LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 267
...
.
Et il quadro che diede la vittoria et il premio dell'onore fu quello dove è dipinta la Musica, nel quale sono dipinte tre bellissime donne giovani: una delle quali, che è la più bella, suona un gran lirone da gamba, guardando a basso il manico dello strumento e stando con l'orecchio et attitudine della persona e con la voce attentissima al suono; dell'altre due, una suona un liuto e l'altra canta a libro; appresso alle donne è un Cupido senz'ale che suona un gravecembolo, dimostrando che dalla Musica nasce Amore, o vero che Amore è sempre in compagnia della Musica, e perché mai non se ne parte lo fece senz'ale.
Nel medesimo dipinse Pan, dio - secondo i poeti - de' pastori, con certi flauti di scorze d'albori a lui, quasi voti, consecrati da' pastori stati vittoriosi nel sonare.
Altri due quadri fece Paulino nel medesimo luogo: in uno è l'Aritmetica con certi filosofi vestiti alla antica e nell'altro l'Onore, al quale, essendo in sedia, si offeriscono sacrificii e si porgono corone reali.
Ma perciò che questo giovane è a punto in sul bello dell'operare, e non arriva a trentadue anni, non ne dirò altro per ora.
È similmente veronese Paulo Farinato, valente dipintore, il quale essendo stato discepolo di Nicola Ursino ha fatto molte opere in Verona, ma le principali sono una sala, nella casa de' Fumanelli, colorita a fresco e piena di varie storie, secondo che volle Messer Antonio gentiluomo di quella famiglia e famosissimo medico in tutta Europa, e due quadri grandissimi in Santa Maria in Organi nella cappella maggiore, in uno de' quali è la storia degl'innocenti e nell'altro è quando Gostantino imperatore si fa portare molti fanciugli innanzi per uccidergli, e bagnarsi del sangue loro, per guarir della lebbra.
Nella nicchia poi della detta cappella sono due gran quadri, ma però minori de' primi; in uno è Cristo che riceve San Piero, che verso lui camina sopra l'acque, e nell'altro il desinare che fa San Gregorio a certi poveri.
Nelle quali tutte opere, che molto sono da lodare, è un numero grandissimo di figure, fatte con disegno, studio e diligenza.
Di mano del medesimo è una tavola di San Martino, che fu posta nel Duomo di Mantoa, la quale egli lavorò a concorrenza degl'altri suo' compatrioti, come s'è detto pur ora.
E questo sia il fine della vita dell'eccellente Michele San Michele e degl'altri valentuomini veronesi, degni certo d'ogni lode, per l'eccellenza dell'arti e per la molta virtù loro.
FINE DELLA VITA DI MICHELE S.
MICHELE ARCHITETTO E D'ALTRI VERONESI
VITA DI GIOVANNANTONIO DETTO IL SODDOMA DA VERZELLI PITTORE
Se gl'uomini conoscesseno il loro stato quando la fortuna porge loro occasione di farsi ricchi, favorendoli appresso gl'uomini grandi, e se nella giovanezza s'affaticassino per accompagnare la virtù con la fortuna, si vedrebbono maravigliosi effetti uscire dalle loro azzioni, là dove spesse volte si vede il contrario avenire; perciò che, sì come è vero che chi si fida interamente della fortuna sola resta le più volte ingannato, così è chiarissimo, per quello che ne mostra ogni giorno la sperienza, che anco la virtù sola non fa gran cose se non accompagnata dalla fortuna.
Se Giovannantonio da Verzelli, come ebbe buona fortuna avesse avuto, come se avesse studiato poteva, pari virtù, non si sarebbe al fine della vita sua, che fu sempre stratta e bestiale, condotto pazzamente nella vecchiezza a stentare miseramente.
Essendo adunque Giovannantonio condotto a Siena da alcuni mercatanti agenti degli Spannocchi, volle la sua buona sorte, e forse cattiva, che non trovando concorrenza per un pezzo in quella città, vi lavorasse solo, il che se bene gli fu di qualche utile, gli fu alla fine di danno, perciò che quasi adormentandosi, non istudiò mai, ma lavorò le più delle sue cose per pratica; e se pur studiò un poco, fu solamente in disegnare le cose di Iacopo dalla Fonte, ché erano in pregio, e poco altro.
Nel principio facendo molti ritratti di naturale con quella sua maniera di colorito acceso che egli avea recato di Lombardia, fece molte amicizie in Siena più per essere quel sangue amorevolissimo de' forestieri, che perché fusse buon pittore.
Era oltre ciò uomo allegro, licenzioso, e teneva altrui in piacere e spasso, con vivere poco onestamente; nel che fare, però che aveva sempre attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò il sopranome di Soddoma, del quale, non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli e cantandogli in sul liuto assai commodamente.
Dilettossi, oltre ciò, d'aver per casa di più sorte stravaganti animali: tassi, scoiattoli, bertucce, gatti mammoni, asini nani, cavalli barbari da correre palii, cavallini piccoli dell'Elba, ghiandaie, galline nane, tortole indiane et altri sì fatti animali, quanti gliene potevano venire alle mani, ma oltre tutte queste bestiacce aveva un corbo che da lui aveva così bene imparato a favellare, che contrafaceva in molte cose la voce di Giovannantonio, e particolarmente in rispondendo a chi picchiava la porta, tanto bene che pareva Giovannantonio stesso, come benissimo sanno tutti i sanesi.
Similmente gl'altri animali erano tanto domestichi, che sempre stavano intorno altrui per casa, facendo i più strani giuochi et i più pazzi versi del mondo, di maniera che la casa di costui pareva proprio l'arca di Noè.
Questo vivere adunque, la strattezza della vita e l'opere e pitture, che pur faceva qualcosa di buono, gli facevano avere tanto nome fra' sanesi, cioè nella plebe e nel volgo, perché i gentiluomini lo conoscevano da vantaggio, che egli era tenuto appresso di molti grand'uomo.
Per che, essendo fatto generale de' monaci di Monte Oliveto fra' Domenico da Lecco lombardo, et andandolo il Soddoma a visitare a Monte Oliveto di Chiusuri, luogo principale di quella Relligione, lontano da Siena quindici miglia, seppe tanto dire e persuadere, che gli fu dato a finire le storie della vita di San Benedetto, delle quali aveva fatto parte in una facciata Luca Signorelli da Cortona.
La quale opera egli finì per assai piccol prezzo e per le spese che ebbe egli et alcuni garzoni e pestacolori che gl'aiutarono, né si potrebbe dire lo spasso che mentre lavorò in quel luogo ebbero di lui que' padri, che lo chiamavano il Mattaccio, né le pazzie che vi fece.
Ma tornando all'opera, avendovi fatte alcune storie tirate via di pratica senza diligenza e dolendosene il generale, disse il Mattaccio che lavorava a capricci e che il suo pennello ballava secondo il suono de' danari e che, se voleva spender più, gli bastava l'animo di far molto meglio; per che, avendogli promesso quel generale di meglio volerlo pagare per l'avenire, fece Giovannantonio tre storie che restavano a farsi ne' cantoni, con tanto più studio e diligenza che non avea fatto l'altre, che riuscirono molto migliori.
In una di queste è quando S.
Benedetto si parte da Norcia e dal padre e dalla madre per andare a studiare a Roma: nella seconda, quando San Mauro e S.
Placido fanciulli gli sono dati et offerti a Dio dai padri loro, e nella terza quando i Gotti ardono Monte Casino.
In ultimo fece costui, per far dispetto al generale et ai monaci, quando Fiorenzo prete e nimico di San Benedetto condusse intorno al monasterio di quel sant'uomo molte meretrici a ballare e cantare, per tentare la bontà di que' padri, nella quale storia il Soddoma, che era così nel dipignere come nell'altre sue azzioni disonesto, fece un ballo di femine ignude disonesto e brutto affatto; e perché non gli sarebbe stato lasciato fare, mentre lo lavorò non volle mai che niuno de' monaci vedesse.
Scoperta dunque che fu questa storia, la voleva il generale gettar per ogni modo a terra e levarla via, ma il Mattaccio, dopo molte ciance, vedendo quel padre in collora, rivestì tutte le femine ignude di quell'opera che è delle migliori che vi siano.
Sotto le quali storie fece per ciascuna due tondi, et in ciascuno un frate, per farvi il numero de' generali che aveva avuto quella congregazione.
E perché non aveva i ritratti naturali, fece il Mattaccio il più delle teste a caso, et in alcune ritrasse de' frati vecchi che allora erano in quel monasterio: tanto che venne a fare quella del detto fra' Domenico da Lecco, che era allora generale come s'è detto, et il quale gli faceva fare quell'opera.
Ma perché ad alcune di queste teste erano stati cavati gl'occhi, altre erano state sfregiate, frate Antonio Bentivogli bolognese le fece tutte levar via per buone cagioni.
Mentre dunque che il Mattaccio faceva queste storie, essendo andato a vestirsi lì monaco, un gentiluomo milanese che aveva una cappa gialla con fornimenti di cordoni neri, come si usava in quel tempo, vestito che colui fu da monaco, il generale donò la detta cappa al Mattaccio et egli con essa indosso si ritrasse dallo specchio in una di quelle storie dove S.
Benedetto, quasi ancor fanciullo, miracolosamente racconcia e reintegra il capisterio o vero vassoio della sua balia, ch'ella avea rotto; et a' piè del ritratto vi fece il corbo, una bertuccia et altri suoi animali.
Finita quest'opera dipinse nel refettorio del monasterio di Sant'Anna, luogo del medesimo Ordine e lontano a Monte Oliveto cinque miglia, la storia de' cinque pani e due pesci et altre figure.
La qual opera fornita, se ne tornò a Siena, dove alla postierla dipinse a fresco la facciata della casa di Messer Agostino de' Bardi sanese, nella quale erano alcune cose lodevoli, ma per lo più sono state consumate dall'aria e dal tempo.
In quel mentre capitando a Siena Agostin Chigi, ricchissimo e famoso mercatante sanese, gli venne conosciuto, e per le sue pazzie e perché aveva nome di buon dipintore, Giovan Antonio.
Per che, menatolo seco a Roma, dove allora faceva papa Giulio II dipigner nel palazzo di Vaticano le camere papali che già aveva fatto murare papa Niccolò V, si adoperò di maniera col Papa che anco a lui fu dato da lavorare.
E perché Pietro Perugino che dipigneva la volta d'una camera, che è allato a torre Borgia, lavorava, come vecchio che egli era, adagio e non poteva, come era stato ordinato da prima, metter mano ad altro, fu data a dipignere a Giovan Antonio un'altra camera che è a canto a quella che dipigneva il Perugino.
Messovi dunque mano, fece l'ornamento di quella volta di cornici e fogliami e fregii, e dopo in alcuni tondi grandi fece alcune storie in fresco assai ragionevoli.
Ma perciò che questo animale, attendendo alle sue bestiuole et alle baie, non tirava il lavoro inanzi, essendo condotto Raffaello da Urbino a Roma da Bramante architetto e dal Papa conosciuto quanto gl'altri avanzasse, comandò Sua Santità che nelle dette camere non lavorasse più né il Perugino né Giovan Antonio, anzi che si buttasse in terra ogni cosa.
Ma Raffaello, che era la stessa bontà e modestia, lasciò in piedi tutto quello che avea fatto il Perugino, stato già suo maestro, e del Mattaccio non guastò se non il ripieno e le figure de' tondi, e de' quadri lasciando le fregiature e gl'altri ornamenti che ancor sono intorno alle figure che vi fece Raffaello, le quali furno la Iustizia, la Cognizione delle cose, la Poesia e la Teologia.
Ma Agostino, che era galantuomo, senza aver rispetto alla vergogna che Giovan Antonio avea ricevuto, gli diede a dipignere nel suo palazzo di Trastevere in una sua camera principale, che risponde nella sala grande, la storia d'Alessandro quando va a dormire con Rosana; nella quale opera, oltre all'altre figure, vi fece un buon numero d'Amori, alcuni de' quali dislacciano ad Alessandro la corazza, altri gli traggono gli stivali o vero calzari, altri gli lievano l'elmo e la veste e le rassettano, altri spargono fiori sopra il letto et altri fanno altri ufficii così fatti; e vicino al camino fece un Vulcano, il quale fabbrica saette, che allora fu tenuta assai buona e lodata opera.
E se il Mattaccio, il quale aveva di bonissimi tratti et era molto aiutato dalla natura, avesse atteso in quella disdetta di fortuna, come averebbe fatto ogni altro, agli studii, averebbe fatto grandissimo frutto.
Ma egli ebbe sempre l'animo alle baie e lavorò a capricci, di niuna cosa maggiormente curandosi che di vestire pomposamente, portando giuboni di brocato, cappe tutte fregiate di tela d'oro, cuffioni ricchissimi, collane et altre simili bagattelle e cose da buffoni e cantanbanchi, delle quali cose Agostino, al quale piaceva quell'umore, n'aveva il maggiore spasso del mondo.
Venuto poi a morte Giulio Secondo e creato Leon X, al quale piacevano certe figure stratte e senza pensieri come era costui, n'ebbe il Mattaccio la maggior allegrezza del mondo e massimamente volendo male a Giulio che gl'aveva fatto quella vergogna.
Per che, messosi a lavorare per farsi cognoscere al nuovo Pontefice, fece in un quadro una Lucrezia romana ignuda che si dava con un pugnale; e perché la fortuna ha cura de' matti et aiuta alcuna volta gli spensierati, gli venne fatto un bellissimo corpo di femina et una testa che spirava.
La quale opera finita, per mezzo d'Agostin Chigi che aveva stretta servitù col Papa, la donò a Sua Santità, dalla quale fu fatto cavaliere e rimunerato di così bella pittura.
Onde Giovan Antonio, parendoli essere fatto grand'uomo, cominciò a non volere più lavorare, se non quando era cacciato dalla necessità.
Ma essendo andato Agostino per alcuni suo' negozii a Siena et avendovi menato Giovan Antonio, nel dimorare là fu forzato, essendo cavaliere senza entrate, mettersi a dipignere, e così fece una tavola, dentrovi un Cristo deposto di croce, in terra la Nostra Donna tramortita, et un uomo armato, che voltando le spalle, mostra il dinanzi nel lustro d'una celata che è in terra, lucida come uno specchio; la quale opera, che fu tenuta et è delle migliori che mai facesse costui, fu posta in San Francesco a man destra entrando in chiesa.
Nel chiostro poi che è allato alla detta chiesa, fece in fresco Cristo battuto alla colonna, con molti giudei d'intorno a Pilato e con un ordine di colonne tirate in prospettiva a uso di cortine.
Nella qual opera ritrasse Giovan Antonio se stesso senza barba, cioè raso e con i capelli lunghi, come si portavano allora.
Fece non molto dopo al signor Iacopo Sesto di Piombino alcuni quadri, e standosi con esso lui in detto luogo alcun'altre cose in tele, onde col mezzo suo, oltre a molti presenti e cortesie che ebbe da lui, cavò della sua isola dell'Elba molti animali piccoli di quelli che produce quell'isola, i quali tutti condusse a Siena.
Capitando poi a Firenze un monaco de' Brandolini, abbate del monasterio di Monte Oliveto che è fuor della porta San Friano, gli fece dipignere a fresco nella facciata del refettorio alcune pitture; ma perché, come stracurato, le fece senza studio, riuscirono sì fatte, che fu uccellato e fatto beffe delle sue pazzie da coloro che aspettavano che dovesse fare qualche opera straordinaria.
Mentre dunque che faceva quell'opera, avendo menato seco a Fiorenza un caval barbero, lo messe a correre il palio di San Bernaba, e come volle la sorte corse tanto meglio degl'altri, che lo guadagnò.
Onde, avendo i fanciulli a gridare come si costuma dietro al palio et alle trombe il nome o cognome del padrone del cavallo che ha vinto, fu dimandato Giovan Antonio che nome si aveva gridare, et avendo egli risposto Soddoma, Soddoma, i fanciulli così gridavano.
Ma avendo udito così sporco nome certi vecchi da bene, cominciarono a farne rumore et a dire: "Che porca cosa, che ribalderia è questa, che si gridi per la nostra città così vituperoso nome?".
Di maniera, che mancò poco, levandosi il rumore, che non fu dai fanciulli e dalla plebe lapidato il povero Soddoma, et il cavallo e la bertuccia che avea in groppa con esso lui.
Costui, avendo nello spazio di molti anni raccozzati molti palii stati a questo modo vinti dai suoi cavalli, n'aveva una vanagloria, la maggior del mondo, et a chiunche gli capitava a casa, gli mostrava, e spesso spesso ne faceva mostra alle finestre.
Ma per tornare alle sue opere, dipinse per la Compagnia di San Bastiano in Camollia, dopo la chiesa degl'Umiliati, in tela a olio in un gonfalone che si porta a processione, un San Bastiano ignudo, legato a un albero, che si posa in sulla gamba destra e scortando con la sinistra, alza la testa verso un Angelo che gli mette una corona in capo.
La quale opera è veramente bella e molto da lodare; nel rovescio è la Nostra Donna col Figliuolo in braccio, et a basso San Gismondo, San Rocco et alcuni battuti con le ginocchia in terra.
Dicesi che alcuni mercatanti lucchesi vollono dare agl'uomini di quella Compagnia, per avere quest'opera, trecento scudi d'oro e non l'ebbono, perché coloro non vollono privare la loro Compagnia e la città di sì rara pittura.
E nel vero in certe cose, o fusse lo studio, o la fortuna, o il caso, si portò il Soddoma molto bene, ma di sì fatte ne fece pochissime.
Nella sagrestia de' frati del Carmine è un quadro di mano del medesimo, nel quale è una natività di Nostra Donna con alcune balie, molto bella, et in sul canto, vicino alla piazza de' Tolomei, fece a fresco per l'arte de' Calzolai una Madonna col Figliuolo in braccio, San Giovanni, San Francesco, San Rocco e San Crespino, avvocato degl'uomini di quell'arte, il quale ha una scarpa in mano; nelle teste delle quali figure e nel resto si portò Giovan Antonio benissimo.
Nella Compagnia di San Bernardino da Siena, a canto alla chiesa di San Francesco, fece costui a concorrenza di Girolamo del Pacchia pittore sanese e di Domenico Beccafumi, alcune storie a fresco: cioè la presentazione della Madonna al tempio, quando ella va a visitare Santa Lisabetta, la sua assunzione e quando è coronata in cielo.
Nei canti della medesima Compagnia fece un Santo in abito episcopale, San Lodovico e Santo Antonio da Padoa; ma la meglio figura di tutte è un San Francesco, che stando in piedi alza la testa in alto, guardando un Angioletto, il quale pare che faccia sembiante di parlargli, la testa del qual San Francesco è veramente maravigliosa.
Nel palazzo de' Signori dipinse similmente in Siena in un salotto alcuni tabernacolini pieni di colonne e di puttini, con altri ornamenti, dentro ai quali tabernacoli sono diverse figure: in uno è San Vettorio armato all'antica con la spada in mano e vicino a lui è nel medesimo modo Sant'Ansano che battezza alcuni et in un altro è San Benedetto, che tutti sono molto belli.
Da basso in detto palazzo, dove si vende il sale, dipinse un Cristo che risuscita con alcuni soldati intorno al sepolcro e due Angioletti, tenuti nelle teste assai belli.
Passando più oltre, sopra una porta è una Madonna col Figliuolo in braccio dipinta da lui a fresco e due Santi.
A Santo Spirito dipinse la cappella di San Iacopo, la quale gli feciono fare gl'uomini della nazione spagnuola che vi hanno la loro sepoltura; facendovi una imagine di Nostra Donna antica, da man destra San Nicola da Tolentino e dalla sinistra San Michele Arcangelo che uccide Lucifero; e sopra questi, in un mezzo tondo, fece la Nostra Donna che mette in dosso l'abito sacerdotale a un Santo, con alcuni Angeli a torno.
E sopra tutte queste figure, le quali sono a olio in tavola, è nel mezzo circolo della volta dipinto in fresco San Iacopo armato sopra un cavallo che corre, e tutto fiero ha impugnato la spada, e sotto esso sono molti turchi morti e feriti.
Da basso poi, ne' fianchi dell'altare, sono dipinti a fresco Sant'Antonio abate et un S.
Bastiano ignudo alla colonna, che sono tenute assai buon'opere.
Nel Duomo della medesima città, entrando in chiesa a man destra è di sua mano a un altare un quadro a olio, nel quale è la Nostra Donna col Figliuolo in sul ginocchio, San Giuseppo da un lato e dall'altro S.
Calisto, la qual opera è tenuta anch'essa molto bella perché si vede che il Soddoma nel colorirla usò molto più diligenza che non soleva nelle sue cose.
Dipinse ancora per la Compagnia della Trinita una bara da portar morti alla sepoltura, che fu bellissima.
Et un'altra ne fece alla Compagnia della Morte, che è tenuta la più bella di Siena, et io credo ch'ella sia la più bella che si possa trovare, perché oltre all'essere veramente molto da lodare, rade volte si fanno fare simili cose con spesa o molta diligenza.
Nella chiesa di S.
Domenico, alla cappella di Santa Caterina da Siena, dove in un tabernacolo è la testa di quella Santa lavorata d'argento, dipinse Giovan Antonio due storie che mettono in mezzo detto tabernacolo: in una è a man destra quando detta Santa, avendo ricevuto le stimate da Gesù Cristo che è in aria, si sta tramortita in braccio a due delle sue suore che la sostengono, la quale opera considerando, Baldassarre Petrucci pittore sanese disse che non aveva mai veduto niuno esprimer meglio gl'affetti di persone tramortite e svenute, né più simili al vero di quello che avea saputo fare Giovan Antonio.
E nel vero è così, come oltre all'opera stessa si può vedere nel disegno che n'ho io di mano del Soddoma proprio, nel nostro libro de' disegni.
A man sinistra nell'altra storia è quando l'Angelo di Dio porta alla detta Santa l'ostia della Santissima Comunione, et ella che, alzando la testa in aria, vede Gesù Cristo e Maria Vergine, mentre due suore sue compagne le stanno dietro.
In un'altra storia che è nella facciata a man ritta, è dipinto un scelerato, che andando a essere decapitato, non si voleva convertire né raccomandarsi a Dio, disperando della misericordia di quello: quando, pregando per lui quella Santa in ginocchioni, furono di maniera accetti i suoi prieghi alla bontà di Dio, che tagliata la testa al reo si vide l'anima sua salire in cielo, cotanto possono appresso la bontà di Dio le preghiere di quelle sante persone che sono in sua grazia.
Nella quale storia, dico, è un molto gran numero di figure, le quali niuno dee maravigliarsi se non sono d'intera perfezzione, imperò che ho inteso per cosa certa che Giovan Antonio si era ridotto a tale per infingardagine e pigrizia, che non faceva né disegni, né cartoni, quando aveva alcuna cosa simile a lavorare, ma si riduceva in sull'opera a disegnare col pennello sopra la calcina, che era cosa strana: nel qual modo si vede essere stata da lui fatta questa storia.
Il medesimo dipinse ancora l'arco dinanzi di detta cappella, dove fece un Dio Padre; l'altre storie della detta cappella non furono da lui finite, parte per suo difetto, che non voleva lavorare se non a capricci, e parte per non essere stato pagato da chi faceva fare quella cappella.
Sotto a questa è un Dio Padre che ha sotto una Vergine antica in tavola, con San Domenico, San Gismondo, San Bastiano e Santa Caterina.
In Santo Agostino dipinse in una tavola, che è nell'entrare in chiesa a man ritta, l'adorazione de' Magi, che fu tenuta et è buon'opera; perciò che, oltre la Nostra Donna che è lodata molto et il primo de' tre Magi e certi cavalli, vi è una testa d'un pastore fra due arbori che pare veramente viva.
Sopra una porta della città, detta di S.
Vienno, fece a fresco in un tabernacolo grande la natività di Gesù Cristo et in aria alcuni Angeli, e nell'arco di quella un putto in iscorto bellissimo e con gran rilievo, il quale vuole mostrare che il Verbo è fatto carne.
In quest'opera si ritrasse il Soddoma con la barba, essendo già vecchio, e con un pennello in mano, il quale è volto verso un brieve che dice: "Feci".
Dipinse similmente a fresco in piazza a' piedi del palazzo la cappella del Comune, facendovi la Nostra Donna col Figliuolo in collo sostenuta da alcuni putti, Santo Ansano, San Vettorio, Sant'Agostino e San Iacopo; e sopra in un mezzo circolo piramidale fece un Dio Padre con alcuni Angeli a torno; nella quale opera si vede che costui quando la fece cominciava quasi a non aver più amore all'arte, avendo perduto un certo che di buono che soleva avere nell'età migliori, mediante il quale dava una certa bell'aria alle teste, che le faceva esser belle e graziose.
E che ciò sia vero, hanno altra grazia et altra maniera alcun'opere che fece molto innanzi a questa, come si può vedere sopra la postierla in un muro a fresco, sopra la porta del capitan Lorenzo Mariscotti, dove un Cristo morto, che è in grembo alla madre, ha una grazia e divinità maravigliosa.
Similmente un quadro a olio di Nostra Donna, che egli dipinse a Messer Enea Savini dalla Costerella, è molto lodato, et una tela che fece per Assuero Rettori da S.
Martino, nella quale è una Lucrezia romana che si ferisce mentre è tenuta dal padre e dal marito, fatti con bell'attitudini e bella grazia di teste.
Finalmente vedendo Giovan Antonio la divozione de' sanesi era tutta volta alla virtù et opere eccellenti di Domenico Beccafumi e non avendo in Siena né casa, né entrate, et avendo già quasi consumato ogni cosa e divenuto vecchio e povero, quasi disperato si partì da Siena e se n'andò a Volterra.
E come volle la sua ventura, trovando quivi Messer Lorenzo di Galeotto de' Medici, gentiluomo ricco et onorato, si cominciò a riparare appresso di lui con animo di starvi lungamente.
E così dimorando in casa di lui, fece a quel signore in una tela il carro del sole, il quale essendo mal guidato da Faetonte cade nel Po, ma si vede bene che fece quell'opera per suo passatempo e che la tirò di pratica senza pensare a cosa nessuna, in modo è ordinaria da dovero e poco considerata.
Venutogli poi annoia lo stare a Volterra et in casa quel gentiluomo, come colui che era avezo a essere libero, si partì et andossene a Pisa, dove per mezzo di Battista del Cervelliera fece a Messer Bastiano della Seta, Operaio del Duomo, due quadri che furono posti nella nicchia dietro all'altare maggiore del Duomo a canto a quegli del Sogliano e del Beccafumi.
In uno è Cristo morto con la Nostra Donna e con l'altre Marie e nell'altro il sacrifizio d'Abramo e d'Isac suo figliuolo.
Ma perché questi quadri non riuscirono molto buoni, il detto Operaio, che aveva disegnato fargli fare alcune tavole per la chiesa, lo licenziò, conoscendo che gl'uomini che non studiano, perduto che hanno in vecchiezza un certo che di buono che in giovanezza avevano da natura, si rimangono con una pratica e maniera le più volte poco da lodare.
Nel medesimo tempo finì Giovan Antonio una tavola che egli avea già cominciata a olio per Santa Maria della Spina, facendovi la Nostra Donna col Figliuolo e Santa Caterina, e ritti dagli lati San Giovanni, San Bastiano e San Giuseppo; nelle quali tutte figure si portò molto meglio che ne' due quadri del Duomo.
Dopo, non avendo più che fare a Pisa, si condusse a Lucca, dove in San Ponziano, luogo de' frati di Monte Oliveto, gli fece fare un abate suo conoscente una Nostra Donna al salire di certe scale che vanno in dormentorio; la quale finita, stracco, povero e vecchio se ne tornò a Siena, dove non visse poi molto: perché amalato, per non avere né chi lo governasse, né di che essere governato, se n'andò allo spedal grande e quivi finì in poche settimane il corso di sua vita.
Tolse Giovan Antonio essendo giovane et in buon credito moglie in Siena una fanciulla nata di bonissime genti e n'ebbe il primo anno una figliuola, ma poi venutagli a noia, perché egli era una bestia, non la volle mai più vedere.
Onde ella ritiratasi da sé visse sempre delle sue fatiche e dell'entrate della sua dote, portando con lunga e molta pacienza le bestialità e le pazzie di quel suo uomo, degno veramente del nome di Mattaccio, che gli posero come s'è detto que' padri di Monte Oliveto.
Il Riccio sanese, discepolo di Giovan Antonio e pittore assai pratico e valente, avendo presa per moglie la figliuola del suo maestro, stata molto bene e costumatamente dalla madre allevata, fu erede di tutte le cose del suocero attenenti all'arte.
Questo Riccio dico, il quale ha lavorato molte opere belle e lodevoli in Siena et altrove, e nel Duomo di quella città, entrando in chiesa a man manca, una cappella lavorata di stucchi e di pitture a fresco, si sta oggi in Lucca, dove ha fatto e fa tuttavia molte opere belle e lodevoli.
Fu similmente creato di Giovan Antonio un giovane che si chiamava Giomo del Soddoma, ma perché morì giovane, né potette dar se non piccol saggio del suo ingegno e sapere, non accade dirne altro.
Visse il Soddoma anni settantacinque e morì l'anno 1554.
FINE DELLA VITA DEL SODDOMA, PITTORE
VITA DI BASTIANO DETTO ARISTOTILE DA SAN GALLO PITTORE ET ARCHITETTO FIORENTINO
Quando Pietro Perugino, già vecchio, dipigneva la tavola dell'altare maggiore de' Servi in Fiorenza, un nipote di Giuliano e d'Antonio da San Gallo, chiamato Bastiano, fu acconcio seco a imparare l'arte della pittura, ma non fu il giovanetto stato molto col Perugino, che veduta in casa Medici la maniera di Michelagnolo nel cartone della sala, di cui si è già tante volte favellato, ne restò sì amirato, che non volle più tornare a bottega con Piero parendoli che la maniera di colui a petto a quella del Buonarruoti fusse secca, minuta e da non dovere in niun modo essere imitata.
E perché di coloro che andavano a dipignere il detto cartone, che fu un tempo la scuola di chi volle attendere alla pittura, il più valente di tutti era tenuto Ridolfo Grillandai, Bastiano se lo elesse per amico, per imparare da lui a colorire, e così divennero amicissimi.
Ma non lasciando perciò Bastiano di attendere al detto cartone e fare di quelli ignudi, ritrasse in un cartonetto tutta insieme l'invenzione di quel gruppo di figure, la quale niuno di tanti che vi avevano lavorato aveva mai disegnato interamente.
E perché vi attese con quanto studio gli fu mai possibile, ne seguì che poi ad ogni proposito seppe render conto delle forze, attitudini e muscoli di quelle figure e quali erano state le cagioni che avevano mosso il Buonarruoto a fare alcune positure difficili.
Nel che fare, parlando egli con gravità, adagio e sentenziosamente gli fu da una schiera di virtuosi artefici posto il sopranome d'Aristotile, il quale gli stette anco tanto meglio, quanto pareva che secondo un antico ritratto di quel grandissimo filosofo e secretario della natura, egli molto il somigliasse.
Ma per tornare al cartonetto ritratto da Aristotile, egli il tenne poi sempre così caro che essendo andato male l'originale del Buonarruoto, nol volle mai dare né per prezzo, né per altra cagione, né lasciarlo ritrarre, anzi nol mostrava se non come le cose preziose si fanno ai più cari amici e per favore.
Questo disegno poi l'anno 1542 fu da Aristotile a persuasione di Giorgio Vasari suo amicissimo ritratto in un quadro a olio di chiaro scuro che fu mandato per mezzo di monsignor Giovio al re Francesco di Francia, che l'ebbe carissimo e ne diede premio onorato al San Gallo.
E ciò fece il Vasari, perché si conservasse la memoria di quell'opera, atteso che le carte agevolmente vanno male.
E perché si dilettò dunque Aristotile nella sua giovanezza, come hanno fatto gl'altri di casa sua, delle cose d'architettura, attese a misurar piante di edifizii e con molta diligenza alle cose di prospettiva, nel che fare gli fu di gran comodo un suo fratello chiamato Giovan Francesco, il quale come architettore attendeva alla fabrica di S.
Piero, sotto Giuliano Leni proveditore.
Giovan Francesco dunque, avendo tirato a Roma Aristotile e servendosene a tener conti in un gran maneggio che avea di fornaci, di calcine, di lavori, pozzolane e tufi che gl'apportavano grandissimo guadagno, si stette un tempo a quel modo Bastiano senza far altro che disegnare nella cappella di Michelagnolo et andarsi trattenendo per mezzo di Messer Giannozzo Pandolfini vescovo di Troia, in casa di Raffaello da Urbino.
Onde, avendo poi Raffaello fatto al detto Vescovo il disegno per un palazzo che volea fare in via di S.
Gallo in Fiorenza, fu il detto Giovan Francesco mandato a metterlo in opera, sì come fece con quanta diligenza è possibile che un'opera così fatta si conduca.
Ma l'anno 1530, essendo morto Giovan Francesco e stato posto l'assedio intorno a Fiorenza, si rimase come diremo imperfetta quell'opera; all'esecuzione della quale fu messo poi Aristotile suo fratello, che se n'era molti e molti anni innanzi tornato come si dirà a Fiorenza, avendo sotto Giuliano Leni sopra detto, avanzato grossa somma di danari nell'aviamento che gli aveva lasciato in Roma il fratello; con una parte de' quali danari comperò Aristotile, a persuasione di Luigi Alamanni e Zanobi Buondelmonti suoi amicissimi, un sito di casa dietro al convento de' Servi, vicino ad Andrea del Sarto, dove poi, con animo di tòr donna e riposarsi, murò un'assai commoda casetta.
Tornato dunque a Fiorenza Aristotile, perché era molto inclinato alla prospettiva, alla quale aveva atteso in Roma sotto Bramante, non pareva che quasi si dilettasse d'altro, ma nondimeno, oltre al fare qualche ritratto di naturale, colorì a olio in due tele grandi il mangiare il pomo di Adamo e d'Eva, quando sono cacciati di paradiso.
Il che fece secondo che avea ritratto dall'opere di Michelagnolo dipinte nella volta della cappella di Roma.
Le quali due tele d'Aristotile gli furono, per averle tolte di peso dal detto luogo, poco lodate; ma all'incontro gli fu ben lodato tutto quello che fece in Fiorenza nella venuta di papa Leone, facendo in compagnia di Francesco Granacci un arco trionfale dirimpetto alla porta di Badia, con molte storie, che fu bellissimo.
Parimente nelle nozze del duca Lorenzo de' Medici fu di grande aiuto in tutti gl'apparati e massimamente in alcune prospettive per comedie al Francia Bigio e Ridolfo Grillandaio, che avevan cura d'ogni cosa, Fece dopo molti quadri di Nostre Donne a olio, parte di sua fantasia e parte ritratte da opere d'altri, e fra l'altre ne fece una simile a quella che Raffaello dipinse al Popolo in Roma, dove la Madonna cuopre [il] putto con un velo, la quale ha oggi Filippo dell'Antella; un'altra ne hanno gl'eredi di Messer Ottaviano de' Medici insieme col ritratto del detto Lorenzo, il quale Aristotile ricavò da quello che avea fatto Raffaello.
Molti altri quadri fece ne' medesimi tempi, che furono mandati in Inghilterra.
Ma conoscendo Aristotile di non avere invenzione, e quanto la pittura richieggia studio e buon fondamento di disegno, e che per mancar di queste parti non poteva gran fatto divenire eccellente, si risolvé di volere che il suo esercizio fusse l'architettura e la prospettiva facendo scene da comedie a tutte l'occasioni che se gli porgessero, alle quali aveva molta inclinazione.
Onde avendo il già detto vescovo di Troia rimesso mano al suo palazzo in via di San Gallo, n'ebbe cura Aristotile, il quale col tempo lo condusse con molta sua lode al termine che si vede.
Intanto avendo fatto Aristotile grande amicizia con Andrea del Sarto suo vicino, dal quale imparò a fare molte cose perfettamente, attendendo con molto studio alla prospettiva, onde poi fu adoperato in molte feste che si fecero da alcune Compagnie di gentiluomini, che in quella tranquillità di vivere erano allora in Firenze.
Onde avendosi a fare recitare dalla Compagnia della Cazzuola in casa di Bernardino di Giordano, al canto a Monteloro, la Mandragola, piacevolissima comedia, fecero la prospettiva, che fu bellissima, Andrea del Sarto et Aristotile.
E non molto dopo alla porta San Friano fece Aristotile un'altra prospettiva in casa Iacopo Fornaciaio, per un'altra comedia del medesimo autore.
Nelle quali prospettive e scene, che molto piacquero all'universale, et in particolare al signor Alessandro et Ipolito de' Medici, che allora erano in Fiorenza sotto la cura di Silvio Passerini cardinale di Cortona, acquistò di maniera nome Aristotile, che di quella fu poi sempre la sua principale professione, anzi come vogliono alcuni, gli fu posto quel sopranome parendo che veramente nella prospettiva fusse quello che Aristotile nella filosofia.
Ma come spesso adiviene, che da una somma pace e tranquillità si viene alle guerre e discordie, venuto l'anno 1527, si mutò in Fiorenza ogni letizia e pace in dispiacere e travagli, perché, essendo allora cacciati i Medici e dopo venuta la peste e l'assedio, si visse molti anni poco lietamente; onde non si facendo allora dagl'artefici alcun bene, si stette Aristotile in que' tempi sempre a casa, attendendo a' suoi studii e capricci.
Ma venuto poi al governo di Fiorenza il duca Alessandro, e cominciando alquanto a rischiarare ogni cosa, i giovani della Compagnia de' Fanciulli della Purificazione, dirimpetto a San Marco, ordinarono di fare una tragicomedia, cavata dei libri de' Re, delle tribolazioni che furono per la violazione di Tamar, la quale avea composta Giovan Maria Primerani.
Per che, dato cura della scena e prospettiva ad Aristotile, egli fece una scena, la più bella (per quanto capeva il luogo) che fusse stata fatta già mai.
E perché oltre al bell'apparato, la tragicomedia fu bella per sé e ben recitata, e molto piacque al duca Alessandro et alla sorella che l'udirono, fecero loro eccellenze liberare l'autore di essa, che era in carcere, con questo che dovesse fare un'altra comedia a sua fantasia.
Il che avendo fatto, Aristotile fece nella loggia del giardino de' Medici in sulla piazza di San Marco una bellissima scena e prospettiva, piena di colonnati, di nicchie, di tabernacoli, statue e molte altre cose capricciose, che in sin'allora in simili apparati non erano state usate, le quali tutte piacquero infinitamente et hanno molto arrichito quella maniera di pitture.
Il soggetto della comedia fu Ioseffo accusato falsamente d'avere voluto violare la sua padrona, e per ciò incarcerato e poi liberato per l'interpretazione del sogno del re.
Essendo dunque anco questa scena molto piaciuta al Duca, ordinò quando fu el tempo, che nelle sue nozze e di madama Margherita d'Austria si facesse una comedia e la scena da Aristotile in via di San Gallo nella Compagnia de' Tessitori congiunta alle case del Magnifico Ottaviano de' Medici.
Al che avendo messo mano Aristotile con quanto studio, diligenza e fatica gli fu mai possibile, condusse tutto quell'apparato a perfezione.
E perché Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, avendo egli composta la comedia che si aveva da recitare, avea cura di tutto l'apparato e delle musiche, come quegli che andava sempre pensando in che modo potesse uccidere il Duca, dal quale era cotanto amato e favorito, pensò di farlo capitar male nell'apparato di quella comedia.
Costui dunque, là dove terminavano le scale della prospettiva et il palco della scena, fece da ogni banda delle cortine delle mura gettate in terra diciotto braccia di muro per altezza, per rimurare dentro una stanza a uso di scarsella che fusse assai capace et un palco alto quanto quello della scena, il quale servisse per la musica di voci; e sopra il primo volea fare un altro palco per gravicemboli, organi et altri simili instrumenti, che non si possono così facilmente muovere, né mutare; et il vano dove avea rovinato le mura dinanzi volea che fusse coperto di tele dipinte in prospettiva e di casamenti.
Il che tutto piaceva ad Aristotile, perché arrichiva la scena e lasciava libero il palco di quella dagl'uomini della musica; ma non piaceva già ad esso Aristotile che il cavallo che sosteneva il tetto, il quale era rimaso senza le mura di sotto che il reggevano, si accomodasse altrimenti che con un arco grande e doppio che fusse gagliardissimo, là dove voleva Lorenzo che fusse retto da certi puntelli e non da altro che potesse in niun modo impedire la musica.
Ma conoscendo Aristotile che quella era una trappola da rovinare addosso a una infinità di persone, non si voleva in questo accordare in modo veruno con Lorenzo, il quale in verità non aveva altro animo che d'uccidere in quella rovina il Duca.
Per che, vedendo Aristotile di non poter mettere nel capo a Lorenzo le sue buone ragioni, avea deliberato di volere andarsi con Dio, quando Giorgio Vasari, il quale allora benché giovanetto stava al servizio del duca Alessandro et era creatura d'Ottaviano de' Medici, sentendo mentre dipigneva in quella scena le dispute e dispiaceri che erano fra Lorenzo et Aristotile, si mise destramente di mezzo, et udito l'uno e l'altro et il pericolo che seco portava il modo di Lorenzo, mostrò che senza fare l'arco o impedire in altra guisa il palco delle musiche, si poteva il detto cavallo del tetto assai facilmente accomodare, mettendo due legni doppii di quindici braccia l'uno per la lunghezza del muro; e quelli bene allacciati con spranghe di ferro allato agl'altri cavalli, sopra essi posare sicuramente il cavallo di mezzo, perciò che vi stava sicurissimo come sopra l'arco arebbe fatto né più né meno.
Ma non volendo Lorenzo credere né ad Aristotile, che l'approvava, né a Giorgio che il proponeva, non faceva altro che contraporsi con sue cavillazioni che facevano conoscere il suo cattivo animo ad ognuno, per che, veduto Giorgio che disordine grandissimo poteva di ciò seguire e che questo non era altro che un volere amazzare trecento persone, disse che volea per ogni modo dirlo al Duca, acciò mandasse a vedere e provedere al tutto.
La qual cosa sentendo Lorenzo e dubitando di non scoprirsi, dopo molte parole diede licenzia ad Aristotile che seguisse il parere di Giorgio e così fu fatto.
Questa scena dunque fu la più bella che non solo insino allora avesse fatto Aristotile, ma che fusse stata fatta da altri già mai, avendo in essa fatto molte cantonate di rilievo e contrafatto nel mezzo del foro un bellissimo arco trionfale, finto di marmo, pieno di storie e di statue; senza le strade che sfuggivano e molte altre cose fatte con bellissime invenzioni et incredibile studio e diligenza.
Essendo poi stato morto dal detto Lorenzo il duca Alessandro e creato il duca Cosimo l'anno 1536, quando venne a marito la signora donna Leonora di Tolledo, donna nel vero rarissima e di cioè sì grande et incomparabile valore, che può a qual sia più celebre e famosa nell'antiche storie senza contrasto aguagliarsi e per aventura preporsi, nelle nozze che si fecero a dì 27 di giugno l'anno 1539, fece Aristotile nel cortile grande del palazzo de' Medici, dove è la fonte, un'altra scena che rappresentò Pisa, nella quale vinse se stesso, sempre migliorando e variando.
Onde non è possibile mettere insieme mai né la più variata sorte di finestre e porte, né facciate di palazzi più bizzarre e capricciose, né strade o lontani che meglio sfuggano e facciano tutto quello che l'ordine vuole della prospettiva.
Vi fece oltra di questo il campanile torto del Duomo, la cupola et il tempio tondo di S.
Giovanni con altre cose di quella città.
Delle scale che fece in questa non dirò altro, né quanto rimanessero ingannati, per non parere di dire il medesimo che s'è detto altre volte; dirò bene che questa, la quale mostrava salire da terra in su quel piano, era nel mezzo a otto facce e dalle bande quadra, con artifizio nella sua semplicità grandissimo, perché diede tanta grazia alla prospettiva di sopra, che non è possibile in quel genere veder meglio.
Appresso ordinò con molto ingegno una lanterna di legname a uso d'arco, dietro a tutti i casamenti, con un sole alto un braccio fatto con una palla di cristallo piena d'acqua stillata, dietro la quale erano due torchi accesi che la facevano in modo risplendere, che ella rendeva luminoso il cielo della scena e la prospettiva in guisa che pareva veramente il sole vivo e naturale.
E questo sole dico, avendo intorno un ornamento di razzi d'oro che coprivano la cortina, era di mano in mano per via d'un arganetto, che era tirato con sì fatt'ordine, che a principio della comedia pareva che si levasse il sole, e che salito infino al mezzo dell'arco, scendesse in guisa, che al fine della comedia entrasse sotto e tramontasse.
Compositore della comedia fu Anton Landi gentiluomo fiorentino, e sopra gl'intermedii e la musica fu Giovan Batista Strozzi allora giovane e di bellissimo ingegno.
Ma perché dell'altre cose che adornarono questa comedia, gl'intermedii e le musiche, fu scritto allora a bastanza, non dirò altro se non chi furono coloro che fecero alcune pitture, bastando per ora sapere che l'altre cose condussero il detto Giovan Batista Strozzi, il Tribolo et Aristotile.
Erano sotto la scena della comedia le facciate dalle bande spartite in sei quadri dipinti e grandi braccia otto l'uno e larghi cinque, ciascuno de' quali aveva intorno un ornamento largo un braccio e due terzi, il quale faceva fregiatura intorno et era scorniciato verso le pitture, facendo quattro tondi in croce con due motti latini per ciascuna storia, e nel resto erano imprese a proposito; sopra girava un fregio di rovesci azzurri a torno a torno, salvo che dove era la prospettiva, e sopra questo era un cielo pur di rovesci, che copriva tutto il cortile, nel quale fregio di rovesci, sopra ogni quadro di storia era l'arme d'alcuna delle famiglie più illustri, con le quali avevano avuto parentado la casa de' Medici.
Cominciandomi dunque dalle parte di levante, a canto alla scena nella prima storia, la quale era di mano di Francesco Ubertini detto il Bachiacca, era la tornata d'esilio del Magnifico Cosimo de' Medici, l'impresa erano due colombe sopra un ramo d'oro, e l'arme che era nel fregio era quella del duca Cosimo; nell'altro, il quale era di mano del medesimo, era l'andata a Napoli del Magnifico Lorenzo, l'impresa un pellicano, e l'arme quella del duca Lorenzo, cioè Medici e Savoia; nel terzo quadro, stato dipinto da Pierfrancesco di Iacopo di Sandro, era la venuta di papa Leone X a Fiorenza, portato dai suoi cittadini sotto il baldacchino: l'impresa era un braccio ritto, e l'arme quella del duca Giuliano, cioè Medici e Savoia; nel quarto quadro, di mano del medesimo, era Biegrassa presa dal signor Giovanni, che di quella si vedeva uscire vettorioso: l'impresa era il fulmine di Giove, e l'arme del fregio era quella del duca Alessandro, cioè Austria e Medici; nel quinto, papa Clemente coronava in Bologna Carlo V: l'impresa era un serpe che si mordeva la coda, e l'arme era di Francia e Medici, e questa era di mano di Domenico Conti, discepolo d'Andrea del Sarto, il quale mostrò non valere molto, mancatogli l'aiuto d'alcuni giovani de' quali pensava servirsi, perché tutti i buoni e cattivi erano in opera.
Onde fu riso di lui, che molto presumendosi, si era altre volte con poco giudizio riso d'altri.
Nella sesta storia et ultima da quella banda era di mano del Bronzino la disputa che ebbono tra loro in Napoli et innanzi all'imperatore, il duca Alessandro et i fuoriusciti fiorentini, col fiume Sebeto e molte figure, e questo fu bellissimo quadro e migliore di tutti gl'altri: l'impresa era una palma, e l'arme quella di Spagna.
Dirimpetto alla tornata del Magnifico Cosimo, cioè dall'altra banda, era il felicissimo natale del duca Cosimo: l'impresa era una fenice, e l'arme quella della città di Fiorenza, cioè un giglio rosso.
A canto a questo era la creazione o vero elezzione del medesimo alla degnità del ducato: l'impresa il caduceo di Mercurio, e nel fregio l'arme del castellano della fortezza.
E questa storia, essendo stata disegnata da Francesco Salviati, perché ebbe a partirsi in que' giorni di Fiorenza, fu finita eccellentemente da Carlo Portelli da Loro.
Nella terza erano i tre superbi oratori campani cacciati del senato romano per la loro temeraria dimanda, secondo che racconta Tito Livio nel ventesimo libro della sua storia, i quali in questo luogo significavano tre cardinali venuti invano al duca Cosimo con animo di levarlo del governo: l'impresa era un cavallo alato, e l'arme quella de' Salviati e Medici.
Nell'altro era la presa di Monte Murlo: l'impresa un assiuolo egizzio sopra la testa di Pirro, e l'arme quella di casa Sforza e Medici, nella quale storia, che fu dipinta da Antonio di [Donnino di] Domenico pittore fiero nelle movenze, si vedeva nel lontano una scaramuccia di cavalli tanto bella, che quel quadro, di mano di persona riputata debole, riuscì molto migliore che l'opere d'alcuni altri che erano valentuomini solamente in openione.
Nell'altro si vedeva il duca Cosimo essere investito dalla maestà cesarea di tutte l'insegne et imprese ducali: l'impresa era una pica con foglie d'alloro in bocca, e nel fregio era l'arme de' Medici e di Tolledo, e questa era di mano di Battista Franco viniziano.
Nell'ultimo di tutti questi quadri erano le nozze del medesimo duca Cosimo fatte in Napoli: l'impresa erano due cornici, simbolo antico delle nozze, e nel fregio era l'arme di don Petro di Tolledo viceré di Napoli, e questa, che era di mano del Bronzino, era fatta con tanta grazia, che superò come la prima tutte l'altre storie.
Fu similmente ordinato dal medesimo Aristotile, sopra la loggia, un fregio con altre storiette et arme che fu molto lodato e piacque a sua eccellenza che di tutto il remunerò largamente.
E dopo, quasi ogni anno, fece qualche scena e prospettiva per le comedie che si facevano per carnovale, avendo in quella maniera di pitture tanta pratica et aiuto dalla natura, che aveva disegnato volere scriverne et insegnare, ma perché la cosa gli riuscì più difficile che non s'aveva pensato, se ne tolse giù, e massimamente essendo poi stato da altri che governarono il palazzo fatto fare prospettive dal Bronzino e Francesco Salviati, come si dirà a suo luogo.
Vedendo adunque Aristotile essere passati molti anni, ne' quali non era stato adoperato, se n'andò a Roma a trovare Antonio da San Gallo suo cugino, il quale subito che fu arivato, dopo averlo ricevuto e veduto ben volentieri, lo mise a sollecitare alcune fabriche con provisione di scudi dieci il mese, e dopo lo mandò a Castro, dove stette alcuni mesi di commessione di papa Paulo Terzo a condurre gran parte di quelle muraglie secondo il disegno et ordine d'Antonio.
E conciò fusse che Aristotile, essendosi alevato con Antonio da piccolo et avezzatosi a procedere seco troppo familiarmente, dicono che Antonio lo teneva lontano, perché non si era mai potuto avezare a dirgli voi, di maniera che gli dava del tu, se ben fussero stati dinanzi al Papa non che in un cerchio di signori e gentiluomini, nella maniera che ancor fanno altri fiorentini avezzi all'antica et a dar del tu ad ognuno, come fussero da Norcia, senza sapersi accomodare al vivere moderno secondo che fanno gl'altri, e con l'usanza portano di mano in mano.
La qual cosa quanto paresse strana ad Antonio, avezzo a essere onorato da cardinali et altri grand'uomini, ognuno se lo pensi.
Venuta dunque a fastidio ad Aristotile la stanza di Castro, pregò Antonio che lo facesse tornare a Roma, di che lo compiacque Antonio molto volentieri, ma gli disse che procedesse seco con altra maniera e miglior creanza, massimamente là dove fussero in presenza di gran personaggi.
Un anno di carnovale, facendo in Roma Ruberto Strozzi banchetto a certi signori suoi amici, et avendosi a recitare una comedia nelle sue case, gli fece Aristotile nella sala maggiore una prospettiva (per quanto si poteva in stretto luogo) bellissima e tanto vaga e graziosa, che fra gl'altri il cardinal Farnese, non pure ne restò maravigliato, ma gliene fece fare una nel suo palazzo di San Giorgio, dove è la cancelleria, in una di quelle sale mezzane che rispondono in sul giardino, ma in modo, che vi stesse ferma, per poter ad ogni sua voglia e bisogno servirsene.
Questa dunque fu da Aristotile condotta con quello studio che seppe e poté maggiore, di maniera, che sodisfece al cardinale e gl'uomini dell'arte infinitamente.
Il quale cardinale avendo commesso a Messer Curzio Frangipane che sodisfacesse Aristotile, e colui volendo come discreto, fargli il dovere, et anco non soprapagare, disse a Perino del Vaga et a Giorgio Vasari che stimassero quell'opera.
La qual cosa fu molto cara a Perino, perché portando odio ad Aristotile et avendo per male che avesse fatto quella prospettiva, la quale gli pareva dovere che avesse dovuto toccare a lui come a servitore del cardinale, stava tutto pieno di timore e gelosia, e massimamente essendosi, non pure d'Aristotile, ma anco del Vasari servito in que' giorni il cardinale e donatogli mille scudi per avere dipinto a fresco in cento giorni la sala di Parco Maiori nella cancelleria.
Disegnava dunque Perino per queste cagioni di stimare tanto poco la detta prospettiva d'Aristotile, che s'avesse a pentire d'averla fatta; ma Aristotile avendo inteso chi erano coloro che avevano a stimare la sua prospettiva, andato a trovare Perino, alla bella prima gli cominciò secondo il suo costume a dare per lo capo del tu, per essergli colui stato amico in giovanezza.
Laonde Perino, che già era di mal animo, venne in collera, e quasi scoperse non se n'aveggendo quello che in animo aveva malignamente di fare.
Per che, avendo il tutto raccontato Aristotile al Vasari, gli disse Giorgio che non dubitasse, ma stesse di buona voglia, che non gli sarebbe fatto torto.
Dopo trovandosi insieme per terminare quel negozio Perino e Giorgio, cominciando Perino, come più vecchio, a dire, si diede a biasimare quella prospettiva et a dire ch'ell'era un lavoro di pochi baiocchi, e che avendo Aristotile avuto danari a buon conto e statogli pagati coloro che l'avevano aiutato, egli era più che soprapagato, aggiugnendo: "S'io l'avessi avuta a far io, l'arei fatta d'altra maniera e con altre storie et ornamenti che non ha fatto costui, ma il cardinal toglie sempre a favorire qualcuno che gli fa poco onore".
Delle quali parole et altre conoscendo Giorgio che Perino voleva più tosto vendicarsi dello sdegno, che avea col cardinale, con Aristotile, che con amorevole pietà far riconoscere le fatiche e la virtù d'un buono artefice, con dolci parole disse a Perino: "Ancor ch'io non m'intenda di sì fatte opere più che tanto, avendone nondimeno vista alcuna di mano di chi sa farle, mi pare che questa sia molto ben condotta e degna d'essere stimata molti scudi, e non pochi, come voi dite, baiocchi; e non mi pare onesto che chi sta per gli scrittoi a tirare in su le carte, per poi ridurre in grand'opere tante cose variate in prospettiva, debba essere pagato delle fatiche della notte e da vantaggio del lavoro di molte settimane, nella maniera che si pagano le giornate di coloro che non vi hanno fatica d'animo e di mane e poca di corpo, bastando imitare, senza stillarsi altrimenti il cervello come ha fatto Aristotile.
E quando l'aveste fatta voi, Perino, con più storie et ornamenti, come dite, non l'areste forse tirata con quella grazia che ha fatto Aristotile, il quale in questo genere di pittura è con molto giudizio stato giudicato dal cardinale miglior maestro di voi.
Ma considerate che alla fine non si fa danno, giudicando male e non dirittamente, ad Aristotile, ma all'arte, alla virtù e molto più all'anima, e se vi partirete dall'onesto per alcun vostro sdegno particolare, senza che chi la conosce per buona non biasimerà l'opera, ma il nostro debole giudizio e forse la malignità e nostra cattiva natura.
E chi cerca di gratuirsi ad alcuno, d'aggrandire le sue cose o vendicarsi d'alcuna ingiuria col biasimare o meno stimare di quel che sono le buone opere altrui, è finalmente da Dio e dagl'uomini conosciuto per quello che egli è, cioè per maligno, ignorante, cattivo.
Considerate, voi che fate tutti i lavori di Roma, quello che vi parrebbe se altri stimasse le cose vostre quanto voi fate l'altrui, mettetevi di grazia ne' piè di questo povero vecchio, e vedrete quanto lontano siete dall'onesto e ragionevole".
Furono di tanta forza queste et altre parole che disse Giorgio amorevolmente a Perino, che si venne a una stima onesta e fu sodisfatto Aristotile, il quale con que' danari, con quelli del quadro mandato, come a principio si disse, in Franzia, e con gl'avanzi delle sue provisioni, se ne tornò lieto a Firenze, non ostante che Michelagnolo, il quale gl'era amico, avesse disegnato servirsene nella fabrica che i romani disegnavano di fare in Campidoglio.
Tornato dunque a Firenze Aristotile l'anno 1547, nell'andare a baciar le mani al signor duca Cosimo, pregò sua eccellenza che volesse, avendo messo mano a molte fabriche, servirsi dell'opera sua et aiutarlo; il qual signore, avendolo benignamente ricevuto come ha fatto sempre gli uomini virtuosi, ordinò che gli fusse dato di provisione dieci scudi il mese, et a lui disse che sarebbe adoperato secondo l'occorrenze che venissero; con la quale provisione senza fare altro visse alcuni anni quietamente, e poi si morì d'anni settanta l'anno 1551, l'ultimo dì di maggio, e fu sepolto nella chiesa de' Servi.
Nel nostro libro sono alcuni disegni di mano d'Aristotile, et alcuni ne sono appresso Antonio Particini, fra i quali sono alcune carte tirate in prospettiva bellissime.
Vissero ne' medesimi tempi che Aristotile e furono suoi amici, due pittori, de' quali farò qui menzione brievemente, però che furono tali che fra questi rari ingegni meritano d'aver luogo per alcune opere che fecero, degne veramente d'essere lodate.
L'uno fu Iacone e l'altro Francesco Ubertini cognominato il Bacchiacca.
Iacone adunque non fece molte opere, come quegli che se n'andava in ragionamenti e baie, e si contentò di quel poco che la sua fortuna e pigrizia gli providero, che fu molto meno di quello che arebbe avuto di bisogno.
Ma perché praticò assai con Andrea del Sarto, disegnò benissimo e con fierezza, e fu molto bizzarro e fantastico nella positura delle sue figure, stravolgendole e cercando di farle variate, diferenziate dagl'altri in tutti i suoi componimenti: e nel vero ebbe assai disegno, e quando volle imitò il buono.
In Fiorenza fece molti quadri di Nostre Donne, essendo anco giovane, che molti ne furono mandati in Francia da mercatanti fiorentini; in Santa Lucia della via de' Bardi fece in una tavola Dio Padre, Cristo e la Nostra Donna con altre figure, et a Montici in sul canto della casa di Lodovico Capponi due figure di chiaro scuro intorno a un tabernacolo; in San Romeo dipinse in una tavola la Nostra Donna e due Santi.
Sentendo poi una volta molto lodare le facciate di Pulidoro e Maturino fatte in Roma e dove fece alcuni ritratti, senza che niuno il sapesse, se n'andò a Roma dove stette alcuni mesi acquistando nelle cose dell'arte in modo che riuscì poi in molte cose ragionevole dipintore.
Onde il cavaliere Buondelmonti gli diede a dipignere di chiaro scuro una sua casa, che avea murata dirimpetto a Santa Trinita al principio di borgo Santo Apostolo, nella quale fece Iacone istorie della vita d'Alessandro Magno, in alcune cose molto belle e condotte con tanta grazia e disegno, che molti credono che di tutto gli fussero fatti i disegni da Andrea del Sarto.
E per vero dire, al saggio che di sé diede Iacone in quest'opera, si pensò che avesse a fare qualche gran frutto, ma perché ebbe sempre più il capo a darsi buon tempo et altre baie et a stare in cene e feste con gl'amici che a studiare e lavorare, più tosto andò disamparando sempre che acquistando.
Ma quello che era cosa non so se degna di riso, o di compassione, egli era d'una compagnia d'amici, o più tosto masnada, che sotto nome di vivere alla filosofica, viveano come porci e come bestie, non si lavavano mai né mani, né viso, né capo, né barba, non spazzavano la casa e non rifacevano il letto se non ogni due mesi una volta, apparecchiavano con i cartoni delle pitture le tavole e non beevano se non al fiasco et al boccale, e questa loro meschinità e vivere, come si dice, alla carlona, era da loro tenuta la più bella vita del mondo.
Ma perché il di fuori suole essere indizio di quello di dentro, e dimostrare quali sieno gl'animi nostri, crederò, come s'è detto altra volta, che così fussero costoro lordi e brutti nell'animo come di fuori apparivano.
Nella festa di San Felice in Piazza (cioè rappresentazione della Madonna quando fu anunziata, della quale si è ragionato in altro luogo) la quale fece la Compagnia dell'Orciuolo l'anno 1525, fece Iacone nell'apparato di fuori, secondo che allora si costumava, un bellissimo arco trionfale, tutto isolato, grande e doppio con otto colonne e pilastri, frontespizio molto alto, il quale fece condurre a perfezzione da Piero da Sesto, maestro di legname molto pratico, e dopo vi fece nove storie, parte delle quali dipinse egli, che furono le migliori, e l'altre Francesco Ubertini Bacchiacca; le quali storie furono tutte del Testamento Vecchio e per la maggior parte de' fatti di Moisè.
Essendo poi condotto Iacone da un frate scopetino suo parente a Cortona, dipinse nella chiesa della Madonna, la quale è fuori della città, due tavole a olio: in una è la Nostra Donna con San Rocco, Santo Agostino et altri Santi, e nell'altra un Dio Padre che incorona la Nostra Donna con dua Santi da piè, e nel mezzo è San Francesco che riceve le stimate; le qual due opere furono molte belle.
Tornatosene poi a Firenze, fece a Bongianni Caponi una stanza in volta in Fiorenza, et al medesimo ne accomodò nella villa di Montici alcun'altre; e finalmente, quando Iacopo Puntormo dipinse al duca Alessandro nella villa di Careggi quella loggia di cui si è nella sua vita favellato, gl'aiutò fare la maggior parte di quegl'ornamenti di grottesche et altre cose, dopo le quali si adoperò in certe cose minute, delle quali non accade far menzione.
La somma è che Iacone spese il miglior tempo di sua vita in baie, andandosene in considerazioni et in dir male di questo e di quello, essendo in que' tempi ridotta in Fiorenza l'arte del disegno in una compagnia di persone che più attendevano a far baie et a godere che a lavorare, e lo studio de' quali era ragunarsi per le botteghe et in altri luoghi e quivi malignamente e con loro gerghi attendere a biasimare l'opere d'alcuni che erano eccellenti e vivevano civilmente e come uomini onorati.
Capi di questi erano Iacone, il Piloto orefice et il Tasso legnaiuolo, ma il peggiore di tutti era Iacone, perciò che fra l'altre sue buone parti, sempre nel suo dire mordeva qualcuno di malasorte, onde non fu gran fatto che da cotal compagnia avessero poi col tempo, come si dirà, origine molti mali, né che fusse il Piloto, per la sua mala lingua, ucciso da un giovane; e perché le costoro operazioni e costumi non piacevano agl'uomini da bene, erano, non dico tutti, ma una parte di loro, sempre come i battilani et altri simili a fare alle piastrelle lungo le mura, o per le taverne a godere.
Tornando un giorno Giorgio Vasari da Monte Oliveto, luogo fuor di Firenze, da vedere il reverendo e molto virtuoso don Miniato Pitti, abate allora di quel luogo, trovò Iacone con una gran parte di sua brigata in sul canto de' Medici, il quale pensò, per quanto intesi poi, di volere con qualche sua cantafavola, mezzo burlando e mezzo dicendo da dovero, dire qualche parola ingiuriosa al detto Giorgio.
Per che, entrato egli così a cavallo fra loro gli disse Iacone: "Orbè, Giorgio", disse, "come va ella?".
"Va bene, Iacone mio", rispose Giorgio; "io era già povero come tutti voi et ora mi truovo tre mila scudi o meglio: ero tenuto da voi goffo, et i frati e preti mi tengono valentuomo; io già serviva voialtri, et ora questo famiglio, che è qui, serve me e governa questo cavallo; vestiva di que' panni che vestono i dipintori che son poveri, et ora son vestito di velluto; andava già a piedi et ora vo a cavallo, sì che, Iacon mio, ella va bene affatto; rimanti con Dio." Quando il povero Iacone sentì a un tratto tante cose, perdé ogni invenzione e si rimase senza dir altro tutto stordito, quasi considerando la sua miseria, e che le più volte rimane l'ingannatore a' piè dell'ingannato.
Finalmente essendo stato Iacone da una infermità mal condotto, essendo povero, senza governo e rattrappato delle gambe senza potere aiutarsi, si morì di stento in una sua casipola che aveva in una piccola strada o vero chiasso, detto Coda rimessa, l'anno 1553.
Francesco d'Ubertino detto Bacchiacca, fu diligente dipintore, et ancor che fusse amico di Iacone, visse sempre assai costumatamente e da uomo da bene; fu similmente amico d'Andrea del Sarto e da lui molto aiutato e favorito nelle cose dell'arte.
Fu, dico, Francesco diligente pittore, e particolarmente in fare figure piccole, le quali conduceva perfette e con molta pacienza, come si vede in S.
Lorenzo di Fiorenza, in una predella della storia de' Martiri, sotto la tavola di Giovan Antonio Sogliani, e nella cappella del Crucifisso, in un'altra predella molto ben fatta.
Nella camera di Pier Francesco Borgherini, della quale si è già tante volte fatto menzione, fece il Bacchiacca in compagnia degl'altri molte figurine ne' cassoni e nelle spalliere, che alla maniera sono conosciute come differenti dall'altre; similmente nella già detta anticamera di Giovan Maria Benintendi, fece due quadri molto belli di figure piccole, in uno de' quali, che è il più bello e più copioso di figure, è il Battista che battezza Gesù Cristo nel Giordano.
Ne fece anco molti altri per diversi, che furono mandati in Francia et in Inghilterra.
Finalmente il Bacchiacca andato al servizio del duca Cosimo, perché era ottimo pittore in ritrarre tutte le sorti d'animali, fece a sua eccellenza uno scrittoio tutto pieno d'uccelli di diverse maniere e d'erbe rare, che tutto condusse a olio divinamente.
Fece poi di figure piccole i cartoni di tutti i mesi dell'anno, che furono infinite messe in opera, di bellissimi panni d'arazzo di seta e d'oro, con tanta industria e diligenza, che in quel genere non si può veder meglio da Marco di maestro Giovanni Rosto fiamingo.
Dopo le quali opere condusse il Bacchiacca a fresco la grotta d'una fontana d'acqua che è a Pitti, et in ultimo fece i disegni per un letto che fu fatto di ricami, tutto pieno di storie e di figure piccole che fu la più ricca cosa di letto che di simile opera possa vedersi, essendo stati condotti i ricami pieni di perle e d'altre cose di pregio da Antonio Bacchiacca fratello di Francesco, il quale è ottimo ricamatore.
E perché Francesco morì avanti che fusse finito il detto letto, che ha servito per le felicissime nozze dell'illustrissimo signor principe di Firenze, don Francesco Medici, e della serenissima reina Giovanna d'Austria, egli fu finito in ultimo con ordine e disegno di Giorgio Vasari.
Morì Francesco l'anno 1557 in Firenze.
VITA DI BENVENUTO GAROFALO E DI GIROLAMO DA CARPI PITTORI FERRARESI E D'ALTRI LOMBARDI
In questa parte delle Vite, che noi ora scriviamo, si farà brievemente un raccolto di tutti i migliori e più eccellenti pittori, scultori et architetti che sono stati a' tempi nostri in Lombardia, dopo il Mantegna, il Costa, Boccaccino da Cremona et il Francia bolognese, non potendo fare la vita di ciascuno in particolare, e parendomi a bastanza raccontare l'opere loro; la qual cosa io non mi sarei messo a fare, né a dar di quelle giudizio se io non l'avessi prima vedute.
E perché dall'anno 1542 insino a questo presente 1566 io non aveva, come già feci, scorsa quasi tutta l'Italia, né veduto le dette et altre opere, che in questo spazio di ventiquattro anni sono molto cresciute, io ho voluto, essendo quasi al fine di questa mia fatica, prima che io le scriva, vederle e con l'occhio farne giudizio.
Per che, finite le già dette nozze dell'illustrissimo signor don Francesco Medici, prencipe di Fiorenza e di Siena, mio signore, e della serenissima reina Giovanna d'Austria, per le quali io era stato due anni occupatissimo nel palco della principale sala del loro palazzo, ho voluto senza perdonare a spesa o fatica veruna, rivedere Roma, la Toscana, parte della Marca, l'Umbria, la Romagna, la Lombardia e Vinezia, con tutto il suo dominio, per rivedere le cose vecchie e molte che sono state fatte dal detto anno 1542 in poi.
Avendo io dunque fatto memoria delle cose più notabili e degne d'esser poste in iscrittura, per non far torto alla virtù di molti, né a quella sincera verità che si aspetta a coloro che scrivono istorie di qualunche maniera, senza passione d'animo verrò scrivendo quelle cose che in alcuna parte mancano alle già dette, senza partirmi dall'ordine della storia, e poi darò notizia dell'opere d'alcuni che ancora son vivi e che hanno cose eccellenti operato et operano, parendomi che così richieggia il merito di molti rari e nobili artefici.
Cominciandomi dunque dai ferraresi, nacque Benvenuto Garofalo in Ferrara l'anno 1481 di Piero Tisi, i cui maggiori erano stati per origine padoani.
Nacque, dico, di maniera inclinato alla pittura, che ancor piccolo fanciulletto, mentre andava alla scuola di leggere, non faceva altro che disegnare, dal quale esercizio, ancor che crescesse, il padre, che avea la pittura per una baia, di distorlo non fu mai possibile.
Per che, veduto il padre che bisognava secondare la natura di questo suo figliuolo, il quale non faceva altro giorno e notte che disegnare, finalmente l'acconciò in Ferrara con Domenico Laneto, pittore in quel tempo di qualche nome, se bene avea la maniera secca e stentata; col quale Domenico, essendo stato Benvenuto alcun tempo, nell'andare una volta a Cremona gli venne veduto nella cappella maggiore del Duomo di quella città, fra l'altre cose di mano di Boccaccino Boccacci pittore cremonese, che avea lavorata quella tribuna a fresco, un Cristo, che sedendo in trono et in mezzo a quattro Santi, dà la benedizione.
Per che, piaciutagli quell'opera, si acconciò, per mezzo d'alcuni amici, con esso Boccaccino, il quale allora lavorava nella medesima chiesa pur a fresco alcune storie della Madonna, come si è detto nella sua vita, a concorrenza di Altobello pittore, il quale lavorava nella medesima chiesa dirimpetto a Boccaccino alcune storie di Gesù Cristo, che sono molto belle e veramente degne di essere lodate.
Essendo dunque Benvenuto stato due anni in Cremona et avendo molto acquistato sotto la disciplina di Boccaccino, se n'andò d'anni diciannove a Roma l'anno 1500, dove postosi con Giovanni Baldini pittor fiorentino, assai pratico, et il quale aveva molti bellissimi disegni di diversi maestri eccellenti, sopra quelli, quando tempo gl'avanzava e massimamente la notte, si andava continuamente esercitando.
Dopo, essendo stato con costui quindici mesi et avendo veduto con molto suo piacere le cose di Roma, scorso che ebbe un pezzo per molti luoghi d'Italia, si condusse finalmente a Mantova, dove appresso Lorenzo Costa pittore stette due anni, servendolo con tanta amorevolezza, che colui per rimunerarlo lo acconciò in capo a due anni con Francesco Gonzaga marchese di Mantoa, col quale anco stava esso Lorenzo.
Ma non vi fu stato molto Benvenuto, che amalando Piero suo padre in Ferrara, fu forzato tornarsene là, dove stette poi del continuo quattro anni lavorando molte cose da sé solo et alcune in compagnia de' Dossi.
Mandando poi l'anno 1505 per lui Messer Ieronimo Sagrato, gentiluomo ferrarese, il quale stava in Roma, Benvenuto vi tornò di bonissima voglia e massimamente per vedere i miracoli che si predicavano di Raffaello da Urbino e della cappella di Giulio stata dipinta dal Buonarroto.
Ma giunto Benvenuto in Roma, restò quasi disperato, non che stupito nel vedere la grazia e la vivezza che avevano le pitture di Raffaello e la profondità del disegno di Michelagnolo, onde malediva le maniere di Lombardia e quella che avea con tanto studio e stento imparato in Mantoa, e volentieri, se avesse potuto, se ne sarebbe smorbato.
Ma poi che altro non si poteva, si risolvé a volere disimparare e, dopo la perdita di tanti anni, di maestro divenire discepolo.
Per che, cominciato a disegnare di quelle cose che erano migliori e più difficili, et a studiare con ogni possibile diligenza quelle maniere tanto lodate, non attese quasi ad altro per ispazio di due anni continui.
Per lo che mutò in tanto la pratica e la maniera cattiva in buona, che n'era tenuto dagl'artefici conto; e, che fu più, tanto adoperò col sottomettersi e con ogni qualità d'amorevole ufficio, che divenne amico di Raffaello da Urbino, il quale, come gentilissimo e non ingrato, insegnò molte cose, aiutò e favorì sempre Benvenuto; il quale, se avesse seguitato la pratica di Roma, senz'alcun dubbio arebbe fatto cose degne del bell'ingegno suo.
Ma perché fu costretto, non so per qual accidente, tornare alla patria, nel pigliare licenza da Raffaello gli promise, secondo che egli il consigliava, di tornare a Roma, dove l'assicurava Raffaello che gli darebbe più che non volesse da lavorare et in opere onorevoli.
Arrivato dunque Benvenuto in Ferrara, assettato che egli ebbe le cose e spedito la bisogna che ve l'aveva fatto venire, si metteva in ordine per tornarsene a Roma, quando il signor Alfonso duca di Ferrara lo mise a lavorare nel castello, in compagnia d'altri pittori ferraresi, una cappelletta; la quale finita gli fu di nuovo interrotto il partirsi dalla molta cortesia di Messer Antonio Costabili, gentiluomo ferrarese di molta autorità, il quale gli diede a dipignere nella chiesa di Santo Andrea all'altar maggiore una tavola a olio.
La quale finita, fu forzato farne un'altra in San Bertolo, convento de' monaci cistercensi, nella quale fece l'adorazione de' Magi, che fu bella e molto lodata.
Dopo ne fece un'altra in Duomo piena di varie e molte figure, e due altre, che furono poste nella chiesa di Santo Spirito, in una delle quali è la Vergine in aria col Figliuolo in collo e di sotto alcun'altre figure, e nell'altra la Natività di Gesù Cristo.
Nel fare delle quali opere, ricordandosi alcuna volta d'avere lasciato Roma, ne sentiva dolore estremo et era risoluto per ogni modo di tornarvi, quando sopravenendo la morte di Piero suo padre, gli fu rotto ogni disegno.
Perciò che, trovandosi alle spalle una sorella da marito et un fratello di quattordici anni e le sue cose in disordine, fu forzato a posare l'animo et accomodarsi ad abitare la patria.
E così, avendo partita la compagnia con i Dossi, i quali avevano insino allora con esso lui lavorato, dipinse da sé nella chiesa di San Francesco in una cappella la ressurezione di Lazzero, piena di varie e buone figure, colorita vagamente e con attitudini proprie e vivaci che molto gli furono comendate.
In un'altra cappella della medesima chiesa dipinse l'uccisione de' fanciulli innocenti fatti crudelmente morire da Erode, tanto bene e con sì fiere movenze de' soldati e d'altre figure, che fu una maraviglia.
Vi sono oltre ciò molto bene espressi nella varietà delle teste diversi affetti, come nelle madre e balie la paura, ne' fanciulli la morte, negl'uccisori la crudeltà et altre cose molte che piacquero infinitamente; ma egli è ben vero che in facendo quest'opera, fece Benvenuto quello che insin allora non era mai stato usato in Lombardia: cioè fece modelli di terra per veder meglio l'ombre et i lumi e si servì d'un modello di figura fatto di legname, gangherato in modo che si snodava per tutte le bande et il quale accomodava a suo modo, con panni addosso et in varie attitudini.
Ma quello che importa più, ritrasse dal vivo e naturale ogni minuzia, come quelli che conosceva la diritta essere imitare et osservare il naturale.
Finì per la medesima chiesa la tavola d'una cappella, et in una facciata dipinse a fresco Cristo preso dalle turbe nell'orto.
In S.
Domenico della medesima città dipinse a olio due tavole: in una è il miracolo della croce e Santa Elena, e nell'altra è San Piero martire con buon numero di bellissime figure; et in questa pare che Benvenuto variasse assai dalla sua prima maniera, essendo più fiera e fatta con manco affettazione.
Fece alle monache di S.
Salvestro in una tavola Cristo che in sul monte ora al Padre mentre i tre Apostoli più abbasso si stanno dormendo.
Alle monache di San Gabriello fece una Nunziata, et a quelle di Santo Antonio, nella tavola dell'altare maggiore, la Ressurezione di Cristo.
Ai frati ingesuati, nella chiesa di San Girolamo all'altare maggiore, Gesù Cristo nel presepio con un coro d'Angeli in una nuvola, tenuto bellissimo.
In Santa Maria del Vado è di mano del medesimo, in una tavola molto bene intesa e colorita, Cristo ascendente in cielo e gli Apostoli che lo stanno mirando; nella chiesa di San Giorgio, luogo fuor della città de' monaci di Monte Oliveto, dipinse in una tavola a olio i Magi che adorano Cristo e gl'offeriscono mirra, incenso et oro.
E questa è delle migliori opere che facesse costui in tutta sua vita, le quali tutte cose molto piacquero ai ferraresi e furono cagione che lavorò quadri per le case loro quasi senza numero e molti altri a' monasterii e fuori della città, per le castella e ville all'intorno, e fra l'altre al Bondeno dipinse in una tavola la Ressurezione di Cristo.
E finalmente lavorò a fresco nel refettorio di Santo Andrea, con bella e capricciosa invenzione, molte figure che accordano le cose del Vecchio Testamento col Nuovo; ma perché l'opere di costui furono infinite, basti avere favellato di queste, che sono le migliori.
Avendo da Benvenuto avuto i primi principii della pittura Girolamo da Carpi, come si dirà nella sua vita, dipinsero insieme la facciata della casa de' Muzzarelli nel borgo nuovo, parte di chiaro scuro, parte di colori, con alcune cose finte di bronzo; dipinsero parimente insieme fuori e dentro il palazzo di Copara, luogo da diporto del Duca di Ferrara, al quale signore fece molte altre cose Benvenuto e solo et in compagnia d'altri pittori.
Essendo poi stato lungo tempo in proposito di non voler pigliar donna, per essersi in ultimo diviso dal fratello e venutogli a fastidio lo star solo, la prese di quarantotto anni, né l'ebbe affatica tenuta un anno, che amalatosi gravemente perdé la vista dell'occhio ritto e venne in dubbio e pericolo dell'altro.
Pure, raccomandandosi a Dio, e fatto voto di vestire, come poi fece sempre, di bigio, si conservò per la grazia di Dio in modo la vista dell'altr'occhio, che l'opere sue fatte nell'età di sessantacinque anni erano tanto ben fatte e con pulitezza e diligenza, che è una maraviglia; di maniera che mostrando una volta il Duca di Ferrara a papa Paulo Terzo un trionfo di Bacco a olio lungo cinque braccia e la calunnia d'Apelle, fatti da Benvenuto in detta età con i disegni di Raffaello da Urbino, i quali quadri sono sopra certi camini di sua eccellenza, restò stupefatto quel Pontefice che un vecchio di quell'età con un occhio solo avesse condotti lavori così grandi e così begli.
Lavorò Benvenuto venti anni continui, tutti i giorni di festa, per l'amor di Dio, nel monasterio delle monache di San Bernardino, dove fece molti lavori d'importanza a olio, a tempera et a fresco; il che fu certo maraviglia e gran segno della sincera e sua buona natura, non avendo in quel luogo concorrenza et avendovi nondimeno messo non manco studio e diligenza di quello che arebbe fatto in qualsivoglia altro più frequentato luogo.
Sono le dette opere di ragionevole componimento, con bell'arie di teste, non intrigate e fatte certo con dolce e buona maniera.
A molti discepoli che ebbe Benvenuto, ancor che insegnasse tutto quello che sapeva più che volentieri per farne alcuno eccellente, non fece mai in loro frutto veruno, et in cambio di essere da loro della sua amorevolezza ristorato, almeno con gratitudine d'animo, non ebbe mai da essi se non dispiaceri, onde usava dire non avere mai avuto altri nemici che i suoi discepoli e garzoni.
L'anno 1550, essendo già vecchio, ritornatogli il suo male degli occhi, rimase cieco del tutto, e così visse nove anni, la quale disaventura sopportò con paziente animo, rimettendosi al tutto nella volontà di Dio.
Finalmente pervenuto all'età di 78 anni, parendogli pur troppo essere in quelle tenebre vivuto, e rallegrandosi della morte con speranza d'aver a godere la luce eterna, finì il corso della vita l'anno 1559, a dì 6 di settembre, laciando un figliuolo maschio chiamato Girolamo, che è persona molto gentile, et una femmina.
Fu Benvenuto persona molto da bene, burlevole, dolce nella conversazione e paziente e quieto in tutte le sue avversità; si dilettò in giovanezza della scherma e di sonare il liuto, e fu nell'amicizie ufficiosissimo et amorevole oltre misura; fu amico di Giorgione da Castel Franco pittore, di Tiziano da Cador e di Giulio Romano, et in generale affezionatissimo a tutti gl'uomini dell'arte, et io ne posso far fede, il quale due volte ch'io fui al suo tempo a Ferrara, ricevei da lui infinite amorevolezze e cortesie.
Fu sepolto onorevolmente nella chiesa di Santa Maria del Vado, e da molti virtuosi con versi e prose, quanto la sua virtù meritava, onorato; e perché non si è potuto avere il ritratto di esso Benvenuto, si è messo nel principio di queste vite di pittori lombardi quello di Girolamo da Carpi, la cui vita sotto questa scriveremo.
Girolamo dunque, detto da Carpi, il quale fu ferrarese e discepolo di Benvenuto, fu a principio da Tommaso suo padre, il quale era pittore di scuderia, adoperato in bottega a dipignere forzieri, scabelli, cornicioni et altri sì fatti lavori di dozzina.
Avendo poi Girolamo sotto la disciplina di Benvenuto fatto alcun frutto, pensava d'avere dal padre essere levato da que' lavori meccanici, ma non ne facendo Tommaso altro, come quegli che aveva bisogno di guadagnare, si risolvé Girolamo partirsi da lui ad ogni modo.
E così, andato a Bologna, ebbe appresso i gentiluomini di quella città assai buona grazia, perciò che, avendo fatto alcuni ritratti che somigliarono assai, si acquistò tanto credito, che guadagnando bene, aiutava più il padre stando in Bologna che non avea fatto dimorando a Ferrara.
In quel tempo, essendo stato portato a Bologna in casa de' signori conti Ercolani un quadro di man d'Antonio da Coreggio, nel quale Cristo in forma d'ortolano appare a Maria Maddalena, lavorato tanto bene e morbidamente quanto più non si può credere, entrò di modo nel cuore a Girolamo quella maniera, che non bastandogli avere ritratto quel quadro, andò a Modana per vedere l'altre opere di mano del Coreggio, là dove arrivato, oltre all'essere restato nel vederle tutto pieno di maraviglia, una fra l'altre lo fece rimanere stupefatto, e questa fu quel gran quadro, che è cosa divina, nel quale è una Nostra Donna che ha un Putto in collo, il quale sposa Santa Caterina, un San Bastiano, et altre figure con arie di teste tanto belle, che paiono fatte in paradiso; né è possibile vedere i più bei capegli, né le più belle mani o altro colorito più vago e naturale.
Essendo stato dunque da Messer Francesco Grilenzoni dottore e padrone del quadro, il quale fu amicissimo del Coreggio, conceduto a Girolamo poterlo ritrarre, egli il ritrasse con tutta quella diligenza che maggiore si può imaginare; dopo fece il simile della tavola di San Piero martire, la quale avea dipinta il Coreggio a una compagnia di secolari che la tengono, sì come ella merita, in pregio grandissimo, essendo massimamente in quella, oltre all'altre figure, un Cristo fanciullo in grembo alla madre che pare che spiri, et un S.
Piero martire bellissimo et un'altra tavoletta di mano del medesimo fatta alla Compagnia di San Bastiano, non men bella di questa.
Le quali tutte opere essendo state ritratte da Girolamo, furono cagione che egli migliorò tanto la sua prima maniera, ch'ella non pareva più dessa, né quella di prima.
Da Modana andato Girolamo a Parma, dove avea inteso esser alcune opere del medesimo Coreggio, ritrasse alcuna delle pitture della tribuna del Duomo, parendogli lavoro straordinario, cioè il bellissimo scorto d'una Madonna che saglie in cielo circondata da una multitudine d'Angeli, gl'Apostoli che stanno a vederla salire, e quattro Santi protettori di quella città che sono nelle nicchie: San Giovanni Battista che ha un agnello in mano, San Ioseffo sposo della Nostra Donna, San Bernardo degl'Uberti fiorentino, cardinale e vescovo di quella città, et un altro vescovo.
Studiò similmente Girolamo in San Giovanni Evangelista le figure della cappella maggiore nella nicchia di mano del medesimo Coreggio, cioè la incoronazione di Nostra Donna, San Giovanni Evangelista, il Battista, San Benedetto, San Placido et una moltitudine d'Angeli che a questi sono intorno, e le maravigliose figure che sono nella chiesa di San Sepolcro, alla cappella di San Ioseffo, tavola di pittura divina.
E perché è forza che coloro ai quali piace fare alcuna maniera e la studiano con amore, la imparino, almeno in qualche parte, onde aviene ancora che molti divengono più eccellenti che i loro maestri non sono stati, Girolamo prese assai della maniera del Coreggio.
Onde, tornato a Bologna, l'imitò sempre, non studiando altro che quella e la tavola, che in quella città dicemo essere di mano di Raffaello da Urbino.
E tutti questi particolari seppi io dallo stesso Girolamo, che fu molto mio amico, l'anno 1550 in Roma et il quale meco si dolse più volte d'aver consumato la sua giovanezza et i migliori anni in Ferrara e Bologna e non in Roma o altro luogo, dove averebbe fatto senza dubbio molto maggiore acquisto.
Fece anco non piccol danno a Girolamo nelle cose dell'arte l'avere atteso troppo a' suoi amorosi et a sonare il liuto in quel tempo che arebbe potuto fare acquisto nella pittura.
Tornato dunque a Bologna, oltre a molti altri, ritrasse Messer Onofrio Bartolini fiorentino che allora era in quella città a studio, et il quale fu poi arcivescovo di Pisa, la quale testa, che è oggi appresso gli eredi di detto Messer Noferi, è molto bella e di graziosa maniera.
Lavorando in quel tempo a Bologna un maestro Biagio pittore, cominciò costui, vedendo Girolamo venire in buon credito, a temere che non gli passasse inanzi e gli levasse tutto il guadagno.
Per che, fatto seco amicizia con buona occasione, per ritardarlo dall'operare, gli divenne compagno e dimestico di maniera, che cominciarono a lavorare di compagnia e così continuarono un pezzo.
La qual cosa, come fu di danno a Girolamo nel guadagno, così gli fu parimente nelle cose dell'arte: perciò che seguitando le pedate di maestro Biagio che lavorava di pratica e cavava ogni cosa dai disegni di questo e di quello, non metteva anch'egli più alcuna diligenza nelle sue pitture.
Ora, avendo nel monasterio di San Michele in Bosco, fuor di Bologna, un frate Antonio, monaco di quel luogo, fatto un San Bastiano grande quanto il vivo, a Scaricalasino in un convento del medesimo ordine di Monte Oliveto una tavola a olio et a Monte Oliveto Maggiore alcune figure in fresco nella cappella dell'Orto di Santa Scolastica, voleva l'abate Ghiaccino, che l'aveva fatto fermare quell'anno in Bologna, che egli dipignesse la sagrestia nuova di quella lor chiesa.
Ma frate Antonio, che non si sentiva da fare sì grande opera et al quale forse non molto piaceva durare tanta fatica, come bene spesso fanno certi di così fatti uomini, operò di maniera, che quell'opera fu allogata a Girolamo et a maestro Biagio, i quali la dipinsero tutta a fresco, facendo negli spartimenti della volta alcuni putti et Angeli e nella testa, di figure grandi, la storia della Trasfigurazione di Cristo, servendosi del disegno di quella che fece in Roma a S.
Pietro a Montorio Raffaello da Urbino, e nelle facciate feciono alcuni Santi, nei quali è pur qualche cosa di buono.
Ma Girolamo, accortosi che lo stare in compagnia di maestro Biagio non faceva per lui, anzi, che era la sua espressa rovina, finita quell'opera disfece la compagnia e cominciò a far da sé.
E la prima opera che fece da sé solo fu nella chiesa di San Salvadore, nella cappella di S.
Bastiano, una tavola nella quale si portò molto bene; ma dopo, intesa da Girolamo la morte del padre, se ne tornò a Ferrara, dove per allora non fece altro che alcuni ritratti et opere di poca importanza.
Intanto venendo Tiziano Vecellio a Ferrara a lavorare, come si dirà nella sua vita, alcune cose al duca Alfonso, in uno stanzino o vero studio, dove avea prima lavorato Gian Bellino alcune cose et il Dosso una baccanaria d'uomini tanto buona, che quando non avesse mai fatto altro, per questa merita lode e nome di pittore eccellente; Girolamo, mediante Tiziano et altri, cominciò a praticare in corte del Duca, dove ricavò, quasi per dar saggio di sé prima che altro facesse, la testa del duca Ercole di Ferrara da una di mano di Tiziano, e questa contrafece tanto bene, ch'ella pareva la medesima che l'originale, onde fu mandata come opera lodevole in Francia.
Dopo, avendo Girolamo tolto moglie et avuto figliuoli, forse troppo prima che non doveva, dipinse in S.
Francesco di Ferrara negl'angoli delle volte a fresco i quattro Evangelisti, che furono assai buone figure.
Nel medesimo luogo fece un fregio intorno intorno alla chiesa, che fu copiosa e molto grande opera, essendo pieno di mezze figure e di puttini intrecciati insieme assai vagamente.
Nella medesima chiesa fece in una tavola un Santo Antonio in Padoa con altre figure et in un'altra la Nostra Donna in aria con due Angeli, che fu posta all'altare della signora Giulia Muzzerella, che fu ritratta in essa da Girolamo molto bene.
In Rovigo nella chiesa di S.
Francesco dipinse il medesimo l'apparizione dello Spirito Santo in lingue di fuoco, che fu opera lodevole per lo componimento e bellezza delle teste; et in Bologna dipinse nella chiesa di S.
Martino in una tavola i tre Magi con bellissime teste e figure, et a Ferrara, in compagnia di Benvenuto Garofalo, come si è detto, la facciata della casa del signor Battista Muzzarelli, e parimente il palazzo di Coppara, villa del Duca, appresso a Ferrara dodici miglia, et in Ferrara similmente la facciata di Piero Soncini nella piazza di verso le pescherie, facendovi la presa della Goletta da Carlo Quinto imperadore.
Dipinse il medesimo Girolamo in San Polo, chiesa de' frati Carmelitani nella medesima città, in una tavoletta a olio un San Girolamo con due altri Santi grandi quanto il naturale, e nel palazzo del Duca un quadro grande con una figura quanto il vivo, finta, per una Occasione, con bella vivezza, movenza, grazia e buon rilievo.
Fece anco una Venere ignuda a giacere e grande quanto il vivo, con Amore appresso, la quale fu mandata al re Francesco di Francia a Parigi, et io, che la vidi in Ferrara l'anno 1540, posso con verità affermare ch'ella fusse bellissima.
Diede anco principio, e ne fece gran parte, agl'ornamenti del reffettorio di San Giorgio, luogo in Ferrara de' monaci di Monte Oliveto; ma perché lasciò imperfetta quell'opera, l'ha oggi finita Pellegrino Pellegrini, dipintore bolognese.
Ma chi volesse far menzione di quadri particolari che Girolamo fece a molti signori e gentiluomini, farebbe troppo maggiore di quello che è il disiderio nostro la storia, però dico di due solamente, che sono bellissimi: da uno dunque che n'ha il cavalier Boiardo in Parma, bello a maraviglia, di mano del Correggio, nel quale la Nostra Donna mette una camicia indosso a Cristo fanciulletto, ne ritrasse Girolamo uno a quello tanto simile che pare desso veramente, et un altro ne ritrasse da uno del Parmigiano, il quale è nella Certosa di Pavia, nella cella del vicario, così bene e con tanta diligenza, che non si può veder minio più sottilmente lavorato et altri infiniti lavorati con molta diligenza.
E perché si dilettò Girolamo e diede anco opera all'architettura, oltre molti disegni di fabriche che fece per servigio di molti privati, servì in questo particolarmente Ippolito cardinale di Ferrara, il quale avendo comperato in Roma a Monte Cavallo il giardino che fu già del cardinale di Napoli, con molte vigne di particolari all'intorno, condusse Girolamo a Roma, acciò lo servisse non solo nelle fabriche, ma negl'acconcimi di legname veramente regii del detto giardino.
Nel che si portò tanto bene che ne restò ognuno stupefatto, e nel vero non so chi altri si fusse potuto portare meglio di lui in fare di legnami (che poi sono stati coperti di bellissime verzure) tante bell'opere e sì vagamente ridotte in diverse forme et in diverse maniere di tempii, nei quali si veggiono oggi accommodate le più belle e ricche statue antiche che sieno in Roma: parte intere e parte state restaurate da Valerio Cioli scultore fiorentino e da altri.
Per le quali opere essendo in Roma venuto Girolamo in bonissimo credito, fu dal detto cardinale suo signore, che molto l'amava, messo l'anno 1550 al servizio di papa Giulio III, il quale lo fece architetto sopra le cose di Belvedere, dandogli stanze in quel luogo e buona provisione.
Ma perché quel Pontefice non si poteva mai in simili cose contentare, e massimamente quando a principio s'intendeva pochissimo del disegno e non voleva la sera quello che gl'era piacciuto la mattina, e perché Girolamo avea sempre a contrastare con certi architetti vecchi, ai quali parea strano vedere un uomo nuovo e di poca fama essere stato preposto a loro, si risolvé, conosciuta l'invidia e forse malignità di quelli, essendo anco di natura più tosto freddo che altrimenti, a ritirarsi; e così per lo meglio se ne tornò a Monte Cavallo al servizio del cardinale.
Della qual cosa fu Girolamo da molti lodato, essendo vita troppo disperata aver tutto il giorno e per ogni minima cosa a star a contendere con questo e quello; e come diceva egli, è tal volta meglio godere la quiete dell'animo con l'acqua e col pane, che stentare nelle grandezze e negl'onori.
Fatto dunque che ebbe Girolamo al cardinale suo signore un molto bel quadro che a me, il quale il vidi, piacque sommamente, essendo già stracco se ne tornò con esso lui a Ferrara a godersi la quiete di casa sua con la moglie e con i figliuoli, lasciando le speranze e le cose della fortuna nelle mani de' suoi avversarii, che da quel Papa cavarono il medesimo che egli e non altro.
Dimorandosi dunque in Ferrara, per non so che accidente essendo abruciata una parte del castello, il duca Ercole diede cura di rifarlo a Girolamo, il quale l'accomodò molto bene e l'adornò secondo che si può in quel paese, che ha gran mancamento di pietre da far conci et ornamenti, onde meritò esser sempre caro a quel signore, che liberalmente riconobbe le sue fatiche.
Finalmente dopo aver fatto Girolamo queste e molte altre opere si morì d'anni 55 l'anno 1556 e fu sepolto nella chiesa degl'Angeli a canto alla sua donna.
Lasciò due figliuole femine e tre maschi, cioè Giulio, Annibale et un altro.
Fu Girolamo lieto uomo e nella conversazione molto dolce e piacevole, nel lavorare alquanto agiato e lungo; fu di mezzana statura e si dilettò oltre modo della musica e de' piaceri amorosi più forse che non conviene.
Ha seguitato dopo lui le fabriche di que' signori Galasso ferrarese architetto, uomo di bellissimo ingegno, e di tanto giudizio nelle cose d'architettura, che per quanto si vede nell'ordine de' suoi disegni averebbe mostro molto più che non ha il suo valore, se in cose grandi fusse stato adoperato.
È stato parimente ferrarese e scultore eccellente, maestro Girolamo, il quale abitando in Ricanati ha, dopo Andrea Contucci suo maestro, lavorato molte cose di marmo a Loreto e fatti molti ornamenti intorno a quella cappella e casa della Madonna.
Costui dico, dopo che di là si partì il Tribolo che fu l'ultimo, avendo finito la maggiore storia di marmo, che è dietro alla detta cappella, dove gl'Angeli portano di Schiavonia quella casa nella selva di Loreto, ha in quel luogo continuamente dal 1534 insino all'anno 1560 lavorato, e vi ha fatto di molte opere; la prima delle quali fu un profeta di braccia tre e mezzo a sedere, il quale fu messo, essendo bella e buona figura, in una nicchia che è volta verso ponente; la quale statua essendo piaciuta, fu cagione che egli fece poi tutti gl'altri profeti, da uno in fuori che è verso levante e dalla banda di fuori verso l'altare, il quale è di mano di Simone Cioli da Settignano, discepolo anch'egli d'Andrea Sansovino.
Il restante dico de' detti profeti sono di mano di maestro Girolamo e sono fatti con molta diligenza, studio e buona pratica.
Alla cappella del Sagramento ha fatto il medesimo li candelieri di bronzo, alti tre braccia in circa, pieni di fogliami, figure tonde di getto, tanto ben fatte che sono cosa maravigliosa.
Et un suo fratello, che in simili cose di getto è valentuomo, ha fatto in compagnia di maestro Girolamo in Roma molte altre cose, e particolarmente un tabernacolo grandissimo di bronzo per papa Paulo Terzo, il quale doveva essere posto nella cappella del palazzo di Vaticano, detta la Paulina.
Fra i modanesi ancora sono stati in ogni tempo artefici eccellenti nelle nostre arti, come si è detto in altri luoghi e come si vede in quattro tavole, delle quali non si è fatto al suo luogo menzione per non sapersi il maestro, le quali, cento anni sono, furono fatte a tempera in quella città e sono secondo que' tempi bellissime e lavorate con diligenza; la prima è all'altare maggiore di San Domenico, e l'altre alle cappelle, che sono nel tramezzo di quella chiesa.
Et oggi vive della medesima patria un pittore chiamato Niccolò, il quale fece in sua giovanezza molti lavori a fresco intorno alle beccherie, che sono assai belli, et in S.
Piero luogo de' monaci Neri, all'altar maggiore in una tavola, la decollazione di San Piero e San Paulo, imitando nel soldato che taglia loro la testa una figura simile che è in Parma di mano d'Antonio da Coreggio, in San Giovanni Evangelista, lodatissima.
E perché Niccolò è stato più raro nelle cose a fresco che nell'altre maniere di pittura, oltre a molte opere che ha fatto in Modana et in Bologna, intendo che ha fatto in Francia, dove ancora vive, pitture rarissime, sotto Messer Francesco Primaticcio abbate di San Martino, con i disegni del quale ha fatto Niccolò in quelle parti molte opere, come si dirà nella vita di esso Primaticcio.
Giovambattista, parimente emulo di detto Niccolò, ha molte cose lavorato in Roma et altrove, ma particolarmente in Perugia, dove ha fatto in San Francesco, alla cappella del signor Ascanio della Cornia, molte pitture della vita di Santo Andrea Apostolo, nelle quali si è portato benissimo.
A concorrenza del quale Niccolò, Arrigo fiamingo, maestro di finestre di vetro, ha fatto nel medesimo luogo una tavola a olio, dentrovi la storia de' Magi, che sarebbe assai bella se non fusse alquanto confusa e troppo carica di colori, che s'azuffano insieme e non la fanno sfuggire; ma meglio si è portato costui in una finestra di vetro disegnata e dipinta, da lui fatta in San Lorenzo della medesima città alla cappella di San Bernardino.
Ma tornando a Battista, essendo ritornato dopo queste opere a Modana, ha fatto nel medesimo San Piero, dove Niccolò fece la tavola, due grandi storie dalle bande de' fatti di San Piero e San Paulo, nelle quali si è portato bene oltre modo.
Nella medesima città di Modana sono anco stati alcuni scultori degni d'essere fra i buoni artefici annoverati, perciò che oltre al Modanino, del quale si è in altro luogo ragionato, vi è stato un maestro chiamato il Modana, il quale in figure di terra cotta, grandi quanto il vivo e maggiori, ha fatto bellissime opere e fra l'altre una cappella in San Domenico di Modana, et in mezzo del dormentorio di San Piero a' monaci Neri pure in Modana, una Nostra Donna, San Benedetto, Santa Iustina et un altro Santo, alle quali tutte figure ha dato tanto bene il colore di marmo, che paiono proprio di quella pietra, senzaché tutte hanno bell'aria di teste, bei panni et una proporzione mirabile.
Il medesimo ha fatto in San Giovanni Vangelista di Parma nel dormentorio le medesime figure, et in San Benedetto di Mantova ha fatto buon numero di figure tutte tonde e grandi quanto il naturale, fuor della chiesa, per la facciata e sotto il portico in molte nicchie, tanto belle, che paiono di marmo.
Similmente Prospero Clemente, scultore modanese, è stato ed è valentuomo nel suo esercizio, come si può vedere nel Duomo di Reggio nella sepoltura del vescovo Rangone di mano di costui, nella quale è la statua di quel prelato, grande quanto il naturale, a sedere con due putti molto ben condotti, la quale sepoltura gli fece fare il signor Ercole Rangone.
Parimente in Parma nel Duomo sotto le volte è di mano di Prospero la sepoltura del beato Bernardo degl'Uberti fiorentino, cardinale e vescovo di quella città, che fu finita l'anno 1548 e molto lodata.
Parma similmente ha avuto in diversi tempi molti eccellenti artefici e begl'ingegni come si è detto di sopra, perciò che oltre a un Cristofano Castelli, il quale fece una bellissima tavola in Duomo l'anno 1499, et oltre a Francesco Mazzuoli del quale si è scritto la vita, vi sono stati molti altri valentuomini.
Il quale avendo fatto come si è detto alcune cose nella Madonna della Steccata e lasciato alla morte sua quell'opera imperfetta, Giulio Romano, fatto un disegno colorito in carta, il quale in quel luogo si vede per ognuno, ordinò che un Michelagnolo Anselmi sanese per origine, ma fatto parmigiano, essendo buon pittore, mettesse in opera quel cartone, nel quale è la coronazione di Nostra Donna: il che fece colui certo ottimamente, onde meritò che gli fusse allogata una nicchia grande di quattro grandissime che ne sono in quel tempio, dirimpetto a quella dove avea fatto la sopra detta opera col disegno di Giulio; per che, messovi mano, vi condusse a buon termine l'adorazione de' Magi con buon numero di belle figure, facendo nel medesimo arco piano, come si disse nella vita del Mazzuoli, e le vergini prudenti e lo spartimento de' rosoni di rame.
Ma restandogli anche a fare quasi un terzo di quel lavoro, si morì, onde fu fornito da Bernardo Soiaro cremonese, come diremo poco appresso.
Di mano del detto Michelagnolo è nella medesima città in San Francesco la capella della Concezzione, et in San Pier martire alla capella della croce una gloria celeste.
Ieronimo Mazzuoli, cugino di Francesco, come s'è detto, seguitando l'opera nella detta chiesa della Madonna, stata lasciata dal suo parente imperfetta, dipinse un arco con le vergini prudenti e l'ornamento de' rosoni; e dopo nella nicchia di testa, dirimpetto alla porta principale, dipinse lo Spirito Santo discendente in lingue di fuoco sopra gl'Apostoli, e nell'altro arco piano et ultimo la Natività di Gesù Cristo, la quale, non essendo ancor scoperta, ha mostrata a noi questo anno 1566 con molto nostro piacere, essendo per opera a fresco bellissima veramente.
La tribuna grande di mezzo della medesima Madonna della Steccata, la quale dipigne Bernardo Soiaro pittore cremonese, sarà anch'ella, quando sarà finita, opera rara e da poter star con l'altre che sono in quel luogo; delle quali non si può dire che altri sia stato cagione, che Francesco Mazzuola, il quale fu il primo che cominciasse con bel giudizio il magnifico ornamento di quella chiesa stata fatta, come si dice, con disegno et ordine di Bramante.
Quanto agl'artefici delle nostre arti mantoani, oltre quello che se n'è detto insino a Giulio Romano, dico che egli seminò in guisa la sua virtù in Mantoa e per tutta Lombardia, che sempre poi vi sono stati di valentuomini e l'opere sue sono più l'un giorno che l'altro conosciute per buone e laudabili.
E se bene Giovambattista Bertano, principale architetto delle fabriche del Duca di Mantoa, ha fabricato nel castello, sopra dove son l'acque et il corridore molti appartamenti magnifici e molto ornati di stucchi e di pitture, fatte per la maggior parte da Fermo Guisoni, discepolo di Giulio e da altri, come si dirà, non però paragonano quelle fatte da esso Giulio.
Il medesimo Giovambattista in Santa Barbara, chiesa del castello del Duca, ha fatto fare col suo disegno a Domenico Brusasorzi una tavola a olio nella quale, che è veramente da essere lodata, è il martirio di quella Santa; costui, oltre ciò, avendo studiato Vitruvio, ha sopra la voluta ionica, secondo quell'autore, scritta e mandata fuori un'opera come ella si volta; et alla casa sua di Mantoa nella porta principale ha fatto una colonna di pietra intera, et il modano dell'altra in piano con tutte le misure segnate di detto ordine ionico, e così il palmo, l'once, il piede et il braccio antichi, acciò chi vuole possa vedere se le dette misure son giuste o no.
Il medesimo, nella chiesa di San Piero, Duomo di Mantoa, che fu opera et architettura di detto Giulio Romano, perché rinovandolo gli diede forma nuova e moderna, ha fatto fare una tavola per ciascuna capella di mano di diversi pittori, e due n'ha fatte fare con suo disegno al detto Fermo Guisoni: cioè una a Santa Lucia, dentrovi la detta Santa con due putti, et un'altra a San Giovanni Evangelista.
Un'altra simile ne fece fare a Ippolito Costa mantoano, nella quale è Sant'Agata con le mani legate et in mezzo a due soldati che le tagliano e lievano le mammelle.
Battista d'Agnolo del Moro veronese fece, come s'è detto, nel medesimo Duomo la tavola che è all'altare di Santa Maria Maddalena; e Ieronimo parmigiano quella di Santa Tecla.
A Paulo Farinato veronese fece fare quella di San Martino, et al detto Domenico Brusasorzi quella di Santa Margherita; Giulio Campo cremonese fece quella di San Ieronimo.
Et una, che fu la migliore dell'altre, come che tutte siano bellissime, nella quale è Santo Antonio abbate battuto dal demonio in vece di femina che lo tenta, è di mano di Paulo Veronese.
Ma quanto ai mantovani, non ha mai avuto quella città il più valentuomo nella pittura di Rinaldo, il quale fu discepolo di Giulio, di mano del quale è una tavola in Santa Agnese di quella città, nella quale è una Nostra Donna in aria, Sant'Agostino e San Girolamo, che sono bonissime figure, il quale troppo presto la morte lo levò del mondo.
In un bellissimo antiquario e studio, che ha fatto il signore Cesare Gonzaga, pieno di statue e di teste antiche di marmo, ha fatto dipignere per onorarlo a Fermo Guiscioni la geneologia di casa Gonzaga, che si è portato benissimo in ogni cosa e specialmente nell'aria delle teste; vi ha messo, oltre di questo il detto signore, alcuni quadri che certo son rari: come quello della Madonna, dove è la gatta che già fece Raffaello da Urbino, et un altro, nel quale la Nostra Donna con grazia maravigliosa lava Gesù putto.
In un altro studiuolo fatto per le medaglie, il quale ha ottimamente d'ebano e d'avorio lavorato un Francesco da Volterra, che in simili opere non ha pari, ha alcune figure di bronzo antiche, che non potrieno essere più belle di quel che sono.
Insomma, da che io vidi altra volta Mantoa a questo anno 1566 che l'ho riveduta, ell'è tanto più adornata e più bella, che se io non l'avessi veduta nol crederei; e, che è più, vi sono multiplicati gl'artefici e vi vanno tuttavia multiplicando.
Conciò sia che di Giovambattista mantoano, intagliator di stampe e scultore eccellente, del quale abbiam favellato nella vita di Giulio Romano et in quella di Marcantonio Bolognese, sono nati due figliuoli che intagliano stampe di rame divinamente; e, che è cosa più maravigliosa, una figliuola, chiamata Diana, intaglia anch'ella tanto bene, che è cosa maravigliosa, et io che ho veduto lei, che è molto gentile e graziosa fanciulla, e l'opere sue che sono bellissime, ne sono restato stupefatto.
Non tacerò ancora che in San Benedetto di Mantoa, celebratissimo monasterio de' monaci Neri, stato rinovato da Giulio Romano con bellissimo ordine, hanno fatto molte opere i sopra detti artefici mantoani et altri lombardi; oltre quello che si è detto nella vita del detto Giulio.
Vi sono adunque opere di Fermo Guiscioni, cioè una Natività di Cristo, due tavole di Girolamo Mazzuola, tre di Latanzio Gambaro da Brescia et altre tre di Paulo Veronese, che sono le migliori.
Nel medesimo luogo è di mano d'un frate Girolamo, converso di S.
Domenico, nel reffetorio in testa, come altrove s'è ragionato, in un quadro a olio ritratto il bellissimo cenacolo che fece in Milano a Santa Maria delle Grazie Lionardo da Vinci, ritratto dico tanto bene, che io ne stupii; della qual cosa fo volentieri di nuovo memoria avendo veduto questo anno 1566 in Milano l'originale di Lionardo tanto male condotto, che non si scorge più se non una macchia abbagliata; onde la pietà di questo buon padre rendea sempre testimonianza di questa parte della virtù di Lionardo.
Di mano del medesimo frate ho veduto nella medesima casa della Zecca di Milano un quadro ritratto da un di Lionardo, nel quale è una femina che ride et un San Giovanni Battista giovinetto molto bene imitato.
Cremona altresì, come si disse nella vita di Lorenzo di Credi et in altri luoghi, ha avuto in diversi tempi uomini che hanno fatto nella pittura opere lodatissime; e già abbiam detto che quando Boccaccino Boccacci dipigneva la nicchia del Duomo di Cremona e per la chiesa le storie di Nostra Donna, che Bonifazio Bembi fu buon pittore e che Altobello fece molte storie a fresco di Gesù Cristo con molto più disegno che non sono quelle del Boccaccino.
Dopo le quali dipinse Altobello in Santo Agostino della medesima città una cappella a fresco con graziosa e bella maniera, come si può vedere da ognuno.
In Milano in corte vecchia, cioè nel cortile o vero piazza del palazzo, fece una figura in piedi armata all'antica, migliore di tutte l'altre che da molti vi furono fatte quasi ne' medesimi tempi.
Morto Bonifazio, il quale lasciò imperfette nel Duomo di Cremona le dette storie di Cristo, Giovan Antonio Licino da Pordenone, detto in Cremona de' Sacchi, finì le dette storie state cominciate da Bonifazio, facendovi in fresco cinque storie della Passione di Cristo, con una maniera di figure grandi, colorito terribile e scorti che hanno forza e vivacità, le quali tutte cose insegnarono il buon modo di dipignere ai cremonesi, e non solo in fresco, ma a olio parimente, conciò sia che nel medesimo Duomo appoggiata a un pilastro è una tavola a mezzo la chiesa di mano del Pordenone, bellissima.
La quale maniera imitando poi Cammillo figliuolo del Boccaccino nel fare in San Gismondo fuori della città la cappella maggiore in fresco et altre opere, riuscì da molto più che non era stato suo padre; ma perché fu costui largo et alquanto agiato nel lavorare, non fece molte opere, se non piccole e di poca importanza.
Ma quegli che più imitò le buone maniere et a cui più giovarono le concorrenze di costoro, fu Bernardo de' Gatti, cognominato di Soiaro, di chi s'è ragionato, di Parma, il quale dicono alcuni esser stato da Verzelli et altri cremonese; ma sia stato donde si voglia, egli dipinse una tavola molto bella all'altare maggiore di San Piero, chiesa de' canonici regolari e nel refettorio la storia o vero miracolo che fé Gesù Cristo de' cinque pani e due pesci, saziando moltitudine infinita; ma egli la ritoccò tanto a secco, ch'ell'ha poi perduta tutta la sua bellezza.
Fece anco costui in San Gismondo fuor di Cremona sotto una volta, l'Ascensione di Gesù Cristo in cielo, che fu cosa vaga e di molto bel colorito.
In Piacenza nella chiesa di Santa Maria di Campagna, a concorrenza del Pordenone e dirimpetto al Sant'Agostino che s'è detto, dipinse a fresco un San Giorgio armato a cavallo che ammazza il serpente, con prontezza, movenza et ottimo rilievo.
E ciò fatto, gli fu dato a finire la tribuna di quella chiesa che avea lasciata imperfetta il Pordenone, dove dipinse a fresco tutta la vita della Madonna.
E se bene i profeti e le sibille che vi fece il Pordenone con alcuni putti son belli a maraviglia, si è portato nondimeno tanto bene il Soiaro, che pare tutta quell'opera d'una stessa mano.
Similmente alcune tavolette d'altari che ha fatte in Vigevano sono da essere per la bontà loro assai lodate.
Finalmente ridottosi in Parma a lavorare nella Madonna della Steccata, [fu] finita la nicchia e l'arco, che lassò imperfetta per la morte Michelagnolo sanese, per le mani del Soiaro; al quale, per essersi portato bene, hanno poi dato a dipignere i parmigiani la tribuna maggiore che è in mezzo di detta chiesa, nella quale egli va tuttavia lavorando a fresco l'Assunzione di Nostra Donna, che si spera debba essere opera lodatissima.
Essendo anco vivo Roccaccino, ma vecchio, ebbe Cremona un altro pittore, chiamato Galeazzo Campo, il quale nella chiesa di San Domenico, in una cappella grande dipinse il rosario della Madonna e la facciata di dietro di San Francesco con altre tavole, opere che sono di mano di costui in Cremona ragionevoli.
Di costui nacquero tre figliuoli, Giulio, Antonio e Vincenzio; ma Giulio, se bene imparò i primi principi dell'arte di Galeazzo suo padre, seguitò poi, nondimeno, come migliore, la maniera del Soiaro e studiò assai alcune tele colorite fatte in Roma di mano di Francesco Salviati, che furono dipinte per fare arazzi e mandate a Piacenza al duca Pier Luigi Farnese.
Le prime opere che costui fece in sua giovanezza in Cremona furono nel coro della chiesa di Santa Agata quattro storie grandi del martirio di quella vergine, che riuscirono tali, che sì fatte non l'arebbe per aventura fatte un maestro ben pratico.
Dopo, fatte alcune cose in Santa Margherita, dipinse molte facciate di palazzi di chiaro scuro con buon disegno.
Nella chiesa di San Gismondo fuor di Cremona fece la tavola dell'altar maggiore a olio, che fu molto bella per la moltitudine e diversità delle figure, che vi dipinse a paragone di tanti pittori che innanzi a lui avevano in quel luogo lavorato.
Dopo la tavola vi lavorò in fresco molte cose nelle volte, e particolarmente la venuta dello Spirito Santo sopra gl'Apostoli, i quali scortano al di sotto in su con buona grazia e molto artifizio.
In Milano dipinse nella chiesa della Passione, convento de' canonici regolari, un Crucifisso in tavola a olio con certi Angeli, la Madonna, San Giovanni Evangelista e l'altre Marie.
Nelle monache di San Paulo converso, pur di Milano, fece in quattro storie la conversione et altri fatti di quel Santo, nella quale opera fu aiutato da Antonio Campo suo fratello, il quale dipinse similmente in Milano alle monache di Santa Caterina alla porta Ticinese, in una capella della chiesa nuova, la quale è architettura del Lombardino, Santa Elena, a olio che fa cercare la croce di Cristo, che è assai buon'opera.
E Vincenzio anch'egli, terzo dei detti tre fratelli, avendo assai imparato da Giulio, come anco ha fatto Antonio, è giovane d'ottima aspettazione.
Del medesimo Giulio Campo sono stati discepoli non solo i detti suoi due fratelli, ma ancora Latanzio Gambaro bresciano et altri.
Ma sopra tutti gli ha fatto onore et è stata eccellentissima nella pittura Sofonisba Angusciola cremonese con tre sue sorelle, le quali virtuosissime giovani sono nate del signor Amilcare Angusciola e della signora Bianca Punzona, ambe nobilissime famiglie in Cremona.
Parlando dunque di essa signora Sofonisba, della quale dicemmo alcune poche cose nella vita di Properzia bolognese, per non saperne allora più oltre, dico aver veduto quest'anno in Cremona di mano di lei in casa di suo padre, et in un quadro fatto con molta diligenza, ritratte tre sue sorelle in atto di giocare a scacchi, e con esso loro una vecchia donna di casa, con tanta diligenza e prontezza, che paiono veramente vive e che non manchi loro altro che la parola.
In un altro quadro si vede ritratto dalla medesima Sofonisba il signor Amilcare suo padre, che ha da un lato una figliuola di lui, sua sorella, chiamata Minerva, che in pitture et in lettere fu rara, e dall'altro Asdrubale figliuolo del medesimo et a loro fratello, et anche questi sono tanto ben fatti, che pare che spirino e sieno vivissimi.
In Piacenza sono di mano della medesima in casa del signor Arcidiacono della chiesa maggiore, due quadri bellissimi: in uno è ritratto esso signore e nell'altro Sofonisba; l'una e l'altra delle quali figure non hanno se non a favellare.
Costei essendo poi stata condotta, come si disse di sopra, dal signor duca d'Alva al servigio della reina di Spagna, dove si truova al presente con bonissima provisione e molto onorata, ha fatto assai ritratti e pitture che sono cosa maravigliosa.
Dalla fama delle quali opere mosso papa Pio IIII, fece sapere a Sofonisba che disiderava avere di sua mano il ritratto della detta serenissima reina di Spagna.
Per che, avendolo ella fatto con tutta quella diligenza che maggiore le fu possibile, glielo mandò a presentare in Roma, scrivendo a Sua Santità una lettera di questo preciso tenore:
"Padre Santo, dal reverendissimo Nunzio di Vostra Santità intesi ch'ella disiderava un ritratto di mia mano della maestà della reina mia signora.
E come che io accettassi questa impresa in singolare grazia e favore, avendo a servire alla Beatitudine Vostra, ne dimandai licenza a sua maestà, la quale se ne contentò molto volentieri, riconoscendo in ciò la paterna affezione che Vostra Santità le dimostra, et io con l'occasione di questo cavaliero gliene mando.
E se in questo averò sodisfatto al disiderio di Vostra Santità, io ne riceverò infinita consolazione, non restando però di dirle che se col pennello si potesse così rappresentare agl'occhi di Vostra Beatitudine le bellezze dell'animo di questa serenissima reina, non potria veder cosa più maravigliosa.
Ma in quelle parti, le quali con l'arte si sono potute figurare, non ho mancato di usare tutta quella diligenza che ho saputo maggiore, per rappresentare alla Santità Vostra il vero.
E con questo fine, con ogni reverenza et umiltà le bacio i santissimi piedi.
Di Madrid, alli XVI di settembre 1561.
Di Vostra Beatitudine umilissima serva, Sofonisba Angosciola".
Alla quale lettera rispose Sua Santità con l'infrascritta, la quale, essendogli paruto il ritratto bellissimo e maraviglioso, accompagnò con doni degni della molta virtù di Sofonisba.
"Pius papa III.
Dilecta in Cristo filia, avemo ricevuto il ritratto della serenissima reina di Spagna, nostra carissima figliuola, che ci avete mandato e ci è stato gratissimo, sì per la persona che si rappresenta, la quale noi amiamo paternamente, oltre agl'altri rispetti, per la buona religione et altre bellissime parti dell'animo suo, e sì ancora per essere fatto di man vostra molto bene e diligentemente.
Ve ne ringraziamo, certificandovi che lo terremo fra le nostre cose più care, comendando questa vostra virtù, la quale ancora che sia maravigliosa, intendiamo però ch'ell'è la più piccola tra molte che sono in voi.
E con tal fine vi mandiano di nuovo la nostra benedizione.
Che Nostro Signore Dio vi conservi.
Data Romae, die XV octobris 1561."
E questa testimonianza basti a mostrare quanta sia la virtù di Sofonisba.
Una sorella della quale, chiamata Lucia, more