LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 264
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E quasi ne' medesimi tempi, divolgandosi tuttavia più la fama di Michele e di Giovan Girolamo suo nipote, furono ricerchi più volte l'uno e l'altro d'andare a stare con l'imperatore Carlo Quinto e con Francesco re di Francia, ma eglino non vollono mai, anco che fussero chiamati con onoratissime condizioni, lasciare i loro proprii signori per andare a servire gli stranieri, anzi, continuando nel loro uffizio, andavano rivedendo ogni anno e rassettando dove bisognava tutte le città e fortezze dello stato viniziano.
Ma più di tutti gl'altri fortificò Michele et adornò la sua patria Verona: facendovi, oltre all'altre cose, quelle bellissime porte della città che non hanno in altro luogo pari: cioè la Porta Nuova, tutta di opera dorica rustica, la quale nella sua sodezza e nell'essere gagliarda e massiccia corrisponde alla fortezza del luogo, essendo tutta murata di tufo e pietra viva, et avendo dentro stanze per i soldati che stanno alla guardia et altri molti commodi, non più stati fatti in simile maniera di fabriche.
Questo edifizio, che è quadro e di sopra scoperto e con le sue canoniere, servendo per cavaliere difende due gran bastioni, o vero torrioni, che con proporzionata distanza tengono nel mezzo la porta; et il tutto è fatto con tanto giudizio, spesa e magnificenza, che niuno pensava potersi fare per l'avenire, come non si era veduto per l'adietro, già mai altr'opera di maggior grandezza né meglio intesa, quando di lì a pochi anni il medesimo San Michele fondò e tirò in alto la porta detta volgarmente dal Palio, la quale non è punto inferiore alla già detta, ma anch'ella parimente o più bella, grande, maravigliosa et intesa ottimamente.
E di vero in queste due porte si vede i signori viniziani, mediante l'ingegno di questo architetto, avere pareggiato gl'edifizii e fabriche degl'antichi romani.
Questa ultima porta adunque è dalla parte di fuori d'ordine dorico, con colonne smisurate che risaltano, striate tutte secondo l'uso di quell'ordine, le quali colonne dico, che sono otto in tutto, sono poste a due a due: quattro tengono la porta in mezzo con l'arme de' rettori della città, fra l'una e l'altra da ogni parte, e l'altre quattro similmente a due a due, fanno finimento negl'angoli della porta, la quale è di facciata larghissima e tutta di bozze, o vero bugne, non rozze ma pulite e con bellissimi ornamenti; et il foro, o vero vano della porta, riman quadro, ma l'architettura nuova, bizzarra e bellissima.
Sopra è un cornicione dorico ricchissimo con sue apartenenze, sopra cui doveva andare, come si vede nel modello, un frontespizio con suoi fornimenti, il quale faceva parapetto all'artiglieria, dovendo questa porta, come l'altra, servire per cavaliero.
Dentro poi sono stanze grandissime per i soldati con altri commodi et appartamenti.
Dalla banda che è volta verso la città, vi fece il San Michele una bellissima loggia, tutta di fuori d'ordine dorico e rustico e di dentro tutta lavorata alla rustica, con pilastri grandissimi, che hanno per ornamento colonne di fuori tonde e dentro quadre e con mezzo risalto, lavorate di pezzi alla rustica e con capitelli dorici senza base, e nella cima un cornicione pur dorico et intagliato che gira tutta la loggia, che è lunghissima, dentro e fuori.
Insomma quest'opera è maravigliosa, onde ben disse il vero l'illustrissimo signor Sforza Pallavicino, governatore generale degl'esserciti viniziani, quando disse non potersi in Europa trovare fabrica alcuna che a questa possa in niun modo aguagliarsi; la quale fu l'ultimo miracolo di Michele, imperò che, avendo a pena fatto tutto questo primo ordine descritto, finì il corso di sua vita.
Onde rimase imperfetta quest'opera, che non si finirà mai altrimenti, non mancando alcuni maligni (come quasi sempre nelle gran cose adiviene) che la biasimano, sforzandosi di sminuire l'altrui lodi con la malignità e maladicenza, poi che non possono con l'ingegno pari cose a gran pezzo operare.
Fece il medesimo un'altra porta in Verona, detta di San Zeno, la quale è bellissima, anzi in ogni altro luogo sarebbe maravigliosa, ma in Verona è la sua bellezza et artifizio dall'altre due sopra dette offuscata.
È similmente opera di Michele il bastione, o vero baluardo, che è vicino a questa porta, e similmente quello che è più a basso riscontro a S.
Bernardino, et un altro mezzo che è riscontro al Campo Marzio, detto dell'Acquaio, e quello che di grandezza avanza tutti gl'altri, il quale è posto alla catena dove l'Adice entra nella città.
Fece in Padova il bastione detto il Cornaro e quello parimente di Santa Croce, i quali amendue sono di maravigliosa grandezza e fabricati alla moderna, secondo l'ordine stato trovato da lui.
Imperò che il modo di fare i bastioni a cantoni fu invenzione di Michele, per ciò che prima si facevano tondi.
E dove quella sorte di bastioni erano molto difficili a guardarsi, oggi, avendo questi dalla parte di fuori un angolo ottuso, possono facilmente esser diffesi, o dal cavaliero edificato vicino fra due bastioni, o vero dall'altro bastione se sarà vicino e la fossa larga.
Fu anco sua invenzione il modo di fare i bastioni con le tre piazze, però che le due dalle bande guardano e difendono la fossa e le cortine con le canoniere aperte et il molone del mezzo si difende et offende il nemico dinanzi.
Il qual modo di fare è poi stato imitato da ognuno e si è lasciata quell'usanza antica delle canoniere sotterranee, chiamate case matte, nelle quali, per il fumo et altri impedimenti, non si potevano maneggiare l'artiglierie, senzaché indebolivano molte volte il fondamento de' torrioni e delle muraglie.
Fece il medesimo due molto belle porte a Legnago, fece lavorare in Peschiera nel primo fondare di quella fortezza e similmente molte cose in Brescia.
E tutto fece sempre con tanta diligenza e con sì buon fondamento, che niuna delle sue fabriche mostrò mai un pelo.
Ultimamente rassettò la fortezza della Chiusa sopra Verona, facendo commodo ai passeggeri di passare senza entrare per la fortezza, ma in tal modo però che levandosi un ponte da coloro che sono di dentro, non può passare contra lor voglia nessuno, né anco appresentarsi alla strada che è strettissima e tagliata nel sasso.
Fece parimente in Verona, quando prima tornò da Roma, il bellissimo ponte sopra l'Adice, detto il Ponte nuovo, che gli fu fatto fare da Messer Giovanni Emo allora podestà di quella città, che fu ed è cosa maravigliosa per la sua gagliardezza.
Fu eccellente Michele non pure nelle fortificazioni, ma ancora nelle fabriche private, ne' tempii, chiese e monasterii, come si può vedere in Verona et altrove in molte fabriche, particolarmente nella bellissima et ornatissima cappella de' Guareschi in San Bernardino, fatta tonda a uso di tempio e d'ordine corinzio, con tutti quegli ornamenti di che è capace quella maniera.
La quale cappella, dico, fece tutta di quella pietra viva e bianca che per lo suono che rende quando si lavora è in quella città chiamata bronzo, e nel vero questa è la più bella sorte di pietra che dopo il marmo fino sia stata trovata insino a' tempi nostri, essendo tutta soda e senza buchi o macchie che la guastino.
Per essere adunque di dentro la detta cappella di questa bellissima pietra e lavorata da eccellenti maestri d'intaglio e benissimo commessa, si tiene che per opera simile non sia oggi altra più bella in Italia, avendo fatto Michele girare tutta l'opera tonda in tal modo, che tre altari che vi sono dentro con i loro frontespizii e cornici, e similmente il vano della porta, tutti girano a tondo perfetto, quasi a somiglianza degl'usci che Filippo Brunelleschi fece nelle cappelle del tempio degl'Angeli in Firenze, il che è cosa molto difficile a fare.
Vi fece poi Michele dentro un ballatoio sopra il primo ordine che gira tutta la cappella, dove si veggiono bellissimi intagli di colonne, capitelli, fogliami, grottesche, pilastrelli et altri lavori intagliati con incredibile diligenza.
La porta di questa cappella fece di fuori quadra, corinzia, bellissima e simile ad una antica che egli vide in un luogo, secondo che egli diceva, di Roma.
Ben è vero che essendo quest'opera stata lasciata imperfetta da Michele, non so per qual cagione, ella fu o per avarizia, o per giudizio fatta finire a certi altri che la guastarono, con infinito dispiacere di esso Michele, che vivendo se la vide storpiare in su gl'occhi senza potervi riparare.
Onde alcuna volta si doleva con gl'amici solo per questo, di non avere migliaia di ducati per comperarla dall'avarizia d'una donna, che per spendere men che poteva vilmente la guastava.
Fu opera di Michele il disegno del tempio ritondo della Madonna di Campagna vicino a Verona, che fu bellissimo, ancor che la miseria, debolezza e pochissimo giudizio dei deputati sopra quella fabrica l'abbiano poi in molti luoghi storpiata, e peggio averebbono fatto, se non avesse avutone cura Bernardino Brugnuoli, parente di Michele, e fattone un compiuto modello, col quale va oggi inanzi la fabrica di questo tempio e molte altre.
Ai frati di Santa Maria in Organa, anzi monaci di Monte Oliveto in Verona, fece un disegno che fu bellissimo della facciata della loro chiesa di ordine corinzio, la quale facciata essendo stata tirata un pezzo in alto da Paulo San Michele, si rimase, non ha molto, a quel modo, per molte spese che furono fatte da que' monaci in altre cose, ma molto più per la morte di don Cipriano veronese, uomo di santa vita e di molta autorità in quella Religione, della quale fu due volte generale, il quale l'aveva cominciata.
Fece anco il medesimo in San Giorgio di Verona, convento de' preti regolari di San Giorgio in Alega, murare la cupola di quella chiesa, che fu opera bellissima e riuscì contra l'openione di molti, i quali non pensarono che mai quella fabrica dovesse reggersi in piedi per la debolezza delle spalle che avea: le quali poi furono in guisa da Michele fortificate, che non si ha più di che temere.
Nel medesimo convento fece il disegno e fondò un bellissimo campanile di pietre lavorate, parte vive e parte di tufo, che fu assai bene da lui tirato inanzi, et oggi si seguita dal detto Bernardino suo nipote, che lo va conducendo a fine.
Essendosi monsignor Luigi Lippomani, vescovo di Verona, risoluto di condurre a fine il campanile della sua chiesa, stato cominciato cento anni inanzi, ne fece fare un disegno a Michele, il quale lo fece bellissimo, avendo considerazione a conservare il vecchio et alla spesa che il vescovo vi potea fare, ma un certo Messer Domenico Porzio romano, suo vicario, persona poco intendente del fabricare, ancor che per altro uomo da bene, lasciatosi imbarcare da uno che ne sapea poco, gli diede cura di tirare inanzi quella fabrica.
Onde colui murandola di pietre di monte non lavorate e facendo nella grossezza delle mura le scale, le fece di maniera, che ogni persona anco mediocremente intendente d'architettura indovinò quello che poi successe, cioè che quella fabrica non istarebbe in piedi.
E fra gl'altri il molto reverendo fra' Marco de' Medici veronese, che oltre alli altri suoi studii più gravi, si è dilettato sempre, come ancor fa, della architettura, predisse quello che di cotal fabrica avverrebbe, ma gli fu risposto: "Fra' Marco vale assai nella professione delle sue lettere di filosofia e teologia, essendo lettor publico, ma nell'architettura non pesca in modo a fondo, che se gli possa credere".
Finalmente arrivato quel campanile al piano delle campane, s'aperse in quattro parti di maniera, che dopo avere speso molte migliaia di scudi in farlo, bisognò dare trecento scudi a' smuratori che lo gettassono a terra, acciò cadendo da per sé, come in pochi giorni arebbe fatto, non rovinasse all'intorno ogni cosa.
E così sta bene che avvenga a chi, lasciando i maestri buoni et eccellenti, s'impaccia con ciabattoni.
Essendo poi il detto monsignor Luigi stato eletto vescovo di Bergamo et in suo luogo vescovo di Verona monsignor Agostino Lippomano, questi fece rifare a Michele il modello del detto campanile e cominciarlo; e dopo lui, secondo il medesimo, ha fatto seguitare quell'opera, che oggi camina assai lentamente, monsignor Girolamo Trivisani, frate di San Domenico, il quale nel Vescovado sucedette all'ultimo Lippomano.
Il quale modello è bellissimo e le scale vengono in modo accomodate dentro, che la fabrica resta stabile e gagliardissima.
Fece Michele ai signori conti della Torre veronesi una bellissima cappella a uso di tempio tondo con l'altare in mezzo, nella lor villa di Fumane.
E nella chiesa del Santo in Padoa fu con suo ordine fabricata una sepoltura bellissima per Messer Alessandro Contarini procuratore di San Marco e stato proveditore dell'armata viniziana; nella quale sepoltura pare che Michele volesse mostrare in che maniera si deono fare simil opere, uscendo d'un certo modo ordinario, che a suo giudizio ha più tosto dell'altare e cappella che di sepolcro.
Questa dico, che è molto ricca per ornamenti e di composizione soda et ha proprio del militare, ha per ornamento una Tetis e due prigioni di mano di Alessandro Vittoria, che sono tenute buone figure, et una testa o vero ritratto di naturale del detto signore, col petto armato, stata fatta di marmo dal Danese da Carrara.
Vi sono oltre ciò altri ornamenti assai di prigioni, di trofei e di spoglie militari et altri de' quali non accade far menzione.
In Vinezia fece il modello del monasterio delle monache di San Biagio Catoldo, che fu molto lodato.
Essendosi poi deliberato in Verona di rifare il lazzaretto, stanza o vero spedale che serve agl'amorbati nel tempo di peste, essendo stato rovinato il vecchio con altri edifizii che erono nei sobborghi, ne fu fatto fare un disegno a Michele, che riuscì oltre ogni credenza bellissimo, acciò fusse messo in opera in luogo vicino al fiume, lontano un pezzo e fuori della spianata.
Ma questo disegno veramente bellissimo, et ottimamente in tutte le parti considerato, il quale è oggi appresso gl'eredi di Luigi Brugnuoli nipote di Michele, non fu da alcuni, per il loro poco giudizio e meschinità d'animo, posto interamente in essecuzione, ma molto ristretto, ritirato e ridotto al meschino da coloro i quali spesero l'autorità, che intorno a ciò avevano avuta dal publico, in storpiare quell'opera, essendo morti anzitempo alcuni gentiluomini che erano da principio sopra ciò et avevano la grandezza dell'animo pari alla nobiltà.
Fu similmente opera di Michele il bellissimo palazzo che hanno in Verona i signori conti di Canossa, il quale fu fatto edificare da monsignor reverendissimo di Baius, che fu il conte Lodovico Canossa, uomo tanto celebrato da tutti gli scrittori de' suoi tempi.
Al medesimo monsignore edificò Michele un altro magnifico palazzo nella villa di Grezano sul veronese; di ordine del medesimo fu rifatta la facciata de' conti Bevilacqua, e rassettate tutte le stanze del castello di detti signori, detto la Bevilacqua.
Similmente fece in Verona la casa e facciata de' Lavezoli, che fu molto lodata.
Et in Vinezia murò dai fondamenti il magnifico e ricchissimo palazzo de' Cornari, vicino a San Polo, e rassettò un altro palazzo, pur di casa Cornara, che è a San Benedetto al Albore per Messer Giovanni Cornari, del quale era Michele amicissimo e fu cagione che in questo dipignesse Giorgio Vasari nove quadri a olio per lo palco d'una magnifica camera tutta di legnami intagliati e messi d'oro riccamente.
Rassettò medesimamente la casa de' Bragadini riscontro a Santa Marina e la fece comodissima et ornatissima, e nella medesima città fondò e tirò sopra terra, secondo un suo modello e con spesa incredibile, il maraviglioso palazzo del nobilissimo Messer Girolamo Grimani, vicino a San Luca sopra il canal grande, ma non poté Michele, sopragiunto dalla morte, condurlo egli stesso a fine, e gl'altri architetti presi in suo luogo da quel gentiluomo in molte parti alterarono il disegno e modello del San Michele.
Vicino a Castel Franco, ne' confini fra il trivisano [e il] padovano, fu murato d'ordine dell'istesso Michele il famosissimo palazzo de' Soranzi, dalla detta famiglia detto la Soranza, il quale palazzo è tenuto, per abitura di villa, il più bello e più comodo che insino allora fusse stato fatto in quelle parti.
Et a Piombino, in contado, fece la casa Cornara e tante altre fabriche private, che troppo lunga storia sarebbe volere di tutte ragionare; basta aver fatto menzione delle principali.
Non tacerò già che fece le bellissime porte di due palazzi: l'una fu quella de' rettori e del capitano e l'altra quella del palazzo del podestà, amendue in Verona e lodatissime, se bene quest'ultima, che è d'ordine ionico con doppie colonne et intercolonnii ornatissimi et alcune Vittorie negl'angoli, pare per la bassezza del luogo dove è posta alquanto nana, essendo massimamente senza piedistallo e molto larga per la doppiezza delle colonne, ma così volle Messer Giovanni Delfini che la fé fare.
Mentre che Michele si godeva nella patria un tranquill'ozio e l'onore e riputazione che le sue onorate fatiche gl'avevano acquistate, gli sopravenne una nuova che l'accorò di maniera, che finì il corso della sua vita.
Ma perché meglio s'intenda il tutto e si sappiano in questa vita tutte le bell'opere de' San Micheli, dirò alcune cose di Giangirolamo nipote di Michele.
Costui adunque, il quale nacque di Paulo, fratello cugino di Michele, essendo giovane di bellissimo spirito, fu nelle cose d'architettura con tanta diligenza instrutto da Michele e tanto amato, che in tutte l'imprese d'importanza e massimamente di fortificazione lo volea sempre seco.
Per che, divenuto in brieve tempo con l'aiuto di tanto maestro in modo eccellente che si potea commettergli ogni difficile impresa di fortificazione, della quale maniera d'architettura si dilettò in particolare, fu dai signori viniziani conosciuta la sua virtù et egli messo nel numero dei loro architetti, ancor che fusse molto giovane, con buona provisione; e dopo mandato ora in un luogo et ora in altro a rivedere e rassettare le fortezze del loro dominio, e tallora a mettere in essecuzione i disegni di Michele suo zio.
Ma oltre agl'altri luoghi si adoperò con molto giudizio e fatica nella fortificazione di Zara e nella maravigliosa fortezza di S.
Niccolò, in Sebenico, come s'è detto, posta in sulla bocca del porto; la qual fortezza, che da lui fu tirata su dai fondamenti, è tenuta, per fortezza privata, una delle più forti e meglio intesa che si possa vedere.
Riformò ancora con suo disegno e giudizio del zio la gran fortezza di Corfù, riputata la chiave d'Italia da quella parte.
In questa, dico, rifece Giangirolamo i due torrioni che guardano verso terra, facendogli molto maggiori e più forti che non erano prima e con le canoniere e piazze scoperte che fiancheggiano la fossa alla moderna, secondo l'invenzione del zio.
Fatte poi allargare le fosse molto più che non erano, fece abbassare un colle che essendo vicino alla fortezza parea che la soprafacesse.
Ma oltre a molte altre cose che vi fece con molta considerazione, questa piacque estremamente, che in un cantone della fortezza fece un luogo assai grande e forte, nel quale in tempo d'assedio possono stare in sicuro i popoli di quell'isola, senza pericolo di essere presi da' nemici.
Per le quali opere venne Giangirolamo in tanto credito appresso detti signori, che gli ordinarono una provisione equale a quella del zio, non lo giudicando inferiore a lui anzi, in questa pratica delle fortezze, superiore; il che era di somma contentezza a Michele, il quale vedeva la propria virtù avere tanto accrescimento nel nipote, quanto a lui toglieva la vecchiezza di poter più oltre caminare.
Ebbe Giangirolamo, oltre al gran giudizio di conoscere la qualità de' siti, molta industria in sapergli rappresentare con disegni e modelli di rilievo, onde faceva vedere ai suoi signori insino alle menomissime cose delle sue fortificazioni in bellissimi modelli di legname che facea fare, la qual diligenza piaceva loro infinitamente, vedendo essi, senza partirsi di Vinezia, giornalmente come le cose passavano ne' più lontani luoghi di quello stato; et a fine che meglio fussero veduti da ognuno, gli tenevano nel palazzo del principe in luogo dove que' signori potevano vedergli a lor posta.
E perché così andasse Giangirolamo seguitando di fare, non pure gli rifacevano le spese fatte in condurre detti modelli, ma anco molte altre cortesie.
Potette esso Giangirolamo andare a servire molti signori con grosse provisioni, ma non volle mai partirsi dai suo' signori viniziani, anzi, per consiglio del padre e del zio tolse moglie in Verona una nobile giovanetta de' Fracastori con animo di sempre starsi in quelle parti, ma non essendo anco con la sua amata sposa, chiamata madonna Ortensia, dimorato se non pochi giorni, fu dai suoi signori chiamato a Vinezia e di lì con molta fretta mandato in Cipri a vedere tutti i luoghi di quell'isola, con dar commessione a tutti gli ufficiali che lo provedessino di quanto gli facesse bisogno in ogni cosa.
Arivato dunque Giangirolamo in quell'isola, in tre mesi la girò e vide tutta diligentemente, mettendo ogni cosa in disegno e scrittura per potere di tutto dar ragguaglio a' suoi signori.
Ma mentre che attendeva con troppa cura e sollecitudine al suo ufficio, tenendo poco conto della sua vita negl'ardentissimi caldi che allora erano in quell'isola, infermò d'una febre pestilente che in sei giorni gli levò la vita, se bene dissero alcuni che egli era stato avelenato; ma comunche si fusse, morì contento, essendo ne' servigi de' suoi signori et adoperato in cose importanti da loro, che più avevano creduto alla sua fede e professione di fortificare che a quella di qualunche altro.
Subito che fu amalato, conoscendosi mortale, diede tutti i disegni e scritti che avea fatto delle cose di quell'isola in mano di Luigi Brugnuoli suo cognato et architetto, che allora attendeva alla fortificazione di Famagosta, che è la chiave di quel regno, acciò gli portasse a' suoi signori.
Arivata in Vinezia la nuova della morte di Giangirolamo non fu niuno di quel senato che non sentisse incredibile dolore della perdita d'un sì fatt'uomo e tanto affezionato a quella repubblica.
Morì Giangirolamo di età di 45 anni et ebbe onorata sepoltura in S.
Niccolò di Famagosta dal detto suo cognato, il quale poi tornato a Vinezia presentando i disegni e scritti di Giangirolamo, il che fatto fu mandato a dar compimento alla fortificazione di Legnago, là dove era stato molti anni ad essequire i disegni e modelli del suo zio Michele.
Nel qual luogo non andò molto che si morì, lasciando due figliuoli che sono assai valenti uomini nel disegno e nella pratica d'architettura; con ciò sia che Bernardino, il maggiore, ha ora molte imprese alle mani, come la fabrica del campanile del Duomo e di quello di San Giorgio; la Madonna detta di Campagna, nelle quali et altre opere che fa in Verona et altrove riesce eccellente, e massimamente nell'ornamento e cappella maggiore di S.
Giorgio di Verona, la quale è d'ordine composito e tale che per grandezza, disegno e lavoro affermano i veronesi non credere che si truovi altra a questa pari in Italia; quest'opera dico, la quale va girando secondo che fa la nicchia, è d'ordine corinzio con capitelli composti, colonne doppie di tutto rilievo e con i suoi pilastri dietro; similmente il frontespizio, che la ricuopre tutta, gira anch'egli con gran maestria secondo che fa la nicchia et ha tutti gl'ornamenti che cape quell'ordine, onde monsignor Barbaro, eletto patriarca d'Aquileia, uomo di queste professioni intendentissimo e che n'ha scritto, nel ritornare dal Concilio di Trento, vide non senza maraviglia quello che di quell'opera era fatto e quello che giornalmente si lavorava; et avendola più volte considerata, ebbe a dire non aver mai veduta simile e non potersi far meglio.
E questo basti per saggio di quello che si può dall'ingegno di Bernardino, nato per madre de' San Micheli, sperare.
Ma per tornare a Michele, da cui ci partimo non senza cagione poco fa, gl'arrecò tanto dolore la morte di Giangirolamo, in cui vide mancare la casa de' San Micheli, non essendo del nipote rimasi figliuoli, ancor che si sforzasse di vincerlo e ricoprirlo, che in pochi giorni fu da una maligna febre ucciso, con incredibile dolore della patria e de' suoi illustrissimi signori.
Morì Michele l'anno 1559 e fu sepolto in San Tommaso de' frati carmelitani, dove è la sepoltura antica de' suoi maggiori; et oggi Messer Niccolò San Michele medico ha messo mano a fargli un sepolcro onorato, che si va tuttavia mettendo in opera.
Fu Michele di costumatissima vita et in tutte le sue cose molto onorevole; fu persona allegra, ma però mescolato col grave; fu timorato di Dio e molto religioso, in tanto che non si sarebbe mai messo a fare la mattina alcuna cosa, che prima non avesse udito messa divotamente e fatte sue orazioni.
E nel principio dell'imprese d'importanza faceva sempre la mattina innanzi ad ogni altra cosa cantar solennemente la messa dello Spirito Santo o della Madonna; fu liberalissimo e tanto cortese con gli amici, che così erano eglino delle cose di lui signori, come egli stesso.
Né tacerò qui un segno della sua lealissima bontà, il quale credo che pochi altri sappiano, fuor che io.
Quando Giorgio Vasari, del quale, come si è detto, fu amicissimo, partì ultimamente da lui in Vinezia, gli disse Michele: "Io voglio che voi sappiate, Messer Giorgio, che quando io stetti in mia giovanezza a Monte Fiascone, essendo innamorato della moglie d'uno scarpellino, come volle la sorte ebbi da lei cortesemente, senza che mai niuno da me lo risapesse, tutto quello che io desiderava.
Ora, avendo io inteso che quella povera donna è rimasa vedova e con una figliuola da marito, la quale dice avere di me conceputa, voglio, ancor che possa agevolmente essere che ciò, come io credo, non sia vero, portatele questi cinquanta scudi d'oro e dategliele da mia parte per amor di Dio, acciò possa aiutarsi et accomodare secondo il grado suo la figliuola".
Andando dunque Giorgio a Roma, giunto in Monte Fiascone, ancor che la buona donna gli confessasse liberamente quella sua putta non essere figliuola di Michele, ad ogni modo, sì come egli avea commesso, gli pagò i detti danari, che a quella povera femina furono così grati come ad un altro sarebbono stati cinquecento.
Fu dunque Michele cortese sopra quanti uomini furono mai, con ciò fusse che non sì tosto sapeva il bisogno e desiderio degl'amici, che cercava di compiacergli se avesse dovuto spendere la vita; né mai alcuno gli fece servizio che non ne fusse in molti doppii ristorato.
Avendogli fatto Giorgio Vasari in Vinezia un disegno grande con quella diligenza che seppe maggiore, nel quale si vedeva il superbissimo Lucifero con i suo' seguaci vinti dall'Angelo Michele piovere rovinosamente di cielo in un orribile inferno, non fece altro per allora che ringraziarne Giorgio quando prese licenza da lui; ma non molti giorni dopo, tornando Giorgio in Arezzo, trovò il San Michele aver molto innanzi mandato a sua madre, che si stava in Arezzo, una soma di robe così belle et onorate come se fusse stato un ricchissimo signore, e con una lettera nella quale molto l'onorava per amore del figliuolo.
Gli volleno molte volte i signori viniziani accrescere la provisione et egli ciò ricusando, pregava sempre che in suo cambio l'accrescessero ai nipoti.
Insomma fu Michele in tutte le sue azzioni tanto gentile, cortese et amorevole, che meritò essere amato da infiniti signori: dal cardinal de' Medici, che fu papa Clemente Settimo, mentre che stette a Roma, dal cardinale Alessandro Farnese, che fu Paulo Terzo, dal divino Michelagnolo Buonarroti, dal signor Francesco Maria duca d'Urbino, e da infiniti gentiluomini e senatori viniziani.
In Verona fu suo amicissimo fra' Marco de' Medici, uomo di letteratura e bontà infinita, e molti altri de' quali non accade al presente far menzione.
Ora, per non avere a tornare di qui a poco a parlare de' veronesi, con questa occasione dei sopra detti farò in questo luogo menzione d'alcuni pittori di quella patria che oggi vivono e sono degni di essere nominati, e non passati in niun modo con silenzio.
Il primo de' quali è Domenico del Riccio, il quale in fresco ha fatto di chiaro scuro, et alcune cose colorite, tre facciate nella casa di Fiorio della Seta in Verona, sopra il ponte nuovo, cioè le tre che non rispondono sopra il ponte, essendo la casa isolata; in una sopra il fiume sono battaglie di mostri marini; in un'altra le battaglie de' centauri e molti fiumi; nella terza sono due quadri coloriti.
Nel primo, che è sopra la porta, è la mensa degli dei, e nell'altro, sopra il fiume, sono le nozze finte fra il Benaco, detto il lago di Garda, e Caride, ninfa finta per Garda, de' quali nasce il Mincio fiume, il quale veramente esce del detto lago.
Nella medesima casa è un fregio grande, dove sono alcuni trionfi coloriti e fatti con bella pratica e maniera.
In casa Messer Pellegrino Ridolfi, pur in Verona, dipinse il medesimo la incoronazione di Carlo Quinto imperadore, e quando dopo essere coronato in Bologna cavalca con il Papa per la città con grandissima pompa.
A olio ha dipinto la tavola principale della chiesa, che ha novamente edificata il duca di Mantoa vicina al castello, nella quale è la decollazione e martirio di Santa Barbara, con molta diligenza e giudizio lavorata.
E quello che mosse il Duca a far fare quella tavola a Domenico, si fu l'aver veduta et essergli molto piaciuta la sua maniera in una tavola, che molto prima avea fatta Domenico nel Duomo di Mantoa, nella cappella di Santa Margherita, a concorrenza di Paulino, che fece quella di Santo Antonio, di Paulo Farinato, che dipinse quella di San Martino, e di Battista del Moro, che fece quella della Madalena.
I quali tutti quattro veronesi furono là condotti da Ercole cardinale di Mantova per ornare quella chiesa da lui stata rifatta col disegno di Giulio Romano.
Altre opere ha fatto Domenico in Verona, Vicenza, Vinezia, ma basti aver detto di queste.
È costui costumato e virtuoso artefice, perciò che oltre la pittura è ottimo musico e de' primi dell'accademia nobilissima de' filarmonici di Verona; né sarà a lui inferiore Felice suo figliuolo, il quale, ancor che giovane, si è mostro più che ragionevole pittore in una tavola che ha fatto nella chiesa della Trinità, dentro la quale è la Madonna e sei altri Santi grandi quanto il naturale.
Né è di ciò maraviglia avendo questo giovane imparato l'arte in Firenze, dimorando in casa Bernardo Canigiani, gentiluomo fiorentino e compare di Domenico suo padre.
Vive anco nella medesima Verona Bernardino detto l'India, il quale, oltre a molte altre opere, ha dipinto in casa del conte Marcantonio del Tiene nella volta d'una camera in bellissime figure la favola di Psiche; et un'altra camera ha con belle invenzioni e maniera di pitture dipinta al conte Girolamo da Canossa.
È anco molto lodato pittore Elliodoro Forbicini, giovane di bellissimo ingegno et assai pratico in tutte le maniere di pitture, ma particolarmente nel far grottesche, come si può vedere nelle dette due camere et altri luoghi dove ha lavorato.
Similmente Battista da Verona, il quale è così e non altrimenti fuor della patria chiamato, avendo avuto i primi principii della pittura da un suo zio in Verona, si pose con l'eccellente Tiziano in Vinezia, appresso il quale è divenuto eccellente pittore.
Dipinse costui essendo giovane in compagnia di Paulino una sala a Tiene, sul vicentino, nel palazzo del Collaterale Portesco, dove fecero un infinito numero di figure che acquistarono all'uno e l'altro credito e riputazione.
Col medesimo lavorò molte cose a fresco nel palazzo della Soranza a Castel Franco, essendovi amendue mandati a lavorare da Michele San Michele, che gl'amava come figliuoli.
Col medesimo dipinse ancora la facciata della casa di Messer Antonio Cappello, che è in Vinezia sopra il canal grande.
E dopo, pur insieme, il palco o vero soffittato della sala del consiglio de' Dieci dividendo i quadri fra loro.
Non molto dopo, essendo Batista chiamato a Vicenza, vi fece molte opere dentro e fuori, et in ultimo ha dipinto la facciata del Monte della Pietà, dove ha fatto un numero infinito di figure nude maggiori del naturale, in diverse attitudini, con bonissimo disegno et in tanti pochi mesi, che è stato una maraviglia.
E se tanto ha fatto in sì poca età, che non passa trenta anni, pensi ognuno quello che di lui si può nel processo della vita sperare.
È similmente veronese un Paulino pittore che oggi è in Vinezia in bonissimo credito, conciò sia che non avendo ancora più di trenta anni, ha fatto molte opere lodevoli.
Costui essendo in Verona nato d'uno scarpellino o, come dicono in que' paesi, d'un tagliapietre, et avendo imparato i principii della pittura da Giovanni Caroto veronese, dipinse in compagnia di Battista sopra detto, in fresco, la sala del Collaterale Portesco a Tiene nel vicentino; e dopo col medesimo alla Soranza molte opere fatte con disegno, giudizio e bella maniera.
A Masiera, vicino ad Asolo nel trivisano, ha dipinto la bellissima casa del signor Daniello Barbaro, eletto patriarca d'Aquileia; in Verona nel refettorio di San Nazzaro, monasterio de' monaci Neri, ha fatto in un gran quadro di tela la cena che fece Simon lebroso al Signore quando la peccatrice se gli gettò a' piedi, con molte figure, ritratti di naturale e prospettive rarissime, e sotto la mensa sono due cani tanto belli che paiono vivi e naturali, e più lontano certi storpiati, ottimamente lavorati.
E di mano di Paulino in Vinezia, nella sala del consiglio de' Dieci, è in un ovato, che è maggiore d'alcuni altri che vi sono e nel mezzo del palco come principale, un Giove che scaccia i vizii per significare che quel supremo magistrato et assoluto scaccia i vizii e castiga i cattivi e viziosi uomini.
Dipinse il medesimo il soffittato o vero palco della chiesa di San Sebastiano, che è opera rarissima, e la tavola della cappella maggiore con alcuni quadri che a quella fanno ornamento, e similmente le portelle dell'organo, che tutte sono pitture veramente lodevolissime.
Nella sala del gran consiglio dipinse in un quadro grande Federigo Barbarossa che s'appresenta al Papa, con buon numero di figure varie d'abiti e di vestiti e tutte bellissime e veramente rappresentanti la corte d'un papa e d'un imperatore et un senato viniziano, con molti gentiluomini e senatori di quella republica ritratti di naturale; et insomma quest'opera è per grandezza, disegno e belle e varie attitudini tale che è meritamente lodata da ognuno.
Dopo questa storia dipinse Paulino in alcune camere, che servono al detto consiglio de' Dieci, i palchi di figure a olio, che scortano molto e sono rarissime; similmente dipinse per andare a San Maurizio, da San Moise, la facciata a fresco della casa d'un mercatante, che fu opera bellissima, ma il marino la va consumando a poco a poco.
A Camillo Trivisani in Murano dipinse a fresco una loggia et una camera, che fu molto lodata; et in San Giorgio Maggiore di Vinezia fece in testa d'una gran stanza le nozze di Cana Galilea a olio, che fu opera maravigliosa per grandezza, per numero di figure e per varietà d'abiti e per invenzione, e se bene mi ricorda, vi si veggiono più di centocinquanta teste tutte variate e fatte con gran diligenza.
Al medesimo fu fatto dipignere dai procuratori di San Marco certi tondi angulari, che sono nel palco della libreria Nicena, che alla signoria fu lasciata dal cardinale Bessarione con un tesoro grandissimo di libri greci.
E perché detti signori, quando cominciarono a fare dipignere la detta libreria, promisero a chi meglio in dipignendola operasse un premio d'onore, oltre al prezzo ordinario, furono divisi i quadri fra i migliori pittori che allora fussero in Vinezia; finita l'opera, dopo essere state molto ben considerate le pitture de' detti quadri, fu posta una collana d'oro al collo a Paulino, come a colui che fu giudicato meglio di tutti gl'altri aver operato.
Et il quadro che diede la vittoria et il premio dell'onore fu quello dove è dipinta la Musica, nel quale sono dipinte tre bellissime donne giovani: una delle quali, che è la più bella, suona un gran lirone da gamba, guardando a basso il manico dello strumento e stando con l'orecchio et attitudine della persona e con la voce attentissima al suono; dell'altre due, una suona un liuto e l'altra canta a libro; appresso alle donne è un Cupido senz'ale che suona un gravecembolo, dimostrando che dalla Musica nasce Amore, o vero che Amore è sempre in compagnia della Musica, e perché mai non se ne parte lo fece senz'ale.
Nel medesimo dipinse Pan, dio - secondo i poeti - de' pastori, con certi flauti di scorze d'albori a lui, quasi voti, consecrati da' pastori stati vittoriosi nel sonare.
Altri due quadri fece Paulino nel medesimo luogo: in uno è l'Aritmetica con certi filosofi vestiti alla antica e nell'altro l'Onore, al quale, essendo in sedia, si offeriscono sacrificii e si porgono corone reali.
Ma perciò che questo giovane è a punto in sul bello dell'operare, e non arriva a trentadue anni, non ne dirò altro per ora.
È similmente veronese Paulo Farinato, valente dipintore, il quale essendo stato discepolo di Nicola Ursino ha fatto molte opere in Verona, ma le principali sono una sala, nella casa de' Fumanelli, colorita a fresco e piena di varie storie, secondo che volle Messer Antonio gentiluomo di quella famiglia e famosissimo medico in tutta Europa, e due quadri grandissimi in Santa Maria in Organi nella cappella maggiore, in uno de' quali è la storia degl'innocenti e nell'altro è quando Gostantino imperatore si fa portare molti fanciugli innanzi per uccidergli, e bagnarsi del sangue loro, per guarir della lebbra.
Nella nicchia poi della detta cappella sono due gran quadri, ma però minori de' primi; in uno è Cristo che riceve San Piero, che verso lui camina sopra l'acque, e nell'altro il desinare che fa San Gregorio a certi poveri.
Nelle quali tutte opere, che molto sono da lodare, è un numero grandissimo di figure, fatte con disegno, studio e diligenza.
Di mano del medesimo è una tavola di San Martino, che fu posta nel Duomo di Mantoa, la quale egli lavorò a concorrenza degl'altri suo' compatrioti, come s'è detto pur ora.
E questo sia il fine della vita dell'eccellente Michele San Michele e degl'altri valentuomini veronesi, degni certo d'ogni lode, per l'eccellenza dell'arti e per la molta virtù loro.
FINE DELLA VITA DI MICHELE S.
MICHELE ARCHITETTO E D'ALTRI VERONESI
VITA DI GIOVANNANTONIO DETTO IL SODDOMA DA VERZELLI PITTORE
Se gl'uomini conoscesseno il loro stato quando la fortuna porge loro occasione di farsi ricchi, favorendoli appresso gl'uomini grandi, e se nella giovanezza s'affaticassino per accompagnare la virtù con la fortuna, si vedrebbono maravigliosi effetti uscire dalle loro azzioni, là dove spesse volte si vede il contrario avenire; perciò che, sì come è vero che chi si fida interamente della fortuna sola resta le più volte ingannato, così è chiarissimo, per quello che ne mostra ogni giorno la sperienza, che anco la virtù sola non fa gran cose se non accompagnata dalla fortuna.
Se Giovannantonio da Verzelli, come ebbe buona fortuna avesse avuto, come se avesse studiato poteva, pari virtù, non si sarebbe al fine della vita sua, che fu sempre stratta e bestiale, condotto pazzamente nella vecchiezza a stentare miseramente.
Essendo adunque Giovannantonio condotto a Siena da alcuni mercatanti agenti degli Spannocchi, volle la sua buona sorte, e forse cattiva, che non trovando concorrenza per un pezzo in quella città, vi lavorasse solo, il che se bene gli fu di qualche utile, gli fu alla fine di danno, perciò che quasi adormentandosi, non istudiò mai, ma lavorò le più delle sue cose per pratica; e se pur studiò un poco, fu solamente in disegnare le cose di Iacopo dalla Fonte, ché erano in pregio, e poco altro.
Nel principio facendo molti ritratti di naturale con quella sua maniera di colorito acceso che egli avea recato di Lombardia, fece molte amicizie in Siena più per essere quel sangue amorevolissimo de' forestieri, che perché fusse buon pittore.
Era oltre ciò uomo allegro, licenzioso, e teneva altrui in piacere e spasso, con vivere poco onestamente; nel che fare, però che aveva sempre attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò il sopranome di Soddoma, del quale, non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli e cantandogli in sul liuto assai commodamente.
Dilettossi, oltre ciò, d'aver per casa di più sorte stravaganti animali: tassi, scoiattoli, bertucce, gatti mammoni, asini nani, cavalli barbari da correre palii, cavallini piccoli dell'Elba, ghiandaie, galline nane, tortole indiane et altri sì fatti animali, quanti gliene potevano venire alle mani, ma oltre tutte queste bestiacce aveva un corbo che da lui aveva così bene imparato a favellare, che contrafaceva in molte cose la voce di Giovannantonio, e particolarmente in rispondendo a chi picchiava la porta, tanto bene che pareva Giovannantonio stesso, come benissimo sanno tutti i sanesi.
Similmente gl'altri animali erano tanto domestichi, che sempre stavano intorno altrui per casa, facendo i più strani giuochi et i più pazzi versi del mondo, di maniera che la casa di costui pareva proprio l'arca di Noè.
Questo vivere adunque, la strattezza della vita e l'opere e pitture, che pur faceva qualcosa di buono, gli facevano avere tanto nome fra' sanesi, cioè nella plebe e nel volgo, perché i gentiluomini lo conoscevano da vantaggio, che egli era tenuto appresso di molti grand'uomo.
Per che, essendo fatto generale de' monaci di Monte Oliveto fra' Domenico da Lecco lombardo, et andandolo il Soddoma a visitare a Monte Oliveto di Chiusuri, luogo principale di quella Relligione, lontano da Siena quindici miglia, seppe tanto dire e persuadere, che gli fu dato a finire le storie della vita di San Benedetto, delle quali aveva fatto parte in una facciata Luca Signorelli da Cortona.
La quale opera egli finì per assai piccol prezzo e per le spese che ebbe egli et alcuni garzoni e pestacolori che gl'aiutarono, né si potrebbe dire lo spasso che mentre lavorò in quel luogo ebbero di lui que' padri, che lo chiamavano il Mattaccio, né le pazzie che vi fece.
Ma tornando all'opera, avendovi fatte alcune storie tirate via di pratica senza diligenza e dolendosene il generale, disse il Mattaccio che lavorava a capricci e che il suo pennello ballava secondo il suono de' danari e che, se voleva spender più, gli bastava l'animo di far molto meglio; per che, avendogli promesso quel generale di meglio volerlo pagare per l'avenire, fece Giovannantonio tre storie che restavano a farsi ne' cantoni, con tanto più studio e diligenza che non avea fatto l'altre, che riuscirono molto migliori.
In una di queste è quando S.
Benedetto si parte da Norcia e dal padre e dalla madre per andare a studiare a Roma: nella seconda, quando San Mauro e S.
Placido fanciulli gli sono dati et offerti a Dio dai padri loro, e nella terza quando i Gotti ardono Monte Casino.
In ultimo fece costui, per far dispetto al generale et ai monaci, quando Fiorenzo prete e nimico di San Benedetto condusse intorno al monasterio di quel sant'uomo molte meretrici a ballare e cantare, per tentare la bontà di que' padri, nella quale storia il Soddoma, che era così nel dipignere come nell'altre sue azzioni disonesto, fece un ballo di femine ignude disonesto e brutto affatto; e perché non gli sarebbe stato lasciato fare, mentre lo lavorò non volle mai che niuno de' monaci vedesse.
Scoperta dunque che fu questa storia, la voleva il generale gettar per ogni modo a terra e levarla via, ma il Mattaccio, dopo molte ciance, vedendo quel padre in collora, rivestì tutte le femine ignude di quell'opera che è delle migliori che vi siano.
Sotto le quali storie fece per ciascuna due tondi, et in ciascuno un frate, per farvi il numero de' generali che aveva avuto quella congregazione.
E perché non aveva i ritratti naturali, fece il Mattaccio il più delle teste a caso, et in alcune ritrasse de' frati vecchi che allora erano in quel monasterio: tanto che venne a fare quella del detto fra' Domenico da Lecco, che era allora generale come s'è detto, et il quale gli faceva fare quell'opera.
Ma perché ad alcune di queste teste erano stati cavati gl'occhi, altre erano state sfregiate, frate Antonio Bentivogli bolognese le fece tutte levar via per buone cagioni.
Mentre dunque che il Mattaccio faceva queste storie, essendo andato a vestirsi lì monaco, un gentiluomo milanese che aveva una cappa gialla con fornimenti di cordoni neri, come si usava in quel tempo, vestito che colui fu da monaco, il generale donò la detta cappa al Mattaccio et egli con essa indosso si ritrasse dallo specchio in una di quelle storie dove S.
Benedetto, quasi ancor fanciullo, miracolosamente racconcia e reintegra il capisterio o vero vassoio della sua balia, ch'ella avea rotto; et a' piè del ritratto vi fece il corbo, una bertuccia et altri suoi animali.
Finita quest'opera dipinse nel refettorio del monasterio di Sant'Anna, luogo del medesimo Ordine e lontano a Monte Oliveto cinque miglia, la storia de' cinque pani e due pesci et altre figure.
La qual opera fornita, se ne tornò a Siena, dove alla postierla dipinse a fresco la facciata della casa di Messer Agostino de' Bardi sanese, nella quale erano alcune cose lodevoli, ma per lo più sono state consumate dall'aria e dal tempo.
In quel mentre capitando a Siena Agostin Chigi, ricchissimo e famoso mercatante sanese, gli venne conosciuto, e per le sue pazzie e perché aveva nome di buon dipintore, Giovan Antonio.
Per che, menatolo seco a Roma, dove allora faceva papa Giulio II dipigner nel palazzo di Vaticano le camere papali che già aveva fatto murare papa Niccolò V, si adoperò di maniera col Papa che anco a lui fu dato da lavorare.
E perché Pietro Perugino che dipigneva la volta d'una camera, che è allato a torre Borgia, lavorava, come vecchio che egli era, adagio e non poteva, come era stato ordinato da prima, metter mano ad altro, fu data a dipignere a Giovan Antonio un'altra camera che è a canto a quella che dipigneva il Perugino.
Messovi dunque mano, fece l'ornamento di quella volta di cornici e fogliami e fregii, e dopo in alcuni tondi grandi fece alcune storie in fresco assai ragionevoli.
Ma perciò che questo animale, attendendo alle sue bestiuole et alle baie, non tirava il lavoro inanzi, essendo condotto Raffaello da Urbino a Roma da Bramante architetto e dal Papa conosciuto quanto gl'altri avanzasse, comandò Sua Santità che nelle dette camere non lavorasse più né il Perugino né Giovan Antonio, anzi che si buttasse in terra ogni cosa.
Ma Raffaello, che era la stessa bontà e modestia, lasciò in piedi tutto quello che avea fatto il Perugino, stato già suo maestro, e del Mattaccio non guastò se non il ripieno e le figure de' tondi, e de' quadri lasciando le fregiature e gl'altri ornamenti che ancor sono intorno alle figure che vi fece Raffaello, le quali furno la Iustizia, la Cognizione delle cose, la Poesia e la Teologia.
Ma Agostino, che era galantuomo, senza aver rispetto alla vergogna che Giovan Antonio avea ricevuto, gli diede a dipignere nel suo palazzo di Trastevere in una sua camera principale, che risponde nella sala grande, la storia d'Alessandro quando va a dormire con Rosana; nella quale opera, oltre all'altre figure, vi fece un buon numero d'Amori, alcuni de' quali dislacciano ad Alessandro la corazza, altri gli traggono gli stivali o vero calzari, altri gli lievano l'elmo e la veste e le rassettano, altri spargono fiori sopra il letto et altri fanno altri ufficii così fatti; e vicino al camino fece un Vulcano, il quale fabbrica saette, che allora fu tenuta assai buona e lodata opera.
E se il Mattaccio, il quale aveva di bonissimi tratti et era molto aiutato dalla natura, avesse atteso in quella disdetta di fortuna, come averebbe fatto ogni altro, agli studii, averebbe fatto grandissimo frutto.
Ma egli ebbe sempre l'animo alle baie e lavorò a capricci, di niuna cosa maggiormente curandosi che di vestire pomposamente, portando giuboni di brocato, cappe tutte fregiate di tela d'oro, cuffioni ricchissimi, collane et altre simili bagattelle e cose da buffoni e cantanbanchi, delle quali cose Agostino, al quale piaceva quell'umore, n'aveva il maggiore spasso del mondo.
Venuto poi a morte Giulio Secondo e creato Leon X, al quale piacevano certe figure stratte e senza pensieri come era costui, n'ebbe il Mattaccio la maggior allegrezza del mondo e massimamente volendo male a Giulio che gl'aveva fatto quella vergogna.
Per che, messosi a lavorare per farsi cognoscere al nuovo Pontefice, fece in un quadro una Lucrezia romana ignuda che si dava con un pugnale; e perché la fortuna ha cura de' matti et aiuta alcuna volta gli spensierati, gli venne fatto un bellissimo corpo di femina et una testa che spirava.
La quale opera finita, per mezzo d'Agostin Chigi che aveva stretta servitù col Papa, la donò a Sua Santità, dalla quale fu fatto cavaliere e rimunerato di così bella pittura.
Onde Giovan Antonio, parendoli essere fatto grand'uomo, cominciò a non volere più lavorare, se non quando era cacciato dalla necessità.
Ma essendo andato Agostino per alcuni suo' negozii a Siena et avendovi menato Giovan Antonio, nel dimorare là fu forzato, essendo cavaliere senza entrate, mettersi a dipignere, e così fece una tavola, dentrovi un Cristo deposto di croce, in terra la Nostra Donna tramortita, et un uomo armato, che voltando le spalle, mostra il dinanzi nel lustro d'una celata che è in terra, lucida come uno specchio; la quale opera, che fu tenuta et è delle migliori che mai facesse costui, fu posta in San Francesco a man destra entrando in chiesa.
Nel chiostro poi che è allato alla detta chiesa, fece in fresco Cristo battuto alla colonna, con molti giudei d'intorno a Pilato e con un ordine di colonne tirate in prospettiva a uso di cortine.
Nella qual opera ritrasse Giovan Antonio se stesso senza barba, cioè raso e con i capelli lunghi, come si portavano allora.
Fece non molto dopo al signor Iacopo Sesto di Piombino alcuni quadri, e standosi con esso lui in detto luogo alcun'altre cose in tele, onde col mezzo suo, oltre a molti presenti e cortesie che ebbe da lui, cavò della sua isola dell'Elba molti animali piccoli di quelli che produce quell'isola, i quali tutti condusse a Siena.
Capitando poi a Firenze un monaco de' Brandolini, abbate del monasterio di Monte Oliveto che è fuor della porta San Friano, gli fece dipignere a fresco nella facciata del refettorio alcune pitture; ma perché, come stracurato, le fece senza studio, riuscirono sì fatte, che fu uccellato e fatto beffe delle sue pazzie da coloro che aspettavano che dovesse fare qualche opera straordinaria.
Mentre dunque che faceva quell'opera, avendo menato seco a Fiorenza un caval barbero, lo messe a correre il palio di San Bernaba, e come volle la sorte corse tanto meglio degl'altri, che lo guadagnò.
Onde, avendo i fanciulli a gridare come si costuma dietro al palio et alle trombe il nome o cognome del padrone del cavallo che ha vinto, fu dimandato Giovan Antonio che nome si aveva gridare, et avendo egli risposto Soddoma, Soddoma, i fanciulli così gridavano.
Ma avendo udito così sporco nome certi vecchi da bene, cominciarono a farne rumore et a dire: "Che porca cosa, che ribalderia è questa, che si gridi per la nostra città così vituperoso nome?".
Di maniera, che mancò poco, levandosi il rumore, che non fu dai fanciulli e dalla plebe lapidato il povero Soddoma, et il cavallo e la bertuccia che avea in groppa con esso lui.
Costui, avendo nello spazio di molti anni raccozzati molti palii stati a questo modo vinti dai suoi cavalli, n'aveva una vanagloria, la maggior del mondo, et a chiunche gli capitava a casa, gli mostrava, e spesso spesso ne faceva mostra alle finestre.
Ma per tornare alle sue opere, dipinse per la Compagnia di San Bastiano in Camollia, dopo la chiesa degl'Umiliati, in tela a olio in un gonfalone che si porta a processione, un San Bastiano ignudo, legato a un albero, che si posa in sulla gamba destra e scortando con la sinistra, alza la testa verso un Angelo che gli mette una corona in capo.
La quale opera è veramente bella e molto da lodare; nel rovescio è la Nostra Donna col Figliuolo in braccio, et a basso San Gismondo, San Rocco et alcuni battuti con le ginocchia in terra.
Dicesi che alcuni mercatanti lucchesi vollono dare agl'uomini di quella Compagnia, per avere quest'opera, trecento scudi d'oro e non l'ebbono, perché coloro non vollono privare la loro Compagnia e la città di sì rara pittura.
E nel vero in certe cose, o fusse lo studio, o la fortuna, o il caso, si portò il Soddoma molto bene, ma di sì fatte ne fece pochissime.
Nella sagrestia de' frati del Carmine è un quadro di mano del medesimo, nel quale è una natività di Nostra Donna con alcune balie, molto bella, et in sul canto, vicino alla piazza de' Tolomei, fece a fresco per l'arte de' Calzolai una Madonna col Figliuolo in braccio, San Giovanni, San Francesco, San Rocco e San Crespino, avvocato degl'uomini di quell'arte, il quale ha una scarpa in mano; nelle teste delle quali figure e nel resto si portò Giovan Antonio benissimo.
Nella Compagnia di San Bernardino da Siena, a canto alla chiesa di San Francesco, fece costui a concorrenza di Girolamo del Pacchia pittore sanese e di Domenico Beccafumi, alcune storie a fresco: cioè la presentazione della Madonna al tempio, quando ella va a visitare Santa Lisabetta, la sua assunzione e quando è coronata in cielo.
Nei canti della medesima Compagnia fece un Santo in abito episcopale, San Lodovico e Santo Antonio da Padoa; ma la meglio figura di tutte è un San Francesco, che stando in piedi alza la testa in alto, guardando un Angioletto, il quale pare che faccia sembiante di parlargli, la testa del qual San Francesco è veramente maravigliosa.
Nel palazzo de' Signori dipinse similmente in Siena in un salotto alcuni tabernacolini pieni di colonne e di puttini, con altri ornamenti, dentro ai quali tabernacoli sono diverse figure: in uno è San Vettorio armato all'antica con la spada in mano e vicino a lui è nel medesimo modo Sant'Ansano che battezza alcuni et in un altro è San Benedetto, che tutti sono molto belli.
Da basso in detto palazzo, dove si vende il sale, dipinse un Cristo che risuscita con alcuni soldati intorno al sepolcro e due Angioletti, tenuti nelle teste assai belli.
Passando più oltre, sopra una porta è una Madonna col Figliuolo in braccio dipinta da lui a fresco e due Santi.
A Santo Spirito dipinse la cappella di San Iacopo, la quale gli feciono fare gl'uomini della nazione spagnuola che vi hanno la loro sepoltura; facendovi una imagine di Nostra Donna antica, da man destra San Nicola da Tolentino e dalla sinistra San Michele Arcangelo che uccide Lucifero; e sopra questi, in un mezzo tondo, fece la Nostra Donna che mette in dosso l'abito sacerdotale a un Santo, con alcuni Angeli a torno.
E sopra tutte queste figure, le quali sono a olio in tavola, è nel mezzo circolo della volta dipinto in fresco San Iacopo armato sopra un cavallo che corre, e tutto fiero ha impugnato la spada, e sotto esso sono molti turchi morti e feriti.
Da basso poi, ne' fianchi dell'altare, sono dipinti a fresco Sant'Antonio abate et un S.
Bastiano ignudo alla colonna, che sono tenute assai buon'opere.
Nel Duomo della medesima città, entrando in chiesa a man destra è di sua mano a un altare un quadro a olio, nel quale è la Nostra Donna col Figliuolo in sul ginocchio, San Giuseppo da un lato e dall'altro S.
Calisto, la qual opera è tenuta anch'essa molto bella perché si vede che il Soddoma nel colorirla usò molto più diligenza che non soleva nelle sue cose.
Dipinse ancora per la Compagnia della Trinita una bara da portar morti alla sepoltura, che fu bellissima.
Et un'altra ne fece alla Compagnia della Morte, che è tenuta la più bella di Siena, et io credo ch'ella sia la più bella che si possa trovare, perché oltre all'essere veramente molto da lodare, rade volte si fanno fare simili cose con spesa o molta diligenza.
Nella chiesa di S.
Domenico, alla cappella di Santa Caterina da Siena, dove in un tabernacolo è la testa di quella Santa lavorata d'argento, dipinse Giovan Antonio due storie che mettono in mezzo detto tabernacolo: in una è a man destra quando detta Santa, avendo ricevuto le stimate da Gesù Cristo che è in aria, si sta tramortita in braccio a due delle sue suore che la sostengono, la quale opera considerando, Baldassarre Petrucci pittore sanese disse che non aveva mai veduto niuno esprimer meglio gl'affetti di persone tramortite e svenute, né più simili al vero di quello che avea saputo fare Giovan Antonio.
E nel vero è così, come oltre all'opera stessa si può vedere nel disegno che n'ho io di mano del Soddoma proprio, nel nostro libro de' disegni.
A man sinistra nell'altra storia è quando l'Angelo di Dio porta alla detta Santa l'ostia della Santissima Comunione, et ella che, alzando la testa in aria, vede Gesù Cristo e Maria Vergine, mentre due suore sue compagne le stanno dietro.
In un'altra storia che è nella facciata a man ritta, è dipinto un scelerato, che andando a essere decapitato, non si voleva convertire né raccomandarsi a Dio, disperando della misericordia di quello: quando, pregando per lui quella Santa in ginocchioni, furono di maniera accetti i suoi prieghi alla bontà di Dio, che tagliata la testa al reo si vide l'anima sua salire in cielo, cotanto possono appresso la bontà di Dio le preghiere di quelle sante persone che sono in sua grazia.
Nella quale storia, dico, è un molto gran numero di figure, le quali niuno dee maravigliarsi se non sono d'intera perfezzione, imperò che ho inteso per cosa certa che Giovan Antonio si era ridotto a tale per infingardagine e pigrizia, che non faceva né disegni, né cartoni, quando aveva alcuna cosa simile a lavorare, ma si riduceva in sull'opera a disegnare col pennello sopra la calcina, che era cosa strana: nel qual modo si vede essere stata da lui fatta questa storia.
Il medesimo dipinse ancora l'arco dinanzi di detta cappella, dove fece un Dio Padre; l'altre storie della detta cappella non furono da lui finite, parte per suo difetto, che non voleva lavorare se non a capricci, e parte per non essere stato pagato da chi faceva fare quella cappella.
Sotto a questa è un Dio Padre che ha sotto una Vergine antica in tavola, con San Domenico, San Gismondo, San Bastiano e Santa Caterina.
In Santo Agostino dipinse in una tavola, che è nell'entrare in chiesa a man ritta, l'adorazione de' Magi, che fu tenuta et è buon'opera; perciò che, oltre la Nostra Donna che è lodata molto et il primo de' tre Magi e certi cavalli, vi è una testa d'un pastore fra due arbori che pare veramente viva.
Sopra una porta della città, detta di S.
Vienno, fece a fresco in un tabernacolo grande la natività di Gesù Cristo et in aria alcuni Angeli, e nell'arco di quella un putto in iscorto bellissimo e con gran rilievo, il quale vuole mostrare che il Verbo è fatto carne.
In quest'opera si ritrasse il Soddoma con la barba, essendo già vecchio, e con un pennello in mano, il quale è volto verso un brieve che dice: "Feci".
Dipinse similmente a fresco in piazza a' piedi del palazzo la cappella del Comune, facendovi la Nostra Donna col Figliuolo in collo sostenuta da alcuni putti, Santo Ansano, San Vettorio, Sant'Agostino e San Iacopo; e sopra in un mezzo circolo piramidale fece un Dio Padre con alcuni Angeli a torno; nella quale opera si vede che costui quando la fece cominciava quasi a non aver più amore all'arte, avendo perduto un certo che di buono che soleva avere nell'età migliori, mediante il quale dava una certa bell'aria alle teste, che le faceva esser belle e graziose.
E che ciò sia vero, hanno altra grazia et altra maniera alcun'opere che fece molto innanzi a questa, come si può vedere sopra la postierla in un muro a fresco, sopra la porta del capitan Lorenzo Mariscotti, dove un Cristo morto, che è in grembo alla madre, ha una grazia e divinità maravigliosa.
Similmente un quadro a olio di Nostra Donna, che egli dipinse a Messer Enea Savini dalla Costerella, è molto lodato, et una tela che fece per Assuero Rettori da S.
Martino, nella quale è una Lucrezia romana che si ferisce mentre è tenuta dal padre e dal marito, fatti con bell'attitudini e bella grazia di teste.
Finalmente vedendo Giovan Antonio la divozione de' sanesi era tutta volta alla virtù et opere eccellenti di Domenico Beccafumi e non avendo in Siena né casa, né entrate, et avendo già quasi consumato ogni cosa e divenuto vecchio e povero, quasi disperato si partì da Siena e se n'andò a Volterra.
E come volle la sua ventura, trovando quivi Messer Lorenzo di Galeotto de' Medici, gentiluomo ricco et onorato, si cominciò a riparare appresso di lui con animo di starvi lungamente.
E così dimorando in casa di lui, fece a quel signore in una tela il carro del sole, il quale essendo mal guidato da Faetonte cade nel Po, ma si vede bene che fece quell'opera per suo passatempo e che la tirò di pratica senza pensare a cosa nessuna, in modo è ordinaria da dovero e poco considerata.
Venutogli poi annoia lo stare a Volterra et in casa quel gentiluomo, come colui che era avezo a essere libero, si partì et andossene a Pisa, dove per mezzo di Battista del Cervelliera fece a Messer Bastiano della Seta, Operaio del Duomo, due quadri che furono posti nella nicchia dietro all'altare maggiore del Duomo a canto a quegli del Sogliano e del Beccafumi.
In uno è Cristo morto con la Nostra Donna e con l'altre Marie e nell'altro il sacrifizio d'Abramo e d'Isac suo figliuolo.
Ma perché questi quadri non riuscirono molto buoni, il detto Operaio, che aveva disegnato fargli fare alcune tavole per la chiesa, lo licenziò, conoscendo che gl'uomini che non studiano, perduto che hanno in vecchiezza un certo che di buono che in giovanezza avevano da natura, si rimangono con una pratica e maniera le più volte poco da lodare.
Nel medesimo tempo finì Giovan Antonio una tavola che egli avea già cominciata a olio per Santa Maria della Spina, facendovi la Nostra Donna col Figliuolo e Santa Caterina, e ritti dagli lati San Giovanni, San Bastiano e San Giuseppo; nelle quali tutte figure si portò molto meglio che ne' due quadri del Duomo.
Dopo, non avendo più che fare a Pisa, si condusse a Lucca, dove in San Ponziano, luogo de' frati di Monte Oliveto, gli fece fare un abate suo conoscente una Nostra Donna al salire di certe scale che vanno in dormentorio; la quale finita, stracco, povero e vecchio se ne tornò a Siena, dove non visse poi molto: perché amalato, per non avere né chi lo governasse, né di che essere governato, se n'andò allo spedal grande e quivi finì in poche settimane il corso di sua vita.
Tolse Giovan Antonio essendo giovane et in buon credito moglie in Siena una fanciulla nata di bonissime genti e n'ebbe il primo anno una figliuola, ma poi venutagli a noia, perché egli era una bestia, non la volle mai più vedere.
Onde ella ritiratasi da sé visse sempre delle sue fatiche e dell'entrate della sua dote, portando con lunga e molta pacienza le bestialità e le pazzie di quel suo uomo, degno veramente del nome di Mattaccio, che gli posero come s'è detto que' padri di Monte Oliveto.
Il Riccio sanese, discepolo di Giovan Antonio e pittore assai pratico e valente, avendo presa per moglie la figliuola del suo maestro, stata molto bene e costumatamente dalla madre allevata, fu erede di tutte le cose del suocero attenenti all'arte.
Questo Riccio dico, il quale ha lavorato molte opere belle e lodevoli in Siena et altrove, e nel Duomo di quella città, entrando in chiesa a man manca, una cappella lavorata di stucchi e di pitture a fresco, si sta oggi in Lucca, dove ha fatto e fa tuttavia molte opere belle e lodevoli.
Fu similmente creato di Giovan Antonio un giovane che si chiamava Giomo del Soddoma, ma perché morì giovane, né potette dar se non piccol saggio del suo ingegno e sapere, non accade dirne altro.
Visse il Soddoma anni settantacinque e morì l'anno 1554.
FINE DELLA VITA DEL SODDOMA, PITTORE
VITA DI BASTIANO DETTO ARISTOTILE DA SAN GALLO PITTORE ET ARCHITETTO FIORENTINO
Quando Pietro Perugino, già vecchio, dipigneva la tavola dell'altare maggiore de' Servi in Fiorenza, un nipote di Giuliano e d'Antonio da San Gallo, chiamato Bastiano, fu acconcio seco a imparare l'arte della pittura, ma non fu il giovanetto stato molto col Perugino, che veduta in casa Medici la maniera di Michelagnolo nel cartone della sala, di cui si è già tante volte favellato, ne restò sì amirato, che non volle più tornare a bottega con Piero parendoli che la maniera di colui a petto a quella del Buonarruoti fusse secca, minuta e da non dovere in niun modo essere imitata.
E perché di coloro che andavano a dipignere il detto cartone, che fu un tempo la scuola di chi volle attendere alla pittura, il più valente di tutti era tenuto Ridolfo Grillandai, Bastiano se lo elesse per amico, per imparare da lui a colorire, e così divennero amicissimi.
Ma non lasciando perciò Bastiano di attendere al detto cartone e fare di quelli ignudi, ritrasse in un cartonetto tutta insieme l'invenzione di quel gruppo di figure, la quale niuno di tanti che vi avevano lavorato aveva mai disegnato interamente.
E perché vi attese con quanto studio gli fu mai possibile, ne seguì che poi ad ogni proposito seppe render conto delle forze, attitudini e muscoli di quelle figure e quali erano state le cagioni che avevano mosso il Buonarruoto a fare alcune positure difficili.
Nel che fare, parlando egli con gravità, adagio e sentenziosamente gli fu da una schiera di virtuosi artefici posto il sopranome d'Aristotile, il quale gli stette anco tanto meglio, quanto pareva che secondo un antico ritratto di quel grandissimo filosofo e secretario della natura, egli molto il somigliasse.
Ma per tornare al cartonetto ritratto da Aristotile, egli il tenne poi sempre così caro che essendo andato male l'originale del Buonarruoto, nol volle mai dare né per prezzo, né per altra cagione, né lasciarlo ritrarre, anzi nol mostrava se non come le cose preziose si fanno ai più cari amici e per favore.
Questo disegno poi l'anno 1542 fu da Aristotile a persuasione di Giorgio Vasari suo amicissimo ritratto in un quadro a olio di chiaro scuro che fu mandato per mezzo di monsignor Giovio al re Francesco di Francia, che l'ebbe carissimo e ne diede premio onorato al San Gallo.
E ciò fece il Vasari, perché si conservasse la memoria di quell'opera, atteso che le carte agevolmente vanno male.
E perché si dilettò dunque Aristotile nella sua giovanezza, come hanno fatto gl'altri di casa sua, delle cose d'architettura, attese a misurar piante di edifizii e con molta diligenza alle cose di prospettiva, nel che fare gli fu di gran comodo un suo fratello chiamato Giovan Francesco, il quale come architettore attendeva alla fabrica di S.
Piero, sotto Giuliano Leni proveditore.
Giovan Francesco dunque, avendo tirato a Roma Aristotile e servendosene a tener conti in un gran maneggio che avea di fornaci, di calcine, di lavori, pozzolane e tufi che gl'apportavano grandissimo guadagno, si stette un tempo a quel modo Bastiano senza far altro che disegnare nella cappella di Michelagnolo et andarsi trattenendo per mezzo di Messer Giannozzo Pandolfini vescovo di Troia, in casa di Raffaello da Urbino.
Onde, avendo poi Raffaello fatto al detto Vescovo il disegno per un palazzo che volea fare in via di S.
Gallo in Fiorenza, fu il detto Giovan Francesco mandato a metterlo in opera, sì come fece con quanta diligenza è possibile che un'opera così fatta si conduca.
Ma l'anno 1530, essendo morto Giovan Francesco e stato posto l'assedio intorno a Fiorenza, si rimase come diremo imperfetta quell'opera; all'esecuzione della quale fu messo poi Aristotile suo fratello, che se n'era molti e molti anni innanzi tornato come si dirà a Fiorenza, avendo sotto Giuliano Leni sopra detto, avanzato grossa somma di danari nell'aviamento che gli aveva lasciato in Roma il fratello; con una parte de' quali danari comperò Aristotile, a persuasione di Luigi Alamanni e Zanobi Buondelmonti suoi amicissimi, un sito di casa dietro al convento de' Servi, vicino ad Andrea del Sarto, dove poi, con animo di tòr donna e riposarsi, murò un'assai commoda casetta.
Tornato dunque a Fiorenza Aristotile, perché era molto inclinato alla prospettiva, alla quale aveva atteso in Roma sotto Bramante, non pareva che quasi si dilettasse d'altro, ma nondimeno, oltre al fare qualche ritratto di naturale, colorì a olio in due tele grandi il mangiare il pomo di Adamo e d'Eva, quando sono cacciati di paradiso.
Il che fece secondo che avea ritratto dall'opere di Michelagnolo dipinte nella volta della cappella di Roma.
Le quali due tele d'Aristotile gli furono, per averle tolte di peso dal detto luogo, poco lodate; ma all'incontro gli fu ben lodato tutto quello che fece in Fiorenza nella venuta di papa Leone, facendo in compagnia di Francesco Granacci un arco trionfale dirimpetto alla porta di Badia, con molte storie, che fu bellissimo.
Parimente nelle nozze del duca Lorenzo de' Medici fu di grande aiuto in tutti gl'apparati e massimamente in alcune prospettive per comedie al Francia Bigio e Ridolfo Grillandaio, che avevan cura d'ogni cosa, Fece dopo molti quadri di Nostre Donne a olio, parte di sua fantasia e parte ritratte da opere d'altri, e fra l'altre ne fece una simile a quella che Raffaello dipinse al Popolo in Roma, dove la Madonna cuopre [il] putto con un velo, la quale ha oggi Filippo dell'Antella; un'altra ne hanno gl'eredi di Messer Ottaviano de' Medici insieme col ritratto del detto Lorenzo, il quale Aristotile ricavò da quello che avea fatto Raffaello.
Molti altri quadri fece ne' medesimi tempi, che furono mandati in Inghilterra.
Ma conoscendo Aristotile di non avere invenzione, e quanto la pittura richieggia studio e buon fondamento di disegno, e che per mancar di queste parti non poteva gran fatto divenire eccellente, si risolvé di volere che il suo esercizio fusse l'architettura e la prospettiva facendo scene da comedie a tutte l'occasioni che se gli porgessero, alle quali aveva molta inclinazione.
Onde avendo il già detto vescovo di Troia rimesso mano al suo palazzo in via di San Gallo, n'ebbe cura Aristotile, il quale col tempo lo condusse con molta sua lode al termine che si vede.
Intanto avendo fatto Aristotile grande amicizia con Andrea del Sarto suo vicino, dal quale imparò a fare molte cose perfettamente, attendendo con molto studio alla prospettiva, onde poi fu adoperato in molte feste che si fecero da alcune Compagnie di gentiluomini, che in quella tranquillità di vivere erano allora in Firenze.
Onde avendosi a fare recitare dalla Compagnia della Cazzuola in casa di Bernardino di Giordano, al canto a Monteloro, la Mandragola, piacevolissima comedia, fecero la prospettiva, che fu bellissima, Andrea del Sarto et Aristotile.
E non molto dopo alla porta San Friano fece Aristotile un'altra prospettiva in casa Iacopo Fornaciaio, per un'altra comedia del medesimo autore.
Nelle quali prospettive e scene, che molto piacquero all'universale, et in particolare al signor Alessandro et Ipolito de' Medici, che allora erano in Fiorenza sotto la cura di Silvio Passerini cardinale di Cortona, acquistò di maniera nome Aristotile, che di quella fu poi sempre la sua principale professione, anzi come vogliono alcuni, gli fu posto quel sopranome parendo che veramente nella prospettiva fusse quello che Aristotile nella filosofia.
Ma come spesso adiviene, che da una somma pace e tranquillità si viene alle guerre e discordie, venuto l'anno 1527, si mutò in Fiorenza ogni letizia e pace in dispiacere e travagli, perché, essendo allora cacciati i Medici e dopo venuta la peste e l'assedio, si visse molti anni poco lietamente; onde non si facendo allora dagl'artefici alcun bene, si stette Aristotile in que' tempi sempre a casa, attendendo a' suoi studii e capricci.
Ma venuto poi al governo di Fiorenza il duca Alessandro, e cominciando alquanto a rischiarare ogni cosa, i giovani della Compagnia de' Fanciulli della Purificazione, dirimpetto a San Marco, ordinarono di fare una tragicomedia, cavata dei libri de' Re, delle tribolazioni che furono per la violazione di Tamar, la quale avea composta Giovan Maria Primerani.
Per che, dato cura della scena e prospettiva ad Aristotile, egli fece una scena, la più bella (per quanto capeva il luogo) che fusse stata fatta già mai.
E perché oltre al bell'apparato, la tragicomedia fu bella per sé e ben recitata, e molto piacque al duca Alessandro et alla sorella che l'udirono, fecero loro eccellenze liberare l'autore di essa, che era in carcere, con questo che dovesse fare un'altra comedia a sua fantasia.
Il che avendo fatto, Aristotile fece nella loggia del giardino de' Medici in sulla piazza di San Marco una bellissima scena e prospettiva, piena di colonnati, di nicchie, di tabernacoli, statue e molte altre cose capricciose, che in sin'allora in simili apparati non erano state usate, le quali tutte piacquero infinitamente et hanno molto arrichito quella maniera di pitture.
Il soggetto della comedia fu Ioseffo accusato falsamente d'avere voluto violare la sua padrona, e per ciò incarcerato e poi liberato per l'interpretazione del sogno del re.
Essendo dunque anco questa scena molto piaciuta al Duca, ordinò quando fu el tempo, che nelle sue nozze e di madama Margherita d'Austria si facesse una comedia e la scena da Aristotile in via di San Gallo nella Compagnia de' Tessitori congiunta alle case del Magnifico Ottaviano de' Medici.
Al che avendo messo mano Aristotile con quanto studio, diligenza e fatica gli fu mai possibile, condusse tutto quell'apparato a perfezione.
E perché Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, avendo egli composta la comedia che si aveva da recitare, avea cura di tutto l'apparato e delle musiche, come quegli che andava sempre pensando in che modo potesse uccidere il Duca, dal quale era cotanto amato e favorito, pensò di farlo capitar male nell'apparato di quella comedia.
Costui dunque, là dove terminavano le scale della prospettiva et il palco della scena, fece da ogni banda delle cortine delle mura gettate in terra diciotto braccia di muro per altezza, per rimurare dentro una stanza a uso di scarsella che fusse assai capace et un palco alto quanto quello della scena, il quale servisse per la musica di voci; e sopra il primo volea fare un altro palco per gravicemboli, organi et altri simili instrumenti, che non si possono così facilmente muovere, né mutare; et il vano dove avea rovinato le mura dinanzi volea che fusse coperto di tele dipinte in prospettiva e di casamenti.
Il che tutto piaceva ad Aristotile, perché arrichiva la scena e lasciava libero il palco di quella dagl'uomini della musica; ma non piaceva già ad esso Aristotile che il cavallo che sosteneva il tetto, il quale era rimaso senza le mura di sotto che il reggevano, si accomodasse altrimenti che con un arco grande e doppio che fusse gagliardissimo, là dove voleva Lorenzo che fusse retto da certi puntelli e non da altro che potesse in niun modo impedire la musica.
Ma conoscendo Aristotile che quella era una trappola da rovinare addosso a una infinità di persone, non si voleva in questo accordare in modo veruno con Lorenzo, il quale in verità non aveva altro animo che d'uccidere in quella rovina il Duca.
Per che, vedendo Aristotile di non poter mettere nel capo a Lorenzo le sue buone ragioni, avea deliberato di volere andarsi con Dio, quando Giorgio Vasari, il quale allora benché giovanetto stava al servizio del duca Alessandro et era creatura d'Ottaviano de' Medici, sentendo mentre dipigneva in quella scena le dispute e dispiaceri che erano fra Lorenzo et Aristotile, si mise destramente di mezzo, et udito l'uno e l'altro et il pericolo che seco portava il modo di Lorenzo, mostrò che senza fare l'arco o impedire in altra guisa il palco delle musiche, si poteva il detto cavallo del tetto assai facilmente accomodare, mettendo due legni doppii di quindici braccia l'uno per la lunghezza del muro; e quelli bene allacciati con spranghe di ferro allato agl'altri cavalli, sopra essi posare sicuramente il cavallo di mezzo, perciò che vi stava sicurissimo come sopra l'arco arebbe fatto né più né meno.
Ma non volendo Lorenzo credere né ad Aristotile, che l'approvava, né a Giorgio che il proponeva, non faceva altro che contraporsi con sue cavillazioni che facevano conoscere il suo cattivo animo ad ognuno, per che, veduto Giorgio che disordine grandissimo poteva di ciò seguire e che questo non era altro che un volere amazzare trecento persone, disse che volea per ogni modo dirlo al Duca, acciò mandasse a vedere e provedere al tutto.
La qual cosa sentendo Lorenzo e dubitando di non scoprirsi, dopo molte parole diede licenzia ad Aristotile che seguisse il parere di Giorgio e così fu fatto.
Questa scena dunque fu la più bella che non solo insino allora avesse fatto Aristotile, ma che fusse stata fatta da altri già mai, avendo in essa fatto molte cantonate di rilievo e contrafatto nel mezzo del foro un bellissimo arco trionfale, finto di marmo, pieno di storie e di statue; senza le strade che sfuggivano e molte altre cose fatte con bellissime invenzioni et incredibile studio e diligenza.
Essendo poi stato morto dal detto Lorenzo il duca Alessandro e creato il duca Cosimo l'anno 1536, quando venne a marito la signora donna Leonora di Tolledo, donna nel vero rarissima e di cioè sì grande et incomparabile valore, che può a qual sia più celebre e famosa nell'antiche storie senza contrasto aguagliarsi e per aventura preporsi, nelle nozze che si fecero a dì 27 di giugno l'anno 1539, fece Aristotile nel cortile grande del palazzo de' Medici, dove è la fonte, un'altra scena che rappresentò Pisa, nella quale vinse se stesso, sempre migliorando e variando.
Onde non è possibile mettere insieme mai né la più variata sorte di finestre e porte, né facciate di palazzi più bizzarre e capricciose, né strade o lontani che meglio sfuggano e facciano tutto quello che l'ordine vuole della prospettiva.
Vi fece oltra di questo il campanile torto del Duomo, la cupola et il tempio tondo di S.
Giovanni con altre cose di quella città.
Delle scale che fece in questa non dirò altro, né quanto rimanessero ingannati, per non parere di dire il medesimo che s'è detto altre volte; dirò bene che questa, la quale mostrava salire da terra in su quel piano, era nel mezzo a otto facce e dalle bande quadra, con artifizio nella sua semplicità grandissimo, perché diede tanta grazia alla prospettiva di sopra, che non è possibile in quel genere veder meglio.
Appresso ordinò con molto ingegno una lanterna di legname a uso d'arco, dietro a tutti i casamenti, con un sole alto un braccio fatto con una palla di cristallo piena d'acqua stillata, dietro la quale erano due torchi accesi che la facevano in modo risplendere, che ella rendeva luminoso il cielo della scena e la prospettiva in guisa che pareva veramente il sole vivo e naturale.
E questo sole dico, avendo intorno un ornamento di razzi d'oro che coprivano la cortina, era di mano in mano per via d'un arganetto, che era tirato con sì fatt'ordine, che a principio della comedia pareva che si levasse il sole, e che salito infino al mezzo dell'arco, scendesse in guisa, che al fine della comedia entrasse sotto e tramontasse.
Compositore della comedia fu Anton Landi gentiluomo fiorentino, e sopra gl'intermedii e la musica fu Giovan Batista Strozzi allora giovane e di bellissimo ingegno.
Ma perché dell'altre cose che adornarono questa comedia, gl'intermedii e le musiche, fu scritto allora a bastanza, non dirò altro se non chi furono coloro che fecero alcune pitture, bastando per ora sapere che l'altre cose condussero il detto Giovan Batista Strozzi, il Tribolo et Aristotile.
Erano sotto la scena della comedia le facciate dalle bande spartite in sei quadri dipinti e grandi braccia otto l'uno e larghi cinque, ciascuno de' quali aveva intorno un ornamento largo un braccio e due terzi, il quale faceva fregiatura intorno et era scorniciato verso le pitture, facendo quattro tondi in croce con due motti latini per ciascuna storia, e nel resto erano imprese a proposito; sopra girava un fregio di rovesci azzurri a torno a torno, salvo che dove era la prospettiva, e sopra questo era un cielo pur di rovesci, che copriva tutto il cortile, nel quale fregio di rovesci, sopra ogni quadro di storia era l'arme d'alcuna delle famiglie più illustri, con le quali avevano avuto parentado la casa de' Medici.
Cominciandomi dunque dalle parte di levante, a canto alla scena nella prima storia, la quale era di mano di Francesco Ubertini detto il Bachiacca, era la tornata d'esilio del Magnifico Cosimo de' Medici, l'impresa erano due colombe sopra un ramo d'oro, e l'arme che era nel fregio era quella del duca Cosimo; nell'altro, il quale era di mano del medesimo, era l'andata a Napoli del Magnifico Lorenzo, l'impresa un pellicano, e l'arme quella del duca Lorenzo, cioè Medici e Savoia; nel terzo quadro, stato dipinto da Pierfrancesco di Iacopo di Sandro, era la venuta di papa Leone X a Fiorenza, portato dai suoi cittadini sotto il baldacchino: l'impresa era un braccio ritto, e l'arme quella del duca Giuliano, cioè Medici e Savoia; nel quarto quadro, di mano del medesimo, era Biegrassa presa dal signor Giovanni, che di quella si vedeva uscire vettorioso: l'impresa era il fulmine di Giove, e l'arme del fregio era quella del duca Alessandro, cioè Austria e Medici; nel quinto, papa Clemente coronava in Bologna Carlo V: l'impresa era un serpe che si mordeva la coda, e l'arme era di Francia e Medici, e questa era di mano di Domenico Conti, discepolo d'Andrea del Sarto, il quale mostrò non valere molto, mancatogli l'aiuto d'alcuni giovani de' quali pensava servirsi, perché tutti i buoni e cattivi erano in opera.
Onde fu riso di lui, che molto presumendosi, si era altre volte con poco giudizio riso d'altri.
Nella sesta storia et ultima da quella banda era di mano del Bronzino la disputa che ebbono tra loro in Napoli et innanzi all'imperatore, il duca Alessandro et i fuoriusciti fiorentini, col fiume Sebeto e molte figure, e questo fu bellissimo quadro e migliore di tutti gl'altri: l'impresa era una palma, e l'arme quella di Spagna.
Dirimpetto alla tornata del Magnifico Cosimo, cioè dall'altra banda, era il felicissimo natale del duca Cosimo: l'impresa era una fenice, e l'arme quella della città di Fiorenza, cioè un giglio rosso.
A canto a questo era la creazione o vero elezzione del medesimo alla degnità del ducato: l'impresa il caduceo di Mercurio, e nel fregio l'arme del castellano della fortezza.
E questa storia, essendo stata disegnata da Francesco Salviati, perché ebbe a partirsi in que' giorni di Fiorenza, fu finita eccellentemente da Carlo Portelli da Loro.
Nella terza erano i tre superbi oratori campani cacciati del senato romano per la loro temeraria dimanda, secondo che racconta Tito Livio nel ventesimo libro della sua storia, i quali in questo luogo significavano tre cardinali venuti invano al duca Cosimo con animo di levarlo del governo: l'impresa era un cavallo alato, e l'arme quella de' Salviati e Medici.
Nell'altro era la presa di Monte Murlo: l'impresa un assiuolo egizzio sopra la testa di Pirro, e l'arme quella di casa Sforza e Medici, nella quale storia, che fu dipinta da Antonio di [Donnino di] Domenico pittore fiero nelle movenze, si vedeva nel lontano una scaramuccia di cavalli tanto bella, che quel quadro, di mano di persona riputata debole, riuscì molto migliore che l'opere d'alcuni altri che erano valentuomini solamente in openione.
Nell'altro si vedeva il duca Cosimo essere investito dalla maestà cesarea di tutte l'insegne et imprese ducali: l'impresa era una pica con foglie d'alloro in bocca, e nel fregio era l'arme de' Medici e di Tolledo, e questa era di mano di Battista Franco viniziano.
Nell'ultimo di tutti questi quadri erano le nozze del medesimo duca Cosimo fatte in Napoli: l'impresa erano due cornici, simbolo antico delle nozze, e nel fregio era l'arme di don Petro di Tolledo viceré di Napoli, e questa, che era di mano del Bronzino, era fatta con tanta grazia, che superò come la prima tutte l'altre storie.
Fu similmente ordinato dal medesimo Aristotile, sopra la loggia, un fregio con altre storiette et arme che fu molto lodato e piacque a sua eccellenza che di tutto il remunerò largamente.
E dopo, quasi ogni anno, fece qualche scena e prospettiva per le comedie che si facevano per carnovale, avendo in quella maniera di pitture tanta pratica et aiuto dalla natura, che aveva disegnato volere scriverne et insegnare, ma perché la cosa gli riuscì più difficile che non s'aveva pensato, se ne tolse giù, e massimamente essendo poi stato da altri che governarono il palazzo fatto fare prospettive dal Bronzino e Francesco Salviati, come si dirà a suo luogo.
Vedendo adunque Aristotile essere passati molti anni, ne' quali non era stato adoperato, se n'andò a Roma a trovare Antonio da San Gallo suo cugino, il quale subito che fu arivato, dopo averlo ricevuto e veduto ben volentieri, lo mise a sollecitare alcune fabriche con provisione di scudi dieci il mese, e dopo lo mandò a Castro, dove stette alcuni mesi di commessione di papa Paulo Terzo a condurre gran parte di quelle muraglie secondo il disegno et ordine d'Antonio.
E conciò fusse che Aristotile, essendosi alevato con Antonio da piccolo et avezzatosi a procedere seco troppo familiarmente, dicono che Antonio lo teneva lontano, perché non si era mai potuto avezare a dirgli voi, di maniera che gli dava del tu, se ben fussero stati dinanzi al Papa non che in un cerchio di signori e gentiluomini, nella maniera che ancor fanno altri fiorentini avezzi all'antica et a dar del tu ad ognuno, come fussero da Norcia, senza sapersi accomodare al vivere moderno secondo che fanno gl'altri, e con l'usanza portano di mano in mano.
La qual cosa quanto paresse strana ad Antonio, avezzo a essere onorato da cardinali et altri grand'uomini, ognuno se lo pensi.
Venuta dunque a fastidio ad Aristotile la stanza di Castro, pregò Antonio che lo facesse tornare a Roma, di che lo compiacque Antonio molto volentieri, ma gli disse che procedesse seco con altra maniera e miglior creanza, massimamente là dove fussero in presenza di gran personaggi.
Un anno di carnovale, facendo in Roma Ruberto Strozzi banchetto a certi signori suoi amici, et avendosi a recitare una comedia nelle sue case, gli fece Aristotile nella sala maggiore una prospettiva (per quanto si poteva in stretto luogo) bellissima e tanto vaga e graziosa, che fra gl'altri il cardinal Farnese, non pure ne restò maravigliato, ma gliene fece fare una nel suo palazzo di San Giorgio, dove è la cancelleria, in una di quelle sale mezzane che rispondono in sul giardino, ma in modo, che vi stesse ferma, per poter ad ogni sua voglia e bisogno servirsene.
Questa dunque fu da Aristotile condotta con quello studio che seppe e poté maggiore, di maniera, che sodisfece al cardinale e gl'uomini dell'arte infinitamente.
Il quale cardinale avendo commesso a Messer Curzio Frangipane che sodisfacesse Aristotile, e colui volendo come discreto, fargli il dovere, et anco non soprapagare, disse a Perino del Vaga et a Giorgio Vasari che stimassero quell'opera.
La qual cosa fu molto cara a Perino, perché portando odio ad Aristotile et avendo per male che avesse fatto quella prospettiva, la quale gli pareva dovere che avesse dovuto toccare a lui come a servitore del cardinale, stava tutto pieno di timore e gelosia, e massimamente essendosi, non pure d'Aristotile, ma anco del Vasari servito in que' giorni il cardinale e donatogli mille scudi per avere dipinto a fresco in cento giorni la sala di Parco Maiori nella cancelleria.
Disegnava dunque Perino per queste cagioni di stimare tanto poco la detta prospettiva d'Aristotile, che s'avesse a pentire d'averla fatta; ma Aristotile avendo inteso chi erano coloro che avevano a stimare la sua prospettiva, andato a trovare Perino, alla bella prima gli cominciò secondo il suo costume a dare per lo capo del tu, per essergli colui stato amico in giovanezza.
Laonde Perino, che già era di mal animo, venne in collera, e quasi scoperse non se n'aveggendo quello che in animo aveva malignamente di fare.
Per che, avendo il tutto raccontato Aristotile al Vasari, gli disse Giorgio che non dubitasse, ma stesse di buona voglia, che non gli sarebbe fatto torto.
Dopo trovandosi insieme per terminare quel negozio Perino e Giorgio, cominciando Perino, come più vecchio, a dire, si diede a biasimare quella prospettiva et a dire ch'ell'era un lavoro di pochi baiocchi, e che avendo Aristotile avuto danari a buon conto e statogli pagati coloro che l'avevano aiutato, egli era più che soprapagato, aggiugnendo: "S'io l'avessi avuta a far io, l'arei fatta d'altra maniera e con altre storie et ornamenti che non ha fatto costui, ma il cardinal toglie sempre a favorire qualcuno che gli fa poco onore".
Delle quali parole et altre conoscendo Giorgio che Perino voleva più tosto vendicarsi dello sdegno, che avea col cardinale, con Aristotile, che con amorevole pietà far riconoscere le fatiche e la virtù d'un buono artefice, con dolci parole disse a Perino: "Ancor ch'io non m'intenda di sì fatte opere più che tanto, avendone nondimeno vista alcuna di mano di chi sa farle, mi pare che questa sia molto ben condotta e degna d'essere stimata molti scudi, e non pochi, come voi dite, baiocchi; e non mi pare onesto che chi sta per gli scrittoi a tirare in su le carte, per poi ridurre in grand'opere tante cose variate in prospettiva, debba essere pagato delle fatiche della notte e da vantaggio del lavoro di molte settimane, nella maniera che si pagano le giornate di coloro che non vi hanno fatica d'animo e di mane e poca di corpo, bastando imitare, senza stillarsi altrimenti il cervello come ha fatto Aristotile.
E quando l'aveste fatta voi, Perino, con più storie et ornamenti, come dite, non l'areste forse tirata con quella grazia che ha fatto Aristotile, il quale in questo genere di pittura è con molto giudizio stato giudicato dal cardinale miglior maestro di voi.
Ma considerate che alla fine non si fa danno, giudicando male e non dirittamente, ad Aristotile, ma all'arte, alla virtù e molto più all'anima, e se vi partirete dall'onesto per alcun vostro sdegno particolare, senza che chi la conosce per buona non biasimerà l'opera, ma il nostro debole giudizio e forse la malignità e nostra cattiva natura.
E chi cerca di gratuirsi ad alcuno, d'aggrandire le sue cose o vendicarsi d'alcuna ingiuria col biasimare o meno stimare di quel che sono le buone opere altrui, è finalmente da Dio e dagl'uomini conosciuto per quello che egli è, cioè per maligno, ignorante, cattivo.
Considerate, voi che fate tutti i lavori di Roma, quello che vi parrebbe se altri stimasse le cose vostre quanto voi fate l'altrui, mettetevi di grazia ne' piè di questo povero vecchio, e vedrete quanto lontano siete dall'onesto e ragionevole".
Furono di tanta forza queste et altre parole che disse Giorgio amorevolmente a Perino, che si venne a una stima onesta e fu sodisfatto Aristotile, il quale con que' danari, con quelli del quadro mandato, come a principio si disse, in Franzia, e con gl'avanzi delle sue provisioni, se ne tornò lieto a Firenze, non ostante che Michelagnolo, il quale gl'era amico, avesse disegnato servirsene nella fabrica che i romani disegnavano di fare in Campidoglio.
Tornato dunque a Firenze Aristotile l'anno 1547, nell'andare a baciar le mani al signor duca Cosimo, pregò sua eccellenza che volesse, avendo messo mano a molte fabriche, servirsi dell'opera sua et aiutarlo; il qual signore, avendolo benignamente ricevuto come ha fatto sempre gli uomini virtuosi, ordinò che gli fusse dato di provisione dieci scudi il mese, et a lui disse che sarebbe adoperato secondo l'occorrenze che venissero; con la quale provisione senza fare altro visse alcuni anni quietamente, e poi si morì d'anni settanta l'anno 1551, l'ultimo dì di maggio, e fu sepolto nella chiesa de' Servi.
Nel nostro libro sono alcuni disegni di mano d'Aristotile, et alcuni ne sono appresso Antonio Particini, fra i quali sono alcune carte tirate in prospettiva bellissime.
Vissero ne' medesimi tempi che Aristotile e furono suoi amici, due pittori, de' quali farò qui menzione brievemente, però che furono tali che fra questi rari ingegni meritano d'aver luogo per alcune opere che fecero, degne veramente d'essere lodate.
L'uno fu Iacone e l'altro Francesco Ubertini cognominato il Bacchiacca.
Iacone adunque non fece molte opere, come quegli che se n'andava in ragionamenti e baie, e si contentò di quel poco che la sua fortuna e pigrizia gli providero, che fu molto meno di quello che arebbe avuto di bisogno.
Ma perché praticò assai con Andrea del Sarto, disegnò benissimo e con fierezza, e fu molto bizzarro e fantastico nella positura delle sue figure, stravolgendole e cercando di farle variate, diferenziate dagl'altri in tutti i suoi componimenti: e nel vero ebbe assai disegno, e quando volle imitò il buono.
In Fiorenza fece molti quadri di Nostre Donne, essendo anco giovane, che molti ne furono mandati in Francia da mercatanti fiorentini; in Santa Lucia della via de' Bardi fece in una tavola Dio Padre, Cristo e la Nostra Donna con altre figure, et a Montici in sul canto della casa di Lodovico Capponi due figure di chiaro scuro intorno a un tabernacolo; in San Romeo dipinse in una tavola la Nostra Donna e due Santi.
Sentendo poi una volta molto lodare le facciate di Pulidoro e Maturino fatte in Roma e dove fece alcuni ritratti, senza che niuno il sapesse, se n'andò a Roma dove stette alcuni mesi acquistando nelle cose dell'arte in modo che riuscì poi in molte cose ragionevole dipintore.
Onde il cavaliere Buondelmonti gli diede a dipignere di chiaro scuro una sua casa, che avea murata dirimpetto a Santa Trinita al principio di borgo Santo Apostolo, nella quale fece Iacone istorie della vita d'Alessandro Magno, in alcune cose molto belle e condotte con tanta grazia e disegno, che molti credono che di tutto gli fussero fatti i disegni da Andrea del Sarto.
E per vero dire, al saggio che di sé diede Iacone in quest'opera, si pensò che avesse a fare qualche gran frutto, ma perché ebbe sempre più il capo a darsi buon tempo et altre baie et a stare in cene e feste con gl'amici che a studiare e lavorare, più tosto andò disamparando sempre che acquistando.
Ma quello che era cosa non so se degna di riso, o di compassione, egli era d'una compagnia d'amici, o più tosto masnada, che sotto nome di vivere alla filosofica, viveano come porci e come bestie, non si lavavano mai né mani, né viso, né capo, né barba, non spazzavano la casa e non rifacevano il letto se non ogni due mesi una volta, apparecchiavano con i cartoni delle pitture le tavole e non beevano se non al fiasco et al boccale, e questa loro meschinità e vivere, come si dice, alla carlona, era da loro tenuta la più bella vita del mondo.
Ma perché il di fuori suole essere indizio di quello di dentro, e dimostrare quali sieno gl'animi nostri, crederò, come s'è detto altra volta, che così fussero costoro lordi e brutti nell'animo come di fuori apparivano.
Nella festa di San Felice in Piazza (cioè rappresentazione della Madonna quando fu anunziata, della quale si è ragionato in altro luogo) la quale fece la Compagnia dell'Orciuolo l'anno 1525, fece Iacone nell'apparato di fuori, secondo che allora si costumava, un bellissimo arco trionfale, tutto isolato, grande e doppio con otto colonne e pilastri, frontespizio molto alto, il quale fece condurre a perfezzione da Piero da Sesto, maestro di legname molto pratico, e dopo vi fece nove storie, parte delle quali dipinse egli, che furono le migliori, e l'altre Francesco Ubertini Bacchiacca; le quali storie furono tutte del Testamento Vecchio e per la maggior parte de' fatti di Moisè.
Essendo poi condotto Iacone da un frate scopetino suo parente a Cortona, dipinse nella chiesa della Madonna, la quale è fuori della città, due tavole a olio: in una è la Nostra Donna con San Rocco, Santo Agostino et altri Santi, e nell'altra un Dio Padre che incorona la Nostra Donna con dua Santi da piè, e nel mezzo è San Francesco che riceve le stimate; le qual due opere furono molte belle.
Tornatosene poi a Firenze, fece a Bongianni Caponi una stanza in volta in Fiorenza, et al medesimo ne accomodò nella villa di Montici alcun'altre; e finalmente, quando Iacopo Puntormo dipinse al duca Alessandro nella villa di Careggi quella loggia di cui si è nella sua vita favellato, gl'aiutò fare la maggior parte di quegl'ornamenti di grottesche et altre cose, dopo le quali si adoperò in certe cose minute, delle quali non accade far menzione.
La somma è che Iacone spese il miglior tempo di sua vita in baie, andandosene in considerazioni et in dir male di questo e di quello, essendo in que' tempi ridotta in Fiorenza l'arte del disegno in una compagnia di persone che più attendevano a far baie et a godere che a lavorare, e lo studio de' quali era ragunarsi per le botteghe et in altri luoghi e quivi malignamente e con loro gerghi attendere a biasimare l'opere d'alcuni che erano eccellenti e vivevano civilmente e come uomini onorati.
Capi di questi erano Iacone, il Piloto orefice et il Tasso legnaiuolo, ma il peggiore di tutti era Iacone, perciò che fra l'altre sue buone parti, sempre nel suo dire mordeva qualcuno di malasorte, onde non fu gran fatto che da cotal compagnia avessero poi col tempo, come si dirà, origine molti mali, né che fusse il Piloto, per la sua mala lingua, ucciso da un giovane; e perché le costoro operazioni e costumi non piacevano agl'uomini da bene, erano, non dico tutti, ma una parte di loro, sempre come i battilani et altri simili a fare alle piastrelle lungo le mura, o per le taverne a godere.
Tornando un giorno Giorgio Vasari da Monte Oliveto, luogo fuor di Firenze, da vedere il reverendo e molto virtuoso don Miniato Pitti, abate allora di quel luogo, trovò Iacone con una gran parte di sua brigata in sul canto de' Medici, il quale pensò, per quanto intesi poi, di volere con qualche sua cantafavola, mezzo burlando e mezzo dicendo da dovero, dire qualche parola ingiuriosa al detto Giorgio.
Per che, entrato egli così a cavallo fra loro gli disse Iacone: "Orbè, Giorgio", disse, "come va ella?".
"Va bene, Iacone mio", rispose Giorgio; "io era già povero come tutti voi et ora mi truovo tre mila scudi o meglio: ero tenuto da voi goffo, et i frati e preti mi tengono valentuomo; io già serviva voialtri, et ora questo famiglio, che è qui, serve me e governa questo cavallo; vestiva di que' panni che vestono i dipintori che son poveri, et ora son vestito di velluto; andava già a piedi et ora vo a cavallo, sì che, Iacon mio, ella va bene affatto; rimanti con Dio." Quando il povero Iacone sentì a un tratto tante cose, perdé ogni invenzione e si rimase senza dir altro tutto stordito, quasi considerando la sua miseria, e che le più volte rimane l'ingannatore a' piè dell'ingannato.
Finalmente essendo stato Iacone da una infermità mal condotto, essendo povero, senza governo e rattrappato delle gambe senza potere aiutarsi, si morì di stento in una sua casipola che aveva in una piccola strada o vero chiasso, detto Coda rimessa, l'anno 1553.
Francesco d'Ubertino detto Bacchiacca, fu diligente dipintore, et ancor che fusse amico di Iacone, visse sempre assai costumatamente e da uomo da bene; fu similmente amico d'Andrea del Sarto e da lui molto aiutato e favorito nelle cose dell'arte.
Fu, dico, Francesco diligente pittore, e particolarmente in fare figure piccole, le quali conduceva perfette e con molta pacienza, come si vede in S.
Lorenzo di Fiorenza, in una predella della storia de' Martiri, sotto la tavola di Giovan Antonio Sogliani, e nella cappella del Crucifisso, in un'altra predella molto ben fatta.
Nella camera di Pier Francesco Borgherini, della quale si è già tante volte fatto menzione, fece il Bacchiacca in compagnia degl'altri molte figurine ne' cassoni e nelle spalliere, che alla maniera sono conosciute come differenti dall'altre; similmente nella già detta anticamera di Giovan Maria Benintendi, fece due quadri molto belli di figure piccole, in uno de' quali, che è il più bello e più copioso di figure, è il Battista che battezza Gesù Cristo nel Giordano.
Ne fece anco molti altri per diversi, che furono mandati in Francia et in Inghilterra.
Finalmente il Bacchiacca andato al servizio del duca Cosimo, perché era ottimo pittore in ritrarre tutte le sorti d'animali, fece a sua eccellenza uno scrittoio tutto pieno d'uccelli di diverse maniere e d'erbe rare, che tutto condusse a olio divinamente.
Fece poi di figure piccole i cartoni di tutti i mesi dell'anno, che furono infinite messe in opera, di bellissimi panni d'arazzo di seta e d'oro, con tanta industria e diligenza, che in quel genere non si può veder meglio da Marco di maestro Giovanni Rosto fiamingo.
Dopo le quali opere condusse il Bacchiacca a fresco la grotta d'una fontana d'acqua che è a Pitti, et in ultimo fece i disegni per un letto che fu fatto di ricami, tutto pieno di storie e di figure piccole che fu la più ricca cosa di letto che di simile opera possa vedersi, essendo stati condotti i ricami pieni di perle e d'altre cose di pregio da Antonio Bacchiacca fratello di Francesco, il quale è ottimo ricamatore.
E perché Francesco morì avanti che fusse finito il detto letto, che ha servito per le felicissime nozze dell'illustrissimo signor principe di Firenze, don Francesco Medici, e della serenissima reina Giovanna d'Austria, egli fu finito in ultimo con ordine e disegno di Giorgio Vasari.
Morì Francesco l'anno 1557 in Firenze.
VITA DI BENVENUTO GAROFALO E DI GIROLAMO DA CARPI PITTORI FERRARESI E D'ALTRI LOMBARDI
In questa parte delle Vite, che noi ora scriviamo, si farà brievemente un raccolto di tutti i migliori e più eccellenti pittori, scultori et architetti che sono stati a' tempi nostri in Lombardia, dopo il Mantegna, il Costa, Boccaccino da Cremona et il Francia bolognese, non potendo fare la vita di ciascuno in particolare, e parendomi a bastanza raccontare l'opere loro; la qual cosa io non mi sarei messo a fare, né a dar di quelle giudizio se io non l'avessi prima vedute.
E perché dall'anno 1542 insino a questo presente 1566 io non aveva, come già feci, scorsa quasi tutta l'Italia, né veduto le dette et altre opere, che in questo spazio di ventiquattro anni sono molto cresciute, io ho voluto, essendo quasi al fine di questa mia fatica, prima che io le scriva, vederle e con l'occhio farne giudizio.
Per che, finite le già dette nozze dell'illustrissimo signor don Francesco Medici, prencipe di Fiorenza e di Siena, mio signore, e della serenissima reina Giovanna d'Austria, per le quali io era stato due anni occupatissimo nel palco della principale sala del loro palazzo, ho voluto senza perdonare a spesa o fatica veruna, rivedere Roma, la Toscana, parte della Marca, l'Umbria, la Romagna, la Lombardia e Vinezia, con tutto il suo dominio, per rivedere le cose vecchie e molte che sono state fatte dal detto anno 1542 in poi.
Avendo io dunque fatto memoria delle cose più notabili e degne d'esser poste in iscrittura, per non far torto alla virtù di molti, né a quella sincera verità che si aspetta a coloro che scrivono istorie di qualunche maniera, senza passione d'animo verrò scrivendo quelle cose che in alcuna parte mancano alle già dette, senza partirmi dall'ordine della storia, e poi darò notizia dell'opere d'alcuni che ancora son vivi e che hanno cose eccellenti operato et operano, parendomi che così richieggia il merito di molti rari e nobili artefici.
Cominciandomi dunque dai ferraresi, nacque Benvenuto Garofalo in Ferrara l'anno 1481 di Piero Tisi, i cui maggiori erano stati per origine padoani.
Nacque, dico, di maniera inclinato alla pittura, che ancor piccolo fanciulletto, mentre andava alla scuola di leggere, non faceva altro che disegnare, dal quale esercizio, ancor che crescesse, il padre, che avea la pittura per una baia, di distorlo non fu mai possibile.
Per che, veduto il padre che bisognava secondare la natura di questo suo figliuolo, il quale non faceva altro giorno e notte che disegnare, finalmente l'acconciò in Ferrara con Domenico Laneto, pittore in quel tempo di qualche nome, se bene avea la maniera secca e stentata; col quale Domenico, essendo stato Benvenuto alcun tempo, nell'andare una volta a Cremona gli venne veduto nella cappella maggiore del Duomo di quella città, fra l'altre cose di mano di Boccaccino Boccacci pittore cremonese, che avea lavorata quella tribuna a fresco, un Cristo, che sedendo in trono et in mezzo a quattro Santi, dà la benedizione.
Per che, piaciutagli quell'opera, si acconciò, per mezzo d'alcuni amici, con esso Boccaccino, il quale allora lavorava nella medesima chiesa pur a fresco alcune storie della Madonna, come si è detto nella sua vita, a concorrenza di Altobello pittore, il quale lavorava nella medesima chiesa dirimpetto a Boccaccino alcune storie di Gesù Cristo, che sono molto belle e veramente degne di essere lodate.
Essendo dunque Benvenuto stato due anni in Cremona et avendo molto acquistato sotto la disciplina di Boccaccino, se n'andò d'anni diciannove a Roma l'anno 1500, dove postosi con Giovanni Baldini pittor fiorentino, assai pratico, et il quale aveva molti bellissimi disegni di diversi maestri eccellenti, sopra quelli, quando tempo gl'avanzava e massimamente la notte, si andava continuamente esercitando.
Dopo, essendo stato con costui quindici mesi et avendo veduto con molto suo piacere le cose di Roma, scorso che ebbe un pezzo per molti luoghi d'Italia, si condusse finalmente a Mantova, dove appresso Lorenzo Costa pittore stette due anni, servendolo con tanta amorevolezza, che colui per rimunerarlo lo acconciò in capo a due anni con Francesco Gonzaga marchese di Mantoa, col quale anco stava esso Lorenzo.
Ma non vi fu stato molto Benvenuto, che amalando Piero suo padre in Ferrara, fu forzato tornarsene là, dove stette poi del continuo quattro anni lavorando molte cose da sé solo et alcune in compagnia de' Dossi.
Mandando poi l'anno 1505 per lui Messer Ieronimo Sagrato, gentiluomo ferrarese, il quale stava in Roma, Benvenuto vi tornò di bonissima voglia e massimamente per vedere i miracoli che si predicavano di Raffaello da Urbino e della cappella di Giulio stata dipinta dal Buonarroto.
Ma giunto Benvenuto in Roma, restò quasi disperato, non che stupito nel vedere la grazia e la vivezza che avevano le pitture di Raffaello e la profondità del disegno di Michelagnolo, onde malediva le maniere di Lombardia e quella che avea con tanto studio e stento imparato in Mantoa, e volentieri, se avesse potuto, se ne sarebbe smorbato.
Ma poi che altro non si poteva, si risolvé a volere disimparare e, dopo la perdita di tanti anni, di maestro divenire discepolo.
Per che, cominciato a disegnare di quelle cose che erano migliori e più difficili, et a studiare con ogni possibile diligenza quelle maniere tanto lodate, non attese quasi ad altro per ispazio di due anni continui.
Per lo che mutò in tanto la pratica e la maniera cattiva in buona, che n'era tenuto dagl'artefici conto; e, che fu più, tanto adoperò col sottomettersi e con ogni qualità d'amorevole ufficio, che divenne amico di Raffaello da Urbino, il quale, come gentilissimo e non ingrato, insegnò molte cose, aiutò e favorì sempre Benvenuto; il quale, se avesse seguitato la pratica di Roma, senz'alcun dubbio arebbe fatto cose degne del bell'ingegno suo.
Ma perché fu costretto, non so per qual accidente, tornare alla patria, nel pigliare licenza da Raffaello gli promise, secondo che egli il consigliava, di tornare a Roma, dove l'assicurava Raffaello che gli darebbe più che non volesse da lavorare et in opere onorevoli.
Arrivato dunque Benvenuto in Ferrara, assettato che egli ebbe le cose e spedito la bisogna che ve l'aveva fatto venire, si metteva in ordine per tornarsene a Roma, quando il signor Alfonso duca di Ferrara lo mise a lavorare nel castello, in compagnia d'altri pittori ferraresi, una cappelletta; la quale finita gli fu di nuovo interrotto il partirsi dalla molta cortesia di Messer Antonio Costabili, gentiluomo ferrarese di molta autorità, il quale gli diede a dipignere nella chiesa di Santo Andrea all'altar maggiore una tavola a olio.
La quale finita, fu forzato farne un'altra in San Bertolo, convento de' monaci cistercensi, nella quale fece l'adorazione de' Magi, che fu bella e molto lodata.
Dopo ne fece un'altra in Duomo piena di varie e molte figure, e due altre, che furono poste nella chiesa di Santo Spirito, in una delle quali è la Vergine in aria col Figliuolo in collo e di sotto alcun'altre figure, e nell'altra la Natività di Gesù Cristo.
Nel fare delle quali opere, ricordandosi alcuna volta d'avere lasciato Roma, ne sentiva dolore estremo et era risoluto per ogni modo di tornarvi, quando sopravenendo la morte di Piero suo padre, gli fu rotto ogni disegno.
Perciò che, trovandosi alle spalle una sorella da marito et un fratello di quattordici anni e le sue cose in disordine, fu forzato a posare l'animo et accomodarsi ad abitare la patria.
E così, avendo partita la compagnia con i Dossi, i quali avevano insino allora con esso lui lavorato, dipinse da sé nella chiesa di San Francesco in una cappella la ressurezione di Lazzero, piena di varie e buone figure, colorita vagamente e con attitudini proprie e vivaci che molto gli furono comendate.
In un'altra cappella della medesima chiesa dipinse l'uccisione de' fanciulli innocenti fatti crudelmente morire da Erode, tanto bene e con sì fiere movenze de' soldati e d'altre figure, che fu una maraviglia.
Vi sono oltre ciò molto bene espressi nella varietà delle teste diversi affetti, come nelle madre e balie la paura, ne' fanciulli la morte, negl'uccisori la crudeltà et altre cose molte che piacquero infinitamente; ma egli è ben vero che in facendo quest'opera, fece Benvenuto quello che insin allora non era mai stato usato in Lombardia: cioè fece modelli di terra per veder meglio l'ombre et i lumi e si servì d'un modello di figura fatto di legname, gangherato in modo che si snodava per tutte le bande et il quale accomodava a suo modo, con panni addosso et in varie attitudini.
Ma quello che importa più, ritrasse dal vivo e naturale ogni minuzia, come quelli che conosceva la diritta essere imitare et osservare il naturale.
Finì per la medesima chiesa la tavola d'una cappella, et in una facciata dipinse a fresco Cristo preso dalle turbe nell'orto.
In S.
Domenico della medesima città dipinse a olio due tavole: in una è il miracolo della croce e Santa Elena, e nell'altra è San Piero martire con buon numero di bellissime figure; et in questa pare che Benvenuto variasse assai dalla sua prima maniera, essendo più fiera e fatta con manco affettazione.
Fece alle monache di S.
Salvestro in una tavola Cristo che in sul monte ora al Padre mentre i tre Apostoli più abbasso si stanno dormendo.
Alle monache di San Gabriello fece una Nunziata, et a quelle di Santo Antonio, nella tavola dell'altare maggiore, la Ressurezione di Cristo.
Ai frati ingesuati, nella chiesa di San Girolamo all'altare maggiore, Gesù Cristo nel presepio con un coro d'Angeli in una nuvola, tenuto bellissimo.
In Santa Maria del Vado è di mano del medesimo, in una tavola molto bene intesa e colorita, Cristo ascendente in cielo e gli Apostoli che lo stanno mirando; nella chiesa di San Giorgio, luogo fuor della città de' monaci di Monte Oliveto, dipinse in una tavola a olio i Magi che adorano Cristo e gl'offeriscono mirra, incenso et oro.
E questa è delle migliori opere che facesse costui in tutta sua vita, le quali tutte cose molto piacquero ai ferraresi e furono cagione che lavorò quadri per le case loro quasi senza numero e molti altri a' monasterii e fuori della città, per le castella e ville all'intorno, e fra l'altre al Bondeno dipinse in una tavola la Ressurezione di Cristo.
E finalmente lavorò a fresco nel refettorio di Santo Andrea, con bella e capricciosa invenzione, molte figure che accordano le cose del Vecchio Testamento col Nuovo; ma perché l'opere di costui furono infinite, basti avere favellato di queste, che sono le migliori.
Avendo da Benvenuto avuto i primi principii della pittura Girolamo da Carpi, come si dirà nella sua vita, dipinsero insieme la facciata della casa de' Muzzarelli nel borgo nuovo, parte di chiaro scuro, parte di colori, con alcune cose finte di bronzo; dipinsero parimente insieme fuori e dentro il palazzo di Copara, luogo da diporto del Duca di Ferrara, al quale signore fece molte altre cose Benvenuto e solo et in compagnia d'altri pittori.
Essendo poi stato lungo tempo in proposito di non voler pigliar donna, per essersi in ultimo diviso dal fratello e venutogli a fastidio lo star solo, la prese di quarantotto anni, né l'ebbe affatica tenuta un anno, che amalatosi gravemente perdé la vista dell'occhio ritto e venne in dubbio e pericolo dell'altro.
Pure, raccomandandosi a Dio, e fatto voto di vestire, come poi fece sempre, di bigio, si conservò per la grazia di Dio in modo la vista dell'altr'occhio, che l'opere sue fatte nell'età di sessantacinque anni erano tanto ben fatte e con pulitezza e diligenza, che è una maraviglia; di maniera che mostrando una volta il Duca di Ferrara a papa Paulo Terzo un trionfo di Bacco a olio lungo cinque braccia e la calunnia d'Apelle, fatti da Benvenuto in detta età con i disegni di Raffaello da Urbino, i quali quadri sono sopra certi camini di sua eccellenza, restò stupefatto quel Pontefice che un vecchio di quell'età con un occhio solo avesse condotti lavori così grandi e così begli.
Lavorò Benvenuto venti anni continui, tutti i giorni di festa, per l'amor di Dio, nel monasterio delle monache di San Bernardino, dove fece molti lavori d'importanza a olio, a tempera et a fresco; il che fu certo maraviglia e gran segno della sincera e sua buona natura, non avendo in quel luogo concorrenza et avendovi nondimeno messo non manco studio e diligenza di quello che arebbe fatto in qualsivoglia altro più frequentato luogo.
Sono le dette opere di ragionevole componimento, con bell'arie di teste, non intrigate e fatte certo con dolce e buona maniera.
A molti discepoli che ebbe Benvenuto, ancor che insegnasse tutto quello che sapeva più che volentieri per farne alcuno eccellente, non fece mai in loro frutto veruno, et in cambio di essere da loro della sua amorevolezza ristorato, almeno con gratitudine d'animo, non ebbe mai da essi se non dispiaceri, onde usava dire non avere mai avuto altri nemici che i suoi discepoli e garzoni.
L'anno 1550, essendo già vecchio, ritornatogli il suo male degli occhi, rimase cieco del tutto, e così visse nove anni, la quale disaventura sopportò con paziente animo, rimettendosi al tutto nella volontà di Dio.
Finalmente pervenuto all'età di 78 anni, parendogli pur troppo essere in quelle tenebre vivuto, e rallegrandosi della morte con speranza d'aver a godere la luce eterna, finì il corso della vita l'anno 1559, a dì 6 di settembre, laciando un figliuolo maschio chiamato Girolamo, che è persona molto gentile, et una femmina.
Fu Benvenuto persona molto da bene, burlevole, dolce nella conversazione e paziente e quieto in tutte le sue avversità; si dilettò in giovanezza della scherma e di sonare il liuto, e fu nell'amicizie ufficiosissimo et amorevole oltre misura; fu amico di Giorgione da Castel Franco pittore, di Tiziano da Cador e di Giulio Romano, et in generale affezionatissimo a tutti gl'uomini dell'arte, et io ne posso far fede, il quale due volte ch'io fui al suo tempo a Ferrara, ricevei da lui infinite amorevolezze e cortesie.
Fu sepolto onorevolmente nella chiesa di Santa Maria del Vado, e da molti virtuosi con versi e prose, quanto la sua virtù meritava, onorato; e perché non si è potuto avere il ritratto di esso Benvenuto, si è messo nel principio di queste vite di pittori lombardi quello di Girolamo da Carpi, la cui vita sotto questa scriveremo.
Girolamo dunque, detto da Carpi, il quale fu ferrarese e discepolo di Benvenuto, fu a principio da Tommaso suo padre, il quale era pittore di scuderia, adoperato in bottega a dipignere forzieri, scabelli, cornicioni et altri sì fatti lavori di dozzina.
Avendo poi Girolamo sotto la disciplina di Benvenuto fatto alcun frutto, pensava d'avere dal padre essere levato da que' lavori meccanici, ma non ne facendo Tommaso altro, come quegli che aveva bisogno di guadagnare, si risolvé Girolamo partirsi da lui ad ogni modo.
E così, andato a Bologna, ebbe appresso i gentiluomini di quella città assai buona grazia, perciò che, avendo fatto alcuni ritratti che somigliarono assai, si acquistò tanto credito, che guadagnando bene, aiutava più il padre stando in Bologna che non avea fatto dimorando a Ferrara.
In quel tempo, essendo stato portato a Bologna in casa de' signori conti Ercolani un quadro di man d'Antonio da Coreggio, nel quale Cristo in forma d'ortolano appare a Maria Maddalena, lavorato tanto bene e morbidamente quanto più non si può credere, entrò di modo nel cuore a Girolamo quella maniera, che non bastandogli avere ritratto quel quadro, andò a Modana per vedere l'altre opere di mano del Coreggio, là dove arrivato, oltre all'essere restato nel vederle tutto pieno di maraviglia, una fra l'altre lo fece rimanere stupefatto, e questa fu quel gran quadro, che è cosa divina, nel quale è una Nostra Donna che ha un Putto in collo, il quale sposa Santa Caterina, un San Bastiano, et altre figure con arie di teste tanto belle, che paiono fatte in paradiso; né è possibile vedere i più bei capegli, né le più belle mani o altro colorito più vago e naturale.