi pilastri dietro; similmente il frontespizio, che la ricuopre tutta, gira anch'egli con gran maestria secondo che fa la nicchia et ha tutti gl'ornamenti che cape quell'ordine, onde monsignor Barbaro, eletto patriarca d'Aquileia, uomo di queste professioni intendentissimo e che n'ha scritto, nel ritornare dal Concilio di Trento, vide non senza maraviglia quello che di quell'opera era fatto e quello che giornalmente si lavorava; et avendola più volte considerata, ebbe a dire non aver mai veduta simile e non potersi far meglio.
E questo basti per saggio di quello che si può dall'ingegno di Bernardino, nato per madre de' San Micheli, sperare.
Ma per tornare a Michele, da cui ci partimo non senza cagione poco fa, gl'arrecò tanto dolore la morte di Giangirolamo, in cui vide mancare la casa de' San Micheli, non essendo del nipote rimasi figliuoli, ancor che si sforzasse di vincerlo e ricoprirlo, che in pochi giorni fu da una maligna febre ucciso, con incredibile dolore della patria e de' suoi illustrissimi signori.
Morì Michele l'anno 1559 e fu sepolto in San Tommaso de' frati carmelitani, dove è la sepoltura antica de' suoi maggiori; et oggi Messer Niccolò San Michele medico ha messo mano a fargli un sepolcro onorato, che si va tuttavia mettendo in opera.
Fu Michele di costumatissima vita et in tutte le sue cose molto onorevole; fu persona allegra, ma però mescolato col grave; fu timorato di Dio e molto religioso, in tanto che non si sarebbe mai messo a fare la mattina alcuna cosa, che prima non avesse udito messa divotamente e fatte sue orazioni.
E nel principio dell'imprese d'importanza faceva sempre la mattina innanzi ad ogni altra cosa cantar solennemente la messa dello Spirito Santo o della Madonna; fu liberalissimo e tanto cortese con gli amici, che così erano eglino delle cose di lui signori, come egli stesso.
Né tacerò qui un segno della sua lealissima bontà, il quale credo che pochi altri sappiano, fuor che io.
Quando Giorgio Vasari, del quale, come si è detto, fu amicissimo, partì ultimamente da lui in Vinezia, gli disse Michele: "Io voglio che voi sappiate, Messer Giorgio, che quando io stetti in mia giovanezza a Monte Fiascone, essendo innamorato della moglie d'uno scarpellino, come volle la sorte ebbi da lei cortesemente, senza che mai niuno da me lo risapesse, tutto quello che io desiderava.
Ora, avendo io inteso che quella povera donna è rimasa vedova e con una figliuola da marito, la quale dice avere di me conceputa, voglio, ancor che possa agevolmente essere che ciò, come io credo, non sia vero, portatele questi cinquanta scudi d'oro e dategliele da mia parte per amor di Dio, acciò possa aiutarsi et accomodare secondo il grado suo la figliuola".
Andando dunque Giorgio a Roma, giunto in Monte Fiascone, ancor che la buona donna gli confessasse liberamente quella sua putta non essere figliuola di Michele, ad ogni modo, sì come egli avea commesso, gli pagò i detti danari, che a quella povera femina furono così grati come ad un altro sarebbono stati cinquecento.
Fu dunque Michele cortese sopra quanti uomini furono mai, con ciò fusse che non sì tosto sapeva il bisogno e desiderio degl'amici, che cercava di compiacergli se avesse dovuto spendere la vita; né mai alcuno gli fece servizio che non ne fusse in molti doppii ristorato.
Avendogli fatto Giorgio Vasari in Vinezia un disegno grande con quella diligenza che seppe maggiore, nel quale si vedeva il superbissimo Lucifero con i suo' seguaci vinti dall'Angelo Michele piovere rovinosamente di cielo in un orribile inferno, non fece altro per allora che ringraziarne Giorgio quando prese licenza da lui; ma non molti giorni dopo, tornando Giorgio in Arezzo, trovò il San Michele aver molto innanzi mandato a sua madre, che si stava in Arezzo, una soma di robe così belle et onorate come se fusse stato un ricchissimo signore, e con una lettera nella quale molto l'onorava per amore del figliuolo.
Gli volleno molte volte i signori viniziani accrescere la provisione et egli ciò ricusando, pregava sempre che in suo cambio l'accrescessero ai nipoti.
Insomma fu Michele in tutte le sue azzioni tanto gentile, cortese et amorevole, che meritò essere amato da infiniti signori: dal cardinal de' Medici, che fu papa Clemente Settimo, mentre che stette a Roma, dal cardinale Alessandro Farnese, che fu Paulo Terzo, dal divino Michelagnolo Buonarroti, dal signor Francesco Maria duca d'Urbino, e da infiniti gentiluomini e senatori viniziani.
In Verona fu suo amicissimo fra' Marco de' Medici, uomo di letteratura e bontà infinita, e molti altri de' quali non accade al presente far menzione.
Ora, per non avere a tornare di qui a poco a parlare de' veronesi, con questa occasione dei sopra detti farò in questo luogo menzione d'alcuni pittori di quella patria che oggi vivono e sono degni di essere nominati, e non passati in niun modo con silenzio.
Il primo de' quali è Domenico del Riccio, il quale in fresco ha fatto di chiaro scuro, et alcune cose colorite, tre facciate nella casa di Fiorio della Seta in Verona, sopra il ponte nuovo, cioè le tre che non rispondono sopra il ponte, essendo la casa isolata; in una sopra il fiume sono battaglie di mostri marini; in un'altra le battaglie de' centauri e molti fiumi; nella terza sono due quadri coloriti.
Nel primo, che è sopra la porta, è la mensa degli dei, e nell'altro, sopra il fiume, sono le nozze finte fra il Benaco, detto il lago di Garda, e Caride, ninfa finta per Garda, de' quali nasce il Mincio fiume, il quale veramente esce del detto lago.
Nella medesima casa è un fregio grande, dove sono alcuni trionfi coloriti e fatti con bella pratica e maniera.
In casa Messer Pellegrino Ridolfi, pur in Verona, dipinse il medesimo la incoronazione di Carlo Quinto imperadore, e quando dopo essere coronato in Bologna cavalca con il Papa per la città con grandissima pompa.
A olio ha dipinto la tavola principale della chiesa, che ha novamente edificata il duca di Mantoa vicina al castello, nella quale è la decollazione e martirio di Santa Barbara, con molta diligenza e giudizio lavorata.
E quello che mosse il Duca a far fare quella tavola a Domenico, si fu l'aver veduta et essergli molto piaciuta la sua maniera in una tavola, che molto prima avea fatta Domenico nel Duomo di Mantoa, nella cappella di Santa Margherita, a concorrenza di Paulino, che fece quella di Santo Antonio, di Paulo Farinato, che dipinse quella di San Martino, e di Battista del Moro, che fece quella della Madalena.
I quali tutti quattro veronesi furono là condotti da Ercole cardinale di Mantova per ornare quella chiesa da lui stata rifatta col disegno di Giulio Romano.
Altre opere ha fatto Domenico in Verona, Vicenza, Vinezia, ma basti aver detto di queste.
È costui costumato e virtuoso artefice, perciò che oltre la pittura è ottimo musico e de' primi dell'accademia nobilissima de' filarmonici di Verona; né sarà a lui inferiore Felice suo figliuolo, il quale, ancor che giovane, si è mostro più che ragionevole pittore in una tavola che ha fatto nella chiesa della Trinità, dentro la quale è la Madonna e sei altri Santi grandi quanto il naturale.
Né è di ciò maraviglia avendo questo giovane imparato l'arte in Firenze, dimorando in casa Bernardo Canigiani, gentiluomo fiorentino e compare di Domenico suo padre.
Vive anco nella medesima Verona Bernardino detto l'India, il quale, oltre a molte altre opere, ha dipinto in casa del conte Marcantonio del Tiene nella volta d'una camera in bellissime figure la favola di Psiche; et un'altra camera ha con belle invenzioni e maniera di pitture dipinta al conte Girolamo da Canossa.
È anco molto lodato pittore Elliodoro Forbicini, giovane di bellissimo ingegno et assai pratico in tutte le maniere di pitture, ma particolarmente nel far grottesche, come si può vedere nelle dette due camere et altri luoghi dove ha lavorato.
Similmente Battista da Verona, il quale è così e non altrimenti fuor della patria chiamato, avendo avuto i primi principii della pittura da un suo zio in Verona, si pose con l'eccellente Tiziano in Vinezia, appresso il quale è divenuto eccellente pittore.
Dipinse costui essendo giovane in compagnia di Paulino una sala a Tiene, sul vicentino, nel palazzo del Collaterale Portesco, dove fecero un infinito numero di figure che acquistarono all'uno e l'altro credito e riputazione.
Col medesimo lavorò molte cose a fresco nel palazzo della Soranza a Castel Franco, essendovi amendue mandati a lavorare da Michele San Michele, che gl'amava come figliuoli.
Col medesimo dipinse ancora la facciata della casa di Messer Antonio Cappello, che è in Vinezia sopra il canal grande.
E dopo, pur insieme, il palco o vero soffittato della sala del consiglio de' Dieci dividendo i quadri fra loro.
Non molto dopo, essendo Batista chiamato a Vicenza, vi fece molte opere dentro e fuori, et in ultimo ha dipinto la facciata del Monte della Pietà, dove ha fatto un numero infinito di figure nude maggiori del naturale, in diverse attitudini, con bonissimo disegno et in tanti pochi mesi, che è stato una maraviglia.
E se tanto ha fatto in sì poca età, che non passa trenta anni, pensi ognuno quello che di lui si può nel processo della vita sperare.
È similmente veronese un Paulino pittore che oggi è in Vinezia in bonissimo credito, conciò sia che non avendo ancora più di trenta anni, ha fatto molte opere lodevoli.
Costui essendo in Verona nato d'uno scarpellino o, come dicono in que' paesi, d'un tagliapietre, et avendo imparato i principii della pittura da Giovanni Caroto veronese, dipinse in compagnia di Battista sopra detto, in fresco, la sala del Collaterale Portesco a Tiene nel vicentino; e dopo col medesimo alla Soranza molte opere fatte con disegno, giudizio e bella maniera.
A Masiera, vicino ad Asolo nel trivisano, ha dipinto la bellissima casa del signor Daniello Barbaro, eletto patriarca d'Aquileia; in Verona nel refettorio di San Nazzaro, monasterio de' monaci Neri, ha fatto in un gran quadro di tela la cena che fece Simon lebroso al Signore quando la peccatrice se gli gettò a' piedi, con molte figure, ritratti di naturale e prospettive rarissime, e sotto la mensa sono due cani tanto belli che paiono vivi e naturali, e più lontano certi storpiati, ottimamente lavorati.
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